Confessori, un ministero che “non fa rumore ma fa miracoliˮ

Posté par atempodiblog le 5 décembre 2017

Confessori, un ministero che “non fa rumore ma fa miracoliˮ
La lettera del cardinale Piacenza ai penitenzieri delle Basiliche papali e a tutti i sacerdoti che confessano: la vostra «è un’opera realmente al servizio dell’ecologia dell’uomo»
di Andrea Tornielli – La Stampa

Contrizione e confessione dans Fede, morale e teologia 346t5wj

«Il vostro ministero, cari amici confessori, non fa rumore ma fa miracoli! Nessuno nota ma Dio vede, ed è questo che conta!». Lo scrive il cardinale Mauro Piacenza, Penitenziere maggiore, nella lettera inviata in occasione dell’inizio dell’Avvento ai penitenzieri delle Basiliche papali e a tutti i confessori.

«Mentre procediamo verso la mangiatoia di Betlemme – scrive il cardinale – prepariamo il cuore alla venuta del Dio-Uomo, che continuamente “viene” nel tempo della Chiesa, per liberarci con la sua misericordia, e che verrà alla fine dei tempi, nello splendore della verità, per giudicare gli uomini secondo la loro fede operante nella carità».

«Questo “giudizio finale” – aggiunge Piacenza nella lettera – appare sempre più estraneo ad una cultura contemporanea dominata dalla “dittatura dell’istante” e sempre meno disponibile, se non apertamente ostile, nei confronti del trascendente. Eppure, noi confessori siamo testimoni privilegiati di come tale giudizio ultimo venga, in realtà, mirabilmente anticipato ogni giorno, per la salvezza di tutti gli uomini, attraverso il sacramento della misericordia».

Chi «esercita con fedeltà il ministero della riconciliazione» ha la «grazia immensa» di «potersi offrire al Dio-Uomo per la salvezza di ogni fratello, chinandosi teneramente sull’umana povertà, raggiungendo quella periferia del peccato nella quale Uno soltanto ha la forza di addentrarsi, e vedendo ciascuno risollevato dalla spirituale indigenza ed immediatamente arricchito di ciò che abbiamo più caro nel cristianesimo: Cristo stesso!».

Quella del confessore, infatti, nota ancora il cardinale, «è un’opera realmente al servizio della tanto invocata “ecologia dell’uomo”» citata dal Papa nell’enciclica Laudato si’ dalla quale «trae un invisibile, ma efficacissimo beneficio l’intera umana società. Il vostro ministero, cari amici confessori, non fa rumore ma fa miracoli! Nessuno nota ma Dio vede, ed è questo che conta!».

«Riservate sempre un ruolo privilegiato – conclude Piacenza – al servizio silenzioso, e umanamente non sempre gratificante, della confessione. Fra l’altro mi permetto di ricordare che, col sacramento della penitenza, non solo cancellate i peccati, ma dovete avviare i penitenti sulla via della santità, esercitando su di essi, in una forma convincente, un vero e proprio insegnamento, un ministero di guida e di accompagnamento».

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“Natale non è solo dei cristiani. In ballo c’è la nostra civiltà”

Posté par atempodiblog le 1 décembre 2017

“Natale non è solo dei cristiani. In ballo c’è la nostra civiltà”
Il filosofo: «L’indifferenza avvolge cattolici e laici, non hanno presente il significato sconvolgente della festa»
di Stefano Zurlo – Il Giornale

“Natale non è solo dei cristiani. In ballo c'è la nostra civiltà” dans Articoli di Giornali e News Massimo_Cacciari

Il Natale. Massimo Cacciari è un crescendo stizzito, quasi una filastrocca di imprecazioni: «Il Natale dei panettoni, il Natale delle pubblicità, il Natale dei soldi. Il Natale oggi è una festina». E nel dirlo si avverte la smorfia di disgusto.

La cronaca è un susseguirsi di episodi mortificanti: la scuola che abolisce il presepe nel segno del politicamente corretto, il parroco che ha paura di celebrare la messa di mezzanotte, la comunità che rinuncia ai canti tradizionali per non urtare l’altrui sensibilità. Il filosofo si spazientisce di nuovo, poi taglia corto come una ghigliottina: «Sono i cristiani i primi ad aver abolito il Natale».

Professore, vuole provocare?
«No, la verità è che l’indifferenza regna sovrana e avvolge un po’ tutti: i laici e i cattolici».

D’accordo, c’è un Natale dei pacchi e dei regali e poi?
«E poi, io che non sono credente mi interrogo: c’è un simbolo che ha dato un contributo straordinario alla nostra storia, alla nostra civiltà, alla nostra sensibilità».

Che cosa è per lei il cristianesimo?
«Il cristianesimo è una parte fondamentale del mio percorso, della mia vicenda, è qualcosa con cui mi confronto tutti i giorni».

Perché laici e cattolici oggi balbettano davanti all’evento che tagliato in due la storia?
«Perché non riflettono, perché non fanno memoria di questa storia così sconvolgente».

Dio che si fa uomo.
«Capisce? Non Dio che stabilisce una relazione con gli uomini, ma Dio che viene sulla terra attraverso Cristo. Vertiginoso».

Forse per lei e pochi altri.
«Appunto. La nostra società è anestetizzata, il Natale è diventato una favoletta, una specie di raccontino edificante che spegne le inquietudini».

Insomma non si difende più il Natale, come ha scritto sul «Giornale» Alessandro Sallusti, perché non si sa più cosa è il Natale?
«Esatto. Se posso generalizzare, e so che da qualche parte ci sono le eccezioni, il laico non si lascia scalfire da questo scandalo; l’insegnante di religione non trasmette più la forza di questa storia, ma se la cava con una spruzzata di educazione civica e il prete, spesso e volentieri, declama prediche, comode comode e rassicuranti, che sono un invito all’ateismo».

Un disastro.
«Si è perso l’abc. La prima distinzione non è fra laico e cattolico, ma fra pensante e non pensante. Se uno pensa, come pensava il cardinal Martini, allora si interroga e se si interroga prima o poi viene affascinato dal cristianesimo, dal Dio che si fa uomo scandalizzando gli ebrei e l’Islam».

Siamo alle prese con uno scontro di civiltà?
«Ma che scontro. Anche dalle loro parti si è persa la portata profonda del fatto religioso. Viviamo in un mondo che dimentica la dimensione spirituale».

Da dove può partire il dialogo con le altre religioni?
«Il dialogo parte dalla consapevolezza, ma se consapevolezza non c’è, allora prepariamoci al peggio. E infatti i cristiani sono, e so che da qualche parte c’è sempre un resto d’Israele, servi sciocchi del nostro tempo».

Insomma, che cosa manca?
«Manca il brivido davanti a una vicenda cosi grande, incommensurabile. Io vedo nei musei le scolaresche che sostano davanti ai quadri con soggetto religioso».

Ce l’ha pure con i liceali?
«No, ce l’ho con i loro professori e non solo con loro. Questi giovani ricevono nozioni di natura estetica, ma poi se ti avvicini e chiedi loro: chi è quel santo? È il Battista? È Paolo? È Giovanni? Ti guardano con occhi sbarrati, non sanno nulla, sono smemorati come il nostro tempo».

Cacciari, ma lei è sicuro di non credere?
«Il filosofo non può credere».

Questo, con rispetto, lo afferma lei.
«Il filosofo non può accettare la lezione cristiana, però è inquieto e riflette».

Dunque lei prega?
«La ricerca a un certo punto si avvicina alla preghiera. Certo, il fedele è convinto che la sua preghiera sia ascoltata, il filosofo prega il nulla. Però resta stupefatto davanti al mistero. E lo assorbe, come ho fatto nel mio ultimo libro su Maria: Generare Dio. Pensi, una ragazzetta che è madre di Dio. Da non credere, anche per chi ci crede».

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Natale, dal Marocco una lezione ai laicisti italiani

Posté par atempodiblog le 30 novembre 2017

Natale, dal Marocco una lezione ai laicisti italiani
di Souad Sbai – La nuova Bussola Quotidiana

Natale, dal Marocco una lezione ai laicisti italiani dans Articoli di Giornali e News marocco-3

Dove non arriva la forza delle parole, di sicuro arriva quella delle immagini. Non per chi è libero e non ha bisogno del politicamente corretto per orientarsi nella vita, ma di sicuro per chi di questo aberrante concetto fa abuso. Succede che alcune istantanee di un mio breve soggiorno in Marocco, Paese per chi non lo sapesse a maggioranza islamica, facciano il giro dei social e solo perché dietro di me ci sono degli alberi di Natale, strade addobbate e aria di festa.

Lo ripeto e lo riscrivo: Marocco. Non passa un minuto dopo la pubblicazione delle foto sui miei profili social che il paradosso appare in tutta la sua gigantesca portata: qui in Italia nelle scuole si vietano presepe e canti di Natale, a Rabat come a Casablanca il Natale non solo si mostra ma addirittura ti acceca.

Ogni Natale, e in questo purtroppo so di non dire una cosa nuova, si sentono i servi del pensiero unico dire che sarebbe ora di abolire ogni festa religiosa dalle scuole, che se si festeggia il Natale qualche bimbo si sentirebbe umiliato perché la sua religione verrebbe ad essere, per così dire, offesa. E leggo, anche su ‘autorevolissimi’ giornali che si vantano di combattere le fake news del web ma ne sfornano almeno altrettante, che è arrivato il momento di laicizzare tutto, di essere “neutri” rispetto alla religione. Buonismo delirante all’ennesima potenza, che è esso stesso un paradosso prima ancora del modo con cui tratta certi temi.

Ora faccio una domanda e sfido chiunque stia leggendo questa mia riflessione a tirare fuori un nome: al netto di pagliacci, pagine fake e fenomeni da baraccone, avete mai sentito una persona di religione islamica (che sa di cosa si parli) chiedere l’abolizione dei canti di Natale? Ecco, rispondere a questa domanda ci porta diretti alla fonte del paradosso vergognoso a cui assistiamo: e cioé che sono solo i buonisti italiani a chiedere che questo accada. Perché i bimbi, di qualsiasi religione siano, non chiedono laicismo ma solo di giocare con i propri compagni e comprendere la realtà attorno a loro.
Perché l’estremismo, questo lo ripeto da anni, ha fatto più breccia (con mezzi e risorse che conosciamo) nella mente di una certa elite salottiera, che si fa paladina di diritti che nemmeno i presunti destinatari hanno mai richiesto.

Gli alberi di Natale pieni di luci e di palline colorate in Marocco sono l’esempio più lampante della clamorosa mistificazione che questi signori chiamano rispetto politicamente corretto del multiculturalismo. E tutto questo, ovviamente, sulla pelle di chi non può difendersi e non può replicare, come i bambini. Lo ripeto, di qualsiasi etnia o religione siano. Che vengono strumentalizzati senza vergogna per l’ossequio al pensiero unico che strappa via radici e distrugge, questo sì, ogni diritto. La potenza delle immagini, di ciò che non si può confutare ad arte: la verità.

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ARTE/ Annibale Carracci e quel pastore che davanti al Bimbo pensò a Claudel

Posté par atempodiblog le 30 décembre 2016

ARTE/ Annibale Carracci e quel pastore che davanti al Bimbo pensò a Claudel
di Francesco Baccanelli – Il Sussidiario.net

ARTE/ Annibale Carracci e quel pastore che davanti al Bimbo pensò a Claudel dans Articoli di Giornali e News Annibale_Carracci_Adorazione_dei_pastori_parti

Sarà che le dimensioni contenute aiutano l’intimità della scena, sarà per le ampie possibilità di giocare con le luci e le ombre, sarà per la sua vocazione narrativa, sta di fatto che l’incisione, fin dai tempi di Schongauer e Dürer, è una delle tecniche artistiche più efficaci per la rappresentazione della nascita di Cristo. Il Seicento, in particolare, ci ha regalato prove di grande fascino, ricche di sentimento e di delicatezza, e molto originali nelle soluzioni iconografiche. 

Un esempio (risalente ai primissimi anni di quel secolo) è la “Adorazione dei pastori” di Annibale Carracci. La scena è divisa in due da un tronco d’albero che fa da sostegno al tetto della stalla: a sinistra la parte “profana”, con quattro pastori; a destra quella sacra, con il Bambino, Maria, Giuseppe e due angioletti. Il Bambino, scorciato dal basso come il “Cristo morto” di Mantegna, ha il volto realistico di un neonato insonnolito che fatica a tenere gli occhi aperti. Maria è in preghiera, al pari dei due angioletti; Giuseppe, senza distogliere gli occhi dal Bambino, dà da mangiare all’asino. I pastori riempiono completamente la parte sinistra del foglio. Quello appoggiato al tronco porta in dono un agnello; è sbalordito, non gli sembra vero di poter essere spettatore di un evento così grande. Alle sue spalle, uno più vecchio, anche lui con un agnello. Più indietro, un pastore poco più che adolescente, eccitato e confuso: il ritratto della felicità. Chiude la scena un vecchio; non sembra sentirsi degno di avvicinarsi alla mangiatoia e non ha niente da offrire; ci piace immaginare che la voce rotta dall’emozione, dagli anni, dalle fatiche, dalle delusioni, dalle occasioni sprecate, dai peccati reciti qualcosa di simile ai più umili versi della poesia religiosa di Paul Claudel: «Se vi occorrono delle vergini, Signore, se vi occorrono dei coraggiosi sotto i vostri stendardi (…), ecco Domenico e Francesco, Signore, ecco san Lorenzo e santa Cecilia! Ma se per caso aveste bisogno di un pigro e di un imbecille, se vi occorresse un orgoglioso e un vile, se vi occorresse un ingrato e un impuro, un uomo il cui cuore fosse chiuso e il cui volto fosse duro (…), vi resterò sempre io! ».

Del tutto diversa dal presepe di Annibale Carracci è la “Natività con Dio Padre e angeli” incisa da Giovanni Benedetto Castiglione nel 1647. In questa estrosa e visionaria acquaforte l’artista genovese mette da parte le soluzioni iconografiche più tradizionali. Giuseppe è assente; al suo posto c’è il Padre Eterno, che bagna di luce il Bambino. Più che una rappresentazione della nascita di Cristo è un meditare sul Verbo che si è fatto carne. Particolare è anche l’ambientazione: Maria e il Bambino non sono all’interno di una grotta o di una stalla, ma all’aperto, circondati dalle rovine di un tempio, evidente richiamo alla vittoria del cristianesimo sui culti pagani. 

Passiamo a Rembrandt e alla sua “Adorazione dei pastori” completamente immersa nella notte. Databile intorno al 1652, l’opera si presenta come un instancabile infittirsi di linee. Il buio è protagonista: l’osservatore deve armarsi di pazienza e provare a leggere i pochi particolari toccati dalla luce. Non rimarrà deluso. Scoprirà, infatti, volti di pastori (c’è chi parlotta, chi osserva senza capire, chi si leva il cappello in segno di riverenza, c’è chi si è portato con sé il proprio figlioletto) e animali e angoli di stalla. E, soprattutto, scoprirà una delicatissima rappresentazione della Sacra Famiglia: Gesù, infagottato dalla testa ai piedi, dorme sulla paglia; Maria è distesa accanto, avvolta nella stessa coperta, e osserva; Giuseppe, seduto, legge un libro. Un’istantanea di vita familiare, tanto ordinaria quanto commovente. La poesia migliore, del resto, si fa con la realtà. 

Per concludere, un’altra incisione di Rembrandt: la “Adorazione dei pastori” eseguita nel 1654. Qui la luce non manca, e i particolari si moltiplicano. I pastori venuti in visita ricevono una calorosa accoglienza. Maria solleva una parte del proprio mantello e mostra Gesù, mentre Giuseppe racconta, con fare disponibile, ciò che è successo. Un suonatore di cornamusa, una coppia di pastori con il loro bimbo e una coppia senza figli ascoltano pieni di emozione. Difficile non pensare a Renoir, che diceva di riuscire a entrare nello spirito dell’arte di Rembrandt solo ricordando quando, da ragazzo, cantava nel coro della chiesa di Saint-Eustache e, nel buio della prima messa, la luce dei ceri lasciava intravedere macellai, facchini, lattaie: «Volti d’uomini il cui mestiere è quello di uccidere, corpi abituati a portare pesi, uomini e donne che conoscono la vita e che non vengono alla messa per mostrare l’abito della festa o per motivi sentimentali. Fu lì, nel freddo di una mattina d’inverno, che compresi Rembrandt!».

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La verità del Natale

Posté par atempodiblog le 26 décembre 2016

La verità del Natale dans Cardinale Giacomo Biffi Cardinale_Giacomo_Biffi

Dio ormai non ci lascia più; per questo oggi esplode la gioia, che dalla capanna di Betlemme raggiunge gli estremi confini dell’universo.

Non siamo più soli: i compagni, gli amici, i parenti ci possono abbandonare. Ma il Dio che ha tanto amato il mondo da dare il suo unico Figlio, unito personalmente per sempre alla nostra natura di creature fragili e dolenti, non ci abbandonerà mai alle nostre tristezze, alla nostra inquietudine, al nostro peccato.

Questa è la “buona notizia” che oggi ci è data: Ecco, vi annunzio una grande gioia (Lc 2,10), ha detto l’angelo ai pastori. Non è una fiaba, è una notizia, cioè l’informazione su un fatto avvenuto; non è un bel sogno, è una realtà ancora più bella di ciò che desidereremmo di sognare.

Nessun uomo ormai può sfuggire al suo Creatore, che lo insegue, lo vuole raggiungere e legare a sé. Non possiamo sfuggirgli, perché il suo amore corre più veloce di noi.

Ti inganni, se credi di poter schivare fino alla fine il Signore che è venuto a cercarti. Egli non ti darà pace, per farti arrivare davvero alla pace; ti tormenterà, per portarti ad essere sul serio felice; forse disporrà sulla tua via le sconfitte e le delusioni, per farti partecipe della sua definitiva vittoria.

Questa è la verità del Natale. Capirlo, inebriarcene, lasciarci trovare da Colui che è venuto a cercarci sino a farsi uomo: è questo l’augurio natalizio più genuino e più bello che in questi giorni ci possiamo scambiare.

Cardinale Giacomo Biffi

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L’amore si manifesta con i fatti

Posté par atempodiblog le 26 décembre 2016

L'amore si manifesta con i fatti dans Citazioni, frasi e pensieri San_Josemar_a_Escriv_de_Balaguer

Spingiti fino a Betlemme, avvicinati al Bambino, cullalo, digli tante cose ardenti, stringitelo al cuore… — Non parlo di bambinate: parlo di amore! E l’amore si manifesta con i fatti: nell’intimità della tua anima, lo puoi ben abbracciare!

San Josemaría Escrivá de Balaguer

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Il parto indolore della Madre di Dio

Posté par atempodiblog le 24 décembre 2016

Il parto indolore della Madre di Dio
del servo di Dio don Dolindo Ruotolo

Il parto indolore della Madre di Dio dans Commenti al Vangelo natale

Ora, la bella aurora della nascita del Re d’Amore era Maria nell’elevazione del suo amore, e la stella tremolante in adorazione era san Giuseppe. Maria era tutta un fulgore di contemplazione e di estasi. Bella nella sua innocenza purissima, circondata da un tenue nembo di luce che la delineava nella notte come placida luna nel firmamento, genuflessa, con le mani congiunte e lo sguardo al cielo, era l’immagine del seno del Padre, e rifletteva da sé qualche barlume dell’eterno mistero.

Contemplava.

Si trovava tra l’eternità senza tempo ed i tempi carichi di secoli; mirava nell’eternità il Verbo, termine dell’eterna generazione del Padre, e mirava nel tempo il percorso dei secoli delle promesse che terminavano in Lei con la generazione temporale del Verbo nell’umana carne.

Era tutta avvolta dalla luce dell’eterna armonia, ed era Essa tutta un’armonia di amore. La grazia rigurgitava per così dire in Lei, tanta ne era l’abbondanza, ed essa vi era immersa in un placidissimo riposo.

Contemplava il cielo, ed un sorriso le sfiorava le labbra nella gioia immensa che vi regnava; contemplava nel suo seno il Verbo eterno che vedeva nel Padre, e la sua vita mortale s’illuminava di splendori eccelsi, poiché essa era Madre di Dio. L’Amore eterno, che l’aveva fecondata, la illuminava tutta ed Essa a poco a poco si trasumanava. Sembrava tutta luce e, come un ferro incandescente nel fùoco, brillava, perché traspariva da Lei il Verbo Incarnato.

Il suo corpo immacolato era come spirito, sembrava trasparente, anzi evanescente nella luce del Verbo. L’eterna vita affiorava dalla piccola creatura umana e la passava come raggio che attraversa un cristallo.

Oh, prodigio di Dio! Le madri sentono dolori immani quando un figlio viene alla luce, e sentono strapparsi quasi la vita dalla piccola vita che irrompe nel mondo; Maria invece sentiva una gioia immensa a misura che il momento della sua maternità s’avanzava. L’amore quasi la liquefaceva ed il suo corpo sembrava fluido come una cascata di fulgori placidissimi.

Fu un momento sublime: tratta a Dio si sentì tutta immersa nella conoscenza dell’infinita sua grandezza, la contemplò amandola, e volle applaudirla con una lode proporzionata che avrebbe voluto trarre dal pieno olocausto di se stessa.

Le ritornò sulle labbra il suo cantico: Magnificat anima mea Dominum e, nell’elevarlo innanzi a Dio con tutto l’impeto del suo amore, non eruppe dal suo cuore una parola ma il Verbo, la lode eterna del Padre, e s’adagiò sul terreno come un raggio di luce, lodando il Padre nell’umana carne. Era l’umiliato per amore e vagì.

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Predica d’Avvento, Cantalamessa: Gesù desidera nascere nei cuori

Posté par atempodiblog le 24 décembre 2016

Predica d’Avvento, Cantalamessa: Gesù desidera nascere nei cuori
Quarta e ultima predica di Avvento stamani nella Cappella Redemptoris Mater in Vaticano del predicatore della Casa Pontificia, padre Raniero Cantalamessa, alla presenza di Papa Francesco e della Curia Romana. Nel ciclo “Beviamo, sobri, l’ebbrezza dello Spirito”, la predica odierna è stata dedicata al tema “Incarnato per opera dello Spirito Santo da Maria Vergine”.
di Giada Aquilino – Radio Vaticana

Predica d'Avvento, Cantalamessa: Gesù desidera nascere nei cuori dans Avvento Padre_Raniero_Cantalamessa

È Gesù stesso a desiderare di nascere “nel nostro cuore”. Questa l’atmosfera del Natale nelle parole di padre Raniero Cantalamessa, ripercorrendo l’evento di Betlemme, il “più importante” di tutti i tempi. Il mondo in cui si muovono Maria e Giuseppe, osserva, “non era meno agitato di oggi”:

“Le notizie di atti di terrorismo, di guerre, di masse costrette, come allora, a lasciare le proprie case e per le quali, come per Maria e Giuseppe, ‘non c’è posto nell’albergo’, si accavallano e ci raggiungono ormai in tempo reale”.

Solo chi sarà “capace di mettere a tacere tutto”, fuori e dentro di sé e, “con la grazia dello Spirito Santo”, prenderà coscienza – spiega il predicatore della Casa Pontificia – di quello che ricordiamo nel giorno della natività di Cristo, potrà dire di aver “fatto” Natale: si tratta di una celebrazione che esige di essere “compresa nel suo significato per noi”.

San Leone Magno, ricorda il cappuccino, spiegava che “i figli della Chiesa sono stati generati con Cristo nella sua nascita, come sono stati crocifissi con lui nella passione e risuscitati con lui nella risurrezione”. All’origine di tutto, c’è il dato biblico, compiutosi in Maria: la Vergine diventa Madre di Gesù “per opera dello Spirito Santo”:

“Tale mistero storico, come tutti i fatti della salvezza, si prolunga a livello sacramentale nella Chiesa, nella liturgia, nell’Eucaristia; e a livello morale nella singola anima credente. Maria, Vergine e Madre, che genera il Cristo per opera dello Spirito Santo, appare così il ‘tipo’, o l’esemplare, la figura perfetta, della Chiesa e dell’anima credente”.

Nel Vaticano II si riprende tale visione, soprattutto nei capitoli che la Costituzione ‘Lumen Gentium’ dedica alla Madonna: Ella è “esemplare e modello della Chiesa”, chiamata ad essere “nella fede” vergine e madre e l’anima credente, imitando le virtù di Maria, “fa nascere e crescere Gesù nel suo cuore e nel cuore dei fratelli”.

Padre Cantalamessa si sofferma sul ruolo dello Spirito Santo che “agì nel cuore di Maria, illuminandolo e infiammandolo di Cristo, prima ancora che nel seno di Maria, riempiendolo di Cristo”:

“Lo Spirito che scende su Maria è, dunque, lo Spiritus creator, che miracolosamente forma dalla Vergine la carne di Gesù; ma è anche di più, e cioè: acqua viva, fuoco, amore e unzione spirituale”.

L’incarnazione fu vissuta da Maria come un evento “carismatico” che, spiega il predicatore della Casa Pontificia, la rese il modello dell’anima “fervente nello Spirito”: sperimentò, “per prima”, “la sobria ebbrezza dello Spirito”: l’umiltà della Vergine dopo l’incarnazione appare come “uno dei miracoli più grandi della grazia divina” che introduce al concetto di “maternità divina” di Maria, cioè all’essere “madre di Dio”. Una maternità fisica, metafisica – cioè, come spiegava Sant’Ignazio di Antiochia, Gesù è “Figlio di Dio e di Maria” – e spirituale, quindi “del cuore, oltre che del corpo”. Ed è lo Spirito Santo a invitarci a ritornare proprio “al cuore”, per celebrare in esso un Natale “più intimo e più vero”, che renda “vero” anche il Natale che celebriamo all’esterno, nei riti e nelle tradizioni:

“Gesù stesso desidera nascere nel nostro cuore più, infinitamente di più, di quanto noi desideriamo che nasca: desidera nascere. Anzi, in questi ultimi giorni di Avvento, dobbiamo nella fede – se ci crediamo – pensarlo proprio così, immaginare Gesù così. Come quando, nell’imminenza del Natale, i suoi genitori bussavano di porta in porta per cercare un posto dove nascere. E Lui sta dicendo anche a noi: ‘Ecco, io sono alla porta e busso, mi farai nascere’?”.

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L’annuncio ai pastori, che diventano i primi adoratori del Verbo fatto Uomo

Posté par atempodiblog le 1 janvier 2016

L’annuncio ai pastori, che diventano i primi adoratori del Verbo fatto Uomo.
Tratto da: L’Evangelo come mi è stato rivelato
Opera di Maria Valtorta.

Adorazione dei pastori

[7 giugno 1944. Vigilia del Corpus Domini]
Più tardi vedo una vasta estensione di campagna. La luna è allo zenit e veleggia placida in un cielo gremito di stelle. Sembrano tante borchie di diamante infisse in un enorme baldacchino di velluto celeste cupo, e la luna vi ride in mezzo col suo faccione bianchissimo, da cui scendono fiumi di luce lattea che fa bianca la terra. Gli alberi spogli sembrano più alti e neri sul suolo così imbiancato, mentre i muretti, che qua e là sorgono a confine, sembrano di latte, e una casina lontana pare un blocco di marmo di Carrara.
Alla mia destra vedo un luogo cintato da una siepe di pruni su due lati e da un muro basso e scabro da altri due. Questo muro sorregge il tetto di una specie di tettoia larga e bassa, che nella parte interna del recinto è costruita parte in muratura e parte in legname, quasi che nell’estate le parti in legno debbano esser tolte e la tettoia mutarsi in porticato. Da questo chiuso esce, di tanto in tanto, un belare intermittente e breve. Devono essere pecorelle che sognano o che forse credono sia prossimo il giorno per il chiarore che dà la luna. Un chiarore persino eccessivo, tanto è intenso, e che cresce, quasi che il pianeta si avvicini alla terra o sfavilli per un misterioso incendio.
Un pastore si affaccia sulla porta e, portandosi un braccio sulla fronte per fare riparo agli occhi, guarda in alto. Pare impossibile che ci si debba riparare dal chiarore della luna. Ma questo è così vivo che abbacina, specie chi esce da un chiuso dove è tenebra. Tutto è calmo. Ma quella luce stupisce.
Il pastore chiama i compagni. Si affacciano sulla porta tutti. Un mucchio d’uomini irsuti, di età diverse. Ve ne sono di appena adolescenti e di già canuti. Commentano il fatto strano e i più giovani hanno paura. Specie uno, un fanciullo sui dodici anni, che si mette a piangere attirandosi le baie dei più vecchi.
«Di che temi, stolto?» gli dice il più vecchio. «Non vedi che aria quieta? Non hai mai visto splendere la luna? Sei sempre stato sotto le vesti della mamma come un pulcino sotto la chioccia, vero? Ma ne vedrai delle cose! Una volta io mi ero spinto verso i monti del Libano, oltre ancora. In alto. Ero giovane e non mi pesava l’andare. Ero anche ricco, allora… Una notte vidi una luce tale che pensai che fosse per tornare Elia sul suo carro di fuoco. Il cielo era tutto un incendio. Un vecchio – allora il vecchio era lui – mi disse: “Grande avventura sta per venire nel mondo“. E per noi fu sventura, perché vennero i soldati di Roma. Oh! ne vedrai, se campi!…»
Ma il pastorello non lo ascolta più. Pare non abbia neppur più paura, perché lascia la soglia e sguscia da dietro le spalle di un nerboruto mandriano, dietro il quale si era rifugiato, ed esce nello stazzo erboso che è davanti alla tettoia. Guarda in alto e cammina come un sonnambulo o come uno ipnotizzato da qualcosa che lo attira totalmente. Ad un certo punto grida: «Oh!» e resta come pietrificato, a braccia un poco aperte.
Gli altri si guardano stupefatti.
«Ma cosa ha quello stolto?» dice uno.

«Domani lo rimando a sua madre. Non voglio pazzi a custodia delle pecore» dice un altro.
E il vecchio che ha parlato poco prima dice: «Andiamo a vedere prima di giudicare. Chiamate anche gli altri che dormono e prendete i bastoni. Che non sia una bestia cattiva o dei malandrini…».
Entrano, chiamando altri pastori, ed escono con torce e randelli. Raggiungono il fanciullo.
«Là, là» egli mormora sorridendo. «Al di sopra dell’albero, guardate quella luce che viene. Pare cammini sul raggio della luna. Ecco che si avvicina. Come è bella!».
«Io vedo solo un più vivo chiarore».
«Io pure».
«Anche io» dicono gli altri.
«No. Io vedo come un corpo» dice uno in cui riconosco il pastore che ha dato il latte a Maria.
«È un… è un angelo!» grida il bambino. «Eccolo che scende e si avvicina… Giù! In ginocchio davanti all’angelo di Dio!».
Un «oh!» lungo e venerabondo si alza dal gruppo dei pastori, che cadono con il volto verso il suolo, e tanto più paiono schiacciati dall’apparizione fulgente quanto più sono anziani. I giovanetti sono in ginocchio, ma guardano l’angelo, che sempre più si avvicina e si ferma sospeso, ventilando le grandi ali, candore di perla nel candore di luna che lo circonda, al disopra del muro del recinto.
«Non temete. Non porto sventura. Io vi reco l’annuncio di una grande allegrezza per il popolo d’Israele e per tutto il popolo della terra». La voce angelica e un armonia d’arpa su cui cantino gole d’usignoli.
«Oggi, nella città di Davide, è nato il Salvatore». L’angelo, nel dire questo, apre più grandi le ali e le muove come per soprassalto di gioia, e una pioggia di faville d’oro e di pietre preziose pare ne sfugga. Un vero arcobaleno che fa un arco di trionfo sul povero stabbio.
«…il Salvatore che è Cristo». L’angelo sfavilla di aumentata luce. Le sue due ali, ora ferme e tese a punta verso il cielo come due vele immobili sullo zaffiro del mare, sembrano due fiamme che salgano ardendo.
«…Cristo, il Signore!». L’angelo raccoglie le sue due fulgide ali e se ne veste come di una sopraveste di diamante sull’abito di perla, si curva come adorasse, con le braccia conserte sul cuore e il volto che scompare, curvato come è sul petto, fra l’ombra dei sommi dell’ali piegate. Non si vede che una oblunga forma luminosa, immobile per lo spazio di un “Gloria »
Ma ecco che si muove. Riapre le ali, alza il volto in cui la luce si fonde al paradisiaco sorriso, e dice: «Lo riconoscerete da questi segni: in una povera stalla, dietro Betlemme, troverete un bambino nelle fasce in una mangiatoia di animali, ché per il Messia non vi fu un tetto nella città di David». L’angelo si fa serio nel dire questo, mesto anzi.
Ma dai Cieli vengono tanti – oh! quanti! – tanti angeli simili a lui, una scala d’angeli che scende esultando e annullando la luna col loro splendore paradisiaco, e si riuniscono intorno all’angelo nunziante in un agitar di ali, in uno sprigionare di profumi, in un arpeggiare di note, in cui tutte le voci più belle del creato trovano un ricordo, ma portato alla perfezione di suono. Se la pittura è lo sforzo della materia per divenire luce, qui la melodia è lo sforzo della musica per fare balenare agli uomini la bellezza di Dio, e udire questa melodia è conoscere il Paradiso, dove tutto è armonia di amore, che da Dio si sprigiona per far lieti i beati e che da questi va a Dio per dirgli: «Ti amiamo!».
Il “Gloria  » angelico si sparge in onde sempre più vaste per la campagna quieta, e la luce con esso. E gli uccelli uniscono un canto che è saluto a questa luce precoce, e le pecore i loro belati per questo anticipato sole. Ma io, come già nella grotta per il bue e l’asino, amo credere che siano gli animali che salutano il loro Creatore, venuto in mezzo ad essi per amarli come Uomo oltre che come Dio.
Il canto si attenua e la luce pure, mentre gli angeli risalgono ai Cieli…
…I pastori tornano in loro.
«Hai udito?».
«Andiamo a vedere?».
«E le bestie?».
«Oh! non succederà loro nulla! Andiamo per ubbidire alla parola di Dio!…»
«Ma dove andiamo?».
«Ha detto che è nato oggi? e che non ha trovato alloggio in Betlemme?». È il pastore che ha dato il latte,
questo che parla ora. «Venite, io so. Ho visto la Donna e mi ha fatto pena. Ho insegnato un luogo per Lei, perché pensavo non trovassero alloggio, e all’uomo ho dato del latte per Lei. È tanto giovane e bella, e deve esser buona come l’angelo che ci ha parlato. Venite, venite. Andiamo a prendere latte, formaggi, agnelli e pelli conciate. Devono esser poveri molto e… chissà che freddo ha Colùi che non oso nominare! E pensare che io ho parlato alla Madre come ad una povera sposa!…»
Vanno nella tettoia e ne escono poco dopo chi con delle fiaschette di latte, chi con delle reticelle di sparto intrecciato con dentro tondi formaggini, chi con delle ceste in cui vi è un agnellino belante, e chi con delle pelli di pecora conciate.
«Io porto una pecora. Ha figliato da un mese. Il latte lo ha buono. Potrà loro servire se la Donna non ha latte. Mi pareva una bambina, e così bianca!… Un viso di gelsomino sotto la luna» dice il pastore del latte. E li guida.
Vanno alla luce della luna e delle torce dopo aver chiuso tettoia e recinto. Vanno per sentieri campestri, fra siepi di pruni spogliati dall’inverno.
Girano dietro Betlemme. Raggiungono la stalla venendo non dalla parte da cui venne Maria, ma dall’opposta, di modo che non passano davanti alle stalle più belle, ma trovano questa per prima. Si accostano al pertugio.
«Entra!».
«Io non oso».
«Entra tu».
«No».
«Guarda, almeno».
«Tu, Levi, che hai visto l’angelo per primo, segno che sei buono più di noi, guarda». Veramente prima gli hanno dato del pazzo… ma ora fa loro comodo che egli osi ciò che loro non osano.
Il fanciullo tituba, ma poi si decide. Si accosta al pertugio, scosta un pochino il mantello, guarda… e resta estatico.
Che vedi?» lo interrogano ansiosi a bassa voce.
«Vedo una donna giovane e bella e un uomo curvi su una mangiatoia e sento…, sento piangere un piccolo bambino, e la donna gli parla con una voce… oh! che voce!».
«Che dice?».
«Dice: “Gesù, piccolino! Gesù, amore della tua Mamma! Non piangere, piccolo figlio!”. Dice: “Oh! potessi dirti: ‘Prendi il latte, piccolino! Ma non ce l’ho ancora!”. Dice: “Hai tanto freddo, amore mio! E ti punge il fieno. Che dolore per la tua Mamma sentirti piangere così e non poterti dare conforto!”. Dice: “Dormi, anima mia! ché mi si spacca il cuore a sentirti piangere e a vederti lacrimare!”, e lo bacia e gli scalda certo i piedini con le sue mani, perché sta curva con le braccia giù nella mangiatoia».
«Chiama! Fatti sentire!».
«Io no. Tu, che ci hai condotti e la conosci».
Il  pastore apre la bocca e poi si limita a fare un mugolio.
Giuseppe si volge e viene alla porta. «Chi siete?».
«Pastori. Vi portiamo cibo e lana. Veniamo ad adorare il Salvatore».
«Entrate».
Entrano e la stalla si fa più chiara per il lume delle torce. I vecchi spingono i bambini davanti a loro.
Maria si volge e sorride. «Venite» dice. «Venite!» e li invita con la mano e col sorriso, e prende quello che ha visto l’angelo e lo attira a sé, fin contro la greppia. E il fanciullo guarda beato.
Gli altri, invitati anche da Giuseppe, si avanzano coi loro doni e li mettono tutti, con brevi, commosse parole, ai piedi di Maria. E poi guardano il Bambinello, che piange piano, e sorridono commossi e beati.
E uno, più ardito, dice: «Prendi, o Madre. È soffice e pulita. L’avevo preparata per il bambino che mi sta per nascere. Ma te la dono. Metti il Figlio tuo fra questa lana, sarà morbida e calda». E offre la pelle di una pecora, una bellissima pelle ricca di lana candida e lunga.
Maria solleva Gesù e ve lo avvolge. E lo mostra ai pastori, che in ginocchio sul fieno del suolo lo guardano estatici.
Si fanno più arditi e uno propone: «Bisognerebbe dargli un sorso di latte, meglio acqua e miele. Ma non abbiamo miele. Si dà ai piccolini. Ho sette figli e so…».
«Qui c’è il latte. Prendi, o Donna».
«Ma è freddo. Caldo ci vuole. Dove è Elia? Egli ha la pecora».
Elia deve essere quello del latte. Ma non c’è. Si è fermato fuori e guarda dalla fessura, e nel buio della notte si perde.
«Chi vi ha guidati?».
«Un angelo ci ha detto di venire, e Elia ci ha guidati qui. Ma dove è ora?».
La pecora lo denuncia con un belato.
«Vieni avanti, ti si vuole».
Entra con la sua pecora, vergognoso di esser il più notato.
«Tu sei?» dice Giuseppe che lo riconosce, e Maria gli sorride dicendo: «Sei buono».
Mungono la pecora e, con la punta di un lino intriso nel latte caldo e spumoso, Maria bagna le labbra del Bambinello, che succhia quel dolciore cremoso. Sorridono tutti e più ancora quando, con l’angolino di tela ancora fra le labbruzze, Gesù si addormenta nel caldo della lana.
«Ma qui non potete rimanere. Fa freddo e vi è umido. E poi… vi è troppo odore di bestie. Non fa bene… e… non sta bene per il Salvatore».
«Lo so» dice Maria con un grande sospiro. «Ma non c’è posto per noi a Betlemme».
«Fa’ cuore, o Donna. Noi ti cercheremo una casa».
«Lo dirò alla padrona mia» dice quello del latte, Elia.
«È buona. Vi accoglierà, dovesse cedervi la sua stanza. Appena è giorno glielo dico. Ha la casa piena di gente. Ma vi darà un posto».
«Per il mio Bambino, almeno. Io e Giuseppe stiamo anche per terra. Ma per il Piccino… »
«Non sospirare, Donna. Ci penso io. E lo diremo a molti ciò che ci è stato detto. Non mancherete di nulla. Per ora prendete ciò che la nostra povertà vi può dare. Siamo pastori…».
«Siamo poveri noi pure. E non vi possiamo compensare» dice Giuseppe.
«Oh! non vogliamo! Anche lo poteste, non vorremmo! Il Signore ce ne ha già compensato. La pace l’ha promessa a tutti. Gli angeli dicevano così: “Pace agli uomini di buona volontà”. Ma a noi ce l’ha già data, perché l’angelo ha detto che questo Bambino è il Salvatore, che è Cristo, il Signore. Siamo poveri e ignoranti, ma sappiamo che i profeti dicono che il Salvatore sarà il Principe della Pace. E a noi ci ha detto di andare ad adorarlo. Perciò ci ha dato la sua pace. Gloria a Dio nei Cieli altissimi e gloria a questo suo Cristo, e benedetta sia tu, Donna, che lo hai generato! Santa sei, perché hai meritato di portarlo! Comandaci come Regina, che saremo contenti di servirti. Che possiamo fare per te?».
«Amare il Figlio mio ed avere sempre in cuore i pensieri di ora».
«Ma per te? Non desideri nulla? Non hai parenti ai quali far sapere che Egli è nato?».
«Si, li avrei. Ma non sono qui vicino. Sono a Ebron… »
«Ci vado io» dice Elia. «Chi sono?».
«Zaccaria il sacerdote ed Elisabetta mia cugina».
«Zaccaria? Oh! lo conosco bene. Nell’estate vado su quei monti, perché i pascoli vi sono ricchi e belli, e sono amico del suo pastore. Quando ti so sistemata vado da Zaccaria».
«Grazie, Elia».
«Niente grazie. Grande onore per me, povero pastore, andare a parlare al sacerdote e dirgli: “È nato il Salvatore”».
«No. Gli dirai: “Ha detto Maria di Nazareth, tua cugina, che Gesù è nato, e di venire a Betlemme”.».
«Così dirò».
«Dio te ne compensi. Mi ricorderò di te, di voi tutti…»
«Dirai al tuo Bambino di noi?».
«Lo dirò».
«Io sono Elia».
«E io Levi».
«Ed io Samuele».
«E io Giona».
«Ed io Isacco».
«Ed io Tobia».
«Ed io Gionata».
«Ed io Daniele».
«E Simeone io».
«E Giovanni mi chiamo io».
«Io Giuseppe e mio fratello Beniamino, siamo gemelli».
«Ricorderò i vostri nomi».
«Dobbiamo andare… Ma torneremo… E ti porteremo altri ad adorare!…».
«Come tornare all’ovile lasciando questo Bambino?».
«Gloria a Dio che ce lo ha mostrato!».
«Facci baciare la sua veste» dice Levi con un sorriso d’angelo.
Maria alza piano Gesù e, seduta sul fieno, offre i piedini, avvolti nel lino, da baciare. E i pastori si chinano
fino al suolo e baciano quei piedini minuscoli, velati di tela. Chi ha la barba se la forbisce prima e quasi tutti piangono e, quando devono andare, escono a ritroso, lasciando il cuore indietro…
La visione mi cessa così, con Maria seduta sulla paglia col Bambino in grembo e Giuseppe che, appoggiato alla greppia con un gomito, guarda e adora.

Dice Gesù:
«Oggi parlo Io. Sei molto stanca, ma abbi pazienza ancora un poco. È la vigilia del Corpus Domini. Potrei parlarti dell’Eucarestia e dei santi che si fecero apostoli del suo culto, così come ti ho parlato dei santi che furono apostoli del Sacro Cuore. (il 2 giugno 1944 ne “I quaderni del 1944) Ma voglio parlarti di un’altra cosa e di una categoria di adoratori del Corpo mio che sono i precursori del culto per Esso. E sono i pastori. I primi adoratori del mio Corpo di Verbo divenuto Uomo.
Una volta ti dissi, e ciò è detto anche dalla mia Chiesa, che i Santi Innocenti sono i protomartiri del Cristo. Ora ti dico che i pastori sono i primi adoratori del Corpo di Dio. E in loro vi sono tutti i requisiti richiesti per essere adoratori del Corpo mio, anime eucaristiche.
Fede sicura: essi credono prontamente e ciecamente all’angelo.
Generosità: essi danno tutta la loro ricchezza al loro Signore.
Umiltà: si accostano a dei più poveri, umanamente, di loro con modestia di atti che non avvilisce, e si professano servi loro.
Desiderio: quanto non possono dare da loro, si industriano a procurare con apostolato e fatica.
Prontezza di ubbidienza: Maria desidera sia avvertito Zaccaria, ed Elia va subito. Non rimanda.
Amore, infine: essi non sanno staccarsi di là, e tu dici: “lasciano là il loro cuore ”. Dici bene.
Ma non bisognerebbe fare così anche col mio Sacramento?
E un’altra cosa, tutta per te, questa: osserva a chi si svela per primo l’angelo e chi merita di sentire le effusioni di Maria. Levi: il fanciullo.
A chi ha l’anima di fanciullo Dio si mostra e mostra i suoi misteri e permette che oda le parole divine e di Maria. E chi ha anima di fanciullo ha anche il santo ardimento di Levi e dice: “Fammi baciare la veste di Gesù”. Lo dice a Maria. Perché è sempre Maria quella che vi dà Gesù. È Lei la Portatrice dell’Eucarestia. È Lei la Pisside viva.
Chi va a Maria trova Me. Chi mi chiede a Lei, da Lei mi riceve. Il sorriso di mia Madre, quando una creatura le dice: “Dammi il tuo Gesù, ché lo ami”, fa trascolorare i Cieli in un più vivo splendore di letizia, tanto è felice.
Dille dunque: “Fammi baciare la veste di Gesù. Fammi baciare le sue piaghe”. E osa di più ancora. Di’ : “Fammi posare il capo sul Cuore del tuo Gesù, perché ne sia beata”.
Vieni. E riposa. Come Gesù nella cuna, fra Gesù e Maria».

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“Lasciamoci abbracciare dal Bambino, avremo una pace nel cuore senza fine”

Posté par atempodiblog le 26 décembre 2015

“Lasciamoci abbracciare dal Bambino, avremo una pace nel cuore senza fine”
Durante la messa nella notte di Natale, Papa Francesco indica nella nascita di Gesù un richiamo all’“essenzialità” in un mondo dominato dal “lusso”, dall’“apparenza” e dal “narcisismo”
di Luca Marcolivo – Zenit

Maria dona Gesù

Un avvenimento che è il trionfo della luce. Una volta nato, Gesù fa rifulgere la sua luce su tutti gli umani e realizza la profezia di Isaia: «Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia» (Is 9,2).

Durante la messa nella notte di Natale nella basilica di San Pietro, Papa Francesco si è soffermato in primo luogo sull’aspetto dell’attesa, richiamato già dall’Antico Testamento.

Un attesa che già riempie di “gioia” il nostro cuore e che moltiplica e fa sovrabbondare questo sentimento, quando “la promessa si è compiuta” e “finalmente si è realizzata”.

Oggi viviamo il mistero di una notte che “viene integralmente da Dio”, ha detto il Pontefice, aggiungendo che la Natività di Cristo non lascia posto al “dubbio”; “lasciamolo agli scettici che per interrogare solo la ragione non trovano mai la verità”, ha chiosato.

Siamo di fronte a un evento che non lascia spazio nemmeno all’“indifferenza, che domina nel cuore di chi non riesce a voler bene, perché ha paura di perdere qualcosa – ha proseguito il Santo Padre -. Viene scacciata ogni tristezza, perché il bambino Gesù è il vero consolatore del cuore”.

Venendo al mondo il Salvatore, “non siamo più soli e abbandonati”: Gesù ci è offerto da Sua Madre come “principio di vita nuova”, come luce che rischiara “la nostra esistenza, spesso rinchiusa nell’ombra del peccato”.

Cessati “ogni paura e spavento”, non possiamo rimanere “inerti”: dobbiamo correre a “vedere il nostro Salvatore deposto in una mangiatoia”, che è “nato per noi”.

La nascita di Cristo ci induce a restare “in silenzio”, lasciando che “sia quel Bambino a parlare” e che imprima “nel nostro cuore le sue parole senza distogliere lo sguardo dal suo volto”.

“Se lo prendiamo tra le nostre braccia e ci lasciamo abbracciare da Lui, ci porterà la pace del cuore che non avrà mai fine”, ha aggiunto il Papa.

“Lasciamoci abbracciare dal Bambino, avremo una pace nel cuore senza fine”.

“Questo Bambino – ha proseguito – ci insegna che cosa è veramente essenziale nella nostra vita. Nasce nella povertà del mondo, perché per Lui e la sua famiglia non c’è posto in albergo. Trova riparo e sostegno in una stalla ed è deposto in una mangiatoia per animali”.

È proprio da questa miseria che “emerge la luce della gloria di Dio” e “la via della vera liberazione e del riscatto perenne”.

Il Bambino nato stanotte “porta impressi nel suo volto i tratti della bontà, della misericordia e dell’amore di Dio Padre”, ci impegna a “«rinnegare l’empietà» e la ricchezza del mondo, per vivere «con sobrietà, con giustizia e con pietà» (Tt 2,12)”.

È proprio alla sobrietà e all’essenzialità, che la nascita di Gesù ci richiama, in una società spesso “ebbra di consumo e di piacere, di abbondanza e lusso, di apparenza e narcisismo”.

“In un mondo che troppe volte è duro con il peccatore e molle con il peccato, c’è bisogno di coltivare un forte senso della giustizia, del ricercare e mettere in pratica la volontà di Dio”, ha sottolineato Francesco.

La vera risposta a una “cultura dell’indifferenza, che finisce non di rado per essere spietata”, è uno stile di vita “colmo di pietà, di empatia, di compassione, di misericordia, attinte ogni giorno dal pozzo della preghiera”, ha poi concluso il Papa.

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Urbi et Orbi. Papa Francesco: dove nasce Dio, nascono pace e misericordia

Posté par atempodiblog le 26 décembre 2015

Papa Francesco \ Udienza Generale e Angelus
Urbi et Orbi. Papa Francesco: dove nasce Dio, nascono pace e misericordia
“Dove nasce Dio, nasce la speranza. Dove nasce Dio, nasce la pace”. E’ uno dei passaggi forti del messaggio natalizio di Papa Francesco, pronunciato dalla Loggia centrale della Basilica di San Pietroprima della benedizione Urbi et Orbi. Il Pontefice ha ricordato i popoli che soffrono a causa dei conflitti ed ha rivolto un pensiero speciale ai migranti che fuggono dai propri Paesi alla ricerca di un futuro dignitoso. Francesco ha infine sottolineato che questo Natale si celebra nell’Anno Santo della Misericordia ed ha quindi invitato tutti ad essere misericordiosi con i propri fratelli.
di Alessandro Gisotti 
 Radio Vaticana

Papa e Gesù Bambino

Apriamo i nostri cuori per accogliere Gesù in questo “giorno di misericordia, nel quale Dio Padre ha rivelato all’umanità la sua immensa tenerezza”. E’ il Natale del Giubileo della Misericordia e Francesco – rivolgendosi al mondo intero da San Pietro – sottolinea che in questo giorno la luce disperde le tenebre della paura e “diventa possibile incontrarsi, dialogare, soprattutto riconciliarsi”.

Solo la Misericordia di Dio può liberare l’umanità dal male
“Il Natale – riprende – è un avvenimento che si rinnova in ogni famiglia, in ogni parrocchia, in ogni comunità che accoglie l’amore di Dio incarnato in Gesù Cristo”:

“Solo Lui, solo Lui ci può salvare. Solo la Misericordia di Dio può liberare l’umanità da tante forme di male, a volte mostruose, che l’egoismo genera in essa. La grazia di Dio può convertire i cuori e aprire vie di uscita da situazioni umanamente insolubili ».

Pace per la Terra Santa, basta tensioni e violenze
“Dove nasce Dio, nasce la speranza. Lui porta la speranza. Dove nasce Dio – soggiunge – nasce la pace. E dove nasce la pace, non c’è più posto per l’odio e per la guerra”:

“Eppure proprio là dove è venuto al mondo il Figlio di Dio fatto carne, continuano tensioni e violenze e la pace rimane un dono da invocare e da costruire. Possano Israeliani e Palestinesi riprendere un dialogo diretto e giungere ad un’intesa che permetta ai due Popoli di convivere in armonia, superando un conflitto che li ha lungamente contrapposti, con gravi ripercussioni sull’intera Regione”.

Fermare guerre e atrocità, essere vicini a cristiani perseguitati
Al Signore, Francesco chiede che “l’intesa raggiunta” all’Onu “riesca quanto prima a far tacere il fragore delle armi in Siria e a rimediare alla gravissima situazione umanitaria della popolazione stremata”. È altrettanto “urgente”, prosegue, che “l’accordo sulla Libia trovi il sostegno di tutti, affinché si superino le gravi divisioni e violenze che affliggono il Paese”. Ancora, il Papa chiede alla comunità internazionale di “far cessare le atrocità che, sia in quei Paesi come pure in Iraq, Yemen e nell’Africa subsahariana, tuttora mietono numerose vittime, causano immani sofferenze e non risparmiano neppure il patrimonio storico e culturale di interi popoli”:

“Il mio pensiero va pure a quanti sono stati colpiti da efferate azioni terroristiche, particolarmente nelle recenti stragi avvenute sui cieli d’Egitto, a Beirut, Parigi, Bamako e Tunisi. Ai nostri fratelli, perseguitati in tante parti del mondo a causa della fede, il Bambino Gesù doni consolazione e forza. Sono i nostri martiri di oggi”.

Ridare dignità ai poveri, ai bambini soldato, alle vittime della tratta
Pace e concordia chiede il Papa anche per i popoli della Repubblica Democratica del Congo, del Burundi e del Sud Sudan affinché, “mediante il dialogo, si rafforzi l’impegno comune per l’edificazione di società civili animate da un sincero spirito di riconciliazione e di comprensione reciproca”. Il Natale, auspica ancora, “porti vera pace anche all’Ucraina, offra sollievo a chi subisce le conseguenze del conflitto e ispiri la volontà di portare a compimento gli accordi presi, per ristabilire la concordia nell’intero Paese”. “La gioia di questo giorno – soggiunge – illumini gli sforzi del popolo colombiano perché, animato dalla speranza, continui con impegno a perseguire la desiderata pace”:

“Dove nasce Dio, nasce la speranza; e dove nasce la speranza, le persone ritrovano la dignità. Eppure, ancora oggi schiere di uomini e donne sono private della loro dignità umana e, come il Bambino Gesù, soffrono il freddo, la povertà e il rifiuto degli uomini. Giunga oggi la nostra vicinanza ai più indifesi, soprattutto ai bambini soldato, alle donne che subiscono violenza, alle vittime della tratta delle persone e del narcotraffico”.

Soccorrere e accogliere i migranti con generosità
“Non manchi il nostro conforto – ribadisce – a quanti fuggono dalla miseria o dalla guerra, viaggiando in condizioni troppo spesso disumane e non di rado rischiando la vita”.

“Siano ricompensati con abbondanti benedizioni quanti, singoli e Stati, si adoperano con generosità per soccorrere e accogliere i numerosi migranti e rifugiati, aiutandoli a costruire un futuro dignitoso per sé e per i propri cari e ad integrarsi all’interno delle società che li ricevono”.

Dove nasce Gesù, fiorisce la misericordia: riscoprire la tenerezza di Dio
Il Papa rivolge dunque un pensiero a quanti non hanno lavoro, e « sono tanti », affinché il Signore ridoni loro “speranza” e a “quanti hanno responsabilità pubbliche in campo politico ed economico affinché si adoperino per perseguire il bene comune e a tutelare la dignità di ogni vita umana”.

“Dove nasce Dio, fiorisce la misericordia. Essa è il dono più prezioso che Dio ci fa, particolarmente in questo anno giubilare, in cui siamo chiamati a scoprire la tenerezza che il nostro Padre celeste ha nei confronti di ciascuno di noi. Il Signore doni particolarmente ai carcerati di sperimentare il suo amore misericordioso che sana le ferite e vince il male”.

Essere misericordiosi con i propri fratelli
Dopo la benedizione Urbi et Orbi, Francesco ha dunque rivolto un saluto ai fedeli in Piazza San Pietro e a quanti si sono collegati attraverso i mezzi di comunicazione:

“E’ il Natale dell’Anno Santo della Misericordia, perciò auguro a tutti di poter accogliere nella propria vita la misericordia di Dio, che Gesù Cristo ci ha donato, per essere misericordiosi con i nostri fratelli. Così faremo crescere la pace! Buon Natale!”

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Eco degli Angeli che cantano Exultasti

Posté par atempodiblog le 25 décembre 2015

Eco degli Angeli che cantano Exultasti
di Ezra Pound

Ghirlandaio

Nasce il silenzio da molte quiete
Così la luce delle stelle si tesse in corde
Con cui le Potenze di pace fanno dolce armonia.
Rallegrati, o Terra, il tuo Signore
Ha scelto il suo santo luogo di riposo.
Ecco, il segno alato
Si libra sopra quella crisalide santa.

L’invisibile Spirito della Stella risponde loro:

Inchinatevi nel vostro canto, potenze benigne.
Prostratevi sui vostri archi di avorio e oro!
Ciò che conoscete solo indistintamente è stato fatto
Su nelle corti luminose e azzurre vie:
Inchinatevi nella vostra lode;
Perché se il vostro sottile pensiero
Non vede che in parte la sorgente di misteri
Pure nei vostri canti, siete ordinati di cantare:
“Gloria! Gloria in excelsis
Pax in terra nunc natast”.

Angeli, che proseguono con il loro canto:

Pastori e re, con agnelli e incenso
Andate ed espiate l’ignoranza dell’umanità:
Con la vostra mirra rossa fate sapore dolce.
Ecco, che il figlio di Dio diventa l’elemosiniere di Dio.
Date questo poco
Prima che egli vi dia tutto.

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Buon Natale a tutti!

Posté par atempodiblog le 25 décembre 2015

(I pastori)
di Mario Luzi

Natività

E ora dove avrebbero
                     brucato quelle abbacinate pecore?
dove le spingevano i montoni?
                                                       Non c’era
erba a quella altitudine.
                                            Ce n’era
assai più in basso
                                  ma lì non ne volevano, era pesta
                                   e attossicata
                                   erba quella,
                                                         ormai 
                                    desideravano altro.
E loro erano fatti tutti profeti e angeli,
di che? – non lo sapevano –
imminente?
                   accaduto già?
                                        Così
                                  li aveva fatti
ben dentro il plasma umano
flagrando
                quella profetizzata
                                     e temuta natività
che essi vedevano e adoravano
                                                perduti
nella raggiante oscurità.

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Gesù tra le nostre braccia

Posté par atempodiblog le 23 décembre 2015

capanna

Non lasciare, anima cara, che Nostra Signora di Betlemme, in questa notte di Natale, carica di mistero, deponga nuovamente Gesù nella mangiatoia perché non c’era chi lo ricevesse…!

[…] E uniti nello Spirito Santo, compiendo la volontà del Padre, apriamo il nostro cuore e la nostra anima per prendere tra le nostre braccia Gesù, piccino di Betlemme, e per baciarlo con un bacio di ricezione…, con un abbraccio di risposta…, con una consegna di donazione… affinché mai più si possa dire che «la Luce venne alle tenebre, e le tenebre non l’hanno accolta»…!

di Madre Trinidad de la Santa Madre Iglesia

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Santa Faustina e la vigilia di Natale del 1937

Posté par atempodiblog le 23 décembre 2015

Oplatek
Scambio dell’oplatek

Vigilia di Natale 1937. Dopo la santa Comunione la Madonna mi fece conoscere la preoccupazione che aveva avuto nel Suo Cuore a motivo del Figlio di Dio. Ma tale preoccupazione era stracolma di tanto profumo di rassegnazione alla volontà di Dio, che la chiamerei piuttosto delizia e non preoccupazione. Ho compreso in che modo la mia anima deve accettare qualunque volere di Dio. Peccato che io non sappia descrivere ciò così come l’ho conosciuto.

La mia anima è rimasta per tutta la giornata in un raccoglimento più profondo, dal quale niente è riuscito a strapparla, né i suoi doveri, né i rapporti avuti con persone secolari.

Prima del cenone sono andata un momento in cappella per scambiare spiritualmente l’oplatek con le persone che mi amano e sono care al mio cuore, ma sono lontane. Prima di tutto mi sono immersa in una profonda preghiera ed ho chiesto al Signore grazie per loro e poi per ciascuna in particolare. Gesù mi ha fatto conoscere quanto ciò Gli sia gradito ed una gioia ancora più grande ha riempito la mia anima, nel vedere che Iddio ama in modo particolare coloro che noi amiamo.

Entrata in refettorio, durante la lettura tutto il mio essere venne immerso in Dio. Vidi interiormente lo sguardo di Dio diretto su di noi con grande compiacimento. Rimasi a tu per tu col Padre Celeste. In quel momento conobbi più a fondo le Tre Persone divine che contempleremo per tutta l’eternità, e dopo milioni di anni ci renderemo conto di aver appena iniziato la nostra contemplazione.

Oh, quanto è grande la Misericordia di Dio, che ammette l’uomo ad una così grande partecipazione alla Sua divina felicità, ma nello stesso tempo che gran dolore trafigge il mio cuore per il fatto che molte anime disprezzano questa felicità!

Quando cominciammo a scambiarci l’oplatek, regnò un sincero, reciproco affetto. La Madre Superiora mi fece gli auguri con queste parole: «Sorella, le opere di Dio vanno adagio, perciò non abbia fretta».

In genere tutte le suore con grande affetto mi augurarono sinceramente quello che desideravo maggiormente. M’accorsi che questi auguri provenivano veramente dal cuore, ad eccezione di una suora che, sotto i suoi auguri, nascondeva la malignità. La cosa però non mi fece soffrire molto, poiché avevo l’anima inebriata di Dio, ma m’illuminò sul perché Iddio si comunicasse così poco a quell’anima e conobbi che essa cercava sempre se stessa, perfino nelle cose sante. Oh, quanto è buono il Signore, che non mi permette di andare fuori strada e so che mi custodirà gelosamente, ma solo fino a quando resterò piccola, poiché a Lui, Sovrano eccelso, piace intrattenersi coi piccoli, mentre i grandi li osserva da lontano e li contrasta.

Sebbene desiderassi vegliare un po’ prima della Messa di Mezzanotte, non mi fu possibile, poiché m’addormentai subito anche perché mi sentivo molto debole. Però quando suonarono per la Messa di Mezzanotte, mi alzai immediatamente, sebbene mi vestissi con molta fatica, poiché ogni momento mi sentivo svenire. Quando giunsi alla Messa di Mezzanotte, subito fin dall’inizio m’immersi tutta in un profondo raccoglimento, nel quale vidi la Capanna di Betlemme inondata da tanta luce.

La Vergine SS.ma avvolgeva nei pannolini Gesù, tutta assorta in un grande amore. San Giuseppe invece dormiva ancora. Solo quando la Madonna depose Gesù nella mangiatoia, la luce divina svegliò Giuseppe che si unì a lei nella preghiera. Dopo un po’ rimasi io sola col piccolo Gesù, che allungò le Sue manine verso di me ed io compresi che Lo dovevo prendere in braccio. Gesù appoggiò la Sua testina sul mio cuore e con uno sguardo profondo mi fece comprendere che stava bene accanto al mio cuore. In quel momento Gesù scomparve e suonò il campanello per la santa Comunione. La mia anima non riusciva a reggersi dalla gioia.

Verso la fine della santa Messa però mi sentii così debole, che dovetti uscire dalla cappella e andare nella mia cella. Non fui più in grado di partecipare al tè con la comunità. Ma la mia gioia fu grande per tutta la durata delle feste, poiché la mia anima rimase unita al Signore senza interruzione.

Conobbi che ogni anima vorrebbe le consolazioni divine, ma non rinuncia per nessun motivo alle consolazioni umane, e purtroppo le due cose non sono assolutamente conciliabili fra di loro.

Santa Faustina Kowalska

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