Iosep Av

Posté par atempodiblog le 19 mars 2017

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Dov’è lo sposo di Maria [nel Paradiso dantesco], essendo ella Vergine e Madre, ma anche sposa e consacrata? Di San Giuseppe si dice che sia l’uomo del silenzio, perché i Vangeli che parlano di lui (Matteo e Luca) non ne riportano espressioni verbali.

Iosep Av dans Fede, morale e teologia Iosep_Av

Dante conosce benissimo la meditazione su San Giuseppe, dunque con le iniziali dei versi successivi (19, 22, 25, 28, 31, 34, 37) formal’acrostico IOSEP AV, il saluto a Giuseppe come lo pronunciavano i medievali. È la presenza nascosta di Giuseppe accanto a Maria.

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“Il Crocifisso è vivo”: il card. Comastri parla del suo nuovo libro

Posté par atempodiblog le 27 février 2017

“Il Crocifisso è vivo”: il card. Comastri parla del suo nuovo libro
“Il Crocifisso è vivo”. E’ il titolo del nuovo libro del cardinale Angelo Comastri, pubblicato in questi giorni dalle Edizioni San Paolo. Il volume introduce i lettori alla “terapia della Misericordia”, raccontando storie di conversioni e trasformazioni di uomini raggiunti dalla forza della Croce. Un libro, dunque, particolarmente utile mentre ci avviciniamo al periodo quaresimale che ci condurrà alla Pasqua del Signore. Intervistato, per Radio Vaticana, da Alessandro Gisotti, il cardinale Angelo Comastri, vicario generale del Papa per la Città del Vaticano, muove la sua riflessione dall’affermazione dello storico russo Aleksandr Solženicyn: “Gli uomini hanno dimenticato Dio”:

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R. – Solženicyn ha raccontato che quando era ragazzo, quindi negli anni ’20, ’22, ricordava che nel suo villaggio discutevano: “Ma perché ci sono capitate queste disgrazie nella Russia?”. Erano gli anni in cui si stava imponendo la dittatura feroce di Stalin. E lui ricordava che gli anziani dicevano: “Abbiamo abbandonato Dio, il resto è conseguenza”. Questo vale anche oggi. Viviamo in una società in cui dominano due caratteristiche. Oggi c’è violenza e scontentezza. La violenza è un po’ dovunque. Così anche la scontentezza è un po’ dovunque. Perché questa inquietudine? Dio è la trave che sostiene il tetto del senso della vita: se Dio è entrato nella storia, la storia ha una salvezza, ha uno sbocco positivo. Noi siamo sicuri che lo sbocco finale sarà la vittoria dei buoni. Allora, sapendo che il Crocifisso è vivo, cioè che Gesù è dentro la storia, è dalla parte nostra, sapendo questo, noi dobbiamo avere una grande speranza, una grande fiducia: il mondo può cambiare, il mondo si può rinnovare e, non solo, la vittoria dei buoni è assicurata.

D. – La Quaresima è vicina. Questo libro parla di Risurrezione fin dal titolo. Come prepararsi a questo tempo forte dell’anno?
R. – Il mondo nel quale viviamo potrebbe farci paura. Ci sono tanti elementi che possono anche infondere scoraggiamento. Allora, mi vengono in mente le parole che spesso mi diceva Madre Teresa: “Non serve a niente gridare ‘E’ buio, è buio!’ ”. Finché gridiamo ‘E’ buio, è buio!’ non si accende la luce. E lei diceva: “Accendiamo la luce. Anzi, diventiamo luce noi”. Allora, all’inizio della Quaresima, io credo che tutti dobbiamo riconoscere che abbiamo dentro di noi qualche zona d’ombra, tutti abbiamo qualche spazio in cui si è accumulata polvere. Quanto è bello ripulire l’anima, renderla più splendente, mandare più luce: questa è la Quaresima, in modo che il giorno di Pasqua possa essere non solo il ricordo della Risurrezione di Gesù ma anche un momento in cui noi ci avviciniamo alla Risurrezione di Gesù. Perché questo è il senso della Quaresima: farci diventare figli risorti.

D. – Lei sottolinea che la terapia che oggi serve agli uomini del nostro tempo è la misericordia di Dio. Questo tema della misericordia è molto presente nei Papi dopo il Concilio, in particolare in Giovanni Paolo II e Francesco. Perché secondo lei?
R. – Credo che il tema della misericordia sia un po’ il cuore del Vangelo. Oggi lo stiamo sottolineando più che scoprendo perché è nel cuore del Vangelo. Prendiamo il capitolo 15 di San Luca. L’evangelista racconta che un giorno la gente mormorava contro Gesù perché lo trovava troppo buono, troppo accondiscendente verso i peccatori e Gesù risponde con tre parabole, con le quali vuol dire: “Voi non sapete chi è Dio. Dio non è come lo pensate voi. Dio è come un pastore che ha 100 pecore, ne perde una, potrebbe dire: ‘99 mi bastano’. E invece va a cercare la pecora smarrita. Questo è Dio”. E Gesù conclude: “Ebbene in cielo si fa festa per un solo – un solo! – peccatore che si converte”. Poi, Gesù continua: “Dio è come una donna che ha 10 monete e ne perde una. Ebbene chi sono queste monete preziose? E’ l’uomo, l’uomo peccatore. La moneta perduta è l’uomo peccatore. E dice Gesù: “La donna butta all’aria tutta la casa. Ed è un’immagine di Dio per dire: Dio fa di tutto per ritrovarci. Poi, la parabola del Figliol prodigo è meravigliosa: il figlio sbatte la porta, scappa di casa va a finire nel porcile, più umiliante di così non si può immaginare! Ebbene, io sono convinto che Gesù quando raccontava questa parabola a un certo punto si è fermato, nel momento in cui ha detto: “Ma il figlio si pentì e disse: ‘Tornerò da mio padre’”. Io ho sempre immaginato che Gesù si sia fermato in questo momento e abbia detto: “Immaginate l’incontro”. Forse qualcuno avrà detto: “Una bella bastonata gliel’avrà data!”. Gesù risponde: “No, così ragionato gli uomini non Dio”. Il Padre lo vide da lontano, cioè il padre lo stava aspettando. Ed è bello il movimento dei verbi: “Il padre gli corse incontro, gli cadde sul collo e lo abbracciò con l’amore di un padre”. Quindi noi possiamo perdere le caratteristiche di figli, Dio non perde mai le caratteristiche di padre.

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“Se solo i fedeli sapessero che padre Joël mi stupra costantemente”

Posté par atempodiblog le 15 février 2017

“Se solo i fedeli sapessero che padre Joël mi stupra costantemente”
Pubblicato in Francia un libro su una storia di pedofilia. Papa Francesco ne ha scritto la prefazione. Al fondo un’intervista del prete che si definisce “mostruoso stupratore”
di Leonardo Martinelli – La Stampa

“Se solo i fedeli sapessero che padre Joël mi stupra costantemente” dans Articoli di Giornali e News Daniel_Pittet

Era il 15 agosto 1971. Daniel Pittet se lo ricorda bene: aveva appena 12 anni. Era a Friburgo, la sua città natale, in Svizzera. Assisteva alla messa, come sempre. E all’omelia il sacerdote, padre Joël, stava parlando appassionatamente della Madonna. «Era così bello quello che diceva – ha raccontato Daniel al quotidiano francese «Le Parisien» – che tanti fedeli piangevano. Il divario era terribile. Mi sono detto: ma se solo tutti loro sapessero che padre Joël mi stupra costantemente». Perché erano già tre anni che quel prete, del vicino convento dei cappuccini, lo faceva. Ecco, in quel momento Daniel ha avuto un’illuminazione. Ha deciso di perdonare il suo torturatore. «Lui non ci può fare nulla – ha bisbigliato -: è solo una persona malata. È un poveraccio». Sì, è stata quella la prima volta che lo ha perdonato.

Daniel Pittet ha scritto un libro sulla sua triste storia. In Francia è pubblicato dalla casa editrice Philippe Rey: il titolo è «Mon père, je vous pardonne». «Padre mio, la perdono». Papa Francesco ha deciso di scriverne la prefazione. E alla fine del testo è stata inserita un’intervista a padre Joël, nella quale lui stesso, che oggi ha 76 anni, si definisce «un pedofilo mostruoso». Dopo quel giorno di ferragosto, così lontano, continuò a stuprare il piccolo Daniel, che era il figlio di un padre violento, finito in un ospedale psichiatrico, e di una madre depressiva. Ancora un anno di calvario, quattro in tutto. E più di 200 volte: Daniel, malgrado il perdono, si ricorda di tutto, perché «niente cancella le ferite, né le sofferenze inflitte». Non prova odio «perché non si odiano i malati e i poveri di spirito». E poi, «se si vuole vivere, bisogna perdonare. Altrimenti ci si suicida e basta».

Oggi Daniel è padre di sei figli e dice: «Prego ogni momento per colui che ha abusato di me». A differenza di tante persone, che hanno vissuto la sua stessa tragedia, non ha perso la fede cattolica. Anche se, alle spalle, ha diciotto anni di psicoanalisi. E conserva di quell’esperienza «una fragilità psichica ma anche fisica». «Nel momento in cui vivo una situazione troppo impegnativa dal punto di vista emotivo – ha raccontato a «Le Parisien» -, mi ammalo». Ha avuto già due attacchi di meningite molto forti, soffre regolarmente di polmoniti e di cervicale, prende medicinali per gestire le proprie angosce. A un certo momento è riuscito a denunciare quello che aveva subito da padre Joël alla gerarchia ecclesiastica e, nel 2003, la Chiesa e la congregazione alla quale il religioso appartiene l’hanno riconosciuto come vittima e l’hanno pure indennizzato. Ma padre Joël non è mai stato sottoposto a un procedimento giudiziario, perché il reato era ormai prescritto.

Lo scorso 12 novembre, 44 anni dopo le ultime sevizie (non si erano più visti), Daniel ha avuto il coraggio di affrontare padre Joël. Lui, a un certo momento, era stato spostato dai cappuccini in Francia, prima a Lione e poi a Grenoble, ma ora vive in un convento in Svizzera, vicino a San Gallo. «L’ho visto arrivare davanti a me con un deambulatore – ha raccontato Daniel –: era un vecchietto, tutto ricurvo, pronto a morire. Gli ho detto: ciao Joël. Gli ho anche offerto dei cioccolatini tipici di Friburgo. Ma lui all’inizio non mi ha riconosciuto. Oggi sono alto un metro e 94 e peso 120 chili. Alla fine, però, ha ammesso: finirò al’inferno. E io gli ho detto: se domandi perdono, andrai in paradiso come me».

Il primo incontro fra Daniel e il papa, invece, risale al 2014, nella residenza di Santa Marta a Roma. Daniel aveva scrito un libro sui religiosi e le religiose della Svizzera francofona (dal titolo «Amare è solo dare»). Chiedeva una prefazione al pontefice. «Mi ha messo la mano sulla spalla e mi ha chiesto chi fossi – ha raccontato Daniel -. Ho risposto : non sono niente, sono uno scemo qualsiasi. E lui, con il suo solito senso della battuta, ha detto : quello lo sapevamo già». Si sono rivisti per caso nel 2015 e Francesco gli ha chiesto a bruciapelo: «Ma tutta questa forza dove la trovi?». Daniel gli ha raccontato la verità, il suo segreto. «Il papa aveva capito che in fondo ero uno fragile. È rimasto senza parlare. Mi ha chiesto perdono. Ha detto che avrebbe pregato sempre per me». Qualche mese più tardi Daniel gli ha inviato il suo libro. Francesco glielo ha rimandato con la sua prefazione.

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Choc al Miur: la biblioteca dei ragazzi, dieci classi scelgono il ‘Mein Kampf’

Posté par atempodiblog le 10 décembre 2016

Choc al Miur
La biblioteca dei ragazzi, dieci classi scelgono il Mein Kampf
Il concorso lanciato al Salone di Torino dal ministero dell’Istruzione ha coinvolto tre milioni e mezzo di studenti. In otto città, però, alcuni studenti hanno scelto l’autobiografia di Hitler. Il Miur: “Hanno partecipato anche i docenti”

di Corrado Zunino – la Repubblica

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Ci sono dieci classi in Italia che, richieste di esprimere il loro libro preferito, hanno messo nella lista dei primi dieci “Mein Kampf”, l’opera scritta da Adolf Hitler in carcere, poi diventata la pietra angolare del nazismo tedesco. Alcune classi l’hanno indicata al primo posto.

Non è stata – per il concorso lanciato dal ministero dell’Istruzione al Salone di Torino lo scorso maggio – una pensata di dieci singoli studenti, ma di dieci gruppi di ragazzi delle scuole medie e superiori “dopo una discussione condivisa”, come recitava la richiesta del bando.

E le dieci classi (su 138mila che si sono espresse) sono in provincia di Palermo e Catanzaro, a Potenza, a Tivoli e Gaeta, due ancora a Piacenza e infine nelle province di Trieste e Udine. Il testo, “Mein Kampf”, non avrebbe potuto essere votato, poiché non italiano e pubblicato prima del Duemila (nel 1925, esattamente). Provocazione? Goliardia? Una sincera ammirazione per il testo? Il Miur ancora non lo sa.

Il capo di gabinetto Alessandro Fusacchia, denunciando il fatto, ha detto: “Stiamo facendo approfondimenti”. Ma al ministero sono convinti che il voto al libro di Hitler non sia una cattiva interpretazione della richiesta, piuttosto una libera scelta. Era un docente, comunque, a inserire i titoli ricevuti dagli studenti nel sistema informatico.

“Mein Kampf” a parte, il concorso è stato un successo. Alle votazioni, aperte l’1 giugno 2016 e chiuse lo scorso 1 dicembre, hanno partecipato 68.381 classi della primaria e 70.107 della secondaria, per tre milioni e mezzo di studenti. Ogni scuola adesso riceverà 150 euro per l’acquisto dei libri scelti, anche in formato digitale, lo stanziamento complessivo è stato di 1,3 milioni di euro. In Campania e Puglia ha partecipato quasi il 60 per cento delle classi, in Sardegna il 19,1 per cento.

Diecimila i titoli scelti e, alla fine, i più votati della scuola elementare sono stati “Il piccolo principe” di Antoine de Saint-Exupéry (che ha vinto in tutte le regioni eccetto il Molise e la Basilicata), “Le avventure di Pinocchio” di Carlo Collodi e “La fabbrica di cioccolato” di Roald Dhal. Per medie e superiori hanno vinto “Bianca come il latte, rossa come il sangue” di Alessandro D’Avenia, “Io non ho paura” di Niccolò Ammaniti e “Gomorra” di Roberto Saviano.

Fra i dieci libri che arriveranno nelle biblioteche delle scuole secondarie molti ragazzi hanno indicato – contrariamente alle dieci classi che hanno scelto il “Mein Kampf” – due opere di forte impatto sociale: “Nel mare ci sono i coccodrilli”, di Fabio Geda, storia di un ragazzino afghano arrivato in Grecia su un gommone, solo, quindi in Italia, a Torino, dove sarà adottato da un assistente sociale, e “Mio fratello insegue i dinosauri”, di Giacomo Mazzariol, un ragazzo di 19 anni che ha raccontato la sua quotidianità con il fratello Giovanni, affetto da sindrome di Down.

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Ruini: «L’aldilà c’è e io mi preparo». E sul ‘caso’ Welby, «Pregai tanto»

Posté par atempodiblog le 22 septembre 2016

Ruini: «L’aldilà c’è e io mi preparo». E sul ‘caso’ Welby, «Pregai tanto»
Il cardinale Ruini e quel che c’è dopo la morte: «Il cristianesimo parla della risurrezione. Solo nella risurrezione il soggetto umano trova il suo pieno compimento»
di Aldo Cazzullo – Corriere della Sera

Ruini: «L’aldilà c’è e io mi preparo». E sul ‘caso’ Welby, «Pregai tanto» dans Articoli di Giornali e News Cardinale_Ruini

Cardinale Ruini, il suo nuovo libro si intitola «C’è un dopo?», con il punto interrogativo. Questo significa che neppure lei è assolutamente certo che «un dopo» ci sia?
«Personalmente sono certo. Ma mi rendo conto che questa certezza è un dono di Dio, e che nel contesto culturale di oggi può essere difficile raggiungerla».

Lei cita gli studi di Moody e van Lommel sulle esperienze tra la vita e la morte. Le considera la conferma empirica che dopo c’è davvero qualcosa?
«Si tratta di esperienze ben documentate. Dimostrano che in qualche caso, molto raro, si può tornare in vita dopo la “morte clinica”, cioè dopo che, per pochi istanti, l’encefalogramma era diventato piatto. La morte è però un processo, che raggiunge il suo stadio definitivo solo quando il cervello ha perduto irrimediabilmente le proprie funzioni: a quel punto nessuno ritorna indietro. Non ci sono quindi conferme empiriche di un “dopo”. Quelle esperienze ci dicono comunque che è sbagliato ridurre l’autocoscienza ai neuroni e alla loro attività».

Poi il libro ricostruisce la discussione sull’anima, da Tommaso alle neuroscienze. È possibile secondo lei accertarne razionalmente l’immortalità?
«Non penso che sia possibile accertare con la sola ragione l’immortalità dell’anima. A mio parere si può accertare però che l’uomo ha un’anima non materiale: altrimenti non si spiegherebbero la nostra capacità di conoscere ciò che è universale e necessario, e la nostra libertà».

Il cristianesimo però parla non solo di immortalità dell’anima, ma di risurrezione della carne. Lei come la concepisce?
«Direi di più: il cristianesimo parla anzitutto della risurrezione. Solo nella risurrezione il soggetto umano trova il suo pieno compimento. L’immortalità dell’anima è però indispensabile perché la risurrezione abbia un senso: se qualcosa di me non rimanesse dopo la morte, la risurrezione sarebbe una nuova creazione, che non avrebbe con me alcun rapporto. Riguardo al modo di esistere dei risorti, possiamo dire due cose: la risurrezione è qualcosa di reale, non solo una nostra idea; ma non è qualcosa di fisico, non è un ritorno alla vita di questo mondo».

In attesa dell’ultimo giorno, dove andiamo? Lei evoca san Paolo, secondo cui saremo «con Cristo» subito dopo la morte. Ma come?
«Saremo con Cristo, e con Dio Padre, in quanto parteciperemo alla loro vita, saremo conosciuti e amati da loro e a nostra volta li conosceremo e ameremo: non come adesso nel chiaroscuro della fede, ma direttamente nella loro sublime realtà».

Che cosa sappiamo davvero dell’aldilà?
«Nella sostanza l’aldilà è Dio stesso: il mistero che ci supera infinitamente. Sarebbe una grossa ingenuità pretendere di poter fare una descrizione anticipata del futuro che ci attende, come se ne avessimo già avuto esperienza. Dell’aldilà possiamo parlare, in qualche modo, solo a partire dal presente, da ciò che portiamo dentro di noi e viviamo in questo mondo: soprattutto a partire da Gesù Cristo, vissuto, morto e risorto per noi. È lui la via di accesso al mistero di Dio e della nostra sorte eterna».

Lei ha assistito molte persone giunte al passo d’addio. Come si muore?
«Si muore in tanti modi, che dipendono da quello che siamo nel profondo e dal genere di persone che ci sono vicine; oltre che, naturalmente, dalla nostra maggiore o minore solidità psichica e dal tipo di infermità che ci conduce alla morte. Mescolata a tutti questi fattori gioca però un grande ruolo anche la fede in Dio e nella vita eterna. Rimane vera cioè la parola di san Paolo: i cristiani sono coloro che hanno speranza. L’ho verificato tante volte negli altri, e incomincio a verificarlo dentro di me».

Lei definisce l’inferno «una possibilità concreta e tragica». Non è vero quindi che l’inferno è vuoto, come si augurava von Balthasar?
«Von Balthasar se lo augurava, non pretendeva di saperlo. Che l’inferno sia una possibilità concreta ce lo ha detto anzitutto Gesù Cristo: non possiamo pensare che Gesù scherzasse quando ammoniva che la via verso la perdizione è spaziosa, mentre è angusta quella verso la vita. Non è detto però che degli esseri umani siano effettivamente dannati: possiamo e dobbiamo sperare di salvarci tutti; ma deve essere una speranza umile, che non presume di noi stessi e si affida alla misericordia di Dio».

Il paradiso lei come se lo immagina?
«In estrema sintesi, il paradiso è l’essere per sempre con Dio in Gesù Cristo, e secondariamente con i nostri fratelli in umanità».

L’inferno?
«L’inferno, al contrario, è solitudine assoluta, chiusura definitiva a Dio e al prossimo».

E il purgatorio?
«Il purgatorio è gioia grandissima di essere amati da Dio, e al tempo stesso è sofferenza che, nell’incontro con Cristo, ci purifica dalle nostre colpe».

Qual è la sorte dei bambini morti senza battesimo?
«La Sacra Scrittura non si pone questa domanda. Nel medioevo si affermò la dottrina del limbo, secondo la quale i bambini morti senza battesimo restano privi dell’unione immediata con Dio ma godono di quell’unione con lui che ci appartiene per natura. Oggi però, quando speriamo la piena salvezza anche per i peggiori peccatori, diventa insostenibile escluderne i bambini che sono morti senza colpe personali, non avendo ancora l’uso della ragione. Oggi è questo l’insegnamento della Chiesa».

Come si immagina, tra molto tempo s’intende, la sua vita dopo la morte?
«Alla morte e al dopo penso spesso, se non altro perché il mio declino fisico si incarica di ricordarmeli. Cerco di prepararmi pregando di più ed essendo un po’ più buono e più generoso. Soprattutto mi affido alla misericordia di Dio. Per il “dopo” spero di essere accolto nel mistero di amore di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo e di ritrovare tutte le persone che mi hanno amato in questo mondo — a cominciare dai miei genitori — ma anche tutti coloro che ho conosciuto, vivi per sempre nella grande famiglia di Dio. Dato che la curiosità intellettuale non mi ha ancora abbandonato, confido inoltre di scoprire in Dio il senso di tutta la realtà».

E come vorrebbe essere ricordato?
«Come una persona semplice, con un forte e forse eccessivo senso del dovere, che ha cercato di servire il Signore e che non ha odiato nessuno».

C’è qualche errore, almeno uno, che ritiene di aver commesso?
«Di errori ne ho fatti molti, a cominciare dai miei tanti peccati, e chiedo di cuore perdono a Dio e al mio prossimo. Nelle responsabilità che ho avuto un errore è stato il fidarmi troppo di me stesso».

Spesso le viene rimproverato il caso Welby, il rifiuto del funerale.
«Negare a Piergiorgio Welby il funerale religioso è stata una decisione sofferta, che ho preso perché ritenevo contraddittoria una scelta diversa. Su questo non ho cambiato parere. Ho comunque pregato parecchio perché il Signore lo accolga nella pienezza della vita».

Quale immagine porterà con sé dei Papi che ha conosciuto da vicino? Wojtyła, Ratzinger, Bergoglio?
«Karol Wojtyła è il grande santo che ha cambiato in profondità la mia vita: l’immagine che ne ho è quella di un’umanità straordinariamente cresciuta nella luce di Dio. Anche a Joseph Ratzinger devo tanto: vedo in lui un grande maestro, non solo del pensiero ma del rapporto con Dio, e una persona estremamente gentile che mi onora della sua amicizia. Con Jorge Mario Bergoglio ho, logicamente, un rapporto minore perché è diventato Papa quando ero già emerito: è un uomo di profonda fede, che spende tutto se stesso».

Ma questo Papa sta facendo il bene della Chiesa
«Il bene che fa alla Chiesa, e all’umanità, è sotto gli occhi di tutti: non vederlo significa essere prigionieri delle proprie idee e anche dei propri pregiudizi. Personalmente prego il Signore perché l’indispensabile ricerca delle pecore smarrite non metta in difficoltà le coscienze delle pecore fedeli».

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Don Barsotti: il «canto della tentazione» di un mistico

Posté par atempodiblog le 19 septembre 2016

Don Barsotti: il «canto della tentazione» di un mistico
(pubblicate in un solo volume tutte le liriche del sacerdore fiorentino fondatore della Comunità dei Figli di Dio)

di Vincenzo Arnone – Avvenire

Don Barsotti: il «canto della tentazione» di un mistico dans Articoli di Giornali e News Don_Divo_Barsotti_e_GP_II
Novità editoriale settembre 2016: Solo l’amore conosce, di don Divo Barsotti, Edizioni Nerbini

L’idea di pubblicare in un’unica raccolta le poesie di don Divo Barsotti (1914  2006) è quanto mai opportuna e lodevole per fare apprezzare ancora di più il valore di versi dalle svariate tematiche e per tenere viva la memoria spirituale e letteraria di uno dei mistici più significativi degli ultimi tempi. Va dato atto all’editore fiorentino Nerbini di questa coraggiosa e appassionata iniziativa; il titolo Solo l’amore conosce (pp. 144, euro 14) è preso da una delle poesie, datata gennaio 1979, che esprime in maniera accentuata la dimensione mistica di Barsotti. Viene riproposta anche l’Introduzione che il critico Geno Pampaloni ebbe a scrivere nel 1982 per la raccoltina Cor ad cor.

La «tentazione» della poesia ha accompagnato tutta la vita di Barsotti, da quando giovane seminarista era a San Miniato e poi quando, alla ricerca di un suo posto nella Chiesa, si trasferì a Firenze, passando per crisi interiori, ripensamenti, riflessioni e confronti con forti personalità cristiane del tempo. In tal senso la lunga poesia (quasi un poemetto, che chiude le pagine del volume) «Il canto della tentazione» del 1936 sembra stia alla base del suo cammino spirituale e poetico.

In quell’anno Barsotti – appena ventiduenne, ma già maturo nella personalità – pensava, progettava, sognava oltre le piccole strade di un piccolo borgo pisano. Andato a Napoli per consigliarsi con don Giustino Russolillo, di ritorno scrive i versi che gli saranno da guida per sempre. Da allora l’arte poetica non ha mai abbandonato i numerosi scritti di don Divo, in un connubio di mistica, poesia e teologia.

Ed è significativo che Solo l’amore conosce si apra con i versi di «Ars poetica»:

«È semplice, limpida, ingenua,/ ma è l’unica parola/ che dice. Anche se tu la disprezzi/ ti accompagna fedele ed è a servizio/ dell’uomo».

Un’arte poetica che non insegue l’idolatria della parola o il linguaggio magico, bensì il diretto contatto con la realtà o, per chi è credente, con il Mistero. È la testimonianza sintetica di quanto di più forte potrebbe affermare un mistico, ad un tempo calato in pieno nella sua storia.

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BENEDETTO XVI/ Senza un anticipo di simpatia il Mistero resta estraneo

Posté par atempodiblog le 13 septembre 2016

BENEDETTO XVI/ Senza un anticipo di simpatia il Mistero resta estraneo
di Marco Pozza – Il Sussidiario.net

BENEDETTO XVI/ Senza un anticipo di simpatia il Mistero resta estraneo dans Articoli di Giornali e News benedetto_xvi

La sua goffaggine di movimento, quand’era costretto a salire su un podio, lo faceva rassomigliare assai a Charlie Chaplin: era nato per fare tutt’altro nella vita Joseph Ratzinger. È risaputo, però, che le chiamate divine non prevedono addestramento, gettano allo sbaraglio. Salì, dunque, sul podio, ma piuttosto che ricercare i gesti ad effetto, scelse di rimanere fedele alla sua natura: nobile nella forma, timido nel sorriso. Onestissimo nell’analisi, era pur sempre il professor Ratzinger, una stella nel cielo della teologia: “Il vero problema in questo nostro momento della storia è che Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini”. Senza a né ba. Nato per essere più pittore che imbianchino, “la sua specialità era saper districare le cose complicate, vedere oltre la superficie” annota il giornalista Peter Seewald nel suo libro Ultime conversazioni, scritto con Benedetto XVI.

Ultime è un aggettivo-di-tempo: potrebbero non essercene più. Alla scuola di Ratzinger, però, nulla è mai così incolore come potrebbe apparire. Capita, allora, d’esser costretti a leggere ultime come aggettivo-di-profondità: le più alte, quelle profonde, le conversazioni più vere. Le realtà-ultime: il Paradiso, il Purgatorio, l’Inferno. Che partono sempre dalle profondità della propria biografia personale: “(La mia vocazione) è cresciuta quasi naturalmente insieme con me e senza grandi avvenimenti di conversione”.

La radice del genio teologico che conquisterà il pubblico con Introduzione al cristianesimo è già tutta lì, agli inizi: “Avevo le mie domande. Non mi accontentavo di un sistema predefinito, volevo capire da una nuova prospettiva”. Capire, avendo prima amato, quindi pregato. E’ nascosta qui la bellezza del suo costruire teologia, lo stare un passo dietro l’eccedenza del Maestro, quella ch’è sempre altrove: “La teologia — scrive in un suo saggio — è riflessione su ciò che Dio ha detto e pensato in precedenza per noi”. Sono stato pensato, dunque sono, esisto:“Ciascuno di noi è il frutto di un pensiero di Dio”. Con buona pace dell’evoluzionismo, della casualità.

Un passo dietro, per stare al passo di Dio e rendere ancora affascinante la Chiesa, senza la quale la teologia parla a nome proprio smarrendo il significato, la brillantezza, l’estetica. Sfumatura che il Concilio Vaticano II, dietro il cui sipario iniziava ad albeggiare il ratzinger-pensiero, porterà alla ribalta: “Non significava rompere con la fede, ma imparare a comprenderla meglio e viverla in modo più giusto, muovendo dalle origini”. Le origini, che per lui mantengono sempre la parola: quelle di “umile servitore nella vigna del Signore”. La storia di un servo.

Anche la storia del Papa di Gesù, pur diventata tale contro-voglia com’è di tutte le chiamate disposte da Dio: “La sensazione fu semplicemente quella, una ghigliottina” dice della sua elezione. Dopo un papa mistico e mariano come fu Giovanni Paolo II, l’avvento di un papa dotto e votato a Gesù. Che in materia di fede ha idee così limpide — perché germogliate in una divina inquietudo cordis — d’essere tacciato di fondamentalismo: che la Parola di Dio “continui a rimanere presente nella sua grandezza e a risuonare nella sua purezza di fronte a tutti i tentativi di adattamento, di annacquamento”.

Nessun vanto, dunque, a seguire il Cristo di Benedetto XVI: “L’importante è preservare la fede oggi. Io considero questo il nostro compito centrale”. Se noi non conosciamo più Gesù, dunque, è la fine della Chiesa. Parola dell’uomo che, sentendo l’obbligo di “dire qualcosa all’umanità”, ha partorito un’opera d’arte che affascina milioni di lettori, Gesù di Nazareth. Non un atto di magistero — a governare con la paura son capaci tutti, governare con la gioia fu l’umile tentativo che si giocò —, ma la personale ricerca del volto del Signore: “Ognuno è libero di contraddirmi” — scrive nella premessa al primo volume —. “Chiedo solo alle lettrici e ai lettori quell’anticipo di simpatia senza il quale non c’è nessuna comprensione”.

Un anticipo di simpatia pare la cifra stessa del suo pontificato, una sorta di giganteschi esercizi spirituali a favore dell’umanità: “Dare agli uomini il coraggio di credere”.

Per riuscire a restare un padre-fedele anche nel momento in cui parrebbe l’esatto opposto, che il padre fugga dalle sue responsabilità. L’11 febbraio 2013 — lunedì di carnevale, festa della Madonna di Lourdes — rimarrà il giorno che ha cambiato la fisionomia del papato: “Il mio momento era passato e avevo dato ciò che potevo dare (…) Anche un padre smette di fare il padre. Non cessa di esserlo, ma lascia le responsabilità concrete”.

Un gesto senza precedenti, il capitolo più denso del magistero-dei-gesti, la sconcertante notizia che “ogni inizio contiene una magia, costringe sempre a ricominciare daccapo”. Senza scendere dalla croce, abbandonandola: “Non si è trattato di una ritirata sotto la pressione degli eventi o di una fuga per l’incapacità di farvi fronte. Uno non può dimettersi quando le cose non sono a posto”. Questo è tutto Ratzinger: se non vi va bene, leggete dell’altro.

Nessuno obbliga a seguire il Cristo. Se lo fate, ricordate sempre d’esser stati voi a scegliere di seguirlo: “Lo pregherò di essere indulgente con la mia miseria”. E’ il pensiero ultimo, che forse è sempre stato il primo, dell’uomo che per più di tre decadi è rimasto a capo della più granitica istituzione mondiale. La più ambiziosa, forse anche la più paradossale.

Il New York Post, dopo il famoso discorso all’Onu dell’aprile 2008 di Benedetto XVI scrisse: “Chi non è toccato da queste parole vuol dire che non è vivo”. Eppure nella sua lapide chiede l’accortezza che ci sia “solo il nome”. Meglio se a matita, verrebbe voglia d’aggiungere dopo Ultime Conversazioni. Ch’è una sorta di resoconto biografico, non certamente il canto-del-cigno, più scampoli di magistero di un papa-mistico, silenzioso. Che scrive in piccolo e a matita, che chiede anticipi di simpatia, ch’è entrato nel chiasso della mondanità, affascinandola, con una cisterna di silenzio sotto-braccio: “Il mattino, durante la messa, io ho bisogno di silenzio, di raccoglimento”. Quasi un ultimo consiglio di stile: andare avanti, guardando indietro, dentro. Accecati dal Mistero ultimo. Ch’è l’esatto opposto del cristianesimo-del-gambero.

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768 abitanti e 15 librerie: esiste davvero e si trova in Bretagna

Posté par atempodiblog le 11 septembre 2016

768 abitanti e 15 librerie: esiste davvero e si trova in Bretagna
Fonte: Gli amanti dei Libri

768 abitanti e 15 librerie: esiste davvero e si trova in Bretagna dans Articoli di Giornali e News rue_de_becherel_cite_du_livre

Si chiama Becherèl ed è un paesino appartenente alla Ille-et-Vilaine, nella regione di Bretagna. È stato una fortezza militare che negli anni si è mantenuto in vita grazie al commercio di lino e canapa. Quando il settore tessile subì ondate di depressione, durante gli anni ’80, i piccoli librai del territorio cominciarono a vendere i loro volumi -usati e non, attraverso bancarelle in vari punti del paese.

Fu così che Becherèl divenne la Città del Libro per eccellenza in Francia, presentandosi con un totale di 768 abitanti, e 15 librerie: una ogni 44 cittadini. Il turismo è diventato per Becherèl fonte di guadagno quotidiano, soprattutto grazie agli eventi organizzati ad ogni ricorrenza e, in maniera fissa, il mercato del libro ogni prima domenica del mese.

Tra i più famosi quelli organizzati per la settimana di Pasqua, ed in particolare: La Festa del Libro a Pasqua, Notte del Libro, il secondo sabato del mese di agosto; Lire en Fête, in ottobre. Il piccolo paese risulta, inoltre, esteticamente molto bello perché caratterizzato da colori accesi che contrastano con le strutture di pietra: il paesaggio è suggestivo e la compagnia – di un bel libro- di sicuro non manca… A quando il primo week end libero per un viaggetto?

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Benedetto XVI: non mi sento un fallito

Posté par atempodiblog le 8 septembre 2016

Benedetto XVI: non mi sento un fallito
Ratzinger si racconta in un libro-intervista: felice di Bergoglio, lui sa rilanciare la Chiesa. Ognuno ha il proprio carisma. Francesco è l’uomo della riforma pratica. È stato a lungo arcivescovo, conosce il mestiere, è stato superiore dei gesuiti e ha anche l’animo per mettere mano ad azioni di carattere organizzativo. Io sapevo che questo non è il mio punto di forza.
Fonte: Corriere della Sera
Tratto da: Radio Maria

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Ho scritto io la rinuncia
Il testo della rinuncia l’ho scritto io. Non posso dire con precisione quando, ma al massimo due settimane prima. L’ho scritto in latino perché una cosa così importante si fa in latino. Inoltre il latino è una lingua che conosco così bene da poter scrivere in modo decoroso. Avrei potuto scriverlo anche in italiano, naturalmente, ma c’era il pericolo che facessi qualche errore.

Non ero ricattato
Non si è trattato di una ritirata sotto la pressione degli eventi o di una fuga per l’incapacità di farvi fronte. Nessuno ha cercato di ricattarmi. Non l’avrei nemmeno permesso. Se avessero provato a farlo non me ne sarei andato perché non bisogna lasciare quando si è sotto pressione. E non è nemmeno vero che ero deluso o cose simili. Anzi, grazie a Dio, ero nello stato d’animo pacifico di chi ha superato la difficoltà. Lo stato d’animo in cui si può passare tranquillamente il timone a chi viene dopo.

Felice del sucessore
Il mio successore non ha voluto la mozzetta rossa. La cosa non mi ha minimamente toccato. Quello che mi ha toccato, invece, è che già prima di uscire sulla loggia abbia voluto telefonarmi, ma non mi ha trovato perché eravamo appunto davanti al televisore. Il modo in cui ha pregato per me, il momento di raccoglimento, poi la cordialità con cui ha salutato le persone tanto che la scintilla è, per così dire, scoccata immediatamente. Nessuno si aspettava lui. Io lo conoscevo, naturalmente, ma non ho pensato a lui. In questo senso è stata una grossa sorpresa. Non ho pensato che fosse nel gruppo ristretto dei candidati. Quando ho sentito il nome, dapprima ero insicuro. Ma quando ho visto come parlava da una parte con Dio, dall’altra con gli uomini, sono stato davvero contento. E felice.

La Chiesa è viva
L’elezione di un cardinale latino-americano significa che la Chiesa è in movimento, è dinamica, aperta, con davanti a sé prospettive di nuovi sviluppi. Che non è congelata in schemi: accade sempre qualcosa di sorprendente, che possiede una dinamica intrinseca capace di rinnovarla costantemente. Ciò che è bello e incoraggiante è che proprio nella nostra epoca accadono cose che nessuno si aspettava e mostrano che la Chiesa è viva e trabocca di nuove possibilità.

Riforme: non sono forte
Ognuno ha il proprio carisma. Francesco è l’uomo della riforma pratica. È stato a lungo arcivescovo, conosce il mestiere, è stato superiore dei gesuiti e ha anche l’animo per mettere mano ad azioni di carattere organizzativo. Io sapevo che questo non è il mio punto di forza.

Sulla lobby gay vaticana
Effettivamente mi fu indicato un gruppo, che nel frattempo abbiamo sciolto. Era appunto segnalato nel rapporto della commissione di tre cardinali che si poteva individuare un piccolo gruppo di quattro, forse cinque persone. L’abbiamo sciolto. Se ne formeranno altri? Non lo so. Comunque il Vaticano non pullula certo di casi simili.

La Chiesa cambi
È evidente che la Chiesa sta abbandonando sempre più le vecchie strutture tradizionali della vita europea e quindi muta aspetto e in lei vivono nuove forme. È chiaro soprattutto che la scristianizzazione dell’Europa progredisce, che l’elemento cristiano scompare sempre più dal tessuto della società. Di conseguenza la Chiesa deve trovare una nuova forma di presenza, deve cambiare il suo modo di presentarsi. Sono in corso capovolgimenti epocali, ma non si sa ancora a che punto si potrà dire con esattezza che comincia uno oppure l’altro.

Non sono un fallito
Un mio punto debole è forse la poca risolutezza nel governare e prendere decisioni. Qui in realtà sono più professore, uno che riflette e medita sulle questioni spirituali. Il governo pratico non è il mio forte e questa è certo una debolezza. Ma non riesco a vedermi come un fallito. Per otto anni ho svolto il mio servizio. Ci sono stati momenti difficili, basti pensare, per esempio, allo scandalo della pedofilia e al caso Williamson o anche allo scandalo Vatileaks; ma in generale è stato anche un periodo in cui molte persone hanno trovato una nuova via alla fede e c’è stato anche un grande movimento positivo.

Mi preparo alla morte
Bisogna prepararsi alla morte. Non nel senso di compiere certi atti, ma di vivere preparandosi a superare l’ultimo esame di fronte a Dio. Ad abbandonare questo mondo e trovarsi davanti a Lui e ai santi, agli amici e ai nemici. A, diciamo, accettare la finitezza di questa vita e mettersi in cammino per giungere al cospetto di Dio. Cerco di farlo pensando sempre che la fine si avvicina. Cercando di prepararmi a quel momento e soprattutto tenendolo sempre presente. L’importante non è immaginarselo, ma vivere nella consapevolezza che tutta la vita tende a questo incontro.

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C.S. Lewis, un leone ci aiuta a tornare bambini

Posté par atempodiblog le 5 septembre 2016

C.S. Lewis, un leone ci aiuta a tornare bambini
di Paolo Gulisano – Il Sussidiario.net

C.S. Lewis, un leone ci aiuta a tornare bambini dans Articoli di Giornali e News Aslan_e_Lucy

Clive Staples Lewis, uno dei più singolari intellettuali dell’Inghilterra del suo tempo, uno dei più celebri convertiti del suo tempo: approdato al cristianesimo, dopo una lunga militanza atea e scientista, aveva scritto opere storiche e libri in difesa del cristianesimo in un mondo che vedeva scivolare inesorabilmente verso l’indifferentismo religioso. Ma l’autorevole professor Lewis — per gli amici Jack — era anche un sognatore, fin da quando era bambino in Irlanda, e i suoi sogni a volte erano strani, in particolare quando venivano a visitarlo dei leoni.

“Tutti i miei sette libri su Narnia e i tre di fantascienza — scrisse nel suo volume Altri mondi — sono cominciati vedendo delle scene nella mia testa. In principio non erano un racconto, ma solo dei quadri. Il Leone la strega e l’armadio ebbe inizio con la scena di un fauno che portava un ombrello e dei pacchetti in un bosco candido per la neve. Questa scena era stata nella mia mente da quando avevo circa 16 anni. Poi un giorno, vicino ai quaranta, mi dissi: ‘Cerchiamo di tirarne fuori un racconto’. All’inizio avevo una pallidissima idea di come sarebbe andata la storia. Poi improvvisamente vi saltò dentro Aslan. Penso di aver sognato in quel periodo una buona quantità di leoni. A prescindere da ciò, non so da dove venne il leone e perché venne. Ma una volta lì, trascinò tutto il racconto, e presto si tirò dietro gli altri sei della serie di racconti di Narnia”.

Così nacque Narnia, la terra che ha fatto sognare milioni di lettori, uno dei più affascinanti tra i mondi fantastici inventati dall’immaginazione degli scrittori. Il sogno di Jack si trasferì sulla carta, con tutti i ricordi dei suoi sogni di bambino, con gli animali parlanti, con i cavalieri, con le streghe, i nani, i fauni. E soprattutto con un leone, quel leone del sogno che prese il nome di Aslan, un incredibile personaggio che è il vero principale protagonista delle Cronache, il “filo rosso” che tiene insieme tutti gli episodi iniziati con Lucy che entra nell’armadio e incontra il fauno sotto la neve.

Così, nell’estate del 1948, il professor Jack Lewis cominciò a scrivere un racconto fantastico che intitolò Il leone, la strega e l’armadio
Quando il libro uscì, fu un successo incredibile, anche piuttosto inaspettato. Un libro che era uscito da un sogno, dai ricordi dell’infanzia e dal suo amore per la Bellezza e per la Verità, divenne l’inizio di un ciclo, che ebbe termine esattamente sessant’anni fa, il 4 settembre 1956, con la pubblicazione del settimo volume, L’Ultima Battaglia.

I lettori si trovarono di fronte non semplicemente all’episodio conclusivo della saga di Aslan e dei fratelli Pevensie, ma alla rappresentazione dello scontro finale che attende il mondo, una visione del l’Apocalisse dove Satana lancia la sua ultima sfida contro la visione cristiana del mondo, contro l’idea dell’uomo fatto ad immagine di Dio, e vuole affermare un potere che prevarica norme e leggi di natura per assecondare empi desideri e ambizioni.

Tutti i personaggi incontrati nei sei romanzi precedenti vengono alla ribalta: il Professor Kirk, Edmund, Peter, Lucy, gli gnomi, il topo Ricipì… Ma i veri eroi di questo atto finale sono Tirian, ultimo discendente dei re di Narnia, e i due bambini Eustachio Scrubb e Jill Pole, che devono smascherare un assurdo impostore. Si dà il caso, infatti, che lo scimmione Shift abbia travestito da leone l’asino Puzzle, cercando di farlo passare per il leggendario Aslan, e che qualcuno ci abbia creduto. E’ ancora una volta l’allegoria cristiana che traspare: la scimmia che vuole usurpare il posto di Aslan è l’Anti-Cristo, che la Scrittura definisce “la scimmia di Dio”, una tragica parodia. Contro le forze della magia il bene mette in campo la verità che smaschera la menzogna, la fedeltà che si oppone al tradimento, il valore che surclassa la viltà, il bene che sconfigge il potere malefico.

E alla fine tutto è compiuto, e Aslan può rivelare a ciascuno il proprio destino, invitando a non avere paura, e a tornare definitivamente nel nostro mondo, il Paese delle Ombre.

Concludendo la vicenda di Narnia, Lewis ci ricorda che l’uomo è fatto per la verità, che può raggiungerla. e tale ricerca non è vana. Basta tornare bambini, e “chiedere ancora”, cioè vivere con intensità la dimensione della domanda e del desiderio.

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La Madonna racconta la sua vita: Nata il 5 agosto

Posté par atempodiblog le 5 août 2016

La Madonna racconta la sua vita: Nata il 5 agosto
Tratto da: Medjugorje. Il cielo sulla terra— Padre Livio Fanzaga, ed. PIEMME

La Madonna racconta la sua vita: Nata il 5 agosto dans Apparizioni mariane e santuari Compleanno_Madonna
I libanesi festeggiano il compleanno della Gospa sul Podbrdo  di Laura M.

[...] Per quanto la Vergine abbia messo il sigillo della segretezza sulla sua vita, tuttavia qualcosa ha rivelato attraverso i messaggi. Si tratta di particolari tutt’altro che trascurabili. Quello più rilevante riguarda la questione se la Madonna sia morta prima di essere stata assunta in cielo. Al riguardo la Gospa è categorica. Proprio nel giorno dell’Assunta così risponde: «Mi chiedete della mia assunzione. Sappiate che io sono salita al cielo prima della morte» (15/08/1981). L’affermazione della Madonna si pone così nel solco della tradizione più antica che parla della «Dormizione» della Beata Vergine Maria, intesa come momento di grazia nel quale la Madre di Dio «è stata pienamente conformata al Figlio suo Risorto, il vincitore del peccato e della morte» (CCC, 966). «Nella tua maternità hai conservato la verginità, nella tua dormizione non hai abbandonato il mondo, o Madre di Dio; hai raggiunto la sorgente della Vita, tu che hai concepito il Dio vivente e che, con le tue preghiere, liberi le nostra anime dalla morte» (Liturgia bizantina).

L’altro particolare che la Regina della pace ha rivelato, chiedendo il coinvolgimento dei fedeli, riguarda il giorno della sua natività, la cui festa liturgica è celebrata dalla Chiesa l’8 Settembre. La Madonna ha voluto dare molta enfasi a questa rivelazione con un messaggio commuovente: «il 5 Agosto prossimo si celebri il secondo millennio della mia nascita. Per quel giorno Dio mi permette di donarvi grazie particolari e di dare al mondo una speciale benedizione. Vi chiedo di prepararvi intensamente con tre giorni da dedicare esclusivamente a me. In quei giorni non lavorate. Prendete la corona del rosario e pregate, digiunate a pane e acqua. Nel corso di tutti questi secoli mi sono dedicata completamente a voi: è troppo se adesso vi chiedo di dedicare tre giorni a me?» (01/08/1984). La precisazione della Madonna può essere un prezioso punto di riferimento per gli storici e gli esegeti, sempre che la vogliano accogliere. L’intenzione della Madre di Dio è però un’altra. Vuole che i suoi figli si rendano conto del suo amore inesauribile e universale, che abbraccia l’intero cammino dell’umanità e di ogni persona in particolare. Anche quello che ci chiede per festeggiare il suo compleanno è a nostro completo vantaggio. Quel giorno i veggenti e i giovani del villaggio hanno preparato per l’incontro con la Madonna una torta enorme con gli auguri di rito. Non era però possibile sistemarvi sopra tutte le candeline necessarie…

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Se è il tipo che mi pare sia, tenta il pacifismo…

Posté par atempodiblog le 5 août 2016

Se è il tipo che mi pare sia, tenta il pacifismo... dans Anticristo Berlicche

[...] se è il tipo che mi pare sia, tenta il pacifismo.

Qualunque strada egli prenda, il tuo compito principale sarà sempre lo stesso. Incomincia con il fargli trattare il patriottismo o il pacifismo come parte della sua religione. Poi, sotto l’influsso dello spirito di partigianeria, fa in modo che lo consideri come la parte principale. 

Poi, senza chiasso e per gradi, curalo in maniera da portarlo al livello nel quale la religione diviene soltanto una parte della “Causa”, nel quale il cristianesimo è valutato principalmente per gli argomenti eccellenti che può produrre in favore dello sforzo bellico britannico o del pacifismo.

L’atteggiamento dal quale è necessario che tu lo difenda è quello nel quale gli affari temporali vengono trattati soprattutto come materiale per l’obbedienza.

Una volta che sarai riuscito a fare del Mondo il fine e della fede un mezzo, avrai quasi guadagnato il tuo uomo, e poco importa il genere dello scopo mondano al quale tenderà.

Una volta che i comizi, gli opuscoli, le mosse politiche, i movimenti, le cause, e le crociate, saranno per lui più importanti delle preghiere e dei sacramenti e della carità, sarà tuo – e più sarà “religioso” (in quel senso) e più sicuramente sarà tuo.

Te ne potrei far vedere una gabbia abbastanza piena laggiù.

Tuo affezionatissimo zio,

Berlicche*

Tratto da: Le lettere di Berlicche di C. S. Lewis

E’ un funzionario di Satana di grande esperienza che istruisce un giovane diavolo apprendista, Malacoda, suo nipote, spiegandogli i mezzi e gli espedienti più idonei per conquistare (e per dannare) gli uomini.

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Oggi il beato Pier Giorgio Frassati concluse la sua scalata verso il Paradiso!

Posté par atempodiblog le 4 juillet 2016

Oggi il beato Pier Giorgio Frassati concluse la sua scalata verso il Paradiso!

Oggi il beato Pier Giorgio Frassati concluse la sua scalata verso il Paradiso! dans Beato Pier Giorgio Frassati Pier_Giorgio_Frassati

Alle sei del mattino scendemmo nella chiesa della Crocetta a pregare… Non vi fu tracollo improvviso, né chiara agonia in quelle ultime ore… Il babbo, in piedi nel solito angolo, il volto girato verso la parete, ascoltò piangendo come un fanciullo. In quella morte vedeva il crollo della sua vita, di una costruzione lenta e tenacissima…

Noi donne, con la disperazione dei vinti, rifiutavamo di rassegnarci, aggrappate alla speranza del siero che a Parigi il corrispondente della «Stampa» ricevette in dono dall’Istituto Pasteur… Così lentamente, tormentato dallo straziante salire del dolore, si avviava verso la liberazione finale…

Il volto sembrava ammonire sulla sua sorte; un volto affilato, disfatto, sul quale, unico segno di vita, scorrevano grandi e misteriose lacrime di chissà quale significato e poi ancora un ultimo incomprensibile cenno per indicare qualcosa di fronte a lui: forse il grande quadro della Madonna cui i suoi occhi erano costantemente rivolti, forse un’opera di carità incompiuta tra le sue carte…

Una vita durata appena ventiquattro anni, colma di opere altissime e segrete, riassunta nella silenziosa agonia di quei sei giorni, si chiudeva sotto i nostri occhi increduli, ma non ancora consapevoli. Avevamo ignorato quale fuoco agitasse quella stupenda personalità… Ignoravamo ancora, alla vigilia della sua morte, che aveva tardato alle ore dei pasti per aver ceduto i denari del tram ad un povero o la giacca ad un altro…

Suonavano le sette al grande orologio di casa quando, per il corridoio fuori della stanza, passò una ventata misteriosa… Io, in ginocchio accanto al letto con la sua mano ed il suo rosario tra le mie, avvertii un’ultima stretta, un ultimo saluto. Era morto ed Ester corse a scrivere: «Era santo e Dio l’ha voluto con sé»….

Dal libro “Una vita mai spenta” di Luciana Frassati
Tratto da: Pier Giorgio Frassati – Il blog della Compagnia dei Tipi Loschi

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Papa Francesco: Benedetto XVI, maestro della teologia in ginocchio

Posté par atempodiblog le 22 juin 2016

Papa: Benedetto XVI, maestro della teologia in ginocchio
Benedetto XVI, ovvero l’esempio più grande di cosa voglia dire fare “teologia in ginocchio”. Papa Francesco firma la prefazione di un libro del Pontefice emerito con una serie di considerazioni sulla testimonianza offerta da Papa Benedetto sul valore della preghiera, cuore di ogni vita sacerdotale. Il volume, edito da Cantagalli, si intitola “Insegnare e imparare l’amore di Dio” ed è il primo di una collana di testi di Benedetto XVI. Il testo della prefazione di Francesco è stato anticipato dl quotidiano La Repubblica.
Lo riassume Alessandro De Carolis per Radio Vaticana

Papa Francesco: Benedetto XVI, maestro della teologia in ginocchio dans Articoli di Giornali e News

È il “fattore decisivo” di un uomo che si consacra a Dio nel sacerdozio. Non il saper fare, anche senza risparmio di energie. Non la “gestione degli affari correnti”. Il fattore decisivo è lo stare “in ginocchio” a “pregare per gli altri, senza interruzione, anima e corpo”, costantemente immersi in Dio, “con il cuore sempre rivolto a Lui, come un amante che in ogni momento pensa all’amato, qualsiasi cosa faccia”. Perché un sacerdote ha la verità del suo ministero dell’“incarnare la presenza di Cristo” fra la gente, altrimenti “non è più vero niente, tutto diventa routine, i sacerdoti quasi stipendiati, i vescovi burocrati e la Chiesa non Chiesa di Cristo, ma un prodotto nostro, una ong in fondo inutile”.

Con la franchezza che gli è propria, Papa Francesco celebra di Benedetto XVI l’esemplarità del suo essere sacerdote – il 28 giugno saranno 65 anni – testimoniata in modo “luminoso” dal Papa emerito soprattutto negli ultimi tre anni, da quando egli stesso – spiegando le ragioni della rinuncia al ministero petrino – affermò di sentirsi chiamato “a salire sul monte” per dedicarsi alla preghiera e alla meditazione.

“Si vede che è un uomo che veramente crede, che veramente prega; si vede che è un uomo che impersona la santità, un uomo di pace, un uomo di Dio”, riconosce Francesco all’inizio della prefazione, ponendo in risalto come senza quel “profondo radicamento in Dio” sarebbero inutili “capacità organizzativa” e denaro, “presunta superiorità intellettuale” e potere. In Papa Benedetto, ripete Francesco, si coglie limpida “l’essenza dell’agire sacerdotale” e “forse è proprio vero – osserva – che egli ci impartisce nel modo più evidente una tra le sue più grandi lezioni di ‘teologia in ginocchio’”.

Il “vero pregare” che mostra Papa Benedetto con “la sua testimonianza”, prosegue ancora Francesco, non è né “l’occupazione di alcune persone ritenute particolarmente devote e magari considerate poco adatte a risolvere problemi paratici” né, all’opposto, “quel ‘fare’ che invece i più ‘attivi’ credono sia l’elemento decisivo del nostro servizio sacerdotale, relegando così di fatto la preghiera al ‘tempo libero’”. E nemmeno, soggiunge, pregare può essere considerata “una buona pratica per mettersi un po’ in pace la coscienza, o solo un mezzo devoto per ottenere da Dio quello che in un dato momento crediamo ci serva”.

“No”, ribadisce Francesco, la preghiera “è il fattore decisivo”, l’“intercessione di cui la Chiesa e il mondo – e tanto più in questo momento di vero e proprio cambio d’epoca – hanno bisogno più che mai, come il pane, più del pane”.

“Perché senza il legame con Dio – annota Francesco citando lo stesso Benedetto XVI – siamo come satelliti che hanno perso la loro orbita e precipitano impazziti nel vuoto, non solo disgregando se stessi, ma minacciando anche gli altri”.

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Card. Comastri: vi racconto Madre Teresa, Santa della Misericordia

Posté par atempodiblog le 19 juin 2016

Card. Comastri: vi racconto Madre Teresa, Santa della Misericordia
“Ho conosciuto una Santa”. E’ il titolo del libro su Madre Teresa di Calcutta scritto dal card. Angelo Comastri, vicario generale del Papa per la Città del Vaticano, e pubblicato in questi giorni dalle Edizioni San Paolo. Nel volume, il porporato racconta i suoi tanti incontri con la futura Santa e offre al lettore una serie di storie, scritti e preghiere su Madre Teresa. Alessandro Gisotti, per Radio Vaticanaha chiesto al cardinale Angelo Comastri di raccontare l’esperienza straordinaria di essere stato così vicino alla fondatrice delle Missionarie della Carità:

Card. Comastri: vi racconto Madre Teresa, Santa della Misericordia dans Articoli di Giornali e News madre_teresa

R. - Ritengo che incontrare Madre Teresa di Calcutta sia stato un grande dono da parte del Signore. Confesso che ogni volta che la incontravo mi metteva nel cuore una grande serenità. Mi sembrava quasi di sperimentare la presenza di Dio nella sua anima. Una volta mi incantò una definizione di un giornalista riguardo Madre Teresa che diceva così: “Madre Teresa è una finestra aperta e Dio si è affacciato a questa finestra e ha sorriso al mondo”. Da parte mia, la condivido pienamente perché ogni volta che la incontravo avevo quasi la sensazione fisica di avvicinare il Signore, di sentire il Signore che era evidentemente nella sua anima. Quando l’ultima volta l’ho salutata – era il 22 maggio del 1997 nella Casa sulla Via Casilina – era già malata, si vedeva che aveva pochissima forza. In quell’occasione le confidai la mia sofferenza perché la mia mamma era morta da pochi giorni. Le dissi: “Madre, mamma mi ha lasciato”. E lei, ricordo ancora, mi disse: “La tua mamma è in cielo. Ora, ti è più vicina di prima”, e aggiunse, “anche io andrò in cielo. Ti starò sempre vicina”. Queste parole per me sono di una consolazione straordinaria, perché Madre Teresa quando prometteva una cosa la faceva.

D. – Con la canonizzazione ora la sentiremo tutti davvero più vicina. Dal cielo può fare perfino di più di quanto ha fatto in modo straordinario sulla Terra?
R. – Non c’è dubbio. Giovanni Paolo II disse: “I santi in cielo non hanno bisogno di applausi. I santi ci chiedono soltanto di seguirli”. E Madre Teresa non si stanca di dirci: “Siate santi”. Ricordo quando mi dava qualche immaginetta: ci scriveva sempre: “Be holy (Sii santo)”. Quindi ci dice ancora la stessa cosa, perché l’unica cosa che conta è la santità. Per usare le sue parole: “L’unica valigia che porteremo di là è la valigia della carità”. Ricordo che quando mi disse queste parole, aggiunse: “Finché sei in tempo, riempila, perché è l’unica valigia che porterai con te”.

D. – Nel libro, i capitoli sono intervallati da preghiere di Madre Teresa o da preghiera a cui lei teneva tanto e recitava quotidianamente …
R. - Potremmo dire che la preghiera è il segreto di Madre Teresa di Calcutta.  Quando Pérez de Cuéllar (allora Segretario generale delle Nazioni Unite) la presentò all’Onu con parole un po’ altisonanti dicendo:  “Vi presento la donna più potente della Terra. Lei è veramente le Nazioni Unite perché nel suo cuore ci sono i poveri di tutto il mondo”, la Madre rispose: “Io sono soltanto una suora che prega”, e aggiunse “pregando, Gesù mi mette il suo amore nel cuore. Io vado a portarlo ai poveri di tutto il mondo, ai poveri che incontro”. Poi ebbe il coraggio di dire: “Pregate anche voi e vi accorgerete dei poveri che avete accanto, forse sul pianerottolo della vostra stessa casa”.

D. – Madre Teresa aveva una straordinaria capacità di comunicazione con tutti. Lei ricorda in particolare la figura della principessa Diana …
R. - Sì. La madre accolse con tanto affetto la Principessa Diana, ma non tanto perché era una principessa, ma perché era una figlia di Dio. E quando ci fu qualche cautela presentata alla Madre nei confronti di Diana, lei disse: “Io non ho mai ricevuto la Principessa Diana: io ho ricevuto sempre l’infelice Diana”. Questo è molto bello. Lei sapeva chinarsi sulla sofferenza di tutti, principi o non principi, poveri o non poveri perché erano tutti figli di Dio, come deve essere per tutti.

D. – Dei tanti incontri che lei ha potuto aver con Madre Teresa cosa le resta?
R. - Ogni incontro era bello; ogni incontro era ricco. Però il primo incontro è quello che ricordo in modo straordinario soprattutto quando dissi alla Madre: “Da lei mi aspettavo che mi chiedesse quanta carità fai …” E lei ricordo che mi rispose: “E tu credi che io potrei fare la carità? Potrei andare dai poveri se non pregassi? È pregando che Gesù mi mette l’amore nel cuore. Io vado a portarlo ai poveri che incontro nel mio cammino”, e aggiunse: “Ricordati bene  – muovendo il dito – che senza Dio siamo troppo poveri per poter aiutare i poveri”.

D. – Beatificata da San Giovanni Paolo II, apostolo della Divina Misericordia, viene canonizzata da Papa Francesco nel Giubileo della Misericordia. Possiamo dire che è la testimone più forte forse dei nostri tempi della misericordia di Dio?
R. - Quando un giornalista tentò di fotografare gli occhi della madre – ero presente –  chiedemmo: “Perché insiste? Sta infastidendo la Madre”, e il giornalista: “Voglio fotografare gli occhi: non ho mai visto occhi così felici. Vorrei, in qualche modo, cogliere il segreto della gioia di questi occhi”. Ricordo che la suora che era accanto tradusse alla Madre in inglese. La Madre rispose: “Il segreto è tanto semplice: i miei occhi sono felici perché le mie mani asciugano tante lacrime. Faccia anche lei così: abbia degli occhi felici come i miei”.

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