CHARLIE GARD DEVE MORIRE/ Quella volontà cattiva di sbarazzarci del Mistero

Posté par atempodiblog le 28 juin 2017

CHARLIE GARD DEVE MORIRE/ Quella volontà cattiva di sbarazzarci del Mistero
I giudici della Cedu hanno dato ragione all’Alta corte inglese: Charlie Gard non ha diritto di vivere. Va eliminato. Perché ci rifiutiamo di esserne custodi?
di Don Federico Picchetto – Il Sussidiario

CHARLIE GARD DEVE MORIRE/ Quella volontà cattiva di sbarazzarci del Mistero dans Articoli di Giornali e News Charlie_Gard

CHARLIE GARD. Giunge ad un triste epilogo la vicenda di Charlie Gard, il piccolo neonato britannico affetto da una malattia mitocondriale molto rara dinnanzi alla quale i medici hanno pronosticato morte certa, mentre i genitori hanno vagliato qualunque via legale per poterlo tenere in vita. L’ultima carta l’hanno giocata alla Corte europea dei diritti dell’uomo che ha, dapprima, deferito la decisione e poi, nella serata di ieri, accolto le conclusioni del personale medico inglese e sentenziato che Londra può portare avanti le procedure per interrompere quello che la giustizia di Sua Maestà ha definito un accanimento terapeutico foriero solo di inutile dolore.

La domanda che tocca farsi è però molto diversa da quella che ha animato tanti dibattiti di questi mesi. Non importa, infatti, sapere chi ha ragione, quanto comprendere che tipo di problema Charlie sollevi nella nostra vita. Non si tratta di un problema legale, ossia di determinare fino a che punto le leggi degli stati possano spingersi nella vita degli uomini. Infatti le leggi, in questo caso, regolano atteggiamenti, comportamenti e azioni che vengono prima della legge stessa. Non è neppure un problema di libertà della famiglia: molte famiglie compiono scelte libere ma sbagliate per i loro figli e idolatrare la libertà della famiglia di Charlie oggi, solo perché coincide con quello che si pensa, potrebbe essere deleterio domani, quando magari dovremmo decidere se una famiglia può alimentare in modo vegano un neonato privandolo dell’apporto fondamentale di alcuni nutrienti.

Tutte queste cose sono per esperti, per tecnici che non mancheranno — anche su queste stesse colonne — di fornire i loro pareri e i loro punti di vista. La storia di Charlie è al contrario un problema di realtà e la questione che pone Charlie è il fatto stesso che lui c’è, esista. Mai come in questo caso possiamo toccare con mano che cos’è che ferisce davvero la nostra vita e il nostro amor proprio: il fatto che una cosa, che le cose, ci siano. Charlie è una persona viva, presente, la cui stessa esistenza risulta intollerabile non a lui, ma a chi tutti i giorni deve incrociarne lo sguardo.

Come una moglie, un marito, un collega, un figlio, una madre o un vicino di casa, è il fatto che egli sia che ci tormenta e che ci costringe a metterci in discussione. Charlie non è quello che ci aspettavamo, non è il bambino delle pubblicità, non è l’ideale di figlio che i genitori sognano quando mettono la testa e il cuore sul proprio futuro, ma è quello che c’è, quello che esiste. Più lui permane, più la nostra impotenza come medici e come adulti permane, più lui ci pone un problema, ci pone delle domande, ci sfida. Siamo così presi dalle nostre idee, dalle nostre opinioni, che non possiamo tollerare che qualcosa persista e continui a disturbarci.

Lo vogliono togliere di mezzo. Non le leggi dei giudici inglesi, non i pareri dei medici, ma il cuore degli uomini. I genitori, in tutto questo, non chiedono altro che attendere, che aspettare, che lasciare aperta una porticina, uno spiraglio, alla speranza, alla luce, all’esistenza. Ma si creerebbe troppo imbarazzo se lui, con la sua resilienza, continuasse a vivere, a lottare, a rimanere, si creerebbero costi, rebus collaterali, nuove diatribe. Quella vita, insomma, va eliminata perché disturba. Essa mette troppo in gioco le dinamiche, le strutture e i processi del nostro tempo. E c’è da giurarci che i fedeli garanti della giustizia lo faranno, lo faranno presto, nel giro di poche ore. Senza alcuna compassione, senza alcuna pietà. Col solo desiderio di togliersi dal cuore il dubbio, l’ombra, che Charlie continua a insinuare con la sua esistenza. E se fosse vero? E se la vita non fosse solo nostra?

Non c’è tempo, bisogna agire. E come Caino di ritorno dai campi, a chi dovesse chiedere conto di quanto accaduto si potrà sempre rispondere con una punta di sdegno: “Sono forse io il custode del mio fratello?”, oppure usando parole ben più macabre e più contemporanee, ribadire che – in fondo – “si sono solo eseguiti gli ordini”.

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Non siamo nati calciatori

Posté par atempodiblog le 28 mai 2017

Non siamo nati calciatori
Consapevoli di essere fortunati, desiderosi di aiutare gli altri (nonostante le invidie). L’appello di Marchisio per i migranti e l’impegno sociale di Thuram, Zanetti, Drogba & Co
di Paolo Di Stefano – Corriere della Sera

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«Io non sono nato calciatore» è una bella frase, che illustra l’intelligenza di un ragazzo, Claudio Marchisio, consapevole della propria fortuna. «Io non sono nato calciatore – ha scritto su Facebook il centrocampista della Juventus – ho vissuto i problemi di milioni di famiglie». Era una risposta a chi lo aveva rimproverato, anzi insultato (i social non conoscono mezze misure) per avere espresso la sua solidarietà nei confronti dei naufraghi nel Mediterraneo: «Come sta cambiando il mondo?», si chiedeva. Il risultato è stato duplice. Da una parte una valanga di condivisioni, dall’altra una slavina di improperi: chi gli consigliava di limitarsi a pensare alla finale di Champions e chi gli dava dell’ipocrita ricco e viziato.

È la reazione più automatica e più becera: un calciatore che guadagna un sacco di soldi non può (non deve) capire coloro i quali non hanno avuto la sua stessa fortuna, e se cerca di capire, uscendo dal perimetro del campo di calcio, non può che essere ipocrita, falso, untuoso, forse bugiardo. Siccome sarebbe chiuso in una gabbia dorata, tutto ciò che dirà a proposito del mondo esterno sarà assurdo, inappropriato, da prendere con sospetto… E per di più, in vista della finale, per un calciatore non dovrebbe esistere altro che la cura dei muscoli e della tattica.
Invece bisognerebbe essere grati a Marchisio, che ha espresso il suo pensiero sulle tragedie del nostro tempo con la sincerità umana che altri non hanno, avvezzi come sono al tran tran retorico-televisivo post partita: «Questa è la legge del calcio, la palla è rotonda» e poco più.

Un mondo blindato? Sì, ma meno che in passato. Visto che le eccezioni, e notevoli, non mancano. Anche Lilian Thuram, il difensore francese del Parma e della Juve, non è nato calciatore. E lo sa bene specie adesso che è «in pensione», tant’è vero che in un libro, intitolato Per l’uguaglianza , ha raccontato la propria infanzia povera in Guadalupa e poi, con l’emigrazione della famiglia (senza padre), il razzismo subìto a Parigi. La sua idea guida che il calcio è uno spazio pubblico da cui si trasmettono valori civili portò Thuram, nel 1998, a polemizzare con Jean-Marie Le Pen che lamentava l’eccesso di giocatori neri nella Nazionale francese. Con la Fondazione che porta il suo nome, Thuram è impegnato in ambito educativo, contro ogni discriminazione.

E se non è il solo, va segnalato che la sensibilità dei più è suggerita spesso da ragioni autobiografiche, cioè da memorie coloniali familiari più o meno dirette. Clarence Seedorf, tra l’altro ex Milan e Inter, olandese di origine surinamese, nel 2005 ha fondato «Champions for Children», che fornisce assistenza educativa e sanitaria nei paesi poveri. Il franco-ivoriano, e pacifista attivo, Didier Drogba ha una sua struttura che si occupa di combattere la malaria in Africa. Il nigeriano Nwankwo Kanu, che ogni interista dovrebbe ricordare, dopo aver scoperto i propri gravi problemi cardiaci ha messo su un’associazione per soccorre i bambini malati di cuore nel suo paese.
Per non dire dell’impegno a tutto campo (umanitario) del campione del mondo tedesco di origine turca, Mezut Özil. E ancora: Zinedine Zidane, David Beckham, Leo Messi e Cristiano Ronaldo, Xavier Zanetti… Oggi il vicepresidente dell’Inter aiuta i minori dei sobborghi complicati di Buenos Aires in cui lui stesso è faticosamente cresciuto. Il Capitano nerazzurro sa, come Marchisio, che nessuno è nato calciatore. E che il mondo è appena fuori.

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Maria, Madre di Misericordia

Posté par atempodiblog le 14 mai 2017

Maria, Madre di Misericordia
di Padre Livio Fanzaga – Maria, dolce Madre. Ed. SugarCo

Maria, Madre di Misericordia dans Citazioni, frasi e pensieri IMG_0779

Maria è la donna più conosciuta e più amata nella storia dell’umanità. Il suo nome da due millenni corre ininterrottamente sulla bocca degli uomini. La sua immagine emana pace e sicurezza.

A Lei si rivolgono gli uomini di ogni stirpe e di ogni religione. I bambini le mandano baci, gli adulti la invocano, i morenti la chiamano con l’ultimo sguardo.

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Il Papa: «Abbiamo una Madre, aggrappati a Lei come dei figli»

Posté par atempodiblog le 13 mai 2017

Il Papa: «Abbiamo una Madre, aggrappati a Lei come dei figli»
I due pastorelli di Fatima, Giacinta e Francesco, sono santi. Papa Francesco, nella Messa per la loro canonizzazione, ricorda che, come i tre veggenti, anche noi dobbiamo essere segno – per chi è abbandonato, povero, malato, emarginato – dell’amore di Dio e della sua misericordia. «Contro l’indifferenza che ci raggela il cuore».  E Bergoglio ha ricordato ancora una volta che la Chiesa dev’essere missionaria, «ricca di cuore e povera di mezzi».
di Annachiara Valle  Famiglia Cristiana

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Malati, disoccupati, migranti, anziani. Papa Francesco canonizza Francesco e Giacinta ricordando, alla folla che ha vegliato tutta la notte in preghiera, il senso del messaggio della Madonna apparsa a Fatima 100 anni fa: quello di una Madre in pena per l’umanità. Una Madre che vuole ricoprire e proteggere tutti con il suo manto. Che vuole essere «come un’ancora» che sostiene la nostra speranza.

Pellegrino di pace, Francesco ricorda Giacinta e Francesco, che oggi canonizza e le parole di suor Lucia, la terza dei tre pastorelli, morta nel 2005 e della quale, nel 2008, si è aperto il processo di beatificazione. Ricorda la visione in cui Maria dice a Giacinta: «Non vedi tante strade, tanti sentieri e campi pieni di persone che piangono per la fame e non hanno niente da mangiare? E il Santo Padre in una chiesa, davanti al Cuore Immacolato di Maria, in preghiera? E tanta gente in preghiera con lui?». E proprio pensando a queste parole Bergoglio invita tutti a pregare con lui e affida a Maria «i suoi figli e figlie. Sotto il suo manto non si perdono; dalle sue braccia verrà la speranza e la pace di cui hanno bisogno e che io supplico per tutti i miei fratelli nel Battesimo e in umanità, in particolare per i malati e i disabili, i detenuti e i disoccupati, i poveri e gli abbandonati».

A margine della messa papa Francesco aveva incontrato una famiglia palestinese già conosciuta in Italia, lo scorso anno, al Cara di Castelnuovo di Porto. Una famiglia profuga dal dopoguerra, passata per l’Iraq, la Siria, la Libia, Lampedusa e – grazie al progetto di ricollocazione europea – accolta oggi in Portogallo. Una famiglia musulmana devotissima alla Madonna. Pensa a loro Francesco, ai militari malati che ha incontrato nella base di Monte Real, appena sceso dall’aereo, agli altri malati che ha incontrato a Fatima prima e dopo la messa, ai bambini. E chiede a ciascuno di abbandonarsi nelle braccia di Maria e di essere, a nostra volta, speranza per gli altri.  «Carissimi fratelli», dice ancora nell’omelia, «preghiamo Dio con la speranza che ci ascoltino gli uomini; e rivolgiamoci agli uomini con la certezza che ci soccorre Dio. Egli infatti ci ha creati come una speranza per gli altri, una speranza reale e realizzabile secondo lo stato di vita di ciascuno. Nel “chiedere” ed “esigere” da ciascuno di noi l’adempimento dei doveri del proprio stato, il cielo mette in moto qui una vera e propria mobilitazione generale contro questa indifferenza che ci raggela il cuore e aggrava la nostra miopia. Non vogliamo essere una speranza abortita! La vita può sopravvivere solo grazie alla generosità di un’altra vita».

Anche il cardinale Piero Parolin, nella messa celebrata durante la veglia della notte, aveva sottolineato quanto sia indispensabile questa generosità, l’essere disposti a pagare un prezzo per arrestare il male e costruire la pace. Come quando si riceve una banconota falsa, aveva detto come esempio il segretario di Stato, e si è vittime innocenti del male. E quel male lo si arresta soltanto «caricandosi in qualche modo di quella banconota». La «reazione spontanea, e persino ritenuta logica, sarebbe di passarla a qualcun altro. In questo si vede come siamo tutti inclini a cadere in una logica perversa che ci domina e spinge a propagare il male. Se mi comporto secondo questa logica, la mia situazione cambia: io ero vittima innocente quando ho ricevuto la banconota contraffatta; il male degli altri è caduto su di me. Nel momento, però, in cui coscientemente passo la banconota falsa a un altro, io non sono più innocente: sono stato vinto dalla forza e dalla seduzione del male, provocando una nuova vittima; mi sono fatto trasmettitore del male, sono diventato responsabile e colpevole. L’alternativa è quella di fermare l’avanzata del male; ma ciò è possibile solo pagando un prezzo, restando cioè io con la banconota falsa e liberando così l’altro dall’avanzata del male».

Come ha fatto Gesù, dice, nella messa di oggi, il Papa, che ha portato la croce prima di noi, caricandosi del male del mondo. Il Signore, ha concluso papa Francesco, «sempre ci precede. Quando passiamo attraverso una croce, Egli vi è già passato prima. Così non saliamo alla croce per trovare Gesù; ma è stato Lui che si è umiliato ed è sceso fino alla croce per trovare noi e, in noi, vincere le tenebre del male e riportarci verso la Luce. Sotto la protezione di Maria, siamo nel mondo sentinelle del mattino che sanno contemplare il vero volto di Gesù Salvatore, quello che brilla a Pasqua, e riscoprire il volto giovane e bello della Chiesa, che risplende quando è missionaria, accogliente, libera, fedele, povera di mezzi e ricca di amore».

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Non siamo migliori di nessuno

Posté par atempodiblog le 12 mai 2017

Non siamo migliori di nessuno dans Citazioni, frasi e pensieri don_fabio_rosini

La magnanimità porta a rinunciare alla vittoria in una singola battaglia per poter vincere la guerra delle relazioni. E’ qualcuno che capisce che è molto più importante che non perdere una casa, è non perdere un fratello.

L’iroso parte dal vittimismo, vede la giustizia come un assoluto e si autorizza ad essere feroce nel punire. E’ un circolo devastante.

Per combattere con l’ira dobbiamo rifiutare i pensieri vittimisti, ricordare i nostri peccati, i nostri errori, ricordare che non siamo migliori di nessuno. 

di don Fabio Rosini

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Il cardinale Schuster: «Il diavolo ha paura della nostra santità»

Posté par atempodiblog le 12 mai 2017

Il cardinale Schuster: «Il diavolo ha paura della nostra santità»
di Susanna Manzin – Comunità Ambrosiana

Il cardinale Schuster: «Il diavolo ha paura della nostra santità» dans Fede, morale e teologia Cardinale_Schuster

Nelle ultime parole del beato cardinale ai seminaristi, il suo invito alla santità. Che riecheggia quanto scrive don Chautard ne “L’anima di ogni apostolato”. Vuoi che le tue opere abbiano frutto? Diventa santo. Solo così il demonio indietreggerà.

Mettendo ordine tra le carte e i fascicoli accumulati negli anni, mi capita tra le mani un foglio, distribuito ai ragazzi dell’oratorio di Sant’Ambrogio. Il foglio contiene, oltre agli appuntamenti della Settimana Santa, una frase del beato card. Schuster, Arcivescovo di Milano. Era il 14 agosto 1954, e ai Seminaristi che gli chiedevano un saluto disse così:

«Voi desiderate un ricordo da me. Altro ricordo non ho da darvi che un invito alla santità. La gente pare che non si lasci più convincere dalla nostra predicazione, ma di fronte alla santità, ancora crede, ancora si inginocchia e prega. La gente pare che viva ignara delle realtà soprannaturali, indifferente ai problemi della salvezza. Ma se un Santo autentico, o vivo o morto, passa, tutti accorrono al suo passaggio. Ricordate le folle intorno alla bara di don Orione? Non dimenticate che il diavolo non ha paura dei nostri campi sportivi e dei nostri cinematografi. Ha paura, invece, della nostra santità».

Si spense 16 giorni dopo, il 30 agosto 1954. L’impressionante corteo che accompagnò la salma del cardinale Schuster da Venegono a Milano avrebbe confermato che “quando passa un Santo, tutti accorrono al suo passaggio”.

«Il diavolo non ha paura dei nostri campi sportivi e dei nostri cinematografi». Per carità, è bello vedere i ragazzi che giocano a calcio in oratorio, luoghi di aggregazione sani, grazie ai quali tanti giovani sono strappati alla solitudine o a cattive compagnie (reali o virtuali). Se il parroco proietta buoni film, come Cristiada, possiamo parlare di un utilizzo del cinema per la Nuova Evangelizzazione.

Ma certamente non basta. Soprattutto non basta per fare indietreggiare il demonio. Certamente il beato card. Schuster aveva letto un classico della spiritualità cristiana, “L’anima di ogni apostolato” di Don Chautard (ed. Di Giovanni – per info www.libreriasangiorgio.it), un testo molto utilizzato anche nella formazione in Alleanza Cattolica. Don Chautard riporta le parole del can. Timon-David, direttore tra la prima e la seconda metà dell’800 dell’Oeuvre de la Jeunesse:

«Banda, teatro, proiezioni, cinema ecc., io non disprezzo tutto questo. Anzi, in principio credevo anch’io che fossero indispensabili; invece sono solamente stampelle che si usano in mancanza di meglio.

Ora, più vado avanti, più il fine ed i mezzi diventano soprannaturali, poiché vedo sempre più che le opere fondate sull’elemento umano sono destinate a perire e che soltanto l’opera che ha lo scopo di portare a Dio gli uomini mediante la vita interiore, è benedetta dalla Provvidenza».

Ogni mezzo che usiamo per l’evangelizzazione ha bisogno di essere sorretto dalla vita interiore. Sia Dom Chautard che il beato Schuster avevano colto l’essenziale: «vuoi che le tue opere abbiano frutto? Diventa santo. Solo così il demonio indietreggerà».

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Ritirati nel Cuore di Gesù

Posté par atempodiblog le 11 mai 2017

Ritirati nel Cuore di Gesù dans Citazioni, frasi e pensieri Riposare_in_Ges

“Statevene ritirati nel Cuore purissimo di Gesù e troverete conforto”.

San Paolo della Croce

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L’esercizio del perdono

Posté par atempodiblog le 25 avril 2017

L’esercizio del perdono dans Citazioni, frasi e pensieri Beato_Giustino_Maria_Russolillo

“E’ necessario l’esercizio del perdono per chiunque ci ha fatto soffrire: superiori, uguali e inferiori; interni ed esterni; sul punto d’onore, della tasca… In tutto! Per ogni offesa: … rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori.

Per chiunque ci avesse imbrogliati, traditi, criticati, un bel fascio; siano cose vere o false, o addirittura semplici nostre immaginazioni che ci hanno fatto ugualmente soffrire.

Solo l’esercizio del perdono attira su di noi una grande compiacenza da parte di Dio”.

del Beato Giustino Maria della Santissima Trinità Russolillo

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L’educazione al canto è un’arma sottovalutata per ricostruire un popolo

Posté par atempodiblog le 22 avril 2017

L’educazione al canto è un’arma sottovalutata per ricostruire un popolo
Un concerto a Sheffield e l’importanza di insegnare la musica. Perché al canto viene riservato poco spazio nella formazione italiana?
di Giovanni Maddalena - Il Foglio
Tratto da: Una casa sulla Roccia

L'educazione al canto è un'arma sottovalutata per ricostruire un popolo dans Articoli di Giornali e News L_educazione_al_canto

Cantavano in tanti lo scorso sabato 8 a Sheffield, per il 275esimo anniversario della prima del Messiah di Handel, tenuta a Dublino nella primavera del 1742. La società bachiana della cittadina inglese, ora nota soprattutto per la celebre università che quest’anno ospitava la società britannica degli storici della filosofia, aveva organizzato un concerto di beneficienza in cui ciascuno poteva partecipare come cantante, se voleva non limitarsi a fare lo spettatore. Ovviamente c’erano orchestra, cantanti professionisti e direttore celebre, ma il coro – quello dello splendido Hallelujah – era formato dal popolo. Saranno stati in quattrocento. Prove nel pomeriggio, cena in piedi e poi il concerto nella splendida cattedrale gotica.

L’idea è bella di per sé, ma quando i quattrocento si sono alzati in piedi per il primo coro, la profonda emozione che ha afferrato il pubblico faceva nascere anche qualche ulteriore pensiero su tecnologia, gesti ed educazione a cui spesso questa rubrica è stata dedicata. Al canto, e alla musica in genere, viene riservato poco spazio nella formazione italiana. Si diceva in un precedente articolo di come non si sia ripensata l’esperienza della tecnologia che tutti usiamo, e non la si sia inserita compiutamente, riflessivamente nell’educazione. Allo stesso modo, almeno in Italia, si è sottovalutato e si continua a sottovalutare l’importanza della musica e del canto.

Le questioni sono collegate. La musica e il canto richiedono una profonda unità del fare e del capire, anzi richiedono un fare per capire, come vorrebbe anche un insegnamento adeguato delle tecnologie. Del resto, il canto e la musica sono delle tecnologie, che non a caso occorre praticare per imparare e per capire. Ma ancora una volta, si è declassato il “fare” a un’applicazione più o meno utile – e in questo caso quasi inutile – come se l’azione non potesse essere un modo di ragionamento incarnato. Così il canto e la musica in genere sono passati nella nicchia dell’estetica e lì sono stati abbandonati. Eppure, a sentire il Messiah si capisce molto dell’Inghilterra, dell’anglicanesimo, della filosofia e dell’antropologia, della forza e anche della debolezza di un popolo e di una mentalità. Fare serve per capire almeno quanto il capire serve per fare.

Ma oltre a un ripensamento radicale dell’idealismo che pervade ancora la struttura della nostra mentalità e del nostro insegnamento, lo splendido coro popolare di Sheffield metteva in luce anche un’altra caratteristica di quella specifica tecnologia che è il cantare. Cantare è un gesto, unisce diversi tipi di segno: anche solo ricordando le principali classificazioni del segno, nel canto troviamo le parole e la loro simbolicità, le note nella loro indicalità, l’armonia e la sua iconicità. Inoltre richiede presenza fisica, la presenza emotiva, coscienza vaga o meno vaga dei significati e relazione con altri che ascoltano o cantano insieme nonché la relazione profonda e libera con chi dirige. In poche parole, il canto è intrinsecamente relazionale e riunisce intorno a significati condivisi, com’è chiaro per gli inglesi e il Messiah di Handel, ma è vero anche per gli ultras negli stadi, per le comunità di ogni religione e per i reggimenti militari. Il canto crea unità. Certo ci sono state e ci sono unità criminose o pericolose, ma il nostro insegnamento che esclude o minimizza questa possibilità di gesto così completo che è il canto, così come accade da molto tempo nella maggioranza delle nostre famiglie, rende impossibile quest’unità, della cui mancanza tutti sembrano lamentarsi. E’ vero, viviamo in una società divisa, polarizzata, spesso produttrice di solitudine e sfruttamento. L’educazione al canto, per quanto sembri una risposta assurda e lontana, non è l’ultima delle armi a cui dovremmo e potremmo fare ricorso.

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Edoardo che non vuole morire: “Io più forte della disperazione”

Posté par atempodiblog le 22 avril 2017

Edoardo che non vuole morire: “Io più forte della disperazione”
Paralizzato a 17 anni dopo un incidente: “Non giudico le scelte altrui, anche io ho pensato al suicidio. Ma voglio credere ancora nel futuro”
di Massimo Numa – La Stampa

Edoardo che non vuole morire: “Io più forte della disperazione” dans Articoli di Giornali e News Edoardo_Bonelli
Edoardo ogni mattina va a scuola sulla sedia a rotelle. Nel week end va in montagna e segue il Toro: «Grazie alla famiglia e agli amici ho sconfitto la depressione»

Nel pieno di un dibattito, non sempre sereno, sul fine-vita, sul «diritto» di morire con una legge dello Stato, sui viaggi senza ritorno nelle cliniche svizzere, accompagnati anche da politici e supporter, Edoardo Bonelli, 18 anni, studente del liceo americano, dopo un banale incidente stradale che gli ha causato una devastante invalidità, racconta invece una storia diversa.

La sintesi è un messaggio contro la rassegnazione, contro la disperazione, contro un modo facile di valutare il dono della vita in tutte le sue dolorose sfumature. Non è una questione “solo” religiosa, ma anche una riflessione che appartiene a una visione laica.

«Andavo piano»
«L’incidente è avvenuto un anno e mezzo fa, un’automobilista mi ha tagliato la strada e sono caduto. Se si dovesse ripetere per mille volte quella dinamica, non ci sarebbero conseguenze così gravi. Frattura di due vertebre alte, C5 e C6, paralisi quasi completa. Per mesi in un letto, poi faticosamente ho ripreso un minimo di funzionalità, vedi? Con le mani riesco a sfiorare la tastiera del telefono, sono connesso…».

Una vita che cambia tutto in una frazione di secondo. Prima e dopo. Con la depressione, Edoardo lo dice senza timore, anche l’idea del suicidio. «È vero, sì. Ci ho pensato. E poi, grazie alla mia famiglia, ai miei amici, a me stesso soprattutto, ho iniziato a riflettere. Alla fine di questo lungo e, non lo nascondo, difficile percorso ho deciso di credere nel mio futuro, di trovare le ragioni per continuare a vivere. Se può essere utile condividere questo messaggio per chi è nelle mie stesse condizioni, allora lo faccio volentieri, parlandone e ascoltando anche voci diverse. Non voglio entrare nel merito di chi ha fatto altre scelte o di chi sostiene l’eutanasia. Ma la strada potrebbe essere un’altra. Quella di una razionale speranza, proiettata nel tempo, senza limiti, senza utopie».

«Contro la rassegnazione»
Edoardo frequenta con buon profitto il liceo americano di Torino, ogni mattina va a scuola, sulla sedia a rotelle, accompagnato con un’auto attrezzata. Studi, gli amici, nel week end va in montagna, è un tifoso del Toro, e anche oggi non riesce proprio a odiare la sua moto, una Ktm 125 da enduro; forse per colpa di una manovra errata altrui (è in corso un processo), è diventato un invalido: «Andavo piano, avevo non solo il casco integrale, ma le protezioni per la schiena, i guanti, tutto il resto…». Un impatto a bassa velocità ma il destino sembra quello tracciato dal film “Sliding Door”, un porta che può aprirsi o chiudersi, e la sorte cambia per sempre, perfetta rappresentazione del fato, secondo gli antichi greci.

«All’inizio anche i miei rapporti sociali li sentivo più difficili, prima di tutto, credo, devi accettare tu quello che sei, poi gli altri. Ora i miei amici sono tornati ad essere gli stessi di prima, ci vediamo, usciamo, la questione del mio stato, che esiste con tutte le implicazioni che comporta, non conta più, se non per i limiti fisici». Va tutto bene, dunque? «I momenti di banale scoramento, o di tristezza, o di malinconia, o anche di dolore, ci sono stati, ci sono e ci saranno. La condizione umana, anche in una vita normale, genera lo stesso sofferenze e pensieri neri. Nella mia condizione è un processo ancora più complicato. Ma sono sicuro di avere una solida volontà di reagire».

Edoardo sa tutto sulle prospettive della scienza e di una chirurgia in continua evoluzione, sull’esoscheletro (la possibilità di alzarsi e camminare sostenuti da protesi digitalizzate e guidate da remoto) e sulle ultime tecniche ricostruttive. Zero illusioni: «L’esoscheletro, almeno in questa fase, assicura solo una mobilità limitata. Credo che il vero passaggio cruciale sia la ricostruzione del midollo leso, ma non so se ci riusciranno mai».

Il capitolo risarcimenti
Edoardo ha solo 18 anni, presto molti dei limiti della medicina attuale potrebbero evolvere in senso positivo. Ma bisogna attrezzarsi. E’ qui l’aspetto più amaro. La questione dei risarcimenti è centrale in una storia come la sua. Le assicurazioni, specie in questo periodo, vogliono pagare il meno possibile, complicando il futuro dei ragazzi come Edoardo ma anche delle loro famiglie. Il costo dell’assistenza è altissimo, e va pianificato per decenni, anche quando i malati resteranno soli. Le pratiche si muovono lentamente, l’esito dei processi è spesso incerto. Edoardo tace. I suoi familiari anche. Gli avvocati sono al lavoro, con uno strano male nel cuore. Sarà una battaglia lunga e insidiosa.

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«I 90 anni di Ratzinger lontano dal mondo, ma non si è mai pentito». Intervista a Georg Gänswein

Posté par atempodiblog le 12 avril 2017

«I 90 anni di Ratzinger lontano dal mondo, ma non si è mai pentito». Intervista a Georg Gänswein
Il segretario alla vigilia del compleanno: “Ha voluto una festa alla bavarese”

di Paolo Rodari – La Repubblica
Tratto da: Cinquantamila

«I 90 anni di Ratzinger lontano dal mondo, ma non si è mai pentito». Intervista a Georg Gänswein dans Articoli di Giornali e News Georg_G_nswein

Novant’anni domenica prossima, il giorno di Pasqua, Joseph Ratzinger vive «serenamente» e «con lucidità» l’ultima tappa della sua vita.
Legge «i padri della Chiesa» coi quali si è formato da giovane, convinto di «aver fatto la cosa giusta» quell’11 febbraio del 2013, quando rinunciò. Non ricevette «alcuna pressione», allora, e oggi vive sereno «senza farsi provocare» da coloro che continuamente lo contrappongono a Francesco, il successore che per lui rappresenta una «ventata di aria fresca» nella Chiesa.
A Repubblica è monsignor Georg Gänswein a raccontare la vita di Benedetto XVI, nel ritiro del Mater Ecclesiae.

Come si avvicina Benedetto XVI al suo compleanno?
«È sereno, tranquillo e di buon umore. Vorrebbe fare solo una piccola cosa adatta alle sue forze. Verrà per qualche giorno anche il suo fratello Georg. Ed è questo per lui il dono più grande. A Pasquetta, un giorno dopo il compleanno, ci sarà un modesto festeggiamento alla “bavarese”, con una piccola delegazione dalla Baviera, fra di loro anche gli Schützen».

Fisicamente come sta?
«È un uomo di novant’anni, lucidissimo, ma le forze fisiche diminuiscono. Le gambe sono affaticate. Perciò, per essere più sicuro, si appoggia su un girello che gli garantisce autonomia e sicurezza nel movimento».

Suona ancora il piano?
«Di meno rispetto a un anno fa. Dice che le mani non obbediscono più come una volta o almeno non come dovrebbero obbedire per suonare bene».

Guarda la tv?
«Solo il telegiornale alle 20 o alle 20.30. Riceve L’Osservatore Romano e l’Avvenire e due giornali tedeschi. Tutti i giorni c’è inoltre la rassegna stampa che gli passa la Segreteria di Stato».

A quali letture si dedica?
«Soprattutto ai suoi grandi maestri, i padri della Chiesa che tanto l’avevano accompagnato negli anni in cui insegnava teologia, ma ama anche restare aggiornato sulle recenti pubblicazioni teologiche, le voci più importanti almeno».

Ha scritto un testamento?
«Il suo testamento spirituale è il libro su Gesù di Nazareth. Ovviamente ha fatto anche un suo testamento personale».

Parla mai dell’aldilà?
«Nel suo ultimo saluto a Castel Gandolfo, la sera del 28 febbraio 2013, accennò al fatto che lì iniziava per lui l’ultima tappa del suo pellegrinaggio terreno. Ogni giorno questa cosa è vera per lui. Ciò che si aspetta nell’aldilà l’ha ripetuto diverse volte quando ha “dialogato” con dei bambini sulla vita eterna».

In questi anni è mai ritornato sulla rinuncia?
«Non si è mai pentito. È convinto di avere fatto la cosa giusta, per amore del Signore e per il bene della Chiesa. Nella sua anima c’è una pace toccante, che fa capire che nella coscienza c’è la certezza di aver fatto bene davanti a Dio. La presenza della pace dentro di lui è un dono bellissimo conseguente alla decisione».

Ha avuto pressioni per dimettersi?
«No, per niente! L’ha detto lui stesso nel libro “Ultime conversazioni” di Peter Seewald; non ha avuto pressioni da nessun parte. Se ci fossero state, lui non avrebbe ceduto. Era divenuto consapevole di non avere più le forze necessarie per guidare la barca di Pietro che aveva necessità di un timone forte. Ha capito di dover ridare nelle mani del Signore ciò che aveva ricevuto da Lui».

Al Conclave si arrivò dopo i mesi burrascosi di Vatileaks. Ritiene che senza Vatileaks sarebbe mai stato eletto Bergoglio?
«Non credo che la faccenda “Vatileaks” abbia avuto un tale influsso sul Conclave. Benedetto ha seguito il Conclave alla televisione. Nel già citato libro di Seewald, un anno dopo le elezioni, disse che Papa Francesco era una bella boccata d’aria fresca; altri commenti non ha fatto».

Non mancano coloro che contrappongono il magistero di Benedetto a quello di Francesco. Lui è a conoscenza di questa operazione?
«Leggendo i giornali e vedendo le notizie non è possibile che Benedetto non si accorga che ogni tanto si fanno queste contrapposizioni. Ma non si lascia provocare da articoli o affermazioni del genere. Ha deciso di tacere e rimanere fedele a questa decisione. Non ha nessuna intenzione di entrare in diatribe che sente lontane da sé».

Si è mai pentito di essere rimasto vestito di bianco?
«È una questione che per lui non si poneva e non si pone. È stata una cosa naturale. Non vede problemi. Ha tolto il mantelletto e anche la fascia. Per lui è semplicemente una veste come un’altra».

Grande discussione nella Chiesa ha provocato “Amoris laetitia”. In particolare, per alcuni il testo avrebbe provocato confusione a livello pastorale. Benedetto XVI cosa pensa?
«Ha ricevuto una copia dell’Amoris laetitia personalmente da Francesco, in bianco e con autografo. L’ha letta accuratamente. Ma lui non commenta in nessun modo il contenuto. Certamente sta prendendo atto della discussione e delle diverse forme in cui è stato recepito».

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Card. Bagnasco: “Richiamare l’Europa alle sue radici cristiane è santa dissidenza”

Posté par atempodiblog le 1 avril 2017

Card. Bagnasco: “Richiamare l’Europa alle sue radici cristiane è santa dissidenza”
Il porporato sottolinea che i giovani possono denunciare che l’Europa è come “il Re nudo” e ricominciare a costruire il suo “abito vero” che “tutti amiamo”
di Salvatore Cernuzio – Zenit

Card. Bagnasco: “Richiamare l’Europa alle sue radici cristiane è santa dissidenza” dans Articoli di Giornali e News Card._Bagnasco

“I giovani possono dare dissidenza. Una dissidenza positiva e santa, non certo di altro tipo. E cioè un andare controcorrente e poter dire con amore, passione ed entusiasmo, ‘Il Re è nudo’, vale a dire che l’Europa così rischia di essere nuda, di non avere più niente della sua ricchezza, della sua bellezza. Allora andare controcorrente vuol dire ricominciare a costruire l’abito vero dell’Europa che tutti amiamo”. Lo afferma il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana e del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa, in un’intervista al Sir a conclusione dell’incontro promosso dal Ccee a Barcellona.

Secondo il porporato l’Europa è in crisi perché “ha negato se stessa e le sue origini e creduto di potersi rifare, ripensare e ridefinire a prescindere dalle proprie origini. Ma questo è impossibile. Da tutti i punti di vista. Se l’Europa continuerà a tagliare con le proprie origini, diventerà qualcos’altro ma non sarà migliore”.

Ecco allora – prosegue – che “la Chiesa vuole essere una presenza di riferimento, una maternità su cui contare anche se a volte questa maternità non sempre i giovani l’avvertono, purtroppo. Ma nella Chiesa ci deve essere e c’è”.

Una Chiesa che non può rinunciare alla presenza dei giovani, altrimenti sarebbe come “una famiglia senza figli”. Del resto – aggiunge – “la giovinezza in sé è la stagione che esprime, meglio di qualunque altra stagione della vita, il futuro, la speranza, l’immaginazione e il desiderio di partecipare e di esserci. E questo è un patrimonio che deve essere valorizzato, promosso, custodito e rilanciato. Questo vale per la Chiesa e per l’Europa”.

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La carezza della bimba che non vede

Posté par atempodiblog le 1 avril 2017

La carezza della bimba che non vede
C’erano cinquanta bimbi che non vedono dalla nascita, o divenuti ciechi per malattie gravissime, ad accogliere Francesco ieri pomeriggio. È Sophie, nove anni, ad alzarsi in piedi per conoscere al tatto il volto del Papa.
di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera

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«Ti voglio bene». La bambina si alza sulle punte e tende le braccia fino a sfiorare il viso di Francesco, ne percorre attenta i tratti con i polpastrelli, il capo chino, mentre il Papa la guarda come fosse lui a ricevere la benedizione, «ti voglio bene anch’io». La visita a sorpresa al centro per ciechi e ipovedenti «Sant’AlessioMargherita di Savoia» di Roma è l’immagine della misericordia che Bergoglio ha messo al centro del suo pontificato.

C’erano cinquanta bimbi che non vedono dalla nascita, o divenuti ciechi per malattie gravissime, ad accogliere Francesco ieri pomeriggio. Li hanno chiamati «Venerdì della misericordia», le visite agli esclusi che il Papa ha deciso di proseguire oltre il Giubileo. La misericordia come «realtà concreta» nella quale «Dio rivela il suo amore come un padre o una madre che si commuovono fin dal profondo delle viscere per il proprio figlio», spiegava: il verbo che nel greco dei Vangeli dice la compassione di Gesù, splanchnízomai, viene da splánchna, l’utero materno. E Francesco, accompagnato dall’arcivescovo Rino Fisichella, si avvicina ai bambini, li abbraccia e li carezza e li bacia sulla fronte, uno ad uno. È Sophie, nove anni, ad alzarsi in piedi per conoscere al tatto il volto del Papa. «L’amore condiviso, le parole», scriveva in «Elogio dell’ombra» un grande poeta cieco amico di Bergoglio, Jorge Luis Borges. Le mamme non trattengono le lacrime, Francesco ha gli occhi lucidi, «io prego per voi e voi pregate per me». Al piano di sopra ci sono 37
anziani, nella cappella ancora tanti ragazzini spesso affetti da disabilità plurime. Nessun discorso. «Francesco “tocca” la vita di persone delle quali la nostra società, oggi, neppure conosce l’esistenza», mormora monsignor Fisichella.

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Incontro con Gianna Jessen a La Spezia

Posté par atempodiblog le 29 mars 2017

Incontro con Gianna Jessen a La Spezia
della redazione di La Spezia Cronaca4

Gianna Jessen

Grande partecipazione ieri sera al teatro Palmaria del Canaletto, gremito di oltre quattrocento persone, per l’incontro con Gianna Jessen, la giovane donna americana sopravvissuta ad un aborto.

Era stata concepita da ventinove settimane e mezzo, e pesava poco più di un chilo. «Io sono viva grazie al potere di Gesù Cristo – racconta ad un pubblico attento e partecipe -. Non mi vergogno di essere cristiana. Gesù non è popolare, specialmente quando si tratta di parlare di Lui nello spazio pubblico. La classe intellettuale non lo trova sofisticato. Se non sono considerata sofisticata, va bene. Preferisco scegliere la saggezza. Non vedo perché dovrei raccontare una storia miracolosa e poi vergognarmi del Dio che ha compiuto il miracolo». L’aborto salino avviene per corrosione e il bambino viene espulso dal corpo della madre entro ventiquattr’ore dall’iniezione. Caso molto raro, Gianna non era morta quando venne alla luce. «Erano le sei di mattina, e il medico abortista di Planet Parenthood non c’era ancora. Così l’infermiera chiamò l’ambulanza. Ho un debito di gratitudine per l’infermiera!».

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Era solo l’inizio di una grande avventura. «Quando pesavo due chili dicevano che sarei morta. Ma io non muoio. Persino allora dicevano che quella bambina piccola aveva un incredibile desiderio di vivere. Fui poi trasferita ad una struttura affidataria, con persone orribili. Mi rinchiudevano in una stanza, che è molto traumatizzante per un bambino, perché non ha ancora la percezione del tempo. Mezz’ora può sembrare un anno. Finalmente, fui trasferita presso una persona bellissima, Penny. Avevo 17 mesi, pesavo 15 Kg. e mi era stata diagnosticata una paralisi cerebrale, causata dalla mancanza di ossigeno al cervello durante la procedura dell’aborto».

«Le femministe radicali dicono che l’aborto riguarda i diritti delle donne. Ma se conta solo questo, dove erano i miei diritti? Perché i diritti delle donne valgono solo se abortiste? Perché non vengo invitata alle marce per le donne in USA? Perché non vogliono sentire parlare una donna che non odia gli uomini?».

«E se il figlio è disabile? Questo argomento si sente spesso, a proposito dell’aborto. Ma è la più alta manifestazione di arroganza. Chi sei tu, persona sana, che si permette di giudicare? Come puoi tu decidere della mia qualità della vita? Che ne sai, che sono infinitamente più felice di chi ha tutte le capacità umane? Trovo anche interessante il fatto che non sarei disabile se non fossi stata sottoposta ad aborto…»

«Considero la paralisi un grande dono. Ho avuto problemi neurologici, specie negli ultimi anni, con grandi difficoltà di equilibrio. Sembra sia effetto diretto del trauma al cervello durante la nascita. Cammino zoppicando, ma in USA vivo una vita normale, guido la macchina, etc. Per camminare ho bisogno di tenermi al braccio di qualcuno, perché è come se il mio cervello mi dicesse “fermati”. Non so se si può guarire. Ma non mi arrenderò mai. Non mi importa se dovrò gattonare fino in cielo».

«E’ un grande onore gattonare fino in paradiso appoggiandomi al braccio forte di Gesù. Voi siete capaci di alzarvi e camminare liberamente? Allora fatemi un favore, non lamentatevi. Il senso dell’equilibrio ha così tanti effetti. Vi è stato dato un grande dono, riconosctelo! Grazie Gesù! Non è popolare parlare di Gesù. Ma se la gente non riesce a capire perché sei felice nonostante abbia sempre bisogno del braccio di qualcuno, questo significa che vogliono sentire parlare di Gesù. Se devo attraversare tutto questo affinché una sola persona debba conoscere Gesù, rifarei tutto dall’inizio. E’ un onore».

«Quando mi diagnosticarono la paralisi, dissero alla cara Penny che sarei rimasta paralizzata tutta la vita. Ma sottovalutavano il potere di una donna buona. E a Dio niente è impossibile. Penny pregava per me e faceva fisioterapia per me tre volte al giorno. Cominciai a tenere su il collo sulla testa. “Farà solo quello”, dicevano. Poi cominciai a gattonare, poi a camminare. Dieci anni fa, ho corso due maratone. Non sono un atleta. Ma non è questo il punto, il punto è completarle. Ci misi sette ore, a Londra otto. Erano rimasti solo i servizi medici. Ora vorrei scalare una montagna. Non contemplo la sconfitta. Se continuo a considerare la cima della montagna nella mia mente, vinco».

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«Poi venni adottata dalla figlia della madre affidataria. Così, molto inusualmente, Penny diventò mia nonna. Ma rimasi legata a lei come madre. Credo che Dio sapeva che il mio spirito si sarebbe infranto se mi fossi staccata da Penny. Per il resto, la mia adozione è stata una sfida. Già da bambina ero incompresa. Non veniva apprezzata la mia forte volontà. Era considerata sfidante. Ma ero abbastanza dolce, se posso dirlo di me stessa. Ci vuole una volontà forte per sopravvivere ad un aborto, imparare a camminare e re-imparere, dopo un’operazione alla spina dorsale a dieci anni, viaggiare, raccontare questa storia, parlare di Gesù. Se avete un bambino con una volontà forte, non rimproveratelo, ma educatelo. Di fronte ad una forte pressione, gran parte delle persone scappano, chi ha volontà forte resiste».

«Mi chiedono sempre: “Hai mai incontrato tua madre? E’ stato un incontro commovente, come in un film? Stavo nel mezzo di un evento come questo. Mentre salutavo tutti, una donna si avvicinò, senza preavviso. “Ciao, sono tua madre”, disse. Immediatamente iniziai a pregare tra me. “Aiutami Gesù!”. Sentivo come se l’universo mi stesse cadendo addosso. Ma sapevo che la mia battaglia non è contro di lei, come so che la mia battaglia non è contro una donna che ha avuto uno o più aborti, o contro un uomo che ha pagato per un aborto. Se volete essere liberi da un aborto fatto, pregate Gesù. Lui è morto sulla croce anche per quell’aborto. Perché non accettare questa possibilità di misericordia? Se avete avuto un aborto, non interpretate la mia voce come una condanna. Sarebbe una voce sbagliata. Dovete invece ascoltarla come voce della grazia, che è Gesù. Tornando all’incontro con mia madre, le risposi: “Sono cristiana e ti perdono”. “Non voglio il tuo perdono”, replicò la madre, aggiungendo: “sei una disgrazia per la mia famiglia” e iniziò a parlar male di mio padre, adirata. In quel momento, Dio mi disse che cosa fare. “Sono cristiana e ti perdono, ma non ti permetterò di parlarmi oltre in quel modo”, dissi. Me ne alzai e andai via. Perché vi racconto questo? Perché non possiamo essere definiti dalla nostra origine. Forse avete avuto una vita difficile. Ma non siete obbligati a essere vittime. Il vittimismo porta ad una prigione interiore. Tu puoi essere il primo della tua famiglia a fare qualcosa. E’ Gesù che mi definisce. Sta a voi scegliere, oggi, se volete vivere come vittime o nella vittoria».

«Chiedo scusa a tutti gli uomini da parte delle femministe, che vi dipingono come cattivi solo perché uomini. Certo, siamo uguali in valore e dignità, ma anche differenti. Questo è ovvio, ma, per qualche motivo, oggi bisogna parlare anche di cose ovvie, perché non tutti le percepiscono. Ci sono tante donne che hanno piacere a essere donne. Credo che il fatto di non permettere alle donne di essere tali e agli uomini di essere tali abbia creato molti problemi. Non mi dà fastidio se un uomo mi aiuta in quanto donna. Le donne sono fatte per essere adorate. Alcune delle donne più arrabbiate che ho incontrato sono semplicemente arrabbiate con un solo uomo, che non ha avuto cura di lei, tipicamente il padre. Perché era passivo o non coraggioso o violento o negligente o rimaneva in silenzio quando non doveva. Per questo, hanno voluto punire gli uomini».

«Uomini, voi siete fatti per essere coraggiosi, non passivi. Siete fatti per difendere uomini e bambini, non per usarci e abbandonarci. Potreste considerare di sposare una donna prima di andare a letto con lei. Non voglio essere usata e dimenticata. Voglio un uomo d’onore. E’ possibile guardare le donne con un cuore puro. Forse siete stati promiscui, o dipendenti dalla pornografia. Ma, se non volete essere questo tipo di uomo, chiedetelo a Gesù. Parlategli di tutto questo, ditegli che non riuscite a essere l’uomo che vorreste. Chiedetegli cuore puro e mente pura. Ve li darà. C’è molto più potere nella purezza che nell’impurezza».

«Giovani donne, non serve andare dietro ai ragazzi, mendicando la loro attenzione e approvazione. E’ lui che dovrebbe portarvi in giro, pagarvi quello che mangiate, essere fantastico. E’ lui che deve cacciarci. E’ nel suo sangue, gli dovete solo dare la chance di essere uomo. Forse state pensando che non so quello che dico. Potete prendere questa verità o ignorarla, ma non potrete dire che non vi è stato detto. Forse queste cose non sono popolari. Ma non sono sopravvissuta all’aborto per essere popolare. Ho attraversato l’inferno, posso sopportare anche qualcosa in più».

Rispondendo ad una domanda di Giorgio Celsi, presidente nazionale e fondatore dell’associazione “Ora et labora per la vita”, che organizza veglie di preghiera all’esterno di ospedali dove si praticano aborti, la Jessen ha incoraggiato alla testimonianza pubblica, «pacifica e gentile. Credo sia cruciale l’avvicinarsi in spirito di amore, dignità e grazia alle persone che sono in crisi, tra cui quelle sull’orlo di un aborto. Ascoltare è fondamentale. Durante una contro-manifestazione ad una marcia per la vita, alcune gridavano per i diritti donne. Ho iniziato anch’io a gridare verso di loro: “Non capite quanto siete amate da Gesù? Non importa quello che è successo, Gesù vi ama ancora!”. Le ho choccate. Si aspettavano che le insultassi a mia volta».

Prima di Gianna Jessen ha parlato il dottor Paolo Migliorini, già primario di ostetricia e ginecologia all’ospedale di Massa. Negli anni ’70, dopo l’approvazione della legge sull’aborto, «per superficialità ed opportunismo», divenne medico abortista, conforme alla moda radical-chic. «Iniziai a pormi la questione morale, ma con molta pigrizia. Poi ebbi la fortuna/sfortuna di fare un taglio cesareo su cadavere e il bambino che ho estratto dal ventre materno ora ha trentatre anni. Mia moglie mi regalò un libro: “Ipotesi su Gesù”. Mi fece riflettere e capire che la strada per avere un perdono era molto difficile, ma era solo quella della misericordia di Dio». «L’attacco all’obiezione di coscienza c’è sempre stato. Ma adesso probabilmente la politica e la lobby abortista hanno acquisito consapevolezza che i medici sempre più frequentemente smetteranno di fare aborti. Chi fa aborti fa un’esperienza devastante, che alla lunga lo costringere a smettere. Si potrebbe proporre che ai sostenitori della legge abortista venga insegnato come si fa, e poi gli aborti li fanno loro. Per questo sono molto preoccupati». «Un episodio particolare? Riguarda una studentessa universitaria che abortì anche per mia responsabilità. Lei non voleva, ma tutti attorno a lei volevano che abortisse. Dopo alcuni mesi, la madre mi chiese aiuto perché la figlia aveva problemi psichiatrici. Mi fece leggere una lettera che la ragazza aveva scritto a se stessa, con la grafia e gli errori di ortografia di un bambino delle elementari: “Cara mamma, sono molto dispiaciuto che non ci siamo potuti conoscere, ma sono ancor più dispiaciuto che non ci potremo mai incontrare, perché, dove sono io, le mamme che uccidono i propri bambini non possono venire”».

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Introdotta dal presidente Mario Polleschi, una volontaria del Centro di Aiuto alla Vita della Spezia, Anna, ha letto la lettera scritta nel 2013 da una signora spezzina, che non se l’è sentita di venire a portare la propria testimonianza dal vivo. Rimasta incinta del quarto figlio e avendo perso il lavoro un anno prima, Paola sembrava non avere alternative all’aborto, specie secondo l’opinione dei suoi conoscenti. Però era titubante. Trovò un opuscolo del CAV e rimase stupita della tempestività con cui una volontaria rispose alla sua richiesta di aiuto, anche materiale. “Spiegai in breve la mia situazione – dice la lettera -, e vedevo che lei capiva. I miei dubbi, però rimasero. Il giorno fissato per l’aborto chimico utilizzando la pillola RU486, mi recai in ospedale e, per una serie di coincidenze fortunate – o forse il Signore mise la sua mano -, ebbi modo di prendere coscienza della mia volontà. Con mia sorpresa mi senti meglio, allora capii… Il medico arrivò in ritardo, e questo mi diede modo di pensare. L’infermiera mi diede la pastiglia per la “revisione”, il modo in cui i medici chiamano l’aborto. Dietro sua insistenza, la misi in bocca. Mi chiese di bere l’acqua davanti a lei e me lo chiese insistentemente. Non ci riuscii e la sputai. In una frazione di secondo, io ed il mio bambino avevamo deciso per la vita . Fu un momento forte, definibile come istinto di sopravvivenza di mio figlio, già presente”.

A trarre la riflessione finale è stato don Franco Pagano, rettore del seminario, che ha portato i saluti del vescovo Luigi Ernesto Palletti. «Viviamo di messaggi rapidi, di risposte senza radici. Viviamo di emozioni che non ci permettono di cambiare noi, figurarsi il mondo. Portiamo nel cuore, senza giungere a conclusioni affrettate, quanto abbiamo ascoltato oggi! In ogni situazione Dio ci vuole lasciare un messaggio. Da sacerdote, non di rado incontro persone che sono state coinvolte in un aborto. Si può sempre vedere la presenza del Signore, che dà un’opportunità di grazia anche per chi ha vissuto un’esperienza di morte. Il male non si vince opponendo altre male, ma costruendo il bene. Approfittiamo di questa opportunità di riflessione, davvero ricca, che ci è stata data proprio in Quaresima per dare nuova forza al nostro cammino!».

Due giovani volontari dell’associazione ProVita hanno presentato un filmato sulla settima Marcia nazionale per la vita, a cui parteciperà anche Gianna Jessen. Si terrà a Roma sabato 20 maggio, e un pullman verrà organizzato in partenza anche dalla Spezia.

L’incontro è stato presentato da Simona Amabene, giovane originaria di Roverano, che ha fondato la “Costola Rosa”, opera di evangelizzazione orientata ad aiutare le donne a fare esperienza dell’amore di Dio.

Al termine, una lunga fila si è creata verso il palco per poter parlare personalmente con Gianna Jessen, che si è intrattenuta a lungo in teatro.

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La giovane down che incanta la Francia

Posté par atempodiblog le 17 mars 2017

La giovane down che incanta la Francia
Voleva presentare il meteo e il Paese reale l’ha sostenuta: lo spot “dear future mom” rivive in lei con potenza centuplicata
di Davide Vairani – La Croce – Quotidiano

La giovane down che incanta la Francia dans Articoli di Giornali e News M_lanie_Segard

“Ciao, il mio nome è Melanie, ho 21 anni. Io sono diversa, ma voglio dimostrare a tutti che posso fare molte cose. Voglio dimostrarlo presentando il meteo in televisione. Per questo, ho bisogno di te. Mettete mi piace sulla mia pagina Facebook ‘Mélanie peut le faire’. Grazie!”.

Mélanie Segard lancia sui social l’appello il 27 febbraio 2017. Un capriccio? Una voglia di protagonismo fine a se stesso? Tutt’altro. Una scommessa sulla solidarietà della gente e sul livello di civiltà di un Paese. Questa giovane tosta, caparbia e dolcissima è disabile: ha la sindrome, detta anche trisomia 21. Una condizione cromosomica causata dalla presenza di una terza copia (o una sua parte) del cromosoma 21.La sindrome di Down è la più comune anomalia cromosomica nell’uomo, solitamente associata ad un ritardo nella capacità cognitiva e nella crescita fisica, oltre che ad un particolare insieme di caratteristiche del viso. Mentre tutti i casi diagnosticati presentano un ritardo cognitivo, la disabilità è molto variabile tra gli individui affetti. La maggior parte rientra nella gamma di “poco” o “moderatamente disabili”. La sindrome di Down può essere identificata in un bambino al momento della nascita, o anche prima della nascita, con lo screening prenatale.

Con l’aiuto di Unapei, associazione francese di genitori e amici di persone disabili per una società inclusiva e solidale, il progetto #melaniepeutlefairenorté è diventantato immediatamente virale: 100.000 like in 36 ore, 2 milioni di visualizzazioni per il primo video postato, decine di migliaia di condivisioni.locali e poi nazionali. I principali network, come France 2 e BFMTV, hanno raccontato la storia di Mélanie Ségard e in breve tempo la ragazza è riuscita a realizzare il suo sogno: presentare il meteo alla tv nazionale, in prima serata. Un traguardo che sembrava irraggiungibile e che invece è diventato realtà. L’obiettivo era di arrivare a 100 mila like: in una sola settimana ne sono arrivati più di 215 mila. Il caso ha attirato l’attenzione dei media francesi, prima locali e poi nazionali. I principali network, come France 2 e BFMTV, hanno raccontato la storia di Mélanie Ségard e in breve tempo la ragazza è riuscita a realizzare il suo sogno: presentare il meteo alla tv nazionale, in prima serata. Un traguardo che sembrava irraggiungibile e che invece è diventato realtà.

Il 14 Marzo Melanie è andata in onda su France 2 ed è diventata subito Miss Meteo. Melanie non può né leggere né scrivere. Ma grazie alla sua tenacia e all’aiuto degli operatori di France2 si sono trovati una serie di accorgimenti che l’hanno aiutata a condurre uno dei migliori meteo di sempre della rete tv.

La riprova? Gli spettatori sono stati numerosi a partecipare a questo evento televisivo: erano più di 5,3 milioni, che rappresentano il 20,7% di share. E’ enorme, ed è un pubblico record per il canale dal settembre dello scorso anno, scrive La Parisienne. Anaïs Baydemir, giornalista, ha affiancato nella diretta Melanie con una dolcezza infinita, senza mai sostituirsi ad essa. Si sono inventati uno schermo verde sul quale hanno costruito una mappa in modo che Melanie potesse disegnare. “Immagina di essere da sola in casa e di raccontare a te stessa le previsioni meteo”, la rassicura Nathalie Rihouet, capo del servizio meteo di France 2. “Fare le previsioni meteo è come raccontare una storia!” le ha detto subito Melanie. Ha capito subito lo spirito con il quale doveva affrontare questa prova. Con il sorriso e la simpatia. E con intelligenza. Le raccomandazioni dietro le quinte sono state numerose e molte volte provate e riprovate insieme. Per mostrare le regioni è necessario spostarsi lungo una linea immaginaria. E sempre guardare la telecamera. Nathalie Rihouet le mostra i pittogrammi con una nuvola qui e allora ci vuole l’ombrello per uscire, un sole là e allora si può uscire con un abbigliamento leggero. Ciak si va in onda. “Ci sono nuvole di Bretagna a Paesi Baschi. Vuoi dirci allora che cosa succede?”, chiede il presentatore Chloe Nabédian. “ E allora come la gente deve uscire domani in quei posti?” – le aggiunge. Melanie esita un attimo e poi prontissima: “Direi: coprirsi, sarà freddo”. Nel corso della diretta Melanie si scioglie e alla fine tutta contenta dichiara “E ‘un lavoro! Ma lo farò. Il mio sogno era quello di mostrare il tempo per le persone. Ed ora lo sto facendo”.

Il successo di questa operazione “offre speranza a migliaia di persone con disabilità che sono troppo spesso invisibili”, ha detto l’associazione Unapei. La presenza di persone disabili è ancora “molto marginale” in televisione, secondo il Consiglio Superiore dell’Audiovisivo (CSA). Solo lo 0,8% degli individui visto in televisione nel 2016 sono stati percepiti come portatori di handicap. Nel 2013, una giovane donna con la sindrome di Down, Laura Hayoun, ha presentato i titoli del mattino su BFM TV e ha fatto un colloquio su RTL. Marin Gerrier, 12, da parte sua aveva partecipato come redattore nella preparazione di un’edizione di “di giorno”. Il mese scorso, Madeline Stuart, un australiano con sindrome di Down di 20 anni, che aveva marciato a New York nel settembre 2015, ha presentato la sua prima collezione durante la settimana della moda. “La totale mancanza di conoscenza, l’ignoranza, la paura provoca distanza”, dice il giocatore di tennis in sedia a rotelle Michael Jeremiasz, medaglia parolimpica francese, che ha creato l’associazione “Come gli altri”. “Questo è ancora più vero per le persone con disabilità mentale, perché sono meno visibili nella società in generale, non solo nei media”, ha aggiunto.”E ‘molto importante che noi giudichiamo meno il nostro aspetto e di più le nostre capacità”, ha detto Lahcen Rajaoui Er, presidente di “Noi”, Associazione francese delle persone con disabilità intellettiva.

E Melanie è già pronta per un altro sogno: “Diventare un artista di trucco per prendersi cura delle persone e delle stelle del cinema”. Alla faccia dei danesi e di tutti coloro che pensano sia giusto eliminare prima che nascano persone con disabilità. Oggi il 98% delle donne incinte danesi a cui viene diagnosticato che il bimbo è affetto dalla sindrome abortisce. I dati, impressionanti, sono del Cytogenisk Centralregister della clinica universitaria di Aarhus. Quasi solo religiose, e della minoranza cattolica, le voci che dissentono. Ci si chiede se non si sia ”andati troppo oltre”, fino a sfiorare l’anticamera di una mentalità eutanasica di massa. Conseguenza della decisione dell’Autorità sanitaria danese nel 2004 di dare possibilità gratuita alle mamme di effettuare un esame di screening prenatale non invasivo (Nipt) alla nona settimana di gravidanza, la translucenza nucale alla dodicesima, ed eventualmente l’amniocentesi entro la ventesima, garantendo al 99,3% la certezza della diagnosi. “Se c’è la diagnosi, si abortisce. Nessuno pone domande”, spiega Thomas Hamann, presidente dell’Associazione nazionale per la sindrome di down (Landsforeningen Downs Syndrom). Nel 2014 sono nati 2 bambini Down per scelta, 32 per “errore diagnostico”.

Melanie e le tante ragazze Down come lei sono la dimostrazione che la disabilità non è. La disabilità non è Melanie. Melanie è molto di più. E’ una persona che come tutte le persone ha voglia di vivere e di mostrare a tutti che se si vuole si possono realizzare i propri sogni. Sogni di libertà. Sogni di una vita normale. Sogni che hanno il diritto di essere realizzati. Sogni che una società e uno stato che si definiscono moderni non possono che sostenere e accompagnare. Non distruggere. La vita vale sempre la pena di essere vissuta fino in fondo. Sempre.

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