Il Papa: “Chi governa preghi, se è ateo si confronti”

Posté par atempodiblog le 19 septembre 2017

Il Papa: “Chi governa preghi, se è ateo si confronti”
Francesco a S. Marta: «Non stia solo col gruppetto del partito». I cristiani sono chiamati ad accompagnare i governanti con la preghiera, non farlo è peccato
di Domenico Agasso Jr. – Vatican Insder

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Bisogna pregare per chi governa. Anche se sbaglia. Non farlo è peccato. Allo stesso tempo, i governanti non devono tralasciare la preghiera, altrimenti restano solo col «gruppetto» del loro partito. Chi è ateo o agnostico, «si confronti». È l’appello di papa Francesco rivolto questa mattina nell’omelia della Messa a Casa Santa Marta, riportata da Radio Vaticana.

La riflessione del Pontefice si basa sulla Prima Lettura e sul Vangelo odierni. Oggi si legge rispettivamente che san Paolo consiglia a Timoteo di recitare preghiere per i governanti, e di un governante che prega: è il centurione che ha un servo malato.

Osserva il Vescovo di Roma: «Quest’uomo sentì il bisogno della preghiera», non soltanto perché «amava» ma anche perché «aveva la coscienza di non essere il padrone di tutto, non essere l’ultima istanza». È consapevole che su di lui c’è un altro che comanda; ha dei subalterni, i soldati, ma egli stesso è un subalterno. E lo sa bene. Perciò, prega.

Se il governante non prega, «si chiude nella propria autoreferenzialità o in quella del suo partito, in quel circolo dal quale non può uscire; è un uomo chiuso in se stesso. Ma quando vede i veri problemi, ha questa coscienza di subalternità, che c’è un altro che ha più potere di lui». Ma «chi ha più potere di un governante? Il popolo, che gli ha dato il potere, e Dio, dal quale viene il potere tramite il popolo. Quando un governante ha questa coscienza di subalternità, prega».

Papa Bergoglio evidenzia, quindi, l’importanza della preghiera del governante, «perché è la preghiera per il bene comune del popolo che gli è stato affidato».

Francesco cita il colloquio avuto proprio con un governante che tutti i giorni trascorreva due ore in silenzio davanti a Dio, sebbene fosse indaffarato.

Ovviamente, un amministratore deve domandare al Signore la saggezza e la grazia di poter governare bene.

Ribadisce il Papa: è «tanto importante che i governanti preghino» e chiedano a Dio di non togliere loro «la coscienza di subalternità» dal Signore e dal popolo: «Che la mia forza si trovi lì e non nel piccolo gruppetto o in me stesso».

E a chi è agnostico o ateo, Francesco dice: «Se non puoi pregare, confrontati, con la tua coscienza», con «i saggi del tuo popolo»; l’importante è «non rimanere da solo con il piccolo gruppetto del tuo partito», perché «questo è autoreferenziale».

Francesco ricorda che quando un politico compie qualche azione o scelta che non piace, viene criticato; al contrario, è lodato; in ogni caso – dice il Pontefice – è lasciato solo con il suo partito, con il Parlamento. Nota il Papa: «“No, io l’ho votato – l’ho votato dal mio” – “Io non l’ho votato, faccia il suo”. No, noi non possiamo lasciare i governanti da soli: dobbiamo accompagnarli con la preghiera. I cristiani devono pregare per i governanti. “Ma, Padre, come vado a pregare per questo, che fa tante cose brutte?” – “Ha più bisogno ancora. Prega, fa penitenza per il governante”. La preghiera d’intercessione – è tanto bello questo che dice Paolo – è per tutti i re, per tutti quelli che stanno al potere. Perché? “Perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla”». Infatti, quando «il governante è libero e può governare in pace – assicura – tutto il popolo approfitta [beneficia] di questo».

Francesco termina esortando a un esame di coscienza: «Io vi chiedo un favore: ognuno di voi prenda oggi cinque minuti, non di più. Se è governante, si domandi: “Io prego a quello che mi ha dato il potere tramite il popolo?”. Se non è governante, “io prego per i governanti? Sì, per questo e per quello sì, perché mi piace; per quelli, no”. E hanno più bisogno quelli di questo! “Prego per tutti i governanti?”. E se voi trovate, quando fate l’esame di coscienza per confessarvi, che non avete pregato per i governanti, portate questo in confessione. Perché non pregare per i governanti è un peccato».

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“Disperdere le tenebre di vendetta e mancato rispetto per la vita”

Posté par atempodiblog le 8 septembre 2017

“Disperdere le tenebre di vendetta e mancato rispetto per la vita”
Un milione di persone alla messa nel Parco Simón Bolívar di Bogotà: Francesco cita quanti si sono impegnati per favorire il processo di pace, che hanno «preso il largo» come Pietro. A fine celebrazione, incontro con cardinali e vescovi del Venezuela
di Andrea Tornielli – La Stampa

“Disperdere le tenebre di vendetta e mancato rispetto per la vita” dans Andrea Tornielli Santo_Padre_Francesco_in_Colombia

Una pioggia battente ha irrigato in modo abbondante il Parco Simón Bolívar dove Papa Francesco celebra la sua prima messa colombiana, nello stesso luogo dove la celebrò 31 anni fa san Giovanni Paolo II e dove lo hanno atteso 1 milione di fedeli. È la messa votiva per la pace e la giustizia, che corona la prima densa giornata interamente trascorsa a Bogotà. Una giornata che ha avuto proprio la pace e la riconciliazione al centro. Come già accaduto ieri e come si è ripetuto stamane, tantissime persone sono scese in strada per salutare Francesco al suo passaggio: l’accoglienza è stata calorosa e straordinaria.

Dopo aver percorso i vari settori a bordo della papamobile, Bergoglio nei pressi della sacrestia è stato accolto da un gruppo di disabili. Quindi ha avuto inizio la liturgia. Nell’omelia il Papa ha commentato il brano evangelico dove si racconta di Gesù che predica sul Mar di Galilea. «Tutti vengono ad ascoltarlo; la parola di Gesù – dice Francesco – ha qualcosa di speciale che non lascia indifferente nessuno; ha il potere di convertire i cuori, di cambiare piani e progetti. È una parola confermata dall’azione, non sono conclusioni scritte a tavolino, espressioni fredde e staccate dal dolore della gente, e perciò è una Parola che serve sia per la sicurezza della riva sia per la fragilità del mare».

Bergoglio suggerisce quindi una similitudine: «Questa amata città, Bogotá, e questo bellissimo Paese, la Colombia, presentano molti degli scenari umani descritti nel Vangelo. Qui si trovano moltitudini che anelano a una parola di vita, che illumini con la sua luce tutti gli sforzi e mostri il senso e la bellezza dell’esistenza umana». Ma ci sono anche le tenebre, avverte Francesco. «Anche qui, come in altre parti del mondo, ci sono fitte tenebre che minacciano e distruggono la vita: le tenebre dell’ingiustizia e dell’inequità sociale; le tenebre corruttrici degli interessi personali o di gruppo, che consumano in modo egoista e sfrenato ciò che è destinato al benessere di tutti; le tenebre del mancato rispetto per la vita umana che miete quotidianamente l’esistenza di tanti innocenti, il cui sangue grida al cielo; le tenebre della sete di vendetta e di odio che macchia di sangue umano le mani di coloro che si fanno giustizia da soli; le tenebre di coloro che si rendono insensibili di fronte al dolore di tante vittime».

Parole che fotografano le piaghe purtroppo presenti nel Paese. «Tutte queste tenebre, Gesù le disperde e le distrugge con il suo comando sulla barca di Pietro: “Prendi il largo”». «Noi possiamo – continua Francesco – invischiarci in discussioni interminabili, fare la conta dei tentativi falliti ed elencare gli sforzi finiti nel nulla; come Pietro, sappiamo cosa significa l’esperienza di lavorare senza nessun risultato». Il Papa ricorda che anche la Colombia ha conosciuto questa realtà, quando per un periodo di sei anni ebbe 16 presidenti e «pagò caro le sue divisioni» e «anche la Chiesa in Colombia ha fatto esperienza di impegni pastorali vani e infruttuosi…, però come Pietro, siamo anche capaci di confidare nel Maestro, la cui parola suscita fecondità».

Il comando di gettare le reti, spiega ancora il Papa, «non è rivolto soltanto a Simon Pietro; a lui è toccato di prendere il largo, come quelli che nella vostra Patria hanno per primi riconosciuto quello che più urge, quelli che hanno preso iniziative di pace, di vita. Gettare le reti comporta responsabilità. A Bogotá e in Colombia si trova in cammino un’immensa comunità, che è chiamata a diventare una rete robusta che raccolga tutti nell’unità, lavorando per la difesa e la cura della vita umana, particolarmente quando è più fragile e vulnerabile: nel seno materno, nell’infanzia, nella vecchiaia, nelle condizioni di disabilità e nelle situazioni di emarginazione sociale. Anche le moltitudini che vivono a Bogotà e in Colombia possono diventare vere comunità vive, giuste e fraterne se ascoltano e accolgono la Parola di Dio».

«C’è bisogno – conclude Francesco – di chiamarci gli uni gli altri, di mandarci dei segni, come i pescatori, di tornare a considerarci fratelli, compagni di strada, soci di questa impresa comune che è la patria». Al termine della messa il Papa ha salutato i cardinali e alcuni vescovi del Venezuela, intrattenendosi con loro a parlare della situazione del Paese. Prima della fine del viaggio molti si attendono qualche parola di Francesco sulla grave situazione venezuelana.

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Cosa vuol dire: ti perdono

Posté par atempodiblog le 2 septembre 2017

Cosa vuol dire: ti perdono

Cosa vuol dire: ti perdono dans Citazioni, frasi e pensieri Tolkien_e_Lewis
2 settembre, anniversario della nascita in Cielo di J.R.R. Tolkien

Dio ti benedica per la tua bontà. E [...] sii così generoso da regalarmi i dolori che ti ho causato, cosicché io possa condividere tutto ciò che di positivo ne verrà fuori. Non so se riesco a spiegarmi. Ma io credo che sia nel nostro potere, come cristiani, di fare effettivamente questi doni. L’esempio più semplice: se un uomo mi ha rubato qualcosa, io davanti a Dio affermo che gliel’ho regalato [...].

Sarebbe splendido, chiamati a giudizio, per rispondere a innumerevoli accuse di aver fatto del male al proprio fratello, scoprire inaspettatamente che molte male azioni non sono state compiute! E che invece si ha avuto una parte nel bene scaturito dal male. E non meno splendido sarebbe per chi ha dato. Un’eterna interazione di sollievo e gratitudine [...].

Che cosa accade quando il colpevole è genuinamente pentito, ma chi ha sofferto a causa sua è così profondamente risentito da non concedere il perdono? È un pensiero tanto terribile, da dissuadere chiunque dal correre il rischio di causare inutilmente il male.

da una lettera di J.R.R.Tolkien a C.S.Lewis dal quale si attendeva il perdono di un torto, da J.R.R. Tolkien, La realtà in trasparenza. Lettere, Bompiani, Milano, 2001, lettera 113, pp. 146-147
Tratto da: Il Centro culturale Gli scritti

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Mons. Paglia: Dio non stacca la spina

Posté par atempodiblog le 31 juillet 2017

Mons. Paglia: Dio non stacca la spina
di Massimiliano Menichetti – Radio Vaticana

Mons. Paglia: Dio non stacca la spina dans Articoli di Giornali e News Charlie_Gard

Preghiera e vicinanza ai genitori di Charlie Gard sono stati espressi anche da mons. Vincenzo Paglia, il quale apprendendo la notizia della morte del piccolo ha ribadito la grandezza dell’amore di Dio che “non stacca la spina”:

R. – Non c’è dubbio che c’è un sentimento di vicinanza ai genitori per la passione e l’amore con cui hanno accompagnato, difeso e circondato di premure questo loro bambino. Lo hanno amato, potremmo dire, fino alla fine, e assieme a tanti, partendo dal Papa, in questi tempi ultimi, abbiamo accompagnato con la nostra preghiera il piccolo Charlie. Ed io vorrei dire che la nostra preghiera porta sempre l’esaudimento del Signore. E credo che la fede ci fa dire: “Signore, la vita non è tolta ma trasformata”. Dio non stacca nessuna spina, non lascia neppure vincere il male; l’amore di Dio, assieme al nostro, ha vinto anche la malattia e la morte e Charlie davvero sta con noi e con il Signore.

D. – Mons. Paglia, questa vicenda, seppur molto dolorosa, cosa ci insegna?
R. – Io direi che la prima cosa che ci insegna è l’urgenza di promuovere una cultura dell’accompagnamento. Alcuni la chiamano “alleanza terapeutica”; io preferisco chiamarla “alleanza d’amore”, cioè tutti dobbiamo stringerci attorno al malato: i genitori, i famigliari, i medici, gli amici, l’intera società deve trovare il modo di dialogare per trovare la soluzione migliore per chi sta male. Purtroppo questo non è avvenuto nel caso di Charlie, e ricorsi a leggi o a magistrature non risolvono il problema di fondo. Ecco perché la vicenda di Charlie ci spinge a promuovere in ogni modo una cultura dell’accompagnamento. Io mi auguro che la vicenda possa aiutare le nostre società a dire tre grandi “no”: no all’eutanasia; no all’abbandono; no all’accanimento terapeutico. Ma per dire dei grandi sì: sì all’accompagnamento, sì al progresso della scienza, sì alla terapia del dolore; in modo che momenti così drammatici, come quelli che riguardano il fine vita, possano essere compresi nella loro gravità, nella necessità che hanno di essere sentiti da tutti, perché il passaggio dalla vita alla morte riguarda la qualità stessa della nostra vita.

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“Un albero per il Vesuvio”. Così gli ultrà del Toro conquistano il cuore di Napoli

Posté par atempodiblog le 28 juillet 2017

“Un albero per il Vesuvio”. Così gli ultrà del Toro conquistano il cuore di Napoli
Un gruppo di tifosi della Curva Maratona in segno di solidarietà e amicizia ha deciso di intervenire dopo gli incendi dei giorni scorsi
di Gianluca Oddenino – La Stampa

“Un albero per il Vesuvio”. Così gli ultrà del Toro conquistano il cuore di Napoli dans Amicizia Vesuvio

Si dice che fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce. Vero, però a volte basta poco per invertire la rotta e fare rumore al contrario: basta un gruppo di ultrà del Toro e la loro decisione di autotassarsi per finanziare l’acquisto di piante da reimpiantare nel Vesuvio devastato dagli incidenti. Un gesto di solidarietà e di amicizia, nato spontaneamente dalle “Teste Matte” della curva Maratona nei confronti dei tifosi della Ercolanese 1924 che recentemente hanno onorato il Grande Torino a Superga. A Napoli non si parla d’altro e ha già scatenato ringraziamenti di ogni tipo.

Seminare bene si può, nel vero senso della parola, e aiuta in tempi di insulti, idiozie e follie con curve contrapposte e avvelenate dal calcio. Questi tifosi del Toro non pensavano di fare il giro del web con la loro iniziativa spontanea, ma a Napoli quel gesto non è passato inosservato. «L’Ercolanese è la squadra dai colori granata – scrive su Facebook il presidente di Teste Matte – e sappiamo tutti che purtroppo in questo periodo gran parte dei parchi naturali della zona vesuviana stanno bruciando. Con lo stesso spirito di amicizia e rispetto verso gli Ercolanesi, daremo un piccolo contributo».

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Malattie degenerative. «Mia figlia mi insegna: questi non sono bambini a perdere»

Posté par atempodiblog le 27 juillet 2017

Malattie degenerative. «Mia figlia mi insegna: questi non sono bambini a perdere»
Elena, 7 anni, è immobilizzata. La mamma: da lei ho imparato tanto, ogni suo sorriso vale più di qualsiasi altra cosa
di Graziella Melina – Avvenire

Malattie degenerative. «Mia figlia mi insegna: questi non sono bambini a perdere» dans Articoli di Giornali e News Elena
Elena, 7 anni, affetta da malattia neurodegenerativa (foto inviata dalla famiglia ad Avvenire)

«Nella sfortuna, mi sento molto fortunata, nessuno mi ha mai dato una prognosi, né mi ha dato una scadenza». Nessuno, per fortuna, le ha imposto il calvario che stanno vivendo i genitori di Charlie Gard, la cui vita da mesi è in balia di vicissitudini giudiziarie. Cristina Rebagliati, 48 anni, da qualche tempo residente a Brescia, per la sua Elena, affetta da una malattia neurodegenerativa, ha potuto sempre scegliere senza condizionamenti medici o legali. Semplicemente prendendosene cura con la forza, l’amore e il coraggio di una mamma.

«Fino a 4-5 mesi – racconta – Elena ha avuto uno sviluppo normale, mi ero accorta che era un po’ più indietro rispetto alla norma, ma mai mi sarei immaginata una cosa del genere. Una notte si è svegliata urlando. L’ho presa in braccio, era rigida, cianotica. L’ho attaccata al seno e si è addormentata. Il giorno dopo l’ho portata da una pediatra, a Genova, poi al pronto soccorso per fare le verifiche, le analisi del sangue, l’elettroencefalogramma». Pochi giorni di attesa e i risultati degli esami la costringono al ricovero. «Le è stata fatta una risonanza magnetica e ci hanno subito detto che poteva essere affetta dalla malattia di Leigh», una patologia neurologica progressiva che interessa il sistema nervoso centrale. Elena rientra a casa, ma per poco tempo. «I primi di luglio ha un arresto respiratorio. L’hanno intubata e portata in ospedale. È la prassi: i medici applicano la ventilazione meccanica, poi provano a verificare se la bimba respira da sola, altrimenti la intubano di nuovo. E poi si riprova a staccare la macchina. Ma se non respira neanche la seconda volta si fa la tracheotomia o si sceglie cosa fare».

Elena vince però la sua prima sfida e ricomincia a respirare da sola. E a crescere. Prima dei tre anni, però, un’altra corsa in ospedale e la piccola si ritrova di nuovo a essere intubata. «Era ventilata artificialmente. Aveva un catetere centrale, la vedevo martoriata dai macchinari, dai tentativi dei medici. A quel punto ho detto basta. Lasciamola stare. Se vuole andare se ne va, se vuole stare qui, sta qui. Me la metto in braccio, staccano le macchine, tutti piangevano. Mi sono fatta forza, ho cercato di raccontarle le favole, le canzoni, le cose che conoscevo e piano piano Elena invece di andarsene ha cominciato a respirare…». Da quel giorno, di tempo ne è passato, tra altre corse in ospedale, visite, esami. «Elena adesso ha 7 anni e mezzo. Non parla, non cammina, non sta seduta, non afferra, non si sa bene quanto veda. Avendo una lesione cerebrale da sempre dorme con il saturimetro», che permette tra l’altro di controllare lo stato di ossigenazione del sangue. Però la disabilità non ha fermato la forza della mamma, decisa a fare tutto il possibile per vederla stare bene. «Tranne l’estate al mare a Genova, durante l’anno Elena va all’asilo, ha degli assistenti che la seguono, dalle 9 alle 4, fa la fisioterapia, viene a casa, vede la tv. Quest’anno andrà alle elementari, ovviamente non va a scuola per leggere e scrivere, però per me è fondamentale che questa vita che le è stata data la viva al meglio. Quel poco che riesce a fare, io voglio che lo faccia».

La condizione di Elena, «che sta seduta con il corsetto, il poggiatesta e non si muove, è quella che alcuni definirebbero un vegetale», dice amaramente. Ma «Elena è viva, le sue percezioni le ha, anche se limitate rispetto a noi. Però io le vedo: quando siamo al mare io la metto in acqua, le faccio fare il bagno e lei ride, quindi vuol dire che è contenta. Le faccio il solletico e ride. Quando al mattino si sveglia sorride, e anche quando poi la metto a letto sorride». Poi pensa al piccolo Charlie: «Si stanno accanendo nel volerlo fare stare là. In Inghilterra hanno un altro concetto di vita, che non è il nostro. In Italia non sarebbe stato possibile che un bambino resti sedato e intubato per 8 mesi. Qualsiasi persona, anche sana, dopo una sedazione così lunga non ha grandi possibilità di riprendersi. E comunque i genitori non volevano certo portarlo da uno stregone, ma da Michio Hirano che è il maggior conoscitore delle malattie mitocondriali. Salvatore Di Mauro, che le ha scoperte, è stato il suo insegnante. La verità è che i nostri sono considerati “bambini a perdere”, senza prospettive di vita, con malattia non curabile, e quindi non c’è scopo di perdere soldi ed energie in bambini così, perché non hanno chance. Eppure tante volte abbiamo visto bimbi dati per spacciati che in realtà poi sopravvivono». Anche se non esistono cure. «Ogni tanto leggo che alcune mamme dicono “non ti vorrei diverso da come sei”. No, non è vero, ma non per me, ma per la mia bambina. Però a volte penso che un bambino come Elena ti insegni a goderti di più delle piccole cose, impari a vivere meglio, ad accettare quello che hai. Non per me avrei voluto un’altra vita, ma per lei. Per me la cosa importante è che la vita che le è stata data sia vissuta al meglio possibile. Un sorriso di mia figlia per me vale più di qualsiasi altra cosa».

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Sant’Anna nell’arte

Posté par atempodiblog le 26 juillet 2017

Sant’Anna nell’arte
Leonardo e la riflessione sull’origine
di Rodolfo Papa – Zenit (7 aprile 2014)

Sant’Anna nell’arte dans Articoli di Giornali e News Leonardo_da_Vinci_Sant_Anna_Mus_e_du_Louvre

La scorsa settimana ho avuto occasione di tornare a riflettere sulla figura di Sant’Anna nell’arte, perché sono stato invitato al Castello Ventimiglia di Castelbuono, in Sicilia, incastonato nelle Madonie, a tenere una conferenza su questo tema. Infatti, nel castello si conservano le preziose reliquie di sannt’Anna, giunte li nel XIV secolo. La cappella palatina del castello Ventimiglia, fu in seguito decorata dai Serpotta, unico caso tra le loro opere, in cui viene usato il fondo a foglia d’oro a piena parete, che in seguito la bottega abbandonerà per una scelta di purezza cromatica legata ai toni di bianco, così come li conosciamo nella più famosa cappella palermitana dell’Oratorio di San Lorenzo. In questa occasione analizzando tutta l’iconografia maturata tra l’VIII-IX secolo e il XV, ancora una volta ho potuto “meravigliarmi” della peculiare capacità di Leonardo nell’affrontare, in modo antico e nuovo,  questo tema. Leonardo, infatti, è come tutti i grandi artisti all’interno del “sistema d’arte cristiano” è capace di elaborare un segno pregno di significati uniti e desunti dalla tradizione, ma nel contempo totalmente innovativo, tanto da influenzare iconograficamente grandi artisti dei secoli successivi, come Caravaggio.

Nella produzione pittorica di Leonardo constatiamo una particolare sensibilità nell’affrontare il mistero dell’Incarnazione. In opere quali  l’Annunciazione o la Vergine delle Rocce, Leonardo riesce, infatti, ad interpretare l’iconografia tradizionale, producendo composizioni originali, in cui l’umanità e la divinità di Cristo vengono mostrate mediante il linguaggio proprio della pittura, con sublime poesia e profondità teologica.

Questa peculiare cifra spirituale appare espressa in modo eccellente nel cartone di Burlington House, Sant’Anna, la Vergine e il Bambino ora alla National Gallery di Londra e nell’olio su tavola Sant’Anna, la Madonna e il Bambino con l’Agnellino, conservato al Louvre di Parigi. Le due opere sono simili per tema e trattazione, ma presentano alcune differenze compositive. Nella tavola conservata a Parigi, la Vergine siede sulle ginocchia di sua madre sant’Anna, ed è abbassata in avanti, cosicché Anna si impone come la figura più alta; Maria ha le braccia protese verso Gesù Bambino, che sembra voler salire per gioco su un agnellino, voltandosi verso la Madre. Il gruppo si staglia su uno sperone di roccia, su una zolla di terra, geologicamente connotata. Nel cartone conservato a Londra, i volti delle due donne sono invece vicini e Maria ha in braccio Gesù Bambino, proteso verso San Giovannino.

Vasari nelle sue Vite descrive un cartone che è forse una prima versione perduta, e che sembra essere la sintesi delle due opere che possediamo, in quanto vi sarebbero presenti sant’Anna, Maria, Gesù Bambino, san Giovannino e un “pecorino”; soprattutto Vasari fin dalla prima edizione delle Vite sottolinea l’ammirazione provata da tutti verso tale mirabile opera, in cui vengono magnificamente rappresentati i sentimenti dei santi protagonisti, in particolare di Maria: «Fece un cartone dentrovi una Nostra Donna et una Santa Anna, con un Cristo, la quale non pure fece maravigliare tutti gli artefici, ma finita ch’ella fu, nella stanza durarono dui giorni di andare a vederla gli uomini e le donne, i giouani et i vecchi come si va a le feste solenni, per vedere le maraviglie di Lionardo, che fecero stupire tutto quel popolo. Si vedeva nel viso di quella Nostra Donna tutto quello che di semplice e di bello può con semplicità e bellezza dare grazia a una madre di Cristo; volendo mostrare quella modestia e quella umiltà che in una vergine contentissima di allegrezza del vedere la bellezza del suo figliuolo, che con tenerezza sosteneva in grembo; e mentre che ella con onestissima guardatura a basso scorgeva un santo Giovanni piccol fanciullo che si andava trastullando con un pecorino, non senza un ghigno d’una Santa Anna che, colma di letizia, vedeva la sua progenie terrena esser divenuta celeste. Considerazioni veramente dallo intelletto et ingegno di Lionardo».

Si tratta realmente di una composizione pittorica estremamente significativa. Infatti, l’intreccio delle figure, fisicamente legate, risulta immagine della genealogia umana di Gesù, che è veramente figlio di Maria, che è veramente figlia di Anna. Questa genealogia umana poggia sulla terra: la descrizione pittorica della terra naturale su cui si ergono le figure sottolinea la reale umanità di Gesù.

Nel dipinto la testa di sant’Anna sovrasta Maria, e la sua figura, dalla testa fino al piede sinistro, costituisce l’asse centrale dell’intera composizione. Con questa costruzione, Leonardo si colloca in maniera originale nella tradizione iconografica tre-quattrocentesca che rappresenta Sant’Anna come progenitrice; per esempio nei  dipinti di Lorenzo da Sanseverino, di Masolino, di Masaccio, di Beccafumi e di Memling, Anna sovrasta Maria in una posizione e in una dimensione più alta, in quanto madre e in quanto anziana. Ma pur essendo più anziana e in qualche modo dominante, sant’Anna viene sempre rappresentata come colei che contempla la figlia Maria, con amore di madre e fede di santa. Nel dipinto di Leonardo, sant’Anna ha lo sguardo abbassato verso Maria, la quale guarda negli occhi Gesù. In questo modo appare veramente espresso quanto poeticamente scritto da Dante nel XXXII canto del Paradiso nella Divina Commedia: «Di contr’a Pietro vedi seder Anna / tanto contenta di mirar sua figlia / che non move occhio per cantare osanna». Il volto di sant’Anna dipinto da Leonardo esprime una grande gioia: ella gioisce della propria discendenza, vedendo nella propria storia l’attuarsi della storia della salvezza.

Alle spalle delle donne, nel dipinto leonardiano c’è un paesaggio di monti che si perdono all’orizzonte. Spesso Leonardo associa i significati simbolici e spirituali della montagna e della caverna alla figura di Maria, madre di Gesù Cristo.

Proseguendo il cammino già avviato con la più giovanile tavola dell’Annunciazione, Leonardo sembra fare propri i simboli iconografici della tradizione pittorica, rivivendoli in modo originale, secondo le proprie esperienze conoscitive e contemplative.

Nella Sant’Anna, la Madonna e il Bambino con l’Agnellino il tema non facile, in quanto non narrativo e privo di una fonte diretta nelle Sacre Scritture, viene trattato con estrema ampiezza, in quanto appare collocato in una dimensione cosmica, universale. Il paesaggio che avvolge le figure traccia un ordine complesso ma unitario: dall’orizzonte tra cielo e montagne fino alle profondità della terra. Al centro, il gruppo delle sante persone appare quasi emergente dalla terra e svettante verso il cielo, nella luce che emana dal sorriso di Maria, a sua volta resa luminosa dallo sguardo di Gesù.

La poesia con cui Leonardo tratteggia il volto di Maria, nel suo relazionarsi alla madre e al Figlio, trova analogia nel sonetto 366 delle Rime di Petrarca, dedicato a Maria: «Tre dolci e cari nomi ha in te raccolti, madre, figliuola e sposa».

Sicuramente, la soluzione di Leonardo è all’origine della composizione proposta da Caravaggio nella Madonna dei Palafrenieri, opera anch’essa capace di esprimere con il linguaggio della pittura profondi significati teologici; Caravaggio aggiunge anche il segno del serpente, che viene  schiacciato da Maria per mezzo di Gesù ed inoltre sostituisce il paesaggio con una porta, a sottolineare in modo diverso il mistero dell’Incarnazione.

Di fronte alla tavola ed anche al cartone dedicati da Leonardo alla Vergine con sant’Anna e il Bambino, si nota una particolare abilità poetica nella rappresentazione del volto di Maria. Sembra che l’artista abbia prestato una particolare delicatezza ed attenzione nel tratteggiare una donna bellissima, di evidente virtù e di immensa vitalità: come animata dall’amore. Il volto di Maria esprime infatti una cura infinita per il piccolo Gesù, e i suoi gesti annunciano i sentimenti della sua anima: il suo essere completamente protesa verso di lui, in un gesto insieme di cura e di sequela.

Leonardo ha dedicato molte opere pittoriche a Maria; le più famose sono senz’altro l’Annunciazione, l’Adorazione dei Magi, la Vergine delle Rocce e la Vergine con sant’Anna.  L’insieme di queste opere mostra un profondo impegno di Leonardo su questo versante. Una profonda mariologia è prodotta da una corretta cristologia: e questo è quello che notiamo in Leonardo, dove la lode a Maria sembra sempre essere profondamente inscritta nella sua relazione al mistero della Trinità e del Verbo Incarnato. Maria è, infatti, la terra che accoglie lo Spirito del Signore, Maria è la caverna in cui fiorisce il Nazareo, Maria è la montagna che conduce alla contemplazione di Dio. Nel volto di Maria appare dipinta la sintesi di cielo e terra, perché è madre di Gesù Cristo. Lo sguardo di Maria fissato negli occhi di Gesù, nella tela che stiamo analizzando, è un segno preciso e intenso della relazione umana e divina tra Maria ed il Verbo Incarnato.

Sembra che Leonardo, per la capacità di mostrare la vera bellezza di Maria,  sia animato da una ispirazione simile a quella espressa da Dante, all’inizio dell’ultimo canto della Divina Commedia: «Vergine madre, figlia del tuo figlio / umile e alta più che creatura, / termine fisso d’eterno consiglio / tu se’ colei che l’umana natura / nobilitasti sì, che ‘l suo fattore / non disdegnò di farsi sua fattura».

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Benedetto XVI: “La Chiesa ha bisogno di pastori che resistano alla dittatura dello spirito del tempo”

Posté par atempodiblog le 18 juillet 2017

Benedetto XVI: “La Chiesa ha bisogno di pastori che resistano alla dittatura dello spirito del tempo”
Lungo messaggio inviato da Joseph Ratzinger ai solenni funerali dell’amico Joachim Meisner, cardinale e arcivescovo emerito di Colonia, morto improvvisamente
di Matteo Matzuzzi – Il Foglio

Benedetto XVI: “La Chiesa ha bisogno di pastori che resistano alla dittatura dello spirito del tempo” dans Articoli di Giornali e News Benedetto_XVI

E’ stato mons. Georg Gaenswein a leggere, nella cattedrale di Colonia, il lungo messaggio che il Papa emerito Benedetto XVI ha scritto per ricordare il cardinale Joachim Meisner, per venticinque anni arcivescovo della città sul Reno e, soprattutto, suo grande amico. Ai solenni funerali erano presenti diversi porporati, tra cui i cardinali Gerhard Ludwig Müller , Dominik Duka, Reinhard Marx e Péter Erdo, che ha tenuto l’omelia. A presiedere il rito, l’attuale arcivescovo di Colonia, il cardinale Rainer Maria Woelki, già segretario dello stesso Meisner.

“Quando mercoledì scorso ho appresto, da una telefonata, la notizia della morte del cardinale Meisner, in un primo momento non ci ho creduto”, ha scritto Joseph Ratzinger, ricordando che solo il giorno prima i due si erano sentiti, parlando anche della felicità dell’arcivescovo emerito di Colonia defunto per aver potuto partecipare solo il 25 giugno, a Vilnius, alla beatificazione di mons. Mautolionis. “Aveva un grande amore per le chiese dell’Europa dell’est che tanto soffrirono la persecuzione comunista”, prosegue il Papa emerito: “Quello che mi ha colpito particolarmente nei recenti colloqui con il cardinale defunto sono state la serenità, la gioia interiore e la fiducia che aveva trovato. Sappiamo che era un pastore appassionato, e l’ufficio di pastore è difficile, proprio in un momento in cui la Chiesa ha bisogno di pastori convincenti che sappiano resistere alla dittatura dello spirito del tempo e sappiano decisamente vivere con fede e ragione. Mi ha commosso anche il fatto che ha vissuto in questo ultimo periodo della sua vita sempre di più con la certezza profonda che il Signore non abbandona la sua Chiesa, anche se a volte la barca si è riempita fino quasi a capovolgersi”.

Due cose negli ultimi tempi gli piaceva ricordare, ha aggiunto Benedetto XVI a proposito di Meisner: “la profonda gioia gioia di vivere il sacramento della penitenza” e qui c’è il rimando alla Giornata mondiale della gioventù del 2005 che si tenne proprio a Colonia, con il Papa emerito a sottolineare che “alcuni esperti di pastorale e liturgia credevano che il silenzio non potesse essere raggiunto agli occhi del Signore con un gran numero di persone” e alcuni – osserva ancora Ratzinger – “credevano che l’adorazione eucaristica fosse datata in quanto tale, perché il Signore dovrebbe essere ricevuto nel pane eucaristico e non in modo diverso”.

Quindi, le ultime parole di ricordo: “Quando il cardinale Meisner non è andato alla messa, l’ultima mattina, è stato trovato morto nella sua stanza. Il breviario gli era scivolato dalle mani: stava pregando, morto, davanti al Signore, parlando con Lui. Il genere di morte che gli è stato dato dimostra ancora una volta come ha vissuto alla presenza del Signore e in conversazione con lui con Lui”.

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“Il fantasy cattolico ha una marcia in più”

Posté par atempodiblog le 16 juillet 2017

“Il fantasy cattolico ha una marcia in più”
Lo scrive il gesuita Guy J. Consolmagno su «Civiltà cattolica»: «Superman è una noia, Frodo ci piace perchè sa soffrire»
di Raffaella Silipo – La Stampa

“Il fantasy cattolico ha una marcia in più” dans Articoli di Giornali e News Frodo

Superman? «Alla fin fine è una noia». Vuoi mettere con Frodo, «che può soffrire e fallire e alla fine trionfare»? Gli scrittori cattolici di fantascienza e di fantasy, sostiene Guy J. Consolmagno (scienziato e gesuita appassionato di fantascienza, che proprio grazie a essa è divenuto uno scienziato) su «Civiltà cattolica», hanno una marcia in più. John R. R. Tolkien e Gene Wolfe sono soltanto gli esempi più eclatanti, ma tra i più noti e amati scrittori di fantascienza ci sono «insospettabilmente» tanti cattolici. Perché? «Ad esempio, la concezione cattolica di un’umanità peccatrice comporta la presenza di personaggi che possono essere amati anche quando commettono errori e si comportano male».

L’articolo dal titolo «La fantascienza e la sensibilità cattolica», che apparirà sul prossimo fascicolo della rivista, sostiene che gli scrittori cattolici sono avvantaggiati dalla loro fede anche dal punto di vista narrativo. D’altronde già Tolkien lo sosteneva, in una lettera al gesuita Padre Robert Murray: «Il signore degli anelli è fondamentalmente un’opera religiosa e cattolica: l’elemento religioso è radicato nella storia e nel simbolismo». Un altro credente convinto – anche se non cattolico ma anglicano – era Clive Staples Lewis, amico e collega di Tolkien, che ha riempito di simbologia cristiana le sue «Cronache di Narnia»

Mentre Gilbert K. Chesterton scriveva: «Le favole non danno al bambino la prima idea di uno spirito cattivo. Ciò che le favole danno al bambino è la prima chiara idea della possibile sconfitta dello spirito cattivo. Il bambino conosce dal profondo il drago, fin da quando riesce ad immaginare. Ciò che la favola gli fornisce è che esiste un San Giorgio che uccide il drago»

Il cattolicesimo in questo caso «è un insieme di princìpi circa l’universo, al di là di ciò che possono dirci gli astronomi. E le buone storie vengono spesso dallo scontro tra visioni del mondo contrapposte. Essere cattolici in un mondo laico significa vivere quella tensione: si è già a buon punto». La sfida è sempre quella: la battaglia del bene contro il male, sentimenti grandi e nobili, un senso ultimo delle cose e soprattutto l’aspirazione alla grandezza, «promuovere un’immagine che sia davvero abbastanza grande da essere universale». In questo senso, l’obiettivo degli scrittori cattolici «sembra essere, in fondo, quello di trovare nuovi modi per dire Dio, pur restando fedeli a quello vero».

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Lo spazio di Dio. Estate, questo tempo buono per scoprire chi amiamo

Posté par atempodiblog le 15 juillet 2017

Lo spazio di Dio. Estate, questo tempo buono per scoprire chi amiamo
L’estate è quel momento terribile dell’anno in cui scopriamo che quando d’inverno dicevamo che non pregavamo perché non c’era tempo, dicevamo una bugia…
di Mauro Leonardi – Avvenire

Lo spazio di Dio. Estate, questo tempo buono per scoprire chi amiamo dans Fede, morale e teologia Adorazione

L’estate è quel momento terribile dell’anno in cui scopriamo che quando d’inverno dicevamo che non pregavamo perché non c’era tempo, dicevamo una bugia. Dicevamo non prego perché ho da studiare, devo lavorare, ora non posso perché mia moglie mi aspetta, ma dicevamo così perché mentivamo. D’estate scopriamo di avere tempo, tempo libero, e che non pregheremo. Non penso solo all’andare a Messa alla domenica: mi riferisco alla preghiera solitaria, silenziosa, meditativa, chiamatela come volete. Dimmi a che cosa dedichi il tuo tempo, e ti dirò dove sta il tuo cuore. Capita di chiedere a chi si prepara alla Cresima, per esempio, se Dio è importante. La domanda è fatta da un prete, per cui la risposta è invariabilmente positiva: sì, Dio mi interessa tanto, tantissimo. Come quando la prof di matematica chiede all’alunno se gli piacciono le equazioni: come dire la verità se in ballo c’è la promozione? Quindi, sì, al prete si può dire che Dio interessa molto; che, anche se non vado a Messa e non dico Rosari ‘a Dio, in realtà, ci penso sempre’.

Allora, per cercare di arrivare più vicino alla verità, io faccio un’altra domanda e chiedo a cosa dedichi la giornata, ovviamente al netto delle operazioni ‘necessarie’ tipo mangiare, bere e dormire. Amore, studio, lavoro, internet, sport, amici, sono le risposte più normali. Viene fuori che a Dio, quando va bene, dedichiamo, la sera, un tempo inferiore all’igiene orale. Questa risposta è la verità su quanto sia il nostro interesse per Dio. Gli dedichiamo poco tempo perché non ci interessa. Dimmi a cosa dedichi il tuo tempo e ti dirò qual è la tua gerarchia ‘reale’ di valori: non la gerarchia che ti racconti, quella vera. Il fatto è che noi tutti sappiamo di avere (e di essere) solo l’istante presente. Mentre rispetto allo spazio abbiamo una certa libertà perché possiamo andare e tornare da un posto, perché possiamo dilatare il nostro spazio esistenziale comprando case, terreni; possiamo spostarci più velocemente con auto e aerei; internet e telefonini ci permettono di crederci un po’ ‘dèi’ rispetto al ‘dove’, ma rispetto al ‘quando’, all’ora siamo inchiodati. Posso andare e tornare da un luogo ma non posso ‘tornare’ dal passato o ‘correre’ davvero verso il futuro. Posso solo andare avanti e farlo al ritmo del tempo.

Abbiamo esclusivamente l’istante presente. Siamo solo il tempo presente. Il tempo presente è ciò in cui realizzo la mia vita: «mi realizzo» adesso, e solo adesso. Questo lo sappiamo tutti, quand’anche non ci avessimo mai pensato. Il tempo è una morsa a cui nessuno di noi può sfuggire. Per questo dedichiamo tempo solo a ciò che amiamo e dedicare tempo a una persona è il modo più vero di amarla. Per questo il tempo libero dell’estate è davvero un bel momento per scoprire chi amiamo veramente. E se tra questi amori c’è Dio.

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Gesù vorrebbe venire in vacanza con noi

Posté par atempodiblog le 12 juillet 2017

Gesù vorrebbe venire in vacanza con noi
di don Marco Lodovici – Parrocchia San Domenico di Legnano (MI)

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Il tempo dell’estate e delle vacanze è spesso un tempo in cui si ha qualche momento libero in più eppure sembra essere il tempo in cui i Cristiani diventano atei e vanno in vacanza lasciando a casa il Signore. Ho pensato allora di usare questa riflessione per dare qualche suggerimento per rendere fruttuosa la vita spirituale nel tempo estivo.

Anzitutto NON perdiamo la Messa domenicale. Quante volte sento dire: “ho cercato la Chiesa ma non c’era la Messa, l’orario era diverso, non sapevo dov’era la Chiesa…”. Sarebbe interessante chiedersi: se andiamo a vedere un museo o una manifestazione non controlliamo prima con Internet o informandoci per telefono circa l’orario e tutte le informazioni che ci servono? Perché allora per la Messa non possiamo fare la stessa cosa? Oppure a volte non andiamo perché “non è prevista nel viaggio organizzato”. Eppure sono tutti battezzati quelli che partecipano; perché non sappiamo chiedere di andare a Messa dicendo che per noi la Messa domenicale è indispensabile? Sarebbe proprio una bella testimonianza invece continuiamo a far credere che se si può andare va bene ma che comunque possiamo tranquillamente farne a meno.

Cerchiamo un tempo di silenzio e di preghiera. Se partiamo per le vacanze dicendo se ho tempo mi metterò a pregare possiamo stare abbastanza sicuri che il tempo non ci sarà. La preghiera come le altre cose della vita richiedono di essere desiderate, programmate e custodite. Si organizzano le giornate anche di mare e di montagna chiedendosi quale spazio posso lasciare oggi alla mia preghiera?

Leggiamo qualche buon libro di spiritualità. Spesso si va in vacanza portandosi qualcosa di “leggero” da leggere, perché non scegliere un libro che possa arricchire la nostra vita spirituale magari rispondendo a qualche domanda, dubbio o fatica che ho nel cuore?

Fermiamoci a contemplare il creato. Ci sono alcuni posti in montagna o anche in qualche luogo isolato al mare, in mezzo alla natura, all’alba o al tramonto, di fronte ad un cielo stellato in cui se non andiamo di fretta possiamo fermarci a vedere il capolavoro splendido che la mano di Dio ha fatto per noi. Non perdiamo queste occasioni, non passiamo la vacanza consumando o correndo, bruciando le esperienze senza fermarci. Dio è molto più vicino a noi di quello che pensiamo.

Troviamo il tempo per visitare qualche Chiesa, qualche abbazia, qualche luogo dove si vede la storia di fede vissuta negli anni. Mi fa piacere ricevere foto di qualche santuario, di qualche luogo significativo per la vita di un santo, di momenti di fede importanti nel paese dove ci si trova in vacanza. Abbiamo sempre da imparare dalla vita spirituale di tanti nostri fratelli e da secoli di storia di fede.

Infine curiamo l’attenzione alle relazioni. Durante l’anno il lavoro, la vita frenetica a volte non ci permettono di parlare agli altri, a partire dai nostri famigliari guardandoli negli occhi. Spesso riduciamo la comunicazione a quello che serve per “far funzionare la famiglia”. Viviamo questo tempo per riscoprire la gioia dei sentimenti e delle relazioni vere. Dedichiamo tempo ad ascoltare e a parlare, ci accorgeremo che è il tempo usato meglio!

Vi auguro vacanze così!

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Adorazione del Santissimo per bambini? Esperienze sorprendenti

Posté par atempodiblog le 11 juillet 2017

Adorazione del Santissimo per bambini? Esperienze sorprendenti
Se Dio è un “mistero”, lo è anche l’incontro che un bimbo di 7 anni può avere con Lui in cappella
Tratto da:  Aleteia
[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

Adorazione del Santissimo per bambini? Esperienze sorprendenti dans Articoli di Giornali e News Adorazione_del_Santissimo_per_bambini

L’adorazione eucaristica sta tornando ad essere un aspetto centrale della vita cristiana. Dopo decenni in cui era stata messa da parte in molti luoghi, sono moltissime le parrocchie che hanno recuperato l’esposizione pubblica del Santissimo.

Questa diffusione dell’adorazione, che secondo molte testimonianze dà tanti frutti, raggiunge anche i bambini, e viene introdotta sempre più nelle celebrazioni con i piccoli, anche se in modo adattato alla loro età.

Bambini adoratori?
Molti si possono chiedere se serva a qualcosa che bambini di sei o sette anni siano “adoratori” e preghino o restino davanti a Cristo Eucaristia quando non hanno ancora una coscienza formata su cosa sia. La risposta la dà Famille Chretienne in un reportage centrato proprio sull’adorazione e i bambini.

In Francia, in alcuni luoghi l’esperienza con i bambini si svolge da più di 15 anni, e i frutti sono favolosi, sostengono gli organizzatori, al punto che si sta estendendo in altre zone. Se Dio è un “mistero”, lo è anche l’incontro che un piccolo di 7 anni può avere con Lui in cappella.

Per chi ha l’messo in pratica e ne sta vedendo ora i frutti, il culto porta i bambini molto piccoli in modo naturale all’intimità con Cristo, e li fa familiarizzare direttamente con il cuore di Dio.

Connessione diretta tra i bambini e il Signore: “Hanno il wi-fi”
Uno dei gruppi di bambini adoratori è quello della città francese di Rouen, dove una delle madri parla ai piccoli dai sei agli otto anni di Gesù prima di entrare in cappella per stare con Lui. Lì tutti si inginocchiano in silenzio, e in modo naturale posano gli occhi su “Gesù nascosto”.

“Venti minuti sono troppi?”, hanno chiesto a Jules, di otto anni, che ha risposto con un grande sorriso: “Oh, no!”.

Una delle domande che pongono più spesso i sacerdoti e i laici che accompagnano questi bambini è come siano capaci di stare in preghiera quando molti adulti non riescono a stare in silenzio davanti al Santissimo per più di due minuti. “C’è una connessione diretta tra il cuore dei bambini e il Signore. Hanno un wi-fi”, afferma Cécile, madre di un bambino adoratore a Parigi.

In base alla sua esperienza, i bambini di questa età hanno il cuore molto più aperto e vi accolgono Gesù.

Un tempo adatto all’età dei bambini
Evidentemente, per arrivare a questo punto serve pazienza perché non smettono di essere bambini ed è poco realista immaginare trenta bambini che pregano in silenzio per un’ora. Il tempo si adatta all’età, e i più piccoli possono rimanerci quindici o venti minuti, anche se a volte non c’è un silenzio totale. Ad ogni modo, questo atteggiamento di adorazione entra in loro.

Florence Schlienger, responsabile di uno di questi gruppi a Versailles, riconosce che sia lui che ogni adulto che si imbarca in questa avventura particolare seminano senza sapere cosa raccoglieranno, e ricorda il caso di un bambino che dava le spalle all’altare per tutto il tempo e che tuttavia il mese dopo parlava continuamente a sua madre dell’amore di Dio.

“È un’educazione alla vita interiore in cui non vediamo immediatamente i frutti, si vedono dopo”, dicono anche le mamme. “Prima si impara a pregare, più rapidamente diventa una cosa naturale”. Anche padre Thibaud Labesse, cappellano di uno di questi gruppi di bambini, insiste su quest’ultimo aspetto. Le mamme colgono questo fatto soprattutto nel comportamenti che i bambini hanno poi a Messa, perché captano il “mistero” della presenza di Cristo nel tabernacolo.

La sorella Beata aiuta le Missionarie dell’Eucaristia in questo apostolato e riferisce in cosa consistono queste sessioni. Leggono con loro il Vangelo, lo spiegano e poi realizzano disegni da colorare su questi insegnamenti. Poi arriva il momento in cui in gruppi per età si organizzano turni di adorazione in cui si cantano anche delle canzoni e si offrono intenzioni di preghiera.

I piccoli di 4 anni adorano il Santissimo dieci minuti e quelli di otto arrivano già a 25, con intervalli più lunghi di silenzio.

Fucina di vocazioni
Gli organizzatori sottolineano anche che la presenza del sacerdote è importante, e che questi prega con loro. “Nell’adorazione, il bambino entra in intimità con Cristo, in un riflesso dell’amore con il Signore che è un brodo di coltura per le vocazioni”, dice Florence Schlienger, che segue questa missione da 15 anni e ha già visto molti bambini diventare adulti adoratori.

“L’introduzione della presenza di Dio nella vita personale è quello che li porterà alla Chiesa, più che un corso di Teologia”, ha osservato.

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CHARLIE GARD DEVE MORIRE/ Quella volontà cattiva di sbarazzarci del Mistero

Posté par atempodiblog le 28 juin 2017

CHARLIE GARD DEVE MORIRE/ Quella volontà cattiva di sbarazzarci del Mistero
I giudici della Cedu hanno dato ragione all’Alta corte inglese: Charlie Gard non ha diritto di vivere. Va eliminato. Perché ci rifiutiamo di esserne custodi?
di Don Federico Picchetto – Il Sussidiario

CHARLIE GARD DEVE MORIRE/ Quella volontà cattiva di sbarazzarci del Mistero dans Articoli di Giornali e News Charlie_Gard

CHARLIE GARD. Giunge ad un triste epilogo la vicenda di Charlie Gard, il piccolo neonato britannico affetto da una malattia mitocondriale molto rara dinnanzi alla quale i medici hanno pronosticato morte certa, mentre i genitori hanno vagliato qualunque via legale per poterlo tenere in vita. L’ultima carta l’hanno giocata alla Corte europea dei diritti dell’uomo che ha, dapprima, deferito la decisione e poi, nella serata di ieri, accolto le conclusioni del personale medico inglese e sentenziato che Londra può portare avanti le procedure per interrompere quello che la giustizia di Sua Maestà ha definito un accanimento terapeutico foriero solo di inutile dolore.

La domanda che tocca farsi è però molto diversa da quella che ha animato tanti dibattiti di questi mesi. Non importa, infatti, sapere chi ha ragione, quanto comprendere che tipo di problema Charlie sollevi nella nostra vita. Non si tratta di un problema legale, ossia di determinare fino a che punto le leggi degli stati possano spingersi nella vita degli uomini. Infatti le leggi, in questo caso, regolano atteggiamenti, comportamenti e azioni che vengono prima della legge stessa. Non è neppure un problema di libertà della famiglia: molte famiglie compiono scelte libere ma sbagliate per i loro figli e idolatrare la libertà della famiglia di Charlie oggi, solo perché coincide con quello che si pensa, potrebbe essere deleterio domani, quando magari dovremmo decidere se una famiglia può alimentare in modo vegano un neonato privandolo dell’apporto fondamentale di alcuni nutrienti.

Tutte queste cose sono per esperti, per tecnici che non mancheranno — anche su queste stesse colonne — di fornire i loro pareri e i loro punti di vista. La storia di Charlie è al contrario un problema di realtà e la questione che pone Charlie è il fatto stesso che lui c’è, esista. Mai come in questo caso possiamo toccare con mano che cos’è che ferisce davvero la nostra vita e il nostro amor proprio: il fatto che una cosa, che le cose, ci siano. Charlie è una persona viva, presente, la cui stessa esistenza risulta intollerabile non a lui, ma a chi tutti i giorni deve incrociarne lo sguardo.

Come una moglie, un marito, un collega, un figlio, una madre o un vicino di casa, è il fatto che egli sia che ci tormenta e che ci costringe a metterci in discussione. Charlie non è quello che ci aspettavamo, non è il bambino delle pubblicità, non è l’ideale di figlio che i genitori sognano quando mettono la testa e il cuore sul proprio futuro, ma è quello che c’è, quello che esiste. Più lui permane, più la nostra impotenza come medici e come adulti permane, più lui ci pone un problema, ci pone delle domande, ci sfida. Siamo così presi dalle nostre idee, dalle nostre opinioni, che non possiamo tollerare che qualcosa persista e continui a disturbarci.

Lo vogliono togliere di mezzo. Non le leggi dei giudici inglesi, non i pareri dei medici, ma il cuore degli uomini. I genitori, in tutto questo, non chiedono altro che attendere, che aspettare, che lasciare aperta una porticina, uno spiraglio, alla speranza, alla luce, all’esistenza. Ma si creerebbe troppo imbarazzo se lui, con la sua resilienza, continuasse a vivere, a lottare, a rimanere, si creerebbero costi, rebus collaterali, nuove diatribe. Quella vita, insomma, va eliminata perché disturba. Essa mette troppo in gioco le dinamiche, le strutture e i processi del nostro tempo. E c’è da giurarci che i fedeli garanti della giustizia lo faranno, lo faranno presto, nel giro di poche ore. Senza alcuna compassione, senza alcuna pietà. Col solo desiderio di togliersi dal cuore il dubbio, l’ombra, che Charlie continua a insinuare con la sua esistenza. E se fosse vero? E se la vita non fosse solo nostra?

Non c’è tempo, bisogna agire. E come Caino di ritorno dai campi, a chi dovesse chiedere conto di quanto accaduto si potrà sempre rispondere con una punta di sdegno: “Sono forse io il custode del mio fratello?”, oppure usando parole ben più macabre e più contemporanee, ribadire che – in fondo – “si sono solo eseguiti gli ordini”.

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Non siamo nati calciatori

Posté par atempodiblog le 28 mai 2017

Non siamo nati calciatori
Consapevoli di essere fortunati, desiderosi di aiutare gli altri (nonostante le invidie). L’appello di Marchisio per i migranti e l’impegno sociale di Thuram, Zanetti, Drogba & Co
di Paolo Di Stefano – Corriere della Sera

Non siamo nati calciatori dans Articoli di Giornali e News Claudio_Marchisio_e_la_situazione_del_mondo

«Io non sono nato calciatore» è una bella frase, che illustra l’intelligenza di un ragazzo, Claudio Marchisio, consapevole della propria fortuna. «Io non sono nato calciatore – ha scritto su Facebook il centrocampista della Juventus – ho vissuto i problemi di milioni di famiglie». Era una risposta a chi lo aveva rimproverato, anzi insultato (i social non conoscono mezze misure) per avere espresso la sua solidarietà nei confronti dei naufraghi nel Mediterraneo: «Come sta cambiando il mondo?», si chiedeva. Il risultato è stato duplice. Da una parte una valanga di condivisioni, dall’altra una slavina di improperi: chi gli consigliava di limitarsi a pensare alla finale di Champions e chi gli dava dell’ipocrita ricco e viziato.

È la reazione più automatica e più becera: un calciatore che guadagna un sacco di soldi non può (non deve) capire coloro i quali non hanno avuto la sua stessa fortuna, e se cerca di capire, uscendo dal perimetro del campo di calcio, non può che essere ipocrita, falso, untuoso, forse bugiardo. Siccome sarebbe chiuso in una gabbia dorata, tutto ciò che dirà a proposito del mondo esterno sarà assurdo, inappropriato, da prendere con sospetto… E per di più, in vista della finale, per un calciatore non dovrebbe esistere altro che la cura dei muscoli e della tattica.
Invece bisognerebbe essere grati a Marchisio, che ha espresso il suo pensiero sulle tragedie del nostro tempo con la sincerità umana che altri non hanno, avvezzi come sono al tran tran retorico-televisivo post partita: «Questa è la legge del calcio, la palla è rotonda» e poco più.

Un mondo blindato? Sì, ma meno che in passato. Visto che le eccezioni, e notevoli, non mancano. Anche Lilian Thuram, il difensore francese del Parma e della Juve, non è nato calciatore. E lo sa bene specie adesso che è «in pensione», tant’è vero che in un libro, intitolato Per l’uguaglianza , ha raccontato la propria infanzia povera in Guadalupa e poi, con l’emigrazione della famiglia (senza padre), il razzismo subìto a Parigi. La sua idea guida che il calcio è uno spazio pubblico da cui si trasmettono valori civili portò Thuram, nel 1998, a polemizzare con Jean-Marie Le Pen che lamentava l’eccesso di giocatori neri nella Nazionale francese. Con la Fondazione che porta il suo nome, Thuram è impegnato in ambito educativo, contro ogni discriminazione.

E se non è il solo, va segnalato che la sensibilità dei più è suggerita spesso da ragioni autobiografiche, cioè da memorie coloniali familiari più o meno dirette. Clarence Seedorf, tra l’altro ex Milan e Inter, olandese di origine surinamese, nel 2005 ha fondato «Champions for Children», che fornisce assistenza educativa e sanitaria nei paesi poveri. Il franco-ivoriano, e pacifista attivo, Didier Drogba ha una sua struttura che si occupa di combattere la malaria in Africa. Il nigeriano Nwankwo Kanu, che ogni interista dovrebbe ricordare, dopo aver scoperto i propri gravi problemi cardiaci ha messo su un’associazione per soccorre i bambini malati di cuore nel suo paese.
Per non dire dell’impegno a tutto campo (umanitario) del campione del mondo tedesco di origine turca, Mezut Özil. E ancora: Zinedine Zidane, David Beckham, Leo Messi e Cristiano Ronaldo, Xavier Zanetti… Oggi il vicepresidente dell’Inter aiuta i minori dei sobborghi complicati di Buenos Aires in cui lui stesso è faticosamente cresciuto. Il Capitano nerazzurro sa, come Marchisio, che nessuno è nato calciatore. E che il mondo è appena fuori.

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Maria, Madre di Misericordia

Posté par atempodiblog le 14 mai 2017

Maria, Madre di Misericordia
di Padre Livio Fanzaga – Maria, dolce Madre. Ed. SugarCo

Maria, Madre di Misericordia dans Citazioni, frasi e pensieri IMG_0779

Maria è la donna più conosciuta e più amata nella storia dell’umanità. Il suo nome da due millenni corre ininterrottamente sulla bocca degli uomini. La sua immagine emana pace e sicurezza.

A Lei si rivolgono gli uomini di ogni stirpe e di ogni religione. I bambini le mandano baci, gli adulti la invocano, i morenti la chiamano con l’ultimo sguardo.

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