Scolpiti nel Cuore di Gesù

Posté par atempodiblog le 1 juin 2026

Scolpiti nel Cuore di Gesù

L’amore ha la sua sede nel cuore e mai possiamo troppo amare il nostro prossimo, né eccedere in questo amore, purché risieda nel cuore; in quanto però alle sue dimostrazioni esterne possiamo errare ed eccedere, passando i limiti e le regole della ragione.

Il glorioso San Bernardo dice che la misura di amare Dio è di amarlo senza misura, anzi bisogna lasciare che questo amore stenda i suoi rami quanto più può; e quel che si dice dell’amor di Dio deve anche intendersi dell’amor del prossimo, sempre che l’amor di Dio sovrasti e tenga il primo luogo nel nostro cuore.

[...]

Che faremo un giorno quando, nell’eterna gloria, vedremo l’adorabilissimo Cuore di Gesù dalla Sacra Piaga del Suo Costato, tutto ardente dell’amore che ci porta?

Cuore nel quale, a caratteri di fuoco, tutti ci vedremo descritti?

Ah!, diremo allora al Salvatore: “È possibile che mi abbiate tanto amato, e che abbiate voluto scolpirmi nel vostro Cuore?”.

San Francesco di Sales. Negli insegnamenti e negli esempi
Diario Sacro estratto dalla sua vita e dalle sue opere per cura delle “Visitandine di Roma”.
Libreria Editrice F. Ferrari

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Il valore inestimabile della sofferenza

Posté par atempodiblog le 30 mai 2026

Il valore inestimabile della sofferenza
di Padre Livio Fanzaga
Tratto da: Blog di p. Livio – Direttore di Radio Maria

Padre Livio e Vicka

La Croce di Cristo ha risolto il problema della sofferenza umana. Il Cristianesimo ha risolto questo problema alla radice, facendo della sofferenza un valore, uno strumento di santificazione e di amore. Di per sé la sofferenza fa soffrire, è qualcosa di corrosivo che si abbatte sulla vita non solo dal punto di vista fisico ma anche e soprattutto da quello psicologico e spirituale. Per liberarci dalla sofferenza non basta una medicina, molte volte è più efficace un sorriso di qualcuno per alleviare la sofferenza.

La sofferenza è un mistero della fede, è la perdita della grazia santificante e della divina presenza che si è avuta con il peccato originale. L’uomo, privato dei doni di Dio, sperimenta nella sua vita la sofferenza e la morte. Questa è la condizione umana nella quale siamo nati.

Nel mio ultimo incontro con Vicka a Medjugorje, il 23 maggio 2026, ho avuto la possibilità di capire come lei abbia vissuto il mistero della sofferenza nella sua vita; fin da giovanissima, infatti, Vicka ha sofferto molto per svariati motivi. All’inizio delle apparizioni cadeva in coma ogni mese per qualche giorno; per un problema di salute che la affligge da anni, recentemente ha subìto l’ennesimo intervento da cui si sta riprendendo proprio in questi giorni. In questo incontro Vicka ha detto queste parole: «Senza la Croce non si può andare avanti. Senza la croce io adesso non posso andare avanti». La sofferenza, in unione con Cristo, è la massima attività della vita, è la massima offerta che noi possiamo fare a Dio per la salvezza delle anime, per la pace nel mondo, perché le anime vadano in Paradiso, perché le persone si convertano.

Siamo tutti sofferenti, ognuno ha le sue Croci da portare. Chiediamo a Dio la grazia di scoprire l’importanza, la bellezza, la grandezza della Croce. Cristo, con la sua Croce, ha fatto della sofferenza uno strumento di purificazione e di salvezza per sé e per gli altri.

Gesù ha preso su di sé la Croce, uno strumento di sofferenza tremenda, e ne ha fatto uno strumento di salvezza. Dobbiamo, allora, seguire Cristo, ciascuno con la propria Croce. La vita umana è già di per sé un cammino lungo il Calvario, ma c’è una bella differenza se lo si percorre lamentandosi, inveendo, arrabbiandosi con Dio o accettando la Croce e offrendo la sofferenza a Dio. Dobbiamo unirci a Cristo per fare della nostra sofferenza uno strumento di santificazione e di purificazione dal peccato, uno strumento missionario per la salvezza delle anime.

Ci liberiamo dalla sofferenza quando accettiamo la nostra Croce non come un peso, ma come una partecipazione alla sofferenza di Cristo sul Calvario. Accettiamo la sofferenza per amore di Gesù, uniti a lui, abbracciando con lui il mondo che ha bisogno di essere redento. La sofferenza offerta a Dio diventa un atto di amore, diventa salvifica per noi e per gli altri. Chiediamo a Dio questa grande grazia di capire che cos’è la sofferenza e di saperla offrire giorno per giorno ogni volta che si presentano nella nostra vita. Senza Gesù la sofferenza è un peso insopportabile. Con Gesù la sofferenza è grazia e gioia.

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Gesù ci ha donato Maria come madre. Un dono che continua nella storia della Chiesa

Posté par atempodiblog le 9 mai 2026

Il compito materno della Madre misericordiosa

Gesù ci ha donato Maria come madre Un dono che continua nella storia della Chiesa

L’invocazione della Divina Misericordia nel momento conclusivo della propria vita è la chiave che apre la porta del Paradiso.
La Chiesa nell’Ave Maria ci insegna ad affidarci, nell’ora della nostra morte, a Maria, perché ci ottenga la grazia del pentimento e ci difenda dall’assalto finale.

La recita quotidiana dell’Ave Maria col cuore ha come primo effetto quello di farti comprendere come si snoda la parabola dell’esistenza alla luce della fede. Essa non è un lento e inarrestabile progredire verso la vecchiaia e la tomba, ma è un cammino verso l’eternità. In questo modo si svela dinanzi agli occhi della tua anima la straordinaria bellezza e grandezza della vita e incomincerai a ringraziare Dio per un dono di cui non ve n’è uno più grande, perché è il presupposto di tutti gli altri. Troverai che ogni tappa del cammino umano è un’occasione preziosa che devi far fruttificare col massimo impegno. Invece di lamentarti del tempo che passa veloce e inesorabile, ti impegnerai a investire ogni istante in qualcosa di utile per l’eternità. […]

La grazia di una contrizione perfetta apre le porte del Paradiso all’anima infiammata dal puro amore di Dio. Ma come conseguire questa perfezione di carità, ti chiederai, immersi come siamo nel pantano maleodorante del male?

Questo, caro amico, è un miracolo che la Tutta Santa può compiere nella tua vita se tu ti affidi a Lei. Il suo compito materno è quello di presentarti a Dio rivestito della veste candida della sposa. Da solo non potresti aspirare a una meta così elevata e tanto meno raggiungerla.

Se tu però ti metterai nelle mani della Madre misericordiosa, Lei provvederà a sanare le ferite, a purificarti dalle sozzure e, lavorando su di te giorno dopo giorno, ti rivestirà del suo splendore di grazia.

Affidando alla misericordia di Maria il tuo cammino di santità e chiedendoLe la grazia inestimabile della perseveranza finale, osa chiedere anche che il momento della tua morte sia quello dell’incontro gioioso della tua anima sposa con Gesù Cristo suo sposo.

Tratto da: Il Volto della Misericordia, di Padre Livio Fanzaga. SUGARCO EDIZIONI

Divisore dans San Francesco di Sales

Gesù ci ha donato Maria come madre. Un dono che continua nella storia della Chiesa

[…] Lo diceva anche il Montfort, ed è stata una delle sue eccelse intuizioni, che nessuna grazia ci arriva se non passa per Maria: la misericordia del Padre, che si esprime nel Figlio, ci viene donata attraverso il Cuore di Maria. In questo senso la Madonna è Madre di misericordia, perché ha generato il Figlio e ci dona le grazie di Cristo che passano attraverso di Lei.

Per concludere questa riflessione sul rapporto fra la Vergine e la Divina Misericordia, vorrei sottolineare che Maria stessa è un dono fattoci dalla misericordia di Dio.

Gesù in croce ci ha donato Maria come madre, una madre bellissima, dolcissima, sempre presente, che ci ama con amore infinito.

Un dono che continua nella storia della Chiesa, poiché le migliaia di apparizioni della Madonna testimoniano la presenza della Madre misericordiosa nei momenti difficili delle persone, delle comunità, delle nazioni, del mondo intero.

Gesù ci ha dato dalla croce sua Madre e ce la rende continuamente presente, di generazione in generazione. Lei stessa dunque un segno della Divina Misericordia.

Tratto da: La Divina Misericordia, di Padre Livio Fanzaga con Saverio Gaeta. SUGARCO EDIZIONI

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La statua esposta a piazza del Plebiscito: l’intreccio con papa Pio IX e la storia del dogma

Posté par atempodiblog le 9 mai 2026

La statua esposta a piazza del Plebiscito: l’intreccio con papa Pio IX e la storia del dogma
Papa Pio IX pregò davanti a questa statua per la liberazione dello Stato Pontificio
di Antonio Tarallo – ACI Stampa

L Immacolata di don Placido Baccher e Papa Leone XIV

Una statua, un’immagine, una storia. Una storia importante per la Chiesa, addirittura legata alla proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione. [...] in piazza Plebiscito a Napoli, campeggiava in tutta la sua bellezza la statua dell’Immacolata della chiesa del Gesù Vecchio a Napoli. Tra l’altro, proprio quest’anno i duecento anni dalla sua incoronazione. Davanti a questa statua, papa Leone XIV, stasera ha letto l’atto di affidamento scritto dal cardinal Battaglia. Una statua con una grande storia che per comprenderne davvero l’importanza, dobbiamo fare un salto indietro nel tempo. La storia insegna sempre e ci racconta anche il presente. Oggi, papa Leone XIV che prega davanti a questa statua per liberare il mondo dalla schiavitù della guerra. E nel passato, invece, fu pregata da papa Pio IX per altra liberazione. Ma, ora, dobbiamo comprendere bene questa storia.

Dobbiamo giungere al periodo della rivoluzione mazziniana (1848-49) che aveva portato alla costituzione della Seconda Repubblica Romana, di chiara estrazione massonica e anticristiana. Fu proprio con l’insorgere di questa nuova situazione politica, che papa Pio IX fu costretto all’esilio a Gaeta. Intanto, la questione sul dogma dell’Immacolata era sempre più imminente nella vita della Chiesa e nel pensiero del pontefice. Mentre era in esilio a Gaeta, papa Mastai pensava sempre di più all’annosa questione. Il 6 dicembre del 1848 era stata istituita una commissione di cardinali per affidare loro “l’incarico di fare, conforme alla loro prudenza e dottrina, un diligente, profondo e completo esame dell’argomento, comunicandoci successivamente con pari scrupolosità il loro parere”. Nasce, allora, la lettera “Ubi primum” del 2 febbraio 1848 che si chiudeva con l’invito ai vescovi a far pervenire alla Santa Sede il parere del clero e di tutti i fedeli riguardo la questione del dogma.

L Immacolata di don Placido Baccher e Papa Leone XIV

Questo, dunque, il clima che si respirava in quel periodo. Il dogma che “incalzava” papa Pio IX, la Chiesa che si interrogava su questa tematica, e lo stesso pontefice relegato a Gaeta, città del Lazio ma sotto il regno di Napoli, del Regno borbonico. Napoli era la capitale del Regno delle due Sicilie: Napoli con le sue tante chiese. In una di queste, la chiesa del Gesù Vecchio, vi era una particolare statua della Vergine, ritratta come Immacolata. Pio IX passando per la città partenopea, più volte si fermò in preghiera davanti a questa statua: la stessa che tale don Placido Baccher (oggi venerabile) – che tra l’altro Pio IX conobbe personalmente – aveva fatto realizzare per ringraziare la Vergine di aver liberato durante la sua prigionia in Castel Capuano, durante la Repubblica Partenopea del 1799. Si narra che alla vigilia dell’uccisione, mentre stava recitando il Santo Rosario, Baccher vide la Madonna che pronunciò queste parole: “Confida, figliuolo; domani sarai liberato da questo orrido carcere. Tu però dovrai essere mio e sarai chiamato in una delle principali chiese di Napoli a zelare le glorie del mio immacolato concepimento”.

“Immacolata Concezione”, appellativo che sarà dato a Maria ufficialmente solo con la promulgazione del dogma da parte di Pio IX che, intanto, proprio davanti a quella statua aveva pregato per la liberazione dello Stato pontificio e di lui stesso. Aveva fatto un voto a quella statua: se fosse stato liberato lo Stato pontificio, allora si sarebbe impegnato per promulgare il famoso dogma mariano: “Perciò, dopo aver offerto senza interruzione, nell’umiltà e nel digiuno, le Nostre private preghiere e quelle pubbliche della Chiesa a Dio Padre, per mezzo del suo Figlio, affinché si degnasse di dirigere e sostenere la Nostra mente con la virtù dello Spirito Santo; (…) dichiariamo, pronunziamo e definiamo: La dottrina, che sostiene che la Beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua concezione, per singolare grazia e privilegio di Dio”. Il dogma fu promulgato, lo Stato Pontificio liberato. Anche il papa.

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Maria, Madre della Misericordia

Posté par atempodiblog le 8 mai 2026

VISITA PASTORALE DEL SANTO PADRE LEONE XIV
A POMPEI E NAPOLI

SANTA MESSA
E SUPPLICA ALLA MADONNA DI POMPEI

OMELIA DEL SANTO PADRE

Piazza Bartolo Longo, antistante il Santuario della Beata Vergine del Santo Rosario di Pompei
Venerdì, 8 maggio 2026

[Multimedia]

VISITA PASTORALE DEL SANTO PADRE LEONE XIV A POMPEI E NAPOLI

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Cari fratelli e sorelle!

“L’anima mia magnifica il Signore”. Queste parole, con cui abbiamo risposto alla prima Lettura, sgorgano dal cuore della Vergine Maria mentre presenta ad Elisabetta il frutto del suo grembo, Gesù, il Salvatore. Dopo di lei canteranno per Cristo Zaccaria, il padre di Giovanni Battista, e il vecchio Simeone. Questi tre cantici scandiscono ogni giorno la lode della Chiesa nella Liturgia delle Ore. Sono lo sguardo dell’antico Israele, che vede compiute le sue promesse; sono lo sguardo della Chiesa Sposa, protesa verso il suo Sposo divino; sono implicitamente lo sguardo dell’intera umanità, che trova risposta al suo anelito di salvezza.

Centocinquant’anni fa, ponendo la prima pietra di questo Santuario, nel luogo in cui l’eruzione del Vesuvio del 79 dopo Cristo aveva sepolto sotto la cenere i segni di una grande civiltà proteggendoli per secoli, San Bartolo Longo, insieme alla moglie contessa Marianna Farnararo De Fusco, gettava le basi non solo di un tempio, ma di una intera città mariana. Così egli esprimeva la consapevolezza di un disegno di Dio, che San Giovanni Paolo IIparlando in questo luogo di grazia il 7 ottobre 2003, a conclusione dell’Anno del Rosario, rilanciava per il Terzo Millennio, nella prospettiva della nuova evangelizzazione: «Oggi – egli diceva – come ai tempi dell’antica Pompei, è necessario annunciare Cristo a una società che si va allontanando dai valori cristiani e ne smarrisce persino la memoria».

Esattamente un anno fa, quando mi è stato affidato il ministero di Successore di Pietro, era proprio la giornata della Supplica alla Vergine, questa bellissima giornata della Supplica alla Vergine del Santo Rosario di Pompei! Dovevo dunque venire qui, a porre il mio servizio sotto la protezione della Vergine Santa. L’aver poi scelto il nome di Leone, mi pone sulle orme di Leone XIII, che ebbe, tra gli altri meriti, anche quello di aver sviluppato un ampio Magistero sul Santo Rosario. A tutto ciò si aggiunge la recente canonizzazione di San Bartolo Longo, apostolo del Rosario. Questo contesto ci fornisce una chiave per riflettere sulla Parola di Dio appena ascoltata.

Il Vangelo dell’Annunciazione ci introduce al momento in cui il Verbo di Dio si fa carne nel grembo di Maria. Da questo grembo si irradia la Luce che dà il senso pieno alla storia e al mondo. Il saluto che l’angelo Gabriele rivolge alla Vergine è un invito a gioire: «Rallegrati, piena di grazia» (Lc 1,28; cfr Sof 3,14). Sì, l’Ave Maria è un invito alla gioia: dice a Maria, e in lei a tutti noi, che sulle macerie della nostra umanità provata dal peccato e pertanto sempre incline a prevaricazioni, sopraffazioni e guerre, è venuta la carezza di Dio, la carezza della misericordia, che prende in Gesù un volto umano. Maria diventa così Madre della Misericordia. Discepola della Parola e strumento della sua incarnazione, si rivela davvero la “piena di grazia”. Tutto in lei è grazia! Offrendo al Verbo la propria carne, ella diventa anche, come insegna il Concilio Vaticano II sulla scorta di Sant’Agostino, «madre delle membra (di Cristo) … perché cooperò con la carità alla nascita dei fedeli della Chiesa, i quali di quel capo sono le membra» (Cost. dogm. Lumen gentium, 53; cfr S. Agostino, De S. Virginitate, 6).  Nell’“Eccomi” di Maria nasce non soltanto Gesù, ma anche la Chiesa, e Maria diventa insieme Madre di Dio – Theotòkos – e Madre della Chiesa.

Grande mistero! Tutto avviene nella potenza dello Spirito Santo, che adombra Maria e rende fecondo il suo grembo verginale. Questo momento della storia ha una dolcezza e una potenza che attraggono il cuore e lo portano a quell’altezza contemplativa in cui germoglia la preghiera del Santo Rosario. Una preghiera che, sorta e sviluppatasi progressivamente nel secondo Millennio, affonda le radici nella storia della salvezza, e proprio nel Saluto dell’Angelo alla Vergine ha come il suo preludio. “Ave Maria”! La ripetizione di questa preghiera nel Rosario è come l’eco del saluto di Gabriele, un’eco che attraversa i secoli e guida lo sguardo del credente a Gesù, visto con gli occhi e il cuore della Madre. Gesù adorato, contemplato, assimilato in ciascuno dei suoi misteri, affinché con San Paolo possiamo dire: «Non vivo più io, ma Cristo vive in me» (Gal 2,19).

Preceduta dalla proclamazione della Parola di Dio, incastonata tra il Padre nostro e il Gloria, l’Ave Maria che si ripete nel Santo Rosario è un atto di amore. Non è forse proprio dell’amore ripetere senza stancarsi: “Ti voglio bene”? Un atto di amore che, sui grani della corona, come ben si vede nel quadro mariano di questo Santuario, ci fa risalire a Gesù, e ci porta all’Eucaristia, «fonte e apice di tutta la vita cristiana» (Lumen gentium, 11). Ne era convinto San Bartolo Longo quando scriveva: «L’Eucaristia è il Rosario vivente, e tutti i misteri si ritrovano nel santo Sacramento in una forma attiva e vitale» (Il Rosario e la Nuova Pompei, 1914, p. 86). Aveva ragione. Nell’Eucaristia i misteri della vita di Cristo si ritrovano tutti, per così dire, concentrati nel memoriale del suo sacrificio e nella sua presenza reale. Il Rosario ha una fisionomia mariana, ma un cuore cristologico ed eucaristico (cfr Lett. ap. Rosarium Virginis Mariae, 1). Se la Liturgia delle Ore scandisce i tempi della lode della Chiesa, il Rosario scandisce il ritmo della nostra vita riportandola continuamente a Gesù e all’Eucaristia.

Generazioni di credenti sono state plasmate e custodite da questa preghiera, semplice e popolare, e al tempo stesso capace di altezze mistiche e scrigno della più essenziale teologia cristiana. Cosa c’è infatti di più essenziale dei misteri di Cristo, del suo santo Nome, pronunciato con la tenerezza della Vergine Maria? È in questo Nome, e in nessun altro, che noi possiamo essere salvati (cfr At 4,12). Ripetendolo in ogni Ave Maria, facciamo in qualche modo l’esperienza della casa di Nazaret, quasi riascoltando la voce di Maria e di Giuseppe nei lunghi anni in cui Gesù visse con loro. Facciamo anche l’esperienza del Cenacolo, dove gli Apostoli con Maria attesero l’effusione dello Spirito Santo. È quello che ci ha additato la prima Lettura. Come non pensare che, in quel tempo tra l’Ascensione e la Pentecoste, Maria e gli Apostoli facessero a gara nel ricordare i diversi momenti della vita di Gesù? Non doveva sfuggirne nessun dettaglio! Tutto era da ricordare, assimilare, imitare. Nasce così il cammino contemplativo della Chiesa, di cui, a somiglianza dell’Anno liturgico, il Rosario offre la sintesi nella meditazione quotidiana dei santi Misteri. Giustamente il Rosario è stato considerato un compendio del Vangelo, che San Giovanni Paolo II ha voluto integrare con i Misteri della luce. Anche questa dimensione fu vivissima in San Bartolo Longo, che offrì ai pellegrini profonde meditazioni per sottrarre il Santo Rosario alla tentazione di una recita meccanica e assicurargli il respiro biblico, cristologico e contemplativo che lo deve caratterizzare.

Sorelle e fratelli, se il Rosario è “pregato” e, oserei dire, “celebrato” in questo modo, esso è anche, per naturale conseguenza, sorgente di carità. Carità verso Dio, carità verso il prossimo: due facce della stessa medaglia, come ci ricordava la seconda Lettura, tratta dalla prima Lettera di San Giovanni, concludendo con l’esortazione: «Non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità» (1Gv 3,18). Perciò San Bartolo Longo è stato apostolo del Rosario e, nello stesso tempo, apostolo della carità. In questa Città mariana egli accolse orfani e figli di carcerati, mostrando la forza rigenerante dell’amore. Qui anche oggi i più piccoli e i più deboli sono accolti e accuditi nelle Opere del Santuario. Il Rosario spinge lo sguardo verso i bisogni del mondo, come la Lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae sottolineava, proponendo in particolare due intenzioni che rimangono di pressante attualità: la famiglia, che risente dell’indebolimento del legame coniugale, e la pace, messa a repentaglio dalle tensioni internazionali e da un’economia che preferisce il commercio delle armi al rispetto della vita umana.

Quando San Giovanni Paolo II indisse l’Anno del Rosario – l’anno prossimo si compirà un quarto di secolo –, lo volle porre in modo speciale sotto lo sguardo della Vergine di Pompei. I tempi da allora non sono migliorati. Le guerre che ancora si combattono in tante regioni del mondo chiedono un rinnovato impegno non solo economico e politico, ma anche spirituale e religioso. La pace nasce dentro il cuore. Lo stesso Pontefice, nell’ottobre 1986, aveva radunato ad Assisi i leader delle principali religioni, invitando tutti a pregare per la pace. In diverse occasioni anche recenti, sia Papa Francesco che io abbiamo chiesto ai fedeli di tutto il mondo di pregare per questa intenzione. Non possiamo rassegnarci alle immagini di morte che ogni giorno le cronache ci propongono. Da questo Santuario, la cui facciata San Bartolo Longo concepì come un monumento alla pace, oggi eleviamo con fede la nostra Supplica. Gesù ci ha detto che tutto può ottenere la preghiera fatta con fede (cfr Mt 21,22). E San Bartolo Longo, pensando alla fede di Maria, la definisce “onnipotente per grazia”. Per sua intercessione, venga dal Dio della pace un’effusione sovrabbondante di misericordia, che tocchi i cuori, plachi i rancori e gli odi fratricidi, illumini quanti hanno speciali responsabilità di governo.

Fratelli e sorelle, nessuna potenza terrena salverà il mondo, ma solo la potenza divina dell’amore, questa potenza divina dell’amore che Gesù, il Signore, ci ha rivelato e donato. Crediamo in Lui, speriamo in Lui, seguiamo Lui!


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Freccia dans Viaggi & Vacanze Documenti dei Papi sul Santo Rosario

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Decidi di accogliere il dono di Gesù e accetta sua Madre come tua

Posté par atempodiblog le 30 avril 2026

Decidi di accogliere il dono di Gesù e accetta sua Madre come tua
di Padre Livio Fanzaga – Il miracolo della conversione, Ed. Piemme

Maggio mese di Maria

“Poi disse al discepolo: ecco tua Madre” (Gv 19, 27). Dopo aver indicato alla Madre i figli, indica ai figli la loro nuova Madre. Non basta che Maria ci accolga come figli e si prenda cura di noi, ma è necessario che noi accettiamo il dono di Gesù, accettandola nella nostra vita come Madre.

“Da quel momento il discepolo la prese con sé” (Gv 19, 27). L’apostolo Giovanni diviene l’esempio di come ogni credente deve aprirsi con gratitudine alla presenza di Maria nella sua vita. Non accoglierLa significa privarsi di un aiuto del quale ha avuto bisogno anche il Figlio di Dio nel tempo del suo pellegrinaggio terreno. Accogliere la Madre di Dio significa accogliere il Figlio di Dio.

Chi lascia che la Madonna guidi la sua vita, si mette nelle migliori condizioni di seguire Gesù. Al contrario chi non l’accetta, respinge anche il Figlio che Lei ha concepito e generato. All’inizio della redenzione Maria ci ha donato Gesù. Al suo compimento dell’opera della salvezza Gesù ci ha donato Maria. Gesù e Maria vengono accolti o respinti insieme.

Considera, caro amico, la grande opportunità che ti viene data di affrontare il tuo viaggio verso il porto dell’eternità con a fianco la soave presenza di Maria. E’ un viaggio pericoloso, durante il quale si può perire. Il naufragio della perdizione eterna è una possibilità che ti segue come un’ombra fino all’ultimo istante. L’impero delle tenebre non lascia nulla di intentato pur di inghiottirti nell’abisso.

Decidi di accogliere il dono di Gesù e accetta sua Madre come tua.

Lei entrerà dolcemente nella tua vita, illuminandola con la sua luce, rallegrandola con il suo sorriso, proteggendola con la sua divina fortezza. Se tu la prendi per mano, Lei non ti lascerà mai. Se rallenti, ti aspetta; se cadi, ti rialza; se sei stanco, ti prende in braccio; se ti perdi, ti viene a cercare. Se non ti allontanerai dal suo Cuore materno, sarai sempre al sicuro.

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L’unica rivoluzione di cui il mondo ha bisogno è quella dell’amore

Posté par atempodiblog le 24 avril 2026

La possibilità che l’amore cambi anche il cuore più indurito
Oggi sono qui per dirvi qualcosa di molto semplice: nessuno è escluso dall’amore di Dio! Ognuno di noi, con la propria storia, i propri errori e le proprie sofferenze, continua a essere prezioso agli occhi del Signore.

Possiamo dirlo con certezza, perché Gesù ci ha rivelato questo in ogni incontro, in ogni gesto e in ogni parola. Persino arrestato, condannato e messo a morte senza alcuna colpa, Lui ci ha amato sino alla fine, mostrando di credere nella possibilità che l’amore cambi anche il cuore più indurito.

Papa Leone XIV, Visita alla prigione di Bata (22 aprile 2026)

“Ci ha amati”, l’Enciclica del Papa sul Sacro Cuore di Gesù dans Articoli di Giornali e News Sacro-Cuore-di-Ges

La rivoluzione di cui il mondo ha bisogno
L’unica rivoluzione di cui il mondo ha bisogno è quella dell’amore. Oggi siamo in grado di comprendere, meglio che in passato, che è la sola che può salvarlo. Passa attraverso il cambiamento di ogni cuore, di ogni famiglia, di ogni rapporto umano.

E’ però necessario che si attinga alla Fonte della Misericordia che Dio ha fatto sgorgare sulla Terra. Questa fonte inesauribile è il Cuore misericordioso di Gesù.

Tratto da: Il Volto della Misericordia, di Padre Livio Fanzaga. SUGARCO EDIZIONI

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Un segreto della vita cristiana: La presenza di una Madre lungo l’intero cammino della vita

Posté par atempodiblog le 20 avril 2026

Non si può stare neutrali o distaccati dalla Madre, altrimenti perdiamo la nostra identità di figli e la nostra identità di popolo, e viviamo un cristianesimo fatto di idee, di programmi, senza affidamento, senza tenerezza, senza cuore. Ma senza cuore non c’è amore e la fede rischia di diventare una bella favola di altri tempi.

La Madre, invece, custodisce e prepara i figli. Li ama e li protegge, perché amino e proteggano il mondo. Facciamo della Madre l’ospite della nostra quotidianità, la presenza costante a casa nostra, il nostro rifugio sicuro. Affidiamole ogni giornata. Invochiamola in ogni turbolenza. E non dimentichiamoci di tornare da lei per ringraziarla.

Papa Francesco

Affidamento a Maria

Un segreto della vita cristiana: La presenza di una Madre lungo l’intero cammino della vita
di Padre Livio Fanzaga – Il miracolo della conversione, Ed. Piemme

È giunto il momento di svelarti un segreto della vita cristiana, che ti ricolmerà di una gioia immensa. La presenza di una Madre lungo l’intero cammino della vita.

La figura di Maria è fondamentale nel cristianesimo perché è la Madre del Signore e la prima credente. È per la sua fede che il Verbo si è fatto carne e ha compiuto l’opera della redenzione. Forse tu l’hai conosciuta solo come una figura di valore, una donna eccezionale degna madre di un così grande Figlio.

Ora però devi conoscerla più da vicino e farla entrare nella tua vita perché ha un compito così importante che neppure immagini.

Infatti, la Madre di Gesù ha ricevuto la missione di essere anche tua madre. Come hai una madre sul piano biologico, così Dio ha voluto che ne avessi una sul piano spirituale.

Lei ti ha preso in consegna fin dal momento del tuo concepimento e puoi essere certo che ti seguirà fino al termine della tua vita, affinché tu giunga felicemente alla meta. Senza che te ne rendessi conto, ti ha seguito nel tempo dei tuoi sbandamenti, preservandoti da pericoli ancora più gravi, e ha silenziosamente preparato la tua conversione.

Ora è necessario che tu ti avvicini al suo cuore e che ti lasci prendere per mano.

Lei ti guiderà con dolce fermezza, aiutandoti a sfuggire a tutte le insidie del serpente. Ti assicuro che, accogliendola nella tua vita e accettando di essere suo figlio, supererai tutti i pericoli e vincerai tutte le battaglie. La tua vita sarà coronata di gloria, quando lei stessa ti accoglierà in Cielo.

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Al Santuario di Mamã Muxima, tra tende e rosari in attesa di Leone XIV

Posté par atempodiblog le 19 avril 2026

Al Santuario di Mamã Muxima, tra tende e rosari in attesa di Leone XIV
Nella vasta area intorno al piccolo luogo di culto risalente al XVII, dove la Vergine è venerata con il nome di Madre del Cuore, come la chiamano gli angolani in lingua kimbundu, giovani e adulti da qualche giorno si sono accampati per aspettare il Pontefice e prendere parte alla preghiera mariana. Gioie e speranze di migliaia di fedeli, entusiasti di potersi raccogliere con il Papa
di Tiziana Campisi – Vatican News

Santuario di Mamã Muxima Angola

Muxima si raggiunge dopo oltre due ore di viaggio da Luanda, quando lungo la strada si diradano abitazioni e baracche e il paesaggio cambia e si ammirano baobab ed euforbie nel verde intenso della vegetazione che diventa sempre più fitta. Poi d’improvviso si apre un’ampia radura brulla. Qui già migliaia di ragazzi e giovani, ma anche adulti, donne soprattutto, si sono accampati per aspettare il Papa, che oggi pomeriggio, 19 aprile, verrà al Santuario di Mamã Muxima per la preghiera del Rosario. Sorprende la distesa variopinta di tende da campeggio, piccole, esposte al sole caldissimo, che non scalfisce nessuno. Tutti sono alle prese con il montaggio dei loro ripari, predispongono giacigli, allestiscono angoli per cucinare, in un clima di gioia e allegria, in fibrillazione, perché qui passerà Leone XIV per giungere nell’antico luogo di culto, che compare alla vista solo scendendo verso le sponde del fiume Kwanza. Nel cantiere che sta realizzando la grande Basilica promessa dal governo angolano nel 1992 a Giovanni Paolo II durante la visita nel Paese, appare ancora più piccolo, mentre gru, escavatrici e impalcature occupano la vasta area intorno. I lavori dovrebbero essere ultimati nel 2027, e nella nuova chiesa ci saranno 4.600 posti a sedere e un piazzale per 200 mila pellegrini.

La storia del santuario
Nel Santuario di Mamã Muxima costruito dai portoghesi, in stile coloniale, insieme ad una piccola fortezza sulla riva sinistra del più grande corso d’acqua dell’Angola, nel XVII secolo, si venera l’Immacolata Concezione, ma per tutti gli angolani è Mamã Muxima, la Madre del Cuore, nella lingua Kimbundu, una delle più parlate nel nord del Paese. Era un piccolo snodo commerciale e nella chiesetta venivano battezzati gli schiavi prima di essere condotti verso la costa, dove iniziavano il loro viaggio senza ritorno verso il continente americano.
Nel tempo la devozione nelle popolazioni indigene è cresciuta, anche per il diffondersi delle voci di eventi prodigiosi attribuiti alla Vergine invocata come Mamã Muxima.
Oggi il santuario mariano, dichiarato monumento nazionale nel 1924, è il più caro alla pietà popolare angolana. Da tutta l’Angola affluiscono pellegrini, che chiedono grazie, guarigioni, riconciliazione in famiglia, pace interiore, protezione dai pericoli della vita e rimangono per più giorni vicini alla Madre del Cuore, accampandosi nelle vicinanze del Santuario e sopportando anche disagi, come prova di affetto verso di lei. E c’è anche chi omaggia con fede Maria percorrendo in ginocchio la spianata adiacente al luogo di culto.

Un luogo caro agli angolani
“Questo è un luogo molto importante per gli angolani; la storia di questo santuario è intrecciata con quella del Paese”, spiega padre Alberto Mpindi Lubanzadio, rettore del Santuario. “La Vergine di Muxima si è presa cura degli angolani; si è presa cura di noi quando il nostro Paese era in guerra – continua il religioso – l’Angola ha vissuto una terribile guerra civile e ora vive in pace; tuttavia c’è ancora del lavoro da fare per la riconciliazione”.
Ma gli angolani “sanno perdonare il passato e ricominciare”, prosegue il rettore, “e dove c’è una minaccia, vedono un’opportunità. Sono riusciti a trovare Dio” attraverso Mamã Muxima, che intercede per il popolo qui dove gli africani perdevano la libertà. “Questo oscuro passato di schiavitù e occupazione straniera è ormai alle nostre spalle – sottolinea padre Mpindi Lubanzadio – e oggi Muxima è un luogo di pace”.

Le speranze e le attese dei pellegrini
Nell’improvvisato campo di tende che crescono di ora in ora sulla terra rossa, Marcellina João Monteiro è contenta perché “Papa Leone arriverà presto”. Spera “che l’Angola conosca la pace e la felicità, che i suoi leader abbiano amore per il popolo sofferente”, che il Papa illumini i cuori e le menti e che ci sia più attenzione per quanti soffrono in tutto il mondo.
Poco più avanti, Pedro Juvenil sta piantando la sua canadese. Ogni anno viene a Muxima per il pellegrinaggio nazionale ed è convinto che il Papa “porterà un messaggio di fede e di speranza” e che il suo messaggio “cambierà molte cose di cui abbiamo bisogno qui in Angola”. Auspica che migliorino in particolare “i servizi sociali e le strutture sanitarie di base”.
Teresa Neto è venuta a Muxima per ricevere la benedizione di Leone XIV. Come lei, anche Laura Ngula, è arrivata qui “per vedere il nostro Papa, il nostro vescovo”.
Entusiaste pure due studentesse dell’Università Cattolica dell’Angola, che amano partecipare ai pellegrinaggi e negli eventi importanti come questo, offrono il loro aiuto come possono.
Insomma, migliaia di angolani stanno vegliando a Muxima per l’arrivo del Papa: con lui vogliono chiedere l’intercessione della Madre del Cuore perché nel mondo ci sia pace.

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Preghiera del Santo Rosario per invocare il dono della pace

Posté par atempodiblog le 11 avril 2026

 PREGHIERA DEL SANTO ROSARIO PER INVOCARE IL DONO DELLA PACE

VEGLIA DI PREGHIERA
PRESIEDUTA DAL SANTO PADRE LEONE XIV

Basilica di San Pietro
Sabato, 11 aprile 2026 

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Saluto del Santo Padre sul sagrato della Basilica prima dell’inizio della Veglia ai fedeli presenti in Piazza San Pietro

Carissimi fratelli e sorelle, buonasera! Benvenuti!

Un saluto molto fraterno, molto grande a tutti voi. Grazie per la vostra presenza, per aver voluto rispondere a questa chiamata, a questo invito a unirci tutti con la nostra voce, con i nostri cuori, con la nostra vita a pregare per la pace. La pace ce l’abbiamo tutti nei nostri cuori. Che la pace davvero regni in tutto il mondo e che siamo noi portatori di questo messaggio.

Dio ci ascolta, Dio ci accompagna! Gesù ci ha detto che dove due o tre sono riuniti nel suo nome, Lui è presente con loro. In questi giorni dell’Ottava di Pasqua noi crediamo profondamente nella presenza di Gesù risorto fra noi.

Adesso, uniti nella preghiera del Santo Rosario, chiedendo l’intercessione della nostra Madre Maria, vogliamo dire a tutto il mondo che è possibile costruire la pace, una pace nuova; che è possibile vivere insieme con tutti i popoli di tutte le religioni, di tutte le razze; che noi vogliamo essere discepoli di Gesù Cristo uniti come fratelli e sorelle, uniti tutti in un mondo di pace.

Pregate con noi! Grazie per la vostra presenza! Che Dio accompagni voi e i vostri cari oggi e sempre.

Vi do da qui la benedizione, poi preghiamo insieme dalla Basilica e potete seguire con gli schermi. Grazie di nuovo per la vostra presenza.

[Benedizione]

Grazie a tutti, buona preghiera.

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Riflessione del Santo Padre Leone XIV nella Veglia di preghiera per la pace

Cari fratelli e sorelle,

la vostra preghiera è espressione di quella fede che, secondo la parola di Gesù, sposta le montagne (cfr Mt 17,20). Grazie per avere accolto questo invito, radunandovi qui, presso la tomba di San Pietro, e in tanti altri luoghi del mondo a invocare la pace. La guerra divide, la speranza unisce. La prepotenza calpesta, l’amore solleva. L’idolatria acceca, il Dio vivente illumina. Basta un poco di fede, una briciola di fede, carissimi, per affrontare insieme, come umanità e con umanità, quest’ora drammatica della storia. La preghiera, infatti, non è rifugio per sottrarci alle nostre responsabilità, non è anestetico per evitare il dolore che tanta ingiustizia scatena. È invece la più gratuita, universale e dirompente risposta alla morte: siamo un popolo che già risorge! In ognuno di noi, in ogni essere umano, il Maestro interiore insegna infatti la pace, sospinge all’incontro, ispira l’invocazione. Alziamo allora lo sguardo! Rialziamoci dalle macerie! Niente ci può chiudere in un destino già scritto, nemmeno in questo mondo in cui sembrano non bastare i sepolcri, perché si continua a crocifiggere, ad annientare la vita, senza diritto e senza pietà.

San Giovanni Paolo II, instancabile testimone di pace, con commozione disse nel contesto della crisi irachena nel 2003: «Io appartengo a quella generazione che ha vissuto la Seconda Guerra Mondiale ed è sopravvissuta. Ho il dovere di dire a tutti i giovani, a quelli più giovani di me, che non hanno avuto quest’esperienza: “Mai più la guerra!”, come disse Paolo VI nella sua prima visita alle Nazioni Unite. Dobbiamo fare tutto il possibile! Sappiamo bene che non è possibile la pace ad ogni costo. Ma sappiamo tutti quanto è grande questa responsabilità» (Angelus, 16 marzo 2003). Faccio mio questa sera il suo appello, tanto attuale.

La preghiera ci educa ad agire. Le limitate possibilità umane si congiungono nella preghiera alle infinite possibilità di Dio. Pensieri, parole e opere infrangono, allora, la demoniaca catena del male e si mettono a servizio del Regno di Dio: un Regno in cui non c’è spada, né drone, né vendetta, né banalizzazione del male, né ingiusto profitto, ma solo dignità, comprensione, perdono. Abbiamo qui un argine a quel delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo. Gli equilibri nella famiglia umana sono gravemente destabilizzati. Viene trascinato nei discorsi di morte persino il Nome santo di Dio, il Dio della vita. Scompare allora un mondo di fratelli e sorelle con un solo Padre nei cieli e, come in un incubo notturno, la realtà si popola di nemici. Ovunque si avvertono minacce, invece di chiamate all’ascolto e all’incontro. Fratelli e sorelle, chi prega ha coscienza del proprio limite, non uccide e non minaccia la morte. Invece, alla morte è asservito chi ha voltato le spalle al Dio vivente, per fare di sé stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo (cfr Sal 115,4-8), cui sacrificare ogni valore e pretendere che il mondo intero pieghi il ginocchio.

Basta con l’idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della forza! Basta con la guerra! La vera forza si manifesta nel servire la vita. San Giovanni XXIII, con semplicità evangelica, scrisse: «Dalla pace tutti traggono vantaggi: individui, famiglie, popoli, l’intera famiglia umana». E ripetendo le parole lapidarie di Pio XII aggiungeva: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può essere perduto con la guerra» (Lett. enc. Pacem in terris, 62).

Uniamo, dunque, le energie morali e spirituali di milioni, miliardi di uomini e donne, di anziani e di giovani che oggi credono nella pace, che oggi scelgono la pace, che curano le ferite e riparano i danni lasciati della follia della guerra. Ricevo tante lettere di bambini dalle zone di conflitto: leggendole si percepisce, con la verità dell’innocenza, tutto l’orrore e la disumanità di azioni che alcuni adulti vantano con orgoglio. Ascoltiamo la voce dei bambini!

Cari fratelli e sorelle, certo vi sono inderogabili responsabilità dei governanti delle Nazioni. A loro gridiamo: fermatevi! È il tempo della pace! Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte! Vi è però, non meno grande, la responsabilità di tutti noi, uomini e donne di tanti Paesi diversi: un’immensa moltitudine che ripudia la guerra, coi fatti, non solo a parole. La preghiera ci impegna a convertire ciò che resta di violento nei nostri cuori e nelle nostre menti: convertiamoci a un Regno di pace che si edifica giorno per giorno, nelle case, nelle scuole, nei quartieri, nelle comunità civili e religiose, rubando terreno alla polemica e alla rassegnazione con l’amicizia e la cultura dell’incontro. Torniamo a credere nell’amore, nella moderazione, nella buona politica. Formiamoci e giochiamoci in prima persona, ciascuno rispondendo alla propria vocazione. Ognuno ha il suo posto nel mosaico della pace!

Il Rosario, come altre antichissime forme di preghiera, ci ha uniti stasera nel suo ritmo regolare, impostato sulla ripetizione: la pace si fa spazio così, parola dopo parola, gesto dopo gesto, come una roccia si scava goccia dopo goccia, come al telaio la tessitura avanza movimento dopo movimento. Sono i tempi lunghi della vita, segno della pazienza di Dio. Abbiamo bisogno di non farci travolgere dall’accelerazione di un mondo che non sa cosa rincorre, per tornare a servire il ritmo della vita, l’armonia della creazione, e curarne le ferite. Come ci ha insegnato Papa Francesco, «c’è bisogno di artigiani di pace disposti ad avviare processi di guarigione e di rinnovato incontro con ingegno e audacia» (Lett. enc. Fratelli tutti, 225). C’è infatti «una “architettura” della pace, nella quale intervengono le varie istituzioni della società, ciascuna secondo la propria competenza, però c’è anche un “artigianato” della pace che ci coinvolge» (ibid., 231).

Cari fratelli e sorelle, torniamo a casa con questo impegno di pregare sempre, senza stancarci, e di profonda conversione del cuore. La Chiesa è un grande popolo a servizio della riconciliazione e della pace, che avanza senza tentennamenti, anche quando il rifiuto della logica bellica può costarle incomprensione e disprezzo. Essa annuncia il Vangelo della pace ed educa a obbedire a Dio piuttosto che agli uomini, specie quando si tratta dell’infinita dignità di altri esseri umani, messa a repentaglio dalle continue violazioni del diritto internazionale. «In tutto il mondo è auspicabile che ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono. Oggi più che mai, infatti, occorre mostrare che la pace non è un’utopia» (Messaggio per la LIX Giornata mondiale della pace, 1° gennaio 2026).

Fratelli e sorelle di ogni lingua, popolo e nazione: siamo una sola famiglia che piange, che spera e che si rialza. «Mai più la guerra, avventura senza ritorno, mai più la guerra, spirale di lutti e di violenza» (S. Giovanni Paolo II, Preghiera per la pace, 2 febbraio 1991).

Carissimi, la pace sia con tutti voi! È la pace di Cristo risorto, frutto del suo sacrificio d’amore sulla croce. Per questo a Lui rivolgiamo la nostra supplica:

Signore Gesù,
tu hai vinto la morte senza armi né violenza:
hai dissolto il suo potere con la forza della pace.
Donaci la tua pace,
come alle donne incerte nel mattino di Pasqua,
come ai discepoli nascosti e spaventati.
Manda il tuo Spirito,
respiro che dà vita, che riconcilia,
che rende fratelli e sorelle gli avversari e i nemici.
Ispiraci la fiducia di Maria, tua madre,
che col cuore straziato stava sotto la tua croce,
salda nella fede che saresti risorto.
La follia della guerra abbia termine
e la Terra sia curata e coltivata da chi ancora
sa generare, sa custodire, sa amare la vita.
Ascoltaci, Signore della vita!


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Cristo è risorto! Buona Pasqua!

Posté par atempodiblog le 5 avril 2026

Cristo è risorto! Alleluia!

Auguri a tutti per una Santa Pasqua di pace e di vera gioia che solo Cristo può donare.

Cristo è risorto Buona Pasqua

Fratelli e sorelle,
Cristo è risorto! Buona Pasqua!

Da secoli la Chiesa canta con esultanza l’avvenimento che è origine e fondamento della sua fede:

«Il Signore della vita era morto / ma ora, vivo trionfa. / Sì, ne siamo certi: / Cristo è davvero risorto. / Tu, Re vittorioso, / abbi pietà di noi» (Sequenza di Pasqua).

Papa Leone XIV

Divisore dans San Francesco di Sales

Ripetiamo con la nostra Santa Madre Chiesa questo canto di vittoria:

«Gesù Cristo è veramente risorto!…».

Egli è il nostro Liberatore, la nostra Luce, la nostra Vita, la nostra Salvezza!

Beata Pauline Marie Jaricot

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Digiuno e preghiera per la pace: da Nord a Sud, la mobilitazione della Chiesa italiana

Posté par atempodiblog le 13 mars 2026

Digiuno e preghiera per la pace: da Nord a Sud, la mobilitazione della Chiesa italiana
Oggi la giornata indetta dalla Cei, con centinaia di iniziative che vedranno protagonista la comunità cristiana. Da Bolzano a Cagliari, passando per Roma, sono previste Messe, Via Crucis e adorazioni eucaristiche. «La gente è preoccupata per la guerra, per questo la risposta dei fedeli è stata immediata»
di Roberta Pumpo – Avvenire

Digiuno, preghiera e poi pace: le priorità da ristabilire dans Articoli di Giornali e News Digiuno-e-preghiere

Dall’arcidiocesi di Cagliari a quella di Foggia-Bovino, dalle diocesi di Grosseto e Pitigliano-Sovana-Orbetello all’arcidiocesi di Pisa, per ribadire che «la guerra non è e non può mai essere la risposta» e implorare dal Signore che taccia il fragore delle armi. Sono centinaia le comunità in Italia che hanno aderito alla Giornata di preghiera e digiuno per la pace indetta per oggi dalla Conferenza episcopale italiana. Sarà anche l’occasione per pregare per padre Pierre al-Rahi, parroco a Qlayaa, nel Sud del Libano, e cappellano regionale della Caritas, ucciso il 9 marzo in un bombardamento mentre soccorreva un parrocchiano ferito in un precedente raid.

Incontri, Messe, Via Crucis, recita del Rosario, adorazioni eucaristiche: sono tante e diverse le iniziative organizzate dalle comunità per invocare la fine dei conflitti in Medio Oriente e in ogni angolo della Terra ferito da guerre, macerie e lutti. Un’invocazione costante in questi giorni, risuonata già l’11 marzo nelle parole del cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei. Da Assisi, dove ha presieduto la Messa per implorare il dono della pace in Ucraina, volgendo lo sguardo al mondo intero, ha sottolineato che «non dobbiamo mai dimenticare che ogni guerra è fratricida. Qui impariamo la via della misericordia e della gioia: san Francesco continua a parlare, non perché offra soluzioni tecniche, ma perché la sua vita indica la sorgente autentica della pace».

Oggi invece, a Cagliari, la cappella del Seminario arcivescovile, a partire dalle 19, ospiterà la preghiera per la pace guidata dall’arcivescovo Giuseppe Baturi, segretario generale della Cei. A seguire, nella Sala Benedetto XVI, padre Pier Luigi Maccalli, missionario della Società delle Missioni Africane, racconterà la sua esperienza. Missionario in Costa d’Avorio e in Niger, fu sequestrato dalla sua casa, nel villaggio di Bomoanga, nel 2018 da un gruppo jihadista, trascorrendo due anni e tre settimane di prigionia nel Sahel prima della liberazione nell’ottobre 2020. «Di fronte alle tante guerre che feriscono i popoli – ha affermato l’arcivescovo – la comunità cristiana sente il dovere di intensificare la preghiera e il digiuno, affidando al Signore il desiderio di pace che abita il cuore dell’umanità. La pace non è solo assenza di conflitto, ma nasce dalla conversione dei cuori, dal riconoscimento della dignità di ogni persona e dalla volontà di costruire relazioni di giustizia e fraternità».

L’arcivescovo di Foggia-Bovino Giorgio Ferretti presiederà alle 19 la Messa in Cattedrale. «In tutte e 54 le parrocchie dell’arcidiocesi si celebrerà una Messa per la pace – spiega il presule –. Sarà un venerdì di Quaresima particolare. Noi credenti abbiamo l’arma del digiuno e della preghiera per chiedere al Signore di far tacere le armi, di risparmiare i deboli e di donare la pace al mondo. La celebrazione eucaristica in Cattedrale vuole essere un segno di unità dell’arcidiocesi. Parteciperanno in particolare molte religiose, una rappresentanza delle diverse parrocchie, il capitolo canonico metropolitano. Siamo grati alla Cei per aver indetto questa Giornata. A Foggia, ma ovunque in Italia, si avverte il desiderio di pace in un mondo dove ormai, come diceva papa Francesco, si combatte una terza guerra mondiale a pezzi».

Nelle diocesi di Grosseto e di Pitigliano-Sovana-Orbetello sono stati organizzati momenti di preghiera fin dal mattino, con la recita comunitaria delle Lodi, e molte chiese resteranno aperte fino alle 22 per l’orazione davanti al Santissimo Sacramento. Nella parrocchia di Santa Lucia, a Grosseto, la Giornata va a innestarsi nella vita liturgica quotidiana. Il parroco, frate Valerio Mauro, spiega che «la mattina la Messa e le Lodi sono ordinarie. È stata aggiunta la recita del Rosario perché, solitamente, nei venerdì di Quaresima questo è sostituito dalla Via Crucis». Oggi, invece, «sia il Rosario sia la Via Crucis saranno adattati al tema della pace. Per la Giornata abbiamo promosso anche l’adorazione eucaristica dalle 20 alle 21». In questi giorni la preghiera è stata intensificata «perché è l’unica cosa che si può fare adesso; non ci sono altre strade», afferma in modo deciso. Non lontano dalla parrocchia c’è la base del 4° Stormo dell’Aeronautica Militare e «si nota che i voli non sono più sporadici».

Corale anche la risposta delle chiese della Versilia. Monsignor Roberto Canale, parroco del Duomo di San Martino a Pietrasanta, nell’arcidiocesi di Pisa, racconta che appena ha condiviso la proposta della Cei sui canali social «la risposta dei fedeli è stata immediata. C’è una grande sensibilità da parte di tutti quelli che credono nel potere della preghiera. Hanno aderito tutte le parrocchie limitrofe. La gente è preoccupata e si sente impotente».
Alle 17 si terrà la Via Crucis e dalle 20 alle 21,30 l’adorazione eucaristica. Quest’ultima scelta d’orario non è casuale perché è proprio «l’ora della cena – spiega monsignor Canale –. I fedeli sanno che questo è un invito concreto al digiuno e alla preghiera, un modo per “alzare” il cuore più che la voce».

La Caritas della diocesi di Roma promuove invece un incontro di preghiera alle 13 nella cappella Santa Giacinta della Cittadella della Carità presieduta dal vice direttore dell’organismo pastorale, don Paolo Salvini. «La cappella di Santa Giacinta è da sempre un punto di riferimento aperto al territorio», racconta il direttore della Caritas Giustino Trincia. Ogni mattina alle 8 si celebra la Messa per gli oltre cento ospiti della struttura, gli operatori e i residenti in zona. Oggi l’Eucarestia sarà dedicata particolarmente alla pace, seguendo anche le indicazioni della Cei. «Aderiamo con convinzione all’appello della Cei – aggiunge Trincia –. Alle 13, orario solitamente dedicato al pranzo, ci fermeremo per la preghiera. Ciò che non viene consumato fisicamente, viene donato idealmente e materialmente in opere di carità. Sarà un momento incentrato sulla Parola di Dio, sulla meditazione e, soprattutto, sul silenzio».

Nel segno di Chiara Lubich la preghiera promossa dall’arcidiocesi di Trento che aderisce alla Giornata indetta della Cei con una Messa che sarà presieduta dall’arcivescovo Lauro Tisi in Cattedrale. La liturgia era già in programma in memoria della morte della fondatrice del Movimento dei Focolari, avvenuta il 14 marzo 2008. Sarà l’occasione per invocare la fine dei conflitti e implorare il dono della pace, di cui la stessa Lubich fu “seminatrice” durante la Seconda guerra mondiale e poi per tutta la sua vita.

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Martire e pastore. La vita, donata in letizia, di padre Diep

Posté par atempodiblog le 12 mars 2026

Martire e pastore. La vita, donata in letizia, di padre Diep
Il 2 luglio 2026 si terrà la sua solenne beatificazione

Francesco Saverio Tru o ng Bǚu Diệp

Dagli anni ‘80 gruppi di pellegrini, da tutto il Vietnam, si recano alla chiesa di Tac Say, nel Delta del Mekong, l’estremità meridionale del Vietnam. La loro visita è motivata dalla devozione e dalla richiesta di intercessione al sacerdote Phanxicô Xaviê Trương Bửu Diệp, sepolto in quella chiesa, di cui la Santa Sede ha riconosciuto il martirio.

Il 25 novembre 2024, Papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto sul martirio di padre Phanxicô Xaviê Trương Bửu Diệp (1897-1946), sacerdote diocesano vietnamita assassinato in odio alla fede durante la prima guerra del Vietnam.

Il numero di persone che hanno ricevuto grazie e benedizioni nella vita tramite l’intercessione di padre Diep è aumentato negli anni, così un numero sempre maggiore di fedeli, ma anche di non cattolici, provenienti dal paese e dall’estero si sono recati alla chiesa di Tac Say.

In special modo l’11 e il 12 marzo (per l’anniversario della morte) i pellegrini sono decine di migliaia. Partecipano alla messa e pregano con riverenza e solennità. Ma anche nel corso dell’anno il flusso di persone che sosta sulla sua tomba è ininterrotto.

Padre Diep è considerato il sacerdote cattolico più amato in Vietnam, una nazione in cui i buddisti costituiscono oltre l’80% della popolazione. Lo testimoniano i pellegrinaggi spontanei di persone di tutti i ceti sociali e di diverse religioni, da ogni zona del paese. Tutti pregano affinché padre Diep sostenga le loro famiglie e li aiuti a superare situazioni difficili della vita.

L’immagine di Padre Diep è presente ovunque: nelle case, negli uffici, nei negozi, nei mercati, nei ristoranti, nelle auto, nelle strade urbane ma anche nelle remote aree rurali. Un gran numero di vietnamiti ha accolto Padre Diep nelle loro vite in modo così intimo che porta sempre con sé la sua immaginetta, tra gli effetti personali, nella forte convinzione che egli li aiuterà amorevolmente nelle circostanze della vita.

“Padre Diep era molto gentile, la sua voce era mite ma chiara quando predicava. Era un prete che amava molto i poveri: quando c’erano persone povere e affamate, o persone in difficoltà nel trovare un alloggio, donava loro riso dalla sua dispensa e faceva di tutto per aiutarle”, racconta all’Agenzia Fides Giacobbe Huynh Van Lap, un chierichetto che viveva con lui quando il sacerdote era parroco della chiesa di Tac Say.

Negli anni 1945-1946, la situazione sociale era molto caotica e instabile quando francesi e giapponesi combattevano per il dominio del Vietnam. Nelle aree rurali come il territorio della parrocchia di Tac Say, la situazione era ancora più tragica a causa dello stato di anarchia e dei saccheggi che si verificavano ogni giorno. Era anche il periodo in cui padre Truong Buu Diep era parroco della parrocchia di Tac Say, nel distretto di Gia Rai, parte della provincia di Bac Lieu, nel Vietnam meridionale. In quella situazione instabile, altri preti, temendo per la vita del loro confratello, gli consigliavano di nascondersi finché la situazione non si fosse stabilizzata. Anche i francesi per tre volte giunsero davanti alla chiesa per trarlo in salvo, ma padre Diep si rifiutò e rispose: “Vivo con il gregge dei miei fedeli e, se devo morire, desidero morire con loro”.

Il 12 marzo 1946 fu arrestato dai giapponesi, insieme a oltre 70 abitanti del villaggio, nella parrocchia di Tac Say. Tutti furono rinchiusi in un granaio. Come racconta Van Lap, i soldati ammassarono della paglia intorno a loro, con l’intenzione di bruciarla per ucciderli tutti, ma padre Diep disse agli uomini armati: “Sono io il Pastore di questi fedeli, sono disposto a morire per loro. Prendete me”. Il capo del gruppo armato pensava che uccidendo padre Diep la parrocchia e la comunità di Tac Say si sarebbero disintegrate. Di fronte alle parole di padre Diep, che si era offerto di morire per la sua comunità, molti cattolici si inginocchiarono e gli chiesero di ricevere per l’ultima volta il sacramento della confessione. Altri, che non erano cattolici, gli chiesero di farsi battezzare.

Quella notte, uomini armati portarono fuori Padre Diep e lo decapitarono. Coloro che erano presenti all’esecuzione raccontarono in seguito che, di fronte alla morte, padre Diep rimase in uno stato di pace e profonda serenità, senza mostrare la minima paura. Guardò i due carnefici e gentilmente disse loro: “Vi perdono per le vostre azioni”. Dopo aver decapitato padre Diep, i due carnefici si inginocchiarono, con il corpo tremante, e corsero via verso la foresta. Da quel momento in poi, nessuno li vide mai più.

Il giorno dopo, il corpo del sacerdote fu trovato in uno stagno. Le sue mani erano ancora giunte davanti al petto come se stesse pregando. I parrocchiani lo ripresero e lo seppellirono segretamente nella chiesa di Khuc Treo, nel comune di An Trach, all’interno della provincia di Bac Lieu, a 7 km dalla chiesa di Tac Say.

Nel 1969 i suoi resti furono trasferiti nella chiesa di Tac Say, dove aveva svolto il ministero di parroco per 16 anni. La sua tomba attuale è stata ristrutturata il 4 giugno 1989 e ora è un luogo in cui i pellegrini vengono a vistarlo giorno e notte.

Francis Truong Buu Diep è nato il 1° gennaio 1897 ed è stato battezzato il 2 febbraio 1897 nella parrocchia di Con Phuoc, nel comune di My Luong, nella provincia di An Giang. Nel 1909, fu mandato al seminario minore di Cu Lao Gieng, nel comune di Tan My per studiare. Dopo aver terminato il seminario minore, andò al seminario maggiore di Nam Vang, in Cambogia (a quel tempo, le parrocchie di An Giang, Chau Doc, Ha Tien erano sotto la diocesi di Phnom Penh, in Cambogia). Fu ordinato sacerdote a Nam Vang dal vescovo francese Jean-Baptiste-Maximilien Chabalier MEP nel 1924. Dal 1924 al 1927 fu vice parroco nella parrocchia di Ho Tru, una parrocchia vietnamita che viveva nella provincia di Kandal, in Cambogia. Dal 1927 al 1929, tornò a lavorare come professore al seminario minore di Cu Lao Gieng nella provincia di An Giang. Nel marzo 1930, tornò a prendersi cura della parrocchia di Tac Say, dove venne ucciso il 12 marzo 1946.

di AD-PA – Agenzia Fides

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Papa Francesco: anche se la nostra storia appare “rovinata”, con Dio possiamo ricominciare

Posté par atempodiblog le 7 mars 2026

“Felici coloro che bevevano lo sguardo dei tuoi occhi”.
Charles Péguy

Gesù e la Samaritana

Papa Francesco: anche se la nostra storia appare rovinata, con Dio possiamo ricominciare

Cari fratelli e sorelle,
dopo aver meditato sull’incontro di Gesù con Nicodemo, il quale era andato a cercare Gesù, oggi riflettiamo su quei momenti in cui sembra proprio che Lui ci stesse aspettando proprio lì, in quell’incrocio della nostra vita. Sono incontri che ci sorprendono, e all’inizio forse siamo anche un po’ diffidenti: cerchiamo di essere prudenti e di capire che cosa sta succedendo.

Questa probabilmente è stata anche l’esperienza della donna samaritana, di cui si parla nel capitolo quarto del Vangelo di Giovanni (cfr 4,5-26). Lei non si aspettava di trovare un uomo al pozzo a mezzogiorno, anzi sperava di non trovare proprio nessuno. In effetti, va a prendere l’acqua al pozzo in un’ora insolita, quando è molto caldo. Forse questa donna si vergogna della sua vita, forse si è sentita giudicata, condannata, non compresa, e per questo si è isolata, ha rotto i rapporti con tutti.

Per andare in Galilea dalla Giudea, Gesù avrebbe potuto scegliere un’altra strada e non attraversare la Samaria. Sarebbe stato anche più sicuro, visti i rapporti tesi tra giudei e samaritani. Lui invece vuole passare da lì e si ferma a quel pozzo proprio a quell’ora! Gesù ci attende e si fa trovare proprio quando pensiamo che per noi non ci sia più speranza. Il pozzo, nel Medio Oriente antico, è un luogo di incontro, dove a volte si combinano matrimoni, è un luogo di fidanzamento. Gesù vuole aiutare questa donna a capire dove cercare la risposta vera al suo desiderio di essere amata.

Il tema del desiderio è fondamentale per capire questo incontro. Gesù è il primo a esprimere il suo desiderio: «Dammi da bere!» (v. 10). Pur di aprire un dialogo, Gesù si fa vedere debole, così mette l’altra persona a suo agio, fa in modo che non si spaventi. La sete è spesso, anche nella Bibbia, l’immagine del desiderio. Ma Gesù qui ha sete prima di tutto della salvezza di quella donna. «Colui che chiedeva da bere – dice Sant’Agostino – aveva sete della fede di questa donna».

Se Nicodemo era andato da Gesù di notte, qui Gesù incontra la donna samaritana a mezzogiorno, il momento in cui c’è più luce. È infatti un momento di rivelazione. Gesù si fa conoscere da lei come il Messia e inoltre fa luce sulla sua vita. La aiuta a rileggere in modo nuovo la sua storia, che è complicata e dolorosa: ha avuto cinque mariti e adesso sta con un sesto che non è marito. Il numero sei non è casuale, ma indica di solito imperfezione. Forse è un’allusione al settimo sposo, quello che finalmente potrà saziare il desiderio di questa donna di essere amata veramente. E quello sposo può essere solo Gesù.

Quando si accorge che Gesù conosce la sua vita, la donna sposta il discorso sulla questione religiosa che divideva giudei e samaritani. Questo capita a volte anche a noi mentre preghiamo: nel momento in cui Dio sta toccando la nostra vita coi suoi problemi, ci perdiamo a volte in riflessioni che ci danno l’illusione di una preghiera riuscita. In realtà, abbiamo alzato delle barriere di protezione. Il Signore però è sempre più grande, e a quella donna samaritana, alla quale secondo gli schemi culturali non avrebbe dovuto neppure rivolgere la parola, regala la rivelazione più alta: le parla del Padre, che va adorato in spirito e verità. E quando lei, ancora una volta sorpresa, osserva che su queste cose è meglio aspettare il Messia, Lui le dice: «Sono io, che parlo con te» (v. 26). È come una dichiarazione d’amore: Colui che aspetti sono io; Colui che può rispondere finalmente al tuo desiderio di essere amata.

A quel punto la donna corre a chiamare la gente del villaggio, perché è proprio dall’esperienza di sentirsi amati che scaturisce la missione. E quale annuncio potrà mai aver portato se non la sua esperienza di essere capita, accolta, perdonata? È un’immagine che dovrebbe farci riflettere sulla nostra ricerca di nuovi modi per evangelizzare.

Proprio come una persona innamorata, la samaritana dimentica la sua anfora ai piedi di Gesù. Il peso di quell’anfora sulla sua testa, ogni volta che tornava a casa, le ricordava la sua condizione, la sua vita travagliata. Ma adesso l’anfora è deposta ai piedi di Gesù. Il passato non è più un peso; lei è riconciliata. Ed è così anche per noi: per andare ad annunciare il Vangelo, abbiamo bisogno prima di deporre il peso della nostra storia ai piedi del Signore, consegnare a Lui il peso del nostro passato. Solo persone riconciliate possono portare il Vangelo.

Cari fratelli e care sorelle, non perdiamo la speranza! Anche se la nostra storia ci appare pesante, complicata, forse addirittura rovinata, abbiamo sempre la possibilità di consegnarla a Dio e di ricominciare il nostro cammino. Dio è misericordia e ci attende sempre!

Catechesi del Santo Padre Francesco preparata per l’Udienza Generale del 26 marzo 2025
Ciclo di Catechesi – Giubileo 2025. Gesù Cristo nostra speranza. II. La vita di Gesù. Gli incontri. 2. La Samaritana. «Dammi da bere!» (Gv 4,7)

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A Banneux si rinnova il mistero della Visitazione

Posté par atempodiblog le 12 janvier 2026

A Banneux si rinnova il mistero della Visitazione
di Padre Angelo Maria Tentori – Sorriso tra gli abeti. La Vergine dei Poveri di Banneux

La Vergine dei Poveri di Banneux

15 gennaio 1933. […] Commento alla prima apparizione. […] È passato un po’ di tempo, ma questo messaggio non ha perso nulla della sua attualità, anche perché la Madonna precorre i tempi. Lei è profezia, e spesso anticipa le situazioni che avverranno parecchi anni dopo, non per soddisfare le nostre inutili curiosità, ma per premunirci.

Quella sera, a casa Beco, solo Mariette è sveglia. È in attesa, preoccupata per il fratellino che non è ancora rientrato. Gli altri fratelli e sorelle sono già a letto. Il papà si addormentato, cullando una delle più piccole. La mamma si è assopita anche lei, nel tentativo di addormentare l’ultima arrivata, di tre mesi; e Mariette è accanto al pagliericcio del fratellino ammalato. Continua a guardare dalla finestra. Probabilmente, anche questo quadro d’insieme ha il suo significato. C’è in questa famiglia non solo una povertà materiale, ma anche quella spirituale: una povertà completa. La famiglia si è come dimenticata del Signore e naturalmente hanno l’impressione che il Signore si sia dimenticato di loro. E quindi si rinchiudono in se stessi nello sforzo di andare avanti come possono, appoggiandosi sulle loro poche forze e risorse.

Solo Mariette, esce da questo isolamento, se non altro con un gesto esteriore: l’attesa del fratellino e il guardare fuori dalla finestra. Ma il Signore e la Madonna non si erano dimenticati di questa famiglia.

E poi, nonostante l’apatia e l’indifferenza religiosa, qualche Ave Maria veniva recitata casualmente dalla piccola Mariette, e quel quadretto della Vergine sopra il suo pagliericcio dimostrava che qualche speranza nel suo aiuto persisteva. Allora vuol dire che, almeno nel loro subcosciente un’attesa c’era. Un’attesa di Lei, quell’attesa che spesso sopravvive anche in chi ha abbandonato la fede. Perché la speranza nella Vergine Santa è sempre l’ultima a morire.

E la Madonna, a Banneux, dimostra che Lei non delude i suoi figli che, in qualche modo, attendono qualcosa dalla loro Madre del Cielo. A differenza di tante altre apparizioni, questa volta la Madonna non incontra la veggente lontano da casa sua. È Lei che si presenta alla porta di casa. Entra nel giardino e attende. Ci manca poco che bussi alla porta. Ciò esprime una vicinanza e una presenza familiare che mai aveva manifestato prima. Va a domicilio, come per una visita, rinnovando il mistero della Visitazione. Come allora, è Lei che si mette in cammino per andare a trovare qualcuno.

La Madonna va a portare la sua presenza e il suo messaggio nel luogo più naturale, che è la casa, l’ambiente familiare. Si mette come alla pari con la piccola; quasi come una sorella maggiore, dato che l’età che dimostra potrebbe essere sui 18-19 anni, secondo la valutazione di Mariette. Quando la bambina la scorge attraverso la finestra, Lei è già lì; non l’ha vista venire. Mentre cullava il piccolo René, Lei era venuta e aspettava che la piccola ancora una volta sollevasse il drappo che faceva da cortina alla finestra e si affacciasse. […]

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