65 anni della Madonnina di Monte Mario

Posté par atempodiblog le 5 juin 2018

65 anni della Madonnina di Monte Mario
Storia di un voto e di una promessa mantenuta. Incoraggiati da Pio XII, i romani pregano e fanno un voto a Maria Salus Populi Romani perché la città sia risparmiata dallo scontro finale tra tedeschi e alleati
di Emanuela Campanile – Vatican News

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Italia, 1944. Gli alleati sbarcano ad Anzio nel gennaio di quello stesso anno, la Linea Gustav è spezzata, i tedeschi arretrano, gli americani avanzano verso Roma. La capitale è ancora nelle mani dei tedeschi, si teme uno scontro frontale, decisivo, che travolga Roma con tutta la sua realtà umana, storica, archeologica e di fede. Il timore  è grandissimo.

L’appello di Pio XII
In quell’anno la festa titolare del Santuario del Divino Amore cade il 28 maggio, e Papa Pio XII invita tutti i romani a pregare la Madonna, ad affidarsi a Lei perché Roma venga risparmiata da questo scempio fratricida. Tra gli amici e gli ex-allievi di don Orione che accolgono le parole del Pontefice, presente anche Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI: “Ma il voto – domanda e suggerisce – volete farlo voi o volete farlo fare alla città?”. La risposta è unanime, tutta Roma sarà coinvolta.

Il voto di tutta la città
Sguinzagliati per le vie e per le piazze di Roma, i giovani della Congregazione fondata del Santo canonizzato da Giovanni Paolo II nel maggio 2004, riescono a raccogliere un milione e 100 mila firme. Con Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI, come promotore e intermediario, la lunga lista viene fatta recapitare in Vaticano e, in pochissimi giorni, si ha il via libera. Il 4 giugno del 1944, nella chiesa di Sant’ Ignazio, viene pronunciato il voto dal decano dei prefetti di Roma. La capitale è risparmiata così come la sua gente che non dimenticherà di adempiere le promesse fatte alla Vergine ‘Salus Populi Romani’.

Roma è risparmiata, le parole del Papa
La domenica seguente, l’11 giugno, lo stesso Pio XII si reca nella chiesa di Sant’Ignazio, ‘ai piedi di Maria, Madre del Divino Amore’. Con quel “Diletti figli e figlie”, inizia il suo discorso di ringraziamento alla Madonna:

“La nostra Madre Immacolata ancora una volta ha salvato Roma da gravissimi imminenti pericoli (…) siamo stati testimoni di una incolumità, che ci deve empire l’animo di tenera gratitudine verso Dio e la sua purissima Madre”

L’adempimento del voto
La conversione del cuore, un’opera caritativa e un segno di culto. Queste le tre promesse per onorare il Voto fatto e che, con lo sguardo della fede, vennero adempiute con l’aiuto della Provvidenza a partire da una telefonata. A chiamare direttamente la Segreteria di Stato in Vaticano, facendo presente la grave situazione dei numerosi minori soli che vagavano per le strade della città, fu il generale statunitense Mark Clark.
Da qui, il coinvolgimento della Congregazione di don Orione che accettò le due strutture messe a disposizione – ancora oggi Centro dell’Opera e dove sorge appunto la Statua della Madonnina – prendendosi cura di centinaia di orfani e mutilatini.

La costruzione della Madonnina ‘Salus Populi Romani’
Percorsero in lungo e in largo le vie e le piazze della città per trovare quanto più materiale possibile e realizzare una statua dedicata alla Vergine. Ad impegnarsi nella raccolta, ancora i giovani del « Don Orione » dopo che lo scultore Arrigo Minerbi, a cui fu commissionata l’opera, disse: « datemi del rame e vi farò una statua bellissima ». Una grande statua che vegliasse sulla città di Roma era dunque il segno di culto scelto per concludere l’adempimento del voto.

Lo scultore e il volto di Maria
Salvato dal rastrellamento degli ebrei nell’ottobre ’43, grazie alla Piccola Opera di Don Orione, Minerbi accettò con grande entusiasmo l’incarico affidatogli. Ma nel momento di realizzare il volto della Vergine, esitò. Che tratti darle? Pensò allora al detto popolare ‘i primogeniti matrizzano’ (assomigliano alle madri) e decise quindi di procedere ispirandosi al volto della Sacra Sindone. Di rame, ferro e ottone, ricoperta con la tecnica dei fogli d’oro, la statua è alta 9 metri con una mano che indica il cielo e l’altra protesa in avanti. Dal 4 giugno del 1953 è posizionata sulla collina di Monte Mario. E’ bellissima, luminosa per essere vista mentre continua a vegliare sulla città eterna e la sua gente.

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“Colui che mangia di Me, vivrà per Me”

Posté par atempodiblog le 3 juin 2018

“Io penso che la santissima Eucarestia sia il gran mezzo per aspirare alla santa perfezione, ma bisogna riceverla col desiderio e coll’impegno di togliere dal cuore tutto ciò che dispiace a Colui che vogliamo alloggiare”.

San Pio da Pietrelcina (Epistolario III, pag. 282)

“Colui che mangia di Me, vivrà per Me” dans Citazioni, frasi e pensieri Corpus_Domini

“Colui che mangia di Me, vivrà per Me”
Tratto da: Le vie del cuore. Vangelo per la vita quotidiana, di Padre Livio Fanzaga. Ed. PIEMME

In questa festa del Corpus Domini ti propongo di scrivere a caratteri di fuoco sul tuo cuore questa mirabile affermazione di Gesù: “Chi mangia di Me, vivrà per Me”. L’Eucarestia è veramente il centro della vita cristiana. Ricevendo Cristo, veniamo assimilati a Lui. Se Cristo è vivo in noi, Egli compenetrerà gradualmente tutto il nostro essere: I nostri pensieri, i nostri sentimenti, le nostre convinzioni e le nostre azioni. La potenza dell’Eucarestia è grande, se la riceviamo con fede!

Alcuni santi hanno costruito tutta la loro vita spirituale, fino alle più alte vette dell’unione mistica sulla devozione all’Eucarestia. Si tratta di un cammino aperto a tutti i cristiani. Se la santa Messa domenicale è ancor più quella quotidiana fossero al centro della tua vita, faresti dei progressi meravigliosi sulla via della santità. Anche tu potresti arrivare a dire con san Paolo: “Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me”.

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Lucien Botovasoa, il martire che morì pregando per i suoi assassini

Posté par atempodiblog le 15 avril 2018

Lucien Botovasoa, il martire che morì pregando per i suoi assassini
di Andrea Gagliarducci – ACI Stampa

Lucien Botovasoa, il martire che morì pregando per i suoi assassini dans Articoli di Giornali e News Lucien_Botovasoa
Lucien Botovasoa, martire proveniente dal Madagascar, beatificato il 14 aprile 2018
Foto: ofmcap.it

Era chiamato “maestro cristiano”, e si trovò nel mezzo della lotta tra opposte fazioni che infiammò il Madagascar dopo la Seconda Guerra Mondiale, fino ad essere ucciso con processo sommario, decapitato mentre pregava per i suoi assassini. Lucien Botovasoa viene beatificato oggi (14 aprile) in Madagascar.

Nato nel 1908 a Vohipeno, nel Sud Est del Madagascar, inizia a studiare nella scuola statale nel 1918, ma dal 1920 è nel Collegio San Giuseppe di Ambozontany della Compagnia di Gesù. È lì che si abilita all’insegnamento e comincia a lavorare come insegnante parrocchiale nella sua città natale.

Il motto che sceglie è Ad Maiorem Dei Gloria, quello dei gesuiti. Si sposa, ha otto figli (solo cinque sopravviveranno), Botavasoa insegna e lavora in parrocchia, aiutato dalla sua straordinaria conoscenza delle lingue (parla malgascio, francese, latino, inglese, tedesco, cinese) e dalla sua abilità come musicista e cantore, nonché dalle sue doti sportive.

Un testo sul Terz’Ordine Francescano che legge nel 1940 lo porta a decidere di prendere quella strada, e diventa membro del Terz’Ordine dal 1944, cominciando a vivere una vita povera con il desiderio di diffondere il Vangelo ovunque.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, le cose in Madagascar precipitano: l’isola vuole rendersi indipendente dalla Francia, e la regione dove vive Botovasoa viene scossa da queste voglie indipendentisti dal re Mpanjak, che sale al potere nel 1946.

Il 30 marzo 1947, una domenica delle palme, vengono date alle fiamme le chiese e si dà la caccia ai cristiani.

Botovasoa diventa subito un obiettivo: gode di rispetto, e si pensa di catturarlo e di costringerlo ad obbedire agli ordini, minacciando la famiglia. Così, Botovasoa affida al fratello la sposa e i bambini e poi torna a Vohipieno.

Verso le ore 21 del 17 aprile 1947 suo fratello, André e due cugini, sotto la minaccia di morte, furono incaricati di arrestarlo. Condotto nella casa del re Tsimihoño senza un processo formale fu condannato a morte. Giunto sul luogo dell’esecuzione si inginocchiò e fu decapitato mentre pregava per i suoi assassini. Il corpo fu gettato nel fiume.

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Maria è una madre onnipotente

Posté par atempodiblog le 14 avril 2018

Maria è una madre onnipotente
di Padre Livio Fanzaga – Radio Maria

Maria è una madre onnipotente dans Fede, morale e teologia Ges_e_Maria

Che cosa non farebbero le madri per i propri figli? Tuttavia, per quanto siano combattive e non accettino mai di arrendersi, raramente possono aiutarli come vorrebbero. Quante madri soffrono per l’impossibilità di proteggere le loro creature in balia delle bufere della vita! Il loro amore disperato sarebbe un grido senza risposta se in Cielo non ci fosse una madre che, per i suoi figli, può fare tutto ciò che vuole.

Maria è l’unica madre il cui amore è onnipotente. L’invocazione di aiuto che arriva fino a Lei non rimane mai inascoltata. La sua potenza di intercessione può ottenere dal Cuore del Figlio le più grandi grazie e persino i miracoli più straordinari. “Nulla è impossibile a Dio”, aveva sentito l’Ancella del Signore dalla bocca dell’Arcangelo Gabriele. La Madonna lo sa e il suo Cuore materno è pronto a domandare tutto ciò di cui abbiamo bisogno.

La Madonna chiede secondo la misura del suo amore. Ha forse esitato a domandare al Figlio che tramutasse l’acqua in vino per la gioia di un banchetto di nozze?

Maria è una madre onnipotente. La sua è una onnipotenza di amore e di intercessione. Tutto ciò che chiede, ottiene. Non solo Gesù non nega mai nulla a sua madre, ma prova la più grande gioia nell’ esaudirla. La Chiesa e ogni suo membro, come pure l’intera umanità, sono protetti da questa onnipotenza di amore, la quale non viene mai meno, nonostante le nostre infedeltà. Non ci sarà mai una volta in cui la Madonna non interceda per i suoi figli per stanchezza, per negligenza, per insensibilità o perché non se lo meritano. Tutte le volte che noi la invochiamo, Lei bussa alla porta del Cuore del Figlio. Spesso precede la richiesta di grazie o le concede in misura più sovrabbondante di quanto noi potremmo sperare.

Confidando nell’amore della Madre, che tutto ottiene dal Cuore del Figlio, l’umanità può guardare con serenità al suo futuro. Nessuno dei suoi devoti deve cedere al demone dello scoraggiamento e della disperazione. Per la Madonna non ci sono situazioni senza speranza. Per ogni problema Lei trova una soluzione. Ha solo bisogno della nostra fiducia e della nostra fedeltà. L’amore onnipotente di Maria è la vera sicurezza nella pericolosa navigazione della vita e della storia.

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Senza misericordia non si può vivere

Posté par atempodiblog le 11 avril 2018

Senza misericordia non si può vivere
di Padre Livio Fanzaga – Radio Maria

L'immagine di Gesù Misericordioso dans Misericordia Gesu_Misericordioso

Cari amici,
Senza misericordia non si può vivere.

Ce ne rendiamo conto nella società del nostro tempo, che ha raggiunto livelli mai conosciuti di progresso, ma che si va sempre più indurendo nel male. Il segno del dominio progressivo di satana, in un passaggio storico in cui è stato declassato a simbolo inesistente, è la riduzione dell’uomo a cosa e la negazione della sacralità della persona. Il dominio dell’uomo sull’uomo e la macchina infernale che sfrutta distrugge la vita, non si pongono limiti e abbattono di giorno in giorno ogni barriera morale. Ciò che vi è di più prezioso nell’intero universo, è manipolato, usato e poi gettato via in nome di un progresso spietato il cui fine ultimo è il potere e il denaro.

Chi salverà l’uomo dall’uomo se non una misericordia di cui però non è capace? Chi sottrarrà l’umanità dal drago affamato che, per odio contro Dio, trascina l’umanità alla rovina con la sua forza di seduzione?

Il peccato, con le sue terribili proliferazioni nei cuori e nella società, è una potenza di morte che sta compromettendo lo stesso futuro dell’umanità. La sua espressione primaria, la violenza, ribolle in ogni angolo della terra, seminando cinismo, empietà e disprezzo dei deboli.
La conseguenza è che, nonostante lo sviluppo tecnico, economico e sociale, cresce il livello di sofferenza nel mondo e l’insopportabilità della vita.
La durezza dei cuori fa degradare la società verso gli abissi del male.

La misericordia è la medicina di cui l’umanità non può fare a meno per vivere la vita nella sua bellezza e grandezza. Un modo più fraterno passa però attraverso la decisione di ogni uomo.
E’ necessario che l’amore vinca nei cuori perché trionfi nel mondo. Il tempo della misericordia che il Cielo ha voluto donare ancora una volta è un appello estremo. Beati coloro che lo accoglieranno. Saranno i misericordiosi a trovare misericordia e saranno i miti a possedere la terra.

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Rwanda: dal genocidio ad una speranza per l’Africa

Posté par atempodiblog le 7 avril 2018

Rwanda: dal genocidio ad una speranza per l’Africa
Intervista con Françoise Kankindi, presidente della onlus Bene-Rwanda. Il racconto della barbara uccisione di almeno 800 mila persone, perlopiù tutsi, per mano degli estremisti hutu e la storia della rinascita di un Paese
di Giada Aquilino – Vatican News

Rwanda: dal genocidio ad una speranza per l’Africa dans Articoli di Giornali e News Rwanda
Un’immagine in ricordo delle vittime del genocidio in Rwanda

Il “perdono delle offese” e la “riconciliazione autentica”. E’ l’auspicio che esprimeva Papa Francesco nell’aprile 2014, ricevendo i presuli della Conferenza episcopale del Rwanda, ricordando che vent’anni prima era cominciato il terribile genocidio nel Paese africano. Secondo l’Onu, almeno 800 mila persone, principalmente della comunità tutsi, vennero barbaramente uccise. Con l’abbattimento dell’aereo su cui viaggiava l’allora Presidente hutu Juvénal Habyarimana, il 6 aprile 1994, il massacro perpetrato da milizie hutu, estremisti e gruppi armati si prolungò dal 7 aprile fino alla metà di luglio.

Mancanze della Chiesa hanno “deturpato” il suo volto
L’anno scorso, incontrando in Vaticano Paul Kagame, attuale capo di Stato rwandese, il Pontefice ha rinnovato “l’implorazione di perdono a Dio per i peccati e le mancanze della Chiesa e dei suoi membri” negli anni Novanta, mancanze che “hanno deturpato il volto della Chiesa”. Oggi, 24 anni dopo, “dal genocidio che rase al suolo il nostro Paese è rinato – con molte difficoltà – un Rwanda nuovo, ma ogni 7 aprile riemerge tutto l’orrore che abbiamo vissuto nel 1994. È difficile cancellare quegli eventi dai nostri cuori”, racconta Françoise Kankindi, nata da genitori rwandesi, rifugiati in Burundi, trasferitasi a studiare in Italia nel ’92. È la presidente della onlus Bene-Rwanda.

Nessuna traccia dei parenti
Nei tre mesi del genocidio, 100 giorni, è stato calcolato un omicidio ogni dieci secondi: “i vicini hanno massacrato gli altri vicini, uno sterminio scientifico di una parte della popolazione – i tutsi – sotto gli occhi della comunità internazionale”, aggiunge Françoise. “Avevo la famiglia di mio padre e di mia madre a Butare. Provo una tristezza profonda – dice commossa – perché i corpi dei miei zii sono ancora in qualche latrina sulle colline del Rwanda. Ce li portiamo nella coscienza. Mia madre è ritornata in Rwanda nel 1995, perché eravamo profughi in Burundi: non ha trovato più nessuno su quella collina”.

I tribunali ‘Gacaca’
“Contrariamente a quanto è avvenuto per la Shoa – spiega la presidente della onlus – il genocidio dei tutsi in Rwanda è stato diverso. Il giorno dopo, i carnefici erano presenti davanti agli occhi dei pochi sopravvissuti, con i machete con i quali avevano ucciso tutte le famiglie. Quindi, dal giorno dopo, i tutsi in Rwanda hanno dovuto sopravvivere e convivere con gli assassini delle loro famiglie. Il Paese ha dovuto prendere atto di quanto accaduto e i rwandesi hanno scelto di costruire insieme. Per cui si è insistito molto su una Commissione di riconciliazione nazionale, ci sono stati i ‘Gacaca’, i tribunali che hanno fatto incontrare le persone sui prati. Sulla copertina del libro che ho scritto con Daniele Scaglione: ‘Rwanda, la cattiva memoria’, c’è una seduta di questi tribunali. Da lì, i rwandesi si sono confrontati: coloro che hanno ammazzato, hanno chiesto perdono alle famiglie tutsi sopravvissute. Da questo gesto il Rwanda si è potuto ricostruire”.

Dal sangue sui muri alla rinascita
Si è trattato di una ricostruzione di tutto il tessuto sociale. “Andai a Kigali nel 1995, l’anno dopo il genocidio. I miei – aggiunge Françoise Kankindi – abitavano in una casa: i muri erano pieni di sangue dei vicini che ci avevano vissuto. Ricordo la scena terribile, mi sono sentita così persa: ho toccato con la mia mano la ferocia che ancora si vedeva nella strade. Sono tornata due anni dopo. E poi ogni estate e ogni volta constatavo questa rinascita, questa voglia di riscatto, di buttarsi alle spalle la bruttura del genocidio. Oggi il Rwanda è veramente un Paese che dà speranza a tutta l’Africa”.

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Cos’è e come è nata la Festa della Divina Misericordia

Posté par atempodiblog le 7 avril 2018

Cos’è e come è nata la Festa della Divina Misericordia
Fu istituita da Giovanni Paolo II nel 1992 che la fissò una settimana dopo la Pasqua. A volerla, secondo le visioni avute da suor Faustina Kowalska, la religiosa polacca canonizzata da Wojtyla nel 2000, fu Gesù stesso
di Famiglia Cristiana

Cos’è e come è nata la Festa della Divina Misericordia dans Fede, morale e teologia Divina_Misericordia

La festa della Divina Misericordia è stata istituita ufficialmente da Giovanni Paolo II nel 1992 che la fissò per tutta la Chiesa nella prima domenica dopo Pasqua, la cosiddetta “Domenica in albis”.

DOVE È STATA CELEBRATA PER PRIMA QUESTA RICORRENZA?
Il card. Franciszek Macharski con la Lettera Pastorale per la Quaresima (1985) ha introdotto la festa nella diocesi di Cracovia e seguendo il suo esempio, negli anni successivi, lo hanno fatto i vescovi di altre diocesi in Polonia. Il culto della Divina Misericordia nella prima domenica dopo Pasqua nel santuario di Cracovia – Lagiewniki era già presente nel 1944. La partecipazione alle funzioni era così numerosa che la Congregazione ha ottenuto l’indulgenza plenaria, concessa nel 1951 per sette anni dal card. Adam Sapieha. Dalle pagine del Diariosappiamo che suor Faustina Kowalska fu la prima a celebrare individualmente questa festa con il permesso del confessore.

QUALI SONO LE ORIGINI DELLA FESTA?
Gesù, secondo le visioni avute da suor Faustina e annotate nel Diario, parlò per la prima volta del desiderio di istituire questa festa a suor Faustina a Płock nel 1931, quando le trasmetteva la sua volontà per quanto riguardava il quadro: “Io desidero che vi sia una festa della Misericordia. Voglio che l’immagine, che dipingerai con il pennello, venga solennemente benedetta nella prima domenica dopo Pasqua; questa domenica deve essere la festa della Misericordia”. Negli anni successivi  Gesù è ritornato a fare questa richiesta addirittura in 14 apparizioni definendo con precisione il giorno della festa nel calendario liturgico della Chiesa, la causa e lo scopo della sua istituzione, il modo di prepararla e di celebrarla come pure le grazie ad essa legate.

PERCHÉ È STATA SCELTA LA PRIMA DOMENICA DOPO PASQUA?
La scelta della prima domenica dopo Pasqua ha un suo profondo senso teologico: indica lo stretto legame tra il mistero pasquale della Redenzione e la festa della Misericordia, cosa che ha notato anche suor Faustina: “Ora vedo che l’opera della Redenzione è collegata con l’opera della Misericordia richiesta dal Signore”. Questo legame è sottolineato ulteriormente dalla novena che precede la festa e che inizia il Venerdì Santo. Gesù ha spiegato la ragione per cui ha chiesto l’istituzione della festa: “Le anime periscono, nonostante la Mia dolorosa Passione (…). Se non adoreranno la Mia misericordia, periranno per sempre”. La preparazione alla festa deve essere una novena, che consiste nella recita, cominciando dal Venerdì Santo, della coroncina alla Divina Misericordia. Questa novena è stata desiderata da Gesù ed Egli ha detto a proposito di essa che “elargirà grazie di ogni genere”.

COME SI FESTEGGIA?
Per quanto riguarda il modo di celebrare la festa Gesù ha espresso due desideri: 

- che il quadro della Misericordia sia quel giorno solennemente benedetto e pubblicamente, cioè liturgicamente, venerato; 
- che i sacerdoti parlino alle anime di questa grande e insondabile misericordia Divina e in tal modo risveglino nei fedeli la fiducia.
“Sì, – ha detto Gesù – la prima domenica dopo Pasqua è la festa della Misericordia, ma deve esserci anche l’azione ed esigo il culto della Mia misericordia con la solenne celebrazione di questa festa e col culto all’immagine che è stata dipinta”.

CHI ERA SUOR FAUSTINA KOWALSKA?
Nata in un villaggio polacco e battezzata col nome di Elena, è la terza dei 10 figli di Marianna e Stanislao Kowalski. Che sono contadini poveri, nella Polonia divisa tra gli imperi russo, tedesco e austriaco. Lei fa tre anni di scuola, poi va a servizio. Pensava di farsi suora già da piccola, ma realizza il progetto solo nell’agosto 1925: a Varsavia – ora capitale della Polonia indipendente – entra nella comunità della Vergine della Misericordia, prendendo i nomi di Maria Faustina. E fa la cuoca, la giardiniera, la portinaia, passando poi per varie case della Congregazione (tra cui, quelle di Varsavia, Vilnius e Cracovia). Ma al tempo stesso è destinataria di visioni e rivelazioni che i suoi confessori le suggeriscono di annotare in un diario (poi tradotto e pubblicato in molte lingue). E tuttavia non crede che questi fatti straordinari siano un marchio di santità. Lei scrive che alla perfezione si arriva attraverso l’unione intima dell’anima con Dio, non per mezzo di “grazie, rivelazioni, estasi”. Queste sono piuttosto veicoli dell’invito divino a lei, perché richiami l’attenzione su ciò che è stato già detto, ossia sui testi della Scrittura che parlano della misericordia divina e poi perché stimoli fra i credenti la fiducia nel Signore (espressa con la formula: “Gesù, confido in te”) e la volontà di farsi personalmente misericordiosi. Muore a 33 anni in Cracovia. Beatificata nel 1993, è proclamata santa nel 2000 da Giovanni Paolo II. Le reliquie si trovano a Cracovia-Lagiewniki, nel santuario della Divina Misericordia. La sua festa ricorre il 5 ottobre.

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Papa Francesco: Il Lunedì dell’Angelo e la fraternità

Posté par atempodiblog le 3 avril 2018

Papa Francesco: Il Lunedì dell’Angelo e la fraternità
Al Regina Caeli, papa Francesco spiega che “per comunicare una realtà così sconvolgente” come la resurrezione di Gesù, occorreva “un’intelligenza superiore a quella umana”. “Gesù ha abbattuto il muro di divisione tra gli uomini e ha ristabilito la pace, cominciando a tessere la rete di una nuova fraternità”. Ripetere spesso: “Davvero il Signore è risorto!”. La Giornata mondiale della consapevolezza sull’autismo.
della Redazione di AsiaNews

Papa Francesco: Il Lunedì dell’Angelo e la fraternità dans Commenti al Vangelo Santo_Padre_Francesco

Per pronunciare “per la prima volta… le parole: ‘È risorto’… non era sufficiente una parola umana”. Per questo il primo annuncio della risurrezione è stato affidato a un angelo. Prima della recita del Regina Caeli con i pellegrini radunati in piazza san Pietro, papa Francesco ha spiegato così la tradizione di definire il lunedì dopo Pasqua come “Lunedì dell’Angelo”. Subito dopo egli si è soffermato sulla “fraternità”, come uno dei frutti più preziosi della resurrezione di Cristo.

“Gli evangelisti – ha detto Francesco – ci riferiscono che questo primo annuncio [del Risorto] fu dato dagli angeli, cioè messaggeri di Dio. Vi è un significato in questa presenza angelica: come ad annunciare l’Incarnazione del Verbo era stato un angelo, Gabriele, così anche ad annunciare per la prima volta la Risurrezione non era sufficiente una parola umana. Ci voleva un essere superiore per comunicare una realtà così sconvolgente, talmente incredibile, che forse nessun uomo avrebbe osato pronunciarla. Dopo questo primo annuncio, la comunità dei discepoli comincia a ripetere: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone» (Lc 24,34), ma il primo annuncio richiedeva un’intelligenza superiore a quella umana”.

“Quello di oggi – ha continuato – è un giorno di festa e di convivialità vissuto di solito con la famiglia. Dopo aver celebrato la Pasqua si avverte il bisogno di riunirsi ancora con i propri cari e con gli amici per fare festa. Perché la fraternità è il frutto della Pasqua di Cristo che, con la sua morte e risurrezione, ha sconfitto il peccato che separava l’uomo da Dio, l’uomo da sé stesso, l’uomo dai suoi fratelli. Gesù ha abbattuto il muro di divisione tra gli uomini e ha ristabilito la pace, cominciando a tessere la rete di una nuova fraternità. È tanto importante in questo nostro tempo riscoprire la fraternità, così come era vissuta nelle prime comunità cristiane. Non ci può essere una vera comunione e un impegno per il bene comune e la giustizia sociale senza la fraternità e la condivisione. Senza condivisione fraterna non si può realizzare un’autentica comunità ecclesiale o civile: esiste solo un insieme di individui mossi dai propri interessi.

La Pasqua di Cristo ha fatto esplodere nel mondo la novità del dialogo e della relazione, novità che per i cristiani è diventata una responsabilità. Infatti Gesù ha detto: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35). Ecco perché non possiamo rinchiuderci nel nostro privato, nel nostro gruppo, ma siamo chiamati a occuparci del bene comune, a prenderci cura dei fratelli, specialmente quelli più deboli ed emarginati. Solo la fraternità può garantire una pace duratura, può sconfiggere le povertà, può spegnere le tensioni e le guerre, può estirpare la corruzione e la criminalità”.

Il pontefice ha spesso interrotto il suo discorso per invitare la folla a ripetere la frase: “Davvero il Signore è risorto!”.

Dopo la preghiera mariana del tempo pasquale, il pontefice ha chiesto a tutti i presenti di cogliere “ogni buona occasione per essere testimoni della pace del Signore risorto specialmente nei riguardi delle persone più fragili e svantaggiate”. “A questo proposito – ha aggiunto – desidero assicurare una speciale preghiera per la Giornata mondiale della consapevolezza sull’autismo, che si celebra oggi”.

Il papa ha poi invocato “il dono della pace per tutto il mondo, specialmente per le popolazioni che più soffrono a causa dei conflitti in atto” e ha rivolto un appello “affinché le persone sequestrate o ingiustamente private della libertà siano rilasciate e possano tornare alle loro case”.

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La Pasqua spiegata da Pinocchio

Posté par atempodiblog le 3 avril 2018

La Pasqua spiegata da Pinocchio
Che qualcuno ci venga a prendere è il grande miracolo della vita. Il mistero della Resurrezione attraverso una pagina del libro di Franco Nembrini dedicato al burattino di Collodi
Redazione Tempi.it

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Tutti conoscono Pinocchio, uno dei libri più popolari della storia, ma non tutti si sono resi conto che Collodi ha scritto una delle più belle parabole della condizione umana. In L’avventura di Pinocchio. Rileggere Collodi e scoprire che parla della vita di tutti (ed. Centocanti, 192 pagine) Franco Nembrini prende molto sul serio un’intuizione del cardinal Giacomo Biffi per rileggere l’avventura del celebre burattino, mostrando, passo dopo passo, come questa riproponga il dramma della vita, così come lo presenta la tradizione cristiana: la paternità, la fuga da casa, la libertà ferita, l’incontro con una possibile salvezza, la morte e la resurrezione. Pochi sanno infatti che verso la fine del 1880, Collodi mandò al suo amico Fernandino Martini, redattore capo di un giornale per ragazzi, un pacco di manoscritti che definì «una bambinata» e accompagnò da una missiva, «fanne quello che ti pare; ma, se la stampi, pagamela bene, per farmi venire voglia di seguitarla». Il 7 luglio 1881 sul Giornale per i bambini uscì la prima puntata della Storia di un burattino, il 27 ottobre l’ottava, che si concludeva con la morte di Pinocchio.

Nelle intenzioni di Collodi Pinocchio era infatti morto davvero, la storia era finita, e invece la redazione del giornale venne subissata di lettere di protesta inviate da bambini di tutta Italia che rivolevano il loro eroe. Martini rintracciò Collodi: «Guarda che la storia deve andare avanti!», «Come, andare avanti?. È morto! Come faccio?». «E tu fallo risorgere!». E Collodi, racconta Nembrini, lo fece risorgere. Ecco uno dei passi più belli del libro, nel cui ultimo capitolo è raccontata l’avventura della salvezza, l’avvenimento della salvezza. Che avviene nel fondo degli inferi, nell’oscurità assoluta del ventre del Pesce-cane, dove Pinocchio trova un compagno di sventura, un Tonno.

Riportiamo di seguito un passo del libro di Nembrini, che inizia con una citazione di Collodi.

«- Ed ora, che cosa dobbiamo fare qui al buio?…
– Rassegnarsi e aspettare che il Pesce-cane ci abbia digeriti tutt’e due!…
Ma io non voglio esser digerito! – urlò Pinocchio, ricominciando a piangere.
– Neppure io vorrei esser digerito, – soggiunse il Tonno – ma io sono abbastanza filosofo e mi consolo pensando che, quando si nasce Tonni, c’è più dignità a morir sott’acqua che sott’olio!…
– Scioccherie! – gridò Pinocchio.
– La mia è un’opinione – replicò il Tonno – e le opinioni, come dicono i Tonni politici, vanno rispettate!
 Insomma… io voglio andarmene di qui… io voglio fuggire…
– Fuggi, se ti riesce!…

Il Tonno è un cinico, un disilluso, un rassegnato. Un uomo di oggi, per il quale «i fatti non esistono, esistono solo interpretazioni», e tutte le opinioni sono equivalenti; forse un accenno di autoritratto di Collodi, con quel riferimento ai «Tonni politici», alla speranza che lo ha deluso…

Nel tempo che faceva questa conversazione al buio, parve a Pinocchio di vedere, lontano lontano, una specie di chiarore.
 Che cosa sarà mai quel lumicino lontano lontano? – disse Pinocchio.
– Sarà qualche nostro compagno di sventura, che aspetterà, come noi, il momento di esser digerito!…
– Voglio andare a trovarlo. Non potrebbe darsi il caso che fosse qualche vecchio pesce capace di insegnarmi la strada per fuggire?

In qualsiasi circostanza, anche la più dura, la più cattiva, quella che senti più estranea, più nemica di te, quello sguardo, quel tenerti d’occhio di Dio fa in modo che sempre un lumicino da qualche parte ci sia. Il Tonno, cinico, alza le spalle, non si aspetta più niente. Pinocchio invece di quel lumino si fida. Sai mai che là dove vedo la luce possa incontrare qualcuno capace di insegnarmi la strada, che quest’ombra che non so nemmeno distinguere – come il Virgilio di Dante, «qual che tu sii, od ombra od omo certo!» – sia proprio la guida venuta a prendermi per insegnarmi la strada?
Non importa se il Tonno lo avvisa che il Pesce-cane «è lungo più di un chilometro, senza contare la coda», che è come dire: “Non farti illusioni, è troppo lontano, non ci arriverai mai”. Pinocchio ha imparato ad avere il coraggio di guardare la realtà per quello che è, per i segni positivi che manda, attraverso i quali attrae e sollecita in qualche modo la libertà; perciò decide, fidandosi di un segnale così tenue, di percorrere il corpo del Pesce-cane per andare a vedere. Ed è per questo coraggio, per questa libera decisione di andare a vedere che l’ultima parola non sarà la morte, non sarà la vittoria del male, ma del bene. L’ultima parola della vita dell’uomo, così come della vicenda di Pinocchio, sarà la parola misericordia. Perché questi ultimi capitoli sono le pagine in cui la natura di Dio, e perciò in qualche modo anche la nostra, perché partecipiamo della natura di Dio, si svela come misericordia.

Pinocchio appena che ebbe detto addio al suo buon amico Tonno, si mosse brancolando in mezzo a quel bujo, e camminando a tastoni dentro il corpo del Pesce-cane, si avviò un passo dietro l’altro verso quel piccolo chiarore che vedeva baluginare lontano lontano. E nel camminare sentì che i suoi piedi sguazzavano in una pozzanghera d’acqua grassa e sdrucciolona.

Non è magari un’autostrada, il cammino sarà anche faticoso, ma bisogna guardare là. Viene in mente il finale del bellissimo film Le ali della libertà,quando il protagonista riesce a fuggire dal carcere strisciando nel condotto di una fogna: la strada può essere ripugnante, ma vale la pena farla.

E più andava avanti, e più il chiarore si faceva rilucente e distinto: finché, cammina cammina, alla fine arrivò: e quando fu arrivato… che cosa trovò? Ve lo do a indovinare in mille: trovò una piccola tavola apparecchiata, con sopra una candela accesa infilata in una bottiglia di cristallo verde, e seduto a tavola un vecchiettino tutto bianco, come se fosse di neve o di panna montata, il quale se ne stava lì biascicando alcuni pesciolini vivi, ma tanto vivi, che alle volte mentre li mangiava, gli scappavano perfino di bocca.
A quella vista il povero Pinocchio ebbe un’allegrezza così grande e così inaspettata, che ci mancò un ette non cadesse in delirio. Voleva ridere, voleva piangere, voleva dire un monte di cose; e invece mugolava confusamente e balbettava delle parole tronche e sconclusionate. Finalmente gli riuscì di cacciar fuori un grido di gioja, e spalancando le braccia e gettandosi al collo del vecchietto, cominciò a urlare:
– Oh! babbino mio! finalmente vi ho ritrovato! Ora poi non vi lascio più, mai più, mai più!

In fondo all’inferno, in fondo al nostro male, Dio ci viene a prendere. Viene in mente veramente la notte di Pasqua, il buio orrendo del venerdì santo e del sabato santo, la morte di Dio, il punto più fosco, più terribile della storia dell’umanità; ma da lì la Chiesa quella notte fa gridare: «Felice colpa, che ci ha meritato un così grande Redentore!». Che nel momento in cui noi siamo più lontani dal nostro bene qualcuno ci venga a prendere è il grande miracolo della vita. (…) E Pinocchio giustamente esulta perché è tornato a casa. Tornare alla casa del padre, tornare a consistere del rapporto che ti fa essere: questa è la salvezza. Capiamo allora l’entusiasmo di Pinocchio; ma più sconvolgente e più straordinaria ancora è la battuta successiva:

– Dunque gli occhi mi dicono il vero? – replicò il vecchietto, stropicciandosi gli occhi – Dunque tu se’ proprio il mi’ caro Pinocchio?
 Sì, sì, sono io, proprio io! E voi mi avete digià perdonato, non è vero?

La sintesi di tutto il bisogno che abbiamo, di tutta la domanda con cui ci alziamo al mattino, è: c’è qualcuno che può perdonarmi? C’è qualcuno che darebbe la vita per me adesso senza chiedermi di cambiare? E se Dio si mostra come Dio, si mostra per questo. Il sospetto di avere incrociato in qualche modo il Padreterno, il sospetto che questo avvenimento che hai davanti agli occhi abbia a che fare con Dio, viene quando senti la misericordia operante, quando ti senti guardato in quel modo. Perché quest’opera, il perdono, la fa solo Dio, e chi vive come Lui».

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Il silenzio del Sabato Santo

Posté par atempodiblog le 31 mars 2018

Il silenzio del Sabato Santo
di Don Corrado Bruno SDB – Rivista Maria Ausiliatrice
Tratto da: Salesiani don Bosco

Il silenzio del Sabato Santo dans Fede, morale e teologia Gerusalemme_Deposizione_Santo_Sepolcro

Il Sabato Santo, incastonato tra il dolore della Croce e la gioia della Pasqua, si colloca al centro della nostra fede. È un giorno denso di sofferenza, di attesa e di speranza; segnato da un profondo silenzio.

I discepoli hanno ancora nel cuore le immagini dolorose della morte di Gesù che segna la fine dei loro sogni messianici. In quel giorno sperimentano il silenzio di Dio, la pesantezza della sua apparente sconfitta, la disperazione dovuta all’assenza del Maestro prigioniero della morte.

C’è stato, a partire dalla cena pasquale, un succedersi vorticoso di fatti imprevedibili, che li ha sorpresi e ammutoliti. Le anticipazioni sulla sua passione più volte fatte da Gesù, i segni rassicuranti e miracolosi che le avevano sostenute, l’amore mostrato nell’Ultima Cena… tutto, in questo giorno, sembra svanito.

I discepoli hanno l’impressione che Dio sia divenuto muto e che non suggerisca più linee interpretative della storia.

A ciò si aggiunge la vergogna d’essere fuggiti e d’aver rinnegato il Signore: si sentono traditori, incapaci di far fronte al presente e senza prospettiva di futuro, non vedono come uscire da una situazione di crollo delle illusioni, mancando ancora quei segni che incominceranno a scuoterli a partire dal mattino della Domenica con il racconto del sepolcro vuoto e le apparizioni del Risorto.

Tuttavia, i discepoli, proprio attraverso la porta del Sabato Santo, ci aiutano a riflettere sul senso del nostro tempo e a leggere il passaggio dei nostri giorni, riconoscendo nel loro disorientamento, le nostalgie e le paure che caratterizzano la nostra vita di credenti nello scenario che s’appresta all’inizio di questo millennio.

La presenza di Maria
Ma questo giorno è anche il Sabato di Maria. Ella lo vive nelle lacrime unite alla forza della fede. Veglia nell’attesa fiduciosa e paziente; sa che le promesse di Dio si avverano per la potenza divina che risuscita i morti. Così Maria con la sua forza d’animo sorregge la fragile speranza dei discepoli amareggiati e delusi.

Con la Madonna del Sabato Santo, anche noi leggeremo la nostra attesa e le nostre speranze, la fede vissuta come continuo e faticoso cammino verso il mistero, per rispondere con verità, speranza ed amore alle domande che ci portiamo dentro: “Chi siamo e dove siamo diretti? Dove va il cristianesimo e la Chiesa che amiamo?”.

Anche nel sabato del tempo in cui ci troviamo è necessario riscoprire l’importanza dell’attesa. L’assenza di speranza è forse la malattia mortale delle coscienze di oggi.

Siamo nel sabato del tempo, è vero, un sabato che indica quasi assenza di direzione, tempo sospeso ma pur sempre un tempo santificato dall’azione di Dio, anche se un Dio silente, che tace e si nasconde.

Verrà quindi per tutti il giorno ottavo, il giorno del ritorno del Signore Gesù, non fuori, ma dentro le contraddizioni della storia. Per questo, dobbiamo lasciarci ispirare dalla Pasqua e riflettere sulla gioia degli apostoli quando incontrano Gesù vivente e risorto: “E i discepoli gioirono al vedere il Signore”.

All’indifferenza, alla frustrazione e alla delusione senza attese di futuro, deve opporsi come antidoto soltanto la speranza, non quella fondata su calcoli, ma sull’unico fondamento della promessa di Dio.

La Madonna del Sabato Santo getta luce sul compito che ci aspetta e che ci è reso possibile dal dono dello Spirito del Risorto. Si tratta di irradiare attorno a noi, con gli atti semplici della vita quotidiana, e senza forzature, la gioia interiore e la pace, frutti della consolazione dello Spirito. Perché credere in Cristo, morto e risorto, per noi significa essere testimoni, con la parola e con la vita, della speranza che non muore.

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La benedizione delle famiglie. Se il Signore «bussa» alla porta di casa

Posté par atempodiblog le 27 mars 2018

La benedizione delle famiglie. Se il Signore «bussa» alla porta di casa
La benedizione pasquale delle famiglie resta ancora oggi un “rito” che da Nord a Sud dell’Italia unisce le parrocchie nel tempo di Quaresima
di Giacomo Gambassi – Avvenire

La benedizione delle famiglie. Se il Signore «bussa» alla porta di casa dans Benedizione delle famiglie Benedizione_famiglie

È una tradizione già contemplata dal Concilio di Trento. Ma al tempo stesso può essere considerata un prezioso momento per declinare nel quotidiano l’impegno a essere Chiesa “in uscita”, secondo l’intuizione di papa Francesco. La benedizione pasquale delle famiglie resta ancora oggi un “rito” che da Nord a Sud dell’Italia unisce le parrocchie nel tempo di Quaresima. Come vuole una prassi consolidata dai secoli, i sacerdoti programmano fin da dopo le festività natalizie le “benedizioni”, come vengono popolarmente chiamate, che catalizzeranno gran parte delle loro già fitte agende. Del resto, «uno dei compiti principali della loro azione pastorale» è la «cura di visitare le famiglie per recare l’annuncio di pace di Cristo», spiega il Benedizionale, ossia il libro che contiene le formule di benedizione per le diverse circostanze. E così nelle settimane che portano alla Pasqua il prete passa di casa in casa.

«E tutto ciò va visto come una vera e propria occasione di evangelizzazione delle famiglie accompagnata dalla preghiera», spiega don Gianni Cavagnoli, parroco di Cremona ma anche docente di liturgia all’Istituto “Santa Giustina” di Padova e direttore della Rivista Liturgica. Che subito aggiunge: «Se leggiamo questo capitolo ecclesiale alla luce dell’attuale magistero pontificio, possiamo dire che è espressione di una comunità ecclesiale estroversa che sa andare verso la gente e ha un rinnovato slancio missionario». Guai, però, a parlare di benedizione delle case. «Non è certamente un gesto scaramantico – tiene a precisare il sacerdote –. Ecco perché al centro ci deve essere sempre la persona e l’abitazione va intesa come luogo in cui la famiglia si riunisce. Non per nulla oggi nelle visite il prete raccoglie le confidenze del popolo di Dio che gli è stato affidato e tocca con mano anche le sue povertà: da quelle sociali, come la mancanza di lavoro, a quelle umane, che possono comprendere le crisi dei matrimoni o le incomprensioni nei rapporti con i figli. E, attraverso l’abbraccio che si realizza con questa pratica antica, il pastore se ne fa carico». Altrettanto da evitare è ogni accenno “economico”.

«Se papa Francesco ha ribadito con forza che la Messa non si paga – afferma don Cavagnoli –, è quanto mai necessario cancellare ogni ombra di lucro dalle benedizioni pasquali». Eppure non mancano le difficoltà. «Per due ragioni essenzialmente – sottolinea il liturgista –. La prima è legata al numero di sacerdoti che si sta riducendo. Allora la benedizione pasquale rischia di trasformarsi in una sorta di maratona del parroco, segnata dalla fretta. Inoltre succede che una famiglia possa ricevere la benedizione ogni due o tre anni, come testimoniano i casi di grandi parrocchie di città. In secondo luogo è cambiato il contesto sociale. Si fa fatica a trovare in casa una famiglia al mattino o al pomeriggio. Sicuramente qualcuno non vuole aprire la porta in modo intenzionale, ma in molti casi la porta resta chiusa perché i coniugi o i figli non ci sono a quel determinato orario. Abbiamo famiglie che chiedono un nuovo appuntamento, ma gli intensi ritmi di lavoro che accomunano comunità cittadine e rurali sono una variante ormai imprescindibile».

Il “rito” affonda le sue radici nelle parole di Gesù che si trovano nel Vangelo di Luca: “In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa”. «La shalombiblica è il complesso di ogni bene. A livello fisico si tratta della salute, del lavoro, del cibo. Dal punto di vista spirituale rimanda all’armonia. Perciò dire pace significa augurare l’unità in una società marcata dalle divisioni e dai contrasti». Poi c’è l’aspersione con l’acqua. «È il richiamo al Battesimo. L’acqua esprime sia il fatto che come famiglia siamo inseriti in Cristo, sia il bisogno di purificazione, cioè di perdono. E il perdono è una dimensione quanto mai importante e da riscoprire anche fra le mura domestiche ». La benedizione delle famiglie avviene per lo più in Quaresima. «Perché viene portato l’annuncio di Pasqua – chiarisce il liturgista –. È come se Cristo Risorto venisse in mezzo a noi, nelle nostre abitazioni, attraverso la persona del sacerdote». Ma può essere un laico a compiere questa prassi? «Certamente, purché lo faccia a nome della comunità. Anzi, è bene che nelle famiglie ci siano anche altre occasioni di benedizione comune come può essere prima di un pasto. E i sussidi per proporle non mancano».

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Per approfondire 2e2mot5 dans Diego Manetti  “In punta di piedi”, con discrezione e rispetto

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Sandra, la fidanzata santa che vedremo sugli altari

Posté par atempodiblog le 26 mars 2018

Sandra, la fidanzata santa che vedremo sugli altari
Racchiude tante delle virtù oggi dimenticate e a volte derise dal mondo, Sandra Sabattini, la ragazza per la quale il 6 marzo scorso papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto che la dichiara Venerabile. Ecco la sua storia iniziata a 12 anni dopo aver conosciuto don Oreste Benzi.
di Ermes Dovico – La nuova Bussola Quotidiana

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Racchiude tante delle virtù oggi dimenticate e a volte derise dal mondo, Sandra Sabattini, la ragazza per la quale il 6 marzo scorso papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto che la dichiara Venerabile, tappa che precede la possibile beatificazione, la quale diverrà concreta nel caso le venisse attribuito un miracolo. Ma quali sono state le virtù eroiche di questa giovanissima testimone del XX secolo, che molti già chiamano la “fidanzata santa”?

Sandra nasce a Riccione il 19 agosto 1961 da una famiglia profondamente cristiana, che fino ai suoi quattro anni vive a Misano Adriatico: papà Giuseppe, mamma Agnese e il fratellino Raffaele. Con loro si trasferisce poi a Rimini presso la canonica della parrocchia retta dallo zio, don Giuseppe Bonini, respirando ancora di più la fede nei beni celesti, come dimostra il suo diario, scritto dall’età di dieci anni e mezzo, nel quale annota: “La vita vissuta senza Dio è un passatempo, noioso o divertente, con cui giocare in attesa della morte”. Cresce dedicandosi alle attività comuni a molte coetanee: fa sport, suona il pianoforte, canta in un coro, sprizza vita da tutti i pori. Ma dentro di sé va germogliando un carisma fuori dall’ordinario e a 12 anni conosce don Oreste Benzi, il fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII, che con il suo esempio di fede incarnata aiuterà Sandra a incamminarsi sulla via della perfezione cristiana.

Nell’estate del 1974 partecipa a un soggiorno estivo sulle Dolomiti, insieme a ragazzi con gravi disabilità. È un’esperienza che la segna, tanto che tornando a casa dirà alla madre: “Ci siamo spezzate le ossa, ma quella è gente che io non abbandonerò mai”. Allo stesso tempo matura una sempre più intensa relazione con Dio. Sandra prende sul serio i Sacramenti, prega, fa compagnia a Gesù nascosto nel tabernacolo, legge i Salmi, medita sulle Sacre Scritture e comprende di dover offrire a Dio la propria miseria. “Signore, sento che Tu mi stai dando una mano per avvicinarmi a Te; mi dai la forza per fare un passo in avanti. Accettarti io vorrei, prima però devo sconfiggere me stessa, il mio orgoglio, le mie falsità. Non ho umiltà e non voglio riconoscerlo, mi lascio condizionare terribilmente dagli altri, ho paura di ciò che possono pensare di me. […] Dio, mi sai accettare così come sono, piena di limiti, paure, speranze?”.

Con questi umanissimi sentimenti, Sandra dedica il suo tempo libero ad aiutare i disabili e i tossicodipendenti assistiti dalla comunità di don Benzi e va a cercare i bisognosi di casa in casa. Nel 1979 arriva il fidanzamento con Guido, conosciuto l’anno prima a una festa di Carnevale: “La prima immagine che ho di lei è mentre sta ballando a quella festa”, ha ricordato lui, che prima di conoscerla viveva la propria fede cristiana quasi come un “tappabuchi filosofico”. Al contrario di Sandra per cui la fede era tutto e perciò andava vissuta in tutto, come nel rapporto casto con il fidanzato, noncurante della cultura sessantottina che aveva pervaso la società. “Fidanzamento: qualcosa di integrante con la vocazione. Ciò che vivo di disponibilità e d’amore nei confronti degli altri, è ciò che vivo anche per Guido”. Nessuno spazio per il libertinaggio di moda, ma solo per una libertà autentica: “Liberi… liberi dalla carne, dalle cose materiali, dalle emozioni, dalle passioni: cioè vivere queste cose senza restarne imbrigliati, per aprirsi a Dio, al suo Amore, che è spazio infinito”.

È la stessa vocazione che spinge Sandra a scegliere di iscriversi alla facoltà di Medicina, una scelta non dettata dal desiderio di carriera bensì maturata dalla ricerca del progetto che Dio ha su di lei, per donarsi totalmente come Lui desidera. Sogna di fare il medico missionario in Africa, nel suo slancio giovanile vorrebbe partire anche subito dopo la maturità scientifica, ma ascolta il padre, che la induce saggiamente a fare un passo alla volta. Del resto, il saper attendere era un suo pregio peculiare: “La verità è che dobbiamo imparare nella fede l’attesa di Dio, e questo non è un piccolo sforzo come atteggiamento dell’anima. Questo attendere, questo non preparare i piani, questo scrutare il cielo, questo fare silenzio è la cosa più interessante che compete a noi. Poi verrà anche l’ora della chiamata, ma ciechi se in tale ora penseremo di essere gli attori di tali meraviglie: la meraviglia semmai è Dio che si serve di noi così miserabili e poveri”.

La mattina del 29 aprile 1984, appena scesa dalla macchina per andare a partecipare a un’assemblea della “Papa Giovanni” con il fidanzato e un amico, viene investita da un’altra auto. La morte arrivò tre giorni dopo, quando non aveva ancora compiuto ventitré anni. Consapevole delle sue virtù, don Benzi si attivò subito, assieme a coloro che avevano avuto la grazia di conoscerla, per chiedere alla Chiesa di aprire un’indagine sulla sua vita esemplare – modello sicuro per ogni giovane – e nel 1985 curò la prima edizione del Diario di Sandra. Durante l’inchiesta diocesana, aperta nel 2006 e conclusa due anni più tardi, sono state ascoltate una sessantina di testimonianze su questa ragazza, che ha vissuto nel mondo con lo sguardo fisso all’eternità. Una ragazza che ringraziava Dio perché “sei con me, è una gioia paragonabile a nessun’altra quella che sento in me” e diceva sicura: “Oggi c’è un’inflazione di buoni cristiani, mentre il mondo ha bisogno di santi”.

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“Solo la sua fede può spiegare la follia del sacrificio di Arnaud Beltrame”

Posté par atempodiblog le 26 mars 2018

La morte di Arnaud Beltrame ha questo di eccezionale, che per un cristiano questo sacrificio rimanda a quello di Cristo”
“Solo la sua fede può spiegare la follia del sacrificio di Arnaud Beltrame”
di Rodolfo Casadei – Tempi

“Solo la sua fede può spiegare la follia del sacrificio di Arnaud Beltrame” dans Articoli di Giornali e News Arnaud_Beltrame

Ad Arnaud Beltrame sono stati impartiti l’estrema unzione e la benedizione apostolica in punto di morte venerdì sera 23 marzo nell’ospedale di Carcassonne da parte di padre Jean-Baptiste, canonico regolare dell’abbazia di Lagrasse, il sacerdote che lo stava preparando al matrimonio religioso con la moglie Marielle, alla quale era unito in matrimonio civile. Non è stato possibile celebrare un matrimonio in articulo mortis – diversamente da quello che hanno scritto alcuni giornali – perché il tenente colonnello della gendarmeria dell’Aude (la regione di Carcassonne) non era cosciente, a causa delle ferite infertegli dal terrorista Redouane Lakdim. Costui aveva infierito con coltellate e colpi di arma da fuoco contro la vittima, che si era offerta come ostaggio al posto di uno dei civili sequestrati dal 26enne franco-marocchino all’interno di un supermercato della località di Trèbes. Arnaud aveva lasciato aperta una chiamata del suo cellulare ai suoi compagni gendarmi per permettere loro di sapere cosa succedeva all’interno dell’edificio. Gli agenti sono intervenuti non appena hanno sentito i colpi di arma da fuoco attraverso il ricevitore, ma non abbastanza rapidamente da evitare che il tenente colonnello subisse ferite mortali: nelle prime ore di sabato 24 marzo Arnaud Beltrame è spirato. Prima di lui il terrorista aveva ucciso altre tre persone e ne aveva ferite 15 fra Carcassonne e Trèbes.

Subito dopo padre Jean-Baptiste ha scritto una testimonianza che ha pubblicato sulla pagina Facebook dell’Abbazia dei Canonici di Lagrasse: «È stato a causa di un incontro fortuito durante una visita della nostra Abbazia, monumento storico, che ho fatto la conoscenza del tenente colonnello Arnaud Beltrame e di Marielle, con la quale si era sposato civilmente il 27 agosto 2016. Abbiamo subito simpatizzato e mi hanno chiesto di prepararli al matrimonio religioso che avrei dovuto celebrare vicino a Vannes il prossimo 9 giugno. Abbiamo quindi passato molte ore a lavorare sui fondamentali della vita coniugale negli ultimi due anni. Avevo benedetto la loro casa il 16 dicembre e avevamo concluso il dossier canonico del matrimonio. La bellissima dichiarazione d’intenti di Arnaud mi è arrivata 4 giorni prima della sua morte eroica. Questa giovane coppia veniva regolarmente all’abbazia per partecipare alle messe, agli uffici e alle catechesi, in particolare ad un gruppo di pastorale familiare che si chiama Nostra Signora di Cana. Facevano parte dell’équipe di Narbonne. Sono venuti non più tardi di domenica scorsa. Intelligente, sportivo, loquace e trascinatore, Arnaud parlava volentieri della sua conversione. Nato in una famiglia poco praticante, ha vissuto un’autentica conversione verso il 2008. Ha ricevuto la prima comunione e la cresima dopo 2 anni di catecumenato, nel 2010. Dopo un pellegrinaggio a Sainte-Anne-d’Auray nel 2015, dove chiede alla Vergine Maria di incontrare la donna della sua vita, si lega con Marielle, la cui fede è profonda e discreta. Il fidanzamento è celebrato all’abbazia bretone di Timadeuc a Pasqua del 2016. Appassionato della gendarmeria, nutre da sempre una passione per la Francia, la sua grandezza, la sua storia, le sue radici cristiane che ha riscoperto con la sua conversione. Quando si consegna al posto degli ostaggi, probabilmente è animato dalla passione del suo eroismo da ufficiale, perché per lui essere gendarme significava proteggere. Ma sa il rischio enorme che prende. Sa anche la promessa di matrimonio religioso che ha fatto a Marielle che è già sua moglie civilmente e che ama teneramente, ne sono testimone. Allora? Aveva il diritto di correre un tale rischio? Mi sembra che solo la sua fede possa spiegare la follia di questo sacrificio che oggi suscita l’ammirazione di tutti. Sapeva, come ci ha detto Gesù, che “Non c’è amore più grande che dare la vita per i propri amici” (Gv 15, 13). Sapeva che, se la sua vita cominciava ad appartenere a Marielle, era anche di Dio, della Francia, dei suoi fratelli in pericolo di morte. Credo che solo una fede cristiana animata dalla carità potesse richiedergli questo sacrificio sovrumano.
Sono riuscito a raggiungerlo all’ospedale di Carcassonne verso le 21 di venerdì sera. I gendarmi e i medici o le infermiere mi hanno fatto strada con una delicatezza notevole. Era vivo ma privo di sensi. Ho potuto dargli il sacramento dei malati e la benedizione apostolica in punto di morte. Marielle rispondeva alle belle formule liturgiche. Eravamo un venerdì della Passione, proprio prima dell’inizio della Settimana santa. Avevo appena pregato l’ufficio dell’ora nona e la via crucis ricordandolo nelle intenzioni. Ho chiesto al personale infermieristico se gli si poteva lasciare una medaglia mariana, quella della rue du Bac a Parigi (la medaglia miracolosa di santa Caterina Labouret – ndt). Comprensiva e professionale, un’infermiera l’ha fissata sulla sua spalla. Non ho potuto sposarlo come è stato scritto maldestramente in un articolo, perché era privo di sensi. Arnaud non avrà mai figli carnali. Ma il suo impressionante eroismo susciterà, io credo, molti imitatori, pronti al dono di se stessi per la Francia e la sua gioia cristiana».

Che Arnaud Beltrame fosse un uomo e un militare che poteva dare in qualunque momento prova di abnegazione fino all’eroismo, lo si poteva intuire dal curriculum. Al suo attivo aveva già 4 decorazioni: la Medaglia d’onore degli affari esteri, la Croce al valor militare, la Medaglia della Difesa nazionale e il titolo di Cavaliere dell’ordine nazionale del Merito. Gli erano state tributate soprattutto per i servizi resi in Irak nel 2005-2006, dove aveva fatto parte come maggiore dello Squadrone paracadutisti d’intervento della Gendarmeria nazionale (Epign) incaricato della protezione dell’ambasciatore francese, e dove aveva partecipato a una missione ad alto rischio per mettere in salvo un cooperante francese che stava per essere rapito da una banda jihadista. In seguito era diventato comandante di compagnia della Guardia Repubblicana e assegnato per quattro anni alla sicurezza dell’Eliseo. Quindi altri scatti di carriera: comandante della compagnia di Avranches (Manche), consigliere alla sicurezza al ministero dell’Ecologia, ufficiale aggiunto di comando della gendarmeria dell’Aude, sotto la cui competenza ricadono Carcassonne e Trèbes. Beltrame era discendente di una famiglia di militari, anche il nonno e il padre, originari del dipartimento del Morbihan in Bretagna, avevano servito nelle forze armate. Lui aveva studiato al liceo militare dell’Accademia di Saint-Cyr, poi aveva fatto parte del 35° reggimento di Artiglieria paracadutista e dell’8° reggimento di artiglieria, prima di entrare alla Scuola ufficiali della Gendarmeria nazionale.

Pochi mesi fa Arnaud Beltrame aveva compiuto un pellegrinaggio a Santiago de Compostela in compagnia del padre, malato, che era deceduto pochi giorni fa e il cui funerale si era svolto il 16 marzo, una settimana appena prima dell’attacco terrorista a Trèbes. Commentando gli avvenimenti, il vescovo ordinario militare francese mons. Antoine de Romanet ha scritto: «Arnaud Beltrame non è la sola vittima della tragedia di questo 23 marzo, e i nostri pensieri e le nostre preghiere raggiungono ugualmente ciascuna delle vittime e ciascuno dei loro familiari e dei loro prossimi. Ogni morte è unica. Ogni morte è sconvolgente. Ma la morte di Arnaud Beltrame ha questo di eccezionale, che per un cristiano questo sacrificio rimanda a quello di Cristo, mediatore fra Dio suo Padre e noi uomini, prendendo su di sé il peccato del mondo per la salvezza di tutti, affrontando la morte per convertirla in fonte di luce e di vita. E quale fonte straordinaria di Speranza nel meglio dell’uomo ci è stata qui consegnata nel mezzo delle tenebre, di fronte a una tragica volontà di annientare!».

Anche il Grande Oriente di Francia, al quale Arnaud Beltrame si era affiliato poco prima della conversione cattolica, ha reso un “vibrante omaggio” al tenente colonnello, «membro della Rispettabile Loggia Jérôme Bonaparte all’Oriente di Rueil-Nanterre». Secondo il periodico cattolico La Croix «egli aveva preso da qualche anno le distanze dalla massoneria, secondo la testimonianza di una persona a lui vicina».
La benedizione apostolica in punto di morte comporta l’indulgenza plenaria, cioè la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa con l’assoluzione. Impartendola il sacerdote recita la formula «Per i santi misteri della nostra redenzione, Dio onnipotente ti condoni ogni pena della vita presente e futura, ti apra le porte del Paradiso e ti conduca alla gioia eterna», oppure: «In virtù della facoltà datami dalla Sede Apostolica, io ti concedo l’indulgenza plenaria e la remissione di tutti i peccati, nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo». Queste benedizioni papali e le annesse indulgenze furono concesse per la prima volta ai crociati e poi ai pellegrini che morirono durante il viaggio per ottenere l’indulgenza dell’Anno Santo. Papa Clemente IV (1265-1268) e Gregorio XI (1370-1378) la estesero alle vittime della peste. Inizialmente riservata al Papa in persona, la facoltà di impartirla fu estesa ai vescovi e ai sacerdoti da loro delegati da Benedetto XIV (1740-1758) con la costituzione Pia Mater.

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L’eroismo cristiano di una Francia che non è persa

Posté par atempodiblog le 26 mars 2018

Carcassonne e il gendarme Arnaud
L’eroismo cristiano di una Francia che non è persa
Quella della morte di Arnaud Beltrame, il tenente colonnello morto dopo essersi offerto di rimpiazzare un ostaggio nelle mani di un terrorista islamico, non è solo una storia di coraggio e di eroismo. È una storia di eroismo cristiano.
di Marco Tosatti – La nuova Bussola Quotidiana

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Quella della morte di Arnaud Beltrame, il tenente colonnello morto dopo essersi offerto di rimpiazzare un ostaggio nelle mani di un terrorista islamico, non è solo una storia di coraggio e di eroismo. È una storia di eroismo cristiano. Testimoniata da un sacerdote, un canonico dell’abbazia di Lagrasse, un’antica abbazia benedettina affidata ai Canonici della Madre di Dio, una comunità religiosa nata nel 1969, che l’hanno restaurata salvandola dalla rovina e che è oggi sede di una comunità viva e attiva, formata da più di trenta membri. Il canonico offre un quadro del percorso spirituale compiuto da Arnaud e dalla sua fidanzata Marielle; e offre anche una spiegazione più profonda dei motivi che hanno spinto Arnaud.

Niente obbligava Arnaud a compiere quel gesto; e infatti c’è stato sui social chi ha rimproverato ai suoi colleghi di averglielo permesso. Ma leggiamo qualche brano della testimonianza del sacerdote, che ha incontrato causalmente due anni fa il gendarme e Marielle “con cui si è sposato civilmente il 27 agosto 2016. Abbiamo simpatizzato rapidamente e mi hanno chiesto di prepararli al matrimonio religioso che avrei dovuto celebrare vicino a Vannes il 9 giugno prossimo”.

In questi due anni Arnaud, Marielle e il sacerdote hanno trascorso parecchie ore a lavorare su quelle che dovrebbero essere le basi della vita coniugale. Ne è nato un rapporto di grande amicizia:  “Il 16 dicembre ho benedetto la loro casa e abbiamo completato il dossier canonico per il matrimonio. La bellissima dichiarazione di intenti di Arnaud mi è giunta quattro giorni prima della sua morte eroica”.

Arnaud e Marielle partecipavano regolarmente alla vita dell’abbazia, partecipavano alle messe, seguivano le conferenze e gli incontri. Erano parte di un gruppo di fede, Nostra Signora di Cana. Facevano parte della squadra di Narbonne. “Sono venuti ancora domenica scorsa”, dice il sacerdote. Il canonico descrive Arnaud come una persona estroversa, intelligente, sportiva e coinvolgente. La fede per lui era giunta in età adulta, verso i trentatré anni; era cattolico di nascita, ma la sua famiglia non era praticante. Nel 2008 ha vissuto una conversione improvvisa: “Ha ricevuto la prima comunione e la cresima dopo due anni di catecumenato, nel 2010. Dopo un pellegrinaggio a Sant’Anna di Auray, nel 2015, dove chiese alla Vergine Maria di incontrare la donna della sua vita, si è legato con Marielle, la cui fede è profonda e discreta. Il fidanzamento è stato celebrato a Pasqua 2016 nell’abbazia bretone d Timadeuc”.

Arnaud amava molto il suo lavoro e il suo Paese; e la conversione lo ha portato a scoprire le profonde radici cristiane della “Figlia maggiore della Chiesa”, come era un giorno definita la Francia. E infine si arriva al momento drammatico di Trèbes, quando il terrorista islamico, dopo aver già ucciso, prende una donna in ostaggio, e Arnaud si offre al suo posto. Lasciamo la parola al sacerdote: “Consegnandosi al posto degli ostaggi è probabilmente animato con passione dal suo eroismo di ufficiale, perché per lui, essere gendarme voleva dire proteggere. Ma sa il rischio altissimo che prende. Sa anche della promessa di matrimonio religioso che ha fatto a Marielle, che è già civilmente la sua sposa e che ama teneramente, ne sono testimone. Allora? Aveva il diritto di prendere un tale rischio? Mi sembra che solamente la sua fede può spiegare la ‘follia’ di questo sacrificio che fa oggi l’ammirazione di tutti. Sapeva come ci ha detto Gesù, che “non c’è amore più grande che dare la vita per i propri amici”. Sapeva che se la sua vita apparteneva a Marielle, apparteneva anche a Dio, alla Francia, ai suoi fratelli in pericolo di morte. Credo che solo una fede cristiana animata dalla carità poteva chiedergli questo sacrificio sovrumano”.

Il seguito lo sappiamo. Il sacerdote ha potuto raggiungere l’amico in ospedale, vivo ma incosciente, dargli l’unzione degli infermi, e la benedizione apostolica in articulo mortis. Non può, come forse sarebbe stato desiderio di Arnaud e Marielle, unirli in matrimonio, perché Arnaud non era cosciente. Che altro c’è da dire? Forse la Chiesa potrà vedere in questo, come in altri casi, una testimonianza eroica di carità cristiana. Personalmente ce lo auguriamo. Tutto quello che possiamo dire è fare nostro un commento che abbiamo letto sul web: “E io davo la Francia per persa…”. No, finché ci sono persone come Arnaud Beltrame.

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Domenica delle Palme

Posté par atempodiblog le 25 mars 2018

Domenica delle Palme
La Domenica delle Palme segna l’inizio della Settimana Santa, come ben ricorda la monizione che precede la liturgia e introduce la processione: “Gesù entra in Gerusalemme per dare compimento al mistero della morte e Resurrezione”.
di Mons. Luigi Negri– La nuova Bussola Quotidiana

Domenica delle Palme dans Commenti al Vangelo maesta-duccio-ingresso-a-gerusalemme

La Domenica delle Palme segna l’inizio della Settimana Santa, come ben ricorda la monizione che precede la liturgia e introduce la processione: “Gesù entra in Gerusalemme per dare compimento al mistero della morte e Resurrezione”. Già queste parole ci consentono di entrare nel cuore della celebrazione, che ha come suo punto d’inizio il ricordo dell’ingresso messianico di Cristo a Gerusalemme, il Re di tutti i secoli e Nostro Signore che entra nella Città Santa sul dorso di un’umilissima asina, adempiendo così la profezia di Zaccaria: “Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina” (Zc 9, 9).

I rami e i mantelli che la folla stese sulla strada sono il segno di un popolo che acclama il suo re, senza tuttavia immaginare che la regalità di Cristo avrebbe trovato il suo compimento sul Calvario. È la logica di Dio, così sorprendente e scandalosa per il mondo, è il mistero della croce che è già contenuto in quello che per la logica umana ha l’apparenza di un ossimoro: il Re su un asino. Un Re al quale i fanciulli cantano “Osanna al figlio di Davide”, che sconcerta chi detiene una qualche forma di potere terreno (“non senti quello che dicono?”, domandano sdegnati gli increduli scribi e sommi sacerdoti), a cui Gesù ricorda la necessità di farsi piccoli per entrare nel Regno dei Cieli, rievocando il Salmo 8: “Sì, non avete mai letto: Dalla bocca dei bambini e dei lattanti ti sei procurata una lode?”.

Ecco perché il culmine della liturgia odierna non può che essere la Passione. Tutte le letture mostrano il commovente legame tra l’Antica e la Nuova Alleanza che si realizza in Cristo, il divin Verbo che ama ciascuno di noi e perciò abbassatosi fino a noi per mantenere le promesse di salvezza, ossia la liberazione dal peccato e dalla schiavitù a cui ci assoggetta Satana con i suoi inganni. Solo Cristo è la risposta al male, solo dalla sua croce – che ogni cristiano è chiamato a portare – passano la vittoria sulla morte e la gloria eterna, e non per nulla la liturgia della Parola si apre con un’altra profezia avverata, riprendendo un passo cristologico di Isaia, noto come Terzo canto del Servo: “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba, non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi” (Is 50, 6). Il Servo cantato da Isaia è la prefigurazione di Gesù sofferente e obbediente in tutto alla volontà del Padre, per espiare i nostri peccati e realizzare il disegno salvifico.

La processione che precede la liturgia è documentata a Gerusalemme fin dal IV secolo, presto estesasi in altri centri della cristianità come la Siria e l’Egitto. Con il tempo la processione accrebbe la sua importanza, arricchendosi di inni sacri e della rituale benedizione delle palme, attestata dal VII secolo. In quest’epoca operò tra gli altri un celebre innografo e teologo come sant’Andrea di Creta (c. 650-740), che sulla Domenica delle Palme scrisse: “Corriamo anche noi insieme a Colui che si affretta verso la Passione e imitiamo coloro che gli andarono incontro. Non però per stendere davanti a Lui lungo il suo cammino rami d’olivo o di palme, tappeti e altre cose del genere, ma come per stendere in umile prostrazione e in profonda adorazione dinanzi ai Suoi piedi le nostre persone. […] Agitando i rami spirituali dell’anima, anche noi ogni giorno, assieme ai fanciulli, acclamiamo santamente: Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele”.

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