La discoteca: una falsa luce

Posté par atempodiblog le 18 mai 2013

La discoteca: una falsa luce dans Anticristo falseluci

Quando penso alle “false luci” mi viene subito in mente la discoteca: ci sono addirittura discoteche che si chiamano “Paradiso”, e a dispetto del nome puoi trovarci la via più sicura per l’Inferno, tutta droga, sesso e alcol. Ecco, queste sono le false luci e le false felicità con cui Satana cerca di distruggere i giovani. Intendiamoci, anche intorno a Medjugorje ci sono le discoteche, e dunque quando la Madonna parla attraverso i Suoi messaggi intende rivolgersi prima di tutto ai giovani della Parrocchia, poi a quelli di tutto il mondo. […]

A Medjugorje i comunisti avevano edificato la “Casa del Popolo”, dove si celebravano i matrimoni e le feste del villaggio. Un giorno – mi ricordo perché ero presente, era il primo anno che andavo a Medjugorje – la Madonna è apparsa proprio in quella sala al gruppo di Ivan. Io però sono rimasto fuori, perché l’apparizione era riservata soltanto a loro. Dopo un po’ di tempo, terminata l’apparizione, ho sentito che discutevano animatamente. Io ero fuori dalla porta e il croato ancora non lo sapevo bene. Hanno discusso per più di un’ora. Alla fine sono usciti. Una volta giunti a casa di Marija, dove ero ospite, Marija stessa mi ha detto: “la Madonna ci ha detto che Satana vuole utilizzare quella casa per un suo piano”. Il gruppo era rimasto a discutere per oltre un’ora per cercare di capire quale fosse il piano del Demonio. Era il mese di settembre. Successivamente, la Madonna ha chiesto ai ragazzi di fare la novena di Natale proprio in quella casa. Così hanno fatto. L’ottavo giorno, durante l’apparizione, la Madonna ha detto al gruppo di preghiera  di non ritrovarsi nella “Casa del Popolo” ma di andare sulla montagna. E infatti il giorno dopo la polizia ha circondato la casa, non trovando però nessuno. Ecco: la Madonna stessa ha protetto quei giovani, perché a quel tempo pregare al di fuori della chiesa era un reato agli occhi del regime comunista.

Tornato poi per le vacanze di Natale, mi sono trattenuto a Medjugorje fino all’epifania e proprio in quel giorno mi trovavo in casa di Vicka e ricordo che sono arrivati poliziotti da Sarajevo e hanno arrestato Vicka, Marija e altre 17 persone perché avevano pregato in quella sala prima di Natale. Quando poi sono stati rilasciati, nel pomeriggio, Vicka è tonata a casa e mi ha raccontato l’interrogatorio dicendo, con tutta l’emotività e la passione che la contraddistinguono: «Ecco. Mi hanno interrogata. Mi hanno chiesto: “chi ha organizzato la novena?”. E io ho risposto: “la Madonna” e poi mi sono rivolta a quello che scriveva, intimandogli: “scrivi! Scrivi che è statala Madonna”». Tutto sembrava finito lì e del piano di Satana non si sapeva nulla. Finché alcuni mesi dopo, si è scoperto che il sindaco di Citluk, comune limitrofo, voleva fare di quella “Casa del Popolo” una discoteca per contrastare le apparizioni. Quello che mi ha colpito è che la Madonna non aveva detto: “il sindaco di Citluk vuole fare una discoteca”, ma aveva parlato di un piano satanico, come a dire che Satana opera attraverso le persone, le ispira, le conduce, le usa come strumenti. E, in questo caso, evidentemente la discoteca faceva parte di quelle false luci, di quelle false felicità di cui Satana si serve per ingannare i giovani.

Tratto da: L’ora di Satana (L’attacco del Male al mondo contemporaneo) di Padre Livio Fanzaga con Diego Manetti, Ed. Piemme

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Pecci: «Quando Maradona diventò il mio elettricista e aggiustò il televisore»

Posté par atempodiblog le 24 avril 2013

Pecci: «Quando Maradona diventò il mio elettricista e aggiustò il televisore»
Il centrocampista azzurro nel 1985 vicino di casa del Pibe in via Scipione Capece, racconta alcuni episodi con il campione argentino

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Eraldo Pecci, che ha giocato anche nel Napoli nella stagione ’85-’86, ha scritto «Il Toro non può perdere» (euro 18), pubblicato da Rizzoli. Nel libro Pecci racconta la magica stagione della squadra granata che culminò con lo scudetto. Ma c’è spazio anche per ricordi legati al Napoli e a Maradona.

Ecco il suo racconto:

Nella stagione 1985-1986 giocai nel Napoli. A settembre vidi un appartamento che mi piaceva e lo affittai. Mi dissero che gli avrebbero dato giusto una pitturata prima di consegnarmelo. Me lo diedero a marzo. Era al pianoterra di una palazzina di via Scipione Capece, nel quartiere di Posillipo. Al secondo piano, nello stesso complesso, alloggiava il “Pibe de Oro”. Nel tardo pomeriggio del mio primo giorno Maradona venne da me con una tv in mano.
«Ci sono le partite di Coppa, ti serve una televisione».
«Grazie Diego, ma vado a mangiare da Bruno e da Sandro, e le vedo là» (erano i nostri compagni Bruno Giordano e Alessandro Renica, le cui mogli Susanna e Monica mi avevano in pratica adottato per quel che riguardava i pasti, dato che vivevo da solo).
«Una tv in casa ti servirà comunque».
«Ma non sono capace a fare niente manualmente, non saprei farla funzionare».
«Ci penso io». E si sdraiò a terra passando i cavi di qua, i fili di là, finché sullo schermo non spuntò l’immagine.
È un esempio non centratissimo, ma rende l’idea. Quando Diego era in disgrazia, e sembrava che anche la vita gli sfuggisse via, non ho sentito una voce di ex compagni, o solo ex colleghi, alzarsi contro di lui. Anche questo rende l’idea. Comunque, a chi mi chiede chi era Maradona, io posso rispondere tranquillamente: «Il mio elettricista». Non ho mai sentito un giocatore bravo lamentarsi per la durezza degli allenamenti. Ama il suo mestiere e fa ciò che deve senza problemi. Il mediocre, quando la fatica arriva ad annebbiare il cervello, comincia a mugugnare, si lamenta. Gli viene naturale. Campioni si nasce.

Fonte: Il Mattino
Tratto da: IamNaples.it

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Beati i perseguitati. Il racconto di un moderno martire

Posté par atempodiblog le 24 avril 2013

Beati i perseguitati. Il racconto di un moderno martire
Quindici anni nelle prigioni della Romania, tra sofferenze disumane. La testimonianza del vescovo Ioan Ploscaru, per la prima volta resa nota al grande pubblico
di Sandro Magister – chiesa.espressonline.it

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ROMA, 23 aprile 2013 – Almeno cinque volte nelle ultime due settimane papa Francesco ha richiamato l’attenzione sui “tanti nostri fratelli e sorelle che danno testimonianza del nome di Gesù anche fino al martirio”.

Negli stessi giorni di questi appelli del papa, il vescovo romeno Alexandru Mesian è passato di città in città, in Italia, per presentare al pubblico la testimonianza di uno di questi martiri del nostro tempo, suo predecessore nella guida della diocesi greco-cattolica di Lugoj.

Il suo nome è Ioan Ploscaru. È morto nel 1998 a 87 anni, di cui quindici trascorsi in prigione in condizioni disumane. Per una sola colpa: quella di restare fedele alla Chiesa di Roma e quindi di rifiutare di passare alla Chiesa ortodossa, come ordinato dal governo comunista.

Era finita da poco la seconda guerra mondiale e, come in Ucraina, anche in Romania il regime voleva annientare la locale Chiesa greco-cattolica, con i suoi vescovi, i preti e i milioni di fedeli, mettendola furori legge e incorporandola a forza nella Chiesa ortodossa. Di fronte al loro rifiuto, nel 1948, tutti i vescovi furono arrestati. Moriranno in carcere. Altri vescovi, ordinati clandestinamente, presero il loro posto. Tra questi Ioan Ploscaru, cui impose le mani il nunzio vaticano a Bucarest, il 30 novembre 1948. Ma nelle catacombe resisterà solo pochi mesi. Nell’agosto del 1949 anche lui sarà arrestato.

E cominciò il suo calvario. Che egli poi raccontò in un libro di memorie. Il libro uscì in Romania nel 1993. Ma solo quest’anno ha varcato i confini del suo paese, in una edizione italiana molto ben curata, stampata dalle Edizioni Dehoniane di Bologna.

È un libro straordinario per molti motivi. Ricorda i “Racconti della Kolyma” di Salamov quando ritrae la ferocia degli aguzzini, spietata fino all’in­verosimile, tra umiliazioni che comprendevano “mangiare le proprie feci, vedersi u­rinare in bocca dai carcerieri, essere costretti a dichiarare di aver pratica­to atti sessuali aberranti con i propri genitori”. Ma ricorda anche la serenità descrittiva e l’ironia del Solzenicyn de “L’arcipelago Gulag”.

Soprattutto è il racconto di un’esperienza di fede. Che illumina anche le notti più buie. Che accende di stupore anche i più malvagi. Che arriva a provare misericordia anche per i più terribili persecutori.

Il regime comunista romeno crollò nel 1989. Nel 1990 Ioan Ploscaru poté riprendere possesso della sua cattedrale, che gli fu restituita dal metropolita ortodosso di Lugoj.

Qui di seguito c’è una piccola antologia del suo libro di memorie, con i titoli dei capitoli da cui sono ripresi i rispettivi brani.

divisore dans Medjugorje

CATENE E TERRORE
di Ioan Ploscaru

A tutti noi, sacerdoti e vescovi greco-cattolici, fu offerta la libertà in cambio del passaggio alla Chiesa ortodossa. A me personalmente proposero diverse volte questo scambio fin dal mio primo arresto. Ma non si può patteggiare con la propria coscienza. Se avessi ceduto, sarebbe stata una grande sciagura per la mia coscienza e una confusione per quelli fra cui vivevo.
Nelle memorie che ho scritto non troverete lamenti gravi e tanto meno stati d’animo disperati, perché, offrendo tutte queste sofferenze a Dio, esse diventano sopportabili. Ma non avrei potuto sopportarle da solo, se Gesù non fosse sempre stato accanto a me e a tutti noi.
Ho considerato i nostri aguzzini quali “strumenti” e a nessuno d loro muovo alcuna accusa: anzi, desidero per quegli inquisitori una vera conversione a Dio e un vero e chiaro pentimento per tutto ciò che hanno fatto.
Sono stato in prigione per 15 anni, 4 dei quali in isolamento. Liberato nel 1964, sono stato ancora sorvegliato, pedinato, perseguitato. Anche negli anni seguenti ho continuato, a volte, ad avere paura.
Per tutte le sofferenze che ho dovuto sopportare, sia lodato Dio nei secoli dei secoli.

ALLA “SECURITATE” DI TIMOSOARA
La mia cella si trovata nel seminterrato. Le finestre erano rotte e la cella era molto fredda. Rimasi lì per tutto il mese di dicembre fino al gennaio 1950. Il freddo mi straziava. Venivo spesso condotto di notte agli interrogatori. Mi rimandavano indietro e, dopo mezz’ora, ero svegliato nuovamente per un altro interrogatorio. Il freddo della cella ghiacciata mi consumava. Dormivo molto poco, sempre con il desiderio di risvegliarmi per potermi muovere. Dalla finestra rotta entrava il gelo, lasciando tracce di brina sulla barba e sui vestiti. In tre settimane dimagrii tantissimo. Pregavo e offrivo tutto il freddo e tutte le prove al Salvatore.

METODI DI COERCIZIONE
Gli interrogatori, come pure le bastonate, avevano luogo proprio sopra la nostra cella. Ci rendevamo conto di ciò che stava succedendo dai rumori, che ascoltavamo con terrore. Poi le urla di quelli che venivano picchiati. Bastonavano le piante dei piedi con una barra di ferro. La vittima era poi costretta a correre se non voleva che i piedi si gonfiassero. Il supplizio si ripeteva. A tanti si slogarono le ossa del metatarso.
Ma più pesante di una bastonata era l’isolamento. Ti chiudevano in una cella vuota e sul pavimento di cemento versavano l’acqua. Dopo un giorno o due i piedi si gonfiavano e il cuore non resisteva più. La vittima o cadeva nell’acqua o chiedeva di essere portata fuori per “confessare”.

JILAVA
Le perquisizioni erano un metodo di umiliazione. Ti controllavano nell’ano, agli organi genitali, in bocca, nelle orecchie. L’uomo nudo era per loro un oggetto di derisione. Simili perquisizioni si facevano più volte al mese, senza contare quelle fatte arbitrariamente dalle guardie.
Nella cella dove eravamo stati relegati il pavimento era di cemento ed era sempre umido, come umide erano le pareti, essendo la costruzione sotto il livello del suolo. Per dormire avevamo solo una striscia di 35 centimetri per persona. Nessuno poteva dormire supino, ma solo su un fianco. Quando qualcuno non poteva più sopportare la posizione ed era costretto a cambiarla, doveva svegliare tutti: si toccavano l’un l’altro sulla spalla e dovevano tutti voltarsi dall’altra parte.
La più pesante punizione che ci inflisse il comandante risale al mese di luglio 1950, quando fece inchiodare le finestre, facendoci rimanere per una settimana senz’aria e senza uscire. In piena estate, in una stanza di 18 metri quadrati, vivevano in un’aria soffocante 35 persone. Ad alcuni vennero eruzioni rosse sulla pelle, altri svenivano.

SIGHET, PRIGIONE DI STERMINIO
Il maggior supplizio del carcere di Sighet era la fame. La dieta alimentare in questa prigione era calcolata con grande cura perché il detenuto non morisse subito, ma deperisse gradualmente per la fame. Gli alimenti erano pochi e marci.

DI NUOVO ALLA “SECURITATE” DI TIMOSOARA
Le suore cattoliche erano costrette a stare d’inverno nell’acqua gelida a zappare, dapprima con il piccone e poi con le mani, a staccare pezzi di roccia, a metterli nel loro grembiule e a portarli sulla riva del fiume. Quasi tutte quelle suore, dopo la liberazione, in breve tempo morirono di tubercolosi o martoriate da reumatismi deformanti e acuti.

AL MINISTERO DEGLI INTERNI DI BUCAREST
Gli interrogatori eran molto pesanti. Ogni giorno venivo picchiato con schiaffi, con la sedia, con calci e facendomi sbattere la testa contro la parete. Come se ciò non bastasse, un giorno mi condussero nella camera di tortura. Avevano preparato due travicelli per legarmi ad essi e picchiarmi. Mentre quelli preparavano l’impalcatura io pregavo e offrivo a Dio le sofferenze e la vita.

LA PRIGIONE DI GHERLA
Arrivammo in un momento critico. I prigionieri avevano protestato contro l’oscuramento delle finestre con imposte di legno e la direzione aveva scatenato una violenta repressione. I poliziotti spararono dai tetti, usarono gli idranti, affamarono i prigionieri e alla fine li trascinarono fuori dalle celle e li bastonarono con spranghe di ferro. Nei corridoi il sangue era corso a fiumi. Si parlava di più di una trentina di morti. Anche il medico della prigione aveva impugnato una spranga e colpito a casaccio.
Con noi c’era un gruppo di contadini della Moldavia. Raccontavano le atrocità che erano state commesse in occasione della collettivizzazione. Alcuni avevano accettato, altri si erano opposti. Questi ultimi furono fatti entrare in una stanza del municipio dove li attendevano i cosiddetti “procuratori”, che erano operai delle fabbriche. Chi aveva rifiutato doveva passare tra di loro. I “procuratori” avevano cacciaviti e punteruoli di ferro che piantavano senza esitazione nel corpo dei “reazionari”. Quelli i cui organi vitali – fegato, reni, polmoni, vescica – erano stati lesionati, presto morirono. Gli altri sopravvissero con ferite gravi.
Nella cella eravamo ammucchiati quasi in 60. Erano contadini, legati con pesanti catene infisse con dei chiodi, cosicché non si potevano svestire né lavare. Dove stringeva la catena si era formata una crosta di sangue coagulato.

AL PENITENZIARIO DI PITESTI
A Pitesti, quelli che erano incatenati li lasciarono così da settembre fin quasi a Natale. Anzi, poiché si lamentavano di essere pieni di pidocchi, strinsero le loro catene. Quelli condannati a meno di 15 anni non vennero incatenati. Io avevo, appunto, 15 anni – la pena maggiore, a cui si sommavano le altre tre di 8 anni ciascuna – cosicché a volte mi mettevano le catene, altre mi lasciavano senza. Non mi rattristavo per le catene, anzi, le baciavo offrendole a Gesù: “Signore, se tu fossi adesso con noi, saresti sicuramente imprigionato e forse anche giustiziato!”. Baciavo il mio vestito grezzo e sporco, considerandolo come il più caro paramento liturgico e consideravo le sbarre quali sante testimonianze del martirio: le baciavo in segno di accettazione affettuosa e piena di riconoscenza. Questo accadeva ogni volta che entravo in una nuova cella.
La prigione di Pitesti era disastrosa. Il tetto di lamiera, in quell’inverno del 1960, fu divelto dal vento. Le celle erano molto insalubri. Il soffitto freddo condensava i vapori, cosicché gocciolava permanentemente sui nostri vestiti, tenendoci in uno stato continuo di umidità. Quasi tutti i letti erano disposti su tre livelli e su ognuno c’erano due detenuti. In celle come la mia si trovavano più di 70 persone.

DEJ, CARCERE DI STERMINIO
Il regolamento della prigione di Dej era più severo che in ogni altro penitenziario. Quest’asprezza inumana era la prova che non c’era soltanto l’intenzione di isolarci, ma di sterminarci fisicamente.
Di giorno era vietato sdraiarsi sui letti. Ci obbligavano a sedere su una panca senza spalliera; in tal modo la sera eravamo sfiniti. Si parlava sottovoce, ogni conversazione era vietata. Alla sera dovevamo piegare i vestiti e metterli sulla panca, perché non li usassimo per coprirci. Era severamente proibito l’uso di lenzuola.
D’inverno le finestre dovevano rimanere aperte: perché ci fosse “aria fresca”, dicevano i carcerieri. E d’estate venivano chiuse. Si puniva anche chi avesse osato fare esercizi di ginnastica.
Nonostante il divieto della direzione, non rinunziammo però alla preghiera, anzi pregavamo con maggior zelo, convinti che Dio fosse dalla nostra parte e noi dalla sua. Ogni giorno – dal momento della sveglia, che era alle 5 del mattino, fino alle 10 di sera – tutti mantenevamo il silenzio, recitando le nostre preghiere e meditando a lungo.

LA “NERA”
Nel febbraio del 1963, passai accanto a un maresciallo e non me ne accorsi. Per non averlo salutato fui punito con cinque giorni di isolamento, nelle celle chiamate le “nere”. Era un inverno rigido. Quando fui condotto là, gli altri si spaventarono. Spesso quelli che uscivano dalla cella d’isolamento venivano portati sulle barelle, irrigiditi dal freddo.
Rimasto solo nella cella, al buio e al freddo, come sempre baciai il chiavistello offrendo le sofferenze a Gesù. Era quaresima e pensai che potevo fare gli esercizi spirituali. Sarebbe stato un periodo di penitenza. Ogni giorno ricevevo 250 grammi di pane e una gavetta d’acqua: il pane del dolore e l’acqua della tribolazione, pensai. Il sonno sul duro non mi sembrava così difficile. Vi ero allenato. Più difficile era sopportare il freddo, perché non avevo nulla per coprirmi.
A prescindere da tutte le privazioni cui fui sottoposto nella “nera”, quei cinque giorni furono per la mia anima di grande consolazione. Rievocando la passione e la morte del nostro salvatore Gesù Cristo, le mie sofferenze erano infime. Rimasi sempre in meditazione e in preghiera. “Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?”, domandava il santo apostolo Paolo.
Alla fine di quei cinque giorni, provavo dispiacere a lasciare la “nera”, dove mi ero trovato da solo con Gesù. Quando il guardiano venne ad annunciarmi che potevo uscire, mi sembrò quasi che mi separasse da un luogo amato.

divisore dans Medjugorje

Il libro:

Ioan Ploscaru, “Catene e terrore. Un vescovo clandestino greco-cattolico nella persecuzione comunista in Romania”, Edizioni Dehoniane, Bologna, 2013, pp. 478, euro 30,00.

divisore dans Medjugorje

La testimonianza, ancor più impressionante, letta in Vaticano il 23 marzo 2004 da un altro esponente della Chiesa greco-cattolica di Romania, il sacerdote Tertulian Ioan Langa:

 iconarrowti7 Arcipelago Gulag in Romania: ciò che nessuno aveva mai raccontato

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Si può dare la comunione in mano ai fedeli? Si, a condizione che…

Posté par atempodiblog le 24 avril 2013

Si può dare la comunione in mano ai fedeli? Si, a condizione che... dans Fede, morale e teologia padreliviocatechesi

Non intendo fare alcuna “crociata” contro la pratica di dare la comunione in mano ai fedeli che la richiedano, perché quello che dice la Chiesa, nostra madre, vale. Però non bisogna dimenticare che la Chiesa dice che tu puoi prendere la comunione con la mano e poi devi metterla in bocca, subito lì, davanti al sacerdote. Quindi i sacerdoti devono essere molto vigilanti in questo senso, richiamando eventuali fedeli che non dovessero consumare immediatamente la particola. E’ questo il momento in cui ci deve essere l’osservazione: se si applica la norma liturgica correttamente, il pericolo che un’ostia sia trafugata si riduce sensibilmente, sconfessando con ciò la tesi per cui dare la comunione in mano favorirebbe di per sé i furti di ostie.

Tratto da: L’ora di Satana (L’attacco del Male al mondo contemporaneo) di Padre Livio Fanzaga con Diego Manetti, Ed. Piemme

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Il pericolo delle buone intenzioni

Posté par atempodiblog le 22 avril 2013

Il pericolo delle buone intenzioni dans Fede, morale e teologia vitaumana

La teoria dell’evoluzione fu esposta da Charles Darwin nel volume del 1859 On the Origin of Species through Natural Selection: essa ebbe un enorme impatto in tutti i campi delle scienze naturali, ma influenzò profondamente anche quelle filosofiche e sociali. Decennio dopo decennio, diventò la base di un nuovo senso comune, alla costruzione del quale contribuì anche una vasta opera di divulgazione condotta da scienziati, sociologi, filosofi “positivi” e giornalisti di varia cultura.

La sua diffusione determinò la «morte di Adamo» (l’espressione è dello storico americano John C. Greene): non solo la messa in discussione dell’approccio letterale al racconto biblico della creazione, ma la negazione dell’origine divina dell’uomo e la diffusa accettazione della sua sostanziale animalità. Veniva meno ogni differenza fra l’essere umano e il resto della natura, fra la vita umana e quella del mondo animale e vegetale e quindi fra le leggi che le regolano. E poiché l’uomo vive in società, ne derivò un approccio naturalistico anche alla vita sociale: nacque nei decenni successivi il “darwinismo sociale”, che conobbe un particolare successo nella Germania guglielmina, ma che produsse effetti di lunga durata un po’ dovunque.

Il progresso dell’uomo veniva identificato con quello biologico, non col progresso morale. Ma la «morte di Adamo» produsse anche un altro risultato, che viene ora illustrato da Lucetta Scaraffia in un libro recente (Per una storia dell’eugenetica. Il pericolo delle buone intenzioni, con un saggio di Oddone Camerana, Brescia, Morcelliana, 2012, pagine 310, euro 25): se l’essere umano ha una natura fondamentalmente animale, perché non applicare anche a lui quelle tecniche di miglioramento della specie che si praticano verso le specie animali? Tanto più che la sopravvivenza dei più adatti non era più garantita dalle epidemie o dalle guerre, come invece era accaduto per secoli.

Fu su questi fondamenti che nacque e si sviluppò l’eugenetica. Esso è legato innanzitutto al nuovo culto della Scienza (con la s maiuscola) che si sviluppa nell’età del positivismo e all’inedito prestigio sociale che da allora circonda biologi, medici, zoologi, antropologi: si tratta di una nuova élite di potere, che promette il miglioramento biologico dell’essere umano. Facendo balenare questa possibilità — nota Lucetta Scaraffia — l’eugenetica offriva agli scienziati l’occasione di uscire dai laboratori e dalle aule universitarie e di diventare celebri presso il grande pubblico: era una figura nuova, quella dello scienziato-filantropo, del “benefattore dell’umanità”, che si veniva affermando.

L’«uomo nuovo» a cui si tendeva avrebbe progressivamente assunto anche caratteristiche biologiche inedite: non era sufficiente lottare contro le disuguaglianze sociali, si doveva governare razionalmente anche l’elemento biologico per dirigerlo, per scoprire e superare le necessità originate da «eredità» e fatalità geografiche e «razziali». L’eugenetica è un capitolo chiuso per sempre, almeno come «eugenetica delle popolazioni», come programma di miglioramento del loro livello biologico attraverso una serie di interventi preventivi (sterilizzazione) e — in casi estremi — anche di eliminazione fisica dei disabili. Ma Scaraffia non avrebbe affrontato questo studio se non fosse convinta che nel senso comune diffuso nelle società occidentali sopravvivano non pochi degli stereotipi che gli instancabili divulgatori di quella pseudo-scienza hanno diffusi per decenni: il culto della Scienza, l’aura sacrale che sempre e comunque circonda gli scienziati, il ruolo della divulgazione scientifica, la fobia dell’anormalità. Ieri era il miglioramento della stirpe pianificato e imposto dallo Stato, oggi una scelta individuale fatta in nome del benessere e della salute dei genitori e della sostenibilità della vita da parte del nascituro: sta di fatto che ai giorni nostri la nascita (o meno) di un bambino dipende — quasi sempre — dal suo bagaglio genetico. La cosa non sarebbe dispiaciuta agli apostoli dell’eugenetica.

di Roberto Pertici – PROLIFE News

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Uso improprio della Divina Misericordia

Posté par atempodiblog le 18 avril 2013

Uso improprio della Divina Misericordia dans Fede, morale e teologia foglieseccheIn merito alle deformazioni della vera dottrina, mi ricordo un episodio di quando ero un giovane sacerdote, avevo appena ventisei anni, e prestavo servizio in parrocchia. Un giorno venne una signora da me e chiese un colloquio. Mi disse che si trovava in una situazione di adulterio. Io le dissi: “Guardi che è un peccato grave e, se lei non lascia questa situazione, rischia la perdizione eterna della sua anima!”. Quella stette un po’ a pensarci e poi replicò: “Ah, tanto poi, alla fine, c’è la Divina Misericordia…”. Ecco, questo è un esempio del gravissimo pericolo che si corre nel deformare la dottrina, usando la Divina Misericordia per restare nell’impenitenza e continuare a fare il male. D’altra parte, non si può usare la Divina Misericordia per dire che l’Inferno è vuoto; non è che esiste l’Inferno perché Dio non ha misericordia, esiste l’Inferno – lo abbiamo già ricordato – perché noi rifiutiamo la Divina Misericordia, non ci affidiamo a essa, non ci pentiamo davanti a Dio.

Tratto da: L’ora di Satana (L’attacco del Male al mondo contemporaneo) di Padre Livio Fanzaga con Diego Manetti, Ed. Piemme

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Inginocchiarsi è pregare

Posté par atempodiblog le 18 avril 2013

Inginocchiarsi è pregare dans Apparizioni mariane e santuari inginocchiarsi

Passano quattro sere da quando la Madonna fece visita a Mariette, la veggente usciva ogni sera in giardino a pregare, nell’attesa fiduciosa di rivedere la Bella Signora.
Finalmente la quinta sera, lunedì 20 febbraio, eccola puntuale all’appuntamento con la sua piccola veggente. I testimoni sono pochissimi, otto in tutto, e qualcuno non crede nemmeno nelle apparizioni, ma alla vista della preghiera di Mariette e da ciò che succede ci crederà. E c’è, poi, il fatto di sentirsi spinti a inginocchiarsi senza volerlo e senza neppure averlo pensato, senza accorgersene.
Notiamo che il gesto dell’inginocchiarsi è un motivo costante nello scenario delle apparizioni. La Madonna non lo dice espressamente, ma lo fa sentire nei veggenti e negli astanti. E’ il gesto dell’umiltà, dell’adorazione, è il primo gesto da compiere per cominciare a credere. Davanti a Dio e alla Vergine Santa prima ci si inginocchia e poi si può interrogare. Prima si manifesta a Dio la condizione della propria limitatezza e la condizione del proprio limite di creatura davanti al creatore. Poi si può discutere se sarà poi ancora il caso, prima si comincia ad accogliere l’amore di Dio e della nostra Madre Santissima e poi ci si può chiedere se ne varrà ancora la pena, se Dio esiste oppure no. Ma nella chiesa sta scomparendo sempre di più questo atteggiamento. Alcuni liturgisti dicono che il vero atteggiamento è lo stare in piedi perché è sconveniente che un figlio si inginocchi davanti a suo padre. Però questo Padre è anche Dio e la Madonna non lo ha mai dimenticato e ci insegna a inginocchiarci perché questo gesto è già di per sé una preghiera anche se non fosse seguito da parole.

Padre Angelo Maria Tentori – Sorriso tra gli abeti. La Vergine dei Poveri di Banneux

divisore dans Medjugorje

Inoltre iconarrowti7 Inginocchiarsi è ADORARE

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Le correnti dell’anti-evangelizzazione

Posté par atempodiblog le 17 avril 2013

Le correnti dell'anti-evangelizzazione dans Anticristo giovannipaoloii

Non si può ignorare l’insistente riemergere del rifiuto di Cristo. Ancora e sempre si manifestano i segni di una civiltà diversa da quella la cui «pietra angolare» è Cristo – una civiltà che, se non è atea in modo programmatico, è certamente positivistica e agnostica, giacché il principio a cui si ispira è di pensare e di agire come se Dio non esistesse. Tale impostazione si rileva facilmente nella cosiddetta mentalità scientifica, o piuttosto scientista, contemporanea, così come nella letteratura, e specialmente nei mass-media. Vivere come se Dio non esistesse vuol dire vivere fuori delle coordinate del bene e del male, fuori cioè da quel contesto di valori di cui è Lui stesso la fonte. La pretesa è che sia invece l’uomo a decidere ciò che è buono o cattivo. E questo programma viene suggerito e propagandato in vari modi e da varie parti.

Se da un lato l’Occidente continua a dare testimonianza dell’azione del fermento evangelico, dall’altro non meno forti sono le correnti dell’anti-evangelizzazione. Essa colpisce le basi stesse della morale umana, coinvolgendo la famiglia e propagandando il permissivismo morale: divorzi, l’amore libero, l’aborto, l’anticoncezione, la lotta contro la vita nella fase iniziale come in quella del tramonto, la sua manipolazione. Questo programma opera con enormi mezzi finanziari, non soltanto nelle singole nazioni, ma anche su scala mondiale. Può infatti disporre di grandi centri di potere economico, mediante i quali tenta di imporre le proprie condizioni ai Paesi in via di sviluppo. Dinanzi a tutto ciò, si può legittimamente domandare se non sia questa un’altra forma di totalitarismo subdolamente celato sotto le apparenze della democrazia.

Giovanni Paolo II – Memoria e idendità, Ed. Rizzoli

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La Vergine ci invita a tornare a Dio senza paura

Posté par atempodiblog le 11 avril 2013

La Vergine ci invita a tornare a Dio senza paura dans Libri verginerivelazionetrefo
12 aprile, Vergine della Rivelazione

Noi ci siamo erroneamente abituati a ritenere che la Madonna appaia soltanto a bambini e a persone buone. Alle Tre Fontane Lei appare a un adulto, a un adulto “non buono”.

Quando un Vescovo domandò al veggente: “perché la Vergine è apparsa proprio a te?”, la risposta fu: “Beh, non so”. “Domandaglielo! Per ubbidienza, se dovesse apparire di nuovo, domandaglielo!”. E così il veggente domandò: “Vergine cara, ma perché proprio a me?”. “Rispondi al mio figlio Pastore che non ho trovato uno più peccatore di te!”.

Allora significa che la Vergine non si schifa di noi, suoi figli, anche se peccatori. Ma viene a trovarci per dirci di convertirci e di ritornare a Dio e di non avere paura, perché lei ci accompagna.

Tratto da: La Bella Signora delle Tre Fontane. Storia della Vergine della Rivelazione – Padre Angelo Maria Tentori, Ed. Paoline

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Per approfondire iconarrowti7 La Bella Signora delle Tre Fontane

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Novena a Santa Bernadette

Posté par atempodiblog le 7 avril 2013

Novena a Santa Bernadette dans Libri bernadettesoubirous

Da tutti i santi, anche da Bernadette, ci viene un messaggio di alta e pacificante sapienza: nella sovrana libertà del suo Spirito creatore, Dio concede a ciascuno di noi quei doni che Lui sa appropriati e commisurati al nostro essere. Siamo tutti variamente privilegiati dal suo amore. Dentro un chiostro o sulle strade del mondo, è solo l’adesione totale a questo dono, solo la risposta d’amore a questo amore che ci viene incontro per primo ciò che dà senso alla nostra vita, ciò che sazia il nostro primario e inestinguibile bisogno di felicità.

Tratto da: Sui passi di Bernadette — Padre Livio Fanzaga

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La confessione. Dove il cuore trova pace

Posté par atempodiblog le 7 avril 2013

“La confessione. Dove il cuore trova la pace”
Recensione del libro di padre Livio Fanzaga

Roma, 26 Marzo 2013 (Zenit.org) Stefano Chiappalone

La confessione. Dove il cuore trova pace dans Libri confessionecuorepace

Tra le tante crisi di cui soffre il nostro mondo, un posto di rilievo spetta alla crisi della confessione, strettamente connessa a quella perdita del senso del peccato di cui già parlava il venerabile papa Giovanni Paolo II, individuando tra le cause principali di questa epocale «eclissi della coscienza», il secolarismo e il relativismo, nonché alcune tendenze ecclesiali che hanno generano una certa confusione nella predicazione, nella catechesi e nella direzione spirituale. In effetti, bisogna constatare che spesso i confessionali sono vuoti da entrambe le parti: sia quella del penitente sia quella del confessore.

La gente si confessa sempre più di rado, ma è anche vero che chi vuole confessarsi, raramente riesce a trovare in confessionale, o almeno in chiesa, un sacerdote disponibile – impegnato magari in attività che potrebbero benissimo svolgere i laici… L’esempio di sacerdoti santi, quali san Pio da Pietrelcina, san Leopoldo Mandic, o il santo Curato d’Ars – per non citare che i più noti – mostra però lo stretto legame tra l’aureola di cui ora godono in cielo, e le ore passate in confessionale quando erano ancora in questo mondo. Senza contare che un buon confessore, a sua volta è anche un assiduo penitente…

Questo libro di padre Livio Fanzaga, popolare direttore di Radio Maria, costituisce dunque una lettura utilissima per tutti – chierici e laici -, particolarmente in quest’ultimo scorcio dell’Anno Sacerdotale fortemente voluto da papa Benedetto XVI.

La situazione non è disperata, come dimostra la felice eccezione dei santuari,  i cui confessionali sembrano colmare il vuoto dell’ordinaria vita parrocchiale. E comunque, spiega padre Livio, la crisi c’è stata sin dall’inizio, quando Gesù fu accusato di bestemmia soltanto per aver dichiarato di avere il potere di rimettere i peccati (Marco 2,7). «Da allora le ondate minacciose del mysterium iniquitatis si sono abbattute innumerevoli volte. Basti ricordare la dolorosa deriva della riforma protestante che, con la motivazione che basta confessarsi a Dio, ha spazzato via i confessionali da una buona parte dell’Europa. Tuttavia la confessione è sempre risorta, dimostrando di essere un albero dalle radici inattaccabili» (pp. 10-11), poiché essa «trae la sua forza da Gesù Cristo stesso. Questa è la ragione della sua perenne giovinezza» (p. 11).

La confessione è un sacramento apparentemente semplice, eppure «prima che il penitente si accosti al confessionale per ricevere l’assoluzione, nel suo intimo è stata combattuta una battaglia. La luce  e le tenebre, il bene e il male, la disperazione e la speranza si sono contesi il dominio del cuore» (p. 14). Nel confessionale avviene un miracolo che non può verificarsi in nessun laboratorio: «oggi la scienza compie progressi, fino a qualche tempo fa inconcepibili, per quanto riguarda la salute psicofisica dell’uomo. Tuttavia non potrà mai trovare la medicina che trasformi un uomo cattivo in un uomo buono e che dia la pace e la gioia a chi è nel tormento e nella tristezza» (p. 17). Eppure non tutti sembrano voler ricorrere a questa medicina, poiché molti pensano di non essere malati: «ciò che mette in crisi il sacramento della confessione è il crescente offuscamento del senso del peccato. La maggior parte dei cristiani pensa di non avere dei peccati di cui accusarsi. Non c’è quindi da meravigliarsi se non solo si abbandona la pratica del sacramento, ma si finisce per non chiedere perdono a Dio neppure nelle proprie preghiere personali» (p. 19).

Sin dall’inizio il peccato inganna, manifestandosi sotto apparenza di bene. Nella sua falsa imitazione di Dio, «Satana punta a trasformare le sue prede a sua immagine e somiglianza» (p. 22). All’inizio presenta i suoi frutti come graditi agli occhi e desiderabili (cfr. Genesi 3,6), altrimenti chiunque li rifiuterebbe. In realtà però, appena mangiato il frutto, questo si rivela incapace di saziare, generando arsura mai placata e sete mai soddisfatta: «l’incanto si rompe e quella che era un’illusione di felicità si trasforma in delusione» (p. 25) e schiavitù, poiché essendo incapace di appagare, ogni peccato conduce alla vana e interminabile ricerca di sempre nuovi piaceri e, di conseguenza, alla continua necessità di reprimere la voce della coscienza.

Illudendosi di diventare «come Dio» (Genesi 3,5) l’uomo in realtà si riduce spiritualmente ad una larva; la malattia e la rovina sono temporali, prima ancora che eterne, e il degrado verso l’animalità è visibile già su questa terra. «Allora l’uomo, creato per essere abitato da Dio, diviene l’oscura dimora del serpente infernale» (p. 33). Questa malattia, prima o poi conduce inesorabilmente alla morte. L’unico modo per guarirla e spezzare la catena è mettersi in ginocchio davanti alla croce.

«Non ti sei mai chiesto per quale motivo, quando ti confessi, vieni assolto da ogni peccato di cui ti sei pentito? Anche se avessi compiuto i delitti più abominevoli, se ti presenti con un cuore contrito, ricevi un’assoluzione completa. [...] La ragione per cui il sacerdote assolve sempre chi si pente dei suoi peccati è da ricercare nel sacrificio della croce, dove Gesù ha già espiato al nostro posto e a nostro favore. Per essere liberati dal male spirituale che ci affligge, basta accogliere il perdono che il Crocifisso ci offre attraverso la persona del sacerdote»(p. 53). La confessione dunque opera una vera e propria risurrezione dell’anima morta, che passa dal tormento alla pace, prima con Dio, quindi con i fratelli. Alla paura subentra la fiducia.

Ovviamente un cadavere non è in grado di risollevarsi da sé: è Dio a compiere il primo passo verso la confessione, andando in cerca della pecorella smarrita (cfr. Luca 15,4). È una grazia che «sgorga dal Cuore trafitto di Gesù e dal suo amore per ogni anima, ma anche per i meriti di tante anime che pregano e si sacrificano per i peccatori. [...] Questo significa che molte grazie di conversione hanno degli anonimi benefattori i quali hanno interceduto a nostro favore e senza che noi lo sapessimo. La grazia della conversione è un grande mistero di amore e ognuno di noi un giorno saprà chi ha pregato per lui, ottenendogli l’intervento dell’Amore misericordioso» (p. 69).

Dio si fa sentire inizialmente con il rimorso della coscienza: buon segno, poiché significa che qualcosa sta riprendendo vita. Tuttavia non è un rimorso che conduce allo scoraggiamento, in quanto Gesù oltre alla diagnosi ci annuncia anche la guarigione. Non resta che lasciarsi curare, a patto però di affidarsi umilmente al medico: «Pensi che le cose sarebbero più semplici se potessimo confessarci da soli, mettendoci direttamente in contatto con Dio? [...] Ma è quando ti metti in ginocchio davanti al sacerdote che la tua umiltà viene provata  e trovata autentica. Gesù, nella sua divina pedagogia, ha trovato un modo molto semplice per spezzare alla radice il nostro orgoglio, che è la causa della perdizione di molte anime» (p. 78).

La scuola più efficace per imparare a confessarsi è il Crocifisso, un libro vivo dove si apprendono tanto la malizia del peccato, quanto la grandezza della misericordia divina. Non a caso la prima confessione, quella del buon ladrone, avvenne proprio sul Calvario. La croce rivela l’iniquità del mondo e la nostra personale iniquità: «guardando alla croce, ognuno deve imparare a vedere gli effetti del proprio peccato. Soprattutto deve considerare che le sofferenze fisiche del Crocifisso sono poca cosa se paragonate alle trafitture del suo Cuore divino, provocate dall’ingratitudine, dall’indifferenza, dal disamore e dal disprezzo nei confronti della sua sconfinata carità» (pp. 81-82). La croce è un invito a contraccambiare quell’amore: «S. Caterina da Siena lo afferma con parole di fuoco: “Chi è quello stolto bestiale che vedendosi così amato non ami?”» (p. 83).

Dopo aver parlato della bruttezza del peccato e della bellezza del perdono, padre Livio dedica gli ultimi capitoli ai «sette passi» di questo cammino. Innanzitutto la preghiera e l’esame di coscienza, proseguendo fin dentro il cuore del sacramento, con il dolore di aver offeso Dio, il proponimento di non offenderLo più, l’accusa dei peccati, l’assoluzione e infine la penitenza. Il primo passo, la preghiera, è in realtà l’inizio e la fine del perdono – “la fonte e il culmine” potremmo dire, parafrasando quanto afferma il Concilio a proposito della liturgia: «Prima di incominciare il tuo esame di coscienza, raccogliti in preghiera e chiedi a Dio la luce necessaria. Infatti è la grazia che ci aiuta a vedere i peccati, anche i più riposti, e a evitare le forme di autoinganno e di auto giustificazione» (p. 84).

«La preghiera non solo apre il cammino della confessione, ma ne è la logica conclusione. All’inizio è una preghiera di invocazione, alla fine di ringraziamento» (p. 85). Attingendo al Catechismo e al magistero dei Pontefici, oltre che alla propria esperienza, padre Livio ci guida concretamente nei vari passaggi di questo percorso, alla fine del quale «ci viene restituita la grazia santificante e la comunione con Dio. Tuttavia rimangono le pene temporali del peccato, che si devono scontare in questa vita o in purgatorio» (p. 135).

Ancora una volta il penitente non è solo, poiché può beneficiare dell’aiuto e dei meriti dei santi, mediante il grande – quanto dimenticato – tesoro delle indulgenze. «In questo ammirabile scambio, la santità dell’uno giova agli altri, ben al di là del danno che il peccato dell’uno ha potuto causare agli altri. In tal modo, il ricorso alla comunione dei santi permette al peccatore contrito di essere in più breve tempo e più efficacemente purificato dalle pene del peccato…» (p. 137).

Prima di lasciarci, padre Livio ci fornisce qualche ulteriore consiglio per la battaglia spirituale: l’avversario, infatti, non si arrende e tornerà a bussare alla nostra porta. Dopo il miracolo della conversione e della confessione, il passo successivo è quello della perseveranza. La battaglia durerà per tutta la vita.

Padre Livio Fanzaga, La confessione. Dove il cuore trova la pace, Sugarco Edizioni, Milano 2008, € 15,50

(Recensione pubblicata a maggio 2010 in: Totus tuus Network)

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Inoltre iconarrowti7 La contrizione quotidiana

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Francesco a testa in giù

Posté par atempodiblog le 28 mars 2013

Francesco a testa in giù
Passi per il Giullare di Dio, ma non era un tenero dispensatore di buoni sentimenti
Tratto da:
IL FOGLIO.it

Francesco a testa in giù dans Gilbert Keith Chesterton papafrancescoi

Pubblichiamo uno brano dal libro di Gilbert K. Chesterton, “San Francesco d’Assisi”, edito in Italia da Lindau

Se c’è un posto in cui si può trovare il vero spirito francescano al di fuori della storia francescana vera e propria, è il racconto dell’acrobata di Nostra Signora [leggenda medievale su un acrobata che, fattosi monaco, si rese conto di non saper offrire alla Madonna altro che i suoi salti e le sue capriole, ndr]. E quando san Francesco chiamò i suoi seguaci Giullari di Dio, voleva dire qualcosa come Acrobati di Nostro Signore. Da qualche parte in quel passaggio dall’ambizione del trovatore alle buffonate dell’acrobata si nasconde, come sotto una parabola, la verità su san Francesco. Dei due menestrelli o suonatori ambulanti, il giullare era probabilmente il servitore, o quantomeno la figura secondaria. San Francesco dev’essere proprio preso alla lettera quando dice di aver scoperto che il segreto dell’esistenza consiste nell’essere il servitore e la figura secondaria. Alla fin fine, quella condizione di servitù doveva quasi rasentare la spensieratezza. Era paragonabile alla condizione di giocoliere proprio in quanto rasentava la spensieratezza. Il giullare poteva essere libero, mentre il cavaliere era rigoroso; in condizione di servitù si può essere burloni, il che rappresenta la totale libertà. Questo paragone dei due poeti o menestrelli è forse il migliore preambolo alla trasformazione di Francesco, espresso attraverso un’immagine che può essere apprezzata dal mondo moderno. Naturalmente la questione era molto più complessa, e noi dobbiamo sforzarci, per quanto non sarà mai abbastanza, di arrivare al concetto andando al di là dell’immagine. E’ l’approccio dell’acrobata che, per molti, è veramente un concetto a gambe all’aria.

Nel periodo in cui era rimasto rinchiuso in prigione o nella caverna buia – o all’incirca in quel periodo – Francesco aveva subito un’inversione di natura psicologica, che era stata in realtà come il contrario di un salto mortale in quanto, avendo fatto un giro completo, era tornato, o quanto meno pareva essere tornato, alla sua posizione originale. E’ necessario ricorrere alla grottesca similitudine dell’acrobata, perché nessun’altra immagine può essere altrettanto chiarificatrice. Tuttavia, introspettivamente, si trattò di una profonda rivoluzione spirituale. L’uomo uscito dalla caverna non era più quello che vi era entrato, nel senso che era diverso quasi come se fosse morto diventando uno spettro o uno spirito beato. E i risultati che questo ebbe sul suo atteggiamento verso il mondo sono effettivamente tanto straordinari quanto possono apparire da qualsiasi confronto. Guardava al mondo in modo totalmente diverso dagli altri uomini, come se fosse uscito da quella buia caverna cammi- nando sulle mani.
Se applichiamo al caso la parabola dell’acrobata di Nostra Signora, ci avvicineremo molto a quello che era il suo scopo. Ebbene, è proprio vero che a volte una scena, come ad esempio un paesaggio, possa essere vista più chiaramente e con maggiore immediatezza se la si guarda a testa in giù. Ci sono stati dei paesaggisti che hanno adottato questa straordinaria e istrionica posizione per osservare un paesaggio a quel modo anche solo per un attimo. Cosicché, questa visione capovolta, tanto più vivida, strana e accattivante, ha una certa analogia con il mondo visto ogni giorno da un mistico come san Francesco. Ma proprio in questo sta la parte significativa della parabola. L’acrobata di Nostra Signora non stava ritto sulla testa allo scopo di avere una visuale più vivida o più singolare di fiori e piante. Non era questo che faceva, e non gli sarebbe mai venuto in mente di farlo. L’acrobata di Nostra Signora stava ritto sulla testa in omaggio a Nostra Signora. Se san Francesco avesse fatto la stessa cosa, che peraltro sarebbe stato capacissimo di fare, l’avrebbe fatta per lo stesso motivo, dettato da un pensiero soprannaturale. Soltanto dopo il suo entusiasmo si sarebbe esteso e avrebbe messo una specie di aureola a tutte le cose terrene. Ecco perché non è corretto rappresentare san Francesco solo come un romantico precursore del Rinascimento e del risveglio dei piaceri naturali per sé presi. Ci dimostra che il segreto per recuperare i piaceri naturali sta nel guardarli alla luce di un piacere soprannaturale. In altri termini, ha ripetuto su di sè quel processo storico descritto nel capitolo introduttivo: la veglia ascetica che finisce con la visione di un mondo naturale rinnovato. Ma nel suo caso personale c’era di più; c’erano gli elementi che rendono ancora più appropriato il confronto con il giullare o l’acrobata.

Si può immaginare che in quella cella o caverna buia Francesco abbia trascorso le ore più oscure della sua vita. Era per natura il genere di uomo che ha quella vanità che è il contrario dell’orgoglio, quella vanità che si avvicina molto all’umiltà. Non ha mai disprezzato i suoi simili e quindi non ha mai disprezzato l’opinione dei suoi simili, compresa l’ammirazione per i suoi simili. Quella parte della sua natura umana aveva subito i colpi più duri e più pesanti. Può darsi che dopo l’umiliante ritorno dalla sua campagna militare frustrata, sia stato tacciato di vigliaccheria. E’ certo che, dopo la sua disputa con il padre riguardo alle balle di stoffa, fosse stato accusato di furto. E persino quelli che più gli avevano mostrato comprensione, come il prete cui aveva restaurato la chiesa e il vescovo che gli aveva dato la sua benedizione, lo avevano trattato con una condiscendenza quasi sarcastica che aveva lasciato chiaramente intendere quale fosse la conclusione della vicenda. Si era messo in ridicolo. Chiunque sia stato giovane, abbia cavalcato e si sia sentito pronto alla battaglia, che abbia avuto l’ambizione di diventare un trovatore e abbia accettato le regole del cameratismo, si renderà conto del peso grave e schiacciante di quella semplice accusa. La conversione di san Francesco, come quella di san Paolo, era stata in qualche modo come essere disarcionato da un cavallo, ma per certi versi era stata una caduta ancora peggiore, perchè il cavallo era un cavallo da battaglia. A ogni modo non era rimasto nulla di lui che non fosse ridicolo. Tutti sapevano che, a dir poco, si era coperto di ridicolo. Il fatto di essersi reso ridicolo era oggettivo e reale come un paracarro. Si vedeva come una cosuccia piccola ma evidente, come una mosca che cammina sul vetro di una finestra; e quella cosuccia era ridicola. E mentre fissava la parola “ridicolo” scritta davanti a lui a caratteri luminosi, la parola stessa incominciò a risplendere e a cambiare.

Da bambini ci dicevano che se uno avesse scavato un buco attraverso il centro della terra e avesse continuato a scendere sempre più giù, arrivato al centro sarebbe venuto il momento in cui gli sarebbe parso di salire sempre più su. Non so se sia vero. La ragione per cui non so se sia vero è che non mi è mai capitato di scavare un buco attraverso il centro della terra e tanto meno di entrarci dentro. Se non so come ci si senta in questo capovolgimento, è perchè non mi è mai successo. E anche questa è un’allegoria. Non c’è dubbio che lo scrittore, e magari anche il lettore, sia una persona normale cui non è mai successa una cosa del genere. Non ci è dato di seguire san Francesco in quel conclusivo capovolgimento spirituale in cui un’umiliazione totale diventa totale beatitudine o felicità, perché a noi non è mai successo. Io stesso non pretendo di andar oltre quel primo crollo delle barricate romantiche che sono la vanità di un ragazzo, cui ho fatto cenno nell’ultimo paragrafo. E, naturalmente, anche quel paragrafo è pura congettura; una persona può supporre come si sarebbe sentita, ma può darsi che si sarebbe sentita in un modo completamente diverso. Ma per diverso che fosse, era pur sempre una sensazione analoga a quella che prova l’uomo che scava un tunnel attraverso la terra, cioè uno che va sempre più giù fino a un misterioso momento in cui comincia ad andare sempre più su. Non siamo mai andati tanto su perchè non siamo mai andati tanto giù; è ovvio che non siamo capaci di dire che non succede; e più andiamo avanti a leggere con calma e imparzialità la storia del genere umano, e in special modo la storia degli uomini più saggi, più arriviamo alla conclusione che in realtà accade. Non ho la pretesa di scrivere riguardo all’intima essenza di quest’esperienza. Ma ai fini di questa narrazione, si può descrivere il suo aspetto esteriore dicendo che, quando Francesco venne fuori dalla sua spelonca di oscurantismo, portava la parola “ridicolo” come una piuma sul cappello, come un fregio araldico, o persino una corona. Avrebbe continuato a essere ridicolo; sa- rebbe diventato sempre più ridicolo, il buffone di corte del Signore del cielo. E’ uno stato che può essere rappresentato solo in modo simbolico, ma il simbolo del capovolgimento è reale. Se uno ha visto il mondo capovolto, con tutti gli alberi e le torri appesi all’in giù come quando si specchiano in uno stagno, un possibile risultato sarebbe di mettere l’accento sul concetto di dipendenza. La correlazione è latina e letteraria; infatti il termine “dipendente” propriamente significa “appeso”. Darebbe vita al testo delle Scritture in cui si dice che Dio ha appeso il mondo sul nulla. Se in uno dei suoi strani sogni san Francesco avesse visto la città di Assisi capovolta, sarebbe stata perfettamente uguale a se stessa, tranne che per il fatto di essere capovolta. Ma il punto è questo: mentre a un occhio normale la possanza delle sue mura, le massicce fondamenta delle sue torri d’osservazione e la sua alta fortezza l’avrebbero fatta sembrare ancora più sicura e più stabile, nel momento in cui la si capovolge il suo peso stesso la farebbe sembrare più indifesa e più esposta al pericolo. Non è altro che un simbolo; ma si dà il caso che si adatti alla realtà psicologica. San Francesco avrebbe potuto amare la sua cittadina quanto l’amava prima, o forse anche di più; ma pur amandola di più, l’essenza del suo amore sarebbe stata diversa.

Avrebbe potuto vedere e amare ogni tegola dei tetti spioventi e ogni uccello posato sui bastioni, ma li avrebbe visti in una prospettiva nuova e soprannaturale di costante pericolo e dipendenza. Invece di essere semplicemente fiero della sua città perché forte e salda, avrebbe ringraziato Dio onnipotente perché non l’aveva lasciata cadere, avrebbe ringraziato Dio perché non lasciava cadere l’intero cosmo come un vaso di cristallo che si infrangesse in una miriade di stelle cadenti. Forse è così che san Pietro aveva visto il mondo quando fu crocifisso a testa in giù.

di Gilbert K. Chesterton

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Paolo VI, padre appassionato alla vita del suo popolo

Posté par atempodiblog le 24 mars 2013

Paolo VI, padre appassionato alla vita del suo popolo dans Anticristo giussanipaolovi

Le parole pronunciate il 23 luglio 1975 da Paolo VI sono per me come un vertice, una sintesi di tutta la sua preoccupazione di Papa per la vita reale della Chiesa, realtà umana e divina che cammina nella storia: «Dov’è il “Popolo di Dio”, del quale tanto si è parlato, e tuttora si parla, dov’è? Questa entità etnica sui generis… Come è scompaginato? Com’è caratterizzato? Com’è organizzato? Come esercita la sua missione ideale e tonificante nella società, nella quale è immerso? Bene sappiamo che il Popolo di Dio ha ora, storicamente, un nome a tutti più familiare: è la Chiesa».

Questo cuore di padre appassionato alla vita reale del suo popolo ci fece sentaire ancora più caro il papa dell’Ecclesiam Suam, egli che da arcivescovo aveva visto nascere e aveva accompagnato la prima insorgenza di Gioventù Studentesca nella Milano degli Anni’50, come tentativo di testimonianza della fede cattolica, stradda ragionevole per la salvezza, secondo le preoccupazioni dell’allora cardinale Montini, che con la grande Missione nelle diocesi di Milano suscitò in tanti giovani un interesse nuovo per la proposta crisitana.

Gli ultimi anni del pontificato di Paolo VI furono carichi di dolore per la Chiesa di Dio, provata da mille pericoli. Ricordo l’uscita dell’ Humanae Vitae e immagino il dolore che deve avere provato Paolo VI per l’imprevista onda di ostilità suscitata dalla sua enciclica. Quel fatto, mi pare, segna come un punto di svolta tra la prima e la seconda stagione del pontificato. Egli avvertiva la presenza operante del Maligno in lotta con la realtà storica della Chiesa, quasi schiacciandola in certi momenti o luoghi. Ma proprio questa percezione rinnovò in lui la certezza purissima della più forte azione del Signore operante in un “piccolo gregge” a Lui fedele: la comunità cristiana, nata per l’energia dello Spirito di Cristo risorto e unita intorno a Pietro e ai successori degli apostoli.
Ne parlò, quasi “confessandosi”, a Jean Guitton nel 1977:

«C’è un grande turbamento in questo momento nel mondo e nella Chiesa, e ciò che è in questione è la fede. [Capita che escano libri in cui la fede è in ritirata su punti importanti, che gli episcopati tacciano, che non si trovino strani questi libri. Questo, secondo me, è strano. Rileggo talvolta il Vangelo della fine dei tempi, e constato che emergono oggi alcuni segni di questa fine.] Ciò che mi colpisce, quando considero il mondo cattolico, è che all’interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non-cattolico, e può avvenire che questo pensiero non cattolico all’interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia» (J. Guitton, Paolo VI segreto).

Così un libro che ricorda Paolo VI è per fare memoria di una fede maturata nella sofferenza in una purità di abbandono alla volontà del Padre che è nei cieli, e germogliata come tenerezza di sguardo, come quando il Papa salutò i nostri studenti di Firenze, alla fine di dicembre del 1977: «Siate contenti, siate fedeli, siate forti e siate lieti di portare intorno a voi la testimonianza che la fede cristiana è forte, è lieta, è bella e capace di trasformare davvero nell’amore e con l’amore la società in cui essa si inserisce».

dalla Prefazione di Don Luigi Giussani al libro “Paolo VI. Il timoniere del Concilio” di Andrea Tornielli, Ed. PIEMME

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Il Cardinale Biffi presenta l’anticristo secondo il filosofo russo Solovev

Posté par atempodiblog le 20 mars 2013

Il Cardinale Biffi presenta l’anticristo secondo il filosofo russo Solovev
Le riflessioni quaresimali al Papa e alla Curia Romana
Tratto da: Storia Libera
Fonte: Zenit, il mondo visto da Roma – 28/02/2007

Il Cardinale Biffi presenta l’anticristo secondo il filosofo russo Solovev dans Anticristo giacomobiffi

Nel corso degli Esercizi spirituali al Pontefice e alla Curia Romana, martedì 27 febbraio [2007], il Cardinale Giacomo Biffi ha riflettuto su L’ammonimento profetico di Vladimir S. Solovev”.

Facendo riferimento in particolare all’opera del filosofo russo I tre dialoghi e il racconto dell’anticristo”, l’arcivescovo emerito di Bologna ha ricordato che l’anticristo si presenta come pacifista, ecologista ed ecumenista. Convocherà un Concilio ecumenico e cercherà il consenso di tutte le confessioni cristiane concedendo qualcosa ad ognuno. Le masse lo seguiranno, tranne dei piccoli gruppetti di cattolici, ortodossi e protestanti”.

Secondo la sintesi del discorso del porporato offerto dalla Radio Vaticana”, il cardinale Biffi avrebbe spiegato che l’insegnamento lasciatoci dal grande filosofo russo è che il Cristianesimo non può essere ridotto ad un insieme di valori. Al centro dell’essere cristiani c’è infatti l’incontro personale con Gesù Cristo”.

Verranno giorni in cui nella cristianità si tenterà di risolvere il fatto salvifico in una mera serie di valori”, ha scritto nella sua ultima opera nell’anno 1900 il filosofo russo Vladimir Solovev, che con grande acume aveva profetizzato le tragedie del XX secolo.

Nel racconto breve dell’Anticristo” Solovev scrive che Incalzati dall’anticristo, quel piccolo gruppetto di cattolici, ortodossi e protestanti risponderanno all’anticristo: Tu ci dai tutto, tranne ciò che ci interessa, Gesù Cristo”. Per il Cardinale Biffi questo racconto è un ammonimento. Oggi, infatti, corriamo il rischio di avere un Cristianesimo che mette tra parentesi Gesù con la sua Croce e Risurrezione”.

L’arcivescovo emerito di Bologna ha spiegato che se i cristiani si limitassero a parlare di valori condivisibili saremmo ben più accettabili nelle trasmissioni televisive come nei salotti. Ma così avremmo rinunciato a Gesù, alla realtà sconvolgente della Risurrezione”. Per il Cardinale Biffi è questo il pericolo che i cristiani corrono nei nostri tempi”, perché il Figlio di Dio, non è traducibile in una serie di buoni progetti omologabili con la mentalità mondana dominante”.

Tuttavia – ha precisato il porporato – tutto ciò non significa una condanna dei valori, che tuttavia vanno sottoposti ad un attento discernimento. Ci sono, infatti, valori assoluti come il bene, il vero, il bello. Chi li percepisce e li ama, ama anche Cristo, anche se non lo sa, perché Lui è la verità, la bellezza, la giustizia”.

Il Predicatore degli Esercizi spirituali per la Quaresima di quest’anno ha quindi precisato che ci sono valori relativi come la solidarietà, l’amore per la pace e il rispetto per la natura. Se questi si assolutizzano, sradicandosi o perfino contrapponendosi all’annuncio del fatto salvifico, allora questi valori diventano istigazioni all’idolatria e ostacoli sulla strada della Salvezza”.

In conclusione, il Cardinale Biffi ha affermato che se il cristiano per aprirsi al mondo e dialogare con tutti, stempera il fatto salvifico, preclude la sua connessione personale con Gesù e si ritrova dalla parte dell’anticristo”.

Sull’anticristo e sul romanzo di Solovev, il Cardinale Biffi aveva già svolto una dettagliata relazione il 4 marzo del 2000 in una conferenza organizzata dal centro Culturale E. Manfredini e dalla Fondazione Russia Cristiana. Il testo del suo intervento è stato poi riportato per intero nel libro Pinocchio, Peppone, l’Anticristo” (Cantagalli 2005).

In quell’intervento ricordando le parole profetiche del filosofo russo, il cardinale di Bologna aveva detto: Soprattutto è stupefacente la perspicacia con cui (Solovev) descrive la grande crisi che colpirà il cristianesimo negli ultimi decenni del Novecento, crisi che Soloviev vede come l’Anticristo che riesce a influenzare e a condizionare un pò tutti, quasi emblema, ipostatizzazione della religiosità confusa e ambigua di questi nostri anni”.

L’Anticristo – proseguiva – sarà «convinto spiritualista», un ammirevole filantropo, un pacifista impegnato e solerte, un vegetariano osservante, un animalista determinato e attivo”. E ancora, ironizzava il Cardinale Biffi, quell’Anticristo sarà anche un esperto esegeta: la sua cultura biblica gli propizierà addirittura una laurea honoris causa a Tubinga. Soprattutto, si dimostrerà un eccellente ecumenista, capace di dialogare con parole piene di dolcezza, saggezza ed eloquenza”.

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Il passo del libro “Misericordia” del card. Kasper piaciuto al Papa

Posté par atempodiblog le 18 mars 2013

In questi giorni, ho potuto leggere un libro di un Cardinale – il Cardinale Kasper, un teologo in gamba, un buon teologo – sulla misericordia. E mi ha fatto tanto bene, quel libro, ma non crediate che faccia pubblicità ai libri dei miei cardinali! Non è così! Ma mi ha fatto tanto bene, tanto bene … Il Cardinale Kasper diceva che sentire misericordia, questa parola cambia tutto. E’ il meglio che noi possiamo sentire: cambia il mondo. Un po’ di misericordia rende il mondo meno freddo e più giusto. Abbiamo bisogno di capire bene questa misericordia di Dio, questo Padre misericordioso che ha tanta pazienza.

Papa Francesco I

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Intervista al card. Kasper

Quale passo del libro, secondo lei, ha colpito particolarmente papa Francesco?
«Laddove scrivo: “Il messaggio della misericordia di Dio – tutt’altro che una teoria lontana dal mondo e dalla prassi – non si limita a evocare sentimenti di compassione. Comporta delle conseguenze per la vita di ogni cristiano, per la prassi pastorale della chiesa e per il contributo che i cristiani devono dare a una strutturazione umanamente degna, giusta e misericordiosa dell’ordine sociale”».

Tratto da: Il Mattino di Napoli

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