La base di una sana educazione

Posté par atempodiblog le 3 juillet 2016

La base di una sana educazione dans Citazioni, frasi e pensieri Giovannino_Guareschi

“La base di una sana educazione non sta nel negare ai figli quello che chiedono, ma nel fare in modo che ai figli non passi neppure per l’anticamera del cervello di chiedere cose stupide o disoneste”.

Giovannino Guareschi – Corrierino delle famiglie

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Il mestiere del prete è quello di salvare le anime immortali

Posté par atempodiblog le 8 octobre 2015

Sacerdote

Don Camillo: “Il mestiere del prete è quello di accaparrare le anime da spedire in Paradiso, via Vaticano”.

di Giovannino Guareschi

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La favola di Natale (di Giovannino Guareschi)

Posté par atempodiblog le 12 décembre 2014

La favola di Natale (di Giovannino Guareschi)
Tratto da: Racconti, fiabe, filastrocche e… non solo

La favola di Natale (di Giovannino Guareschi) dans Giovannino Guareschi 20p3kfr

Natale è la festa della famiglia e tutti si danno da fare per trascorrerla insieme in allegria; se gli adulti hanno da fare, i bambini non sono da meno.

In molte famiglie è tradizione che i figli recitino nel giorno della festa una poesia e allora … che fatica imparare le poesie! E se poi in famiglia ci sono più poesie da imparare c’è il rischio che mezzo quartiere sia costretto a impararle.

Forse Margherita ha ragione quando dice che occorre la maniera forte coi bambini: il guaio è che, a poco a poco, usando e abusando della maniera forte, in casa mia si lavora soltanto con le note sopra il rigo.

La tonalità, anche nei più comuni scambi verbali, viene portata ad altezze vertiginose e non si parla più, si urla. Ciò è contrario allo stile del «vero Signore», ma quando Margherita mi chiede dalla cucina che ore sono, c’è la comodità che io non debbo disturbarmi a rispondere perché l’inquilino del piano di sopra si affaccia alla finestra e urla che sono le sei o le dieci.

Margherita, una sera del mese scorso, stava ripassando la tavola pitagorica ad Albertino e Albertino s’era impuntato sul sette per otto.

Sette per otto?”, – cominciò a chiedere Margherita. E, dopo sei volte che Margherita aveva chiesto quanto faceva sette per otto, sentii suonare alla porta di casa.

Andai ad aprire e mi trovai davanti il viso congestionato dell’inquilino del quinto piano  (io sto al secondo).

Cinquantasei!”, – esclamò con odio l’inquilino del quinto piano.

Rincasando, un giorno del dicembre scorso, la portinaia si sporse dall’uscio della portineria e mi disse sarcastica: “Natale, è Natale è la festa dei bambini – è un emporio generale – di trastulli e zuccherini!”.

Ecco, – dissi tra me – Margherita deve aver cominciato a insegnare la poesia di Natale ai bambini.

Arrivato davanti alla porta di casa mia, sentii appunto la voce di Margherita:

“È Natale, è Natale – è la festa dei bambini!…”.

“È la festa dei cretini!” – rispose calma la Pasionaria. Poi sentii urla miste e mi decisi a suonare il campanello.

Sei giorni dopo, il salumaio quando mi vide passare mi fermò.

“Strano”, – disse – “una bambina così sveglia che non riesce a imparare una poesia così semplice. La sanno tutti, ormai, della casa, meno che lei”.

“In fondo non ha torto se non la vuole imparare”, – osservò gravemente il lattaio sopravvenendo. “È una poesia piuttosto leggerina. È molto migliore quella del maschietto: O Angeli del Cielo – che in questa notte santa – stendete d’oro un velo – sulla natura in festa…”.

“Non è così”, – interruppe il garzone del fruttivendolo. “O Angeli del Cielo – che in questa notte santa stendete d’oro un velo – sul popolo che canta…”.

Nacque una discussione alla quale partecipò anche il carbonaio, e io mi allontanai.

Arrivato alla prima rampa di scale sentii l’urlo di Margherita: “…che nelle notti sante – stendete d’oro un velo – sul popolo festante…”.

Due giorni prima della vigilia, venne a cercarmi un signore di media età molto dignitoso.

“Abito nell’appartamento di fronte alla sua cucina”, – spiegò. “Ho un sistema nervoso molto sensibile, mi comprenda. Sono tre settimane che io sento urlare dalla mattina alla sera: È Natale, è Natale – è la festa dei bambini – è un emporio generale – di trastulli e zuccherini. Si vede che è un tipo di poesia non adatto al temperamento artistico della bambina e per questo non riesce a impararla. Ma ciò è secondario: il fatto è che io non resisto più: ho bisogno che lei mi dica anche le altre quartine. lo mi trovo nella condizione di un assetato che, da quindici giorni, per cento volte al giorno, sente appressarsi alla bocca un bicchiere colmo d’acqua. Quando sta per tuffarvi le labbra ecco che il bicchiere si allontana. Se c’è da pagare pago, ma mi aiuti”.

Trovai il foglio sulla scrivania della Pasionaria.

Il signore si gettò avidamente sul foglio: poi copiò le altre quattro quartine e se ne andò felice.

“Lei mi salva la vita” - disse sorridendo.

La sera della vigilia di Natale passai dal fornaio, e il brav’uomo sospirò.

“È un pasticcio” – disse. – “Siamo ancora all’emporio generale. La bambina non riesce a impararla, questa benedetta poesia. Non so come se la caverà stasera. Ad ogni modo è finita!” – si rallegrò.

Margherita, la sera della vigilia era triste e sconsolata.

Ci ponemmo a tavola, io trovai le regolamentari letterine sotto il piatto.

Poi venne il momento solenne.

“Credo che Albertino debba dirti qualcosa”, – mi comunicò Margherita.

Albertino non fece neanche in tempo a cominciare i convenevoli di ogni bimbo timido: la Pasionaria era già ritta in piedi sulla sua sedia e già aveva attaccato decisamente:

“O Angeli del Cielo – che in queste notti sante – stendete d’oro un velo – sul popolo festante…”. Attaccò decisa, attaccò proditoriamente, biecamente, vilmente e recitò, tutta d’un fiato, la poesia di Albertino.

“È la mia!”,  singhiozzò l’infelice correndo a nascondersi nella camera da letto.

Margherita, che era rimasta sgomenta, si riscosse, si protese sulla tavola verso la Pasionaria e la guardò negli occhi.

“Caina!”,  urlò Margherita.

Ma la Pasionaria non si scompose e sostenne quello sguardo. E aveva solo quattro anni, ma c’erano in lei Lucrezia Borgia, la madre dei Gracchi, Mata Hari, George Sand, la Dubarry, il ratto delle Sabine o le Sorelle Karamazoff.

Intanto Abele, dopo averci ripensato sopra, aveva cessato l’azione.

Rientrò Albertino, fece l’inchino e declamò tutta la poesia che avrebbe dovuto imparare la Pasionaria.

Margherita allora si mise a piangere e disse che quei due bambini erano la sua consolazione.

La mattina un sacco di gente venne a felicitarsi, e tutti assicurarono che colpi di scena così, non ne avevano mai visti neanche nei più celebri romanzi gialli.

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GUARESCHI/ Quella “favola di Natale” che il lager non ha potuto soffocare

Posté par atempodiblog le 8 décembre 2014

GUARESCHI/ Quella “favola di Natale” che il lager non ha potuto soffocare
di Francesco Baccanelli – Il Sussidiario

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Impedire a un artista di tradurre in arte i periodi più cupi della sua vita è un’impresa difficile. Se poi l’artista si chiama Giovannino Guareschi e sa spaziare tra i più disparati argomenti, vestendo tra l’altro con disinvoltura sia i panni dello scrittore che quelli del disegnatore, l’impresa si fa davvero impossibile. Non dobbiamo stupirci, perciò, se la sera del 24 dicembre 1944, nel lager di Sandbostel, Guareschi legge ai compagni di prigionia La favola di Natale, un racconto che tre muse d’eccezione – “Freddo, Fame e Nostalgia” – gli hanno suggerito nelle settimane precedenti.

Accompagnata dalla musica composta per l’occasione da un altro recluso, il sorrentino Arturo Coppola, la lettura offre un po’ di serenità ai presenti, che per qualche ora riescono a dimenticare il clima di angoscia in cui vivono e a tornare, almeno con il pensiero, dai loro cari. Il testo, infatti, racconta il favoloso viaggio che un bambino, Albertino, compie la sera della vigilia di Natale per andare a trovare il padre, rinchiuso in un campo di concentramento. Il viaggio, affrontato insieme alla nonna, si rivela ricco di sorprese. E nel Bosco degli Incontri, che la simpatica mappa disegnata da Guareschi situa a metà strada tra il Mondo della Pace e il Mondo della Guerra, Albertino riesce finalmente a riabbracciare il genitore, scappato in sogno dal lager (per sua fortuna, infatti, “i sogni non hanno piastrino; non c’è l’appello notturno dei sogni; non esistono ‘zone della morte’ per i sogni”). Così, nonostante il poco tempo a loro disposizione, i tre possono festeggiare insieme la nascita di Gesù. Il povero prigioniero sa di dover rientrare nel lager, ma prova ad assaporare fino in fondo quel piccolo grande momento di vita familiare.

A guerra conclusa, Guareschi decide di pubblicare la Favola. Prima di consegnarla all’editore, però, impreziosisce il testo con alcune illustrazioni. Il corredo grafico, votato alla semplicità, passa da un registro all’altro con sorprendente scioltezza. La poesia si alterna con la satira, la malinconia con la voglia di sorridere. E, descrivendo il viaggio di Albertino, i disegni evidenziano anche la vis polemica del racconto, una componente che i prigionieri del lager di Sandbostel, secondo la testimonianza dello stesso Guareschi, non avevano compreso del tutto. I riferimenti stilistici sono molti e, accanto a ripetute incursioni nel campo dell’illustrazione per l’infanzia e in quello della vignetta satirica, si notano figure che richiamano George Grosz (è il caso della gallina mascherata da uomo) e, se guardiamo alla rappresentazione del cimitero simbolico, perfino un accenno alle atmosfere di Caspar David Friedrich.

Il “ritratto” dell’addetto alla censura postale è indimenticabile. Guareschi, con modi che ricordano da vicino Honoré Daumier, lo raffigura grande e grosso, sgraziato, ottuso. L’uomo, chiamato a esprimersi sulla poesia che Albertino ha imparato a memoria per Natale – poesia che ha l’aspetto di un uccellino coperto di parole –  sembra piuttosto allarmato dal contenuto delle strofe.

Nel testo Guareschi racconta: «Cominciò a leggere i versi scritti sulle ali. Din-don-dan: la campanella / questa notte suonerà… “No!” disse. “Proibito fare segnalazioni acustiche notturne in tempo di guerra!” E, con un pennello intinto nell’inchiostro di Cina, cancellò molte parole. Poi, di lì a poco, scosse ancora il capo. Una grande, argentea stella / su nel ciel s’accenderà… “Niente! Contravvenzione all’oscuramento!” disse. E giù pennellate nere. Latte e miele i pastorelli / al Bambino porteranno… “Niente! Contravvenzione al razionamento!” borbottò. E giù ancora col pennello. I Re Magi immantinente / sul cammello saliranno… “Niente!” urlò furibondo. “Basta coi re! Guai a chi parla ancora di re!” E giù pennellate grosse così. Poi, afferrato un grosso timbro, le timbrò le ali e disse che poteva entrare. La Poesia si mise a piangere. “E come faccio a entrare così? Con tutte queste cancellature io non sono più una poesia…”».

Oltre a questo gretto personaggio, nella favola si incontrano molti altri nemici del Natale. Ci sono le guardie del lager, ad esempio. Ci sono gli energumeni che tentano di sostituire Gesù Bambino con il dio della Guerra. E c’è perfino un ufficiale che ricorre ai cannoni contraerei per impedire agli «angeli bombardieri» di scaricare «sulle case, sopra gli ospedali, sopra i campi di prigionia, grossi carichi di sogni». Malgrado i loro sforzi, però, questi nemici del Natale non riescono ad avere la meglio sui sentimenti dei prigionieri. Non riescono a impedire che il padre di Albertino vada incontro, almeno in sogno, al figlioletto. I muri e il filo spinato possono incarcerare il corpo dell’uomo, ma non la mente.

Nel Diario clandestino Guareschi, rivolgendosi alla Germania di Hitler, scrive: «Signora Germania, tu mi hai messo fra i reticolati, e fai la guardia perché io non esca. È inutile signora Germania: io non esco, ma entra chi vuole. Entrano i miei affetti, entrano i miei ricordi. E questo è niente ancora, signora Germania: perché entra anche il buon Dio e mi insegna tutte le cose proibite dai tuoi regolamenti».

È impossibile spezzare i legami che uniscono un uomo alla sua interiorità, alla sua famiglia, alle sue idee, al suo passato. È impossibile impedire a un prigioniero di vivere la speranza che il Natale porta con sé. E così nell’ultima illustrazione della Favola vediamo che il lager è costretto a incassare la sconfitta: nel cielo è comparsa la stella che annuncia a tutti la nascita di Cristo e non c’è modo di oscurarla. La stella è più che mai decisa a rischiarare di speranza le sofferenze dei prigionieri. La notte di Natale anzitutto, ma anche nel resto dell’anno.

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A bocca aperta davanti al Bambinello

Posté par atempodiblog le 19 novembre 2012

A bocca aperta davanti al Bambinello dans Citazioni, frasi e pensieri 256acu8

“Il fiume scorreva placido e lento, lì a due passi, sotto l’argine, ed era anch’esso una poesia: una poesia cominciata quando era cominciato il mondo e che ancora continuava. E per arrotondare e levigare il più piccolo dei miliardi di sassi infondo all’acqua, c’eran voluti mille anni. E soltanto tra venti generazioni l’acqua avrà levigato un nuovo sassetto. E fra mille anni la gente correrà a seimila chilometri l’ora su macchine a razzo superatomico e per far cosa? Per arrivare in fondo all’anno e rimanere a bocca aperta davanti allo stesso Bambinello di gesso che, una di queste sere, il compagno Peppone ha ripitturato col pennellino”.

Giovannino Guareschi

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Il «compagno don Camillo» torna in Russia

Posté par atempodiblog le 13 novembre 2012

Il «compagno don Camillo» torna in Russia
Storia della prima edizione assoluta in russo di “Mondo Piccolo” di Guareschi.  La traduttrice Ol’ga Gurevicˇ racconta le peripezie che hanno accompagnato il  lungo lavoro e il suo amore per un autore «fortemente sconsigliato»
della Redazione di Tempi.it

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“Mondo Piccolo” uscirà per la prima volta tradotto in Russia. La raccolta  di racconti di Giovannino Guareschi sarà presto disponibile a Mosca, per le  edizioni Rudomino, dopo un lungo lavoro portato avanti da Ol’ga  Gurevicˇ, docente di lingua italiana all’università statale di Scienze e  Studi Umanistici di Mosca. Pubblichiamo stralci di un articolo scritto dalla  traduttrice per “La Nuova Europa”, la rivista ufficiale di Russia cristiana, in  cui racconta delle traversie attraversate per pubblicare questo testo:

(…) Una sera [durante un soggiorno per studi in Italia; ndr] c’è stata la proiezione di un film, ed era Don Camillo.  Il film mi è piaciuto molto. Si era nel 1994 e mi affascinava l’idea di un prete  che trionfava (così mi è sembrato sul momento) sui comunisti. Dopo il crollo del  comunismo in Urss trovavo strana e imbarazzante la forte presenza dei comunisti  in Italia, ed ero curiosa di sapere come questo fosse possibile e che cosa  volesse dire il comunismo per gli italiani. Pochi giorni dopo ho visto, su una  bancarella di Salò, il primo volume del Mondo Piccolo di Guareschi.  L’ho comprato e l’ho letto tutto d’un fiato, in una notte. Molte cose del libro  mi hanno colpita. Prima di tutto, il libro trattava temi ben più importanti e  profondi rispetto al film e anche con maggior lirismo. E poi mi faceva conoscere  quell’Italia che, come credo adesso, stava per sparire nel vortice della storia,  quasi sotto i miei occhi. È da allora che ho cominciato a interessarmi alla  politica italiana.

(…)

Pochi anni dopo la laurea ho cominciato a insegnare nella mia stessa  Università e una casa editrice si è rivolta a me perché preparassi un libro di  lettura per gli studenti d’italiano. Si trattava di scegliere un testo e di  accompagnarlo con prefazione, commento storico-culturale e note grammaticali.  Na­turalmente il primo testo che mi è venuto in mente era Don  Camillo. E ho cominciato a cercare materiali biografici e critici su  Gua­reschi. Ma per quanto consultassi una quantità di antologie e volumi di  storia della letteratura italiana, non ho trovato quasi niente. Le poche righe  che gli dedicavano alcune enciclopedie mi lasciavano perplessa, ma sopratutto mi  stupiva il tono adoperato, che era condiscendente per non dire sprezzante.  Infine ho trovato del materiale biografico su Internet e anche qualche articolo,  ma erano tutti troppo di parte, scritti o dai fan di Guareschi o dai suoi  avversari politici, niente analisi serie, niente critica letteraria.

Tuttavia ho scritto la prefazione, il commento e le  note. Arrivate le bozze, le ho corrette e consegnate, e a questo punto la casa  editrice ha rotto il contratto, senza darmi spiegazione alcuna. Solo piú tardi  ho saputo da una collega che un recensore avrebbe «fortemente sconsigliato la  pubblicazione di questo autore». Ero senza parole. Ma come, correva l’anno 1999,  la censura era da tempo abolita. E allora perché? Cosa aveva Guareschi da poter  suscitare quella reazione? Dovevo proprio scoprirne il mistero ma soprattutto mi  premeva ristabilire la giustizia. Ho deciso di non mollare.

Più andavo avanti nelle ricerche, più diventava chiaro che questi  atteggiamenti si spiegavano con le scelte politiche di Guareschi. La sua  avversione ai luoghi comuni dei partiti, la sua fede, la coerenza, l’integrità  morale non andavano a genio agli intellettuali dell’epoca, fu odiato dai  comunisti e criticato dai democristiani. Neanche i colleghi scrittori vollero  capire il suo messaggio, lo trattarono come vignettista, come giornalista, mai  come vero scrittore, gli rimproveravano una povertà lessicale, le famose 200  parole di cui lui stesso parlava nella prefazione a Don Camillo. Invece  io ero sempre piú affascinata dalla figura dell’autore, dalla sua personalità  forte, dalla sua fedeltà ai valori veri, inoltre io, come i milioni di lettori  al mondo, non potevo non vedere che Guareschi era un abilissimo narratore, che  le migliaia di parole che usava, le metteva insieme con grande maestria e che  aveva un eccezionale talento di umorista.

(…)

Ho studiato o sfogliato altre traduzioni di Guareschi, decine e decine uscite  in vari paesi anche in quelli dove magari non si sapeva chi fossero i comunisti  o i cattolici. Però una lacuna c’era: in russo non ho trovato che pochi racconti  tradotti da Elena Molocˇ­kovskaja e pubblicati su una rivista letteraria nel  2002. Da allora più niente. E cosí mi sono messa a tradurre Guareschi. Nel 2004  doveva uscire un numero speciale della rivista «Inostrannaya literatura» dedicato alla letteratura italiana. Mi hanno invitata a partecipare con i  racconti di Guareschi ma ne sono usciti appena tre o quattro. Io continuavo  a tradurre, lavorando con grande passione, finché nel 2011 la casa editrice  Rudomino, su iniziativa dell’Istituto Italiano di Cultura e soprattutto del suo  direttore professor Adriano Dell’Asta, mi hanno proposto di pubblicare l’intero Mondo piccolo: Don Camillo con la mia prefazione.

Non era facile rendere l’umorismo di Gua­reschi, far parlare in russo i  suoi personaggi, sopratutto far parlare Cristo senza cadere in pathos o  irriverenza, mantenendo il tono giusto. Sentivo che man mano che la traduzione  andava avanti, mi immedesimavo con «quella fettaccia di terra che sta tra il Po  e l’Ap­pennino», dove d’estate il «sole martella sul cervello» e d’inverno  tutto è coperto da una nebbia fitta «da tagliare col coltello». Anche  quest’inverno, viaggiando di notte da quelle parti, non mi sentivo estranea a  quella nebbia. E neanche ai fantasmi e le paure del passato che erano tutt’uno  con la nebbia e che stavano lí ad aspettare, insieme ai campanili, segni di  stabilità e salvezza, di esser raccontati.

Guareschi fa sparire i fantasmi e le paure con la più potente arma che è il  riso, l’umorismo. Forse è quello che ci serve anche adesso nel nostro mondo che  è diventato «spaventosamente serio» e perciò pieno di paure, di delusione e di  sospetto.

Traducendo il libro in russo ho pensato anche a quanto ci mancano i «don  Camillo», quegli stravaganti preti «fuori dalle righe» dei quali nella sua  ultima intervista ha parlato il cardinal Martini. I preti che parlano con Gesù e  ragionano con il cuore. Perché il libro racconta non solo l’Italia, racconta  l’uomo com’è, eternamente tentato di «versare il cervello all’ammasso» e  ubbidire a un partito invece che alla propria coscienza, con l’innata sete di  Dio ma anche con tanta abilità a sottrarsi ai Suoi comandamenti.

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Giacomone

Posté par atempodiblog le 29 novembre 2008

Giacomone
di Giovannino Guareschi
Tratto da: gamblin–ramblin.blogspot.com

Il vecchio Giacomone aveva bottega nella città bassa. Una stanzaccia con un banco da falegname, una stufetta di ghisa e una cassa.
Dentro la cassa, Giacomone teneva un materasso di crine che, la sera, cavava fuori e distendeva sul banco: e lì dormiva. Anche il mangiare non era un problema serio per Giacomone perché, con un pezzetto di pane e una crosta di formaggio, tirava avanti una giornata: il problema era il bere. Giacomone, infatti, aveva uno stomaco di quel tipo che usava tempo addietro: quando, cioè, c’era gente che riusciva a trovare dentro una pinta di vino il nutrimento necessario per vivere sani e svelti come un pesce. Forse perché, allora, non avevano ancora inventato le calorie, le proteine, le vitamine e le altre porcherie che complicano la vita d’oggigiorno.
Giacomone, quindi, finiva sbronzo la sua giornata: d’estate dormiva sulla prima panchina che gli capitava davanti. D’inverno dormiva sul banco. E, siccome il banco era lungo ma stretto e alto, Giacomone, agitandosi, correva il rischio di cascare per terra: allora, prima di chiudere gli occhi, si avvolgeva nel tabarro serrandone i lembi fra le ganasce della morsa. Così poteva rigirarsi senza il pericolo di sbattere la zucca contro i ciottoli del pavimento.
Giacomone accettava soltanto lavori di concetto: riparazioni di sedie, di cornici, di bigonci e roba del genere. La falegnameria pesante non l’interessava. E, per falegnameria pesante, egli intendeva ogni lavoro che implicasse l’uso della pialla, dello scalpello, della sega. Egli ammetteva soltanto l’uso della colla, della carta vetrata, del martello e del cacciavite. Anche perché non possedeva altri strumenti. Giacomone, però, trattava anche il ramo commerciale e, quando qualcuno voleva sbarazzarsi di qualche vecchio mobile, lo mandava a chiamare. Ma si trattava sempre di bagattelle da quattro soldi e c’era poco da stare allegri.
Un affare eccezionale gli capitò fra le mani quando morì la vecchia che abitava al primo piano della casa dirimpetto alla sua bottega. Aveva la casa zeppa di roba tenuta bene e toccò ogni cosa a un nipote che, prima ancora di entrare nella casa, si preoccupò di sapere dove avrebbe potuto vendere tutto e subito.

Giacomone si incaricò della faccenda e, in una settimana, riuscì a collocare la mercanzia. Alla fine, rimase nell’appartamento soltanto un gran Crocifisso di quasi un metro e mezzo con un Cristo di legno scolpito.
«E quello?» domandò l’erede a Giacomone indicandogli il Crocifisso.
«Credevo che lo teneste» rispose Giacomone.
«Non saprei dove metterlo» spiegò l’erede. «Vedete di darlo via. Pare molto antico. C’è il caso che sia una cosa di valore».
Giacomone aveva visto ben pochi Crocifissi in vita sua: comunque era pronto a giurare che quello era il più brutto Crocifisso dell’universo. Si caricò il crocione in spalla ma nessuno lo volea.
Tentò il giorno dopo e fu la stessa cosa. Allora arrivò fino a casa dell’erede e gli disse che se voleva vendere il Crocifisso si arrangiasse lui.
«Tenetevelo» rispose l’erede. «Io non voglio più saperne niente. Se vi va di regalarlo regalatelo. Se riuscirete a smerciarlo, meglio per voi: soldi vostri.»
Giacomone si tenne il Crocifisso in bottega e, il primo giorno che si trovò senza soldi, se lo caricò in spalla e andò in giro a offrirlo.
Girò fino a tardi e, prima di tornare in bottega, entrò nell’osteria del Moro. Appoggiò il Crocifisso al muro e, sedutosi a un tavolo, comandò un mezzo di vino rosso.
«Giacomone» gli rispose l’oste «dovete già pagarmi dodici mezzi. Pagate i dodici e poi vi porto il vino».
«Domani pago tutto» spiegò Giacomone. «Sono in parola con una signora di Borgo delle Colonne. È un Cristo antico, roba artistica, e saranno soldi grossi».
L’oste guardò il Cristo e si grattò perplesso la zucca:
«Io non me ne intendo» borbottò «ma ho l’idea che un Cristo più brutto di quello lì non ci sia in tutto l’universo».
«La roba antica più è brutta e più è bella» rispose Giacomone. «Voi guardate le statue del Battistero e poi ditemi se sono più belle di questo Cristo».
L’oste portò il vino, e poi ne portò ancora perché Giacomone aveva una tale fame che avrebbe bevuto una damigiana di barbera.
L’osteria si riempì di gente e il povero Cristo sentì discorsi da far venire i capelli ricci a un’ brigadiere dei carabinieri pettinato all’umberta.
A mezzanotte Giacomone tornò in bottega, col suo Cristo in spalla e, siccome due o tre volte si trovò a un pelo dal cadere lungo disteso perché quel peso io sbilanciava, tirò fuori di sotto il vino che aveva nello stomaco delle bestemmie lunghe come racconti.

La storia del Cristo si ripeté i giorni seguenti: e ogni sera Giacomone faceva tappa a un’osteria diversa e passò tutte le osterie dove era conosciuto.
Così continuò fino a quando, una notte, la pattuglia agguantò Giacomone che, col Cristo in spalla, navigava verso casa rollando come una nave sbattuta dalla burrasca.
Portarono Giacomone in guardina e il Cristo, appoggiato a un muro della stanza del corpo di guardia, ebbe agio di ascoltare le spiritose storie che rallegrano di solito i questurini di servizio notturno.
La mattina Giacomone fu portato davanti al commissario che gli disse subito che non facesse lo stupido e spiegasse dove aveva rubato quel Crocifisso.
«Me l’hanno dato da vendere» affermò Giacomone e diede il nome e l’indirizzo del nipote della vecchia signora morta.
Lo rimisero in camera di sicurezza e, verso sera, lo tirarono fuori un’altra volta.
«Il Crocifisso è vostro» gli disse il commissario «e va bene. Però questo schifo deve finire. Quando andate all’osteria, lasciate a casa il Cristo. La prima volta che vi pesco ancora vi sbatto dentro».
Fu, quella, una triste sera per il Cristo: perché Giacomone se la prese con lui e gli disse roba da chiodi.
Si ubriacò senza Cristo ma, alle tre del mattino, si alzò, si caricò il Cristo in spalla e, raggiunta per vicoletti oscuri la periferia, si diede alla campagna.
«Vedrai se questa volta non riesco a rifilarti a qualche disgraziato di villano o di parroco!» disse Giacomone al Cristo.
Era autunno e incominciava a far fresco, la mattina: Giacomone s’era buttato addosso il tabarro e così, col grande Crocifisso in spalla e il passo affaticato, aveva l’aria di uno che viene da molto lontano.
All’alba, passò davanti a una casa isolata: una vecchia era nell’orto e, vedendo Giacomone con la croce in spalla, si segnò.
«Pellegrino!» disse la vecchia. «Volete una scodella di latte caldo?»
Giacomone si fermò.
«Andate a Roma?» s’informò la vecchia.
Giacomone fece cenno di sì con la testa.
«Da dove venite?»
«Friuli» disse Giacomone.
La vecchia allargò le braccia in atto di sgomento e gli ripeté che entrasse a bagnarsi le labbra con qualcosa.
Giacomone entrò. Il latte, a guardarlo, gli faceva nausea: poi lo assaggiò ed era buono. Mangiò mezza micca di pane fresco e continuò la sua strada.
Schivò le strade provinciali; prese scorciatoie attraverso i campi e batté le case isolate.
«Passo di qui perché la strada è piena di sassi e di polvere e ho i piedi che mi sanguinano e gli occhi che mi piangono» spiegava Giacomone quando traversava qualche aia. «E poi ho fatto il voto così. Vado a Roma in pellegrinaggio. Vengo dal Friuli».
Una scodella di vino e un pezzo di pane non glieli negava nessuno. Giacomone metteva il pane in saccoccia, beveva il vino e riprendeva la sua strada. Di notte smaltiva la sua sbronza sotto qualche capanna in mezzo ai campi.
In seguito era diventato più furbo: s’era procurato una specie di grossa borraccia da due litri. Non beveva il vino quando glielo davano; lo versava dentro la borraccia:
«Mi servirà stanotte se ho freddo o mi viene la debolezza» spiegava.
Poi, appena arrivato fuori tiro, si attaccava al collo della borraccia e pompava. Però faceva le cose per bene in modo da trovarsi la sera con la borraccia piena. Allora, quando si era procurato il ricovero, scolava la borraccia e perfezionava la sbornia.

Il freddo incominciò a farsi sentire, ma, quando Giacomone aveva fatto il pieno, era come se avesse un termosifone acceso dentro la pancia.
E via col suo povero Cristo in spalla.
«Vado a Roma, vengo dal Friuli» spiegava Giacomone. E quando era sborniato e traballava, la gente diceva:
«Poveretto, com’è stanco!».
E poi gli era cresciuta la barba e pareva un romito davvero.
Giacomone, che aveva la testa sulle spalle, aveva fatto in modo di gironzolare tutt’attorno alla città: ma l’uomo propone e il vino dispone. Così andò a finire che perdette la bussola e si trovò, un bel giorno, a camminare su una strada che non finiva mai di andare in su.
Voleva tornare indietro e rimanere al piano: poi pensò che gli conveniva approfittare di quelle giornate ancora di bel tempo per passare il monte. Di là avrebbe trovato il mare e, al mare, freddo che sia, fa sempre caldo.
Camminò passando da una sbronza all’altra, sempre evitando la strada perché aveva paura di imbattersi nei carabinieri: prendeva i sentieri e questo gli permetteva di battere le case isolate.
L’ultima sbronza fu straordinaria perché capitò in una casa dove si faceva un banchetto di nozze e lo rimpinzarono di mangiare e di vino fino agli occhi.
Oramai era quasi arrivato al passo. La notte dormì in una baita e, la mattina dopo si svegliò tardi, verso il mezzogiorno: affacciato alla porta della baracca si trovò in mezzo a un deserto bianco con mezza gamba di neve. E continuava a nevicare.
“Se mi fermo qui rimango bloccato e crepo di fame o di freddo” pensò Giacomone e, caricatosi il Cristo in spalla, si mise in cammino.
Secondo i suoi conti, dopo un’ora avrebbe dovuto arrivare a un certo paese. Aveva ancora la testa annebbiata per il gran vino bevuto il giorno prima, e poi la neve fa perdere l’orizzonte.
Si trovò, sul tardo pomeriggio, sperduto fra la neve. E continuava a nevicare.
Si fermò al riparo di un grosso sasso. La sbornia gli era passata completamente. Non aveva mai avuto il cervello così pulito.
Si guardò attorno e non c’era che neve, e neve veniva giù dal cielo. Guardò il Cristo appoggiato alla roccia.
«In che pasticcio vi ho messo, Gesù» disse. «E siete tutto nudo…».
Giacomone spazzò via col fazzoletto la neve che si era appiccicata sul Crocifisso. Poi si cavò il tabarro e, con esso, coperse il Cristo.
Il giorno dopo trovarono Giacomone che dormiva il suo eterno sonno, rannicchiato ai piedi del Cristo. E la gente non capiva come mai Giacomone si fosse tolto il tabarro per coprire il Cristo.
Il vecchio prete del paese rimase a lungo a guardare quella strana faccenda. Poi fece seppellire Giacomone nel piccolo cimitero del paesino e fece incidere sulla pietra queste parole:

Qui giace un cristiano
e non sappiamo il suo nome
ma Dio lo sa
perché è scritto nel libro dei Beati.

Publié dans Giovannino Guareschi, Racconti e storielle | 2 Commentaires »

 

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