Il Papa e la Madonna: dieci cose da sapere

Posté par atempodiblog le 9 décembre 2017

Il Papa e la Madonna: dieci cose da sapere
La devozione mariana accompagna il pontificato di Francesco sin dal suo esordio. Nel giorno del suo quinto atto di venerazione della statua dell’Immacolata in piazza di Spagna, ne ripercorriamo l’intensità e la profondità in dieci immagini.
di M. Michela Nicolais – Agenzia SIR

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Papa Francesco compie il suo quinto atto di venerazione davanti alla statua dell’Immacolata in piazza di Spagna, a Roma. La sua devozione mariana ha radici profonde: proviamo a ripercorrerla in dieci tappe.

Maria Immacolata. “Abbiamo bisogno delle tue mani immacolate, per accarezzare con tenerezza, per toccare la carne di Gesù nei fratelli poveri, malati, disprezzati, per rialzare chi è caduto e sostenere chi vacilla”. È un passo della preghiera pronunciata un anno fa, l’8 dicembre, in piazza di Spagna. All’omaggio all’Immacolata, appuntamento molto sentito dai romani, il Papa ha aggiunto la sua cifra personale visitando anche la basilica di Santa Maria Maggiore e l’icona della Salus Populi Romani, che Francesco venera anche prima della partenza per ogni viaggio apostolico e, quando possibile, anche al suo rientro. È lì, davanti al quadro della Madonna attribuito dalla tradizione a San Luca, che il Papa ha sostato il 14 marzo del 2013, il giorno dopo la sua elezione al soglio di Pietro.

La Madonna di Lujan. È stata nonna Rosa – personaggio largamente presente negli aneddoti della sua vita personale che il Papa cita spesso come esempio ai fedeli – ad introdurre il piccolo Jorge Mario Bergoglio all’amore per la Madonna. Da sacerdote e da vescovo, Francesco ha sempre celebrato i riti legati alle feste mariane. Da cardinale e arcivescovo, Bergoglio ha presieduto ogni 8 maggio le celebrazioni di Nostra Signora di Lujan, la Madonna più amata in Argentina. Nel suo stemma vescovile, cardinalizio e papale, figura in basso a sinistra una stella, simbolo della madre di Cristo e della Chiesa.

La Madonna che scioglie i nodi. Anche se devotissimo alle icone sudamericane della Vergine, è ad Augusta, in Germania, che Bergoglio ha scoperto l’immagine che avrebbe caratterizzato il suo culto mariano: la Madonna che scioglie i nodi. Nel 1986 vede un quadro, ex voto per la ricomposizione di un matrimonio in crisi, con Maria che schiaccia la testa al serpente mentre con le mani scioglie i nodi – simboli di unione coniugale – sorretta da due angeli. Nasce così la decisione di introdurre questa immagine in Argentina: nel 1996 ne incorona una riproduzione nella chiesa di San José del Talar a Buenos Aires.

Nostra Signora di Aparecida. Nel luglio 2013, in occasione del suo primo viaggio internazionale, incontrando l’episcopato brasiliano, la storia di Aparecida diventa la chiave di lettura per la missione della Chiesa. Dai tre pescatori che trovano l’immagine dell’Immacolata Concezione, secondo il Papa, si può imparare che “le reti della Chiesa sono fragili, forse rammendate; la barca della Chiesa non ha la potenza dei grandi transatlantici che varcano gli oceani. E tuttavia Dio vuole manifestarsi proprio attraverso i nostri mezzi, mezzi poveri”, come quelli della gente semplice.

La Madonna di Lourdes. Ai fedeli raccolti nei giardini vaticani per la recita del Rosario, a conclusione del mese di maggio, Papa Francesco ha suggerito un nuovo titolo con il quale rivolgersi alla Madonna. “Vergine della Prontezza”, l’ha chiamata il 30 ottobre 2014, raccogliendosi in preghiera davanti all’edicola votiva che riproduce il luogo dell’apparizione della Vergine a Lourdes. Il riferimento è il mettersi in cammino “in fretta” di Maria per far visita alla cugina Elisabetta: “Non ha perso tempo, è andata subito a servire”.

La Vergine del Rosario. In un tweet di qualche tempo fa, Francesco aveva confessato: “Il Rosario è la preghiera che accompagna sempre la mia vita; è anche la preghiera dei semplici e dei santi, è la preghiera del mio cuore”. Per il Papa, il Rosario è anche “una sintesi della Divina misericordia”, come ha spiegato al termine dell’anno giubilare. A tutte le persone che incontra, nelle udienze pubbliche e private, il Papa regala una corona del Rosario e alla preghiera del Rosario Francesco invita spesso i giovani. Contenevano un Rosario anche le “misericordine” fatte distribuire in piazza San Pietro nel novembre 2013, per una medicina che fa bene al cuore.

La Madonna di Guadalupe. “Il mio desiderio più intimo è fermarmi davanti alla Madonna di Guadalupe”. Francesco lo aveva confessato già sul volo di andata per l’Avana, in occasione del suo viaggio a Cuba e in Messico. Una volta entrato nel Santuario dedicato alla Vergine meticcia, il Papa ha sostato davanti alla sua immagine venti minuti in preghiera, da solo, prima della Messa.

La Madonna delle Lacrime. È il 5 maggio 2016, il giorno della Veglia per asciugare le lacrime, novità assoluta del calendario giubilare. Per l’occasione, a San Pietro, viene esposto il reliquiario della Madonna delle lacrime di Siracusa. Maria, assicura il Papa, “con il suo manto asciuga le nostre lacrime” e “ci accompagna nel cammino della speranza”.

La Madonna di Fatima. Circa dieci minuti, in piedi, in silenzio davanti alla statua della “Signora”. È una delle istantanee più commoventi del viaggio del Papa a Fatima, per proclamare santi i primi bambini non martiri della storia della Chiesa. La devozione per la Madonna di Fatima risale, del resto, all’inizio del ministero petrino di Francesco: al termine della Messa in occasione della Giornata mariana, il 13 ottobre 2013, il Papa ha affidato il suo pontificato alla Madonna di Fatima.

Madre della speranza. Se c’è un’immagine ricorrente nel pontificato di Francesco, e declinata con gli accenti della tenerezza, è quella di Maria “madre della speranza”, come l’ha definita nell’udienza del 10 maggio scorso. Il suo è un “istinto di madre che semplicemente soffre, ogni volta che c’è un figlio che attraversa una passione”. “Non siamo orfani: abbiamo una madre in cielo”, che “ci insegna la virtù dell’attesa, anche quando tutto sembra privo di senso”.

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Confessori, un ministero che “non fa rumore ma fa miracoliˮ

Posté par atempodiblog le 5 décembre 2017

Confessori, un ministero che “non fa rumore ma fa miracoliˮ
La lettera del cardinale Piacenza ai penitenzieri delle Basiliche papali e a tutti i sacerdoti che confessano: la vostra «è un’opera realmente al servizio dell’ecologia dell’uomo»
di Andrea Tornielli – La Stampa

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«Il vostro ministero, cari amici confessori, non fa rumore ma fa miracoli! Nessuno nota ma Dio vede, ed è questo che conta!». Lo scrive il cardinale Mauro Piacenza, Penitenziere maggiore, nella lettera inviata in occasione dell’inizio dell’Avvento ai penitenzieri delle Basiliche papali e a tutti i confessori.

«Mentre procediamo verso la mangiatoia di Betlemme – scrive il cardinale – prepariamo il cuore alla venuta del Dio-Uomo, che continuamente “viene” nel tempo della Chiesa, per liberarci con la sua misericordia, e che verrà alla fine dei tempi, nello splendore della verità, per giudicare gli uomini secondo la loro fede operante nella carità».

«Questo “giudizio finale” – aggiunge Piacenza nella lettera – appare sempre più estraneo ad una cultura contemporanea dominata dalla “dittatura dell’istante” e sempre meno disponibile, se non apertamente ostile, nei confronti del trascendente. Eppure, noi confessori siamo testimoni privilegiati di come tale giudizio ultimo venga, in realtà, mirabilmente anticipato ogni giorno, per la salvezza di tutti gli uomini, attraverso il sacramento della misericordia».

Chi «esercita con fedeltà il ministero della riconciliazione» ha la «grazia immensa» di «potersi offrire al Dio-Uomo per la salvezza di ogni fratello, chinandosi teneramente sull’umana povertà, raggiungendo quella periferia del peccato nella quale Uno soltanto ha la forza di addentrarsi, e vedendo ciascuno risollevato dalla spirituale indigenza ed immediatamente arricchito di ciò che abbiamo più caro nel cristianesimo: Cristo stesso!».

Quella del confessore, infatti, nota ancora il cardinale, «è un’opera realmente al servizio della tanto invocata “ecologia dell’uomo”» citata dal Papa nell’enciclica Laudato si’ dalla quale «trae un invisibile, ma efficacissimo beneficio l’intera umana società. Il vostro ministero, cari amici confessori, non fa rumore ma fa miracoli! Nessuno nota ma Dio vede, ed è questo che conta!».

«Riservate sempre un ruolo privilegiato – conclude Piacenza – al servizio silenzioso, e umanamente non sempre gratificante, della confessione. Fra l’altro mi permetto di ricordare che, col sacramento della penitenza, non solo cancellate i peccati, ma dovete avviare i penitenti sulla via della santità, esercitando su di essi, in una forma convincente, un vero e proprio insegnamento, un ministero di guida e di accompagnamento».

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“Natale non è solo dei cristiani. In ballo c’è la nostra civiltà”

Posté par atempodiblog le 1 décembre 2017

“Natale non è solo dei cristiani. In ballo c’è la nostra civiltà”
Il filosofo: «L’indifferenza avvolge cattolici e laici, non hanno presente il significato sconvolgente della festa»
di Stefano Zurlo – Il Giornale

“Natale non è solo dei cristiani. In ballo c'è la nostra civiltà” dans Articoli di Giornali e News Massimo_Cacciari

Il Natale. Massimo Cacciari è un crescendo stizzito, quasi una filastrocca di imprecazioni: «Il Natale dei panettoni, il Natale delle pubblicità, il Natale dei soldi. Il Natale oggi è una festina». E nel dirlo si avverte la smorfia di disgusto.

La cronaca è un susseguirsi di episodi mortificanti: la scuola che abolisce il presepe nel segno del politicamente corretto, il parroco che ha paura di celebrare la messa di mezzanotte, la comunità che rinuncia ai canti tradizionali per non urtare l’altrui sensibilità. Il filosofo si spazientisce di nuovo, poi taglia corto come una ghigliottina: «Sono i cristiani i primi ad aver abolito il Natale».

Professore, vuole provocare?
«No, la verità è che l’indifferenza regna sovrana e avvolge un po’ tutti: i laici e i cattolici».

D’accordo, c’è un Natale dei pacchi e dei regali e poi?
«E poi, io che non sono credente mi interrogo: c’è un simbolo che ha dato un contributo straordinario alla nostra storia, alla nostra civiltà, alla nostra sensibilità».

Che cosa è per lei il cristianesimo?
«Il cristianesimo è una parte fondamentale del mio percorso, della mia vicenda, è qualcosa con cui mi confronto tutti i giorni».

Perché laici e cattolici oggi balbettano davanti all’evento che tagliato in due la storia?
«Perché non riflettono, perché non fanno memoria di questa storia così sconvolgente».

Dio che si fa uomo.
«Capisce? Non Dio che stabilisce una relazione con gli uomini, ma Dio che viene sulla terra attraverso Cristo. Vertiginoso».

Forse per lei e pochi altri.
«Appunto. La nostra società è anestetizzata, il Natale è diventato una favoletta, una specie di raccontino edificante che spegne le inquietudini».

Insomma non si difende più il Natale, come ha scritto sul «Giornale» Alessandro Sallusti, perché non si sa più cosa è il Natale?
«Esatto. Se posso generalizzare, e so che da qualche parte ci sono le eccezioni, il laico non si lascia scalfire da questo scandalo; l’insegnante di religione non trasmette più la forza di questa storia, ma se la cava con una spruzzata di educazione civica e il prete, spesso e volentieri, declama prediche, comode comode e rassicuranti, che sono un invito all’ateismo».

Un disastro.
«Si è perso l’abc. La prima distinzione non è fra laico e cattolico, ma fra pensante e non pensante. Se uno pensa, come pensava il cardinal Martini, allora si interroga e se si interroga prima o poi viene affascinato dal cristianesimo, dal Dio che si fa uomo scandalizzando gli ebrei e l’Islam».

Siamo alle prese con uno scontro di civiltà?
«Ma che scontro. Anche dalle loro parti si è persa la portata profonda del fatto religioso. Viviamo in un mondo che dimentica la dimensione spirituale».

Da dove può partire il dialogo con le altre religioni?
«Il dialogo parte dalla consapevolezza, ma se consapevolezza non c’è, allora prepariamoci al peggio. E infatti i cristiani sono, e so che da qualche parte c’è sempre un resto d’Israele, servi sciocchi del nostro tempo».

Insomma, che cosa manca?
«Manca il brivido davanti a una vicenda cosi grande, incommensurabile. Io vedo nei musei le scolaresche che sostano davanti ai quadri con soggetto religioso».

Ce l’ha pure con i liceali?
«No, ce l’ho con i loro professori e non solo con loro. Questi giovani ricevono nozioni di natura estetica, ma poi se ti avvicini e chiedi loro: chi è quel santo? È il Battista? È Paolo? È Giovanni? Ti guardano con occhi sbarrati, non sanno nulla, sono smemorati come il nostro tempo».

Cacciari, ma lei è sicuro di non credere?
«Il filosofo non può credere».

Questo, con rispetto, lo afferma lei.
«Il filosofo non può accettare la lezione cristiana, però è inquieto e riflette».

Dunque lei prega?
«La ricerca a un certo punto si avvicina alla preghiera. Certo, il fedele è convinto che la sua preghiera sia ascoltata, il filosofo prega il nulla. Però resta stupefatto davanti al mistero. E lo assorbe, come ho fatto nel mio ultimo libro su Maria: Generare Dio. Pensi, una ragazzetta che è madre di Dio. Da non credere, anche per chi ci crede».

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Natale, dal Marocco una lezione ai laicisti italiani

Posté par atempodiblog le 30 novembre 2017

Natale, dal Marocco una lezione ai laicisti italiani
di Souad Sbai – La nuova Bussola Quotidiana

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Dove non arriva la forza delle parole, di sicuro arriva quella delle immagini. Non per chi è libero e non ha bisogno del politicamente corretto per orientarsi nella vita, ma di sicuro per chi di questo aberrante concetto fa abuso. Succede che alcune istantanee di un mio breve soggiorno in Marocco, Paese per chi non lo sapesse a maggioranza islamica, facciano il giro dei social e solo perché dietro di me ci sono degli alberi di Natale, strade addobbate e aria di festa.

Lo ripeto e lo riscrivo: Marocco. Non passa un minuto dopo la pubblicazione delle foto sui miei profili social che il paradosso appare in tutta la sua gigantesca portata: qui in Italia nelle scuole si vietano presepe e canti di Natale, a Rabat come a Casablanca il Natale non solo si mostra ma addirittura ti acceca.

Ogni Natale, e in questo purtroppo so di non dire una cosa nuova, si sentono i servi del pensiero unico dire che sarebbe ora di abolire ogni festa religiosa dalle scuole, che se si festeggia il Natale qualche bimbo si sentirebbe umiliato perché la sua religione verrebbe ad essere, per così dire, offesa. E leggo, anche su ‘autorevolissimi’ giornali che si vantano di combattere le fake news del web ma ne sfornano almeno altrettante, che è arrivato il momento di laicizzare tutto, di essere “neutri” rispetto alla religione. Buonismo delirante all’ennesima potenza, che è esso stesso un paradosso prima ancora del modo con cui tratta certi temi.

Ora faccio una domanda e sfido chiunque stia leggendo questa mia riflessione a tirare fuori un nome: al netto di pagliacci, pagine fake e fenomeni da baraccone, avete mai sentito una persona di religione islamica (che sa di cosa si parli) chiedere l’abolizione dei canti di Natale? Ecco, rispondere a questa domanda ci porta diretti alla fonte del paradosso vergognoso a cui assistiamo: e cioé che sono solo i buonisti italiani a chiedere che questo accada. Perché i bimbi, di qualsiasi religione siano, non chiedono laicismo ma solo di giocare con i propri compagni e comprendere la realtà attorno a loro.
Perché l’estremismo, questo lo ripeto da anni, ha fatto più breccia (con mezzi e risorse che conosciamo) nella mente di una certa elite salottiera, che si fa paladina di diritti che nemmeno i presunti destinatari hanno mai richiesto.

Gli alberi di Natale pieni di luci e di palline colorate in Marocco sono l’esempio più lampante della clamorosa mistificazione che questi signori chiamano rispetto politicamente corretto del multiculturalismo. E tutto questo, ovviamente, sulla pelle di chi non può difendersi e non può replicare, come i bambini. Lo ripeto, di qualsiasi etnia o religione siano. Che vengono strumentalizzati senza vergogna per l’ossequio al pensiero unico che strappa via radici e distrugge, questo sì, ogni diritto. La potenza delle immagini, di ciò che non si può confutare ad arte: la verità.

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Un libro per immunizzarsi dalla calunnia anti-cristiana

Posté par atempodiblog le 28 novembre 2017

Un libro per immunizzarsi dalla calunnia anti-cristiana
di Anna Bono – La nuova Bussola Quotidiana

Un libro per immunizzarsi dalla calunnia anti-cristiana dans Articoli di Giornali e News Indagine_sul_Cristianesimo._Come_si_costruito_il_meglio_della

Natale si avvicina e gli attacchi ai cristiani si intensificano, ormai in gran parte del mondo. Nei paesi in cui sono una minoranza, le aggressioni e le  intimidazioni si fanno più frequenti, aumenta il rischio di attentati nelle chiese durante le cerimonie religiose. In quelli di tradizione cristiana si moltiplicano gli atti di intolleranza nei confronti dei simboli, dei riti, delle celebrazioni che da sempre preparano e accompagnano le feste natalizie: presepi, recite, canti. A Udine ad esempio, quest’anno, la proposta di alcuni cittadini di donare a Borgo Stazione un presepe ha suscitato la reazione indignata di un consigliere comunale. Ecco la motivazione del rifiuto: “perchè è un simbolo che richiama la tradizione esclusivamente cattolica di cui io non mi sento parte. Ci sono altri simboli molto più inclusivi che rappresentano tutti e tutte. Questa invece è una proposta fatta per andare contro qualcosa e qualcuno, una proposta per creare conflitto”.

Escludere i simboli cristiani come se fosse una prepotenza, una provocazione mostrarli è il primo atto di intolleranza. Poi si passa a sradicare la religione cristiana, eliminando dalla vita quotidiana gli atti pubblici di devozione: è l’intenzione di disposizioni come quella del dirigente scolastico che a Palermo ha proibito nel proprio istituto la recita delle preghiere e ha ordinato la rimozione di statue e immagini religiose. L’ulteriore livello di intolleranza, che prelude alla persecuzione vera e propria, lo raggiunge chi non si limita a ignorare il ruolo svolto dalla religione cristiana attraverso i secoli, ma accusa i cristiani, in Italia i cattolici, di aver reso il mondo peggiore e, se questa accusa non regge, imputa loro almeno la colpa di non aver combattuto per un mondo più giusto e libero.

Si riversano sui cristiani disprezzo e risentimento per aver impedito – così si sostiene – il progresso scientifico, aver umiliato le donne, ammesso la schiavitù e anzi aver partecipato alla tratta degli schiavi, torturato e bruciato milioni di streghe, combattuto religioni e popoli inermi in  nome di Dio con le Crociate, giustificato le stragi degli indigeni, a milioni, in Africa e nelle Americhe.

Spesso i fedeli subiscono queste accuse senza replicare, credendole almeno in parte se non del tutto giustificate, provando a scusare il comportamento della Chiesa e dei cristiani con il fatto che erano altri tempi, che il clima culturale era diverso…

Succede perchè i nemici del cristianesimo hanno falsato la storia nel corso dei secoli, mentendo senza scrupoli e sommergendo di calunnie i fatti. La verità riaffiora tuttavia, grazie al lavoro degli storici fedeli alla loro missione di studiosi, che recuperano dati, testimonianze, documenti. Si deve a loro se i cristiani oggi sono in grado di opporre argomenti fondati a chi diffama il cristianesimo. Non approfittare del loro contributo non solo priva i cristiani della possibilità di difendere la loro religione, ma impedisce loro di capire fino in fondo che cosa ha significato per l’umanità, tutta, l’avvento del Cristianesimo.

Lo storico Francesco Agnoli nel suo libro Indagine sul Cristianesimo. Come si è costruito il meglio della civiltà (La fontana di Siloe, 2014) propone per capirlo un mezzo efficace e tutto sommato semplice: il confronto tra il mondo prima e dopo il Cristianesimo e tra la civiltà che dal Cristianesimo è stata forgiata, quella occidentale, e il mondo oltre i suoi confini, là dove il Cristianesimo non è penetrato portando la propria rivoluzione antropologica, sociale, politica, economica e culturale.

Si scopre così – spiega Agnoli -  che l’Incarnazione di Cristo non è stato un evento straordinario solo per chi vi crede, ma ha avuto ripercussioni sulla vita dei popoli e degli individui in generale. Il cristianesimo infatti ha liberato l’uomo antico dalle superstizioni e dalle paure che lo immobilizzavano; ha introdutto l’idea di libertà e di eguaglianza; ha cambiato il modo di guardare gli schiavi, le donne, i bambini, i malati”. Contrariamente a quanto molti affermano, “la nuova religione ha favorito la nascita della scuola e dell’università, la diffusione degli ospedali e l’affermarsi della scienza moderna, proponendo un umanesimo pieno e universale, fatto di solidarietà, compassione e dialogo”.

Preziosi nel libro sono i capitoli che illustrano la posizione assunta dal cristianesimo nei confronti degli schiavi, appunto, delle donne e delle altre categorie sociali ritenute e trattate da inferiori, come le abbia difese e protette, quanto si sia battuto per loro, per dotarli di pari dignità. Più ancora lo sono le pagine in cui l’autore descrive il Cristianesimo smentendo la rappresentazione oppressiva che se ne vuole dare: religione della libertà – “liberi tutti gli uomini perché figli di Dio – e del sì – alla volontà del Padre, alla vita, all’amore e alla fiducia nel prossimo – in contrasto con una dominante “cultura del no alla vita”, che vanta come conquiste di libertà l’aborto, il divorzio, la droga, l’eutanasia.

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Silenzio, adorazione, preghiera. La lezione dei bambini

Posté par atempodiblog le 21 novembre 2017

Silenzio, adorazione, preghiera. La lezione dei bambini
di Aldo Maria Valli
Tratto da: Aldo Maria Valli Blog

Silenzio, adorazione, preghiera. La lezione dei bambini dans Fede, morale e teologia Adorazione_del_Santissimo_Sacramento

Oggi Santa Subito mi ha raccontato una bella esperienza con i suoi bambini del secondo anno di catechismo.

I ragazzini sono tredici, di nove anni. L’argomento affrontato è «La chiamata». Prima nel Vecchio Testamento, poi nel Nuovo.

Dopo aver approfondito la conoscenza della storia di Abramo, è il turno di Mosè: la sua origine, la vita, i problemi di balbuzie, l’episodio dell’uccisione di un sorvegliante che picchiava uno schiavo ebreo. E poi Mosè chiamato da Dio, che si manifesta come fuoco nel roveto ardente.

Mosè accetta di avvicinarsi mosso prima di tutto dalla meraviglia e dalla curiosità. Il roveto arde misteriosamente e lui vuole capire perché. Dio si presenta, spiega di essere il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe, e Mosè, che si sente inadeguato, prova paura, tanto che si copre il volto, come è naturale in un simile frangente.

Il racconto ci riguarda, spiegano le catechiste ai bambini, perché dimostra che Dio, per manifestarsi, può scegliere anche un uomo tutt’altro che esemplare, un pastore che ha un sacco di difetti, si è reso responsabile di un omicidio, ha problemi nell’esprimersi e, cresciuto con gli egiziani, non conosce il Dio del suo popolo. C’è anche un faraone che se la prende con gli ebrei e li perseguita, il che dimostra che certe difficoltà di convivenza non sono poi una novità.

E che cosa chiede Dio a Mosè? Di togliersi i sandali, perché è su terreno sacro.

E lo stesso fanno le catechiste. Portano i bambini in cappella, dove, davanti al tabernacolo, è stato steso un tappeto. Invitano a togliersi le scarpe che, è stato spiegato, rappresentano le sicurezze. Raccomandano anche silenzio assoluto e dignità nel comportamento: niente mani in tasca, niente bocche che masticano chewing gum, niente giochi e dispetti.

Ed ecco la sorpresa: i bambini, che in genere faticano a mantenere il silenzio e a rispettare le regole, capiscono immediatamente che la situazione è speciale, che lo spazio e il tempo nei quali stanno entrando non sono quelli usuali, e fanno come le catechiste hanno chiesto.

Ai bambini in precedenza è stato spiegato che Mosè, nel rapporto con Dio, sviluppa con lui una familiarità. Con Dio noi possiamo parlare, perché non è un’entità lontana e imperscrutabile, ma è Padre. E quando parliamo con Dio? Quando preghiamo, risponde un bambino. Bravo!

Quattro le preghiere insegnate ai bambini: mio Dio, aiutami a sentirti; aiutami a seguirti; aiutami a capire; aiutami a diventare grande, a conoscerti sempre meglio.

Ogni bambino ha scelto una preghiera ed ora, nella cappella, davanti al tabernacolo, sul tappeto, senza scarpe e in ginocchio, è il momento di rivolgerla a Dio. Lì c’è la lucina rossa: vuol dire che Gesù è presente. Lui ci ascolta e ci accoglie.

I bambini, prima di recarsi in cappella per un momento tanto speciale, hanno lasciato tutto in aula: lo zainetto, la cartelletta che contiene il «book in progress» realizzato con le catechiste, il giubbotto. Per andare lì, in quel luogo speciale, non occorre nulla e nulla ci deve distrarre.

Ed ecco la seconda sorpresa: i bambini si trasferiscono dall’aula alla cappellina con parecchio disordine, ma una volta entrati, vedendo il gruppo che li precede in preghiera, cambiano atteggiamento. Arriva il loro momento, si tolgono le scarpe, si inginocchiano sul tappeto davanti all’altare e restano silenziosi e concentrati. Ciascuno di loro sussurra la propria preghiera, senza disturbare gli altri. Capiscono che stanno vivendo un momento diverso da tutti gli altri, un momento straordinario. Capiscono che lo spazio e il tempo del sacro richiedono un atteggiamento che non può essere il solito.

Con lo sguardo rivolto al tabernacolo, la preghiera è sussurrata più volte: mio Dio… mio Dio…

Poi, a un cenno della catechiste, si esce. Di nuovo in silenzio, scalzi, si torna in classe. Ecco i genitori, arrivati per prelevare i loro bambini. Ma nessuno dei ragazzini si mette a correre e a schiamazzare, come avviene di solito. L’«effetto-sacro», se vogliamo chiamarlo così, è ancora operante. I bambini sono consapevoli di aver vissuto attimi di una qualità straordinaria.

E infine un’altra sorpresa. C’è un bambino che piange. Che succede? Perché? Le catechiste chiedono, e lui risponde: sta bene, non ha paura, non è triste. «Mi sono emozionato», spiega con candore.

Ma questi sono gli stessi bambini che di solito fanno chiasso, si concentrano con difficoltà, si distraggono? Sì! Nessuno li ha sostituiti! Tra loro c’è anche un bimbo iperattivo. Eppure hanno capito molto bene che il tempo e lo spazio del sacro sono un’altra cosa, che c’è un atteggiamento consono alla preghiera e all’adorazione. Hanno capito molto bene la richiesta di togliersi le scarpe, di stare in silenzio e in ginocchio, di rivolgersi a Dio con la preghiera personale, soltanto sussurrata ma fortissima perché proveniente dal cuore.

«Davvero non immaginavo – dice Santa Subito – che avremmo ottenuto questo risultato. Pensavo che mantenere il silenzio sarebbe stato difficile e che la richiesta di pregare si sarebbe trasformata in occasione per l’ennesimo gioco. Invece i bambini hanno risposto dimostrando di avere in loro una naturale predisposizione al sacro, al dialogo con Dio, all’adorazione».

E in tutto questo c’è una lezione.

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Morto il rabbino Giuseppe Laras. Un maestro «figlio della Shoah»

Posté par atempodiblog le 16 novembre 2017

Morto il rabbino Giuseppe Laras. Un maestro «figlio della Shoah»
Nato a Torino nel 1935, da piccolo era scampato allo sterminio. Operò con il cardinale Martini per il dialogo interreligioso. Era una delle maggiori autorità spirituali ebraiche
di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera

Morto il rabbino Giuseppe Laras. Un maestro «figlio della Shoah» dans Articoli di Giornali e News Giuseppe_Laras

«La distruzione degli ebrei d’Europa ha sfiorato la mia esistenza, segnandola per sempre. Misteriosamente, grazie alla forza e al coraggio di mia madre, il Santo e Benedetto ha voluto che sopravvivessi agli orrori e alle ceneri della Shoah». Rav Giuseppe Laras, scomparso il 15 novembre a 82 anni, sapeva che stava per morire: «La mia malattia sta avanzando inesorabilmente», ha scritto nel testamento spirituale destinato agli amici. Così, negli ultimi giorni, il suo pensiero è tornato all’istante muto che ha deciso il corso della sua vita.

È stato un maestro, un’autorità in Europa e nel mondo, per venticinque anni rabbino capo di Milano. L’amicizia con il cardinale Carlo Maria Martini — fece arrivare un sacchetto di terra da Israele per posarlo nella sua tomba — ha segnato forse il punto più avanzato del dialogo tra ebrei e cristiani. La vita di fede ne ha fatto uno dei massimi studiosi di filosofia ebraica, in particolare di Maimonide, fino al capolavoro Ricordati dei giorni del mondo (Edb, 2014), summa in due volumi di un pensiero plurimillenario dalla Bibbia ad Hannah Arendt.

Eppure, prima di tutto questo, c’è stata quella mattina del 2 ottobre 1944, il giorno della cattura. Aveva nove anni e stava nascosto con sua madre in casa della nonna, a Torino. «Era il primo giorno di scuola, un lunedì», raccontava al «Corriere». «Una volta le scuole ricominciavano in ottobre». Non per gli ebrei, nell’Italia delle leggi razziali. «Dalle persiane chiuse vedevo alcuni bambini con le cartelle». Più tardi i fascisti bussarono alla porta. «Era stata la portinaia a fare la spia, pagavano cinquemila lire a ebreo».

Il rabbino Laras ne parlava di rado, la voce arrochita. «Quando ci ripenso rivivo quell’atmosfera, è come se fossi sempre stato lì. Mi si chiude la gola, mi viene da piangere». I fascisti erano due, «mia madre aveva da parte ventimila lire e trenta pacchetti di sigarette, glieli diede e disse: lasciate andare il bambino. Loro si misero tutto in tasca e ci portarono via».

Uno degli aguzzini teneva per mano il bambino nel percorso lungo via Madama Cristina verso l’Hotel Nazionale, dove aveva sede la Gestapo. Il momento che Laras avrebbe ricordato per tutta la vita fu all’incrocio con corso Vittorio Emanuele, nient’altro che uno scambio di sguardi. «L’accordo era che mi lasciasse andare, ma quell’uomo sembrava non allentare la presa. Guardai mia mamma, mi liberai con uno strattone e corsi via: fu l’ultima volta che le vidi, lei e la nonna».

Giuseppe Laras non ha mai smesso di essere quel bambino. Nel testamento si definisce «figlio della Shoah», ricorda «la commozione e l’euforia» per la nascita di Israele nel 1948, ma anche «le angosce che assalirono me, come molti altri tra noi, sino all’ora presente, in relazione alla sopravvivenza del nostro piccolo Stato». Da allora, «nel silenzio o nella nescienza delle più grandi nazioni, abbiamo assistito alla persecuzione e alla cacciata di centinaia di migliaia di ebrei dai Paesi islamici, ove molti di costoro risiedevano da secoli, talora ben prima dell’avvento dell’Islam».

Il tono è angosciato: «Oggi sono testimone del sorgere di una nuova ondata di antisemitismo, specie nella sua ambigua forma di antisionismo, del tradimento delle sinistre e del rapido declino intellettuale e morale della civiltà occidentale. Nuove sfide e nuove angosce si stanno proiettando sul nostro mondo». Anche il dialogo ebraico cristiano, «se vuole continuare, deve progressivamente uscire dalle ambiguità su Israele».

La stessa Giornata della Memoria, celebrata il 27 gennaio, va «ripensata» rispetto «all’attualità dell’antisemitismo contemporaneo», alla sua complessità: «È necessario ricordare, anche a taluni nostri intellettuali e storici che contribuiscono all’aumento dell’assordante confusione, che l’antisemitismo non è né una forma particolare di razzismo o intolleranza, né, tantomeno, risulta confinato ai soli totalitarismi di “destra”. L’antisemitismo è specifico».

Qualche anno fa, raccontava Laras, andò a vedere il lager nazista dove avevano ucciso la madre e la nonna. «Per tanto tempo non mi era riuscito. Mia figlia mi ha detto: papà, ti accompagno io. Lì ho scoperto che la mamma è morta il 29 dicembre del 1944. Di Ravensbrück non è rimasto quasi niente. Lo hanno smantellato. Accanto c’era questo laghetto, carino, con le barche. Un contrasto che faceva male. Ma sono contento di esserci andato».

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Il tabacco portato in Italia dalla Chiesa: Urbano VIII lo vietò, Roncalli fumava

Posté par atempodiblog le 11 novembre 2017

La storia
Il tabacco portato in Italia dalla Chiesa: Urbano VIII lo vietò, Roncalli fumava
Pio IX, che si concedeva qualche sigaretta, disse a un cardinale: «Se fosse un vizio, eminenza, lei lo avrebbe»
di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera

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CITTÀ DEL VATICANO «Cosa vuole, ormai siamo sempre meno…». Un alto prelato, ai vertici di uno dei dicasteri più importanti della Curia romana, ne parla con timore e tremore, neanche fosse il «fumo di Satana» evocato da Paolo VI. E invece è solo qualche sigaretta, fumata di nascosto. «A volte ti vergogni anche un po’», sospira. I tempi sono cambiati, pure nella Chiesa. E pensare che è cominciato tutto dal Vaticano. In principio, a Roma, il tabacco veniva chiamato «erba Santacroce», dal nome del porporato che lo aveva portato per primo in Italia nel XVI secolo. Il cardinale Prospero Santacroce era stato nunzio a Lisbona e in Portogallo aveva conosciuto un altro diplomatico, Jean Nicot, finissimo studioso della lingua francese che non avrebbe mai sospettato di poter essere ricordato dai posteri, con buona pace del suo Dizionario, per un alcaloide: la nicotina, appunto. Il buon Nicot aveva spedito del tabacco a Parigi nel 1550, dieci anni più tardi il cardinale Santacroce donò a Papa Pio IV alcuni semi di quella pianta del Nuovo Mondo.

La prima manifattura
I primi a coltivarla furono i monaci cistercensi nelle campagne romane. Se ne esaltavano le virtù medicinali. E si tendeva ad esagerare: gente che fiutava, masticava o fumava perfino in chiesa, durante le messe. Papa Urbano VIII arrivò a minacciare la scomunica (nel 1624) e fu costretto, come il successore Innocenzo X, a vietarne l’uso a San Pietro. Subito dopo, però, fu Alessandro VII a creare il primo monopolio di tabacco in Europa, nel 1655, con una «privativa» che assegnava la produzione ai fratelli Michilli, in Trastevere. Nel 1742 un altro Papa, Benedetto XIV, faceva costruire una nuova fabbrica pontificia di tabacco affidandone il progetto a Luigi Vanvitelli, l’architetto della reggia di Caserta. A Pio IX si deve invece, nel 1860, la costruzione della grande Manifattura che riuniva tutti gli impianti romani nell’attuale piazza Mastai.

Vizi o eccessi
Lo Chiesa, del resto, non ha finora condannato l’uso del tabacco in sé ma il suo «eccesso». A proposito di «rispetto della salute», il Catechismo accenna al fumo nella parte dedicata al quinto comandamento, «non uccidere», numero 2290: «La virtù della temperanza dispone ad evitare ogni sorta di eccessi, l’abuso dei cibi, dell’alcool, del tabacco e dei medicinali». Ci sono stati pure dei Papi che ne facevano uso, se è per questo. È celebre l’aneddoto di Pio IX, che amava fiutare tabacco; ne offrì un poco ad un cardinale che declinò dicendo «santità, non ho questo vizio». Si racconta che Papa Mastai non l’abbia presa bene: «Se fosse un vizio, eminenza, lei lo avrebbe». San Giovanni XXIII era un blando fumatore, almeno da monsignore e cardinale, una foto ai tempi della nunziatura di Parigi lo ritrarre con una sigaretta fra le dita. Una versione più addolcita riconduce il tutto a una questione di cortesia: da fine diplomatico, per mettere a loro agio gli ospiti fumatori, offriva loro le sigarette accendendone una per primo. La stessa cortesia che portava Paolo VI a far sistemare un portacenere se aveva invitati a cena. Roncalli, peraltro, non è l’unico santo accostato al tabacco. Si narra che san Giuseppe da Copertino, nel Seicento, vi vedesse un rimedio contro le tentazioni della carne. Padre Pio non disdegnava il tabacco da fiuto.

Papa Luciani e il fumo bianco
Anche nelle regole rigidissime del conclave non sono previsti divieti di sorta. A chi glielo chiedeva, nel 2013, padre Federico Lombardi spiegava che i cardinali «sono liberi di fumare» purché lo facciano «nei luoghi aperti e non in quelli comuni». Al conclave che elesse Giovanni Paolo I, nell’agosto del 1978, il cardinale di Madrid Vicente Enrique y Tarancón, fumatore incallito — morirà nel ‘94, a ottantasette anni — si portò una scorta adeguata di sigarette, si sa mai quanto possa durare. Dopo l’elezione, per sua fortuna rapida, alla fine della cena con il nuovo Papa chiese il permesso di accenderne una. Papa Luciani ci pensò su e infine rispose: «Lei può fumare, eminenza, ma ad una condizione: che il fumo sia bianco!».

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Europa nelle tenebre

Posté par atempodiblog le 8 novembre 2017

Europa nelle tenebre
Per Hegel il cristianesimo era “il fattore decisivo nella storia del mondo”. Un’idea ormai desueta
di Giuseppe Bedeschi – Il Foglio
Tratto da: Radio Maria

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Per Hegel il cristianesimo era “il fattore decisivo nella storia del mondo”. Un’idea ormai desueta. « Se la chiesa cristiana non fosse esistita, il mondo intero sarebbe stato abbandonato alla pura forza materiale.

L’idea d’Europa: come è sorta, come si è formata, come, in una certa fase della storia, è diventata coscienza vivente delle élite colte dei popoli europei? Dice Lucien Febvre, nella sua classica ricerca su L’Europa. Storia di una civiltà (testo di un corso tenuto al Collège de France, nei drammatici anni 1944- 45): “Chiamo Europa, semplicemente, una unità storica, comparsa nella storia, sappiamo esattamente quando, giacché l’Europa in questo senso, così come noi la definiamo, come la studiamo, è una creazione del Medioevo”. Questa Europa non si definisce dall’esterno in base a stretti confini geografici, cioè facendo riferimento a mari, a monti, a fiumi ecc. “Si definisce dall’interno (…), con le grandi correnti che non cessano di attraversarla, e che la percorrono da lunghissimo tempo: correnti politiche, economiche, intellettuali, scientifiche, artistiche; correnti spirituali e religiose”. In questo complesso intreccio il cristianesimo è stato l’elemento caratterizzante e decisivo. I francesi, i tedeschi, gli inglesi, gli italiani, i fiamminghi, si sono sentiti, in primo luogo e soprattutto, cristiani. “Tutti gli uomini dell’occidente – dice Febvre – [furono] immersi nella medesima famiglia cristiana”. Il cristianesimo, i movimenti cristiani, le correnti cristiane, hanno avuto un ruolo immenso nella storia dell’occidente. Durante tutto il Medioevo, “l’azione potente del cristianesimo, vale a dire l’azione potente di una organizzazione cristiana, di un proselitismo cristiano, di una devozione cristiana, di un pensiero e di una filosofia cristiani (…), ha contribuito a dare agli europei una coscienza comune, una coscienza che sovrasta le frontiere che li separano, e che, laicizzatasi a poco a poco, è diventata una coscienza europea”.

In Voltaire, come osserva Chabod, l’ostilità per il cristianesimo travolge i valori essenziali della religione

Si ponga mente, d’altronde, ai processi storici che stanno a monte di tutto ciò. L’Europa sorge quando crolla l’impero romano. Le invasioni barbariche e i loro insediamenti nell’Impero d’occidente preparano una costellazione spirituale e politica nuova. Sorgono la civiltà gallo-romana, ibero-romana, britannoromana, germano-romana, e però gli uomini che elaborano queste civiltà si convertono in massa alla religione cristiana, ne fanno la loro religione. Tale costellazione spirituale nuova si afferma lentamente nel VII e nell’VIII secolo, finché, sulla soglia del IX secolo, nell’800, essa trova la sua prima espressione politica: l’impero carolingio. Certo, l’Europa carolingia non è la nostra Europa. Quest’ultima è ben più estesa: essa comprende la Spagna, il mondo anglosassone, e oltre alla Germania, il mondo slavo del nord, i Balcani, ecc. “Tuttavia – dice Febvre – l’Europa carolingia è il cuore, è il lievito che ha fatto fermentare la pasta europea. E’ attorno all’Europa carolingia che si è costruita la nostra Europa”. Ma attenzione: l’estensione dell’impero di Carlo Magno è la stessa della chiesa di Roma. “Questo impero si estende, così com’è, esattamente su tutti i paesi che riconoscono nel papa di Roma il vicario di Cristo, il capo della vera chiesa. Al di fuori ci sono gli infedeli, i seguaci di Maometto”. In questo quadro, l’incoronazione a Roma di Carlo Magno, fatta dal Papa Leone III, in San Pietro, nella notte di Natale dell’800, è un avvenimento spiritualmente e politicamente decisivo. L’imperatore si presenta come difensore della chiesa e della cristianità, e come evangelizzatore dei popoli pagani. Non a caso, del resto (e si veda a questo proposito l’importante libro di Federico Chabod, Storia dell’idea di Europa, 1961), la parola Europa ricorre nella terminologia dell’età di Carlo Magno, il quale viene definito “rex pater Europae”, “Europae venerandus apex”. E il contenuto morale di questa Europa è la “ecclesia romana”, il “regnum sanctae ecclesiae”.

Ma è solo nel XV e nel XVI secolo che il termine “europeo” entra largamente nell’uso. Nel XV secolo tale termine figura negli scritti Enea Silvio Piccolomini (Papa Pio II). All’inizio del 1600 il duca Sully parla di una “repubblica cristianissima d’Europa” (repubblica nel senso di comunità politica). Certo, la “christianitas” è assente in Machiavelli, che pure afferma in modo netto e pregnante l’idea di Europa (che egli contrappone all’Asia: perché in Europa ci sono repubbliche e monarchie non assolute, mentre in Asia ci sono solo monarchie assolute, sicché qui uno solo comanda e tutti gli altri sono servi). E assai marcata sarà la laicizzazione dell’idea di Europa nell’Illuminismo: basti pensare a Voltaire, nel quale – dice giustamente Chabod – l’ostilità per il cristianesimo travolge i valori essenziali della religione. E tuttavia, anche in alcuni grandi esponenti dell’Illuminismo l’idea d’Europa viene associata ai valori religiosi cristiani. L’esempio più insigne è quello di Montesquieu. Nello Spirito delle leggi (1748) il cristianesimo appare la religione che meglio si accorda con il governo temperato, mentre la religione musulmana e i riti cinesi si accordano con il dispotismo. Spiega assai bene Chabod: “Ora, chi tenga presente che il nocciolo centrale, continuo, del pensiero di Montesquieu è proprio l’odio contro il dispotismo e l’amore della libertà, vedrà subito che cosa significhi per lui dire che il cristianesimo è la religione dei governi temperati: più consono alla monarchia il cattolicesimo, più consono alla repubblica il protestantesimo, ma, insomma, entrambi lontani dall’arbitrio del dispotismo”. Di qui, per Montesquieu, la superiorità dell’Europa, della civiltà europea, che egli esprime in termini chiarissimi: “Se diamo un’occhiata, egli dice, a quello che avviene attualmente nel mondo, vedremo che quanto l’Europa predomina sugli altri tre continenti, e fiorisce, mentre il resto del mondo geme nella schiavitù e nella miseria, tanto essa è più illuminata, in proporzione, delle altre parti, dove le lettere sono immerse in una notte più profonda”. Anche se si guarda al passato, “la storia non offre nulla che possa essere paragonato al grado di potenza cui l’Europa è pervenuta”. E perciò “si deve rendere omaggio ai nostri tempi moderni, alla ragione presente, alla religione di oggi [NB], alla nostra filosofia, ai nostri costumi”. Ecco, dunque, su che cosa si fonda l’indiscutibile primato dell’Europa sugli altri continenti: sulla connessione fra religione cristiana e pensiero politico, fra cristianesimo e istituzioni politiche.

L’attualità del discorso di Benedetto Croce pronunciato nel 1942, i paragoni con la realtà contemporanea secolarizzata

Questa connessione ritorna, con grandissima forza, nel pensiero di Hegel. Il quale concepisce la religione come ciò che fonda e caratterizza la società e lo stato. “Nella religione (…) – egli dice – si esprime nel modo più semplice il principio essenziale di un popolo, così come su di essa si fonda tutta l’esistenza del popolo medesimo. Per questo lato la religione sta nel più stretto rapporto col principio statale. (…) Per questo riguardo si dice a buon diritto che lo stato si basa sulla religione”. “La religione dev’essere dunque considerata come trapassante di necessità in costituzione, in reggimento mondano, in vita terrena”. Detto ciò, incomincia il grande discorso di Hegel sul cristianesimo, “questo fattore decisivo della storia del mondo”. Il cristianesimo è la più alta fra le religioni, la più pura, la più profonda, e le sue conseguenze, sociali e politiche, sono state straordinarie. La religione cristiana è per Hegel una religione una religione altamente speculativa. In essa, infatti, Dio (il puro Spirito) cessa di essere un astratto al di là, in quanto appare nel mondo terreno, si incarna nel proprio Figlio, Gesù. Ma attraverso il calvario della Crocifissione, Gesù Cristo muore in quanto uomo singolo e ritorna al Padre suo, a Dio, cioè ritorna a essere puro Spirito.

Gli uomini devono identificarsi con la figura del Cristo, con la sua incarnazione-morte-resurrezione, e così spogliarsi della loro naturalità, prendere coscienza dei propri peccati, superarli col pentimento, e così trionfare sulla carne, conseguire la salvezza eterna nel regno dello Spirito. In Cristo l’uomo è redento e riconciliato. “In lui – dice Hegel – è infatti riconosciuto il concetto dell’eterna verità, che l’essenza dell’uomo è lo Spirito, e che solo spogliandosi della sua finitezza e affidandosi alla pura coscienza egli raggiunge la verità. Cristo, l’uomo come uomo, in cui è apparsa l’unità dell’uomo e di Dio, ha fatto vedere con la sua morte, anzi con tutta la sua storia, la stessa eterna storia dello Spirito. Una storia che ogni uomo deve percorrere in se medesimo per esistere come Spirito, o per divenire Figlio di Dio, cittadino del suo regno”.

“Se la chiesa cristiana non fosse esistita, il mondo intero sarebbe stato abbandonato alla pura forza materiale”, diceva Guizot

Le conseguenze sociali e politiche del cristianesimo sono, per Hegel, enormi. Con esso sorge infatti per la prima volta nella storia del mondo l’idea dell’universalità ed eguaglianza della natura umana: tutti gli uomini, in quanto creature di Dio, anno la stessa dignità; tutti gli uomini sono oggetto dell’amore di Dio; tutti gli uomini cercano conforto e pace in Dio. Dice Hegel in un bellissimo passo: “Completamente scevro di ogni particolarità individuale, l’uomo, in sé e per sé, e cioè già per il solo fatto di essere uomo, ha quindi un valore infinito, e appunto questo infinito valore abolisce ogni particolarità di nascita e di patria. Egli non conta in quanto ebreo o in quanto greco, o per alta o bassa estrazione: conta in quanto uomo. Dove il cristianesimo è reale, non ci può essere schiavitù”. E, si può aggiungere, dove il cristianesimo è reale le istituzioni sociali e politiche devono basarsi sulla eguale dignità degli uomini. Lo stato dispotico è in assoluto contrasto con la concezione cristiana dell’uomo. Anche per Hegel, dunque, il cristianesimo è alla base della civiltà europea, è il fondamento delle sue istituzioni sociali e politiche razionali. “Così – afferma ancora il filosofo tedesco – la libertà nello stato riceve conferma e convalida dalla religione, in quanto il diritto elevato a morale concreta nello stato è solo l’attuazione di quel che costituisce il principio fondamentale della religione”.

Questi pensieri sono presenti anche nelle lezioni che un altro insigne esponente della cultura europea, François Guizot, dettò alla Sorbona negli anni Venti dell’Ottocento, sulla Histoire générale de la civilisation en Europe. Per il grande storico (e uomo politico) francese l’Europa cristiana era la madre della libertà, e senza il cristianesimo non sarebbe sorta l’Europa. “Non credo di esagerare affermando – diceva Guizot – che alla fine del secolo IV, e all’inizio del V, fu la chiesa, con le sue istituzioni, i suoi magistrati, il suo potere, a difendersi con vigore contro la disgregazione interna dell’Impero, contro la barbarie, a conquistare i Barbari, divenendo il legame, il mezzo, il principio di civiltà tra il mondo romano e il mondo barbarico”. Ma la chiesa poté fare questo per la sua forza morale, “una forza che riposava unicamente sulle convinzioni, sulle credenze e sui sentimenti morali, in mezzo a quel diluvio di forza materiale che in tale epoca si era precipitata sulla società. Se la chiesa cristiana non fosse esistita, il mondo intero sarebbe stato abbandonato alla pura forza materiale”.

“L’Europa si definisce dall’interno, con le grandi correnti che non cessano di attraversarla, e che la percorrono da lunghissimo tempo” (Febvre)

Un secolo dopo, in un momento angoscioso della storia europea, quando non era stato ancora sconfitto il folle sogno hitleriano di fare dell’Europa una riserva della Germania, e di distruggere le fondamenta della nostra civiltà cristiana, fu un grande pensatore italiano, Benedetto Croce, immanentista e laico, a proclamare, con alta ispirazione, che noi “non possiamo non dirci cristiani” (1942). In quel momento tragico, in cui la civiltà europea poteva essere sconfitta e schiacciata, il richiamo al cristianesimo, il ritorno al cristianesimo, per ritrovare le radici più profonde della nostra umanità, sembrarono a Croce non solo preziosi ma necessari. “Il cristianesimo – egli scrisse – è stato la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuta: così grande, così comprensiva e profonda, così feconda di conseguenze, così inaspettata e irresistibile nel suo attuarsi, che non meraviglia che sia apparso o possa ancora apparire un miracolo, una rivelazione dall’alto, un diretto intervento di Dio nelle cose umane, che da lui hanno ricevuto legge e indirizzo affatto nuovo”. Tutte le altre rivoluzioni, tutte le maggiori scoperte che segnano epoche nella storia umana, non sostengono il suo confronto, e appaiono rispetto a lei particolari e limitate. “La ragione di ciò è che la rivoluzione cristiana operò nel centro dell’anima, nella coscienza morale, e, conferendo risalto all’intimo e al proprio di tale coscienza, quasi apparve che le acquistasse una nuova virtù, una nuova qualità spirituale, che fin allora era mancata all’umanità”. Gli uomini, gli eroi, i genii che precedettero il cristianesimo, compirono azioni stupende, opere bellissime, e ci trasmisero un ricchissimo tesoro di forme, di pensieri e di esperienze; “ma in tutti essi si desidera quel proprio accento che noi accomuna e affratella, e che il cristianesimo ha dato esso solo alla vita umana”.

1942: sembra passato più di un secolo da quando queste parole furono scritte. Appartengono esse a un retaggio ormai smarrito e perduto? Se così fosse, una tenebra profonda si abbatterebbe sull’Europa.

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Su Halloween, i Santi e l’insipienza di noi cristiani

Posté par atempodiblog le 30 octobre 2017

Su Halloween, i Santi e l’insipienza di noi cristiani
di Costanza Signorelli – La nuova Bussola Quotidiana

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“Tenete a casa i vostri figli quella notte, perché – anche senza volerlo e a loro insaputa – gioirebbero e danzerebbero per il Grande Cornuto, che appunto… è un cornuto. E che non può salvarli!”. Don Ermes Macchioni, sacerdote in Fontana di Rubiera (Reggio Emilia) ed attivissimo esorcista da oltre trent’anni, sulla cosiddetta “festa” di Halloween ha le idee molto chiare: “quella è la notte più esoterica e satanica di sempre”. Eppure, non è tanto con la festa pagana che il don se la prende perché “il mondo civile può celebrare quello che vuole”, ma è con “l’insipienza e l’incoerenza di noi cristiani”. Tutt’altro che una lamentela la sua: è la semplice (e sempre meno scontata) volontà del buon pastore di condurre il gregge verso una vita cristiana radicale e ben radicata nel Vangelo. E infatti don Ermes ha dato inizio a quella che – dalle sue parti – è ormai diventata una tradizione: la grande festa dei Santi nella sera del 31 ottobre. Sera in cui, per l’appunto, il calendario liturgico cristiano segna la vigilia di Ognissanti. Così: bambini e ragazzi, adulti e piccini, si trovano tutti insieme per festeggiare nel nome e nella gloria del Signore. La Nuova Bq lo ha intervistato per approfondire questa vincente iniziativa e per fare un po’ di chiarezza su Halloween che, molto spesso, è considerata una festa innocua anche dai credenti.

Intanto, don Ermes, ci racconti: com’è questa Festa dei Santi che si è inventato?
Circa dieci anni fa, quando ancora ero parroco nella chiesa di San Michele a Sassuolo, ho capito che era necessario offrire ai bambini e ai ragazzi una proposta positiva che si contrapponesse alla sempre più celebrata notte di Halloween. Fu così che iniziai a organizzare la festa dei Santi proprio nella sera del 31 ottobre, che è in assoluto la notte più esoterica e satanista dell’anno. Qualche anno fa io ho cambiato parrocchia, ma quella festa non ha mai smesso e continua tuttora. Si tratta di un momento di aggregazione semplice e gioioso, con giochi, canti, dolci e tutto quanto si possa trovare in un’autentica festa. E però, è una festa alla luce dei Santi! Ognuno sceglie il santo che più sente vicino alla propria storia personale, per esempio quello di cui porta il nome, e poi è chiamato a dare ragione di questa rappresentazione. Si apre così un momento di gioiosa catechesi sulla vita dei santi e sulla bellezza e l’importanza che la loro vita rappresenta nella storia della Chiesa. Ma anche nella nostra storia personale: i bambini, i ragazzi devono essere educati a guardare ai santi come veri modelli di vita. Poi, chi non si traveste da santo si deve vestire esclusivamente di bianco.

Insomma mi sembra di capire: niente travestimenti da maghi, streghe o morti che camminano…
Quanti sanno davvero perché ad Halloween ci si veste così? Cosa significa? Nel rituale originale di Halloween sta scritto: « Nella vigilia di Ognissanti i defunti uscivano dai sepolcri, per tornare ancora una volta con gli amici di un tempo a godere il tepore, il conforto e la gioia dell’amicizia. Che tutti quanti siano felici e colmi di gioia. Danziamo dunque e stiamo felici per tutti i nostri fratelli che hanno già varcato la soglia……proprio come accade oggi ». No! Questa è esattamente una catechesi al contrario, una catechesi cattolica rovesciata! Non accade per niente questo perché non può accadere: non esiste un auto-risurrezione! Il cristiano non può celebrare questo, nemmeno per scherzo. I nostri defunti non ritornano; essi sono viventi in Cristo (e speriamo tutti), ma non possono tornare da noi. Siamo noi che dobbiamo raggiungere il loro mondo. Attenzione: per raggiungere il loro mondo non serve la magia di streghe e fattucchieri, ma serve seguire Cristo, imparare a vivere come Lui e a morire come Lui. Noi cristiani non celebriamo i demoni, ma i Santi che sono vivi in Cristo!

Perciò un cattolico, per la sua stessa fede, dovrebbe opporsi alla festa di Halloween?
Io non mi presento contro Halloween, ma contro l’insipienza e l’incoerenza di noi cristiani. Cioè: uno è libero di fare come crede, il mondo civile può scegliere di fare tutte le feste che vuole. Però io dico: perché noi cristiani dobbiamo prendere parte a feste pagane?

Molti le risponderebbero: “per divertirsi, per far divertire i bambini, che male c’è?”
A parte che per divertirsi e far divertire i bambini ci son ben altri modi. Per esempio: venendo all’oratorio vestiti di bianco come nella nostra festa, i bambini e i ragazzi fanno tutto quello che fanno quelli vestiti di nero, i quali invece non sanno affatto quello che stanno facendo in quella notte.

Che cosa stanno facendo?
Bisogna sapere che la magia di Halloween è ben di più. Non è solo un fatto sociologico e commerciale, ma è un evento spirituale partecipando al quale, anche solo passivamente, cioè per moda, si commetterebbe un peccato d’idolatria. Poiché si renderebbe comunque un’adorazione implicita a satana, aderendo alla festa magica di quella notte. Noi battezzati respingiamo con forza tutto questo perché amiamo e teniamo dentro un altro tipo di Speranza, che sgorga come Sorgente perenne da un Sepolcro trovato vuoto, in un’alba di splendore accecante: l’Alba Pasquale!

Perché c’entra satana?
Sempre nel rituale originale di Halloween si parla di « decorare e drappeggiare », di « canti, musiche, recitativi…che si ispirino tutti alla morte, agli spiriti, ai fantasmi e alla magia, anche se non devono essere privi di toni di conforto e piacevolezza ». E ancora: « Sull’altare va collocato, fra gli strumenti necessari, anche un elmo cornuto o qualcosa che bene rappresenti questo concetto ». Domando allora: chi rappresenta codesto elmo cornuto?!? Ecco la preghiera del rituale: « Con questo, nella santa vigilia di Samhain, ti concedo il dominio e il potere, o Grande Cornuto, Dio dei regni tenebrosi ». Allora da esorcista io dico a tutti: non si può giocare con i dèmoni, nemmeno indirettamente! Ad Allen Kardec, che è il teorizzatore dello spiritismo e lui stesso grande spiritista dell’Ottocento, gli spiriti fecero questa confessione: “Quando voi ci tendete la mano per chiedere qualunque cosa, anche la più banale, per noi è un invito a farci avanti”.

Però poi c’è un paradosso: si accolgono feste come Halloween o simili, ma si parla sempre meno del diavolo a tutti i livelli, tanto più se si tratta di bambini o ragazzini. Don Ermes, occorre parlare del diavolo? Anche ai più piccoli?
Ma certo che occorre, io sono un esorcista! I genitori dovrebbero smetterla di pensare che il diavolo faccia paura ai loro figli, anche perché i loro figli tramite internet vanno proprio a cercare queste realtà! I genitori magari non se ne accorgono, ma proprio attraverso quei telefoni che i ragazzini hanno sempre tra le mani,  loro imparano, ad esempio, come fare i medium, come fare le sedute spiritiche e fanno anche ben altro… Perciò i genitori non si accorgono che i loro figli, purtroppo, sono molto più avanti di loro. Questo è problema veramente serio che come esorcista conosco bene! E poi aggiungo un’altra cosa.

Prego.
Se la Madonna di Fatima, la prima cosa che ha fatto con i veggenti – che avevano 7, 9 e 10 anni – è stata di fare vedere loro l’inferno. Proprio Lei che è “La Madre”, la prima cosa che ha fatto è stata di portarli a vedere l’inferno. E le nostre mamme cristiane? Perché allora si trattengono da questo?

Magari per paura…
Un cristiano non deve avere paura del diavolo! E’ il diavolo che ha paura di noi cristiani! Noi dobbiamo tenercelo lontano, non dobbiamo andarlo a cercare. Ma dobbiamo anche sapere che il diavolo ha paura di noi, perché se viviamo il nostro battesimo, se lo viviamo fino in fondo, il diavolo non può toccarci! Perciò bisogna cominciare ad educare i bambini sin da piccoli, non si può cominciare quando ormai il mondo li ha avvolti: la preghiera, i sacramenti, una catechesi sulla vita morale. E bisogna anche iniziare a insegnar loro a combattere il maligno che esiste e opera: per esempio, rinunciando a far star male gli altri, rinunciando all’orgoglio, rinunciando a vendicarsi, rinunciando a tutte quelle attività che si contrappongono alla domenica come giorno del Signore, magari ridimensionando un po’ il calcio etc… Ma più che la paura, la ragione per cui non si parla più del diavolo è un’altra.

Quale?
E’ venuta a mancare la fede. E’ venuta a mancare la frequentazione ai sacramenti, in particolare la Santa Messa. Non so dalle vostre parti, ma da noi alla domenica si va a fare la spesa al centro commerciale e non c’è più tempo di andare a messa. Io sono esorcista da trent’anni ormai: prima era difficile trovare dei posseduti, erano davvero pochi. Adesso quelli che, in un modo o in altro, sono caduti nelle mani del diavolo sono davvero tanti. Il diavolo oggi si sta dando un gran da fare e credo che gioisca tanto perché la fede si è intristita, la fede è stata abbandonata. Bisogna tornare con forza ai sacramenti e alla preghiera: le vere armi della vittoria contro il male!

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Manuel, il bambino che parlava con Gesù Eucarestia

Posté par atempodiblog le 29 octobre 2017

Manuel, il bambino che parlava con Gesù Eucarestia
di Costanza Signorelli – La nuova Bussola Quotidiana

Manuel, il bambino che parlava con Gesù Eucarestia dans Articoli di Giornali e News Manuel_il_bambino_che_parlava_con_Ges_Eucarestia

Anche se nella sua giovanissima vita non avesse parlato a tu per tu con Gesù, la storia di Manuel resterebbe senza alcun dubbio un prodigio meraviglioso. Un bambino che a soli quattro anni affronta la malattia come fosse un’inesauribile storia d’Amore con il suo Gesù. Un piccoletto che offre il suo dolore innocente sino al sangue per «convertire più anime possibili». Un fanciullo che a 9 anni nasce al Cielo in festa, così sicuro del Paradiso tanto da non vedere più i confini tra Cielo e terra. Ecco, entrare nella storia di questo mistero basterebbe a sciogliere anche i cuori più induriti, «quelli che – dice Manuel - non conoscono il Tuo amore». E però quel bambino di Calatafimi, in quel paesello di 6 mila anime disperso fra le colline sicule dell’agro segestano, quel piccolo bambino, con il suo Gesù, ci parlava per davvero.

Certo, servirebbe narrare degli oltre 30 cicli di chemioterapia, del trapianto, delle operazioni e trasfusioni di sangue, delle metastasi diffuse, degli inenarrabili dolori sofferti nel dolce corpicino, ma neppure i racconti più dettagliati basterebbero per comprendere la Via Crucis che Manuel ha percorso per cinque anni, da quella mattina del 2005 in cui il piccolo si sveglia con un forte dolore alla gamba destra e una fastidiosa febbriciattola che gli toglie l’appetito. La diagnosi arriverà una manciata di giorni più tardi presso l’ospedale pediatrico di Palermo, dove Manuel viene trasportato d’urgenza per un tracollo repentino delle condizioni di salute: i referti medici parlano di “un’infiltrazione massiva di neuroblastoma di IV stadio che ha intaccato le creste iliache del bacino”. In una parola: tumore. A soli 4 anni. Eppure, leggendo le pagine del diario che mamma Enza ha ricomposto con le lettere del figlioletto e i racconti dei suoi testimoni, non si può che faticosamente arrendersi a quella che per il bambino restava una “semplice” evidenza: la battaglia di Manuel è stata gioiosa e gloriosa. In quella battaglia contro il male, combattuta con un fortezza dell’Altro mondo, in quella battaglia in cui è caduto e andato a morire, davvero Manuel ha vinto tra le potenti braccia di Dio Padre.

C’è un reale imbarazzo nel dover selezionare alcuni stralci dell’esistenza di Manuel essendo la sua vita uno sterminato campo di spiritualità incarnata, in cui si possono raccoglie i fiori più preziosi. Una spiritualità così profonda sin nella sua più tenera età. Come racconta suor Prisca, in servizio presso l’ospedale di Palermo, dove il bambino viene subito sottoposto all’operazione di asportazione del tumore e ai primi cicli di chemioterapia: «Era piccolissimo, ma prima di fare la terapia veniva sempre in cappella e incontrandomi mi diceva: « Suor Prisca, portami in sacrestia, perché voglio vedere Gesù in Croce! ». Poi teneramente le prendevo in braccio e gli mettevo la testolina vicino al tabernacolo. Era felicissimo perché voleva essere il più caro amico di Gesù. E poi recitavamo insieme il Santo Rosario e con emozione lo ascoltavo ripetere le litanie a memorie». Il racconto della sorella francescana del Vangelo, che appartiene alle prime tappe di Manuel sulla via della Croce, è rivelatore di quello che accadrà al frugoletto nei tempi a venire: attraverso la recita assidua del Santo Rosario, la Madre Celeste lo condurrà per mano da Suo figlio. La ricezione di Gesù Eucarestia diventerà l’unico vero centro della sua esistenza, sino ad arrivare – negli ultimi tempi di vita terrena – a nutrirsi del solo corpo di Cristo.

E’ infatti la Mamma Celeste che dai primissimi giorni di malattia entra nei racconti del bambino in modo insistente. Dapprima perché – dice Manuel – le Ave Maria lo fanno «stare meglio»: chiede spesso di recitarle specialmente nei momenti di dolore perché «lo fanno passare» o in quelli di paura perché «donano la forza e la pace». Ma più passa il tempo, più i racconti di quella Madre speciale prendono corpo, si fanno vividi, quasi palpabili. Come in quel pomeriggio di settembre. Manuel è esausto nel corpo per le interminabili terapie e affranto nell’animo per non poter raggiungere gli amici all’apertura dell’anno scolastico, il piccolo chiede allora alla Madonnina una consolazione speciale. Un tripudio di fuochi d’artificio imprevisti si accenderà nel cuore della notte, sotto gli occhi increduli di mamma Enza che fissa il cielo sbigottita dalla finestra dell’ospedale: solo qualche ora prima aveva teneramente compatito quel figlio così sicuro che annunciav«Questa notte ci saranno i fuochi. La Madonnina mi farà questo favore, ne ho bisogno!»Sono incalcolabili le volte in cui il bambino, ricorrendo alla Sua santa protezione, viene esaudito sopra ogni aspettativa ed è altrettanto incalcolabile l’amore che Manuel nutre per la Regina del Cielo. Ancora: il 13 ottobre 2007, sarà proprio la Lei ad aiutare il figliolo ad incontrare per la prima volta il suo grande Amico Gesù. E’ il giorno della Prima Comunione: Manuel ha solo 6 anni, ma date le allarmanti condizioni di salute ed il suo inestimabile desiderio di ricevere il Corpo di Cristo, il piccolo ottiene dal vescovo il permesso di anticipare il Sacramento dell’Eucarestia che riceverà dal cappellano, padre Mario, presso la piccola chiesa del nosocomio. La giornata tanto attesa però non promette bene, al risveglio il bambino è visitato da pesanti dolori alla gamba tanto da non potersi alzare dal letto, teme perciò di non riuscire a recarsi in cappella. Verso mezzogiorno e contro ogni previsione il male sparisce. Manuel lo spiega così: «La Madonna ha detto: “Non può Manuel prendere Gesù zoppicando”. E così ha fatto la magia e mi ha fatto guarire. Grazie, Madonnina del mio cuore!».

Ed è proprio con l’Eucarestia che iniziano gli assidui colloqui con Gesù. Ogni qual volta il bambino riceve il Corpo di Cristo cade in profonda contemplazione: se in chiesa si sdraia sul tappeto ai piedi dell’altare, se costretto a letto dalle terapie o dai dolori si copre tutto col lenzuolo, sino in viso. Quando riemerge, il fanciullo riferisce con massimo riserbo alla mamma o ai due padri spirituale – padre Ignazio Vazzana e il carmelitano fra Giuseppe – i suoi colloqui con Gesù, che negli ultimi tempi si fanno sempre più assidui e raggiungono livelli impressionanti. Difficili da decifrare e perfino da credere possibili in un bambino così piccolo. Eppure sono accaduti. Come il dopo-Comunione di una mattina di agosto: Manuel ha appena ricevuto l’Ostia consacrata da Piero, il ministro dell’Eucarestia. Dopo il ringraziamento, dice alla mamma: «Gesù nella Comunione mi ha detto una frase bellissima: “Il tuo cuore non è tuo, ma il mio ed io vivo in te».Poi aggiunge: «Non ho capito bene queste parole, me le puoi spiegare?». La mamma non sa cosa rispondere, con la testa che viene bombardata da mille interrogativi. Che cosa sta succedendo a suo figlio? In quell’istante non gli riesce che di recitare l’illuminante frase di san Paolo: «Io vivo, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (Gal. 2,20). Il bisogno di stare con Gesù si fa totalizzante tanto da spingere Manuel a supplicare il vescovo di Trapani così: «Vescovo. Desidero tanto avere Gesù Eucarestia a casa mia! Così posso adorarlo quando voglio! Non ti preoccupare, il posto dove fare il tabernacolo c’è!». Nonostante l’insistenza, la richiesta non potrà essere esaudita, ma Manuel troverà consolazione nell’ «immensa felicità di poter servire la Messa» nella cappella della Curia, vestito con la tunica della prima Comunione. Qualche tempo più tardi la supplica al vescovo si trasformerà in un accorata disposizione: «Vescovo, per favore, puoi dire ai tuoi sacerdoti di abituare tutti ad almeno cinque minuti di silenzio per poter parlare e ascoltare Gesù nel proprio cuore? Pensa all’ultima persona che fa la Comunione, non ha nemmeno il tempo di dire “Ciao” a Gesù!»Il perché lo spiegherà in un’altra lettera che il piccoletto sentirà l’urgenza di scrivere a tutti, amici e non, con la sapienza di un teologo e l’autorità di un uomo di Dio: «Gesù è presente nell’Eucarestia. Lui si fa vedere e sentire nella santa Comunione. Non ci crederete? Provate a concentrarvi, senza distrarvi. Chiudete gli occhi, pregate e parlate perché Gesù vi ascolterà e parlerà al vostro cuore. Non aprite subito gli occhi perché questa comunicazione si interrompe e non torna mai più! Imparate a stare in silenzio e qualcosa di meraviglioso succederà! Una BOMBA DI GRAZIA!».

Cardinali, vescovi, sacerdoti, consacrate o semplici laici, chiunque sia innamorato di Gesù e sente parlare di Manuel desidera conoscerlo e trascorrere un po’ di tempo in sua compagnia. La casa e l’ospedale diventano un via-vai di amici e interi conventi alzano al Cielo suppliche e lodi per questo piccolo gigante della fede. Senza dubbio uno degli aspetti che più sconvolge e converte chi gli sta intorno, è il modo in cui Manuel vive la sofferenza: è un fiore sbocciato ai piedi della Croce per adorare e abbracciare Gesù. Una Croce in cui Manuel vede con inenarrabile chiarezza la sua missione«Mamma davvero esistono persone che non amano Gesù? Dobbiamo portare a Lui più anime possibili». Amore, sacrificio e offerta di sé sono realtà inscindibili per Manuel, come spiegherà candidamente un giorno alla sua mamma: «Per amare Gesù devi pregare molto, lavorare bene, studiare e fare sacrifici per offrirli a Gesù». Scarifici? Chiederà spiegazione la madre. «Per esempio - replica il bambino - non vuoi mangiare pasta con le zucchine e tu la mangi lo stesso e lo offri per amore di Gesù»Ecco cosa racconta don Ignazio che, dall’età di 7 anni sino alla fine, lo ha seguito come padre spirituale: «Manuel mi diceva sempre che Gesù gli aveva donato la sofferenza e che aveva bisogno di essa perché insieme dovevano salvare il mondo (dal momento che Gesù lo aveva proclamato GUERRIERO DELLA LUCE). Manuel ha sempre lottato come un vero guerriero, ad imitazione di Cristo, fino al dono di tutta la sua vita per la salvezza e la conversione di tutti. Ricordo ancora in maniera viva la grande capacità di sopportazione della sofferenza che aveva, solo per amore di Gesù. Diverse volte mi chiamava la mamma dicendomi di convincere Manuel a prendere almeno la Tachipirina per alleviare i dolori grandi che aveva. Lui mi rispondeva che voleva aspettare ancora un po’ di tempo prima di prenderla perché Gesù aveva di bisogno della sua sofferenza in quel giorno per salvare le anime. Verso la fine, quando dopo la scintigrafia, i medici si accorgono di due masse tumorali in testa, Manuel ci rivela un dono grande che Gesù gli aveva fatto. Manuel in quei giorni aveva forti dolori di testa e non sapeva cosa avesse realmente. Dopo una Comunione scoppia in pianto e confida alla mamma e poi a me ciò che Gesù gli aveva detto. Noi gli abbiamo chiesto cosa avesse, dato che piangeva, e lui ci disse che Gesù gli aveva fatto un regalo speciale ed essendo felice piangeva per questo: Gesù gli aveva donato due spine della sua corona e queste le aveva ora sul suo capo. Io sono rimasto scioccato nel sentire ciò, perché questo è umanamente inspiegabile. C’è stata una coincidenza perfetta dei fatti: due masse tumorali in testa e le due spine della corona di Gesù che le erano state donate sul capo».

E però, nonostante grandi dolori e sofferenze, gli amici quasi mai lo sentono lamentarsi, a tutti ripete che sta bene e – anche nelle peggiori condizioni – trova sempre un motivo per ringraziare. Il bambino emana gioia, speranza, lode e amore per la vita, combatte con il sorriso. Eppure è sulla Croce. Arrivano gli ultimi giorni, l’agonia. I valori dell’emoglobina scendono ai minimi storici. I medici sospendono anche le trasfusioni: è il segnale della capitolazione totale. Ciò nonostante il cuore del guerriero riesce a battere ancora per quattro giorni, con meraviglia dei medici. La mamma capisce subito: “Manuel, hai fatto un altro patto con Gesù vero?”. Il piccolo fa cenno di sì: evidentemente sta offrendo le sue ultime gocce di vita per qualcuno di cui nessuno conoscerà mai il nome. Alla madre avrà disposto ogni dettaglio: in quel giorno indosserà la tunica della Prima Comunione e al posto del cuscino la sua testa dovrà poggiare sulla Bibbia al passo di Geremia (17,14) dove sta scritto: «Guariscimi, Signore, e io sarò guarito; salvami e io sarò salvato, poiché tu sei il mio vanto». Le dice anche che ella non piangerà, anzi che nessuno dovrà perdersi in pianti e schiamazzi, ma che tutti insieme dovranno raccogliersi in preghiera, sicché i suoi funerali potranno rispecchiare la grande festa che lui vivrà nei Cieli. Quei Cieli che in terra sono più aperti di quanto non si possa immaginare. Il 20 luglio 2010 Manuel nasce in Paradiso.

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Sarà beato Romano Guardini?

Posté par atempodiblog le 25 octobre 2017

Sarà beato Romano Guardini?
di Andrea Gagliarducci – ACI Stampa

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Le sue opere hanno ispirato Benedetto XVI e Papa Francesco. Ora, la diocesi di Monaco-Frisinga ha annunciato che il prossimo dicembre si aprirà la fase diocesana della sua causa di beatificazione. Comincerà così l’iter che potrebbe portare agli onori degli altari Romano Guardini, uno dei teologi di riferimento del XX secolo.

Così di riferimento che la sua biografa Hanna-Barbara Gerl lo definì “un padre della Chiesa del XX secolo”. Così di impatto che Benedetto XVI, da teologo, da cardinale e da Papa, ha detto di voler proseguire sulle strade aperte da Guardini, di cui era stato allievo. Così profondo che lo stesso Papa Francesco pensò di approfondirne il pensiero, durante i mesi che ha trascorso in Germania nel 1986.

La fase diocesana della causa di beatificazione si aprirà sabato 16 dicembre, con una Messa nella Cattedrale di Monaco.

Nato a Verona nel 1885, ma subito trasferito in Germania, a Magonza, fu ordinato sacerdote nel 1910, e ottenne il dottorato nel 1915 con una tesi su San Bonaventura, come tra l’altro fece Joseph Ratzinger molti anni dopo. Tra le sue varie opere, una serie di omelie sulla vita e la persona di Gesà Cristo, trascritte dallo stesso Guardini e confluite nel libro “Il Signore”.

Sotto il regime nazista, poté lavorare solo come istitutore privato, senza incarichi pubblici nelle università, dalla quale i nazisti lo pensionarono prematuramente. Ma in quei tempi guidò anche un movimento giovanile, il “Quickborn” (Sorgente di vita), che proponeva Cristo come guida della gioventù. Il movimento fu fonte di ispirazione per gli appartenenti al gruppo della Rosa bianca, un gruppo di studenti cristiani che si oppose alla Germania nazista in modo non violento, finché i principali membri del gruppo furono arrestati, processati e condannati a morte.

Guardini insegnò filosofia della religione a Berlino, Tubinga e Monaco. Per problemi di salute, dovette lasciare l’insegnamento nel 1962, e non poté partecipare come membro della commissione liturgia al Concilio Vaticano II. Ad ogni modo le sue idee di rinnovamento liturgico furono grande fonte di ispirazione, specialmente grazie al suo libro “Lo Spirito della Liturgia”. È stato anche uno dei cofondatori dell’Accademia Cattolica di Baviera. Morì l’1 ottobre 1962.

La prossima apertura della sua causa di beatificazione è stata annunciata il 24 ottobre dalla diocesi di Monaco-Frisinga, La diocesi ha annunciato anche che nello stesso giorno si aprirà la causa diocesana di Fritz Michael Gerlich (1883-1934), storico e giornalista convertito al cattolicesimo, oppositore del nazismo, incarcerato per questo nel 1933, trasferito nel campo di concentramento di Dachau nel 1934 e lì assassinato.

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A 100 anni dalla Rivoluzione d’Ottobre, il martirio della Chiesa cattolica in Urss

Posté par atempodiblog le 25 octobre 2017

A 100 anni dalla Rivoluzione d’Ottobre, il martirio della Chiesa cattolica in Urss
Tadeusz Kondrusiewicz (Metropolita di Minsk e Mahilëu, Bielorussia  AsiaNews

A 100 anni dalla Rivoluzione d’Ottobre, il martirio della Chiesa cattolica in Urss dans Articoli di Giornali e News A_100_anni_dalla_Rivoluzione_d_Ottobre_il_martirio_della_Chiesa

Un libro dello storico Jan Mikrut narra il modo in cui i cattolici latini e bizantini sono rimasti fedeli nel turbine della violenza atea sovietica, fino ad oggi. Il volume esce in occasione dei 100 anni dalla rivoluzione bolscevica

Fra il 7 e l’8 novembre 1917 i bolscevichi capeggiati da Lenin stabilirono un governo rivoluzionario (“Rivoluzione d’Ottobre”, secondo la data del calendario giuliano), mettendo fine all’impero zarista e instaurando la repubblica sovietica, divenuta poi l’Urss. A 100 anni da quella data, l’8 novembre, all’università Gregoriana sarà presentato il libro del prof. Jan Mikrut, dal titolo “La Chiesa cattolica in Unione Sovietica dalla Rivoluzione del 1917 alla Perestrojka” (Verona, Gabrielli Editori, 2017).  Con il contributo di diversi studiosi, esso narra il modo in cui i cattolici hanno potuto resistere al “tritacarne” del regime che voleva azzerare ogni religione, facendo emergere testimonianze eroiche di martiri e di comuni fedeli nelle comunità di rito latino e in quelle greco-cattoliche. La prefazione del libro è di mons. Tadeusz Kondrusiewicz, vescovo di Minsk e Mahilëu (Bielorussia). Per gentile concessione dell’autore, ne presentiamo alcuni stralci.

Il volume “La Chiesa cattolica in Unione Sovietica dalla Rivoluzione del 1917 alla Perestrojka”, a cura del prof. Jan Mikrut della Pontificia Università Gregoriana di Roma, presenta la Via Crucis che la Chiesa cattolica, di ambedue i riti, attraversò in quel periodo, in maniera cronologica e tematica. A percorrere quella Via Crucis furono numerosi personaggi già innalzati alla gloria degli altari, altri il cui processo di beatificazione è ancora in corso e migliaia di sconosciuti eroi della fede di cui non conosceremo mai la storia.

Mi ritornano in mente le memorie del compianto card. Kazimierz Świątek, vescovo di Pinsk in Bielorussia, il quale, raccontando il suo arresto, narrava un fatto particolare: …Ero detenuto nella prigione di Brest. Insieme a me vi era una mosca. Mi portava conforto e un po’ di gioia con il suo ronzio. Dopo un certo tempo, la mosca però si sedette sul parapetto e smise di dare dei segni di vita. Rimasi solo. Successivamente fui deportato in Siberia.

Una curiosa storiella mi arrivò dall’Ucraina. Dopo che Jurij Gagarin effettuò il primo volo spaziale i non credenti vollero approfittare di quel fatto per promuovere l’ateismo. E così uno di loro si presentò in una chiesa ortodossa imponendo al parroco di informare i fedeli che Jurij Gagarin era stato nello spazio e non aveva visto Dio e quindi Dio non esisteva. Minacciò che se il parroco non avesse fatto tale annuncio avrebbero chiuso la chiesa. L’umile sacerdote quindi, al termine della liturgia domenicale, disse ai suoi fedeli: Cari fedeli, Jurij Alekseevič Gagarin volò nello spazio ma non vide Dio. Il Signore però lo vide, lo benedì e pertanto Gagarin felicemente ritornò sulla terra.

Lavorando come vicario nella cappella della Porta dell’Aurora a Vilnius, non di rado accoglievo le testimonianze di fede delle persone semplici le quali, nonostante le persecuzioni, conservarono intatta la loro fede. Una volta nella sagrestia si presentò un’anziana signora che mi disse di aver pregato in ginocchio nella chiesa di S. Casimiro, trasformata di recente in un museo dell’ateismo. Gli si avvicinò un’impiegata del museo dicendo che non era lecito pregare in quel luogo poiché era un museo dell’ateismo. L’anziana signora rispose però risolutamente che anche se per qualcuno quello era un museo, per lei continuava ad essere una chiesa e quindi una casa di preghiera.

Mai mi dimenticherò della cerimonia di benedizione della prima pietra della nuova chiesa nella città di Marx sul Volga, che avvenne nei primi anni ’90 del secolo scorso. Prima della liturgia mi si avvicinarono delle persone anziane pregandomi affinché mettessi un semplice mattone al posto della pietra angolare. Quando chiesi il perché di tale desiderio, visto che di solito tutti desiderano che la pietra angolare provenga da un qualche luogo santo, allora mi raccontarono una storia davvero commovente. Durante le persecuzioni religiose in URSS la vecchia chiesa di Marx andò distrutta. Gli abitanti di quella città però portarono nelle proprie case dei mattoni provenienti dalle rovine. Li misero nei posti ben in vista e per lunghi decenni pregarono davanti a quei cotti. Così, proprio grazie a quei mattoni, la fede poté conservarsi ed essere tramandata ai giovani. Vogliamo che la nuova chiesa in costruzione conservi un legame con quella vecchia, distrutta, mi dissero.

Oggi la Chiesa cattolica in Russia ha delle proprie strutture e si sviluppa in maniera dinamica. Nonostante molte difficoltà è assai attiva nell’ambito pastorale, culturale ed editoriale. Centinaia di pubblicazioni in lingua russa, così come la prima Enciclopedia cattolica, anch’essa in russo, testimoniano la grande sollecitudine del clero per lo sviluppo del cattolicesimo e della Chiesa su quei territori.

La Chiesa greco-cattolica in Ucraina visse una situazione simile a quella della Chiesa latina e anch’essa fu costretta ad operare in clandestinità. Le testimonianze del martirio dei membri di quelle Chiese hanno un grande significato. Nonostante tutte le pressioni e persecuzioni, i cattolici non rinunciarono mai alla loro fedeltà alla Santa Sede.

Il volume “La Chiesa cattolica sul territorio dell’Unione sovietica. Dalla Rivoluzione del 1917 alla Perestrojka” racconta la difficile storia della Chiesa in quei territori. Dobbiamo ricordarci la nostra storia poiché essa è la nostra Madre maestra. Se non vi fossero stati gli eroi della fede ai tempi delle repressioni, non ci sarebbe stata una rinascita così rapida della Chiesa, condannata all’annientamento, e i territori cristianizzati già nel X secolo sarebbero divenuti un deserto spirituale. Poiché i tempi moderni confermano la massima di Tertulliano: il sangue dei martiri è il seme dei cristiani.

E nonostante, da un punto di vista umano, sembrasse che con la morte dell’ultimo sacerdote la Chiesa sarebbe sparita dalla mappa dell’URSS, Dio volle dimostrare che sa indicarci una strada diritta attraverso i meandri della storia. Poiché e Lui, e non qualcun altro, a mettere l’ultimo puntino sulla “i”.

Auspico che il presente volume diventi una testimonianza di fede ai tempi delle persecuzioni, così necessaria per il mondo moderno.

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L’Azione Cattolica della parrocchia San Massimo Vescovo è pronta a festeggiare HOLY-WEEN

Posté par atempodiblog le 23 octobre 2017

L’Azione Cattolica della parrocchia San Massimo Vescovo è pronta a festeggiare HOLY-WEEN
Tratto da: Azione Cattolica San Massimo Vescovo Orta Di Atella

L'Azione Cattolica della parrocchia San Massimo Vescovo è pronta a festeggiare HOLY-WEEN dans Fede, morale e teologia Holy-_Ween_presso_AC_San_Massimo_Vescovo

Forse i più grandi ricordano com’era andare in chiesa con i propri nonni o genitori e sentirli riconoscere ad uno ad uno i santi affrescati sulle mura o fatti statue… Non esisteva Wikipedia né si era particolarmente colti, eppure ciò era possibile perché i santi facevano parte del vissuto quotidiano di ogni singolo cittadino!

Oggi come cristiani rischiamo di dimenticarci che i santi sono la parte più bella della nostra Italia; ci fa bene ricordare i loro volti, che ci dicono come la santità sia ancora oggi possibile in persone concrete, in carne ed ossa.

HOLY-WEEN è un’iniziativa interamente firmata AC che vuole semplicemente rispolverare e puntare i riflettori sulla bellezza della vita dei santi!

PROGRAMMA
MARTEDI 31 OTTOBRE

Dopo:
- aver scelto un santo a piacere
- aver conosciuto la sua storia
- aver indossato il costume e il simbolo che lo rappresenta
- esserti procurato una torcia… e un dolcino…

Ti aspettiamo:

- Alle ore 19:30 in Chiesa per un momento di preghiera e condivisione 
- al termine, spostamento al centro pastorale per festeggiare con giochi, balli e divertimento 
- saluti ore 22:00

Non mancare!

Parrocchia S. Massimo Vescovo
Via Chiesa, 20
CAP. 81030 – Orta di Atella (CE)

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Italiani all’estero. Migrantes: sono quasi 5 milioni. 124mila nel 2016, +15,4%. E sono soprattutto giovani che non rientreranno più

Posté par atempodiblog le 19 octobre 2017

Italiani all’estero. Migrantes: sono quasi 5 milioni. 124mila nel 2016, +15,4%. E sono soprattutto giovani che non rientreranno più
Nel 2016 gli italiani espatriati all’estero sono stati più di 124mila; il 15,4% in più rispetto all’anno precedente. Attualmente sfiorano i cinque milioni. In dieci anni sono aumentati del 60.1%. La sfida è trasformare l’unidirezionalità in circolarità
di Giovanna Pasqualin Traversa – Agenzia SIR

Italiani all’estero. Migrantes: sono quasi 5 milioni. 124mila nel 2016, +15,4%. E sono soprattutto giovani che non rientreranno più dans Articoli di Giornali e News Migranti

Fuga obbligata ma anche voglia di riscatto. Sono le motivazioni che sempre più spingono gli italiani ad emigrare all’estero. E a partire non sono solo giovani, ma anche famiglie intere e pensionati. È la fotografia scattata dal Rapporto italiani nel mondo 2017 della Fondazione Migrantes. La ricerca, giunta alla dodicesima edizione, rivela come nel 2016 le iscrizioni all’Aire (Anagrafe italiani residenti all’estero) siano state 124.076 con un aumento di oltre 16mila unità rispetto all’anno precedente (+15,4%). Ad oggi i nostri connazionali iscritti sono quasi 5 milioni, l’8% del totale della popolazione italiana. “L’emigrazione italiana è tutt’altro che un capitolo chiuso della nostra storia, è una realtà attualissima e in continuo mutamento”, afferma il direttore generale di Migrantes, don Gianni De Robertis, auspicando “un’azione coraggiosa per costruire un mondo più giusto e solidale dove nessuno sia costretto a partire ma ognuno abbia il diritto di scegliere dove costruire la propria vita”.

Oltre il 39% di chi ha lasciato l’Italia nell’ultimo anno ha un’età compresa tra i 18 e i 34 anni (oltre 9mila in più rispetto all’anno precedente, +23,3%); un quarto tra i 35 e i 49 anni (quasi +3.500 in un anno, +12,5%), rivela il video sul Rapporto realizzato da Tv2000 e presentato dal direttore Paolo Ruffini. Partenze non solo individuali ma “di famiglia”, spiega la curatrice dell’indagine Delfina Licata, intendendo sia il nucleo familiare più ristretto, quello che comprende i minori (oltre il 20%, di cui il 12,9% ha meno di 10 anni) sia la famiglia “allargata”, quella cioè in cui i genitori – ormai oltre la soglia dei 65 anni – diventano “accompagnatori e sostenitori” del progetto migratorio dei figli (il 5,2% del totale).

A questi si aggiunge il 9,7% di chi ha tra i 50 e i 64 anni, i tanti “disoccupati senza speranza” che sperano di trovare all’estero opportunità occupazionali concrete per mantenere se stessi e la propria famiglia. Una mobilità complessiva che dal 2006 al 2017 è aumentata del 60.1% passando da poco più di 3 milioni ai 4.973.942 di iscritti all’Aire al 1° gennaio di quest’anno, l’8,2% degli oltre 60,5 milioni della popolazione nazionale, “pari ai cinque milioni di immigrati residenti”, osserva Licata.

A livello continentale, oltre la metà dei cittadini italiani emigrati (2.684.325 milioni) risiede in Europa. A seguire America, Oceania, Africa e Asia. I primi tre Paesi con le comunità più numerose sono Argentina (804.260), Germania (723.846) e Svizzera (606.578), mentre il Regno Unito, in valore assoluto, si distingue per avere la variazione più consistente (+27.602 iscrizioni nell’ultimo anno). La Lombardia, con quasi 23mila partenze, si conferma la prima regione da cui gli italiani hanno lasciato l’Italia alla volta dell’estero, seguita da Veneto, Sicilia, Lazio e Piemonte. Per mons. Guerino Di Tora, presidente della Fondazione Migrantes e della Commissione episcopale per le migrazioni della Cei,“la libertà di partire non deve negare la libertà di restare o di ritornare nella propria patria”.

Commentando l’aumento dei giovani expat, nodo centrale “per la rinascita dell’Italia”, dice, “è l’occupazione giovanile” per la quale sono urgenti “misure concrete”. Altrimenti la mobilità, anziché essere “opportunità di crescita e arricchimento” continuerà ad essere, come negli ultimi anni, “unidirezionale” dall’Italia verso l’estero, con partenze sempre più numerose e con ritorni sempre più improbabili. La sfida, chiosa Andrea Riccardi, presidente della Società Dante Alighieri: è“trasformare l’unidirezionalità in circolarità considerando come valori la cittadinanza plurima e le identità arricchite”.

Come quelle dei “giovani italiani all’estero che vogliono vivere insieme la cultura del proprio Paese pur non rinunciando ad inserirsi nelle realtà d’accoglienza”. Per Riccardi occorre “passare dall’italnostalgia, prospettiva difensiva ma perdente nel tempo, all’italsimpatia”. Cruciale la ridefinizione della propria identità. La globalizzazione, spiega, “ha provocato la ristrutturazione di tutte le identità. A volte in modo radicale. Non ha prodotto un mondo appiattito ma un mondo di identità che riprendono forza, si misurano, si ripensano”. In questo orizzonte l’Italia deve superare il “grave ritardo storico” che le ha impedito di “ricollocarsi con una nuova identità sugli scenari internazionali, un’identità che deve essere dialogica, multipla, capace di mescolarsi con altre culture mantenendo il proprio sapore”.

Ma non solo giovani o famiglie: una mobilità alla “ricerca di luoghi fiscalmente vantaggiosi e climaticamente più favorevoli” è quella, spiega Salvatore Ponticelli (Direzione centrale pensioni Inps), dei pensionati che decidono di trasferirsi all’estero. Quasi 380mila le pensioni pagate nel 2016 dall’Inps all’estero, in 160 Paesi, soprattutto in Europa ma anche in Canada, Usa, Australia, Germania, Francia.

A tirare le fila del dibattito è il segretario generale della Cei, mons. Nunzio Galantino, auspicando che la conoscenza “scientifica” dei fenomeni migratori in entrata e in uscita possa aiutare la “nostra politica ad uscire dalla cultura degli slogan”.

Riferendosi all’attualità, “la cittadinanza – spiega – non è data solo dal territorio (ius soli) o dal sangue (ius sanguinis) ma è determinata da quanto si vive e si sperimenta nel corso della propria vita”; elementi culturali che creano “identità plurime, dinamiche, in costante arricchimento”. Concetti che “è importante riscattare da un ambito meramente socioculturale per farli diventare anche cultura vissuta”. Di qui l’auspicio che il Rapporto, “importante per sé, facendoci capire alcune realtà vissute dagli italiani nel mondo, ci aiuti a guardare con occhi diversi quanti stanno qui da noi”.

(*) con la collaborazione di Raffaele Iaria

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