Da Eschilo a Péguy, Dio ha bisogno del nostro sonno

Posté par atempodiblog le 14 mai 2016

Da Eschilo a Péguy, Dio ha bisogno del nostro sonno
di Laura Cioni– Il Sussidiario.net

dormire

Zeus, chiunque egli sia, se pur questo nome gli è gradito,
con questo io lo chiamo.
Io non so chi invocare, per quanto ponderi, che Zeus solo,
se veramente bisogna scacciare il peso dell’angoscia.
Chi devotamente intona a Zeus il canto di vittoria,
otterrà somma saggezza.
“Attraverso il dolore la conoscenza:
è la legge sovrana che egli ha posto.
E nel sonno, dinanzi al cuore stilla
la pena che è memoria dolorosa
e, anche a chi non voglia, discende la saggezza.
Grazia è questa violenza degli dei, che dalle loro sedi sacre
fissano le leggi.

Commentando questo brano tratto dall’Agamennone di Eschilo, Simone Weil fa notare che Zeus non designa una divinità particolare, ma Dio stesso: le due parole hanno la stessa radice. Il suo nome non si sa e, se per gli antichi nominare era dominare, ciò implica che non lo si può raggiungere; si può soltanto invocare e nel buio è data la luce della conoscenza. La pena, memoria dolorosa, allude al presentimento della felicità che cade goccia a goccia nel sonno dell’uomo; al suo risveglio, egli è già preso dalla grazia e non gli rimane che acconsentire.

Veramente Tu sei un Dio nascosto, Dio d’Israele, salvatore”. Anche la Bibbia conosce l’azione misteriosa di Dio. Molti testi sono pervasi dalla convinzione che Dio operi in modo sconosciuto all’uomo, addirittura approfittando del suo sonno.

Nel sonno di Adamo il Creatore forma Eva: figura del sonno di Cristo sulla croce, da cui nasce la Chiesa.

Il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno”: il salmo 127 parla del pane per cui l’uomo si affatica, e che viene donato a chi confida in Dio. Il vangelo di Marco annota l’insegnamento di Gesù: “Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli ste sso non lo sa”. Così nella vita della natura, così nella vita dello Spirito.

Il sonno in Eschilo è il luogo di una pena dolorosa, eppure anche qui sa infiltrarsi una grazia di conoscenza; nella Bibbia si direbbe essere il luogo preferito da Dio per esercitare la sua potenza, in modo che l’uomo riconosca i doni che riceve e non abbia l’ardire di attribuirne il merito a sé. “Initium sapientaie timor Domini”. E’ stolto colui che tutto calcola, tutto prevede, tranne il passaggio segreto di una salvezza non preventivabile. In fondo si potrebbe affermare che i Greci e gli uomini di Israele, così diversi in tanti aspetti, abbiano in comune il concetto di una sapienza nata dal dolore e dalla grazia, nata da un passo segreto di Dio dentro un terreno di lacrime e di fiducia. 

Riaprendo ancora una volta i misteri di Péguy, ecco ciò che scrive questo poeta segnato dalla lotta per il pane quotidiano e dall’incomprensione di tanti amici:

Non mi piace chi non dorme, dice Dio.
Il sonno è l’amico dell’uomo.
Il sonno è l’amico di Dio
Beato chi spera. E che dorme.
Disgraziato colui che veglia e non si fida di me.
Perché da qui a domani, io, Dio, sarò forse passato.

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Charles Peguy e l’innesto dell’Eterno nel temporale

Posté par atempodiblog le 2 septembre 2015

Charles Peguy e l’innesto dell’Eterno nel temporale
di Francesco Angoli – Libertà e Persona

peguy

Molto amato da don Luigi Giussani, raccontato da Pigi Colognesi in molti suoi libri, Charles Peguy (1873-1914) è stato uno scrittore e polemista francese, passato dal socialismo al cattolicesimo.

Ciò che Peguy vuole sottolineare  è la “riabilitazione del temporale” come cuore del cristianesimo. Il cristianesimo si fonda sull’Incarnazione, cioè sulla volontà dell’Eterno di salvare il mondo, il tempo, entrandoci dentro, assumendolo sino in fondo.

Scriveva Peguy che il cuore della fede, della fiducia dei credenti, sta nel “coinvolgimento del temporale nell’eterno e dell’eterno nel temporale”. Perché “tolto il coinvolgimento non c’è più nulla. Non c’è più un mondo da salvare. Non c’è più alcun cristianesimo. Non c’è più redenzione, né incarnazione e neanche creazione. Ci sono solo cocci senza nome, materiali senza forma, calcinacci e rovine; rovine informi, cumuli e macerie, mucchi e affastellamenti; scompigli, disastri…”.

Se l’Eterno è entrato nel tempo, ogni tempo, ogni istante di tempo, ogni momento apparentemente insignificante di tempo, porta in sè un significato più grande. L’Infinito trasforma, continuamente, il finito, e la miseria umana diventa così, a chi la sa guardare e vivere alla luce dell’eternità, grandezza.

Per capirlo basti pensare alla Veronica: colei che asciugò il volto di Cristo, di Dio, “con un fazzoletto, con un vero fazzoletto, con un fazzoletto per soffiarsi il naso, con un fazzoletto imperituro asciugò quella faccia augusta, la sua vera faccia, la sua faccia reale, la sua faccia di uomo… quella faccia di sudore, tutta in sudore, tutta sporca, tutta polverosa, tutta piena della polvere delle vie; tutta piena della polvere della terra; la polvere della sua faccia, la comune polvere, la polvere di tutti, la polvere della sua faccia; incollata dal sudore”.

Per Peguy vi sono uomini che si illudono di salvare il tempo con il tempo (i socialisti, gli scientisti, tutti quelli che affidano all’uomo, da solo, la salvezza del mondo); ed altri, che magari professano a parole la fede cristiana, i quali non avendola davvero compresa credono di salvarsi dal tempo, rifuggendo lontano, nello spiritualismo, in una fede disincarnata, in un grido di maledizione che rinnega la speranza cristiana.

Questo tempo che viviamo, afferma Peguy, è ammorbato dai “mali del mondo moderno”; mali che lo scrittore esamina senza infinigimenti; eppure anche oggi.

Egli è qui.
È qui come il primo giorno. 
È qui tra di noi come il giorno della sua morte.
In eterno è qui tra di noi proprio come il primo giorno.
In eterno tutti i giorni. 
È qui fra di noi in tutti i giorni della sua eternità. 
Il suo corpo, il suo medesimo corpo, pende dalla medesima croce;
I suoi occhi, i suoi medesimi occhi, tremano per le medesime lacrime;
Il suo sangue, il suo medesimo sangue, sgorga dalle medesime piaghe;
Il suo cuore, il suo medesimo cuore, sanguina dal medesimo amore.
(…)
È la medesima storia, esattamente la stessa, eternamente la stessa, che è accaduta in quel tempo e in quel paese e che accade tutti i giorni in tutti i giorni di ogni eternità.
(Da: Il mistero della carità di Giovanna D’Arco)

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Così bello, così vicino

Posté par atempodiblog le 30 mai 2015

Così bello, così vicino dans Charles Péguy fkwvab

E io non conoscevo lo sguardo sovrano,
lo sguardo dall’alto che scende dritto nell’anima
E penetrava in me come una strana fiamma

Lo sguardo immortale e che non è umano.
Lo sguardo eterno che mi riscaldava l’anima
E me la rischiara tutta al sole eterno.
Raggio d’oro eterno di un sole eterno,
Sguardo d’oro eterno d’una primavera eterna,
Di una primavera eterna,
Di una estate eterna,
Di un autunno eterno,
Di un anno eterno,
Sguardo d’oro eterno del sole dei soli.

Mio Dio io ero come oltre la mia morte, oltre la mia propria morte.

Ma adesso io conosco la voce degli immortali,
E ho visto lo sguardo degli occhi indimenticabili.

E conosco ormai la voce degli eterni,
E ho visto lo sguardo degli occhi che vi hanno visto.

Un silenzio.

E non sapevo che voi foste così bello,

Non sapevo che foste così vicino.

di Charles Péguy – Il mistero della vocazione di Santa Giovanna d’Arco

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Una stalla ha visto nascere un Re…

Posté par atempodiblog le 18 décembre 2014

Una stalla ha visto nascere un Re... dans Charles Péguy jj1z89

“…ed essi l’hanno veduto. Tutti loro l’hanno veduto, senza scomodarsi, coloro ch’erano lì e coloro che erano venuti, coloro che erano venuti apposta e coloro che non erano venuti apposta; i pastori, i magi, e l’asino e il bue che gli respirava sopra per riscaldarlo. Era a portata di voce, era a portata di mano, era a portata degli occhi, e ciò non ricomincerà più. Reims, sei la città della consacrazione. Sei dunque la più bella città del regno di Francia. E non c’è cerimonia più bella al mondo, non c’è al mondo cerimonia altrettanto bella della consacrazione del re di Francia, in nessun paese. Ma da dove vieni, città di Reims, che fai, cattedrale di Reims? Chi sei mai? Una stalla, in quel borgo sperduto, in quel povero piccolo borgo di Betlemme, una stalla ha visto nascere una regalità che non disparirà più nei secoli dei secoli, una stalla ha visto nascere un Re che regnerà eternamente”.

Charles Péguy – Il mistero della carità di Giovanna d’Arco

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Péguy, i chierici e i padri di famiglia

Posté par atempodiblog le 6 septembre 2014

Péguy, i chierici e i padri di famiglia
di Andrea Tornielli – Sacri Palazzi

Péguy, i chierici e i padri di famiglia dans Andrea Tornielli ncbds0
Charles Péguy (Orléans, 7 gennaio 1873 – Villeroy, 5 settembre 1914)

[...] ricorrono cent’anni dalla morte di Charles Péguy, avvenuta durante la battaglia della Marna. Vi invito a leggere questo articolo di Gianni Valente, pubblicato poco fa su Vatican Insider, del quale ripropongo qui qualche stralcio.

Proprio ieri Papa Francesco, nell’omelia mattutina di Santa Marta (l’appuntamento quotidiano che conforta tutti coloro che guardano al Papa lasciandosi sorprendere dal suo sguardo di fede, ignorato invece, come la maggior parte del suo magistero, da quanti vivono come cecchini pronti per coglierlo in fallo e tirargli le loro pallottole di carta) ha parlato dei peccati come il “luogo privilegiato” per l’incontro con Gesù.

Dall’articolo che vi invito a leggere, emerge una interessante sintonia tra l’approccio di Francesco e quello di Peguy. Scriveva quest’ultimo: «le peggiori miserie, le peggiori grettezze, le turpitudini e i crimini, anche il peccato, spesso sono falle nell’armatura dell’uomo, falle della corazza, da dove la grazia può penetrare nella durezza dell’uomo». Mentre «sulla corazza inorganica dell’abitudine tutto scivola, ogni spada ha la punta smussata». Così – notava Péguy più di un secolo fa «la gente perbene, quelli che amano sentirsi chiamare così, non hanno falle nell’armatura, non sono feriti». Non hanno «quell’ingresso per la grazia che è essenzialmente il peccato». In loro, anche la morale intesa come capacità di coerenza autosufficiente diventa come «uno strato che rende l’uomo impermeabile alla grazia». Perché «Neanche la carità di Dio medica chi non ha piaghe». E «Colui che non è mai caduto non sarà mai rialzato; e colui che non è sporco non sarà mai asciugato».

A motivo della sua condizione Péguy sperimentò sulla sua pelle che i battezzati laici, i padri e le madri di famiglia presi dalla fatica di ogni giorno – quelli costantemente chiamati in causa nelle omelie e nei discorsi di Papa Bergoglio, anche come membri ordinari della «classe media della santità» – vivono nel mondo un’avventura senza pari. Stretti da condizionamenti e vincoli che rendono comunque più difficile snaturare anche l’esperienza cristiana in spiritualismo auto-compiaciuto. Secondo Péguy «c’è un solo avventuriero al mondo, e ciò si vede soprattutto nel mondo moderno: è il padre di famiglia». Al suo confronto gli altri, «i peggiori avventurieri, non sono nulla». Perché tutti gli altri, rispetto a lui, «non corrono assolutamente alcun pericolo». Gli altri «soffrono solo per se stessi. Ipsi. Al primo grado». Invece solo il padre e la madre di famiglia soffrono per gli altri. «Lui solo ha degli ostaggi, la moglie, il bambino, e la malattia e la morte possono colpirlo in tutte le sue membra». Tutti gli altri, compresi i chierici, possono sempre «scantonare», fare manovre diversive, perché con sé «non hanno bagagli». Mentre i padri – e le madri – di famiglia, «coinvolti da ogni parte nelle sofferenze, nelle miserie, in tutte le responsabilità, sono come capi responsabili e appesantiti, carichi e responsabili di una banda di prigionieri, prigionieri essi stessi, carichi, responsabili di una banda di ostaggi, ostaggi essi stessi». (Véronique. Dialogo della storia e dell’anima carnale).

Péguy era sposato civilmente con una donna atea, che non dava il consenso al battesimo dei figli. Per questa sua condizione matrimoniale, Péguy non poteva accostarsi ai sacramenti. Visse quindi tutta la vita come sulla soglia della Chiesa, il «punto sorgivo – come scrisse Hans Urs von Balthasar riferendosi a lui – dove il pagano diventa cristiano». In questa condizione segnata dalla precarietà del «principiante», dal cristianesimo generico «da peccatore che frequenta la messa domenicale in parrocchia», sempre ricondotto alla apparente fragilità del primo germogliare della speranza cristiana, Péguy dovette sopportare negli ultimi anni di vita anche l’assillo di alcuni amici (preti e intellettuali del mondo cattolico ufficiale, compreso Jacques Maritain e sua moglie Raissa) che lo accusavano di lassismo morale per le sue esitazioni a regolarizzare il suo ménage familiare, riportandolo entro i confini della regolarità canonica. Lo deridevano come uno che si illude «che la salvezza sia facile» e non accetta «il giogo intellettuale della fede, senza il quale non vi è vera fede» (Maritain). Alcuni gli suggerivano anche di abbandonare la moglie, se lei non avesse ceduto e non fosse scesa a patti.

Nelle intemperanze di quello che Péguy chiamava il «Partito dei devoti» si coglie la stessa impronta genetica delle prassi neo-clericali e da «dogana pastorale» tante volte stigmatizzate da Papa Francesco nella sua predicazione. Quelle pòse da «controllori» della fede altrui che mettono in soggezione il popolo di Dio e aumentano il senso di repulsione in tutti gli altri.

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Il lavoro ben fatto

Posté par atempodiblog le 28 juin 2014

Il lavoro ben fatto dans Charles Péguy 2zz8eaq

Un tempo gli operai non erano servi. Lavoravano. Coltivavano un onore, assoluto, come si addice a un onore. La gamba di una sedia doveva essere ben fatta. Era naturale, era inteso. Era un primato. Non occorreva che fosse ben fatta per il salario, o in modo proporzionale al salario. Non doveva essere ben fatta per il padrone, né per gli intenditori, né per i clienti del padrone. Doveva essere ben fatta di per sé, in sé, nella sua stessa natura. Una tradizione venuta, risalita da profondo della razza, una storia, un assoluto, un onore esigevano che quella gamba di sedia fosse ben fatta. E ogni parte della sedia fosse ben fatta. E ogni parte della sedia che non si vedeva era lavorata con la medesima perfezione delle parti che si vedevano. Secondo lo stesso principio delle cattedrali. E sono solo io — io ormai così imbastardito — a farla adesso tanto lunga. Per loro, in loro non c’era neppure l’ombra di una riflessione. Il lavoro stava là. Si lavorava bene. Non si trattava di essere visti o di non essere visti. Era il lavoro in sé che doveva essere ben fatto.

Charles Péguy

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Bisogna sempre ricominciare

Posté par atempodiblog le 15 juin 2014

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“Non sono cristiani, voglio dire che non lo sono fino nel midollo. Perdono continuamente di vista quella precarietà che è per il cristiano la condizione più profonda dell’uomo; perdono di vista quella profonda miseria; e non tengono presente che bisogna sempre ricominciare. È una precarietà eterna. Niente di acquisito è acquisito per sempre. Ed è la condizione stessa dell’uomo ed è la condizione più profonda del cristiano. L’idea di una acquisizione eterna, l’idea di una acquisizione definitiva e che non sarà più contestata è ciò che c’è di più contrario al pensiero cristiano”.

Charles Péguy

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Charles Péguy, un poeta preso dal fascino di Maria

Posté par atempodiblog le 30 janvier 2014

Il canto d’amore di Charles Péguy
Un poeta preso dal fascino di Maria
La Madre di Dio che un giorno è diventata anche madre nostra («perché il Figlio ha preso tutti i peccati /ma la Madre ha preso tutti i dolori») ci riceve fra le sue braccia accoglienti e ci guida nel porto della volontà di Dio, se solo abbiamo «l’audacia», come scriveva il grande poeta francese, di affidare a lei le nostre vite.

di Maria Di Lorenzo – Madre di Dio

charles peguy

«Quando avremo recitato la nostra ultima parte,/ quando avremo deposto cappa e mantello, /quando avremo gettato maschera e coltello, /ricorda il nostro lungo peregrinare./ Quando ci caleranno nella fossa /e ci avranno offerto assoluzione e messa, /ricorda, o Regina di ogni promessa, /il nostro lungo cammino, il nostro peregrinare…».

La voce del poeta Charles Péguy attraversa tutto il XX secolo e porta in eredità a quello che si affaccia sulla scena del terzo millennio un seme di libertà. La libertà dei figli di Dio. Di Dio e di Maria. «Mistero, pericolo, gioia, disgrazia, grazia di Dio, scelta unica, responsabilità spaventosa, miseria, grandezza della nostra vita». Sono parole sue, estrapolate da un’opera che è un vero inno a Maria, Il portico del mistero della seconda virtù, data alle stampe il 22 ottobre 1911.
«Ascolta, bimba mia, – dice il poeta – ora ti spiegherò, ascoltami bene, /ora ti spiegherò perché, /come, in che/ la Santa Vergine è una creatura unica, rara./ Di una rarità infinita, fra tutte precellente, /unica fra tutte le creature. / Seguimi bene…».
E comincia, in sordina prima e poi con accenti sempre più appassionati, il suo canto d’amore alla Vergine:
«A colei che è infinitamente grande /perché è anche infinitamente piccola…/A colei che è infinitamente ricca/ perché è anche infinitamente povera…/A colei che è infinitamente alta/ perché è anche infinitamente discendente…/A colei che è infinitamente salva /perché a sua volta salva infinitamente…/ A colei che è tutta Grandezza e tutta Fede / perché è anche tutta Carità…/ A colei che è la più imponente / perché è anche la più materna…/ A colei che è infinitamente celeste /perché è anche infinitamente terrestre…/ A colei che è infinitamente gioiosa / perché è anche infinitamente dolorosa…/ A colei che è con noi / perché il Signore è con lei…/ Colei che è infinitamente regina /perché è la più umile delle creature…».

«Ho ritrovato la fede!»
Grandezza e mistero di Maria. Un canto affascinante, il suo, che ha quasi l’andamento e il sapore di antiche litanie. Ma da dove nasceva questo elogio della Santa Vergine? Dobbiamo gettare un rapido sguardo sulla vita – vita in verità assai breve, appena 41 anni, e altrettanto tumultuosa – di questo grande poeta francese.
Charles Péguy, bisogna dirlo subito, appartiene alla schiera dei convertiti. E del convertito la sua dimensione di scrittore avrà sempre l’impronta, negli aspetti di assoluto rigore come nelle fulminanti accensioni liriche.
Nato a Orléans il 7 gennaio 1873, ancora in fasce perse il padre, sicché sua madre per sopravvivere dovette imparare il mestiere di impagliatrice di sedie. Charles potrà studiare grazie alle borse di studio.
A vent’anni si trasferisce a Parigi, a quel tempo ha già abbandonato ogni pratica religiosa. È un giovane colto, intelligente, che diventerà discepolo di Bergson. Sensibile alle questioni sociali, è acceso da un ideale che nell’ultimo scorcio dell’Ottocento ha i contorni rivoluzionari del socialismo.
Péguy aderisce al credo socialista con l’intensità della gioventù e tutto l’ardore del suo cuore appassionato, ma ne resterà presto deluso. Da tale disillusione prenderà corpo la crisi, salutare e risolutiva.
È l’irruzione nella sua vita della Grazia. Evento misterioso, come ogni conversione, ma evento indubbiamente segnato da Maria. La storia di tanti convertiti sta lì a dimostrarlo: dietro ogni «caduta da cavallo», dietro ogni ritorno alla fede, c’è sempre lo «zampino» di Lei, della Madonna.
È Maria che riconduce a Dio, per sentieri segreti e imprevedibili che solo Lei conosce. Persino il peccatore più incallito, e con un piede già nell’abisso, ci rammenta S. Massimiliano Kolbe e con lui S. Luigi Grignion de Montfort (cfr. Trattato della vera devozione a Maria, n. 100), si converte ed è salvo per intercessione della Vergine, che sa come sciogliere i cuori più induriti.
Come nel caso del colto e indifferente scrittore di Orléans. A un certo punto, infatti, Péguy scrive all’amico Joseph Lotte, della sua cerchia parigina di intellettuali socialisti, e gli confessa: «Ho ritrovato la fede…Sono cattolico…».
È il settembre del 1908. Ha 35 anni. Da questo momento fino al giorno della sua morte – che avverrà nell’estate del 1914, in guerra, durante la battaglia della Marna – Charles Péguy si dedicherà a diffondere la fede ritrovata, in scritti di forte ispirazione religiosa.
E’ un cattolicesimo, il suo, vissuto in forma mistica e rivoluzionaria. Un cattolicesimo che ha il suo centro di luce in Maria, icona della speranza. I suoi versi, spesso ieratici, a volte ridondanti, conservano tracce di echi biblici molto forti, tra l’epico e il profetico. Il suo stile, personalissimo e incisivo, è impossibile da imitare. E difatti egli è rimasto una voce pressoché unica nel panorama della letteratura europea del Novecento.

Maria icona della speranza
Il portico del mistero della seconda virtù rappresenta la seconda parte di un trittico in versi che il poeta volle dedicare alle virtù teologali: fede, speranza e carità, comprendente Il mistero della carità di Giovanna d’Arco (1910) e Il mistero dei Santi Innocenti (1912).
Delle virtù teologali, secondo il poeta, è la speranza la più gradita a Dio, forse perché è anche la più difficile: «La Fede è una sposa fedele. / La Carità è una Madre / la Speranza è una bambina da nulla», scrive Péguy, «eppure è questa bambina che traverserà i mondi…».
La speranza, «singolare mistero, il più misterioso», precede quindi la fede e la carità, e corrisponde alla «infanzia del cuore». E’ qualcosa di «più dolce del sottile germoglio d’aprile», dice il poeta; essa «vede quello che non è ancora e che sarà, / ama quello che non è ancora e che sarà», ed è per l’appunto la «seconda virtù» a cui si fa cenno nel titolo. Una virtù che discende da Maria, la quale «ha preso a carico e in tutela / e in commenda per l’eternità / la giovane virtù Speranza».
Che cosa significa? Significa che la Madre di Dio un giorno è diventata anche madre nostra («perché il Figlio ha preso tutti i peccati /ma la Madre ha preso tutti i dolori») e, tra le sue braccia accoglienti, ci riceve e ci guida al porto sicuro della volontà di Dio, se appena abbiamo l’ardire («l’audacia», egli scrive) di affidarle le nostre vite.
«E lei, che li aveva presi, – continua – aveva / tanti figli sulle braccia. /Tutti i figli degli uomini. / Da quel primo piccino che aveva portato in braccio / Quel piccolo uomo che rideva come un tesoro / e che dopo le aveva causato tanto tormento /perché era morto per la salvezza del mondo…».
Maria è l’immagine della tenerezza di Dio verso tutti noi, suoi figli, «noi che non siamo nulla, noi che entriamo nella vita e subito ne usciamo, / come dei girovaghi entrano in una fattoria per un pasto soltanto, / per una pagnotta e per un bicchiere di vino». Creature effimere che durano un giorno, infelici, a contatto col dolore e la morte, anelanti a una difficile se non impossibile innocenza del cuore.
Eppure, dice Péguy, proprio all’uomo, a questo «pozzo d’inquietudine», Dio ha fatto dono di sé («spaventoso amore, spaventosa carità»). È questo il suo mistero, il mistero della seconda virtù: che «il Creatore ha bisogno della sua creatura…/ Colui che è tutto ha bisogno di ciò che non è nulla…».

Maternità universale
E’ il mistero di Dio, l’essenza per noi inspiegabile della sua gratuità, che poi fa tutt’uno col mistero di Maria, il suo essere compresenza e armonia degli opposti: purezza e al tempo stesso coscienza della miseria umana, senso di finitudine e salvezza donata a piene mani.
«A tutte le creature – scrive il poeta – manca qualche cosa, e non soltanto di non essere Creatore. / A quelle che sono carnali, lo sappiamo, manca di essere pure. / Ma a quelle che sono pure, bisogna saperlo, manca di essere carnali./ Una sola è pura essendo carnale. / Una sola è carnale essendo pura. / E’ per questo che la Santa Vergine non è solo la più grande benedizione che sia caduta sulla terra / ma la più grande benedizione discesa in tutta la creazione…».
Anche gli angeli, è vero, sono puri, dice Péguy, però non conoscono la materia, non hanno corpo, questo nostro corpo impastato di fango e di cenere che sempre ci inchioda alla terra. Maria, al contrario, pur essendo immacolata, «pura come Eva prima del primo peccato», ha sperimentato la realtà della carne, ed è in grado di capire quella pesantezza tutta umana del vivere. «E finché ci sarà un riparo, /cioè un ovile, / Essa è la madre del pastore eterno».
Maria, madre del Buon Pastore, è per l’uomo garanzia perenne di soccorso, e proprio in virtù della sua maternità, che è di carattere soprannaturale e, perciò, universale. A Lei, quindi, ci si può affidare infallibilmente, con la certezza di arrivare a Dio; a Lei si ricorre, infine, nell’ora estrema per trarne speranza di salvezza. «Quando avremo lasciato sacco e corda, / quando avremo tremato gli ultimi tremiti, / quando avremo rantolato gli ultimi dolori, / ricorda la tua misericordia. / Nulla ti chiediamo, o Rifugio dei peccatori, / solo l’ultimo posto nel tuo purgatorio, / per piangere a lungo la nostra tragica storia, / e contemplare da lontano il tuo splendore…».

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Ma la speranza non va da sé

Posté par atempodiblog le 20 janvier 2014

Ma la speranza non va da sé dans Charles Péguy rsx204

Ma la speranza non va da sé.
La speranza non va da sola.
Per sperare, bambina mia,
bisogna esser molto felici,
bisogna aver ottenuto,
ricevuto una grande grazia…
La Speranza vede quel che non è ancora e che sarà.
Ama quel che non è ancora e che sarà.
Nel futuro del tempo e dell’eternità…
E in mezzo alle due sorelle maggiori sembra lasciarsi tirare.
Come una bambina che non abbia la forza di camminare.
E venga trascinata su questa strada contro la sua volontà
Mentre è lei a far camminar le altre due.
E a trascinarle,
E a far camminare tutti quanti,
E a trascinarli.

Charles Péguy – Il portico del mistero della seconda virtù
Tratta da: Lo Straniero

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Il male del nostro secolo

Posté par atempodiblog le 14 janvier 2014

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“L’amnesia dell’eterno é il male del nostro secolo”.

Charles Péguy

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La gente, oggi, è convinta…

Posté par atempodiblog le 15 décembre 2013

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“La gente, oggi, è convinta che la morale consista dell’indignarsi contro qualcun altro”.

Charles Péguy

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“Se si vedesse l’inizio dei tuoi santi…”

Posté par atempodiblog le 8 octobre 2013

“Se si vedesse l'inizio dei tuoi santi…” dans Charles Péguy 2n8rerc

1425.
In piena estate.
Al mattino, Jeannette, figlia di Jacques d’Arc, fila pascolando le pecore di suo padre, su un colle lungo la Mosa. In secondo piano si vedono, da destra a sinistra, la Mosa tra i prati, il villaggio di Domremy con la chiesa, e la strada che porta a Vancouleurs. A sinistra in lontananza il villaggio di Maxey. In fondo le colline di fronte: messi, vigneti e boschi; le messi sono gialle.

Jeannette ha tredici anni e mezzo; Hauviette, la sua amica, dieci anni e qualche mese. Madama Gervaise ha venticinque anni.
Jeannette continua a filare; poi si alza; si volge verso la chiesa; dice il segno della croce senza farlo.

JEANNETTE: […] Nel nome del Padre; e del Figlio; e dello Spirito Santo; Così sia.
Padre nostro, padre nostro che sei nei cieli, com’è lontano il tuo nome dall’essere santificato; com’è lontano dall’arrivare il tuo regno.
Padre nostro, padre nostro che sei nel regno dei cieli, com’è lontano il tuo regno dall’arrivare nel regno della terra.
Padre nostro, padre nostro che sei nel regno dei cieli, com’è lontano il tuo regno dall’arrivare nel regno di Francia.
Padre nostro, padre nostro che sei nei cieli, com’è lontana la tua volontà dall’essere fatta; come siamo lontani dall’avere il nostro pane quotidiano.
Come siamo lontani dal perdonare i nostri debitori; e dal non cedere alla tentazione; e dall’essere liberati dal male. Così sia.

O mio Dio se solo si vedesse l’inizio del tuo regno. Se solo si vedesse sorgere il sole del tuo regno. Ma nulla, mai nulla. Ci hai mandato tuo Figlio, che amavi tanto, è venuto tuo figlio, che ha tanto sofferto, ed è morto, e nulla, mai nulla. Se solo si vedesse spuntare il giorno del tuo regno. E hai mandato i tuoi santi, li hai chiamati per nome, uno per uno, voi santi figli miei, e voi sante figlie mie, e i tuoi santi sono venuti, e le tue sante sono venute, e nulla, mai nulla. Anni sono passati, così tanti che non ne so il numero; secoli di anni sono passati; quattordici secoli di cristianità, ahimè, dalla nascita, e la morte, e la predicazione. E nulla, nulla, mai nulla. E ciò che regna sulla faccia della terra, nulla, nulla, non è altro che perdizione.
Quattordici secoli (fossero di cristianesimo), quattordici secoli dal riscatto delle nostre anime. E nulla, mai nulla, il regno della terra non è altro che il regno della perdizione, il regno della terra non è altro che il regno della perdizione.

Ci hai mandato tuo figlio e gli altri santi. E sulla faccia della terra non scorre che un’ondata d’ingratitudine e di perdizione.
Dio mio, Dio mio, sarà mai che tuo figlio sia morto invano. Sarebbe venuto; e questo non servirebbe a nulla. È peggio che mai. Se solo, se solo si vedesse sorgere il sole della tua giustizia. Ma si direbbe, Dio mio, Dio mio, perdonami, si direbbe che il tuo regno se ne va.
Non s’è mai bestemmiato tanto il tuo nome. Non si è mai disprezzata tanto la tua volontà. Non si è mai disubbidito tanto. Non ci è mai mancato tanto il nostro pane; e se non mancasse che a noi, mio Dio, se non mancasse che a noi; e se non fosse che il pane del corpo a mancarci, il pane di granturco, il pane di segale e di grano; ma un altro pane ci manca; il pane del nutrimento delle nostre anime; e noi siamo affamati di un’altra fame; della sola fame che lasci nel ventre un vuoto imperituro. Un altro pane ci manca.

E invece di essere il regno della tua carità, il solo regno che regni sulla faccia della terra, della tua terra, della terra che tu hai creato, invece di essere il regno del reame della tua carità, il solo regno che regni, è il regno del reame imperituro del peccato. E ancora se si vedesse l’inizio dei tuoi santi, se si vedesse spuntare l’inizio del regno dei tuoi santi.
Ma che è stato fatto, Dio mio, che è stato fatto della tua creatura, che è stato fatto del tuo creato? Non si sono mai fatte tante offese; e mai tante offese sono morte senza perdono. Mai il cristiano ha fatto tante offese al cristiano, e mai a te, mio Dio, mai l’uomo ti ha fatto tante offese. E mai una simile offesa è morta così priva di perdono.
Sarà mai che tu abbia mandato invano tuo figlio, e che tuo figlio abbia sofferto invano, e che sia morto. E bisognerà che sia invano che egli si sacrifica e che noi lo sacrifichiamo tutti i giorni. Sarà invano che una croce è stata eretta un giorno e che noi altri la erigiamo tutti i giorni. Che è stato fatto del popolo cristiano, mio Dio, del tuo popolo. E non sono più soltanto le tentazioni ad assediarci, ma sono le tentazioni che trionfano; e sono le tentazioni che regnano; ed è il regno della tentazione; e il regno dei reami della terra è caduto completamente nel regno del reame della tentazione; e i malvagi soccombono alle tentazioni del male, di fare del male; di fare del male agli altri; e perdonami, mio Dio, di fare del male a te; ma i buoni, quelli che erano buoni, soccombono a una tentazione infinitamente peggiore: alla tentazione di credere di essere abbandonati da te.

Nel nome del Padre, e del Figlio, e dello Spirito Santo, Dio mio liberaci dal male, liberaci dal male. Se non ci sono ancora stati abbastanza santi e sante, mandacene altri, mandacene quanti ce ne vorrà; mandacene finché il nemico sia stanco. Noi li seguiremo, mio Dio. Faremo tutto quello che vorrai. Faremo tutto quello che vorranno. Faremo tutto quello che ci diranno da parte tua. Noi siamo i tuoi fedeli, mandaci i tuoi santi; siamo le tue pecore, mandaci i tuoi pastori; siamo il gregge, mandaci i pastori. Siamo buoni cristiani, tu sai che siamo buoni cristiani. Allora come può essere che tanti buoni cristiani non facciano una buona cristianità. Bisogna che ci sia qualcosa che non va. Se tu ci mandassi, se solo tu volessi mandarci una delle tue sante. Perché ce n’è ancora. Si dice che ce ne siano. Se ne vede. Se ne sa. Se ne conosce. Ma non si sa come possa essere. Ci sono delle sante, c’è della santità, e lo stesso le cose non vanno. C’è qualcosa che non va. Ci sono delle sante, c’è della santità e mai il regno del reame della perdizione aveva tanto dominato sulla faccia della terra.
Forse ci vorrebbe altro, mio Dio, tu sai tutto. Sai quello che ci manca. Ci vorrebbe forse qualcosa di nuovo, qualcosa di mai visto prima. Qualcosa che non fosse ancora mai stato fatto. Ma chi oserebbe dire, mio Dio, che ci possa essere ancora del nuovo dopo quattordici secoli di cristianità, dopo tante sante e tanti santi, dopo tutti i tuoi martiri, dopo la passione e la morte di tuo figlio.
(Si risiede e ricomincia a filare.) Insomma quello che ci vorrebbe, mio Dio, ci vorrebbe che tu ci mandassi una santa… che riuscisse.

Charles Péguy - Il mistero della carità di Giovanna d’Arco, Jaca Book

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Semplici, con Maria

Posté par atempodiblog le 19 août 2013

Semplici, con Maria
Dai versi di Peguy alle parole di papa Francesco
di Stefania Falasca – Avvenire
Tratto da: Collactio

Semplici, con Maria dans Charles Péguy p4d6

«Ecco il luogo del mondo dove tutto diviene facile,
Il rimpianto, la partenza e anche l’avvenimento.
E l’addio temporaneo e anche la separazione
Il solo angolo della terra dove tutto si fa docile. […]
Ciò che dappertutto altrove è un’aspra lotta
E una lama da macello tesa alla gola,
Ciò che dappertutto altrove è la potatura e l’innesto
Qui non è che il fiore e il frutto del pesco […].
Ciò che dappertutto altrove è la noiosa abitudine
Seduta accanto al fuoco, le mani sotto il mento,
Ciò che dappertutto altrove è solitudine
Qui non è che un vivace e forte germoglio […].
Ce ne han dette tante, regina degli apostoli,
Abbiamo perso il gusto per i discorsi
Non abbiamo più altari se non i vostri
Non sappiamo nient’altro che una preghiera semplice».

È la preghiera che lo scrittore francese Charles Péguy rivolge alla Vergine di Chartres nella prima delle sue Prières dans la Cathédrale scritte nel 1913. È la preghiera personale di un uomo che è pienamente un uomo moderno, tuffato nel proprio tempo, cresciuto nel cuore della Francia laicista, che ha assorbito e fatto suoi anche tutti i presupposti della Rivoluzione e che diventa cristiano a 35 anni, mentre è immerso nella direzione della rivista repubblicana dei Cahiers, e quando è già padre di famiglia con tre figli, una moglie atea. Prière de résidence (Preghiera di residenza) l’intitola, «una preghiera semplice» la definisce, e con essa rievoca proprio l’esperienza vissuta del suo andare, del suo arrivare, del suo rimanere in ginocchio davanti alla Madre di Dio, del suo «lasciarsi guardare da Lei» nel santuario di Chartres. Aveva ricalcato così i passi di chissà quanti altri lungo i secoli nella campagna di Francia e le strade dell’assolata pianura della Beauce, per portare il groviglio della vita affannata lì, ai piedi di Maria. Così come ancora oggi può accadere a chiunque, entrando nei tanti santuari mariani che punteggiano l’Europa. Anche adesso, nel cuore di questa nostra incerta estate italiana [...]

«Faccio parte di quei cattolici che darebbero tutto san Tommaso per lo Stabat, il Magnificat, l’Ave Maria e il Salve Regina» confida Péguy a un amico. E in compagnia della «flotta delle preghiere della Vergine, come bianche caravelle umilmente ricurve sotto le vele a fior d’acqua» s’incammina per chilometri lungo i sentieri che lo portano a Chatres. Vi si recherà in pellegrinaggio molte volte per chiedere cose concrete, per ringraziare del bene ricevuto, per invocare la grazia della salute e la guarigione dei figli e per supplicare che anche «briciole di grazia» possano bastare a riempire la vita. Suppliche espresse per tanti anni in silenzio, che verrano esaudite dopo la sua morte: la moglie Charlotte e suoi figli riceveranno il battesimo nella Chiesa cattolica; sua moglie si recherà ogni anno in pellegrinaggio a Chartres portando con sé i bambini e lo farà per mezzo secolo fino a quando le forze glielo consentiranno.

L’anima che ha condotto a Chartres il viandante Péguy è la stessa con la quale papa Francesco, con tratti di profondità e delicatezza, svela nei gesti l’intimo rapporto di tenerezza che lo unisce a Gesù e a Maria, e a ripetere le preghiere semplici della tradizione cristiana e parlare della pietà popolare. Pietà che nel documento della Conferenza dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida (2007) egli ha definito «spiritualità popolare»:
«È un cammino originale per il quale lo Spirito Santo ha condotto e continua a condurre milioni di nostri fratelli a Dio… molti non abbassano le braccia e toccando i piedi, il lembo del mantello di Maria si aggrappano all’immenso amore che Dio tiene per loro e incontrano la tenerezza di Dio nel suo volto. In lei vedono riflesso il messaggio essenziale del Vangelo». E ancora: «Non possiamo svalutare la spiritualità popolare, o considerarla un modo secondario della vita cristiana, perché sarebbe dimenticare il primato dell’azione dello Spirito e l’iniziativa gratuita dell’amore di Dio… Anche oggi ci possono essere posture gnostiche di fronte a questo fatto della pietà popolare».

La pietà che si esprime nella devozione, nelle processioni, nelle adorazioni, non è perciò una forma minore di vivere la cattolicità, né è appannaggio di minoranze rigoste o di nostalgici passatisti, di cristiani che si sentono più “seri” degli altri. Di vecchi e nuovi farisei che come scrive Péguy «non sopportano che la salvezza sia facile» e che lo avevano rimproverato di lassismo e pressato affinché mettesse ordine nella sua vita fino a consigliarlo di rompere il vincolo coniugale che lo legava a sua moglie, e che Péguy non esitò a definire «empi». Cioè contrari alla stessa pietà, perché empietà vuol dire mancanza di pietas, che nel suo significato classico e cristiano vuol dire proprio rispetto e misericordia. Ed è quel riconoscersi debitore per un bene che si è ricevuto, che accompagnerà Péguy fino all’estremo dei suoi giorni. E che lo vedrà ancora, nella notte prima di morire in guerra, mentre è di stanza con gli altri soldati nei pressi di un convento, raccogliersi ai piedi di una statua della Madonna per affidare ancora una volta a Lei i suoi cari e chiedere per sé il dono della perseveranza finale. Così da acquistare un posto da cui poter guardare per sempre, anche da lontano, il «giovane splendore» di Maria, come aveva già chiesto nella Présentation de la Beauce a Notre-Dame de Chartres: «Non domandiamo più niente, rifugio del peccatore, se non l’ultimo posto nel vostro purgatorio… e poter contemplare ancora, da lontano il vostro giovane splendore».

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Verità e Carità

Posté par atempodiblog le 1 août 2013

Verità e Carità

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Charles Péguy: “sulla soglia della Chiesa”: nel portico di accesso. E’ il titolo di un libro pubblicato in Francia pochi anni fa.
Sulla soglia della Chiesa, perché dentro la Chiesa egli era un “irregolare”: sposato civilmente nel 1897 con una donna atea – Charlette, sorella del socialista, amico fraterno, Marcel Baudouin – e padre di tre figli non battezzati, Péguy non poteva accostarsi ai Sacramenti quando ritornò a frequentare la Chiesa, avendo riscoperto nel cristianesimo cattolico le sorgenti vere della sua vita. Desiderava con tutto se stesso che i suoi cari condividessero con lui quella nuova vita che gli zampillava nel cuore; desiderava celebrare il sacramento del matrimonio con Charlette, ma era limpidamente cosciente che la conversione è “lavoro della Grazia”. La sua esperienza era chiarissima: quando, nel 1908 confessa all’amico J. Lotte: “ho ritrovato la fede… sono cattolico”, Péguy sa bene di essere stato toccato da una Grazia misteriosa e che quell’avvenimento non è “operazione di ritorno e di rimpianto”, esito di riflessioni sui propri fallimenti esistenziali…
I suoi familiari da quella Grazia non erano ancora toccati, e Péguy, fedele al patto di sposo e di padre, rimase con loro pregando ed affidandoli a Maria, la donna nella cui carne, in modo commovente, il cristianesimo è nato. Restò “sulla soglia”, senza recriminare, consapevole della sua situazione: “Sono un peccatore – scriveva – non un santo. I santi si riconoscono immediatamente. Sono un buon peccatore. Un testimone. Un peccatore che frequenta la Messa domenicale in parrocchia, un peccatore con i tesori della grazia divina”. Un decennio dopo la sua morte – avvenuta nella battaglia della Marna, vicino a Villeroy, il 5 settembre 1914 – la moglie riceverà il battesimo; saranno battezzati in quegli anni – tra il 1925 e il 1926 – anche i figli: i tre che egli conobbe ed il quarto che era nato quando già Péguy aveva terminato la sua vita quaggiù. Aveva invocato lungamente per loro l’intervento della Grazia, con la fiducia e l’audacia di un uomo che ha sperimentato l’opera di Dio; aveva scritto – come parlando di altri – nel “Portico delle seconda virtù”: “come si prendono tre bambini e li si mette tutti e tre, per gioco, nelle braccia della loro madre, che ride, che protesta perché se ne mettono troppi, lui, audacemente come un uomo, aveva preso con la preghiera i suoi tre bambini e tranquillamente li aveva messi nelle braccia di colei che si è fatta carico di tutti i dolori del mondo”.

Charles Péguy era nato ad Orléans – la città di S. Giovanna d’Arco – il 7 gennaio del 1873. Suo padre, falegname, era morto quando il bimbo aveva undici mesi; la madre divenne impagliatrice di sedie, e Charles la aiutava, in questo lavoro di precisione e pazienza, battendo la paglia e tagliando i fili. A sette anni la scuola: è un bimbo studioso ed intelligente; il suo maestro lo avvia agli studi superiori, condotti grazie a borse di studio conquistate con l’impegno e l’acume. Nel 1891 consegue la maturità classica, ed abbandona la Chiesa – “tutti i miei compagni si sono sbarazzati, come me, del loro cattolicesimo”: gli ripugnava una religiosità ridotta a moralismo, a bigotta paura dell’inferno, tranquillamente e borghesemente rassegnata all’idea che tanti si perdessero… Non poteva essere “vera” quella proposta per lui che sentiva fremere in sé una passione fortissima per la vita, la carne e lo spirito dell’uomo. In “Véronique. Dialogue de l’histoire et de l’ame charnelle”, scritto pochi mesi prima della morte, ritornerà con forza sulla incapacità – che i cristiani moderni manifestano – di comprendere la reale situazione della società e dell’uomo moderno riguardo il cristianesimo: “Quando noi parliamo di scristianizzazione, quando noi constatiamo questo disastro della scristianizzazione, bisogna intendersi sui termini. Il peccatore ed il santo sono tutti e due propri del cristianesimo. Quando si dice che il mondo di scristianizza non si vuole dire affatto che nel sistema cristiano la santità sia stata una volta di più sommersa dai peccati. Quand’anche fosse, tutto questo non sarebbe niente… Ciò che constatiamo è infinitamente più grave: questo mondo moderno non è solamente un cattivo mondo cristiano, un mondo di cattivo cristianesimo, ma un mondo in cristiano, scristianizzato. Ecco ciò che bisogna dire, vedere. Ecco ciò che tanti cristiani, e soprattutto tanti cattolici, ben intenzionati, non vogliono riconoscere, non vogliono vedere. E questa viltà impedisce loro di far qualcosa di utile, di  salvare qualcosa… Sempre forse il contingente dei santi è stato miserabile in paragone al contingente dei peccatori… Ma il disastro, oggi, è che le nostre stesse miserie non sono più cristiane. Ecco la novità. Finchè le nostre bassezze erano cristiane c’era scampo, c’era materia per la grazia… C’era la cattiveria dei tempi anche sotto i Romani, ma Gesù non se ne va affatto. Non si rifugia affatto dietro alla cattiveria dei tempi. Non impiegò i suoi anni a gemere e lamentare la cattiveria dei tempi. Egli taglia corto. Oh in modo molto semplice! Facendo il cristianesimo. Non si mise ad incriminare, ad accusare qualcuno. Egli salvò. Non incriminò il mondo: salvò il mondo. Questi altri invece [parla degli “ecclesiastici-intellettuali” laici o chierici che siano] vituperano, raziocinando, incriminano. Medici che ingiuriano, che se la prendono con il malato. Essi accusano l’arida sabbia del secolo; ma al tempo di Gesù c’erano anche allora il secolo e le sabbie del secolo. Ma sulla sabbia arida, una sorgente, una sorgente di grazia, inesauribile, cominciò a zampillare”. Il teologo Von Balthasar disse di Péguy: “Non si è mai parlato così cristiano”.
Prosegue gli studi all’Università di Parigi, dove consegue la licenza in Lettere ed un baccalaureato in Scienze e dove gli incontri con il socialista Herr ed il filosofo Bergson segnano la sua vita; lascia l’Università senza laurearsi: si sente ormai “maturo” e non può restare a scuola; si iscrive nel 1905 al partito socialista; inizia una convulsa, difficoltosa attività pubblicistica – i primi “Dialoghi” e i “Cahiers” –; nel 1907-08, la “conversione”, vissuta nello stupore di fronte all’opera della Grazia, toccato dalla realtà del mistero dell’Incarnazione: “Un Dio, amico mio, si è scomodato per me. Ecco il cristianesimo. Il resto è una bazzecola…Poiché il soprannaturale è esso stesso carnale, e l’albero della grazia e radicato in profondità…”.

Da CHARLES PEGUY, Lui è qui. Pagine scelte, a cura di D. Rondoni e F. Crescini, Rizzoli, 1997

“Non bisogna contarsela su. Noi sappiamo molto bene che cos’è la penitenza. Un penitente è un signore che non è molto fiero di se stesso. Che non è molto fiero di quello che ha fatto. Perché quello che ha fatto – occorre dirlo – è il peccato. Un penitente è un signore che ha onta di sé e del suo peccato. Che vorrebbe proprio seppellirsi. Soprattutto che vorrebbe proprio non averlo fatto. Mai. [Ma questo signore si sente raccontare la parabola della dracma perduta, della pecorella smarrita…]. Che cos’è quella dracma che vale nove dracme lei da sola? E’ lui, qui, nessun’altro… E’ quella pecora, è questo peccatore, è questo penitente, è quest’anima che Dio, che Gesù riporta sulle spalle, abbandonando le altre, lasciandole in quel periodo da sole… Non solo questo penitente ne vale un altro, non solamente vale un giusto, che già sarebbe un po’ tirata… Ma lui ne vale novantanove, ne vale cento, vale tutto il gregge. Nel segreto del cuore. Nel segreto del cuore eterno. E allora, bambina mia, tu sai che lei era perita e che è stata ritrovata, che lei era morta e che è risuscitata”.

“Ci sono giorni in cui i Santi ed i Patroni non bastano… Allora bisogna prendere il coraggio a due mani, e rivolgersi direttamente a quella che è al di sopra di tutti…, infinitamente bella, infinitamente buona. A colei che intercede. La sola che possa parlare con l’autorità di una madre… Infinitamente accogliente, come il prete sulla soglia della chiesa cha va di fronte al nuovo nato, fin sulla soglia, il giorno del suo battesimo, per introdurlo nella casa di Dio. A colei che è infinitamente alta perché è anche infinitamente condiscendente. A colei che è infinitamente grande perché è anche infinitamente piccola. A tutte le creature manca qualche cosa: a quelle che sono carnali manca d’essere pure; ma a quelle che sono pure [gli angeli], noi lo sappiamo, manca d’essere carnali. Una sola è pura essendo carnale. Una sola è carnale essendo anche pura. Gli angeli non sanno per niente cosa sia avere un corpo, essere un corpo. Non sanno per niente cosa sia essere una povera creatura. Carnale. Un corpo impastato col fango di questa terra. Loro non conoscono questo legarsi misterioso, infinitamente misterioso, dell’anima e del corpo…”.

Per una conoscenza di Péguy e del suo percorso: AA. VV., “Ciò che conta è lo stupore. Articoli e interviste su Charles Péguy”, Edizioni S. Paolo, 2001.
Lo stile di Péguy è particolare; chi volesse leggere in italiano un’opera intera: PEGUY, “Véronique. Dialogo della storia e dell’anima carnale”, Piemme, 2002.

Scheda a cura di P. Edoardo Cerrato, d.O.
Tratto da: Oratorio Secolare di san Filippo Neri – Biella

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In verità vi dico: viva i peccatori

Posté par atempodiblog le 2 juillet 2013

In verità vi dico: viva i peccatori
Gesù cercava le ferite del peccato e le guariva. Ma ammoniva gli scribi, che chiamava “sepolcri imbiancati”.
di Antonio Socci – Panorama

In verità vi dico: viva i peccatori dans Antonio Socci p2je

Il Cristianesimo, strano a dirsi, entra nel mondo precisamente in polemica dura con i moralisti. A ogni pagina dei Vangeli Gesù appare traboccante di tenerezza verso i peccatori, perfino i più malfamati. Invece è durissimo solo con coloro che si ritenevano “giusti”.

Con loro, per scuoterli, usa parole di fuoco: “Guai a voi, dottori della Legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito” (Lc 11,43-46). “Tutto quello che fanno è per farsi vedere dalla gente… Guai a voi scribi e farisei ipocriti. Voi siete come sepolcri imbiancati: all’esterno sembrano bellissimi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di marciume” (Mt 24,4 e segg).
Gesù non sta alla larga dai peccatori e dai disprezzati, anzi li cerca premurosamente. Come nota il filosofo Soren Kierkegaard: “Non ritenne mai un tetto tanto misero da impedirgli di entrarvi con gioia, mai un uomo tanto insignificante da non voler collocare la sua dimora nel suo cuore”.

Ma soprattutto Gesù rifiuta la presunzione di giudicare gli altri come peccatori, perché peccatori per lui sono tutti gli uomini e nessuno si salva se umilmente non si lascia perdonare. Un altro grande convertito del Novecento, lo scrittore francese Charles Péguy, scriverà: “Le persone morali non si lasciano bagnare dalla grazia. Ciò che si chiama la morale è una crosta che rende l’uomo impermeabile alla grazia. Si spiega così il fatto che la grazia operi sui più grandi criminali e risollevi i più miserabili peccatori”.
Lo si vede, in effetti, sul Calvario, dove il ladrone si converte, mentre i dottori della Legge inveiscono contro Gesù: “E’ per questo che niente è più contrario a ciò che si chiama la religione come ciò che si chiama la morale” estremizzava Péguy “e niente è così idiota che confondere così insieme la morale e la religione”.
Naturalmente Péguy non fa l’elogio del peccato. Gesù ha orrore di ogni peccato, ma condanna il legalismo. Come Paolo e Agostino condannano l’ideologia dell’onesto, il moralismo. Ciò sarà il giacobinismo. Perché non ci si salva con le nostre forze. Gesù dice: “Senza di me non potete fare nulla”. Egli dice infatti di essere venuto per i peccatori, le cui ferite del peccato possono diventare feritoie della grazia. Spiega di essere venuto per salvare, non per condannare. E’ stupefacente. Colui che ha più cambiato il mondo e lo ha umanizzato e santificato non fa mai l’accusatore. Perdona sempre.

E’ ancora Péguy che lo spiega: “C’era la cattiveria dei tempi anche sotto i Romani. Ma Gesù venne. Egli non perse i suoi anni a gemere e interpellare la cattiveria dei tempi. Egli taglia corto. In modo molto semplice. Facendo il Cristianesimo. Egli non si mise a incriminare, ad accusare qualcuno. Egli salvò. Non incriminò il mondo. Egli salvò il mondo”.

Publié dans Antonio Socci, Articoli di Giornali e News, Charles Péguy, Misericordia, Perdono, Riflessioni, Stile di vita, Søren Kierkegaard | Pas de Commentaire »

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