A Banneux si rinnova il mistero della Visitazione

Posté par atempodiblog le 12 janvier 2026

A Banneux si rinnova il mistero della Visitazione
di Padre Angelo Maria Tentori – Sorriso tra gli abeti. La Vergine dei Poveri di Banneux

La Vergine dei Poveri di Banneux

15 gennaio 1933. […] Commento alla prima apparizione. […] È passato un po’ di tempo, ma questo messaggio non ha perso nulla della sua attualità, anche perché la Madonna precorre i tempi. Lei è profezia, e spesso anticipa le situazioni che avverranno parecchi anni dopo, non per soddisfare le nostre inutili curiosità, ma per premunirci.

Quella sera, a casa Beco, solo Mariette è sveglia. È in attesa, preoccupata per il fratellino che non è ancora rientrato. Gli altri fratelli e sorelle sono già a letto. Il papà si addormentato, cullando una delle più piccole. La mamma si è assopita anche lei, nel tentativo di addormentare l’ultima arrivata, di tre mesi; e Mariette è accanto al pagliericcio del fratellino ammalato. Continua a guardare dalla finestra. Probabilmente, anche questo quadro d’insieme ha il suo significato. C’è in questa famiglia non solo una povertà materiale, ma anche quella spirituale: una povertà completa. La famiglia si è come dimenticata del Signore e naturalmente hanno l’impressione che il Signore si sia dimenticato di loro. E quindi si rinchiudono in se stessi nello sforzo di andare avanti come possono, appoggiandosi sulle loro poche forze e risorse.

Solo Mariette, esce da questo isolamento, se non altro con un gesto esteriore: l’attesa del fratellino e il guardare fuori dalla finestra. Ma il Signore e la Madonna non si erano dimenticati di questa famiglia.

E poi, nonostante l’apatia e l’indifferenza religiosa, qualche Ave Maria veniva recitata casualmente dalla piccola Mariette, e quel quadretto della Vergine sopra il suo pagliericcio dimostrava che qualche speranza nel suo aiuto persisteva. Allora vuol dire che, almeno nel loro subcosciente un’attesa c’era. Un’attesa di Lei, quell’attesa che spesso sopravvive anche in chi ha abbandonato la fede. Perché la speranza nella Vergine Santa è sempre l’ultima a morire.

E la Madonna, a Banneux, dimostra che Lei non delude i suoi figli che, in qualche modo, attendono qualcosa dalla loro Madre del Cielo. A differenza di tante altre apparizioni, questa volta la Madonna non incontra la veggente lontano da casa sua. È Lei che si presenta alla porta di casa. Entra nel giardino e attende. Ci manca poco che bussi alla porta. Ciò esprime una vicinanza e una presenza familiare che mai aveva manifestato prima. Va a domicilio, come per una visita, rinnovando il mistero della Visitazione. Come allora, è Lei che si mette in cammino per andare a trovare qualcuno.

La Madonna va a portare la sua presenza e il suo messaggio nel luogo più naturale, che è la casa, l’ambiente familiare. Si mette come alla pari con la piccola; quasi come una sorella maggiore, dato che l’età che dimostra potrebbe essere sui 18-19 anni, secondo la valutazione di Mariette. Quando la bambina la scorge attraverso la finestra, Lei è già lì; non l’ha vista venire. Mentre cullava il piccolo René, Lei era venuta e aspettava che la piccola ancora una volta sollevasse il drappo che faceva da cortina alla finestra e si affacciasse. […]

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Papa Leone XIV proclama l’Anno Giubilare Francescano per l’800º anniversario del transito di San Francesco d’Assisi

Posté par atempodiblog le 11 janvier 2026

Papa Leone XIV proclama l’Anno Giubilare Francescano per l’800º anniversario del transito di San Francesco d’Assisi
di: Ordo Fratrum Minorum – Frati Francescani

Papa Leone XIV proclama l Anno Giubilare Francescano

Con gioia comunichiamo la promulgazione del Decreto che istituisce uno speciale Anno Giubilare in commemorazione dell’ottavo centenario del transito di San Francesco d’Assisi. Sua Santità Papa Leone XIV ha stabilito che, dal 10 gennaio 2026 al 10 gennaio 2027, si celebri questo Anno di San Francesco, durante il quale tutti i fedeli cristiani sono invitati a seguire l’esempio del Santo di Assisi, diventando modelli di santità di vita e testimoni instancabili di pace. La Penitenzieria Apostolica concede l’indulgenza plenaria, alle consuete condizioni, a quanti parteciperanno devotamente a questo straordinario Giubileo, che rappresenta un’ideale continuazione del Giubileo Ordinario del 2025.

Questo Anno giubilare è rivolto in modo particolare ai membri delle Famiglie Francescane del Primo, Secondo e Terzo Ordine Regolare e Secolare, così come agli Istituti di vita consacrata, alle Società di vita apostolica e alle Associazioni che osservano la Regola di San Francesco o si ispirano alla sua spiritualità. Tuttavia, la grazia di questo anno speciale si estende anche a tutti i fedeli, senza distinzione, che, con l’animo distaccato dal peccato, visiteranno in forma di pellegrinaggio qualsiasi chiesa conventuale francescana o luogo di culto dedicato a San Francesco in qualunque parte del mondo. Gli anziani, i malati e quanti, per gravi motivi, non possono uscire di casa, potranno ugualmente ottenere l’indulgenza plenaria unendosi spiritualmente alle celebrazioni giubilari e offrendo a Dio le loro preghiere, i loro dolori e le loro sofferenze.

In questo tempo di celebrazione, che corona otto secoli di memoria francescana, invitiamo cordialmente tutti i fedeli a prendere parte attiva a questo eccezionale Giubileo. Il luminoso esempio di San Francesco, che seppe farsi povero e umile per essere un vero alter Christus sulla terra, ispiri i nostri cuori a vivere nella carità cristiana autentica verso il prossimo e con sinceri desideri di concordia e di pace tra i popoli. Sulle orme del Poverello di Assisi, trasformiamo la speranza che ci ha resi pellegrini durante l’Anno Santo in fervore e zelo di carità operosa. Questo Anno di San Francesco sia per ciascuno di noi un’occasione provvidenziale di santificazione e di testimonianza evangelica nel mondo contemporaneo, a gloria di Dio e per il bene di tutta la Chiesa.

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Condizioni per ricevere l’Indulgenza
(per sé o per i defunti)

  • Confessione sacramentale per essere in grazia di Dio (negli otto giorni precedenti o seguenti);
  • Partecipazione alla Messa e Comunione eucaristica;
  • Visitare in forma di pellegrinaggio qualsiasi chiesa conventuale francescana o luogo di culto dedicato a San Francesco in qualunque parte del mondo, dove si rinnova la professione di fede, mediante la recita del Credo, per riaffermare la propria identità cristiana;
  • La recita del Padre Nostro, per riaffermare la propria dignità di figli di Dio, ricevuta nel Battesimo;
  • Una preghiera secondo le intenzioni del Papa, per riaffermare la propria appartenenza alla Chiesa, il cui fondamento e centro visibile di unità è il Romano Pontefice.

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Medjugorje, quello che vuol dire la nostra Madre Celeste/ Testimonianza di Mirjana ad un festival dei giovani

Posté par atempodiblog le 3 janvier 2026

Medjugorje, quello che vuol dire la nostra Madre Celeste/ Testimonianza di Mirjana ad un festival dei giovani
Tratto da: Radio Maria FB

Mirjana di Medjugorje

«[…] Voi certamente sapete che la Madonna qui a Medjugorje ha dato a ciascuno di noi sei veggenti una missione. La mia è la preghiera per coloro che non hanno conosciuto l’Amore di Dio, quelli che noi chiamiamo “i non credenti”.

La Madre Celeste non dice mai “non credenti”. Se tu dici a qualcuno “sei un non credente”, tu lo hai condannato.

In questi [...] anni non l’ho mai sentita condannare qualcuno.

Lei dice: “Coloro che non hanno ancora conosciuto l’Amore di Dio”

Quando pregate per loro pregate anche per voi stessi e per il vostro futuro. Chiede anche il nostro esempio.

Non chiede che andiamo a fare la predica ad altri; chiede che parliamo con la nostra vita, affinché i non credenti possano vedere attraverso di noi Dio ed il Suo Amore.

Vi prego di prendere sul serio queste cose, perché ciascuno di noi ha un non credente vicino: o in famiglia o a casa o sul posto di lavoro.

Questo non credente guarda noi e la nostra vita. Dobbiamo chiederci: “Vede Dio in noi? Vede l’Amore di Dio?”, perché noi risponderemo di questo.
Noi che diciamo di essere figli di Dio. Noi che diciamo di aver conosciuto l’Amore di Dio.

Vi racconterò un esempio simpatico:

Ho problemi con la schiena. Una sera sono venuta a Messa e volevo sedermi. C’era posto e mi sono accomodata.

Invece i pellegrini che erano lì hanno cominciato a sgridarmi: “Alzati. Questo è il nostro banco. Come osi? Noi siamo venuti prima di te”.

Io mi sono alzata.

Un attimo dopo è venuta una signora che faceva parte di quel gruppo e mi ha riconosciuta e ha riferito loro che sono una dei veggenti. A quel punto mi hanno offerto tutto il banco.

Ma come pensate che sia ciò davanti agli occhi di un non credente che per la prima volta la Madonna ha chiamato qui a Medjugorje?

Se entro in una chiesa e dentro ci sono quelli che dicono di conoscere l’Amore di Dio e si comportano in quel modo: non entrerei più in una chiesa. E di chi sarebbe la responsabilità?

Questo è quello che vuol dire la nostra Madre Celeste.

In ogni nostra parola, in ogni nostro comportamento si deve vedere ciò che diciamo di essere; si deve vedere l’Amore di Dio. Perciò abbiamo una grande responsabilità [...]».

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Giornata mondiale pace: card. Pizzaballa, “lo stile di Maria – custodire, meditare e accogliere – antidoto alla violenza”

Posté par atempodiblog le 3 janvier 2026

Giornata mondiale pace: card. Pizzaballa, “lo stile di Maria – custodire, meditare e accogliere – antidoto alla violenza”
di Daniele Rocchi – Agenzia SIR

Maria luogo teologico dove comprendiamo come Dio desidera agire 

“La violenza spesso nasce dalla fretta di giudicare, dall’impulso immediato di reagire, dal rumore assordante che soffoca ogni parola vera e ogni ascolto paziente. La pace è un’opera di custodia: custodia della relazione, della parola data, del mistero dell’altro che non comprendiamo subito, della memoria fragile della bontà di Dio nella nostra storia. È un lavoro artigianale, silenzioso, che si fa nel cuore prima che sulle piazze”.

Lo ha detto il patriarca latino di Gerusalemme, card. Pierbattista Pizzaballa, celebrando [...] a Gerusalemme la solennità di Maria Madre di Dio e la Giornata mondiale della pace. Custodire, meditare e accogliere, ha ricordato il patriarca, “è lo stile di Maria. È il ritratto di una pace interiore, ma attiva, non passiva”.

“Antidoto profetico alla violenza sottile e diffusa del nostro tempo” ha aggiunto. “Dio opera la salvezza, costruisce la sua storia con l’umanità, attraverso l’accoglienza, l’umiltà, la generazione, la relazione.

La pace, quindi, non scende dall’alto come un miracolo magico che annulla le contraddizioni; germoglia lentamente, come un seme, dalla terra feconda di un cuore che dice ‘eccomi’, che diventa spazio, che si rende disponibile.

Maria, in questo, è più che un modello; è il ‘luogo’ teologico dove comprendiamo come Dio desidera agire: a partire dall’interno, non dall’esterno; dalla piccolezza, non dalla potenza”.

“Maria ci insegna che non si dà pace esteriore senza questa pazienza interiore, senza questa ‘gestazione’ spirituale degli eventi alla luce di Dio. Ed è proprio questa luce di Dio – ha rimarcato il card. Pizzaballa – custodita e fatta risplendere nel cuore di Maria, che si riflette su di noi come pace vera”.

La pace, per il patriarca, “non è l’assenza di problemi o di conflitti – sarebbe un’illusione pericolosa – ma è la presenza di un Volto che risplende nella nostra oscurità. È la certezza fondante che non siamo abbandonati nell’arena della storia, che la nostra vita non è un urto casuale di atomi, ma è guardata, amata, accompagnata”.

Riferendosi poi al Messaggio di Papa Leone XIV per la 59ª Giornata mondiale della pace, il patriarca ha detto che “la tecnologia non è neutra. È sempre un’estensione del cuore dell’uomo. Può essere strumento di manipolazione, di divisione, di sorveglianza oppressiva e di nuova solitudine, oppure può diventare strumento di incontro, di condivisione del bene, di accesso alla conoscenza, di costruzione di un bene comune autentico”. E un esempio viene direttamente dal conflitto di questi anni.

“Siamo chiamati ad essere artigiani di pace non solo in famiglia, al lavoro o nella politica – ha ribadito Pizzaballa – ma anche attraverso l’uso delle nostre dita sulla tastiera, delle nostre parole condivise sui social, attraverso il nostro consumo – critico o compulsivo – di informazioni, la nostra domanda etica più o meno insistente su come vogliamo che il futuro dell’uomo sia disegnato dagli algoritmi”.

“Custodire, meditare e accogliere – ha concluso – sono l’antidoto alla violenza e metodo di costruzione di modelli di pace”.

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Leone XIV: il mondo non si salva affilando le spade ma nel perdono, accogliendo tutti

Posté par atempodiblog le 1 janvier 2026

Leone XIV: il mondo non si salva affilando le spade ma nel perdono, accogliendo tutti
Nella Solennità di Maria Madre di Dio, il Papa presiede la Messa nella Basilica vaticana e, all’inizio del nuovo anno, incoraggia a vivere liberi e portatori di libertà, perdonati e dispensatori di perdono, aperti allo spirito di fratellanza senza calcoli e senza paura. E, in prossimità della fine del Giubileo della speranza, l’invito è di accostarsi al presepe, nella fede, come al luogo della pace disarmata e disarmante per eccellenza
di Antonella Palermo – Vatican News

Sua Santità Papa Leone XIV

“Nella gioia dell’Ottava del Santo Natale veneriamo Maria Santissima Madre di Dio, che ha dato al mondo il Principe della pace, colui che ci riconcilia nel suo amore”

Fin dall’Atto penitenziale della Messa presieduta dal Papa nella Basilica di San Pietro, in campo c’è la pace, così preziosa e così fragile, dono ricevuto ma da chiedere costantemente, poiché costantemente posto a rischio dalle bramosie dell’uomo. Nella 59ma Giornata Mondiale della Pace che si celebra oggi, 1 gennaio, la liturgia si fa canto di lode per la verginità feconda grazie alla quale Dio ha voluto donare agli uomini, come recita la preghiera di colletta all’inizio della celebrazione, i beni della salvezza eterna. È quel paradosso rimarcato ieri sera ai Primi Vespri.

Freccia dans Viaggi & Vacanze IL TESTO INTEGRALE DELL’OMELIA DI SUA SANTITA’ LEONE XIV

Un anno nuovo, una vita nuova
Nell’omelia, commentando le letture bibliche, il Pontefice ricorda, di fronte a 5.500 fedeli presenti in basilica e alla Chiesa tutta, la bellissima benedizione del Signore espressa nel Libro dei Numeri ed evidenzia il rapporto tra Dio e il popolo di Israele, la dimensione sacra e feconda del dono, la promessa di una terra in cui vivere e crescere senza più ceppi e catene: insomma, una rinascita.

All’inizio del nuovo anno, la Liturgia ci ricorda che ogni giorno può essere, per ciascuno di noi, l’inizio di una vita nuova, grazie all’amore generoso di Dio, alla sua misericordia e alla risposta della nostra libertà. Ed è bello pensare in questo modo all’anno che inizia: come a un cammino aperto, da scoprire, in cui avventurarci, per grazia, liberi e portatori di libertà, perdonati e dispensatori di perdono, fiduciosi nella vicinanza e nella bontà del Signore che sempre ci accompagna.

Sentire l’abbraccio paterno di Dio
Citando la Gaudium et spes , il Papa evoca il destino meraviglioso promesso dal Creatore.

All’inizio dell’anno, mentre ci mettiamo in cammino verso i giorni nuovi e unici che ci attendono, chiediamo al Signore di sentire in ogni momento, attorno a noi e su di noi, il calore del suo abbraccio paterno e la luce del suo sguardo benedicente, per comprendere sempre meglio e avere costantemente presente chi siamo e verso quale destino meraviglioso procediamo. Al tempo stesso, però, anche noi diamogli gloria, con la preghiera, con la santità della vita e facendoci gli uni per gli altri specchio della sua bontà.

Il mondo non si salva eliminando i fratelli
Il Papa agostiniano ricorda quanto il Padre della Chiesa scriveva in uno dei suoi sermoni in cui parlava della totale gratuità dell’amore di Dio, tratto fondamentale di un amore disarmato e disarmante. Parole quanto mai opportune in un tempo, come quello attuale, insidiato da progetti bellici ciechi e senza scrupoli. Le spade dell’antichità sono le sofisticate armi di oggi.

E questo per insegnarci che il mondo non si salva affilando le spade, giudicando, opprimendo, o eliminando i fratelli, ma piuttosto sforzandosi instancabilmente di comprendere, perdonare, liberare e accogliere tutti, senza calcoli e senza paura.

Maria, l’incontro tra la sua realtà disarmata e quella di Dio
Leone tratteggia la bellezza di Maria, discepola umile che ha accompagnato la missione di Gesù fino alla croce. E lo ha fatto con un atteggiamento di sana arrendevolezza e passività che diventa docilità del cuore dove l’amore può raggiungere e trasformare completamente. Lo spiega il Papa:

Lei ha abbassato ogni difesa, rinunciando ad aspettative, pretese e garanzie, come sanno fare le mamme, consacrando senza riserve la sua vita al Figlio che per grazia aveva ricevuto, perché a sua volta lo ridonasse al mondo. Nella Maternità Divina di Maria vediamo così l’incontro di due immense realtà “disarmate”: quella di Dio che rinuncia ad ogni privilegio della sua divinità per nascere secondo la carne (cfr Fil 2,6-11) e quella della persona che con fiducia ne abbraccia totalmente il volere, rendendogli l’omaggio, in un atto perfetto d’amore, della sua potenza più grande: la libertà.

Guardare al Presepe
Il volto, una delle parole che più ricorrono nell’omelia di oggi. Perché la fede in Gesù Cristo è contemplare Dio fatto carne. In quella Natività, suggerisce il Successore di Pietro, immergersi. L’invito segue un’ampia citazione di San Giovanni Paolo II che il Papa fa sua. Erano le parole pronunciate alla fine del Giubileo del 2000, quando parlava del grande dono del perdono ricevuto e donato, nel ricordo dei martiri. Questa gioia che ne scaturisce deve spronare a una coraggiosa disponibilità” per ripartire nel cammino di ogni giorno. Così conclude oggi il Papa:

In questa Festa solenne, all’inizio del nuovo anno, in prossimità della conclusione del Giubileo della speranza, accostiamoci al Presepe, nella fede, come al luogo della pace “disarmata e disarmante” per eccellenza, luogo della benedizione, in cui fare memoria dei prodigi che il Signore ha compiuto nella storia della salvezza e nella nostra esistenza, per poi ripartire, come gli umili testimoni della grotta, «glorificando e lodando Dio» (Lc 2,20) per tutto ciò che abbiamo visto e udito. Sia questo il nostro impegno, il nostro proposito per i mesi a venire, e sempre per la nostra vita cristiana.

La preghiera universale con l’invocazione per la pace
Nell’introduzione alle intenzioni della Preghiera universale, si menzionano gli eredi del Regno in cui risplende la pienezza della pace. E la supplica per ottenere la pace si fa esplicita ancora una volta da parte dell’assemblea: Il Dio della pace allontani da ogni popolo l’orrore della guerra, faccia tacere il rumore delle armi, doni armonia e concordia al mondo intero. Il pensiero va in particolare ai governanti perché siano ispirati da Dio con propositi di giustizia e di pace. Siano orientati, è la preghiera della Chiesa, verso opere e gesti di fraternità con azioni concrete per la salvaguardia e la cura del creato.

I doni dell’offertorio, portati dai cantori della stella che nei Paesi di aerea germanofona raccolgono fondi per l’infanzia missionaria, vedono sfilare due famiglie con tre e quattro figli verso l’altare. Ci sono anche tre giovani, due ragazze e un ragazzo, con gli abiti dei Magi, alla processione. Sì, i giovani, il futuro. I giovani assetati di pace e speranza. Quella speranza simboleggiata dall’effige lignea, proveniente dalla parrocchia di San Marco di Castellabate (SA) e posizionata per i giorni di chiusura del Giubileo accanto all’altare della Confessione in San Pietro, dove, al termine della celebrazione eucaristica, il Vescovo di Roma sosta alcuni istanti per un omaggio e un ulteriore intimo affidamento.

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Il nostro nome in fondo a quel Cuore divino

Posté par atempodiblog le 26 décembre 2025

Santo Bambinello nel Cuore

Andate alla sacra grotta, dove il nostro Salvatore c’insegna tante virtù col suo silenzio; e che cosa non ci dice tacendo?… Mentre si strugge d’amore per noi, il suo piccolo Cuore dovrebbe veramente infiammare il nostro.

Vedete quanto amorosamente porta scritto il vostro nome in fondo a quel Cuore divino, che palpita sulla paglia per l’affettuosa passione del vostro avanzamento nella virtù, e non manda un sol sospiro verso il Padre suo, nel quale voi non abbiate parte, né una sola aspirazione, che non sia per il vostro bene.

La calamita attira il ferro e l’ambra la paglia e il fieno; quanto a noi, o siamo ferro per durezza, o paglia per fragilità, ci dobbiamo unire a questo Bambinello, che è un vero tira cuori.

San Francesco di Sales. Negli insegnamenti e negli esempi
Diario Sacro estratto dalla sua vita e dalle sue opere per cura delle “Visitandine di Roma”.
Libreria Editrice F. Ferrari

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Il presepe, un libro aperto

Posté par atempodiblog le 24 décembre 2025

Il presepe, un libro aperto
Durante il tempo di Avvento si prepara il presepe ed è molto salutare dedicare dei momenti della giornata in cui sospendere tutte le occupazioni per riflettere e meditare davanti ad esso. Don Dolindo Ruotolo ci dà qualche spunto di riflessione che può aiutare ciascuno di noi nella crescita spirituale.
di Serafino de Virginis – Cristianesimo Cattolico
Tratto da: Radio Maria

Il presepe

San Francesco d’Assisi ha dato vita al presepe, a questa piccola rappresentazione plastica del grande mistero della nascita di Gesù, Salvatore del mondo, in una povera stalla. Tante famiglie cristiane preparano il loro presepe nel salotto e dedicano tanto tempo alla costruzione delle casette, dei vari ambienti naturali come il deserto, le montagne, i prati, i ruscelli, i laghetti, il villaggio con tutti i personaggi che lavorano, i bimbi che giocano, le stalle con gli animali… e soprattutto si costruisce con tanto amore e devozione la grotta dove nella notte di Natale nascerà il Bambinello. Il presepe aiuta ad innalzare la nostra mente a Dio.

Bisogna perciò accostarsi al presepe con una visione di fede, pregando e meditando sul mistero dell’Incarnazione del Verbo. Accostarsi al presepe solo per ammirarne l’arte di colui che lo ha costruito rende sterile la nostra devozione. Meditiamo, dunque, con don Dolindo su quanti insegnamenti può darci il presepe. Il presepe rappresenta un piccolo mondo. Il bambino lo ammira estasiato, e non sa che in realtà le rocce che si innalzano maestose sono solo un ammasso di giornali dipinti, i ruscelli sono dei semplici tubi e che nel giro di qualche settimana tutto verrà disfatto e riposto negli scatoli.

Nella Novena di Natale don Dolindo scrive:
«Ecco l’immagine viva di questo mondo: noi ci viviamo dentro e lo consideriamo da bambini. Il suo movimento, la sua bellezza, la sua luce ci appaiono come l’unico fascino della nostra vita, e molte volte dimentichiamo che qui ci siamo di passaggio e che abbiamo tutti il dovere di perfezionarci, di migliorarci per il Cielo e passare oltre. Verrà anche per il mondo il gran giorno nel quale tutto si sfascerà, e tutto ciò che è stato nel nostro “presepe” apparirà nella sua realtà: un poco di polvere, d’illusione, di fantasmagoria e nulla più».

Riflettiamo inoltre, che tutto il presepe viene costruito solamente per Gesù che ne è il centro. Tutti i personaggi vengono posizionati nei loro luoghi di lavoro, nelle loro casette, sui prati; i personaggi privilegiati sono gli umili pastorelli, poiché il loro posto è proprio vicino alla grotta. Non appena nasce Gesù ci sembra di scorgere la gioia anche in questi pupazzetti, soprattutto in quelli più vicini alla grotta. Ora, quando termina il periodo natalizio cosa succede a tutti i personaggi? Viene tolto Gesù dalla greppia e tutti i personaggi vengono rimessi negli scatoli in attesa dell’anno prossimo.

Scrive don Dolindo:
«Guardiamo nel mondo come nel presepe. Tutti si muovono per la loro via, ognuno si forma, nel suo “presepe”, un ambiente isolato e sogna una vita di grandezze; eppure tutti ci siamo per un unico scopo: conoscere Dio, perfezionarci, raggiungere Lui. Se togliete dalla nostra vita questa grande realtà […] esso si risolve in nulla».

Tutti ammiriamo con meraviglia la graziosità dei vari personaggi del presepe, ma raramente riflettiamo sul fatto che l’artista ha “tormentato” il legno per riuscire a scolpire il pupazzetto. Quanti colpi di scalpello ha dovuto dare a quel pezzetto di legno! «Quando noi ci vediamo tribolati, è segno che siamo “legno” un poco duro – scrive don Dolindo – che opponiamo alla misericordia di Dio la resistenza delle nostre grandi miserie, ed è segno che Dio vuol fare di noi qualche cosa di più bello e di più perfetto».

Lasciamo, dunque, che Dio, il divino artista, possa scalpellare la nostra anima per renderla perfetta per il Paradiso, anche se ciò ci farà soffrire. Il centro del presepe è la grotta con il Bambinello adagiato nella mangiatoia, con la divina Madre che adora il suo tesoro e san Giuseppe, qual giglio di purezza, posto accanto a Maria e Gesù per custodirli. Quanti pensieri sorgono nella nostra mente nel contemplare la grotta! Quanti sospiri al divin Pargoletto!

Nella Vigilia di Natale, nell’attesa trepidante della nascita del Bambinello ripetiamo a Gesù le dolci frasi insegnateci da don Dolindo:
«Vieni, Signore, riforma Tu i nostri poveri pensieri.
Vieni, ammantaci di giustizia fra tanto dilagare di crudeltà.
Vieni, donaci la purezza.
Vieni, santifica i nostri dolori nella tua Volontà.

Vieni, sottomettici alla tua Legge con amore di figli, affinché siamo degni di servirti, amandoti.
Vieni, Gesù dolcissimo, e come Tu ti sei rivestito di umana carne nel seno di Maria, così rivesti noi, poveri peccatori, di Te.
Vieni! Tu puoi trasformare questa povera vita in ricchezza divina».

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San Giovanni da Kety, “il padre dei poveri”

Posté par atempodiblog le 23 décembre 2025

San Giovanni da Kety, “il padre dei poveri”
Il santo soleva ripetere come motto: “Combatti tutti gli errori, ma fallo con buonumore, pazienza, gentilezza e amore”
Tratto da: Radio Maria GT

San Giovanni da Kety
23 dicembre, memoria liturgica

Questo santo nacque nella città di Kety, in Polonia, nell’anno 1397. Ancora giovane fu ordinato sacerdote e nominato professore all’Università di Cracovia, ma l’invidia di alcuni colleghi finì per farlo nominare parroco di un villaggio lontano.

Riacquistò, qualche tempo dopo, la carica di professore all’Università di Cracovia e per molti anni tenne lezioni sulle Sacre Scritture o sulla spiegazione della Sacra Bibbia.

La sua fama crebbe a dismisura. Nelle discussioni ripeteva ciò che diceva Sant’Agostino: “Combattiamo il peccato, ma amiamo il peccatore. Affrontiamo l’errore, ma non desideriamo violenza contro nessuno; la violenza arreca sempre danno, ma la pazienza e la gentilezza spalancano le porte dei cuori”.

Quando predicava sul peccato, piangeva al ricordo dell’ingratitudine dei peccatori verso Dio e la gente, nel vederlo piangere, si commuoveva e cambiava condotta.

Ripeteva questi consigli ai suoi studenti: “Fate attenzione a non offendere, perché poi è difficile far dimenticare l’offesa. Evitate di mormorare, perché dopo risulta molto difficile restituire la fama che si è tolta”.

Centinaia di sacerdoti furono formati spiritualmente da lui e la gente arrivò a chiamarlo “il padre dei poveri”, per le sue numerose opere di carità verso i più bisognosi.

Morì il 24 dicembre 1473. Si verificarono molti miracoli presso la sua tomba e, mediante la sua intercessione, si ottennero grazie straordinarie.

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Maria, la Madre dell’evangelizzazione

Posté par atempodiblog le 16 décembre 2025

Card. Victor Manuel Fernández
Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede

La Madre dell’evangelizzazione
Perché Maria è la prima evangelizzatrice?

Conferenza per l’incontro con sacerdoti, religiose e seminaristi latinoamericani
che studiano a Roma (12 dicembre 2025).

Maria, la Madre dell’evangelizzazione dans Commenti al Vangelo Maria-la-Madre-dell-evangelizzazione

ES - IT ]

Maria è la Stella dell’evangelizzazione perché oggi è la prima evangelizzatrice. Ma diciamo di più: è la Madre dell’evangelizzazione. Cercheremo di fondare questa affermazione attraverso alcuni preziosi testi della Bibbia e del Magistero.

Con Lei vengono Cristo e lo Spirito
Cominciamo con Lc 1,39-45, dove viene narrata la visita di Maria a Elisabetta. Qui viene mostrato l’atteggiamento di Elisabetta nei confronti di Maria quando la riceve. Questo atteggiamento è importante perché è effetto dell’azione dello Spirito Santo che ha mosso Elisabetta in quel momento: «Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce» (Lc 1,41-42a). E così, piena della luce e del fuoco dello Spirito, pronuncia tre frasi. Mossa dallo Spirito Santo, Elisabetta chiama Maria con lo stesso elogio che usa per Cristo: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!» (Lc 1,42). Li riconosce come inseparabili. Ma subito dopo, sempre mossa dallo Spirito, aggiunge: «A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me?» (Lc 1,43). A che cosa devo? (“chi sono io?”). Anche questo atteggiamento di umiltà e venerazione nei confronti di Maria è effetto dell’azione dello Spirito. E la terza frase è: «E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto» (Lc 1,45). Loda Maria per la sua fede e per questo la chiama “beata”. Nel Vangelo di Luca questa parola non esprime uno stato d’animo, ma esprime la santità: i beati sono quelli che hanno già un posto in cielo (cfr. Lc 6,20-22; Mt 5,3-12). Ma cosa c’entra questo con l’evangelizzazione?

Notiamo che tutto questo accade a Elisabetta perché lei si è avvicinata a Gesù ed è stata riempita dello Spirito Santo. Ma Gesù è giunto a Elisabetta perché Maria, inseparabile da Cristo, lo ha portato: «Benedetta tu…, benedetto» (Lc 1,42). Questo accade anche oggi, e avviene spesso nella pietà popolare latinoamericana, quando un’immagine di Maria visita una casa, o si avvicina a un malato in ospedale, o quando un ragazzo invita un amico ad andare a piedi verso un santuario mariano. Lei come madre dona Cristo e da Lui sgorga per noi lo Spirito Santo.

Piena del Vangelo
Maria evangelizza anche per un altro motivo. Perché conserva nel suo cuore tutto il Vangelo. Ricordiamo che due volte il Vangelo di Luca dice che Maria meditava attentamente tutte queste cose e le conservava nel suo cuore (cfr. Lc 2,19.51). Notate bene, due verbi: le custodiva, le metteva nel suo cuore come se fosse uno scrigno di tesori. Le meditava anche, cioè assaporava il significato, la grandezza, il valore di tutto ciò che Gesù faceva e diceva. Che bello che Maria sia quel libro vivente e luminoso, dove possiamo trovare tutto, tutta la storia di Gesù e il suo significato più profondo! Allora, in quel cuore della Madre c’è Gesù, tutta la sua storia, c’è tutto il Vangelo, perché Maria è stata testimone di tutto, dall’incarnazione e dalla nascita fino alla morte in croce e alla risurrezione, passando per tutta la vita. A lei non è sfuggito nulla, da brava Madre, non le sfuggiva alcun dettaglio. Dopo trent’anni vissuti insieme nella casa di Nazareth, quante cose sa Maria che non sono nemmeno scritte nei Vangeli, perché in realtà il Vangelo più completo, l’unico integrale, è nel cuore di Maria.

Maria collega il Vangelo alla nostra vita
Ma lei non ha dentro di sé solo la storia di Gesù. Ha anche la tua. Nel capitolo 12 dell’Apocalisse, dove appare la figura di Maria in cielo, si dice che lei ha dato alla luce Gesù (Ap 12,5), e alla fine la menziona come madre del «resto dei suoi figli» (Ap 12,17). Cioè, per lei, Gesù e noi, che siamo il resto dei suoi figli, sono due realtà inseparabili. E per questo lei contempla anche tutta la tua storia, da quando ti sei formato nel grembo di tua madre, mentre crescevi nella tua infanzia e adolescenza, ogni tua gioia e ogni tua sofferenza, tutto, dal primo all’ultimo istante della tua vita, tutto è custodito nel suo cuore di Madre, che ti dice come disse a Juan Diego: «Non sono forse qui, io che sono tua madre? […]. Non sei forse nell’incavo del mio mantello, nella piega delle mie braccia?»[1] Per questo Maria, che ha contemplato il Vangelo, custodisce anche nel suo cuore la tua vita molto concreta. Così può unire le due cose: può mettere in contatto il Vangelo con la tua vita, può far sì che il Vangelo tocchi la tua esistenza concreta. E questo non è forse evangelizzare?

Potreste chiedervi che importanza abbia tutto questo, ma vi chiedo di prestare attenzione perché è estremamente bello. È importante che ci sia qualcuno che ricordi la tua storia. A volte potresti pensare che chi conosce tutto sia tua moglie, tuo marito, tua sorella, il tuo amico. Ma quante cose ci sono che quella persona non sa della tua storia, dei tuoi dubbi, delle tue sofferenze? Maria sì, conosce e custodisce tutto questo. Tu stesso dimentichi molte cose, o rimangono in una sorta di penombra interiore, o tu stesso preferisci dimenticarle. Sembra che alla fine tutta la tua storia svanirà nell’oblio. Ma lei, la Madre, conserva tutto nel suo cuore, custodisce lì tutto ciò che hai vissuto e conosce bene il significato di ogni cosa e di ogni momento. Lei non dimentica. E per questo, ogni volta che vai a pregare, a conversare con lei, lei potrà capire più di chiunque altro ciò che le dici e anche ciò che non le dici, alla luce del Vangelo. Perché lei può leggere ogni tuo momento nel contesto di tutto ciò che hai vissuto. Per questo, connettendoti con Maria, la tua vita riceve dal Vangelo quella luce di cui hai bisogno per capire il tuo cammino personale.

Evangelizzati dal volto della Madre
In modo misterioso, senza parole, grazie all’azione segreta dello Spirito Santo, senza che nessuno glielo insegni o glielo spieghi, molte persone semplici ricevono nel loro intimo il messaggio del Vangelo guardando Maria, e così vengono evangelizzate. Per questo diciamo che il Popolo fedele non si allontana da Cristo, né dal Vangelo, quando si trova di fronte a lei, ma riesce a leggere «in quell’immagine materna tutti i misteri del Vangelo».[2] (cfr. MPF 77)

Il Documento di Aparecida lo esprimeva così, riferendosi al pellegrino che arriva davanti a un’immagine di Maria:

«L’arrivo è un incontro d’amore. Lo sguardo del pellegrino si posa su un’immagine che simboleggia la tenerezza e la vicinanza di Dio. L’amore si ferma, contempla il mistero, gode in silenzio. [...] Un breve istante condensa una viva esperienza spirituale».[3]

«Contempla il mistero». Vediamo come lo spiega la Nota dottrinale Mater populi fidelis offrendo diversi esempi concreti di ciò che vive un fedele semplice e sofferente quando trova in Maria il Vangelo:

«Perché, in quel volto materno, vede riflesso il Signore che ci cerca (cf. Lc 15,4-8), che viene incontro a noi con le braccia aperte (cf. Lc 15,20), che si ferma davanti a noi (cf. Lc 18,40), che si curva su di noi e ci solleva verso la sua guancia (cf. Os 11,4), che ci guarda con amore (cf. Mc 10,21) e che non ci condanna (cf. Gv 8,11; Os 11,9). Nel suo volto materno, molti poveri riconoscono il Signore che “ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili” (Lc 1,52). Questo volto di donna canta il mistero dell’Incarnazione. In questo volto della Madre, trafitta dalla spada (cf. Lc 2,35), il Popolo di Dio riconosce il mistero della Croce, e in quel volto, illuminato dalla luce pasquale, percepisce che Cristo è vivo. Ed ella, che ricevette in pienezza lo Spirito Santo, è colei che sostiene gli apostoli riuniti in preghiera nel Cenacolo (cf. At 1,14)» (MPF 77).

Cioè, senza leggere o studiare il testo di Luca 15, nel volto di Maria riconoscono la misericordia e la tenerezza del Padre Dio. Senza leggere il testo di Osea 11, guardando Maria sentono che quel Padre li solleva verso la sua guancia. Senza leggere il racconto della Passione, in Maria trafitta dalla spada leggono il mistero della Croce redentrice. Senza leggere i racconti della risurrezione né seguire corsi accademici sul Mistero pasquale, nel volto di Maria scoprono che Cristo è vivo e che c’è speranza. Molti intellettuali non comprendono questo, perché tutto ciò ha una logica diversa: è qualcosa che avviene in modo segreto, misterioso, mistagogico, simbolico, che a volte la persona stessa che lo vive non sa spiegare, ma nell’incontro con Maria è stata illuminata dal Vangelo. Anche per questo Maria è evangelizzatrice.

Quindi, ci troviamo di fronte a una chiarificazione estremamente importante, fondamentale per una Mariologia sana: non è che Dio sia distante e Maria ci dia quella vicinanza che Dio non ha. Per favore, non dirlo. È esattamente il contrario: è impossibile per Maria essere più vicina a noi del Padre, di Cristo, dello Spirito Santo. Assolutamente no. Ciò che accade è che in lei, nel suo volto di Madre, possiamo facilmente scoprire la vicinanza di Dio, che è Colui che raggiunge la profonda intimità dei nostri cuori. In lei riconosciamo quell’amore del Padre di cui il Vangelo ci parla, la tenerezza di Cristo e la potenza dello Spirito che leggiamo nei testi del Vangelo. Lei è la trasparenza del nostro Dio vicino, misericordioso e compassionevole, come presentato nel Vangelo.

Madre della grazia
Maria però non è evangelizzatrice solo perché in lei riceviamo il messaggio del Vangelo, ma anche perché con il suo aiuto materno ci aiuta ad accoglierlo con il cuore e a viverlo. Questa è opera della grazia, e noi ci chiediamo cosa c’entri Maria con tutto questo. Ella non può meritare per noi la grazia santificante, perché «nessuno può meritare la grazia prima per un altro, se non Cristo solo».[4] Ella stessa ha ricevuto la grazia «in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano»[5]. Tuttavia, molti dottori hanno spiegato che è ragionevole (congruo) che Dio ascolti un’intercessione[6] e agisca ascoltandola, perché è sua volontà. Per questo motivo può voler liberamente riversare la sua grazia esaudendo il desiderio della Madre che prega per i suoi figli. In questo modo la Madre viene incorporata nella sua opera, in quella che viene solitamente chiamata «mediazione partecipata».[7] Questo desiderio di amore materno aveva una forza particolare quando lei offriva la sua sofferenza accanto alla Croce dell’unico Redentore (cfr. MPF 32).

D’altra parte, vediamo cosa spiega la Nota dottrinale Mater populi fidelis, quando afferma:

«Lei, con la sua intercessione, può implorare per noi gli impulsi interiori dello Spirito Santo, che chiamiamo “grazie attuali”. Si tratta di quegli aiuti dello Spirito Santo che operano anche nei peccatori al fine di disporli alla giustificazione, e altresì in coloro che sono già giustificati dalla grazia santificante, al fine di stimolarli alla crescita. In tale senso preciso, si deve interpretare il titolo di “Madre della grazia”. Maria umilmente collabora affinché possiamo aprire il cuore al Signore, il quale è l’unico che può giustificarci con l’azione della grazia santificante [...]. Questa è opera esclusiva dello stesso Signore, tuttavia non esclude che, attraverso l’azione materna di Maria, i fedeli possano raggiungere quelle parole, immagini e stimoli differenti che li aiutano ad andare avanti nella vita, e a preparare, a disporre il cuore per la grazia che il Signore infonde, come anche a crescere nella vita di grazia, ricevuta gratuitamente» (MPF 69). «Maria sviluppa così un’azione singolare per aiutarci ad aprire i nostri cuori a Cristo e alla sua grazia santificante, che eleva e guarisce. Quando lei comunica suscitando diverse “mozioni”, queste devono essere sempre intese come stimoli per aprire le nostre vite all’Unico che opera nel più intimo del nostro essere» (MPF 70).

Per questo la vediamo salda a Pentecoste, accompagnando la preghiera degli apostoli affinché si aprissero all’arrivo dello Spirito Santo (cfr. At 1,14). Lo stesso fa ora, non solo attraverso il suo esempio e la sua intercessione, ma anche attraverso “parole, immagini e stimoli” che lei, come Madre, sa come farci arrivare. Lo abbiamo visto nel corso di tutta la storia dell’evangelizzazione.

La Madre incarnata nelle nostre vite
Maria è evangelizzatrice anche per un altro motivo. Perché i deboli, i sofferenti, i poveri e i feriti riconoscono in Maria una di loro, e per questo non hanno paura di lei, si affidano docilmente a lei, si lasciano evangelizzare da lei. Ricordiamo che i vescovi latinoamericani dicevano ad Aparecida che i poveri «incontrano la tenerezza e l’amore di Dio nel volto di Maria».[8] Vediamo come lo spiega la Nota Mater populi fidelis:

«Il Popolo semplice e povero non separa la Madre gloriosa da Maria di Nazaret, che incontriamo nei Vangeli. Al contrario, riconosce la semplicità dietro la gloria, e sa che Maria non ha cessato di essere una di loro. È colei che, come ogni madre, ha portato suo figlio in grembo, lo ha allattato, lo ha cresciuto amorevolmente con l’aiuto di San Giuseppe, e non le sono mancati gli scossoni e i dubbi della maternità (cf. Lc 2,48-50). È colei che canta al Dio che “ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote” (Lc 1,53), colei che soffre con gli sposi che sono rimasti senza vino per la loro festa (cf. Gn 2,3), che sa correre a dare una mano alla cugina che ne ha bisogno (cf. Lc 1,39-40), che si lascia ferire, come trafitta da una spada a causa della storia del suo popolo, di cui suo Figlio è “segno di contraddizione” (Lc 2,34); è colei che capisce cosa significa essere un migrante o un esule (cf. Mt 2,13-15), che nella sua povertà può offrire solo due piccoli colombi (cf. Lc 2,24) e che sa cosa vuol dire essere disprezzati per appartenere alla famiglia di un povero falegname (cf. Mc 6,3-4). I popoli sofferenti riconoscono Maria che cammina al loro fianco e per questo cercano la Madre per implorare il suo aiuto» (MPF 78).

Lei non solo intercede per noi, affinché possiamo aprire il nostro cuore a Cristo, ma è anche un segno potente e bello della vicinanza di Dio che è veramente Dio con noi. Ella ci permette di smettere di sentire Dio come qualcuno lontano, incapace di comprendere e condividere le nostre vite, e in questo modo ammorbidisce i nostri cuori affinché il Signore possa compiere la sua opera in noi.

Prima e massima collaboratrice dell’opera della Redenzione
Per tutte queste ragioni, Maria evangelizza, ma non redime. La Bibbia dice con estrema chiarezza: «in nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati» (At 4,12). L’unico Redentore è Cristo e usare questa parola per riferirsi a Maria può complicare troppo le cose. Quando parliamo di parole, titoli o espressioni usate dal Popolo di Dio, è importante distinguere bene ciò che chiamiamo “pietà popolare”: alcuni gruppi sviluppano un’intera argomentazione per difendere alcune espressioni, ed è loro diritto farlo, ma questa non è la pietà popolare, perché non si tratta di espressioni usate dalla grande maggioranza del Popolo di Dio. I fedeli semplici non usano un linguaggio tecnico fatto di titoli e dogmi, ma manifestano il loro apprezzamento per Maria in altro modo, come quando nel pellegrinaggio del Rocío in Andalusia dicono: “Che bella che sei!”, o soprattutto quando in America Latina la chiamano “Mamita” o “Mamacita”. Non abbiamo una parola più bella per Maria: Madre di Dio, Madre della Chiesa, Madre della grazia, Madre dell’evangelizzazione: Madre…

Tuttavia, ricordiamo ciò che afferma il documento Mater populi fidelis quando sostiene che se per ogni credente la sua «cooperazione con Cristo diventa tanto più fruttuosa quanto più si lascia trasformare dalla grazia, a maggior ragione ciò si deve affermare di Maria, in un modo unico e supremo […]. Lei è la Madre che ha dato al mondo l’Autore della Redenzione e della grazia, che è rimasta ferma sotto la Croce (cf. Gv 19,25), soffrendo insieme al Figlio, offrendo il dolore del suo cuore materno trafitto dalla spada (cf. Lc 2,35). Lei è rimasta unita a Cristo dall’Incarnazione alla Croce e alla Resurrezione in un modo esclusivo e superiore a quanto potesse accadere a qualsiasi credente» (MPF 32).

Da qui deriva che lo stesso documento sostiene testualmente che Maria è la «prima e massima collaboratrice dell’opera della Redenzione e della grazia» (MPF 22) e che «esiste una singolare collaborazione di Maria all’opera salvifica che Cristo compie nella sua Chiesa» (MPF 42).

Evangelizzazione integrale
Ma se parliamo di Maria e dell’evangelizzazione, non possiamo dimenticare che la Chiesa propone un’evangelizzazione integrale, che non separa la fede dalla vita concreta e dalla dignità delle persone. Lo vediamo in Maria quando, nonostante avesse ricevuto il tremendo annuncio dell’angelo, corse senza indugio ad aiutare sua cugina Elisabetta (cfr. Lc 1,39-40). Questo è il suo cuore evangelizzatore, che non si accontenta di darci il massimo, che è Gesù Cristo. Come vera Madre piena d’amore, si preoccupa di tutta la nostra vita, nel corpo e nell’anima, e non separa la fede dalla promozione delle persone.

Lo vediamo anche nell’atteggiamento di servizio e compassione che ha mostrato alle nozze di Cana (cfr Gv 2,1-11) e oggi continua a rivolgersi a Gesù per dirgli: «Non hanno più vino» (Gv 2,3). Questo testo ci mostra Maria come interceditrice, ma non solo per i nostri bisogni spirituali, ma anche di fronte alle più svariate necessità delle nostre famiglie.

Lei, solidale con le sofferenze dei poveri, loda Dio perché «ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati» (Lc 1,52-53).

Alcune perle di Francesco
In quest’ultima parte riprenderemo brevemente alcuni paragrafi mariani tratti da tre documenti di Papa Francesco.

In Christus vivit si trova una descrizione di Maria nel Vangelo come Madre preoccupata per l’evangelizzazione. Dice così: «Maria era la ragazza con un’anima grande che esultava di gioia (cfr Lc 1,47), era la fanciulla con gli occhi illuminati dallo Spirito Santo che contemplava la vita con fede e custodiva tutto nel suo cuore (cfr Lc 2,19,51). Era quella inquieta, quella pronta a partire [...]. Con la sua presenza, è nata una Chiesa giovane, con i suoi Apostoli in uscita per far nascere un mondo nuovo (cfr At 2,4-11)» (ChV 46-47).

In Evangelii gaudium Papa Francesco capovolge l’espressione “Maria ci porta a Cristo” e dice qualcosa di sorprendente: «Ai piedi della croce, nell’ora suprema della nuova creazione, Cristo ci conduce a MariaCi conduce a lei perché non vuole che camminiamo senza una madre» (EG 285).

Cioè, Cristo ha voluto che tutta la sua opera salvifica avesse una Madre, una presenza e un volto materno, e per questo Cristo ci porta a lei, che «cammina con noi, combatte con noi, ed effonde incessantemente la vicinanza dell’amore di Dio» (EG 286).

Infine, in Gaudete et exsultate ci invita ad avvicinarci a lei senza timore per ricominciare sempre: «Lei non accetta che quando cadiamo rimaniamo a terra e a volte ci porta in braccio senza giudicarci» (GE 176).

Per questo, continua, «la Madre non ha bisogno di tante parole, non le serve che ci sforziamo troppo per spiegarle quello che ci succede» (ibid).  Basta ripetere più volte quelle parole che abbiamo imparato da bambini. Diciamole ora insieme: «Ave Maria…».

Victor Manuel Card. Fernández


[1] J.L. Guerrero Rosado, Nican Mopohua: Qui si racconta… il grande evento, Cuautitlán 2003, nn. 23, 119.

[2]  Francesco, Esort. Ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 285AAS 105 (2013), 1135.

[3] Consiglio Episcopale Latinoamericano, V Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi (Aparecida, 13-31 maggio 2007), n. 259.

[4] S. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I-II, q. 114, a. 6, co.

[5] Pio IX, Cost. ap. Ineffabilis Deus (8 dicembre 1854): Pontificis Maximi Acta. Pars prima, Romae 1854, 616: «… la Beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua concezione, per singolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in vista dei meriti di Gesù Cristo, salvatore del genere umano, è stata preservata immune da ogni macchia di peccato originale» (DH 2803); Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium (21 novembre 1964), n. 53: AAS 57 (1965), 58: «Redenta in modo eminente in vista dei meriti del Figlio suo».

[6] S. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I-II, q. 114,  a. 6, ad 3.

[7]  S. Giovanni Paolo II, Carta enc. Redemptoris Mater (25 marzo 1987), n. 38: AAS 79 (1987), 411-412; cf. Conc. Ecum. Vat. II, Const. dogm. Lumen gentium, n. 62: AAS 57 (1965), 63.

[8] Consiglio Episcopale Latinoamericano, V Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi (Aparecida, 13-31 maggio 2007), n. 265.

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Leone XIV: siamo molto di più dei nostri problemi e dei nostri guai, siamo figli amati da Dio!

Posté par atempodiblog le 6 décembre 2025

Leone XIV: siamo molto di più dei nostri problemi e dei nostri guai, siamo figli amati da Dio!
Il Concerto di Natale con i Poveri alla presenza del Papa
di Angela Ambrogetti – ACI Stampa

Concerto per i poveri alla presenza del Santo Padre Leone XIV

“La musica è come un ponte che ci conduce a Dio. Essa è capace di trasmettere sentimenti, emozioni, fino ai moti più profondi dell’animo, portandoli in alto, trasformandoli in una ideale scalinata che collega la terra e il cielo.

Sì, la musica può elevare il nostro animo!

Non perché ci distrae dalle nostre miserie, perché ci stordisce o ci fa dimenticare i problemi e le situazioni difficili della vita, ma perché ci ricorda che non siamo solo questo:

siamo molto di più dei nostri problemi e dei nostri guai, siamo figli amati da Dio!”.

Leone XIV ha ringraziato così chi ha collaborato al Concerto con i poveri, con una battuta a Michael Bublé per il suo italiano.

La musica come gioia “non è un caso che la festa del Natale sia ricchissima di canti tradizionali, in ogni lingua, in ogni cultura. Come se non si potesse celebrare questo Mistero senza musica, senza inni di lode.

Del resto, il Vangelo stesso ci dice che mentre Gesù nasceva nella stalla di Betlemme, in cielo c’era un grande concerto di angeli! E chi ha ascoltato quel concerto? A chi sono apparsi gli angeli? Ai pastori, che vegliavano di notte per fare la guardia al loro gregge”.

Oltre al suo grazie, il Papa ha concluso: “in questo tempo di Avvento, prepariamoci all’incontro con il Signore che viene! Facciamo in modo che i nostri cuori non si appesantiscano, non siano tutti presi da interessi egoistici e preoccupazioni materiali, ma che siano svegli, attenti agli altri, a chi ha bisogno; siano pronti ad ascoltare il canto d’amore di Dio, che è Gesù Cristo.

Sì, Gesù è il canto d’amore di Dio per l’umanità.

Ascoltiamo questo canto! Impariamolo bene, per poterlo cantare anche noi, con la nostra vita”.

Il grazie del Papa al Cardinale Vicario Baldo Reina, al Cardinale Konrad Krajewski e il Dicastero per il Servizio della Carità, come pure le diverse realtà caritative che si sono impegnate a collaborare per la realizzazione di questo evento.
Al Coro della Diocesi di Roma guidato dal Maestro Mons. Marco Frisina, insieme alla Nova Opera Orchestra, a Michael Bublé e a Serena Autieri.

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Un Avvento e un Natale di speranza

Posté par atempodiblog le 3 décembre 2025

Gesù che viene ad abitare nel nostro cuore e nella nostra vita 
Un Avvento e un Natale di speranza

Sia Maria ad accompagnarci e a farci strada nel cammino verso il Natale di Suo Figlio, Lui che è in persona la speranza del mondo
+ Bruno Forte
Arcivescovo di Chieti – Vasto

Verso il Santo Natale

Che significa vivere l’Avvento? Tempo di attesa, di desiderio e di preparazione al Natale del Dio con noi, l’Avvento è per eccellenza il tempo in cui accogliere la sfida della speranza, in particolare quella riposta nel Dio che non solo non è stanco degli uomini, ma ha il coraggio di cominciare sempre di nuovo con loro nell’amore.

Proprio in quanto tempo della speranza, l’Avvento è la scuola di cui abbiamo tutti bisogno di fronte alla tentazione della sfiducia e della resa, che l’angoscia di questi tempi di crisi, segnati da violenze e da conflitti, potrebbe insinuare nei nostri cuori, in maniera più forte della volontà e dell’impegno di preparare un domani migliore.

È l’attesa del Dio che viene a precisare il volto del futuro che possiamo e dobbiamo attendere e preparare con speranza. C’è un futuro che possiamo progettare e prevedere, dilatazione del nostro presente agli orizzonti del domani che siamo in grado di portare a compimento, e c’è un futuro indeducibile e nuovo, che ci viene incontro al di là di ogni calcolo e di ogni misura.

In questo futuro la fede riconosce l’Avvento del Dio fedele, illuminato dalla promessa nella storia della salvezza e in particolare dalla resurrezione di Gesù dai morti. Se in ogni attesa utopica l’uomo è solo davanti al suo domani, chi crede nell’Avvento di Dio e aspetta il Suo ritorno sa di potergli andare incontro nella comunione del popolo di Dio con inequivocabili segnali d’attesa.

La speranza della fede sa cogliere questi segnali e li affida alle infinite possibilità dell’amore di Dio, riconoscendovi motivi di fiducia e stimoli all’impegno. È una speranza umile, ma fiduciosa nella promessa del Dio che è venuto a visitarci:

essa si fonda non in qualcosa che si possieda, ma in Qualcuno che viene ad abitare il cuore e la vita di chi si apra a Lui.

La speranza teologale ci apre ad accogliere il Figlio amato per cui vale la pena di vivere, fondando il cammino di ogni giorno sulla parola della Sua promessa: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Matteo 28,20).

È questa la speranza cui ci ha richiamato il Giubileo che va a concludersi: una speranza di cui il mondo dell’inizio del terzo millennio ha più che mai bisogno per vivere e dare senso alle opere e ai giorni. Di essa possiamo nutrirci alimentandoci al cibo solido della Parola di Dio. Meditare ogni giorno i testi della liturgia dell’Avvento, tradurre questo ascolto in gesti di carità e di servizio, può essere la forma concreta per vivere questa speranza, cui ci chiama il Dio che viene e di cui è modello luminoso la Vergine Maria, Madre della speranza che non delude.

Sia Lei ad accompagnarci e a farci strada nel cammino verso il Natale di Suo Figlio, Lui che è in persona la speranza del mondo!

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Cristo regna dalla Croce/ La potenza d’amore che emana da quel Cuore trafitto

Posté par atempodiblog le 23 novembre 2025

Cristo regna dalla Croce/ La potenza d’amore che emana da quel Cuore trafitto
di Padre Livio Fanzaga – La pazienza di Dio. Vangelo per la vita quotidiana, Ed. Piemme

Cristo re dell'universo dans Anticristo Cristo-Re-dell-Universo

Il potere del maligno è stato sconfitto
La festa della regalità universale di Gesù Cristo riveste un valore straordinario, se la cogliamo nel suo genuino significato. Essa vuole affermare una verità evangelica fondamentale e cioè che il mondo, caduto fin dal principio sotto il potere del maligno a causa del peccato, è stato redento. Il giogo con cui satana teneva assoggettati gli uomini è stato spezzato e ora è Gesù Cristo il Re dei re e il Signore dei signori, come lo chiama l’Apocalisse.

San Paolo sintetizza con una frase molto efficace l’opera della redenzione, quando afferma che per mezzo del suo Figlio diletto il Padre “ci ha liberati dal potere delle tenebre”. Anche Gesù fa spesso allusione al potere tenebroso del maligno, che incombe in modo particolare nel momento della passione. Egli ne conosce molto bene la forza e si guarda bene dal sottovalutarla. Non esita infatti a chiamare satana “il principe di questo mondo”, mentre l’apostolo Giovanni afferma che “tutto il mondo è posto sotto il potere del maligno”.

Ebbene, Gesù è quel “forte” sul quale il principe di questo mondo non ha nessun potere. Egli lo caccerà fuori dal regno che gli appartiene per diritto di creazione e di redenzione. Con la venuta di Cristo e il compimento della salvezza “il principe d questo mondo è stato giudicato”.

Cristo è Re, ma si è conquistato il Regno sconfiggendo satana. Ed è proprio sotto la croce che il duello immane ha vissuto il suo momento culminante. […]

Siamo stati liberati dalla croce
Gli uomini hanno costruito i regni con la forza delle armi e del denaro. Perfino le religioni a volte si sono imposte con questi metodi. Gesù al contrario ha riconquistato il mondo al Padre mediante la sofferenza e l’amore. Gesù in croce infligge il colpo mortale al potere del maligno perché oppone la sua obbedienza alla disobbedienza, la sua umiliazione alla ribellione, la sua mitezza alla violenza, il suo perdono all’odio distruttore.

È respingendo il male col bene che Gesù ha vinto l’immane duello e ha ottenuto la più grande delle vittorie. Quando satana, infliggendo a Gesù il supplizio della croce, credeva di averlo vinto per sempre; quando pensava di aver compiuto il suo grande capolavoro facendo l’uomo complice del più nefando e orrendo dei delitti, ecco che invece viene vinto dalla potenza d’amore che emana da quel Cuore trafitto. […]

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Tenere lo sguardo sul Volto di Gesù

Posté par atempodiblog le 21 novembre 2025

Tenere lo sguardo sul Volto di Gesù ci rende capaci di guardare i volti dei fratelli. È il suo amore che ci spinge verso di loro. E la fede in Lui, nostra pace, ci chiede di offrire a tutti il dono della sua pace.

Papa Leone XIV

Papa Leone XIV

Padre Christian de Chergé, il priore del monastero di Tibhirine, beatificato insieme ad altri diciotto religiosi e religiose martiri in Algeria, dopo aver vissuto l’esperienza dell’incontro faccia a faccia con dei terroristi, ha avuto da Cristo, nella comunione con Lui e con tutti i figli di Dio, il dono di scrivere parole che ci parlano ancora oggi, perché vengono da Dio.

Domandandosi quale preghiera avrebbe potuto rivolgere al Signore dopo una prova così difficile, parlando di chi aveva invaso con la violenza il monastero, scrisse:

«Ho il diritto di domandare “disarmalo”, se non comincio a domandare “disarmami” e “disarmaci”, come comunità? È la mia preghiera quotidiana».

Proprio nella stessa terra del Nordafrica, circa 1.600 anni prima, Agostino rimarcava: «Viviamo bene e i tempi saranno buoni. Noi siamo i tempi».

Tratto dall’introduzione de “La forza del Vangelo. La fede cristiana in 10 parole”, di Papa Leone XIV – Libreria Editrice Vaticana

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Maria, Madre di ogni uomo

Posté par atempodiblog le 16 novembre 2025

Maria, Madre di ogni uomo
Maria ha un cuore grande quanto l’amore sconfinato di cui l’Onnipotente l’ha ricolmata e può raccogliere in esso tutti gli uomini di tutti i luoghi e di tutti i tempi
Tratto da: Maria, dolce Madre – Padre Livio Fanzaga
Fonte: Blog di p. Livio – Direttore di Radio Maria

Maria Madre di ogni uomo

Come farà Dio a pensare proprio a me, dal momento che ci sono così tanti uomini sulla terra? E’ una domanda che molti si pongono e poi concludono chiudendosi in uno sconsolato scetticismo. Da una parte sentono Dio lontano, nascosto oltre le immensità celesti e disinteressato per ciò che accade sotto il sole. Dall’altra non riescono a immaginare che qualcuno possa occuparsi personalmente di loro in un mondo dove l’indifferenza regna sovrana. Tuttavia, è impossibile che Dio non conosca e non si interessi per ognuna delle sue creature, in particolare dell’uomo creato a sua immagine.

Infatti, se noi esistiamo ciò è dovuto al fatto che, istante dopo istante, l’Onnipotente ci fa vivere, traendoci dall’abisso del nulla alla luce dell’essere. Se Dio non ci pensasse e non ci volesse anche per un solo momento, noi cesseremmo immediatamente di esistere. Egli ci tiene costantemente nel palmo della sua mano, dalla quale nessuno può divincolarsi. O siamo nella mano della sua misericordia o in quella della sua giustizia, osservava S. Caterina da Siena.

Anche la Madonna, pur essendo una creatura, ci conosce tutti, uno per uno, e si prende cura come se ognuno di noi fosse il suo figlio unico.

Tutti sono presenti nella loro irrepetibile identità al suo cuore materno e non può assolutamente accadere che Lei si dimentichi di un solo uomo che il Figlio le ha affidato. Infatti, nel momento del suo concepimento, ogni essere umano è dato in consegna a Maria, secondo il desiderio di Gesù sulla croce: “Donna, ecco il tuo figlio!” (Gv 19,26).

Maria ha un cuore grande quanto l’amore sconfinato di cui l’Onnipotente l’ha ricolmata e può raccogliere in esso tutti gli uomini di tutti i luoghi e di tutti i tempi. Se le madri umane, per quanti figli possano generare, li conoscono tutti uno ad uno senza confonderli, tanto più Maria, che genera ognuno dei suoi figli alla luce della grazia, li conosce nei loro tratti inconfondibili e si occupa di loro, senza perderli mai di vista.

La Madre non solo ha presente ogni uomo con i suoi bisogni, le sue debolezze e le sue risorse, ma di ognuno conosce il progetto di Dio e l’aiuta ad attuarlo. Come ha fatto con il suo Figlio Gesù, Lei ci accompagna dall’inizio al termine della nostra avventura sulla terra. Può certo accadere che una madre terrena si dimentichi dei suoi figli o li abbandoni, ma questo non avverrà mai con la Madonna. Fino all’ultimo istante Lei vigila sulla vita di ciascuno, perché possa essere con Lei in Paradiso.

Nella luce di Dio la Madonna vede il progetto divino su ogni essere umano. Lei ci prende per mano e con infinita pazienza ci guida per realizzarlo. Se cadiamo, ci rialza; se ci perdiamo viene a cercarci; se siamo stanchi ci prende fra le braccia. Il suo amore materno non lascia nulla di intentato per strappare dalle spire del serpente infernale quei suoi figli che si sono fatti sedurre e imporre le catene della schiavitù.

La consapevolezza che abbiamo una madre celeste che ci conosce, che si preoccupa per noi e che interviene ad aiutarci con l’onnipotenza del suo amore, è una sorgente di forza e di consolazione che imprime uno slancio straordinario alla vita. La scoperta della presenza della Madonna nella nostra esistenza personale non è infatti una suggestione o un’illusione come i non credenti possono pensare. Si tratta infatti di un’esperienza reale, che produce frutti straordinari, come dimostrano tutti coloro che si affidano alla Madonna. Come non vedere l’effetto di questa maternità nella vita eccezionale di Giovanni Paolo II?

Scoprire la presenza di Maria nella propria vita come madre amorosa che ci stringe al cuore con un amore unico e fedele è una delle grazie più grandi della vita. Abbiamo infatti trovato il mezzo più facile per incontrare Gesù e divenire suoi amici. E’ una grazia che la Madonna ci concede volentieri se abbiamo l’umiltà di chiederla.

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Rubare il cuore a Gesù

Posté par atempodiblog le 30 octobre 2025

Rubare il cuore a Gesù dans Citazioni, frasi e pensieri Sacro-Cuore-di-Gesu

San Francesco di Sales si lasciava illuminare soprattutto dalla richiesta di Gesù: «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29).

In questo modo, diceva, nelle cose più semplici e ordinarie rubiamo il cuore al Signore: «Sarà contento di noi solo se avremo cura di servirlo bene nelle cose importanti e di rilievo come nelle piccole e insignificanti; sia con le une che con le altre, possiamo rapirgli il cuore […].

I piccoli gesti quotidiani di carità, un mal di testa, un mal di denti, un lieve malessere, una stranezza del marito o della moglie, un vaso rotto, un dispetto, una smorfia, la perdita di un guanto, di un anello, di un fazzoletto; quel piccolo sforzo per andare a letto presto la sera e alzarsi al mattino di buon’ora per pregare, per fare la comunione; quella piccola vergogna che si prova a fare in pubblico un atto di devozione; a farla breve, tutte le piccole contrarietà accettate e abbracciate con amore fanno infinitamente piacere alla Bontà divina».

Ma, in definitiva, la chiave della nostra risposta all’amore del Cuore di Cristo è l’amore per il prossimo: «un amore stabile, costante, immutabile, che, non soffermandosi sulle inezie, né sulle qualità o sulle condizioni delle persone, non è soggetto a cambiamenti o ad antipatie. [...]

Nostro Signore ci ama senza interruzione, sopporta i nostri difetti come le nostre imperfezioni; dobbiamo quindi fare lo stesso nei confronti dei nostri fratelli, senza mai stancarci di sopportarli».

Papa Francesco

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