I Papi e lo scapolare di san Simone Stock – «Non un amuleto ma segno per il mondo»

Posté par atempodiblog le 15 juillet 2026

I Papi e lo scapolare di san Simone Stock – «Non un amuleto ma segno per il mondo»
di Donatella Coalova – Avvenire

San Simone Stock e la sua vita eremitica vissuta in un tronco di un albero

Il 16 luglio, la festa della Madonna del Carmelo fa risplendere sulle terre e sugli animi riarsi il sorriso benedicente del cielo, come fresca rugiada, come la nuvola portatrice di pioggia che il profeta Elia vide arrivare proprio dal monte Carmelo, segno di un Dio che si fa carico delle nostre arsure.

Secondo la tradizione dell’Ordine carmelitano, il 16 luglio 1251 la Madonna apparve a san Simone Stock, allora priore generale dell’Ordine stesso, e gli donò lo scapolare, promettendo salvezza a chi l’avesse indossato. La devozione presto ebbe vasta diffusione fra i fedeli e fu approvato, nel corso dei secoli, da diversi Pontefici, da Giovanni XXII (Papa dal 1316 al 1334) a san Giovanni XXIII che, quando era nunzio apostolico in Francia, disse: «Per mezzo dello scapolare io appartengo alla famiglia del Carmelo e apprezzo molto questa grazia come l’assicurazione di una specialissima protezione di Maria». San Paolo VI, in uno scritto del 12 ottobre 1964, parlava dell’«encomiabile consuetudine di indossare il distintivo proprio del Carmelo, ossia il sacro scapolare, in segno di continua tutela della Vergine del Carmine».

Nel libro “Dono e mistero”, Giovanni Paolo II ricorda che nella sua città natale «c’era sulla collina un convento di Carmelitani. Gli abitanti di Wadowice lo frequentavano in gran numero e ciò non mancava di riflettersi in una diffusa devozione per lo scapolare della Madonna del Carmine. Anch’io lo ricevetti, credo all’età di dieci anni, e lo porto tuttora». È stata conservata una foto commovente del grande Pontefice, scattata quando lavorava a Zakrzówek, come operaio in una cava di pietra collegata con la fabbrica chimica Solvay. La II Guerra mondiale infuriava, i nazisti avevano chiuso l’università dove Karol studiava, fare l’operaio fu per lui una scelta necessaria sia per mantenersi, sia per evitare la deportazione ai lavori forzati in Germania. A queste sofferenze, si aggiungevano i lutti personali. Stroncati da malattie senza scampo, via via erano mancati tutti i membri della sua famiglia: nel 1929 era morta la madre, nel 1932 il fratello Edmund, nel 1941 il padre. A 21 anni Karol era completamente solo. C’è chi trasforma il dolore in rivolta e bestemmia contro Dio e chi lo vive come un’occasione per stare con amore vicino al Cristo Crocefisso, insieme a Maria ai piedi della croce. Il giovane operaio della Solvay, a torso nudo, con un paio di pantaloni consunti e un berrettaccio in testa, era sostenuto dalla forza della fede. Sul petto aveva lo scapolare del Carmelo. San Giovanni Paolo II mostrò il suo amore per lo scapolare anche in un’altra circostanza molto dolorosa: l’attentato in piazza San Pietro. Già steso sul tavolo operatorio, raccolse le sue ultime forze per raccomandare ai medici di non levarglielo di dosso. Esattamente 25 anni fa, nel 2001, ormai anziano, il santo Papa polacco scrisse un intenso, affettuoso Messaggio ai carmelitani. In esso affermava che il patrimonio mariano del Carmelo «è divenuto, nel tempo, attraverso la diffusione della devozione del santo scapolare, un tesoro per tutta la Chiesa. Per la sua semplicità, per il suo valore antropologico e per il rapporto con il ruolo di Maria nei confronti della Chiesa e dell’umanità, questa devozione è stata profondamente e ampiamente recepita dal popolo di Dio, tanto da trovare espressione nella memoria del 16 luglio, presente nel Calendario liturgico della Chiesa universale».

Naturalmente lo scapolare non è un amuleto che garantisce una protezione magica, né una garanzia automatica di salvezza che dispensa dal vivere i doveri della vita cristiana. Non a caso nel Messaggio papa Wojtyla sottolineava che questa devozione mariana «deve costituire un “abito”, cioè un indirizzo permanente della propria condotta cristiana, intessuta di preghiera e di vita interiore, mediante la frequente pratica dei sacramenti e il concreto esercizio delle opere di misericordia spirituale e corporale. In questo modo lo scapolare diventa segno di “alleanza” e di comunione reciproca tra Maria e i fedeli: esso, infatti, traduce in maniera concreta la consegna che Gesù, sulla croce, fece a Giovanni, e in lui a tutti noi, della Madre sua, e l’affidamento dell’apostolo prediletto e di noi a lei, costituita nostra Madre spirituale».

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San Bonaventura, il santo che ci invita a vivere la gioia della grazia

Posté par atempodiblog le 14 juillet 2026

San Bonaventura, il santo che ci invita a vivere la gioia della grazia
Tratto da: Radio Maria GT

San Bonaventura da Bagnoregio

Ogni 15 luglio la Chiesa Cattolica celebra San Bonaventura, teologo e filosofo francescano del XIII secolo, che raggiunse le vette spirituali della mistica. Fu anche vescovo di Albano (Italia) e cardinale.

San Bonaventura è stato insignito del titolo di Dottore della Chiesa, e gli studiosi si riferiscono a lui come al “Dottore Serafico” in virtù della grandezza dei suoi scritti, sempre accesi d’amore e di fede, e di immenso giovamento per la vita spirituale e intellettuale.

Il teologo che sorrideva
Giovanni Fidanza, San Bonaventura, nacque a Bagnoregio, in Italia, nel 1221. Dopo aver ricevuto l’abito dell’Ordine francescano, studiò all’Università di Parigi, in Francia, dove anni dopo avrebbe insegnato Teologia e Sacra Scrittura, mostrando una profonda conoscenza dei rapporti tra filosofia, teologia e fede.

Bonaventura dedicava molto tempo alla preghiera e allo studio. I suoi discepoli e confratelli dicevano che portava sempre sul volto un discreto e sereno sorriso, riflesso della sua anima in cerca di Dio.

“La gioia spirituale è il miglior segno che la grazia abita in un’anima.” (San Bonaventura)

La finezza del suo spirito lo portò a crescere sempre di più nell’adorazione dell’incommensurabile grandezza di Dio, ma gli creò anche alcune difficoltà di natura spirituale. Fra’ Bonaventura iniziò a considerarsi indegno, pieno di mancanze, e per questo a volte smetteva di comunicarsi. Arrivò a vedere in sé stesso solo i propri peccati e difetti, diventando preda dei suoi scrupoli.

Dio allora gli mostrò che la sua misericordia va oltre i calcoli umani.
Racconta la tradizione che in uno di quei giorni in cui Fra’ Bonaventura aveva deciso di non accostarsi alla comunione, un angelo portò un pezzetto di una delle Ostie consacrate dall’altare fino alla sua bocca.
Dopo di ciò, Bonaventura non fu più lo stesso e tornò a comunicarsi normalmente, sapendosi peccatore ma, prima di tutto, amato, profondamente amato da Dio.

Così il Signore si servì di quell’esperienza di purificazione e misericordia per mostrargli che il suo cammino puntava verso l’ordine sacerdotale.

Eco dello Spirito Santo
Una delle opere più importanti di San Bonaventura fu il “Commento alle Sentenze di Pietro Lombardo, una brillante summa – cioè compendio – di teologia scolastica.

Una volta Papa Sisto IV (1471-1484), riferendosi a quest’opera, disse: “Il modo in cui [San Bonaventura] si esprime sulla teologia indica che lo Spirito Santo parlava per bocca sua”.

L’Università di Parigi
Mentre il santo era insediato come Maestro all’Università di Parigi, visse sia gli anni di fioritura teologica e filosofica – fu collega di insegnamento di San Tommaso d’Aquino – sia i periodi pieni di conflitti e tensioni tra i membri della comunità accademica.

Subì l’ostilità contro i francescani e gli eccessi delle dispute intellettuali sulla natura della teologia e il suo rapporto con la filosofia e la ragione.

La situazione arrivò a tal punto che ai francescani fu tolto l’insegnamento. Fortunatamente, Papa Alessandro IV intervenne, e dopo un’attenta indagine restituì tutte le cattedre ai figli di San Francesco, a partire da quella dello stesso Bonaventura. Nel 1257 lui e San Tommaso d’Aquino ottennero il dottorato.

Lavorando per San Francesco d’Assisi
Nello stesso anno, 1257, Bonaventura fu eletto Ministro generale dei Frati Minori. Nel prendere l’incarico si trovò davanti a un Ordine diviso tra chi chiedeva una severità inflessibile e chi voleva mitigare la regola originale.

In quel contesto il santo tornò alle fonti e iniziò a scrivere la Vita di San Francesco d’Assisi (Legenda Maior).

Si racconta che in quei giorni San Bonaventura ricevette la visita di San Tommaso, che aveva saputo di ciò che il francescano stava scrivendo. Il Dottore Angelico, San Tommaso, arrivato alla sua cella lo trovò in piena contemplazione e decise di ritirarsi dicendo: “Lasciamo che un santo lavori per un altro santo”.

Al fianco del Papa
In seguito San Bonaventura fu nominato Vescovo di Albano e chiamato subito a Roma. Papa Gregorio X lo creò cardinale e gli affidò la preparazione dei temi del Concilio ecumenico di Lione – sull’unità con gli ortodossi greci – al quale partecipò attivamente.

Rinunciò all’incarico di Ministro generale del suo Ordine e poco tempo dopo partì per la Casa del Padre, nella notte tra il 14 e il 15 luglio 1274 a Lione, in Francia.

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Indicarsi a vicenda la strada verso Dio

Posté par atempodiblog le 12 juillet 2026

Indicarsi a vicenda la strada verso Dio
Tratto da: Vocation Ministry

Coniugi Martin

Buona Festa dei Santi Luigi e Zélie Martin!

La prima coppia di sposi nella storia della Chiesa ad essere canonizzata insieme. Una potente testimonianza che la santità non è riservata al convento o al seminario.
Si vive in casa, nei sacrifici quotidiani del matrimonio, nell’amore tra marito e moglie che si indicano a vicenda la strada verso Dio.
E se servisse un’altra prova dei frutti del loro amore sponsale, hanno cresciuto cinque figlie che sono diventate tutte suore, tra cui Santa Teresa di Lisieux: Dottore della Chiesa.

Possano tutte le coppie di sposi guardare a Luigi e Zélie e lasciarsi ispirare a cercare la santità insieme, un giorno alla volta.

Santi Luigi e Zélie Martin, pregate per noi!

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Breve triduo a San Pompilio Maria

Posté par atempodiblog le 12 juillet 2026

Questo breve triduo può essere recitato in preparazione della festa del santo, il 15 luglio, dal 12 al 14 dello stesso mese, o in qualsiasi momento per le proprie necessità.

O Dio, tu hai voluto che San Pompilio Maria si facesse tutto a tutti nell’educazione della gioventù e nella predicazione del Vangelo ai poveri:
concedi anche a noi, per sua intercessione, di imitare Cristo, maestro buono, per essere accolti, con i piccoli e i poveri in spirito, nella gloria eterna del tuo regno.

Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore. Amen.

San Pompilio Maria

Padre Pompilio Maria Pirrotti e le “fettoline di pane”
di Mirto De Rosario – portalecce

Nell’inverno del 1765 a Campi Salentina imperversava una terribile carestia. La popolazione, già provata da temperature particolarmente rigide, era ridotta allo stremo. Freddo e fame indebolivano non solo il fisico, ma anche gli aneliti spirituali e religiosi di gente semplice e laboriosa.

Ma la Provvidenza, in quei mesi, accarezzò benevolmente Campi, mandando in quello che era allora uno sperduto paese, un sacerdote dallo straordinario carisma, con già la fama di uomo illuminato da Dio.

Padre Pompilio Maria Pirrotti, lo scolopio di Montecalvo Irpino, il futuro San Pompilio, che da allora segnò per sempre le sorti di questo territorio. Giunse a Campi nel luglio di quell’anno e, come detto, nei mesi invernali dovette assistere i campioti, provati dai rigori climatici e dalla mancanza di cibo.

E Padre Pompilio, senza risparmiarsi, si faceva prossimo al suo prossimo, aiutando e sostenendo chi gli si faceva incontro.

Le cronache di quel tempo ci parlano di lui che, uscito dall’istituto, veniva avvicinato da tante persone che cercavano da mangiare. Ed egli distribuiva a tutti, ma soprattutto ai bambini, quanto aveva: ceci e fave abbrustoliti, ma specialmente pane, “fettoline di pane”, che prodigiosamente tirava fuori dalle tasche della sua tonaca, senza che mai si esaurissero.

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La santità in Spagna

Posté par atempodiblog le 10 juillet 2026

Aggiornamenti sulle cause di beatificazione e canonizzazione nel Paese iberico
La santità in Spagna
di S. Em. Rev.ma il Card. Pref. Marcello Semeraro  L’Osservatore Romano

La santità in Spagna

Recentemente l’Ufficio per le Cause dei santi della Conferenza episcopale spagnola mi ha consegnato il Rapporto Informe Jubileo 2025. Informe sobre las Causas de virtud en España. La raccolta dei dati completa il lavoro che già aveva portato, circa un paio di anni fa, alla pubblicazione dell’Informe Jubileo 2025. Informe sobre las Causas de martirio de la persecución religiosa del siglo XX en España e successivo Anexo. Si tratta della prima opera, pubblicata da una Conferenza episcopale, che offra un quadro sintetico di tutte le cause di beatificazione e canonizzazione di una nazione e del loro relativo stato, senza includere le cause di cittadini spagnoli in altre parti del mondo.

Papa Leone XIV ha recentemente definito la Spagna «culla di grandi santi e ferventi missionari». La storia della Chiesa è stata arricchita dalla vita di uomini e donne nati in Spagna che, proclamati santi, hanno esercitato un’immensa influenza sulla vita ecclesiale e culturale. Basti pensare a nomi come quelli dei fondatori Domenico di Guzmán, Ignazio di Loyola, Antonio Maria Claret; o di grandi riformatori, come Teresa di Gesù, Giovanni d’Avila o Giovanni della Croce, solo per citarne alcuni.

I dati forniti nei rapporti stilati dall’Ufficio delle Cause dei santi della Conferenza episcopale spagnola evidenziano l’attualità della santità in questa nazione. Ad oggi le cause, che raccolgono complessivamente 3.344 candidati, sono: 53 per martirio (48 delle quali relative alla persecuzione religiosa del XX secolo in Spagna); 292 per l’eroicità delle virtù, una per offerta della vita e una canonizzazione equipollente. Le diocesi coinvolte sono 57, su un totale di 70 in Spagna.

Al momento 42 cause si trovano ancora in fase diocesana, mentre tra quelle in fase romana sono state dichiarate eroiche le virtù di 148 servi di Dio, oggi venerabili.

In queste cause è rappresentato l’intero popolo di Dio: vescovi, sacerdoti, diaconi, religiosi, seminaristi, laici, padri e madri di famiglia, giovani e bambini. Significativo è il numero delle 82 cause di fondatori, di cui 71 di istituti religiosi e 11 di istituti secolari.

Il numero dei beati (compresi i decreti di martirio del 2026) è di 2.449, di cui 2.404 sono martiri della persecuzione religiosa del XX secolo in Spagna. Gli altri 45 sono cause per virtù e comprendono 2 cardinali, 1 vescovo diocesano, 7 sacerdoti diocesani, 4 sacerdoti religiosi, 2 religiosi, 22 religiose e 7 laici.

L’Ufficio per le Cause dei santi della Conferenza episcopale spagnola promuove una “pastorale della santità”, trasversale a tutte le realtà pastorali, affinché la chiamata universale alla santità del Concilio Vaticano II risuoni in tutti gli ambiti di vita del cristiano. Mentre segue direttamente il percorso delle cause in essere, promuove numerose altre iniziative. Ultimamente sta preparando anche la pubblicazione di un libro nella collana «Biblioteca de Autores Cristianos», frutto di tutte le ricerche condotte per la stesura delle relazioni, e un nuovo sito web che dia visibilità alla santità nelle Chiese locali su tutto il territorio spagnolo.

Faccio mie le considerazioni della signora Lourdes Grosso García, M. Id., direttrice dell’Ufficio, la quale riconosce che «la pubblicazione dei Rapporti non è un punto di arrivo ma di partenza; ora si tratta di far conoscere la vita e l’esempio di tutti questi uomini e donne che possono aiutare ciascuno di noi nel cammino verso la propria santità».

L’Ufficio per le Cause dei santi della Conferenza episcopale spagnola, nato 25 anni fa come espressione della sollecitudine dei vescovi della Spagna verso il tema della santità e della santità canonizzata, offre quindi non solo un contributo sintetico di alto livello, ma anche un esempio di come le cause di beatificazione e canonizzazione possano vivacizzare la vita pastorale di un’intera nazione. Il messaggio che ne promana è quello di provocare anche altre realtà territoriali, geograficamente più o meno rilevanti, a lavorare allo stesso modo. E questo è pure il mio personale auspicio.

*Cardinale prefetto del Dicastero delle Cause dei santi

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Nostra Signora di Chiquinquirá, cinque secoli di luce e di fede nel cuore della Colombia

Posté par atempodiblog le 8 juillet 2026

Nostra Signora di Chiquinquirá, cinque secoli di luce e di fede nel cuore della Colombia
Nel 1586, un’immagine della Vergine Maria abbandonata e deteriorata riacquistò miracolosamente la sua bellezza dopo le preghiere di un’umile credente di Chiquinquirá, in Colombia. Da quel miracolo, Nostra Signora di Chiquinquirá accompagna questo paese dell’America Latina, di cui è diventata patrona e uno dei più grandi simboli spirituali. Viene festeggiata il 9 luglio.
di Anna Ashkova – Aleteia

Nostra Signora di Chiquinquirá cinque secoli di luce e di fede nel cuore della Colombia
L’immagine miracolosa di Nostra Signora del Rosario di Chiquinquirá, conservata nella Basilica di Chiquinquirá (Boyacá), è da cinque secoli al centro della devozione mariana colombiana.

La Colombia ha ora una nuova occasione per riunirsi attorno a una delle sue più grandi figure spirituali: Nostra Signora del Rosario di Chiquinquirá, celebrata ogni anno il 9 luglio e dichiarata patrona di questo paese dell’America Latina.
Nel 2026, due grandi anniversari sono legati alla sua devozione: il 440° anniversario del rinnovamento miracoloso dell’immagine della Vergine, avvenuto nel 1586, e il 40° anniversario della visita di Giovanni Paolo II a Chiquinquirá nel 1986.
È stato durante questa visita storica che il Papa ha invitato i fedeli nella sua omelia – pronunciata durante la Messa nella Basilica, nel corso della quale ha consacrato la Colombia alla Vergine Maria – a vedere nel miracolo di Chiquinquirá un invito a un rinnovamento interiore.

Una venerazione nata nella fede missionaria
La storia di Nostra Signora di Chiquinquirá inizia nel XVI secolo, quando i missionari spagnoli, in particolare i frati domenicani, annunciarono il Vangelo in Colombia. In questo contesto di evangelizzazione, la devozione verso la Vergine Maria si sviluppò rapidamente tra le popolazioni locali.
Nel 1562, Antonio de Santana, un colono spagnolo, commissionò una rappresentazione della Vergine Maria con l’aiuto del frate domenicano Andrés Jadraque.
Il pittore Alonso de Narváez realizzò allora un’opera originale: una tela che rappresentava la Vergine con i piedi su una mezzaluna, che teneva un rosario e il Bambino Gesù, con lo scettro in mano. Era circondata da sant’Antonio da Padova e da sant’Andrea, in omaggio ai committenti del progetto.

Il dipinto, di circa 112 cm per 66 cm, era destinato a adornare la cappella della proprietà di Antonio de Santana, presto trasformata in stalla dai suoi eredi.
Le infiltrazioni d’acqua deteriorarono fortemente l’immagine, che finì per essere considerata inutilizzabile. Secondo la tradizione, la tela fu ritrovata alcuni anni dopo in uno stato molto degradato. Scomparve in seguito per riapparire nel 1585 a Chiquinquirá, dove sarebbe stata al centro di un evento che segnò profondamente la storia religiosa della Colombia.

Nel 1586, María Ramos, una donna del luogo, decise di riparare il vecchio oratorio senza riuscire a far riapparire l’immagine del dipinto. Con fede e semplicità, cominciò a pregare davanti a questa immagine dimenticata della Vergine Maria.
Il 26 dicembre 1586, quando María Ramos uscì dalla cappella, una donna indigena di nome Isabella passò davanti all’edificio con suo figlio di cinque anni. Questi scorse una luce straordinaria all’interno della cappella.
“Mamma, guarda! La Madre di Dio è per terra!”, esclamò. Sua madre chiamò allora María Ramos: la tela, un tempo sbiadita e quasi distrutta, sembrava aver ritrovato i suoi colori e il suo splendore. L’immagine apparve come sospesa in aria, senza alcun supporto visibile.
La notizia di questo evento si diffuse rapidamente.
Il miracolo divenne segno della presenza materna di Maria presso il popolo colombiano.
Nel 1587, Luis Zapata de Cárdenas, arcivescovo di Bogotà, aprì un’inchiesta ecclesiastica. L’anno successivo venne avviata la costruzione di una chiesa. Come ha ricordato papa Francesco durante la sua visita in Colombia nel 2017, María Ramos ebbe “il coraggio e la fede” di restituire a questa tela abbandonata la sua dignità perduta. Il suo gesto semplice ricorda che Dio agisce spesso attraverso la fiducia e la perseveranza dei piccoli.

Santa patrona della Colombia
L’immagine della Vergine fu posta sull’altare nel 1608, e la custodia del santuario fu affidata ai frati domenicani, che edificarono anche un convento. Da quell’epoca, l’Ordine domenicano veglia sulla preziosa immagine, divenuta uno dei grandi tesori spirituali della Colombia.
Nel 1785, un violento terremoto danneggiò il santuario. I Domenicani decisero allora di edificare una nuova basilica in un’altra parte della città e di trasferirvi l’immagine della Vergine.
Nel 1801 iniziò la costruzione della Basilica di Nostra Signora del Rosario di Chiquinquirá, che ospita ancora oggi l’immagine miracolosa.

Nostra Signora di Chiquinquirá fu proclamata patrona della Colombia nel 1829 da papa Pio VII e nel 1919 l’immagine ricevette l’incoronazione canonica concessa da papa Pio X, rafforzandone ulteriormente l’importanza spirituale.
Da allora, generazioni di colombiani vengono ad affidare alla Vergine le loro famiglie, le loro sofferenze, le loro gioie e le loro speranze.
Come la Basilica di Nostra Signora di Guadalupe per i messicani, Nostra Signora di Chiquinquirá è diventata un simbolo profondo dell’identità cattolica colombiana.

Per ricordare il 440° anniversario del rinnovamento miracoloso dell’immagine della Vergine di Chiquinquirá, il governo colombiano ha adottato, il 4 giugno 2026, l’istituzione di un nuovo giorno festivo nazionale, il 9 luglio, in onore di Nostra Signora del Rosario di Chiquinquirá. Tuttavia, in applicazione del sistema colombiano di spostamento di alcuni giorni festivi al lunedì successivo (“Legge Emiliani”), questo giorno di riposo retribuito previsto per l’anno 2026 dovrebbe essere osservato lunedì 13 luglio.

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I giardini di Maria

Posté par atempodiblog le 8 juillet 2026

I giardini di Maria
Tratto da: Venerável Fulton Sheen

I giardini di Maria

La devozione mariana fiorisce anche nei giardini. La tradizione ricorda che san Fiacrio (600–670), patrono dei giardinieri, dedicò la sua vita alla coltivazione di un giardino intorno all’oratorio e al monastero che egli costruì in onore della Santissima Vergine. Per questo è spesso associato al primo “Giardino di Maria”.

I Giardini di Maria sono spazi in cui si coltivano fiori, erbe aromatiche e piante associate dalla tradizione cristiana alla Vergine Maria o al suo Divin Figlio. Ogni fiore richiama una virtù di Nostra Signora: la sua purezza, umiltà, obbedienza e bellezza spirituale, trasformando il giardino in un luogo di preghiera, contemplazione e lode a Dio.

Così, prendersi cura di un Giardino di Maria è più che coltivare piante: è coltivare la fede, ricordando che, come Maria, siamo chiamati a fiorire nella grazia e a dare frutti di santità.

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San Marco Ji Tianxiang, una splendida testimonianza della grazia di Dio

Posté par atempodiblog le 7 juillet 2026

San Marco Ji Tianxiang, una splendida testimonianza della grazia di Dio
Era dipendente dall’oppio e non poteva ricevere i sacramenti. Ora è martire e santo.
di Meg Hunter-Kilmer Aleteia
Traduzione dallinglese a cura di Roberta Sciamplicotti

San Mark Ji Tianxiang

San Marco Ji Tianxiang era dipendente dall’oppio, e lo è stato fino al momento della morte.

Per anni è stato un cristiano rispettabile, cresciuto in una famiglia cristiana del XIX secolo. Era un leader della comunità cristiana e un medico ben avviato che serviva gratuitamente i poveri. Poi, però, si ammalò gravemente allo stomaco e si curò con l’oppio. Era una cosa perfettamente ragionevole, ma presto ne divenne dipendente, e questa dipendenza era considerata vergognosa e fonte di grande scandalo.

Anche se le sue condizioni peggioravano, Ji continuò a lottare contro la sua dipendenza. Si confessava spesso, ma purtroppo il sacerdote con il quale lo faceva (come quasi chiunque nel XIX secolo) non considerava la sua dipendenza una malattia. Visto che Ji continuava a confessare lo stesso peccato, il presbitero pensava che fosse una prova del fatto che non aveva un fermo proposito di emendarsi, di migliorare.

Senza pentimento e senza il proposito di non peccare più la confessione non è valida. Dopo qualche anno, il confessore di Ji gli disse di non tornare più fino a quando non avesse soddisfatto i requisiti della confessione. Per alcuni avrebbe potuto rappresentare un invito ad abbandonare la Chiesa con rabbia o vergogna, ma Ji sapeva di essere amato dal Padre e dalla Chiesa. Sapeva che il Signore voleva il suo cuore, anche se lui non riusciva a modificare il suo stile di vita.

Per 30 anni non poté ricevere i sacramenti, e per 30 anni pregò di morire martire. Gli sembrava che l’unico modo per salvarsi fosse la corona del martirio.

Nel 1900, quando la rivolta dei Boxer iniziò a scatenarsi contro stranieri e cristiani, Ji ebbe la sua occasione. Venne rastrellato con dozzine di altri cristiani, inclusi il figlio, sei nipoti e due nuore. Molti di coloro che vennero imprigionati con lui erano disgustati dalla sua presenza tra loro e pensavano che sarebbe stato sicuramente il primo a rinnegare il Signore.

Ma se Ji non riuscì mai a sconfiggere la sua dipendenza, fu inondato dalla grazia della perseveranza finale. Nessuna minaccia riusciva a scuoterlo, né alcuna tortura lo fece vacillare. Era determinato a seguire il Signore, che non lo aveva mai abbandonato.

Quando Ji e la sua famiglia vennero portati in prigione in attesa dell’esecuzione, suo nipote lo guardò con timore dicendo: “Nonno, dove andiamo?”  “Stiamo tornando a casa”, rispose lui.

Ji pregò i suoi carcerieri di ucciderlo per ultimo perché nessun membro della sua famiglia morisse da solo. Rimase accanto a tutti e nove i suoi cari mentre venivano decapitati. Alla fine morì cantando le Litanie della Beata Vergine Maria, e pur essendo stato lontano dai sacramenti per decenni è stato canonizzato.

San Marco Ji Tianxiang è una splendida testimonianza della grazia di Dio costantemente all’opera nei modi più nascosti, della capacità di Dio di trarre grandi santi dalle persone più improbabili e della grazia effusa su chi rimane fedele quando sembra che anche la Chiesa stessa lo stia allontanando.

Il 7 luglio, festa di San Marco Ji Tianxiang, si chiede la sua intercessione per tutti coloro che non possono ricevere i sacramenti, perché possano avere il coraggio di essere fedeli alla Chiesa e possano sempre crescere nell’amore e nella fiducia nei confronti del Signore.

San Marco Ji Tianxiang, prega per noi!

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Mondiali: Argentina-Capo Verde, una figura unisce i due paesi nelle origini della devozione alla Vergine di Luján

Posté par atempodiblog le 1 juillet 2026

Mondiali: Argentina-Capo Verde, una figura unisce i due paesi nelle origini della devozione alla Vergine di Luján
di Julieta Villar  ACI Africa

Argentina Capo Verde Avversarie ai Mondiali unite dalla storia di fede di Negrito Manuel

La Coppa del Mondo FIFA sta proseguendo e questo venerdì l’Argentina affronterà Capo Verde, due paesi geograficamente distanti, ma con una figura che li unisce nelle origini della devozione alla Vergine di Luján, patrona degli argentini.

Con 72 partite disputate nella fase a gironi del torneo mondiale che si sta svolgendo attualmente in tre sedi (Messico, Stati Uniti e Canada), possiamo affermare che nella fede e nel calcio non esistono confini e che, come Dio, il pallone non ha favoriti.

Tanto è vero che venerdì prossimo, negli ottavi di finale, l’Argentina campione in carica difenderà il titolo conquistato in Qatar 2022 contro la nazionale di Capo Verde, all’esordio in un Mondiale. Gli africani hanno superato la fase a gironi con tre pareggi, dietro solo alla Spagna, ed eliminando l’Uruguay.

Più di 6.600 chilometri separano Buenos Aires da Praia, la capitale capoverdiana. Tuttavia, esiste una storia di fede che unisce entrambi i paesi ed è profondamente radicata nel cuore degli argentini: fu Manuel Costa de los Ríos, “Negrito Manuel”, uno schiavo nato in quello che oggi è territorio capoverdiano, a custodire fedelmente l’immagine della Vergine di Luján dopo il miracolo che, 396 anni fa, diede origine alla devozione più popolare del paese.

La storia narra che nel 1630 (quasi 200 anni prima della fondazione dello Stato argentino) due immagini dell’Immacolata Concezione di Maria viaggiavano dal Brasile verso quella che oggi è la provincia di Santiago del Estero. Dopo una sosta lungo il cammino sulle rive del fiume Luján, i trasportatori tentarono di riprendere il viaggio, ma i buoi che tiravano i carri si rifiutarono di muoversi.

Dopo diversi tentativi, gli uomini notarono che, quando rimuovevano una delle casse che il carro trasportava, i buoi cominciavano a muoversi. Quando la aprirono, si accorsero che conteneva un’immagine della Vergine Maria, cosa che interpretarono come un segno: la Madre aveva scelto di rimanere lì.

Questa storia, nota come il miracolo di Luján, sarebbe incompleta senza la partecipazione di Negrito Manuel, uno schiavo che era di proprietà di Bernabé González Filiano, l’amministratore della tenuta dove avvenne il miracolo.

Le indagini condotte da Monsignor Juan Guillermo Durán, postulatore della sua causa di canonizzazione, indicano che Manuel Costa de los Ríos arrivò al Río de la Plata come parte di un gruppo di schiavi provenienti da Pernambuco (Brasile), ma era nato e cresciuto nelle isole di Capo Verde.

Il suo primo padrone fu il capitano che lo portò, Andrea Juan, un navigatore che lo battezzò con il nome cristiano di Manuel. Divenne poi proprietà del commerciante e soldato González Filiano, che affidò al nero Manuel la cura dell’immagine della Vergine rimasta nella tenuta dopo che avvenne il miracolo.

Con profonda fedeltà e servizio disinteressato, Manuel riceveva i credenti che venivano a venerare la Vergine in una piccola cappella di fango e paglia, raccontava loro la storia del miracolo, di cui era stato testimone, e ungeva i malati con il sego delle candele per curare i loro mali.

Anni dopo, la tenuta e la cappella caddero in rovina, così una proprietaria terriera di nome Ana de Matos chiese l’immagine per portarla nella sua tenuta — dove attualmente si trova la Basilica di Luján — pagando anche 250 pesos per Manuel, affinché continuasse a prendersi cura della Vergine.

Nei documenti di quella transazione, Manuel fu registrato come proprietà della Vergine di Luján. Apparteneva interamente alla Madre di Dio, motivo per cui la sua frase più popolare è: “Appartengo solo alla Vergine”.

L’immagine originale della Vergine di Luján, che oggi accoglie ogni anno milioni di fedeli nella Basilica e Santuario Nazionale, fu custodita da Manuel fino al 1686, anno in cui morì, essendo la sua “Padrona” e “Signora”.

Oggi, al Servo di Dio Manuel Costa de los Ríos, popolarmente noto come “Negrito Manuel”, è stata avviata la Causa di beatificazione e canonizzazione, essendo un esempio di amore, fedeltà e venerazione alla Vergine Maria per gli argentini e anche per la comunità afro-discendente del paese.

I suoi resti riposano sotto l’altare maggiore della cappella di Pedro de Montalbo, ai piedi dell’immagine della Vergine, a soli 50 metri dall’attuale Basilica di Luján.

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L’arte del Medioevo e l’anima cristiana

Posté par atempodiblog le 30 juin 2026

L’arte del Medioevo e l’anima cristiana
Fonte: Venerável Fulton Sheen

Il Beato Angelico pianse mentre dipingeva la Crocifissione

L’arte del Medioevo è l’arte di un’umanità redenta. È radicata nell’anima cristiana, sulla sponda delle acque vive, sotto il Cielo delle virtù teologali, e fra i dolci zefiri dei sette doni dello Spirito Santo.

Perché nel Medioevo non si trattava di fare dell’arte cristiana; si trattava piuttosto di essere cristiani.

Se tu eri cristiano, la tua arte era cristiana. Se credevi nei dogmi eterni, la tua arte avrebbe espresso le verità eterne.

L’artista medioevale diceva: “Se vuoi scolpire le cose del Cristo, devi vivere col Cristo”.

Per l’uomo del Medioevo, l’arte esigeva calma e meditazione piuttosto che euforia e moto febbrile.

La storia ci racconta che il Beato Angelico pianse mentre dipingeva la Crocifissione che oggi si trova nel Convento di San Marco a Firenze.

del venerabile Fulton John Sheen

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Santi Pietro e Paolo, e il desiderio di ingrandire il cuore

Posté par atempodiblog le 29 juin 2026

San Josemaría Escrivá de Balaguer/ Accadde Oggi

Santi Pietro e Paolo e il desiderio di ingrandire il cuore

29/06. San Pietro e San Paolo, apostoli. “Venero con tutte le mie forze la Roma di Pietro e di Paolo, bagnata dal sangue dei martiri, centro da cui tanti sono partiti per propagare nel mondo intero la parola salvifica di Cristo. Essere romano non comporta nessun particolarismo, ma un ecumenismo autentico; suppone il desiderio di ingrandire il cuore, di aprirlo a tutti con l’ansia redentrice di Cristo, che tutti cerca e tutti accoglie, perché tutti ha amato per primo”.

Tratto da: San Josemaría Escrivá FB

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Il profondo significato spirituale dell’icona di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso posta sopra la tomba di Fulton Sheen

Posté par atempodiblog le 27 juin 2026

Il profondo significato spirituale dell’icona di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso posta sopra la tomba di Fulton Sheen
Fonte: Venerável Fulton Sheen

Il profondo significato spirituale dell icona di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso posta sopra la

La presenza dell’icona di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso posta sopra la tomba di Fulton Sheen ha un profondo significato spirituale.

Che cos’è l’icona?
L’icona, di origine bizantina, raffigura Maria che tiene in braccio il Bambino Gesù. Ai lati si trovano gli arcangeli Michele e Gabriele che mostrano gli strumenti della Passione di Cristo: la croce, i chiodi, la lancia e la spugna.

Un dettaglio celebre è il sandalo slacciato del Bambino Gesù, simbolo dello spavento di fronte alla visione della sua futura sofferenza e della ricerca di protezione tra le braccia di sua Madre.

Fulton Sheen parlava spesso dell’importanza di Maria nella vita cristiana. Nei suoi scritti e nelle sue conferenze insegnava che Maria conduce sempre le persone a Gesù. Sottolineava che la devozione mariana non sostituisce Cristo, ma aiuta i fedeli ad avvicinarsi a Lui.

Per questo, un’icona mariana collocata sopra la sua tomba esprime ciò che ha segnato tutta la sua vita spirituale e il suo ministero.

Perché proprio Nostra Signora del Perpetuo Soccorso?
Questo titolo presenta Maria come aiuto costante dei cristiani. “Perpetuo” significa continuo, permanente. L’icona ricorda che i fedeli possono rivolgersi a Maria in ogni circostanza della vita.

Inoltre, l’icona è molto usata nei santuari e nei luoghi di pellegrinaggio perché invita alla preghiera silenziosa, alla fiducia in Dio e alla contemplazione dei misteri della fede.

Simbolismo dei colori:

- Blu scuro: l’umanità di Maria.
- Rosso: l’amore, la regalità e la partecipazione all’opera della salvezza.
- Oro: la gloria celeste e la presenza divina.
- Stelle sul velo: la verginità e la santità di Maria.

Non una semplice decorazione
L’immagine posta sopra la tomba non è quindi una semplice decorazione. Aiuta i pellegrini a comprendere una delle dimensioni centrali della spiritualità di Sheen: la fiducia nell’intercessione di Maria e la sua missione di condurre i fedeli a Cristo.

“Ho sentito Mia Madre parlare di te”
Fulton Sheen: «Spero che, nel giorno del mio giudizio, io possa udire queste parole da Gesù: “Ho sentito Mia Madre parlare di te”».

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Nostra Signora di Coromoto

Posté par atempodiblog le 27 juin 2026

Nostra Signora di Coromoto
La Madonna ci ha lasciato un’altra immagine di sé oltre a quella di Guadalupe?
Anche se la rappresentazione è molto piccola, i simboli sono idonei alla cultura del Venezuela del XVII secolo
di Ellen Mady – Aleteia

Nostra Signora di Coromoto

Un capo tribale venezuelano, scelto dalla Vergine per evangelizzare gli indiani Coromoto, ha finito per diventare un moderno Giona che ha cercato in tutti i modi di sfuggire alla sua missione ma alla fine l’ha realizzata.
La Madonna gli apparve due volte, dicendogli di battezzarsi, e due volte egli oppose resistenza. Quando la Vergine gli apparve per la prima volta, nel 1651, il capo indiano iniziò a imparare la fede cristiana insieme ad altri membri della tribù, ma preoccupato del fatto che la conversione potesse influire sulla sua leadership, si fermò prima di battezzarsi e incoraggiò gli altri nativi a fare lo stesso. Alcuni andarono avanti e vennero battezzati, ma molti seguirono il capo.
La Madonna gli apparve di nuovo nel 1652, e ancora una volta egli ignorò la sua richiesta.
La Beata Madre, tuttavia, non desistette, e lasciò nella mano del capo una piccola immagine di sé mentre teneva sulle ginocchia il Bambino Gesù (l’immagine è alta meno di 2 centimetri e mezzo).
Qualche tempo dopo, il capo venne morso da un serpente velenoso e sembrava essere sul punto di morire. Ricordando l’apparizione e la promessa di Maria che se fosse stato battezzato sarebbe andato in cielo, chiese urgentemente il Battesimo.

Vergine di Coromoto Venezuela

La notizia della splendida Signora che era apparsa si diffuse rapidamente, e la devozione nei suoi confronti crebbe. Il resto dei Coromoto venne battezzato poco dopo che il capo aveva finalmente abbracciato la fede. Alla fine del Settecento una chiesa venne costruita in onore di Nostra Signora di Coromoto nella vicina città di Guanare. Negli anni Ottanta del Novecento è stato costruito un tempio sul luogo dell’apparizione del 1652.Entrambe le chiese sono state elevate a basiliche minori. Il santuario ospita sia una grande statua di Nostra Signora di Coromoto sia la reliquia originale.
La reliquia della Beata Vergine è il legame più autentico che abbiamo con le apparizioni. L’immagine è stata analizzata in modo approfondito durante un processo di restauro avvenuto nel 2009. I simboli indigeni nell’immagine, come lo stile delle corone indossate dalla Vergine e da Gesù, si adattano alla cultura e allo stile del popolo Coromoto nel Venezuela del XVII secolo.
Come si sia formata l’immagine resta un mistero, e si crede che si sia trattato di un evento miracoloso. Sembra disegnata su carta, ma quest’ultima non sembra aver assorbito alcun inchiostro o sostanza simile. Ci sono quindi delle somiglianze con l’apparizione di Nostra Signora di Guadalupe, visto che anch’essa sembra dipinta sulla tilma (mantello) ma pare librarsi misteriosamente sul tessuto senza aderire realmente ad esso.
Nostra Signora di Coromoto è stata dichiarata patrona del Venezuela prima dai vescovi venezuelani nel 1942 e poi da Papa Pio XII nel 1949. Viene festeggiata l’8 settembre (festa della natività di Maria) e l’11 settembre, e anche il 2 febbraio.

Nostra Signora di Coromoto, prega per noi!

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La morte di san Josemaría nel racconto di Álvaro del Portillo

Posté par atempodiblog le 26 juin 2026

“Cerco di arrivare alla Trinità del Cielo attraverso un’altra trinità, quella della terra: Gesù, Maria e Giuseppe. Sono raggiungibili più facilmente”.

San Josemaría Escrivá de Balaguer

San Josemaría Escrivá de Balaguer

La morte di san Josemaría nel racconto di Álvaro del Portillo
Riportiamo il racconto del beato Álvaro del Portillo sul 26 giugno 1975, giorno della morte di san Josemaría. Il testo è preso dal libro “Intervista sul Fondatore dell’Opus Dei”.
Fonte: OPUS DEI

Il 26 giugno 1975, ultimo giorno della sua vita terrena, il Padre si alzò alla solita ora. Celebrò la Santa Messa votiva della Madonna alle sette e cinquantatré minuti nell’oratorio della Santissima Trinità, assistito da don Javier Echevarría. Alla stessa ora celebrai anch’io nella Sacrestia Grande, perché quella mattina il nostro Fondatore desiderava andare con don Javier e con me a Castelgandolfo per salutare le sue figlie di Villa delle Rose: eravamo infatti in procinto di lasciare Roma. Ciò fa capire che stava fisicamente bene e che niente faceva prevedere ciò che di lì a poco sarebbe successo.
Verso le nove e trentacinque, il Padre uscì in macchina alla volta di Castelgandolfo accompagnato da don Javier Echevarría, da Javier Cotelo alla guida, e da me. Appena fuori del garage, iniziammo a recitare i misteri gaudiosi del santo Rosario. Terminammo prima di arrivare al raccordo anulare e cominciammo a conversare: tra l’altro egli disse che quel pomeriggio saremmo potuti andare a Cavabianca, la nuova sede del nostro Centro internazionale di formazione, perché desiderava vedere alcuni particolari dell’oratorio di Nostra Signora degli Angeli, che egli stesso aveva suggerito per rendere più armoniosa la decorazione e più raccolto e devoto l’ambiente.
Il viaggio durò più del solito, a causa di un ingorgo lungo il raccordo. Faceva molto caldo. Javier Cotelo gli parlò di alcuni suoi nipoti, che erano stati a Roma qualche tempo prima. Il Padre lo ascoltò con attenzione e si interessò affettuosamente anche ad altre vicende della sua famiglia.

A Villa delle Rose
Verso le dieci e mezzo arrivammo finalmente a Villa delle Rose. Alcune figlie sue lo attendevano nel garage. Il nostro Fondatore aveva portato, come al solito, alcuni regali: quella volta erano un’anatra di cristallo lavorato e un pacchetto di caramelle. Il Padre aveva l’abitudine di “smistare” sempre i regali che riceveva.
Mentre percorrevamo il corridoio disse che quelle erano le sue ultime ore a Roma prima dell’estate: ufficialmente ormai non c’era per nessuno, tranne che per le sue figlie. Andò a salutare il Signore, rimanendo inginocchiato per alcuni momenti dinanzi al Tabernacolo, baciò la croce di legno e si incamminò verso il “Soggiorno dei ventagli”, in cui avrebbe avuto luogo l’incontro.
Nell’entrare, rivolse un saluto al quadro della Madonna. È una pittura a olio in cui il Bambino appare pettinato con cura, con le guance colorite e paffute, mentre si stringe al grembo della Madre che gli offre una rosa tea. Questo quadro proviene da casa Escrivá e si trovava nella stanza del Centro di via Diego de León dove morì la madre del nostro Fondatore. La divina Provvidenza volle che la “Virgen del Niño peinadico” (la “Vergine del Bambino ben pettinato”) ricevesse anche uno degli ultimi sguardi del Fondatore.
Le sue figlie risposero con voce squillante al saluto del Padre e gli dissero che erano molto contente di vederlo. Lui commentò sorridendo: «Che bella voce avete!». Poi si sedette su una sedia, cedendo a me la poltrona coi braccioli che gli avevano preparato. Ripeté che stava per lasciare Roma e aggiunse: «Avevo un gran desiderio di venire. In queste ultime ore di permanenza a Roma stiamo risolvendo alcune faccende in sospeso; cosicché per gli altri ormai non ci sono: solo per voi».
La riunione fu breve: durò meno di venti minuti, perché cominciò a sentirsi male. Prima di concludere rinnovò l’atto di amore alla Chiesa e al Papa già pronunciato in tante occasioni. Pochi minuti dopo il senso di malessere cominciò ad aumentare. Don Javier e io lo accompagnammo nella stanza del sacerdote, dove si ritirò per un momento con noi due. Noi, come anche le direttrici del Centro, insistevamo perché riposasse un po’ di più, ma egli non volle, forse per ricordarci ancora una volta che i sacerdoti dell’Opus Dei debbono trattenersi nei Centri femminili solo il tempo indispensabile allo svolgimento del ministero. Quando sembrò che si fosse ripreso, decise di ritornare subito a Roma. Passammo dall’oratorio, dove sostò nuovamente alcuni istanti per congedarsi dal Signore. Mentre andava verso il garage, si interessò alle figlie sue che gli andarono incontro e disse con il buon umore abituale: «Scusatemi, figlie mie, per il fastidio che vi ho dato». Poi, salito in macchina, salutò affettuosamente quelle che gli aprivano la porta del garage: «Addio, figlie mie». Erano circa le undici e venti.

Ritorno a Villa Tevere “per breviorem”
Lasciava villa delle rose indubbiamente stanco, ma sereno e contento. Attribuì quel malore al caldo. Chiese a Javier Cotelo di portarlo a Roma per breviorem, scegliendo la strada più corta. Nel frattempo riprese a parlare con noi tre, ma fu una conversazione un po’ discontinua, a dire il vero, perché noi eravamo impazienti di arrivare quanto prima a Villa Tevere, per farlo riposare ancora. Javier guidò veloce, ma allo stesso tempo con dolcezza, per evitare un nuovo eventuale malore: arrivammo a casa in poco più di mezz’ora.
Alle undici e cinquantasette entrammo nel garage di Villa Tevere. Sulla porta ci aspettava un membro dell’Opera. Il Padre scese rapidamente dall’auto, allegro in volto; i suoi movimenti apparivano sciolti, tanto che si girò cercando di richiudere personalmente lo sportello. Ringraziò il figlio suo che l’aveva aiutato ed entrò in casa.
Salutò il Signore nell’oratorio della Santissima Trinità e fece una genuflessione lenta, devota, accompagnata come sempre da un atto d’amore. Salimmo quindi nel mio studio, cioè la stanza in cui egli era solito lavorare; pochi secondi dopo aver varcato la soglia, esclamò: «Javi!». Don Javier Echevarría era rimasto indietro a chiudere la porta dell’ascensore e il nostro Fondatore gridò più forte: «Javi!»; poi con voce più fioca: «Non mi sento bene». E subito si accasciò al suolo.

Offriva la sua vita per la Chiesa e per il Papa
Ricorremmo a tutti i mezzi possibili, spirituali e medici. Non appena mi resi conto della gravità della situazione, gli impartii l’assoluzione e l’Unzione degli Infermi, come aveva ardentemente desiderato: respirava ancora. Molte volte ci aveva supplicato appassionatamente di non privarlo di questo tesoro.
Fu un’ora e mezzo di lotta, piena di amore filiale: respirazione artificiale, ossigeno, iniezioni, massaggi cardiaci. Nel frattempo, ripetei più volte I’assoluzione. Sotto la direzione medica di don José Luis, ci davamo il turno con alcuni membri del Consiglio generale: Dan Cummings, Fernando Valenciano, Umberto Farri, Giuseppe Molteni e il dott. Juan Manuel Verdaguer. Non potevamo credere che fosse giunta l’ora di quel grandissimo dolore. Continuavamo a sperare contro ogni speranza. Telefonai alla direttrice centrale e le chiesi di far riunire urgentemente nei loro oratori tutte quelle che abitavano a Villa Sacchetti: bisognava pregare con grande intensità, almeno dieci minuti, per un’intenzione molto urgente. Intanto continuavamo a tentare l’impossibile. Non riuscivamo a convincerci che fosse venuto meno. Tuttavia, nonostante i nostri sforzi, il Padre non si riprese dal collasso cardiaco. Ci rassegnammo quando vedemmo che l’elettrocardiogramma era piatto.
All’una e mezzo uscii dalla stanza e invitai gli altri membri del Centro del Consiglio Generale, che stavano nell’attigua Sala delle riunioni a pregare e a piangere sommessamente, a venire a pregare dinanzi ai resti del nostro amatissimo Fondatore.
Per noi era senz’altro una morte improvvisa; per il nostro Fondatore, invece, quel momento era indubbiamente venuto maturando – oserei dire – più nell’anima che nel corpo, perché di giorno in giorno offriva sempre più spesso la propria vita per la Chiesa e per il Papa.
Ritengo che evidentemente il padre presentisse la morte: negli ultimi tempi ripeteva spesso che ormai sulla terra era soltanto d’intralcio, mentre dal Cielo avrebbe potuto aiutarci molto meglio. Ci addolorava moltissimo sentirlo parlare così – con quel suo tono forte, sincero, umile -, perché, mentre lui riteneva di essere divenuto un fastidio, per noi era un tesoro insostituibile.
Egli non aveva mai dato alcun peso al proprio stato di salute, tuttavia negli ultimi anni l’insufficienza renale e cardiaca si era acutizzata; ben sappiamo che non temeva la morte né era attaccato alla vita terrena: l’assidua meditazione dei Novissimi, fin dalla gioventù, aveva preparato giorno dopo giorno il suo cuore innamorato alla contemplazione della Trinità Beatissima.
Già da parecchi anni offriva a Dio la propria vita, «e mille vite se le avessi», per la santa Chiesa e per il Papa. Questa era l’intenzione di ogni sua Messa e lo fu anche di quella che celebrò il 26 giugno 1975: quel giorno il Signore accettò tale offerta.
Il nostro Fondatore ci aveva confidato più volte che chiedeva al Signore la grazia di morire senza dar fastidio: per affetto verso i suoi figli, avrebbe voluto evitare loro i fastidi di una lunga malattia. Dio accolse anche questa sua richiesta ed egli morì – secondo lo spirito che aveva predicato fin dal 1928 – lavorando per il Signore, ut iumentum!
Alle tre avevo telefonato anche al Cardinale Segretario di Stato per informarlo della morte del nostro Fondatore. Il cardinal Villot ne fu molto scosso, mi fece le condoglianze con grande affetto e mi assicurò che lo avrebbe detto subito al Papa, malgrado in quel momento stesse riposando. Questo fu il primo annuncio ufficiale della scomparsa del Fondatore; da quel momento in poi la notizia poteva considerarsi ormai pubblica e iniziò subito a circolare a Roma e in tutto il mondo.

Devozione al Fondatore dell’Opus Dei
Fin dallo stesso pomeriggio del giorno 26 cominciò dunque ad accorrere gente di tutti gli ambienti sociali, che voleva esprimere il proprio dolore e pregare. Raccogliemmo commoventi testimonianze di profondissimo amore verso il nostro Fondatore e dichiarazioni unanimi che dimostravano la comune certezza di trovarsi dinanzi al corpo di un santo. Insigni personalità della Chiesa e della vita civile, impiegati, operai, giovani e anziani, madri di famiglia con i bambini in braccio: tutti volevano «vedere il Padre».
L’oratorio era pervaso da un’atmosfera di intensa preghiera e di sereno dolore, difficile da descrivere a parole. Anche i più piccini, condotti per mano dai genitori, contemplavano senz’alcun cenno di timore il volto sereno del Padre.
Mentre si susseguivano le Messe, una fiumana di persone affluiva alla camera ardente. Tra i primi venne mons. Benelli, Sostituto della Segreteria di Stato del Vaticano, in rappresentanza del Papa. Rimase anch’egli a lungo raccolto in preghiera, su di un inginocchiatoio, di fronte al corpo del nostro Fondatore. Arrivarono anche cardinali, vescovi e sacerdoti, ambasciatori. persone di alto livello sociale e gente modesta, e moltissimi membri dell’Opera, cooperatori e amici. E mostravano il proprio dolore e l’affetto sostando per ore in orazione dinanzi alle spoglie del Fondatore.
In quei giorni furono di grande consolazione le affettuose risposte del Santo Padre Paolo VI alle notizie da me inviategli in qualità di Segretario Generale dell’Opera. Tramite mons. Benelli, il Papa espresse tutto il proprio dolore e disse che anch’egli spiritualmente pregava accanto al corpo di «un figlio così fedele» alla santa Madre Chiesa e al Vicario di Cristo. Prima del funerale pubblico giunse a Villa Tevere un telegramma proveniente dalla Sede Apostolica. Il Romano Pontefice voleva rinnovare le espressioni del proprio cordoglio, assicurare che stava offrendo suffragi per l’anima del Fondatore e confermare la propria persuasione che egli era un’anima eletta e prediletta da Dio; concludeva impartendo la Benedizione apostolica a tutta l’Opera. Com’è consueto, il telegramma recava la firma del cardinale Segretario di Stato, che si univa a sua volta con tutto il cuore al nostro dolore e ai sentimenti di Paolo VI, il quale desiderava farci giungere al più presto quelle righe.
Poco tempo dopo ricevemmo un’altra prova di affetto da parte del Santo Padre: una lettera, a testimoniare più diffusamente l’intensità del dolore del Papa e del suo affetto verso il nostro Fondatore e verso l’Opus Dei. Il cardinale Segretario di Stato spiegava che Sua Santità aveva celebrato la santa Messa del 27 giugno in suffragio per il Padre e che con il passare dei giorni non si erano attenuati la sua preghiera e il suo dolore per la perdita subita dalla Chiesa in seguito al transito al Cielo del nostro Fondatore. Infine confermava che avrebbe continuato a pregare affinché il Signore ci concedesse di essere sempre fedeli allo spirito che il Fondatore, per Volontà divina, ci aveva trasmesso.
Alla Sede Centrale dell’Opus Dei giunsero migliaia di telegrammi e di lettere provenienti dai cinque continenti: oltre alle espressioni del più sentito dolore, veniva concordemente affermata la convinzione che fosse morto un santo, uno dei grandi fondatori suscitati nella Chiesa dallo Spirito Santo.

Il Padre
Il Fondatore fu sepolto nella cripta dell’oratorio di Santa Maria della Pace, il 27 giugno 1975, all’indomani della sua morte. Il 4 ottobre 1957 egli aveva dettato a Jesús Pedro Álvarez Gazapo le parole che desiderava fossero incise sulla propria tomba, anche se poi specificò che era soltanto un desiderio e che avremmo potuto decidere noi liberamente. Sono queste:

IOSEPHMARIA ESCRIVA DE BALAGUER Y ALBAS
PECCATOR
ORATE PRO EO

Divisore blog

GENUIT FILIOS ET FILIAS
Riguardo a queste ultime parole, disse sorridendo: “potete aggiungerle, se volete”. Io pensai, davanti a Dio, che non potevamo trascrivere la prima parte, tanto più che il nostro Fondatore aveva lasciato a noi questa decisione. Per lungo tempo egli aveva amato firmare così: “Josemaría, peccatore” o “il peccatore Josemaría”; aveva dato di se stesso questa definizione: “un peccatore che ama Gesù Cristo”. Davvero una grande lezione di umiltà per tutti noi; ma a me sembrò che non saremmo stati dei buoni figli se avessimo inciso sulla sua tomba un’espressione del genere.
Interpretando il desiderio di tutti, disposi che sulla lastra tombale venissero riportate, in lettere di bronzo dorato, solamente queste parole: EL PADRE. Più in alto sarebbe andato il cerchio con la croce iscritta, sigillo dell’Opera, e in basso, sulla destra, le date di nascita e di morte.
Da allora incominciò un ininterrotto pellegrinaggio sulla tomba del nostro Fondatore, al quale i fedeli di ogni nazione e condizione affidavano le loro richieste e i loro propositi di rinnovamento interiore.

Racconto di Don Álvaro del Portillo sul 26 giugno 1975, riportato nel libro “Intervista sul Fondatore dell’Opus Dei”. Edizioni ARES, 1992.

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San Paolo, esposta la reliquia di san Luigi Scrosoppi patrono del calcio

Posté par atempodiblog le 17 juin 2026

San Paolo, esposta la reliquia di san Luigi Scrosoppi patrono del calcio
di ACI Digital

San Paolo esposta la reliquia di san Luigi Scrosoppi patrono del calcio

Il Museo d’Arte Sacra di San Paolo ha inaugurato la mostra: “Calcio: Passione, Devozione e Fede”, visitabile fino al 30 agosto nella Sala Metropolitana Tiradentes. Allestita all’interno della stazione della metropolitana, l’esposizione presenta una reliquia di San Luigi Scrosoppi (1804-1884), patrono del calcio.

“Intorno al 2009, promossa da un imprenditore austriaco e da un gruppo di professori universitari, è stata condotta un’analisi dettagliata della vita di oltre duemila santi, alla ricerca di un profilo che rappresentasse i valori e gli ideali dello sport”, ha affermato José Luís Lira, presidente onorario dell’Accademia Brasiliana di Agiologia, ad ACI Digital.

“Il gruppo cercava un modello di perseveranza, unione, gioia e forte legame con lo sviluppo e l’inclusione dei giovani”, ha dichiarato Lira. “Individuò allora San Luigi Scrosoppi, un sacerdote italiano noto per l’immensa carità, la pazienza e lo spirito allegro, appartenente all’Oratorio di San Filippo Neri”.

San Luigi Scrosoppi si serviva dello sport e dell’attività fisica per evangelizzare i giovani. Il Pontificio Consiglio per i Laici* lo ha proclamato patrono dei calciatori nel 2010.

“Le reliquie sono state prestate per la mostra da un partner del Museo, proprietario di una delle più grandi collezioni di reliquie del Brasile”, ha detto ad ACI Digital Rodolfo Colombo, curatore del Museo d’Arte Sacra di San Paolo, insieme a Davi Moyano.

Lo stesso collezionista ha prestato per l’esposizione anche una reliquia di San Gennaro, primo Vescovo di Napoli, molto venerato tra gli italiani e i loro discendenti e patrono della Società Sportiva Palmeiras e della Juventus.

La maglia blu della nazionale brasiliana del 1958, con cui il Brasile vinse il suo primo titolo mondiale in Svezia, si ispirava alla devozione a Nossa Senhora Aparecida ed è presente all’interno della mostra.

*Dal 1° settembre 2016 il Pontificio Consiglio per i Laici ha cessato la sua attività e le sue competenze e funzioni sono state assunte dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita.

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