La statua di Maria più grande del mondo è finita

Posté par atempodiblog le 15 mai 2021

La statua di Maria più grande del mondo è finita
La statua di Maria più grande del mondo è finita! Madre di tutta l’Asia, progettata dallo scultore Eduardo Castrillo, è stata realizzata per celebrare i 500 anni dell’arrivo del Cristianesimo nelle Filippine.
Fonte: ChurchPOP

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Le Filippine, nonostante gli ostacoli della pandemia, hanno portato a termine un’opera faraonica: la più grande statua dedicata alla Madonna del mondo! La statua, dedicata alla Madonna Madre dei Poveri e di tutta l’Asia, è stata costruita vicino alla città di Batangas, nel luogo di pellegrinaggio di Montemaria.

Montemaria-Batangas-City-Filippine dans Articoli di Giornali e News

L’Incredibile Altezza della Statua
Realizzata in cemento e acciaio, vanta ben 98,15 metri di altezza, quindi supera la Statua della Libertà negli Stati Uniti, la Statua del Grande Buddha in Thailandia, la Vergine della Pace in Venezuela e il Cristo Redentore a Rio de Janeiro. Alla pari della statua di San Pietro il Grande di San Pietroburgo, è la nona più alta del mondo. “La sua altezza è equivalente a quella di un edificio di 33 piani, numero che rappresenta gli anni di vita di nostro Signore Gesù sulla terra”, ha specificato il Montemaria.

Montemaria-Filippine dans Fede, morale e teologia

Le Peculiarità di “Madre di tutta l’Asia”
Il monumento dedicato alla Madre di Dio è stato costruito come “simbolo di unità e pace in Asia e nel mondo intero”. L’edificio è l’unica statua abitabile al mondo, con una superficie di 12mila metri quadrati. Il monumento presenta inoltre una corona di 12 stelle che rappresentano i 12 apostoli di Gesù Cristo.

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Il potere della preghiera

Posté par atempodiblog le 1 mai 2021

Al via la “maratona” orante con i santuari mariani del mondo voluta dal Papa
Il potere della preghiera
di Giovanni Battista Re (Decano del collegio cardinalizio)
Fonte: L’Osservatore Romano

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Questo momento tribolato e difficile per il dramma della perdurante pandemia e molto preoccupante per le sfide economiche e sociali, che la ripresa dopo il Covid-19 comporterà, ci fa sentire il bisogno di un aiuto dall’alto. L’esperienza della nostra fragilità e dei nostri limiti di fronte a questa tragica situazione ci spinge a ritrovare la fiducia in Dio ed a bussare alla sua porta con la preghiera affinché la sua mano ci venga in aiuto.

È pertanto con viva gioia che viene salutata nel mondo l’annunciata iniziativa di una singolare “maratona” o “staffetta” di preghiere trasmessa in video dai principali santuari del mondo durante il prossimo mese di maggio. Attesi i profondi bisogni e le rilevanti criticità del nostro tempo, da diverse istanze si auspicava una speciale iniziativa di preghiere. Si avverte infatti la necessità di un supplemento di aiuto superiore che venga in soccorso di una duplice esigenza: porre fine alla pandemia che continua a mietere vittime e poi superare le enormi sfide che la ripresa dopo il Covid-19 dovrà affrontare.

Perché ricorrere ad una più intensa e corale preghiera nei momenti di difficoltà?

Soprattutto perché ce l’ha insegnato Gesù stesso nel Vangelo: «Chiedete e vi sarà dato, cercate e otterrete, bussate e vi sarà aperto» (Mt 7, 7). Inoltre perché avvertiamo la necessità che Dio ci dia una mano. L’uomo e la donna, grazie anche ai mirabili progressi della scienza e della tecnica, possono decidere e fare molte cose, ma poi vi è sempre qualche elemento o qualche dimensione che travalica le nostre possibilità ed i nostri piani, con ostacoli e imprevisti che è arduo calcolare, come imprevedibile era la tempesta scatenata nel mondo da un piccolo virus che ha cambiato la nostra vita.

Che mediante la preghiera noi possiamo ottenere e realizzare quello che con le sole nostre forze ci è impossibile, lo spiega bene san Tommaso, il quale, in una sua lunga “quaestio” sulla preghiera (Somma teologica II a- II ae, q.83) dice che, nella sua Provvidenza, Dio ha disposto che sia in nostro potere realizzare alcune cose, ma che altre possano essere da noi operate soltanto se lo chiediamo a chi può più di noi, cioè a Dio per il quale nulla è impossibile. In altri termini, mediante la preghiera noi possiamo cooperare affinché Dio operi qualche cosa che sta al di là delle nostre capacità.

La ragione profonda va ricercata nel disegno di Dio, che ci ha creati intelligenti e liberi e che, in coerenza con la grande dignità conferitaci, ci vuole suoi collaboratori e non ama agire senza di noi. Mediante la preghiera noi possiamo ottenere che lui compia quel che noi, uomini e donne, con le sole nostre forze non potremmo mai conseguire.

Blaise Pascal si chiedeva: «Perché Dio ha istituito la preghiera?» E rispondeva: «Per comunicare alle sue creature la possibilità di cooperare alle sue opere» (Pensieri, 513).

Chiedere l’aiuto di Dio ovviamente non dispensa dall’agire. Preghiera e impegno umano non si escludono, ma si implicano vicendevolmente.

Per questo san Francesco di Sales soleva raccomandare: «Prega come se tutto dipendesse da Dio, e impegnati come se tutto dipendesse da te», perché tutto dipende da Dio e insieme tutto dipende dall’uomo, ma a diverso e misterioso titolo.

I protagonisti e gli artefici di quanto avviene nella storia sono sempre due: l’uomo e Dio, l’uomo che nella sua libertà decide e opera, e Dio, che è onnipotente e la sorgente di tutto e per il quale non esiste passato e futuro, ma tutto Gli è presente.

Per noi che abbiamo fede non è il caso o l’influsso delle stelle a determinare il nostro destino o il corso degli avvenimenti, ma è — da un lato — l’uomo con le sue libere scelte e — dall’altro lato — Dio che veglia sulla grande storia del mondo e sulla piccola storia di ciascuno di noi; un Dio che sa scrivere dritto anche sulle righe storte e che con la sua mano può fare quello che va ben al di là delle possibilità umane.

La fede ci dà la certezza non solo di una mano che sta al di sopra di noi, ma anche di un cuore che agisce e guida nel profondo gli eventi e le coincidenze.

Così quando Monica, la madre di sant’Agostino, supplica Dio nel pianto perché suo figlio ritrovi la fede, non elude il suo impegno di madre, perché come madre aveva fatto tutto quello che riteneva di poter fare, ma senza aver ottenuto quanto desiderava.

Ma con la sua preghiera ottenne che Dio agisse nel profondo della coscienza di Agostino, perché è lì, nell’intimità del cuore, dove liberamente l’uomo gioca il suo destino, che si svolge il mistero dell’azione di Dio: la forza della preghiera di Monica toccò il cuore di Agostino che si convertì.

È l’insegnamento di Gesù che sostiene la nostra fiducia di ottenere dall’alto ciò che supera le nostre forze. Il Vangelo infatti ci dice che senza il Signore non possiamo realizzare nulla di buono (cfr. Gv 15, 5) e ci assicura anche: «Se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà» (Mt 18, 19).

Il salmo 126 ci ricorda che «se il Signore non costruisce la casa, invano lavorano i costruttori. Se la città non è custodita dal Signore, invano veglia il custode».

Lo esprimeva a suo mondo anche un poeta del 1700, Pietro Metastasio: Per compiere le belle imprese, / l’arte giova e il senno ha parte, / ma vaneggian il senno e l’arte / se amico il Ciel non è.

Pregare — diceva san Giovanni Paolo II — è scegliere di affrontare la realtà delle varie situazioni non da soli, ma con la forza che ha la sua sorgente in Dio. Nella preghiera fatta con fede risiede il segreto per affrontare con successo le emergenze ed i problemi personali e sociali (cfr. Angelus dell’8 settembre 2002).

La presente drammatica situazione ci spinge a invocare con fiducia l’aiuto di Dio. E per arrivare al cuore di Dio, nel mese di maggio, ricorriamo alla Madonna, che come madre misericordiosa ci è vicina e comprende le nostre necessità; in pari tempo è in cielo vicino a Dio e può efficacemente intercedere per noi e soccorrerci in questo immane flagello.

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Sub tuum praesidium, invocare Maria nel tempo della prova

Posté par atempodiblog le 1 mai 2021

Storia di una preghiera
Sub tuum praesidium, invocare Maria nel tempo della prova
Nata in un periodo in cui i cristiani erano duramente perseguitati, Sub tuum praesidium è la più antica preghiera a Maria conosciuta, risalente al III secolo. Essa ricorda l’importanza di invocare la Madonna, Madre di Dio e Madre nostra. E risulta particolarmente opportuna per i tempi di prova che viviamo. All’inizio del mese di Maria, vi raccontiamo la sua storia.
di Aurelio Porfiri – La nuova Bussola Quotidiana

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In un suo libro chiamato Le più grandi preghiere a Maria, Anthony M. Buono chiede retoricamente di citare la più antica preghiera alla Vergine Maria. Lui afferma che la gran parte delle persone risponderebbero l’Ave Maria, ma sbaglierebbero, in quanto questa preghiera prende la forma attuale in epoca rinascimentale. In realtà la preghiera più antica è Sub tuum praesidium (Sotto la tua protezione) che risale al III secolo. Questa preghiera è meno nota di altre antifone mariane ma è molto bella e, per i tempi che viviamo, molto opportuna.

La preghiera nacque in un periodo in cui il cristianesimo era perseguitato, probabilmente sotto l’imperatore Settimio Severo (†211) o Decio (†251). Nacque in Egitto per poi diffondersi in tutto il mondo cattolico. Le parole, in una versione italiana, sono queste:

«Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio: non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, ma liberaci da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta».

Pier Luigi Guiducci sintetizza la storia di questa antifona nel modo seguente: «Nei primi secoli, ci si rivolgeva alla Vergine con brevi formule, o con una prece scritta in Egitto. Quest’ultima, dalle prime parole della successiva traduzione in latino, venne indicata con il titolo: Sub tuum praesidium (“Sotto la tua protezione”). Tale preghiera si diffuse poi in Oriente (liturgia bizantina, armena, siro-antiochena, siro-caldea e malarabica, maronita, etiopica…), e in Occidente (liturgia romana, ambrosiana…). Ogni comunità fece una propria traduzione. Purtroppo, gli studiosi non ebbero la possibilità di conoscere subito il testo primitivo, quello egiziano. Per tale motivo, si ritenne il Sub tuum praesidium uno scritto medievale (periodo carolingio, 800-888), usato, con più variazioni, nelle Chiese locali. Nel 1917, però, un ricercatore inglese ebbe modo di acquisire in Egitto un lotto di papiri. Tra questi, ne era incluso uno in greco con il testo dell’antica preghiera. Ciò dimostrò l’origine della prece. Il reperto, che è conservato nel Regno Unito, è catalogato Papyrus Rylands 470» (storico.org).

Il papiro Rylands 470 è stato oggetto di vari studi per la datazione, specie in ambito inglese; alcuni studiosi tendono a collocarlo al IV secolo piuttosto che al III, proprio per l’invocazione di Maria come “Madre di Dio”, Theotókos, che sarebbe stata considerata come prematura nel III secolo (il relativo dogma fu solennemente proclamato nel 431). Ma poi il consenso degli studiosi andò per una datazione al III secolo, considerando anche alcuni dati paleografici.

Questa antifona è breve ma possiede una grande ricchezza. Nel 2018 papa Francesco invitò alla recita di questa antica preghiera per impetrare la protezione della Vergine Maria, Madre di Dio, perché le nostre suppliche nel tempo della prova trovino ascolto presso Colui che può intervenire e liberarci da ogni pericolo. Un testo reso disponibile dal monastero carmelitano “Janua Coeli” così commenta la preghiera:

«La bellezza del termine praesidium valica la connotazione del lessico militare e significa esattamente “luogo difeso da presidio” ma nell’accezione più ampia indica il tutelare, proteggere, custodire. La Vergine Maria è considerata presidio potente dei cristiani, è la Madre a cui potersi rivolgere per essere accolti e sostenuti lungo i momenti difficili del cammino, è Lei che intercede per ognuno presso il Figlio. È Lei la Vergine Madre santa, “sola pura”, e “benedetta”. Questa antica preghiera allude alla totale Santità di Maria e alla perpetua verginità. Proprio alla Virgo Purissima si rivolge la supplica del fedele che vive nel pericolo e nella prova» (monasterocarmelitane.it).

Un canto in cui si allude alla maternità di Maria, ma anche alla sua verginità, dunque. La melodia con cui è conosciuta questa preghiera nel repertorio gregoriano ci suona soave e confidente, quasi a denunciare la fiducia certa che accompagna le richieste del fedele cristiano. Melodia semplice e memorizzabile con grande facilità. Naturalmente esistono anche numerose versioni polifoniche di questa antifona.

Come non pensare ad una preghiera del genere in un tempo in cui tutto il mondo è sotto una terribile prova? Come non desiderare una protezione più intensa da parte di Maria Madre di Dio? Quanto sentiamo parlare in questi tempi di proteggerci dal virus, proteggerci dall’infezione! Certamente tutti cerchiamo di essere prudenti e di non esporci a questa malattia, ma proprio per questo non sarà sbagliato affidarsi sempre più all’aiuto soprannaturale che ci offre la nostra fede. Ricordiamo che nella famosa preghiera di san Bernardo alla Vergine viene detto: “Ricordati, o piissima Vergine Maria, non essersi mai udito al mondo che alcuno abbia ricorso al tuo patrocinio, implorato il tuo aiuto, chiesto la tua protezione e sia stato abbandonato”. Questa è la nostra consolazione e speranza.

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Viviamo maggio con Maria

Posté par atempodiblog le 30 avril 2021

San Josemaría Escrivá de Balaguer/ Accadde Oggi
30/04/1968

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“In questo mese di maggio, che comincia domani, vorrei che ciascuno di noi iniziasse a fare un altro piccolo sacrificio: un po’ più di studio, un lavoro terminato con più attenzione, un sorriso…; un sacrificio che sia manifestazione della nostra vita di pietà e prova della nostra donazione. Con generosità figlio mio lasciati portare da Lei. Non possiamo non amare ogni giorno di più Gesù, “l’Amore degli amori”! E con Maria ce la possiamo fare, perché nostra Madre ha vissuto dolcemente una donazione totale”.

Tratto da: San Josemaría Escrivá FB

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Per la prima volta Medjugorje entra in un’iniziativa di preghiera del Vaticano

Posté par atempodiblog le 30 avril 2021

Per la prima volta Medjugorje entra in un’iniziativa di preghiera del Vaticano
Il 15 maggio il santuario della Regina della Pace ospiterà la maratona del rosario voluta dal Papa
di Gelsomino Del Guercio – Aleteia

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Per la prima volta Madjugorje rientra in una iniziativa di preghiera ufficialmente organizzata dal Vaticano.

Nella maratona di preghiera voluta da Papa Francesco per il mese mariano (maggio), ogni giorno si recita il Rosario dai principali Santuari del mondo. Tra questi è stato inserito anche il santuario della Regina della Pace a Medjugorje, che non è ancora riconosciuto ufficialmente come santuario mariano. Ma la scelta del Vaticano di inserirlo nel mese di preghiera mariano, è un segno di vicinanza e di riconoscenza della presenza della Vergine in quel luogo.

Come seguire il rosario da Medjugorje
Il 15 maggio la recita del Santo Rosario sarà trasmessa dal santuario della Regina della Pace di Medjugorje alle ore 18:00. E andrà in onda, in diretta, sui canali ufficiali del Vaticano.

La Santa Messa internazionale da Medjugorje sarà, quindi, spostata alle ore 19, fa sapere il portale La Luce di Maria.

Le indicazioni ufficiali della Commissione vaticana
La scelta del Vaticano di coinvolgere Medjugorje nel mese mariano arriva un anno dopo che la Commissione internazionale d’inchiesta, creata dal Vaticano, ha dato delle indicazioni favorevoli per i pellegrinaggi e la preghiera al santuario della Regina della Pace.

“Spiritualità che si manifesta attraverso Maria”
Il territorio di Medjugorje, si legge nella Relazione della Commissione del Vaticano, «è divenuto un luogo di pellegrinaggi, di preghiera e di scoperta o riscoperta della fede cristiana, con una sua propria spiritualità che si manifesta attraverso Maria che invita a rivolgersi umilmente a Cristo e a vivere con radicale coerenza il dono di Dio, promuovendo così la pace interiore e anche sociale».

I francescani assicurano a Medjugorje «una buona cura pastorale, che ha bisogno però di essere integrata e potenziata (se necessario con un maggior apporto anche di non francescani), sia per il numero degli addetti sia per le loro competenze».

Le confessioni sacramentali
Speciale importanza, sottolinea la Commissione, «hanno le confessioni sacramentali, che a Medjugorje avvengono in grandissimo numero. Vanno quindi aumentati i confessionali, garantendo le condizioni anche esterne per il rispetto del segreto».

La santa messa
La celebrazione della santa Messa «è vissuta in modo raccolto e devoto. Il grande numero di pellegrini che vi partecipano rende assai auspicabile un ampliamento delle dimensioni della chiesa parrocchiale. Anche l’Adorazione eucaristica e la recita del Rosario sono molto ben condotte e partecipate. Potrebbero però essere arricchite attraverso la lectio della Sacra Scrittura».

I pellegrinaggi
La Commissione incentiva i pellegrinaggi offrono infatti «grandi opportunità pastorali, dato che i pellegrini sono per lo più in una disposizione di apertura d’animo che li rende pronti a rileggere la propria storia personale, dandole un nuovo orientamento cristiano» (Aleteia, 24 febbraio 2020).

L’inviato del Papa
Il coinvolgimento nella maratona di preghiera voluta dal Papa e le conclusioni della Commissione del Vaticano su Medjugorje, seguono le indicazioni dell’arcivescovo polacco Henryk Hoser.

Quest’ultimo è stato inviato di papa Francesco nella parrocchia balcanica conosciuta in tutto il mondo per le presunte apparizioni mariane cominciate il 26 giugno 1981 (sono state ufficialmente riconosciute le prime sette).

“Medjugorje non è più un luogo sospetto”
«Medjugorje – aveva detto l’inviato del Papa – non è più un luogo “sospetto”. Sono stato inviato dal Papa per valorizzare l’attività pastorale in questa parrocchia, che è molto ricca di fermenti, vive di un’intensa religiosità popolare, costituita, da una parte da riti tradizionali, come il Rosario, l’adorazione eucaristica, i pellegrinaggi, la Via Crucis; dall’altra dal profondo radicamento di importanti Sacramenti come, ad esempio, la Confessione», le dichiarazioni di Hoser, che, per prime, hanno “scongelato” il clima di diffidenza del Vaticano nei confronti di Medjugorje.

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San Luigi Maria Grignion di Montfort

Posté par atempodiblog le 28 avril 2021

San Luigi Maria Grignion di Montfort
Fu autore di grandi testi di spiritualità come il Trattato della vera devozione alla Santa Vergine. E, due secoli dopo, san Pio X non solo raccomandò di leggere l’opera ma accordò per iscritto la Benedizione Apostolica “a tutti quelli che leggeranno questo Trattato”
di Ermes Dovico – La nuova Bussola Quotidiana

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San Pio X non solo raccomandò di leggere il Trattato della vera devozione alla Santa Vergine, uno dei capolavori di san Luigi Maria Grignion di Montfort (1673-1716), ma accordò per iscritto la benedizione apostolica “a tutti quelli che leggeranno questo Trattato”. Negli anni Quaranta il giovane Karol Wojtyla, allora operaio nelle cave di pietra della Solvay, portava sempre con sé il libriccino del Montfort, da cui imparò il significato dell’autentica devozione alla Madonna: “Mentre prima mi trattenevo nel timore che la devozione mariana facesse da schermo a Cristo invece di aprirgli la strada – scriverà poi san Giovanni Paolo II – […] compresi che accadeva in realtà ben altrimenti. Il nostro rapporto interiore con la Madre di Dio consegue organicamente dal nostro legame col mistero di Cristo”. Proprio il Trattato ispirò al papa polacco il motto Totus Tuus, le due parole iniziali della consacrazione a Gesù per le mani di Maria.

Secondo di 18 figli, Luigi nacque in Bretagna da una famiglia profondamente cristiana. Dopo gli studi al collegio dei gesuiti di Rennes, nel 1692 si trasferì al seminario parigino di San Sulpizio: nell’occasione il padre gli offrì il cavallo, ma il giovane preferì percorrere a piedi i circa 350 km tra Rennes e Parigi. Nel tragitto donò tutto quello che aveva ai mendicanti. Divenne sacerdote nel 1700. L’anno successivo andò a Poitiers, dove iniziò a operare come cappellano dell’ospedale, che fungeva pure da ospizio per anziani e senzatetto. Più volte fu costretto a lasciare il nosocomio e la città a causa dell’ostilità di alcuni dirigenti. A ciò faceva da contraltare l’affetto dei bisognosi, che arrivarono a scrivere una lettera al superiore del Montfort: “Noi, quattrocento poveri, vi supplichiamo molto umilmente, per il più grande amore e la gloria di Dio, di farci ritornare il nostro venerabile pastore, colui che ama tanto i poveri, il signor Grignion”.

In quella fase conobbe Maria Luisa Trichet, la beata che divenne la prima delle Figlie della Sapienza, il ramo femminile monfortano a cui si affiancò poi quello maschile della Compagnia di Maria. Nel 1703 vide la luce la sua prima opera teologica, L’Amore dell’Eterna Sapienza, dove il Montfort espone la centralità della croce nella vita del cristiano e spiega che Gesù lo si ama poco perché lo si conosce poco: “Conoscere Gesù Cristo, la Sapienza incarnata, è sapere abbastanza. Sapere tutto e non conoscere Lui, è non saper nulla”. Lo scritto è un caposaldo della sua dottrina, perché vi indica già la vera devozione a Maria come “il più meraviglioso dei segreti” e come la via più semplice e diretta “per acquistare la Divina Sapienza”. Questa consiste appunto nell’appartenenza totale a Cristo, approdo necessario per sviluppare tutte le potenze dell’anima.

Andò in pellegrinaggio per consiglio da papa Clemente XI, che lo nominò missionario apostolico e gli disse: “Nelle sue diverse missioni, insegni con forza la dottrina al popolo e ai ragazzi e faccia rinnovare solennemente le promesse battesimali”. Le sue terre di missione furono soprattutto la natìa Bretagna e la Vandea, dove il santo si profuse nell’insegnamento del Catechismo e in grandi manifestazioni pubbliche di culto, che culminavano spesso nell’innalzamento di una croce. Promosse anche riproduzioni del Calvario, come quella monumentale di Pontchateau, terminata dopo 15 mesi di lavoro di centinaia di persone provenienti da ogni parte della Francia e dall’estero, prima che i suoi nemici convincessero re Luigi XIV a farla distruggere con il pretesto della sicurezza nazionale. Verrà per due volte ricostruita, l’ultima dopo la devastazione dei rivoluzionari francesi.

L’apostolato del Montfort si rivelò fondamentale in un’epoca in cui il cattolicesimo si trovava attaccato in Francia da giansenisti e protestanti vari, deisti e razionalisti. Lui affrontò tutti i nemici della Chiesa con carità e vigore, trasmettendo al popolo le verità di fede, anche attraverso canti popolari da lui composti per accendere ancora di più i cuori dell’amore di Dio. E in tutto questo la sua mariologia, chiaramente cristocentrica, è stata decisiva: “È dunque sicuro – scrive nel Trattato – che la conoscenza di Gesù Cristo e la venuta del suo regno nel mondo non saranno che la conseguenza necessaria della conoscenza della santa Vergine e della venuta del regno di Maria, che lo ha messo al mondo la prima volta e che lo farà risplendere la seconda”.

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Radio Maria in Africa: Un miracolo

Posté par atempodiblog le 28 avril 2021

Radio Maria in Africa: Un miracolo
Fonte: Radio Maria

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Padre Livio Fanzaga: Cari amici di Radio Maria oggi l’Africa è una colonna fondamentale della Chiesa. Pensate che i cattolici in Africa, agli inizi del ‘900, erano all’incirca il 2% della popolazione totale, adesso sono quasi il 20% senza contare le vocazioni, i sacerdoti, le suore e il laicato. In questo contesto di crescita del cattolicesimo africano si colloca la missione di Radio Maria. Abbiamo ai microfoni il delegato e il responsabile di Radio Maria Africa: Jean Paul Kayihura.
Jean Paul Kayihura: Saluto con gioia gli ascoltatori di Radio Maria! Dico “vi saluto con gioia” poiché anche se nel periodo del lockdown le chiese sono state chiuse, voi non avete mai chiuso le porte della vostra generosità.

P. Livio: La cosa che più mi ha colpito nella diffusione di Radio Maria in Africa, è il fatto che in questo continente quando una Radio Maria nasce, unita alla Famiglia Mondiale, sotto la responsabilità della Chiesa e del laicato, si espande e non è mai accaduto che si sia indebolita e sia morta. Mentre questo, è successo molte volte per quanto riguarda altre radio di natura ecclesiale. Come spieghi questa vitalità di Radio Maria che, come un seme piantato, incomincia a crescere e a svilupparsi proprio con come se fosse qualcosa che appartiene agli africani?
Jean Paul: Gli ascoltatori capiscono dall’inizio che questo progetto è un progetto della Madonna. I frutti si vedono, infatti abbiamo tanti volontari giovani in Africa e facciamo in modo che ogni ascoltatore diventi sostenitore. Ringrazio molto Padre Livio perché il progetto Radio Maria è stato immaginato bene e poi ringrazio anche la Famiglia Mondiale che ha permesso agli africani di sentirsi protagonisti mandando loro il materiale necessario per la formazione dei volontari africani.

P. Livio: In Africa è avvenuto un miracolo: quello del volontariato. Un miracolo, dal momento che in questo paese, a causa della povertà, solitamente non era diffuso, mentre grazie a Radio Maria è diventato una realtà straordinaria.
Jean Paul: Sì, sicuramente è un miracolo, posso dirvi cari ascoltatori, che all’inizio di questo progetto anche io avevo qualche perplessità sapendo che la popolazione era povera. Dopo 2/3 mesi con grande sorpresa ho visto che gli ascoltatori erano pronti ad aiutare la Madonna e lì ho capito che questo progetto viene dal cielo. Questo è sicuramente legato alla devozione a Maria. Posso dirvi cari ascoltatori che anche alcuni musulmani che vivono in Africa fanno le offerte a Radio Maria. Radio Maria per alcuni Paesi come Burundi, Rwanda, Tanzania, Togo è la seconda radio del paese e abbiamo migliaia di ascoltatori. È come se questo progetto fosse nato per essere diffuso in Africa.

P. Livio: Jean Paul entriamo nell’attualità. L’obiettivo che ci prefissammo l’anno scorso durante le riunioni della Famiglia Mondiale, quando esplose il Coronavirus, fu quello di cercare di creare una rete di solidarietà in modo tale che nessuna Radio Maria cessasse le proprie trasmissioni e così è avvenuto. Siamo riusciti a tenere vive tutte le Radio Maria dell’Africa. Questo però a mio parere, non è sufficiente. Dobbiamo continuare il lavoro per far sì che questo mezzo straordinario raggiunga la maggior parte della popolazione africana. Abbiamo davanti a noi un lavoro immenso da compiere.
Jean Paul: Sì p. Livio, non dobbiamo fermarci, è la Madonna che lo desidera. Radio Maria deve andare sempre avanti e continuare a crescere. Sono certo che questo avverrà. Faccio parte di Radio Maria da diciassette anni e ho avuto modo di conoscere la grande generosità degli ascoltatori di Radio Maria Italia che non si stancano mai di aiutare la Madonna così come la Madonna non si stanca mai di aiutare noi. In questo vedo una reciprocità di amore. Durante il 2020 è stato possibile accendere 10 nuove licenze in Tanzania, 6 licenze in Lesotho ma alcuni progetti, a causa della pandemia, non è stato possibile portarli avanti. Queste radio nasceranno comunque a breve: Radio Maria Nigeria, Radio Maria Capo Verde, Radio Maria Sud Sudan. Passeremo così da 24 a 27 paesi africani dove è presente Radio Maria e poi tra poco avremo anche 5 nuove sottostazioni: 3 nella Repubblica Democratica del Congo, 1 in Mozambico e 1 in Kenya. Da 22 sottostazioni attuali passeremo a 27. Radio Maria sarà inoltre presente in 17 Paesi situati nel sud del Sahara. Il cammino da compiere è lungo ma io conto sempre sulla generosità degli ascoltatori affinché l’allargamento della rete di Radio Maria possa sempre continuare.

P. Livio: Una cosa che ho notato in Africa è che il potere politico non ci crea problemi e ci permette di creare una radio esclusivamente religiosa.
Jean Paul: Ovviamente il potere politico africano vede ciò che Radio Maria fa per la sua gente. La prima missione di Radio Maria è la salvezza delle anime, è una radio religiosa che contribuisce all’educazione alla fede e aiuta alla conversione. Questo è chiaro per tutti. Anche i politici non credenti o non cattolici riconoscono l’importante opera di Radio Maria e il suo aiuto dal punto di vista della promozione sociale e umana. Durante la pandemia il potere politico ha dovuto prendere anche in Africa delle decisioni difficili (come ad esempio il lockdown). Spiegare alla popolazione che ha fame e che non ha un conto in banca una decisione così forte non è semplice. Radio Maria è stata d’aiuto poiché istruiva gli ascoltatori della presenza nel mondo di una pandemia pericolosa e che era necessario rimanere in casa ed indossare le mascherine come dispositivo di protezione individuale. La gente all’ascolto ha così iniziato a mettere in pratica le misure di prevenzione.

P. Livio: Bellissimo! In questi ultimi 2-3 anni, specialmente nel programma condotto da Roberta “Pomeriggio insieme”, ci siamo posti l’obiettivo di costruire una Radio Maria in Sud Sudan, una in Nigeria e una nella Repubblica Democratica del Congo. In particolare, Jean Paul, recentemente abbiamo ricevuto dal Sud Sudan, nella capitale Juba, una bella notizia. Il Vescovo ha benedetto qualche giorno fa la prima pietra per costruire la sede.
Jean Paul: Sì, è stata veramente una gioia immensa! Il Vescovo ha benedetto la prima pietra il 7 dicembre scorso e questo ha per noi un significato molto importante poiché il Sud Sudan ha sofferto, è un paese che non ha mai conosciuto la pace. Radio Maria è invece un mezzo per l’evangelizzazione, la pace e la riconciliazione, è un’opera da promuovere fortemente. È fonda­mentale offrire a questa gente, che ha vissuto le guerre per molti anni, degli esempi di pace, riconciliazione e mostrarle che questa via (tra i 64 gruppi etnici che hanno) è possibile percorrerla.

P. Livio: Entro ancora un po’ nei particolari. Il presidente mi ha detto che purtroppo il Covid ha rallentato i lavori e che il virus molte volte impe­disce anche ai nostri tecnici di raggiungere l’A­frica in aereo per cui si cercano le risorse locali e questo è il motivo per cui qualche volta si proce­de un po’ più lentamente.
Jean Paul: Aprire l’aeroporto internazionale nel­ la capitale non basta, poiché i progetti non han­no luogo sempre nelle capitali, bisogna raggiun­gere anche le province; lì ci sono ancora tanti ostacoli, ma per fortuna nessun ostacolo blocca la Famiglia Mondiale di Radio Maria. Quando c’è un ostacolo la Famiglia Mondiale cerca altri mez­zi per portare avanti i progetti, ed è per questo che adesso si stanno cercando alcuni tecnici lo­cali che possano accendere le frequenze aiutati a distanza dai tecnici italiani. I progetti sono stati rallentati dalla pandemia, ma finché ci saranno sempre le offerte riusciremo in ogni caso ad ac­cendere nuove radio.

P. Livio: Adesso spendiamo due parole sulla Ni­geria che ci sta tanto a cuore: in Nigeria abbiamo quasi ultimato nella capitale Abuja la costruzio­ne della nuova sede.
Jean Paul: Sì, la sede è pronta al 100%, ho segui­to tutto recentemente. Si è cercato anche di capire come inviare un tecnico dall’Italia, ma non era possibile; si è tentato allora di inviarne uno della Costa D’Avorio che è vicino alla Nigeria, ma non ha potu­to avere il visto. La soluzione sarebbe quindi quella di creare una compagnia locale che possa dare una mano alla World Family (La Famiglia Mondiale di Radio Maria). Il progetto di Radio Maria Nigeria sarà un progetto lungo 10 anni, perché è un Paese molto grande (200 milioni di abitanti, 20 milioni di cattolici), la radio cattolica è quasi inesistente e quindi dobbiamo fare tutto il possibile per far arri­vare la Madonna anche in questo Paese.

P. Livio: Quindi siamo solo agli inizi, perché poi ci sono almeno altre 3/4 sedi locali in diverse diocesi per riuscire a coprire la maggior parte del territorio. Un lavoro di lunga prospettiva, lo dico agli ascoltatori italiani, che magari pensano che avendo acceso la Radio Maria ad Abuja sia finito tutto: no, è incominciato un lungo lavoro, che a suo tempo darà i frutti. Jean Paul, bisogna inol­tre ricordare agli ascoltatori che le sottostazioni trasmettono nel dialetto locale e questo è impor­ tantissimo per l’annuncio del Vangelo.
Jean Paul: È importantissimo, perché la Parola di Dio è indirizzata alle persone e deve arrivare al cuore. È difficile evangelizzare ed è difficile arri­vare al cuore delle persone, soprattutto parlando una lingua straniera.

P. Livio: Non possiamo non dedicare un po’ di tempo, prima di concludere, alla Rep. Dem. del Congo, perché come la Nigeria è un paese im­menso e una riserva di cattolici. Radio Maria ha già fatto molto, ma molto di più rimane da fare.
Jean Paul: Sì, Radio Maria ha fatto già molto e per questo ringrazio di cuore gli ascoltatori perché grazie alle vostre offerte è stato possibile aprire Radio Maria all’est, al centro, nella capitale Kin­shasa che conta più di 17 milioni di abitanti e 4 milioni di cattolici. Dovete sapere che Radio Ma­ria nella Rep. Dem. del Congo è nata precisamen­te negli anni ’95-’96. Il primo vescovo contattato è stato assassinato e la guerra del 1994 (che ha uc­ciso più di 5milioni di persone) oggi non è ancora finita. E chi può investire in un Paese dove le guer­re non finiscono? Non dimentichiamo inoltre la pandemia di Ebola, poi l’arrivo del Coronavirus, e le continue crisi politiche. La gente ha fame, chi può investire lì? Alcuni dicono che sia meglio in­ vestire una volta che tutto sarà finito. Ma la Fami­glia Mondiale non la pensa così, ritiene di dover stare vicino alle persone che stanno soffrendo. Per questo vi ringrazio di cuore. Tra poco ci sa­ ranno 3 nuove sottostazioni ma ci sono ancora molte frequenze che il governo ci ha dato tanti anni fa e, seguendo l’attualità politica, ho paura che un domani il governo possa decidere di ritira­re le frequenze concesse che non sono mai state accese. Spero che questo non accada. Per questo cari ascoltatori vi chiedo non solo di sostenerci, ma anche di pregare per la Rep. Dem. del Congo.

P. Livio: Bene Jean Paul, affidiamo l’anno 2021 alla Madonna affinché si concretizzino tutti quei progetti che Lei vuole realizzare.
Jean Paul: Con le offerte a Radio Maria, permet­terete alla Vergine Maria di portare la luce del Vangelo, la gioia e la speranza in tante famiglie africane, specialmente in questo periodo diffici­le di pandemia. Quindi beati coloro che lasciano sempre aperta la porta della generosità missio­naria. Dal cielo la vostra ricompensa è garantita. Che la Madonna vi benedica.

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Pandemia. Il 1° maggio il Papa apre un mese di rosario per superare il Covid

Posté par atempodiblog le 22 avril 2021

Pandemia. Il 1° maggio il Papa apre un mese di rosario per superare il Covid
de La Redazione Internet di Avvenire

Pandemia. Il 1° maggio il Papa apre un mese di rosario per superare il Covid dans Apparizioni mariane e santuari santo-padre-Francesco

Saranno coinvolti 30 santuari in tutto il mondo. A chiudere il mese di preghiera mariana sarà sempre Francesco, il 31 maggio
Il mese di maggio sarà dedicato a una “maratona” di preghiera per invocare la fine della pandemia. L’iniziativa, voluta da Papa Francesco, coinvolgerà trenta santuari nel mondo.

“L’iniziativa coinvolgerà in modo speciale tutti i santuari del mondo, perché si facciano promotori presso i fedeli, le famiglie e le comunità della recita del rosario per invocare la fine della pandemia. Trenta santuari rappresentativi, sparsi in tutto il mondo, guideranno la preghiera mariana, che verrà trasmessa in diretta sui canali ufficiali della Santa Sede alle ore 18 ogni giorno”, informa il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione.

Papa Francesco aprirà la preghiera il 1° maggio e la concluderà il 31 maggio.

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Perché le cose più buone ce le hanno i monaci?

Posté par atempodiblog le 4 avril 2021

Una riflessione di don Luigi Maria Epicoco
Perché le cose più buone ce le hanno i monaci?
“La miglior cioccolata, la miglior birra, i migliori liquori, i migliori infusi, i migliori manufatti? Perché chi è allenato alla presenza del Signore, a servirlo perché lo riconosce in qualcosa di sacro, comprende che il profano è ugualmente sacro e per questo fa tutto con amore”. (don Luigi Maria Epicoco)
Fonte: Pane e focolare

Perché le cose più buone ce le hanno i monaci? dans Articoli di Giornali e News Monaco-ghiottone

Cari amici del blog, prima che scoppiasse la pandemia avevo dei bellissimi progetti che stavano prendendo il volo, nei quali mettevo tutto il mio entusiasmo. Poi è andata come sappiamo e ho dovuto mettere tutto momentaneamente nel cassetto. Ma quando questa emergenza finirà, tutto ripartirà e quegli eventi saranno realizzati con la soddisfazione di poterci rivedere e riabbracciare.

Nel frattempo non sto con le mani in mano, ho scritto un saggio per un libro di prossima uscita (spero al più presto di darvi notizie in proposito), posso trovare gioia e soddisfazione nell’aggiornare il mio blog e approfondire i temi che mi stanno a cuore. Sono molto compiaciuta quando, leggendo qua e là, trovo in libri autorevoli la conferma di tutto quanto vi sto raccontando ormai da molti anni. Sono volumi che magari parlano di tutt’altro ma poi dedicano un passo al tema del cibo e al suo simbolismo, alla cultura della tavola, al valore dei prodotti monastici, all’importanza della bellezza nelle piccole cose quotidiane. Proprio a questo proposito, vi presento un brano tratto dal libro di don Luigi Maria Epicoco: Sale, non miele. Per una fede che brucia (Ed. San Paolo). Ve lo suggerisco come piccola meditazione in vista della Settimana Santa, mentre stiamo pensando alla tavola di Pasqua.

«Perché le cose più buone ce le hanno i monaci? La miglior cioccolata, la miglior birra, i migliori liquori, i migliori infusi, i migliori manufatti? Perché chi è allenato alla presenza del Signore, a servirlo perché lo riconosce in qualcosa di sacro, comprende che il profano è ugualmente sacro e per questo fa tutto con amore, con cura, con dedizione, con passione, con totalità, con gusto, perché riesce ad avere cura di una cosa che normalmente consideriamo banale, rallentando, gustando, mettendoci tutto sé stesso. Ecco, quando si riesce a fare questo, si tira fuori la sacralità del resto della creazione, di una pietra, di una pianta, di un posto, di un libro. Realtà che normalmente sono profane, ma che quando sono amate, lavorate e vissute da chi è allenato a riconoscere la presenza del Signore, vengono tutte trasfigurate da questa Presenza.

S’intende che noi non crediamo che un tavolo contenga Dio, non siamo panteisti. Ma crediamo che questo tavolo è un pretesto per amare Dio. Qui non c’è Dio, ma uso questo tavolo come pretesto per dire a Dio: «Ti amo». Ecco perché lo vivo bene, lo faccio bene, lo curo bene, lo pulisco bene, ne ho cura. Non riconosco nessuna divinità nelle cose ma capisco che ogni cosa è pretesto per amarLo

N.B. Don Luigi Maria Epicoco, nato a Mesagne, in Puglia, nel 1980, è stato ordinato sacerdote a L’Aquila nel 2005. Insegna filosofia alla Pontificia Università Lateranense e all’ISSR “Fides et Ratio” a L’Aquila. Si dedica alla predicazione per la formazione di laici e religiosi e ha al suo attivo diversi volumi di carattere filosofico, teologico e spirituale.

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Il vincitore è chi dà la vita per gli altri, non chi la toglie

Posté par atempodiblog le 28 mars 2021

DOMENICA DELLE PALME
Il vincitore è chi dà la vita per gli altri, non chi la toglie
La strada indicata da Cristo rifugge il Potere, va verso la Croce, questo è il trionfo di Dio. Seguiamo il comportamento di Maria; facciamoci umili e con Lei seguiamo il Signore nella strada della Croce. Qui sta anche la nostra vittoria.
del di Angelo Card. Comastri (Vicario Generale di Sua Santità per la Città del Vaticano) – La nuova Bussola Quotidiana

Il vincitore è chi dà la vita per gli altri, non chi la toglie dans Articoli di Giornali e News Domenica-delle-palme

Un tempo spesso si cantava: Christus vincit, Christus regnat!, Cristo vince, Cristo regna! Ma qual è il trionfo di Dio? Certamente è tanto diverso da come noi lo immaginiamo.

Per capire qual è la strada del trionfo di Dio, meditiamo il senso degli avvenimenti di questo giorno. Guardiamo innanzi tutto come si comporta la folla. La folla! Essa grida, canta, prega, ma la folla è sempre ambigua. Oggi acclama, domani bestemmia. Oggi esalta e domani bastona. La folla fa paura: cambia troppo facilmente il proprio atteggiamento.

E noi? E la nostra fede? E la nostra risposta a Cristo? Non basta una preghiera, non basta una Messa, non basta un’opera di carità per essere cristiani. Gesù ha detto: “Chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato” (Mc 13,13). E ancora: “Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio” (Lc 9,62).
Il vero cristiano è colui che cammina dietro a Cristo ogni giorno con fedeltà e perseveranza!

Ma qual è la strada di Cristo? Guardiamo il comportamento di Gesù. Gesù respinge Satana, quando Satana gli propone la strada del Potere: perché Dio non vince così! Gesù fugge quando gli uomini, dopo il miracolo dei pani, lo vogliono proclamare re: fugge, perché Dio non vince così! Gesù rimprovera Pietro, quando egli tenta di distoglierlo dalla strada di Gerusalemme; e va decisamente verso Gerusalemme, verso la Croce: perché questa è la strada di Dio, la strada del Suo trionfo!

E oggi noi guardiamo Gesù che entra a Gerusalemme: ormai è vicina la Sua ora, l’ora tanto attesa!
Egli si presenta mite, buono, pacifico, apparentemente debole. Così Gesù ci ha insegnato che la grande forza del mondo è la bontà: il vero forte è l’uomo buono; il vero forte è colui che ha vinto la violenza dentro di sé; il vincitore è chi dà la vita per gli altri e non chi toglie la vita agli altri. Noi abbiamo accolto la Sua lezione? Noi camminiamo nella Sua strada? Ci riconosciamo nelle scelte di Cristo?

Ma nella passione non c’è soltanto Gesù; ci sono anche altri personaggi che prendono risalto in rapporto a Gesù.
C’è Pilato: un indeciso, perché vuoto. Chi è vuoto di ideali, facilmente può condannare… anche Cristo: ieri e oggi!
C’è Pietro: un indeciso, perché debole. La debolezza è pericolosa: è terreno di tradimento. E oggi, più che in altri tempi, la debolezza soccombe: nel nostro tempo la fedeltà a Dio si paga con l’eroismo.
C’è Giuda: un deciso al male, perché orgoglioso. E l’orgoglio è il cancro dell’anima, l’orgoglio è la radice di ogni violenza. L’orgoglio è un male tanto diffuso; l’orgoglio è l’inizio dell’inferno.
Ci sono i sommi sacerdoti: gente che conosceva la lettera della Bibbia, ma non conosceva lo spirito; gente che usava la Bibbia per piegarla alle proprie vedute, mentre invece dovevano loro piegarsi e convertirsi alla Parola di Dio.
Infine c’è Maria: una decisa nel bene fino alla Croce, perché Maria è umile di cuore. Nello scenario della Passione di Cristo, Maria rivela tutta la sua grandezza. Vengono in mente le parole profetiche di Elisabetta: “E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto” (Lc 1,45). Maria è la credente: è la creatura che si è fidata ciecamente di Dio.

Quale è il personaggio nel quale ci ritroviamo? La passione di Gesù continua: chi siamo noi oggi nella passione del Signore? Forse ci ritroviamo talvolta nel comportamento di Pilato, talvolta in quello di Pietro, talvolta in quello di Giuda o in quello dei sommi sacerdoti…
Allora ecco un proposito e un impegno per tutti: seguiamo il comportamento di Maria; facciamoci umili e con Lei seguiamo il Signore nella strada della Croce: la strada della vittoria di Dio e della nostra vittoria.

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Consolare il nostro Dio

Posté par atempodiblog le 27 mars 2021

Consolare il nostro Dio

Consolare il nostro Dio dans Citazioni, frasi e pensieri Ges

Hai notato come nei momenti delle tenebre della sua passione Gesù cerchi qualcuno che lo possa confortare? Chiede a Pietro, a Giacomo e a Giovanni di vegliare con Lui. E’ grato al gesto pieno di delicatezza e di premura della Veronica che gli asciuga il volto bagnato di sudore e di sangue. Permettendo che il Cireneo porti per un tratto di strada la croce, Gesù ha voluto invitare le anime più generose a sorreggere con Lui il peso della croce del mondo.

Non basta chiedere perdono per i nostri peccati. Dobbiamo consolare il nostro Dio per le ingratitudini e le offese da parte degli uomini, offrendo noi quell’amore che gli negano.

di Padre Livio Fanzaga – La pazienza di Dio. Vangelo per la vita quotidiana, Ed. Piemme

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Persona, non personaggio

Posté par atempodiblog le 26 mars 2021

La quarta predica di Quaresima tenuta dal cardinale Cantalamessa
Persona, non personaggio
Fonte: L’Osservatore Romano

Persona, non personaggio dans Articoli di Giornali e News Ges-di-Nazaret

«Fra una settimana sarà il Venerdì santo e subito dopo la Domenica di risurrezione. Risorgendo, Gesù non è tornato alla vita di prima come Lazzaro, ma a una vita migliore, libera da ogni affanno. Speriamo che sia così anche per noi. Che dal sepolcro in cui ci ha tenuti rinchiusi per un anno la pandemia, il mondo — come ci va ripetendo continuamente il Santo Padre — esca migliore, non lo stesso di prima». Con questa speranza il cardinale Raniero Cantalamessa ha concluso, venerdì mattina 26 marzo, la quarta e ultima predica di Quaresima che ha tenuto nell’aula Paolo VI , alla presenza di Papa Francesco.

Una meditazione centrata sul fatto che tutto gira ancora intorno a «un certo Gesù» — come si legge negli Atti degli apostoli — che il mondo ritiene morto e la Chiesa proclama essere vivo. «Gesù di Nazareth — ha testimoniato il predicatore della Casa Pontificia — è vivo! Non è una memoria del passato, non è solo un personaggio, ma una persona. Vive “secondo lo Spirito”, certo, ma questo è un modo di vivere più forte di quello “secondo la carne”, perché gli permette di vivere dentro di noi, non fuori o accanto».

«Nella nostra rivisitazione del dogma — ha spiegato con un’attenta analisi storica — siamo giunti al nodo che unisce i due capi». Gesù “vero uomo” e Gesù “vero Dio”, infatti, «sono come i due lati di un triangolo, il cui vertice è Gesù, “una persona”». Del resto, ha puntualizzato, il dogma è «una struttura aperta: cresce e si arricchisce, nella misura in cui la Chiesa, guidata dallo Spirito Santo, si trova a vivere nuove problematiche e in nuove culture».

La Chiesa, da parte sua, «è in grado di leggere la Scrittura e il dogma in modo sempre nuovo, perché essa stessa è resa sempre nuova dallo Spirito Santo». Non a caso, lo storico Jaroslav Pelikan affermava che «la tradizione è la viva fede dei morti» (cioè «la fede dei Padri che continua a vivere») mentre «il tradizionalismo è la morta fede dei viventi».

Secondo il cardinale Cantalamessa, oggi è opportuno «scoprire e proclamare che Gesù Cristo non è un’idea, un problema storico e neppure soltanto un personaggio, ma una persona e una persona vivente! Questo infatti è ciò che è carente e di cui abbiamo estremo bisogno per non lasciare che il cristianesimo si riduca a ideologia, o semplicemente a teologia».

Partendo anche dalla sua esperienza personale di studio, il predicatore ha riproposto il «più celebre “incontro personale” con il Risorto che mai sia accaduto sulla faccia della terra: quello dell’apostolo Paolo». Scrivendo di questo a Filemone, Paolo dice espressamente: «Perché io possa conoscere lui». Ma proprio «quel semplice pronome “lui” (auton) contiene su Gesù più verità che interi trattati di cristologia», ha insistito il cardinale. «Lui», infatti, «vuol dire Gesù Cristo “ in carne ed ossa”». L’esperienza da vivere è quella di «incontrare una persona dal vivo dopo avere conosciuto per anni la sua fotografia».

«Riflettendo sul concetto di persona nell’ambito della Trinità — ha continuato il predicatore — sant’Agostino e dopo di lui san Tommaso d’Aquino, sono arrivati alla conclusione che “persona”, in Dio, significa relazione». E «il pensiero moderno ha confermato questa intuizione: essere persona è “essere-in-relazione”».

E così, ha fatto presente Cantalamessa, «non si può conoscere Gesù come persona se non entrando in un rapporto personale, da io a tu, con lui. Non possiamo accontentarci di credere nella formula “una persona”, dobbiamo raggiungere la persona stessa e, mediante la fede e la preghiera, “toccarla”».

Gesù, per ciascuno, deve essere «persona, non solamente un personaggio: c’è una grande differenza tra le due cose». Insomma, con figure insigni del passato come Giulio Cesare, Leonardo da Vinci, Napoleone «è impossibile parlare». Dunque, attenzione, a «relegare Gesù al passato» senza «farsi riscaldare il cuore con un relazione esistenziale con lui». Papa Francesco lo scrive chiaramente all’inizio della sua esortazione apostolica Evangelii gaudium, al numero 3: «Invito ogni cristiano, in qualsiasi luogo e situazione si trovi, a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta. Non c’è motivo per cui qualcuno possa pensare che questo invito non è per lui». Dunque, ha aggiunto il cardinale, «la vita di ogni persona, si divide esattamente come si divide la storia universale: “avanti Cristo” e “dopo Cristo”, prima dell’incontro personale con Cristo e in seguito a esso».

Come fare allora? «Solo per opera dello Spirito Santo — ha risposto il predicatore — che non aspetta altro che glielo chiediamo: “Fa’ che per mezzo tuo conosciamo il Padre e conosciamo anche il Figlio”. Che lo conosciamo di questa conoscenza intima e personale che cambia la vita».

Ma il cardinale ha invitato anche a «fare un passo avanti» per arrivare alla comprensione che «Dio è amore, il mistero più grande e più inaccessibile alla mente umana». In realtà «si potrebbero passare ore intere a ripetere dentro di sé questa parola, senza finire mai di stupirsi: Dio, ha amato me, creatura da nulla e ingrata! Ha dato se stesso — la sua vita, il suo sangue — per me. Singolarmente per me! È un abisso nel quale ci si perde». Il nostro rapporto personale con Cristo è dunque essenzialmente «un rapporto di amore». E «consiste nell’essere amati da Cristo e amare Cristo. Questo vale per tutti, ma assume un significato particolare per i pastori della Chiesa», perché «l’ufficio del pastore trae la sua forza segreta dall’amore per Cristo».

Per andare al sodo, il cardinale ha suggerito il significato della meditazione sulla vita personale di ciascuno, «in un momento di grande tribolazione per tutta l’umanità». Ed è ancora Paolo a far da riferimento, quando nella Lettera ai Romani scrive: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo?». L’apostolo «passa in rassegna nella sua mente tutte le prove attraversate», ma «constata che nessuna di esse è così forte da reggere al confronto con il pensiero dell’amore di Cristo».

Paolo «ci suggerisce un metodo di guarigione interiore basato sull’amore. Ci invita a portare a galla — ha affermato il predicatore — le angosce che si annidano nel nostro cuore, le tristezze, le paure, i complessi, quel difetto fisico o morale che non ci fa accettare serenamente noi stessi, quel ricordo penoso e umiliante, quel torto subito, la sorda opposizione da parte di qualcuno. Esporre tutto ciò alla luce del pensiero che Dio mi ama, e troncare ogni pensiero negativo, dicendo a noi stessi, come l’apostolo: “Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?”».

Infine, ha concluso, l’apostolo «ci invita a guardare con occhi di fede il mondo che ci circonda e che ci fa ancora più paura ora che l’uomo ha acquisito il potere di sconvolgerlo con le sue armi e le sue manipolazioni». Quello che «Paolo chiama l’“altezza” e la “profondità” sono per noi — nell’accresciuta conoscenza delle dimensioni del cosmo — l’infinitamente grande sopra di noi e l’infinitamente piccolo sotto di noi». E in questo momento, ha osservato Cantalamessa, quell’«infinitamente piccolo» è «il coronavirus che da un anno tiene in ginocchio l’intera umanità».

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Il Papa: Dante, profeta di speranza e poeta della misericordia

Posté par atempodiblog le 25 mars 2021

Il Papa: Dante, profeta di speranza e poeta della misericordia
Nella Lettera apostolica “Candor lucis aeternae”, pubblicata oggi, Francesco ricorda il VII centenario della morte di Dante Alighieri, sottolineando l’attualità, la perennità e la profondità di fede della “Divina Commedia”
di Isabella Piro – Vatican News

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A 700 anni dalla sua morte, avvenuta nel 1321 a Ravenna, in doloroso esilio dall’amata Firenze, Dante ci parla ancora. Parla a noi, uomini e donne di oggi, e ci chiede di essere non solo letto e studiato, ma anche e soprattutto ascoltato e imitato nel suo cammino verso la felicità, ovvero l’Amore infinito ed eterno di Dio. Così scrive Papa Francesco nella Lettera apostolica “Candor lucis aeternae – Splendore della vita eterna”, pubblicata oggi, 25 marzo, Solennità dell’Annunciazione del Signore. La data non è casuale: il mistero dell’Incarnazione, scaturito dall’”Eccomi” di Maria, è infatti – spiega il Pontefice – “il vero centro ispiratore e il nucleo essenziale” di tutta la “Divina Commedia” che realizza “la divinizzazione” ovvero “il prodigioso scambio” tra Dio che “entra nella nostra storia facendosi carne” e l’umanità che “è assunta in Dio, nel quale trova la felicità vera”.

Il pensiero dei Papi su Dante
Suddivisa in nove paragrafi, la Lettera apostolica si apre con un breve excursus che Francesco fa del pensiero di diversi Pontefici su Dante: nel 1921, Benedetto XV gli dedica l’Enciclica “In praeclara summorum” e rivendica l’appartenenza del poeta fiorentino alla Chiesa, tanto da definirlo “nostro Dante”, poiché la sua opera trae “poderoso slancio d’ispirazione” dalla fede cristiana. Nel 1965, San Paolo VI scrive la Lettera apostolica “Altissimi cantus” e sottolinea quanto la “Commedia” sia “universale”, perché “abbraccia cielo e terra, eternità e tempo” ed ha un fine “trasformante”, ovvero “in grado di cambiare radicalmente l’uomo e di portarlo dal peccato alla santità”. Papa Montini sottolinea anche “l’ideale della pace” espresso nell’opera dantesca, insieme alla “conquista della libertà” che, affrancando l’uomo dal male, lo conduce verso Dio. Vent’anni dopo, nel 1985, San Giovanni Paolo II richiama un altro termine-chiave della “Divina Commedia”: il verbo “transumanare” che permette all’uomo e al divino di non annullarsi a vicenda. La prima Enciclica di Benedetto XVI, poi, la “Deus caritas est”, nel 2005, mette in luce l’originalità del poema di Dante, cioè “la novità di un amore che ha spinto Dio ad assumere un volto ed un cuore umano”. Francesco ricorda anche la sua prima Enciclica, “Lumen fidei”, diffusa nel 2013, in cui il Sommo Poeta viene citato per descrivere la luce della fede come “favilla, fiamma e stella in cielo” che scintilla nell’uomo.

“Divina Commedia”, patrimonio di valori sempre attuali
Quindi, il Papa si sofferma sulla vita di Dante, definendola “paradigma della condizione umana” e sottolineando “l’attualità e la perennità” della sua opera che “ha saputo esprimere, con la bellezza della poesia, la profondità del mistero di Dio e dell’amore”. Essa, infatti, è “parte integrante della nostra cultura – scrive Francesco – ci rimanda alle radici cristiane dell’Europa e dell’Occidente, rappresenta il patrimonio di ideali e di valori” proposti anche oggi dalla Chiesa e dalla società civile come “base della convivenza umana” per poterci e doverci “riconoscere tutti fratelli”. Padre della lingua e della letteratura italiana, l’Alighieri vive la sua vita con “la struggente malinconia” di pellegrino ed esule, sempre in cammino, non solo esteriormente perché costretto all’esilio, ma anche interiormente, alla ricerca della meta. Ed è qui che emergono i due assi portanti della “Divina Commedia” – spiega Francesco – ossia il punto di partenza rappresentato dal “desiderio, insito nell’animo umano” e il punto di arrivo, ovvero “la felicità, data dalla visione dell’Amore che è Dio”.

Cantore del desiderio umano di felicità
Dante non si rassegna mai e per questo è “profeta di speranza”: perché con la sua opera spinge l’umanità a liberarsi dalla “selva oscura” del peccato per ritrovare “la diritta via” e raggiungere, così, “la pienezza della vita nella storia” e “la beatitudine eterna in Dio”. La sua è dunque “una missione profetica” che non risparmia denunce e critiche contro quei fedeli e quei Pontefici che corrompono la Chiesa e la trasformano in uno strumento di intesse personale. Ma in quanto “cantore del desiderio umano” di felicità, l’Alighieri sa scorgere “anche nelle figure più abiette ed inquietanti” l’aspirazione di ciascuno a porsi in cammino “finché il cuore non trovi riposo e pace in Dio”.

Poeta della misericordia di Dio
Il cammino indicato da Dante – spiega ancora Papa Francesco – è “realistico e possibile” per tutti, perché “la misericordia di Dio offre sempre la possibilità di cambiare e di convertirsi”. In questo senso, l’Alighieri è “poeta della misericordia di Dio” ed è anche cantore “della libertà umana”, della quale si fa “paladino”, perché essa rappresenta “la condizione fondamentale delle scelte di vita e della stessa fede”. La libertà di chi crede in Dio quale Padre misericordioso, aggiunge, è “il maggior dono” che il Signore fa all’uomo perché “possa raggiungere la meta ultima”.

L’importanza delle donne nella “Commedia”
La Lettera apostolica “Candor lucis aeternae” dà, inoltre, la rilevanza a tre figure femminili tratteggiate nella “Divina Commedia”: Maria, Madre di Dio, emblema della carità; Beatrice, simbolo della speranza, e Santa Lucia, immagine della fede. Queste tre donne, che richiamano le tre virtù teologali, accompagnano Dante in diverse fasi del suo peregrinare, a dimostrazione del fatto che “non ci si salva da soli”, ma che è necessario l’aiuto di chi “può sostenerci e guidarci con saggezza e prudenza”. A muovere Maria, Beatrice e Lucia, infatti, è sempre l’amore divino, “l’unica sorgente che può donarci la salvezza”, “il rinnovamento di vita e la felicità”. Un ulteriore paragrafo, poi, il Pontefice lo dedica a San Francesco, che nell’opera dantesca è raffigurato nella “candida rosa dei beati”. Tra il Poverello di Assisi e il Sommo Poeta, il Papa scorge “una profonda sintonia”: entrambi, infatti, si sono rivolti al popolo, il primo “andando tra la gente”, il secondo scegliendo di usare non il latino, bensì il volgare, “la lingua di tutti”. Entrambi, inoltre, si aprono “alla bellezza e al valore” del Creato, specchio del suo Creatore.

Precursore della cultura multimediale
Artista geniale, il cui umanesimo “è ancora valido ed attuale”, l’Alighieri è anche – afferma Francesco – “un precursore della nostra cultura multimediale”, perché nella sua opera si fondono “parole e immagini, simboli e suoni” che formano “un unico messaggio” che ha quasi il sapore della “provocazione”: egli, infatti, vuole renderci “pienamente consapevoli di ciò che siamo nella tensione interiore e continua verso la felicità” rappresentata dall’Amore infinito ed eterno di Dio. Di qui, l’appello che il Pontefice lancia affinché l’opera dantesca sia fatta conoscere ancor di più e resa “accessibile e attraente” non solo agli studiosi, ma anche a tutti coloro che “vogliono vivere il proprio itinerario di vita e di fede in maniera consapevole”, accogliendo “il dono e l’impegno della libertà”.

Portare Dante a tutti, fuori da scuole e Università
Congratulandosi, in particolare, con gli insegnanti che riescono a “comunicare con passione il messaggio di Dante e il tesoro culturale, religioso e morale” della sua opera, Francesco chiede però che questo “patrimonio” non rimanga rinchiuso nelle aule scolastiche e universitarie, ma venga conosciuto e diffuso grazie all’impegno delle comunità cristiane, delle istituzioni accademiche e delle associazioni culturali. Anche gli artisti sono chiamati in causa: Francesco li incoraggia a “dare forma alla poesia di Dante lungo la via della bellezza”, così da diffondere “messaggi di pace, libertà e fraternità”. Un compito quanto mai rilevante in questo momento storico segnato da ombre, degrado e mancanza di fiducia nel futuro, sottolinea il Papa. Il Sommo Poeta – conclude la Lettera apostolica – può quindi “aiutarci ad avanzare con serenità e coraggio nel pellegrinaggio della vita e della fede, finché il nostro cuore non avrà trovato la vera pace e la vera gioia”, ossia “l’amor che move il sole e l’altre stelle”.

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Pensando alla Croce di Gesù

Posté par atempodiblog le 14 mars 2021

Pensando alla Croce di Gesù dans Citazioni, frasi e pensieri Santa-Bernadette-Soubirous
Immagine tratta da: Mis ilustraciones

“Non passerò un solo istante senza amare. Colui che ama, fa tutto senza fatica, oppure ama la sua fatica. Oh Gesù, io non sento più la mia croce quando penso alla Tua.

Mia tenere madre, oh Maria, ecco la tua piccola che non ne può più! Guarda ai miei bisogni e soprattutto alle mie angustie spirituali. Abbi pietà di me, fa’ che io venga un giorno in Cielo con Te.

Io farò tutto per il Cielo, è là la mia patria, là io troverò la mia Madre in tutto lo splendore della Sua gloria e con Lei io godrò della felicità di Gesù stesso con una sicurezza perfetta.

O Maria, mia buona Madre, fate che a Vostro esempio io sia generosa in tutti i sacrifici che Nostro Signore potrà domandarmi nel corso della mia vita.
O Madre mia, offritemi a Gesù”.

Santa Bernadette Soubirous

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«Soffrire per salvare anime: Teresita, bimba già santa»

Posté par atempodiblog le 14 mars 2021

Intervista all’amico sacerdote
«Soffrire per salvare anime: Teresita, bimba già santa»
Colpita da un tumore, Teresita è salita al Cielo a 10 anni, dopo che la Chiesa l’ha riconosciuta missionaria, compiendo il suo più grande desiderio. Padre Alvaro, sacerdote legato alla famiglia, racconta alla Bussola che «ha offerto le sue sofferenze a Gesù per la gente, i malati, i preti». Diceva: «Vorrei portare gli altri a Gesù, ai bambini che non lo conoscono, così che vadano al Cielo felici».
di Benedetta Frigerio – La nuova Bussola Quotidiana
Tratto da: 
Radio Maria

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Si chiama Teresita e si comprende ora quanto il suo nome non sia un caso. La vita della piccola volata in cielo a Madrid il 7 marzo all’età di 10 anni, giorno in cui la Chiesa ricorda con Felicita anche Perpetua, la santa a lei molto cara, sta facendo il giro della Spagna. Come mai? A raccontare alla Nuova Bussola Quotidiana perché questa bimba stia già colpendo tanti cuori è padre Alvaro Cardenas Delgado, sacerdote legato alla famiglia.

Il prete spiega che “Teresita Castilla de Diego è nata in Siberia ed è arrivata in Spagna all’età di 3 anni, dopo che era stata adottata dai suoi genitori spagnoli”. Colpisce che fin da piccola, nonostante la separazione dalla madre naturale, proprio come accaduto a santa Teresina di Lisieux, di cui portava il nome, era “gioviale, allegra, enormemente socievole e comunicativa, amava la sua famiglia e viveva tutto con intensità”.

Forse proprio la sua provenienza la rese, esattamente come la santa, “sensibile ai poveri e ai malati” gia’ dimostrando “una vita spirituale molto semplice, ma profonda e forte”. Tanto che sua madre ha raccontato che “nessuno gli era indifferente, ha dato il suo amore a tutti. Ha parlato ai poliziotti, ai postini…a tutti. Ogni volta che c’era un povero alla porta della chiesa, si fermava a parlargli”. Inoltre, sebbene “come tutti i bambini voleva giocare…andava a Messa tutti i giorni a ricevere la comunione nella sua scuola madrilena delle Figlie di Nostra Signora del Sacro Cuore, a Galapagar”.

La piccola, sempre come la sua patrona, è “morta in odore di santità”: infatti, “come i bambini di Fatima ha offerto le sue sofferenze a Gesù come una missione a favore dei sacerdoti, delle missioni e della salvezza di chi non conosce l’amore di Dio”. Una consapevolezza maturata attraverso “la sofferenza causata da un tumore alla testa che l’ha colpita quando aveva 5 anni”.

La malattia di Teresita si è presentata nel 2015, per cui fu subito sottoposta ad un “trattamento iniziale: un intervento chirurgico per rimuovere la massa tumorale e la chemioterapia di un anno, che ebbero successo”. Tre anni dopo però, nel 2018, il tumore è ricomparso. Per cui la bimba “ha dovuto subire una nuova operazione e un nuovo trattamento in Svizzera”. Come se non bastasse “un incidente durante il gioco, avvenuto alla fine del 2020, l’ha riportata in ospedale e il 2 gennaio di quest’anno è stata nuovamente ricoverata per forti mal di testa”. Teresita ha sofferto moltissimo ma le consolazioni non sono mai mancate.

Padre Alvaro ricorda che “prima dell’operazione, prevista per l’11 gennaio di quest’anno, fu affidata al ​​beato Carlo Acutis e alla venerabile Montse Grases”. Teresita chiese di vedere Carlo in sogno e il Signore le concesse tanto, “tuttavia non è stato possibile eseguire l’intervento chirurgico a causa di una complicanza medica. Alla prova si è aggiunto il fatto che Teresita e sua madre sono risultate positive al coronavirus, quindi hanno dovuto rimanere isolate”. Non è finita, perché “la valvola (posta nel cervello) si è guastata, era intasata e questo gli ha causato un grande dolore. Nel frattempo il tumore ha continuato a crescere senza possibilità di intervento”.

Eppure “Teresita ha vissuto questa situazione con la sua forte spiritualità. Secondo la testimonianza di sua madre: ‘Aveva offerto le sue sofferenze, credendo che Gesù ne approfittasse per salvare più anime e più anime’. Teresita aveva detto alla madre: ‘Lo offro per il popolo, per qualcuno che è malato, per i preti…’. O ancora: ‘Vorrei portare gli altri a Gesù, ai bambini che non lo conoscono, così che vadano al cielo felici per sempre’”.

La bambina era serena, affidata a Dio, che pregava sempre, e alla Madonna a cui si consegnava tramite il Rosario quotidiano. Il cielo per lei era una realtà così prossima che “qualche mese prima aveva detto più volte e molto seriamente a suo padre: “Papà, vado in paradiso!”. A dire da dove veniva tanta gioia in mezzo a tale sofferenza. La sua vita si è poi compiuta con il coronamento della sua vocazione. La piccola, infatti, sognava di diventare missionaria, proprio come santa Teresina di Lisieux. Ma se la prima lo fu entrando in clausura affinché Cristo fosse conosciuto, lei lo è stata soffrendo e sacrificando la vita. E ricordando ai missionari di tutto il mondo che a salvare le anime non è l’attivismo ma l’amore a Dio, la consegna a Lui e alla sua volontà.

Non a caso, prosegue il sacerdote, “prima della sua morte, la Chiesa di Madrid la nominò ufficialmente missionaria”. Ed è questo episodio che ha permesso la diffusione della sua fama di santità: “La vita luminosa di questa ragazza e l’offerta d’amore delle sue sofferenze sarebbero probabilmente cadute nell’oblio se padre Angel Camino Lamela, vicario diocesano di Madrid, non l’avesse conosciuta l’11 febbraio, giorno della memoria Vergine di Lourdes e Giornata Mondiale del Malato.

Ogni anno il vicario visita un ospedale, vi celebra la Messa, saluta i dottori e le infermiere e porta il sacramento dell’unzione degli infermi e della Comunione ad un malato. Quest’anno ha visitato l’ospedale di La Paz, dove era ricoverata Teresita e i cappellani hanno invitato il vicario ad incontrarla, come ha raccontato lo stesso vicario in una lettera inviata a tutti i suoi fedeli: ‘Siamo arrivati ​​in terapia intensiva adeguatamente attrezzati, ho salutato medici e infermieri, poi mi hanno portato al letto di Teresita che era accanto a sua madre Teresa.

Una benda bianca le circondava tutta la testa, ma il suo viso era abbastanza scoperto da scorgere un volto davvero luminoso’. Il vicario ha spiegato alla piccola di essere andata a trovarla ‘a nome del cardinale arcivescovo di Madrid per portargli Gesù’.

A quel punto la bimba gli chiese: “Mi porti Gesù, giusto?”, aggiungendo: “Sai una cosa? Amo molto Gesù ”. In quel momento la madre, invitò la figlia a dire al vicario cosa desiderava e Teresita ha risposto: “Voglio fare la missionaria”. Il vicario ha ammesso che la risposta era “del tutto inaspettata per me. Prendendo la forza che non avevo, per l’emozione che mi ha suscitato, le ho detto: ‘Teresita, ti sto rendendo missionaria della Chiesa in questo momento e questo pomeriggio ti porterò il documento che lo accredita e la croce missionaria’”.

Il vicario ha poi amministrato il sacramento dell’Unzione e le ha dato la Comunione e la benedizione apostolica del papa, come spiega nella sua lettera: “È stato un momento di preghiera, estremamente semplice, ma profondamente soprannaturale. Si sono unite a noi alcune infermiere che ci hanno scattato spontaneamente alcune foto, per me del tutto inaspettate, e che rimarranno un ricordo indelebile. Ci siamo salutati mentre lei, con la madre, è rimasta a pregare e ringraziare”.

Dopo aver lasciato l’ospedale, continua padre Alvaro, “padre Ángel ha redatto il documento in cui la costituiva missionaria, ha preso la croce del missionario e alle cinque del pomeriggio è tornato di nuovoin ospedale per portarli Teresita. Appena la madre della bimba lo ha visto, ha esclamato ad alta voce: ‘Teresita, non posso crederci! Il vicario sta arrivando con il regalo per te’. La bimba ha quindi preso tra le mani il documento e la croce e ha chiesto alla madre di appenderlo vicino al letto: ‘Metti quella croce sulla sbarra così posso vederla bene, e domani la porterò in sala operatoria. Sono già missionaria’”.

Padre Alvaro sottolinea il potere consolatorio di “quel regalo, arrivato a Teresita in un momento particolarmente difficile, dopo due mesi di terribili dolori, esami e operazioni in un reparto di terapia intensiva dell’ospedale. Come ha spiegato la madre di Teresita all’arcidiocesi di Madrid: ‘Allora aveva già due valvole che si erano guastate e ogni volta che accadeva le faceva molto male’”.

Eppure, quello stesso giorno Teresita “ha inviato alla zia, sua madrina, un messaggio vocale dicendole che era stata nominata missionaria. Con una voce molto dolce, come chi è molto stanco ma trae forza da altro, ha detto: ‘Ciao zia, ti dico una cosa molto importante per me, questa mattina dopo aver ricevuto l’Unzione e la Comunione, il Il vicario di Madrid mi ha fatto missionaria: sono già missionaria’”.

Segnata dai patimenti, nelle sue ultime settimane di vita la bimba “era come una donna crocifissa”, ha detto la madre, che “di fronte all’impossibilità per Teresita di bere, le ha messo in bocca una garza imbevuta d’acqua”, continua il sacerdote. La madre ha poi aggiunto che “ho visto un martirio nella malattia di mia figlia e ogni volta che entrava nella stanza di terapia intensiva era come andare al Calvario. La ragazza non poteva più parlare, ma sapevo che mia figlia offriva tutta la sua sofferenza. Teresita era molto innamorata di Gesù. Disse a sua nonna che prima di amarla, doveva amare di più Gesù”. E “In mezzo al dolore più forte ha detto quasi senza voce: Sacro Cuore di Gesù, confido in Te”.

Padre Alvaro conferma che “più soffriva, più cresceva il suo desiderio”. Come disse a sua madre qualche giorno prima di diventarlo: “Voglio fare la missionaria adesso!”. Non solo, perché dopo che il vicario episcopale l’ha costituita tale, è accaduto un fatto che lo ha sbalordito, come ha raccontato lui stesso: “Quello che non potevo immaginare è che, attraverso i contatti dei genitori, questa testimonianza sia arrivata alle orecchie del Delegato della Missione Nazionale”, che lo ha chiamato affermando che “questa testimonianza ha fatto il giro dell’intero mondo missionario spagnolo che ha già fatto di Teresita una nuova protettrice per i bambini in missione”.

Certamente anche i genitori di Teresita, proprio come Luigi Martin con la figlia, hanno accolto eroicamente la missione della piccola, come dimostrano le parole materne: “Un giorno mi ha chiesto il motivo di quel dolore e le ho spiegato che lei era un’amica intima di Gesù che glielo ha dato per partecipare alla sua croce e lei ha capito perfettamente”.

La convinzione che la bimba sia santa viene dalla Chiesa, che il giorno della salita al cielo di Teresita, tramite il vicariato, ha mandato un messaggio all’impresa di pompe funebri: “Se Teresita non è in Paradiso, allora lì non c’è nessuno”. Perciò, conclude padre Alvaro, “ha invitato tutti ad affidarsi a Teresita, convinti che abbiamo un grande avvocata in cielo. Una convinzione che si estende dove si incontra la sua testimonianza di vita”.

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