Leone XIV in Camerun e Guinea Equatoriale, il nunzio: “Il Papa si considera figlio dell’Africa”

Posté par atempodiblog le 9 avril 2026

Leone XIV in Camerun e Guinea Equatoriale, il nunzio: “Il Papa si considera figlio dell’Africa”
L’arcivescovo José Avelino Bettencourt, nunzio apostolico in Camerun e Guinea Equatoriale, racconta il senso del viaggio di Leone XIV in tutti i Paesi africani
di Andrea Gagliarducci – ACI Stampa

Papa Leone XIV e la Mamma del Cielo

Un viaggio di dieci giorni, che toccherà Algeria, Angola, Camerun e Guinea Equatoriale. Il nunzio di questi ultimi due Paesi è l’arcivescovo José Avelino Bettencourt, arrivato nel 2023 dopo aver servito come “ambasciatore del Papa” in Armenia e Georgia. Il nunzio, che ha partecipato agli incontri preparatori del viaggio, nota che la decisione di Leone XIV di dedicare dieci giorni all’Africa è molto significativa.

Leone XIV verrà in Camerun e Guinea Equatoriale. Qual è l’occasione della visita e qual è il significato della visita del Papa per questi due Paesi?
Papa Leone XIV è stato eletto pontefice lo scorso 8 maggio e tra meno di un anno visiterà il continente africano. È un evento molto significativo a vari livelli. Innanzitutto a livello spirituale, sappiamo che Sua Santità è un religioso e membro dell’Ordine Agostiniano. Sant’Agostino è uno dei più grandi santi della Chiesa, un Padre della Chiesa e uno dei 39 Dottori della Chiesa. Sant’Agostino nacque in Africa.

Papa Leone XIV si considera profondamente un figlio spirituale di Sant’Agostino e quindi un “figlio dell’Africa”, un continente in cui la fede è oggi assolutamente esuberante. A livello ecclesiastico, l’Africa, e più specificamente il Camerun e la Guinea Equatoriale, dove sono Nunzio Apostolico, è una Chiesa in cui si è assistito a una moltiplicazione di diocesi, sono presenti quasi tutti gli ordini religiosi, c’è un’università cattolica e la Chiesa si è impegnata ad affrontare le sfide in modo molto creativo e proattivo.

Qual è la situazione del cattolicesimo in Camerun e Guinea Equatoriale?
Sul piano della testimonianza di Cristo, la Chiesa è presente nelle regioni più remote e periferiche con le sue scuole, ospedali, centri sociali, ed è vicina alla popolazione. A livello diplomatico, abbiamo celebrato nel 2024 il decimo anniversario della firma dell’Accordo quadro tra la Santa Sede e il Camerun, con una visita ufficiale dell’arcivescovo Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati. Cardinali e Prelati della Chiesa hanno letteralmente “attraversato” questo continente per mostrare la vicinanza del Santo Padre ai fedeli africani. Quest’anno, nel 2026, celebriamo il 60° anniversario delle relazioni diplomatiche ufficiali tra la Santa Sede e il Camerun. Pertanto, da tutto il continente africano ci sono molteplici motivi, a più livelli, per comprendere l’importanza di questo Viaggio Apostolico.

Ci può anticipare qualcosa di quello che si pensa sarà il programma del Papa?
È noto che il Santo Padre visiterà Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale dal 13 al 24 aprile 2026. Al suo arrivo in Camerun, saremo accolti nella capitale, Yaoundé, dove incontrerà il Capo dello Stato e le Autorità. Si recherà poi a Bamenda, nella regione separatista anglofona del Nord-ovest. È un luogo poco visitato per motivi di sicurezza. Sua Eminenza Pietro Parolin, Cardinale Segretario di Stato, ha visitato Bamenda quattro anni fa, i miei predecessori l’hanno visitata e io stesso ho visitato la regione otto volte nei due anni in cui sono stato qui. Le prime parole del Santo Padre dal Balcone di San Pietro, “la pace sia con voi”, troveranno un’eco particolare a Bamenda nel suo gesto personale per la pace nella Regione e in tutta l’Africa. Il Santo Padre si recherà anche a Douala per incontrare i giovani. Naturalmente, l’età media in Camerun è di 18 anni, quindi quando parlate di giovani in Africa, vi riferite a “tutta” la popolazione. Il viaggio in Camerun si concluderà a Yaoundé con una celebrazione liturgica. Sono attesi molti fedeli cattolici, così come persone di tutte le tradizioni religiose e di tutte le fasce della società.

C’è qualcosa di particolare programmato in Guinea Equatoriale?
In Guinea Equatoriale, il Santo Padre arriverà a Malabo, la capitale situata sull’isola di Bioko. Incontrerà il Capo dello Stato e le Autorità. Si recherà poi a Mongomo, dove si trova la seconda chiesa più grande dell’Africa, la Basilica dell’Immacolata Concezione. È un centro di pellegrinaggio e un bellissimo santuario nel mezzo della foresta pluviale tropicale equatoriale. Il Santo Padre visiterà anche Bata, la più grande città economica del Paese, dove incontrerà i giovani.

Quali sono i luoghi di interesse? Quali sono i temi che potrebbero essere sviluppati?
L’Africa è un continente con tante bellezze e con le sue sfide, proprio come ogni altro continente del mondo. Proprio come in Europa, la questione della pace è centrale. Proprio come nelle Americhe, la questione della giustizia sociale è centrale. Proprio come in Asia, la questione della dignità umana è centrale. Per questo in Africa il Santo Padre parlerà al mondo. In Camerun il Santo Padre parlerà in inglese e francese, in Guinea Equatoriale parlerà in spagnolo, proprio come in Angola parlerà in portoghese, ma soprattutto parlerà la lingua del Vangelo ai fedeli della Chiesa cattolica. Sarà una celebrazione della Buona Novella di Gesù Cristo, che può cambiare le menti e i cuori e portare luce e speranza al nostro futuro comune.

Trenta anni fa, Giovanni Paolo II firmò a Yaoundé la Ecclesia in Africa. Cosa di quel documento è ancora attuale?
“Ecclesia in Africa” rimane un documento senza tempo. Dopo la firma del documento da parte di San Giovanni Paolo II a Yaoundé nel 1995, seguì la visita di Papa Benedetto XVI nel 2009 nel contesto del secondo Sinodo per l’Africa. Ogni generazione è chiamata a esaminare e affrontare le questioni del proprio tempo. Questo è stato vero nel 1995 e nel 2009 e i Sinodi sull’Africa hanno dato alla Chiesa in Africa una visione lungimirante del loro apostolato.

Vorrei ricordare l’immensa importanza dei catechisti in Africa. Ovunque visiti mi ritrovo a pregare davanti alla tomba di catechisti straordinari che hanno dato la vita così generosamente per la causa della fede. Credo che un giorno molti di questi catechisti saranno riconosciuti come “martiri” della fede. C’è un profondo senso di famiglia e di fede. La Chiesa africana ha portato questo dono, e molti altri, alla luce della Chiesa universale. “Ecclesia in Africa”, che nel 2025 ha celebrato il 30° anniversario della sua promulgazione, rimane un documento di riferimento, da approfondire e mettere in pratica.

Il viaggio in Camerun e Guinea Equatoriale è parte di un percorso più ampio, che porterà il Papa a toccare anche Algeria e Angola. In che modo questi Paesi sono collegati?
Sì, c’è un significato profondo e ampio in questa visita così importante. Il viaggio apostolico di Papa Leone XIV in Africa ricorda anche che il Bambino Gesù stesso fuggì in Egitto, in Africa, in un contesto particolare. L’Africa ha sempre svolto un ruolo essenziale nella fede cristiana con la sua presenza storica.

Con la diffusione della fede cristiana in tutto il continente e la celebrazione dei sacramenti, abbiamo visto individui molto speciali elevarsi al servizio del Vangelo. Oltre ai santi e ai martiri noti di questo continente, ci sono figure come il figlio del re Afonso del Congo, che divenne il primo vescovo subsahariano a essere consacrato all’inizio del XV secolo. Fu ausiliare dell’arcidiocesi di Funchal, che si estendeva fino al Giappone, ed esercitò il suo ministero per circa 10 anni. Nello stesso periodo, un altro figlio del re Afonso del Congo fu nominato primo ambasciatore dell’Africa subsahariana a raggiungere Roma. Le sue spoglie si trovano nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. Il cristianesimo abbracciava l’intero continente, fino ai punti più meridionali dove oggi è viva la vita cattolica. Si potrebbero citare molti altri esempi, ma da questi pochi possiamo comprendere che l’Africa è un continente ricco di cultura, tradizioni, risorse umane e soprattutto di fede. La missione apostolica della Chiesa in Africa è stata e continua ad essere una storia davvero epica. Il viaggio apostolico del Santo Padre in Africa è pieno di significato.

Quali sono le caratteristiche delle Chiese di Guinea Equatoriale e Camerun?
Sono particolarmente colpito dalla partecipazione dei fedeli alla Chiesa africana, in particolare in Camerun e in Guinea Equatoriale, dove ho l’onore di servire come Nunzio Apostolico. L’ anno scorso abbiamo celebrato il 75° anniversario della diocesi più antica del Camerun, la diocesi di Buea. Ha una sua storia particolare, data la presenza iniziale tedesca, poi inglese e francese. Tra il passaggio dalla presenza tedesca a quella inglese ci fu una lunga pausa di diversi anni in cui ai sacerdoti fu proibito di recarsi nella regione. La Chiesa continuò grazie all’attività dei catechisti che curavano e animavano le chiese, che tenevano i registri, che insegnavano la Parola di Cristo e che preparavano i fedeli ai sacramenti.

Come fu evangelizzata la Guinea Equatoriale?
In Guinea Equatoriale, il Vangelo fu portato fino alle più remote zone interne delle foreste pluviali del paese da un laico. Imparò la preghiera e la meditazione del Santo Rosario da un sacerdote missionario incontrato nella regione costiera, dove si recava per commerciare con i mercanti stranieri. Iniziò a recitare il rosario e lo portò con sé al suo villaggio. La preghiera si diffuse presto e attraverso le meditazioni conobbero Gesù Cristo. Seguirono i missionari che fondarono missioni con scuole e ospedali e il Vangelo iniziò a essere letto.

Oggi, la Basilica di Nostra Signora dell’Immacolata Concezione, la seconda chiesa più grande d’Africa, si erge tra le foreste pluviali interne come testimonianza di fede. È una storia assolutamente straordinaria.
La chiesa di Buea, in Camerun, la chiesa di tutta la Guinea Equatoriale e la chiesa di tutto il continente africano sono animate da tanti fedeli impegnati e coinvolti nella missione evangelica della Chiesa.
Durante tutte le visite il Santo Padre incontrerà i diversi settori della società, i leader religiosi, i leader tradizionali e soprattutto coloro che frequentano le scuole cattoliche, gli orfanotrofi, i centri di accoglienza sociale, in sintesi coloro che più attendono la visita del Santo Padre.

Come si stanno preparando i fedeli alla visita del Papa? E in che modo pensa si lavorerà dopo la visita del Papa?
L’annuncio del Viaggio Apostolico di Papa Leone XIV in Africa è stato accolto con grandissima gioia, gratitudine e con la profonda consapevolezza che questo è fonte di una benedizione speciale. La Chiesa sta celebrando il Tempo liturgico della Quaresima e questo momento è particolarmente propizio per la preparazione spirituale alla visita. La Conferenza Episcopale della Guinea Equatoriale ha preparato una lettera pastorale che contestualizza la visita e propone un itinerario spirituale che include una preghiera per il Santo Padre e la sua visita in Guinea Equatoriale. La Conferenza Episcopale del Camerun ha iniziato a preparare i fedeli a livello parrocchiale e diocesano a seguire l’itinerario del Tempo liturgico e a contestualizzare il Viaggio Apostolico in tale itinerario liturgico e spirituale. Il fervore dei fedeli è palpabile. I preparativi sono in fase di completamento e tutti saranno in piazza, lungo le vie e lungo i vicoli per accogliere il Santo Padre in Africa.

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Padre Caffarel: il sacerdote che rivelò agli sposi la via della santità

Posté par atempodiblog le 24 mars 2026

Padre Caffarel: il sacerdote che rivelò agli sposi la via della santità
Promulgato il decreto di venerabilità di p. Caffarel, sacerdote francese e uomo di profonda preghiera che intuì la vocazione degli sposi alla santità, fondando le Équipes Notre-Dame e nuove forme di accompagnamento spirituale. La sua eredità continua a ispirare coppie e laici in tutto il mondo.
di Raffaele Iaria – Agenzia SIR

Padre Henri Caffarel

Sacerdote francese, uomo di preghiera e instancabile cercatore di Dio, p. Henri Caffarel intuì il bisogno di accompagnare le coppie di sposi nella scoperta della loro vocazione alla santità. Un’intuizione maturata pochi anni dopo la sua ordinazione sacerdotale.

Nato a Lione il 30 luglio 1903 e battezzato tre giorni dopo, fu ordinato sacerdote il 19 aprile 1930 a Parigi. Nel 1939 iniziò a riunire quattro coppie di sposi per riflettere insieme sul mistero del matrimonio cristiano: da quel piccolo gruppo nacque l’esperienza delle “Équipes Notre-Dame”, oggi associazione internazionale di fedeli di diritto pontificio, presente in oltre 90 Paesi.

La radice del suo cammino spirituale risale a un incontro personale con Cristo, che lui stesso raccontò così: “A vent’anni, Gesù Cristo, in un istante, è diventato Qualcuno per me… Ho fatto esperienza di essere amato e di amare, e che da quel momento in poi tra lui e me sarebbe stato per tutta la vita. Tutto era deciso”. Il card. Jean-Marie Lustiger lo ha definito “profeta del ventesimo secolo”.

Caffarel studiò presso i Fratelli Maristi dal 1913 al 1921, conseguendo il baccalauréat de mathématiques. Si iscrisse poi alla facoltà di giurisprudenza, ma una grave forma di anemia cerebrale lo costrinse a interrompere gli studi. Una fragilità che lo accompagnò per tutta la vita.
La lettura del “Vademecum proposé aux âmes religieuses” della suora italiana Benigna Consolata Ferrero lo aiutò a discernere la vocazione sacerdotale. Dopo il servizio militare desiderava entrare nell’abbazia trappista di Notre-Dame-des-Dombes, ma il suo direttore spirituale lo invitò ad attendere, ritenendo che la salute non gli avrebbe permesso di sostenere la vita monastica. Fu così che mons. Jean Verdier lo accolse come uditore all’Institut Catholique di Parigi, dove completò la formazione teologica.
Ordinato sacerdote per la diocesi di Parigi, lavorò dapprima nel segretariato generale della JOC e poi in quello dell’Azione Cattolica, in particolare nella Centrale cattolica del cinema e della radio. Nel 1936 lasciò gli incarichi per dedicarsi alla predicazione di ritiri spirituali, soprattutto per i giovani. Tre anni dopo iniziò l’apostolato che lo avrebbe reso noto in tutto il mondo: il cammino con le coppie di sposi.

“La sua grande originalità – si legge in una testimonianza del processo di beatificazione – fu quella di promuovere il matrimonio come cammino di santità, l’orazione personale, la preghiera in coppia e in équipe, l’aiuto spirituale reciproco e il ruolo del laicato come motore della vita spirituale”.

Su richiesta delle coppie, l’arcivescovo di Parigi, cardinale Emmanuel Suhard, gli affidò ufficialmente questo apostolato. L’8 settembre 1943, presso la grotta di Lourdes, Caffarel ebbe l’intuizione di fondare un gruppo dedicato alle donne in stato di vedovanza: nacque così quella che dal 1977 è conosciuta come “Fraternité Notre-Dame de la Résurrection”. Nel 1945 la rivista L’Anneau d’Or e, con padre Pierre Joly, i centri di preparazione al matrimonio.

Nella stessa logica delle Équipes Notre-Dame nacquero anche le Fraternità Giuseppe e Maria, per aiutare le coppie ad approfondire la loro chiamata alla santità.
Il 29 agosto 1960 fu nominato consultore della Commissione per l’Apostolato dei Laici in vista del Concilio Vaticano II.

Nel 1996 fu colpito da una grave crisi cardiaca e morì il 18 settembre all’ospedale di Beauvais. Le esequie furono celebrate il giorno successivo nella cappella delle Fraternità Giuseppe e Maria, come egli stesso aveva richiesto. Sulla sua tomba, a Troussures, la frase “Vieni e seguimi!”.
Il 23 marzo 2026 Papa Leone XIV ha autorizzato la promulgazione del decreto di venerabilità di p. Caffarel: “una bella e importante notizia per il nostro Movimento!. Ringraziamo il Signore e uniamoci in preghiera”, dicono al Movimento da lui fondato.

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Digiuno e preghiera per la pace: da Nord a Sud, la mobilitazione della Chiesa italiana

Posté par atempodiblog le 13 mars 2026

Digiuno e preghiera per la pace: da Nord a Sud, la mobilitazione della Chiesa italiana
Oggi la giornata indetta dalla Cei, con centinaia di iniziative che vedranno protagonista la comunità cristiana. Da Bolzano a Cagliari, passando per Roma, sono previste Messe, Via Crucis e adorazioni eucaristiche. «La gente è preoccupata per la guerra, per questo la risposta dei fedeli è stata immediata»
di Roberta Pumpo – Avvenire

Digiuno, preghiera e poi pace: le priorità da ristabilire dans Articoli di Giornali e News Digiuno-e-preghiere

Dall’arcidiocesi di Cagliari a quella di Foggia-Bovino, dalle diocesi di Grosseto e Pitigliano-Sovana-Orbetello all’arcidiocesi di Pisa, per ribadire che «la guerra non è e non può mai essere la risposta» e implorare dal Signore che taccia il fragore delle armi. Sono centinaia le comunità in Italia che hanno aderito alla Giornata di preghiera e digiuno per la pace indetta per oggi dalla Conferenza episcopale italiana. Sarà anche l’occasione per pregare per padre Pierre al-Rahi, parroco a Qlayaa, nel Sud del Libano, e cappellano regionale della Caritas, ucciso il 9 marzo in un bombardamento mentre soccorreva un parrocchiano ferito in un precedente raid.

Incontri, Messe, Via Crucis, recita del Rosario, adorazioni eucaristiche: sono tante e diverse le iniziative organizzate dalle comunità per invocare la fine dei conflitti in Medio Oriente e in ogni angolo della Terra ferito da guerre, macerie e lutti. Un’invocazione costante in questi giorni, risuonata già l’11 marzo nelle parole del cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei. Da Assisi, dove ha presieduto la Messa per implorare il dono della pace in Ucraina, volgendo lo sguardo al mondo intero, ha sottolineato che «non dobbiamo mai dimenticare che ogni guerra è fratricida. Qui impariamo la via della misericordia e della gioia: san Francesco continua a parlare, non perché offra soluzioni tecniche, ma perché la sua vita indica la sorgente autentica della pace».

Oggi invece, a Cagliari, la cappella del Seminario arcivescovile, a partire dalle 19, ospiterà la preghiera per la pace guidata dall’arcivescovo Giuseppe Baturi, segretario generale della Cei. A seguire, nella Sala Benedetto XVI, padre Pier Luigi Maccalli, missionario della Società delle Missioni Africane, racconterà la sua esperienza. Missionario in Costa d’Avorio e in Niger, fu sequestrato dalla sua casa, nel villaggio di Bomoanga, nel 2018 da un gruppo jihadista, trascorrendo due anni e tre settimane di prigionia nel Sahel prima della liberazione nell’ottobre 2020. «Di fronte alle tante guerre che feriscono i popoli – ha affermato l’arcivescovo – la comunità cristiana sente il dovere di intensificare la preghiera e il digiuno, affidando al Signore il desiderio di pace che abita il cuore dell’umanità. La pace non è solo assenza di conflitto, ma nasce dalla conversione dei cuori, dal riconoscimento della dignità di ogni persona e dalla volontà di costruire relazioni di giustizia e fraternità».

L’arcivescovo di Foggia-Bovino Giorgio Ferretti presiederà alle 19 la Messa in Cattedrale. «In tutte e 54 le parrocchie dell’arcidiocesi si celebrerà una Messa per la pace – spiega il presule –. Sarà un venerdì di Quaresima particolare. Noi credenti abbiamo l’arma del digiuno e della preghiera per chiedere al Signore di far tacere le armi, di risparmiare i deboli e di donare la pace al mondo. La celebrazione eucaristica in Cattedrale vuole essere un segno di unità dell’arcidiocesi. Parteciperanno in particolare molte religiose, una rappresentanza delle diverse parrocchie, il capitolo canonico metropolitano. Siamo grati alla Cei per aver indetto questa Giornata. A Foggia, ma ovunque in Italia, si avverte il desiderio di pace in un mondo dove ormai, come diceva papa Francesco, si combatte una terza guerra mondiale a pezzi».

Nelle diocesi di Grosseto e di Pitigliano-Sovana-Orbetello sono stati organizzati momenti di preghiera fin dal mattino, con la recita comunitaria delle Lodi, e molte chiese resteranno aperte fino alle 22 per l’orazione davanti al Santissimo Sacramento. Nella parrocchia di Santa Lucia, a Grosseto, la Giornata va a innestarsi nella vita liturgica quotidiana. Il parroco, frate Valerio Mauro, spiega che «la mattina la Messa e le Lodi sono ordinarie. È stata aggiunta la recita del Rosario perché, solitamente, nei venerdì di Quaresima questo è sostituito dalla Via Crucis». Oggi, invece, «sia il Rosario sia la Via Crucis saranno adattati al tema della pace. Per la Giornata abbiamo promosso anche l’adorazione eucaristica dalle 20 alle 21». In questi giorni la preghiera è stata intensificata «perché è l’unica cosa che si può fare adesso; non ci sono altre strade», afferma in modo deciso. Non lontano dalla parrocchia c’è la base del 4° Stormo dell’Aeronautica Militare e «si nota che i voli non sono più sporadici».

Corale anche la risposta delle chiese della Versilia. Monsignor Roberto Canale, parroco del Duomo di San Martino a Pietrasanta, nell’arcidiocesi di Pisa, racconta che appena ha condiviso la proposta della Cei sui canali social «la risposta dei fedeli è stata immediata. C’è una grande sensibilità da parte di tutti quelli che credono nel potere della preghiera. Hanno aderito tutte le parrocchie limitrofe. La gente è preoccupata e si sente impotente».
Alle 17 si terrà la Via Crucis e dalle 20 alle 21,30 l’adorazione eucaristica. Quest’ultima scelta d’orario non è casuale perché è proprio «l’ora della cena – spiega monsignor Canale –. I fedeli sanno che questo è un invito concreto al digiuno e alla preghiera, un modo per “alzare” il cuore più che la voce».

La Caritas della diocesi di Roma promuove invece un incontro di preghiera alle 13 nella cappella Santa Giacinta della Cittadella della Carità presieduta dal vice direttore dell’organismo pastorale, don Paolo Salvini. «La cappella di Santa Giacinta è da sempre un punto di riferimento aperto al territorio», racconta il direttore della Caritas Giustino Trincia. Ogni mattina alle 8 si celebra la Messa per gli oltre cento ospiti della struttura, gli operatori e i residenti in zona. Oggi l’Eucarestia sarà dedicata particolarmente alla pace, seguendo anche le indicazioni della Cei. «Aderiamo con convinzione all’appello della Cei – aggiunge Trincia –. Alle 13, orario solitamente dedicato al pranzo, ci fermeremo per la preghiera. Ciò che non viene consumato fisicamente, viene donato idealmente e materialmente in opere di carità. Sarà un momento incentrato sulla Parola di Dio, sulla meditazione e, soprattutto, sul silenzio».

Nel segno di Chiara Lubich la preghiera promossa dall’arcidiocesi di Trento che aderisce alla Giornata indetta della Cei con una Messa che sarà presieduta dall’arcivescovo Lauro Tisi in Cattedrale. La liturgia era già in programma in memoria della morte della fondatrice del Movimento dei Focolari, avvenuta il 14 marzo 2008. Sarà l’occasione per invocare la fine dei conflitti e implorare il dono della pace, di cui la stessa Lubich fu “seminatrice” durante la Seconda guerra mondiale e poi per tutta la sua vita.

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Martire e pastore. La vita, donata in letizia, di padre Diep

Posté par atempodiblog le 12 mars 2026

Martire e pastore. La vita, donata in letizia, di padre Diep
Il 2 luglio 2026 si terrà la sua solenne beatificazione

Francesco Saverio Tru o ng Bǚu Diệp

Dagli anni ‘80 gruppi di pellegrini, da tutto il Vietnam, si recano alla chiesa di Tac Say, nel Delta del Mekong, l’estremità meridionale del Vietnam. La loro visita è motivata dalla devozione e dalla richiesta di intercessione al sacerdote Phanxicô Xaviê Trương Bửu Diệp, sepolto in quella chiesa, di cui la Santa Sede ha riconosciuto il martirio.

Il 25 novembre 2024, Papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto sul martirio di padre Phanxicô Xaviê Trương Bửu Diệp (1897-1946), sacerdote diocesano vietnamita assassinato in odio alla fede durante la prima guerra del Vietnam.

Il numero di persone che hanno ricevuto grazie e benedizioni nella vita tramite l’intercessione di padre Diep è aumentato negli anni, così un numero sempre maggiore di fedeli, ma anche di non cattolici, provenienti dal paese e dall’estero si sono recati alla chiesa di Tac Say.

In special modo l’11 e il 12 marzo (per l’anniversario della morte) i pellegrini sono decine di migliaia. Partecipano alla messa e pregano con riverenza e solennità. Ma anche nel corso dell’anno il flusso di persone che sosta sulla sua tomba è ininterrotto.

Padre Diep è considerato il sacerdote cattolico più amato in Vietnam, una nazione in cui i buddisti costituiscono oltre l’80% della popolazione. Lo testimoniano i pellegrinaggi spontanei di persone di tutti i ceti sociali e di diverse religioni, da ogni zona del paese. Tutti pregano affinché padre Diep sostenga le loro famiglie e li aiuti a superare situazioni difficili della vita.

L’immagine di Padre Diep è presente ovunque: nelle case, negli uffici, nei negozi, nei mercati, nei ristoranti, nelle auto, nelle strade urbane ma anche nelle remote aree rurali. Un gran numero di vietnamiti ha accolto Padre Diep nelle loro vite in modo così intimo che porta sempre con sé la sua immaginetta, tra gli effetti personali, nella forte convinzione che egli li aiuterà amorevolmente nelle circostanze della vita.

“Padre Diep era molto gentile, la sua voce era mite ma chiara quando predicava. Era un prete che amava molto i poveri: quando c’erano persone povere e affamate, o persone in difficoltà nel trovare un alloggio, donava loro riso dalla sua dispensa e faceva di tutto per aiutarle”, racconta all’Agenzia Fides Giacobbe Huynh Van Lap, un chierichetto che viveva con lui quando il sacerdote era parroco della chiesa di Tac Say.

Negli anni 1945-1946, la situazione sociale era molto caotica e instabile quando francesi e giapponesi combattevano per il dominio del Vietnam. Nelle aree rurali come il territorio della parrocchia di Tac Say, la situazione era ancora più tragica a causa dello stato di anarchia e dei saccheggi che si verificavano ogni giorno. Era anche il periodo in cui padre Truong Buu Diep era parroco della parrocchia di Tac Say, nel distretto di Gia Rai, parte della provincia di Bac Lieu, nel Vietnam meridionale. In quella situazione instabile, altri preti, temendo per la vita del loro confratello, gli consigliavano di nascondersi finché la situazione non si fosse stabilizzata. Anche i francesi per tre volte giunsero davanti alla chiesa per trarlo in salvo, ma padre Diep si rifiutò e rispose: “Vivo con il gregge dei miei fedeli e, se devo morire, desidero morire con loro”.

Il 12 marzo 1946 fu arrestato dai giapponesi, insieme a oltre 70 abitanti del villaggio, nella parrocchia di Tac Say. Tutti furono rinchiusi in un granaio. Come racconta Van Lap, i soldati ammassarono della paglia intorno a loro, con l’intenzione di bruciarla per ucciderli tutti, ma padre Diep disse agli uomini armati: “Sono io il Pastore di questi fedeli, sono disposto a morire per loro. Prendete me”. Il capo del gruppo armato pensava che uccidendo padre Diep la parrocchia e la comunità di Tac Say si sarebbero disintegrate. Di fronte alle parole di padre Diep, che si era offerto di morire per la sua comunità, molti cattolici si inginocchiarono e gli chiesero di ricevere per l’ultima volta il sacramento della confessione. Altri, che non erano cattolici, gli chiesero di farsi battezzare.

Quella notte, uomini armati portarono fuori Padre Diep e lo decapitarono. Coloro che erano presenti all’esecuzione raccontarono in seguito che, di fronte alla morte, padre Diep rimase in uno stato di pace e profonda serenità, senza mostrare la minima paura. Guardò i due carnefici e gentilmente disse loro: “Vi perdono per le vostre azioni”. Dopo aver decapitato padre Diep, i due carnefici si inginocchiarono, con il corpo tremante, e corsero via verso la foresta. Da quel momento in poi, nessuno li vide mai più.

Il giorno dopo, il corpo del sacerdote fu trovato in uno stagno. Le sue mani erano ancora giunte davanti al petto come se stesse pregando. I parrocchiani lo ripresero e lo seppellirono segretamente nella chiesa di Khuc Treo, nel comune di An Trach, all’interno della provincia di Bac Lieu, a 7 km dalla chiesa di Tac Say.

Nel 1969 i suoi resti furono trasferiti nella chiesa di Tac Say, dove aveva svolto il ministero di parroco per 16 anni. La sua tomba attuale è stata ristrutturata il 4 giugno 1989 e ora è un luogo in cui i pellegrini vengono a vistarlo giorno e notte.

Francis Truong Buu Diep è nato il 1° gennaio 1897 ed è stato battezzato il 2 febbraio 1897 nella parrocchia di Con Phuoc, nel comune di My Luong, nella provincia di An Giang. Nel 1909, fu mandato al seminario minore di Cu Lao Gieng, nel comune di Tan My per studiare. Dopo aver terminato il seminario minore, andò al seminario maggiore di Nam Vang, in Cambogia (a quel tempo, le parrocchie di An Giang, Chau Doc, Ha Tien erano sotto la diocesi di Phnom Penh, in Cambogia). Fu ordinato sacerdote a Nam Vang dal vescovo francese Jean-Baptiste-Maximilien Chabalier MEP nel 1924. Dal 1924 al 1927 fu vice parroco nella parrocchia di Ho Tru, una parrocchia vietnamita che viveva nella provincia di Kandal, in Cambogia. Dal 1927 al 1929, tornò a lavorare come professore al seminario minore di Cu Lao Gieng nella provincia di An Giang. Nel marzo 1930, tornò a prendersi cura della parrocchia di Tac Say, dove venne ucciso il 12 marzo 1946.

di AD-PA – Agenzia Fides

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Un martire cinese nella cattedrale di Notre Dame a Parigi

Posté par atempodiblog le 12 mars 2026

Un martire cinese nella cattedrale di Notre Dame a Parigi
Le reliquie di un martire cinese sono state deposte nella cattedrale di Notre Dame a Parigi
di Andrea Gagliarducci – ACI Stampa

Cappella San Paolo Chen Il dipinto nella cappella dedicata a San Paolo Chen a Notre Dame

Tra le reliquie poste nell’altare della cattedrale di Notre Dame a Parigi, dopo la ricostruzione, c’erano anche quella di un santo romeno, Vladimir Ghika, in una unione particolarissima con Bucarest. Ma c’è una storia anche meno nota, che riguarda invece il legame con Parigi di San Paolo Chen, martire cinese, le cui reliquie sono state poste lo scorso dicembre nella cappella a lui dedicata, adornata da una Vergine Maria cinese dipinta dall’artista Yin Xin.

Paul Chen Changpin era un seminarista di 23 anni quando fu martirizzato nel Guinzhou, e le sue reliquie furono solennemente deposte nella Cappella della Santa Infanzia della Cattedrale di Parigi nel 1920. Con la nuova organizzazione della cattedrale, la cappella Saint-Paul-Chen è ora situata come punto finale del viale della Pentecoste, seguendo il percorso dei grandi santi parigini, Santa Genoveffa e San Dionigi.

Ma perché le reliquie di Paul Chen sono state inviate a Parigi? Fu il vescovo Louis Simon Faurie, missionario francese che fu vicario apostolico di Kouy-Tchéou, a offrire il corpo del giovane martire alla Società della Santa Infanzia, ricordando che lo stesso Paul Chen era stato dalla Società strappato alla povertà, istruito, battezzato, preparato al sacerdozio.

Le reliquie furono deposte presso il seminario della Società delle Missioni Estere di Parigi nel 1869. Il 10 giugno 1920, il vescovo de Teil, direttore della Società della Santa Infanzia, organizzò il grande trasferimento del reliquiario del beato martire nella Cattedrale di Notre-Dame, nella Cappella della Santa Infanzia.

Il tempo passò e Paul Chen e il suo reliquiario caddero nell’oblio. Solo nel 2007 tornò alla ribalta. Il cardinale Ivan Dias, allora prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, si recò in Francia per l’incontro nazionale dei Fidei Donum tenutosi a Lisieux il 1° ottobre.

In preparazione alla messa che avrebbe presieduto il giorno seguente nella cattedrale di Notre-Dame a Parigi, chiese che le reliquie dell’ormai santo Paul Chen fossero esposte.

Un’ondata di panico travolse il personale della cattedrale: dov’era finito il reliquiario? Fu finalmente ritrovato nella soffitta della cattedrale, dove era stato conservato e dimenticato. Il 2 ottobre, il cardinale Dias poté così pregare nella Cappella della Santa Infanzia, che era stata nuovamente restituita al suo santo martire.

Nel 2017, il nuovo rettore della cattedrale, Patrick Chauvet, incoraggiò un progetto di dare nuova visbilità alle reliquie. Il piano iniziale era di ottenere una copia originale dal pittore Gary Chu Kar Kui, residente a Hong Kong, che aveva realizzato il dipinto nel 1999 per la cattedrale di Pechino, che però non poté essere utilizzata perché Maria era raffigurata come un’imperatrice manciù.

Fu in quel periodo che entrò in scena Yin Xin, un pittore cinese della regione dello Xinjiang, residente a Parigi, che accettò di fare un ritratto.

Per questa Nostra Signora della Cina, Yin Xin si è ispirato sia a un dipinto di una giovane madre circondata dai suoi figli, sia al chiaroscuro della “Maddalena con lampada da notte” di Georges de La Tour (1593-1652). Nel suo dipinto, il raggio di luce non emana da una candela esterna, ma dal bambino Gesù che Maria tiene tra le braccia. Figlio di Dio, è la fonte stessa di ogni luce.

Per rappresentare Paul Chen, di cui non esiste alcuna immagine, il pittore ha scelto di utilizzare la sua tecnica della metamorfosi, che consiste nel trasformare e sinicizzare vecchie tele. Partendo dal ritratto di un giovane occidentale in preghiera, dipinto nel XIX secolo, Yin Xin lo ha trasformato in un seminarista cinese e ha aggiunto il nome cinese Paul Chen Changpin.

Nel progetto di restauro post-incendio della cattedrale, le cappelle laterali della navata sono disposte lungo un itinerario di pellegrinaggio.

Questo percorso inizia a nord nel Vicolo della Promessa, che presenta importanti figure bibliche dell’Antico Testamento (da Noè a Elia), e prosegue a sud nel Vicolo della Pentecoste, dedicato alla Chiesa e allo sviluppo della santità nelle membra di Cristo. I santi sono disposti in modo speculare: la saggezza di Salomone è riecheggiata nell’intelletto di San Tommaso d’Aquino, la figura del Servo di Isaia nello spirito di servizio di San Vincenzo de’ Paoli, e così via. Ogni cappella è dedicata a un santo la cui vita è legata alla diocesi di Parigi e che offre una particolare espressione dell’opera dello Spirito Santo.

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Gli interventi di Maria

Posté par atempodiblog le 11 mars 2026

Gli interventi di Maria
di San don Luigi Orione

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12 marzo, memoria liturgica di san Luigi Orione

“Opponiamo ai cannoni i ‘Rosari’ e mettiamo le mani giunte al posto di quelle che impugnano le armi che uccidono. La preghiera è sempre stata la forza dei deboli e la Chiesa ha vinto con essa le sue battaglie.

Sempre la Madonna fu invocata dai popoli e sempre accorse…

Quando sembrava che tutto fosse perduto e che il demonio, con i suoi satelliti, avesse la vittoria, c’è stato invece il trionfo di Dio, della religione, dei buoni attraverso gli speciali interventi di Maria. Anche nel campo delle battaglie morali, basti pensare a Lourdes ed a Fatima: la Madonna interviene e chiama a Dio le anime”.

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Papa Francesco: anche se la nostra storia appare “rovinata”, con Dio possiamo ricominciare

Posté par atempodiblog le 7 mars 2026

“Felici coloro che bevevano lo sguardo dei tuoi occhi”.
Charles Péguy

Gesù e la Samaritana

Papa Francesco: anche se la nostra storia appare rovinata, con Dio possiamo ricominciare

Cari fratelli e sorelle,
dopo aver meditato sull’incontro di Gesù con Nicodemo, il quale era andato a cercare Gesù, oggi riflettiamo su quei momenti in cui sembra proprio che Lui ci stesse aspettando proprio lì, in quell’incrocio della nostra vita. Sono incontri che ci sorprendono, e all’inizio forse siamo anche un po’ diffidenti: cerchiamo di essere prudenti e di capire che cosa sta succedendo.

Questa probabilmente è stata anche l’esperienza della donna samaritana, di cui si parla nel capitolo quarto del Vangelo di Giovanni (cfr 4,5-26). Lei non si aspettava di trovare un uomo al pozzo a mezzogiorno, anzi sperava di non trovare proprio nessuno. In effetti, va a prendere l’acqua al pozzo in un’ora insolita, quando è molto caldo. Forse questa donna si vergogna della sua vita, forse si è sentita giudicata, condannata, non compresa, e per questo si è isolata, ha rotto i rapporti con tutti.

Per andare in Galilea dalla Giudea, Gesù avrebbe potuto scegliere un’altra strada e non attraversare la Samaria. Sarebbe stato anche più sicuro, visti i rapporti tesi tra giudei e samaritani. Lui invece vuole passare da lì e si ferma a quel pozzo proprio a quell’ora! Gesù ci attende e si fa trovare proprio quando pensiamo che per noi non ci sia più speranza. Il pozzo, nel Medio Oriente antico, è un luogo di incontro, dove a volte si combinano matrimoni, è un luogo di fidanzamento. Gesù vuole aiutare questa donna a capire dove cercare la risposta vera al suo desiderio di essere amata.

Il tema del desiderio è fondamentale per capire questo incontro. Gesù è il primo a esprimere il suo desiderio: «Dammi da bere!» (v. 10). Pur di aprire un dialogo, Gesù si fa vedere debole, così mette l’altra persona a suo agio, fa in modo che non si spaventi. La sete è spesso, anche nella Bibbia, l’immagine del desiderio. Ma Gesù qui ha sete prima di tutto della salvezza di quella donna. «Colui che chiedeva da bere – dice Sant’Agostino – aveva sete della fede di questa donna».

Se Nicodemo era andato da Gesù di notte, qui Gesù incontra la donna samaritana a mezzogiorno, il momento in cui c’è più luce. È infatti un momento di rivelazione. Gesù si fa conoscere da lei come il Messia e inoltre fa luce sulla sua vita. La aiuta a rileggere in modo nuovo la sua storia, che è complicata e dolorosa: ha avuto cinque mariti e adesso sta con un sesto che non è marito. Il numero sei non è casuale, ma indica di solito imperfezione. Forse è un’allusione al settimo sposo, quello che finalmente potrà saziare il desiderio di questa donna di essere amata veramente. E quello sposo può essere solo Gesù.

Quando si accorge che Gesù conosce la sua vita, la donna sposta il discorso sulla questione religiosa che divideva giudei e samaritani. Questo capita a volte anche a noi mentre preghiamo: nel momento in cui Dio sta toccando la nostra vita coi suoi problemi, ci perdiamo a volte in riflessioni che ci danno l’illusione di una preghiera riuscita. In realtà, abbiamo alzato delle barriere di protezione. Il Signore però è sempre più grande, e a quella donna samaritana, alla quale secondo gli schemi culturali non avrebbe dovuto neppure rivolgere la parola, regala la rivelazione più alta: le parla del Padre, che va adorato in spirito e verità. E quando lei, ancora una volta sorpresa, osserva che su queste cose è meglio aspettare il Messia, Lui le dice: «Sono io, che parlo con te» (v. 26). È come una dichiarazione d’amore: Colui che aspetti sono io; Colui che può rispondere finalmente al tuo desiderio di essere amata.

A quel punto la donna corre a chiamare la gente del villaggio, perché è proprio dall’esperienza di sentirsi amati che scaturisce la missione. E quale annuncio potrà mai aver portato se non la sua esperienza di essere capita, accolta, perdonata? È un’immagine che dovrebbe farci riflettere sulla nostra ricerca di nuovi modi per evangelizzare.

Proprio come una persona innamorata, la samaritana dimentica la sua anfora ai piedi di Gesù. Il peso di quell’anfora sulla sua testa, ogni volta che tornava a casa, le ricordava la sua condizione, la sua vita travagliata. Ma adesso l’anfora è deposta ai piedi di Gesù. Il passato non è più un peso; lei è riconciliata. Ed è così anche per noi: per andare ad annunciare il Vangelo, abbiamo bisogno prima di deporre il peso della nostra storia ai piedi del Signore, consegnare a Lui il peso del nostro passato. Solo persone riconciliate possono portare il Vangelo.

Cari fratelli e care sorelle, non perdiamo la speranza! Anche se la nostra storia ci appare pesante, complicata, forse addirittura rovinata, abbiamo sempre la possibilità di consegnarla a Dio e di ricominciare il nostro cammino. Dio è misericordia e ci attende sempre!

Catechesi del Santo Padre Francesco preparata per l’Udienza Generale del 26 marzo 2025
Ciclo di Catechesi – Giubileo 2025. Gesù Cristo nostra speranza. II. La vita di Gesù. Gli incontri. 2. La Samaritana. «Dammi da bere!» (Gv 4,7)

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Nel Vangelo appaiono molte donne e sono tutte incantevoli

Posté par atempodiblog le 7 mars 2026

Nel Vangelo appaiono molte donne e sono tutte incantevoli
Durante un incontro con ragazze a Santiago del Cile il 7 luglio 1974, San Josemaría Escrivá de Balaguer, fondatore dell’Opus Dei, ricorda le sante donne che appaiono nel Vangelo
Fonte: OPUS DEI

Festa della Donna

Durante un incontro con ragazze a Santiago del Cile il 7 luglio 1974, San Josemaría ricorda le sante donne che appaiono nel Vangelo.

C’è una donna, figlie mie, che amiamo tutti moltissimo, che è la Madre di Gesù, che è Madre nostra, Nostra Regina e Nostra Signora che quasi non appare nel Vangelo.

Nel Vangelo appaiono molte donne e sono tutte incantevoli:

appare la Cananea con la sua ostinazione, appaiono Marta e Maria, che sanno accogliere il Signore, appare la madre di Giovanni e Giacomo, che come tutte le mamme, chiede il meglio per i suoi figli.

[...]

Ai piedi della Croce ci sono le donne.

Io vorrei dirvi che confido molto nelle donne, confido molto in voi. Ho un affetto enorme per le mie figlie.

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Andrai alla GMG Seoul 2027? Seminarista Coreano consiglia 3 Chiese da visitare in Corea del Sud

Posté par atempodiblog le 7 février 2026

Andrai alla GMG Seoul 2027? Seminarista Coreano consiglia 3 Chiese da visitare in Corea del Sud
In questi luoghi, la fede è stata vissuta con audacia e difesa con coraggio in mezzo alla persecuzione!
di Harumi Suzuki – ChurchPOP

Giornata Mondiale della Gioventù in Corea del Sud Andrew Sanguu Kang

Se hai intenzione di partecipare di persona alla Giornata Mondiale della Gioventù in Corea del Sud, il seminarista Andrew Sanguu Kang ha condiviso tre chiese che ogni pellegrino dovrebbe conoscere.

Attraverso i suoi social, il 29enne originario di Cheongju ha fatto conoscere questi luoghi che, lungi dall’essere semplici destinazioni turistiche, sono stati fondamentali per la nascita e la crescita del cattolicesimo in Corea. Custodiscono infatti il cuore della fede cattolica coreana, dove la storia, il martirio e la speranza parlano ancora oggi!

1. Cattedrale di Myeongdong: il Cuore Vivo della Fede di Seoul
Molti credono che Myeongdong sia solo una zona commerciale, ma in realtà è un luogo importante per il cattolicesimo coreano. I primi cattolici del paese si riunivano qui per ricevere lezioni di catechismo.

“Un fatto impressionante, perché chiunque poteva partecipare, nobile o schiavo: la fede apparteneva a tutti”.

Inaugurata nel 1898, la Cattedrale di Myeongdong, primo edificio in mattoni della Corea, è diventata il simbolo di una fede che stava gettando solide radici.

“Negli anni ’70 e ’80, durante la lotta per la democrazia, la Cattedrale è diventata un santuario di verità e coraggio, proteggeva i giovani che lottavano e attendevano la libertà. Questa chiesa ci ricorda che la fede è viva e che ancora oggi continua a dare coraggio e pace ai coreani”.

2. Santuario di Seosomun: dove la Fede si è rifiutata di Morire
Nel cuore di Seoul si trova uno dei luoghi di martirio più antichi e sacri del paese. Durante la dinastia Joseon, è stato teatro di esecuzioni pubbliche in cui innumerevoli cattolici sono stati uccisi solo perché credevano in Cristo.

“Laici, studiosi e persino madri hanno scelto la fede piuttosto che la paura. Il loro coraggio ha trasformato un luogo di morte nel fondamento della Chiesa cattolica coreana”.

Oggi, Seosomun è un luogo che invita a capire che la testimonianza dei martiri non appartiene solo al passato, ma che continua a parlarci ancora ad oggi!

“Nel silenzio di Seosomun, il loro coraggio parla ancora: la fede non può essere messa a tacere. La verità non muore mai”.

3. Santuario dei Martiri di Gapgot: una Fede che è arrivata via Mare
Per chi cerca un luogo più isolato, il Santuario di Gapgot sull’isola di Ganghwa è una tappa obbligata. Quest’isola era storicamente una fortezza che proteggeva la capitale, poi è diventata una porta per l’evangelizzazione.

“Quando la persecuzione ha reso impossibile viaggiare via terra, missionari e credenti sono arrivati segretamente via mare, sbarcando sulla spiaggia di Gapgot. Anche Sant’Andrea Kim, primo sacerdote coreano, è arrivato qui nel 1845 per aprire una rotta segreta per i missionari”.

Molti cattolici sono stati giustiziati in questo luogo per aver mantenuto la loro fede. Oggi, il santuario sorge dove i martiri hanno versato il loro sangue ed è ancora un punto di pellegrinaggio per coloro che desiderano approfondire la propria vita spirituale.

“Non è solo un luogo per guardare al passato, ma per pregare, rinnovare la fede e ringraziare Dio per il coraggio che la Chiesa ha avuto in Corea”.

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Primo schema della “Filotea. Introduzione alla vita devota”

Posté par atempodiblog le 24 janvier 2026

Primo schema della “Filotea. Introduzione alla vita devota”

San Francesco di Sales Filotea

Il 24 gennaio 1604, predicando S. Francesco di Sales in occasione di un’Indulgenza che cadeva il giorno di S. Timoteo, parlò si efficacemente dello zelo di questo santo Vescovo per la salute del suo popolo, che parecchie persone ne furono commosse, fra le quali Luisa di Chàtel, nativa di Normandia, che il signor di Charmoisi aveva sposata a Parigi.
Educata alla Corte, dalla sua giovinezza, questa dama possedeva tutti i vantaggi che il mondo stima, e la sua educazione e le sue belle qualità nutrivano nell’anima sua lo spirito del mondo e mantenevano nel suo cuore l’amore della vanità, opposto alla grazia del cristianesimo:
commossa però dalle parole del nostro Santo venne a gettarsi ai suoi piedi, per manifestargli il desiderio che aveva concepito di convertirsi e darsi a Dio senza riserva.
Il santo Pastore la ricevette come una pecorella smarrita, che dal deserto della vanità torna all’ovile della devozione; cominciò per metterle in iscritto i suoi consigli; e queste lettere formarono in seguito il primo abbozzo dell’ammirabile libro dell’Introduzione alla vita divota (primo schema della Filotea).

San Francesco di Sales. Negli insegnamenti e negli esempi
Diario Sacro estratto dalla sua vita e dalle sue opere per cura delle “Visitandine di Roma”.
Libreria Editrice F. Ferrari

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Maria a Pontmain/ La via da percorrere per la salvezza è quella della preghiera

Posté par atempodiblog le 16 janvier 2026

Maria a Pontmain/ La via da percorrere per la salvezza è quella della preghiera
Tratto da: La profezia che non finisce. Il filo rosso dei prodigi e dei misteri che nasce da Fatima. Di Savero Gaeta e Andrea Tornielli. Ed. PIEMME

La Madonna a Pontmain

17 gennaio, giorno dell’apparizione […] Viene infatti spontaneo chiedersi quale sia la motivazione della costante presenza della Madonna nella storia dell’umanità, in particolare negli ultimi due secoli.

La risposta, ragionevole e semplice nel contempo, è il profondo desiderio che la Vergine ha di aiutarci, chiedendoci però – come segno della nostra buona volontà – la nostra adesione alle sue richieste.

In uno dei canti mariani più noti e popolari, Santa Maria del cammino, si implora:

“Vieni, o Madre, in mezzo a noi. Vieni Maria quaggiù”.

Lei continua a venire, ma pochi – persino dopo averla invitata – sono poi disposti a riconoscerne la presenza, ad ammettere che quanto vivamente richiesto è stato davvero da Lei corrisposto. […]

«Senza dubbio», spiega padre Livio Fanzaga, «la sequenza di quanto videro i bambini a Pontmain si può raccontare proprio come una sacra rappresentazione, di quelle che nel Medioevo venivano sceneggiate nelle chiese.

Dapprima l’apparizione della Vergine, la cui figura fu poi contornata da un ovale blu con quattro candele spente (due in prossimità delle ginocchia e due all’altezza delle spalle). Il suo vestito era azzurro scuro, trapunto di stelle d’oro, e le mani con le palme rivolte in avanti, in segno di accoglienza (come, nella Medaglia miracolosa).

Mentre tutti i presenti intonavano il Magnificat, le Litanie lauretane e la Salve Regina, su uno striscione bianco ai piedi di Maria si andò componendo la già citata scritta (che oggi è riportata tutt’intorno all’abside della basilica):

“Ma pregate figli miei; Dio vi esaudirà in poco tempo; mio Figlio si lascia commuovere”.

Ella sembrava muovere le labbra per pronunciare queste parole, ma la voce non si udiva. Dopo un po’ le parole sparirono e il volto della Madonna assunse un’espressione di immenso dolore.

A questo punto le comparve sul petto una croce rossa, sulla quale c’era Gesù tutto sanguinante, e sulla sommità la scritta “Gesù Cristo” anch’essa rossastra».

È da notare che, poco prima, una suora aveva iniziato a guidare la recita delle ventisei invocazioni ai martiri giapponesi, composta dai Fratelli delle Scuole cristiane e allora molto popolare in quelle zone, per contare le quali si utilizzava una coroncina rossa.

In sostanza ciò che Maria ci dice a Pontmain è che, anche nelle situazioni più drammatiche, la via da percorrere per la salvezza è quella della preghiera. Preghiera personale e preghiera comunitaria.

Verso la fine dell’anno Don Michel Guérin potrà scrivere al vescovo: «Non mi è possibile contare il numero dei pellegrini che da ogni parte della Francia vengono qui a invocare Maria e a iniziare una vita sinceramente cristiana.

Non ho mai visto nella mia lunga vita qualcosa di più edificante. È una festa continua.

Tutti i giorni, dalle cinque del mattino fino al vespro, si celebrano Messe, senza interruzione, sui tre altari della nostra chiesa».

Cinque mesi dopo l’apparizione, il 29 giugno, si sarebbe registrato il primo miracolo, la guarigione del piccolo poliomelitico Emilio Gratien.

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Nostra Signora d’Arabia

Posté par atempodiblog le 13 janvier 2026

Nostra Signora d’Arabia
Maria madre, protettrice e compagna di milioni di cattolici lontani dalle loro terre d’origine: il Vicariato di Arabia del nord e la Solennità di Nostra Signora d’Arabia

di AP – Agenzia Fides

Nostra Signora dell Arabia

Il sabato (o la domenica) dopo il Battesimo del Signore viene celebrato in tutta la Penisola Arabica come Solennità di Nostra Signora d’Arabia (OLA). Quest’anno la celebrazione in Bahrain è stata presieduta dal Vicario Apostolico di Arabia del nord, Aldo Berardi, O.SS.TT., sabato 10 gennaio nella Cattedrale di Awali, in partenza l’indomani per il Kuwait in attesa dell’arrivo Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, per la consacrazione della Chiesa di Nostra Signora di Ahmadi a Basilica Minore del Vicariato (vedi Agenzia Fides 1/8/2025) che comprende Bahrain, Kuwait, Qatar e Arabia Saudita. Il vescovo Berardi, inoltre, ha confermato all’Agenzia Fides che nelle restanti chiese del Vicariato la Solennità di OLA verrà celebrata sabato 17 gennaio.

Di seguito la storia, tratta da uno scritto della Confraternita di Sant’Areta e Compagni del Vicariato di Arabia del nord, cui promotore episcopale e guida è il Vicario Apostolico, delle origini di questa devozione e di come si è sviluppata ed evoluta nel Golfo.

La venerazione della Beata Vergine Maria con titoli locali o nazionali è un tratto distintivo della spiritualità cattolica, che riflette l’intimo legame tra Maria e i diversi popoli del mondo. Fin dai primi secoli, i cristiani hanno invocato la Madre di Dio in modi che parlano della loro storia, cultura ed esperienza vissuta. Pertanto, ogni paese – e spesso ogni città o regione – custodisce un titolo mariano che esprime il modo in cui i fedeli percepiscono la presenza materna di Maria in mezzo a loro.

Papa Francesco, ad esempio, nutriva una profonda devozione per Nostra Signora di Luján, patrona della sua patria.
I cattolici giapponesi guardano alla Vergine di Tsuwano, che simboleggia la sopravvivenza del cristianesimo in Giappone durante un periodo in cui veniva soppresso.
La Spagna vanta una straordinaria abbondanza di titoli mariani, da Nostra Signora di Montserrat a Nostra Signora del Pilar, ognuno nato da secoli di preghiera, miracoli e devozione popolare.

In questo vasto e variopinto arazzo di affetto mariano, il titolo di Nostra Signora d’Arabia spicca per la sua risonanza spirituale unica. A differenza di molte invocazioni mariane radicate in culture a maggioranza cristiana o in tradizioni secolari, questo titolo è emerso in una regione in cui il cristianesimo vive in silenzio, umilmente e spesso senza segni esteriori.

Eppure, proprio nel cuore della Penisola Arabica, Maria è stata accolta come madre, protettrice e compagna da milioni di cattolici lontani dalle loro terre d’origine. Il suo titolo esprime non solo l’identità geografica, ma anche la profonda fiducia di una Chiesa che vive in diaspora, trovando in Lei una tenera custode che veglia sui suoi figli mentre navigano nella vita e nella fede nel Golfo.

Le radici della devozione a Nostra Signora d’Arabia risalgono alla metà del XX secolo, quando i Padri Carmelitani Scalzi, provenienti dall’Iraq, giunsero in Kuwait alla fine degli anni ’40 per assistere la crescente comunità cattolica. Tra le loro priorità pastorali c’era il nutrimento spirituale di un gregge eterogeneo: lavoratori, famiglie e migranti che desideravano ardentemente un senso di casa e la protezione divina in una terra lontana dalla propria. Fu in questo contesto che i Carmelitani introdussero un’immagine mariana, in seguito nota come Nostra Signora d’Arabia, per fungere da presenza materna unificante per i cattolici sparsi nel Golfo.

L’immagine attuale deriva da una statua del 1919 della Madonna del Monte Carmelo proveniente dalla Basilica del Monastero Stella Maris di Haifa, in Israele. Una litografia di questa immagine, portata ad Ahmadi, in Kuwait, il 1° maggio 1948, fu venerata pubblicamente a partire dalla festa dell’Immacolata Concezione di quello stesso anno, grazie all’impegno di padre Teofano Ubaldo Stella, O.C.D., primo Prefetto Apostolico e poi Vicario Apostolico del Kuwait, incaricato da Papa Pio XII.

Nel 1949, con la crescente devozione, la Legione di Maria iniziò a utilizzare la propria immagine della Madonna dei Miracoli, spingendo il vescovo Stella a commissionare una nuova statua in Italia. Scolpita in cedro del Libano, la statua della Madonna con Bambino fu portata a Papa Pio XII per la benedizione. Il 17 dicembre 1949, alla vigilia dell’Anno Santo del Giubileo, Papa Pio XII benedisse personalmente la statua appena realizzata nei Palazzi Vaticani e fu fotografato mentre pregava davanti ad essa: un gesto straordinario che segnò profondamente l’inizio della devozione. La statua fu trasportata in aereo in Kuwait e accolta con gioia il 6 gennaio 1950 al Santuario Ahmadi, dove divenne presto il punto focale della preghiera quotidiana.

Papa Pio XII dimostrò ulteriormente il suo affetto per questo titolo mariano quando, nel 1956, donò al Santuario Ahmadi un grande cero decorato, scelto tra quelli offertigli durante la celebrazione della Candelora di quell’anno. L’anno successivo, rispondendo alla richiesta del nuovo Vicario Apostolico del Kuwait, Victor León Esteban San Miguel y Erce, il Santo Padre emanò il decreto Regnum Mariae, datato 25 gennaio 1957, dichiarando formalmente Nostra Signora d’Arabia Patrona Principale del territorio e del Vicariato Apostolico del Kuwait.

Il primo grande trionfo di questa devozione si ebbe nel 1960, in occasione del decimo anniversario dell’arrivo della statua in Kuwait. In segno di gratitudine per gli innumerevoli favori che si riteneva fossero stati ricevuti per intercessione di Maria, il Vicario Apostolico del Kuwait invitò i fedeli a contribuire per tutto il 1959 alla creazione di una preziosa corona d’oro. Realizzate con cura nei minimi dettagli, del peso di oltre due libbre di oro puro e ornate di diamanti, rubini e perle del Golfo – tra cui una offerta personalmente dal Vicario Apostolico – le corone furono mandate a Roma e presentate a Papa San Giovanni XXIII il 17 marzo 1960. Tramite il Segretario di Stato, il Cardinale Domenico Tardini, il Papa delegò il Cardinale Valerian Gracias, Arcivescovo di Bombay, a incoronare la statua in suo nome. Dopo una solenne Messa pontificale il cardinale pose le corone d’oro sul capo di Gesù Bambino e della Madonna, suggellando uno dei capitoli più belli della storia iniziale di questa devozione.

Nei tempi moderni, il defunto vescovo Camillo Ballin, MCCJ, appassionato devoto mariano e pastore visionario, ha guidato una rinnovata identità mariana per la Chiesa nel Golfo. Sotto la sua guida, la statua di Nostra Signora d’Arabia è stata solennemente e canonicamente incoronata ad Ahmadi nel 2011, in una cerimonia presieduta dal cardinale Antonio Cañizares Llovera per conto di Papa Benedetto XVI. Il 5 gennaio 2011, Papa Benedetto XVI ha approvato il patrocinio di Nostra Signora d’Arabia come Patrona Principale del Golfo Arabico, sia del Vicariato Apostolico del Kuwait che del Vicariato Apostolico d’Arabia, successivamente riorganizzati nel Vicariato Apostolico dell’Arabia Settentrionale e nel Vicariato Apostolico dell’Arabia Meridionale.

Il Vescovo Ballin ha inoltre chiesto alla Santa Sede di fissare la Solennità di Nostra Signora d’Arabia al sabato successivo al Battesimo del Signore, con il permesso pastorale di celebrarla la domenica. Come espressione culminante della sua devozione, ha avviato e guidato la costruzione della Cattedrale di Nostra Signora d’Arabia in Bahrain, poi consacrata nel 2021 dal cardinale Luis Antonio Tagle, Pro-prefetto del Dicastero per la prima evangelizzazione e le nuove Chiese particolari (vedi Agenzia Fides 9/12/2021).

Su queste basi, il vescovo Berardi, successore di Ballin, ha ulteriormente affermato il significato duraturo di questa presenza mariana. Nel 2025, ha supervisionato l’elevazione del Santuario Ahmadi, sede della venerata statua originale, alla dignità di Basilica Minore. Il Vescovo Aldo osserva che la presenza ininterrotta di una statua mariana per oltre 75 anni nel cuore della Penisola Arabica è straordinaria, dato il contesto culturale e religioso della regione, dove le immagini sacre sono generalmente limitate. La sua sopravvivenza e la sua continua venerazione testimoniano non solo la protezione discreta ma potente di Maria, ma anche la fede incrollabile di una Chiesa che vive la sua testimonianza con silenzio, umiltà e profonda devozione.

Oggi, la devozione a Nostra Signora d’Arabia continua ad approfondirsi. La sua immagine è un simbolo di unità per la straordinariamente eterogenea comunità cattolica del Golfo, un faro di speranza per migranti e lavoratori e un promemoria che la Madre di Dio accompagna i suoi figli anche in terre dove l’espressione cristiana deve essere vissuta con discrezione e umiltà.

Questa fiorente devozione – plasmata dai missionari, rafforzata dalla visione pastorale e santificata dalle preghiere di milioni di persone – rimane una radiosa testimonianza del vivo cuore mariano della Chiesa nella Penisola Arabica.

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A Banneux si rinnova il mistero della Visitazione

Posté par atempodiblog le 12 janvier 2026

A Banneux si rinnova il mistero della Visitazione
di Padre Angelo Maria Tentori – Sorriso tra gli abeti. La Vergine dei Poveri di Banneux

La Vergine dei Poveri di Banneux

15 gennaio 1933. […] Commento alla prima apparizione. […] È passato un po’ di tempo, ma questo messaggio non ha perso nulla della sua attualità, anche perché la Madonna precorre i tempi. Lei è profezia, e spesso anticipa le situazioni che avverranno parecchi anni dopo, non per soddisfare le nostre inutili curiosità, ma per premunirci.

Quella sera, a casa Beco, solo Mariette è sveglia. È in attesa, preoccupata per il fratellino che non è ancora rientrato. Gli altri fratelli e sorelle sono già a letto. Il papà si addormentato, cullando una delle più piccole. La mamma si è assopita anche lei, nel tentativo di addormentare l’ultima arrivata, di tre mesi; e Mariette è accanto al pagliericcio del fratellino ammalato. Continua a guardare dalla finestra. Probabilmente, anche questo quadro d’insieme ha il suo significato. C’è in questa famiglia non solo una povertà materiale, ma anche quella spirituale: una povertà completa. La famiglia si è come dimenticata del Signore e naturalmente hanno l’impressione che il Signore si sia dimenticato di loro. E quindi si rinchiudono in se stessi nello sforzo di andare avanti come possono, appoggiandosi sulle loro poche forze e risorse.

Solo Mariette, esce da questo isolamento, se non altro con un gesto esteriore: l’attesa del fratellino e il guardare fuori dalla finestra. Ma il Signore e la Madonna non si erano dimenticati di questa famiglia.

E poi, nonostante l’apatia e l’indifferenza religiosa, qualche Ave Maria veniva recitata casualmente dalla piccola Mariette, e quel quadretto della Vergine sopra il suo pagliericcio dimostrava che qualche speranza nel suo aiuto persisteva. Allora vuol dire che, almeno nel loro subcosciente un’attesa c’era. Un’attesa di Lei, quell’attesa che spesso sopravvive anche in chi ha abbandonato la fede. Perché la speranza nella Vergine Santa è sempre l’ultima a morire.

E la Madonna, a Banneux, dimostra che Lei non delude i suoi figli che, in qualche modo, attendono qualcosa dalla loro Madre del Cielo. A differenza di tante altre apparizioni, questa volta la Madonna non incontra la veggente lontano da casa sua. È Lei che si presenta alla porta di casa. Entra nel giardino e attende. Ci manca poco che bussi alla porta. Ciò esprime una vicinanza e una presenza familiare che mai aveva manifestato prima. Va a domicilio, come per una visita, rinnovando il mistero della Visitazione. Come allora, è Lei che si mette in cammino per andare a trovare qualcuno.

La Madonna va a portare la sua presenza e il suo messaggio nel luogo più naturale, che è la casa, l’ambiente familiare. Si mette come alla pari con la piccola; quasi come una sorella maggiore, dato che l’età che dimostra potrebbe essere sui 18-19 anni, secondo la valutazione di Mariette. Quando la bambina la scorge attraverso la finestra, Lei è già lì; non l’ha vista venire. Mentre cullava il piccolo René, Lei era venuta e aspettava che la piccola ancora una volta sollevasse il drappo che faceva da cortina alla finestra e si affacciasse. […]

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Il “Divino Asilo Nido” del Monastero de “Las Descalzas Reales”: il tesoro ‘nascosto’, una collezione di circa 130 statuette del Bambino Gesù

Posté par atempodiblog le 10 janvier 2026

Una delle più grandi collezioni di statuette del Bambin Gesù
Il “Divino Asilo Nido” del Monastero de “Las Descalzas Reales”: il tesoro ‘nascosto’, una collezione di circa 130 statuette del Bambino Gesù
Da oltre quattro secoli, ogni volta che una dama dell’alta nobiltà entrava nel monastero come monaca di clausura portava con sé due figure: un crocifisso e una statuetta di Gesù Bambino. Questo stava a simboleggiare il suo sposalizio spirituale e il suo impegno nel prendersi cura della Figura divina.
Tratto da: infoCatólica

Il Divino Asilo Nido del Monastero de Las Descalzas Reales il tesoro nascosto una collezione di 1

Il Monastero de “Las Descalzas Reales” a Madrid ospita nel periodo natalizio, fino al 5 gennaio, il “Divino Asilo Nido”, una sala, chiusa durante il resto dell’anno, che custodisce più di 130 statuette del Bambino Gesù, una delle più grandi collezioni al mondo dedicate al Dio Bambino.

L’apertura di questo spazio, gestito dal “Patrimonio Nacional”, si inserisce in una tradizione che risale al XVI secolo e che riflette il valore storico, artistico e devozionale di questo convento madrileno.

Da oltre quattro secoli, ogni volta che una dama dell’alta nobiltà entrava nel monastero come monaca di clausura, portava con sé due simboli: un crocifisso e una statuetta di Gesù Bambino. Questo stava a simboleggiare il suo sposalizio spirituale e il suo impegno nel prendersi cura della Figura divina.

Nel corso degli anni, il convento è diventato “un archivio di arte sacra dal valore inestimabile”, come spiega la dottoressa in Storia dell’Arte e docente Ana María Poveda ad Álex Navajas per El Debate.

Una collezione di materiali diversi e di provenienze internazionali
Le statuette che compongono il “Divino Asilo Nido”, situato nell’ex ufficio della Badessa del monastero, sono realizzate con vari materiali come il legno policromo, la cera, l’avorio e il piombo. Alcune hanno conservato persino i capelli naturali, un dettaglio che aggiunge realismo e delicatezza a queste rappresentazioni sacre.

Le opere provengono da scuole d’arte spagnole, fiamminghe, napoletane e persino peruviane, a dimostrazione della diversità geografica e culturale di questa collezione. Molte di esse si distinguono per i loro abiti meticolosamente realizzati, che le religiose del monastero continuano a produrre e a rinnovare ad ogni Natale per accogliere i visitatori.

Tra le statuette più sorprendenti troviamo un Bambin Gesù vestito da sant’Isidoro l’Agricoltore, patrono di Madrid, e un altro vestito con gli abiti del re Filippo II, noto come “il Prudente”. Queste rappresentazioni riflettono lo stretto legame del Convento con la storia della Spagna e della monarchia ispanica.

L’eredità spirituale di Suor Margherita della Croce
Una delle figure chiave nello sviluppo di questa tradizione fu Suor Margarita della Croce (1567 – 1633), figlia dell’imperatore Massimiliano II e nipote di Filippo II. I documenti storici raccontano che la Suora trattava le sue statuette del Bambin Gesù come se fossero veri neonati: li cullava, lavorava a maglia abiti su misura per loro e, persino, li “nutriva” in maniera simbolica.

Questa pia pratica, che rafforzava il legame spirituale e simbolico che le monache intrattenevano con le rappresentazioni divine, perdura ancora ai giorni nostri. Le religiose del monastero continuano questo lavoro devozionale, vestendo e adornando le statuette ad ogni Natale, come segno del loro impegno spirituale.

Un monastero di fama internazionale
Il Monastero de “Las Descalzas Reales”, classificato come Bene di Interesse Culturale, ottenne, inoltre, il riconoscimento di Museo Europeo nel 1987. Fu fondato per volontà di Giovanna d’Austria (1535 – 1573), figlia minore dell’imperatore Carlo V e della principessa del Portogallo, che trasformò il palazzo, in cui lei stessa era nata e che apparteneva al tesoriere di suo padre, in un monastero di Clarisse.

La comunità religiosa delle Clarisse francescane arrivò nel 1559 e quest’ordine è conosciuto come quello delle “Francescane scalze”, appellativo che deriva dal fatto che le clarisse indossano semplici sandali durante qualsiasi periodo dell’anno. Giovanna d’Austria prese residenza nel convento al suo ritorno dal Portogallo e il suo corpo riposa nella cappella che occupa proprio lo spazio in cui nacque.

Il “Divino Asilo Nido” apre al pubblico soltanto durante il periodo natalizio, a causa della fragilità delle opere in esso contenute, e può essere visitato fino al 5 gennaio di ogni anno. Il “Patrimonio Nacional”, l’ente responsabile della conservazione del monastero di Madrid, invita, attraverso i suoi canali social, a scoprire questo affascinante spazio che, nel cuore di Madrid, custodisce uno dei tesori più insoliti e poco conosciuti, al grande pubblico, dell’arte sacra europea.

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Medjugorje, quello che vuol dire la nostra Madre Celeste/ Testimonianza di Mirjana ad un festival dei giovani

Posté par atempodiblog le 3 janvier 2026

Medjugorje, quello che vuol dire la nostra Madre Celeste/ Testimonianza di Mirjana ad un festival dei giovani
Tratto da: Radio Maria FB

Mirjana di Medjugorje

«[…] Voi certamente sapete che la Madonna qui a Medjugorje ha dato a ciascuno di noi sei veggenti una missione. La mia è la preghiera per coloro che non hanno conosciuto l’Amore di Dio, quelli che noi chiamiamo “i non credenti”.

La Madre Celeste non dice mai “non credenti”. Se tu dici a qualcuno “sei un non credente”, tu lo hai condannato.

In questi [...] anni non l’ho mai sentita condannare qualcuno.

Lei dice: “Coloro che non hanno ancora conosciuto l’Amore di Dio”

Quando pregate per loro pregate anche per voi stessi e per il vostro futuro. Chiede anche il nostro esempio.

Non chiede che andiamo a fare la predica ad altri; chiede che parliamo con la nostra vita, affinché i non credenti possano vedere attraverso di noi Dio ed il Suo Amore.

Vi prego di prendere sul serio queste cose, perché ciascuno di noi ha un non credente vicino: o in famiglia o a casa o sul posto di lavoro.

Questo non credente guarda noi e la nostra vita. Dobbiamo chiederci: “Vede Dio in noi? Vede l’Amore di Dio?”, perché noi risponderemo di questo.
Noi che diciamo di essere figli di Dio. Noi che diciamo di aver conosciuto l’Amore di Dio.

Vi racconterò un esempio simpatico:

Ho problemi con la schiena. Una sera sono venuta a Messa e volevo sedermi. C’era posto e mi sono accomodata.

Invece i pellegrini che erano lì hanno cominciato a sgridarmi: “Alzati. Questo è il nostro banco. Come osi? Noi siamo venuti prima di te”.

Io mi sono alzata.

Un attimo dopo è venuta una signora che faceva parte di quel gruppo e mi ha riconosciuta e ha riferito loro che sono una dei veggenti. A quel punto mi hanno offerto tutto il banco.

Ma come pensate che sia ciò davanti agli occhi di un non credente che per la prima volta la Madonna ha chiamato qui a Medjugorje?

Se entro in una chiesa e dentro ci sono quelli che dicono di conoscere l’Amore di Dio e si comportano in quel modo: non entrerei più in una chiesa. E di chi sarebbe la responsabilità?

Questo è quello che vuol dire la nostra Madre Celeste.

In ogni nostra parola, in ogni nostro comportamento si deve vedere ciò che diciamo di essere; si deve vedere l’Amore di Dio. Perciò abbiamo una grande responsabilità [...]».

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