Il Corpo di Cristo nelle parole dei santi

Posté par atempodiblog le 4 juin 2026

L’Eucaristia è la suprema manifestazione dell’Amore di Gesù, dopo di Essa non c’è più che il Cielo.
San Pietro Giuliano Eymard

Il Corpo di Cristo nelle parole dei santi
Sono innumerevoli i santi, da Agostino a Teresa di Gesù Bambino, che hanno scritto sul mistero dell’Eucaristia, di cui oggi la Chiesa fa memoria. Ma si ricorda poco santa Giuliana di Cornillon, mistica belga che diede un grande contributo all’istituzione della festa del Corpus Domini.
di Antonio Tarallo – La nuova Bussola Quotidiana

Santa Giuliana di Cornillon e l istituzione della solennità del Corpus Domini

«Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi». Anche chi ha partecipato una sola volta alla Santa Messa non può non essere stato colpito da questa frase così importante per ogni cristiano che vive i sacramenti. In quel piccolo pezzo, bianco, puro, l’intera esistenza del Figlio dell’uomo che parla e “ciba” ancora l’umanità. Oggi, viene celebrato proprio Lui, quel Corpo donato all’umanità intera. E tutto ciò potrebbe incutere addirittura timore, solo a pensarci: un Mistero troppo grande per ognuno. Eppure il Signore è semplice, amabile, dolce e soprattutto misericordioso: “cibarsi” di Lui, per seguire Lui. Ci offre, in questo modo, la possibilità di partecipare a quell’Ultima Cena in cui venne istituita l’Eucaristia. E proprio all’Ultima Cena, ricordata ogni Giovedì Santo, dobbiamo fare riferimento per collocare questa solennità. Ed è per questo motivo che la solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo viene celebrata proprio di giovedì, precisamente il giovedì successivo a un’altra solennità, la Santissima Trinità, celebrata la domenica dopo Pentecoste (in Paesi come l’Italia, dove il giovedì del Corpus Domini non è più giorno festivo nel calendario civile, le celebrazioni sono in genere spostate alla seconda domenica dopo Pentecoste).

E sull’Eucaristia tanti sono stati, ovviamente, i santi che hanno scritto parole che rimarranno nella storia della Chiesa. Non è facile fare una cernita perché sono stati davvero innumerevoli i volti di santità che hanno affrontato nelle loro meditazioni questo importante “tema”. Forse, è bene cominciare con i dottori della Chiesa. Il primo santo che ci viene in mente è san Tommaso d’Aquino, da sempre considerato il “santo dell’Eucaristia”, colui che proprio alla liturgia del Corpus Domini (come da tradizione) ha dedicato cinque inni eucaristici. Scriveva l’Aquinate: «Come il cibo corporale è necessario per la vita a tal punto che senza di esso non si può vivere, così il cibo spirituale è necessario per la vita spirituale, in modo che senza di esso la vita spirituale non si può mantenere». E poi sant’Agostino. Le sue parole sono davvero affascinanti. Così descrive il pane di vita eterna: «Unità, verità, pietà, carità. Un solo pane: chi è questo unico pane? Pur essendo molti, formiamo un solo corpo. Ricordate che il pane non è composto da un solo chicco di grano, ma da molti». In poche parole, forti, concise, il vescovo d’Ippona riesce a fornire al lettore-fedele una mirabile sintesi dell’Eucaristia. Sotto l’aspetto letterario è finemente abile nello scegliere le parole. Usa il termine pane e lo associa a chicco di grano, anzi chicchi di grano: l’unità della Chiesa è da trovarsi in quel pane. Ma veniamo, ora, ad altro santo e dottore della Chiesa, sant’Alberto Magno, che in merito al Santissimo Sacramento scrive: «Ci trasforma nel Corpo di Cristo, in modo che siamo ossa delle sue ossa, carne della sua carne, membra delle sue membra». Anche in questo caso, in altre parole, troviamo espressa l’unità della Chiesa.

San Francesco d’Assisi e l’Eucaristia. Il binomio è perfetto, lui “alter Christus”. Lui che davanti all’Ostia consacrata esclamava: «Tutta l’umanità trepidi, l’universo intero tremi e il cielo esulti, quando sull’altare, nella mano del sacerdote, si rende presente Cristo, il Figlio del Dio vivo. Oh ammirabile altezza e degnazione stupenda! Oh umiltà sublime! Oh sublimità umile, che il Signore dell’universo, Dio e Figlio di Dio, così si umili da nascondersi, per la nostra salvezza, sotto poca apparenza di pane! Guardate, fratelli, l’umiltà di Dio, ed aprite davanti a lui i vostri cuori». Una preghiera che diviene invito per tutti i fedeli. Fra le figure femminili, una delle tante, la carmelitana santa Teresa di Gesù Bambino che nei suoi scritti aveva ben in mente il ricordo, indelebile, della sua prima Santa Comunione: «Quel giorno non era più uno sguardo, ma una fusione: non erano più due, Teresa era scomparsa come la goccia d’acqua nell’oceano». Come sempre, poetica e profonda, santa Teresa.

Merita una particolare attenzione, però, un’altra donna che non viene sempre ricordata e che invece meriterebbe maggiore attenzione proprio oggi, in questo giorno, in cui tutti facciamo memoria dell’importanza dell’Eucaristia. Stiamo parlando di santa Giuliana di Cornillon (c. 1192-1258), mistica agostiniana belga le cui visioni furono fondamentali proprio per l’istituzione della solennità del Corpus Domini. Giuliana, all’età di soli sedici anni, iniziò ad avere delle particolari visioni mistiche. In una di queste vide una luna piena attraversata da una striscia scura. Il Signore le fece comprendere che la luna simboleggiava la Chiesa sulla terra, mentre la striscia scura rappresentava l’assenza di una festa specifica per celebrare l’Eucaristia. Questa visione segnò il cammino spirituale della santa, ripetendosi più volte, e divenne per Giuliana una vera e propria missione da vivere e portare avanti con tenacia. Dopo alcune vicissitudini, grazie alla “complicità” di due altre donne, la beata Eva di Liegi (o di Cornillon) e la beata Isabella, furono coinvolti nell’impresa alcuni sacerdoti e teologi (oltre ad alcuni laici), che contribuirono a promuovere la devozione al Santissimo Sacramento per ottenere finalmente l’istituzione di una festa in suo onore. All’inizio non ci fu grande approvazione per questa iniziativa, giudicata troppo rivoluzionaria. Ma il Signore sapeva i tempi e le strade da percorrere: così il vescovo di Liegi, Roberto di Thourotte, nel 1246, istituì per la prima volta, nella sua diocesi, la solennità del Corpus Domini. La notizia si diffuse rapidamente: la festa venne poi adottata da altre diocesi in tutta Europa. Altra tappa dell’istituzione della solennità: la bolla di papa Urbano IV, Transiturus de hoc mundo, con la quale nel 1264, un anno dopo il miracolo eucaristico di Bolsena, veniva istituita la solennità del Corpus Domini come solennità di precetto per la Chiesa universale.

Divisore dans San Francesco di Sales

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Preghiera al Sacro Cuore

Posté par atempodiblog le 1 juin 2026

Preghiera al Sacro Cuore

Preghiera al Sacro Cuore di Don Bruno Forte

Signore Padre Santo, il Tuo cuore divino si manifesta nella cura d’amore che riservi a ognuna delle Tue creature: per questo Ti adoro e Ti ringrazio, sentendomi anch’io avvolto da questo Tuo cuore, che per amore, e solo per amore, ha chiamato a esistere me e tutto ciò che esiste.

Signore Gesù Cristo, Figlio eterno di Dio, fatto uomo per noi, il Tuo cuore Ti spinse a donarTi fino alla suprema consegna della Croce, affinché, risorto alla vita, donassi a noi l’acqua viva dello Spirito, sgorgante dal Tuo cuore ferito d’amore, trafitto per noi. Sacro Cuore di Gesù innamorami sempre più di Te e fa’ che contagi questo amore a ogni cuore cui mi invii, in comunione con la Tua Chiesa, in cui il Tuo cuore batte vivo nel tempo.

Spirito Santo, che soffi nel cuore eterno del Dio che è Amore, e Ti riversi sul creato perché tutto esista e a tutti sia offerta la pienezza della vita e la misericordia che salva, vieni ad abitare nel mio cuore perché viva di Te e come foglia nel vento della Pentecoste accetti di andare dove Tu mi porti, per fare quello che Tu mi chiedi, sì da dare gioia al cuore dei Tre che sono Uno, come al mio piccolo cuore e a quello di ogni creatura che mi chiami ad amare e servire.

E Tu Maria, Vergine Madre, il cui cuore si disse tutto nell’Eccomi del Tuo atto di fede, docile a essere trafitto ai piedi della Croce del Tuo Figlio, intercedi per noi e aiutaci ad aprire la porta del cuore al divino Viandante, affinché si fermi a cenare con noi e noi con Lui possiamo pregustare la gioia e la bellezza del cielo e condividerla soprattutto coi poveri, fino a quando il grande Cuore di Dio Trinità vorrà accoglierci nell’oceano del Suo Amore, infinito ed eterno. Amen.

+ Bruno Forte
Arcivescovo di Chieti – Vasto

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Il Cuor di Gesù vive nel cuore di Maria

Posté par atempodiblog le 1 juin 2026

Il Cuor di Gesù vive nel cuore di Maria

“Il Cuor di Gesù vive nel cuore di Maria, l’anima di Gesù nella sua anima, lo spirito di Gesù nel suo spirito; la memoria, l’intelletto, la volontà di Gesù sono viventi nella memoria, nell’intelletto, nella volontà di Maria; i suoi sensi interiori ed esteriori vivono nei sensi di Lei; le sue passioni nelle passioni di Lei; le sue virtù, i suoi misteri, i suoi divini attributi, tutti vivono nel cuore di Lei e regneranno sovranamente in Lei; vi opereranno affetti meravigliosi e incomprensibili a noi mortali, e v’imprimeranno l’immagine vivente di Gesù stesso.
Ecco perché noi possiamo dire con tutta verità: Maria SS. ha un cuore tutto divino. Ed è questo il Cuore ammirabile che deve formare l’oggetto delle nostre lodi e della nostra venerazione”.

San Giovanni Eudes

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Scolpiti nel Cuore di Gesù

Posté par atempodiblog le 1 juin 2026

Scolpiti nel Cuore di Gesù

L’amore ha la sua sede nel cuore e mai possiamo troppo amare il nostro prossimo, né eccedere in questo amore, purché risieda nel cuore; in quanto però alle sue dimostrazioni esterne possiamo errare ed eccedere, passando i limiti e le regole della ragione.

Il glorioso San Bernardo dice che la misura di amare Dio è di amarlo senza misura, anzi bisogna lasciare che questo amore stenda i suoi rami quanto più può; e quel che si dice dell’amor di Dio deve anche intendersi dell’amor del prossimo, sempre che l’amor di Dio sovrasti e tenga il primo luogo nel nostro cuore.

[...]

Che faremo un giorno quando, nell’eterna gloria, vedremo l’adorabilissimo Cuore di Gesù dalla Sacra Piaga del Suo Costato, tutto ardente dell’amore che ci porta?

Cuore nel quale, a caratteri di fuoco, tutti ci vedremo descritti?

Ah!, diremo allora al Salvatore: “È possibile che mi abbiate tanto amato, e che abbiate voluto scolpirmi nel vostro Cuore?”.

San Francesco di Sales. Negli insegnamenti e negli esempi
Diario Sacro estratto dalla sua vita e dalle sue opere per cura delle “Visitandine di Roma”.
Libreria Editrice F. Ferrari

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Il valore inestimabile della sofferenza

Posté par atempodiblog le 30 mai 2026

Il valore inestimabile della sofferenza
di Padre Livio Fanzaga
Tratto da: Blog di p. Livio – Direttore di Radio Maria

Padre Livio e Vicka

La Croce di Cristo ha risolto il problema della sofferenza umana. Il Cristianesimo ha risolto questo problema alla radice, facendo della sofferenza un valore, uno strumento di santificazione e di amore. Di per sé la sofferenza fa soffrire, è qualcosa di corrosivo che si abbatte sulla vita non solo dal punto di vista fisico ma anche e soprattutto da quello psicologico e spirituale. Per liberarci dalla sofferenza non basta una medicina, molte volte è più efficace un sorriso di qualcuno per alleviare la sofferenza.

La sofferenza è un mistero della fede, è la perdita della grazia santificante e della divina presenza che si è avuta con il peccato originale. L’uomo, privato dei doni di Dio, sperimenta nella sua vita la sofferenza e la morte. Questa è la condizione umana nella quale siamo nati.

Nel mio ultimo incontro con Vicka a Medjugorje, il 23 maggio 2026, ho avuto la possibilità di capire come lei abbia vissuto il mistero della sofferenza nella sua vita; fin da giovanissima, infatti, Vicka ha sofferto molto per svariati motivi. All’inizio delle apparizioni cadeva in coma ogni mese per qualche giorno; per un problema di salute che la affligge da anni, recentemente ha subìto l’ennesimo intervento da cui si sta riprendendo proprio in questi giorni. In questo incontro Vicka ha detto queste parole: «Senza la Croce non si può andare avanti. Senza la croce io adesso non posso andare avanti». La sofferenza, in unione con Cristo, è la massima attività della vita, è la massima offerta che noi possiamo fare a Dio per la salvezza delle anime, per la pace nel mondo, perché le anime vadano in Paradiso, perché le persone si convertano.

Siamo tutti sofferenti, ognuno ha le sue Croci da portare. Chiediamo a Dio la grazia di scoprire l’importanza, la bellezza, la grandezza della Croce. Cristo, con la sua Croce, ha fatto della sofferenza uno strumento di purificazione e di salvezza per sé e per gli altri.

Gesù ha preso su di sé la Croce, uno strumento di sofferenza tremenda, e ne ha fatto uno strumento di salvezza. Dobbiamo, allora, seguire Cristo, ciascuno con la propria Croce. La vita umana è già di per sé un cammino lungo il Calvario, ma c’è una bella differenza se lo si percorre lamentandosi, inveendo, arrabbiandosi con Dio o accettando la Croce e offrendo la sofferenza a Dio. Dobbiamo unirci a Cristo per fare della nostra sofferenza uno strumento di santificazione e di purificazione dal peccato, uno strumento missionario per la salvezza delle anime.

Ci liberiamo dalla sofferenza quando accettiamo la nostra Croce non come un peso, ma come una partecipazione alla sofferenza di Cristo sul Calvario. Accettiamo la sofferenza per amore di Gesù, uniti a lui, abbracciando con lui il mondo che ha bisogno di essere redento. La sofferenza offerta a Dio diventa un atto di amore, diventa salvifica per noi e per gli altri. Chiediamo a Dio questa grande grazia di capire che cos’è la sofferenza e di saperla offrire giorno per giorno ogni volta che si presentano nella nostra vita. Senza Gesù la sofferenza è un peso insopportabile. Con Gesù la sofferenza è grazia e gioia.

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Una figura cattolica legata alla cultura del tè

Posté par atempodiblog le 28 mai 2026

Una figura cattolica legata alla cultura del tè
Fonte: RVA

Il beato giapponese Justo Takayama Ukon

Una semplice tazza di tè può ricordarci la pace, la preghiera e la presenza gentile di Dio. Sapevi che esiste una figura cattolica legata alla cultura del tè? Il beato giapponese Justo Takayama Ukon: un samurai, un convertito al Cristianesimo e un testimone coraggioso della fede. Durante la persecuzione dei cristiani in Giappone, si rifiutò di abbandonare Cristo. A causa della sua fede, perse il suo status, le ricchezze e la patria. Eppure rimase fedele fino alla fine della sua vita.

Il beato Ukon era conosciuto anche per aver promosso la tradizione del tè giapponese. Per lui, il tè era più di una bevanda: era un momento di pace e riflessione.

Nel silenzio e nella semplicità, i cuori possono incontrare Dio. “Una tazza di tè condivisa può diventare un atto di ospitalità e amore”. La fede è un dono, e Dio può piantarla in qualsiasi cuore che sia aperto. La vita del beato samurai giapponese lo dimostra: la fede può fiorire nei cuori più inaspettati.

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La nuova divisa del Goiás Esporte Clube rende omaggio alla Festa del Divino Padre Eterno

Posté par atempodiblog le 27 mai 2026

La nuova divisa del Goiás Esporte Clube rende omaggio alla Festa del Divino Padre Eterno
Fonte: Fatos e Crenças

Goiás Esporte Clube

Il Goiás Esporte Clube ha presentato ufficialmente la maglia speciale intitolata “Romaria”, realizzata in collaborazione con il fornitore Diadora. La nuova divisa rende omaggio alla Festa del Divino Padre Eterno, tradizionale celebrazione religiosa che attira milioni di fedeli nella città di Trindade e rappresenta un pilastro della cultura e dell’identità goiana.

Caratterizzata da un design beige chiaro con dettagli dorati e i colori dello Stato, la maglietta riporta in filigrana l’immagine del Divino Padre Eterno. Il lancio ha avuto grande risonanza sui social e ha entusiasmato la tifoseria, unendo la passione per il calcio alle tradizioni di fede locali.

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Papa Leone ha inserito Gandalf nella sua Prima Enciclica: una Citazione di Tolkien in “Magnifica Humanitas”

Posté par atempodiblog le 26 mai 2026

Papa Leone ha inserito Gandalf nella sua Prima Enciclica: una Citazione di Tolkien in “Magnifica Humanitas”
Il Paragrafo 213 di Magnifica Humanitas ha appena reso la Terra di Mezzo parte della Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica!
di ChurchPOP

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Il Paragrafo 213 di Magnifica Humanitas ha appena reso la Terra di Mezzo parte della Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica! All’interno del quinto capitolo di Magnifica Humanitas (sì, proprio un’Enciclica Papale) la nota a piè di pagina numero 187 recita:

“J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli. Il ritorno del re, parte III, libro cinque, capitolo IX, New York 1965, 190”.

Nel paragrafo 213, per respingere la tentazione di considerare le forze dell’IA e della tecnologia così grandi da rendere le nostre scelte fondamentalmente inutili, Leone XIV cita uno dei più famosi discorsi di Gandalf:

“Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare”.

Poi il Santo Padre aggiunge:
“La civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione”.

Il Paragrafo Integrale di Magnifica Humanitas che cita Tolkien:
213. “Uno scrittore cattolico del Novecento, John Ronald Reuel Tolkien, per bocca di uno dei protagonisti di un suo romanzo, ha descritto così la nostra responsabilità: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare». [187] La civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione. Per questo vale la pena fermarsi e considerare alcuni aspetti di come, ciascuno nel proprio ambito, possiamo collaborare alla sua costruzione. Senza pretendere di esaurire il tema, propongo cinque piste di responsabilità quotidiana e pubblica: disarmare le parole, costruire la pace nella giustizia, assumere lo sguardo delle vittime, coltivare un sano realismo, rilanciare il dialogo e il multilateralismo”.

Tolkien era un cattolico devoto che andava a Messa ogni giorno. Amava definire Il Signore degli Anelli “un’opera fondamentalmente religiosa e cattolica”. Papa Francesco l’aveva citato ad una Messa di mezzanotte di Natale, in una veglia eucaristica e in una lettera pastorale.

Ma Leone XIV ha fatto qualcosa di nuovo! Ha inserito Tolkien in un’Enciclica, la più alta forma di magistero ordinario (insegnamento) che la Chiesa può produrre. Ciò significa che, da adesso, le parole di Gandalf fanno ufficialmente parte della Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica. Sarà citato nelle aule dei seminari e nei documenti di teologia per decenni…

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Restare umani nel tempo degli algoritmi

Posté par atempodiblog le 25 mai 2026

Restare umani nel tempo degli algoritmi
Nell’enciclica “Magnifica humanitas” la richiesta di Papa Leone: far crescere la tecnica senza far regredire il cuore
di Andrea Tornielli – Vatican News

Lettera Enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV

Nel tempo dell’intelligenza artificiale, con la dignità umana che rischia di essere oscurata dalle enormi concentrazioni di potere tecnologico fuori da ogni controllo, e da nuove forme di disumanizzazione, Papa Leone ci richiama al “dovere urgente” di restare profondamente umani. Nell’epoca delle polarizzazioni e delle violenze, che vede espandersi una “cultura della potenza” con la guerra riabilitata quale strumento di politica internazionale, il Successore di Pietro ci chiede di far crescere la tecnica “senza far regredire il cuore”.

Ci invita ad accettare il limite e la fragilità dell’umanità senza considerarli, come fa l’ideologia tecnocratica, un errore da correggere.

Ci esorta a guardare il mondo non con l’ottica dei grandi ma dal basso, con gli occhi di chi soffre, a partire dagli ultimi. Con gli occhi di un Dio che ha preso su di sé la nostra debolezza trasformandola in un luogo di salvezza, perché “anche quando le macchine eccellono nell’efficienza, il centro della storia rimane un volto umano che chiede di essere guardato”.

“Magnifica humanitas”, la prima enciclica di Leone XIV, non è innanzitutto un testo analitico sull’intelligenza artificiale, non entra nei dettagli di processi che sono in continua evoluzione. È piuttosto una “summa”, che applica i principi della Dottrina sociale al nostro tempo, che è il tempo dell’IA, consolidando e attualizzando i punti cardine del magistero. È un testo che pone anche fine all’equivoco di quanti, confidando nell’assoluta libertà dei mercati e delle nuove tecnologie, tendono a derubricare come insegnamento opinabile il magistero papale sulla richiesta di un governo umano condiviso dell’IA, sull’ecologia integrale, sulle strutture economiche che diventano “strutture di peccato”, sul no alla guerra.

Il Papa che ha assunto il nome dell’autore della “Rerum novarum”, nel tempo della rivoluzione digitale chiede a ciascuno di noi di assumere un ruolo attivo, perché la costruzione della “civiltà dell’amore” si realizza grazie ad “una somma di fedeltà piccole e tenaci”, capaci di arginare la disumanizzazione. Un compito, dunque, che ci riguarda tutti, e da vicino. Leone ci ricorda che “le ingiustizie non nascono solo da scelte sbagliate dei singoli, ma anche da strutture, meccanismi, assetti economici e culturali che producono disuguaglianza” e che “non è umano uno sviluppo che aumenta il consumo di alcuni scaricando costi e ferite su altri, o che relega intere regioni a ruoli subordinati”, come purtroppo oggi sta accadendo anche nell’ambito delle nuove tecnologie e delle risorse che richiedono. Nell’enciclica si legge che è “dottrina certa” della Chiesa la funzione sociale della proprietà privata, e oggi, tra i beni universalmente destinati a tutti, “dobbiamo annoverare anche le nuove forme di proprietà: brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche, dati”, per evitare che nascano o si consolidino nuove forme di esclusione e privazione di libertà. La tecnica infatti non è un semplice strumento, e quando diventa criterio, “finisce per stabilire che cosa conta e che cosa può essere scartato”, riducendo “le persone a ingranaggi di un sistema da rendere sempre più performante”.

Oggi il controllo delle piattaforme, delle infrastrutture, dei dati e della capacità di calcolo “non è appannaggio degli Stati, ma di grandi attori economici e tecnologici” che fissano le condizioni di accesso, le regole della visibilità e le possibilità stesse di partecipazione. Quando un tale potere si concentra in poche mani, “tende a farsi opaco e a sfuggire al controllo pubblico”, portando con sé il rischio di uno sviluppo distorto “che genera nuove dipendenze, esclusioni, manipolazioni e disuguaglianze”. Il Papa, ribadendo il superamento della teoria della “guerra giusta”, chiede che l’uso dell’intelligenza artificiale in campo bellico sia sottoposto ai più rigorosi vincoli etici perché “non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile”. Inoltre, l’intelligenza artificiale è diventata un elemento determinante per indirizzare l’opinione pubblica attraverso la manipolazione di immagini e contenuti, rendendo sempre più difficile riconoscere il vero dal falso. Tante sono poi le incognite che riguardano il mercato del lavoro. L’enciclica ricorda, a questo proposito, che non è più possibile affidarsi alla sola “mano invisibile” del mercato: è la politica ad avere il compito di orientare le dinamiche economico-tecnologiche verso il bene comune, promuovendo lavoro dignitoso, inclusione sociale e un’equa distribuzione dei benefici dell’innovazione.

Restare umani, governare i processi, evitare – anche in questo campo – monopoli che finiscono per accrescere il potere di pochi a scapito delle esistenze di molti: la via indicata dal Pontefice non alza barricate né rifiuta aprioristicamente l’uso dell’IA. Ne segnala anzi i tanti aspetti positivi e le tante utili applicazioni ma al tempo stesso spiega che non basta porsi una domanda etica sullo scopo buono o cattivo per cui la si utilizza. È indispensabile infatti intervenire prima, e chiedersi anche come viene progettato un sistema e quale idea di persona e di società risulti inscritta nei dati e nei modelli che lo guidano. Per questo servono quadri giuridici adeguati, vigilanza indipendente, un’educazione degli utenti, e soprattutto, ancora una volta, “una politica che non abdichi al proprio compito”. In caso contrario, il cambiamento sarà governato solo dalle logiche tecnocratiche e sarà presentato come “necessario e inevitabile”, finendo così per imporre regole “dettate” da chi possiede i dati, le infrastrutture e le capacità di calcolo. È necessario dunque “disarmare” l’IA cioè “rompere questa equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare”. Non per rinunciare alla tecnologia, ma per impedirle di dominare l’umano: va resa discutibile, contestabile, e quindi abitabile. Proprio per non abdicare alla nostra umanità, così fragile e così “magnifica”.

Divisore dans San Francesco di Sales

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Quattro santi delle cause impossibili e le preghiere con cui invocarli

Posté par atempodiblog le 21 mai 2026

Quattro santi delle cause impossibili e le preghiere con cui invocarli
Santa Rita non è l’unica ad occuparsi dell’impossibile, altri tre santi possono essere invocati come potenti intercessori
di Philip Kosloski e Maria Paola Daud – Aleteia

Santa Rita da Cascia San Giuda Taddeo Santa Filomena da Mugnano del Cardinale e San Gregorio Tauma

Sotto il peso del dolore, di fronte a situazioni disperate in cui nulla funziona più e tutto sembra andare contro di noi, spesso si raccomanda di pregare l’intercessione di santa Rita da Cascia, la patrona delle cause impossibili. Ma santa Rita non è la sola. Altri tre santi hanno fama di essere eccellenti “avvocati” presso Dio.

Santa Rita da Cascia, San Giuda Taddeo, Santa Filomena e San Gregorio Taumaturgo sono ampiamente noti per la loro intercessione a favore delle cause impossibili.
La comunione dei santi (communio sanctorum) è l’unione spirituale dei membri della Chiesa cristiana, viventi e defunti. Fanno tutti parte di un unico “corpo mistico”, con Cristo come capo, in cui ogni membro contribuisce al bene di tutti e condivide il benessere di tutti.

Secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica, la comunione dei santi è la Chiesa stessa:
“Che cosa è la Chiesa se non l’assemblea di tutti i santi? La comunione dei santi è precisamente la Chiesa… Non veneriamo la memoria dei santi solo a titolo d’esempio, ma più ancora perché l’unione di tutta la Chiesa nello Spirito sia consolidata dall’esercizio della fraterna carità. Poiché come la cristiana comunione tra coloro che sono in cammino ci porta più vicino a Cristo, così la comunione con i santi ci unisce a Cristo, dal quale, come dalla fonte e dal capo, promana tutta la grazia e tutta la vita dello stesso popolo di Dio”.

Affermata nel Credo degli Apostoli, la comunione dei santi esiste nei tre stati della Chiesa – Chiesa militante, penitente e trionfante. La Chiesa militante (Ecclesia militans) consiste in coloro che sono vivi sulla Terra, la Chiesa penitente (Ecclesia poenitens) in quanti si sottopongono alla purificazione in Purgatorio per prepararsi al Paradiso e la Chiesa trionfante (Ecclesia triumphans) in quanti sono già in Cielo. L’uso più antico conosciuto della definizione “comunione dei santi” per riferirsi a questo corpo mistico che unisce viventi e defunti si ritrova nelle opere del vescovo, teologo e compositore di inni San Niceta di Remesiana (ca. 335–414). Da allora, il concetto ha giocato un ruolo centrale in tutte le formulazioni del credo cristiano.

I cristiani appartenenti alla Chiesa cattolica romana chiedono l’intercessione dei santi in Cielo, le cui preghiere sono viste come un aiuto per gli altri cristiani sulla Terra, come leggiamo in Apocalisse 5, 8. Spesso nella vita ci troviamo di fronte a situazioni in cui nulla sembra funzionare, e sentiamo come se il mondo fosse contro di noi. In questi casi, come con tutto nella vita, la cosa più appropriata è cercare Dio e implorare il suo intervento divino. I cattolici capiscono che i santi sono utili a questo proposito, portando rapidamente le loro richieste davanti al Padre Celeste.

In particolare, ecco quattro ausiliatori celesti ampiamente noti per la loro intercessione a favore delle cause impossibili:

Santa Rita da Cascia
Santa del XV secolo, durante la sua vita era nota per la sua assistenza alle vittime della peste. Non contrasse mai la malattia, una preservazione miracolosa che ha portato probabilmente alla sua associazione alle cause impossibili.

O santa patrona dei bisognosi, Santa Rita, le cui suppliche di fronte al Divino Signore sono quasi irresistibili, che per la prodigalità nel garantire favori sei stata chiamata Avvocata di chi non ha Speranza e perfino dell’impossibile, Santa Rita, così umile, pura, mortificata, paziente e con un amore compassionevole tale per il tuo Gesù Crocifisso da poter ottenere da Lui qualunque cosa chiedi, per conto di tutti coloro che hanno fatto con fiducia ricorso a te aspettandosi, se non sempre sollievo, almeno conforto, sii propizia alla nostra richiesta, mostrando il tuo potere presso Dio a favore di chi ti supplica; sii prodiga con noi come sei stata in tanti splendidi casi, per la maggior gloria di Dio, per la diffusione della tua devozione e la consolazione di chi confida in te.
Ti promettiamo, se la nostra richiesta verrà esaudita, di glorificarti rendendo noto il tuo favore, di benedirti e cantare le tue lodi per sempre. Confidando nei tuoi meriti e nel tuo potere presso il Sacro Cuore di Gesù, ti preghiamo di donarci [menzionare la propria richiesta]. Santa Rita, prega per noi, perché possiamo essere resi degni delle promesse di Cristo. Amen.

San Giuda Taddeo
Giuda è un santo spesso dimenticato nel corso della storia per via del suo nome. I cristiani non volevano pregarlo perché si chiamava in modo simile a Giuda Iscariota. Giuda è però un amico di tutti coloro che affrontano casi impossibili, ed è noto per la sua grande intercessione.

Santissimo apostolo San Giuda, servo e amico fedele di Gesù, la Chiesa ti onora e ti invoca a livello universale come patrono dei casi difficili, di ciò su cui quasi si dispera. Prega per me, indifeso e solo. Intercedi presso Dio per me perché offra un aiuto rapido e visibile dove si dispera quasi di riceverlo. Vieni in mio aiuto in questa grande necessità, perché io possa ricevere la consolazione e l’aiuto del Cielo in tutte le mie necessità, tribolazioni e sofferenze, soprattutto [esporre la propria richiesta], e perché io possa lodare Dio con te e con tutti i santi per sempre. Beato San Giuda, prometto di ricordare sempre questo grande favore donatomi da Dio, di onorarti sempre come mio speciale patrono e di incoraggiare con gratitudine la devozione nei tuoi confronti. Amen.

Santa Filomena
Giovane del III secolo, Filomena sarebbe stata dimenticata se non fosse stato per una visione miracolosa che l’ha collegata a una tomba scoperta più di 1.500 anni dopo.

Signore, ti supplichiamo di donarci il perdono dei nostri peccati per intercessione di Santa Filomena, vergine e martire, che era sempre gradita ai tuoi occhi per la sua castità e la professione di ogni virtù. Amen.

Illustre vergine e martire Santa Filomena, guardami prostrato davanti al tuo trono, dove la Santissima Trinità si è degnata di collocarti. Pieno di fiducia nella tua protezione, ti imploro di intercedere per me presso Dio, dalle vette celesti degnati di guardare il tuo umile servo! Sposa di Cristo, sostienimi nella sofferenza, fortificami nella tentazione, proteggimi nei pericoli che mi circondano, ottienimi le grazie necessarie, e soprattutto [menzionare la richiesta].
Al di sopra di tutto, assistimi nell’ora della morte. Santa Filomena, potente presso Dio, prega per noi. Amen.

O Dio, Santissima Trinità, ti ringraziamo per le grazie che hai effuso sulla Beata Vergine Maria e sulla tua ancella Filomena, attraverso la cui intercessione imploriamo la tua misericordia. Amen.

San Gregorio Taumaturgo
Non molto noto nella Chiesa occidentale, San Gregorio è noto in Oriente come operatore di miracoli, e sono di fatto molti i miracoli associati alla sua vita e alla sua intercessione.

O San Gregorio, confessore e sacerdote del Signore, ti prego di intercedere presso il nostro Signore Dio per me, perché purificato da ogni vizio possa essergli gradito in tutto, e perché mi doni la pace di tutti i suoi servi. Amen.

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San Gerardo Maiella, il Papa scrive alla Basilicata: «Follia d’amore evangelico per cambiare il mondo»

Posté par atempodiblog le 19 mai 2026

San Gerardo Maiella, il Papa scrive alla Basilicata: «Follia d’amore evangelico per cambiare il mondo»
Lettera ai vescovi e alle diocesi in occasione dell’Anno giubilare indetto nel terzo centenario della nascita del patrono della regione e dei giovani lucani. L’arcivescovo Carbonaro: figlio di questa terra, ci rafforzi nel cammino comune di riscatto evangelico e di profezia per le nostre genti
di Lorenzo Rosoli – Avvenire

San Gerardo Maiella Riscoprire che la santità non è un traguardo per pochi eletti ma vocazione di

«Guardate a Gerardo e vedrete la bellezza di un Dio che si china sulle fragilità umane. Egli, che fu chiamato “il pazzarello di Dio”, interceda per voi affinché sappiate vivere con quella follia d’amore evangelico che sola può cambiare il mondo».

È l’invito che Leone XIV rivolge ai fedeli della Basilicata nella lettera indirizzata ai vescovi e alle comunità diocesane in occasione dell’Anno giubilare Gerardino, indetto nel terzo centenario della nascita di san Gerardo Maiella. Patrono della Basilicata e dei giovani lucani, Gerardo vide la luce a Muro Lucano (Potenza) il 6 aprile 1726 in una famiglia molto povera, fu «umile religioso redentorista che ha saputo leggere il Vangelo con gli occhi dei piccoli e dei poveri», sottolinea il Pontefice, e morì di tisi il 16 ottobre 1755, a soli 29 anni, dopo aver vissuto «una giovinezza ardente, segnata da fatiche ma illuminata da una gioia contagiosa».

L’anno giubilare offre un percorso che abbraccia celebrazioni liturgiche, iniziative culturali, gesti di solidarietà. Celebrare questa ricorrenza significa «riscoprire che la santità non è un traguardo per pochi eletti, ma vocazione di tutti i battezzati», scrive il Papa nella lettera datata 23 aprile 2026 – era il 23 aprile 1726 quando Gerardo venne battezzato – e resa nota sabato 16 maggio. «Qui si fa la Volontà di Dio», sono le parole che Gerardo scrisse sulla porta della sua cella nel convento di Materdomini (Avellino), dove morì e dove riposano le sue spoglie. Ebbene: quelle parole «rappresentano il cuore del suo messaggio», annota il Papa. Gerardo «non ha subito la volontà di Dio come un destino ineluttabile, ma l’ha abbracciata come una sinfonia di salvezza». In un tempo come il nostro segnato «dall’incertezza, dall’autoreferenzialità e dalla ricerca affannosa di autonomia, questo fedele discepolo di Cristo ricorda che la vera libertà si trova nell’adesione al progetto d’amore del Padre».

Gerardo, inoltre, «è universalmente invocato come il santo protettore delle partorienti e delle mamme». Dunque: «Di fronte alla deriva morale in cui la vita umana è spesso minacciata o non accolta, la sua testimonianza richiama anche le comunità della Lucania a essere avamposti di speranza. Si tratta di intensificare le iniziative a sostegno della maternità e delle famiglie in difficoltà», chiede Leone XIV. Che infine incoraggia i giovani «a scoprire la bellezza di una vita che, donata agli altri, viene moltiplicata per amore e senza limiti. Non lasciatevi rubare la speranza dalle ombre del precariato o dalla tentazione di abbandonare le vostre radici. Gerardo insegna che si può essere protagonisti di bene nel proprio territorio, modificando la realtà locale con la forza della preghiera, con la solidarietà e la creatività. Siate artefici di un cambiamento locale, nella consapevolezza che le zone periferiche possono trasformarsi in laboratorio di innovazione e di fraternità, facendo rete».

L’arcivescovo di Potenza-Muro Lucano-Marsico Nuovo Davide Carbonaro, presidente della Conferenza episcopale della Basilicata, a nome dei confratelli esprime gratitudine a papa Leone XIV «per l’attenzione avuta nei confronti delle nostre Chiese. Il magistero del Successore di Pietro è sempre uno sprone perché la bellezza che risplende nella nobile figura di san Gerardo, figlio di questa terra, ci rafforzi nel cammino comune di riscatto evangelico e di profezia per le nostre genti».

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Un anticipo del Cielo

Posté par atempodiblog le 17 mai 2026

Viviamo già come cittadini del cielo pur essendo cittadini della terra

Su questa terra, la contemplazione delle realtà soprannaturali, l’azione della grazia nelle nostre anime, l’amore al prossimo come frutto saporito dell’amore a Dio, comportano già un anticipo del Cielo, un inizio destinato a crescere giorno per giorno. Noi cristiani non conduciamo una doppia vita; manteniamo un’unità di vita coerente, semplice e forte, nella quale si fondono e si compenetrano tutte le nostre azioni.

Cristo ci attende. Viviamo già come cittadini del cielo (Fil 3, 20), pur essendo cittadini della terra, tra difficoltà, ingiustizie, incomprensioni, ma anche nella gioia e nella serenità di saperci figli diletti di Dio. Perseveriamo nel servizio del nostro Dio, e vedremo come cresce in numero e in santità questo esercito cristiano di pace, questo popolo di corredenzione.

Cerchiamo di essere anime contemplative, vivendo un dialogo continuo con il Signore, trattandoLo a tutte le ore: dal primo pensiero del giorno all’ultimo della notte, ponendo costantemente il nostro cuore in Gesù nostro Signore, giungendo a Lui attraverso la Madonna, nostra Madre, e, per Lui, giungendo al Padre e allo Spirito Santo.

di San Josemaría Escrivá de Balaguer

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Gesù ci ha donato Maria come madre. Un dono che continua nella storia della Chiesa

Posté par atempodiblog le 9 mai 2026

Il compito materno della Madre misericordiosa

Gesù ci ha donato Maria come madre Un dono che continua nella storia della Chiesa

L’invocazione della Divina Misericordia nel momento conclusivo della propria vita è la chiave che apre la porta del Paradiso.
La Chiesa nell’Ave Maria ci insegna ad affidarci, nell’ora della nostra morte, a Maria, perché ci ottenga la grazia del pentimento e ci difenda dall’assalto finale.

La recita quotidiana dell’Ave Maria col cuore ha come primo effetto quello di farti comprendere come si snoda la parabola dell’esistenza alla luce della fede. Essa non è un lento e inarrestabile progredire verso la vecchiaia e la tomba, ma è un cammino verso l’eternità. In questo modo si svela dinanzi agli occhi della tua anima la straordinaria bellezza e grandezza della vita e incomincerai a ringraziare Dio per un dono di cui non ve n’è uno più grande, perché è il presupposto di tutti gli altri. Troverai che ogni tappa del cammino umano è un’occasione preziosa che devi far fruttificare col massimo impegno. Invece di lamentarti del tempo che passa veloce e inesorabile, ti impegnerai a investire ogni istante in qualcosa di utile per l’eternità. […]

La grazia di una contrizione perfetta apre le porte del Paradiso all’anima infiammata dal puro amore di Dio. Ma come conseguire questa perfezione di carità, ti chiederai, immersi come siamo nel pantano maleodorante del male?

Questo, caro amico, è un miracolo che la Tutta Santa può compiere nella tua vita se tu ti affidi a Lei. Il suo compito materno è quello di presentarti a Dio rivestito della veste candida della sposa. Da solo non potresti aspirare a una meta così elevata e tanto meno raggiungerla.

Se tu però ti metterai nelle mani della Madre misericordiosa, Lei provvederà a sanare le ferite, a purificarti dalle sozzure e, lavorando su di te giorno dopo giorno, ti rivestirà del suo splendore di grazia.

Affidando alla misericordia di Maria il tuo cammino di santità e chiedendoLe la grazia inestimabile della perseveranza finale, osa chiedere anche che il momento della tua morte sia quello dell’incontro gioioso della tua anima sposa con Gesù Cristo suo sposo.

Tratto da: Il Volto della Misericordia, di Padre Livio Fanzaga. SUGARCO EDIZIONI

Divisore dans San Francesco di Sales

Gesù ci ha donato Maria come madre. Un dono che continua nella storia della Chiesa

[…] Lo diceva anche il Montfort, ed è stata una delle sue eccelse intuizioni, che nessuna grazia ci arriva se non passa per Maria: la misericordia del Padre, che si esprime nel Figlio, ci viene donata attraverso il Cuore di Maria. In questo senso la Madonna è Madre di misericordia, perché ha generato il Figlio e ci dona le grazie di Cristo che passano attraverso di Lei.

Per concludere questa riflessione sul rapporto fra la Vergine e la Divina Misericordia, vorrei sottolineare che Maria stessa è un dono fattoci dalla misericordia di Dio.

Gesù in croce ci ha donato Maria come madre, una madre bellissima, dolcissima, sempre presente, che ci ama con amore infinito.

Un dono che continua nella storia della Chiesa, poiché le migliaia di apparizioni della Madonna testimoniano la presenza della Madre misericordiosa nei momenti difficili delle persone, delle comunità, delle nazioni, del mondo intero.

Gesù ci ha dato dalla croce sua Madre e ce la rende continuamente presente, di generazione in generazione. Lei stessa dunque un segno della Divina Misericordia.

Tratto da: La Divina Misericordia, di Padre Livio Fanzaga con Saverio Gaeta. SUGARCO EDIZIONI

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La statua esposta a piazza del Plebiscito: l’intreccio con papa Pio IX e la storia del dogma

Posté par atempodiblog le 9 mai 2026

La statua esposta a piazza del Plebiscito: l’intreccio con papa Pio IX e la storia del dogma
Papa Pio IX pregò davanti a questa statua per la liberazione dello Stato Pontificio
di Antonio Tarallo – ACI Stampa

L Immacolata di don Placido Baccher e Papa Leone XIV

Una statua, un’immagine, una storia. Una storia importante per la Chiesa, addirittura legata alla proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione. [...] in piazza Plebiscito a Napoli, campeggiava in tutta la sua bellezza la statua dell’Immacolata della chiesa del Gesù Vecchio a Napoli. Tra l’altro, proprio quest’anno i duecento anni dalla sua incoronazione. Davanti a questa statua, papa Leone XIV, stasera ha letto l’atto di affidamento scritto dal cardinal Battaglia. Una statua con una grande storia che per comprenderne davvero l’importanza, dobbiamo fare un salto indietro nel tempo. La storia insegna sempre e ci racconta anche il presente. Oggi, papa Leone XIV che prega davanti a questa statua per liberare il mondo dalla schiavitù della guerra. E nel passato, invece, fu pregata da papa Pio IX per altra liberazione. Ma, ora, dobbiamo comprendere bene questa storia.

Dobbiamo giungere al periodo della rivoluzione mazziniana (1848-49) che aveva portato alla costituzione della Seconda Repubblica Romana, di chiara estrazione massonica e anticristiana. Fu proprio con l’insorgere di questa nuova situazione politica, che papa Pio IX fu costretto all’esilio a Gaeta. Intanto, la questione sul dogma dell’Immacolata era sempre più imminente nella vita della Chiesa e nel pensiero del pontefice. Mentre era in esilio a Gaeta, papa Mastai pensava sempre di più all’annosa questione. Il 6 dicembre del 1848 era stata istituita una commissione di cardinali per affidare loro “l’incarico di fare, conforme alla loro prudenza e dottrina, un diligente, profondo e completo esame dell’argomento, comunicandoci successivamente con pari scrupolosità il loro parere”. Nasce, allora, la lettera “Ubi primum” del 2 febbraio 1848 che si chiudeva con l’invito ai vescovi a far pervenire alla Santa Sede il parere del clero e di tutti i fedeli riguardo la questione del dogma.

L Immacolata di don Placido Baccher e Papa Leone XIV

Questo, dunque, il clima che si respirava in quel periodo. Il dogma che “incalzava” papa Pio IX, la Chiesa che si interrogava su questa tematica, e lo stesso pontefice relegato a Gaeta, città del Lazio ma sotto il regno di Napoli, del Regno borbonico. Napoli era la capitale del Regno delle due Sicilie: Napoli con le sue tante chiese. In una di queste, la chiesa del Gesù Vecchio, vi era una particolare statua della Vergine, ritratta come Immacolata. Pio IX passando per la città partenopea, più volte si fermò in preghiera davanti a questa statua: la stessa che tale don Placido Baccher (oggi venerabile) – che tra l’altro Pio IX conobbe personalmente – aveva fatto realizzare per ringraziare la Vergine di aver liberato durante la sua prigionia in Castel Capuano, durante la Repubblica Partenopea del 1799. Si narra che alla vigilia dell’uccisione, mentre stava recitando il Santo Rosario, Baccher vide la Madonna che pronunciò queste parole: “Confida, figliuolo; domani sarai liberato da questo orrido carcere. Tu però dovrai essere mio e sarai chiamato in una delle principali chiese di Napoli a zelare le glorie del mio immacolato concepimento”.

“Immacolata Concezione”, appellativo che sarà dato a Maria ufficialmente solo con la promulgazione del dogma da parte di Pio IX che, intanto, proprio davanti a quella statua aveva pregato per la liberazione dello Stato pontificio e di lui stesso. Aveva fatto un voto a quella statua: se fosse stato liberato lo Stato pontificio, allora si sarebbe impegnato per promulgare il famoso dogma mariano: “Perciò, dopo aver offerto senza interruzione, nell’umiltà e nel digiuno, le Nostre private preghiere e quelle pubbliche della Chiesa a Dio Padre, per mezzo del suo Figlio, affinché si degnasse di dirigere e sostenere la Nostra mente con la virtù dello Spirito Santo; (…) dichiariamo, pronunziamo e definiamo: La dottrina, che sostiene che la Beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua concezione, per singolare grazia e privilegio di Dio”. Il dogma fu promulgato, lo Stato Pontificio liberato. Anche il papa.

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Maria, Madre della Misericordia

Posté par atempodiblog le 8 mai 2026

VISITA PASTORALE DEL SANTO PADRE LEONE XIV
A POMPEI E NAPOLI

SANTA MESSA
E SUPPLICA ALLA MADONNA DI POMPEI

OMELIA DEL SANTO PADRE

Piazza Bartolo Longo, antistante il Santuario della Beata Vergine del Santo Rosario di Pompei
Venerdì, 8 maggio 2026

[Multimedia]

VISITA PASTORALE DEL SANTO PADRE LEONE XIV A POMPEI E NAPOLI

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Cari fratelli e sorelle!

“L’anima mia magnifica il Signore”. Queste parole, con cui abbiamo risposto alla prima Lettura, sgorgano dal cuore della Vergine Maria mentre presenta ad Elisabetta il frutto del suo grembo, Gesù, il Salvatore. Dopo di lei canteranno per Cristo Zaccaria, il padre di Giovanni Battista, e il vecchio Simeone. Questi tre cantici scandiscono ogni giorno la lode della Chiesa nella Liturgia delle Ore. Sono lo sguardo dell’antico Israele, che vede compiute le sue promesse; sono lo sguardo della Chiesa Sposa, protesa verso il suo Sposo divino; sono implicitamente lo sguardo dell’intera umanità, che trova risposta al suo anelito di salvezza.

Centocinquant’anni fa, ponendo la prima pietra di questo Santuario, nel luogo in cui l’eruzione del Vesuvio del 79 dopo Cristo aveva sepolto sotto la cenere i segni di una grande civiltà proteggendoli per secoli, San Bartolo Longo, insieme alla moglie contessa Marianna Farnararo De Fusco, gettava le basi non solo di un tempio, ma di una intera città mariana. Così egli esprimeva la consapevolezza di un disegno di Dio, che San Giovanni Paolo IIparlando in questo luogo di grazia il 7 ottobre 2003, a conclusione dell’Anno del Rosario, rilanciava per il Terzo Millennio, nella prospettiva della nuova evangelizzazione: «Oggi – egli diceva – come ai tempi dell’antica Pompei, è necessario annunciare Cristo a una società che si va allontanando dai valori cristiani e ne smarrisce persino la memoria».

Esattamente un anno fa, quando mi è stato affidato il ministero di Successore di Pietro, era proprio la giornata della Supplica alla Vergine, questa bellissima giornata della Supplica alla Vergine del Santo Rosario di Pompei! Dovevo dunque venire qui, a porre il mio servizio sotto la protezione della Vergine Santa. L’aver poi scelto il nome di Leone, mi pone sulle orme di Leone XIII, che ebbe, tra gli altri meriti, anche quello di aver sviluppato un ampio Magistero sul Santo Rosario. A tutto ciò si aggiunge la recente canonizzazione di San Bartolo Longo, apostolo del Rosario. Questo contesto ci fornisce una chiave per riflettere sulla Parola di Dio appena ascoltata.

Il Vangelo dell’Annunciazione ci introduce al momento in cui il Verbo di Dio si fa carne nel grembo di Maria. Da questo grembo si irradia la Luce che dà il senso pieno alla storia e al mondo. Il saluto che l’angelo Gabriele rivolge alla Vergine è un invito a gioire: «Rallegrati, piena di grazia» (Lc 1,28; cfr Sof 3,14). Sì, l’Ave Maria è un invito alla gioia: dice a Maria, e in lei a tutti noi, che sulle macerie della nostra umanità provata dal peccato e pertanto sempre incline a prevaricazioni, sopraffazioni e guerre, è venuta la carezza di Dio, la carezza della misericordia, che prende in Gesù un volto umano. Maria diventa così Madre della Misericordia. Discepola della Parola e strumento della sua incarnazione, si rivela davvero la “piena di grazia”. Tutto in lei è grazia! Offrendo al Verbo la propria carne, ella diventa anche, come insegna il Concilio Vaticano II sulla scorta di Sant’Agostino, «madre delle membra (di Cristo) … perché cooperò con la carità alla nascita dei fedeli della Chiesa, i quali di quel capo sono le membra» (Cost. dogm. Lumen gentium, 53; cfr S. Agostino, De S. Virginitate, 6).  Nell’“Eccomi” di Maria nasce non soltanto Gesù, ma anche la Chiesa, e Maria diventa insieme Madre di Dio – Theotòkos – e Madre della Chiesa.

Grande mistero! Tutto avviene nella potenza dello Spirito Santo, che adombra Maria e rende fecondo il suo grembo verginale. Questo momento della storia ha una dolcezza e una potenza che attraggono il cuore e lo portano a quell’altezza contemplativa in cui germoglia la preghiera del Santo Rosario. Una preghiera che, sorta e sviluppatasi progressivamente nel secondo Millennio, affonda le radici nella storia della salvezza, e proprio nel Saluto dell’Angelo alla Vergine ha come il suo preludio. “Ave Maria”! La ripetizione di questa preghiera nel Rosario è come l’eco del saluto di Gabriele, un’eco che attraversa i secoli e guida lo sguardo del credente a Gesù, visto con gli occhi e il cuore della Madre. Gesù adorato, contemplato, assimilato in ciascuno dei suoi misteri, affinché con San Paolo possiamo dire: «Non vivo più io, ma Cristo vive in me» (Gal 2,19).

Preceduta dalla proclamazione della Parola di Dio, incastonata tra il Padre nostro e il Gloria, l’Ave Maria che si ripete nel Santo Rosario è un atto di amore. Non è forse proprio dell’amore ripetere senza stancarsi: “Ti voglio bene”? Un atto di amore che, sui grani della corona, come ben si vede nel quadro mariano di questo Santuario, ci fa risalire a Gesù, e ci porta all’Eucaristia, «fonte e apice di tutta la vita cristiana» (Lumen gentium, 11). Ne era convinto San Bartolo Longo quando scriveva: «L’Eucaristia è il Rosario vivente, e tutti i misteri si ritrovano nel santo Sacramento in una forma attiva e vitale» (Il Rosario e la Nuova Pompei, 1914, p. 86). Aveva ragione. Nell’Eucaristia i misteri della vita di Cristo si ritrovano tutti, per così dire, concentrati nel memoriale del suo sacrificio e nella sua presenza reale. Il Rosario ha una fisionomia mariana, ma un cuore cristologico ed eucaristico (cfr Lett. ap. Rosarium Virginis Mariae, 1). Se la Liturgia delle Ore scandisce i tempi della lode della Chiesa, il Rosario scandisce il ritmo della nostra vita riportandola continuamente a Gesù e all’Eucaristia.

Generazioni di credenti sono state plasmate e custodite da questa preghiera, semplice e popolare, e al tempo stesso capace di altezze mistiche e scrigno della più essenziale teologia cristiana. Cosa c’è infatti di più essenziale dei misteri di Cristo, del suo santo Nome, pronunciato con la tenerezza della Vergine Maria? È in questo Nome, e in nessun altro, che noi possiamo essere salvati (cfr At 4,12). Ripetendolo in ogni Ave Maria, facciamo in qualche modo l’esperienza della casa di Nazaret, quasi riascoltando la voce di Maria e di Giuseppe nei lunghi anni in cui Gesù visse con loro. Facciamo anche l’esperienza del Cenacolo, dove gli Apostoli con Maria attesero l’effusione dello Spirito Santo. È quello che ci ha additato la prima Lettura. Come non pensare che, in quel tempo tra l’Ascensione e la Pentecoste, Maria e gli Apostoli facessero a gara nel ricordare i diversi momenti della vita di Gesù? Non doveva sfuggirne nessun dettaglio! Tutto era da ricordare, assimilare, imitare. Nasce così il cammino contemplativo della Chiesa, di cui, a somiglianza dell’Anno liturgico, il Rosario offre la sintesi nella meditazione quotidiana dei santi Misteri. Giustamente il Rosario è stato considerato un compendio del Vangelo, che San Giovanni Paolo II ha voluto integrare con i Misteri della luce. Anche questa dimensione fu vivissima in San Bartolo Longo, che offrì ai pellegrini profonde meditazioni per sottrarre il Santo Rosario alla tentazione di una recita meccanica e assicurargli il respiro biblico, cristologico e contemplativo che lo deve caratterizzare.

Sorelle e fratelli, se il Rosario è “pregato” e, oserei dire, “celebrato” in questo modo, esso è anche, per naturale conseguenza, sorgente di carità. Carità verso Dio, carità verso il prossimo: due facce della stessa medaglia, come ci ricordava la seconda Lettura, tratta dalla prima Lettera di San Giovanni, concludendo con l’esortazione: «Non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità» (1Gv 3,18). Perciò San Bartolo Longo è stato apostolo del Rosario e, nello stesso tempo, apostolo della carità. In questa Città mariana egli accolse orfani e figli di carcerati, mostrando la forza rigenerante dell’amore. Qui anche oggi i più piccoli e i più deboli sono accolti e accuditi nelle Opere del Santuario. Il Rosario spinge lo sguardo verso i bisogni del mondo, come la Lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae sottolineava, proponendo in particolare due intenzioni che rimangono di pressante attualità: la famiglia, che risente dell’indebolimento del legame coniugale, e la pace, messa a repentaglio dalle tensioni internazionali e da un’economia che preferisce il commercio delle armi al rispetto della vita umana.

Quando San Giovanni Paolo II indisse l’Anno del Rosario – l’anno prossimo si compirà un quarto di secolo –, lo volle porre in modo speciale sotto lo sguardo della Vergine di Pompei. I tempi da allora non sono migliorati. Le guerre che ancora si combattono in tante regioni del mondo chiedono un rinnovato impegno non solo economico e politico, ma anche spirituale e religioso. La pace nasce dentro il cuore. Lo stesso Pontefice, nell’ottobre 1986, aveva radunato ad Assisi i leader delle principali religioni, invitando tutti a pregare per la pace. In diverse occasioni anche recenti, sia Papa Francesco che io abbiamo chiesto ai fedeli di tutto il mondo di pregare per questa intenzione. Non possiamo rassegnarci alle immagini di morte che ogni giorno le cronache ci propongono. Da questo Santuario, la cui facciata San Bartolo Longo concepì come un monumento alla pace, oggi eleviamo con fede la nostra Supplica. Gesù ci ha detto che tutto può ottenere la preghiera fatta con fede (cfr Mt 21,22). E San Bartolo Longo, pensando alla fede di Maria, la definisce “onnipotente per grazia”. Per sua intercessione, venga dal Dio della pace un’effusione sovrabbondante di misericordia, che tocchi i cuori, plachi i rancori e gli odi fratricidi, illumini quanti hanno speciali responsabilità di governo.

Fratelli e sorelle, nessuna potenza terrena salverà il mondo, ma solo la potenza divina dell’amore, questa potenza divina dell’amore che Gesù, il Signore, ci ha rivelato e donato. Crediamo in Lui, speriamo in Lui, seguiamo Lui!


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