Con Cristo nasce il concetto di Persona

Posté par atempodiblog le 8 octobre 2025

Con Cristo nasce il concetto di Persona
di Francesco Agnoli

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Enrico Berti, nel suo In principio era la meraviglia. Le grandi questioni della filosofia antica (Laterza, 2007) dedica un capitolo a Il Cristianesimo e la nascita della persona. Vi ricorda che nell’insegnamento evangelico “v’è una concezione nuova del valore del singolo individuo umano, espressa ad esempio da affermazioni quali ‘i vostri nomi sono scritti nei cieli’, ‘persino i capelli del vostro capo sono contati’, e dalla parabola della pecorella smarrita o da quella della dracma perduta, che la padrona cerca mettendo sottosopra l’intera casa.

Qui sembra che sia valorizzata non solo la natura umana, ossia ciò che è comune a tutti gli uomini, ma anche l’individualità dell’uomo, per cui ciascuno è individuo unico e irripetibile…
Nei Vangeli non compare il termine persona, ma c’è il concetto ad essa corrispondente. E c’è la sottolineatura dell’indipendenza di tale concetto dalla condizione sociale, politica, economica, nonché della sua applicazione anche agli ultimi, ai più piccoli dal punto di vista politico, sociale ed economico”.

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“Solitudine e unicità”

Posté par atempodiblog le 2 octobre 2025

“Solitudine e unicità”

“Siamo unici perché è Dio, il nostro Creatore, il nostro Redentore, che ci rende unici, irripetibili”. San Carlo Acutis

In un compito scolastico, l’insegnante chiese a Carlo e ai suoi compagni di classe di disegnare qualcosa che li descrivesse al meglio. Carlo ha deciso di rappresentarsi così:
Disegnò una foglia, curata nei minimi dettagli, in cui spiccava il colore verde, che rappresentava per lui la vita. Ma all’interno del verde, ha incluso anche il giallo. Per lui, il giallo della foglia rappresentava il momento del tramonto, l’arrivo dell’autunno, quando le foglie iniziano a cadere.
Da un lato, vedeva la sua vita rappresentata da quell’area verde; sentiva tutta la sua forza, e voleva usarla tutta per Dio, per Cristo, perché tutti potessero conoscerLo e amarLo. Dall’altra parte, il giallo indicava il tramonto, il che significava che sentiva che la vita era davvero fugace e ne percepiva la caducità.
Era consapevole che da un momento all’altro la vita terrena poteva spegnersi, chiudendosi come il sipario di un palcoscenico, dove gli attori escono dalla scena di questo mondo. Ma la speranza e l’ottimismo non lo hanno mai abbandonato, perché sapeva che anche se questa vita terrena è destinata a finire, subito dopo ci presenteremo davanti a Dio, per vivere eternamente accanto a Lui.

Si descriveva con queste semplici parole: “Solitudine e unicità”.
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Taken and translated (by FSCAP) from “Spiritual Insight: Riflessioni e appunti degli esercizi spirituali di Carlo Acutis” by Antonia Salzano Acutis with Fr. Giovanni Emidio Palaia, page 139. (Piemme, 2025)
Fonte: FSCAP

“Solitudine e unicità” dans Fatima La-foglia-disegnata-da-San-Carlo-Acutis-a-scuola

Un libro raccoglie appunti, riflessioni, disegni inediti di San Carlo Acutis
A colloquio con uno degli autori che ci racconta i pensieri profondi di Carlo
di Veronica Giacometti – ACI Stampa

“Spiritual Insight”/ Edizioni Piemme è uno dei quattro volumi ufficiali che raccontano la storia, la vita e i pensieri di San Carlo Acutis. Il volume è stato scritto e redatto da Antonia Salzano Acutis, la mamma di Carlo e da don Giovanni Emidio Palaia, accademico della Pontificia Accademia di Teologia e della Pontificia Accademia Mariana Internazionale e scrittore. Il libro è prezioso perché raccoglie riflessioni e appunti dagli esercizi spirituali di San Carlo Acutis. E anche disegni inediti.

Con noi ne ha parlato proprio lo stesso autore, don Giovanni Emidio Palaia. “San Carlo Acutis è stato un ragazzo che ha vissuto solo 15 anni. Ma questi 15 anni li ha saputi vivere in perfetta armonia con tutta la sua umanità e la sua vivacità. Ma anche e subito da questo libro si vede, si chiama “Spiritual insight”. Io ho voluto che ci fosse un titolo per tutte le lingue, che rimanesse uguale. Carlo ha avvertito sin da bambino, il desiderio di pregare, di stare in silenzio. Questo volume nello specifico, rispetto agli altri, raccoglie diverse esperienze, appunti, note, testimonianze e disegni che Carlo ha redatto in uno dei luoghi più belli della cristianità, che è La Verna, dove San Francesco ricevette le stimmate…. Carlo si recava per 15 / 30 giorni a La Verna, partecipava due volte alla Santa Messa. Leggeva e meditava la Parola di Dio e aveva con sé un libretto degli esercizi spirituali di Sant’Ignazio di Loyola, stampato proprio a Milano dalla Comunità di San Fedele. E ha imparato molto presto che così come noi esercitiamo il corpo, ci impegniamo tanto per avere un buon fisico, una buona salute, abbiamo anche un organismo spirituale e bisogna imparare ad utilizzarlo e a valorizzarlo con la grazia di Dio, i sacramenti, la Parola. Carlo capiva, ci vuole silenzio e preghiera”, dice Don Palaia ai microfoni di ACI stampa / EWTN News.

“Questo è un libro che ha richiesto tantissimi anni di lavoro da parte mia personalmente e della mamma del santo Carlo Acutis e ci ha aiutato anche il padre, il signor Andrea, e hanno partecipato tutti i familiari, perché ho avuto la possibilità di conoscere quasi tutti i compagni di scuola di Carlo, i professori, i parenti e abbiamo cercato di raccogliere le note personali di Carlo dal computer”, continua Don Giovanni Emidio nel racconto di questa stesura.

A un certo punto della sua ricerca lo scrittore è riuscito a trovare dei disegni inediti di Carlo, di cui ha deciso di svelare solo alcuni dei commenti di Carlo.

“Iniziamo da una foglia, che si vede proprio nel libro. Venne richiesto a Carlo di rappresentare la sua vita con un’immagine e lui ha disegnato una foglia che è in alcune parti verde. Il verde, così come il libro richiama la vita, richiama la speranza. Sappiamo oggi, ci dicono gli scienziati, che noi tendiamo sempre a cercare il colore verde che è un colore che ci rassicura, ma nella foglia poi compare anche il giallo che non ricorda più la vita, ma il tramonto, la fine. Mi ha colpito da subito che aveva circondato la foglia da quasi una raggiera, una luce. Cioè, noi siamo come persone umane, create a immagine e somiglianza di Dio, splendenti se siamo nella grazia di Dio, se ci nutriamo di Dio. Ha scritto per descriversi due parole che qui vengono riportate con i suoi commenti e le parole sono solitudine e unicità. Perché ciascuno di noi, per conoscere se stesso, per conoscere Dio, per interiorizzare la sua parola, ha bisogno di silenzio e solitudine”, continua Palaia nell’intervista da ACI Stampa / EWTN News.

Nel libro si parla anche dell’affetto e la devozione di Carlo Acutis verso la Madonna, in modo speciale Carlo era particolarmente affascinato dalle apparizioni di Fatima. “Nel libro c’è una sua immaginetta proprio del cuore immacolato di Maria, come aveva detto anche Papa Ratzinger, il centro del messaggio di Fatima è la devozione al cuore immacolato di Maria. E Carlo aveva capito che la devozione al cuore immacolato di Maria ha uno scopo ben preciso e non è solo quello di fare la prima comunione i primi 5 sabati dei mesi. Lui aveva intuito che meditando il mistero della vita di Cristo e di Maria nel Rosario si finisce per innamorarsi di Maria. E quando ci si innamora di Maria ci si innamora del cuore più bello dell’umanità e più gradito a Dio. Noi ci auguriamo appunto che la testimonianza di Carlo possa aiutare tanti ragazzi innanzitutto ad amare la vita. Carlo scoppiava di vita e oggi invece tanti ragazzi nel mondo pensano al suicidio, vanno in depressione molto presto”, conclude infine Palaia.

Questo libro è davvero uno strumento utile per pregare, meditare, pensare e conoscere questo nuovo Santo che Dio ci ha regalato.

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La Croce illumina il grande paesaggio, dirige lo sguardo e orienta il viaggiatore

Posté par atempodiblog le 14 septembre 2025

La Croce illumina il grande paesaggio, dirige lo sguardo e orienta il viaggiatore dans Citazioni, frasi e pensieri Krizevac

Chiunque abbia viaggiato, chiunque abbia camminato deve aver fatto questa osservazione: appena la terra si alza, appena si arriva su un’altura, non appena lo sguardo si allunga, appare la croce.

I campanili rendono la bellezza dei paesaggi: il loro numero è sempre importante; anche da un punto di vista pittoresco, per l’effetto dello sguardo.
Le campane generano con gli alberi, i fiumi e tutte le combinazioni della natura, un’armonia particolare che altri monumenti non producono. Sembra che la creazione senta il bisogno di essere dominata dalla croce ed essere rassicurata da essa.

Un paesaggio senza croce farebbe paura. Ogni creatura ha bisogno di un parafulmine.

Ora la storia è una montagna dalla cui cima l’uomo guarda il globo nel suo presente e nel suo passato.

È la croce che illumina il grande paesaggio, è lei che dirige lo sguardo, è lei che orienta il viaggiatore.

Tratto da “Les plateaux de la balance”di Ernest Hello

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Miserabili. La forza di Valjean

Posté par atempodiblog le 11 août 2025

Miserabili. La forza di Valjean
Che cosa c’è di così potente nel capolavoro di Victor Hugo? Ecco un tentativo di risposta, che spazia dalle pagine di letteratura al musical, al cinema. Tra il rifiuto della dipendenza e la misericordia
di Paolo e Davide Prosperi – Tracce (luglio/agosto 2016)
Tratto da: Comunione e Liberazione

Miserabili. La forza di Valjean dans Davide Prosperi La-misericordia-del-Vescovo-Myriel

Chi è Jean Valjean? Quando lo incontriamo per la prima volta, lo vediamo impegnato a trascinare da solo l’enorme asta della bandiera di Francia, su ordine del carceriere Javert. I due si guardano: negli occhi di Javert indoviniamo un beffardo compiacimento. In quelli del carcerato, il fuoco dell’odio. Ecco dunque Jean Valjean: un galeotto dalla forza erculea. Da dove gli viene questa forza?

Valjean ha rubato, è vero, ma in realtà non si sente colpevole. Diciannove anni di carcere ha scontato per aver rubato un tozzo di pane – e neppure per se stesso. No, lui non si sente in debito. È la Francia, piuttosto, che è colpevole e debitrice verso di lui.
Non è, dunque, solo un dono di natura la spaventosa forza di Valjean: essa materializza l’impeto della sua collera, collera per quei diciannove anni rubati e che nessuno potrà mai restituirgli. E si tratta di una collera tanto ardente e potenzialmente devastante, quanto grande è la sua anima. Tutto, infatti, in Valjean è grande, anche se nessuno, tantomeno lui, ancora lo sa.
Questi pochi cenni già bastano a farci ampliare l’orizzonte. Valjean è se stesso e insieme più di se stesso: egli incarna lo spirito del suo tempo, nella sua forza arde la rabbia compressa di una generazione intera. Come i Marius, gli Enjoras, i Courfeyrac che incontreremo sulle barricate di Parigi, pronti a versare il loro sangue al grido di «Liberté, Égalité, Fraternité!», così anche Valjean è un uomo ferito dall’ingiustizia del mondo, dello Stato, della legge, della società.

L’incontro con il vescovo Myriel
Ma nella sua vita accade qualcosa che gli apre una strada diversa, e tuttavia una strada che lo porterà esattamente alla meta da questi bramata: «Innalziamo la bandiera della libertà, ogni uomo sarà un re!», cantano i giovani barricaderi il giorno prima della rivolta in cui quasi tutti perderanno la vita.
In realtà è in Valjean che si avvera il sogno. Lui è l’uomo davvero liberato, l’uomo che, da schiavo che era, diventa “re”.

La metamorfosi avviene grazie a un incontro. Uscito di prigione, Jean Valjean vaga come un reietto. Anche se ha pagato, il suo sbaglio è un marchio a fuoco, che non può essere cancellato. Delinquente è stato, delinquente rimane: il suo nome è 24601, il numero di matricola.
Nel suo vagare, incontra il vescovo Myriel che lo accoglie in casa. Valjean di notte ruba l’argenteria e fugge, ma viene catturato e riportato al cospetto del Vescovo.

Il mistero dell’evento che l’ha trasformato in un re
Qui accade l’inimmaginabile. Myriel non solo afferma di avergli donato l’argenteria, ma gli rimprovera di aver dimenticato i doni più preziosi: due candelabri d’argento, che rivedremo verso la fine della storia. Valjean, infatti, non se ne priverà più. Non lo farà perché in quei candelabri è custodito il mistero dell’evento che da miserabile l’ha trasformato in un re.

Per comprendere, bisogna notare la finezza della corrispondenza: c’è una somiglianza segreta tra la situazione di Valjean all’uscita dal carcere e quella del Vescovo dopo il furto. Entrambi sono stati “derubati”.

Il segno di un amore più potente di quella stessa colpa
Ma Myriel non si infuria. Compie invece un gesto che ha il potere di dare un nuovo significato all’accaduto, pur senza cancellarne l’ingiustizia: dona a Valjean quel che questi gli aveva portato via con l’inganno. Anzi, aggiunge dell’altro.
E così trasforma il segno della colpa di Valjean nel segno di un amore più potente di quella stessa colpa.

L’irruzione di Cristo nella vita di Jean Valjean e la conquista del suo cuore
Davvero qui è Cristo stesso che irrompe al vivo nell’esistenza dell’ex galeotto.
La stessa “alchimia” che Gesù ha compiuto col Suo sangue, Myriel la opera con la sua argenteria.

Poiché Gesù si è consegnato alla morte in perfetta libertà, quel sangue che il colpo di lancia fa sprizzare fuori dal Suo fianco squarciato (cfr. Gv 19,34) diviene al contempo dono, segno dell’inarrestabile potenza dell’Amore, che vince il peccato nel momento stesso in cui è commesso.
Lo stesso, in qualche modo, fa Myriel. Egli dà via per Valjean tutto l’argento che questi gli ha rubato.

E così conquista il suo cuore.

La forza della Misericordia
Ecco il mistero della Misericordia: il perdono di Cristo non è un bonario “chiudere un occhio”, ma forza dell’amore che libera l’uomo dal suo male pagandone il riscatto col proprio sangue.

Ma c’è di più. Myriel non si limita a trasformare l’argento rubato in dono. Aggiunge i candelabri, che da soli valgono di più di tutto quel che Valjean aveva preso.
Sembra un dettaglio, invece non lo è: Valjean non è semplicemente liberato dalla sua colpa.

Riconoscersi amati senza misura
Egli riceve in dono da Myriel la scoperta di una libertà ben più grande della semplice assoluzione, una libertà che davvero è senza limite. Si chiama gratuità.

In Myriel, Valjean incontra la vera libertà, una libertà a tal punto sovrana, da riuscire a trasformare l’ingiustizia subìta in uno strumento del proprio affermarsi. Le fonti del rancore che lo teneva schiavo sono, così, prosciugate. Valjean è libero, libero come colui che può donarsi senza misura, perché senza misura si riconosce amato.

Partecipare della gratuità stessa di Dio
Capiamo, allora, perché proprio i due candelabri diverranno per lui il bene più caro. Essi materializzano – per così dire – il di più che Valjean ha ricevuto da Myriel: il potere di redamare, per dirla coi medievali, cioè di rispondere all’amore ricevuto in gratitudine.

L’uomo redento non è semplicemente un uomo perdonato. Egli riceve in sovrappiù un potere che non aveva prima, che è il potere di partecipare della gratuità stessa di Dio.
«Laddove ha abbondato il peccato, la grazia ha sovrabbondato» (Rm 5,20): è il dono dello Spirito.

Così Myriel non si limita a perdonare Valjean. Gli affida un compito, una missione: «Ma ricordati, fratello mio, vedi in questo un progetto più grande: devi usare questo prezioso argento per diventare un uomo onesto. Dalla testimonianza dei martiri, dalla passione e dal sangue, Dio ti ha elevato dalle tenebre, ha salvato la tua anima».

Il vescovo Myriel richiama Cristo
Anche in questo Myriel richiama Cristo. Così, infatti, aveva fatto Gesù con Pietro: «Mi ami tu? Pasci le mie pecore».
Il Vescovo non commisera Valjean. Non lo accarezza come si fa con un cavallo azzoppato, di cui si ha pena.
No. Egli crede nel potere sovrano della grazia, che innalza il pezzente e lo rende re.

E perciò scommette su di lui. Punta tutto su di lui, come non fosse mai caduto. Come tutto iniziasse oggi, per la prima volta.
E, infatti, questo è la Misericordia: «Le cose vecchie sono passate. Ecco, ne sono nate di nuove…».

Il frutto del seme gettato dal Vescovo nel suo cuore
E Valjean risponderà. Tutto il resto del romanzo, come del film, mostra in un crescendo il frutto del seme gettato dal Vescovo nel suo cuore: una vita piena di gratuità – una gratuità che porta Valjean a muoversi secondo una logica diversa da quella del mondo che gli ruota attorno, e che, a conti fatti, commuove. Perché corrisponde alla vera misura per cui l’uomo è fatto.

Ciò non significa che il resto della vita di Valjean sia una strada diritta. Al contrario, la sua libertà è continuamente posta davanti a un bivio. Uno sconosciuto viene scambiato per lui e potrebbe essere condannato al suo posto. Per Valjean sarebbe la definitiva “liberazione” dallo spettro del carcere. Ma può egli tradire la sua nuova “libertà”? Dopo una notte di tormento, si presenta davanti ai giudici e riassume, questa volta liberamente, quel nome e quel numero, che all’inizio aveva rabbiosamente rigettato: «Io sono Jean Valjean. Io sono 24601!».
Quando viene a sapere che il giovane rivoluzionario Marius ama ricambiato la sua Cosette, potrebbe fuggire da Parigi, come aveva stabilito. Invece rischia la vita, per salvare la vita dell’uomo che potrebbe portargli via l’unico affetto rimastogli.

L’amore al Bene fino al sacrificio
Infine, quando Javert, suo aguzzino prima e implacabile persecutore poi, cade improvvisamente nelle sue mani, Valjean è per un’ultima volta posto di fronte all’alternativa tra due libertà: quella del mondo, che calcola, e quella della gratuità, dell’amore al Bene fino al sacrificio. E ancora una volta sceglie per la seconda.
Forse nessuna scena cattura meglio la trasformazione di Valjean del “salvataggio” del povero Fauchelavant, sepolto sotto un carro che lo sta stritolando. Esposto allo sguardo di Javert, Valjean sa che un suo intervento potrebbe alimentare il sospetto già balenato nella mente dell’ex aguzzino: pochi a parte lui avrebbero la forza di sollevare un simile peso… Ma Valjean non esita, non soppesa.

Nel film, la musica che accompagna la scena è, non a caso, la stessa che all’inizio faceva da sfondo all’erculea esibizione di forza di Valjean: la forza dell’ira di allora si è mutata nella forza ancora più grande dell’amore che si dà senza calcolo.

Per concludere, non si può non toccare un ultimo punto. Uno dei maggiori pregi del musical, insieme ad ovvi limiti rispetto al romanzo, è il fatto di riuscire a gettare, proprio attraverso la somiglianza delle melodie, ponti tra scene distanti, facendo percepire allo spettatore nessi altrimenti non immediati. Les Mis, come lo chiamano gli americani, è tutto un intreccio di questo tipo di rimandi. Così l’aria che esprime il tormento di Javert prima del suicidio è quasi identica all’assolo di Valjean, che, rimasto solo, lotta con se stesso prima di arrendersi all’amore ricevuto.

Accettare di dipendere dalla gratuità di un altro
In questo modo comprendiamo un altro, decisivo aspetto: l’impatto con la Misericordia non annulla il dramma della libertà davanti a Dio. Al contrario, lo fa esplodere in tutta la sua radicalità.
In fondo, è proprio davanti alla Misericordia che è messo fino in fondo a nudo il dramma dell’uomo: accettare di dipendere dalla gratuità di un altro è, infatti, meno facile di quel che sembra.

Il culmine dell’amare è accettare di essere perdonati
In L’attrattiva Gesù, don Giussani dice che, in un certo senso, il culmine dell’amare è accettare di essere perdonati. Perché? Perché è difficile. È difficile perché «picchia sul muso del nostro orgoglio, della nostra presunzione. Uno infatti vorrebbe essere amato perché vale», continua don Giussani: «Ma se tu vuoi essere amato perché vali, allora non ami l’altro. Ami te stesso».

Non è forse proprio questo, ridotto all’osso, il problema dell’uomo moderno? Il rifiuto della dipendenza.
La differenza tra Valjean e Javert, è in fondo tutta qui. Entrambi sono messi davanti alla stessa Gratuità. Ma uno vi si arrende, in umiltà. L’altro invece vi resiste, andando contro il proprio stesso cuore, che non può fare a meno di rendere omaggio alla giustizia “più grande” del nemico di sempre. Incontratolo di nuovo nella notte, mentre questi sta portando in salvo Marius, Javert sa bene cosa dovrebbe fare. Eppure, per la prima volta, il suo cuore esita: qualcosa, come una mano invisibile, lo blocca. Valjean si allontana con il ragazzo in spalla, e Javert lo lascia andare. Ma non riesce a perdonare se stesso di averlo fatto. Una breccia si è aperta in the heart of stone. E tuttavia Javert non riesce a sopportare il frantumarsi del suo “mondo”…

Il mio cuore è pietra eppure trema
Il mio mondo diventa un’ombra
Quest’uomo viene dal Paradiso
o dall’Inferno?
E lui lo sa che risparmiandomi
la vita quel giorno mi ha ucciso
ancora di più?
Io mi protendo, ma cado
E le stelle sono nere e fredde
Mentre guardo il vuoto
Di un mondo che finirà
Io fuggo via dal mondo
Dal mondo di Jean Valjean
.

Divisore dans San Francesco di Sales

Cosa vuol dire: ti perdono
da una lettera di J.R.R.Tolkien a C.S.Lewis dal quale si attendeva il perdono di un torto, da J.R.R. Tolkien, La realtà in trasparenza. Lettere, Bompiani, Milano, 2001, lettera 113, pp. 146-147

Tratto da: Il Centro culturale Gli scritti

Dio ti benedica per la tua bontà. E [...] sii così generoso da regalarmi i dolori che ti ho causato, cosicché io possa condividere tutto ciò che di positivo ne verrà fuori. Non so se riesco a spiegarmi. Ma io credo che sia nel nostro potere, come cristiani, di fare effettivamente questi doni. L’esempio più semplice: se un uomo mi ha rubato qualcosa, io davanti a Dio affermo che gliel’ho regalato [...].

Sarebbe splendido, chiamati a giudizio, per rispondere a innumerevoli accuse di aver fatto del male al proprio fratello, scoprire inaspettatamente che molte male azioni non sono state compiute! E che invece si ha avuto una parte nel bene scaturito dal male. E non meno splendido sarebbe per chi ha dato. Un’eterna interazione di sollievo e gratitudine [...].

Che cosa accade quando il colpevole è genuinamente pentito, ma chi ha sofferto a causa sua è così profondamente risentito da non concedere il perdono? È un pensiero tanto terribile, da dissuadere chiunque dal correre il rischio di causare inutilmente il male.

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Nessuna opera di Dio può essere realizzata senza la preghiera

Posté par atempodiblog le 20 juillet 2025

Nessuna opera di Dio può essere realizzata senza la preghiera dans Commenti al Vangelo Marta-e-Maria

La contrapposizione fra Marta e Maria, fra vita contemplativa e vita attiva, non ha riscontri nella realtà. Nessuna opera di Dio può essere realizzata senza la preghiera. Infatti se Dio non agisce con te, che cosa potresti fare da solo? Fai precedere ogni tua attività dalla preghiera. Al risveglio passa in rassegna nella luce di Dio tutto il lavoro della giornata, comprese le cose apparentemente più insignificanti. Ti assicuro che lo realizzerai con una lucidità e una energia che ti lascerà stupito. Infatti non operi da solo, ma con l’aiuto dell’Onnipotente. Lui ti illumina con la sua sapienza, infonde forza nelle tue decisioni, ti sostiene nelle asperità, ti rende impermeabile ai dardi infuocati del nemico e porta compimento ogni cosa a cui poni mano.

Sappi che non vi è nessuna situazione della vita dove Dio non possa intervenire per aiutarti. Ciò che agli uomini appare impossibile, è possibile a Dio. Anche quando non vedi nessuna via di uscita, Dio non ha nessuna difficoltà a indicartene una. I problemi insolubili per gli uomini sono un nulla per la divina onnipotenza. Devi essere consapevole di questa arma invincibile che Dio ti ha messo in mano. La puoi adoperare in qualsiasi momento, perché ogni volta che tu ti rivolgi al Padre celeste, egli ti ascolta. Nelle situazioni più disperate, laddove anche le persone più care non possono far nulla, anche volendolo, tu hai un amico pronto a intervenire in tuo favore.

di Padre Livio Fanzaga – Tempo di fortezza. Una virtù per affrontare il mare agitato dell’esistenza, Ed. Piemme

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Al di là dell’Ombra, eterna luce e splendida bellezza

Posté par atempodiblog le 25 juin 2025

Al di là dell'Ombra, eterna luce e splendida bellezza dans Citazioni, frasi e pensieri Al-di-l-dell-Ombra-eterna-luce-e-splendida-bellezza

«E lì Sam, sbirciando fra i lembi di nuvole che sovrastavano un’alta vetta, vide una stella bianca scintillare all’improvviso. Lo splendore gli penetrò nell’anima, e la speranza nacque di nuovo in lui.

Come un limpido e freddo baleno passò nella sua mente il pensiero che l’Ombra non era in fin dei conti che una piccola cosa passeggera: al di là di essa vi erano eterna luce e splendida bellezza».

Tratto da: Il Signore degli Anelli, di J.R.R. Tolkien. Ed. BOMPIANI 

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Perseverando in piccole pratiche

Posté par atempodiblog le 1 mai 2025

Perseverando in piccole pratiche dans Citazioni, frasi e pensieri Mamma-Maria

È iniziato il mese di maggio, e il Signore ci chiede di non lasciarci sfuggire l’occasione di alimentare il nostro amore attraverso la devozione a Sua Madre.
Procuriamo di offrirLe ogni giorno quelle premure di figli — cose piccole, attenzioni delicate — che diventano poi opere grandi di santità personale e di apostolato, lavoro perseverante per contribuire alla salvezza che Cristo è venuto a portare al mondo.

di San Josemaría Escrivá de Balaguer

Divisore dans San Francesco di Sales

Tieni sempre in tasca la corona del Rosario e porta su di te lo scapolare o la catenina, come segno di appartenenza alla Madonna. «Non deporre mai la catenina nel corso della tua vita; ti accompagnerà fino al giorno del giudizio», ammoniva il Montfort: «Quale gioia, gloria e trionfo avrai quel giorno, quando, al suono della tromba, il tuo corpo sorgerà da terra con la catena, forse ancora intatta, della tua totale appartenenza».

Da ultimo, amico mio, affinché l’affidamento segni ogni istante della tua vita, porta il nome di Maria continuamente sulle labbra e nel cuore. Perseverando in queste piccole pratiche, la Regina del Cielo prenderà possesso completo di te e tu sarai per sempre sua proprietà.

Tratto da: L’affidamento a Maria, di Padre Livio Fanzaga – Edizioni Ares

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Davvero furono gli angeli a trasvolare la Santa Casa a Loreto? Quattro prove lo dimostrano

Posté par atempodiblog le 10 décembre 2024

Davvero furono gli angeli a trasvolare la Santa Casa a Loreto? Quattro prove lo dimostrano
Per la Santa Casa di Loreto, ovvero la Casa della Vergine Maria, dove Ella ricevette l’Annuncio dell’Angelo, negli ultimi decenni si è detto che essa sarebbe arrivata in Italia non miracolosamente, bensì smontata a pezzi da alcuni Crociati e che una nobile famiglia di nome de Angelis l’avrebbe da questi acquistata. In realtà questa teoria è falsa perché ci sono quattro inequivocabili prove che dimostrano la traslazione miracolosa della Santa Casa. Attingiamo dal prezioso libro: Miracolosa Traslazione a Loreto della dimora della Santissima Annunziata di Giuseppe M.Pace.
Tratto da: Il Cammino dei Tre Sentieri

Davvero furono gli angeli a trasvolare la Santa Casa a Loreto? Quattro prove lo dimostrano dans Angeli Memoria-Beata-Vergine-Maria-di-Loreto
Memoria facoltativa della Beata Vergine Maria di Loreto – Il 10 dicembre 1294 ci fu la traslazione della Santa Casa di Nazaret, 
trasportata in volo dagli angeli nel territorio delle Marche, allora parte dello Stato Pontificio

“Il Santuario della Santa Casa è il luogo privilegiato per contemplare il mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio”. (Papa Francesco)

Prima prova. La ripuliture delle pareti della santa Casa hanno permesso di scorgere su di esse e in modo chiaramente interpretabile una cinquantina di graffiti. A giudizio di specialisti quali il padre Bellarmino Bagatti e il padre Emmanuele Testa, alcuni raffigurano dei simboli religiosi giudeo-cristiani del II e del III secolo, analoghi a quelli che si leggono sulle pareti rocciose della Grotta dell’Annunciazione a Nazareth. Dal momento che la Santa Casa sarebbe stata riedificata a Loreto tale quale era a Nazareth con pietre sciolte, non si capisce come i muratori del tempo abbiano potuto ricomporre perfettamente questi graffiti. Infatti, tali graffiti attestano che non sono giunti a Loreto dispersi dentro un pietrame sciolto, ma su delle pareti integre e compatte.

Seconda Prova. Le ricerche sulla storicità della Santa Casa di Loreto, venerata da secoli come la dimora di Maria di Nazareth, si arricchiscono di una nuova e importante documentazione con gli studi compiuti dall’ingegnere marchigiano Nanni Monelli, pubblicati nel volume La Santa casa di Loreto – La Santa Casa di Nazareth, per la collana di studi lauretani diretta da padre Giuseppe Santarelli. L’ingegner Monelli ha confrontato pietre, planimetrie e tecniche di costruzione fra la Casa di Loreto e quella di Nazareth, giungendo a conclusioni convincenti: vi sono molte anomalie nella Casa di Loreto che contrastano con lo stile e le tecniche costruttive in uso nelle Marche e appartengono invece alla tradizione palestinese. La stessa lavorazione e finitura delle pietre (il cui impiego era sconosciuto nella regione di Loreto) è propria della cultura nabatea che ebbe influenza anche in Galilea. Infine il Monelli dimostra che queste anomalie scompaiono se la Casa lauretana viene trasportata idealmente davanti alla Grotta di Nazareth che costituiva, secondo la tradizione, un’unica abitazione.

Terza Prova. La Santa Casa è stata edificata in completa violazione della sensibilità urbanistica medioevale. E’ sufficiente solo ricordare il modo di costruire le case, per capire come sia stridente una costruzione sopra una strada, per di più nota perché di vecchissima origine, così come testimoniano i reperti archeologici. Tutta l’urbanistica e l’architettura medioevali marchigiane fanno di questa localizzazione una vera eccezione, un caso abnorme e come tale da porre fuori della prassi urbanistica comune. Se non ci fosse stata traslazione miracolosa, significa che l’autorità competente, prima di permettere la riedificazione della Chiesa Santa casa sulla strada, ostruendola, dovette portare a termine ed aprire al traffico il nuovo tronco di strada che sostituisse il tratto ostruito: tronco nuovo, lungo qualche centinaio di metri, a forma di “S” avvolgente in un’ansa a breve distanza il nuovo edificio. Perché mai l’autorità competente avrebbe dovuto affrontare una tale impresa? Non disponeva di un fazzoletto di terreno pubblico, infatti non se ne esigeva di più, e in posizione tale da rendere più visibile la Chiesa Santa Casa anche da lontano? Le sarebbe bastato riedificarla su uno dei due dossi che affiancavano la strada a soli 200 metri a occidente.

Quarta Prova. Non va inoltre dimenticato che la Santa Casa è deposta sulla strada senza fondamenta proprie. Solo quando si ritenne poco sicura la statica della Santa Casa, anche perché su terreno di scarsa consistenza, si inserirono delle sottofondazioni e poi la Casa venne circondata da un grosso muro. E’ contro il più elementare buon senso che l’autorità competente permetta di erigere un edificio su di una strada pubblica importante, a costo di rifare un tratto considerevole della medesima e che inoltre tale edificio sia senza fondamenta proprie; che si rimedi a tale supposta omissione con delle opere di sottofondazione molto più impegnative e costose di quanto sarebbero state le comuni fondamenta.

Per concludere basterebbe fare questa riflessione. Nella Santa Casa si è realizzato l’avvenimento più umanamente inimmaginabile della storia: l’Incarnazione del Verbo. Ora, se Dio si è fatto veramente uomo, tutto diventa possibile; anche che degli angeli, per evitare che la Santa Casa venisse profanata dai musulmani, l’abbiano trasvolata in Italia.

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Nostra Signora di Beauraing

Posté par atempodiblog le 28 novembre 2024

Nostra Signora di Beauraing dans Apparizioni mariane e santuari Nostra-Signora-di-Beauraing-Cuore-d-Oro

La Madonna, nella sua eterna giovinezza, guarda dal cielo l’evolversi della storia da circa due millenni. Dal suo trono di Regina vede realizzarsi sulla terra la profezia che lo Spirito Santo le ha ispirato nel canto del Magnificat, quando ha preannunciato che tutte le generazioni l’avrebbero proclamata beata. La gloria di Maria, direbbe il Montfort, anticipa e prepara quella del Figlio e dove Lei è maggiormente venerata, là è più conosciuto, più amato e più seguito Gesù Cristo. […]

In questo luogo dove durante le trentatré apparizioni della Madonna dal 29 novembre 1932 al 3 gennaio 1933 si sono raccolte decine di migliaia di persone (due milioni in un anno) non c’è quasi anima viva. [...]

La sera del 28 dicembre la Madre di Dio mostrò ai veggenti sul suo petto il Cuore d’Oro, tutto splendente, dal quale emanavano dei raggi luminosi che formavano una corona. Quello del cuore è un messaggio che si ripete spesso nelle apparizioni sia della Madonna come di Gesù durante il secondo millennio. Mi domando quale ne sia il significato e nella mia mente si affaccia dubbio che il cielo non sia affatto contento della nostra diffidenza nei confronti dell’amore misericordioso. […]

A Beauraing la Madonna ha lasciato poche parole, ma ognuna di esse vale più di qualsiasi trattato di mariologia. “Io sono la Madre di Dio e la Regina del Cielo”; “Pregate sempre”; “Io convertirò i peccatori”. L’ultima sera, quella del 3 gennaio, all’improvviso il giardino fu illuminato da una palla di fuoco che, dissolvendosi, mostrò la Vergine la quale disse: “Amate mio Figlio? Amate me? Allora sacrificatevi per me. Addio”. Dicendo questo aprì le braccia e mostrò il  suo Cuore Immacolato.

Tratto da: Pellegrino a quattroruote, sulle strade d’Europa – di Padre Livio Fanzaga, ed. SugarCo

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Cristo re dell’universo

Posté par atempodiblog le 23 novembre 2024

Cristo re dell’universo
Tratto da: Inchiesta sull’Inferno. Salvezza e perdizione nelle profezie di Medjugorje. Di Padre Livio Fanzaga con Diego Manetti. Ed. PIEMME

Cristo re dell'universo dans Anticristo Cristo-Re-dell-Universo

[...] Una volta corrotto il cuore dell’uomo con il peccato, Satana ha esteso il suo potere nel mondo, però il suo non è un dominio totale perché la parola “principe” sta a indicare che il Diavolo non è re. Solo Dio è il Re dei re, l’Onnipotente, Colui che tiene ben salde in mano le redini del mondo e della storia.

Le antiche religioni, di fronte al dilagare del Male, della sofferenza, della morte, hanno spesso ceduto alla tentazione di immaginare che ci fosse un dio del Male autonomo e originario, contrapposto a un dio del Bene, lasciando così l’umanità in balìa di questo scontro incessante e dall’esito incerto. Quando il cristianesimo è apparso nel mondo, affermando la potenza del solo Dio Creatore dell’universo, si è avuta una sorta di grande esorcismo contro il Male, ridotto al rango di creatura, privato di ogni presunta connotazione divina. Questo ha indotto – come ben osserva Benedetto XVI nel suo volume Gesù di Nazaret – le popolazioni dell’impero romano a convertirsi in proporzioni sempre maggiori nei primi secoli all’annuncio della Buona Novella: un annuncio liberatorio, perché esorcizzava il Male riconfermando la potenza di Cristo re dell’universo, restituendo così all’uomo quella autonomia, quella possibilità di redenzione che prima pareva negata. La venuta di Cristo nella carne è stato dunque il più grande esorcismo di sempre, poiché ha posto un freno a quel potere di Satana che, nel mondo greco-romano, era dilagato sotto forma di politeismo, superstizione, spiritismo. Certo, la storia è sempre stata guidata da Dio, che, dopo il peccato originale, ha scelto patriarchi, profeti, re e uomini giusti per preparare il suo popolo all’avvento di Gesù. Però l’incarnazione ha segnato uno spartiacque nella storia del mondo, poiché con la sua venuta Cristo ha preparato il momento in cui il principe del mondo sarebbe stato cacciato fuori: “Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori” (Gv 12,31).

Quando Satana verrà cacciato fuori dal mondo, avrà termine quella attività che, per permissione divina, il Diavolo va svolgendo dal tempo del peccato originale, ovvero quella strategia di inganno e di seduzione con la quale Lucifero e i suoi demoni vogliono indurre l’uomo alla ribellione contro Dio. Quanti daranno il loro consenso a questa tentazione, scegliendo radicalmente il Maligno al posto di Dio, accetteranno di farsi schiavi del peccato e del Demonio. E se quest’ultimo sarà cacciato dal mondo, per regnare internamente all’Inferno, così dovrà essere di ogni anima dannata che avrà preferito il principe di questo mondo, Satana, a Cristo re dell’universo.

Insomma, qui si tratta di capire che ci sono due regni, contrapposti tra loro, il Regno di Dio e il regno del Diavolo, il Paradiso e l’Inferno, e le anime andranno nell’uno o nell’altro a seconda del re o del principe che avranno scelto di adorare e di servire. Satana sa bene che il tempo è breve, che presto verrà cacciato, e sa anche di aver già perso la sua guerra nel momento in cui Cristo è morto e risorto, vincendo il peccato, il Male e la morte.

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Presentazione della Beata Vergine Maria

Posté par atempodiblog le 21 novembre 2024

Presentazione della Beata Vergine Maria dans Fede, morale e teologia Presentazione-della-Vergine-al-Tempio-di-Giotto

[...] La nostra arca mistica e vera, Maria santissima, benché fosse la più ricca, stimabile e degna di venerazione tra le creature, non fu portata al tempio con tanto solenne apparato, né con si pubblica ostentazione. In questa misteriosa traslazione non intervennero né sacrifici di animali, né pompa reale, né maestà di regina; fu trasportata dalla casa di suo padre Gioacchino sulle umili braccia di sua madre Anna, la quale, sebbene non fosse molto povera, tuttavia in quella occasione portò la sua diletta figlia al tempio, per presentarla e depositarla, con umili vesti, povera e sola.

Dio volle che tutta la gloria e la maestà di questa processione fosse invisibile e divina, poiché i misteri di Maria santissima furono così sublimi e nascosti che ancora oggi molti di essi continuano ad essere tali secondo gli imperscrutabili giudizi del Signore, il quale ha stabilito il tempo opportuno per ogni cosa.

Tratto da: Mistica città di Dio, della venerabile Suor Maria di Gesù de Agreda

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Addio a Grazia Ruotolo, nipote di don Dolindo

Posté par atempodiblog le 18 novembre 2024

Addio a Grazia Ruotolo, nipote di don Dolindo
Una donna dalla fede viva, che ha speso l’intera esistenza e le sue risorse, nella diffusione della conoscenza e della devozione del padre della Coroncina e della Novena dell’Abbandono
della Redazione di AgenSIR

Addio a Grazia Ruotolo, nipote di don Dolindo dans Articoli di Giornali e News Grazia-Ruotolo-nipote-di-don-Dolindo-Napoli

In punta di piedi, se n’è andata [il 13 novembre] a mezzogiorno – l’ora della Madonna – Grazia Ruotolo, la nipote di don Dolindo, il grande mistico napoletano, morto il 19 novembre 1970.

Una donna dalla fede viva, che ha speso l’intera esistenza e le sue risorse, nella diffusione della conoscenza e della devozione del padre della Coroncina e della Novena dell’Abbandono.

La sua casa in via Crispi, a Napoli, aveva le porte perennemente spalancate ai pellegrini e ai religiosi che, da ogni dove, chiedevano di incontrarla per pregare dinanzi alla Madonnina di don Dolindo, per chiedere informazioni e scritti dello zio. Per entrare nel suo mondo fatto di intimo e costante dialogo interiore con Dio, Maria ed i santi che amava.

“La preghiera per il ‘poverello della Madonna’ – raccontava Grazia – era un continuo affidarsi. ‘Tu puoi pregare mille preghiere’ – erano parole di don Dolindo – ma non valgono un solo atto di abbandono. Gesù mi abbandono in te, pensaci Tu”.

Per questo, aveva appena fatto pubblicare il libricino della “Novena dell’Abbandono”, la medicina dei tempi moderni, l’aveva definita. Pubblicazione andata a ruba che distribuiva a chiunque venisse a trovarla.
Aveva studiato tutte le sue pubblicazioni, ne conosceva le virgole. Teneva a mente, con una memoria prodigiosa per la sua età – Grazia aveva 95 anni –, tutti i passaggi più significativi per ricostruire il pensiero di don Dolindo, la fede, l’amore sconfinato per Dio, l’obbedienza cieca ad una Chiesa che non ne aveva compreso la grandezza e la profezia.
In tutto il mondo si moltiplicano i miracoli per intercessione di don Dolindo. La tomba nella chiesa di San Giuseppe de’ Vecchi, nel cuore di Napoli, è meta di migliaia di uomini e donne che bussano tre volte alla sua tomba, così come lui stesso aveva chiesto.
E quando a Grazia, donna elegante e gentile, veniva chiesto perché don Dolindo non fosse già sugli altari, lei – con quel sorriso luminoso e la voce ferma – rispondeva:

“Don Dolindo è o’puveriell r’a Maronna… Pensate davvero che gliene importi di essere proclamato santo? Sta in Paradiso e dal Paradiso continua a provvedere a noi”.

Se l’è venuta a prendere la sua Grazia, don Dolindo, in una giornata di novembre, all’ora della Madonna. Dal Paradiso pioveranno grazie.

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Sant’Alessandro Sauli e Carlo Acutis

Posté par atempodiblog le 11 octobre 2024

La pesca del santo/ Un compagno nella vita di Carlo
Sant’Alessandro Sauli e Carlo Acutis

Sant'Alessandro Sauli e Carlo Acutis dans Amicizia Carlo-Acutis

“Chi combina le combinazioni?”. (San Pio da Pietrelcina)

Sabato 7 ottobre 2006. [...] Sulla soglia della clinica i miei pensieri giravano vorticosi. Mentre due infermieri portavano Carlo dentro la clinica, infatti, mi girai d’istinto per guardare dalla parte opposta della strada. Notai la chiesa dei padri Barnabiti dove sono custodite le reliquie di sant’Alessandro Sauli. Conoscevo bene quella chiesa, ma quella mattina mi sentii come attratta da essa. Qualcosa mi disse: girati, guarda là. Immediatamente ne compresi il motivo, Sant’Alessandro Sauli era casualmente divenuto quell’anno compagno nella vita di Carlo.

Ogni 31 dicembre a Milano, infatti, si usa fare “la pesca del santo”. Si dice che il santo che uscirà accompagnerà in modo speciale, per tutto l’anno, la persona che lo ha “pescato”. Quell’anno gli capitò sant’Alessandro Sauli, un vescovo barnabita, vissuto nel 1500, patrono dei giovani, la cui festa cade l’11 ottobre, un giorno che rimarrà scolpito per sempre anche nella storia del mio Carlo. Mi colpì che quella chiesa si trovasse proprio di fronte alla De Marchi. Istintivamente lo affidai a sant’Alessandro ed entrai in clinica. [...]

Domenica 8 ottobre. All’alba mi recai a Messa nella chiesa dei padri Barnabiti per chiedere l’intercessione del Signore e della Vergine Santissima. Pregai anche sant’Alessandro Sauli. Ho imparato grazie a Carlo che i santi sono sempre presenti. Poco dopo rientrai in clinica. Mi permisero di vedere Carlo. Era ancora sotto il suo scafandro, sempre sofferente. Mi confidò che non era riuscito a dormire granché. Poco dopo, il medico che lo seguiva decise di chiedere il trasferimento all’ospedale San Gerardo di Monza, dove esiste un centro specializzato per quel tipo di leucemie. Ci portarono nel reparto di ematologia pediatrica, all’undicesimo piano, dove ci avevano riservato la stanza numero undici. [...]

Mercoledì 11 ottobre. Clinicamente i medici lo considerarono morto quando il suo cervello cessò ogni sua attività vitale. Erano le 17.45 dell’11 ottobre del 2006. L’11 ottobre, lo stesso giorno in cui morì il suo santo dell’anno, Alessandro Sauli.
[...] I medici decisero di non staccare il respiratore finché il cuore non avesse smesso di battere da solo. Per questo motivo ci rimandarono a casa dicendoci che ci avrebbero telefonato non appena il cuore avrebbe cessato ogni sua pulsazione.

Giovedì 12 ottobre. Quando il sacerdote diede la benedizione finale dicendo «la Messa è finita, andate in pace», per pura coincidenza le campane della chiesa iniziarono a suonare a festa. Sembrò a molti come se Carlo volesse renderci partecipi della festa che in Cielo con il suo arrivo era appena iniziata.

Ci venne data la notizia che il cuore di Carlo aveva smesso di battere alle 6.45 del 12 ottobre, vigilia dell’ultima apparizione della Madonna a Fatima. Per noi non fu un caso quella coincidenza. Avevamo perso l’unico figlio, un dolore immenso, ma ci sosteneva la speranza che non era scomparso definitivamente dalle nostre vite, anzi, che sarebbe stato vicino a noi più di prima e che ci attendeva per una vita migliore. [...]

Tratto da: Il segreto di mio figlio. Perché Carlo Acutis è considerato un santo, di Antonia Salzano Acutis con Paolo Rodari. Ed. PIEMME

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La corona stretta fra le dita/ Il Rosario di Padre Pio

Posté par atempodiblog le 23 septembre 2024

“Amate la Madonna e fatela amare. Recitate sempre il suo Rosario”
La corona stretta fra le dita/ Il Rosario di Padre Pio
Tratto da: Ricordi e testimonianze, di padre Paolo Covino OFM cap. – Collana Testimonianze, 14 – Edizioni Padre Pio da Pietrelcina

La corona stretta fra le dita/ Il Rosario di Padre Pio dans Fede, morale e teologia San-Padre-Pio-da-Pietrelcina-dinnanzi-al-mosaico-della-Madonna-delle-Grazie

Sia quando ero studente sia da sacerdote, Padre Pio, nelle confessioni, mi ha sempre raccomandato di recitare il Rosario. Egli lo recitava continuamente, tutti i giorni. Aveva sempre la corona fra le mani o la sgranava nella pettorina. Raccomandava a tutti, con insistenza, la recita di questa pia pratica per ottenere grazie dalla Madonna ed aiuto contro le tentazioni. Il Padre recitava moltissimi Rosari al giorno.

Ripeteva ai suoi figli spirituali: «Amate la Madonna e fatela amare. Recitate sempre il suo Rosario e recitatelo bene, con devozione. Satana mira sempre a distruggere questa preghiera, ma non ci riuscirà mai. È la preghiera di Colei che trionfa su tutti. È la Madonna che ce l’ha insegnata, come Gesù ci ha insegnato il Pater noster».

Il Rosario, per Padre Pio, era l’arma per combattere il demonio e per arrivare al cielo. Gli fu chiesto quale eredità avrebbe lasciato ai suoi figli. Rispose: «Il Rosario». Alcuni uomini che ho visto col rosario in mano mi hanno detto: «Ce lo ha insegnato Padre Pio».

Il Padre ha chiuso gli occhi implorando dolcemente i nomi di Gesù e di Maria con la corona stretta fra le dita.

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La fede cristiana è un cammino dello sguardo

Posté par atempodiblog le 26 août 2024

La fede cristiana è un cammino dello sguardo dans Citazioni, frasi e pensieri La-fede-cristiana

Ha detto il grande biblista Ignace de la Potterie: “La fede cristiana è un cammino dello sguardo”. Non è frase poetica o astratta: è la descrizione esatta, fattuale di un metodo.
Lo sguardo prima intravede, poi incomincia ad avere la percezione di fattori più distinti e solo in seguito incomincia a sorprendere la possibilità di un significato. Aumentando l’attenzione a questo significato, capisce che è vero.

Don Luigi Giussani – L’avvenimento cristiano, BUR, Milano 2003, p. 59

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