Gesù abbraccia la nostra vita

Posté par atempodiblog le 10 mars 2024

Siamo tutti peccatori e tutti bisognosi di perdono. Nessuno può erigersi a giudice degli altri e puntare il dito per condannarlo, come se lui fosse innocente. Gli uomini, dice Paolo, sono stati tutti rinchiusi nel peccato, affinché a tutti venisse concessa la misericordia. Uno solo è senza peccato.

La consapevolezza che siamo tutti peccatori ci deve mantenere in un atteggiamento di umiltà e di indulgenza nei confronti degli altri. Non dimentichiamo mai che, senza l’aiuto della grazia, potremmo cadere anche noi in quelle situazioni di vita che condanniamo con tanta severità nel prossimo.

L’intransigenza nei confronti del male non ci deve mai rendere duri verso i peccatori, come se noi fossimo fatti con una pasta diversa.

Uno solo fra tutti gli uomini è radicalmente senza peccato. Gesù non solo è santo, come lo è Maria, la piena di grazia, ma è la fonte stessa di ogni santità. Lui solo conosce ciò che vi è nel segreto di ogni cuore e lui solo ha i titoli per giudicare.

di Padre Livio Fanzaga – La pazienza di Dio. Vangelo per la vita quotidiana, Ed. Piemme

Gesù abbraccia la nostra vita dans Commenti al Vangelo Pietra-che-edifica

Gesù abbraccia la nostra vita
Papa Francesco
Angelus
Domenica, 10 marzo 2024


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

In questa quarta domenica di Quaresima il Vangelo ci presenta la figura di Nicodemo (cfr Gv 3,14-21), un fariseo, «uno dei capi dei Giudei» (Gv 3,1). Egli ha visto i segni che Gesù ha compiuto, ha riconosciuto in Lui un maestro mandato da Dio ed è andato a incontrarlo di notte, per non essere visto. Il Signore lo accoglie, dialoga con lui e gli rivela di essere venuto non a condannare ma a salvare il mondo (cfr v. 17). Fermiamoci a riflettere su questo: Gesù non è venuto a condannare, ma a salvare. È bello, eh!

Spesso nel Vangelo vediamo Cristo svelare le intenzioni delle persone che incontra, a volte smascherandone atteggiamenti falsi, come con i farisei (cfr Mt 23,27-32), o facendole riflettere sul disordine della loro vita, come con la Samaritana (cfr Gv 4,5-42). Davanti a Gesù non ci sono segreti: Egli legge nel cuore, nel cuore di ognuno di noi. E questa capacità potrebbe inquietare perché, se usata male, nuoce alle persone, esponendole a giudizi privi di misericordia. Nessuno infatti è perfetto, tutti siamo peccatori, tutti sbagliamo, e se il Signore usasse la conoscenza delle nostre debolezze per condannarci, nessuno potrebbe salvarsi.

Ma non è così. Egli infatti non se ne serve per puntarci il dito contro, ma per abbracciare la nostra vita, per liberarci dai peccati e per salvarci. A Gesù non interessa farci processi o sottoporci a sentenze; Egli vuole che nessuno di noi vada perduto. Lo sguardo del Signore su ognuno di noi non è un faro accecante che abbaglia e mette in difficoltà, ma il chiarore gentile di una lampada amica, che ci aiuta a vedere in noi il bene e a renderci conto del male, per convertirci e guarire con il sostegno della sua grazia.

Gesù non è venuto a condannare, ma a salvare il mondo. Pensiamo a noi, che tante volte, tante volte che condanniamo gli altri; tante volte che ci piace sparlare, cercare pettegolezzi contro gli altri. Chiediamo al Signore che ci dia a tutti questo sguardo di misericordia, di guardare agli altri come Lui ci guarda a tutti noi.

Maria ci aiuti a desiderare il bene gli uni degli altri.

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Le ritrattazioni imposte ad Adelaide Roncalli

Posté par atempodiblog le 6 février 2024

“Io sentivo soltanto don Cortesi che mi diceva sempre che ogni mia visione era peccato e non la finiva mai. Non ho mai avuto mezzo di parlare con altri sacerdoti che con lui. Io essendo piccolina e sempre in quell’ambiente così teso [era relegata in un convento di suore], non sapevo che fare.
Don Cortesi non la finiva mai di dirmi che facevo peccato dicendo di sì e che dovevo smetterla di ingannare la gente perché facevo fare ad essa altrettanti peccati. Ero piccola e ho pensato ai molti peccati che avrebbero fatto a causa mia e mi ha fatto dire per forza di no”. Questa testimonianza di Adelaide risale al marzo 1954, quindi a dieci anni dalle apparizioni.

Da parte mia nessun commento. Ciascuno può capire da sé quale valore avessero quelle ritrattazioni imposte alla veggente. E nessuno potrà mai capire le sofferenze lancinanti che Adelaide, fin da bambina, si portò dentro, ritenendosi traditrice della Madonna, anzi “un Giuda”, come si espresse lei. E sofferenze del genere non possono non segnare per tutta la vita.

La Madonna a Ghiaie di Bonate? Una proposta di riflessione – Padre Angelo Maria Tentori. Ed. Paoline

Le ritrattazioni imposte ad Adelaide Roncalli dans Apparizioni mariane e santuari Adelaide-Roncalli-di-Ghiaie-di-Bonate

Apparizioni della Madonna – Regina della famiglia – Ghiaie di Bonate (BG) – Maggio 1944
Tratto da: Blog di p. Livio – Direttore di Radio Maria – (06/02/2024)

Don Cortesi spiega la ritrattazione
Don Luigi Cortesi, professore di filosofia del Seminario di Bergamo, nel libro “Il problema delle apparizioni di Ghiaie”, descrive il modo con cui riuscì a indurre Adelaide Roncalli (7 anni) a ritrattare le apparizioni. Tipico esempio di mentalità modernista pregiudizialmente ostile a ogni forma di manifestazione del soprannaturale.

Egli scrive (pp. 220-221): “Ranzanico, 23 luglio, ore 22,30 — Siamo bucolicamente sdraiati nel praticello dell’asilo, in faccia al lago sottostante…

La conversazione sfarfalleggia da un argomento all’altro. Ma mi è facile condurla, al momento buono, dove voglio. La fermo sulle paure del buio, dalle quali Adelaide s’è lasciata agitare anche l’altra sera.

– Non devi aver paura, dunque, se quelle immagini non sono vere. Del resto, chi è quieto in coscienza non teme neppure il diavolo. Si direbbe che tu non sia quieta in coscienza.
– Che cosa vuol dire “quieta in coscienza”?
– Non si è quieti quando si prova rimorso, perché si hanno peccati sull’anima. Li hai tu?
– Non so… Chi ha un peccato sull’anima, se dice un’Ave-maria, il diavolo scappa via, no?
– Lascia stare il diavolo. È sempre bene dire un’Avemaria, ma non basta: chi è in peccato mortale deve confessarsi. Forse che ce l’hai tu?
– Non so. Che cosa sono i peccati mortali?
– Sono peccati grossi che, se morissimo…
– Per esempio?
– Per esempio…

E intanto annaspo per trovare l’esempio adatto. Non voglio buttarle in faccia il caso suo, senza averla preparata. La bimba è sulle spine e ripete tre volte:

– Per esempio?
– Ecco per esempio: un tale va in tribunale e dice al giudice: “Questo fascista ha ucciso dieci partigiani”. La cosa non è vera, ma il giudice fa ammazzare il fascista. Ebbene, quel tale ha commesso peccato grave.
– Io non ho mai fatto queste cose. Non ho mai parlato di soldati.
– Lo credo bene. Ma io non dicevo di te… Però anche tu hai fatto delle bugie grossettine, grossettine, colla storia della tua Madonna.

Adelaide non si ribella; pare angustiata della sua colpa e chiede ansiosa:

– È peccato mortale? — È terribile compito il convincere di peccato grave la coscienza di un bambino: ma bisognerà pure illuminarla, quandochessia.
– Adelaide mia, non ti voglio ingannare. Tu sei piccola e forse il tuo non è un peccato grave, perché tu non sapevi bene tutto il male che facevi. Ma se avessi fatto io, io che ho più di trent’anni quello che hai fatto tu, se io avessi detto alla gente che mi era apparsa la Madonna sapendo che non era vero, io avrei commesso un peccato mortale, grosso, grosso, uno dei più grossi… Invece, forse tu non sapevi…
– È più grosso ancora del peccato mortale?
– Eh, no. Tutti i peccati grossi sono mortali.
– No, ci sono dei peccati più grossi dei mortali.
– Quali? Vuoi dire i peccati contro lo Spirito Santo?
– No, un altro.
– Che gridan vendetta al cospetto di Dio?
– No, un altro.
– Me lo dirai quando ti viene in mente. Però, tu l’hai confessato per bene, non è vero?
– Sì, annuisce Adelaide col capo”.

Il 31 luglio (pag. 225) il Cortesi ripete ad Adelaide:

“Certo, una bugia, in queste cose della Madonna è peccato grosso… E quindi devi confessarti, chiedere di cuore perdono al Signore e alla Madonna: poi devi fare penitenza…
Domani saremo a Bergamo e ti potrai confessare. Se vuoi, puoi venire da me, perché io so già le cose…”.

Il 13 agosto (pp. 228-229), a Bergamo, don Cortesi, tra l’altro dice alla bambina:

– Io so che non ti sei ancora confessata…
– Sì, mi sono confessata da quell’altro…
– Volevo dire: non ti sei ancora confessata di quella bugia circa la tua Madonna, non è vero?
– No, non ne ho parlato.
– Vedi ascolta: secondo il tuo parere, fu bene o male che tu dicessi di aver visto la Madonna?
– Male.
– Perché fu male?
– Perché è una bugia.
– Se è male devi confessartene…
– Penso che Mons. Vescovo vorrà conoscere questa storia della Madonna: a lui bisogna dirla per bene. Tu certamente avrai vergogna di confessare la tua bugia. Perciò facciamo in questo modo: tu scrivi una lettera e ci metti tutto ciò che il cuore ti detta; io poi la porterò al vescovo. Vuoi?…”.

Gli interrogatori martellanti non potevano che portare alla ritrattazione. La resistenza della bambina, nell’isolamento, durata più di un anno, a una tale coercizione morale, è un prodigio.

Questi fatti procurarono gravi ferite nella psiche e nella coscienza della bambina, e furono la causa principale di altre ritrattazioni. [...]
(Regina della famiglia. Storia delle apparizioni a Ghiaie sessant’anni dopo – di Severino Bortolan – Kolbe Edizioni)

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Vittorio Messori: «Maria accompagna sempre i miei giorni, sarà lei a venirmi incontro dopo la morte»

Posté par atempodiblog le 21 janvier 2024

Vittorio Messori: «Maria accompagna sempre i miei giorni, sarà lei a venirmi incontro dopo la morte»
L’intensa testimonianza del giornalista e scrittore autore di tanti libri sulla Vergine, raccolta da un amico. «Maria ci attrae per la speranza che la pervade. Se ci affidiamo a lei prima di presentarci al giudizio che ci attende dopo la morte, possiamo ben sperare nella benevolenza di Dio». Quella volta che venne convocato per parlare di lei con i rabbini di Gerusalemme e uno di loro gli diede una risposta che lo lasciò di stucco
Fonte: Famiglia Cristiana

In una lunga intervista – quasi un testamento spirituale – rilasciata in esclusiva al settimanale dei Paolini “Maria con te” lo scrittore cattolico più tradotto al mondo spiega la sua devozione per la Madonna e si racconta al giornalista Riccardo Caniato dopo la morte della moglie: «So che questo distacco sarà solo temporaneo». La pubblichiamo integralmente per concessione dell’editore e della direzione del periodico.

Vittorio Messori: «Maria accompagna sempre i miei giorni, sarà lei a venirmi incontro dopo la morte» dans Articoli di Giornali e News Vittorio-Messori-e-Rosanna-Brichetti-Messori

«La Madonna? Ce l’ho davanti. Ce l’ho sempre davanti». Vittorio distoglie lo sguardo dai miei occhi e lo fissa su uno spazio vuoto come se veramente ci fosse qualcuno, visibile soltanto a lui. «Quanto è presente Maria, nelle tue giornate?», gli avevo chiesto, e questa risposta silenziosa e assorta mi ha restituito la misura e la sostanza di un rapporto. Messori mi ha dato appuntamento all’abbazia di Maguzzano, nei cui terreni ha dedicato alla Madonna degli Olivi un santuario a cielo aperto. A 82 anni, dopo una delicata operazione al cuore da cui è uscito bene, l’ho trovato un po’ affaticato, con la voce fioca ma sereno, con lo spirito proiettato nel futuro, quando, e lo dice con un velo di lacrime sugli occhi, «potrò riabbracciare la mia Rosanna», la moglie mancata lo scorso anno, e vedere finalmente «la piccola Bernadette di Lourdes, Gesù e la Madonna».

L’occasione dell’incontro è stata la ripubblicazione de Il Miracolo a cura delle Edizioni Ares, che stanno riportando in libreria tutte le sue opere maggiori – da Ipotesi su Gesù a Dicono che è risorto, da Patì sotto Ponzio Pilato? a Scommessa sulla morte – dello scrittore cattolico più tradotto al mondo, firma storica della Periodici San Paolo. Il miracolo, in particolare, riporta a galla lo straordinario prodigio che si verificò il 29 marzo 1640, a Calanda, un piccolo villaggio dell’Aragona: a un giovane contadino, devoto alla Vergine del Pilar, fu restituita di colpo la gamba destra, amputata due anni prima. Un evento, oggi quasi caduto nell’oblio, che ebbe all’epoca una grande risonanza e fu subito vagliato e confermato da uno accuratissimo processo, ricostruito con rara precisione documentale da Messori. Ma quello che doveva essere solo uno scambio di battute su un singolo titolo è divenuta una chiacchierata ampia, la testimonianza di un uomo che, per dirla con san Paolo, ha combattuto la buona battaglia e non ha perduto la fede.

Mi hai detto che per la nuova edizione del tuo libro spingevi per un titolo ancora più forte…
«Il Maggiore fra i Miracoli. Il libro indaga la grazia più straordinaria che la Madonna abbia concesso. Si è mai sentito, infatti, che un uomo abbia riavuto attaccata la gamba amputata e sepolta al cimitero, in presenza di numerosissimi testimoni?».

Alla Madonna hai dedicato anche Ipotesi su Maria e la biografia della Soubirous, oltre a centinaia di articoli…
«Per questo mi definiscono «un Madonnaro», della qual cosa oggi vado fiero, ma non è stato sempre così. Nel mio avvicinamento al cristianesimo fui affascinato prima di tutto dalla Parola di Dio, da Gesù, poi dalla sua presenza eucaristica, dalla liturgia. La Madonna rimaneva sullo sfondo. Nel mio approccio razionale si poteva rinvenire un’indole più protestante che cattolica per cui l’enfasi posta sul ruolo della Vergine nell’economia della salvezza viene letta come un eccesso. A sostegno di questa tesi alcuni si richiamano al nascondimento di Maria nelle Scritture o evidenziano come Gesù, nei Vangeli, dopo la Risurrezione, scelga di apparire ad altre donne e ai discepoli. Ma noi sappiamo che dalla croce Gesù ha affidato il suo popolo alla Madonna e da qui si spiegano le sue apparizioni che costellano la storia del cristianesimo dopo l’Ascensione e, in accordo con numerosi mistici, possiamo dirci certi che la prima preoccupazione del Risorto sia stata quella di visitare sua Madre. E che lo abbia fatto in privato, nella più totale e desiderata intimità, mentre in seguito si è reso visibile pubblicamente per dare testimonianza della verità della Risurrezione».

Hai fatto cenno a un percorso di conversione. Non sei nato cattolico?
«Ho avuto un’educazione figlia di quella parte dell’Emilia atea e concreta. In casa si guardava alla Chiesa e ai preti con il fumo negli occhi e se finivano nei discorsi era per parlarne male. All’Università sono stato allievo di un’intellighenzia laica che rifiutava il pensiero religioso. Ero uno studente dotato e mi attirai le simpatie dei professori: Alessandro Galante Garrone e Norberto Bobbio mi volevano avviare alla carriera universitaria. Ma durante la tesi iniziai a leggere la Bibbia, a lasciarmi incuriosire dalla religione, dagli assunti teologici e del magistero».

Com’è maturata questa svolta?
«All’epoca non sapevo perché ciò accadde. Non me lo ero cercato. La religione non mi aveva mai interessato, avevo vissuto benissimo fino ad allora prendendo la vita come veniva, senza farmi domande che mi proiettassero al di fuori della comprensione empirica. Fui come costretto a diventare cattolico, rimasi affascinato dai Sacramenti, presi a frequentare la Messa, inizialmente di nascosto, senza clamori, anche perché quando mia mamma lo scoprì chiamò il dottore preoccupata: “Corra”, gli disse, “che Vittorio sta male”. Solo dopo ho capito di essere stato scelto, proprio per la mia formazione così razionale e antitetica, per dare prova mediante i miei scritti che i Vangeli sono attendibili, che Gesù è realmente esistito e che, se è così, è Dio, vive qui e ora, è il Signore della storia e vale la pena seguirlo».

I tuoi maestri come l’hanno presa?
«Male, come i miei genitori del resto. La conversione è stata un nuovo inizio. Ho dovuto rivedere le mie posizioni, ricominciare da capo, le mie sicurezze sono cambiate. I professori che mi incensavano non volevano crederci: “Ma è vero che sei diventato cattolico?”. Ma, vedendomi irremovibile, mi hanno ripudiato. Bobbio però lo rividi…».

Racconta…
«Ho avuto un incontro profondo nel periodo in cui curavo per la San Paolo una serie di interviste sul senso religioso e della vita con figure anche laiche di grande rinomanza nel contesto culturale di allora. Interviste poi in parte confluite nel volume Inchiesta sul cristianesimo. Bobbio umanamente provava ancora affetto per me, ma durante l’intervista ebbi la sensazione che le mie domande, gli argomenti con cui ribattevo alle sue ferree convinzioni lo infastidissero e che non vedesse l’ora di congedarmi. Ma dopo la sua morte è accaduta una cosa curiosa: mi ha telefonato la moglie per dirmi che suo marito le aveva imposto di distruggere le interviste e gli scambi epistolari intrattenuti con giornalisti e intellettuali, raccomandandole di conservare unicamente quel confronto sulla fede che aveva avuto con me. Non so, forse è stato un modo estremo per ribadire le sue convinzioni, o forse è stata la sua apertura ugualmente definitiva per una lettura altra dell’esistenza».

Torniamo al «Madonnaro»…
«In principio vivevo con disagio certe manifestazioni devozionistiche che accompagnano il culto mariano e che liquidavo alla voce sentimentalismo. Poi finii col capitolare, del resto posso testimoniare che nessuno può rimanere indifferente al fascino di Maria. Se torniamo al mondo protestante, pochi sanno che in Gran Bretagna i luoghi di culto più visitati anche dagli anglicani sono le chiese cattoliche dedicate alla Vergine, come la Santa Casa della Madonna di Walsingham, nel Norfolk. Ma Maria esercita un grande fascino anche fra i musulmani che vedono in lei la Madre buona di un profeta, e lo stesso accade fra gli ebrei».

Gli ebrei…?
«Dopo l’enorme, per me inaspettato successo di Ipotesi su Gesù fui invitato a Gerusalemme. Mi attendeva un comitato di rabbini e professori cui dovetti dare conto di alcuni concetti che avevo espresso nei miei scritti sul popolo ebraico e il suo ruolo nella storia. Lì per lì rimasi spiazzato da questa sorta di esame, ma ne seguì un confronto pacato nel rispetto delle reciproche posizioni. Del resto, ho sempre parlato bene degli ebrei, che Dio ha posto al centro delle vicende umane. In quell’occasione fui introdotto a un rabbino molto influente che mi diede una testimonianza straordinaria che coinvolge Maria di Nazaret. Mi presentò suo figlio e poi mi disse che sia lui, sia quella che sarebbe divenuta la sua sposa erano scampati miracolosamente dai campi di concentramento. La coppia per lungo tempo aveva pensato di non poter avere figli, e di fatto non era riuscita ad averne, perché la futura moglie, durante la detenzione, era stata sottoposta a mutilazioni parziali ai fini di sperimentazioni scientifiche, come era d’uso in quei luoghi dell’orrore».

Ciò nonostante ebbero un figlio e tu l’hai visto!
«Un loro amico, cristiano, di nazionalità austriaca, li invitò a recarsi con fiducia al santuario di Pietralba, assicurandogli che in quel luogo la Madonna ha vinto molti casi di sterilità. I due coniugi ebrei non persero tempo e subito dopo quella visita comparvero i segni della gravidanza. Stupito, domandai: “Ma lei è un ebreo, un capo religioso per giunta, ed è andato a bussare da una Madonna cattolica?”. Mi rispose con un’altra domanda: “Perché la sua Madonna cattolica non è forse prima di tutto un’ebrea? Non poteva deludere la nostra speranza e ci ha fatto un favore, da ebrea a ebrei”».

Che cosa rende Maria così attraente?
«Maria ci attrae per la speranza che la pervade. Fa parte del sensus fidei, ma Lei stessa, talvolta, si è definita la nostra «Avvocata» in Cielo. Se ci affidiamo a lei prima di presentarci al giudizio che ci attende dopo la morte, possiamo ben sperare nella benevolenza di Dio. Quando uno si trova nel bisogno chiama sempre la mamma. Anche quando lei non è più qui. Lo fanno i bambini, lo fanno i soldati sul campo di battaglia, lo fanno gli anziani lasciati soli nei ricoveri. E la Madonna è la Mamma che ci è data da Gesù Crocifisso, la Madre che ci dona la vita nella fede, ci guarda, ci cresce, ci accompagna, ci protegge. E spero che mi venga incontro Lei quando sarà il momento. Così come sono certo abbia fatto con Rosanna».

Vuoi dirci qualcosa di tua moglie?
«Rosanna è morta il 16 aprile 2022 nel Sabato di Maria che in quel giorno ha coinciso col Sabato Santo. Ma è anche la data del mio compleanno che condividevo con Joseph Ratzinger-Benedetto XVI e in cui è passata in Cielo nel 1879 Bernadette Soubirous, la santa che mi è più cara al mondo. Con mia moglie ho vissuto una comunione di vita che misteriosamente perdura tuttora. Recitavamo il Rosario insieme tutte le sere e fra l’altro, in peno accordo, chiedevamo che fossi io il primo a morire. Questo perché sono uomo di studi e mi vedevo impreparato a rimanere da solo: alla gestione pratica della nostra vita pensava Rosanna. Il Cielo ha disposto diversamente, ma grazie a Dio tiro avanti con l’aiuto di Rosy, una persona che è di casa da oltre trent’anni e si è dimostrata come una figlia per noi».

Che cosa hai pensato dopo questo distacco? Come lo hai superato?
«Mi sono chiesto perché sono sopravvissuto a Rosanna e mi conforta pensare che questo distacco sarà solo temporaneo. Non è stato facile, anche perché nel frattempo ho terminato la mia collaborazione col Corriere della sera e ho perso la mia capacità di scrittura. Avevo una memoria ferrea, non ce l’ho più: ora, nel bel mezzo di un discorso, mi dimentico nomi, date, situazioni… Ma sono grato di questo al Signore e alla Madonna perché, togliendo questo e quello, mi fanno sentire precario e mi spronano a confidare di più in loro, a staccarmi dal mio io, dalle mie sicurezze, da ciò che mi ha fatto vivere su questa terra e a desiderare sempre di più il compimento che avverrà dopo la morte. E mi insegnano a vivere i giorni con la stessa pazienza dimostrata da Maria, a rispettare con calma i tempi di Dio, che non sono i nostri. Tuttavia, un poco alla volta ho realizzato che, se sono ancora qui, è perché ho ancora qualcosa da fare. E ho compreso che devo cercare di ultimare il santuario di Maguzzano».

Com’è nata questa impresa?
«Circa vent’anni fa, camminando con l’amico architetto Emilio Cupolo su un sentiero secondario nell’oliveto della basilica, ci siamo imbattuti in una statua della Madonna che giaceva per terra fra le sterpaglie. Era caduta dal piedistallo da chissà quanto tempo perché era in pessime condizioni ed era rotta in frantumi. Rimasi scosso per il fatto che fra quelle sacre mura l’immagine potesse essere rimasta trascurata. Così proposi a Cupolo di aiutarmi a restaurarla e a realizzare per lei un’edicola, che l’architetto ha trasformato in un progetto ambizioso, ricco di simboli cristiani. Un’opera costosa, sostenuta da numerosi donatori che sono intervenuti con puntualità provvidenziale ogni volta che non ho avuto le forze per provvedere da solo. Pochi sanno che, davanti a quella Madonna, quando ancora giaceva a terra, una sera io stesso mi sono ritrovato bocconi, colpito da un principio di infarto».

Che cosa è accaduto? Eri da solo?
«C’era Lei con me. Da terra guardavo il suo viso, in lei ho confidato prima di perdere conoscenza. E Lei è intervenuta: mi ha dato la forza di riprendermi, di guidare fino a casa, da dove mi hanno trasportato con urgenza in ospedale. Esattamente come avvenuto per la mia conversione nemmeno questo santuario avevo cercato, eppure la Vergine ha voluto che mi imbattessi nel suo simulacro, ha permesso che cadessi quasi morto, mi ha rialzato e ora ha fatto di questo luogo lo scopo ultimo della mia vita. Chi viene qui trova un tronco grosso tagliato. Nel 1999 Maguzzano è stata colpita da una tromba d’aria; una vecchia conifera, altissima, si è sradicata e cadendo, secondo la fisica avrebbe dovuto colpire la Madonna degli Olivi ma, inspiegabilmente, ha deviato di qualche centimetro, lasciandola intatta».

Che significato ne hai tratto?
«Il demonio insidia sempre Maria, ma Lei non può essere sconfitta e alla fine schiaccerà la testa del serpente».

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Pompei di Maria

Posté par atempodiblog le 7 octobre 2023

Pompei di Maria
di Padre Guglielmo Alimonti Ofm Cap, Collana “Vento impetuoso”, Volume VI, pp 305-306-307

Pompei di Maria dans Apparizioni mariane e santuari Beata-Vergine-Maria-Pompei

Il culto della Madonna di Pompei fu introdotto dal Beato Bartolo Longo, autore anche della supplica recitata in ogni chiesa due volte l’anno: l’8 maggio e la prima domenica di ottobre. L’immagine tanto venerata presenta la Madonna in trono col Bambino in braccio in atto di consegnare il rosario a Santa Caterina e a San Domenico di Guzman, inginocchiati ai lati del trono.

Nel rosario, preghiera semplice per la sua struttura, ma efficace e potente, è racchiusa “la contemplazione dei misteri in cui si snoda la storia della nostra salvezza” (Giovanni Paolo II, 25 ottobre 1987).

Padre Pio chiamava il rosario “l’arma che apre il cuore di Dio”. Egli si rivolgeva spesso alla “Vergine di Pompei” con incessanti preghiere e novene. Il 19 settembre 1968 un gesto delicatissimo: da un mazzo di rose “estrasse con la mano piagata una rosa che affidò ad un figlio spirituale diretto a Napoli, perché la deponesse davanti all’immagine dell’amata Mammina a Pompei” (Padre Gerardo di Flumeri).

Maria-Regina-del-santo-rosario dans Beato Bartolo Longo

Pompei di Maria,
profumi di rose.
Accogli festosa
i figli di Dio.

Un tempo tu fosti
altare per gli idoli.
Un mondo di lusso
e facili vizi.

Adesso la Chiesa
qui viene commossa
e implora dal Cielo
aiuto e speranza.

T’onora, Maria,
il fulgido tempio.
È pieno ogni giorno
di anime pie.

Divin sacrificio:
offerta incessante.
La gente riceve
il Pane di Cristo.

Pompei, sei rifugio
del popolo santo.
Riconciliazione c’è qui
e dolce perdono.

Pompei, t’ha scelto
qual trono di grazie
la Madre di Dio.
È festa di gioia.

È grido d’amore.
È canto e preghiera
che sgorga dal cuore.
S’invoca Maria.

O Madre divina,
qui cantano gli angeli
intorno all’altare
dov’è la tua immagine.

Qui sono venuti
i santi a pregare.
Tu serbi la rosa
del buon Padre Pio.

Sostieni, Maria,
chi zela l’onore
del tuo santuario
e i cari tuoi orfani.

Ascolta, Maria,
la supplica ardente,
che il mondo cristiano
fidente ti eleva.

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Un piccolo vuoto interiore

Posté par atempodiblog le 26 septembre 2023

Un piccolo vuoto interiore

Un piccolo vuoto interiore dans Anticristo Il-segno-di-Medjugorje-illuminer-il-mondo

“Voglio mettervi in guardia perché in questo tempo Satana vi tenta e vi cerca. A Satana è sufficiente un vostro piccolo vuoto interiore per poter operare dentro di voi. Perciò, come vostra Madre, io vi invito a pregare. Che la vostra arma sia la preghiera. Con la preghiera del cuore vincerete Satana. Come Mamma vi invito a pregare per i giovani di tutto il mondo”. (Messaggio della Regina della Pace di Medjugorje del 5 settembre 1988)

Divisore dans San Francesco di Sales

Vigilare costantemente alle porte del cuore
Tratto da: La Gloria di Maria nell’annuncio dei segreti. Il segno di Medjugorje illuminerà il mondo, di Padre Livio Fanzaga. SUGARCO EDIZIONI

Caro amico,
il cuore umano è un terreno di conquista. Dio lo ha creato per stabilire con te un’intima amicizia che duri per sempre.
Satana, il Serpente antico, per odio contro Dio, cerca con ogni mezzo di trovare un vuoto per insinuarsi e per seminare i suoi veleni mortali. Devi vigilare costantemente alle porte del cuore perché non entri il male con tutte le sue proliferazioni e depravazioni.
Oggi, in modo particolare, il male è una palude limacciosa che ti risucchia attraverso ciò che gli uomini sono, dicono e fanno. Devi perciò essere vigilante perché il più delle volte il nemico si presenta seducente e colorato di bene. Devi essere deciso nel respingerlo senza tentennamenti, soprattutto devi dare spazio a tutto ciò che è vero, buono e giusto. Devi alimentarti di cibo spirituale sano se non vuoi che l’anima si ammali e perda il suo splendore di grazia. Devi scegliere le persone da frequentare, i luoghi dove andare, le letture da fare e i mass media da usare.
Il falsario regna e tesse la sua ragnatela, in modo da scardinare più cuori possibili e imporre ad essi la sua tirannia.
Vinci se non gli dai nessun vantaggio e non ti metti nell’occasione di essere tentato.

Divisore dans San Francesco di Sales

Mala praznina – Piccolo vuoto
Tratto da: Blog di p. Livio – Direttore di Radio Maria

Caro padre Livio.
Io sono nato in Slovenia e parlo molto bene la lingua serbo croata. La “mala praznina” significa la stessa cosa in lingua slovena. Se Maria ha detto “mala praznina” questo non significa “piccola fessura”. “Praznina” e là dove manca qualche cosa.
Quando ti muore per esempio la madre si crea un vuoto nella tua vita, una “praznina”. Quando Cristo scacciò gli spiriti maligni dall’uomo, c’era poi il vuoto (una “praznina”) nell’uomo.
Se quella persona non ha riempito questa “praznina” con lo spirito di Dio, il maligno ritorna e riempie questa “praznina”.
La vita senza Dio crea una “praznina” nella vita. Una vita non completamente riempita da Dio forse crea una “mala praznina” (piccolo vuoto) che basta per il demonio di entrare nella vita.
Ti ascolto sempre e sono molto grato per le tue parole ogni giorno.
Grazie.
Ivan dalla Slovenia

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Lo Spirito Santo opera mediante Maria

Posté par atempodiblog le 28 mai 2023

 Lo Spirito Santo opera mediante Maria dans Fede, morale e teologia Spirito

Nel cammino di perfezione Colui che guida e plasma è lo Spirito Santo, perché è a Lui che è stata affidata l’opera della santificazione. Tuttavia lo Spirito Santo opera mediante Maria, così come è avvenuto per la santa umanità del Verbo. […]

Ti ribadisco con il Montfort che la Madre di Dio è sconosciuta e questo è il motivo per cui non solo Gesù Cristo, ma anche lo Spirito Santo sono poco conosciuti.

La Santa Vergine è la porta del mistero. Attraverso di Essa la divina rivelazione si manifesterà nel suo inafferrabile e sconfinato splendore. È mediante la fede di Maria che ci è possibile conoscere i misteri fondamentali della fede, quali la Trinità Santissima e l’Incarnazione del Verbo. Ma per accostarsi e conoscere Maria non si può procedere da soli. Si ha bisogno della grazia dello Spirito Santo. È lui che introduce nella conoscenza della Madre e ne rivela la grandezza. Per questo si deve pregarlo, affinché  ci faccia conoscere e amare Maria come Lei merita e secondo la volontà dell’Altissimo. Conoscere la Madonna è una grazia straordinaria. È un dono dello Spirito Santo che va chiesto con cuore di figli che desiderano addentrarsi nella bellezza e grandezza della loro Madre.

Tratto da: L’affidamento a Maria, di Padre Livio Fanzaga – Edizioni Ares

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Lascia che Maria canti nel tuo cuore il Magnificat

Posté par atempodiblog le 22 décembre 2022

Lascia che Maria canti nel tuo cuore il Magnificat
di Padre Livio Fanzaga – La pazienza di Dio. Vangelo per la vita quotidiana, Ed. Piemme

Lascia che Maria canti nel tuo cuore il Magnificat dans Avvento Magnificat

Lascia che Maria ti prenda per mano
Per celebrare il Natale è necessaria una decisione che non molti si sentono di prendere. Il vero problema è costituito dal fatto che bisogna cambiare vita. Non c’è nulla di più doloroso che tagliare le catene del male che ci imprigionano. La rinuncia al peccato è una delle imprese più grandi che l’uomo, con l’aiuto della grazia, possa compiere. In noi vi è forse il desiderio, ma non la ferma volontà di decidere.
Sappiamo che la confessione è una via obbligata, perché la culla del cuore abbia la purezza necessaria per accogliere il Salvatore. Ma esitiamo nell’incertezza dei deboli e tutto rimane come prima. Il Signore ancora una volta rischia di bussare invano.
Perché il tuo cuore sia pronto, perché Gesù entri nella tua vita, è necessario l’intervento di Maria. Affidati a lei. Chiedile di aiutarti a fare un esame di coscienza. Implora dal suo cuore di madre la grazia del pentimento. Se le tue gambe sono incerte, domandale di prenderti per mano e di accompagnarti fin davanti al sacerdote per la tua confessione.
Ti assicuro, caro amico, che tornerai con le lacrime della gioia.

Anche tu, con Maria, chiama Gesù «mio Salvatore»
Lascia che Maria canti nel tuo cuore il Magnificat, questo poema di luce divina che è sgorgato dalla sua anima esultante, quando si è incontrata con Elisabetta. Anche lei è stata salvata da Dio, che l’ha preservata dal male, fin dal primo istante del suo concepimento. Nello slancio della sua infinita riconoscenza, Maria chiama Dio «mio Salvatore». Gesù è anche il tuo Salvatore. A Natale Maria te lo porge, perché tu lo accolga nella tua vita.

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Ella ama i luoghi profondi per umiltà

Posté par atempodiblog le 7 décembre 2022

Ella ama i luoghi profondi per umiltà dans Fede, morale e teologia Madonna-Natale

Dio mio! Quando avremo la grazia che la Santa Vergine venga a nascere nel nostro cuore?
Per me vedo che ne sono indegno, e certamente voi penserete lo stesso: ma il suo Figlio divino non nacque forse in una stalla?…
Coraggio dunque, e prepariamo il posto alla Santa Bambina: Ella ama i luoghi profondi per umiltà, vili per semplicità e larghi per carità; sta volentieri vicino al presepio e ai piedi della Croce, e non si cura di dover esulare in Egitto, lontana da ogni sollievo, purché abbia con sé il suo caro Bambino.

San Francesco di Sales. Negli insegnamenti e negli esempi
Diario Sacro estratto dalla sua vita e dalle sue opere per cura delle “Visitandine di Roma”.
Libreria Editrice F. Ferrari

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“Il più piccolo del Regno dei cieli è più grande di lui”

Posté par atempodiblog le 4 décembre 2022

“Il più piccolo del Regno dei cieli è più grande di lui”
Tratto da: Le vie del cuore. Vangelo per la vita quotidiana. Commento ai vangeli festivi Anno A, di Padre Livio Fanzaga. Ed. PIEMME

“Il più piccolo del Regno dei cieli è più grande di lui” dans Avvento San-Giovanni-Battista

Sarebbe errato considerare san Giovanni il Battista un uomo dell’Antica Alleanza. Egli appartiene ad ambedue. È il precursore e nello stesso tempo il discepolo del Messia. È il più grande fra i nati di donna, ma anche il più piccolo nel Regno dei cieli. Ecco perché la Chiesa si prepara al Natale facendosi guidare dalla sua parola.

Caro amico, ti sei chiesto che cosa  significa la  parola “Natale”?

Significa “nascita”. Nascita di chi? Colui che nasce è il Figlio di Dio che si è fatto uomo. A Natale vedi Dio col volto di un bambino. Vedi il tuo Creatore senza grandezza, senza forza, senza pompa, senza prestigio. Vedi il tuo Dio piccolo e indifeso. Vedi il tuo Dio in braccio a una donna, sistemato in una grotta, rifugio di animali.

Giovanni Battista dovette capire, prima del suo martirio, un aspetto misterioso dell’agire divino. Dio ordinariamente non si impone con la sua onnipotenza. Egli ama le vie della piccolezza e dell’umiltà. Dio ama più nascondersi che mostrarsi.

L’umiltà di Dio è la grande medicina per l’orgoglio umano. È l’orgoglio che perde l’uomo. Noi viviamo in un mondo che nega Dio e glorifica se stesso. Vuoi celebrare il tuo Natale con questo mondo? Forse lo hai celebrato più di una volta e nessuno meglio di te ne conosce il sapore amaro.

Celebra il tuo Natale con i pastori. Essi sono i piccoli del Regno di Dio. Nella notte santa accostati con loro alla capanna. Inginocchiati con loro davanti alla culla e contempla con i loro occhi limpidi l’umiltà infinita di Dio.

E lascia infine che Maria  deponga nel tuo cuore purificato dal pentimento il Bambino Gesù, nostro Dio e Salvatore, ma ormai divenuto nostro fratello.

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Avvento – Colui che ci attende, ci precede

Posté par atempodiblog le 28 novembre 2022

Avvento  Colui che ci attende, ci precede
di Romano Guardini

Estratto da “La Santa Notte. Dall’Avvento all’Epifania”, Morcelliana 1994
Fonte: ORA, LEGE et LABORA

Avvento – Colui che ci attende, ci precede dans Avvento Avvento

Le festività della Chiesa certo rammentano fatti trascorsi, ma sono anche presente, attuazione viva; poiché ciò che è accaduto una volta nella storia, deve farsi continuamente evento nella vita del credente. Allora è venuto il Signore, per tutti; ma Egli deve venire sempre di nuovo per ciascuno. Ognuno di noi deve sperimentare l’attesa, ognuno l’arrivo, perché gliene nasca la salvezza.

Quando udiamo così tale notizia, forse ci viene il pensiero: quel che è importante nella vita, debbo essere io a trovarlo! Deve scaturire dal mio stesso impegnarmi e lottare. Così, anche la salvezza deve necessariamente essere cosa della mia serietà e del mio sforzo. Che significato deve avervi l’attendere Uno che viene da altrove?

Ma non sarebbe un pensiero giusto. Certo – debbo di necessità volere ed eseguire io stesso, per quanto concerne ciò che mi è più proprio; tuttavia questo non sarebbe tutto e nemmeno la cosa decisiva.

Che cosa v’è di più importante per me che trovare un amico nella vita? Un amico è una persona che non pensa solo a se stessa, ma anche a me; uno, cui sta a cuore che le cose mi vadano per il verso giusto. Quindi un amico è una realtà grande e preziosa. Ma io me lo posso creare da solo? Certo no! Posso andare a prendermelo da qualche parte? In verità, allo stesso modo, no. Io posso essere ricettivo e vigile, al fine di notare quando mi si avvicina una persona che può divenire importante per me – ma è necessario che venga! Venga verso di me dallo spazio a perdita d’occhio della vita umana. In qualche occasione ci incontriamo, veniamo a dialogare e poi si sviluppa quella realtà bella e feconda che prende il nome di amicizia…

Così è anche per l’amore. L’uomo ha bisogno della donna, che gli sia compagna, e la donna dell’uomo, che le possa essere come una ‘patria’, affinché poi essi nella reciprocità creino quel mondo vivo, che si chiama famiglia e casa – ma l’uno può fabbricarsi l’altro? Ancora una volta no. Lo può cercare; cercare tuttavia significa avere delle mire, e la mira, l’intenzione cosciente come guasta facilmente ogni cosa! No, ma l’altro deve necessariamente una volta venire a lui dall’ampiezza del mondo, dalla moltitudine delle persone, in qualche momento…

Se riflettiamo con precisione, le cose stanno in modo simile per la nostra professione, il nostro lavoro di vita, la nostra posizione nella totalità dell’esistenza – parecchio di questo possiamo conquistarlo lottando – ma dell’altro, e non irrilevante, deve necessariamente risultare dalle combinazioni della vita. Deve aprirsi la possibilità; io debbo vedere: qui, ora – e poi gettarmici dentro. Certo allora sono io stesso a buttarmi e a impegnarmi nell’opera, ma prima mi si è schiusa la possibilità.

Molte cose, importanti, decisive poggiano su combinazioni e incontri, che non ho disposti io stesso, che non ho potuto far emergere con l’energia mia propria. Sono venuti, mi si sono offerti.

Anche la nostra salvezza poggia su una venuta. Gli uomini non hanno potuto escogitare né produrre da sé Colui che la opera; Egli è venuto presso di loro dal mistero della libertà divina. Quanto spesso hanno tentato di farlo! In tutti i popoli ci appaiono figure di salvatori, che sono scaturite dall’esperienza vissuta della distretta [bisogno pressante, necessità] dell’esistenza. Portano i tratti dei Greci e dei Romani, degli Indiani e dei Germani, e incarnano nella loro immagine [di Salvatore] ciò che il loro popolo e la loro epoca hanno inteso come salvezza. Poiché però sono nati dal mondo, non sono stati in grado di portarlo all’aperto, nella libertà, e poiché sono formati della materia del tempo, sono passati con esso.

Il Salvatore reale è venuto dalla libertà di Dio: in un piccolo popolo, che certo nessun consiglio delle nazioni avrebbe scelto; in un’epoca, che nessuno potrebbe dimostrare fosse quella giusta; in una figura di fronte alla quale, se ci riesce di strapparci il velo dell’abitudinarietà, ci coglie lo stupore: perché proprio in questa? Così la decisione della fede in buona parte consiste nell’eliminare i criteri propri di ciò che è giusto e conveniente e nell’accogliere Colui che si appressa, venendo dalla libertà di Dio: «Benedetto Colui che viene nel nome del Signore!» (Mt 21, 9).

Questo ci dice l’Avvento. Ogni giorno ci esorta a meditare sul miracolo di questa venuta. Ma ci ricorda pure che essa adempie il suo senso quando il Redentore non viene solo presso l’umanità nella sua totalità, ma anche presso ciascun uomo in particolare: nelle sue gioie e angosce, nelle sue conoscenze chiare, nelle sue perplessità e tentazioni, in tutto ciò che costituisce la sua natura e la sua vita, a lui solo proprie. Egli deve farsi consapevole: Cristo è il mio redentore; Colui che mi conosce fino in quanto mi è più gelosamente proprio, assume il mio destino nel suo amore, mi illumina lo spirito, mi tocca il cuore, mi volge la volontà a ciò che è giusto, retto.

Così l’Avvento è il tempo che ci ammonisce a interrogarci, ciascuno nell’intimo della sua coscienza: Egli è venuto da me? Io ho notizia di Lui? V’è confidenza tra Lui e me? Egli è per me dottore e maestro? Ma poi subito l’ulteriore domanda: Nel mio intimo la porta è aperta per Lui? E la decisione: La voglio spalancare.

Amici miei, come potrebbe avvenire questo?

Scendiamo al piano assolutamente pratico. Che cosa potremmo fare? Soprattutto cercare di fare qualche esperienza di Lui. Potremmo prenderci un libro che tratta di Lui, e leggervi ogni giorno di queste settimane che portano al Natale. Ma non leggere come facciamo per istruirci su qualche argomento, bensì con cuore aperto, nell’anelito dello spirito. Leggere così che dalle parole possa farcisi incontro la verità viva; nel modo inteso da Agostino quando nelle Confessioni narra come sia venuto agli scritti di Plotino e da essi gli si sia dischiusa la spiritualità di Dio. «E io percepii» dice, «come si percepisce col cuore». In questa parola v’è tutto Agostino – ma anche l’uomo in genere, poiché quando un grande parla attingendo a quanto gli è più proprio, in lui parla l’essenza di tutti. «E» – dice proseguendo – «non vi fu più possibilità di dubitare» (Conf. 7, 10). Così deve farsi chiaro per noi Gesù Cristo; «luminosamente evidente», come dice la bella espressione [1], il suo essere, il suo agire e il suo destino.

Perché ciò tuttavia possa avvenire, occorre più che un semplice leggere e pensare. Per quanto indispensabile sia questo, non basta. Poiché quel che in questo caso deve conoscere è più profondo dello spirito naturale; più profondo del cuore che la nascita ci ha dato. E l’uomo nuovo in noi, che «è nato da Dio» e cresce verso la vita eterna (Gv 1, 13). Così Agostino afferma che, dove si tratti della verità, v’è certamente il magister exterius docens, il Maestro che insegna dall’esterno; quindi, la persona che ci parla o il libro che leggiamo. Le sue parole però rimangono esterne, finché non parla il magister interius docens, il Maestro che insegna dall’interno. Ma quegli è Dio.

Non basta dunque soltanto leggere e pensare; dobbiamo anche pregare. Vi può essere chi ha in capo i testi dell’Antico e del Nuovo Testamento, ha familiarità con lo stadio attuale della Leben-Jesu-Forschung, della «ricerca sulla vita di Gesù», e tuttavia non sa quanto è l’essenziale, l’autentico! Dobbiamo pregare che Colui, il quale solo ha conoscenza del Cristo vivente, lo Spirito Santo, voglia operare affinché la sacra figura del Signore ci si faccia luminosamente evidente. Che ci avvenga quanto intende Giovanni quando dice: «Abbiamo visto la sua gloria, gloria come di Unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità» (Gv 1, 14).

«Epifania» non solo dello spirito, ma anche del cuore. L’aprirsi degli occhi e insieme l’animo che viene toccato. Allora la figura di Cristo emerge dalle pure e semplici espressioni che ne parlano. Egli diviene reale, si fa vicino, e tra Lui e noi s’instaura quel legame, che significa obbedienza, fedeltà, fiducia, accordo e si chiama «fede». Fede reale e non un semplice «tener-per-vero», che è l’ordine esterno, mentre la fede reale è la chiarezza nello spirito, l’esser toccati nel cuore, la coscienza viva della realtà santa e sacra. E ciò che solo Dio può dare, ma noi dobbiamo pregarlo di concedercela.

Sarebbe questa la seconda cosa che possiamo fare in Avvento.

Credo però che dobbiamo aggiungerne una terza, esercitare l’amore. Non si può conoscere Cristo come si conosce una persona qualsiasi della storia, ma solo da quella profondità interiore che nell’amore si ridesta.

Forse si obietterà: Che cosa dici ora? Che si possa conoscere Cristo soltanto se lo si ama – ma come debbo amarLo se non so ancora nulla di Lui? E’ giusto – sebbene invero l’amore abbia molti gradi, e già nella prima ricerca possa essere amore, in quanto è più di un mero voler sapere. Ma lasciamo stare questo aspetto e pensiamo che è amore verso Cristo il nostro quando amiamo i suoi fratelli. San Giovanni nella sua prima lettera dice: «Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (Gv 4, 20).

In questi giorni dunque vogliamo esercitare l’amore, perché ci si aprano gli occhi a scorgere Cristo. Vogliamo farlo dove ci troviamo, in rapporto alle persone con cui viviamo: dare loro il diritto d’essere così come sono; accoglierle continuamente e vivere con loro in amicizia… Da quest’ambito prossimo attorno a noi, la nostra famiglia, la cerchia degli amici nostri, la nostra professione, poi l’amore si dilata a coloro che stanno più lontano, a seconda del modo in cui la vita ci porta appresso il loro essere e il loro bisogno.

Queste tre cose sono strettamente congiunte.

Dapprima il cercare e pensare e leggere, affinché il nostro sapere su Cristo si arricchisca. Infine, interroghiamoci dunque onestamente: che è tutto quel che leggo nel corso d’una settimana? Quanto di ciò è superfluo? Quanto inutile? E quanto tempo dedico a libri che parlino di quanto è più importante? Se ci interroghiamo con serietà e rispondiamo con lealtà, probabilmente ci vergogneremo.

La seconda cosa è chiedere a Dio che ci illumini. A questo bastano le parole più semplici. Ma se vogliamo testi colmi di energia divina, sono a nostra disposizione, pensiamo soltanto ai due stupendi inni Veni, Creator Spiritus e Veni, Sancte Spiritus, entrambi contenuti nel Messale.

La terza cosa è per noi aprire la strada all’illuminazione con l’esercitare l’amore. Non in pure parole, ma sul serio; non in sentimenti, ma nell’agire.

L’Avvento reale sorge dall’intimo. Dall’intimo del cuore umano credente e soprattutto dalla profondità dell’amore di Dio. Ma dobbiamo preparare la via al suo amore. Non per nulla nel Vangelo della Messa della quarta domenica d’Avvento appare la figura del Precursore, e la «voce di uno che grida nel deserto» risuona: «Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sia riempito ogni monte e ogni colle sia abbassato; i passi tortuosi siano diritti; i luoghi impervi spianati. Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!» (Lc 3, 4-6).


[1] Einlenchten = «evidenziarsi», letter. «illuminare da dentro» (n.d.t.).

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Celebri il Natale se Gesù nasce nel tuo cuore

Posté par atempodiblog le 25 novembre 2022

Celebri il Natale se Gesù nasce nel tuo cuore
Tratto da: Desiderio d’infinito. Vangelo per la vita quotidiana, di Padre Livio Fanzaga. Ed. PIEMME

Celebri il Natale se Gesù nasce nel tuo cuore dans Avvento Ges-fai-del-nostro-cuore-la-Tua-culla

[...] Il tempo di Avvento [...] è un periodo liturgico di quattro domeniche che ci prepara al Natale. Il mese di dicembre è vissuto freneticamente dall’intera società e noi rischiamo di passare accanto al mistero del Natale senza neppure sfiorarlo.

Ogni Natale è un avvenimento di grazia. Non è il semplice ricordo della venuta di Gesù nel mondo. E’ il mistero dell’incarnazione che si prolunga nella storia e nella vita di ogni uomo.

Tu vivi il Natale se Dio nasce nel tuo cuore. Tu sei quella culla nella quale Maria desidera deporre il piccolo Gesù. Se non si verifica questo grande avvenimento di grazia della nascita del Figlio di Dio nel tuo cuore, anche questo Natale sarà passato invano.

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Esperienze ordinarie di Paradiso

Posté par atempodiblog le 1 novembre 2022

Esperienze ordinarie di Paradiso
Tratto da: Il Paradiso, di Padre Livio Fanzaga – Edizioni Ares

Esperienze ordinarie di Paradiso dans Fede, morale e teologia Festa-di-tutti-i-santi

Il paradiso è ciò che l’uomo desidera dal profondo del suo cuore. E’ la ragione per la quale è stato creato. E’ il fine ultimo della vita. E’ l’approdo della tormentata navigazione nel mare del tempo. Il golfo di luce del paradiso dà senso alle fatiche e alle traversie affrontate. Ogni uomo nasce crocifisso. Senza la gloria della resurrezione e la beatitudine eterna la vita avrebbe l’amaro sapore di una beffa. Se la vita è dolore, come insegnano l’esperienza e la saggezza dei popoli, che senso avrebbe se finisse, come osservava Pascal, con un paio di badilate di terra sulla fatidica bara? L’attesa del paradiso ha una sua logica razionale. Non è solo un desiderio insopprimibile, ma un postulato della ragione. Senza la prospettiva della vita eterna non varrebbe neppure la pena incominciare l’estenuante traversata. Il tentativo patetico di chi colloca il paradiso su questa terra per motivare la fatica di vivere, altro non è che una pietosa bugia, come l’ultima sigaretta offerta al condannato prima di sistemarsi sulla sedia elettrica. Il paradiso è l’unica risposta ragionevole e accettabile alla domanda che senso abbia una vita flagellata dal male e dalla sofferenza e votata inesorabilmente alla morte.

Il desiderio del paradiso ha una sua razionalità. E’ radicato profondamente nella natura umana nella quale si riflette l’ immagine divina. L’uomo, creato capace di Dio, è stato ordinato fin dal principio al paradiso. L’ Eden originario, dove l’uomo godeva della divina amicizia e di doni straordinari, prima fra tutti quello dell’immortalità, è una profezia del paradiso. La condizione esistenziale dei progenitori dell’umanità era un’attesa della beatitudine eterna. Non c’è da meravigliarsi che le tematiche connesse al paradiso attraversino le culture più diverse. Senza il paradiso, quello vero, che la Parola di Dio ci ha rivelato, la vita umana sarebbe un’ombra subito dissipata e lo stesso cammino storico dell’umanità sarebbe un correre inutile verso il nulla. Il Paradiso è necessario perché la vita umana abbia un senso e la storia uno sbocco. Come il mondo ha bisogno di un Dio creatore per essere razionale e intelligibile, così il mistero della nostra esistenza, assediata dal dolore e dalla morte, ha bisogno della speranza della vita eterna per essere sopportabile.

La ragione può ipotizzare l’esistenza di una felicità ultraterrena a partire dalle considerazioni sulla natura umana, orientata alla trascendenza, e sui desideri del cuore impregnati di infinito. Ma è la Parola di Dio che afferma esplicitamente che l’uomo è stato creato per il paradiso. Nel mirabile affresco, nel quale delinea il grandioso piano della creazione e della redenzione, S. Paolo così si esprime: “In lui (Cristo) ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi, mediante Gesù Cristo, secondo il disegno di amore della sua volontà” (Ef 1, 4-5). Per l’apostolo c’è una vera e propria predestinazione dell’uomo al paradiso, dove gli uomini sono figli adottivi di Dio in Cristo Gesù. Il Padre crea ogni uomo mediante Gesù Cristo e in vista di Lui, perché sia santo e immacolato davanti a Lui nella carità.

Il fine per cui Dio crea gli uomini è la gloria del cielo. Il catechismo tradizionale sintetizzava l’insegnamento millenario della Chiesa con parole di una semplicità disarmante. “Dio ci ha creato per conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita e per goderlo per sempre nell’altra in paradiso”. La dottrina cattolica ha rigettato l’opinione di Calvino sulla doppia predestinazione, come se Dio creasse gli uomini alcuni per il paradiso e altri per l’inferno (cfr Institutio, 3.221.5). E’ aberrante per il concetto stesso di divinità, come per la dignità dell’uomo creato libero, che Dio decida con un decreto eterno che alcuni siano predestinati alla vita eterna e altri alla dannazione eterna. L’amore di Dio ha creato gli angeli e gli uomini perché partecipino alla gloria e alla gioia della Santissima Trinità. Il raggiungimento della meta è un dono di grazia, ma passa attraverso la libera scelta di ognuno. Decidersi per il paradiso è dunque ciò che l’uomo deve fare nel tempo della vita perché raggiunga il suo fine ultimo.

Non solo l’uomo è creato per il paradiso, ma lo sperimenta già qui sulla terra, grazie al dono dello Spirito Santo. La presenza dello Spirito nel cuore dell’uomo fa sì che il desiderio della felicità eterna si faccia strada nel groviglio dei desideri carnali e tenga viva la speranza della luce anche nei momenti più oscuri. Lo Spirito Santo è l’amore di Dio diffuso nei nostri cuori. La sua azione intima e silenziosa fa pregustare, nel tempo del pellegrinaggio, la gioia del cielo, acuendone sempre più il desiderio. La certezza del paradiso proviene indubbiamente dall’atto di fede, che crede fermamente nella divina rivelazione, in particolare alle parole di Gesù al riguardo. Tuttavia la verità della fede è confortata dall’esperienza della vita cristiana, che, in quando avvolta dall’amore di Dio e dalla sua grazia, fa pregustare la felicità del cielo. Dio, nella sua sublime sapienza nel guidare le anime, le infiamma per il paradiso facendo pregustare quella che S. Paolo chiama la “caparra” della vita eterna.

“In Lui (Cristo) siamo stati fatti anche eredi, predestinati – secondo il progetto di colui che tutto opera secondo la sua volontà –a essere lode della sua gloria, noi, che già prima abbiamo sperato nel Cristo. In lui anche voi, dopo aver ascoltato la parola della verità, il Vangelo della vostra salvezza, e avere in esso creduto, avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo, che era stato promesso, il quale è la caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato a lode della sua gloria” (Ef 1, 11-14). Nella visione paolina, prima di conseguire la completa redenzione in cielo, il cristiano può già sperimentare su questa terra un “anticipo” (“caparra”) della gloria e della gioia future. Non si tratta un dono particolare riservato ad alcune anime privilegiate, ma della normalità della vita cristiana, in quanto permeata e guidata dallo Spirito Santo (cfr Rm 8, 14- 17).

Tuttavia l’esperienza del paradiso può anche assumere il significato di una grazia particolare, che Dio concede, in determinati momenti della loro vita, a delle anime privilegiate. Al riguardo assumono uno straordinario valore le esperienze mistiche di alcuni santi, che Dio concede non solo come dono personale, ma anche per la edificazione del popolo cristiano. Si tratta indubbiamente di esperienze straordinarie, che però confermano la vita cristiana ordinaria vissuta sotto la guida dello Spirito. L’anima sposa, accesa dall’amore di Dio, vorrebbe sciogliere i vincoli della carne per poter unirsi subito a  Cristo sposo. La vita sulla terra appare un esilio insopportabile e la morte una liberazione. “Mòro perché non moro” (“Muoio perché non muoio”) recita il celebre ritornello di una poesia di S. Teresa d’Avila. “ Morte, orsù, dunque, affrettati, scocca il tuo dardo d’oro! Quella che in ciel tripudia, quella è la vira vera; ma poiché invan raggiungerla, senza morir, si spera, morte, crudel non essere, dammi il il Tesor che imploro!” (S. Teresa d’Avila – Poesie- Desiderio del Cielo).

Non bisogna tuttavia pensare che i mistici abbiano trascorso l’intera vita in questa continua tensione amorosa. Anche loro hanno avuto momenti, a volte lunghi, di oscurità e di aridità. Dio conduce le anime non solo con infinita sapienza, ma anche con straordinaria dolcezza. Ciò che Dio concede come dono straordinario ad alcune anime, non lo nega come esperienza ordinaria a tutte quelle anime che aprono il cuore al suo amore. Non c’è anima aperta ai tocchi della grazia nella quale Dio non versi qualche goccia del suo amore purissimo. Si tratta di momenti speciali, che sono delle vere e proprie perle preziose da conservare gelosamente nel segreto del cuore lungo il cammino della vita. Quando si è sperimentata, anche per un solo istante, la dolcezza del paradiso non la si dimentica più.

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Difendere la propria reputazione? Ecco cosa ci dice san Francesco di Sales

Posté par atempodiblog le 9 juin 2022

Difendere la propria reputazione? Ecco cosa ci dice san Francesco di Sales
Fonte: La divinizzazione della sofferenza di padre Adolphe Tanquerey, Verona 2021, pp.111-112
Tratto da: Il Cammino dei Tre Sentieri

Difendere la propria reputazione? Ecco cosa ci dice san Francesco di Sales dans Fede, morale e teologia San-Francesco-di-Sales

A volte stimiamo la nostra reputazione anche più della salute e dei beni temporali.

E’ certo doveroso vigilare su di essa ed evitare qualunque cosa che possa danneggiarla o diminuirla: la stima degli altri è un bene utile non solo per noi stessi, ma per esercitare un’influenza legittima intorno a noi.

Tuttavia, Dio consente in alcuni casi che, senza colpa da parte nostra, perdiamo questa buona fama.

(…)

La ragione risiede nel fatto che l’umiltà è una delle virtù più eccellenti e il fondamento del nostro edificio spirituale, specialmente quando è praticata per amore di Dio.

Questa è la ragione per cui i santi accettarono di perdere la loro reputazione e quando si videro calunniati risposero con san Francesco di Sales: “Non dicono che questo soltanto? Oh! Davvero non sanno tutto; mi lusingano, mi risparmiano; vedo che mi considerano meglio di me. Dio sia benedetto! Dobbiamo correggerci; se non merito di essere umiliato in questo, lo merito in molte altre cose; è sempre per gran misericordia che io sia trattato così benevolmente.”

Il santo però aggiunge: “Nondimeno, faccio eccezione per alcuni crimini, così atroci e infami che nessuno dovrebbe subirne calunnia, qualora ne sia davvero colpevole; senza contare che dalla buona reputazione – o viceversa dalla cattiva fama  di alcune persone dipende spesso l’edificazione o lo scandalo di molti. In questi casi, bisogna a buona ragione badare a riparare il torto ricevuto”.

Tale era la condotta del Santo: voleva che la dignità episcopale fosse rispettata nella sua persona e si giustificava da certe calunnie che avrebbero compromesso il suo ministero.

A parte questo, mai cercò di scusarsi o giustificarsi.

Per riuscire meglio in questi propositi, egli patì ogni umiliazione o affronto per amore di Gesù rimettendo a Lui la custodia della propria fama.

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Una fede fatta di prove

Posté par atempodiblog le 24 avril 2022

L’apostolo Tommaso dubita della parola degli amici
Una fede fatta di prove: altro che fede che debba fare a meno del vedere e del toccare!
Tratto da: Qual è la vera fede cattolica? – Di Corrado Gnerre. – Edizioni: Fede & Cultura

Una fede fatta di prove dans Commenti al Vangelo L-incredulit-di-Tommaso

«Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”. Poi disse a Tommaso: “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo, ma credente!”. Rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”. Gesù gli disse: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!”» (Gv 20,26-29).

L’apostolo Tommaso dubita della parola degli amici. Questo episodio viene solitamente utilizzato, nella catechesi moderna, per affermare che la vera fede sia quella che prescinda totalmente dai segni, cioè dal vedere e constatare. In realtà questa traduzione non è fondata.

Il noto biblista Ignace de la Potterie (1914-2003) afferma che nell’originale greco il verbo è all’aoristo (pisteusantes) e che anche nella versione latina era messo al passato (crediderunt).

Per cui la frase deve essere così tradotta: “Beati coloro che senza aver visto (senza aver visto me direttamente), hanno creduto”.

Dunque, Gesù rimprovera Tommaso non perché vuol vedere, ma perché non si è fidato di coloro che già avevano visto. Altro che fede che debba fare a meno del vedere e del toccare!

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Giudizi temerari/ Imprudenza e leggerezza nel giudicare un’azione e temerarietà nel voler giudicare il cuore

Posté par atempodiblog le 6 février 2022

Giudizi temerari/ Imprudenza e leggerezza nel giudicare un’azione e temerarietà nel voler giudicare il cuore
Tratto dal commento di padre Livio Fanzaga, direttore di Radio Maria, al libroEsercizio di perfezione e di virtù cristiane” di padre Alfonso Rodriguez S.J.

Giudizi temerari/ Imprudenza e leggerezza nel giudicare un’azione e temerarietà nel voler giudicare il cuore dans Fede, morale e teologia sant-Alfonso-Rodriguez-sj

Per quanto riguarda il giudizio: questo può riguardare o l’azione che uno compie oppure la sua intenzione. Come sappiamo, quando Cristo ci ha proibito di giudicare l’intenzione delle persone è perché il cuore è noto soltanto a Dio. Per quanto riguarda l’azione in sé per sé considerata, per es. vediamo una persona che uccide un’altra persona, anche per quanto riguarda l’azione bisogna agire con molta prudenza. Bisogna effettivamente non precipitarsi nel giudizio, ma avere tutti gli elementi necessari. La temerarietà può riguardare sia l’azione in se stessa in quanto noi non sappiamo giudicare con oggettività, per cui molte volte esprimiamo giudizi a partire da dati assolutamente insufficienti, per cui se vediamo una persona in giro a mezzanotte pensiamo “chissà dove va… invece, può darsi, sia andata a trovare un povero, non bisogna essere precipitosi ed imprudenti e di valutare bene la materia in se stessa, sia l’intenzione nota soltanto a Dio, perché soltanto Lui vede nel fondo dei cuori.

Mi ricordo sempre la morte del povero cardinale Daniélou, grande uomo di Chiesa, che era andato a trovare una povera ex prostituta abbandonata (lui era solito fare questi gesti di grandissima carità) e quando arrivò al sesto piano, dopo aver salito tutte le scale a piedi, morì d’infarto. Ebbe un infarto arrivato in cima. Ecco il giudizio temerario, subito c’era chi diceva: “perché era là?”, “cosa faceva là?, “quella era una prostituta!… E giù giudizi a più non posso. Si trattava, invece, di uno squisitissimo atto di carità.

Si chiamano giudizi temerari in quanto c’è una temerarietà, quindi un’imprudenza e una leggerezza nel giudicare un’azione e c’è anche una temerarietà di voler giudicare il cuore e a noi l’intenzione sfugge. [...]

I giudizi temerari già son tali quando si consumano nel nostro cuore, se poi vengono manifestati ad altri assumono una gravità maggiore, cioè la gravità della diffamazione, della calunnia e perciò, diceva il nostro autore, i teologi ci ammoniscono che bisogna guardarsi dal manifestare ad altri tali giudizi o sospetti quando si presentano alla mente per non essere causa agli altri dello stesso sospetto o confermarveli nel caso li avessero già avuti. Tale è infatti la nostra perversa inclinazione che degli altri crediamo più facilmente il male che il bene. Poi abbiamo visto che questo atteggiamento del giudicare temerariamente oltre che offendere il prossimo, offende anche Dio che si è riservato il diritto di giudicare. La persona santa non giudica mai: scusa, compatisce e prega.

S-Alfonso-Rodriguez-gesuita dans Libri

Dei giudizi temerari
Tratto da: Esercizio di perfezione e di virtù cristiane di padre Alfonso Rodriguez S.J.
Proprietà riservata alla Società Editrice Internazionale di Torino
Torino, 1931
Scuola Tipografica Salesiana Via Cottolengo, 32

CAPO XV
Dei giudizi temerari; e si dichiara in che consista la malizia e gravezza di essi (da pag. 147 a p. 149)

1) I giudizi temerari sono contrari alla carità;
2) Perché si infama il prossimo nel nostro cuore;
3) Altro averli, altro ammetterli;
4) E un usurpare la giurisdizione di Dio;
5) Specie se si giudica l’interno altrui.

1) «E tu, dice l’Apostolo S. Paolo, perché giudichi il tuo fratello, o perché disprezzi il tuo fratello?» (Rom. 14, 10). Fra le altre tentazioni colle quali il demonio, nemico del nostro bene, ci suole far guerra, una, e molto principale, è il metterci nella mente giudizi o sospetti contro i nostri fratelli, acciocché, levando da noi la buona opinione che di essi abbiamo, ne levi insieme l’amore e la carità, o almeno ci faccia raffreddare in essa. Per la medesima ragione abbiamo noi altri da procurare di resistere con molta diligenza a questa tentazione, tenendola per molto grave; poiché tocca un tasto tanto principale e delicato, quanto è la carità. Così ce ne avverte S. Agostino (S. Aug. De amicit. l. 2, c. 24): Se ti vuoi conservare in amore e carità coi tuoi fratelli, egli dice, prima d’ogni altra cosa bisogna che ti guardi molto dai sinistri giudizi e sospetti; perché questi sono il veleno della carità. E S. Bonaventura (S. BONAV. Stim. amor. p. 3, c. 8) dice: Una peste sono questi giudizi, occulta e segreta, ma gravissima, la quale scaccia lontano da sé Dio e distrugge la carità dei fratelli.

2) La malizia e gravezza di questo vizio consiste nell’infamare una persona il suo prossimo entro se stessa, disprezzandolo e stimandolo meno, e dandogli un basso e disonorevole luogo entro il suo cuore, per indizi leggieri e a ciò fare non bastevoli. Nel che fa torto ed ingiuria al suo fratello; e tanto sarà maggiore la colpa in questo, quanto la cosa della quale uno giudica il suo fratello sarà più grave e gl’indizi meno sufficienti.

Si potrà ben comprendere la gravezza di questa colpa da un’altra simile. Se tu lacerassi la fama del tuo fratello presso d’un altro, facendo che quel tale perdesse il buon concetto e la buona opinione che prima aveva di lui, e così presso d’un tale venissi ad infamarlo, ben si vede che sarebbe questo un grave peccato. Or questo medesimo torto ed ingiuria gli fai col torgli presso di te, senza cagione e senza bastanti indizi, quel buon concetto e quella buona opinione che avevi tu di lui; perché tanto stima il tuo fratello l’essere in buona riputazione presso di te, quanto l’essere nella medesima presso qualunque altro. E in causa propria potrà ben ciascuno conoscere qual grave torto ed ingiuria fa egli in questo al suo prossimo. Non t’aggraveresti tu, che uno ti tenesse per tale, senza che n’avessi dato motivo bastante? Or così viene aggravato da te quell’altro col giudicarlo tu per tale. Misuralo da te stesso; ché questa è la misura della carità col nostro prossimo e della giustizia ancora.

3) È però qui da avvertirsi che l’esser tentato di giudizi temerari è una cosa, e l’esser vinto dalla tentazione di essi è un’altra. Come siamo soliti di dire nelle altre tentazioni, che l’aver tentazioni è una cosa, e un’altra è l’esser vinto e il consentir in esse; e diciamo che non sta il male nella prima, ma nella seconda cosa; così qui non sta il male nell’esser uno molestato da pensieri di sinistri giudizi e sospetti; sebbene sarebbe meglio che avessimo tanta carità e amore verso i nostri fratelli, tal concetto di essi e tanta cognizione dei nostri propri difetti, che non si risvegliasse in noi il pensiero dei difetti altrui: ma finalmente, come dice S. Bernardo (S. BERN. De inter. domo, c. 8, n. 15), «non sta la colpa nel senso, ma nel consenso» e nell’esser vinto dalla tentazione; ed allora dice uno esser vinto dalla tentazione dei giudizi temerari, quando deliberatamente consente in essi, e per mezzo di quelli perde la buona opinione e il buon concetto che aveva del suo fratello, e non lo stima più come faceva prima; anzi entro se stesso lo disprezza, secondo le parole sopra citate dell’Apostolo S. Paolo.

E in tal caso, quando si confessa, non ha da dire che gli sono venuti nella mente giudizi temerari contro il suo fratello; ma che ha consentito in essi e che è stato vinto dalla tentazione. E avvertono qui i teologi, che la persona si deve grandemente guardare di comunicar ad un altro il giudizio, o sospetto cattivo, che gli è venuto in mente del suo prossimo; acciocché non sia cagione che l’altro venga ad ammettere il medesimo giudizio e sospetto, o a confermarsi in quello, che forse gli era già venuto prima nella mente; perché è tanto cattiva la nostra inclinazione, che più facilmente crediamo il male dell’altro che il bene. Ed anche avvertono che nel confessarsi non deve uno manifestar la persona contro la quale ha avuto in mente il giudizio, come né anche la persona della quale si sia offeso per la tale o tal cosa che fece; acciocché non venga con questo a ingenerare a di lei pregiudizio nel confessore qualche cattivo sospetto, o qualche mal concetto. La circospezione e la cura che i dottori e i Santi vogliono che abbiamo dell’onore e della buona opinione del nostro prossimo è tanto grande; e tu vuoi per certi leggieri indizi levargli il buon concetto e la riputazione in cui era presso di te, e in cui ha naturale ragione e diritto di essere presso di tutti, mentre le sue azioni non fanno sufficiente testimonianza del contrario?

4) Oltre l’ingiuria e il torto che in questo si fa al prossimo, contiene in sé questo vizio un’altra malizia e ingiuria grave contro, Dio; che è usurpare la giurisdizione e il giudizio che unicamente è proprio del medesimo Dio, contravvenendo a quello che dice Cristo nostro Redentore, come si legge nel Vangelo: «Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate, e non sarete condannati» (Lc 6, 37). S. Agostino (S. AUG. De serm. Dom. in monte, l. 2, c, 18) dice che il Signore proibisce qui i giudizi temerari, quali sono giudicar l’intenzione del cuore, od altre cose incerte ed occulte: perché Dio riservò a sé la cognizione di queste cause; e così comanda che noi non c’ingeriamo in esse. L’Apostolo S. Paolo dichiara questa cosa più in particolare scrivendo ai Romani: «Chi sei tu che condanni il servo altrui? Egli sta ritto o cade per il suo padrone» (Rom. 14, 4). Il giudicare è atto di superiore: quest’uomo non è tuo suddito: ha padrone lascialo giudicare a lui; non usurpar tu la giurisdizione di Dio. «Per la qual cosa non vogliate giudicare prima del tempo, fintantoché venga il Signore, il quale rischiarerà i nascondigli delle tenebre e manifesterà i consigli del cuore; e allora ciascheduno avrà lode da Dio» (1Cor 4, 5). Questa è la ragione che adduce l’Apostolo S. Paolo del non dover noi giudicare in simili cose; perché queste sono cose incerte ed occulte, che appartengono al giudizio di Dio; e così colui che s’intromette in giudicar queste cose usurpa la giurisdizione e il giudizio che unicamente appartengono a Dio.

5) Nelle Vite dei Padri (De vit. patr. 1. 5, lib. 9, n. 11) si racconta di uno di quei monaci, che con alcuni indizi che vide, o udì, giudicò malamente di un altro monaco, e subito sentì una voce dal cielo che gli disse: Gli uomini si sono ribellati, e hanno usurpato il mio giudizio, e si sono ingeriti nella giurisdizione altrui. E se diciamo questo, e lo dicono i Santi ancora, delle cose che hanno qualche apparenza di male; che sarà di coloro che ancora le cose per se stesse buone le interpretano sinistramente, giudicando che si facciano con mala intenzione e per fini umani? Questo è più propriamente usurpare la giurisdizione e il giudizio di Dio; poiché ancora dentro i cuori degli uomini si vuole entrare e giudicar le intenzioni ed i pensieri occulti; il che è proprio solamente di Dio. «Vi siete fatti giudici di pensamenti ingiusti», dice l’Apostolo S. Giacomo (Gc 2, 4); e il Savio aggiunge che questi tali si vogliono far indovini, giudicando quel che non sanno e non possono sapere (Prov 23, 7).

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