“Il perdono è una forma eccelsa d’amore”

Posté par atempodiblog le 10 juin 2019

“Il perdono è una forma eccelsa d’amore”
Tratto da: Radio Maria Fb

Messaggio di Medjugorje a Mirjana del 02/06/2019

“Il perdono è una forma eccelsa d'amore” dans Citazioni, frasi e pensieri Madonna

“Cari figli,
soltanto un cuore puro ed aperto farà sì che conosciate davvero mio Figlio, e che tutti quelli che non conoscono il suo amore lo conoscano per mezzo di voi. Solo l’amore farà sì che comprendiate che esso è più forte della morte, perché il vero amore ha vinto la morte ed ha fatto in modo che la morte non esista.
Figli miei, il perdono è una forma eccelsa d’amore. Voi, come apostoli del mio amore, dovete pregare per essere forti nello spirito e poter comprendere e perdonare. Voi, apostoli del mio amore, con la comprensione ed il perdono, date esempio d’amore e di misericordia.
Riuscire a comprendere e perdonare è un dono per cui si deve pregare e di cui si deve aver cura. Col perdono voi mostrate di saper amare. Guardate, figli miei, come il Padre Celeste vi ama con un amore grande, con comprensione, perdono e giustizia. Come vi dà me, la Madre dei vostri cuori.
Ed ecco: sono qui in mezzo a voi per benedirvi con la materna benedizione; per invitarvi alla preghiera e al digiuno; per dirvi di credere, di sperare, di perdonare, di pregare per i vostri pastori e soprattutto di amare senza limiti. Figli miei, seguitemi! La mia via è la via della pace e dell’amore, la via di mio Figlio. È la via che porta al trionfo del mio Cuore.
Vi ringrazio!”.

Commento di Padre Livio al messaggio del 2 giugno 2019

Padre-Livio dans Fede, morale e teologia

Questo messaggio, come ogni messaggio del due del mese, è molto intenso e ricco. È come straripante dal Cuore della Madre!
Alla Madonna sta molto a cuore entrare subito nel vivo del messaggio che è un inno all’amore e poi alla fine colloca la sua missione di Madre che è quella di portarci a suo Figlio e attraverso suo Figlio alla vita eterna.
“Cari figli, soltanto un cuore puro ed aperto farà sì che conosciate davvero mio Figlio”. L’amore di cui parla la Madonna è un amore così grande che neanche possiamo immaginarlo, intuirlo, questo amore è l’Amore di Dio! È Dio stesso, Dio è Amore, l’Amore è Dio! È l’Amore del Padre, del Figlio, che sono un dono d’amore che è lo Spirito Santo.

Conosciamo questo amore purificando, aprendo, dilatando il nostro cuore, “dovete avere un cuore puro, un cuore aperto, dovete entrare in intimità con mio Figlio, accostando il vostro cuore al suo Cuore, allora piano piano potrete conoscere l’amore di cui io vi parlo, che è l’amore che segretamente desiderate”, perché tutti noi desideriamo un amore puro, infinito ed eterno, ma troviamo sempre lungo la nostra strada amori limitati e molto spesso dei falsi amori. “E che tutti quelli che non conoscono il suo amore lo conoscano per mezzo di voi”. È chiaro che non possiamo far conoscere Gesù, il suo Amore agli altri, se non lo abbiamo sperimentato.

Solamente sperimentandolo se ne può parlare con entusiasmo, se ne può parlare con umiltà, solamente sperimentandolo se ne può parlare donandolo.
Allora comprendiamo che questo Amore è più forte della morte: “Solo l’amore farà sì che comprendiate che esso è più forte della morte,
perché il vero amore ha vinto la morte ed ha fatto in modo che la morte non esista”. Gesù è morto per amore e risorto a vita immortale e dona a noi questa vittoria, la vittoria dell’amore sulla morte! È così grande questo Amore, che fa sì che la morte non esista!

La morte di cui parla la Madonna è prima di tutto la morte spirituale, quella del peccato mortale, quella della perdizione eterna. Per un cristiano la morte è un abbraccio con Cristo, che si può già realizzare nella fede in questa vita, specialmente ricevendo la Santa Comunione, nella quale riceviamo Cristo Risorto. La Madonna ci invita a conoscere questo Amore; poi ci dirà più avanti, parlando del digiuno e della preghiera, in che modo dobbiamo dilatare il cuore, renderlo puro, renderlo aperto e sincero. Poi comincia la seconda parte del messaggio e cioè che la più alta forma d’Amore è il perdono: “Figli miei, il perdono è una forma eccelsa d’amore”.

L’amore di Dio ha inviato il Figlio il quale ha portato su di sé i peccati del mondo, li ha espiati e, apparendo agli Apostoli nel Cenacolo, il Risorto ci dà lo Spirito Santo per la remissione e il perdono dei peccati. È come se noi avessimo un debito impagabile e qualcuno ce lo ha pagato. Gesù lo ha pagato andando sulla Croce e dall’alto della Croce ha detto: “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Questo perdono riguarda i peccati che fanno tutti gli uomini! “Voi, come apostoli del mio amore, dovete pregare per essere forti nello spirito e poter comprendere e perdonare”. Noi non amiamo se non perdoniamo e per capire questo dobbiamo guardare Gesù crocefisso, al suo perdono sulla Croce, al perdono che ci ha donato attraverso il Sacramento della Penitenza.

L’amore del Padre ha inviato il Figlio per cancellare i peccati del mondo e ha fatto sì che la sua giustizia diventasse misericordia. Poi è chiaro che se noi rifiutiamo la sua misericordia, i nostri peccati rimangono su di noi e ci portano alla morte eterna. Essendo stati perdonati, non possiamo non perdonare gli altri, manifestando comprensione verso le mancanze altrui, i torti subiti, le ingiustizie, le offese, perché molte volte gli altri sono trascinati dal maligno.
Anche a noi potrebbe capitare, anche a noi magari è capitato di essere aizzati dal maligno, di essere degli zimbelli nelle sue mani e come è capitato a noi, può capitare a loro.

Come Dio ha avuto pietà di noi e come gli altri hanno avuto pietà di noi, noi dobbiamo essere comprensivi nei confronti degli altri e dare il nostro perdono. Questo ovviamente ha una dinamica che deve maturare nell’intimo del cuore, ha bisogno di un tempo ed è una conquista, è il frutto della preghiera, è una grazia che bisogna chiedere, non è, diciamo così, un colpo di telecomando il perdono, è una vittoria, è una contemplazione dell’Amore del Padre, è fare agli altri quello che il Padre ha fatto a noi. Non commettiamo l’errore di coltivare il risentimento, di coltivare l’odio, perché conserviamo il veleno di satana nel nostro cuore. E se non possiamo manifestare il perdono per gli altri, perché ci sono tante circostanze, perché il perdono diventi qualcosa di vero, diventi una vera riconciliazione, perché avvenga questo è necessario il miracolo nei cuori. Bisogna chiedere questo miracolo, desiderarlo, coltivando la disponibilità alla riconciliazione e pregando per le persone che ci hanno offeso, come Gesù e come tutti i martiri che hanno pregato per i loro persecutori; all’origine di ogni persecuzione c’è satana.

“Voi, apostoli del mio amore, con la comprensione ed il perdono, date esempio d’amore e di misericordia. Riuscire a comprendere e perdonare è un dono per cui si deve pregare e di cui si deve aver cura”. Dobbiamo sradicare l’impulso del risentimento, “di farla pagare”, dobbiamo arrivare alla compassione per chi, usato da satana, ci ha fatto del male.

Pregare per quelli che ci hanno fatto del male è la cosa più bella che possiamo fare, poi saremo noi con i nostri approcci ad aprire il cuore degli altri.
Molte volte uno avanza proposte di perdono e trova l’altro che risponde con le parolacce, questo capita spesso, ma noi dobbiamo invece usare un’altra tattica, noi sappiamo che la grazia tocca i cuori e che la grazia si ottiene con la preghiera. Con la preghiera possiamo disporre il cuore degli altri al perdono, perché è un dono di grazia. “Col perdono voi mostrate di saper amare”.

Nella terza parte del messaggio la Madonna parla della sua missione: “Guardate, figli miei, come il Padre Celeste vi ama con un amore grande, con comprensione, perdono e giustizia. Come vi dà me, la Madre dei vostri cuori”. L’Amore del Padre Celeste si manifesta nel perdono e si manifesta anche nel fatto che ha inviato Lei come Madre dei nostri cuori. La sua presenza qui per così tanto tempo, con così tanti messaggi, non è qualcosa che dobbiamo sopportare con curiosità. La Madonna ci dice: “io sono qui da così tanto tempo, con così tanta pazienza per voi, perché il Padre Celeste vi ama e mi invia presso di voi”Poi precisa la sua missione “Ed ecco: sono qui in mezzo a voi per benedirvi con la materna benedizione; per invitarvi alla preghiera e al digiuno; attraverso la preghiera e il digiuno, attraverso la rinuncia alle cose effimere, attraverso la rinuncia al male, tagliando la radice dei vizi, con la preghiera e il digiuno ci avviciniamo a Gesù, al suo Cuore, comprendiamo il suo immenso Amore grazie al quale noi resuscitiamo a vita nuova, alla gloriosa resurrezione di Cristo!

“Per dirvi di credere, di sperare, di perdonare, di pregare per i vostri pastori e soprattutto di amare senza limiti”. “Sono qui non per celebrare me stessa, ma perché avete bisogno, perché siete sballottati da satana sciolto dalle catene, sono qui per invitarvi alla preghiera e al digiuno, sono qui per dirvi di credere, di sperare, di perdonare, di pregare per i vostri pastori e soprattutto son qui per dirvi di amare senza limiti”.
E poi conclude: “Figli miei, seguitemi!”. Se la Madonna è qui, seguiamola! È qui, ci indica la strada, lasciamoci prendere per mano. Lo dico con umiltà, quelli che oggi non si fanno prendere per mano dalla Madonna, più facilmente perdono la strada e satana li inganna.

“La mia via è la via della pace e dell’amore, la via di mio Figlio. È la via che porta al trionfo del mio Cuore. Vi ringrazio!”.
Questa che è l’ultima apparizione della Madonna sulla terra ci condurrà al trionfo del suo Cuore Immacolato che consiste nel fatto che gran parte dell’umanità accoglierà suo Figlio Gesù.

La pace nel mondo non è un progetto umano. Il trionfo del Cuore Immacolato è l’accoglienza dell’umanità di quel Cuore crocefisso che trabocca di Amore per tutti gli uomini, anche per quelli che lo hanno crocefisso. Con questo ringraziamo la Madonna, perché ci guida, perché ci nutre, ci unisce, perché ci vuole bene, perché ci manifesta l’Amore del Padre Celeste, perché ci porta alla vittoria, la vittoria del bene, la vittoria di Cristo, la vittoria dell’Amore!

Publié dans Citazioni, frasi e pensieri, Fede, morale e teologia, Medjugorje, Misericordia, Padre Livio Fanzaga, Perdono, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Papa Francesco: udienza, appello per “un minuto per la pace” l’8 giugno alle 13

Posté par atempodiblog le 8 juin 2019

Papa Francesco: udienza, appello per “un minuto per la pace” l’8 giugno alle 13
dell’Agenzia SIR

Papa Francesco: udienza, appello per “un minuto per la pace” l’8 giugno alle 13 dans Articoli di Giornali e News Papa-Francesco

“Dedicare ‘un minuto per la pace’ – di preghiera, per i credenti; di riflessione, per chi non crede -: tutti insieme per un mondo più fraterno”. È l’invito rivolto dal Papa, durante i saluti ai fedeli di lingua italiana, che come di consueto concludono l’udienza del mercoledì. Francesco ha lanciato il suo appello ricordando che “sabato prossimo, 8 giugno, ricorrerà il quinto anniversario dell’incontro, qui in Vaticano, dei Presidenti di Israele e di Palestina con me e il Patriarca Bartolomeo”.

“Alle ore 13 – ha proseguito – siamo invitati a dedicare ‘un minuto per la pace’ – di preghiera, per i credenti; di riflessione, per chi non crede -: tutti insieme per un mondo più fraterno. Grazie all’Azione Cattolica internazionale che promuove questa iniziativa”. Tra i fedeli italiani, il Santo Padre ha salutato la delegazione del Pellegrinaggio a piedi da Macerata a Loreto e l’Associazione professionale Polizia locale d’Italia, presente in piazza con una delegazione di oltre 200 persone.

Nel saluto finale ai giovani, agli anziani, agli ammalati e agli sposi novelli, il Papa ha ricordato la solennità della Pentecoste, che celebreremo domenica prossima: “Il Signore vi trovi tutti pronti ad accogliere l’abbondante effusione dello Spirito Santo. La grazia dei suoi doni infondi in voi nuova vitalità alla fede, rinvigorisca la speranza e dia forza operativa alla carità”. E alla festività di Pentecoste Francesco si è rivolto anche durante i saluti agli altri gruppi linguistici. “Apriamo le nostre menti e i nostri cuori all’azione dello Spirito Santo in noi, affinché ci santifichi e ci faccia testimoni di Cristo davanti al mondo, in cui viviamo”, l’invito rivolto ai fedeli polacchi.

Publié dans Articoli di Giornali e News, Fede, morale e teologia, Misericordia, Papa Francesco I, Riflessioni, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Maria Ausiliatrice

Posté par atempodiblog le 24 mai 2019

Maria Ausiliatrice
Tratto da: La nuova Bussola Quotidiana

Maria Ausiliatrice dans Apparizioni mariane e santuari Maria-Ausiliatrice

San Giovanni Bosco è colui che notoriamente ha fatto di più per propagare la devozione alla Madonna con il titolo di Maria Ausiliatrice, ma il diretto riferimento al soccorso prestato da Maria ai suoi figli era già diffuso nella cristianità di lingua greca dei primi secoli, come mostrano antiche iscrizioni in cui la Beata Vergine, oltre che con titoli celebri come Theotókos (in breve, “Madre di Dio”) e Panaghia (“Tutta Santa”), era invocata come Boetheia, che sta per “aiuto”. San Giovanni Crisostomo si riferì così alla Madre celeste in un’omelia del 345, imitato da diversi altri santi del primo millennio, come per esempio Germano di Costantinopoli (c. 634-733), il quale diceva: “Noi, allontanatici da Dio nella moltitudine dei peccati, attraverso di te abbiamo ricercato Dio e lo abbiamo trovato; e avendolo trovato, siamo stati salvati. Perciò potente è il tuo aiuto per la salvezza, o Madre di Dio”.

In seguito alla vittoriosa battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571 (le navi della Lega Santa sconfissero la flotta dell’Impero Ottomano, fermando l’espansione musulmana), che indusse san Pio V a istituire la festa di Santa Maria della Vittoria (oggi Beata Vergine Maria del Rosario), l’invocazione Auxilium christianorum, “Aiuto dei cristiani”, venne inserita nelle Litanie lauretane. Oltre due secoli più tardi, il 15 settembre 1815, Pio VII stabilì la celebrazione della festa di “Maria, Aiuto dei cristiani” al 24 maggio, anniversario del suo ritorno trionfale a Roma (24 maggio 1814) dopo i quasi cinque anni di prigionia sotto Napoleone. In origine la festa, già diffusa tra i Servi di Maria fin dal XVII secolo, era limitata alla diocesi di Roma, ma poi si è estesa in altri luoghi della cristianità, pur senza essere inserita nel Calendario Romano Generale.

Don Bosco aveva appena trent’anni quando nel 1845 la Vergine gli apparve nel rione torinese di Valdocco (toponimo che tradizionalmente sta per Vallis occisorum, “Valle degli uccisi”), ordinandogli la costruzione di una chiesa nel punto esatto del martirio dei santi Avventore e Ottavio, due soldati del III secolo, ritenuti i primi martiri di Torino e celebrati insieme al compagno d’armi san Solutore, decapitato ad alcuni chilometri di distanza dai due. “In questo luogo – disse la Madonna – dove i gloriosi martiri di Torino Avventore e Ottavio soffrirono il loro martirio, su queste zolle che furono bagnate e santificate dal loro sangue, io voglio che Dio sia onorato in modo specialissimo”. Mentre diceva queste parole, trascritte da don Bosco nelle sue Memorie, Maria “avanzava un piede posandolo sul luogo ove avvenne il martirio e me lo indicò con precisione”. Vent’anni più tardi fu posata la prima pietra e il 9 giugno 1868 avvenne la consacrazione del Santuario di Maria Ausiliatrice.

Il santo educatore commissionò inoltre a Tommaso Lorenzone la pala dell’altare maggiore, che raffigura Maria con Gesù Bambino nel braccio sinistro e lo scettro, terminante con un globicino sormontato dalla croce, nella mano destra, con attorno gli apostoli, gli evangelisti e degli angioletti, e in alto l’irradiazione dello Spirito Santo, rappresentato da una colomba. L’immagine ricevette l’incoronazione canonica nel 1903, sotto Leone XIII, per mezzo dell’arcivescovo Agostino Richelmy. Il titolo di Ausiliatrice venne poi riportato nella Lumen Gentium, la costituzione del Vaticano II sulla Chiesa, che ne sottolineò la speciale cooperazione alla Redenzione operata dal divin Figlio, a beneficio di quanti Lo amano: “Questa maternità di Maria nell’economia della grazia perdura senza soste dal momento del consenso prestato nella fede al tempo dell’Annunciazione, e mantenuto senza esitazioni sotto la croce, fino al perpetuo coronamento di tutti gli eletti. […] Per questo la Beata Vergine è invocata nella Chiesa con i titoli di Avvocata, Ausiliatrice, Soccorritrice, Mediatrice” (LG 62).

Publié dans Apparizioni mariane e santuari, Fede, morale e teologia, Misericordia, Riflessioni, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Il mistero pasquale conferma che il bene è vittorioso

Posté par atempodiblog le 28 avril 2019

Il mistero pasquale conferma che il bene è vittorioso dans Citazioni, frasi e pensieri Giovanni-Paolo-II-e-la-Divina-Misericordia

Dio sa sempre trarre il bene dal male, Dio vuole che tutti siano salvi e possano raggiungere la conoscenza della verità (cfr. 1 Tm 2,4): Dio è Amore (cfr. 1 Gv 4,8). Cristo crocifisso e risorto, così come apparve a suor Faustina, è la suprema rivelazione di questa verità.

Qui voglio ancora ricollegarmi a quanto ho detto sul tema dell’esperienze della Chiesa in Polonia durante la resistenza contro il comunismo. Mi sembra abbiano un valore universale.  Penso che anche suor Faustina e la sua testimonianza circa il mistero della Divina Misericordia rientrino in qualche modo in quella prospettiva. Il patrimonio della sua spiritualità ebbe – lo sappiamo per esperienza – una grande importanza per la resistenza contro il male nei sistemi disumani di allora. Tutto ciò conserva un suo preciso significato non soltanto per i Polacchi, ma anche per il vasto ambito della Chiesa nel mondo. Vanno messe in evidenza, tra l’altro, la beatificazione e canonizzazione di suor Faustina. E’ stato come se Cristo, per suo tramite, avesse voluto dire: “Il male non riporta la vittoria definitiva!”. Il mistero pasquale conferma che il bene, in definitiva, è vittorioso; che la vita sconfigge la morte e sull’odio trionfa l’amore.

Tratto da: Memoria e identità, di Giovanni Paolo II, ed. Rizzoli

Publié dans Citazioni, frasi e pensieri, Fede, morale e teologia, Libri, Misericordia, Riflessioni, Santa Faustina Kowalska | Pas de Commentaire »

Domenica della Divina Misericordia

Posté par atempodiblog le 28 avril 2019

Domenica della Divina Misericordia
Tratto da: La nuova Bussola Quotidiana

Domenica della Divina Misericordia dans Beato Michele Sopocko Ges-Misericordioso

Il 22 febbraio 1931 Gesù apparve a santa Faustina in una veste bianca con la mano destra benedicente e la sinistra poggiata sul petto, da cui fuoriuscivano due grandi raggi, uno rosso e l’altro pallido: «Prometto che l’anima, che venererà quest’immagine, non perirà. Prometto pure già su questa terra, ma in particolare nell’ora della morte, la vittoria sui nemici. Io stesso la difenderò come Mia propria gloria»

Il 22 febbraio 1931 Gesù comunicò per la prima volta a santa Faustina Kowalska il desiderio di una festa della Misericordia da celebrare nella prima domenica dopo la Pasqua, chiedendole di annunciare le grazie straordinarie che avrebbe concesso. Le apparve in una veste bianca con la mano destra benedicente e la sinistra poggiata sul petto, da cui fuoriuscivano due grandi raggi, uno rosso e l’altro pallido, secondo l’immagine poi dipinta e divenuta famosa in tutto il mondo, sotto la quale le disse che doveva essere riportata la scritta: «Gesù confido in Te». In quello stesso giorno Nostro Signore le fece una solenne promessa, valida per ogni anima pellegrina sulla terra: «Prometto che l’anima, che venererà quest’immagine, non perirà. Prometto pure già su questa terra, ma in particolare nell’ora della morte, la vittoria sui nemici. Io stesso la difenderò come Mia propria gloria».

Attraverso le rivelazioni a suor Faustina, Gesù ha chiesto ai sacerdoti di annunciare «la Mia grande Misericordia per le anime dei peccatori», domandando a ogni uomo di invocare con fiducia il Suo perdono. Dopo il 22 febbraio 1931, a riprova di quanto la Festa della Divina Misericordia sia importante nel piano salvifico, ricordò la Sua richiesta alla santa in altre 14 apparizioni, dando di volta in volta nuovi elementi sul modo di celebrarla e sul perché. La scelta della prima domenica dopo Pasqua indica proprio l’intimo legame tra il mistero della Redenzione e tale festa, un legame che è reso ancora più evidente dalla sua novena («durante questa novena elargirò grazie di ogni genere», ha detto il Signore) con inizio al Venerdì Santo. Gesù ha infatti spiegato che «le anime periscono, nonostante la Mia dolorosa Passione», per il rifiuto dell’Amore divino. E con la Festa della Misericordia ha voluto offrire un’altra grande possibilità di salvezza, prima del Suo giusto giudizio.

Gesù ha promesso speciali grazie a chi riceverà degnamente l’Eucaristia nella Domenica della Divina Misericordia: «L’anima che si accosta alla confessione e alla santa Comunione, riceve il perdono totale delle colpe e delle pene». E ha aggiunto: «In quel giorno sono aperti tutti i canali attraverso i quali scorrono le mie grazie divine». Per ricevere questi doni eccezionali, che secondo padre Ignazio Rozycki (un teologo carissimo a san Giovanni Paolo II) sono perfino più grandi dell’indulgenza plenaria (la quale è nello specifico la remissione della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa) e si potrebbero equiparare a un «secondo Battesimo», la confessione può essere fatta pure qualche giorno prima, ferma restando la necessità di comunicarsi poi in stato di grazia, perciò senza alcun peccato mortale, e adorare con fervore la Divina Misericordia, definita da Gesù «il più grande attributo di Dio».

Tra coloro che più hanno aiutato suor Faustina a diffondere la devozione alla Divina Misericordia va ricordato il beato Michele Sopocko (1888-1975), suo direttore spirituale: «Egli ti aiuterà a fare la Mia volontà sulla terra», le disse Dio attraverso una locuzione interiore. Fu lui a chiedere nel 1934 a Eugenio Kazimirowski di dipingere la prima immagine di Gesù Misericordioso, che il pittore eseguì sotto la puntigliosa supervisione della santa e che il sacerdote espose per la prima volta nella cappella della Porta dell’Aurora a Vilnius dal 26 aprile al 28 aprile 1935, giorno, quest’ultimo, che coincideva con la prima domenica dopo Pasqua e in cui venne celebrata una Messa solenne.

Riguardo all’immagine dipinta da Kazimirowski c’è un particolare che può essere ricordato: santa Faustina era così rattristata dall’impossibilità di raffigurare Gesù in tutta la Sua bellezza che un giorno, a lavoro ancora in corso, scoppiò a piangere in cappella: «Chi può dipingerTi bello come sei?», disse al Signore, udendo in risposta queste parole: «Non nella bellezza dei colori né del pennello sta la grandezza di questa immagine, ma nella Mia grazia». Un’altra volta Gesù le rivelò: «Il Mio sguardo da quest’immagine è tale e quale al Mio sguardo dalla croce».

Nel 1943, cioè cinque anni dopo la nascita al Cielo di suor Faustina, un altro pittore, Adolf Hyla, si recò dalle consorelle della santa a Cracovia, offrendosi di dipingere un quadro per ringraziare Dio di aver salvato la sua famiglia dalla guerra: nacque così quella che è la versione del dipinto di Gesù Misericordioso più conosciuta oggi, diffusasi provvidenzialmente attraverso milioni di immaginette in tutto il mondo, mentre il quadro originario di Kazimirowski veniva preservato grazie all’opera di alcuni fedeli, che negli anni bui della dittatura comunista riuscirono a evitare – in modo perfino rocamboleschi (per un approfondimento vedi il libro di David Murgia, Suor Faustina & il Volto di Gesù Misericordioso) – che venisse distrutto. Nonostante ostacoli vari, la Festa della Divina Misericordia si andò sempre più radicando, fino alla sua definitiva istituzione nel 2000 ad opera di san Giovanni Paolo II.

Per saperne di più:

Diario di santa Faustina Kowalska

La Misericordia? Dio chiama l’uomo ad abbandonarsi a Lui, di padre Giorgio Maria Faré

Publié dans Beato Michele Sopocko, Fede, morale e teologia, Misericordia, Riflessioni, Sacramento della penitenza e della riconciliazione, Sacramento dell’Ordine, Santa Faustina Kowalska | Pas de Commentaire »

Santi e Beati del 2018: doni dell’amore di Dio alla Chiesa

Posté par atempodiblog le 31 décembre 2018

Santi e Beati del 2018: doni dell’amore di Dio alla Chiesa
L’anno che sta per chiudersi è stato prodigo dell’amore di Dio che ha donato alla Chiesa molti nuovi Santi e Beati, chiamati con il loro esempio a illuminare le vite di ognuno di noi. Ben 19 le cerimonie di beatificazione nel 2018 e 7 i nuovi Santi canonizzati il 14 ottobre scorso in piazza San Pietro
Roberta Barbi – Vatican News

Santi e Beati del 2018: doni dell’amore di Dio alla Chiesa dans Fede, morale e teologia I-Beati-martiri-di-Algeria
I Beati martiri di Algeria

La fine di un anno è tradizionalmente tempo di bilanci, di riflessione su quello che c’è stato – o non c’è stato – di buono, su quello che si può fare meglio e su quello che si può iniziare a fare. È anche il tempo della raccolta dei doni dell’amore del Signore alla Sua Chiesa, che si è arricchita di nuovi Beati e di 7 Santi: tra loro un Papa, molti sacerdoti e religiose, ma anche tanti laici, a dimostrazione che la santità è davvero alla portata di tutti, come ricorda Papa Francesco nell’esortazione apostolica Gaudete et exsultate:

“Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante. Questa è tante volte la santità “della porta accanto”, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio, o, per usare un’altra espressione, ‘la classe media della santità’”.

Ripercorriamo quindi insieme quest’anno, facendoci guidare dagli insegnamenti di tante splendide figure e dalle immagini delle cerimonie: un modo in più per ringraziare il Signore di quanto ricevuto e facciamoci accompagnare in questo viaggio nella santità dalle parole di Papa Francesco.

I Martiri di guerra, quando dall’odio nasce l’amore
“Santo Stefano fu il primo a seguire le orme del divino Maestro con il martirio; morì come Gesù affidando la propria vita a Dio e perdonando i suoi persecutori. Due atteggiamenti: affidava la propria vita a Dio e perdonava. Mentre veniva lapidato disse: «Signore Gesù, accogli il mio spirito» (At 7,59). Sono parole del tutto simili a quelle pronunciate da Cristo in croce: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito (Lc 23, 46). L’atteggiamento di Stefano che imita fedelmente il gesto di Gesù, è un invito rivolto a ciascuno di noi ad accogliere con fede dalle mani del Signore ciò che la vita ci riserva di positivo e anche di negativo”. (Angelus Solennità Santo Stefano 26 dicembre 2018)

Il 2018 si è aperto con la Beatificazione, il 3 febbraio, di Teresio Olivelli, ucciso “in odium fidei” dai nazisti nel campo di Hersbruck. Durante la Seconda Guerra Mondiale, al fronte si adoperò per soccorrere i commilitoni fisicamente e spiritualmente, scrivendo la preghiera “Facci liberi”. Durante la rivoluzione in Madagascar, invece, venne ucciso Luciano Botovasoa, terziario francescano che durante le persecuzioni alla chiesa volle restare accanto ai missionari francesi. È stato beatificato il 15 aprile nell’isola. Era stato ordinato solo due anni prima, Janos Brenner, il sacerdote ungherese beatificato il 1° maggio, e che fu ucciso dal regime comunista locale in un’imboscata mentre portava l’Eucaristia a un malato. Due le cerimonie di beatificazione collettive: quella del 10 novembre a Barcellona di Teodoro Del Olmo e di 15 compagni - tra sacerdoti della Congregazione di San Pietro in Vincoli e laici solidali – annoverati tra le vittime cristiane della guerra civile spagnola; e quella dell’8 dicembre scorso di Pietro Claverie, vescovo di Oran, e 18 compagni, più noti come i Martiri di Algeria che, negli anni più bui del fondamentalismo islamico nel Paese, scelsero di non abbandonare la propria gente.

I Missionari: come gli apostoli inviati nelle periferie del mondo
“Ambienti umani, culturali e religiosi ancora estranei al Vangelo di Gesù e alla presenza sacramentale della Chiesa rappresentano le estreme periferie, gli “estremi confini della terra”, verso cui, fin dalla Pasqua di Gesù, i suoi discepoli missionari sono inviati, nella certezza di avere il loro Signore sempre con sé (cfr Mt 28,20; At 1,8). In questo consiste ciò che chiamiamo missio ad gentes. La periferia più desolata dell’umanità bisognosa di Cristo è l’indifferenza verso la fede o addirittura l’odio contro la pienezza divina della vita”. (Messaggio Giornata Missionaria mondiale 20 maggio 2018)

Il 26 maggio è stata beatificata una piccola religiosa dal cuore grande: così chiamavano Leonella Sgorbati nella missione di Mogadiscio (Somalia) dove trascorse molti anni. In quella terra martoriata, il tabernacolo nella casa delle suore era l’unica presenza viva di Cristo nel Paese. Morì da martire perdonando il suo assassino. Fu a lungo missionaria in Bolivia anche Santa Nazaria Ignazia March Mesa, fondatrice delle Suore Missionarie Crociate della Chiesa, che dedicò la vita alla preghiera per la perseveranza dei religiosi e per lo spirito apostolico dei sacerdoti. Il 27 ottobre sono diventati Beati Tullio Maruzzo, sacerdote dei Frati minori missionario in Guatemala, e il suo catechista Luis Obdulio. Furono uccisi in un agguato nella foresta nel corso dell’ondata di violenza che colpì il Paese per l’indipendenza dalla Spagna.

La cura dei malati, il vero volto della tenerezza di Dio
“Le cure che sono prestate in famiglia sono una testimonianza straordinaria di amore per la persona umana e vanno sostenute con adeguato riconoscimento e con politiche adeguate. Pertanto, medici e infermieri, sacerdoti, consacrati e volontari, familiari e tutti coloro che si impegnano nella cura dei malati, partecipano a questa missione ecclesiale. È una responsabilità condivisa che arricchisce il valore del servizio quotidiano di ciascuno”. (Messaggio Giornata Mondiale Malato 26 novembre 2017)

Infermiera e scrittrice, inventò per prima nella sua Polonia l’assistenza domiciliare dei malati anche da un punto di vista spirituale: queste le virtù di Anna Chrzanowska, amica di Giovanni Paolo II, beatificata il 28 aprile. Hanno condiviso, invece, l’esperienza della malattia facendone la propria croce da offrire al Signore altri due nuovi Santi e una nuova Beata. Quest’ultima è Carmen Rendíles Martínez, fondatrice delle Suore Ancelle di Gesù, beatificata il 16 giugno. Era nata priva del braccio sinistro ma non di forza e vitalità che la portarono a incarnare il modello della vera santità quotidiana. C’è poi San Francesco Spinelli, toccato dalla grazia di Dio che lo ha guarito miracolosamente da una lesione alla colonna vertebrale mentre era in preghiera. Da allora si occupò nel suo ministero quasi esclusivamente dei malati più sofferenti cui portava la Parola e la carezza del Signore. Infine, San Nunzio Sulprizio, deceduto a 19 anni per un cancro alle ossa. Nella sua breve vita, che trascorse quasi interamente in ospedale, insegnò catechismo ai piccoli ricoverati assieme a lui e pregò molto offrendo il proprio dolore per la conversione dei peccatori.

Le martiri della purezza, gigli bianchi macchiati di sangue
“Tutti noi nella vita siamo passati per momenti in cui questa virtù è molto difficile, ma è proprio la via di un amore genuino, di un amore che sa dare la vita, che non cerca di usare l’altro per il proprio piacere. È un amore che considera sacra la vita dell’altra persona: io ti rispetto, io non voglio usarti, io non voglio usarti”. (Discorso ai giovani durante visita pastorale a Torino 21 giugno 2015)

Ci sono anche due novelle Santa Maria Goretti tra i Beati del 2018. La slovacca Anna Kolesárová, beatificata il Primo settembre, fu uccisa in casa davanti alla sua famiglia da un soldato del regime che avrebbe voluto approfittare di lei; la romena Veronica Antal, beatificata il 22 settembre, fu uccisa da un fanatico che voleva violare una suora: tale, infatti, si considerava lei pur in un Paese in cui erano stati soppressi tutti gli ordini religiosi. Oggi è venerata da cattolici e ortodossi.

I Beati “immagini di Cristo per questo mondo”
“La nostra storia ha bisogno di ‘mistici’: di persone che rifiutano ogni dominio, che aspirano alla carità e alla fraternità. Uomini e donne che vivono accettando anche una porzione di sofferenza, perché si fanno carico della fatica degli altri. Ma senza questi uomini e donne il mondo non avrebbe speranza”. (Udienza generale 21 giugno 2017)

Ci sono poi due nuove Beate che ebbero un contatto particolarmente ravvicinato con il Signore anche durante la vita terrena. Maria Crocifissa del Divino Amore (beatificata il 2 giugno), figlia spirituale di Padre Pio attraverso il quale il Signore le parlò e la portò a fondare la Congregazione delle Suore Apostole del Sacro Cuore. Si occupava, in particolare, dell’insegnamento ai giovani. Alfonsa Maria Eppinger, beatificata il 9 settembre, aveva estasi molto lunghe e prostranti, visioni sulla politica e sul futuro della Chiesa. Fondò le Suore del Santissimo Salvatore. Il religioso lituano Michaľ Giedrojć, vissuto nel 1400, aveva, invece, frequenti attacchi del demonio e visioni del futuro. Papa Francesco ne ha riconosciuto le virtù eroiche e la conferma del culto da tempo immemorabile (Beatificazione equipollente) il 7 novembre.

I sacerdoti, uomini dell’incontro con Gesù
“I consacrati e le consacrate sono chiamati innanzitutto ad essere uomini e donne dell’incontro. La vocazione, infatti, non prende le mosse da un nostro progetto pensato “a tavolino”, ma da una grazia del Signore che ci raggiunge, attraverso un incontro che cambia la vita. Chi incontra davvero Gesù non può rimanere uguale a prima. Egli è la novità che fa nuove tutte le cose”. (Giubileo Vita consacrata 2 febbraio 2016)

C’è un Papa tra i nuovi Santi del 2018: Paolo VI, pontefice sobrio e misurato, grande difensore della vita nascente, che non dimenticava mai di essere “un sacerdote, innanzitutto”. Poi mons. Oscar Arnolfo Romero Galdámez, amico dei poveri e della pace, e per questo inviso al partito nazionalista del Salvador che lo fece uccidere durante la Messa. Ma sono molti i sacerdoti santi, anche meno conosciuti, come San Vincenzo Romano che nella Napoli di primo Ottocento era noto come il “prete faticatore”: andava a caccia dei covi dove si nascondevano i malviventi e predicava per strada con croce e campanello. Oppure Jean-Baptiste Foque, beatificato il 30 settembre, che tanto fece per la sua Marsiglia fondando addirittura l’ospedale di San Giuseppe, ancora oggi fiore all’occhiello della sanità francese. Infine ricordiamo Tiburcio Arnáiz Muñoz (beatificato il 20 ottobre), il gesuita che nelle periferie spagnole proponeva gli esercizi spirituali di Sant’Ignazio anche a poveri e analfabeti.

Le suore, protagoniste della storia unica e originale che Dio scrive
“Alla fine dei Vangeli c’è un altro incontro con Gesù che può ispirare la vita consacrata: quello delle donne al sepolcro. Erano andate a incontrare un morto, il loro cammino sembrava inutile. Anche voi andate nel mondo controcorrente: la vita del mondo facilmente rigetta la povertà, la castità e l’obbedienza. Ma, come quelle donne, andate avanti, nonostante le preoccupazioni per le pesanti pietre da rimuovere (cfr Mc 16,3). E come quelle donne, per primi incontrate il Signore risorto e vivo, lo stringete a voi (cfr Mt 28,9) e lo annunciate subito ai fratelli, con gli occhi che brillano di gioia grande (cfr v. 8). Siete così l’alba perenne della Chiesa”. (Omelia Concelebrazione eucaristica per i consacrati 2 febbraio 2018)

Ricevette in sogno il Bambino Gesù che la chiamava a occuparsi dei poveri, Clara Fey, che a questo apostolato dedicò l’intera vita, fondando ad Aquisgrana, in Germania, anche la Congregazione delle Suore del Povero Bambino Gesù. È stata beatificata il 5 maggio. Fondò, invece, le Figlie di Maria Immacolata – le Marianiste –Maria della Concezione, di origini nobili e di famiglia ricca, si spogliò di tutto fin da piccola portando la Parola di Dio ai contadini con la sua “piccola società”. La sua beatificazione è del 10 giugno. Anche Clelia Merloni, beatificata il 3 novembre, fu una madre superiora che iniziò ad avvicinarsi alla vita monacale con alcune amiche con cui educava i bambini alla gioia. Fondò, poi, l’Istituto delle Suore Apostole del Sacro Cuore di Gesù. Santa Maria Caterina Kasper, fondatrice delle Povere Ancelle di Gesù, invece, aveva il carisma di occuparsi dei poveri perché era stata povera anch’essa, tanto da dover essere aiutata economicamente dai parrocchiani per fondare il nuovo istituto. Continuò a coltivare i campi fino alla morte. Fu una semplice suora dell’Ordine delle Carmelitane Scalze, infine, Maria Felicia di Gesù Sacramentato, beatificata il 23 giugno dopo una vita dedita alla cura di bambini e anziani: il suo “cammino della perfezione”, la sua personale via verso la santità. Quella che anche ognuno di noi è chiamato a trovare e seguire. Magari, possiamo iniziare proprio nel 2019.

Publié dans Fede, morale e teologia, Misericordia, Papa Francesco I, Riflessioni, Sacramento dell’Ordine, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Gli uomini del Natale

Posté par atempodiblog le 30 décembre 2018

Gli uomini del Natale
Tratto da: Le vie del cuore. Vangelo per la vita quotidiana. Commento ai vangeli festivi Anno A, di Padre Livio Fanzaga. Ed. PIEMME

Buon Natale a tutti!!! dans Amicizia zldkdi

“Pace in terra agli uomini che Dio ama”. La luce, la gioia, e la pace. Sono le parole chiave del vangelo di Natale. Sono i doni di Dio agli uomini. Il Bambino Gesù li deporrà nel tuo cuore natalizio. Gusterai la pace celeste, se sarai in pace con la tua coscienza. Per questo hai bisogno di chiedere il perdono a Dio e di ottenerlo. Il sacramento della confessione, se ti accosterai con cuore sincero, ti darà la pace. Sentire che Dio è un padre compassionevole ci dà una grande pace. Guarda al Bambino Gesù come ti sorride e ti tende le mani. Certamente lo sa che sei un peccatore. Tuttavia ti allarga le braccia: corri verso di Lui. E’ Gesù la nostra pace. Il suo perdono, la sua comprensione, la sua misericordia sono un balsamo per il nostro cuore inquieto e pieno di paure.

Guardati intorno e fatti carico di questo mondo senza pace. Quante famiglie divise e lacerate! Quanto odio, vendette, sopraffazioni e prepotenze! Quante maldicenze, invidie e gelosie! In un mondo dove Dio è sempre meno presente, anche l’amore è sempre più raro. Quando Dio diminuisce, l’io umano cresce, con tutti i suoi egoismi, le sue brame e le sue pretese. Senza amore, la vita sulla terra sta diventando un gelido inverno. I più forti divorano i più deboli. L’uomo è lupo all’uomo.

Chi salverà il mondo? Gli uomini del Natale!

Coloro che porteranno nel cuore la luce, la gioia, la pace e l’amore. E’ questo l’esercito della speranza. E’ questo l’esercito della speranza. E’ questo l’esercito della vittoria. Anche tu diventa in questo Natale un soldato dell’armata celeste della pace e dell’amore.

Publié dans Fede, morale e teologia, Libri, Misericordia, Padre Livio Fanzaga, Santo Natale, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Il Mistero del Natale nelle parole dei santi e dei mistici

Posté par atempodiblog le 27 décembre 2018

Il Mistero del Natale nelle parole dei santi e dei mistici
Pensieri e riflessioni nell’Ottava di Natale. Dai primi cristiani e dai Padri della Chiesa, fino ai santi contemporanei e ai mistici, le meditazioni più significative e poetiche sull’Incarnazione del Verbo. « Volle farsi pargolo, volle farsi bimbo, perché tu possa divenire uomo perfetto » (S. Ambrogio)
di Fabio Piemonte  – La nuova Bussola Quotidiana

Il Mistero del Natale nelle parole dei santi e dei mistici dans Articoli di Giornali e News El-greco-Adorazione-dei-pastori

“Il mondo intero, o Signore, ha sete del giorno della tua nascita; questo giorno beato racchiude in sé i secoli futuri; esso è uno e molteplice. Sia dunque anche quest’anno simile a te, e porti la pace fra il cielo e la terra”. Esprime così il desiderio del Natale del Signore Efrem il Siro, un poeta del IV secolo.

“Gesù posto nella mangiatoia è il cibo dei giumenti che siamo noi”, scrive invece il cantore del desiderio di Dio Sant’Agostino, che conclude un suo discorso sull’Incarnazione del Verbo ricordandone il significato profondo: “Voi siete il prezzo dell’incarnazione del Signore”.

Soffermandosi sul paradosso di un Dio uomo anche Sant’Ambrogio evidenzia con grande lirismo che Gesù Bambino “volle farsi pargolo, volle farsi bimbo, perché tu possa divenire uomo perfetto; fu avvolto in pochi panni perché tu venissi sciolto dai lacci di morte; giacque nella mangiatoia per collocare te sugli altari; scese in terra per elevare te alle stelle; non trovò posto in quell’albergo perché tu potessi avere il tuo nella patria celeste. Da ricco che era, si fece povero per voi – dice l’apostolo – perché per la sua povertà voi diventaste ricchi. Quella povertà è dunque la mia ricchezza, la debolezza del Signore è la mia forza. Volle per sé ristrettezze e per noi tutti l’abbondanza”.

Sono queste alcune delle meditazioni più significative e poetiche dei Padri, di santi, mistici e Dottori della Chiesa sul mistero mirabile dell’Incarnazione del Verbo raccolte dal noto angelologo Marcello Stanzione nel volume Il Natale nella vita e negli scritti di mistici e santi (Mimep-docete).

“Che ogni nuovo Natale ci trovi sempre più simili a colui che, in questo tempo, è divenuto un bambino per amor nostro – scrive  John Henry Newman – che si convertì dall’anglicanesimo al cattolicesimo nel desiderio di “riaffermare la centralità e la realtà dell’Incarnazione per ricordare all’essere umano la sua dignità, all’uomo insidiato dall’idolatria e dalle ideologie materialistiche, positivistiche e immanentistiche”.

A meditare sul mistero del Verbo fatto carne non sono infatti soltanto i Padri della Chiesa, ma ne hanno contemplato e cantato la bellezza anche numerosi santi e mistici del nostro tempo. Tra costoro vi è Luisa Piccarreta (1865-1947), una mistica che si nutrì per molti anni soltanto dell’Eucarestia, la quale in una delle sue visioni della Natività racconta di un tripudio di luce nella grotta di Betlemme: “Chi può dire la bellezza del Bambinello che in quei felici momenti spargeva anche esternamente i raggi della Divinità? Chi può dire la bellezza della Madre che restava tutta assopita in quei raggi divini? E S. Giuseppe mi pareva che non fosse presente nell’atto del parto, ma se ne stava in un altro canto della spelonca tutto assorto in quel profondo Mistero e se non vide con gli occhi del corpo, vide benissimo cogli occhi dell’anima, perché se ne stava rapito in estasi sublime”.

Un invito alla gioia viene invece dalle parole del sacerdote santo Guido Maria Conforti (1865-1931): “Oh! Si rallegrino pure gli uomini nel Signore come la terra si rallegra ogni mattina quando sorge il sole a liberarla dalle tenebre. Il Natale è la grande aurora della nostra liberazione”.

Ne era consapevole già a 8 anni il  giovane Giuseppe Moscati, il medico santo, che in una lettera ai suoi genitori così scrive: “Io prego Gesù Bambino, affinché vi conceda quella pace, che egli promise agli uomini di buona volontà ed ogni altro bene in questa vita e nell’altra”.

In Avvicinandosi il Natale, una delle poesie più struggenti legate agli ultimi giorni della sua vita, il rosminiano Clemente Rebora invoca per sé un nuovo ‘natale’: “Se ancor quaggiù mi vuoi, un giorno e un giorno, / con la tua Passion che vince il male/ Gesù Signore, dammi il Tuo Natale / di fuoco interno nell’umano gelo”.

Una figlia spirituale di Padre Pio, Lucia Iadanza, racconta di aver assistito a una delle diverse volte in cui Gesù Bambino veniva a visitare il santo frate: “Vidi apparire tra le sue braccia Gesù Bambino. Il volto del Padre era trasfigurato, i suoi occhi guardavano quella figura di luce con le labbra aperte in un sorriso stupito e felice”. Il frate di Pietrelcina desiderava augurare anche ai fedeli tale esperienza del Verbo: “Il celeste Bambino faccia sentire anche al vostro cuore tutte quelle sante emozioni che de’ sentire a me nella beata notte, allorché venne deposto nella povera capannuccia”.

In un suo pensiero sul mistero del Natale un altro santo del nostro tempo, il fondatore dell’Opus Dei, José Maria Escrivà de Balaguer, invita caldamente così ciascun figlio di Dio: “Spingiti fino a Betlemme, avvicinati al Bambino, cullalo, digli tante cose ardenti, stringitelo al cuore. Non parlo di bambinate: parlo di amore! E l’amore si manifesta con i fatti: nell’intimità della tua anima, lo puoi ben abbracciare!”. Sia questo l’augurio più bello per ogni persona che attende con fiduciosa speranza ed esultanza un altro Natale del Signore nella propria vita.

Publié dans Articoli di Giornali e News, Citazioni, frasi e pensieri, Clemente Rebora, Fede, morale e teologia, John Henry Newman, Misericordia, Padre Pio, San Giuseppe Moscati, San Josemaria Escriva' de Balaguer, Santo Natale | Pas de Commentaire »

Il mistero del Natale

Posté par atempodiblog le 24 décembre 2018

L’avvenimento centrale della storia
Il mistero del Natale
“Sì, esiste un senso, e il senso non è una protesta impotente contro l’assurdo. Il Senso ha potere: è Dio. Un Dio che si è fatto nostro prossimo e ci è molto vicino. E’ mai possibile una cosa del genere?”
di Benedetto XVI  (Roma, piazza San Pietro, 17 dicembre 2008)
Tratto da: Il Foglio (24 Dicembre 2018)

Incoraggiamo le tradizioni natalizie dans Fede, morale e teologia w06oas

Cari fratelli e sorelle! Iniziano proprio oggi i giorni dell’Avvento che ci preparano immediatamente al Natale del Signore: siamo nella Novena di Natale che in tante comunità cristiane viene celebrata con liturgie ricche di testi biblici, tutti orientati ad alimentare l’attesa per la nascita del Salvatore. La Chiesa intera in effetti concentra il suo sguardo di fede verso questa festa ormai vicina predisponendosi, come ogni anno, ad unirsi al cantico gioioso degli angeli, che nel cuore della notte annunzieranno ai pastori l’evento straordinario della nascita del Redentore, invitandoli a recarsi nella grotta di Betlemme. Là giace l’Emmanuele, il Creatore fattosi creatura, avvolto in fasce e adagiato in una povera mangiatoia (cfr Lc 2,13-14).

Per il clima che lo contraddistingue, il Natale è una festa universale. Anche chi non si professa credente, infatti, può percepire in questa annuale ricorrenza cristiana qualcosa di straordinario e di trascendente, qualcosa di intimo che parla al cuore. E’ la festa che canta il dono della vita. La nascita di un bambino dovrebbe essere sempre un evento che reca gioia; l’abbraccio di un neonato suscita normalmente sentimenti di attenzione e di premura, di commozione e di tenerezza. Il Natale è l’incontro con un neonato che vagisce in una misera grotta. Contemplandolo nel presepe come non pensare ai tanti bambini che ancora oggi vengono alla luce in una grande povertà, in molte regioni del mondo? Come non pensare ai neonati non accolti e rifiutati, a quelli che non riescono a sopravvivere per carenza di cure e di attenzioni? Come non pensare anche alle famiglie che vorrebbero la gioia di un figlio e non vedono colmata questa loro attesa? Sotto la spinta di un consumismo edonista, purtroppo, il Natale rischia di perdere il suo significato spirituale per ridursi a mera occasione commerciale di acquisti e scambi di doni! In verità, però, le difficoltà, le incertezze e la stessa crisi economica che in questi mesi stanno vivendo tantissime famiglie, e che tocca l’intera l’umanità, possono essere uno stimolo a riscoprire il calore della semplicità, dell’amicizia e della solidarietà, valori tipici del Natale. Spogliato delle incrostazioni consumistiche e materialistiche, il Natale può diventare così un’occasione per accogliere, come regalo personale, il messaggio di speranza che promana dal mistero della nascita di Cristo.

Tutto questo però non basta per cogliere nella sua pienezza il valore della festa alla quale ci stiamo preparando. Noi sappiamo che essa celebra l’avvenimento centrale della storia: l’Incarnazione del Verbo divino per la redenzione dell’umanità. San Leone Magno, in una delle sue numerose omelie natalizie, così esclama: “Esultiamo nel Signore, o miei cari, ed apriamo il nostro cuore alla gioia più pura. Perché è spuntato il giorno che per noi significa la nuova redenzione, l’antica preparazione, la felicità eterna. Si rinnova infatti per noi nel ricorrente ciclo annuale l’alto mistero della nostra salvezza, che, promesso, all’inizio e accordato alla fine dei tempi, è destinato a durare senza fine” (Homilia XXII). Su questa verità fondamentale ritorna più volte san Paolo nelle sue lettere. Ai Galati, ad esempio, scrive: “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge…perché ricevessimo l’adozione a figli” (4,4). Nella Lettera ai Romani evidenzia le logiche ed esigenti conseguenze di questo evento salvifico: “Se siamo figli (di Dio), siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria” (8,17). Ma è soprattutto san Giovanni, nel Prologo del quarto Vangelo, a meditare profondamente sul mistero dell’Incarnazione. Ed è per questo che il Prologo fa parte della liturgia del Natale fin dai tempi più antichi: in esso si trova infatti l’espressione più autentica e la sintesi più profonda di questa festa e del fondamento della sua gioia. San Giovanni scrive: “Et Verbum caro factum est et habitavit in nobis / E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14).

A Natale dunque non ci limitiamo a commemorare la nascita di un grande personaggio; non celebriamo semplicemente ed in astratto il mistero della nascita dell’uomo o in generale il mistero della vita; tanto meno festeggiamo solo l’inizio della nuova stagione. A Natale ricordiamo qualcosa di assai concreto ed importante per gli uomini, qualcosa di essenziale per la fede cristiana, una verità che san Giovanni riassume in queste poche parole: “il Verbo si è fatto carne”. Si tratta di un evento storico che l’evangelista Luca si preoccupa di situare in un contesto ben determinato: nei giorni in cui fu emanato il decreto per il primo censimento di Cesare Augusto, quando Quirino era già governatore della Siria (cfr Lc 2,1-7). E’ dunque in una notte storicamente datata che si verificò l’evento di salvezza che Israele attendeva da secoli. Nel buio della notte di Betlemme si accese realmente una grande luce: il Creatore dell’universo si è incarnato unendosi indissolubilmente alla natura umana, sì da essere realmente “Dio da Dio, luce da luce” e al tempo stesso uomo, vero uomo. Quel che Giovanni, chiama in greco “ho logos” – tradotto in latino “Verbum” e in italiano “il Verbo” – significa anche “il Senso”. Quindi potremmo intendere l’espressione di Giovanni così: il “Senso eterno” del mondo si è fatto tangibile ai nostri sensi e alla nostra intelligenza: ora possiamo toccarlo e contemplarlo (cfr 1Gv 1,1). Il “Senso” che si è fatto carne non è semplicemente un’idea generale insita nel mondo; è una “Parola” rivolta a noi. Il Logos ci conosce, ci chiama, ci guida. Non è una legge universale, in seno alla quale noi svolgiamo poi qualche ruolo, ma è una Persona che si interessa di ogni singola persona: è il Figlio del Dio vivo, che si è fatto uomo a Betlemme.

A molti uomini, ed in qualche modo a noi tutti, questo sembra troppo bello per essere vero. In effetti, qui ci viene ribadito: sì, esiste un senso, ed il senso non è una protesta impotente contro l’assurdo. Il Senso ha potere: è Dio. Un Dio buono, che non va confuso con un qualche essere eccelso e lontano, a cui non sarebbe mai dato di arrivare, ma un Dio che si è fatto nostro prossimo e ci è molto vicino, che ha tempo per ciascuno di noi e che è venuto per rimanere con noi. E’ allora spontaneo domandarsi: “E’ mai possibile una cosa del genere? E’ cosa degna di Dio farsi bambino?”. Per cercare di aprire il cuore a questa verità che illumina l’intera esistenza umana, occorre piegare la mente e riconoscere la limitatezza della nostra intelligenza. Nella grotta di Betlemme, Dio si mostra a noi umile “infante” per vincere la nostra superbia. Forse ci saremmo arresi più facilmente di fronte alla potenza, di fronte alla saggezza; ma Lui non vuole la nostra resa; fa piuttosto appello al nostro cuore e alla nostra libera decisione di accettare il suo amore. Si è fatto piccolo per liberarci da quell’umana pretesa di grandezza che scaturisce dalla superbia; si è liberamente incarnato per rendere noi veramente liberi, liberi di amarlo.

Cari fratelli e sorelle, il Natale è un’opportunità privilegiata per meditare sul senso e sul valore della nostra esistenza. L’approssimarsi di questa solennità ci aiuta a riflettere, da una parte, sulla drammaticità della storia nella quale gli uomini, feriti dal peccato, sono perennemente alla ricerca della felicità e di un senso appagante del vivere e del morire; dall’altra, ci esorta a meditare sulla bontà misericordiosa di Dio, che è venuto incontro all’uomo per comunicargli direttamente la Verità che salva, e per renderlo partecipe della sua amicizia e della sua vita. Prepariamoci, pertanto, al Natale con umiltà e semplicità, disponendoci a ricevere in dono la luce, la gioia e la pace, che da questo mistero si irradiano. Accogliamo il Natale di Cristo come un evento capace di rinnovare oggi la nostra esistenza. L’incontro con il Bambino Gesù ci renda persone che non pensano soltanto a se stesse, ma si aprono alle attese e alle necessità dei fratelli. In questa maniera diventeremo anche noi testimoni della luce che il Natale irradia sull’umanità del terzo millennio. Chiediamo a Maria Santissima, tabernacolo del Verbo incarnato, e a san Giuseppe, silenzioso testimone degli eventi della salvezza, di comunicarci i sentimenti che essi nutrivano mentre attendevano la nascita di Gesù, in modo che possiamo prepararci a celebrare santamente il prossimo Natale, nel gaudio della fede e animati dall’impegno di una sincera conversione.

Buon Natale a tutti!

Publié dans Avvento, Fede, morale e teologia, Misericordia, Riflessioni, Santo Natale, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Il Cardinale Piacenza: Il confessionale è come la grotta di Betlemme

Posté par atempodiblog le 22 décembre 2018

Il Cardinale Piacenza: Il confessionale è come la grotta di Betlemme
di Angela Ambrogetti – ACI Stampa

Il Cardinale Piacenza: Il confessionale è come la grotta di Betlemme dans Cardinale Mauro Piacenza Confessionale

“Il confessionale, che vede la Chiesa generare sempre di nuovo i suoi figli, assume quasi le fattezze della  “grotta di Betlemme”, nella quale Cristo si appresta a nascere e dove tutto e tutti concorrono ad accogliere la Sua venuta”. E’ questa la riflessione del Penitenziere Maggiore il Cardinale Mauro Piacenza per il Natale a tutti i confessori delle Basiliche Papali.

In una lettera il cardinale ricorda che “dalla memoria viva della Natività di Cristo riceve una particolare luce proprio il Sacramento della Riconciliazione” con lo sguardo  “all’Immacolata, alla Tota Pulchra, che ha meritato, per grazia di Dio, di aprire in se stessa l’umanità intera all’Incarnazione del Verbo”.

“Il Divin Bambino, che giace nella mangiatoia, regna nel cuore stesso del Confessore”, San Giuseppe, “splende come maestro di fedeltà al compito ricevuto”, e Maria, “sintetizza in se stessa il mistero della mediazione salvifica della Chiesa, illuminando e plasmando continuamente il cuore del confessore, perché si dilati, con una disponibilità totale e sempre crescente”.

L’auspicio per i Penitenzieri delle Basiliche Romane e a tutti i Confessori che, sono stati chiamati a collaborare sacramentalmente con il Signore che viene per il rinnovamento spirituale del popolo cristiano è di essere strumenti della divina Misericordia: “accogliete in voi la divina misericordia e riversatela con amore ineffabile su quanti si presentano al vostro confessionale!”.

Publié dans Cardinale Mauro Piacenza, Fede, morale e teologia, Misericordia, Riflessioni, Sacramento della penitenza e della riconciliazione, Sacramento dell’Ordine, Santo Natale | Pas de Commentaire »

Martino, il soldato che in un mantello vide Cristo

Posté par atempodiblog le 11 novembre 2018

Martino, il soldato che in un mantello vide Cristo
Martino fu tra i primi santi non martiri proclamati dalla Chiesa cattolica. Solo in Francia ci sono almeno quattromila chiese a lui intitolate, e migliaia di paesi e villaggi. Altrettante se ne contano tra l’Italia e tutta l’Europa. Nei suoi racconti agiografici ricorre il tema della carità e del dono del mantello, che poi lo portò all’incontro con Cristo.
di Margherita del Castillo  – La nuova Bussola Quotidiana

O Dio, che hai fatto risplendere la tua gloria nella vita e nella morte del vescovo san Martino, rinnova in noi i prodigi della tua grazia, perché né morte né vita ci possano mai separare dal tuo amore. (Dalla liturgia della festa di San Martino di Tours, Vescovo)

Martino, il soldato che in un mantello vide Cristo dans Fede, morale e teologia Simone-Martini-Storie-di-San-Martino-Cappella-di-San-Martino-B
Simone Martini, Storie di San Martino, Cappella di San Martino Basilica Inferiore di San Francesco – Assisi

Martino fu uno dei fondatori del monachesimo in Occidente. Originario della Pannonia, odierna Ungheria, era figlio di un tribuno militare dell’esercito imperiale romano che gli impose il nome in onore di Marte, dio della guerra. Gran parte della sua vita la trascorse da soldato. E da soldato, di ronda nel turno di notte, visse l’esperienza che cambiò, innanzitutto, la sua vita e s’impose, perentoria, nella sua iconografia.

Il racconto agiografico, infatti, riferisce che Martino a cavallo, alle porte di Amiens, incontrò un povero infreddolito cui offrì metà del suo mantello, dopo averlo diviso in due con la spada. La notte seguente sognò Cristo, rivestito di quello stesso indumento: fu allora che il giovane cavaliere decise di farsi battezzare.

La carità di San Martino è il tema della scultura a tutto tondo che già nel XIII secolo fu posta sul lato destro della facciata della cattedrale di Lucca, dedicata proprio al Santo Vescovo (l’originale è stato ormai trasferito all’interno).

Secoli dopo, allo scadere del 1500, fu il turno di un pittore greco, “naturalizzato” spagnolo, noto come El Greco, a immortalare su di una tela destinata alla cappella di San Josè a Toledo un Martino, elegantissimo nella prestigiosa armatura, su uno slanciato cavallo bianco, accanto a un mendicante. Il culto verso il santo, nel quale contemporaneamente si fondevano la generosità del cavaliere, la condotta di una vita ascetica e lo spirito missionario, si era, infatti, diffuso velocemente in tutta Europa.

Tornando in Italia, c’è una cappella, per l’esattezza la prima entrando a sinistra, nella basilica inferiore di San Francesco ad Assisi, sulle cui pareti è possibile ripercorrere gli episodi salienti della vita di Martino, la cui memoria liturgica ricorre l’11 novembre, giorno dei suoi funerali. Il testo pittorico, da leggersi dal basso verso l’alto, cominciando dal primo affresco a sinistra, è frutto del lavoro di Simone Martini, che abbiamo lasciato a Siena solo una settimana fa… Il maestro eseguì questo ciclo, considerato una delle sue opere più significative,  tra il 1313 e il 1318, su commissione di Gentile Partino da Montefiore, l’allora cardinale della basilica dei Santi Silvestro e Martino ai Monti a Roma, che compare sull’arco di ingresso nella scena della dedicazione della stessa cappella.

Sono dieci, in tutto, gli episodi rappresentati che, se si escludono la morte e le esequie, raccontano la vita di Martino prima del 344, anno della conversione, e dopo il 371 quando fu eletto vescovo di Tours. Lo stile di Simone Martini, si sa, è particolarmente raffinato ma non rinuncia a una resa realistica dei personaggi, anche se secondari nell’economia della scena, come si evince dalla loro fisiognomica, dalla gestualità delle mani o dalle loro posture. Lo stesso realismo si riscontra, poi, nella cura con cui sono raffigurati i tessuti piuttosto che gli oggetti o le architetture di chiara ascendenza giottesca, inserite in una precisa ambientazione prospettica. Le fasi della vita di Martino sono, infine, sintetizzate dalle tre schiere di santi, rispettivamente cavalieri, vescovi, o pontefici, ed eremiti che compaiono negli sguanci delle finestre sulla parete di fondo.

Martino fu tra i primi santi non martiri proclamati dalla Chiesa cattolica. Solo in Francia ci sono almeno quattromila chiese a lui intitolate, e migliaia di paesi e villaggi. Altrettante se ne contano tra l’Italia e tutta l’Europa.

Publié dans Fede, morale e teologia, Misericordia, Riflessioni, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Il mariologo. Così il Rosario è «forza» per vincere il maligno

Posté par atempodiblog le 9 octobre 2018

Il mariologo. Così il Rosario è «forza» per vincere il maligno
Maggioni spiega l’invito del Papa a pregare Maria per proteggere la Chiesa dalle divisioni. «La missione del diavolo è gettare scompiglio»
di Giacomo Gambassi – Avvenire

Il mariologo. Così il Rosario è «forza» per vincere il maligno dans Articoli di Giornali e News Maria_Madre_di_Misericordia
Un’immagine di Maria madre della Misericordia

Il Rosario come “argine” per proteggere la Chiesa dalle divisioni del maligno. Ne è persuaso papa Francesco che lo scorso 29 settembre ha esortato i fedeli di tutto il mondo a pregare per l’intero mese di ottobre con la preghiera mariana che Pio XII aveva definito il “compendio di tutto quanto il Vangelo”. «Da sempre la Chiesa deve misurarsi con divisioni e peccati, anche se oggi assistiamo a modi che suscitano smarrimento poiché uno non se li aspetterebbe. Quando si fanno più evidenti i tentativi diabolici di fare strappi nella veste della Sposa di Cristo, occorre ricorrere alla preghiera, che è sorgente di comunione e di pace. E il Rosario è una forma collaudata di preghiera, sia personale che comunitaria», afferma il monfortano padre Corrado Maggioni. Sottosegretario alla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti – nomina voluta da Francesco –, è docente alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum e al Pontificio Istituto Liturgico Sant’Anselmo di Roma. E alla Madonna ha dedicato numerose pubblicazioni.

Ad Avvenire il religioso spiega il senso dell’iniziativa lanciata da Bergoglio. «Che il Papa indichi un’intenzione particolare di preghiera, specie per l’ottobre del Rosario, è una prassi conosciuta. Quest’anno Francesco ha raccomandato di ricorrere all’aiuto della Madre di Dio e di san Michele Arcangelo al fine di non restare intrappolati nei tranelli del diavolo “che sempre mira a dividerci da Dio e tra di noi”. Le divisioni nella Chiesa fanno sempre il gioco del diavolo, parola greca che vuol dire “colui che divide”. La missione del diavolo, infatti, è proprio quella di portare scompiglio, distorcere la visione delle cose, gettare discredito, insinuare l’ombra dove splende la luce».

L’invito del Pontefice si inserisce all’interno del mese del Rosario per eccellenza, ottobre appunto. Infatti il 7 ottobre si celebra la memoria liturgica della “Beata Vergine Maria del Rosario”. «Questo legame ci porta al secolo scorso – chiarisce padre Maggioni –. A seguito delle apparizioni a Lourdes (1858), in cui Maria si mostrò con la corona del Rosario tra le mani, si fece strada l’uso di recitarlo ogni giorno di ottobre a motivo del coincidente ricordo in questo mese della Vergine del Rosario, celebrata oggi il 7 ottobre. Questo uso, lodato dal beato Pio IX che vi annesse delle indulgenze, si diffuse in tutta la Chiesa con Leone XIII, che lo rese obbligatorio nei giorni di ottobre in tutte le chiese, indicando la recita del Rosario quale via sicura per implorare da Dio, con la potente intercessione di Maria, serenità e pace per la Chiesa e per la società. Fu questo il periodo in cui la recita del Rosario, a partire dal mese di ottobre, si estese regolarmente nelle famiglie più ferventi come preghiera serale quotidiana».

E in questo scorcio del 2018 la preghiera, in particolare il Rosario, è proposta da papa Francesco come forza per vincere il “grande accusatore”. «Certo – sottolinea il mariologo della Compagnia di Maria, congregazione conosciuta più comunemente come dei monfortani – , la preghiera è forza poiché permette di ricevere la forza dello Spirito di Cristo, vincitore del maligno. Secondo la parola di Gesù, lo Spirito Santo è il nostro avvocato, il difensore sicuro, colui che impedisce all’accusatore, che è il diavolo appunto, di girare per il mondo mietendo vittime». E padre Maggioni tiene a far sapere: «Oggi le news diaboliche, ossia volte a dividere, fanno il giro del mondo in pochi minuti, avvelenando i cuori. La preghiera è il modo che abbiamo di connetterci con lo Spirito di Dio che lavora per unire, suscitare concordia, creare armonia. Sicuramente, anzitutto la Messa della domenica ci permette di rifornirci dello Spirito di Cristo. Alla sua luce, anche il Rosario, con la ripetizione di “Padre nostro”, “Ave Maria” e “Gloria al Padre”, meditando i misteri della vita di Cristo, aiuta a custodire l’unione con lui e a sfuggire alla presa del “grande accusatore”».

Dal Papa arriva anche un ulteriore suggerimento. Bergoglio chiede, alla fine della recita del Rosario, di rivolgersi alla Vergine con l’invocazione Sub tuum praesidium. «È la più antica preghiera mariana, diffusa in Oriente e Occidente, rinvenuta nel 1927 su un papiro egiziano della fine del secolo III, che dice: “Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, santa Madre di Dio” – osserva il sottosegretario alla Congregazione per il culto divino –. È rilevante il suo valore dottrinale poiché compare il titolo Theotokos, ossia Madre di Dio, prima del suo riconoscimento al Concilio di Efeso nel 431. È evidente anche il valore cultuale, poiché è una supplica rivolta direttamente a Maria. Se ignoriamo quale prova l’abbia ispirata, è chiaro il comune ricorso dei fedeli alla Madre di Dio, certi di essere da lei soccorsi a motivo della sua divina maternità. Ricercare la protezione di Maria non contraddice il rifugiarsi in Dio, anzi, lo facilita. Dove incontrare Dio se non in colei che ce lo ha donato come salvatore e liberatore dal maligno? Maria è la casa in cui Dio stesso ha preso dimora. Si cerca rifugio da lei per non ingannarsi, rischiando di cercare il liberatore dove non si trova. Da qui si leva l’accorata invocazione: “Non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova e liberaci da ogni pericolo”. Si supplica la “Vergine gloriosa e benedetta” sicuri che, per quanto lei conta nella nostra liberazione dal male, non può non esaudire e soccorrere chi la invoca. Il Papa ci chiama dunque a chiedere a Maria di porre la Chiesa sotto il suo manto “per preservarla dagli attacchi del maligno, renderla più consapevole delle colpe, degli errori e degli abusi commessi, e impegnata a combattere senza nessuna esitazione affinché il male non prevalga”».

Publié dans Articoli di Giornali e News, Fede, morale e teologia, Misericordia, Papa Francesco I, Riflessioni, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Ottobre mariano: il Papa invita i fedeli di tutto il mondo a pregare il Rosario

Posté par atempodiblog le 30 septembre 2018

Ottobre mariano: il Papa invita i fedeli di tutto il mondo a pregare il Rosario
di Veronica Giacometti – ACI Stampa

Ottobre mariano: il Papa invita i fedeli di tutto il mondo a pregare il Rosario dans Fede, morale e teologia Il_Papa_a_Fatima

Papa Francesco ha deciso di invitare tutti i fedeli, di tutto il mondo, a pregare il Santo Rosario ogni giorno, durante l’intero mese mariano di ottobre; e “a unirsi così in comunione e in penitenza, come popolo di Dio, nel chiedere alla Santa Madre di Dio e a San Michele Arcangelo di proteggere la Chiesa dal diavolo, che sempre mira a dividerci da Dio e tra di noi”.

A comunicare la decisione del Pontefice una nota ufficiale della Sala Stampa della Santa Sede. Nei giorni scorsi, prima della sua partenza per i Paesi Baltici, il Papa ha incontrato padre Fréderic Fornos, direttore internazionale della Rete Mondiale di Preghiera per il Papa; e gli ha chiesto di diffondere in tutto il mondo questo suo appello a tutti i fedeli, invitandoli a concludere la recita del Rosario con l’antica invocazione “Sub Tuum Praesidium”, e con la preghiera a San Michele Arcangelo che ci protegge e aiuta nella lotta contro il male.

L’invocazione “Sub Tuum Praesidium” recita così: “Sub tuum praesidium confugimus Sancta Dei Genitrix. Nostras deprecationes ne despicias in necessitatibus, sed a periculis cunctis libera nos semper, Virgo Gloriosa et Benedicta”.

[Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio. Non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, ma liberaci da ogni pericolo, o Vergine Gloriosa e Benedetta].

“Con questa richiesta di intercessione il Santo Padre chiede ai fedeli di tutto il mondo di pregare perché la Santa Madre di Dio, ponga la Chiesa sotto il suo manto protettivo: per preservarla dagli attacchi del maligno, il grande accusatore, e renderla allo stesso tempo sempre più consapevole delle colpe, degli errori, degli abusi commessi nel presente e nel passato e impegnata a combattere senza nessuna esitazione perché il male non prevalga”, riporta ancora il comunicato.

Il Pontefice ha chiesto anche che la recita del Santo Rosario durante il mese di ottobre si concluda con la preghiera scritta da Leone XIII:

“Sancte Michael Archangele, defende nos in proelio; contra nequitiam et insidias diaboli esto praesidium. Imperet illi Deus, supplices deprecamur: tuque, Princeps militiae caelestis, Satanam aliosque spiritus malignos, qui ad perditionem animarum pervagantur in mundo, divina virtute, in infernum detrude. Amen”.

[San Michele Arcangelo, difendici nella lotta: sii il nostro aiuto contro la malvagità e le insidie del demonio. Supplichevoli preghiamo che Dio lo domini e Tu, Principe della Milizia Celeste, con il potere che ti viene da Dio, incatena nell’inferno satana e gli spiriti maligni, che si aggirano per il mondo per far perdere le anime. Amen].

Publié dans Fede, morale e teologia, Misericordia, Papa Francesco I, Preghiere, Riflessioni, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Il rispetto cristiano per la persona e per la sua libertà

Posté par atempodiblog le 2 août 2018

Il rispetto cristiano per la persona e per la sua libertà
San Josemaría Escrivá de Balaguer
Tratto da: San Josemaría Escrivá FB

Il rispetto cristiano per la persona e per la sua libertà dans Commenti al Vangelo San_Josemaria_Escriva_de_Balaguer

Abbiamo letto nella Santa Messa un brano del Vangelo secondo Giovanni: l’episodio della guarigione miracolosa del cieco nato. Penso che tutti ci siamo commossi ancora una volta di fronte alla potenza e alla misericordia di Dio che non guarda con indifferenza le disgrazie umane. Adesso però vorrei soffermarmi su altri aspetti, e cioè sul fatto che, quando c’è amor di Dio, anche il cristiano non si sente indifferente alla sorte degli altri e sa trattare tutti con rispetto; viceversa, quando questo amore viene meno, c’è il pericolo di un’invasione fanatica e spietata della coscienza altrui.

Mentre passava — si legge nel santo Vangelo — Gesù vide un uomo cieco dalla nascita (Gv 9, 1). Gesù che passa. Mi sono meravigliato spesso di questo modo semplice di narrare la clemenza divina. Gesù passa e si accorge subito del dolore. Considerate invece quanto fossero diversi in quel momento i pensieri dei suoi discepoli. Gli domandarono infatti: Maestro, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco? (Gv 9, 2).

Non dobbiamo sorprenderci se molti, anche fra quelli che si considerano cristiani, si comportano in modo analogo: la prima cosa che pensano è il male. Senza averne le prove, lo presuppongono. E non solo lo pensano, ma si permettono anche di esprimerlo in pubblico con giudizi avventati.

Il comportamento dei discepoli potrebbe essere considerato benevolmente come leggerezza. Ma in quella società — come del resto in quella di oggi, che in questo è cambiata di poco — c’erano altre persone, i farisei, che facevano di questo atteggiamento una norma di condotta. Ricordate in che modo Gesù Cristo li smaschera. È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e hanno detto: Ha un demonio. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori (Mt11, 18-19).

Attacchi sistematici alla buona fama, denigrazione di una condotta irreprensibile: Gesù Cristo soffrì questa calunnia mordace e tagliente, e non è strano che certuni riservino lo stesso trattamento a coloro che, pur coscienti delle loro comprensibili e naturali miserie e dei loro errori personali — piccoli e inevitabili, aggiungerei, data l’umana debolezza — tuttavia desiderano seguire il Maestro. Ma la costatazione di questa realtà non deve indurci a giustificare siffatti peccati e delitti — che con sospetta comprensione vogliono chiamare chiacchiere — contro il buon nome di qualcuno. Gesù avverte che se hanno chiamato Belzebù il padre di famiglia non è da sperare che si comportino meglio con quelli della sua casa (cfr Mt10, 25): ma chiarisce pure che colui che chiamerà sciocco suo fratello sarà reo del fuoco dell’inferno (Mt 5, 22).

Da dove nasce il giudizio iniquo verso il prossimo? Si direbbe che alcuni hanno sempre davanti agli occhi delle lenti deformanti, che fanno loro vedere tutto storto. Per partito preso, non ammettono che sia possibile l’onestà, o almeno l’impegno costante per comportarsi bene. Tutto in loro è ricevuto — come dice l’antica sentenza — a misura del recipiente, e cioè a misura della loro preconcetta deformazione. Per costoro anche la cosa più onesta nasconde necessariamente una cattiva intenzione rivestita dell’apparenza ipocrita del bene. Quando scoprono chiaramente il bene — scrive san Gregorio — vanno a scrutarlo per vedere se non contiene qualche male occulto (SAN GREGORIO MAGNO, Moralia, 6, 22 [PL 75, 750]).

È difficile far capire a queste persone, nelle quali la deformazione diventa quasi una seconda natura, che è più umano e più giusto pensare bene del prossimo. Sant’Agostino dà questo consiglio: Cercate di acquistare le virtù che secondo voi mancano ai vostri fratelli, e così non vi accorgerete più dei loro difetti, non avendoli voi (SANT’AGOSTINO, Enarrationes in Psalmos, 30, 2, 7 [PL 36, 243]). Per alcuni questo modo di fare sarebbe ingenuità. Essi sarebbero invece più “realisti” e più ragionevoli. Erigendo il pregiudizio a norma di giudizio, offendono chiunque prima ancora di averne ascoltato le ragioni. Poi, con “oggettività” e “benevolenza”, concederanno forse all’offeso la possibilità di difendersi: il che va contro ogni morale e ogni diritto, perché, invece di assumersi l’onere di provare le pretese colpe, « concedono » all’innocente il “privilegio” di dimostrare la propria innocenza. Non sarei sincero se non vi confidassi che tutte queste considerazioni sono qualcosa di più di un’affrettata spigolatura dai trattati di diritto e di morale. Esse si fondano su un’esperienza che non pochi oggi soffrono nella propria carne, analogamente a quanto è accaduto a molti altri, che sono stati oggetto — spesso e per lunghi anni — di esercitazioni di tiro al bersaglio con mormorazioni, diffamazioni e calunnie. La grazia di Dio e un carattere alieno dal risentimento fanno sì che tutto questo non lasci in loro la minima traccia di amarezza. Mihi pro minimo est, ut a vobis iudicer (1Cor 4, 3): a me importa ben poco essere giudicato da voi, potrebbero ripetere con san Paolo. A volte, per dirla nel linguaggio corrente, avranno aggiunto che tutto questo non faceva loro né caldo né freddo. Ed è la pura verità.

D’altra parte non posso negare che a me fa una gran pena l’anima di chi attacca ingiustamente la reputazione altrui, perché l’ingiusto aggressore rovina se stesso. E soffro anche per coloro che, di fronte ad accuse violente e arbitrarie, non sanno dove volgere gli occhi: rimangono sgomenti, non le credono possibili, e magari pensano che si tratti di un incubo.

Qualche giorno fa leggevamo nelle letture della Santa Messa il racconto di Susanna, la donna casta che venne ingiustamente accusata di disonestà da due corrotti anziani. Susanna, piangendo, esclamò: «Sono alle strette da ogni parte. Se cedo, è la morte per me; se rifiuto, non potrò scampare dalle vostre mani» (Dn 13, 22). Quante volte l’insidia degli invidiosi e degli intriganti mette delle persone oneste in questa stessa situazione! Le si pone di fronte a questa alternativa: offendere Dio oppure vedersi rovinata la reputazione. L’unica soluzione nobile e degna è, allo stesso tempo, estremamente dolorosa, dovendo prendere questa decisione: Meglio per me cadere innocente nelle vostre mani che peccare davanti al Signore (Dn 13, 23).

Torniamo all’episodio della guarigione del cieco. Gesù ha replicato ai suoi discepoli che quella disgrazia non è conseguenza del peccato, ma occasione perché si manifesti la potenza di Dio. E con meravigliosa semplicità decide che il cieco riacquisti la vista.

Comincia allora per quell’uomo, assieme alla gioia, la tribolazione. Non lo lasciano più in pace. I primi a cominciare sono i vicini e quelli che lo avevano visto chiedere l’elemosina (Gv 9, 8). Il Vangelo non dice che si rallegrarono, ma che invece stentavano a credergli, benché il cieco insistesse a ripetere che lui, che ora ci vedeva, era la stessa persona che prima non ci vedeva. Invece di lasciargli godere in pace la grazia ricevuta, lo trascinano dinanzi ai farisei, e quelli tornano a domandargli come sono andate le cose. Egli spiega per la seconda volta: Mi ha posto del fango sopra gli occhi, mi sono lavato e ora ci vedo (Gv 9, 15).

I farisei vogliono allora dimostrare che quanto è avvenuto — che è una cosa buona e un grande miracolo — non è avvenuto. Alcuni di loro ricorrono a ragionamenti meschini, ipocriti, tutt’altro che equanimi: ha operato la guarigione in giorno di sabato, e poiché il sabato è proibito lavorare, non può aver fatto il miracolo. Altri avviano quella che oggi si chiamerebbe un’inchiesta. Vanno a trovare i genitori del cieco: È questo il vostro figlio, che voi dite esser nato cieco? Come mai ora ci vede? (Gv9, 19). La paura dei potenti fa sì che quei poveri genitori diano una risposta che raccoglie tutte le garanzie del metodo scientifico: Sappiamo che questo è il nostro figlio e che è nato cieco; come poi ora ci veda, non lo sappiamo, né sappiamo chi gli ha aperto gli occhi; chiedetelo a lui, ha l’età, parlerà lui di se stesso (Gv 9, 20).

I promotori dell’inchiesta non ci possono credere, perché non ci vogliono credere. Chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: (…) Noi sappiamo che quest’uomo — Gesù Cristo — è un peccatore (Gv 9, 24).

In poche parole il testo di san Giovanni ci offre qui un tipico esempio di un tremendo attentato contro il diritto fondamentale, che per natura compete a tutti, di essere trattati con rispetto.

L’argomento continua a essere di attualità. Non costerebbe molto indicare, ai nostri giorni, esempi di questa curiosità aggressiva che porta a indagare morbosamente nella vita privata degli altri. Un minimo senso di giustizia esige che persino nell’investigazione di un presunto delitto si proceda con cautela e moderazione, senza prendere per sicuro ciò che è solo possibile. Si comprende chiaramente che la curiosità malsana, che porta a rovistare in ciò che non solo non costituisce un reato ma può essere addirittura un’azione meritoria, deve considerarsi una vera e propria perversione.

Di fronte ai negoziatori del sospetto, che dànno l’impressione di organizzare una « tratta dell’intimità », è doveroso difendere la dignità di ogni persona, il suo diritto al silenzio, a non replicare. E in questa difesa sono d’accordo tutte le persone oneste, cristiane o non cristiane, perché è in gioco un valore comune: la sacrosanta libertà di essere se stessi, di non esibirsi, di conservare un giusto e delicato riserbo circa le proprie gioie, i propri dolori e le pene di famiglia; e soprattutto la libertà di fare il bene senza ostentazione, di aiutare i bisognosi per puro amore, senza vedersi obbligati a pubblicizzare queste opere di servizio agli altri e tanto meno a offrire l’intimità della propria anima agli sguardi indiscreti e obliqui di persone che della vita spirituale non sanno niente e non vogliono saperne niente, se non per prendersene gioco empiamente.

Ma com’è difficile sentirsi liberi da questa aggressività pettegola! I metodi per non lasciar tranquillo nessuno si sono moltiplicati. Mi riferisco ai mezzi tecnici e anche a quelle diffuse argomentazioni a cui è difficile opporsi se si vuole conservare la buona fama. Per esempio, si parte spesso dal presupposto che tutti si comportino male, e allora, grazie a questo ragionamento assurdo, sembra inevitabile il « meaculpismo », l’autocritica. Se uno non si butta addosso una tonnellata di fango, pensano che non solo è un perfetto mascalzone, ma anche un ipocrita e un presuntuoso.

In altre occasioni il procedimento è diverso. Chi parla o scrive calunniando è disposto ad ammettere che siete persone perbene, ma aggiunge che altri forse non la penseranno allo stesso modo e potrebbero pubblicare che siete dei ladri: come dimostrate che non siete dei ladri? Oppure: lei ha sempre detto che la sua condotta è pulita, nobile, retta; le dispiacerebbe considerarla di nuovo per vedere se non è invece sporca, ignobile e falsa?

Non sono esempi immaginari. Sono convinto che qualsiasi persona o qualsiasi istituzione un po’ conosciuta potrebbe aggiungerne altri simili. Si è creata in alcuni ambienti la falsa persuasione che il pubblico, il popolo, o comunque lo si voglia chiamare, abbia il diritto di conoscere e interpretare i particolari più intimi della vita degli altri.

Permettetemi un accenno a una cosa che è profondamente unita alla mia anima. Da oltre trent’anni ho detto e scritto in mille modi che l’Opus Dei non ha nessun fine temporale, politico, ma cerca soltanto ed esclusivamente di diffondere tra le genti di ogni razza, di ogni condizione sociale e di ogni paese la conoscenza e la pratica della dottrina di salvezza portata da Cristo; cerca soltanto di contribuire a far sì che vi sia più amore di Dio sulla terra, e quindi più pace, più giustizia tra gli uomini, figli di un solo Padre.

Molte migliaia di persone — milioni — hanno capito questo in tutto il mondo. Altri, piuttosto pochi, sembra che non lo abbiano capito, per i motivi che siano. Se il mio cuore è più vicino ai primi, tuttavia rispetto e amo anche i secondi, perché in tutti è da rispettare e stimare la dignità personale e tutti sono chiamati alla gloria dei figli di Dio.

Ma non manca mai una minoranza settaria che, non comprendendo ciò che io e tanti altri amiamo, vorrebbe che glielo spiegassimo d’accordo con la loro mentalità, che è esclusivamente politica, estranea a ogni dimensione soprannaturale, attenta unicamente a equilibri di interessi e di pressioni di gruppi.

Se non ricevono una spiegazione così, falsa e accomodata ai loro gusti, continuano a pensare che ci siano menzogna, occultamento e piani sinistri.

Lasciate che vi dica che di fronte a questi casi non mi affiggo né mi preoccupo. Direi anzi che mi diverto, se non fosse che non posso passar sopra al fatto che offendono il prossimo e commettono un peccato che grida vendetta al cospetto di Dio. Io sono aragonese e anche per naturale disposizione di carattere amo la sincerità, per cui provo una repulsione istintiva per tutto ciò che sa di raggiro. Ho sempre cercato di rispondere con la verità, senza iattanza e senza orgoglio, anche quando i calunniatori erano maleducati, arroganti, prevenuti e privi del più piccolo segno di umanità.

Mi è venuta alla mente più volte la risposta del cieco nato ai farisei che domandavano per l’ennesima volta com’era avvenuto il miracolo: Ve l’ho già detto e non mi avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli? (Gv 9, 27).

Il peccato dei farisei non consisteva nel non vedere Dio in Cristo, bensì nel chiudersi volontariamente in se stessi, perché non tolleravano che Gesù, che è la luce, aprisse loro gli occhi (cfr Gv 9, 34-41). Questa cecità ha un’influenza immediata nei rapporti con i nostri simili. Il fariseo che credendosi luce non permette a Dio di aprirgli gli occhi è lo stesso che tratta con superbia e ingiustamente il prossimo: Io ti ringrazio di non essere come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri; e nemmeno come questo publicano (Lc 18, 11). Così prega. E al cieco nato, che persiste nel raccontare la verità della guarigione miracolosa, vengono rivolti questi insulti: Sei nato tutto nei peccati e vuoi insegnare a noi? E lo cacciarono fuori (Gv 9, 34).

Tra quelli che non conoscono Cristo ci sono molti galantuomini che, per elementare riguardo, sanno comportarsi con delicatezza e sono sinceri, cordiali, educati. Se loro e noi lasciamo che Cristo guarisca quel resto di cecità che ancora ci offusca gli occhi, se permettiamo al Signore di applicarci quel fango che nelle sue mani diventa un incomparabile collirio, allora noi potremo vedere le realtà terrene e intravedere le realtà eterne con una luce nuova, con la luce della fede: avremo acquistato uno sguardo puro.

Questa è la vocazione del cristiano: la pienezza della carità che è paziente, è benigna; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera. tutto sopporta (1 Cor13, 4-7).

La carità di Cristo non è soltanto un buon sentimento verso il prossimo, non si limita al piacere della filantropia. La carità infusa da Dio nell’anima trasforma dal di dentro l’intelligenza e la volontà, fonda soprannaturalmente l’amicizia e la gioia di compiere il bene.

Contemplate l’episodio della guarigione dello storpio, tramandatoci dagli Atti degli Apostoli. Pietro e Giovanni salivano al tempio e, all’entrare, si imbattono in un uomo seduto accanto alla porta; quest’uomo era storpio fin dalla nascita. La scena ricorda quella della guarigione del cieco. Ma in questa occasione i discepoli non pensano che la disgrazia sia dovuta ai peccati personali dell’infermo o a quelli dei suoi genitori. Invece gli dicono: Nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, alzati e cammina (At 3, 6). Prima erano pieni d’incomprensione, adesso di misericordia; prima giudicavano temerariamente, adesso guariscono miracolosamente nel nome del Signore. È sempre Gesù che passa! È Cristo che continua a passare per le strade e le piazze del mondo nella persona dei suoi discepoli, i cristiani: io gli chiedo ardentemente di passare attraverso l’anima di qualcuno di coloro che in questo momento mi ascoltano.

All’inizio ci sorprendeva l’atteggiamento dei discepoli di Gesù di fronte al cieco nato. Si regolavano su quel disgraziato proverbio: a pensar male non si sbaglia mai. Dopo, quando conoscono meglio il Maestro, quando si rendono conto di ciò che significa essere cristiani, le loro opinioni si ispirano alla comprensione.

In qualsiasi uomo — scrive san Tommaso d’Aquino — esiste qualche aspetto per il quale gli altri possono considerarlo come superiore a loro, come dice l’Apostolo: «Mossi dall’umiltà, considerate gli altri superiori a voi» (Fil 2, 3)D’accordo con questo, tutti gli uomini devono rendersi reciprocamente onore (SAN TOMMASO D’AQUINO, S. Th., II-II, q. 103, a. 2-3). Con la virtù dell’umiltà scopriamo che le manifestazioni di rispetto alla persona — al suo onore, alla sua buona fede, alla sua intimità — non sono formalità convenzionali, ma le prime manifestazioni della carità e della giustizia.

La carità cristiana non si limita a dare un soccorso economico ai bisognosi, ma si impegna anzitutto a rispettare e a comprendere ogni persona come tale, nella sua intrinseca dignità di uomo e di figlio del Creatore. Pertanto gli attentati alla dignità della persona, alla sua reputazione, al suo onore, stanno a dimostrare che chi li commette non conosce o non pratica alcune verità della nostra fede cristiana. E che comunque non ha un vero amore di Dio. La carità con cui amiamo Dio e quella con cui amiamo il prossimo sono una sola virtù, perché la ragione di amare il prossimo è appunto Dio, e quando amiamo il prossimo con carità amiamo Dio (SAN TOMMASO D’AQUINO, S. Th., II-II, q. 103, a. 2-3).

Spero che saremo capaci di trarre delle conseguenze precise da questo nostro momento di conversazione alla presenza del Signore. Anzitutto, il proposito di non giudicare gli altri, di non offendere nemmeno con il dubbio, di annegare il male nella sovrabbondanza del bene, diffondendo intorno a noi la convivenza leale, la giustizia e la pace.

E poi la decisione di non rattristarci mai se la nostra condotta retta è capita male da altri; se il bene che cerchiamo di realizzare con l’aiuto continuo del Signore è interpretato in modo distorto; se qualcuno, con un ingiusto processo alle intenzioni, ci attribuisce propositi malvagi, procedimenti dolosi e simulazione. Perdoniamo sempre, col sorriso sulle labbra. Parliamo chiaramente e senza rancore, se in coscienza riteniamo di dover parlare. E lasciamo tutto nelle mani di Dio nostro Padre, con un silenzio divino — Iesus autem tacebat (Mt 26, 63), Gesù rimaneva in silenzio — se si tratta di offese personali, per brutali e indecorose che siano. Preoccupiamoci solo di fare opere buone: sarà Lui a farle risplendere davanti agli uomini (Mt 5, 16).

Publié dans Commenti al Vangelo, Fede, morale e teologia, Misericordia, Riflessioni, San Josemaria Escriva' de Balaguer, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Mons. Hoser: in tanti a Medjugorje, anche tra i lontani, per incontrare Cristo

Posté par atempodiblog le 24 juillet 2018

Mons. Hoser: in tanti a Medjugorje, anche tra i lontani, per incontrare Cristo
Nominato da Papa Francesco il 31 maggio scorso visitatore apostolico a Medjugorje, mons. Hoser nella Messa per l’inizio del ministero ha detto che in questo luogo la devozione popolare ha Cristo al centro
di Sergio Centofanti – Vatican News

Mons. Hoser: in tanti a Medjugorje, anche tra i lontani, per incontrare Cristo dans Apparizioni mariane e santuari Medjugorje

L’arcivescovo polacco Henryk Hoser ha presieduto questa domenica una Messa solenne nella Chiesa di San Giacomo, dando inizio al suo ministero di visitatore apostolico a carattere speciale per la parrocchia di Medjugorje. Erano presenti numerosi fedeli e pellegrini, insieme al nunzio in Bosnia ed Erzegovina, mons. Luigi Pezzuto, al vescovo di Alessandria, mons. Guido Gallese, e al provinciale dei francescani, fra Miljenko Steko.

Inviato dal Papa a Medjugorje
Papa Francesco – ha esordito nell’omelia – mi ha inviato a Medjugorje perché “la cura pastorale esige di assicurare un accompagnamento stabile e continuo” di questa comunità parrocchiale “e dei fedeli che vi si recano in pellegrinaggio”.

Prendendo spunto dalla prima lettura di questa XVI domenica del Tempo ordinario, in cui Geremia dice: “Guai ai pastori che fanno perire e disperdono il gregge del mio pascolo”, mons. Hoser ha detto: “Il Santo Padre, pastore universale della Chiesa, prende come sue queste parole del profeta. Ci invia lì, dove esiste e vive la gente, dove i fedeli si radunano cercando la luce di salvezza”. E riferendosi al Vangelo ha sottolineato che “il Signore ci dà un incomparabile esempio e modello missionario“ perché mostra compassione per le tante persone che lo seguivano “come pecore che non hanno pastore”.

Anche “i lontani“ vengono a Medjugorje
Il presule ha quindi commentato le parole di San Paolo: “Voi che un tempo eravate lontani, siete diventati vicini, grazie al sangue di Cristo (…) Egli è venuto ad annunciare pace a voi che eravate lontani, e pace a coloro che erano vicini”. “A Medjugorje – ha ricordato – vengono i pellegrini da lontano, da circa 80 Paesi del mondo”: per percorrere tanti chilometri “bisogna avere una motivazione ferma e decisa”. “Ma la parola ‘lontani’ significa ancora un’altra cosa; significa una situazione esistenziale di tanti che si sono allontanati da Dio, da Cristo, dalla loro Chiesa e dalla luce che dà senso alla vita, per orientarla e darle lo scopo vitale degno, che vale la pena di essere vissuto”.

Fedeli di Medjugorje, testimoni da 37 anni di tanti eventi
“Questa missione – ha proseguito mons. Hoser – concerne ugualmente non soltanto i lontani, ma pure i vicini. Questi anche in un duplice senso: vicini perché abitano da generazioni questo luogo e territorio; vicini perché sono i parrocchiani di Medjugorje; vicini perché sono da trentasette anni i testimoni di tanti eventi di questa regione. In un’altro senso, sono vicini anche tutti quelli che vivono una fede ardente e calorosa, che vogliono essere in contatto intimo e riconoscente con il Signore Risuscitato e Misericordioso”.

A Medjugorje per incontrare Cristo e sua Madre
A questo punto mons. Hoser ha posto “la questione fondamentale: perché tanta gente si reca ogni anno a Medjugorje? La risposta che si impone è questa: vengono per incontrare qualcuno: per incontrare Dio, incontrare Cristo, incontrare Sua Madre. E poi per scoprire la strada che conduce alla felicità di vivere nella casa del Padre e della Madre; infine per scoprire la strada mariana come quella più certa e sicura. È la strada del culto mariano che si celebra da anni qui, cioè ‘quel culto sacro, nel quale vengono a confluire il culmine della sapienza e il vertice della religione e che pertanto è compito primario del Popolo di Dio’ (Dall’Esortazione apostolica di Paolo VI Marialis cultus)”.

A Medjugorje un culto cristocentrico
“Si tratta davvero – ha precisato – di un culto cristocentrico, perché – come diceva Paolo VI – da Cristo trae origine ed efficacia, in Cristo trova compiuta espressione e per mezzo di Cristo, nello Spirito, conduce al Padre”.

Devozione a Medjugorje è secondo la dottrina
Il Concilio Vaticano II – ha osservato – sottolinea con forza che “le varie forme di devozione verso la Madre di Dio, che la Chiesa ha approvato entro i limiti della sana e ortodossa dottrina si sviluppino in armonica subordinazione al culto che si presta a Cristo e intorno ad esso gravitino come a loro naturale e necessario punto di riferimento” (Cfr Conc. Vat. II, Cost. dogm. sulla Chiesa Lumen gentium, 66). “Tale è la devozione popolare a Medjugorje: al centro la Santa Messa, l’adorazione del Santissimo Sacramento, una massiva frequenza del Sacramento della Penitenza, accompagnate dalle altre forme di pietà: il Rosario e la Via Crucis che fanno sì che le pietre, prima ruvide, dei sentieri diventino lisce”.

Momenti speciali di grazia
“I pellegrini – ha affermato mons. Hoser – consacrano il loro tempo per essere presenti nello spazio di Medjugorje. A questo proposito il Santo Papa Giovanni Paolo II diceva ‘che come il tempo può essere scandito dai kairoì, momenti speciali di grazia, in modo analogo lo spazio possa essere segnato da particolari interventi salvifici di Dio. E questa, del resto, un’intuizione presente in tutte le religioni, nelle quali si trovano non solo tempi, ma anche spazi sacri, nei quali l’incontro col divino può essere sperimentato in modo più intenso di quanto non avvenga abitualmente nell’immensità del cosmo” (Lettera sul pellegrinaggio, 30-6-1999).

La Regina della Pace
“Medjugorje – ha detto il visitatore apostolico – ci offre il tempo e lo spazio della grazia divina per intercessione della Beata Vergine Maria, Madre di Dio e Madre della Chiesa, venerata qui con l’appellativo di ‘Regina della Pace’. Questo appellativo è ben conosciuto tramite le Litanie Lauretane”. “È vero – ha concluso mons. Hoser – il mondo ha tanto bisogno di pace: la pace del cuore di ciascuno, la pace nella famiglia, la pace sociale e la pace internazionale, tanto desiderata da tutti, specialmente dai cittadini di questo Paese, così provato dalla guerra dei Balcani. Promuovere la pace significa costruire una civiltà fondata sull’amore, sulla comunione, sulla fraternità, sulla giustizia, e quindi sulla pace e la libertà. La Madonna, Madre del Principe della Pace annunziato dei profeti sia la nostra Protettrice, la nostra Regina la nostra Madre. Amen”.

Publié dans Apparizioni mariane e santuari, Articoli di Giornali e News, Commenti al Vangelo, Fede, morale e teologia, Medjugorje, Misericordia, Mons. Henryk Hoser, Riflessioni | Pas de Commentaire »

12345...29
 

Neturei Karta - נ... |
eternelle jardin |
SOS: Ecoute, partage.... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Cehl Meeah
| le monde selon Darwicha
| La sainte Vierge Marie Livr...