Gesù non ci ha lasciato soli

Posté par atempodiblog le 24 mai 2020

Gesù non ci ha lasciato soli

Gesù non ci ha lasciato soli dans Commenti al Vangelo Velo-del-Cielo

Non pensare che Gesù, ritornando al Padre, ci abbia lasciato soli, Egli ci assicura che rimane con noi fino alla fine del mondo. L’evangelista Marco sottolinea che, dopo l’Ascensione di Gesù, gli apostoli sono partiti a predicare ovunque, ma il “Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano”. Tu ti chiederai: “Ma Gesù si trova in cielo o in terra?”. Ebbene, la risposta più vera e più calzante è che sono state infrante le barriere che separano il tempo dall’eternità e il cielo è qui sulla terra, nei cuori degli uomini che credono, che si convertono e che portano Gesù nel cuore.

Non ti meraviglia questo evento mirabile della navicella della Chiesa che veleggia ormai da due millenni fra i marosi della storia senza affondare? Gesù di essa ha detto che “le porte dell’inferno non prevarranno”. Per quale motivo? Perché Gesù naviga con noi, sulla barca della nostra vita e della storia e se Lui è con noi, le forze del male non potranno portare l’umanità alla distruzione.

Tratto da: Desiderio d’infinito. Vangelo per la vita quotidiana, di Padre Livio Fanzaga. Ed. PIEMME

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LETTURE/ San Charbel, Dio si prende cura anche della carne dell’uomo

Posté par atempodiblog le 23 mai 2020

LETTURE/ San Charbel, Dio si prende cura anche della carne dell’uomo
La storia di due santi specializzati in guarigioni mediche e che in questo periodo di pandemia è opportuno ricordare. Cominciando da san Charbel Makluf
di Giuseppe Emmolo – Il Sussidiario

LETTURE/ San Charbel, Dio si prende cura anche della carne dell’uomo dans Articoli di Giornali e News Fiaccolata
Fiaccolata per la vita (LaPresse)

I padiglioni della fiera trasformati in reparti di terapia intensiva sono stati dedicati dall’arcivescovo di Milano mons. Delpini a due santi, Riccardo Pampuri (1897-1930) e san Charbel Makluf (1828-1898). La ragione è che il primo, san Riccardo, era frate e medico condotto e Charbel, monaco libanese, è un santo che fa i miracoli come san Riccardo ma, talvolta, interviene personalmente a operare i pazienti. Chi era Charbel? Niente di meglio per conoscerlo che capitare in un pellegrinaggio guidato da un monaco suo confratello, padre Elias al Jamhoury, monaco dell’Ordine libanese maronita, autore di un libro a lui dedicato (San Charbel. Itinerario nelle profondità, San Paolo 2015).

Non esiste nel mondo un fenomeno come quello che si ripete in Libano dal 1993 ad oggi, ogni 22 del mese, sulla tomba di san Charbel, ad Annaya, dove sorge un monastero dell’ordine dei monaci maroniti (la Chiesa maronita del Libano è una chiesa cattolica a tutti gli effetti e  prende il nome da san Marone, monaco siriaco vissuto tra il IV e il V secolo). Dalla sera del 21 di ogni mese e per tutto il 22 successivo da tutto il Libano sciamano in pellegrinaggio decine di migliaia libanesi (con punte fino a 35-40 mila), che si recano in preghiera sulla cripta del santo. È da notare che tra questi ci sono moltissimi musulmani.

I pellegrinaggi mensili sono nati alla fine della sanguinosa guerra civile (1977-1990) che ha devastato il Libano e fatto emigrare centinaia di migliaia di cristiani. In uno sperduto paese a nord di Beirut, ad Annaya, una signora libanese, Nohad, madre di numerosi figli, fu colpita da ictus cerebrale con doppia occlusione della carotide, che le paralizzò la parte sinistra del corpo. Per la lesione cerebrale non poteva più parlare né camminare e si poteva nutrire solo con una cannuccia. Nohad pregò Charbel e nella notte del 22 gennaio 1993 sognò due monaci. Il primo le disse: “sono Charbel e sono venuto ad operarti”. Nohad si spaventò, ma il santo aveva già iniziato l’intervento senza anestesia. Nohad sentì le due dita del santo che le incidevano la gola e provò un dolore lancinante. Il secondo monaco, san Marone, le sistemò il guanciale dietro la schiena e l’aiutò a sedersi sul letto, dicendole: “Ti abbiamo operato. Ora puoi alzarti, bere e camminare”. Il sogno era così reale che Nohad si svegliò. Con stupore si accorse di muovere braccio e gamba sinistra e allo specchio vide ai lati del collo due tagli di dodici centimetri ciascuno, chiusi con tre punti di sutura a destra e quattro a sinistra, da cui fuoriusciva un sottile filo chirurgico. La notizia si diffuse come un lampo in tutto il Libano. San Charbel apparve poi ancora in sogno a Nohad e le disse: “Ti ho lasciato le cicatrici per volere di Dio, perché tutti possano vederle, soprattutto quelli che si sono allontanati da Dio, perché tornino alla fede. Ti chiedo di recarti all’eremo ogni mese, ogni 22, ricorrenza della tua guarigione e partecipare alla Messa. Là io sono sempre presente”. Così iniziarono i pellegrinaggi.

Charbel nacque l’8 maggio 1828 a nord del Libano e gli venne dato nome Yussef (Giuseppe). Visse in un villaggio ad appena 3 km dalla Bekà Kafra (“Valle santa”), così detta perché, secondo la tradizione, Gesù vi passò più volte ed operò miracoli. Il 1° novembre 1853 divenne monaco col nome di Charbel, in onore di un martire del I secolo. Grande influenza sulla sua formazione ebbero, oltre la famiglia, i professori del seminario. L’anno successivo alla sua ordinazione sacerdotale (1859) assistette impotente ad un terribile massacro di 2.200 cristiani per mano dei Turchi. Visse 70 anni circa e per 23 anni fece l’eremita: dormiva non più di 5 ore per notte e pregava notte e giorno il Sacramento. Morirà il 24 dicembre 1898.  Dal 1950 alla fine del 1952 si registrarono oltre 2.200 miracoli. Oltre ai miracoli pervennero al monastero da tutte le parti del mondo ben 300mila lettere con richieste di reliquie o per testimoniare una guarigione. Tutte queste lettere sono oggi esposte nel museo del monastero di Annaya.

Dopo la sepoltura si notò una luce brillare sul monastero per ben 45 giorni ininterrottamente. A quattro mesi dalla morte venne aperta la tomba e il corpo fu trovato intatto e flessibile. Soltanto venne notato un liquido rossastro che gocciolava dal fianco. Questo fenomeno si riscontrerà nel 1926, 1950 e soprattutto nel 1952 dal 7 al 24 agosto. Raccolto dai fedeli, questo liquido diede sovente sollievo ai malati e li guarì. Riaperta ancora la bara si vide il corpo di padre Charbel galleggiare letteralmente nel liquido rossastro. Per arrestare il flusso i monaci pensarono di passare dell’alcol sul corpo e di esporlo al sole nella speranza che si decomponesse: dopo 5 mesi di tale trattamento il corpo continuava ad emanare profumo e ad emettere liquido!

Si decise allora di espiantare gli organi interni ma il corpo continuò a trasudare sangue e acqua. Si provò ad asciugare il corpo, ricoprendolo di calce viva, tenendo la salma in posizione verticale, per bruciare i suoi piedi al fine di assorbire il sangue filtrato e dare il via al processo di necrosi dei tessuti: il corpo restava intatto! A 40 anni dall’inizio del processo di canonizzazione (1926) Paolo VI lo proclamò beato (1965) e il 9 ottobre 1977 santo.

Ma c’è ancora un mistero che avvolge il corpo di Charbel. Esso è rimasto flessibile e “fresco” fino all’anno della beatificazione. Dopo, senza subire il normale processo di corruzione, si è decomposto in una maniera inspiegabile. Nel 1976, riaperta la tomba, apparve l’intero scheletro con tutte le sue ossa, di colore rosato, che aveva mantenuto una certa freschezza. Secondo la scienza, due mesi dopo il decesso, lo scheletro umano si trasforma in ossa bianche perforate ma fino al 2009 questo fenomeno non si è mai verificato per san Charbel.

Forse con la chiamata in campo di san Charbel, l’arcivescovo di Delpini non ha voluto soltanto invocare la fine della pandemia in una Lombardia in ginocchio. Ma ha voluto mandare un messaggio di speranza che andasse oltre l’emergenza. Il Dio cristiano non si interessa solo spiritualmente dell’uomo e del suo destino ma spesso suscita testimoni con cui dimostra di prendersi cura in senso letterale dell’uomo, come ha fatto san Charbel, che si è preso cura di una donna, addirittura eseguendo un’operazione chirurgica e con tanto di punti di sutura interni alla gola.

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Papa Francesco: mai perdere il senso dell’umorismo, avvicina a Dio

Posté par atempodiblog le 17 mai 2020

Papa Francesco: mai perdere il senso dell’umorismo, avvicina a Dio
Così il Pontefice nel libro di Chiara Amirante (Lev – Piemme). «Nello scrutinio del conclave ho incominciato a sentire: “Bergoglio, Bergoglio, Bergoglio”, invece delle paure mi è nata dentro una pace che dura ancora oggi. È stata un dono»
di Domenico Agasso Jr. – Vatican Insder

Papa Francesco: mai perdere il senso dell’umorismo, avvicina a Dio dans Articoli di Giornali e News Papa-Francesco-e-Chiara-Amirante
Chiara Amirante, fondatrice e presidente della Comunità Nuovi Orizzonti, accoglie papa Francesco nella «Cittadella Cielo» (24 settembre 2019 – foto Nuovi Orizzonti)

«Una pubblicazione dal titolo Dio è Gioia… Sì, mi piace, è bello!». Il Pontefice “benedice” così il volume di Chiara Amirante (Lev – Piemme), in uscita martedì, che contiene anche un’intervista al Pontefice, oltre all’omelia e alle sue parole ai ragazzi della «Cittadella Cielo» di Frosinone nella visita del 24 settembre scorso.

Come fa papa Francesco a essere papa Francesco, sempre così determinato, forte, allegro, tenace, fonte di speranza? Qual è il suo segreto? Domanda l’autrice, fondatrice e presidente della Comunità Nuovi Orizzonti: «Ha detto che Dio è Gioia, e la Scrittura ci ricorda che dobbiamo essere sempre nella gioia; c’è quel passo bellissimo di san Paolo: “State sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie”. Allora vorrei chiederle: come fa a restare nella gioia con tutte le responsabilità che ha?». Secondo Jorge Mario Bergoglio, oltre che alla preghiera, «la gioia va molto unita al senso dell’umorismo. Un cristiano che non ne ha, gli manca qualcosa». Ecco perché «da quarant’anni recito la preghiera di san Tommaso Moro», per avere «il senso dell’umorismo. Vanno sempre insieme la gioia cristiana e il senso dell’umorismo e, per me, il senso dell’umorismo è l’atteggiamento umano più vicino alla grazia di Dio».

Eccola, la preghiera di san Tommaso Moro: «Dammi, Signore, una buona digestione, e anche qualcosa da digerire. Dammi la salute del corpo, con il buonumore necessario per mantenerla. Dammi, Signore, un’anima santa che sappia far tesoro di ciò che è buono e puro, e non si spaventi davanti al peccato, ma piuttosto trovi il modo di rimettere le cose a posto. Dammi un’anima che non conosca la noia, i brontolamenti, i sospiri e i lamenti, e non permettere che mi crucci eccessivamente per quella cosa tanto ingombrante che si chiama “io”. Dammi, Signore, il senso dell’umorismo. Fammi la grazia di capire gli scherzi, perché abbia nella vita un po’ di gioia e possa comunicarla agli altri. Così sia».

Il Vescovo di Roma aggiunge il «sentimento di pace». E racconta un aneddoto dei minuti storici in cui da Jorge Mario Bergoglio diventava papa Francesco: «Nello scrutinio del conclave, ho incominciato a sentire: “Bergoglio, Bergoglio, Bergoglio”, invece delle mie paure mi è nata dentro una pace che dura ancora oggi e quella pace è stata un dono. Anche la gioia è un dono, un dono – ribadisce – Non è un sentimento chiassoso, non vuol dire fare rumore, anche se a volte si esprime così».

Gli vengono chiesti suggerimenti, e Francesco innanzitutto consiglia di «imparare lo spogliamento di sé, lo svuotamento, imparare a svuotarsi». Dice che «il diavolo, nel mio caso, cerca sempre di rovinare questo stato d’animo, ma non riesce perché è una cosa così tanto gratuita che il Signore la custodisce Lui stesso».

Di fronte a «cose brutte», c’è una «frase che mi aiuta tanto: “Ma Dio è più grande”. Mi aiuta quella frase: “Ma Dio è più grande”». Perché camminare «nello Spirito, sapendo che lo Spirito è più potente, è come camminare con una riserva di ossigeno quando ti manca l’ossigeno».

Poi, un episodio divertente e illuminante: «Una volta avevamo un professore che ci ha chiesto se avevamo l’abitudine di guardarci allo specchio e fissarci in silenzio per un minuto». Nessuno di «noi, eravamo gesuiti, aveva quell’abitudine. “Fatelo!” ci disse. E questo, nel caso mio, quando qualche volta l’ho fatto, mi porta in mezzo minuto a ridere di me stesso». Ridere di se stessi, «questo è molto importante!».

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La missione di Maria è la sua maternità

Posté par atempodiblog le 10 mai 2020

La missione di Maria è la sua maternità dans Fede, morale e teologia MMUN4063auguri-festa-Mamma dans Libri

La missione di Maria è la sua maternità. Essere madre è ciò che la caratterizza più di qualsiasi altra cosa. Lo è come nessuna donna potrebbe esserlo. È infatti madre di Dio, madre della Chiesa e madre dell’umanità. Realizza la sua maternità in una dimensione soprannaturale, ben più ampia e profonda di qualsiasi generazione naturale. Se la madre naturale è un grande dono, la nostra madre celeste è una delle più grandi grazie che l’amore di Dio abbia mai concesso agli uomini.

Maria è madre perché è l’ancella del Signore. Questo è il compito che il Padre le ha assegnato. Prima nei confronti del Figlio suo, poi di tutti noi. Nella sua straordinaria maternità noi vediamo un riflesso di Dio, che ha voluto donarci in Maria la dimensione materna del suo amore.

Tratto da: La pazienza di Dio. Vangelo per la vita quotidiana, di Padre Livio Fanzaga - Ed. Piemme

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Cristo in noi

Posté par atempodiblog le 9 mai 2020

Cristo in noi

Cristo in noi dans Commenti al Vangelo Dio

In Cristo, Dio si è donato all’uomo, partecipando così alla sua sorte; si è fatto uno con l’uomo a tal punto che

«chi ha visto me», dice Gesù, «ha visto il Padre» (Gv 14, 9).

E non solo nel senso che ci è stato concesso per grazia di poter riconoscere Dio nel Cristo, ma anche a significare la gioia di Dio nell’esistere in Lui come uomo. Ciò che è avvenuto una volta in Cristo – dice san Paolo – deve ripetersi continuamente. Non in modo identico, che la vera e propria incarnazione di Dio è un evento in cui è impegnato Dio come Persona, in modo intangibilmente unico, – ma spiritualmente; così può aver luogo in ciascuno, proprio in ciascuno. Nessuno è superfluo, perché ognuno esiste una sola volta e Dio ama l’uomo a tal punto che vuoi rinnovare in tutti il mistero dell’incarnazione.

Credere significa accogliere in sé il Cristo risuscitato, vivere da cristiani significa far posto a Dio perché si esprima e si affermi nella nostra propria esistenza. La fede è perfetta quando Cristo penetra nell’esistenza dell’uomo e vi diventa l’Unico, il Tutto: la vita del Cristo è il tema che, proposto sempre di nuovo, dev’essere sviluppato in ognuno di noi. Nella nostra vita riappare di continuo il Cristo e nel Cristo Dio; di continuo l’uomo può trasformarsi in Cristo e, per suo mezzo, in Dio. Così cresce l’uomo nuovo, nel quale Cristo rivive la sua vita e Dio da compimento al suo amore. Così l’uomo diventa ciò che dev’essere secondo l’intenzione di Dio.

di Romano Guardini – Il Rosario della Madonna, Ed. Morcellina

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La corona del Rosario e le ripetizioni

Posté par atempodiblog le 8 mai 2020

La corona del Rosario e le ripetizioni
di Romano Guardini – Il Rosario della Madonna, Ed. Morcellina

La corona del Rosario e le ripetizioni dans Fede, morale e teologia Pregare-Rosario

La ripetizione ha pure il suo significato vitale. Non è forse un elemento della vita? Che cos’è il battito del cuore se non ripetizione? Sempre lo stesso contrarsi e distendersi, ma è per esso che il sangue circola nel corpo. Che cos’è il respiro se non ripetizione? Sempre lo stesso inspirare ed espirare, ma è la nostra vita. Tutta la nostra esistenza non è forse ordinata e sostenuta da un ritmo di scambio e ritorno? Ogni giorno il sole si alza e tramonta; ogni anno la vita si rinnova in primavera, raggiunge il culmine e decade. Che cosa possiamo obiettare contro queste ed altre ripetizioni? Sono l’ordine in cui ci muoviamo, in cui l’intimo germe si sviluppa e prende corpo. Tutto ciò che vive si attua nei ritmi delle circostanze esteriori e dell’attuazione interiore; perché non dovrebbe avere il suo posto anche nella vita religiosa ciò che è legittimo in tutte le altre forme di vita?

Il Rosario rappresenta una forma particolare di vita religiosa. Qualcuno può dichiarare di non sapersene servire; è affar suo; non ha però il diritto di dire che questa preghiera non abbia senso e che non sia cristiana, perché così darebbe solo a vedere che non sa di che si tratta.

Per quanto riguarda la corona dei grani, essa ha evidentemente il compito di facilitare il raccoglimento dello spirito. Da un grano si passa all’altro; il loro numero mantiene le ripetizioni in una misura riconosciuta conveniente dalla lunga esperienza. Se non ci fossero, chi prega dovrebbe badare a non esagerare nel molto o nel poco e la sua attenzione sarebbe così sviata dall’essenziale. I grani contano per lui … E dunque qualcosa di meccanico? Sicuro, ma non c’è forse una parte di meccanica in ogni cosa? Si dice che per tutto occorre una preparazione – tutto va imparato; imparare vuoi dire esercitarsi e l’esercizio è appunto il formarsi di un «meccanismo», per mezzo del quale l’azione proceda «da sé»; o meglio, la forza e l’attenzione rimangano libere per ciò che più importa. Finché non si è imparato a fare una cosa, bisogna sorvegliare ogni singolo atto, e l’essenziale vien trascurato; quando invece si è imparato, ossia quando si è acquistata una tecnica, la mente è più libera. Ecco tutto il significato della corona nel Rosario.

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Stringiamoci a Maria

Posté par atempodiblog le 28 avril 2020

Stringiamoci a Maria dans Citazioni, frasi e pensieri Montfort

[...] occorre mettere fra le mani di Maria tutto quanto possediamo e lo stesso tesoro dei tesori, Gesù Cristo, affinché ce lo custodisca. Siamo vasi troppo fragili: non mettiamoci questo prezioso tesoro e questa manna celeste. Abbiamo troppi nemici addosso, troppo scaltri e troppo esperti: non fidiamoci della nostra prudenza e della nostra forza. Abbiamo troppe funeste esperienze della nostra incostanza e leggerezza naturale: diffidiamo della nostra sapienza e del nostro fervore.

Maria è sapiente: mettiamo tutto nelle sue mani Ella saprà ben disporre di noi e di quanto ci appartiene per la maggior gloria di Dio.

Maria è caritatevole: ci ama come figli e come servi. Offriamole tutto. Non perderemo niente ed ella volgerà tutto a nostro vantaggio.

Maria è generosa: restituisce più che non le si dia. Diamole quel che abbiamo, senza alcuna riserva, e ne riceveremo il cento per uno; per cento uova un bove, come si dice.

Maria è potente: nessuno può rapirle quanto è stato posto fra le sue mani. Mettiamoci nelle sue mani. Ci difenderà e ci farà vincere tutti i nemici.

Maria è fedele: non lascia smarrire né sciupare ciò che le è stato affidato. È, per eccellenza, la vergine fedele a Dio ed agli uomini. Ha custodito con fedeltà quanto Dio le ha dato, senza perderne la minima parte, ed ancora oggi custodisce con cura particolare coloro che si sono posti sotto la sua protezione e tutela.

Affidiamo, dunque, ogni cosa alla sua fedeltà. Stringiamoci a lei come a colonna che non può essere abbattuta, come ad àncora che non può essere staccata, o meglio come alla montagna di Sion che non può essere smossa.
Per quanto ciechi, deboli ed incostanti noi siamo per natura e per quanto numerosi e astuti siano i nostri nemici, non ci inganneremo né ci smarriremo mai, né mai avremo la sventura di perdere la grazia di Dio e l’infinito tesoro dell’eterna Sapienza.

Da: ‘L’amore dell’eterna Sapienza’ di  San Luigi Maria Grignon de Montfort

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La fede invitta di Maria

Posté par atempodiblog le 11 avril 2020

La fede invitta di Maria dans Commenti al Vangelo La-piet-di-Michelangelo

Tu hai creduto che era il Figlio di Dio Colui che supplicava Dio di non abbandonarLo. Mentre, spezzata dal dolore, Tu Madre, morta col Figlio, tenevi in grembo il Suo corpo senza vita con lo stesso amore con cui lo tenevi da bambino. Tu sola hai creduto con l’eroismo della fede più grande di quella di Abramo, nella gloria imminente della Resurrezione.

Da dove la sorgente segreta della Tua fede vittoriosa che ha consentito a Dio di diventare uomo, affinché l’uomo fosse partecipe della divina natura?

Come potremo noi, uomini di poca fede, sballottati dalle onde del dubbio e dell’incertezza, in ricerca continua di umane sicurezze, trovare un appoggio sicuro per credere?

La fede invitta di Maria sgorga come acqua trasparente dalle sorgenti inesauribili della sua profondissima umiltà.

Un cuore umile, puro e semplice, crede con la fiducia di un bimbo ad ogni parola che esce dalla bocca di Dio.

Anche la Vergine ha udito il sibilo del serpente infrangere l’altissimo silenzio dell’anima che accoglie e medita la Parola di Verità ma il Suo Cuore neppure per un istante ha distolto lo sguardo dalla divina contemplazione per posarsi sui sinuosi ragionamenti dell’antico e viscido seduttore.

 A noi esseri instabili ma assetati di certezze concedi o Vergine fedele di attingere con le labbra alle sorgenti chiare e fresche della Tua umile fede.

di Padre  Livio Fanzaga – Magnificat. Il poema di Maria, ed. SugarCo

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Il Vaticano pubblica un e-book per pregare e non perdere il senso di comunità nel tempo della pandemia

Posté par atempodiblog le 1 avril 2020

Il Vaticano pubblica un e-book per pregare e non perdere il senso di comunità nel tempo della pandemia
On line sul sito della Libreria Editrice Vaticana “Forti nella tribolazione”, volume digitale a cura del Dicastero per la Comunicazione che raccoglie pronunciamenti del Papa, preghiere e meditazioni, indicazioni sui sacramenti
di Salvatore Cernuzio – Vatican Insider

Il Vaticano pubblica un e-book per pregare e non perdere il senso di comunità nel tempo della pandemia dans Andrea Tornielli Il-Vaticano-pubblica-un-e-book-per-pregare-e-non-perdere-il-senso-di-comunit-nel-tempo-della-pandem
Il Vaticano pubblica un e-book per pregare e non perdere il senso di comunità nel tempo della pandemia 

Nei giorni della quarantena, della desolazione sociale, del terrore suscitato dalle notizie apprese dai Tg o sul web per la pandemia di Covid-19 che sembra irrefrenabile, arriva dalla Santa Sede un aiuto per tutti i credenti. Si tratta di un libro dal titolo “Forti nella tribolazione”, da oggi disponibile gratuitamente sul sito internet della Libreria Editrice Vaticana. Pensato e curato dal Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede, il volume vuole aiutare a scoprire la vicinanza di Dio in un periodo dove, guardandosi intorno, sembra di scorgere solo dolore, sofferenza, paura, solitudine.

Quasi un compendio, dunque, in 184 pagine per condividere, meditare, pregare tutti insieme, in modo da mantenere vivo il senso di comunità messo duramente alla prova dall’emergenza sanitaria. In sostanza, il servizio che i media vaticani hanno cercato di offrire sin dall’inizio della epidemia di coronavirus attraverso iniziative come “In prima linea”, il programma radiofonico in onda su 105 per dar voce a tutti coloro che in questi giorni aiutano gli altri, o semplicemente svolgendo il lavoro di canale di trasmissione delle parole del Papa. A cominciare da quelle pronunciate nelle omelie a Santa Marta, per volontà dello stesso Pontefice trasmesse ogni mattina alle 7 in streaming come segno di accompagnamento ai fedeli “digiuni” delle funzioni religiose.

Proprio le riflessioni mattutine del Pontefice compongono un’ampia sezione del volume. Assieme ad esse, gli Angelus e i vari interventi straordinari di Francesco sul tema a partire dal 9 marzo. Tra questi, anche la stupenda preghiera pronunciata dal Vescovo di Roma venerdì scorso, in piazza San Pietro, in occasione della benedizione straordinaria “Urbi et Orbi” per chiedere a Dio di porre fine all’ondata di sofferenza provocata dal coronavirus.

Più nel dettaglio, “Forti nella tribolazione” – che in copertina riporta una immagine dell’arcangelo Michele, protettore della Chiesa contro il male – si divide in tre sezioni. La prima è costellata di preghiere, riti e suppliche per i momenti difficili tratti dalla tradizione cristiana, come ad esempio le invocazioni per i malati, per la liberazione dal male, per affidarsi all’azione dello Spirito Santo. Preghiere che provengono da diverse Chiese nel mondo, ma anche da varie epoche storiche.

La seconda parte, invece, si basa sulle indicazioni delle autorità ecclesiastiche per continuare a vivere i sacramenti. Uno strumento utile in un tempo in cui, per prevenire il rischio di contagio, sono diventate una costante le celebrazioni «senza concorso di popolo» che suscitano non poche sofferenza nei credenti, soprattutto in vista della Pasqua. Le meditazioni nel libro vertono quindi sul tema della comunione spirituale spiegando anche come si ottiene il perdono dei peccati, nonostante l’impossibilità di confessarsi. Una indicazione, questa, già offerta ai fedeli da Papa Francesco attingendo al Catechismo della Chiesa cattolica. 

Infine la terza parte è, come detto, una summa degli interventi che il Pontefice ha fatto e che farà. Sì, anche quelli che «farà», perché il libro, pubblicato solo on line e non in edizione cartacea, sarà aggiornato più volte a settimana e arricchito con nuovi testi. È possibile scaricarlo più volte con un semplice click.

Il senso di tutta l’iniziativa viene spiegato nell’introduzione a firma di Andrea Tornielli, direttore editoriale dei media vaticani: «Il libro è un tentativo di aiutare tutti in questo momento di angoscia e di tribolazione ad essere comunque forti, che vuol dire avere una speranza», si legge. «Vorrebbe essere un piccolo aiuto offerto a tutti, per saper scorgere e sperimentare nel dolore, nella sofferenza, nella solitudine e nella paura la vicinanza e la tenerezza di Dio. Certo, la fede non cancella il dolore, la comunione ecclesiale non toglie l’angoscia – scrive Tornielli -, ma illumina la realtà e la rivela abitata dall’amore e dalla speranza fondata non sulle nostre capacità, ma proprio su Colui che è fedele e non ci abbandona mai».

È possibile scaricare il libro cliccando Freccia dans Viaggi & Vacanze QUI

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Finale di civiltà

Posté par atempodiblog le 31 mars 2020

Finale di civiltà
Strage di anziani in case di riposo. Cremazione. Razionalizzare le cure. E’ cronaca. Ma nel 1882 Trollope lo immaginò nel suo ultimo romanzo
di Giulio Meotti – Il Foglio
Tratto da: Radio Maria

Finale di civiltà dans Articoli di Giornali e News Sulla-soglia-dell-eternit-Van-Gogh
“Sulla soglia dell’eternità” di Vincent Van Gogh

“Si può mettere in dubbio che mai colonia più splendente, prospera e soprattutto più ordinata di Britannula sia stata istituita da coloni inglesi. La grande dottrina del ‘Termine fisso’ fu da esso ridicolizzata in principio, poi guardata con costernazione, ma, senza alcun dubbio, è stata la forte fede che noi di Britannula avevamo in quella dottrina a indurci alla nostra separazione”.

Si apre così l’ultimo romanzo del grande scrittore vittoriano Anthony Trollope del 1882, “The fixed period”. La vicenda è immaginata nel 1980 in una ex colonia dell’impero britannico, dove è stata decisa la morte a sessantotto anni, per liberarsi dal carico (economico e sanitario) di una popolazione che invecchia rapidamente, oltre che per alleviare le umiliazioni della senilità. A quel “periodo fisso” si viene “deposti” in un Collegio, chiamato così perché lì, all’ombra dei forni crematori obbligatori, per un altro anno si apprenderà a “morire bene”. Il romanzo risentiva di idee rivoluzionarie per il tempo: le nuove pensioni bismarckiane introdotte in Germania, l’allungamento della vita, il razionalismo darwiniano, i valori vittoriani dell’autosufficienza e del dovere civile, l’avvento della statistica, il malthusianesimo, il realismo sociale. Idee che anche oggi teniamo in grande riguardo. Come spiega Claudia Nelson nel suo studio sulla famiglia vittoriana, al tempo si pensava che “il benessere delle giovani generazioni avrebbe superato i bisogni delle persone anziane”.

Immagina un’isola dove a 68 anni gli anziani lasciano questo mondo. Trollope risentiva delle idee del tempo e le esorcizzò nel romanzo. La vicenda si complica quando a morire è l’amico del governatore. Vuole ancora vivere. Così scoppia una ribellione
La situazione per gli anziani era un tale problema sociale che, alla fine del 1880, il ricercatore sociale Charles Booth iniziò a fare pressioni per la creazione di una pensione finanziata dallo stato, un progetto che fu realizzato nel 1908. Questa atmosfera di ostilità e il disprezzo verso gli anziani faceva da sfondo a “The Fixed Period”. C’è poi il terrore di Trollope di avvicinarsi alla vecchiaia e la paura che non sarebbe stato più in grado di autosostenersi, oltre all’indignazione contro coloro che consideravano gli anziani sacrificabili.

Il governatore della colonia del romanzo, John Neverbend, calcola quanto risparmierebbero le casse dello stato da questa eutanasia di massa. “In media cinquanta sterline per ogni uomo e donna dipartiti. Se la nostra popolazione dovesse arrivare a un milione, presumendo che solo uno su cinquanta abbia raggiunto il ‘periodo fisso’, la somma risparmiata dalla colonia ammonterebbe a un milione di sterline l’anno, che contribuirebbe alle nostre ferrovie, a rendere navigabili i nostri fiumi, a costruire i nostri ponti e a fare di noi il popolo più ricco sulla terra. E ciò sarebbe reso possibile da un provvedimento che fa il bene degli anziani più di quello di qualsiasi altra classe della comunità”.

Questa misurazione rispecchia il linguaggio usato dal reverendo Malthus. Nel romanzo, la situazione è complicata dal fatto che l’isola crede in un numero di cose che successivamente i lettori potranno trovare perfettamente accettabili, illuminate, progressiste, giuste. A Britannula, per esempio, lo studio delle lingue è universale nelle scuole e la pena di morte è stata abolita. Al momento del voto della morte di tutti gli anziani, Britannula era composta da giovani. Gabriel Crasweller, un commerciante e proprietario terriero di successo, è il prossimo a doversi congedare dalla società. E’ il migliore amico di Neverbend. Crasweller aveva votato a favore della legge che ha introdotto il “periodo fisso”, ma come si avvicina alla data della propria uscita di scena diventa sempre più critico e pensieroso. E’ ancora sano e vigoroso.

Neverbend considera suo dovere come presidente e cittadino modello “depositare” l’amico. Ma il giorno del suo ingresso nel “College”, la carrozza che trasporta Crasweller viene fermata per le strade di Gladstonopolis dalle forze armate inglesi. Costringono Neverbend a rilasciare Crasweller e a dimettersi. La Britannula viene annessa alla Gran Bretagna, viene installato un nuovo governatore e Neverbend torna a Londra. Sulla nave finisce di scrivere il libro in cui spiega agli inglesi perché è necessario sbarazzarsi dei vecchi per far progredire l’umanità. Ma è proprio l’antinomia tra le finalità di civiltà e potenziamento antropologico di una simile legge e il barbaro mezzo scelto per perseguirli che fa sì che lo stesso “riformatore umanitario” Neverbend non possa accettare la morte se non relegandola nel gioco linguistico. Così, le parole “uccisione” e “vittima” sono bandite. Il riposo forzato diventa “la deposizione”, mentre la morte stessa è edulcorata è chiamata “cessazione prefissata dell’esistenza di coloro che altrimenti invecchierebbero” e il Collegio dove morire prende il nome di una scuola. “Le statistiche dicono che il sostentamento sufficiente a un vecchio è più costoso di quello di un giovane, come lo è la cura, il nutrimento e l’istruzione del bambino che ancora non produce profitto” dice Neverbend. “Ancora le statistiche ci dicono che i giovani che non producono profitto e i vecchi, non meno improduttivi, costituiscono un terzo della popolazione. Pensi il lettore di quale fardello è carica la forza lavoro del mondo. A questi vanno aggiunti tutti coloro che per malattia non possono lavorare e che per indolenza non vogliono. Come può un popolo prosperare quando è così gravato? E a che pro?”.

Trollope esorcizza il proprio incubo con questa distopia ironica. A quale età andarsene? “Quale doveva essere il ‘Termine fisso’? Questa era la prima domanda che esigeva una risposta immediata” racconta Neverbend. “Si ipotizzarono termini assurdi per la loro deliberata indulgenza — ottanta e persino ottantacinque anni! ‘Facciamo cento’, dissi io ad alta voce, riversando su di loro tutta la batteria del mio ludibrio. Io suggerii sessanta ma il termine fu accolto con silenzio. Ora io penso che sessant’anni fosse un’età troppo prematura e che i sessantacinque, ai quali, cortesemente, acconsentii, fosse il giusto ‘Termine fisso’ per il genere umano. Guardi ognuno fra i suoi amici e veda se gli uomini di sessantacinque armi non intralciano la strada di coloro che ancora aspirano a elevarsi nel mondo”.

Come e dove trascorrere l’ultimo anno per prepararsi? “Sessantasette anni e mezzo furono chiesti dalla maggioranza nell’Assemblea come ‘Termine fisso’. Di certo la colonia era determinata a invecchiare davvero prima di recarsi nel Collegio. Poi, però, sopravvenne un’ulteriore disputa. In quale momento del ‘Termine fisso’ si doveva trascorrere l’anno di grazia? I nostri dibattiti furono lunghi e animati anche su questo argomento. Si disse che l’isolamento all’interno del Collegio equivaleva a una pena di allontanamento e che quindi si sarebbe dovuto permettere ai vecchi di prendere le loro ultime boccate d’aria, al di fuori, nel vasto mondo. Si decise infine che uomini e dorme dovevano essere portati nel Collegio a sessantasette anni e che prima del loro sessantottesimo compleanno avrebbero dovuto dipartire”. Poi risuonarono le campane e l’intera comunità si rallegrò, vi furono banchetti e i giovani, uomini e dorme, si chiamarono l’un l’altro “fratello” e “sorella” e si sentì che fra di loro era stata inaugurata “una grande riforma per il beneficio dell’umanità”.

Si erano dati un gran da fare sulla questione della cremazione e avevano fatto arrivare dall’Europa e dagli Stati Uniti tutta la migliore attrezzatura. Quattro enormi suini avevano testato il sistema e li avevo fatti ingrassare a tal fine. “Anche se i vecchi non sono di solito molto corpulenti”, si lamenta Neverbend.

E come chiamare il luogo della dipartita? Sorse una discussione anche su questo. “Il luogo veniva chiamato Necropoli. Il nome non mi era mai piaciuto perché non avevo mai voluto associarlo con il sentimento della morte. Erano stati proposti vari nomi. Il giovane Grundle aveva suggerito Sala della Cremazione perché tale era la fine ultima alla quale i gusci dei cittadini erano destinati. Ma vi era qualcosa di non dignitoso nel suono, come se parlassimo di una sala da ballo o da musica, ed io non ne avevo voluto sapere. Necropoli suonava meglio, dissero, e sostennero che sebbene lì non vi sarebbero state le spoglie effettive, sarebbero rimaste le lapidi”. Così la si chiamò, Necropoli. Dai cancelli fino al “tempio” che stava in mezzo ai campi, quel tempio in cui si sarebbe svolta l’ultima scena della vita, correva un ampio sentiero di ghiaia che sarebbe dovuto diventare un bel viale. Vi erano stati piantati eucalipti e lecci, gli alberi della gomma per la generazione attuale e le querce verdi per quelle a venire. Alcuni avevano chiesto che venissero piantati cedri. Doveva essere un luogo ameno. Neverbend alla fine viene sconfitto, ma è sicuro che l’idea del “Periodo Fisso” sarà raccolta dalle generazioni future. Forse aveva visto giusto.

In Spagna la pandemia ha causato la morte di almeno 1.065 anziani ricoverati in case di cura di Madrid.

Monte Hermoso, nella capitale spagnola, è la casa di cura epicentro della pandemia. “Il nome di Monte Hermoso, un centro privato con 130 posti a Madrid, si riferisce a una collina idilliaca da cui contemplare il mondo durante gli ultimi anni di vita”, scrive El Pais. “Ma la residenza è diventata un luogo di morte. Le celle frigorifere nella casa di cura occupano il seminterrato. Gli assistenti introducono lì i corpi. Ore dopo, appare un furgone nero senza finestrini. Il nome è stampato sui lati. Di solito è un riferimento all’aldilà o un passaggio della Bibbia. L’auto entra nel seminterrato tramite una rampa. Attraverso la porta posteriore tirano fuori il corpo in una sacca, senza fare molto rumore e senza essere visti dagli altri ospiti, impegnati a giocare a bingo o ad ascoltare i ragazzi del coro che li intrattengono nel pomeriggio. I corpi di dieci anziani stanno aspettando al piano terra. Il virus è penetrato in questo edificio per compiere un massacro silenzioso e implacabile. La residenza ha visto morire almeno 25 residenti da quando è scoppiata la pandemia. E’ il più grande focolaio di morte in tutta la Spagna”.

Dalla Spagna all’Italia, le case di riposo per anziani sono diventate la topografia del terrore di questa pandemia da coronavirus. “Fino al ‘tempio’ in cui si sarebbe svolta l’ultima scena della vita correva un sentiero di ghiaia, un gran bel viale”
Gli anziani stanno morendo a un ritmo così sostenuto che nelle case di cura di Madrid l’esercito ne ha trovati molti già morti ancora nei propri letti. Le infermiere se ne erano andate. La Spagna ha appena dovuto rimandare una legge sull’eutanasia che stava per approvare e che i critici, forzando i toni, avevano definito “una soluzione finale per risparmiare sulle pensioni”. Le case di riposo in tutto il mondo sono una nuova topografia del terrore. “Il nuovo focolaio di coronavirus si sta diffondendo nelle case di riposo per anziani, con decine di casi in strutture negli Stati Uniti, dall’Illinois all’Oregon e al Wyoming, dopo l’epidemia in una casa di cura nella zona di Seattle” scriveva il Wall Street Journal questa settimana. Circa la metà dei circa 150 decessi negli Stati Uniti da Covid-19 sono stati nello stato di Washington, dove l’epicentro sono le case di cura. In Italia non si contano le case di cura decimate dall’epidemia.

In un ospizio di Mediglia, gli anziani uccisi dal virus sono già 52. E’ di 32 il numero dei morti nella casa di riposo di Quinzano d’Oglio nel bresciano. Di 43 è il bilancio delle vittime nella Residenza Santa Chiara nel lodigiano. E negli ospedali è da tempo iniziata una “selezione” di chi salvare. “I pazienti più anziani non vengono rianimati e muoiono in solitudine senza neanche il conforto di appropriate cure palliative”, recita la lettera dei medici di Bergamo pubblicata dal New England Journal of Medicine. Joacim Rocklöv, professore di epidemiologia a Umeå, ha così criticato l’approccio svedese di tenere aperto: “Quante vite sono disposti a sacrificare per non rischiare un maggiore impatto sull’economia?”. “Razionalizzare le cure è una resa alla morte”, scriveva sul Wall Street Journal di ieri Allen Guelzo di Princeton a proposito delle scelte mediche in corse sotto pandemia. E fa l’esempio di Ezekiel Emanuel, oggi consigliere di Joe Biden sul coronavirus, per il quale 75 anni è abbastanza per vivere. Successivamente, le persone diventano “deboli, persino patetiche”, come pensava Neverbend.

Non siamo nel romanzo di Anthony Trollope. Non li uccidiamo per legge gli anziani. Ma una società che non è stata in grado di proteggere i propri vecchi, a migliaia già e chissà quanti ancora, una che ha “razionalizzato la morte”, non ha forse assimilato l’idea di un “termine fisso”, una età, una condizione fisica, una malattia, oltre la quale la vita non appare più degna di essere non solo vissuta, ma difesa?

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Letture, come ai tempi dei Promessi Sposi sarà il Bene ad avere l’ultima parola

Posté par atempodiblog le 7 mars 2020

La visione manzoniana del Male sconfitto sempre dalla fede
Letture, come ai tempi dei Promessi Sposi sarà il Bene ad avere l’ultima parola
di Caterina Maniaci – ACI Stampa

Letture, come ai tempi dei Promessi Sposi sarà il Bene ad avere l'ultima parola dans Alessandro Manzoni I-promessi-sposi

Dall’autunno del 1629 al maggio 1630 Milano e buona parte della Lombardia sono flagellate dalla peste. Che viene considerata un pericolo minore, all’inizio, dalle autorità, e che rapidamente si  propaga e stermina una gran parte della popolazione. Questa, fra le tante epidemie che hanno costellato la vita del nostro Paese, viene ricordata in modo particolare perché Alessandro Manzoni l’ha mirabilmente rievocata nel suo romanzo capolavoro, I Promessi Sposi.

In questi giorni difficili e angoscianti che oggi in Italia, e ormai ovunque nel mondo, stiamo vivendo per via dell’epidemia diffusa dal famigerato coronavirus, vorremmo suggerire di riaprire quel romanzo, e in particolare il capitolo XXXI. In queste settimane spesso è stato citato e qui si vorrebbe farlo non tanto per rintracciare in questa cronaca remota le comparazioni, o le grandi differenze, con quello che stiamo affrontando oggi. Rileggere Manzoni e I Promessi Sposi può rappresentare invece l’occasione non solo per riscoprire la bellezza di questa storia e la grandezza del suo autore, ma per ritrovare consolazione e saggezza, una “guida” per affrontare con autentico spirito cristiano quello che accade ora quotidianamente.

Il Bene non viene sconfitto, alla fine, nonostante i percorsi difficili, i travagli, le pene e le ingiustizie subite. Il Bene si propaga forse più lentamente del Male, ma in modo più capillare e duraturo. La malattia, la pestilenza,  non sono quelle che avranno l’ultima parola, invece avranno una fine e i “buoni”, gli umili. Coloro che hanno sempre anteposto l’amore per gli altri a quello per sé stessi, potranno dire l’ultima parola. Perché la vita terrena, breve e piena di affanni, non è il fine ultimo del nostro destino, la nostra vera esistenza comincerà dopo la morte. Si tratta, a ben vedere, di un messaggio non tanto consolatorio, ma realistico, basato sulla evidenza della ragione di speranza che offre il cristianesimo e su quello che possiamo sperimentare quotidianamente noi stessi.

Manzoni racconta con forza, passione e commozione il sacrificio di tanti, conosciuti e sconosciuti, che nel momento della grande paura, dell’infuriare della pestilenza reagiscono e fanno fronte al dilagare del male e della morte. Le autorità sottovalutano il pericolo, lo nascondono e poi, quando non possono più negare l’evidenza, schiacciati sotto il peso della situazione precipitata, si affidano ai religiosi. Qui il racconto intreccia elementi storici a intuizioni personali. Il lazzaretto di Milano viene affidato ai padri cappuccini, sotto la guida di padre Felice Casati, noto per la vita caritatevole e molto stimato, affiancato da padre Michele Pozzobonelli, più giovane ma altrettanto animato da fervore caritatevole. Manzoni rileva la « stranezza » di un’autorità governativa che rinuncia al proprio compito per cederlo a uomini religiosi, ma sottolinea come questa situazione sia occasione del manifestarsi del potere infinito della carità cristiana, così come è bello che i frati abbiano accettato questo gravoso incarico quando nessun altro voleva accollarselo, senza altro fine che quello di servire il prossimo e  senza altra speranza che quella di una morte invidiabile in quanto viatico per la vita eterna. Molti confratelli, infatti, si ammalano e perdono la vita, anche padre Casati viene colpito dalla peste, ma guarisce e continua a prodigarsi nella vita terribile del lazzaretto.

Non si può, suggerendo una rilettura dei Promessi Sposi,  e in particolare degli ultimi capitoli dedicati appunto alla pestilenza e alle sue conseguenze sui vari protagonisti – ricordiamo che Renzo e Lucia si ritrovano proprio nel lazzaretto milanese – non citare uno dei più famosi episodi manzoniani, tra i più commoventi. Quello che ha come protagonista la piccola Cecilia e  la sua mamma.

Nel capitolo XXXIV Renzo vaga per la Milano sconvolta dalla peste. Si trova in una zona che oggi possiamo individuare come via Montenapoleone e vede una giovane donna uscire da un portone e dirigersi verso il carro dei monatti  (gli uomini che raccoglievano i cadaveri delle vittime di casa in casa, di strada in strada)  fermo lì vicino, portando in braccio un corpo immobile  quello che poi si scoprirà essere quello della sua figlioletta, una bimba di nove anni, Cecilia, appena spirata.  Uno dei monatti si avvicina per prendere il corpo e gettarlo insieme agli altri accatastati sul carro. Ma la madre si rifiuta di cederlo, è lei stessa che lo vuole posare sul carro, dare un’ultima carezza a quel viso tanto amato e già appassito. Mette in mano all’uomo dei denari in cambio della promessa che la figlioletta sarà sepolta sottoterra “così com’è vestita”, senza toglierle neanche un filo. Vuole insomma che la sua bimba mantenga bellezza e dignità anche nella morte, che non è la fine di tutto e non è nato separazione definitiva, perché, le mormora prima di lasciarla andare, si rivedranno presto in cielo, lei insieme all’altra sorella.

Umanità e bellezza anche nel caos, nella disperazione, nella paura. Un messaggio che non dobbiamo e non possiamo ignorare.

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La gioia del carnevale spiegata da Joseph Ratzinger

Posté par atempodiblog le 25 février 2020

La gioia del carnevale spiegata da Joseph Ratzinger
In una riflessione pubblicata nel 1974, il Papa emerito spiega perché questa ricorrenza che precede il tempo di Quaresima ha a che fare con l’umanità profonda della fede cristiana. E sottolinea: «Noi cristiani non lottiamo contro, ma a favore dell’allegria»
di Famiglia Cristiana

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«In merito al Carnevale non siamo forse un po’ schizofrenici? Da una parte diciamo molto volentieri che il carnevale ha diritto di cittadinanza proprio in terra cattolica, dall’altra poi evitiamo di considerarlo spiritualmente e teologicamente. Fa dunque parte di quelle cose che cristianamente non si possono accettare, ma che umanamente non si possono impedire? Allora sarebbe lecito chiedersi: in che senso il cristianesimo è veramente umano?». Comincia così la riflessione dell’allora cardinale Joseph Ratzinger sul Carnevale, il periodo che precede la Quaresima e in qualche modo ha a che fare con il calendario liturgico cattolico. La riflessione è contenuta nel libro Speranza del grano di senape (Queriniana, Brescia 1974).

«L’origine del carnevale», spiega Ratzinger, «è senza dubbio pagana: culto della fecondità ed evocazione di spiriti vanno insieme. La chiesa dovette insorgere contro questa idea e parlare di esorcismo che scaccia i demoni i quali rendono gli uomini violenti e infelici. Ma dopo l’esorcismo emerse qualcosa di nuovo, completamente inaspettato, una serenità demonizzata: il carnevale fu messo in relazione con il mercoledì delle ceneri, come tempo di allegria prima del tempo della penitenza, come tempo di una serena autoironia che dice allegramente la verità che può essere molto strettamente congiunta con quella del predicatore della penitenza. In tal modo il carnevale, una volta sdemonizzato, nella linea del predicatore veterotestamentario può insegnarci: “C’è un tempo per piangere e un tempo per ridere…” (Qo 3,4)».

Per questo, nota il Papa emerito, «anche per il cristiano non è sempre allo stesso modo tempo di penitenza. C’è anche un tempo per ridere. L’esorcismo cristiano ha distrutto le maschere demoniache, facendo scoppiare un riso schietto e aperto. Sappiamo tutti quanto il carnevale sia oggi non raramente lontano da questo clima e in qualche misura sia diventato un affare che sfrutta la tentabilità dell’uomo. Regista è mammona e i suoi alleati. Per questo noi cristiani non lottiamo contro, ma a favore dell’allegria. La lotta contro i demoni e il rallegrarsi con chi è lieto sono strettamente uniti: il cristiano non deve essere schizofrenico, perché la fede cristiana è veramente umana».

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In dialogo con il Signore, 25 meditazioni inedite di san Josemaría

Posté par atempodiblog le 5 février 2020

In dialogo con il Signore, 25 meditazioni inedite di san Josemaría
Tratto da: OPUS DEI

In dialogo con il Signore, 25 meditazioni inedite di san Josemaría dans Libri in-dialogo-con-il-signore-san-josemaria-opus-dei

Una raccolta di testi inediti di san Josemaría è stata pubblicata dalle edizioni Ares. La riflessione sulla filiazione divina e l’amore per Dio e per la Chiesa, sono solo alcuni temi di queste meditazioni.

Vi offriamo il testo integrale della meditazione Freccia dans Viaggi & Vacanze “Ora che comincia l’anno”

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Benedetto XVI: Celibato dei sacerdoti indispensabile, non posso tacere

Posté par atempodiblog le 13 janvier 2020

Benedetto XVI: Celibato dei sacerdoti indispensabile, non posso tacere
Il monito di Raztinger dopo il Sinodo sull’Amazzonia che apre alla possibilità di ordinare preti persone sposate. L’anticipazione di un libro scritto con il cardinale Sarah
di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera
Tratto da: 
Radio Maria

Benedetto XVI: Celibato dei sacerdoti indispensabile, non posso tacere dans Articoli di Giornali e News Benedetto-XVI

«Silere non possum! Non posso tacere!». Il Papa emerito Benedetto XVI, insieme con il cardinale Robert Sarah, cita Sant’Agostino per dire che il celibato dei preti è «indispensabile» e chiedere di fatto al successore Francesco di non permettere l’ordinazione sacerdotale di uomini sposati, proposta in ottobre dal Sinodo dei vescovi sull’Amazzonia per compensare la carenza di clero: «Viviamo con tristezza e sofferenza questi tempi difficili e travagliati. Era nostro preciso dovere richiamare la verità sul sacerdozio cattolico. Con esso, infatti, si trova messa in discussione tutta la bellezza della Chiesa. La Chiesa non è soltanto un’istituzione umana. È un mistero. È la Sposa mistica di Cristo. È quanto il nostro celibato sacerdotale non cessa di rammentare al mondo. È urgente, necessario, che tutti, vescovi, sacerdoti e laici, non si facciano più impressionare dai cattivi consiglieri, dalle teatrali messe in scena, dalle diaboliche menzogne, dagli errori alla moda che mirano a svalutare il celibato sacerdotale».

Il libro
Così si legge nel libro Dal profondo del nostro cuore, firmato Benedetto XVI e da Sarah, che esce mercoledì in Francia da Fayard (in Italia sarà pubblicato a fine mese da Cantagalli) e del quale il quotidiano Le Figaro ha anticipato ieri alcuni estratti. I due autori — Raztinger si firma con il nome da pontefice — dicono di presentare le loro riflessioni «in quanto vescovi», «in obbedienza filiale a papa Francesco» e con «uno spirito d’amore per l’unità della Chiesa». Scrivono di volersi tenere «lontani» da ciò che divide, «le offese personali, le manovre politiche, i giochi di potere, le manipolazioni ideologiche e le critiche piene di acredine fanno il gioco del diavolo, colui che divide, il padre della menzogna». Ma certo l’operazione editoriale crea una situazione che non ha precedenti nella storia della Chiesa, come del resto non ha precedenti la presenza di un «emerito» accanto al Papa eletto.

Il Sinodo
Nei prossimi mesi, forse settimane, è attesa infatti l’«Esortazione apostolica» nella quale papa Francesco tirerà le somme del Sinodo. Il 26 ottobre l’assemblea ha approvato un testo che, nell’articolo più controverso (128 sì, 41 no), proponeva di «stabilire criteri e disposizioni» «per ordinare sacerdoti uomini idonei e riconosciuti dalla comunità, che abbiano un diaconato permanente fecondo e ricevano una formazione adeguata per il presbiterato, potendo avere una famiglia costituita e stabile, per sostenere la vita della comunità attraverso la predicazione della Parola e la celebrazione dei sacramenti nelle zone più remote della regione amazzonica».

L’Amazzonia
In Amazzonia lo chiedevano da anni, ma era la prima volta che la «proposta» compariva nero su bianco in un testo ufficiale della Chiesa. Alla fine sarà il Papa a decidere. Già il cardinale Christoph Schönborn, vicino a Francesco, invitava alla «prudenza» e spiegava al Corriere della Sera: «Prima si deve cominciare con i diaconi permanenti, poi si vedrà». Ma intanto ora interviene il Papa emerito, con tutto il peso del suo nome e della sua autorità teologica. Nell’introduzione, gli autori scrivono: «Ci siamo incontrati in questi ultimi mesi, mentre il mondo rimbombava del frastuono provocato da uno strano sinodo dei media che aveva preso il sopravvento sul Sinodo reale. Ci siamo confidati le nostre idee e le nostre preoccupazioni. Abbiamo pregato e meditato in silenzio». Il cardinale Sarah scrive che «parlare di eccezione sarebbe un abuso di linguaggio o una menzogna» e «non si può proporre all’Amazzonia dei preti di “seconda classe”».

«Un’astinenza ontologica»
Nel suo saggio sul «sacerdozio cattolico», Ratzinger risale alle radici teologiche della scelta celibataria, parla di «un’astinenza ontologica» che non significa «un giudizio negativo della corporeità e della sessualità» e aggiunge, netto: «La chiamata a seguire Gesù non è possibile senza questo segno di libertà e di rinuncia a qualsiasi compromesso». Per Benedetto XVI e il cardinale Sarah ne va del futuro della Chiesa, insieme firmano introduzione e conclusioni: «È urgente, necessario, che tutti, vescovi, sacerdoti e laici, ritrovino uno sguardo di fede sulla Chiesa e sul celibato sacerdotale che protegge il suo mistero. Tale sguardo sarà il miglior baluardo contro lo spirito di divisione, contro lo spirito partitico, ma anche contro l’indifferenza e il relativismo».

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Il giorno del tuo battesimo è scritto nei cieli

Posté par atempodiblog le 12 janvier 2020

Il giorno del tuo battesimo è scritto nei cieli dans Commenti al Vangelo Battesimo

Il giorno del tuo battesimo è scritto nei cieli
Anche noi cristiani ricordiamo più facilmente il giorno della nostra nascita di quello del nostro battesimo. Sulla carta di identità, che portiamo sempre con noi, abbiamo scritto quando siamo nati. Per avere il certificato di battesimo invece dobbiamo andare a richiederlo nella parrocchia dove siamo stati battezzati. Bisogna studiare un modo semplice perché tutti i cristiani si ricordino quando e dove hanno ricevuto il battesimo. In questo modo potrebbero più facilmente celebrare questa splendida ricorrenza e visitare il fonte battesimale dove sono diventati figli di Dio. Non vi è dubbio infatti che il giorno in cui sei stato battezzato è ancora più importante di quello della tua nascita. Infatti in quel giorno da semplice creatura di Dio, sei diventato suo figlio e il tuo nome è stato scritto nel libro di coloro che hanno diritto, per la grazia santificante ricevuta, alla gloria e alla gioia del Paradiso.

Col battesimo hai ricevuto la grazia santificante
Mi stupiscono quei genitori che ritardano negligentemente il battesimo dei loro figli. Una volta mi sono arrabbiato con un giovane di quelli che si dicono “cristiani impegnati”, ma che aveva deciso di non battezzare il suo bambino, finché non avesse deciso lui stesso, una volta pervenuto all’età adulta. Evidentemente non si rendeva conto di quali immensi benefici privava suo figlio. Col battesimo infatti veniamo purificati dal peccato di origine, nel quale siamo nati e che ci priva di Dio. Siamo rivestiti della grazia santificante e diveniamo tempio della Santissima Trinità.

Tratto da: Desiderio d’infinito. Vangelo per la vita quotidiana, di Padre Livio Fanzaga. Ed. PIEMME

Divisore dans San Francesco di Sales

Rinnova spesso le promesse del tuo battesimo
Nel giorno del tuo battesimo i genitori hanno assunto al tuo posto gli impegni del buon cristiano davanti alla comunità. Ora devi essere tu a rinnovare la tua fede, la tua adesione a Cristo e il tuo impegno per la Chiesa. Nella festività di oggi, come nella notte del Sabato santo e nell’anniversario del tuo battesimo, rinnova con fervore le tue promesse battesimali e ringrazia Dio per averti dato un dono di cui non ne esiste uno più grande.

Tratto da: Le vie del cuore. Vangelo per la vita quotidiana. Commento ai vangeli festivi Anno A, di Padre Livio Fanzaga. Ed. PIEMME

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