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Il ‘dio’ del male

Posté par atempodiblog le 24 octobre 2017

Il ‘dio’ del male
Negando il soprannaturale, non si riconosce più l’Anticristo. Una presenza più che mai attuale.
“La menzogna non è mai tanto falsa come quando si avvicina molto alla verità. E’ quando la pugnalata sfiora il nervo delle verità che la coscienza cristiana urla di dolore”(G. K. Chesterton, “San Tommaso d’Aquino”)
di Matteo Matzuzzi – Il Foglio
Tratto da: Articoli interessanti

Il 'dio' del male dans Anticristo Francis_Bacon_Studio_dal_ritratto_di_Innocenzo_X
Francis Bacon, “Studio dal ritratto di Innocenzo X, olio su tela (1953)

A volte, scriveva John Henry Newman, “il nemico si trasforma in amico, a volte viene spogliato della sua virulenza e aggressività, a volte cade a pezzi da solo, a volte infierisce quanto basta, a nostro vantaggio, poi scompare” . Parlare di Anticristo potrebbe richiamare l’idea di qualcosa di vecchio, d’antico, di ineluttabilmente superato dalla storia che avanza. Poi, scorrendo il Catechismo, si legge che “prima della venuta di Cristo, la chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti. La persecuzione che accompagna il suo pellegrinaggio sulla terra svelerà il mistero di iniquità sotto la forma di un’impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità. La massima impostura religiosa è quella dell’Anti-Cristo, cioè di uno pseudo-messianismo in cui l’uomo glorifica se stesso al posto di Dio e del suo Messia venuto nella carne”. Non si dice se sia reale. se sia una presenza fisica o una rappresentazione ideale dei male, del mistero d’iniquità. appunto. Ma è un mistero più che mai vivo. Da poco l`editore XY.IT ha mandato in stampa L’Anticristo, un saggio scritto cinquant’anni fa in tedesco da Reinhard Raffalt, giornalista, storico. musicologo. Erano gli anni della contestazione, della crisi della chiesa davanti alla modernità, del Papa Paolo VI che – oltraggiato dai suoi stessi vescovi dopo la promulgazione dell’enciclica Humanae vitae - parlava di “fumo di Satana entrato da qualche fessura nel tempio di Dio”.

Chi è l’Anticristo?
Chi è l’Anticristo? “L’uomo ultimo, perfettissimo, capace di fare tutto correttamente nell’ambito dei limiti ben visibili dell’esperienza e della ragione umana”, risponde Raffalt. “Non si tratta dunque in alcun modo di un diavolo. Al contrario: l’Anticristo realizza alla lettera l’esortazione evangelica. Amerai il tuo prossimo come te stesso. E tuttavia nega contemporaneamente il presupposto dell’amore del prossimo che nel Vangelo appare nella proposizione che precede l’appena citata: Ama il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Una persona reale, dunque.

E allora torna alla mente il monologo del Grande Inquisitore di Dostoevskij nei Fratelli Karamazov: “Tu avevi ragione. Il segreto dell’esistenza umana infatti non sta soltanto nel vivere, ma in ciò per cui si vive. Senza un concetto sicuro del fine per cui si deve vivere, l’uomo non acconsentirà a vivere e si sopprimerà piuttosto che restare sulla terra, anche se intorno a lui non ci fossero che pani”, dice a Gesù tornato sulla terra il Grande Inquisitore. E’ calata la notte nello squallore della cella in cui il Messia era stato rinchiuso prima che la gente potesse riconoscerlo. Il vecchio ministro della chiesa, il capo della Santa Inquisizione, però ha subito capito che quello era davvero il figlio di Dio, a Siviglia, in pieno Sedicesimo secolo. Gli si avvicina, lo squadra per bene e lo accusa di essere tornato tra gli uomini a rovinare i suoi piani volti a creare un’armonica convivenza tra tutti i popoli.

Questo è giusto”, aggiunge: “Ma che cosa è avvenuto? Invece di impadronirti della libertà degli uomini, tu l’hai ancora accresciuta. Avevi forse dimenticato che la tranquillità e perfino la morte è all’uomo più cara della libera scelta fra il bene e il male? Nulla – sentenzia l’Inquisitore – è per l’uomo più seducente che la libertà della sua coscienza, ma nulla anche è più tormentoso. Ed ecco che, in luogo di saldi princìpi, per acquietare la coscienza umana una volta per sempre, tu hai scelto tutto quello che c”è di più inconsueto, enigmatico e impreciso, hai scelto tutto quello che superava le forze degli uomini, e hai perciò agito come se tu non li amassi per nulla. E chi ha mai fatto questo? Colui che era venuto a dare per essi la sua vita”. L’ideale evangelico è improponibile per lo sciagurato peccatore mondano, dice l’Inquisitore. “E se migliaia e decine di migliaia di esseri ti seguiranno in nome del pane celeste, che sarà dei milioni e dei miliardi di esseri che non avranno la forza di posporre il pane terreno a quello celeste?”.

Eccola la tentazione, il rimprovero di Satana nel deserto, “Se tu sei Figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane”: dimostra la tua potenza con le cose di quaggiù. in modo che tutti possano onorarti e osannarti come loro re. E’ un monologo quello dell’Inquisitore, l’Anticristo che si proponeva di correggere Cristo, che illustra il piano per edificare un regno di questo mondo ove tutti potessero essere felici, senza l’illusione portata da quel falegname di Nazaret morto in croce. Gesù lo ascolta, non dice nulla. Si permetterà solo un gesto, alla fine: un bacio, come quello che lui, secoli e secoli prima aveva ricevuto da Giuda.

Com’è distante questo vegliardo dall’idea teorizzata da Origene, secondo cui l’Anticristo non aveva alcun tratto reale, bensì era poco di più che un simbolo di tutto ciò che nega la verità. No, l’Anticristo dostoevskijano è un uomo vivo, un essere razionale. Il male travestito da bene.

Il superuomo richiamato anche da Nietzsche, l’onnisciente e onnipotente “uomo del futuro narrato” da Solov’ev: “Il Cristo è stato il riformatore dell”umanità, predicando e manifestando il bene morale nella sua vita, io invece sono chiamato ad essere il benefattore di questa umanità, in parte emendata e in parte incorreggibile. Darò a tutti gli uomini ciò che è loro necessario”. Ecco il richiamo all’Inquisitore, il propiziatore della felicità terrena, che distribuisce pane vero che si può vedere e toccare, altro che il pane celeste. L’Anticristo è sempre uguale, si presenta bene: “ll nuovo padrone della terra era anzitutto un filantropo, pieno di compassione e non solo amico degli uomini, ma anche amico degli animali. Personalmente era vegetariano, proibì la vivisezione e sottopose i mattatoi a una severa sorveglianza; le società protettrici degli animali furono da lui incoraggiate in tutti i modi. La più importante di queste sue opere fu la solida instaurazione in tutta l’umanità dell’uguaglianza che risulta essere la più essenziale: l’uguaglianza della sazietà generale”, scrive Solov’ev.

Offre tutto a tutti: “Popoli della terra! Vi do la mia pace! Popoli della terra! Si sono compiute le promesse! L’eterna pace universale è assicurata! Ogni tentativo di turbarla incontrerà immediatamente una insuperabile resistenza. Giacché d’ora in poi c’è sulla terra una potenza centrale più forte di tutte le altre potenze, sia prese separatamente che prese insieme”. Convoca un concilio a Gerusalemme per l’unione di tutti i culti, ripete le promesse, assicura che nulla potrà più turbare l’armonia decisa da lui, il superuomo. Chiede a vescovi e padri, teologi e laici illuminati di salire sul palco con lui. In cambio d”ogni concessione chiede una cosa soltanto, “che dall’intimo del cuore riconosciate in me il vostro unico difensore e unico protettore”. La folla si sposta, sale, urla di gioia pronta a riverire l’imperatore. Pochi restano giù, il superuomo li guarda, tentenna e dice: “Strani uomini! Che volete da me? Io non lo so. Ditemelo dunque voi stessi, o cristiani abbandonati dalla maggioranza dei vostri fratelli e capi, condannati dal sentimento popolare. Che cosa avete di più caro nel cristianesimo?”. La risposta che dà lo starets Giovanni gli fa perdere ogni ritegno, cade l’abito bello con cui aveva nascosto la sua vera natura: “Quello che noi abbiamo di più caro nel cristianesimo è Cristo stesso. Lui stesso e tutto ciò che viene da lui, giacché noi sappiamo che in lui dimora corporalmente tutta la pienezza della divinità”. E’ una risposta che sconcerta l’imperatore: Cristo stesso è ciò di cui l’uomo ha più caro. Non il pane bianco o i dogmi. Neppure i valori. No, solo Cristo. Cioè l’unica cosa che lui, l’Anticristo, non poteva dare. Una risposta che gli fa capire quanto la sua potenza mondana non sia nulla davanti all’infinito.

I suoi regni, i suoi troni, le sue marce trionfali “dell’Umanità unita” non valgono niente, sono polvere, proprio come le città che Satana nel deserto aveva mostrato a Gesù. Miraggi vani. Ora si comprendo quel silenzio opposto da Cristo al lungo monologo dell’Inquisitore, interrotto solo da un bacio finale.

Sono piani diversi, l”Anticristo – pur dandosi da fare – anche con la sua “ardente dedizione al bene comune”, non può fare nulla dinanzi a Cristo perché è quest’ultimo, come scriveva san Paolo, “la consistenza di tutte le cose. Tutto consiste in lui”. Senza di lui, nessuna opera bella o insieme di regole dotte e meditate può avere senso

ll mondo ideale dell’imperatore è lo stesso del Grande inquisitore di Dostoevskij ed è lo stesso del Padrone del mondo profeticamente narrato da Robert Hugh Benson all’inizio del Novecento. Un mondo in cui a Cristo si sostituisce un generico umanitarismo, dove la differenza tra le religioni è annullata, dove la tolleranza universale diviene il mantra predicato ovunque. Julian Felsenburgh è l’Anticristo di Benson, che vedrà proprio nella chiesa cattolica l’ltimo argine alla vittoria di questo filantropo, che come in Solov’ev ha i tratti del carismatico uomo politico cultore della pace mondiale. Una chiesa che però viene annientata, vinta dalle idee del progresso che Benson descrive già con incredibile lucidità: dall’eutanasia legalizzata alla crisi del sacerdozio, fino al punto da immaginare le due “strade simili a circuiti di gara, ognuna larga almeno quattrocento metri, immerse sei metri sottoterra”.

Il mondo e le opere dell’uomo trionfavano a vista d’occhio”; un mondo in cui l’uomo sente di aver raggiunto l’agognata perfezione e per questo può fare a meno di Dio. Vivendo proprio “come se Dio non esistesse”, scriveva al principio del millennio Giovanni Paolo II, la cui fotografia della realtà sembra una pagina tratta dal Padrone del mondo: “Alla radice dello smarrimento della speranza sta il tentativo di far prevalere un”antropologia senza Dio e senza Cristo. Questo tipo di pensiero ha portato a considerare l’uomo come il centro assoluto della realtà, facendogli così artificiosamente occupare il posto di Dio e dimenticando che non e l’uomo che fa Dio ma Dio che fa l`uomo. L’aver dimenticato Dio ha portato ad abbandonare l’uomo, per cui non c’è da stupirsi se in questo contesto si è aperto un vastissimo spazio per il libero sviluppo del nichilismo in campo filosofico, del relativismo in campo gnoseologico e morale, del pragmatismo e finanche dell’edonismo cinico nella configurazione della vita quotidiana”. Karol Wojtyla la chiamava “apostasia silenziosa”, quasi fosse un’assuefazione, lenta ma progressiva e destinata a emergere con tutta la sua forza.

Benson descrive questo mondo, con tutti, dai ministri ai preti che si innamorano di Felsenburgh, che in lui ripongono false speranze. La fede è ormai già persa, non se ne discute neppure. Quel che è più grave e che s’è smarrita la capacità di riconoscere l’Anticristo perché si è scelto di negare il soprannaturale.

Si prenda Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov, ambientato nell’ateismo di stato sovietico. All’inizio del romanzo, su una panchina presso gli stagni Patriarsie, due letterati, Berlioz e Bezdomnyj discutono di Gesù Cristo. “Bezdomnyj aveva tratteggiato il personaggio principale del suo poema, cioè Gesù, a tinte molto fosche, eppure tutto il poema, secondo il direttore, andava rifatto di sana pianta”, scrive Bulgakov: “Il suo era un Gesù del tutto vivo, un Gesù che un tempo aveva avuto una sua esistenza anche se, a dire il vero, era un Gesù  fornito di tutta una serie di attributi negativi. Berlioz invece voleva dimostrare al poeta che la cosa principale non era chi fosse Gesù, se fosse buono o cattivo, ma che questo Gesù storicamente non era mai esistito sulla terra e che tutti i racconti che si facevano su di lui erano semplici invenzioni, che si trattava di un normalissimo mito”. Sarà il diavolo in persona, sotto le mentite spoglie d’un cortese gentiluomo straniero poliglotta, a smentirli: “Tengano presente che Gesù è esistito”.

Il mondo ateo che nega Cristo e che per questo perseguita la chiesa ricorre un po’ ovunque nella letteratura moderna sull’Anticristo. Scorrendo le pagine di Solov’ev e di Benson sorge quasi spontanea la domanda su cosa si debba fare, nella disperazione ovvia e naturale che si prova dinanzi all’edificio che crolla. In cosa sperare, quali riferimenti fissare mentre l’apostasia e l’assuefazione diventano ordinarie. Scriveva Newman nel Biglietto Speech che lesse appena ricevuta la notizia della sua creazione cardinalizia, nel 1879, che “la chiesa non deve fare altro che continuare a fare ciò che deve fare, nella fiducia e nella pace, stare tranquilla e attendere la salvezza da Dio”.

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Teologia del peccato che nessuno sa più che cosa è

Posté par atempodiblog le 11 octobre 2017

Teologia del peccato che nessuno sa più che cosa è
di Matteo Matzuzzi – Il Foglio
Tratto da: 
Radio Maria

Teologia del peccato che nessuno sa più che cosa è dans Articoli di Giornali e News Confessione

“Oh, come sarebbe stato felice se avesse potuto sentirsi colpevole! Avrebbe allora sopportato tutto, anche la vergogna, anche il disonore. Ma, sottoposta a un esame severissimo la propria coscienza, non aveva scoperto nel suo passato nessuna colpa specialmente orrenda, all’infuori del suo fiasco, cosa che poteva accadere a chiunque” (Fëdor Dostoevskij – “Delitto e castigo”).

Dicono i preti, in buon numero per farne un campione statistico di rilievo, che chi va a confessarsi non sa che dire. O meglio, c’è la suocera che parla male della nuora e viceversa, c’è quello che se la prende col Papa o con il mondo, quello che si mette a contare le messe perse in un periodo di tempo più o meno ampio. Il problema è che non si sa più cosa sia il peccato, trattandosi ormai, come diceva Benedetto XVI, di una “affermazione non affatto scontata”, tanto che “la stessa parola peccato da molti non è accettata, perché presuppone una visione religiosa del mondo e dell’uomo”. Visione che, per l’appunto, è abbastanza sbiadita, offuscata dalle nebbie perenni della secolarizzazione e – spesso – da un bon vivre che allontana da sé la colpa e il pentimento. Servirebbe, diceva un sacerdote romano, ripassare un po’ i russi, dove per russi si intendono i grandi scrittori dell’Ottocento.

“Scorrendo quelle pagine, soffermandosi a pensare su quegli immortali dialoghi, si capirebbe il senso del peccato, come questa parola abbia ancora molto da dire all’uomo contemporaneo”. Sarebbe un buon esercizio, a patto di “partire da Puskin e non dal più ovvio Dostoevskij”, dice al Foglio Serena Vitale, slavista, scrittrice, traduttrice. “E’ un concetto che agli stranieri, soprattutto agli occidentali, sfugge sempre. Puskin e non Dostoevskij. Si pensi alle piccole tragedie, dal Convitato di pietra al Cavaliere avaro, fino a Mozart e Salieri. Ciascuno di questi racconti è dedicato a un peccato, ad almeno tre dei sette peccati capitali. In Puskin, per la prima volta, si configura il rimorso che accompagna il peccato e che appare sempre sotto forma di incubo, di fantasmi, di sogni e ombre che mai se ne vanno”.

Si entra qui nella specificità russa, che poi avrebbe sviluppato Dostoevskij, perché è con lui che il tema si amplia. “Prendiamo Raskol’nikov, il protagonista di Delitto e castigo. E’ l’idea napoleonica che lo porta a uccidere; cioè l’idea, il pensiero filosofico giunti dall’occidente. Il credente russo non
pensa, è legato direttamente alla figura di Cristo”, aggiunge Vitale. E’ nello scontro tra est e ovest, tra Asia ed Europa, che si fa largo il travaglio di Raskol’nikov: “E’ il delitto legato a un’idea, a un qualcosa che nell’Ottocento avrebbero definito una sovrastruttura ideologica. Con l’atto dell’uccidere, e cioè con il compimento del massimo peccato, in Dostoevskij si perde la libertà. Il peccato contiene già la sua punizione”.

Non se ne capacita Miguel Mañara, il protagonista dell’omonimo capolavoro di Oscar Milosz, mentre cinge le ginocchia dell’abate da cui poi andrà ogni giorno a elencare le malefatte d’una vita intera, urlando e piangendo. Miguel ha fatto di tutto, ha ucciso e stuprato, disonorato il padre e la madre, offeso Dio. “Non ho fatto opera alcuna, ho mentito, ho rubato l’innocenza, le mie vittime sono nere del mio peccato davanti al volto di Dio e lorde della loro lussuria, la mia”. E però, già redento in vita dalla sciagura più grande che potesse capitargli, la morte della giovane sposa che l’aveva folgorato con quella domanda che gli aveva cambiato l’esistenza – se ami i fiori, perché li recidi? – resterà pietrificato dalla risposta che gli darà l’abate: “Il fatto è che tu pensi a cose che non sono più”. Perché l’unica cosa che c’è, eterna, è Dio. Parole nel marmo, con Mañara che quasi resta stordito, “ho paura della vostra grande compassione, padre. Mi sento totalmente avvolto, stretto dalla dolcezza. Non bisogna essere così dolci, padre. Mi sento struggere per la vostra cara tenerezza. Ho vergogna. Non mi avevano mai parlato così”.

Il buon vivere contemporaneo ha liquidato la “colpa” a illusione, complesso. L’idea del bene e del male ridotta a un mero dato statistico.
Grazia Deledda, Nobel per la letteratura nel 1926, scriveva ne L’Edera che “la coscienza del peccato che si accompagna al tormento della colpa e alla necessità dell’espiazione e del castigo, la pulsione primordiale delle passioni e l’imponderabile portata dei suoi effetti, l’ineluttabilità dell’ingiustizia e la fatalità del suo contrario, segnano l’esperienza del vivere di una umanità primitiva, malfatata e dolente, gettata in un mondo unico, incontaminato, di ancestrale e paradisiaca bellezza, spazio del mistero e dell’esistenza assoluta”. Pare di vedere i jabots di Mañara anche scorrendo le pagine de La porta stretta, altra opera di Deledda. Maxia, per espiare la colpa dell’assassinio di suo fratello, scappa dal paese natio e si consacra alla vita religiosa. Non
per vocazione, ma per espiazione.

Ha scritto a proposito di recente Angela Mattei sull’Osservatore Romano che “padre Maxia rifiuta qualsiasi accenno di spensieratezza, vede in ogni gesto, anche il più ingenuo e spontaneo, un pericolo”. Da punire, da castigare. Oggi si fa fatica a parlare di punizioni, di pena da scontare per il peccato commesso. Certo, san Tommaso avvertiva che “la giustizia senza castigo è utopia e il castigo senza misericordia è crudeltà” e il va’ e non peccare più che Gesù intima alla samaritana dopo averla perdonata, in uno dei passi più celebri del Vangelo, può essere letto in questa direzione. Ma è la prospettiva, oggi, a essere diversa.

Diceva Joseph Ratzinger che “di fronte al male morale, l’atteggiamento di Dio è quello di opporsi al peccato e salvare il peccatore. Dio non tollera il male, perché è amore, giustizia, fedeltà. E proprio per questo non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva”. Lo ricordava anche Papa Francesco, quando commentava il passo evangelico in cui la peccatrice, vedendo Gesù, scoppia a piangere bagnandogli i piedi che poi asciugherà con i capelli.

“Entrando in relazione con la peccatrice, Gesù pone fine a quella condizione di isolamento a cui il giudizio impietoso del fariseo e dei suoi concittadini la condannava: I tuoi peccati sono perdonati. La donna ora può dunque andare in pace. Il Signore ha visto la sincerità della sua fede e della sua conversione; perciò davanti a tutti proclama la tua fede ti ha salvata”.

Dostoevskij, a modo suo, ne fa romanzo. Ci arriva perché doveva scrivere per vivere, certo, ma insiste sull’antitesi est-ovest: “Al tutto permesso che gli sembrava essere l’ideologia della riflessione occidentale, si oppone quello che è il dettato della religione ortodossa: tutto è possibile solo con lui, Cristo”, spiega Serena Vitale. Non è bigottismo, quello dell’autore dei Demoni. Era un uomo pieno di dubbi, che s’arrovellava appena lasciava le sue amate case da gioco.

In Delitto e castigo emerge a tutta forza la ricerca affannata della libertà intesa soltanto come affermazione dell’io, scavalcando ogni legge morale, ogni principio assoluto. E per affermare se stessi e la propria libertà apparentemente senza limiti, è chiaro a Dostoevskij che bisogna fare a meno di Dio, sbarazzandosene. Una volta tolto di mezzo il Creatore, non si fa altro che sostituirlo con il proprio io. Ricadendo, ancora, nel peccato, su cui però “oggi regna un perfetto silenzio”, scriveva Ratzinger nel saggio In principio Dio creò il cielo e la terra (Lindau, 2006).

“La predicazione religiosa – osservava – cerca di evitarlo accuratamente. Il teatro e la cinematografia utilizzano il termine in senso ironico o come tema di intrattenimento. La sociologia e la psicologia cercano di smascherarlo come un’illusione o un complesso. Persino il diritto tenta di fare sempre più a meno della nozione di colpa e preferisce servirsi di una terminologia sociologica, che riduce l’idea del bene e del male a un dato statistico e si limita a distinguere tra comportamento normale e comportamento deviante”.

Il risultato, la conseguenza, è che “le proporzioni statistiche possono anche capovolgersi”, e “quel che oggi è la deviazione può un giorno diventare la regola, anzi, forse bisogna addirittura tendere a fare della deviazione la norma. Riducendo così tutto alla quantità, la nozione di moralità scompare”. E allora torna in mente Raskol’nikov, quando si rileggono le parole di Ratzinger sull’uomo odierno che “non conosce alcuna misura, non vuole riconoscerne alcuna, perché vede in essa una minaccia alla propria libertà”. Raskol’nikov “espia il proprio peccato già in vita, ed è terribile quello che passa, che vive”, dice Vitale.

Nel mondo d’oggi, così fluido – liquido, direbbe Zygmunt Bauman – è scaduta anche l’immagine della peccatrice, che peraltro è di derivazione biblica e che è stata tramandata in opere che hanno segnato la storia della letteratura, basti ricordare la confessione piena di vergogna che Lucia fa a fra Cristoforo, nei “Promessi sposi” manzoniani. Donne che hanno sempre avuto una parte importantissima nella discussione sul peccato in Russia: “Pensiamo a Tolstoj, al sofianesimo della religione ortodossa, a Solov’ev. Le donne, peccatrici, che però o si fermano poco prima di commetterlo, il peccato o finiscono male. In monastero, sotto un treno, mandate da qualche parte”, spiega Vitale.

Il peccato legato all’amore, un tema che torna sempre. Tatiana dice a Onegin: “Io vi amo, ma sono stata data a un altro, e gli sarò per sempre fedele”. A darla a un altro non è stato il padre, ma il padre eterno. Dio. Sono le donne a dimostrare agli uomini che non tutto è permesso. Sono tutte “incarnazioni di sofja”, di questa saggezza femminile che è “purezza del non pensiero”. Per affermare se stessi e la propria libertà apparentemente senza limiti, a Dostoevskij è chiaro che bisogna fare a meno di Dio, sbarazzandosene

Eccolo il marianesimo che ha plasmato per secoli la cultura e la società russe, la grande madre Russia il cui cuore è rappresentato dalla santa religione ortodossa, mai messa in dubbio dagli invasori orientali ma sempre dagli occidentali, dai “bianchi” che hanno tentato contaminazioni napoleoniche. La donna al centro di tutto, che non pensa ma che pecca. Anche padre Maxia, ne era convinto: nelle donne vive perenne “un desiderio di peccato irrefrenabile” che va represso e controllato, quasi che l’intelletto debba avere la meglio sulla morale, a qualunque costo. Ecco il peccato di Raskol’nikov: aver pensato, uccidendo la vecchia usuraia, che la ragione potesse risolvere tutti i problemi esistenziali. Sempre.

E’ lo stesso errore che avrebbe commesso Ivan Karamazov. La loro è l’etica degli atei, dei nichilisti. Uomini che, come scriveva il filosofo Remo Cantoni, pretendono di poter sostituire con la sola forza della ragione l’Infinito che governa l’universo.

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La psicologia somiglia a un bastone a due capi

Posté par atempodiblog le 1 février 2016

Dostoevskji

“Ma la psicologia, signori, sebbene sia cosa profonda, somiglia tuttavia a un bastone a due capi [...]. Signori giurati, ora sono ricorso di proposito alla psicologia per mostrare in modo evidente che da essa si può ricavare qualsiasi cosa. Tutto sta in che mani si trova. La psicologia spinge vero il romanzo anche le persone più serie e ciò del tutto involontariamente. E io sto parlando della troppa psicologia, signori giurati, di un suo cattivo uso”.

Fëdor Dostoevskij – I fratelli Karamazov

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Il pregiudizio degli adulti

Posté par atempodiblog le 3 janvier 2016

vecchi e giovani

A un bambino si può dire tutto, tutto. Mi ha sempre sconcertato il pensiero di quanto poco i grandi conoscano i piccoli, persino i padri e le madri, conoscono male i bambini,  i loro stessi figli.

Ai bambini non bisogna nascondere niente col pretesto che sono piccoli e che per loro è troppo presto per sapere. Che idea triste e infelice! E come si rendono ben conto i bambini che i genitori li considerano troppo piccoli e non in grado di capire, mentre invece capiscono tutto.

I grandi non sanno che un fanciullo può dare consigli estremamente importanti anche nelle questioni più difficili. Oh, Dio! Eppure quando uno di questi teneri uccellini ti guarda fiducioso e contento, ti vergogni di ingannarlo.

Fëdor Dostoevskij – L’idiota

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Fedor Dostoevskij e la persecuzione dei cristiani in Medio Oriente

Posté par atempodiblog le 15 avril 2015

Fedor Dostoevskij e la persecuzione dei cristiani in Medio Oriente
di Francesco Mario Agnoli – Libertà e Persona

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Martedì 24 marzo un redattore del quotidiano “La Voce di Romagna” si è andato a leggere il “Diario di uno scrittore” di Fedor Dostoevskij e ne ha tratto un breve articolo così presentato: “Dostoevskij aveva previsto tutto 140 anni fa: I cristiani vengono massacrati per opera di un’odra musulmana selvaggia e l’Europa è indifferente”. In realtà più che di una previsione si tratta di una constatazione. Solo che la Storia a volte si ripete.

Siamo nell’estate del 1876 e l’Europa e la Russia sono, come oggi, alle prese con la “questione d’Oriente”. Una questione che 140 anni fa era incentrata sulle convulsioni preagoniche dell’Impero turco e i cristiani perseguitati e massacrati non erano ancora quelli armeni (non ci mancava tanto), o di oggi, ma quelli della Bosnia, dell’Erzegovina e, soprattutto, della Bulgaria (a difesa dei quali la Russia farà, di lì a un anno, guerra alla Turchia). L’ortodosso, slavofilo Dostoevskij si indigna e scrive: nel “Diario” (che in quegli anni veniva regolarmente pubblicato ogn i due mesi): “Tutta l’Europa, o per lo meno, i suoi rappresentanti più eminenti, quegli stessi uomini e quelle stesse nazioni che hanno gridato contro la schiavitù, hanno distrutto il commercio dei negrieri, distrutto in casa loro il dispotismo, proclamato i diritti dell’uomo, creata la scienza e sbalordito il mondo con la sua forza, che hanno animato e celebrato l’anima umana con l’arte e i suoi ideali, acceso l’entusiasmo e la fede nel cuore degli uomini, promettendo loro in un prossimo futuro giustizia e verità; a un tratto questi stessi popoli e nazioni, tutti (quasi tutti), in un dato momento hanno voltate le spalle a milioni di esseri infelici, cristiani, uomini, loro fratelli, morenti, insultati, e aspettano con impazienza, e sperano l’istante in cui essi saranno schiacciati, come serpi, come cimici, e ammutoliranno finalmente le loro disperate grida di aiuto, che ora irritano e agitano l’Europa. Perché proprio serpi e cimici li ritengono, anzi peggio: decine, centinaia di migliaia di cristiani vengono massacrati come si elimina una rogna perniciosa, vengono estirpati dalla faccia della terra con tutte le radici. Sotto gli occhi dei fratelli morenti le sorelle vengono violentate, sotto gli occhio delle madri i bambini lattanti vengono scagliati in aria e ripresi a volo con le baionette; i villaggi sono distrutti, le chiese ridotte in macerie, tutto spietatamente sterminato, e ciò per opera di un’orda musulmana selvaggia, infame, maledetta, avversaria della civiltà”.

Sembra il quadro dell’Iraq e, ancor più, della Siria di oggi, con i cristiani perseguitati e uccisi dall’orda musulmana dell’IS (“autentico islam” lo ha definito il consulente della Casa Bianca Edward Luttwak ) e della Jihad. E anche oggi, come allora, non si tratta “dell’opera di una schiera di briganti, raccoltisi casualmente durante una rivolta o il disordine di una guerra (…) I briganti agiscono per ordine ricevuto, per disposizione dei ministri e dei dirigenti dello Stato, dello stesso sultano”. Magari non sarà proprio di un’armata al dichiarato servizio di un sultano o di un presidente della Repubblica, ma certamente, oggi come allora, nemmeno di briganti o altri disperati riuniti dal caso o da qualche sventura. In centoquarant’anni le armi della diplomazia si sono affinate, l’ipocrisia è aumentata e divenuta di rigore per chi non vuole finire nell’elenco degli “Stati canaglia”. Di conseguenza, difficilmente uno Stato, un governo sono disposti ad arruolare ufficialmente i briganti sotto le proprie insegne, a dare apertamente l’ordine delle stragi. E’ più che sufficiente fornire un “progetto”, i mezzi, le armi, l’addestramento per attuarlo, i “santuari”, dove riparare e riorganizzarsi in caso di bisogno. E non sono pochi gli Stati del Vicino Oriente sui quali grava il serio sospetto di avere contribuito, in un momento o nell’altro, in un modo o nell’altro alla nascita o alla crescita dell’Is.

All’epoca di Dostoevskij l’Europa si mostrò indifferente alla sorte dei cristiani ortodossi della Bosnia, dell’Erzegovina e della Bulgaria, tutti sotto dominio turco, ma alla fine consentì, sia pure ponendo condizioni (fra queste non toccare Costantinopoli,, mano libera all’Austria su Bosnia e Erzegovina), di intervenire alla Russia, che, scottata dalla guerra di Crimea, non osava farlo senza il placet europeo. Oggi l’Occidente (l’Europa al di qua e al di là dell’Atlantico, come alcuni amano dire) fa di peggio. Dopo avere finanziato e organizzato i ribelli anti-Assad ed essere stato sul punto di scendere in campo al loro fianco (intervento bloccato all’ultimo momento dall’appello del Papa, dallo sdegno dell’opinione pubblica mondiale, e, soprattutto, dalla Russia di Putin), si appresta a mettere in campo una nuova orda musulmana, che per i cristiani di Siria non sarà migliore di quella che già tanti di loro ha costretto all’esilio e tante stragi e distruzioni ha causato.

La rivista Al-Monitor riferisce che gli Usa si apprestano ad inviare in Turchia 400 esperti militari per addestrare in una base militare turca, situata nella città di Kirsehir, nell’Anatolia centrale (e in altre minori in Arabia Saudita e Qatar), nell’arco di tre anni 15.000 guerriglieri, definiti “moderati” (evidentemente sotto l’aspetto religioso in contrapposizione a “fondamentalisti”), precisando che i primi 2.000, da preparare in tempi brevi, saranno soprattutto turkmeni, provenienti dalle zone di Damasco e Aleppo.    Il vescovo Georges Abou Khazen, vicario apostolico di Aleppo per i cattolici di rito latino, in una recente intervista a Radio Vaticana, ne ha tratto le debite conclusione, dicendo che la guerra proseguirà finché potenze straniere la alimenteranno, e ha aggiunto: “Statunitensi e turchi hanno appena dichiarato di avere un piano di sostegno e addestramento dei gruppi ribelli per i prossimi tre anni. Quindi hanno già messo in programma che la guerra durerà altri tre anni, e la gente qui continuerà a soffrire e a morire per altri tre anni”. Il vescovo e tutti i cristiani di Siria sanno benissimo che i cosiddetti “moderati”, oltre ad avere una invincibile propensione a passare con i fondamentalisti, non sono molto meglio nel rapporto con i cristiani.

Dostoevskij è scomparso da tempo, ma forse si può ancora sperare nella Russia di Putin.

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Il mondo con Gesù nel sepolcro

Posté par atempodiblog le 3 avril 2015

Il mondo con Gesù nel sepolcro
di Mario Adinolfi – La Croce – Quotidiano

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Su questo giornale avete letto della lectio magistralis di Paolo Flores d’Arcais, pubblicata integralmente su due pagine da Repubblica, che chiedeva “l’esilio di Dio”. Ecco, Dio si è fatto crocifiggere, oggi è morto, è nella tomba con un grosso masso a far da sigillo e due soldati a far da guardia perché ne temete persino il cadavere. Che mondo è questo con un Dio ucciso e sepolto? Anche meglio che esiliato, giusto Flores?

Secondo Ivan Karamazov è il mondo dove “tutto è permesso”. Se Dio non c’è, si può far tutto perché allora è l’uomo stesso ad essere Dio. Ognuno può proclamare la propria legge, ogni limite può essere forzato. La spiegazione di Ivan Karamazov è suggestiva: “Secondo me, non c’è nulla da distruggere, fuorché l’idea di Dio nell’umanità; ecco di dove occorre cominciare! È di qui, di qui che si deve partire, o ciechi, che non capite nulla! Una volta che l’umanità intera abbia rinnegato Dio (e io credo che tale epoca, a somiglianza delle epoche geologiche, verrà un giorno), tutta la vecchia concezione cadrà da sé, senza bisogno di antropofagia, e soprattutto cadrà la vecchia morale, e tutto si rinnoverà. Gli uomini si uniranno per prendere alla vita tutto ciò che essa può dare, ma unicamente per la gioia e la felicità di questo mondo. L’uomo si esalterà in un orgoglio divino, titanico, e apparirà l’uomo-dio. Trionfando senza posa e senza limiti della natura, mercé la sua volontà e la sua scienza, l’uomo per ciò solo proverà ad ogni istante un godimento cosí alto da tenere per lui il posto di tutte le vecchie speranze di gioie celesti. Ognuno saprà di essere per intero mortale, senza resurrezione possibile, e accoglierà la morte con tranquilla fierezza, come un dio. Per fierezza comprenderà di non dover mormorare perché la vita è solo un attimo, e amerà il fratello suo senza ricompensa”.

Vediamo se la teorizzazione di Karamazov è stata ben applicata. Dove Dio è stato proclamato morto per legge dello Stato, penso ai regimi comunisti, c’è stata solo povertà e morte, in totale assenza di libertà. Dove Dio è stato ucciso da una progressiva secolarizzazione fatta di sorrisini e ironie in odium fidei, cioè persino nel nostro Occidente cristiano, si prendono gli aerei e ci si schianta su una montagna, si varano leggi che trasformano le persone in cose e permettono la compravendita degli esseri umani con contemporaneo sfruttamento delle donne bisognose, si ammazzano milioni di bambini con gli aborti motivati spesso da questioni decisive come la carriera da non pregiudicare e la taglia dei pantaloni da mantenere intatta. Secondo me, vista all’opera questa umanità intera che ha “rinnegato Dio”, Ivan Karamazov troverebbe piuttosto fallace questa sua teoria.

Flores d’Arcais no, lui è tipo che sa applicare la tenacia contro ogni evidenza. Le associazioni Lgbt che hanno difeso il circolo gay del Cassero che del crocifisso faceva solo uso osceno e blasfemo, affermando che la sola esistenza della Chiesa è “velenosa” celebrereranno oggi un pride davanti al Sepolcro? Questo è il loro giorno. Cristo non c’è, Cristo è morto. Morto come gli studenti cristiani uccisi e tenuti in ostaggio in Kenia ieri dai terroristi (rilasciati gli studenti musulmani). Morto come i 129 morti sul lavoro in poco più di novanta giorni in Italia nel 2015. Morto come i centodiecimila bambini abortiti solo in Italia lo scorso anno.

L’umanità si sente sconfinatamente sola e piange e quasi senza farsi sentire prega affinché torni. Sapete quali sono le ultime due parole pronunciate in lingue diverse dai passeggeri del volo Germanwings pochi secondi prima di schiantarsi, da tutti, quasi all’unisono? Sono raccolte in un breve video tra urla e pianti. Dicono tutti: “Mio Dio”. Tutti, istintivamente. Una breve ultima preghiera che si somma, lo so, alla preghiera sommessa e quasi inconsapevole di una umanità sconsolata davanti al Sepolcro. Se Cristo è morto, oggi che Cristo muore in croce ancora, tutto è permesso. Ma che libertà è senza di Lui? Tendiamo le orecchie nell’ascolto della smisurata preghiera, uniamo la nostra. E’ come il mormorio di un vento leggero. Dio, che è in quel vento, avrà voglia ancora di ascoltare?

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Dostoevskij, il mondo salvato dal «sottosuolo»

Posté par atempodiblog le 23 mars 2015

Dostoevskij, il mondo salvato dal «sottosuolo»
di Alessandro D’Avenia – Avvenire
Tratto da: Una casa sulla Roccia

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Il primo Dostoevskij è come il primo Van Gogh: ci racconta l’uomo in modo romantico, quasi melodrammatico, il mondo dei poveri. Lo guarda con la compassione di colui che è già salvo, infatti lo fa dall’esterno. In Siberia è stato a contatto con i poveri, è stato lui stesso spogliato di tutto. E dopo esser tornato alla vita, scrive le Memorie del sottosuolo, in cui quello che fa è proprio quello che hanno fatto Dante con la Divina Commedia e Agostino con le Confessioni.

Ha scoperto il principio trasformante della vita, a partire da sé, la prima compassione l’ha sperimentata su di sé. Leggendo il Vangelo, ha scoperto che Cristo ha passato trent’anni della sua vita a essere uno qualunque, a lavorare, a fare il falegname. Scopre che ogni storia umana può diventare quella narrazione divina, perché Dio si è fatto carne e ha assunto, come Dio, tutta la condizione umana: pianto, sudore, incomprensione, dolore, fatica, sorriso, gioia, festa.

Tutto. Tutto il ventaglio, tutta la polifonia dell’umano, da quando Dio si è fatto uomo, è dentro Dio. Si è soprattutto fatto carico di una cosa che l’uomo non vede o non vuole vedere, e da cui si ripara con le sue narrazioni auto-fondanti: il peccato. Questo è fondamentale per capire il Dostoevskij del Sottosuolo.

Dalle Memorie del sottosuolo in poi, Dostoevskij scrive solo romanzi potentissimi, che hanno come centro propulsore e chiave di volta una scena del Vangelo, o nella frase in esergo (il brano dei porci nei Demoni) o mescolata alla narrazione, chiave di lettura di tutto il romanzo (le nozze di Cana nei Karamazov, Lazzaro in Delitto e Castigo…).

Le Memorie del sottosuolo sono lo snodo, la Damasco narrativa di Dostoevskij: il protagonista è sprofondato nel sottosuolo e cerca di fondare la sua identità senza Dio, e titanicamente cerca di costruire quest’io, che si deve puntellare da qualche parte, e lo auto-fonda. E lo auto-fonda a tal punto che ne consegue l’agire: amore per la distruzione, annichilimento, annullamento. Dante e Agostino la chiamano dannazione infernale.

Lui: sottosuolo. Il tipo di lettura del reale è analogo a quello di Dante e Agostino: c’è senso e sovrasenso, lettera e spirito, storia umana e storia della salvezza coincidono, a saperne leggere l’intreccio. I personaggi dei romanzi successivi escono tutti dal sottosuolo, per la loro dannazione definitiva o per la loro salvezza. Prendiamo Raskol’nikov.

Chi è? Un ragazzo che decide (riduzione) di essere al di là del Bene e del Male: ucciderà senza pentirsene, perché è convinto di poter decidere il Bene e il Male, proprio mangiando il frutto della conoscenza del bene e del male, per farsi dio a sé stesso. Decide di farsi creatore di se stesso e diventa dio: e chiunque diventa dio deve gestire un’esistenza da dio (rifiutare l’incarnazione produce il movimento contrario): questa è la sua vera condanna. La polifonia di voci che lo abitano, tra loro in conflitto, come l’uomo nudo di Dio dopo il peccato, esplode. Ragione, volontà e corpo divorziano e lo spirito è titanicamente sostituito dal fiato corto dell’uomo. Dostoevskij racconta il peccato originale con altri mezzi, e sa che solo la redenzione porta il divorzio a unità, nella narrativa come nella vita.

Dostoevskij nel ghiaccio e nella carne ha scoperto che il Vangelo non è un testo che riguarda il passato, ma è la Storia di ogni storia, e la narrazione che provoca ogni narrazione. Ogni storia umana è solo proseguimento del Vangelo e il Vangelo è la chiave di lettura di ogni storia. Dostoevskij scrive i suoi romanzi come prosecuzione del Vangelo.

Raskol’nikov alla fine si è reso conto che il male e il bene non può “deciderli” l’uomo da solo: ma lo scopre proprio grazie al suo delitto (felix culpa): l’uomo, per quanto razionalmente e volontaristicamente (quindi con ogni tipo di narrazione riduzionistica rispetto alla sua creaturalità aperta al Creatore) cerchi di fondare la propria identità a partire da sé stesso, fallisce. Finisce in prigione, vuole espiare il suo delitto, grazie alla grazia dell’amore: ha trovato una donna capace di amarlo com’è, questa donna è tra gli ultimi, è una prostituta. Anche lei a contatto con Raskol’nikov si “converte”.

Quando il personaggio si trasforma, in Dostoevskij, c’è sempre un momento cosmico, il mondo partecipa in ogni dettaglio come in una liturgia del creato, che non è mai neutro, ma sempre in tensione verso Dio («Amando una mela si può amare l’uomo», scrive nel suo taccuino. «Se amerete ogni cosa, in ogni cosa scorgerete il mistero di Dio», dice uno dei suoi personaggi principali). In questo caso il ragazzo si affaccia dalla sua prigione (reale e spirituale), vede la steppa immensa e ricorda Abramo [...].

Poi in quella prigione dialoga con Sonja e ricorda il momento in cui hanno letto insieme, quando lei ha aperto «a caso» (il Logos parla sempre) il Vangelo (la sua àncora nella vita da prostituta), la pagina della risurrezione di Lazzaro. Chi è Raskol’nikov? È la ri-scrittura di Lazzaro, è la prosecuzione nella storia nostra della storia di Lazzaro.

Il Lazzaro risorto è Raskol’nikov: storia e sovra-storia coincidono, e l’una trova compimento nell’altra; quello che accade nella storia di ogni giorno non è altro che la prosecuzione di una storia che è già stata detta e che si può rinnovare, in modalità nuove rispetto a come è stato raccontato, perché nuovo è ogni giorno l’incontro della grazia con la storia («Ecco, io faccio nuove tutte le cose», si legge nell’Apocalisse). Ecco la bellezza di cui parla Dostoevskij! Non è la bellezza estetica come compiacimento della seduzione delle forme e dell’armonia, la bellezza consumabile.

Quando dice in L’idiota: «Il mondo lo salverà la bellezza», parla di qualcos’Altro. Quando nei Karamazov, parlando di bellezza, contrappone l’ideale della Madonna a quello di Sodoma, svela questo: la bellezza trasformante si accoglie, quella distruttiva si consuma.

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Essere innamorati non vuol dire amare

Posté par atempodiblog le 14 février 2015

“Ma essere innamorati non vuol dire amare. Si può essere innamorati e odiare. Ricordatelo!”.

Fëdor Dostoevskij – I fratelli Karamazov

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In realtà, per quanto se ne dica, la condizione dell’«essere innamorati» di solito non dura. Se la vecchia frase finale delle favole, «e vissero sempre felici», significasse: «si sentirono, nei cinquant’anni seguenti, esattamente come si sentivano il giorno prima di sposarsi», direbbe una cosa che probabilmente non è mai stata vera né mai lo sarà, e che sarebbe, se si avverasse, indesiderabilissima. Chi sopporterebbe di vivere in quello stato di eccitazione anche solo per cinque anni? Che ne sarebbe del nostro lavoro, del nostro appetito, del sonno, delle amicizie? Ma va da sé che cessare di essere «innamorati» non significa cessare di amare. L’amore in questo secondo senso – l’amore distinto dall’«essere innamorati» – non è soltanto un sentimento.

Clive Staples Lewis – Il cristianesimo così com’è

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Natale: il mistero della tenerezza di Dio

Posté par atempodiblog le 25 décembre 2014

Natale: il mistero della tenerezza di Dio
di don Luigi Giussani
Fonte: Tracce.it

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[...] il Natale è il mistero della tenerezza, della tenerezza di Dio a me. Tenerezza che non è compiacimento nel sentimento che proviamo di Dio o di Cristo, perché il compiacimento nel sentimento che provo è ancora quello che ho detto in principio, vale a dire il compiacimento di quello che facciamo noi. Tenerezza non è compiacimento nel sentimento che proviamo, ma l’abbandonarsi, il sentirsi presi dall’amore che ci ha presi, da Colui che ci ha presi, il sentirsi presi da questa Presenza, il sentirsi presi da ciò che ci è accaduto, la presenza di ciò che è accaduto.

È come quando il bambino sgrana gli occhi ed è tutto pieno di ciò che vede e non ha spazio da dare al sentimento che prova, o alla coscienza di un sentimento che prova; di fronte a ciò che vede, è tutto pieno di ciò che vede. «Se diligit homo tantum propter Deum»11, l’uomo ama se stesso solo per questo che ha davanti, in Cristo, in questo che ha davanti, in questo avvenimento.

Ma ciò su cui voglio che fermiate l’attenzione è proprio la parola “tenerezza”, perché questa immedesimazione, questo immedesimarsi di Dio, del Verbo, del Mistero con la nostra carne, questo immedesimarsi di questo Verbo incarnato, di questa carne divina, di questo Uomo con noi, con me, è tenerezza un milione di volte più grande, più acuta, più penetrante dell’abbraccio di un uomo alla sua donna, di un fratello al fratello.

Queste cose non si comprendono ragionando, ma guardando le parole che indicano sinteticamente l’esperienza cui si vuole accennare; ed è necessario, allora, dire più di una parola. Bisogna guardare questa parola – tenerezza – all’interno della coscienza di questa identità tra me e Te, di Te con me, meglio, all’interno della coscienza di questo avvenimento che si è insediato in me, di questo «Tu che sei me».

Anche qui, l’istinto religioso, aizzato dai termini cristiani in cui era nato, fa sentire a Dostoevskij molte cose giuste. Ne I fratelli Karamazov fa parlare così il giovane monaco: «Nella sua ardente preghiera Alësa non chiedeva a Dio di chiarirgli il suo turbamento [perché era in un momento di tentazione], ma bramava unicamente la gioiosa tenerezza, la tenerezza di sempre che non mancava di visitargli l’anima dopo la lode e l’esaltazione di Dio, nelle quali consisteva di solito tutta la sua preghiera alla vigilia di dormire. Questa gioia, che soleva così visitarlo, si conduceva dietro perfino un sonno lieve e tranquillo».

[...]

Ci sono due corollari di questa conseguenza della certezza che è la tenerezza. “Tenerezza”: l’essere voluto, l’essere stato guardato e scelto, il sentirsi dire come Zaccheo: «Vengo a casa tua»,14 il sentirsi dire come il buon ladrone: «Sarai sempre con me»15, «e poi te ha guardato…».

Il primo corollario è l’inclusività di questa tenerezza. Questa tenerezza, cioè, ha il suo vertice, il suo ideale di purità, non nell’escludere persone e cose, ma nell’includere persone e cose. Nel suo La teologia mistica di San Bernardo, commentata da Hayen, Gilson sintetizza così il pensiero di san Bernardo a questo proposito: «Non la aridità [cioè il tagliar via] e il languore purifica l’amore, ma l’ardore» e Hayen commenta: «… ma questa purezza è essenzialmente inclusiva (…); l’amore di Dio non è perfetto se non includendo tutto ciò che lo stesso amore creatore del Padre onnipotente include»16. Quello che purifica la tenerezza, quello che purifica l’amore a Cristo non è l’aridità o il languore, ma è l’ardore che include, che tende ad includere tutto ciò che il Padre ha creato e secondo come il Padre l’ha creato.

[...]

Il secondo corollario della tenerezza è che il peccato, il nostro peccato non diventa più determinante, non ci tiene più schiavi.

Vi voglio leggere altri due brani di Dostoevskij. Tenete presente l’osservazione circa il debordamento, come il latte che bolle e che va fuori. Sono brani preziosissimi, se sono letti dentro l’occhio netto e chiaro e sicuro dell’esperienza cristiana, dell’esperienza cattolica, della nostra esperienza. Però, come è grande Iddio che ci fa capire noi stessi proprio dalla scoperta degli altri! «Amatevi gli uni gli altri [è il discorso che sta facendo ai monaci lo starets Zosima], padri, amate le creature di Dio. Noi non siamo più santi dei secolari per il fatto di essere venuti qui a rinchiuderci tra queste mura, ma, anzi, ognuno che è venuto qui, per il fatto stesso che ci è venuto, ha riconosciuto di essere peggiore di tutti i secolari e di chicchessia sulla terra, e quanto più a lungo poi vivrà il religioso fra le sue mura, tanto più caldamente dovrà riconoscere questo, giacché, in caso contrario, non ci sarebbe neppure ragione che egli fosse venuto qui. Quando invece riconoscerà non solo di essere peggiore di tutti i secolari, ma di essere di fronte a tutti gli uomini colpevole per tutti e per ciascuno di tutti i peccati umani collettivi e individuali, allora soltanto lo scopo di questa nostra vita sarà raggiunto [Cristo in croce: “Egli che non aveva commesso peccato, il Padre lo ha fatto peccato”18, dice san Paolo]. Sappiate infatti, o diletti, che ogni cenobita come noi risponde senza meno delle colpe di tutti e di ciascuno sulla terra, non solo della generica colpa del secolo, ma ognuno personalmente per tutti gli uomini e per ciascun uomo vivente sulla terra. Questa consapevolezza è la corona della vita religiosa, come del resto di qualunque uomo sulla terra perché i religiosi non sono già uomini diversi dagli altri, ma tali semplicemente quali tutti gli uomini della terra dovrebbero essere. Soltanto allora il nostro cuore saprà dilatarsi di un amore infinito, universale e insaziabile. Allora ciascuno di noi avrà la forza di conquistare il mondo intero con l’amore e mediante le proprie lagrime lavare i peccati del mondo»19. Questo è perfetto da qualunque punto di vista (ricordate Emmanuel Mounier che parla di sua figlia ammalata). E non è finzione quando dice che «siamo venuti qui perché ci siamo riconosciuti i peggiori tra gli uomini»!

Secondo brano. «Perché si dovrebbe aver pietà di me? dici tu. Perché? È vero, non ce n’è motivo di avere pietà di me, bisogna crocifiggermi, non già compiangermi. Ebbene, mettimi in croce, giudicami, ma nel mettermi in croce abbi pietà di me. E allora io andrò incontro al mio supplizio volontieri, perché io non ho sete di gioia, ma di dolore e di pianto… Ma colui che ebbe pietà di me, ma colui che ebbe pietà di tutti gli uomini, colui che comprese tutto avrà certamente pietà di noi. È l’unico giudice che esista. Egli verrà nell’ultimo giorno e domanderà: “Dov’è la figliola che si è sacrificata per una matrigna astiosa e tisica e per dei bambini che non sono i suoi fratelli? Dov’è la figliola che ebbe pietà del suo padre terrestre e non respinse con orrore quell’ignobile beone?”. Ed Egli dirà: “Vieni, ti ho già perdonato una volta, e ancora ti perdono tutti i tuoi peccati, perché hai molto amato”. Così Egli perdonerà alla sua Sonia, le perdonerà, io lo so, poc’anzi l’ho sentito qui nel cuore, mentre ero da lei. Tutti saranno giudicati da Lui ed Egli perdonerà a tutti, ai buoni e ai malvagi, ai savi e ai miti. E quando avrà finito di perdonare agli altri perdonerà anche a noi. “Avvicinatevi voi pure”, ci dirà, “Venite, ubriaconi; venite, viziosi; venite, lussuriosi” e noi ci avvicineremo a Lui, tutti, senza timore, e ci dirà ancora: “Siete porci; siete uguali alle bestie, ma venite lo stesso”. E i saggi, gli intelligenti, diranno: “Signore, perché accogli costoro?”. Ed Egli risponderà: “Li accolgo, o savi, io li accolgo, o intelligenti, perché nessuno di loro si credette degno di questo favore”, e ci tenderà le braccia e noi ci precipiteremo sul suo seno e piangeremo dirottamente e capiremo tutto. Allora tutto sarà compreso da tutti e anche Katerina Ivanovna comprenderà, anche lei. O Signore, venga il tuo regno”». [...]

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Per leggere tutto, cliccare qui 2e2mot5 dans Diego Manetti Natale: il mistero della tenerezza di Dio

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Il bambino presso Gesù di Fëdor M. Dostoevskij

Posté par atempodiblog le 21 décembre 2014

Il bambino presso Gesù
di Fëdor M. Dostoevskij

Il testo che segue, composto da una “prefazione” e il racconto vero e proprio, è stato scritto nella fine dell’anno 1876 da Fëdor Michailovič Dostoevskij per il quotidiano Il Messaggero
Tratto da: Note di pastorale giovanile

Il bambino «con la manina»
I bambini sono creature strane, vi appaiono in sogno e vi immaginate di vederli.

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Poco prima di Natale e nel giorno della vigilia mi accadeva sempre di incontrare nella via, al solito angolo, un piccino che non poteva avere più di sette anni. Con quel gelo terribile era vestito quasi come d’estate, ma aveva al collo un vecchio cencio, e ciò significava che vi era ancora chi lo vestiva prima di mandarlo fuori casa, lo mandava in giro «con la manina»: termine tecnico che vuol dire chiedere l’elemosina. Sono stati i bambini stessi a coniarlo. Ce n’è una moltitudine come lui, si aggirano per le vostre strade e ripetono in tono lamentoso quelle formule imparate a memoria; ma questo non si lamentava e parlava in un certo modo inusuale e ingenuo e mi guardava fiducioso negli occhi: doveva esser solo agli inizi della professione.

Alle mie domande replicò che aveva una sorella a casa, senza lavoro e malata; forse era la verità, ma solo in seguito scoprii che di piccini così ve ne sono a miriadi; li mandano in giro «con la manina», anche nel gelo più terribile, e se non raccolgono nulla, vi sono senz’altro le botte ad attenderli. Racimolate le copeche, il bimbo ritorna con le dita intorpidite ed arrossate in qualche cantina dove si sta ubriacando una compagnia di perdigiorno, di quelli che «smettono di lavorare in fabbrica il sabato in vista della domenica e non vi fanno ritorno prima del mercoledì sera». Là nelle cantine, si ubriacano con loro anche le mogli affamate e maltrattate, e ancora lì vagiscono affamati i lattanti. Vodka, sporcizia, e depravazione, ma soprattutto vodka. Con le copeche raccolte il piccino viene subito spedito all’osteria, da cui torna con dell’altra vodka. Per divertimento versano anche a lui talvolta in bocca una mezzetta e sghignazzano quando, col respiro mozzato, cade sul pavimento quasi privo di sensi:

… e in bocca l’orribile vodka senza pietà mi versava…

Una volta cresciuto, verrà spedito senza indugio da qualche fabbrica, ma tutti i suoi guadagni li poterà ancora a quei perdigiorno, che di nuovo se li berranno. Tuttavia già prima della fabbrica questi bimbi diventano dei perfetti delinquenti. Vagabondano per la città e conoscono vari posti nelle cantine dove pernottare indisturbati. Uno di loro pernottò per alcune notti di seguito da un portiere dentro una cesta, senza che questi se ne accorgesse neppure. Va da sé che diventano dei ladruncoli. Il furto si trasforma in passione persino per i bambini di otto anni e talvolta senza che siano minimamente consapevoli della criminosità della loro azione. Alla fine sopportano tutto: fame, freddo, botte solo per un’unica cosa, per la libertà, e fuggono dai loro perdigiorno per vagabondare ormai da soli. Sono dei selvaggi e talvolta non paiono neppure in grado di intendere nulla, né dove vivano, da che nazione provengano, né se vi sia Dio o se esista un sovrano; sul loro conto circolano voci tali da sembrare incredibili, ma tuttavia corrispondono ai fatti.

Il bambino sull’albero di Natale da Gesù

2zegpzs dans Libri

Ma io sono un romanziere e mi pare di aver inventato la “storia”. Scrivo «mi pare» perché sono certo di averla inventata, e mi immagino sempre che tutto sia avvenuto in un certo luogo in un certo momento, e che sia accaduto proprio alla vigilia di Natale, in qualche enorme città, con un gelo terribile.

Mi sembra di rivedere in una cantina un bimbo, ancora piccino, di forse sei anni e anche meno. Il bimbo si è svegliato un mattino nella cantina umida e fredda. Ha addosso una specie di camicina e trema. Il suo fiato si trasforma in bianco vapore e lui, seduto sul baule, in un angolo, per la noia, fa fluire questo vapore dalle labbra e si diverte a guardare come vola via.

Tuttavia ha una gran voglia di mangiare. Fin dal mattino, si è avvicinato più volte al tavolaccio dove, su un pagliericcio sottile sottile, con il capo appoggiato ad una sorta di fagotto che le fa da guanciale, giace la madre malata. Come sarà finita lì? Probabilmente era giunta da un’altra città con il suo bambino e si era improvvisamente ammalata. La padrona di quegli “angolini” era stata arrestata dalla polizia due giorni prima; gli inquilini si erano dispersi chissà dove per le feste ed era rimasto solo un perdigiorno che non aveva atteso le feste per bere, e ormai da ventiquattro ore giaceva ubriaco, come morto. In un altro angolo della stanza gemeva per i reumatismi una vecchietta ottantenne che un tempo era stata bambinaia e che ora moriva in solitudine, sospirando, lamentandosi e brontolando contro il bimbo, tanto che lui temeva di avvicinarsi troppo al suo angolo. Da qualche parte nell’andito era riuscito a trovare qualcosa da bere, ma di croste di pane non ne aveva scovate e almeno una decina di volte si era accostato alla madre per svegliarla. Infine gli era venuto il terrore del buio: da un pezzo ormai era scesa la sera, ma i lumi erano ancora spenti. Tastando il viso della mamma si stupì che lei non facesse il minimo movimento e che fosse diventata fredda come il muro. «Fa proprio freddo qui» pensò il bimbo, e restò per un po’ immobile, dimenticando senza volerlo la mano sulla spalla della defunta, poi soffiò sui suoi ditini per riscaldarli, si mise a frugare sul tavolaccio alla ricerca del suo berrettino e si avviò a tentoni verso l’uscita della cantina. Si sarebbe allontanato anche prima, ma aveva sempre temuto il grosso cane che stava tutto il giorno di sopra, sulla scala, davanti alla porta dei vicini. Però il cane non c’era e lui si ritrovò di colpo in strada.

Dio, che città! Non aveva mai veduto nulla di simile. Da laggiù, da dove veniva, il buio era così fitto e un solo fanale illuminava tutta la via. Le casupole di legno avevano le imposte chiuse; non appena imbruniva la via diventava deserta e tutti si rinchiudevano in casa, e solo branchi di cani abbaiavano ed ululavano per tutta la notte. Ma almeno lì stava al caldo e veniva nutrito, mentre qui, mio Dio, magari avesse trovato qualcosa da mangiare! E lo strepito, il fracasso, la gente, le luci, e tutti quei cavalli e quelle carrozze, e che gelo, che gelo! Un vapore gelido fluiva dai cavalli stremati, dal respiro rovente dei loro musi; nella neve soffice i loro ferri tintinnavano contro i sassi, e tutti si spintonavano, e, Signore, sarebbe stato così bello poter mangiare, e i ditini ad un tratto sembravano fare tanto male. Una guardia passò davanti al bimbo, ma voltò il capo dall’altra parte per non vederlo.

Ma ecco un’altra via: com’era ampia! Lì l’avrebbero di certo schiacciato. E come vociavano tutti, come si affrettavano, come correvano sulle loro carrozze, e quante luci, quante luci! Ma questa che cos’è? Oh, che vetro grande, e dietro il vetro una stanza dove la legna arriva fino al soffitto; c’è un abete, e quante luci sull’abete, e stelle e decorazioni d’oro, e quante file di pupazzetti e di cavallini lo avvolgono tutt’intorno; nella stanza si rincorrono dei bimbi lindi e vestiti a festa, e ridono, giocano, mangiano, bevono. Ed ecco, una bambina si è messa a danzare con un bimbo, com’è carina! E ora si può sentire anche della musica attraverso il vetro. Il bimbo guarda pieno di meraviglia e già ride, ma ormai anche i ditini dei piedi gli dolgono, e quelli delle mani, sono tutti arrossati, non si piegano e muoverli fa tanto male. E tutt’ad un tratto, resosi conto del dolore, scoppia in lacrime e fugge via, ma poi scorge di nuovo attraverso un altro vetro un’altra stanza, con gli stessi alberi e una tavola con torte rosse e gialle e di mandorla, e vi siedono quattro ricche signore che te ne danno un po’ non appena ci si avvicina, ogni istante si spalanca la porta e fiumane di signori entrano e si dirigono verso di loro. Il bimbo si intrufola e di colpo la porta si è aperta e lui è entrato. Oh, come lo sgridano, come agitano le braccia! Una signora lo raggiunge in gran fretta e gli ficca in mano una copeca, poi gli apre lei stessa la porta e lo sospinge fuori. Come è spaventato il piccino! La copechina gli è subito scivolata di mano tintinnando sugli scalini: non è riuscito a piegare le sue dita arrossate per ottenerla. Il bimbo fugge via e corre, corre senza sapere dove va. Avrebbe voglia di piangere, ma ha paura e continua a correre, soffiandosi sulle manine. E l’angoscia lo assale poiché all’improvviso si è sentito così solo, così pieno di paura. E poi, di colpo, oh Signore, ma che c’è ancora di nuovo? Una folla di persone osserva rapita: dietro il vetro, sulla finestra, vi sono tre piccoli automi, vestiti di rosso e di verde, e sembrano quasi vivi!

Uno è un vecchietto seduto che pare intento a suonare un grosso violino, mentre gli altri stanno in piedi e suonano dei piccoli violini, dondolando a tempo la testa e guardandosi l’un l’altro, e muovono le labbra proprio come se parlassero, solo che dal vetro non si ode nulla. E il bimbo da principio ha creduto che fossero veri, ma poi ad un tratto ha capito che si trattava di automi ed è scoppiato a ridere. Non aveva mai veduto bambole simili e non pensava neppure che potessero esistere! Avrebbe voluto piangere, ma era così buffo guardarli! All’improvviso gli sembrò che qualcuno lo afferrasse per la camicina: un ragazzaccio cattivo lo colpì alla testa e gli strappò il berretto, facendogli lo sgambetto. Il bimbo ruzzolò a terra, intorno si udirono delle grida, lui rimase inebetito, e poi balzò in piedi e corse via; senza rendersene conto, entrò di corsa dentro un portone, in un cortile sconosciuto, e si sistemò su un mucchio di legna. «Qui non mi troveranno, e poi è buio».

Sedeva tutto rattrappito, senza riuscire a riprendere fiato dalla paura, ma tutt’ad un tratto si sentì così bene le manine e i piedini non gli facevano più male e avvertiva un tale senso di tepore, come se si fosse trovato sopra una stufa; ma poi prese a tremare tutto. Ah, già, si era quasi addormentato. Come era bello addormentarsi lì! «Rimarrò per un po’ e poi andrò di nuovo a guardare gli automi», pensò il bimbo e sorrise, rammentandosene: «parevano proprio vivi!…». E all’improvviso udì sopra di lui la voce della sua mamma che gli cantava una canzoncina: «Mamma, sto dormendo. Ah, come è dormire qui!».

«Vieni da me a vedere l’albero di Natale, piccino», bisbigliò ad un tratto una voce sommessa sopra di lui.

Dapprima pensò che fosse stata la mamma a parlare, ma no, non era stata lei; non riusciva a vedere chi l’avesse chiamato, ma qualcuno si era chinato su di lui e lo aveva abbracciato nel buio e lui gli aveva teso la mano… e poi d’improvviso, che luce! Che albero di Natale! Ma no, non era neppure un albero di Natale, non aveva mai veduto prima di allora alberi simili! Dove si trovava? Era tutto un brillio di luci e vi erano bambole ovunque, anzi no, si trattava di bimbi e di bimbe, ma erano così luminosi, gli vorticavano intorno, volando, e lo baciavano, lo afferravano e lo trascinavano con loro, anche lui volava. E vedeva la sua mamma che lo osservava e rideva gioiosa.

«Mamma! Mamma! Oh, com’è bello qui, mamma!», gridava il bimbo, mentre scambiava dei baci con gli altri bambini, e avrebbe voluto subito raccontare degli automi che aveva scorto dietro il vetro. «Chi siete, bimbi? Bimbe, chi siete?», chiedeva ridendo, pieno d’amore per loro.

«È l’“albero di Natale di Gesù”», fu la loro risposta. Gesù in questo giorno ha sempre un albero di Natale per i piccoli che non ne hanno uno…». E scoprì che tutti i bambini erano proprio come lui, ma che alcuni di loro erano morti assiderati sulle scale davanti alla porta di qualche impiegato di Pietroburgo dentro le ceste in cui erano stati abbandonati, e che altri, affidati dall’orfanotrofio a balie finlandesi, non erano sopravvissuti all’allattamento, o ancora che erano morti al seno inaridito delle loro madri o nel fetore di carrozze di terza classe, ma ora tutti erano lì, nelle sembianze di angeli, da Gesù ed egli era fra di loro, tendeva loro le braccia e li benediceva con le loro madri peccatrici… E anche le madri si trovavano lì in disparte e piangevano, riconoscendo ciascuna il proprio bimbo o la propria bimba che andavano verso di loro e le baciavano, asciugavano le loro lacrime con le manine, scongiurandole di non piangere, poiché si stava tanto bene lì…

Mentre laggiù verso il mattino i portieri ritrovarono il cadaverino di un bimbo capitato lì per caso e morto assiderato dietro un mucchio di legna; rintracciarono anche la sua mamma… Era morta ancor prima di lui: si erano ritrovati in Cielo dal Signore Iddio.

Perché mai avrò scritto una storia come questa, così poco adatta ad un normale ragionevole diario, e ancor meno a quello di uno scrittore? E dire che avevo promesso dei racconti su fatti realmente avvenuti! Eppure, ecco, ho come l’impressione che tutto ciò sia potuto accadere davvero; mi riferisco a quel che è avvenuto in cantina e dietro il mucchio di legna, quanto all’albero di Natale da Gesù non saprei dirvi se sia andata proprio così! Ma non per nulla sono un romanziere e qualcosa devo pur inventare!

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Le persone non sono tasti di pianoforte

Posté par atempodiblog le 11 décembre 2014

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“Le persone sono sempre persone, non tasti di pianoforte. Perché nessuno può schiacciarci per suonare la musica che piace a loro”.

Fëdor Dostoevskij

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Tra la gente che fatica sempre

Posté par atempodiblog le 24 juin 2014

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“Lo crederesti, amico mio, che la maggioranza di quelli che amano l’ozio si trova tra la gente che fatica sempre!”.

Fëdor Dostoevskij – L’adolescente

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Una vita immensa anche in prigione

Posté par atempodiblog le 19 mars 2014

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“Continuavo a sognare una città grande come Napoli, in cui vi fossero palazzi, rumore, frastuono, vita… Sì erano tante le cose che sognavo! Ma poi mi parve che si potesse trovare una vita immensa anche in prigione”.

Fëdor Dostoevskij – L’Idiota

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Fëdor, il Papa e la verità nel volto di un bambino

Posté par atempodiblog le 28 décembre 2013

Fëdor, il Papa e la verità nel volto di un bambino
di Alessandro D’Avenia – Avvenire
Tratto da: Una casa sulla Roccia

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Sulla sofferenza dei bambini Papa Francesco cita Dostoevskij come «un maestro di vita» e spiega che «l’unica preghiera che a me viene è la preghiera del perché». «Signore, perché? Lui non mi spiega niente. Ma sento che mi guarda. E così posso dire: Tu sai il perché, io non lo so e Tu non me lo dici, ma mi guardi e io mi fido di Te, Signore, mi fido del tuo sguardo». Alla domanda sulla sofferenza dei bambini: «Un maestro di vita per me è stato Dostoevskij, e quella sua domanda, esplicita e implicita, ha sempre girato nel mio cuore: perché soffrono i bambini? Non c’è spiegazione. Mi viene questa immagine: a un certo punto della sua vita il bambino si “sveglia”, non capisce molte cose, si sente minacciato, comincia a fare domande al papà o alla mamma. È l’età dei “perché”. Ma quando il figlio domanda, poi non ascolta tutto ciò che hai da dire, ti incalza subito con nuovi “perché?”. Quello che cerca, più della spiegazione, è lo sguardo del papà che dà sicurezza. Davanti a un bambino sofferente, l’unica preghiera che a me viene è la preghiera del perché. Signore, perché? Lui non mi spiega niente. Ma sento che mi guarda. E così posso dire: Tu sai il perché, io non lo so e Tu non me lo dici, ma mi guardi e io mi fido di Te, Signore, mi fido del tuo sguardo».

Il Papa cita Fëdor Dostoevskij come maestro di vita, e non è la prima volta. Un autore di romanzi è considerato a tutti gli effetti qualcuno che può “in-segnare la vita”, perché la bellezza riconcilia la verità con la vita. La verità astratta, senza carne, solleva sensi di colpa o noia. Invece, quando la verità mantiene la sua dimensione carnale, seduce, perché si veste di bellezza incompiuta, che l’uomo riconosce proprio perché incompiuta, e proprio perché bellezza. In questi casi la vita, orfana e rintanata in un cantuccio, prende coraggio, esce fuori e va incontro alla verità fatta consimile. Ci capita leggendo un romanzo di dire: mi ha capito, mi ha salvato, è arrivato al momento giusto. La letteratura a volte, con la sua grazia, affianca l’impresa formidabile della Grazia. Ci riesce Dostoevskij. Nel citarlo il Papa evoca le brucianti pagine in cui Ivan Karamazov, nella sofferenza degli innocenti, scorge un segno dell’assenza di Dio e se ne serve per la sua ribellione. Quella del freddissimo Ivan verso il dolore innocente non è però com-passione ma denuncia, scusa, teoria progettata da un cuore incapace di amare con i fatti e bisognoso quindi di auto-giustificazione. Egli s’aggrappa a quel dolore non per alleviarlo, ma per usarlo. Prende le distanze da quel dolore per mettere a tacere la sua coscienza e Dio, ergendosi a giudice di un mondo e di un Dio sbagliati. Ivan non muove un dito, non si china sul dolore, ma lo lascia lì, per servirsene come atto di accusa e come certificato medico per il suo cuore gelido. Per Ivan il dolore innocente è la frontiera sbarrata a un Dio che non risponde ai perché dell’uomo, la frontiera che segna il confine della terra dell’uomo in cui Dio non può entrare perché non ha i documenti in regola e viene rimandato indietro. Su quella stessa frontiera lo lascia entrare il Papa che incontra proprio lì lo sguardo di Dio, un Dio con la carta d’identità in regola, e tanto di fotografia: Cristo. Anche Dostoevskij smaschera la “colpa originale” di Dio e la rinvia alla libertà dell’uomo. Nelle pagine dello stesso romanzo il monaco Zosima ricorda il fratello Markel, morto giovane. Anche lui, come Ivan, lontano da Dio. Markel però, grazie al suo male, ha una conversione profonda fino a dire «in verità ognuno è colpevole dinanzi a tutti, per tutti e per tutto. Io non so come spiegarlo, ma sento fino allo spasimo che è così». Proprio questa consapevolezza gli ha dato la gioia del Paradiso, perché gli ha aperto occhi e cuore all’Amore. Egli si fa carico del dolore innocente come colpevole: veste così i panni del Dio che nella notte di Natale veste quelli dell’uomo. Sembrano parole provenienti da un mondo altro quelle di Markel, ma sono le parole che usano i santi definendo la propria essenza incapace di amare e benedire. Prima ancora di riferirsi ai peccati effettivamente commessi, essi dicono “sono un peccatore”. E lo dicono proprio perché la santità di Dio li ha toccati.

Sono due le possibilità che Dostoevskij prospetta di fronte al male, all’ingiustizia, al dolore: Ivan, l’uomo che resta uomo, o Markel, l’uomo che è trasformato in un altro Cristo. O si maledice un mondo siffatto, nel quale siamo convocati senza consenso, trincerandosi dietro un legittimo atto di accusa al mondo e a chi l’ha fatto, allontanandocene, accusando la storia fino a disprezzarla: si diventa freddi, rigidi, effettivamente “cattivi”; oppure si benedice il mondo e si assume su di sé la colpa, rimanendo nel dinamismo della storia, accettando il male che ogni giorno riserva (la morte si sconta vivendo), lasciando che la pena ferisca la carne e a contatto con essa, in Cristo, venga superata chinandosi e abbracciando: si diviene più aperti ed effettivamente buoni, di una bontà che non è nostra. Maledire gli altri e il mondo ci porta a maledire Dio e in ultima istanza noi stessi. Ivan. Benedire gli altri e il mondo invece è essere dentro lo sguardo che Dio ha sulle cose e le persone, è essere liberi dal giudizio, e noi saremo giudicati come abbiamo giudicato, salderemo il debito che abbiamo imputato ai nostri debitori. Markel.

Cristo è la via. Non giudica la storia, la prende su di sé con tutto il suo male e chiede di unirsi a lui, per aggiungere liberamente ciò che “manca” alla sua com-passione per l’uomo. Da lì nasce la tenerezza di cui parla il Papa, che altrimenti rischia di esser scambiata per inconcludente emozione verso chi soffre. Tenerezza è affermare la bellezza di ogni persona voluta da Dio (marito, moglie, amico, parente, cliente, passante, estraneo…) anche se ne abbiamo perso le ragioni. Proprio questa è la conversione di Markel a cui Ivan non approda, proprio questo dono è venuto a farci Dio: la trasformazione della nostra incapacità di vedere bene il mondo e il bene nel mondo. Tenero è un Dio che non risponde al nostro perché sul male con un discorso, una teoria, che non ci darebbe soddisfazione se non per poco, perché il male resterebbe lì, ma ci soddisfa col suo sguardo, col suo volto di bambino, con una manina tesa a stringere un pollice adulto. Nessuno si sente giudicato da un neonato, ma solo trasformato, vinto nelle sue resistenze, ammaestrato.

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In un libro che è sottomano…

Posté par atempodiblog le 16 novembre 2013

 In un libro che è sottomano... dans Citazioni, frasi e pensieri leggere

“Capita a volte di campar anni e anni senza che uno si accorga che tutta quanta la sua vita, per filo e per segno, è descritta in un libro che è sottomano. E quel che prima non sospettava nemmeno dei fatti suoi, appena incomincia a leggere quel libro gli viene a poco a poco in mente, e vede, sbroglia, capisce”.

Fëdor Dostoevskij – Povera Gente

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