Spensierati mendicanti

Posté par atempodiblog le 31 mars 2017

Spensierati mendicanti dans Citazioni, frasi e pensieri C._S._Lewis

“La grazia ci dona un’accettazione piena, fanciullesca e gioiosa, del nostro bisogno, una gioia che deriva dalla totale dipendenza: grazie ad essa diventiamo degli ‘spensierati mendicanti’”.

Clive Staples Lewis

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Gli eventi più importanti…

Posté par atempodiblog le 18 mars 2017

Gli eventi più importanti... dans Citazioni, frasi e pensieri cs_lewis

“Gli eventi più importanti, in ogni epoca, non raggiungono mai i libri di storia”.

Clive Staples Lewis – The Dark Tower

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C.S. Lewis, un leone ci aiuta a tornare bambini

Posté par atempodiblog le 5 septembre 2016

C.S. Lewis, un leone ci aiuta a tornare bambini
di Paolo Gulisano – Il Sussidiario.net

C.S. Lewis, un leone ci aiuta a tornare bambini dans Articoli di Giornali e News Aslan_e_Lucy

Clive Staples Lewis, uno dei più singolari intellettuali dell’Inghilterra del suo tempo, uno dei più celebri convertiti del suo tempo: approdato al cristianesimo, dopo una lunga militanza atea e scientista, aveva scritto opere storiche e libri in difesa del cristianesimo in un mondo che vedeva scivolare inesorabilmente verso l’indifferentismo religioso. Ma l’autorevole professor Lewis — per gli amici Jack — era anche un sognatore, fin da quando era bambino in Irlanda, e i suoi sogni a volte erano strani, in particolare quando venivano a visitarlo dei leoni.

“Tutti i miei sette libri su Narnia e i tre di fantascienza — scrisse nel suo volume Altri mondi — sono cominciati vedendo delle scene nella mia testa. In principio non erano un racconto, ma solo dei quadri. Il Leone la strega e l’armadio ebbe inizio con la scena di un fauno che portava un ombrello e dei pacchetti in un bosco candido per la neve. Questa scena era stata nella mia mente da quando avevo circa 16 anni. Poi un giorno, vicino ai quaranta, mi dissi: ‘Cerchiamo di tirarne fuori un racconto’. All’inizio avevo una pallidissima idea di come sarebbe andata la storia. Poi improvvisamente vi saltò dentro Aslan. Penso di aver sognato in quel periodo una buona quantità di leoni. A prescindere da ciò, non so da dove venne il leone e perché venne. Ma una volta lì, trascinò tutto il racconto, e presto si tirò dietro gli altri sei della serie di racconti di Narnia”.

Così nacque Narnia, la terra che ha fatto sognare milioni di lettori, uno dei più affascinanti tra i mondi fantastici inventati dall’immaginazione degli scrittori. Il sogno di Jack si trasferì sulla carta, con tutti i ricordi dei suoi sogni di bambino, con gli animali parlanti, con i cavalieri, con le streghe, i nani, i fauni. E soprattutto con un leone, quel leone del sogno che prese il nome di Aslan, un incredibile personaggio che è il vero principale protagonista delle Cronache, il “filo rosso” che tiene insieme tutti gli episodi iniziati con Lucy che entra nell’armadio e incontra il fauno sotto la neve.

Così, nell’estate del 1948, il professor Jack Lewis cominciò a scrivere un racconto fantastico che intitolò Il leone, la strega e l’armadio
Quando il libro uscì, fu un successo incredibile, anche piuttosto inaspettato. Un libro che era uscito da un sogno, dai ricordi dell’infanzia e dal suo amore per la Bellezza e per la Verità, divenne l’inizio di un ciclo, che ebbe termine esattamente sessant’anni fa, il 4 settembre 1956, con la pubblicazione del settimo volume, L’Ultima Battaglia.

I lettori si trovarono di fronte non semplicemente all’episodio conclusivo della saga di Aslan e dei fratelli Pevensie, ma alla rappresentazione dello scontro finale che attende il mondo, una visione del l’Apocalisse dove Satana lancia la sua ultima sfida contro la visione cristiana del mondo, contro l’idea dell’uomo fatto ad immagine di Dio, e vuole affermare un potere che prevarica norme e leggi di natura per assecondare empi desideri e ambizioni.

Tutti i personaggi incontrati nei sei romanzi precedenti vengono alla ribalta: il Professor Kirk, Edmund, Peter, Lucy, gli gnomi, il topo Ricipì… Ma i veri eroi di questo atto finale sono Tirian, ultimo discendente dei re di Narnia, e i due bambini Eustachio Scrubb e Jill Pole, che devono smascherare un assurdo impostore. Si dà il caso, infatti, che lo scimmione Shift abbia travestito da leone l’asino Puzzle, cercando di farlo passare per il leggendario Aslan, e che qualcuno ci abbia creduto. E’ ancora una volta l’allegoria cristiana che traspare: la scimmia che vuole usurpare il posto di Aslan è l’Anti-Cristo, che la Scrittura definisce “la scimmia di Dio”, una tragica parodia. Contro le forze della magia il bene mette in campo la verità che smaschera la menzogna, la fedeltà che si oppone al tradimento, il valore che surclassa la viltà, il bene che sconfigge il potere malefico.

E alla fine tutto è compiuto, e Aslan può rivelare a ciascuno il proprio destino, invitando a non avere paura, e a tornare definitivamente nel nostro mondo, il Paese delle Ombre.

Concludendo la vicenda di Narnia, Lewis ci ricorda che l’uomo è fatto per la verità, che può raggiungerla. e tale ricerca non è vana. Basta tornare bambini, e “chiedere ancora”, cioè vivere con intensità la dimensione della domanda e del desiderio.

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Se è il tipo che mi pare sia, tenta il pacifismo…

Posté par atempodiblog le 5 août 2016

Se è il tipo che mi pare sia, tenta il pacifismo... dans Anticristo Berlicche

[...] se è il tipo che mi pare sia, tenta il pacifismo.

Qualunque strada egli prenda, il tuo compito principale sarà sempre lo stesso. Incomincia con il fargli trattare il patriottismo o il pacifismo come parte della sua religione. Poi, sotto l’influsso dello spirito di partigianeria, fa in modo che lo consideri come la parte principale. 

Poi, senza chiasso e per gradi, curalo in maniera da portarlo al livello nel quale la religione diviene soltanto una parte della “Causa”, nel quale il cristianesimo è valutato principalmente per gli argomenti eccellenti che può produrre in favore dello sforzo bellico britannico o del pacifismo.

L’atteggiamento dal quale è necessario che tu lo difenda è quello nel quale gli affari temporali vengono trattati soprattutto come materiale per l’obbedienza.

Una volta che sarai riuscito a fare del Mondo il fine e della fede un mezzo, avrai quasi guadagnato il tuo uomo, e poco importa il genere dello scopo mondano al quale tenderà.

Una volta che i comizi, gli opuscoli, le mosse politiche, i movimenti, le cause, e le crociate, saranno per lui più importanti delle preghiere e dei sacramenti e della carità, sarà tuo – e più sarà “religioso” (in quel senso) e più sicuramente sarà tuo.

Te ne potrei far vedere una gabbia abbastanza piena laggiù.

Tuo affezionatissimo zio,

Berlicche*

Tratto da: Le lettere di Berlicche di C. S. Lewis

E’ un funzionario di Satana di grande esperienza che istruisce un giovane diavolo apprendista, Malacoda, suo nipote, spiegandogli i mezzi e gli espedienti più idonei per conquistare (e per dannare) gli uomini.

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Presepe e Dio lontano

Posté par atempodiblog le 29 novembre 2015

Presepe e Dio lontano
di Clive Stapels Lewis – Lettere di Berlicche

Il significato antico e sempre nuovo del presepe dans Articoli di Giornali e News 2mqrk37
Oggi ricorre l’anniversario della nascita di C. S. Lewis

Spero, caro Farfarello, che tu non ti sia lasciato sfuggire l’occasione, durante queste ultime feste natalizie, di ammirare qualcuno dei presepi che in molte case ancora si usa allestire per la gioia dei bambini e dei vecchi. Ce n’è di tutti i tipi, dal legno alla cartapesta, dal cristallo al bronzo, dalla terracotta al plexiglas…

Io amo i presepi. Dirai che sono un vecchio sentimentale… Ebbene, dì pure, se vuoi. Prima però, senti quello che ho da dirti in proposito. Da secoli ormai un’idea mi frulla per il capo alla sola vista di un presepe, e te la voglio confidare in segno di stima. Ebbene, io credo che la grande quantità di energia che noi diavoli abbiamo sempre profuso per inventare argomentazioni seducenti contro Dio sia, in gran parte, fatica sprecata. Noi non dobbiamo creare nuovi argomenti: possiamo usare pari pari i loro. È il cuore che decide, e spesso decide male.

Pensa alle figuri minori del presepe: c’è un solo Giuseppe, una sola Maria, un solo Gesù bambino. Un solo bue, un solo asino. Gli altri sono tutte comparse, compresi i Magi. Ogni uomo al mondo è una figura minore del presepe… Seguimi bene. Dopo aver reso omaggio al Messia, che fanno tutte queste comparse? Se ne tornano, semplicemente, al loro lavoro. Il carrettiere al suo carretto, il panettiere al suo pane, e così via. C’è qualcosa, in tutto ciò, che mi manda in confusione, che mi stordisce e mi umilia: ciascuno torna lieto al suo mestiere, anzi: se prima il lavoro gli pesava, ora gli pesa molto meno, perché ha visto il Messia. Che ira! Tutto diviene accettabile, amabile…

Ma poi, passata l’ira, ecco l’idea! La grande idea! Quella che è la più grande dimostrazione dell’esistenza di Dio, la quotidianità, eccola trasformata, senza che apparentemente nulla cambi, nella più grande delle bestemmie! Che cos’è mai il tuo Dio? Un’emozione momentanea prima di riprendere il solito tran tran. Un bambinello che ti salva finché resti in estatica contemplazione, ma poi? Immaginiamo quei poveri pastori al momento del congedo. Un inchino, un altro inchino, mettiamoci pure un terzo inchino. Ma poi le spalle dovranno pur voltare, e tornarsene alle loro pecore, non è vero?

E allora noi diavoli pronti, in coro, a soffiar nelle loro orecchie: dalle obiezioni più collaudate (“come può Dio, nella sua bontà, permettere il dolore innocente?”) alle migliori invenzioni della modernità (l’uguaglianza di tutti gli uomini davanti a Dio si trasforma nell’egalité giacobina, che è il suo opposto), e via dicendo. Tutte le obiezioni contro Dio nascono dall’idea di un Dio lontano, che non vuole salvare concretamente gli uomini. Ma questa idea nasce, a sua volta, dalla comodità: un Dio lontano è sempre più comodo di un Dio vicino. È questa, Farfarello, la nostra carta vincente. Da sempre.

Un abbraccio dal tuo Malacoda

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L’abc del cattolico secondo un cardinale americano

Posté par atempodiblog le 3 juin 2015

L’abc del cattolico secondo un cardinale americano
di Lorenzo Bertocchi – La nuova Bussola Quotidiana

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Oggi ci chiediamo spesso cosa significhi essere cattolici. La questione se l’è posta anche il cardinale Donald Wuerl, arcivescovo di Washington. Ne è venuta fuori una lettera pastorale, interessante anche di qua dall’Atlantico.

In primis ci ricorda cosa non è la Chiesa. “Non è un negozio, un club, o un gruppo di interesse”, scrive il cardinale, deludendo subito le attese dei tanti che la vedono solo come una lobby qualsiasi. “La Chiesa non è il risultato di persone con idee affini che si uniscono e decidono di formare una organizzazione, né decidono il suo insegnamento per voto popolare o tendenze sociali”.

“La sua struttura gerarchica”, e qui sfida un pregiudizio duro a morire, “procede da Gesù, quando annunciò “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa” (Mt 16, 18). Nell’Una, Santa, Cattolica e Apostolica, c’è il dono inestimabile dei sette sacramenti, canali di grazia troppo spesso dimenticati e sviliti. “Essere cattolici”, si legge nella lettera, “significa riconoscere il ruolo della Chiesa come il vero strumento creato e dato a noi da Gesù perché la sua opera, compiuta con la sua morte e Resurrezione, possa essere riattualizzata oggi e applicata a noi.”

Essere cattolici non è un fatto privato, ma ci chiama ad andare fuori, “verso le periferie” direbbe il Papa. Si tratta di edificare il Regno di Cristo, quella regalità sociale di Nostro Signore che non è appannaggio di qualche etichetta, ma un’esigenza cattolica. “Siamo chiamati a manifestare il Regno di Dio”, scrive Wuerl, “non solo dentro le nostre chiese, ma nel mondo, edificando il bene comune. Quando corrispondiamo alla grazia di Dio, stiamo estendendo il regno, siamo nella condizione di essere immagine di Cristo per tutti quelli che incontriamo”. Tertulliano nella sua opera “Apologeticum” (sec. II) ricorda che i primi cristiani si distinguevano per una carità fuori dal comune: orfani, indigenti, donne, bambini, anziani, malati, tutti erano amati per il semplice fatto di essere persone. Un fuoco che divora, un amore che si mostra nell’azione. Love in action, dicono negli States, e a ben vedere questa è la missione permanente che vuole Papa Francesco per la sua Chiesa in uscita: una carità capace di instaurare il Regno. “La parola di Dio, i sacramenti e le nostre opere di carità”, esorta il cardinale di Washington, “possono trasformare i nostri cuori e ispirarci a cambiare il mondo”.

Tutto questo richiede però che sia custodita una vera identità cattolica, e per questo il cardinale indica la strada. “Quando andiamo nelle istituzioni della chiesa – parrocchie, scuole, università, organizzazioni caritative, centri sanitari e altri – questi dovrebbero riflettere una vera e propria identità cattolica, in comunione visibile con la Chiesa sia universale, che locale, e fedeltà alla dottrina cattolica”. Il problema in effetti c’è, perché capita non di rado che queste istituzioni svolgano la loro azione in aperto contrasto con ciò che la Chiesa propone di credere. A questo si aggiunga il fatto che molte legislazioni nel mondo rendono sempre più difficile poter svolgere un insegnamento e una opera veramente cristiana, soprattutto in materia bioetica. Per questo il cardinale Wuerl ricorda che “chiediamo e insistiamo sulla libertà di presentare e dimostrare pubblicamente la nostra fede nelle nostre scuole cattoliche e istituzioni basate sulla fede”.

In vista dell’anno giubilare della Misericordia non poteva mancare un riferimento. Innanzitutto ci viene ricordata una verità semplice, semplice. “E’ inevitabile che pecchiamo”, cioè il fatto che abbiamo bisogno del Medico, che non è venuto per i sani, ma per i malati. “Ma i nostri fallimenti morali”, avverte subito Wuerl, “non devono oscurare la nostra fede nella verità degli insegnamenti di Cristo”. Poi aggiunge un ricordo personale. “Quando ero un giovane sacerdote nella decade tra il 1960 e il 1970, c’era molta sperimentazione e confusione nella Chiesa. Gli insegnanti e il clero sono stati incoraggiati da alcuni a comunicare l’esperienza dell’amore di Dio, ma senza riferimento al Credo, ai sacramenti, o la tradizione della Chiesa. Non ha funzionato molto bene. I cattolici sono cresciuti con l’impressione che il nostro patrimonio fosse poco più che un sentimento vagamente positivo su Dio”.

“Quegli anni di sperimentazione”, chiude Wuerl, “hanno lasciato molti spiritualmente e intellettualmente deboli, e incapaci di resistere allo tsunami di laicità che si è verificato negli ultimi decenni. Abbiamo perso molte persone, perché non siamo riusciti a insegnare sul bene e il male, il bene comune, la natura della persona umana. Questo ha lasciato molti senza la possibilità di ammettere che siamo peccatori, che abbiamo bisogno di Gesù, perché molti non sanno più che cosa è il peccato”. E non ci può essere misericordia senza riconoscere il proprio peccato.

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Essere innamorati non vuol dire amare

Posté par atempodiblog le 14 février 2015

“Ma essere innamorati non vuol dire amare. Si può essere innamorati e odiare. Ricordatelo!”.

Fëdor Dostoevskij – I fratelli Karamazov

Essere innamorati non vuol dire amare dans Citazioni, frasi e pensieri op9zl2

In realtà, per quanto se ne dica, la condizione dell’«essere innamorati» di solito non dura. Se la vecchia frase finale delle favole, «e vissero sempre felici», significasse: «si sentirono, nei cinquant’anni seguenti, esattamente come si sentivano il giorno prima di sposarsi», direbbe una cosa che probabilmente non è mai stata vera né mai lo sarà, e che sarebbe, se si avverasse, indesiderabilissima. Chi sopporterebbe di vivere in quello stato di eccitazione anche solo per cinque anni? Che ne sarebbe del nostro lavoro, del nostro appetito, del sonno, delle amicizie? Ma va da sé che cessare di essere «innamorati» non significa cessare di amare. L’amore in questo secondo senso – l’amore distinto dall’«essere innamorati» – non è soltanto un sentimento.

Clive Staples Lewis – Il cristianesimo così com’è

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La prima parola dell’amore: no

Posté par atempodiblog le 17 novembre 2014

“Donne assetate d’amore che si danno senza sicurezza, errori ‘generosi’ di amanti dell’umanità che abbracciano con purezza una causa impura e moltiplicano il male sulla terra, ecc. Bisogna confessare che la mediocrità, l’aridità del cuore costituiscono un eccellente antidoto a tal sorta di peccato. Siamo spesso indotti alle peggiori tentazioni da quanto abbiamo di migliore in noi, o piuttosto dalla febbre e dallo smarrimento di esso. Nulla dunque ha cosi bisogno d’esser purificato e disciplinato come la bontà e la dedizione. La prima parola dell’amore: no”.

Gustave Thibon – Il pane di ogni giorno

La prima parola dell’amore: no dans Citazioni, frasi e pensieri 2q1tpok

“L’azione compassionevole può vivere sempre, ma la passione compassionevole non lo può. La passione compassionevole, la compassione che noi subiamo meramente, il dolore che induce gli uomini a concedere quello che non può essere concesso e a lusingare quand’essi dovrebbero invece dire la verità, la compassione che ha privato più di una donna della sua verginità e più di uno statista della sua onestà, questa deve morire. Essa viene usata come un’arma da gli uomini malvagi contro i buoni: quest’arma dev’essere infranta”.

Clive Staples Lewis – Il grande divorzio

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La sottigliezza di tutti gli inganni

Posté par atempodiblog le 4 novembre 2014

La sottigliezza di tutti gli inganni dans Citazioni, frasi e pensieri 2itr8kw

Vi sono già stati uomini che erano così interessati a provare l’esistenza di Dio che non si curavano affatto di Dio stesso… come se il buon Signore non avesse niente da fare fuorché esistere. Vi sono stati alcuni che erano così occupati a diffondere il cristianesimo che non han mai rivolto un pensiero al Cristo. Uomo! Ciò si vede anche nelle piccole cose. Non hai mai conosciuto un amatore di libri che con tutte le sue prime edizioni e copie autografate abbia perduto la capacità di leggerli? O un organizzatore di opere caritatevoli che abbia perduto ogni amore per il povero? In ciò consiste la sottigliezza di tutti gli inganni.

Clive Staples Lewis

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La terra: una parte del Cielo

Posté par atempodiblog le 31 octobre 2014

La terra: una parte del Cielo dans Citazioni, frasi e pensieri eknh1f

“Ma che cos’è, mi chiederete, la terra? Io ritengo che la terra non vada considerata come un luogo a parte. Reputo che la terra, qualora venga presa al posto del Cielo, rivelerebbe d’essere una regione dell’Inferno, mentre se viene accettata in conformità al Cielo, costituisca fin dal principio una parte del Cielo stesso”.

Clive Staples Lewis

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Satana induce a fraintendere il prossimo e, quindi, a far pregare per persone immaginarie

Posté par atempodiblog le 28 septembre 2014

Satana induce a fraintendere il prossimo e, quindi, a far pregare per persone immaginarie dans Anticristo 2ryiwkh

Mio caro Malacoda,

[…] È naturalmente impossibile impedirgli di pregare per sua madre, ma noi possediamo dei mezzi per rendere innocue le sue preghiere. Assicurati che esse siano sempre assai “spirituali”, e che egli si preoccupi sempre dello stato dell’anima di lei e mai dei suoi dolori reumatici.
Ne seguiranno due vantaggi. In primo luogo la sua attenzione sarà tenuta su quanto egli considera i peccati di sua madre. E, con un poco di manovra da parte tua, egli può venire indotto a ritenere tali quelle qualsiasi azioni di lei che gli siano scomode e che lo irritino. Così potrai continuare a fregare le ferite della giornata e a renderle un poco più dolorose perfino mentre sta pregando in ginocchio. L’operazione non è per nulla difficile e la troverai assai divertente.
In secondo luogo, dal momento che le sue idee intorno all’anima di sua madre saranno incomplete e spesso errate, egli, in qualche modo, pregherà per una persona immaginaria, e sarà tuo compito rendere quell’immaginaria persona ogni giorno meno simile alla madre vera -: quella vecchia signora che a tavola ha una lingua quanto mai tagliente.

Col tempo potrai ottenere che la separazione sia tanto vasta che nessun pensiero, nessun sentimento possa traboccare dalle sue preghiere per la madre immaginata nel suo modo di trattare la vera. Alcuni miei pazienti erano diventati così maneggevoli che in un attimo si riusciva a girarli dalla preghiera più spassionata per “l’anima” della moglie o del figliuolo alle battiture o all’insulto della vera moglie o del vero figliuolo senza neppure l’ombra d’uno scrupolo.

[…] Il tuo paziente deve esigere che tutto quanto egli esprime deve essere interpretato come si presenta e giudicato semplicemente secondo le parole dette, mentre, nello stesso tempo, giudicherà tutte le espressioni di sua madre interpretando nel modo più completo e più sensibile il tono della voce, il contesto, l’intenzione sospetta. Ed essa deve essere incoraggiata a fare lo stesso nei suoi riguardi.

Così, alla fine di ogni lite ciascuno se ne andrà convinto, o quasi convinto, di essere perfettamente innocente. Tu sai che cosa succede: “Basta che le chieda l’ora del pranzo perché dia in escandescenze”. Una volta che questa abitudine ha messo radici, nasce quella deliziosa situazione di un essere umano che dice cose con il proposito dichiarato di offendere, e che tuttavia si lamenta quando l’altro si offende davvero. […]

Tuo affezionatissimo zio
Berlicche*

Tratto da: Le lettere di Berlicche di C. S. Lewis

* E’ un funzionario di Satana di grande esperienza che istruisce un giovane diavolo apprendista, Malacoda, suo nipote, spiegandogli i mezzi e gli espedienti più idonei per conquistare (e per dannare) gli uomini.

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Il Diavolo Berlicche

Posté par atempodiblog le 17 juillet 2014

Il Diavolo Berlicche
Questo racconto è tratto dal libro ‘Le lettere di Berlicche’ (Racconto II) di C.S. Lewis; è una lettera che Berlicche, il capo dei diavoli, scrive a suo nipote Malacoda offrendogli preziosi consigli su come tentare il suo ‘paziente’, un giovane uomo che cercava di vivere bene.
Tratto da: Don Bosco Land

Il Diavolo Berlicche dans Anticristo 10ooa5l

Mio caro Malacoda,

ho notato con profondo dispiacere che il tuo paziente si è fatto cristiano. Non nutrire speranza alcuna di sfuggire alle punizioni che si solgono infliggere in questi casi. Sono certo del resto che, nei tuoi momenti migliori, neppure tu lo desidereresti. Centinaia di codesti convertiti adulti sono stati recuperati nel campo del Nemico ed ora sono con noi. Tutte le abitudini del paziente, tanto le mentali quanto le spirituali, ci sono ancora favorevoli.

Uno dei nostri grandi alleati, al presente, è la stessa chiesa. Cerca di non fraintendermi. Non intendo alludere alla chiesa come la si vede espandersi attraverso il tempo e lo spazio, e gettare le radici nell’eternità, terribile come un esercito a bandiere spiegate. Confesso che questo è uno spettacolo che rende nervosi i nostri più ardimentosi tentatori. Ma fortunatamente essa è del tutto invisibile a codesti esseri umani. Tutto ciò che il tuo paziente vede è quel palazzo, finito solo a metà, di stile gotico spurio, che si erge su quel nuovo terreno. Quando entra vi trova il droghiere locale, con un’espressione untuosa sul volto, che si dà da fare per offrirgli un librino lustro lustro che contiene una liturgia che nessuno di loro due capisce, e un altro libricino frusto, che contiene corrotti di un certo numero di liriche religiose, la maggior parte orrende, e stampate a caratteri fittissimi. Entra nel banco, e, guardandosi intorno, s’incontra proprio con quella cernita di quei suoi vicini che finora aveva cercato di evitare. Devi far leva più che puoi su quei vicini. Fa’ in modo che la sua mente svolazzi qua e là fra un espressione quale «il corpo di Cristo» e le facce che gli si presentano nel banco accanto.Importa pochissimo, naturalmente, la razza di gente che in realtà s’è messa nel banco vicino. Tu puoi sapere magari che uno di loro è un grande combattente dalla parte del Nemico. Non importa. Il tuo paziente, grazie al Nostro Padre Laggiù, è uno sciocco. Se uno qualsiasi di questi vicini canta con voce stonata, se ha le scarpe che gli scricchiolano, o la pappagorgia, o se porta vestiti strani, il paziente crederà con la massima facilità che perciò la loro religione deve essere qualcosa di ridicolo. Vedi, nella fase in cui si trova al presente, egli ha in mente una certa idea dei ‘cristiani’, che crede sia spirituale, ma che, di fatto, è per molta parte pittoresca. Ha la mente piena di toghe, di sandali, di corazze e di gambe nude, il solo fatto che l’altra gente in chiesa porta vestiti moderni è per lui una seria difficoltà, quantunque, naturalmente, inconscia. Non permettere mai che venga alla superficie; non permettere che si domandi a che cosa s’aspettava che fossero uguali. Fa’ in modo che ogni cosa rimanga ora nebulosa nella sua mente, e avrai a disposizione tutta l’eternità per divertirti a produrre in lui quella speciale chiarezza che l’Inferno offre.

Lavora indefessamente, dunque, sulla disillusione e il disappunto che sorprenderà senza dubbio il tuo paziente nelle primissime settimane che si recherà in chiesa. Il nemico permette che un disappunto di tal genere si presenti sulla soglia di ogni sforzo umano. Esso sorge quando un ragazzo, che da fanciullo s’era acceso d’entusiasmo per i racconti dell’Odissea, si mette seriamente a studiare il greco. Sorge quando i fidanzati sono sposati e cominciano il compito serio di imparare a vivere insieme. In ogni settore della vita esso segna il passaggio dalla sognante aspirazione alla fatica del fare. Il Nemico si prende questo rischio perché nutre il curioso ghiribizzo di fare di tutti codesti disgustosi vermiciattoli umani, altrettanti, come dice Lui, suoi ‘liberi’ amanti e servitori, e ‘figli’ è la parola che adopera, secondo l’inveterato gusto che ha di degradare tutto il mondo spirituale per mezzo di legami innaturali con gli animali di due gambe. Volendo la loro libertà, Egli si rifiuta di portarli di peso, facendo soltanto delle loro affezioni e delle loro abitudini, al raggiungimento di quegli scopi che pone loro innanzi, ma lascia che ‘li raggiungano essi stessi’. Ed è in questo che ci si offre un vantaggio. Ma anche, ricordalo, un pericolo se per caso riescono a superare con successo quest’aridità iniziale, la loro dipendenza dall’emozione diventa molto minore, ed è perciò più difficile tentarli.

Quando sono venuto esponendo finora vale la pena nella ipotesi che la gente del banco vicino non offra alcun motivo ragionevolmente di disillusione. E’ chiaro che se invece lo offrono- se il paziente sa che quella donna con quel cappellino assurdo è una fanatica giocatrice di bridge, che qual signore con le scarpe scricchiolanti è un avaro e uno strozzino- allora il compito ti sarà molto più facile. Si ridurrà a tenergli lontano dalla mente questa domanda: «se io, essendo ciò che sono, posso in qualche senso ritenermi cristiano, per quale motivo i vizi diversi di quella gente che sta lì in quel banco dovrebbero essere una prova che la loro religione non è che ipocrisia e convenzione?». Forse mi chiederai se è possibile tener lontano perfino dalla mente umana un pensiero così evidente. Si, Malacoda, si, è possibile! Trattalo come deve essere trattato, e vedrai che non gli passerà neppure per l’anticamera del cervello. Non è ancora stato a sufficienza con il Nemico per possedere già una vera umiltà. Le parole che ripete, anche in ginocchio, sui suoi numerosi peccati, le ripete pappagallescamente. In fondo crede ancora che lasciandosi convertire, ha fatto salire di molto un saldo attivo in suo favore nel libro maestro del Nemico, e crede di dimostrare grande umiltà e degnazione solo andando in chiesa con codesti ‘compiaciuti’ vicini, gente comune. Mantienigli la mente in questo stato il più a lungo possibile.

Tuo affezionatissimo zio.

Berlicche

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Superbia e umiltà

Posté par atempodiblog le 11 juillet 2014

IL GRANDE PECCATO

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Verrò adesso a quella parte della morale cristiana dove essa differisce più nettamente da tutte le altre. C’è un vizio dal quale nessuno al mondo è esente; un vizio che ognuno aborrisce quando lo vede in altri, e di cui ben pochi, tranne i cristiani, immaginano di essere a propria volta colpevoli. Ho sentito gente ammettere di avere un cattivo carattere, o di non sapersi contenere riguardo alle donne o al bere, e perfino di essere vile. Ma non ho mai sentito nessuno, che non fosse un cristiano, accusarsi di questo vizio. Al tempo stesso, mi è capitato molto raramente di conoscere qualcuno, non cristiano, che riscontrandolo in altri lo considerasse con clemenza. Non c’è difetto che renda un uomo più malvisto, e nessuno di cui siamo meno consapevoli in noi stessi. E più ne siamo intrisi, più lo detestiamo nel prossimo.

Il vizio di cui parlo è la superbia, l’orgoglio presuntuoso; e la virtù opposta, nella morale cristiana, si chiama umiltà. Forse ricorderete che parlando della morale sessuale vi ho avvertito che il punto centrale della morale cristiana non era quello. Ebbene, ora siamo arrivati al punto centrale. Secondo l’insegnamento cristiano, il vizio essenziale, il male supremo, è la superbia. Lussuria, ira, avarizia, ubriachezza, ecc., sono inezie, in confronto: fu per superbia che il diavolo diventò il diavolo; la superbia è la fonte di tutti gli altri vizi, è la condizione di spirito assolutamente contraria a Dio.

Vi sembra un’esagerazione? Pensateci bene. Ho osservato, un momento fa, che più si è superbi, più si prova avversione per la superbia altrui. Se volete misurare la vostra superbia, il modo più facile è domandare a voi stessi: “Mi dispiace, e quanto, che gli altri mi snobbino, non mi prestino attenzione, mi diano sulla voce, mi trattino con degnazione, si mettano in mostra?”.

Il punto è che la superbia di ciascuno è in competizione con quella di tutti. Se mi secca tanto che l’anima della festa sia un altro, è perché volevo esserlo io. Due galli in un pollaio non vanno d’accordo. Ciò che occorre avere ben chiaro è appunto che la superbia è essenzialmente  competitiva – è competitiva per sua natura – mentre gli altri vizi lo sono, per così dire, solo accidentalmente. La superbia non trae soddisfazione dall’avere qualcosa, ma solo dall’averne più del prossimo. Si dice che uno si insuperbisce di essere ricco, intelligente o di bell’aspetto, ma non è così. Si insuperbisce di essere più ricco, più intelligente o più bello degli altri. Se tutti diventassero egualmente ricchi, belli e intelligenti, non ci sarebbe niente di cui insuperbirsi. E’ il confronto che rende superbi: il piacere di essere superiori agli altri. Se svanisce l’elemento competizione, svanisce anche la superbia. Ecco perché dico che la superbia, a differenza degli altri vizi, è essenzialmente competitiva. L’impulso sessuale può spingere alla competizione due uomini che desiderano la stessa donna; ma è un caso, i due potevano benissimo desiderare donne diverse. Il superbo, invece, prende la tua ragazza non perché la desidera, ma solo per provare a se stesso che vale più di te. L’avidità può creare competizione se un dato bene non è sufficiente per tutti; ma il superbo, anche se ha più quanto possa mai occorrergli, cerca di avere ancora di più solo per affermare il suo potere.
Quasi tutti i mali del mondo che vengono imputati all’avidità o all’egoismo derivano in realtà in misura molto maggiore dalla superbia.

Prendiamo il denaro. L’avidità induce certamente un uomo a desiderare di possederne, per avere una casa più bella, vacanze più piacevoli, cose migliori da mangiare e da bere. Ma solo fino a un certo punto. Che cosa spinge un individuo che ha diecimila sterline all’anno a volerne ventimila?
Non la brama di un piacere maggiore: diecimila sterline bastano per tutti i lussi di cui si può effettivamente godere. A spingerlo è la superbia – il desiderio di essere più ricco di qualche altro ricco, e (ancor più) il desiderio di potere. Perché ciò di cui soprattutto gode la superbia è il potere: niente fa sentire tanto superiori agli altri quanto la possibilità di manovrarli come soldatini di latta. Che cosa spinge una ragazza graziosa a seminare dovunque infelicità collezionando ammiratori? Certo non il suo istinto sessuale: ragazze simili sono molto spesso sessualmente frigide. E’ la superbia. Che cosa spinge un leader politico o tutta una nazione a pretendere sempre di più? Ancora la superbia. La superbia è competitiva per sua natura: per questo non si placa mai. Se sono superbo, finché al mondo ci sarà un uomo più potente, più ricco o più intelligente di me, vedrò in lui un rivale e un nemico.

I cristiani hanno ragione: la superbia è stata la causa principale dell’infelicità delle nazioni e delle famiglie da che mondo è mondo. Altri vizi possono a volte avvicinare le persone: tra gente ubriaca o dissoluta ci può essere cameratismo, giovialità, cordialità amichevole. Ma la superbia significa sempre inimicizia – è inimicizia. E non solo inimicizia tra uomo e uomo, ma inimicizia con Dio.
Di fronte a Dio, siamo di fronte a qualcosa che è, sotto ogni riguardo, incommensurabilmente superiore a noi. Chi non riconosce Dio come tale – e quindi non riconosce se stesso come un niente al Suo confronto -  non conosce affatto Dio. Finché sei superbo non puoi conoscere Dio. Un uomo superbo guarda tutto e tutti dall’alto in basso, e se guardi in basso non puoi vedere qualcosa che sta sopra di te.

Sorge qui un grave quesito. Come mai persone palesemente divorate dalla superbia e dall’orgoglio possono dire di credere in Dio e considerarsi religiosissime? Il fatto è, temo, che costoro adorano un Dio immaginario. Ammettono teoricamente di essere niente al cospetto di questo Dio fantomatico, ma in realtà sono convinte che Egli le approvi e le ritenga molto migliori della gente comune: pagano a Dio, cioè, un soldo di umiltà immaginaria, e ne ricavano mille di superbia verso i loro simili. A questa gente pensava Cristo, suppongo, annunciando che alcuni avrebbero predicato e scacciato i demoni in Suo nome, ma alla fine del mondo si sarebbero sentiti dire che Egli non li aveva mai conosciuti. E ognuno di noi può cadere in ogni momento in questa trappola mortale. Fortunatamente c’è una cosa che può metterci sull’avviso. Quando ci accorgiamo che la nostra vita religiosa ci dà la sensazione di essere buoni – di essere, soprattutto, migliori di qualcun altro – possiamo essere sicuri, penso, che in noi agisce non Dio, ma il diavolo. La vera prova che si è in presenza di Dio è dimenticarsi completamente di se stessi, o vedere se stessi come un oggetto piccolo e vile.
Meglio è dimenticarsi completamente di sé.

E’ triste che il peggiore dei vizi riesca a insinuarsi di frodo nel centro stesso della nostra vita religiosa. Ma possiamo capire perché. Gli altri vizi, meno maligni, provengono dall’azione del diavolo in noi tramite la nostra natura animale. Questo vizio, invece, non ha per tramite la nostra natura animale. Viene direttamente dall’Inferno. E’ puramente spirituale, e quindi molto più subdolo e mortifero. Per la stessa ragione, spesso si fa ricorso alla superbia per sconfiggere gli altri vizi. Gli insegnanti, per esempio, fanno spesso appello alla superbia, all’orgoglio, o, come dicono, all’amor proprio di un allievo per indurlo a comportarsi bene; e non di rado accade di vincere la propria pusillanimità, lussuria o iracondia dicendo a se stessi che queste sono cose indegne di noi – ossia, per superbia. Il diavolo se la ride. E’ contentissimo che tu diventi casto, coraggioso e capace di dominarti, purché egli possa istituire dentro di te la dittatura della superbia; così come sarebbe felicissimo che tu guarissi dai geloni, se in cambio gli fosse consentito di farti venire il cancro. La superbia, infatti, è un cancro spirituale: divora ogni possibilità di amore, di contentezza, di semplice buonsenso.

Prima di lasciare questo argomento devo mettere in guardia da alcuni possibili malintesi:

1.     Compiacersi delle lodi non è superbia. Il bambino premiato con una carezza perché ha fatto bene i compiti, la donna di cui l’innamorato loda la bellezza, l’anima salvata a cui Cristo dice “ben fatto”, se ne rallegrano, ed è giusto. Perché qui non c’è compiacimento di ciò che si è, ma del fatto di essere piaciuti a qualcuno a cui si voleva (e giustamente) piacere. I guai cominciano quando si passa dal pensare: “che bello, gli sono piaciuto” al dire a se stessi: “Che persona straordinaria devo essere, per aver fatto questo”. Più ti rallegri di te stesso e meno della lode, peggiore diventi. Quando ti rallegri soltanto di te stesso e non ti curi affatto delle lodi, hai toccato il fondo. Per questo la vanità, sebbene sia la forma di superbia che più si manifesta alla superficie, è in realtà la forma meno cattiva e più perdonabile. Il vanitoso desidera esageratamente la lode, l’applauso, l’ammirazione, e ne va sempre in cerca. E’ un difetto, ma un difetto puerile e perfino (in certo modo) un segno di umiltà. Dimostra che l’ammirazione che hai per te stesso non basta a soddisfarti pienamente. Apprezzi abbastanza gli altri per desiderare che ti considerino; sei ancora umano.

La vera e nera superbia diabolica compare quando disprezzi talmente gli altri da non curarti di cosa pensino di te. Va benissimo, naturalmente, e spesso è nostro dovere, non curarci di quel che la gente pensa di noi, se lo facciamo per la ragione giusta, ossia perché ci importa infinitamente di più quello che pensa Dio. Ma la noncuranza del superbo ha un’altra ragione. “Perché dovrei dare importanza al plauso della marmaglia”, egli dice “come se le sue opinioni avessero qualche valore? E anche se l’avessero, sono io tipo da arrossire di piacere per un complimento, come una ragazzetta al primo ballo? No, io sono una personalità ben formata e adulta. Tutto ciò che ho fatto l’ho fatto per soddisfare i miei ideali – o la mia coscienza artistica – o le tradizioni della mia famiglia – o perché, insomma, io sono chi sono. Se alla gente piace, buon per loro. A me di loro non importa nulla”. In questo modo la vera e assoluta superbia può essere un freno alla vanità; infatti, come ho detto un momento fa, al diavolo piace “guarire” una magagna piccola infliggendocene una grossa. Cerchiamo di non essere vanitosi: ma non ricorriamo mai alla superbia per guarire dalla vanità.

2.     Il tale, si suole dire, è orgoglioso di suo figlio, o di suo padre, della sua scuola, del suo reggimento, ne “va superbo”; e ci si può chiedere se in tal senso l’orgoglio sia un peccato. Penso dipenda da che cosa si intende esattamente con quell’espressione. Molto spesso, in frasi simili, essa significa “nutrire una fervida ammirazione” per qualcosa o qualcuno; e questa ammirazione, naturalmente, è ben lontana dall’essere un peccato. Ma si potrebbe intendere che la persona in questione si dà delle arie a motivo del padre illustre, o perché appartiene a un reggimento famoso. Questo sarebbe chiaramente un difetto; ma sempre preferibile all’andar superbi semplicemente di sé. Amare e ammirare qualcosa al di fuori di noi vuol dire allontanarsi di un passo dall’estrema rovina spirituale – anche se saremo sempre in difetto finché ameremo e ammireremo qualcosa più di quanto amiamo e ammiriamo Dio.

3.     Non dobbiamo pensare che Dio condanni la superbia perché se ne sente offeso, o che Egli esiga l’umiltà come tributo alla Sua dignità: quasi che Dio stesso fosse superbo. Della propria dignità Dio non si preoccupa affatto. Il punto è che Egli vuole che tu Lo conosca: vuole darti se stesso. E tu e Lui siete due cose di natura tale, che se tu entri comunque in contatto con Lui sarai, di fatto, umile: felicemente umile, con un senso di infinito sollievo per esserti alfine sbarazzato delle assurde sciocchezze sulla tua dignità che per tutta la vita ti hanno reso inquieto e infelice. Dio vuole renderci umili per rendere possibile questo momento: per farci spogliare delle stupide e brutte mascherature di cui ci siamo avvolti e in cui ci pavoneggiamo da quei piccoli idioti che siamo. Per parte mia, vorrei essere andato un poco più avanti sulla via dell’umiltà: allora, probabilmente potrei dirvi meglio quanto sollievo, quanta consolazione dia togliersi la maschera, liberarsi del proprio falso io, con tutti i suoi “Guardatemi!” e “Come sono bravo!” e tutte le sue pose e atteggiamenti. Avvicinarsi a questa liberazione, anche per un momento, è come bere un bicchiere d’acqua fresca nel deserto.

4.     Non immaginatevi che un uomo davvero umile, se vi capiterà di incontrarlo, corrisponda a ciò che oggi si suole designare con quell’aggettivo: una persona untuosa e viscida, che dichiara a ogni piè sospinto di non essere nessuno. Probabilmente vi troverete di fronte un uomo vivace e intelligente, che si interessa davvero a ciò che voi gli dite. Se vi riesce antipatico, sarà perché vi sentite un po’ invidiosi di uno che sembra godersi così facilmente la vita. Costui non pensa all’umiltà: non pensa affatto a se stesso. A chi desidera raggiungere l’umiltà, credo di poter dire qual è il primo passo. Il primo passo è rendersi conto della propria superbia e presunzione. E non è un passo da poco; almeno, prima di farlo non si approda a nulla. Se pensi di non essere presuntuoso, vuol dire che lo sei moltissimo.

di Clive Staples Lewis – Mere Christianity
Tratto da: Don Bosco Land

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Inseguire Dio per trovare lei

Posté par atempodiblog le 19 juin 2014

Inseguire Dio per trovare lei dans Citazioni, frasi e pensieri 21njvhf

“Il cuore di una donna dovrebbe essere così vicino a Dio, che un uomo dovrebbe inseguire Lui per trovare lei”.

Clive Staples Lewis

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Dio vuole noi

Posté par atempodiblog le 17 mai 2014

Dio vuole noi dans Citazioni, frasi e pensieri mj3jg4

“Dio non vuole qualcosa da noi, vuole noi”.

Clive Staples Lewis

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