Cent’anni da Fatima e della Vergine non ne abbiamo ancora abbastanza (altro che Rosario “divisivo”)

Posté par atempodiblog le 13 octobre 2017

Cent’anni da Fatima e della Vergine non ne abbiamo ancora abbastanza (altro che Rosario “divisivo”)
Solo grazie a Maria la fede cristiana può calarsi totalmente nella storia. Come dimostrano le apparizioni in Portogallo e, oggi, le preghiere dei polacchi
di Valerio Pece – Tempi

Cent’anni da Fatima e della Vergine non ne abbiamo ancora abbastanza (altro che Rosario “divisivo”) dans Apparizioni mariane e santuari Santo_Rosario

«Una volta che pregavo per la Polonia, udii queste parole: “Amo la Polonia in modo particolare e, se ubbidirà al Mio volere, l’innalzerò in potenza e santità. Da essa uscirà la scintilla che preparerà il mondo alla Mia ultima venuta”». Così scriveva santa Faustina Kowalska sul suo Diario della Divina Misericordia. Era il 1938. Nessuno può sapere se l’iniziativa partita dai laici polacchi e prontamente appoggiata dalla locale Conferenza episcopale (parliamo del milione di fedeli che sabato 7 ottobre hanno recitato il Rosario lungo il confine: una catena umana lunga 3.500 chilometri) sia proprio quella “scintilla” di cui parla suor Faustina Kowalska. È molto probabile, però, che la commovente impresa del popolo polacco servirà a chiudere definitivamente i conti con una certa teologia mariana, quella «che negli ultimi Cinquanta anni ha subìto un’amarissima epoca glaciale», per usare l’espressione del noto teologo tedesco George Söll. Il tempo, insomma, avrebbe dato ragione ai fedeli legati alla Tradizione, strappando Maria da un certo “minimalismo teologico”.

La crisi però è durata molto, forse troppo. Grave l’allarme lanciato da padre De la Potterie, biblista belga, secondo cui «è un fatto indiscutibile che la Mariologia non trovi quasi più posto nei programmi di studio teologico», perché, come ammette il teologo spagnolo Ignacio Calaguig, «venne rifiutata dai trattati dei teologi progressisti». Già nel ’79 il francescano Antonio Baslucci parlava della crisi mariologica come di «un vero iconoclastismo teologico ai danni della pietà cristiana», mentre René Laurentin, la più grande autorità mondiale in materia, più recentemente ha riferito di una mariologia «ormai ridotta a uno scheletro, a un ectoplasma». Anche il cardinal Albino Luciani, futuro papa Giovanni Paolo I, parlò di atteggiamento “schifiltoso” da parte di molti teologi, tanto che in una famosa udienza, a chi si mostrava incredulo di fronte alla potenza del Rosario, pur ripiegando sul suo proverbiale umorismo rispose con un significativo riferimento biblico: «Naam siro, grande generale, per guarire dalla lebbra disdegnava il bagno nel Giordano suggerito da Eliseo. Qualcuno fa come Naaman: “Sono un gran teologo, un cristiano maturo, che respira Bibbia a pieni polmoni, e mi si propone il Rosario?”».

Gli allarmi lanciati da molti teologi dicono che la débâcle della mariologia post-conciliare è stata deleteria, al punto che non ne ha risparmiato una certa involuzione nemmeno l’operato di figure di indubbio fascino e carisma. Dopo essersi schierato a favore di divorzio e aborto, il frate servita (e poeta) David Maria Turoldo, sulla piazza del valtellinese santuario mariano di Tirano, con un gesto eclatante, «per indicare che col Concilio tutto si rinnova – così racconta lo scrittore toscano Tito Casini – ha spezzato la corona del Rosario». Proprio quel Rosario («salterio dei poveri e compendio di tutto il vangelo» secondo le parole di Pio XII) che è la preghiera che sta maggiormente a cuore alla Madonna, se è vero che a Lourdes e a Fatima è apparsa con il Rosario in mano chiedendone la recita. Perfino gli scritti di monsignor Tonino Bello, per molti altri versi figura straordinaria, non può dirsi che abbiano aiutato la mariologia a risollevarsi dalla “svolta antropologica” rahneriana, quella che ha portato la teologia a misurare Maria non più alla perfezione di Dio, ma all’imperfezione dell’uomo. Nel suo Maria donna dei nostri giorni (San Paolo, 1993) il vescovo pugliese per anni presidente di Pax Christi scriveva di un’adolescente da immaginare «mentre nei meriggi d’estate risale dalla spiaggia, in bermuda». Di una «donna feriale» che «come tutte le mogli avrà avuto momenti di crisi nel rapporto con suo marito, del quale, taciturno com’era, non sempre avrà capito i silenzi», e che nella casa di Elisabetta «pronunciò il più bel canto della teologia della liberazione». Siamo molto lontani dalla “Donna vestita di sole”, dalla Theotókos, dall’Immacolata, colei che distruggerà ogni eresia schiacciando la testa del serpente.

Sono i frutti a dire che la mariologia moderna – sulla carta più fondata biblicamente, più elevata spiritualmente e più ricca pastoralmente – abbia palesemente fallito. Un voluminoso studio del clarettiano padre Angel Pardilla indica che, tra il 1965 e il 2005, proprio gli istituti più innervati della nuova teologia mariana sono stati pressoché dimezzati: dai Servi di Maria (che hanno perduto il 61 per cento) ai Monfortiani (scesi del 51 per cento). Senza contare i Missionari Oblati di Maria (-40 per cento) e i Marianisti (-54 per cento). Nell’approfondita indagine di padre Pardilla in realtà un’eccezione esisteva: l’unico istituto di impronta mariana in continua crescita, in effetti mantenutosi fedele alla mariologia di sempre, erano i Francescani dell’Immacolata. L’ordine è stato commissariato nel 2013.

De Maria numquam satis, su Maria non si dirà mai abbastanza, tanto che «se vogliamo essere cristiani dobbiamo essere mariani» (Paolo VI). Se i polacchi fedeli a Maria sono addirittura arrivati ad essere sotto attacco, bisognerebbe riflettere non poco su quanto scriveva Henry Newman, che da teologo anglicano qual era confessò di essere stato tenuto lontano dalla Chiesa cattolica per quella che la Riforma protestante chiamava con dispregio “mariolatria”. Nel suo Ipotesi su Maria Vittorio Messori ricorda che il cardinal Newman, da buon inglese empirico, venne convertito al cattolicesimo semplicemente dall’osservazione dei fatti. «Se diamo uno sguardo all’Europa – scriveva il beato Henry Newman – vediamo che hanno smesso di adorare il suo Divin Figlio, per passare ad un banale umanesimo, non i popoli che si sono distinti per la devozione a Maria, ma proprio quelli che l’hanno rifiutata. I cattolici, ingiustamente accusati di adorare una creatura al posto del Creatore, lo adorano ancora. Mentre i loro accusatori, che avevano preteso di adorare Dio con maggior purezza e fedeltà alla scrittura, hanno cessato di adorarLo».

Con l’“evento-Fatima”, di cui oggi, venerdì 13 ottobre 2017, si ricordano solennemente i 100 anni dall’ultima apparizione, siamo spettatori di una religione totalmente calata nella storia, in cui a Covra da Iria oltre 70 mila persone hanno assistito al miracolo del sole, e dove Maria ha mostrato l’Inferno ai tre piccoli pastorelli. Chi nega l’Inferno – che, come affermava Karl Ranher, esiste solo «sulla carta ma non nella realtà» – si appella alla “dottrina della Misericordia”, in forza della quale sussisterebbe un’incompatibilità tra l’infinita bontà di Dio e la possibilità di una dannazione eterna. Paradossalmente, però, a scompaginare le carte è proprio colei che la Chiesa presenta come l’“Apostola della Divina Misericordia”, santa Faustina Kowalska, la suora polacca canonizzata nel 2000 da Giovanni Paolo II. La sua impressionante descrizione dell’Inferno (dove sarebbe stata trasportata da un angelo), esattamente come quella di Lucia di Fatima, a un occhio appena attento, della tanto strattonata Divina Misericordia costituirebbe proprio un segno tangibile. Sarebbe, cioè, l’antidoto contro il veleno somministrato con la negazione di quel dogma di fede (l’Inferno è de fide, piaccia o no a Eugenio Scalfari, che con uno zelo degno di miglior causa su Repubblica ha affermato che il Santo Padre in persona lo avrebbe «abolito»). Il ricordare all’uomo la necessità impellente della sua conversione nonché il suo possibile destino eterno in caso di ostinato rifiuto di Dio – esattamente il cuore del messaggio di Fatima – non può, dunque, non essere considerato “misericordia”, per giunta salvifica.

Nel 1967 la stessa suor Lucia piangeva calde lacrime sul calo della devozione al Cuore Immacolato di Maria. Intrigante, sul punto, è il racconto del vescovo slovacco Paolo Hnilica, colui che si batté per inserire la condanna del comunismo nella Costituzione dogmatica Gaudium et Spes e che nel 1984, secondo la richiesta fatta dalla Vergine a Fatima, si recò sulla Piazza Rossa di Mosca per consacrare segretamente la Russia al Cuore Immacolato di Maria. Così scriveva monsignor Hnilinca: «Nel giorno del 50esimo anniversario delle apparizioni incontrai suor Lucia insieme con il Vescovo di Fatima, il quale ci invitò a visitare le tombe dei due Beati, Francesco e Giacinta. Il vescovo mi tirò la veste e disse: “Guardi Lucia!”. La guardai e vidi che piangeva amaramente. E il vescovo: “Piange perché sua cugina Giacinta sul letto di morte le disse: ‘Lucia, ricordati di quello che ha detto la Madonna: Vengo presto a prendervi, tu rimarrai più a lungo con l’unico scopo di diffondere la devozione al Cuore Immacolato di Maria’”. Il vescovo continuò: “Suor Lucia piange perché si sente fallita”».

I cattolici polacchi – e quelli italiani che su invito dell’Associazione Italiana Accompagnatori Santuari Mariani (Aiasm) il 13 ottobre pregheranno il Rosario in tutta Italia – hanno semplicemente compreso quella verità che Vittorio Messori ha così sintetizzato: «Se dimentichiamo quella radice umana che è Maria, il messaggio di Gesù si degrada in spiritualismo, moralismo, come dimostra la drammatica deriva protestante. Oggi, quando è in gioco la stessa possibilità di credere, è urgente ritrovare la presenza di una Donna che tiene al riparo dall’errore e rafforza le basi della fede». Quella Maria che oggi fa così paura, diventata improvvisamente “divisiva” anche tra gli stessi cattolici, non è il «tumore del cattolicesimo» (secondo la devastante espressione dell’osannato Karl Barth), ma nient’altro che la materna difesa e la precisa conferma della più pura e genuina cristologia. È per questo che su Maria, nemica di tutte le eresie, non si dirà mai abbastanza.

Publié dans Apparizioni mariane e santuari, Fatima, Fede, morale e teologia, John Henry Newman, Misericordia, Padre Ignace de la Potterie, Riflessioni, Sacri Cuori di Gesù e Maria, Santa Faustina Kowalska | Pas de Commentaire »

Teologia del peccato che nessuno sa più che cosa è

Posté par atempodiblog le 11 octobre 2017

Teologia del peccato che nessuno sa più che cosa è
di Matteo Matzuzzi – Il Foglio
Tratto da: 
Radio Maria

Teologia del peccato che nessuno sa più che cosa è dans Articoli di Giornali e News Confessione

“Oh, come sarebbe stato felice se avesse potuto sentirsi colpevole! Avrebbe allora sopportato tutto, anche la vergogna, anche il disonore. Ma, sottoposta a un esame severissimo la propria coscienza, non aveva scoperto nel suo passato nessuna colpa specialmente orrenda, all’infuori del suo fiasco, cosa che poteva accadere a chiunque” (Fëdor Dostoevskij – “Delitto e castigo”).

Dicono i preti, in buon numero per farne un campione statistico di rilievo, che chi va a confessarsi non sa che dire. O meglio, c’è la suocera che parla male della nuora e viceversa, c’è quello che se la prende col Papa o con il mondo, quello che si mette a contare le messe perse in un periodo di tempo più o meno ampio. Il problema è che non si sa più cosa sia il peccato, trattandosi ormai, come diceva Benedetto XVI, di una “affermazione non affatto scontata”, tanto che “la stessa parola peccato da molti non è accettata, perché presuppone una visione religiosa del mondo e dell’uomo”. Visione che, per l’appunto, è abbastanza sbiadita, offuscata dalle nebbie perenni della secolarizzazione e – spesso – da un bon vivre che allontana da sé la colpa e il pentimento. Servirebbe, diceva un sacerdote romano, ripassare un po’ i russi, dove per russi si intendono i grandi scrittori dell’Ottocento.

“Scorrendo quelle pagine, soffermandosi a pensare su quegli immortali dialoghi, si capirebbe il senso del peccato, come questa parola abbia ancora molto da dire all’uomo contemporaneo”. Sarebbe un buon esercizio, a patto di “partire da Puskin e non dal più ovvio Dostoevskij”, dice al Foglio Serena Vitale, slavista, scrittrice, traduttrice. “E’ un concetto che agli stranieri, soprattutto agli occidentali, sfugge sempre. Puskin e non Dostoevskij. Si pensi alle piccole tragedie, dal Convitato di pietra al Cavaliere avaro, fino a Mozart e Salieri. Ciascuno di questi racconti è dedicato a un peccato, ad almeno tre dei sette peccati capitali. In Puskin, per la prima volta, si configura il rimorso che accompagna il peccato e che appare sempre sotto forma di incubo, di fantasmi, di sogni e ombre che mai se ne vanno”.

Si entra qui nella specificità russa, che poi avrebbe sviluppato Dostoevskij, perché è con lui che il tema si amplia. “Prendiamo Raskol’nikov, il protagonista di Delitto e castigo. E’ l’idea napoleonica che lo porta a uccidere; cioè l’idea, il pensiero filosofico giunti dall’occidente. Il credente russo non
pensa, è legato direttamente alla figura di Cristo”, aggiunge Vitale. E’ nello scontro tra est e ovest, tra Asia ed Europa, che si fa largo il travaglio di Raskol’nikov: “E’ il delitto legato a un’idea, a un qualcosa che nell’Ottocento avrebbero definito una sovrastruttura ideologica. Con l’atto dell’uccidere, e cioè con il compimento del massimo peccato, in Dostoevskij si perde la libertà. Il peccato contiene già la sua punizione”.

Non se ne capacita Miguel Mañara, il protagonista dell’omonimo capolavoro di Oscar Milosz, mentre cinge le ginocchia dell’abate da cui poi andrà ogni giorno a elencare le malefatte d’una vita intera, urlando e piangendo. Miguel ha fatto di tutto, ha ucciso e stuprato, disonorato il padre e la madre, offeso Dio. “Non ho fatto opera alcuna, ho mentito, ho rubato l’innocenza, le mie vittime sono nere del mio peccato davanti al volto di Dio e lorde della loro lussuria, la mia”. E però, già redento in vita dalla sciagura più grande che potesse capitargli, la morte della giovane sposa che l’aveva folgorato con quella domanda che gli aveva cambiato l’esistenza – se ami i fiori, perché li recidi? – resterà pietrificato dalla risposta che gli darà l’abate: “Il fatto è che tu pensi a cose che non sono più”. Perché l’unica cosa che c’è, eterna, è Dio. Parole nel marmo, con Mañara che quasi resta stordito, “ho paura della vostra grande compassione, padre. Mi sento totalmente avvolto, stretto dalla dolcezza. Non bisogna essere così dolci, padre. Mi sento struggere per la vostra cara tenerezza. Ho vergogna. Non mi avevano mai parlato così”.

Il buon vivere contemporaneo ha liquidato la “colpa” a illusione, complesso. L’idea del bene e del male ridotta a un mero dato statistico.
Grazia Deledda, Nobel per la letteratura nel 1926, scriveva ne L’Edera che “la coscienza del peccato che si accompagna al tormento della colpa e alla necessità dell’espiazione e del castigo, la pulsione primordiale delle passioni e l’imponderabile portata dei suoi effetti, l’ineluttabilità dell’ingiustizia e la fatalità del suo contrario, segnano l’esperienza del vivere di una umanità primitiva, malfatata e dolente, gettata in un mondo unico, incontaminato, di ancestrale e paradisiaca bellezza, spazio del mistero e dell’esistenza assoluta”. Pare di vedere i jabots di Mañara anche scorrendo le pagine de La porta stretta, altra opera di Deledda. Maxia, per espiare la colpa dell’assassinio di suo fratello, scappa dal paese natio e si consacra alla vita religiosa. Non
per vocazione, ma per espiazione.

Ha scritto a proposito di recente Angela Mattei sull’Osservatore Romano che “padre Maxia rifiuta qualsiasi accenno di spensieratezza, vede in ogni gesto, anche il più ingenuo e spontaneo, un pericolo”. Da punire, da castigare. Oggi si fa fatica a parlare di punizioni, di pena da scontare per il peccato commesso. Certo, san Tommaso avvertiva che “la giustizia senza castigo è utopia e il castigo senza misericordia è crudeltà” e il va’ e non peccare più che Gesù intima alla samaritana dopo averla perdonata, in uno dei passi più celebri del Vangelo, può essere letto in questa direzione. Ma è la prospettiva, oggi, a essere diversa.

Diceva Joseph Ratzinger che “di fronte al male morale, l’atteggiamento di Dio è quello di opporsi al peccato e salvare il peccatore. Dio non tollera il male, perché è amore, giustizia, fedeltà. E proprio per questo non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva”. Lo ricordava anche Papa Francesco, quando commentava il passo evangelico in cui la peccatrice, vedendo Gesù, scoppia a piangere bagnandogli i piedi che poi asciugherà con i capelli.

“Entrando in relazione con la peccatrice, Gesù pone fine a quella condizione di isolamento a cui il giudizio impietoso del fariseo e dei suoi concittadini la condannava: I tuoi peccati sono perdonati. La donna ora può dunque andare in pace. Il Signore ha visto la sincerità della sua fede e della sua conversione; perciò davanti a tutti proclama la tua fede ti ha salvata”.

Dostoevskij, a modo suo, ne fa romanzo. Ci arriva perché doveva scrivere per vivere, certo, ma insiste sull’antitesi est-ovest: “Al tutto permesso che gli sembrava essere l’ideologia della riflessione occidentale, si oppone quello che è il dettato della religione ortodossa: tutto è possibile solo con lui, Cristo”, spiega Serena Vitale. Non è bigottismo, quello dell’autore dei Demoni. Era un uomo pieno di dubbi, che s’arrovellava appena lasciava le sue amate case da gioco.

In Delitto e castigo emerge a tutta forza la ricerca affannata della libertà intesa soltanto come affermazione dell’io, scavalcando ogni legge morale, ogni principio assoluto. E per affermare se stessi e la propria libertà apparentemente senza limiti, è chiaro a Dostoevskij che bisogna fare a meno di Dio, sbarazzandosene. Una volta tolto di mezzo il Creatore, non si fa altro che sostituirlo con il proprio io. Ricadendo, ancora, nel peccato, su cui però “oggi regna un perfetto silenzio”, scriveva Ratzinger nel saggio In principio Dio creò il cielo e la terra (Lindau, 2006).

“La predicazione religiosa – osservava – cerca di evitarlo accuratamente. Il teatro e la cinematografia utilizzano il termine in senso ironico o come tema di intrattenimento. La sociologia e la psicologia cercano di smascherarlo come un’illusione o un complesso. Persino il diritto tenta di fare sempre più a meno della nozione di colpa e preferisce servirsi di una terminologia sociologica, che riduce l’idea del bene e del male a un dato statistico e si limita a distinguere tra comportamento normale e comportamento deviante”.

Il risultato, la conseguenza, è che “le proporzioni statistiche possono anche capovolgersi”, e “quel che oggi è la deviazione può un giorno diventare la regola, anzi, forse bisogna addirittura tendere a fare della deviazione la norma. Riducendo così tutto alla quantità, la nozione di moralità scompare”. E allora torna in mente Raskol’nikov, quando si rileggono le parole di Ratzinger sull’uomo odierno che “non conosce alcuna misura, non vuole riconoscerne alcuna, perché vede in essa una minaccia alla propria libertà”. Raskol’nikov “espia il proprio peccato già in vita, ed è terribile quello che passa, che vive”, dice Vitale.

Nel mondo d’oggi, così fluido – liquido, direbbe Zygmunt Bauman – è scaduta anche l’immagine della peccatrice, che peraltro è di derivazione biblica e che è stata tramandata in opere che hanno segnato la storia della letteratura, basti ricordare la confessione piena di vergogna che Lucia fa a fra Cristoforo, nei “Promessi sposi” manzoniani. Donne che hanno sempre avuto una parte importantissima nella discussione sul peccato in Russia: “Pensiamo a Tolstoj, al sofianesimo della religione ortodossa, a Solov’ev. Le donne, peccatrici, che però o si fermano poco prima di commetterlo, il peccato o finiscono male. In monastero, sotto un treno, mandate da qualche parte”, spiega Vitale.

Il peccato legato all’amore, un tema che torna sempre. Tatiana dice a Onegin: “Io vi amo, ma sono stata data a un altro, e gli sarò per sempre fedele”. A darla a un altro non è stato il padre, ma il padre eterno. Dio. Sono le donne a dimostrare agli uomini che non tutto è permesso. Sono tutte “incarnazioni di sofja”, di questa saggezza femminile che è “purezza del non pensiero”. Per affermare se stessi e la propria libertà apparentemente senza limiti, a Dostoevskij è chiaro che bisogna fare a meno di Dio, sbarazzandosene

Eccolo il marianesimo che ha plasmato per secoli la cultura e la società russe, la grande madre Russia il cui cuore è rappresentato dalla santa religione ortodossa, mai messa in dubbio dagli invasori orientali ma sempre dagli occidentali, dai “bianchi” che hanno tentato contaminazioni napoleoniche. La donna al centro di tutto, che non pensa ma che pecca. Anche padre Maxia, ne era convinto: nelle donne vive perenne “un desiderio di peccato irrefrenabile” che va represso e controllato, quasi che l’intelletto debba avere la meglio sulla morale, a qualunque costo. Ecco il peccato di Raskol’nikov: aver pensato, uccidendo la vecchia usuraia, che la ragione potesse risolvere tutti i problemi esistenziali. Sempre.

E’ lo stesso errore che avrebbe commesso Ivan Karamazov. La loro è l’etica degli atei, dei nichilisti. Uomini che, come scriveva il filosofo Remo Cantoni, pretendono di poter sostituire con la sola forza della ragione l’Infinito che governa l’universo.

Publié dans Articoli di Giornali e News, Fede, morale e teologia, Fedor Michajlovic Dostoevskij, Misericordia, Papa Francesco I, Riflessioni, Sacramento della penitenza e della riconciliazione | Pas de Commentaire »

Il Papa: “Chi governa preghi, se è ateo si confronti”

Posté par atempodiblog le 19 septembre 2017

Il Papa: “Chi governa preghi, se è ateo si confronti”
Francesco a S. Marta: «Non stia solo col gruppetto del partito». I cristiani sono chiamati ad accompagnare i governanti con la preghiera, non farlo è peccato
di Domenico Agasso Jr. – Vatican Insder

Il Papa: “Chi governa preghi, se è ateo si confronti” dans Articoli di Giornali e News La_camera_dei_deputati

Bisogna pregare per chi governa. Anche se sbaglia. Non farlo è peccato. Allo stesso tempo, i governanti non devono tralasciare la preghiera, altrimenti restano solo col «gruppetto» del loro partito. Chi è ateo o agnostico, «si confronti». È l’appello di papa Francesco rivolto questa mattina nell’omelia della Messa a Casa Santa Marta, riportata da Radio Vaticana.

La riflessione del Pontefice si basa sulla Prima Lettura e sul Vangelo odierni. Oggi si legge rispettivamente che san Paolo consiglia a Timoteo di recitare preghiere per i governanti, e di un governante che prega: è il centurione che ha un servo malato.

Osserva il Vescovo di Roma: «Quest’uomo sentì il bisogno della preghiera», non soltanto perché «amava» ma anche perché «aveva la coscienza di non essere il padrone di tutto, non essere l’ultima istanza». È consapevole che su di lui c’è un altro che comanda; ha dei subalterni, i soldati, ma egli stesso è un subalterno. E lo sa bene. Perciò, prega.

Se il governante non prega, «si chiude nella propria autoreferenzialità o in quella del suo partito, in quel circolo dal quale non può uscire; è un uomo chiuso in se stesso. Ma quando vede i veri problemi, ha questa coscienza di subalternità, che c’è un altro che ha più potere di lui». Ma «chi ha più potere di un governante? Il popolo, che gli ha dato il potere, e Dio, dal quale viene il potere tramite il popolo. Quando un governante ha questa coscienza di subalternità, prega».

Papa Bergoglio evidenzia, quindi, l’importanza della preghiera del governante, «perché è la preghiera per il bene comune del popolo che gli è stato affidato».

Francesco cita il colloquio avuto proprio con un governante che tutti i giorni trascorreva due ore in silenzio davanti a Dio, sebbene fosse indaffarato.

Ovviamente, un amministratore deve domandare al Signore la saggezza e la grazia di poter governare bene.

Ribadisce il Papa: è «tanto importante che i governanti preghino» e chiedano a Dio di non togliere loro «la coscienza di subalternità» dal Signore e dal popolo: «Che la mia forza si trovi lì e non nel piccolo gruppetto o in me stesso».

E a chi è agnostico o ateo, Francesco dice: «Se non puoi pregare, confrontati, con la tua coscienza», con «i saggi del tuo popolo»; l’importante è «non rimanere da solo con il piccolo gruppetto del tuo partito», perché «questo è autoreferenziale».

Francesco ricorda che quando un politico compie qualche azione o scelta che non piace, viene criticato; al contrario, è lodato; in ogni caso – dice il Pontefice – è lasciato solo con il suo partito, con il Parlamento. Nota il Papa: «“No, io l’ho votato – l’ho votato dal mio” – “Io non l’ho votato, faccia il suo”. No, noi non possiamo lasciare i governanti da soli: dobbiamo accompagnarli con la preghiera. I cristiani devono pregare per i governanti. “Ma, Padre, come vado a pregare per questo, che fa tante cose brutte?” – “Ha più bisogno ancora. Prega, fa penitenza per il governante”. La preghiera d’intercessione – è tanto bello questo che dice Paolo – è per tutti i re, per tutti quelli che stanno al potere. Perché? “Perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla”». Infatti, quando «il governante è libero e può governare in pace – assicura – tutto il popolo approfitta [beneficia] di questo».

Francesco termina esortando a un esame di coscienza: «Io vi chiedo un favore: ognuno di voi prenda oggi cinque minuti, non di più. Se è governante, si domandi: “Io prego a quello che mi ha dato il potere tramite il popolo?”. Se non è governante, “io prego per i governanti? Sì, per questo e per quello sì, perché mi piace; per quelli, no”. E hanno più bisogno quelli di questo! “Prego per tutti i governanti?”. E se voi trovate, quando fate l’esame di coscienza per confessarvi, che non avete pregato per i governanti, portate questo in confessione. Perché non pregare per i governanti è un peccato».

Publié dans Articoli di Giornali e News, Commenti al Vangelo, Fede, morale e teologia, Misericordia, Papa Francesco I, Riflessioni, Stile di vita | Pas de Commentaire »

E il mondo con Lei si rinnova

Posté par atempodiblog le 8 septembre 2017

E il mondo con Lei si rinnova
La natività di Maria nella tradizione bizantina
di S.E. Mons. Manuel Nin – L’Osservatore Romano

E il mondo con Lei si rinnova dans Fede, morale e teologia Nativit_della_Beata_Vergine_Maria

La festa della natività della Madre di Dio, l’8 settembre, è celebrata nelle Chiese d’oriente e d’occidente, e parecchi testi bizantini per questa festa sono entrati nell’ufficiatura romana. Inoltre, l’inizio dell’anno liturgico bizantino, l’1 settembre, situa la natività di Maria come la prima delle grandi feste, allo stesso modo che il 15 agosto, la sua dormizione, è l’ultima grande festa, e in qualche modo la conclusione, dell’anno liturgico. La celebrazione, preceduta il 7 da una pre-festa, prosegue fino alla vigilia dell’Esaltazione della croce il 13 settembre. E già dalla vigilia la liturgia sottolinea la gioia per la nascita di colei che diventa la madre del Verbo incarnato.

I titoli dati a Maria quasi sempre vengono messi in parallelo con quelli cristologici: «Con la tua natività, o immacolata, sono sorti sul mondo i raggi spirituali della gioia universale, che a tutti preannunciano il sole della gloria, Cristo Dio. La Vergine ricettacolo di Dio, la Madre di Dio pura, il vanto dei profeti, la figlia di Davide, nasce oggi da Gioacchino e da Anna la casta, e rovescia col suo parto la maledizione di Adamo che ci colpiva. Tu sei stata madre del creatore di tutti».

Un tropario della vigilia riunisce dodici titoli dati a Maria presi da testi veterotestamentari interpretati in chiave cristologica e quindi anche mariologica: l’immagine dei monti dai salmi, la mensa e il candelabro dal libro dell’Esodo, il trono dalle profezie di Isaia e di Daniele, il roveto ardente ancora dal libro dell’Esodo: «Gioisci, ricapitolazione dei mortali; gioisci, tempio del Signore; gioisci, monte santo; gioisci, mensa divina; gioisci, candelabro tutto luminoso; gioisci, vanto dei veri credenti, o venerabile; gioisci, Maria, madre del Cristo Dio; gioisci, tutta immacolata; gioisci, trono di fuoco; gioisci, dimora; gioisci, roveto incombusto; gioisci, speranza di tutti».

Nel vespro per due volte si mette in evidenza il mistero e la teologia della festa. Per confermare la professione di fede nella vera incarnazione del Verbo eterno di Dio, l’autore di questo testo, Sergio patriarca di Costantinopoli nel VII secolo, presenta in parallelo il cielo e la terra, la dimora di Dio e quella dell’uomo, la terra che diventa per l’incarnazione del Verbo di Dio nel grembo di Maria dimora del Dio vivo: «Oggi Dio, che riposa sui troni spirituali, si è apprestato sulla terra un trono santo; colui che ha consolidati i cieli con sapienza nel suo amore per gli uomini si è preparato un cielo vivente: perché da sterile radice ha fatto germogliare per noi, come pianta portatrice di vita, la madre sua. O Dio dei prodigi, speranza dei disperati, Signore, gloria a te».

Un altro testo, dello stesso Sergio, propone anche una lettura ecclesiologica. Maria è il luogo dove si congiungono le due nature nel Verbo di Dio incarnato e la Chiesa diventa luogo della bellezza: «Venite, fedeli tutti, corriamo verso la Vergine, perché ecco, nasce colei che prima di essere concepita in seno è stata predestinata a essere madre del nostro Dio; il tesoro della verginità, la verga fiorita di Aronne che spunta dalla radice di Iesse, l’annuncio dei profeti, il germoglio dei giusti Gioacchino e Anna nasce, e il mondo con lei si rinnova. Essa è partorita, e la Chiesa si riveste del proprio decoro. Il tempio santo, il ricettacolo della divinità, lo strumento verginale, il talamo regale nel quale è stato portato a compimento lo straordinario mistero della ineffabile unione delle nature che si congiungono in Cristo: adorando lui, celebriamo l’immacolata nascita della Vergine».

L’anno liturgico bizantino si svolge tra le due grandi feste della Madre di Dio: la sua nascita e la sua dormizione. La vita di Maria percorre il mistero di Cristo, come quella della Chiesa che lo annuncia e lo celebra: «Oggi le porte sterili si aprono e ne esce la divina porta verginale. Oggi la grazia comincia a dare i suoi frutti, manifestando al mondo la Madre di Dio, per la quale le cose terrestri si uniscono a quelle celesti, a salvezza delle anime nostre. Oggi è il preludio della gioia universale. Oggi cominciano a spirare le aure che preannunciano la salvezza. La sterilità della nostra natura è finita, perché la sterile diventa madre di colei che resta vergine dopo aver partorito il creatore, di colei dalla quale colui che è Dio per natura assume ciò che gli è estraneo, e con la carne per gli sviati opera la salvezza».

Publié dans Fede, morale e teologia, Misericordia | Pas de Commentaire »

“Disperdere le tenebre di vendetta e mancato rispetto per la vita”

Posté par atempodiblog le 8 septembre 2017

“Disperdere le tenebre di vendetta e mancato rispetto per la vita”
Un milione di persone alla messa nel Parco Simón Bolívar di Bogotà: Francesco cita quanti si sono impegnati per favorire il processo di pace, che hanno «preso il largo» come Pietro. A fine celebrazione, incontro con cardinali e vescovi del Venezuela
di Andrea Tornielli – La Stampa

“Disperdere le tenebre di vendetta e mancato rispetto per la vita” dans Andrea Tornielli Santo_Padre_Francesco_in_Colombia

Una pioggia battente ha irrigato in modo abbondante il Parco Simón Bolívar dove Papa Francesco celebra la sua prima messa colombiana, nello stesso luogo dove la celebrò 31 anni fa san Giovanni Paolo II e dove lo hanno atteso 1 milione di fedeli. È la messa votiva per la pace e la giustizia, che corona la prima densa giornata interamente trascorsa a Bogotà. Una giornata che ha avuto proprio la pace e la riconciliazione al centro. Come già accaduto ieri e come si è ripetuto stamane, tantissime persone sono scese in strada per salutare Francesco al suo passaggio: l’accoglienza è stata calorosa e straordinaria.

Dopo aver percorso i vari settori a bordo della papamobile, Bergoglio nei pressi della sacrestia è stato accolto da un gruppo di disabili. Quindi ha avuto inizio la liturgia. Nell’omelia il Papa ha commentato il brano evangelico dove si racconta di Gesù che predica sul Mar di Galilea. «Tutti vengono ad ascoltarlo; la parola di Gesù – dice Francesco – ha qualcosa di speciale che non lascia indifferente nessuno; ha il potere di convertire i cuori, di cambiare piani e progetti. È una parola confermata dall’azione, non sono conclusioni scritte a tavolino, espressioni fredde e staccate dal dolore della gente, e perciò è una Parola che serve sia per la sicurezza della riva sia per la fragilità del mare».

Bergoglio suggerisce quindi una similitudine: «Questa amata città, Bogotá, e questo bellissimo Paese, la Colombia, presentano molti degli scenari umani descritti nel Vangelo. Qui si trovano moltitudini che anelano a una parola di vita, che illumini con la sua luce tutti gli sforzi e mostri il senso e la bellezza dell’esistenza umana». Ma ci sono anche le tenebre, avverte Francesco. «Anche qui, come in altre parti del mondo, ci sono fitte tenebre che minacciano e distruggono la vita: le tenebre dell’ingiustizia e dell’inequità sociale; le tenebre corruttrici degli interessi personali o di gruppo, che consumano in modo egoista e sfrenato ciò che è destinato al benessere di tutti; le tenebre del mancato rispetto per la vita umana che miete quotidianamente l’esistenza di tanti innocenti, il cui sangue grida al cielo; le tenebre della sete di vendetta e di odio che macchia di sangue umano le mani di coloro che si fanno giustizia da soli; le tenebre di coloro che si rendono insensibili di fronte al dolore di tante vittime».

Parole che fotografano le piaghe purtroppo presenti nel Paese. «Tutte queste tenebre, Gesù le disperde e le distrugge con il suo comando sulla barca di Pietro: “Prendi il largo”». «Noi possiamo – continua Francesco – invischiarci in discussioni interminabili, fare la conta dei tentativi falliti ed elencare gli sforzi finiti nel nulla; come Pietro, sappiamo cosa significa l’esperienza di lavorare senza nessun risultato». Il Papa ricorda che anche la Colombia ha conosciuto questa realtà, quando per un periodo di sei anni ebbe 16 presidenti e «pagò caro le sue divisioni» e «anche la Chiesa in Colombia ha fatto esperienza di impegni pastorali vani e infruttuosi…, però come Pietro, siamo anche capaci di confidare nel Maestro, la cui parola suscita fecondità».

Il comando di gettare le reti, spiega ancora il Papa, «non è rivolto soltanto a Simon Pietro; a lui è toccato di prendere il largo, come quelli che nella vostra Patria hanno per primi riconosciuto quello che più urge, quelli che hanno preso iniziative di pace, di vita. Gettare le reti comporta responsabilità. A Bogotá e in Colombia si trova in cammino un’immensa comunità, che è chiamata a diventare una rete robusta che raccolga tutti nell’unità, lavorando per la difesa e la cura della vita umana, particolarmente quando è più fragile e vulnerabile: nel seno materno, nell’infanzia, nella vecchiaia, nelle condizioni di disabilità e nelle situazioni di emarginazione sociale. Anche le moltitudini che vivono a Bogotà e in Colombia possono diventare vere comunità vive, giuste e fraterne se ascoltano e accolgono la Parola di Dio».

«C’è bisogno – conclude Francesco – di chiamarci gli uni gli altri, di mandarci dei segni, come i pescatori, di tornare a considerarci fratelli, compagni di strada, soci di questa impresa comune che è la patria». Al termine della messa il Papa ha salutato i cardinali e alcuni vescovi del Venezuela, intrattenendosi con loro a parlare della situazione del Paese. Prima della fine del viaggio molti si attendono qualche parola di Francesco sulla grave situazione venezuelana.

Publié dans Andrea Tornielli, Commenti al Vangelo, Fede, morale e teologia, Misericordia, Papa Francesco I, Riflessioni, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Cosa vuol dire: ti perdono

Posté par atempodiblog le 2 septembre 2017

Cosa vuol dire: ti perdono

Cosa vuol dire: ti perdono dans Citazioni, frasi e pensieri Tolkien_e_Lewis
2 settembre, anniversario della nascita in Cielo di J.R.R. Tolkien

Dio ti benedica per la tua bontà. E [...] sii così generoso da regalarmi i dolori che ti ho causato, cosicché io possa condividere tutto ciò che di positivo ne verrà fuori. Non so se riesco a spiegarmi. Ma io credo che sia nel nostro potere, come cristiani, di fare effettivamente questi doni. L’esempio più semplice: se un uomo mi ha rubato qualcosa, io davanti a Dio affermo che gliel’ho regalato [...].

Sarebbe splendido, chiamati a giudizio, per rispondere a innumerevoli accuse di aver fatto del male al proprio fratello, scoprire inaspettatamente che molte male azioni non sono state compiute! E che invece si ha avuto una parte nel bene scaturito dal male. E non meno splendido sarebbe per chi ha dato. Un’eterna interazione di sollievo e gratitudine [...].

Che cosa accade quando il colpevole è genuinamente pentito, ma chi ha sofferto a causa sua è così profondamente risentito da non concedere il perdono? È un pensiero tanto terribile, da dissuadere chiunque dal correre il rischio di causare inutilmente il male.

da una lettera di J.R.R.Tolkien a C.S.Lewis dal quale si attendeva il perdono di un torto, da J.R.R. Tolkien, La realtà in trasparenza. Lettere, Bompiani, Milano, 2001, lettera 113, pp. 146-147
Tratto da: Il Centro culturale Gli scritti

Publié dans Citazioni, frasi e pensieri, Clive Staples Lewis, Fede, morale e teologia, John Ronald Reuel Tolkien, Misericordia, Perdono, Riflessioni, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Maria, rifugio sicuro

Posté par atempodiblog le 1 août 2017

Maria, rifugio sicuro dans Citazioni, frasi e pensieri Maria_Rifugio_dei_peccatori

Il devoto Lanspergio fa parlare così il Signore: Uomini, poveri figli di Abramo, che vivete in mezzo a tanti nemici e a tante miserie, «abbiate cura di venerare con particolare affetto la Madre mia» e vostra.

«Io l’ho data al mondo come esempio di purezza» affinché da lei impariate a vivere come si deve; «e come rifugio sicuro affinché ricorriate a lei nelle vostre afflizioni.

Questa mia figlia l’ho fatta tale che nessuno possa temerla o possa esitare a ricorrere a lei.  Perciò l’ho creata di natura così benigna e pietosa che non sa disprezzare nessuno e non sa negare il suo favore a nessuno che lo domanda.

Ella tiene aperto a tutti il manto della sua misericordia e non permette che nessuno parta sconsolato dai suoi piedi».

Sia dunque sempre lodata e benedetta la bontà immensa del nostro Dio che ci ha dato una madre così grande e un’avvocata così tenera e amorevole.

di Sant’Alfonso Maria De Liguori – Le Glorie di Maria

Publié dans Citazioni, frasi e pensieri, Fede, morale e teologia, Misericordia, Riflessioni, Sant’Alfonso Maria De Liguori | Pas de Commentaire »

La festa. Il Perdono di Assisi, perenne «giubileo» della misericordia

Posté par atempodiblog le 22 juillet 2017

La festa. Il Perdono di Assisi, perenne «giubileo» della misericordia
Il 1° e 2 agosto la solennità legata all’indulenza plenaria nella chiesetta della Porziuncola. La chiusura dell’ottavo centenario del Perdono con la Messa del cardinale Parolin
di Giacomo Gambassi – Avvenire

La festa. Il Perdono di Assisi, perenne «giubileo» della misericordia dans Articoli di Giornali e News Porziuncola
La Porziuncola ad Assisi

«Voglio mandarvi tutti in Paradiso». Così gridò san Francesco annunciando al popolo di Assisi l’indulgenza plenaria concessa da papa Onorio III e legata alla piccola chiesa della Porziuncola che il mondo conosce come il Perdono di Assisi. Era il 2 agosto del 1216. E proprio fra il 1° e il 2 agosto di ogni anno viene celebrata la festa del Perdono che ha come fulcro la Basilica di Santa Maria degli Angeli, ai piedi della città di Assisi, meta di milioni di pellegrini che varcano la “porta sempre aperta” in perenne Giubileo per immergersi nella Porziuncola. L’indulgenza plenaria di Santa Maria degli Angeli – che anticipò il primo Anno Santo indetto da Bonifacio VIII nel 1300 – si può ottenere ogni giorno entrando nella Porziuncola (che significa “piccola porzione di terra”). E per la festa del Perdono di Assisi l’indulgenza si estende alle chiese parrocchiali e francescane di tutto il mondo.

Porziuncola_e_Santo_Padre dans Fede, morale e teologia
Papa Francesco lo scorso anno alla Porziuncola per gli ottocento anni del Perdono di Assisi

Si avvicina, quindi, la festa del Perdono di Assisi 2017 che quest’anno assume un significato particolare: si concludono infatti le celebrazioni dell’ottavo centenario del Perdono di Assisi inaugurato lo scorso 2 agosto dal cardinale Gualtiero Bassetti e impreziosito dal pellegrinaggio privato di papa Francesco alla Porziuncola due giorni dopo, il 4 agosto 2016. La Messa solenne di chiusura del giubileo del Perdono si terrà alle 11 del 2 agosto e sarà presieduta dal cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano. L’Eucarestia verrà trasmessa in diretta da Padre Pio TV (visibile sul digitale terrestre nazionale al canale 145 e sulla piattaforma gratuita Tivùsat al canale 445) e con diffusione mondiale grazie all’emittente web Maria Vision Italia. Altra particolarità di quest’anno, che evidenzia il legame di tutta la Famiglia francescana con la festa, sarà il triduo di preparazione predicato dai ministri generali dei tre Ordini maschili (per i Frati Minori Cappuccini presiederà il vicario generale). Una condivisione che è in continuità con il cammino culminato nel Capitolo generalissimo celebrato insieme dalle Famiglie francescane.

Basilica_di_Santa_Maria_degli_Angeli dans Misericordia
La Basilica di Santa Maria degli Angeli ad Assisi

La solennità del Perdono di Assisi sarà aperta alle 11 del 1° agosto da padre Michael Perry, ministro generale dei Frati Minori, il quale presiederà la solenne celebrazione eucaristica che terminerà con la processione di “Apertura del Perdono” perché da quel momento, cioè dalle 12 del 1° agosto fino alle 24 del 2 agosto, l’indulgenza plenaria concessa alla Porziuncola quotidianamente si estende a tutte le chiese parrocchiali sparse nel mondo, e anche a tutte le chiese francescane. Nel pomeriggio del 1° agosto sono in programma i primi Vespri presieduti, al termine del pellegrinaggio della diocesi di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino, dall’arcivescovo Domenico Sorrentino. Seguirà, come di consueto, l’offerta dell’incenso da parte del sindaco di Assisi, Stefania Proietti. La Veglia di preghiera serale, con la processione aux flambeaux, sarà guidata dall’arcivescovo José Rodriguez Carballo, segretario della Congregazione per gli istituti di vita consacrata.

Marcia_francescana dans Papa Francesco I
La Marcia francescana

Il 2 agosto sarà il giorno della grande festa. Le celebrazioni eucaristiche sono previste quasi ad ogni ora, tra cui quelle presiedute dal cardinale Parolin, dall’arcivescovo Sorrentino e da padre Claudio Durighetto, ministro provinciale dei Frati Minori dell’Umbria. In giornata è in programma anche l’arrivo di migliaia di giovani che partecipano alla XXXVII Marcia francescana sul tema “Un passo oltre”. Nella serata, alle 20, il concerto della banda della Gendarmeria Vaticana in piazza a cui seguirà lo spettacolo pirotecnico.

Il programma dettagliato è disponibile sul sito www.assisiofm.it. Dal 23 luglio al 15 settembre può essere visitata anche la mostra di arte contemporanea di Arturo Casanova e Rossella Vasta a cura di Barbara Rose dal titolo “A due a due. Kenosis e perdono” che sarà ospitata nel museo della Porziuncola.

Publié dans Articoli di Giornali e News, Fede, morale e teologia, Misericordia, Papa Francesco I, Perdono, Riflessioni, Sacramento della penitenza e della riconciliazione | Pas de Commentaire »

Il Papa: «Abbiamo una Madre, aggrappati a Lei come dei figli»

Posté par atempodiblog le 13 mai 2017

Il Papa: «Abbiamo una Madre, aggrappati a Lei come dei figli»
I due pastorelli di Fatima, Giacinta e Francesco, sono santi. Papa Francesco, nella Messa per la loro canonizzazione, ricorda che, come i tre veggenti, anche noi dobbiamo essere segno – per chi è abbandonato, povero, malato, emarginato – dell’amore di Dio e della sua misericordia. «Contro l’indifferenza che ci raggela il cuore».  E Bergoglio ha ricordato ancora una volta che la Chiesa dev’essere missionaria, «ricca di cuore e povera di mezzi».
di Annachiara Valle  Famiglia Cristiana

Il Papa: «Abbiamo una Madre, aggrappati a Lei come dei figli» dans Articoli di Giornali e News Papa_a_Fatima

Malati, disoccupati, migranti, anziani. Papa Francesco canonizza Francesco e Giacinta ricordando, alla folla che ha vegliato tutta la notte in preghiera, il senso del messaggio della Madonna apparsa a Fatima 100 anni fa: quello di una Madre in pena per l’umanità. Una Madre che vuole ricoprire e proteggere tutti con il suo manto. Che vuole essere «come un’ancora» che sostiene la nostra speranza.

Pellegrino di pace, Francesco ricorda Giacinta e Francesco, che oggi canonizza e le parole di suor Lucia, la terza dei tre pastorelli, morta nel 2005 e della quale, nel 2008, si è aperto il processo di beatificazione. Ricorda la visione in cui Maria dice a Giacinta: «Non vedi tante strade, tanti sentieri e campi pieni di persone che piangono per la fame e non hanno niente da mangiare? E il Santo Padre in una chiesa, davanti al Cuore Immacolato di Maria, in preghiera? E tanta gente in preghiera con lui?». E proprio pensando a queste parole Bergoglio invita tutti a pregare con lui e affida a Maria «i suoi figli e figlie. Sotto il suo manto non si perdono; dalle sue braccia verrà la speranza e la pace di cui hanno bisogno e che io supplico per tutti i miei fratelli nel Battesimo e in umanità, in particolare per i malati e i disabili, i detenuti e i disoccupati, i poveri e gli abbandonati».

A margine della messa papa Francesco aveva incontrato una famiglia palestinese già conosciuta in Italia, lo scorso anno, al Cara di Castelnuovo di Porto. Una famiglia profuga dal dopoguerra, passata per l’Iraq, la Siria, la Libia, Lampedusa e – grazie al progetto di ricollocazione europea – accolta oggi in Portogallo. Una famiglia musulmana devotissima alla Madonna. Pensa a loro Francesco, ai militari malati che ha incontrato nella base di Monte Real, appena sceso dall’aereo, agli altri malati che ha incontrato a Fatima prima e dopo la messa, ai bambini. E chiede a ciascuno di abbandonarsi nelle braccia di Maria e di essere, a nostra volta, speranza per gli altri.  «Carissimi fratelli», dice ancora nell’omelia, «preghiamo Dio con la speranza che ci ascoltino gli uomini; e rivolgiamoci agli uomini con la certezza che ci soccorre Dio. Egli infatti ci ha creati come una speranza per gli altri, una speranza reale e realizzabile secondo lo stato di vita di ciascuno. Nel “chiedere” ed “esigere” da ciascuno di noi l’adempimento dei doveri del proprio stato, il cielo mette in moto qui una vera e propria mobilitazione generale contro questa indifferenza che ci raggela il cuore e aggrava la nostra miopia. Non vogliamo essere una speranza abortita! La vita può sopravvivere solo grazie alla generosità di un’altra vita».

Anche il cardinale Piero Parolin, nella messa celebrata durante la veglia della notte, aveva sottolineato quanto sia indispensabile questa generosità, l’essere disposti a pagare un prezzo per arrestare il male e costruire la pace. Come quando si riceve una banconota falsa, aveva detto come esempio il segretario di Stato, e si è vittime innocenti del male. E quel male lo si arresta soltanto «caricandosi in qualche modo di quella banconota». La «reazione spontanea, e persino ritenuta logica, sarebbe di passarla a qualcun altro. In questo si vede come siamo tutti inclini a cadere in una logica perversa che ci domina e spinge a propagare il male. Se mi comporto secondo questa logica, la mia situazione cambia: io ero vittima innocente quando ho ricevuto la banconota contraffatta; il male degli altri è caduto su di me. Nel momento, però, in cui coscientemente passo la banconota falsa a un altro, io non sono più innocente: sono stato vinto dalla forza e dalla seduzione del male, provocando una nuova vittima; mi sono fatto trasmettitore del male, sono diventato responsabile e colpevole. L’alternativa è quella di fermare l’avanzata del male; ma ciò è possibile solo pagando un prezzo, restando cioè io con la banconota falsa e liberando così l’altro dall’avanzata del male».

Come ha fatto Gesù, dice, nella messa di oggi, il Papa, che ha portato la croce prima di noi, caricandosi del male del mondo. Il Signore, ha concluso papa Francesco, «sempre ci precede. Quando passiamo attraverso una croce, Egli vi è già passato prima. Così non saliamo alla croce per trovare Gesù; ma è stato Lui che si è umiliato ed è sceso fino alla croce per trovare noi e, in noi, vincere le tenebre del male e riportarci verso la Luce. Sotto la protezione di Maria, siamo nel mondo sentinelle del mattino che sanno contemplare il vero volto di Gesù Salvatore, quello che brilla a Pasqua, e riscoprire il volto giovane e bello della Chiesa, che risplende quando è missionaria, accogliente, libera, fedele, povera di mezzi e ricca di amore».

Publié dans Articoli di Giornali e News, Fatima, Fede, morale e teologia, Misericordia, Papa Francesco I, Riflessioni, Stile di vita | Pas de Commentaire »

“Dio può intenerire chi conosce solo il linguaggio della condanna”

Posté par atempodiblog le 2 mai 2017

“Dio può intenerire chi conosce solo il linguaggio della condanna”
Il Papa a Santa Marta: il Signore può togliere un cuore di pietra e metterne uno di carne. Bisogna ascoltare la Sua parola e la «testimonianza dell’obbedienza» del Figlio
di Domenico Agasso Jr. – Vatican Insder

“Dio può intenerire chi conosce solo il linguaggio della condanna” dans Commenti al Vangelo Papa_Francesco

Il Signore, con la Sua tenerezza, può intenerire i cuori duri, quelli che condannano tutto ciò che è fuori dalla Legge. Gli stessi inconsapevoli che la tenerezza di Dio è capace di togliere un cuore di pietra e metterne al suo posto uno di carne. Lo afferma Papa Francesco nella Messa di questa mattina a Casa Santa Marta.

Il Pontefice – come riporta Radio Vaticana - definisce santo Stefano «un testimone di obbedienza», come Gesù che esegue le volontà del Padre fino alla morte, e proprio per questo motivo viene perseguitato. Il Vescovo di Roma parte dalla Prima Lettura di oggi, appunto il martirio di Stefano: le persone che lo lapidano non comprendono la Parola di Dio, e il Primo Martire della storia cristiana li ha chiamati «testardi», «incirconcisi nel cuore e nelle orecchie», e dire a qualcuno «incirconciso», spiega il Papa, è come dargli del «pagano».

Papa Bergoglio invita dunque a pensare ai vari modi di non capire la Parola del Signore. Per esempio: Cristo chiama i discepoli di Emmaus «stolti»: non è una lode, ovviamente, ma non è un’espressione così dura come quella che utilizza Stefano, essi infatti non capiscono, hanno paura perché non vogliono problemi, sono timorosi ma «erano buoni, aperti alla verità». E quando il Figlio di Dio li rimprovera, lasciano entrare le Sue parole e il loro cuore si riscalda. Invece quelli che lapidano Stefano, «erano furibondi», non vogliono ascoltare.

Ecco, questa è la tragedia della «chiusura del cuore: il cuore duro», rileva il Pontefice. Ne parla il Salmo 94, in cui si legge del Signore che ammonisce il popolo esortando a non indurire il cuore, e poi, con il Profeta Ezechiele, compie una «promessa bellissima»: cambiare il cuore di pietra con uno di carne, ossia un cuore «che sappia ascoltare» e «ricevere la testimonianza dell’obbedienza».

La durezza e chiusura di mente e di animo «fa soffrire tanto, tanto, la Chiesa - dichiara – i cuori chiusi, i cuori di pietra, i cuori che non vogliono aprirsi, che non vogliono sentire; i cuori che soltanto conoscono il linguaggio della condanna: sanno condannare; non sanno dire: “Ma, spiegami, perché tu dici questo? Perché questo? Spiegami…”. No: sono chiusi. Sanno tutto. Non hanno bisogno di spiegazioni», osserva con amarezza il Papa.

Un cuore chiuso non permette allo Spirito Santo di entrare, «invece, la Lettura di oggi ci dice che Stefano, pieno di Spirito Santo, aveva capito tutto: era testimone dell’obbedienza del Verbo fatto carne, e questo lo fa lo Spirito Santo. Era pieno»; al contrario, «un cuore chiuso, un cuore testardo, un cuore pagano non lascia entrare lo Spirito e si sente sufficiente in se stesso».

Papa Bergoglio sottolinea che i due discepoli di Emmaus «siamo noi, con tanti dubbi, tanti peccati», che spesso «vogliamo allontanarci dalla Croce, dalle prove», ma poi «facciamo spazio per sentire Gesù che ci riscalda il cuore». All’altro gruppo, a coloro che sono «chiusi nella rigidità della legge», Cristo parla tanto, pronunciando loro parole «più brutte» di quelle dette da Stefano.

Francesco esorta a guardare la «tenerezza di Gesù: il testimone dell’obbedienza, il Grande Testimone, Gesù, che ha dato la vita, ci fa vedere la tenerezza di Dio in confronto a noi, ai nostri peccati, alle nostre debolezze. Entriamo – è l’appello papale – in questo dialogo e chiediamo la grazia che il Signore ammorbidisca un po’ il cuore di questi rigidi, di quella gente che è chiusa sempre nella Legge e condanna tutto quello che è fuori da quella Legge. Non sanno che il Verbo è venuto in carne, che il Verbo è testimone di obbedienza. Non sanno - conclude - che la tenerezza di Dio è capace di spostare un cuore di pietra e mettere al suo posto un cuore di carne».

Publié dans Commenti al Vangelo, Fede, morale e teologia, Misericordia, Papa Francesco I, Riflessioni | Pas de Commentaire »

Il Papa ai salesiani: “Attenti a chi entra in seminario perché incapace di cavarsela nel mondo”

Posté par atempodiblog le 2 mai 2017

Il Papa ai salesiani: “Attenti a chi entra in seminario perché incapace di cavarsela nel mondo”
Francesco riceve un gruppo di novizi e prenovizi a Santa Marta. L’incontro rivelato da una diretta live su Facebook. Nel colloquio, tutto a braccio, di 50 minuti, viene ricordato padre Tom Uzhunnalil rapito in Yemen. «In periferia, i superiori ci mandino i migliori»
di Salvatore Cernuzio – Vatican Insider

Il Papa ai salesiani: “Attenti a chi entra in seminario perché incapace di cavarsela nel mondo” dans Fede, morale e teologia Papa_e_gruppo_di_novizi_e_prenovizi

«Attenti all’ipocrisia nella Chiesa: è una peste!». E attenti pure a tutti quei giovani che «vogliono entrare in seminario perché sentono che sono incapaci di cavarsela da soli nel mondo». Se sono particolarmente «diplomatici» o «bugiardi» meglio invitarli a tornare sui loro passi. «I migliori», invece, «i superiori li mandino in periferia». Quello è il loro posto.

Sono alcuni flash del lungo colloquio di oggi di Papa Francesco con un gruppo di novizi e prenovizi salesiani, incontrati privatamente nella Casa Santa Marta intorno alle 12. L’incontro non figurava nell’agenda del Pontefice, ma è stato rivelato sul social network Facebook con una “diretta live” da uno degli ospiti presenti nella domus vaticana.

Il gruppo era nutrito: i novizi provenivano, oltre che dall’Italia, anche da Albania, Croazia, Malta. E c’era anche un “dono” dalla Siria: Michel, novizio che, in ginocchio, ha ricevuto dal Pontefice la benedizione per «l’amata e martoriata Siria». A presentarli tutti è stato don Guido Enrico, incaricato della formazione in Italia, che ha ringraziato il Papa per aver accettato la proposta di questo incontro che «si lega idealmente» alla visita che Francesco fece ai salesiani a Valdocco, nella Basilica di Santa Maria Ausiliatrice, durante la tappa a Torino del 2015. In dono, don Guido ha consegnato al Vescovo di Roma una medaglia fatta coniare nel 1885 dal primo successore di don Bosco.

«Grazie di essere venuti. Quando ho visto questa richiesta ho detto: “I salesiani? Fateli venire!”», ha esordito il Papa prima di avviare il dialogo tutto a braccio, durato circa 50 minuti e scandito da alcune domande dei presenti. «Non so cosa dirvi, meglio che facciate domande per non dire qualche stupidaggine», scherza Francesco. Che rammenta la sua giovinezza e la scuola elementare in un Collegio di salesiani «dove ho imparato l’amore alla Madonna», poi gli studi di chimica all’università «che la mamma voleva che finissi» ma che invece ha interrotto inseguendo la vocazione sacerdotale: «Papà, invece, era più contento». A proposito di famiglia, Bergoglio non dimentica i parenti piemontesi: «Siamo molto legati. Loro sono venuti in Argentina noi siamo andati a trovarli. Quando venivo per i Sinodi o le riunioni in Vaticano facevo un salto per andarli a trovare e visitavo le due basiliche», racconta.

Risponde quindi alle domande. Ad esempio quella del siciliano don Marcello che chiede alcuni suggerimenti per il «delicato compito di accompagnare i giovani nel discernimento vocazionale». Il Papa risponde diretto: «I criteri siano normali. State attenti a quei giovani con faccia di immaginetta - dice - A quelli io non chiedo neppure il Padre Nostro. Gioiosi, sportivi, normali. Che sappiano lavorare, se studiano che sappiano studiare, che prendano le loro responsabilità».

Ciò che è importante è «accompagnare» questi giovani, perché «nel cammino ci sono tante sorprese di Dio o che non sono di Dio. Bisogna stare attenti e aiutarli a guardare in faccia queste sorprese. Se sono difficoltà, guardarle in faccia. E aiutarli ad allontanare ogni forma di ipocrisia. Questa è una peste: l’ipocrisia nella Chiesa, l’ipocrisia del dico una cosa e ne faccio un’altra… L’ipocrisia della mediocrità, di quelli che vogliono entrare in seminario perché sentono che sono incapaci di cavarsela da soli nel mondo». «Se tu trovi uno che è un po’ troppo diplomatico stai attento. Se trovi uno che è un bugiardo, invitalo a tornare a casa». Attenti anche «a come pregano», raccomanda il Pontefice: non servono preghiere lunghe e artificiose, ma una preghiera «semplice», come «quella che hai imparato a casa tua, alla prima comunione», «una preghiera normale, ma fiduciosa». «“Ma padre, sono arrabbiato con Dio”. Anche quella è una preghiera», esclama il Papa.

Con Luigi da Salerno («I salernitani sono i più gioiosi d’Italia, lo sai?»), Francesco ricorda il periodo del noviziato: «Era un’altra epoca: prima del Concilio… rigido… si usava la disciplina, con tante tracce pelagiane. Era una cosa che per quel tempo andava bene, oggi non va. Anche se ci sono piccoli gruppi che vorrebbero tornare a quello. Se li avessi invitati oggi sarebbero venuti con la talare, magari anche col saturno», scherza il Papa tra le risate dei suoi ospiti. Ai quali dice, tra le altre cose, che le situazioni difficili vanno affrontate «coi pantaloni», cioè «da uomini, come tuo papà, come tuo nonno».

A Giorgio, da Torino, che chiede una «parola sulla santità», spiega invece: «Molto semplice la santità: “Cammina nella mia presenza e sii irreprensibile”. Punto. Questa è la migliore definizione. Sai chi l’ha fatta? Dio ad Abramo. Aggiornando un po’ la cosa, credo che anche oggi si può essere santi. Ci sono tanti nella Chiesa, tanti. Gente eroica, genitori, nonni, giovani. I santi nascosti, come quelli che appartengono alla “classe media della santità”, che non si vede ma ci sono».

Con Andrea, della ispettoria sicula, il Papa torna a parlare di giovani. Il novizio domandava «cosa portare» ai ragazzi e alle ragazze di oggi e come incoraggiarli, specie quelli che abitano nelle «periferie». «Quando parlo di periferie parlo di tutte le periferie, anche delle periferie del pensiero», spiega il Papa. «Parlare con i non credenti, agnostici, quella è una periferia, eh! Poi ci sono le periferie “sociali”, dei poveri…». L’invito, comunque, è sempre il medesimo: «Andare lì», esorta Francesco.

E rivolge una parola ai Superiori: «Scegliete bene chi inviare nelle periferie, soprattutto quelle più pericolose. I migliori devono andare lì! “Ma questo può studiare, fare un dottorato…”. No, manda questo. “Lì c’è la mafia”. Manda lui. Nelle periferie bisogna mandare i migliori», rimarca il Pontefice.

Riguardo ai giovani sollecita invece ad «organizzare attività» concrete che non si limitino al «mondo virtuale» e ad «insegnargli ad aiutare gli altri, i valori umani dell’amicizia, della famiglia, del rispetto per i nonni». In particolare «il rispetto per i nonni» che, confida Francesco, «è una cosa che ho tanto nel cuore». «Credo – prosegue – che siamo nel momento in cui la storia ci chiede di più che i giovani parlino con i nonni. È un ponte… Siamo in una cultura dello scarto e i nonni sono scartati. Oggi tutto quello che non serve viene scartato, si vive nella cultura dell’“usa e getta”, no?». E non solo gli anziani, ma anche «tanti giovani sono scartati», rimarca Papa Francesco, ricordando come in Italia – giusto per fare un clamoroso esempio – il 40% di ragazzi e ragazze non hanno lavoro.

«I giovani, però, hanno tanta forza» che non sanno dove incanalare. Essa si controbilancia con la «saggezza» dei loro nonni. Per questo è necessario creare questo «ponte», insiste il Papa. Ed elenca tra le virtù necessarie pure quella della «creatività» che, afferma, è «una grazia da chiedere allo Spirito Santo» per «dire la parola giusta al momento giusto». Poi ai giovani, aggiunge il Pontefice rispondendo sempre al novizio, «bisogna anche lasciarli con un po’ di fame perché dopo tornino a fare un’altra domanda».

A conclusione dell’incontro, don Guido Enrico ha ricordato i diversi «fronti» in cui la Congregazione salesiana «viene sfidata, provata». Non solo in Siria, dove i seguaci di don Bosco operano attivamente, ma anche in altre zone piagate da guerra e terrorismo. Lo Yemen, ad esempio, dove lo scorso anno è stato rapito padre Tom Uzhunnalil, durante il brutale assassinio di quattro Missionarie della Carità. Il religioso indiano aveva celebrato la messa con le suore e dopo è stato sequestrato. Da allora non si hanno più sue notizie, salvo qualche video comparso sul web: «Non sappiamo se sia vivo o morto», dice Enrico al Papa. Che risponde assicurando la sua preghiera e ricordando che «oggi nella chiesa ci sono più martiri che nei secoli scorsi».

L’incontro si è concluso con il canto del Regina Coeli e una preghiera alla Vergine, insieme alla consueta richiesta: «Non dimenticate di pregare per me».

Publié dans Fede, morale e teologia, Misericordia, Papa Francesco I, Riflessioni, Sacramento dell’Ordine | Pas de Commentaire »

La misericordia di Dio

Posté par atempodiblog le 29 avril 2017

La misericordia di Dio dans Citazioni, frasi e pensieri Santa_Caterina_da_Siena

“Tutti i peccati del mondo sono alla Misericordia come una gocciola d’aceto nel mare”.

“Nascondetevi sotto le ali della misericordia di Dio; Egli è più capace di perdonare di quanto voi lo siate di peccare”.

Santa Caterina da Siena

Publié dans Citazioni, frasi e pensieri, Fede, morale e teologia, Misericordia, Riflessioni | Pas de Commentaire »

L’esercizio del perdono

Posté par atempodiblog le 25 avril 2017

L’esercizio del perdono dans Citazioni, frasi e pensieri Beato_Giustino_Maria_Russolillo

“E’ necessario l’esercizio del perdono per chiunque ci ha fatto soffrire: superiori, uguali e inferiori; interni ed esterni; sul punto d’onore, della tasca… In tutto! Per ogni offesa: … rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori.

Per chiunque ci avesse imbrogliati, traditi, criticati, un bel fascio; siano cose vere o false, o addirittura semplici nostre immaginazioni che ci hanno fatto ugualmente soffrire.

Solo l’esercizio del perdono attira su di noi una grande compiacenza da parte di Dio”.

del Beato Giustino Maria della Santissima Trinità Russolillo

Publié dans Citazioni, frasi e pensieri, Don Giustino Maria Russolillo, Fede, morale e teologia, Misericordia, Perdono, Riflessioni, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Il desiderio di Gesù di celebrare la festa della Divina Misericordia quale rifugio di tutte le anime

Posté par atempodiblog le 23 avril 2017

Il desiderio di Gesù di celebrare la festa della Divina Misericordia quale rifugio di tutte le anime
Il Signore vuole che i sacerdoti in quel giorno parlino nell’omelia della Divina Misericordia e dimostrino l’inconcepibile Misericordia di Gesù
di Monsignor Józef Bart

Il desiderio di Gesù di celebrare la festa della Divina Misericordia quale rifugio di tutte le anime dans Fede, morale e teologia Divina_Misericordia

La festa della Divina Misericordia […] occupa nel Diario di Suor Faustina un posto centrale. Infatti Gesù già nella prima rivelazione ha fatto conoscere a Faustina la Sua volontà di istituire questa festa e di celebrarla la prima Domenica dopo Pasqua. La scelta di questa Domenica indica chiaramente che nei piani di Dio esiste uno stretto legame tra il mistero pasquale della Redenzione e questa festa dedicata a far capire l’aspetto della Misericordia compreso nel mistero della nostra Redenzione.

Gesù richiede che questa festa sia preceduta dalla Novena che consiste nella recita della Coroncina alla Misericordia. Il Signore acclude a questa Novena la promessa: “Durante questa novena elargirà alle anime grazie di ogni genere” (Quaderni…, II, 197).

Gesù chiede che durante la Festa della Misericordia venga solennemente benedetta I’Immagine che rappresenta la stessa Divina Misericordia e chiede la venerazione pubblica di tale Immagine in quel giorno.

Oltre a questo, il Signore vuole che i sacerdoti in quel giorno parlino nell’omelia della Divina Misericordia e dimostrino alle anime l’inconcepibile Misericordia di Gesù nella sua Passione e in tutta l’opera della Redenzione.

La Festa della Divina Misericordia, secondo l’intenzione di Gesù, deve essere il giorno di riparazione e di rifugio per tutte le anime e specialmente per quelle dei poveri peccatori. In questo giorno, infatti, l’immensa generosità di Gesù si spande completamente sulle anime infondendo grazie di ogni genere e grado, senza alcun limite, anche le più impensabili.

Ne è la prova la grazia particolarissima che Gesù ha legato alla festa della Misericordia. Essa consiste nella totale remissione dei peccati che non sono stati ancora rimessi e di tutte le pene derivanti da questi peccati. La grandezza di questa grazia è in grado di ravvivare in noi la fiducia illimitata che Gesù desidera offrirci in questa giornata della Misericordia.

La peculiarità della festa della Divina Misericordia che la distingue da tutte le altre feste e da tutte le altre forme di culto sta:

1) Nell’universalità dell’offerta di Dio a tutti gli uomini, anche a quelli che fino a questo momento non hanno mai praticato il culto alla Divina Misericordia e cioè anche i peccatori che si sono convertiti. Essi sono chiamati a partecipare a tutte le grazie che Gesù ha promesso di elargire il giorno della Festa.

2) La perfezione e la straordinarietà della festa della Misericordia si rivela nel fatto che durante questa giornata vengono offerti agli uomini tutti i generi di grazie, sia spirituali che corporali, sia per i singoli, per le comunità e per l’umanità intera.

3) Infine tutti i gradi della grazia sono in questo giorno alla portata di tutti, “In quel giorno sono aperti tutti i canali attraverso i quali scorrono le grazie divine” ( Quaderni…, II, 138). Proprio tale generosità di Gesù estesa contemporaneamente a tutte le anime è il motivo che permette di supplicare la Divina Misericordia con una grande ed illimitata fiducia per tutti i doni della Grazia che il Signore vuole distribuire durante questa festa.

Infatti, è proprio questa fiducia che apre a noi i tesori della misericordia. Ora è chiara la portata universale del desiderio di Gesù di celebrare questa festa quale rifugio di tutte le anime.

[...] ai sacerdoti che parleranno della Misericordia di Dio Gesù ha promesso che i peccatori induriti si inteneriranno alle loro parole. Questo vuol dire che le omelie incentrate sulla Divina Misericordia hanno un’efficacia straordinaria per la conversione dei peccatori.

315fyfr dans Fede, morale e teologia

2e2mot5 dans Diego Manetti 23 aprile 2017: Festa della Divina Misericordia

Publié dans Fede, morale e teologia, Misericordia, Perdono, Riflessioni, Sacramento della penitenza e della riconciliazione, Sacramento dell’Ordine, Santa Faustina Kowalska | Pas de Commentaire »

“Ho sentito Mia madre parlare di te”

Posté par atempodiblog le 22 avril 2017

“Ho sentito Mia madre parlare di te” dans Citazioni, frasi e pensieri Madonna_Misericordia

«Spero che quando andrò al Giudizio ascolterò da Lui queste parole: “Ho sentito Mia madre parlare di te”».

del venerabile Fulton John Sheen

Publié dans Citazioni, frasi e pensieri, Misericordia, Riflessioni | Pas de Commentaire »

12345...26
 

Neturei Karta - נ... |
eternelle jardin |
SOS: Ecoute, partage.... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Cehl Meeah
| le monde selon Darwicha
| La sainte Vierge Marie Livr...