Il ‘dio’ del male

Posté par atempodiblog le 24 octobre 2017

Il ‘dio’ del male
Negando il soprannaturale, non si riconosce più l’Anticristo. Una presenza più che mai attuale.
“La menzogna non è mai tanto falsa come quando si avvicina molto alla verità. E’ quando la pugnalata sfiora il nervo delle verità che la coscienza cristiana urla di dolore”(G. K. Chesterton, “San Tommaso d’Aquino”)
di Matteo Matzuzzi – Il Foglio
Tratto da: Articoli interessanti

Il 'dio' del male dans Anticristo Francis_Bacon_Studio_dal_ritratto_di_Innocenzo_X
Francis Bacon, “Studio dal ritratto di Innocenzo X, olio su tela (1953)

A volte, scriveva John Henry Newman, “il nemico si trasforma in amico, a volte viene spogliato della sua virulenza e aggressività, a volte cade a pezzi da solo, a volte infierisce quanto basta, a nostro vantaggio, poi scompare” . Parlare di Anticristo potrebbe richiamare l’idea di qualcosa di vecchio, d’antico, di ineluttabilmente superato dalla storia che avanza. Poi, scorrendo il Catechismo, si legge che “prima della venuta di Cristo, la chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti. La persecuzione che accompagna il suo pellegrinaggio sulla terra svelerà il mistero di iniquità sotto la forma di un’impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità. La massima impostura religiosa è quella dell’Anti-Cristo, cioè di uno pseudo-messianismo in cui l’uomo glorifica se stesso al posto di Dio e del suo Messia venuto nella carne”. Non si dice se sia reale. se sia una presenza fisica o una rappresentazione ideale dei male, del mistero d’iniquità. appunto. Ma è un mistero più che mai vivo. Da poco l`editore XY.IT ha mandato in stampa L’Anticristo, un saggio scritto cinquant’anni fa in tedesco da Reinhard Raffalt, giornalista, storico. musicologo. Erano gli anni della contestazione, della crisi della chiesa davanti alla modernità, del Papa Paolo VI che – oltraggiato dai suoi stessi vescovi dopo la promulgazione dell’enciclica Humanae vitae - parlava di “fumo di Satana entrato da qualche fessura nel tempio di Dio”.

Chi è l’Anticristo?
Chi è l’Anticristo? “L’uomo ultimo, perfettissimo, capace di fare tutto correttamente nell’ambito dei limiti ben visibili dell’esperienza e della ragione umana”, risponde Raffalt. “Non si tratta dunque in alcun modo di un diavolo. Al contrario: l’Anticristo realizza alla lettera l’esortazione evangelica. Amerai il tuo prossimo come te stesso. E tuttavia nega contemporaneamente il presupposto dell’amore del prossimo che nel Vangelo appare nella proposizione che precede l’appena citata: Ama il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Una persona reale, dunque.

E allora torna alla mente il monologo del Grande Inquisitore di Dostoevskij nei Fratelli Karamazov: “Tu avevi ragione. Il segreto dell’esistenza umana infatti non sta soltanto nel vivere, ma in ciò per cui si vive. Senza un concetto sicuro del fine per cui si deve vivere, l’uomo non acconsentirà a vivere e si sopprimerà piuttosto che restare sulla terra, anche se intorno a lui non ci fossero che pani”, dice a Gesù tornato sulla terra il Grande Inquisitore. E’ calata la notte nello squallore della cella in cui il Messia era stato rinchiuso prima che la gente potesse riconoscerlo. Il vecchio ministro della chiesa, il capo della Santa Inquisizione, però ha subito capito che quello era davvero il figlio di Dio, a Siviglia, in pieno Sedicesimo secolo. Gli si avvicina, lo squadra per bene e lo accusa di essere tornato tra gli uomini a rovinare i suoi piani volti a creare un’armonica convivenza tra tutti i popoli.

Questo è giusto”, aggiunge: “Ma che cosa è avvenuto? Invece di impadronirti della libertà degli uomini, tu l’hai ancora accresciuta. Avevi forse dimenticato che la tranquillità e perfino la morte è all’uomo più cara della libera scelta fra il bene e il male? Nulla – sentenzia l’Inquisitore – è per l’uomo più seducente che la libertà della sua coscienza, ma nulla anche è più tormentoso. Ed ecco che, in luogo di saldi princìpi, per acquietare la coscienza umana una volta per sempre, tu hai scelto tutto quello che c”è di più inconsueto, enigmatico e impreciso, hai scelto tutto quello che superava le forze degli uomini, e hai perciò agito come se tu non li amassi per nulla. E chi ha mai fatto questo? Colui che era venuto a dare per essi la sua vita”. L’ideale evangelico è improponibile per lo sciagurato peccatore mondano, dice l’Inquisitore. “E se migliaia e decine di migliaia di esseri ti seguiranno in nome del pane celeste, che sarà dei milioni e dei miliardi di esseri che non avranno la forza di posporre il pane terreno a quello celeste?”.

Eccola la tentazione, il rimprovero di Satana nel deserto, “Se tu sei Figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane”: dimostra la tua potenza con le cose di quaggiù. in modo che tutti possano onorarti e osannarti come loro re. E’ un monologo quello dell’Inquisitore, l’Anticristo che si proponeva di correggere Cristo, che illustra il piano per edificare un regno di questo mondo ove tutti potessero essere felici, senza l’illusione portata da quel falegname di Nazaret morto in croce. Gesù lo ascolta, non dice nulla. Si permetterà solo un gesto, alla fine: un bacio, come quello che lui, secoli e secoli prima aveva ricevuto da Giuda.

Com’è distante questo vegliardo dall’idea teorizzata da Origene, secondo cui l’Anticristo non aveva alcun tratto reale, bensì era poco di più che un simbolo di tutto ciò che nega la verità. No, l’Anticristo dostoevskijano è un uomo vivo, un essere razionale. Il male travestito da bene.

Il superuomo richiamato anche da Nietzsche, l’onnisciente e onnipotente “uomo del futuro narrato” da Solov’ev: “Il Cristo è stato il riformatore dell”umanità, predicando e manifestando il bene morale nella sua vita, io invece sono chiamato ad essere il benefattore di questa umanità, in parte emendata e in parte incorreggibile. Darò a tutti gli uomini ciò che è loro necessario”. Ecco il richiamo all’Inquisitore, il propiziatore della felicità terrena, che distribuisce pane vero che si può vedere e toccare, altro che il pane celeste. L’Anticristo è sempre uguale, si presenta bene: “ll nuovo padrone della terra era anzitutto un filantropo, pieno di compassione e non solo amico degli uomini, ma anche amico degli animali. Personalmente era vegetariano, proibì la vivisezione e sottopose i mattatoi a una severa sorveglianza; le società protettrici degli animali furono da lui incoraggiate in tutti i modi. La più importante di queste sue opere fu la solida instaurazione in tutta l’umanità dell’uguaglianza che risulta essere la più essenziale: l’uguaglianza della sazietà generale”, scrive Solov’ev.

Offre tutto a tutti: “Popoli della terra! Vi do la mia pace! Popoli della terra! Si sono compiute le promesse! L’eterna pace universale è assicurata! Ogni tentativo di turbarla incontrerà immediatamente una insuperabile resistenza. Giacché d’ora in poi c’è sulla terra una potenza centrale più forte di tutte le altre potenze, sia prese separatamente che prese insieme”. Convoca un concilio a Gerusalemme per l’unione di tutti i culti, ripete le promesse, assicura che nulla potrà più turbare l’armonia decisa da lui, il superuomo. Chiede a vescovi e padri, teologi e laici illuminati di salire sul palco con lui. In cambio d”ogni concessione chiede una cosa soltanto, “che dall’intimo del cuore riconosciate in me il vostro unico difensore e unico protettore”. La folla si sposta, sale, urla di gioia pronta a riverire l’imperatore. Pochi restano giù, il superuomo li guarda, tentenna e dice: “Strani uomini! Che volete da me? Io non lo so. Ditemelo dunque voi stessi, o cristiani abbandonati dalla maggioranza dei vostri fratelli e capi, condannati dal sentimento popolare. Che cosa avete di più caro nel cristianesimo?”. La risposta che dà lo starets Giovanni gli fa perdere ogni ritegno, cade l’abito bello con cui aveva nascosto la sua vera natura: “Quello che noi abbiamo di più caro nel cristianesimo è Cristo stesso. Lui stesso e tutto ciò che viene da lui, giacché noi sappiamo che in lui dimora corporalmente tutta la pienezza della divinità”. E’ una risposta che sconcerta l’imperatore: Cristo stesso è ciò di cui l’uomo ha più caro. Non il pane bianco o i dogmi. Neppure i valori. No, solo Cristo. Cioè l’unica cosa che lui, l’Anticristo, non poteva dare. Una risposta che gli fa capire quanto la sua potenza mondana non sia nulla davanti all’infinito.

I suoi regni, i suoi troni, le sue marce trionfali “dell’Umanità unita” non valgono niente, sono polvere, proprio come le città che Satana nel deserto aveva mostrato a Gesù. Miraggi vani. Ora si comprendo quel silenzio opposto da Cristo al lungo monologo dell’Inquisitore, interrotto solo da un bacio finale.

Sono piani diversi, l”Anticristo – pur dandosi da fare – anche con la sua “ardente dedizione al bene comune”, non può fare nulla dinanzi a Cristo perché è quest’ultimo, come scriveva san Paolo, “la consistenza di tutte le cose. Tutto consiste in lui”. Senza di lui, nessuna opera bella o insieme di regole dotte e meditate può avere senso

ll mondo ideale dell’imperatore è lo stesso del Grande inquisitore di Dostoevskij ed è lo stesso del Padrone del mondo profeticamente narrato da Robert Hugh Benson all’inizio del Novecento. Un mondo in cui a Cristo si sostituisce un generico umanitarismo, dove la differenza tra le religioni è annullata, dove la tolleranza universale diviene il mantra predicato ovunque. Julian Felsenburgh è l’Anticristo di Benson, che vedrà proprio nella chiesa cattolica l’ltimo argine alla vittoria di questo filantropo, che come in Solov’ev ha i tratti del carismatico uomo politico cultore della pace mondiale. Una chiesa che però viene annientata, vinta dalle idee del progresso che Benson descrive già con incredibile lucidità: dall’eutanasia legalizzata alla crisi del sacerdozio, fino al punto da immaginare le due “strade simili a circuiti di gara, ognuna larga almeno quattrocento metri, immerse sei metri sottoterra”.

Il mondo e le opere dell’uomo trionfavano a vista d’occhio”; un mondo in cui l’uomo sente di aver raggiunto l’agognata perfezione e per questo può fare a meno di Dio. Vivendo proprio “come se Dio non esistesse”, scriveva al principio del millennio Giovanni Paolo II, la cui fotografia della realtà sembra una pagina tratta dal Padrone del mondo: “Alla radice dello smarrimento della speranza sta il tentativo di far prevalere un”antropologia senza Dio e senza Cristo. Questo tipo di pensiero ha portato a considerare l’uomo come il centro assoluto della realtà, facendogli così artificiosamente occupare il posto di Dio e dimenticando che non e l’uomo che fa Dio ma Dio che fa l`uomo. L’aver dimenticato Dio ha portato ad abbandonare l’uomo, per cui non c’è da stupirsi se in questo contesto si è aperto un vastissimo spazio per il libero sviluppo del nichilismo in campo filosofico, del relativismo in campo gnoseologico e morale, del pragmatismo e finanche dell’edonismo cinico nella configurazione della vita quotidiana”. Karol Wojtyla la chiamava “apostasia silenziosa”, quasi fosse un’assuefazione, lenta ma progressiva e destinata a emergere con tutta la sua forza.

Benson descrive questo mondo, con tutti, dai ministri ai preti che si innamorano di Felsenburgh, che in lui ripongono false speranze. La fede è ormai già persa, non se ne discute neppure. Quel che è più grave e che s’è smarrita la capacità di riconoscere l’Anticristo perché si è scelto di negare il soprannaturale.

Si prenda Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov, ambientato nell’ateismo di stato sovietico. All’inizio del romanzo, su una panchina presso gli stagni Patriarsie, due letterati, Berlioz e Bezdomnyj discutono di Gesù Cristo. “Bezdomnyj aveva tratteggiato il personaggio principale del suo poema, cioè Gesù, a tinte molto fosche, eppure tutto il poema, secondo il direttore, andava rifatto di sana pianta”, scrive Bulgakov: “Il suo era un Gesù del tutto vivo, un Gesù che un tempo aveva avuto una sua esistenza anche se, a dire il vero, era un Gesù  fornito di tutta una serie di attributi negativi. Berlioz invece voleva dimostrare al poeta che la cosa principale non era chi fosse Gesù, se fosse buono o cattivo, ma che questo Gesù storicamente non era mai esistito sulla terra e che tutti i racconti che si facevano su di lui erano semplici invenzioni, che si trattava di un normalissimo mito”. Sarà il diavolo in persona, sotto le mentite spoglie d’un cortese gentiluomo straniero poliglotta, a smentirli: “Tengano presente che Gesù è esistito”.

Il mondo ateo che nega Cristo e che per questo perseguita la chiesa ricorre un po’ ovunque nella letteratura moderna sull’Anticristo. Scorrendo le pagine di Solov’ev e di Benson sorge quasi spontanea la domanda su cosa si debba fare, nella disperazione ovvia e naturale che si prova dinanzi all’edificio che crolla. In cosa sperare, quali riferimenti fissare mentre l’apostasia e l’assuefazione diventano ordinarie. Scriveva Newman nel Biglietto Speech che lesse appena ricevuta la notizia della sua creazione cardinalizia, nel 1879, che “la chiesa non deve fare altro che continuare a fare ciò che deve fare, nella fiducia e nella pace, stare tranquilla e attendere la salvezza da Dio”.

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“Il fantasy cattolico ha una marcia in più”

Posté par atempodiblog le 16 juillet 2017

“Il fantasy cattolico ha una marcia in più”
Lo scrive il gesuita Guy J. Consolmagno su «Civiltà cattolica»: «Superman è una noia, Frodo ci piace perchè sa soffrire»
di Raffaella Silipo – La Stampa

“Il fantasy cattolico ha una marcia in più” dans Articoli di Giornali e News Frodo

Superman? «Alla fin fine è una noia». Vuoi mettere con Frodo, «che può soffrire e fallire e alla fine trionfare»? Gli scrittori cattolici di fantascienza e di fantasy, sostiene Guy J. Consolmagno (scienziato e gesuita appassionato di fantascienza, che proprio grazie a essa è divenuto uno scienziato) su «Civiltà cattolica», hanno una marcia in più. John R. R. Tolkien e Gene Wolfe sono soltanto gli esempi più eclatanti, ma tra i più noti e amati scrittori di fantascienza ci sono «insospettabilmente» tanti cattolici. Perché? «Ad esempio, la concezione cattolica di un’umanità peccatrice comporta la presenza di personaggi che possono essere amati anche quando commettono errori e si comportano male».

L’articolo dal titolo «La fantascienza e la sensibilità cattolica», che apparirà sul prossimo fascicolo della rivista, sostiene che gli scrittori cattolici sono avvantaggiati dalla loro fede anche dal punto di vista narrativo. D’altronde già Tolkien lo sosteneva, in una lettera al gesuita Padre Robert Murray: «Il signore degli anelli è fondamentalmente un’opera religiosa e cattolica: l’elemento religioso è radicato nella storia e nel simbolismo». Un altro credente convinto – anche se non cattolico ma anglicano – era Clive Staples Lewis, amico e collega di Tolkien, che ha riempito di simbologia cristiana le sue «Cronache di Narnia»

Mentre Gilbert K. Chesterton scriveva: «Le favole non danno al bambino la prima idea di uno spirito cattivo. Ciò che le favole danno al bambino è la prima chiara idea della possibile sconfitta dello spirito cattivo. Il bambino conosce dal profondo il drago, fin da quando riesce ad immaginare. Ciò che la favola gli fornisce è che esiste un San Giorgio che uccide il drago»

Il cattolicesimo in questo caso «è un insieme di princìpi circa l’universo, al di là di ciò che possono dirci gli astronomi. E le buone storie vengono spesso dallo scontro tra visioni del mondo contrapposte. Essere cattolici in un mondo laico significa vivere quella tensione: si è già a buon punto». La sfida è sempre quella: la battaglia del bene contro il male, sentimenti grandi e nobili, un senso ultimo delle cose e soprattutto l’aspirazione alla grandezza, «promuovere un’immagine che sia davvero abbastanza grande da essere universale». In questo senso, l’obiettivo degli scrittori cattolici «sembra essere, in fondo, quello di trovare nuovi modi per dire Dio, pur restando fedeli a quello vero».

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La vita consiste nell’imparare a morire

Posté par atempodiblog le 22 mai 2017

La vita consiste nell’imparare a morire dans Citazioni, frasi e pensieri GK_Chesterton

«Non nego – diceva – che sia necessaria la presenza dei preti a ricordare agli uomini che verrà un giorno in cui moriranno. Dico solo che in certe epoche è necessario che ci sia un altro genere di preti, chiamati poeti, per ricordare agli uomini che – sorprendentemente – sono ancora vivi.

Gli intellettuali tra cui bazzicavo non erano vivi neppure quel tanto che bastava per temere la morte. Non avevano neppure abbastanza fegato per essere dei codardi. Finché non gli si fosse parata una pistola proprio davanti al naso, essi avrebbero persino ignorato di essere nati. Perché è vero che in età fondate su una visione eterna delle cose si può affermare che la vita consiste nell’imparare a morire».

Gilbert Keith Chesterton – Uomovivo

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La moderna scuola elementare

Posté par atempodiblog le 22 octobre 2016

La moderna scuola elementare dans Citazioni, frasi e pensieri scuola_primaria

Non penso che la moderna scuola elementare diffonda la luce della conoscenza. Non penso che diffonda niente, se non ogni tanto gli orecchioni.

Gilbert Keith Chesterton

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Combattere ed essere caritatevoli nello stesso tempo

Posté par atempodiblog le 18 juillet 2016

Combattere ed essere caritatevoli nello stesso tempo dans Citazioni, frasi e pensieri GK_Chesterton

Molti combattono perché lo ritengono necessario; ma a nessuno, temo, pare possibile combattere con carità, nel senso di combattere ed essere caritatevoli nello stesso tempo. Abbiamo un po’ l’idea che per vincere, o anche solo per combattere, bisogna “metterla giù dura”. Poi però leggiamo Chesterton e capiamo che invece è proprio possibile combattere ed essere caritatevoli al punto da non aver nemici – cosa che in qualunque altro caso sarebbe un pessimo segnale, mentre nel caso di Gilbert è il segno di un dono particolare.

Tratto da: L’eredità di Chesterton, articolo di Umberto Messina

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80 anni fa moriva Gilbert Keith Chesterton

Posté par atempodiblog le 14 juin 2016

80 anni fa moriva Gilbert Keith Chesterton
Da un paio di decenni l’Italia sta riscoprendo e cominciando a valorizzare il pensiero acuto e gli aforismi taglienti del grande apologeta britannico a cavallo tra XIX e XX secolo. A venti lustri dalla sua nascita al cielo lo ricordiamo con un appassionato ritratto – tributo di gratitudine e riconoscenza
di Emiliano Fumaneri – La Croce – Quotidiano
Tratto da: Radio Maria

GK Chesterton

Nel mondo pagano con «dies natalis» si intendeva la venuta al mondo, cioè la nascita. Fu la fede cristiana a cambiare significato a questa espressione: da allora in poi il giorno della nascita sarebbe stato quella della morte, perché per un cristiano entrare nella morte è entrare nella vita eterna. È un paradosso supremo che non possiamo certo mettere tra parentesi mentre ci accingiamo, con timore e tremore, a onorare il «dies natalis » del maestro indiscusso dei paradossi: Gilbert Keith Chesterton, il grande scrittore londinese morto esattamente ottanta anni fa, il 14 giugno del 1936. Quasi impossibile tracciare in poche righe un profilo che possa rendere la benché minima giustizia a un gigante (nel senso letterale della parola) come Chesterton. A lungo nel nostro paese GKC (come era chiamato) è stato noto solo per essere l’inventore di Padre Brown, il prete-detective capace di sbrogliare i casi più contorti con un mix di buon senso, fede e intuizione. Nato il 29 maggio 1874 a Londra in una famiglia della borghesia anglicana (poi passata alla Chiesa Unitaria), Chesterton fu pittore nella giovinezza, poi giallista, romanziere, umorista, critico letterario, apologeta della fede cristiana. I racconti chestertoniani, confezionati da una pirotecnica fantasia capace di produrre atmosfere imprevedibili, abbondano di un umorismo brillante e arguto. Jorge Luis Borges una volta osservò: «La letteratura è una delle forme della felicità; forse nessuno scrittore mi ha dato tante ore felici come Chesterton».

Nello spazio qui a disposizione cercheremo, più che di tracciarne un profilo, di far assaporare alcune delle più acute intuizioni della filosofia chestertoniana. GKC in verità non reputava di averne una propria. Come ebbe a chiarire in una occasione: «Non la chiamerò la mia filosofia, perché non l’ho fatta io: l’hanno fatta Dio e l’umanità; ed è questa filosofia che ha fatto me». La maniera più chestertoniana per parlare dello stile di Chesterton è forse partire dal fatto della sua nascita, con le parole che egli stesso usa per descriverla: «Piegandomi con cieca incredulità, come sono solito fare, alla mera autorità e alla tradizione dei miei maggiori, ingoiando superstiziosamente una storia che non mi fu possibile controllare a suo tempo con l’esperienza personale, io sono d’opinione certissima d’essere nato il 29 maggio 1874, a Campden Hill, Kensigton». Così comincia la sua “Autobiografia”. Qui c’è già tutto Chesterton: il suo realismo, il suo senso della tradizione, il suo stile paradossale e polemico, al limite della provocazione. E, fatto non trascurabile, anche la sua data di nascita, «la cosa più importante che possa capitare a un uomo», perché «la vera avventura nella vita non è sposarsi, ma nascere». Nulla è più reale della nascita: che siamo nati lo prova il fatto che siamo qui a ricordarlo. Ma è altrettanto vero che nulla è più paradossale di un evento che ci ha visti protagonisti a un tempo assoluti e passivi. Noi eravamo lì, indubbiamente, eppure non ricordiamo nulla del nostro esordio sulla scena del mondo. Per saperne qualcosa dobbiamo giocoforza affidarci a testimoni degni della nostra fiducia, e ciò inevitabilmente richiede di doversi collocare all’interno di una tradizione. Questa ragione aperta, grande come un cuore traboccante d’amore, spiega la considerazione che Chesterton aveva della tradizione. Il suo realismo non poteva fare a meno della testimonianza personale di esseri in carne ed ossa.

Nella vita di ognuno di noi, come in quella di ogni società umana, c’è un testimone insostituibile. È questa l’autentica tradizione, che GKC chiama anche la «democrazia dei morti». Non un retaggio astratto di «valori», ma una trasmissione di certezze comprovabili dall’esperienza e perciò autentica fonte di conoscenza: «Quando vostro padre passeggiando per il giardino vi diceva che le api pungono o che le rose hanno un dolce profumo, voi non parlavate di prendere il meglio della sua filosofia. Quando le api vi hanno pizzicato non avete detto che era una divertente coincidenza… No, voi avete creduto a vostro padre perché vi è sembrato uno che fosse una viva sorgente di fatti, uno che realmente ne sapeva più di voi, uno che vi avrebbe detto la verità domani come ve l’aveva detta oggi». Chesterton fu quindi nemico giurato di ogni ragione raziocinante, autoreferenziale, svincolata dalla realtà. In uno dei capitoli iniziali di “Ortodossia” (1908), forse il suo capolavoro filosofico, tratteggia in maniera mirabile una sorta di “fenomenologia della pazzia”. Il folle, scrive, non è colui che ha perso la ragione. Al contrario, egli è «un ragionatore, spesso un ottimo ragionatore» le cui spiegazioni «sono sempre complete e spesso, un senso puramente razionale, esaurienti, o, per essere precisi, la spiegazione del pazzo, se non è conclusiva, per lo meno è tale che non ammette replica». Eppure sarebbe un errore dar credito a simili vaneggiamenti, poiché «la sua mente si muove in un cerchio perfetto ma ristretto. Un cerchio piccolo è infinito, come un cerchio grande; ma pur essendo egualmente infinito, non è egualmente grande. Allo stesso modo una spiegazione assurda è completa come una spiegazione giusta, ma non abbraccia un campo altrettanto vasto». Pertanto pazzo «non è già l’uomo che ha perduto la ragione, ma l’uomo che ha perduto tutto fuor che la ragione». Disputare con lui è improduttivo, anzi è assai probabile avere le peggio in una simile discussione, visto che «il suo cervello cercherà tutte le strade per non essere trattenuto da argomenti che lo condurrebbero ad un retto giudizio. Egli non è trattenuto dal senso del ridicolo o dal sentimento della carità o dalle mute certezze dell’esperienza». La chiave della conoscenza per GKC non sta tanto in una serie di deduzioni logico-matematiche, ma procede piuttosto per somma di esperienze giudicate vere dalla ragione. Si tratta cioè di fatti, di semplici fatti che corrispondono al bisogno di verità dell’uomo. Il mondo per lo scrittore britannico non è un insieme caotico e senza senso. Al contrario, è pieno di indizi, di segnali, di segni che convergono in una direzione. Qual è questa direzione univoca? Un punto a noi invisibile, verso il quale tutti quegli indizi tendono, e la cui presenza rappresenta la sola spiegazione ragionevole della nostra esistenza. La realtà, in altri termini, implica il mistero perché tutto in essa continua a indicarlo. «Tutto il segreto del misticismo è questo: l’uomo può capire tutto con l’aiuto di quello che non capisce».

L’alternativa a questo misticismo diffuso dove tutto è segno del mistero è il nulla. Chesterton conosceva bene gli abissi della disperazione. In gioventù, appena ventenne, era stato colpito da una forte forma di depressione per via dell’insuccesso universitario e dell’allontanamento dai vecchi amici di scuola. L’insorgere di domande esistenziali infine lo aveva fatto precipitare nello scetticismo, spingendolo fino ad accostarsi allo spiritismo. Per sfuggire a questo cupo pessimismo, scrive sempre nella sua autobiografia, si inventò allora «una teoria mistica rudimentale e minacciosa » il cui caposaldo si riduceva sostanzialmente a questo: «anche la sola esistenza, ridotta nei suoi limiti più semplici, è tanto straordinaria da essere stimolante. Tutto era magnifico, paragonato al nulla». Ben prima di diventare cattolico (si convertirà al cattolicesimo romano solo nel 1922) Chesterton diventò realista. Giunse alla conclusione che l’esistente aveva valore in sé: il solo fatto di essere al mondo è cosa buona e giusta. I mali del nostro mondo per GKC si spiegano proprio con una drammatica scissione tra pensiero e realtà. È da questa frattura tra spirito e vita che è derivato un mondo sradicato, che ancora si muove nel solco del cristianesimo (non potendone fare a meno) senza tuttavia più sostenersi in esso: «Il fatto è questo: il mondo moderno coi suoi moderni movimenti vive sul capitale cattolico che possiede. Esso usa e abusa delle verità che gli rimangono dell’antico tesoro del Cristianesimo, comprese naturalmente molte verità già note all’antichità pagana ma che nel Cristianesimo si sono solidificate. Non è vero che stia suscitando certi suoi nuovi entusiasmi.

La novità è soltanto questione di nomi e di etichette, come nei moderni annunci pubblicitari, e sotto ogni altro aspetto si tratta di novità puramente negativa. Non si ha l’inizio di cose nuove che si possano portare bene avanti nell’avvenire. Al contrario si stanno raccattando vecchie cose che non sarà affatto possibile portare avanti. Poiché sono queste le due caratteristiche degli ideali della morale moderna: primo, che essi sono stati presi a prestito o strappati dalle mani dell’antichità o del Medio Evo; secondo, che in mano ai moderni essi rapidamente avvizziscono». Per questo il pensiero moderno appariva a Chesterton come una serie di verità «impazzite » che, separate dal corpo in cui sono nate e dal quale possono rinascere, si muovono come allo sbando. «Il mondo moderno è pieno di antiche virtù cristiane che sembrano come folli: sono divenute folli perché sono scisse una dall’altra e vagano senza meta». A nessuno oggi sfugge il valore profetico di queste parole, in un mondo dove lo «scarto» degli esseri umani più deboli e indifesi è giudicato dall’intellettualità mainstream come un atto di «carità», dove dare la morte è stimato come un gesto di estrema «pietà».

Una simile follia ha una sua logica, ma per l’appunto è una logica folle. Come uscirne? Chesterton proponeva l’apparente follia del paradosso. Il paradosso è il suo principale strumento argomentativo. Con la sua apparente assurdità (grazie anche all’abilità letteraria di Chesterton) il paradosso scuote l’ascoltatore, risvegliandolo dalla sonnolenza in cui cade una mente abituata al torpore dei luoghi comuni. GKC è consapevole che il paradosso è al cuore della fede cristiana. Sicuramente folle doveva apparire ai suoi contemporanei san Francesco d’Assisi (al quale ha dedicato una straordinaria biografia, come a quel grande realista che è stato san Tommaso d’Aquino). Per chiarire ai suoi lettori lo spirito di Francesco, Chesterton evoca la leggenda medievale intitolata “Il giocoliere di Nostra Signora”. La leggenda racconta di un acrobata diventato poi monaco il quale, non avendo altro da offrire alla Vergine, le avrebbe offerto l’unica cosa che sapeva fare: le sue acrobazie. Si mise perciò a pregare a testa in giù sorreggendosi con le mani. San Francesco, il “giullare di Dio”, condivideva questo spirito: vedere il mondo sottosopra ti porta a vederlo nella sua originaria dipendenza da Dio. Visti al rovescio, gli alberi appaiono letteralmente aggrappati alla terra, cioè dipendenti dal Creatore di tutte le cose. Per questo i grandi santi sanno guardare alla realtà con un sguardo più lieve, meno serioso del disperato per il quale tutto si gioca qui, in questa realtà. I santi, sapendosi dipendenti da Dio, sono capaci di abbandono fiducioso. Per questo umiltà e umorismo sono virtù sorelle, entrambe rimandando all’«humus», alla terra. «La serietà non è una virtù», afferma il Nostro. «La solennità discende dagli uomini naturalmente; il riso è uno slancio. È facile esser pesanti, difficile esser leggeri. Satana è caduto per la forza di gravità». In questa eredità, fatta di speranza, gioia e realismo, sta forse il patrimonio più prezioso consegnatoci da G. K. Chesterton.

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Il compito dei poeti

Posté par atempodiblog le 23 avril 2016

William Shakespeare

Prima del tempo di Shakespeare, gli uomini erano cresciuti abituandosi a guardare il cielo attraverso l’astronomia tolemaica, dal tempo di Shakespeare in poi si sono abituati a guardarlo attraverso l’astronomia copernicana. Ma i poeti non si sono mai abituati alle stelle ed è loro compito impedire a chiunque altro di abituarsi. Qualunque uomo legga per la prima volta le parole «le candele della notte sono spente» trattiene il respiro e quasi maledice sé stesso per aver trascurato di guardare adeguatamente, o abbastanza frequentemente, le maestose e misteriose rivoluzioni della notte e del giorno. Le teorie ammuffiscono in fretta; ma la realtà resta fresca. Secondo l’antica concezione della sua funzione, il poeta aveva a che fare con la realtà delle cose; con le lacrime che sgorgano dalle cose, come nel grande lamento di Virgilio; con il diletto di osservare cose innumerevoli, come nelle spensierate poesie di Stevenson; con il ringraziare per l’esistenza delle cose, come nel francescano cantico del sole o nel Benedicite omnia opera. Che dietro queste cose ci siano delle grandi verità è vero; quelli che sono talmente infelici da non credere in queste verità possono benissimo chiamarle teorie.

di Gilbert Keith Chesterton

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…esiste un San Giorgio che uccide il drago…

Posté par atempodiblog le 23 avril 2016

Fattore Giles di Ham
Nell’immagine il fattore Giles di Ham (Il cacciatore di draghi – J.R.R. Tolkien)

Le favole non danno al bambino la prima idea di uno spirito cattivo. Ciò che le favole danno al bambino è la prima chiara idea della possibile sconfitta dello spirito cattivo. Il bambino conosce dal profondo il drago, fin da quando riesce ad immaginare. Ciò che la favola gli fornisce è che esiste un San Giorgio che uccide il drago.

di Gilbert Keith Chesterton

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Il cristianesimo detiene la verità contro la follia nietzscheana

Posté par atempodiblog le 8 novembre 2015

«Se Nietzsche non finiva nell’imbecillità sarebbe finito nell’imbecillità il nietzscheanesimo. A pensare nell’isolamento e con superbia si finisce per diventare idioti.

Ogni uomo che non avrà ammorbidito il cuore dovrà alla fine indebolire il cervello».

Gilbert Keith Chesterton – Ortodossia

cristianesimo croce

«Non possiamo non accennare a un pensatore che ha veramente dominato la speculazione moderna, Friedrich Nietzsche (1844 – 1900). La sua teoria del superuomo è l’espressione più impressionante ed esasperata dell’orgoglio considerato non come un vizio capitale, ma come una virtù, cui corrisponde il disprezzo per l’umiltà, vista come una forma di debolezza e di sottosviluppo spirituale.

Come abbiamo già detto Nietzsche, morto in manicomio, tragicamente realizza in se stesso l’osservazione di un maestro della chiesa antica, Palladio, secondo il quale l’esasperata esaltazione del proprio io conduce a perdere la retta percezione di se stessi e quindi alla pazzia». 

Padre Livio Fanzaga – I vizi capitali e le contrapposte virtù

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«Nietzsche non perde mai l’occasione dl fustigare ogni senso di pietà per i deboli e per i malati. Vero Don Chisciotte della morte, il filosofo condanna qualunque misura in favore dei diseredati, e denuncia nella preoccupazione per le vittime la causa di ciò che egli interpreta come invecchiamento precoce della nostra civiltà. [...] non vi è dubbio che la difesa evangelica delle vittime sia più umana del nietzscheanesimo […]. È il cristianesimo a detenere la verità contro la follia nietzscheana». 

René Girard – Vedo Satana cadere come la folgore

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Il vero fine del compimento è la contemplazione

Posté par atempodiblog le 24 juillet 2015

Il vero fine del compimento è la contemplazione dans Citazioni, frasi e pensieri 258m8u1

La scienza antica, la scienza di epoca vittoriana dei giorni di Charles Darwin, sosteneva quella bizzarra intuizione in base a cui tutto è credibile se avviene molto lentamente. Che è come dire che si può credere all’ippogrifo, a patto che a un cavallo sia cresciuta una piuma alla volta; o che si può credere all’unicorno, solo se il corno non salta fuori all’improvviso, ma comincia a svilupparsi come un piccolo brufolo. Ma, qualsiasi cosa sia, questa non è scienza moderna. La vera scienza moderna, la nuova scienza, per quel che può valere, tende sempre più ad avvicinarsi alla visione mistica di un disegno matematico, che potrebbe benissimo essere fuori dal tempo.

In base alle ultime teorie scientifiche, il cosmo sarebbe potuto nascere in sei giorni, o in sei secondi, o più probabilmente in meno sei secondi o forse nella radice quadrata di meno sei secondi. Io però non voglio mettermi a insistere sulla verità letterale dei sei giorni, perché la mia fede non lo richiede e qui non sto parlando della fede di nessuno. Voglio parlare delle grandi idee che quel simbolo suggerisce, ovvero il fatto che il potere creativo è stato tale per sei giorni e il settimo è stato contemplativo. Perché il vero fine di tutta la creazione è il compimento, e il vero fine del compimento è la contemplazione.

Gilbert Keith Chesterton
Tratto da: G. K. Chesterton – Il blog dell’Uomo Vivo

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Papa Francesco: ricordare sempre l’incontro con Gesù che ci ha cambiato la vita

Posté par atempodiblog le 24 avril 2015

“Chi legge non può neanche iniziare a capire il senso di questa storia che potrebbe sembrargli particolarmente folle, finché non comprende che per questo straordinario mistico la religione non è qualcosa che somigli a una teoria ma qualcosa come una storia d’amore”.

Gilbert Keith Chesterton su San Francesco d’Assisi

Papa Francesco: ricordare sempre l'incontro con Gesù che ci ha cambiato la vita dans Fede, morale e teologia 1ryaf7

Francesco: ricordare sempre l’incontro con Gesù che ci ha cambiato la vita
Gesù non dimentica mai il giorno in cui ci ha incontrato per la prima volta, chiediamo a Dio la “grazia della memoria” per ricordarlo sempre. È l’auspicio di fondo espresso da Papa Francesco all’omelia della Messa del mattino celebrata nella cappella di Casa Santa Marta.

di Alessandro De Carolis- Radio Vaticana

Un incontro. È il modo scelto da Gesù per cambiare la vita degli altri. Emblematico è quello con Paolo di Tarso, il persecutore anticristiano che quando giunge a Damasco è ormai diventato un Apostolo. Papa Francesco si sofferma sul celebre episodio proposto dalla liturgia odierna e allarga lo sguardo alla miriade di incontri che costellano la narrazione dei Vangeli.

Il primo incontro
Più precisamente, Francesco considera il “primo incontro” con Gesù, quello che “cambia la vita” di chi gli sta di fronte. Giovanni e Andrea, che trascorrono con il Maestro “tutta la serata”, Simone che subito diventa la “pietra” della nuova comunità, e poi la Samaritana, il lebbroso che torna a ringraziare per essere stato risanato, la donna ammalata che guarisce sfiorando la tunica di Cristo. Incontri decisivi che devono indurre un cristiano – afferma il Papa – a non smarrire mai la memoria  del suo primo contatto con Gesù:

“Lui mai dimentica, ma noi dimentichiamo l’incontro con Gesù. E questo sarebbe un bel compito da fare a casa, pensare: ‘Ma quando ho sentito davvero il Signore vicino a me? Quando ho sentito che dovevo cambiare vita o essere migliore o perdonare una persona? Quando ho sentito il Signore che mi chiedeva qualcosa? Quando ho incontrato il Signore?’. Perché la nostra fede è un incontro con Gesù. Questo è il fondamento della fede: ho incontrato Gesù come Saulo oggi”.

La memoria di ogni giorno
Interroghiamoci con sincerità, suggerisce Francesco, chiediamoci: “Quando tu mi hai detto qualcosa che ha cambiato la mia vita o mi hai invitato a fare quel passo avanti nella vita?”:

“Questa è una bella preghiera e mi raccomando fatela ogni giorno. E quando ti ricordi, gioisci in quello, in quel ricordo che è un ricordo di amore. Un altro compito bello sarebbe prendere i Vangeli e guardare tante storie lì e vedere come Gesù incontra la gente, come sceglie gli apostoli … Tanti incontri che sono lì con Gesù. Forse qualcuno di quelli assomiglia al mio. Ognuno ha il suo proprio”.

Non dimentichiamo il primo amore
E non dimentichiamo neanche, conclude Papa Francesco, che Cristo intende il “rapporto con noi” nel senso di una predilezione, un rapporto d’amore “a tu per tu”:

“Pregare e chiedere la grazia della memoria. ‘Quando, Signore, è stato quell’incontro, quel primo amore?’. Per non sentire quel rimprovero che il Signore fa nell’Apocalisse: ‘Ho questo contro di te, che ti sei dimenticato del primo amore’”.

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Autocritica

Posté par atempodiblog le 3 mars 2015

“Ciò che inasprisce il mondo non è un eccesso di critica, ma una mancanza di autocritica”.

Gilbert Keith Chesterton

Autocritica dans Fede, morale e teologia maht7s

Papa Francesco ci invita a non giustificarci ma a riconoscere che in ciascuno di noi ci sono radici di peccato da sradicare:

“Vado per la strada, passo davanti al carcere: ‘Eh, questi se lo meritano’, ‘Ma tu sai che se non fosse stato per la grazia di Dio tu saresti lì? Hai pensato che tu sei capace di fare le cose che loro hanno fatto, anche peggio ancora?’. Questo è accusare se stesso, non nascondere a se stesso le radici di peccato che sono in noi, le tante cose che siamo capaci di fare, anche se non si vedono”.

In questa Quaresima ciascuno può individuare le radici di male cui è più legato.

Quando vedo qualcosa di sbagliato intorno a me, sono pronto ad accusare gli altri, oppure riconosco che anche io ogni giorno devo convertirmi? Penso di combattere il male con la vendetta oppure con il bene, cambiando il mio stile di vita? Attacco i nemici con la calunnia oppure taccio e prego per loro?

Tratto da: Radio Maria Fb

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Il vero problema oggi

Posté par atempodiblog le 15 janvier 2015

Il vero problema oggi dans Citazioni, frasi e pensieri mhaf0k

“Non abbiamo bisogno di una religione che sia nel giusto quando anche noi siamo nel giusto. Quello che ci occorre è una religione che sia nel giusto quando noi abbiamo torto. Attualmente il problema non è se la religione ci consenta di essere liberi, bensì se la libertà ci consenta di essere religiosi”.

Gilbert Keith Chesterton

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Chesterton sui regali di Natale

Posté par atempodiblog le 23 décembre 2014

Chesterton sui regali di Natale dans Charles Dickens 316l0nb

La convinzione che molti, anche fra i credenti, si sono fatti del Natale è che a disturbare un autentico festeggiamento natalizio siano anzitutto il consumismo e la ricerca dei regali di questi giorni. Tanti la pensano così ma – sia detto con rispetto – sbagliano. Non perché il consumismo, laddove eccessivo, non sia un problema, ma perché il falso Natale non è quello con troppi regali ma quello senza Gesù; è quella la Festa senza il Festeggiato. E se da un lato è vero che una smisurata attenzione ai regali può distrarre dal senso del Natale, dall’altro non è certo evitando di farsi dei doni che si sarà automaticamente partecipi, come per magia, dell’essenza natalizia. Anzi.

In tal senso, anticipando sorprendentemente di decenni le polemiche sul consumismo natalizio, il grande Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) osservava: «Poco tempo fa ho letto l’affermazione di una signora sull’argomento: dice che lei non “faceva regali” nel senso grossolano, sensuale e terreno dell’espressione ma Cristo stesso è un regalo di Natale. Una nota a favore dei regali materiali è stata buttata giù persino prima della Sua nascita, con i primi spostamenti dei saggi dell’Oriente e della stella: i Tre Magi giunsero a Betlemme portando oro, incenso e mirra. Se avessero portato solo la Verità, la Purezza e l’Amore non ci sarebbero state né un’arte né una civiltà cristiana».

Oltre alla storia dei Magi, pare che a rafforzare la tradizione natalizia dei doni, degli auguri e del pranzo natalizio sia stato – in epoca meno remota – il successo di A Christmas Carol di Charles Dickens (1812-1870), racconto che vide le stampe il 18 dicembre 1843 riscuotendo subito successo e vendendo ben 6.000 copie in appena una settimana. Tuttavia questo nulla dice circa la pericolosità dello scambiarsi dei doni e dello sforzo di chi, a Natale, cerca di essere più buono e generoso. Chiaramente l’impegno non dovrebbe essere limitato alla seconda parte del mese di dicembre e durare tutto l’anno; ma questo dipende dalla capacità di custodire la verità di Natale, non certo dall’astenersi dal fare regali per paura d’inquinarla.

di Giuliano Guzzo

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2e2mot5 dans Diego Manetti Perché anche i cristiani a Natale si scambiano i regali?

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Il carpe diem non è la religione di persone felici

Posté par atempodiblog le 13 décembre 2014

Il carpe diem non è la religione di persone felici dans Citazioni, frasi e pensieri 34t8kcw

Walter Pater ha detto che noi siamo tutti condannati a morte e che la sola via possibile è di godere momenti squisiti in se stessi. La medesima lezione insegnava la filosofia, così potente e così desolata di Oscar Wilde. E’ la religione del carpe diem; ma la religione del carpe diem non è la religione di persone felici, bensì di persone molto infelici. La grande gioia non coglie i boccioli di rosa finché può; i suoi occhi sono fissati sulla rosa immortale che Dante poté vedere. La grande gioia ha in sé il senso dell’immortalità; lo stesso splendore della giovinezza risiede nella sensazione di avere tutto lo spazio per distendere le gambe.

Gilbert Keith Chesterton

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