Nostra Signora dei dolori a Kibeho, Rwanda

Posté par atempodiblog le 26 mai 2024

Nostra Signora dei dolori a Kibeho, Rwanda
Tratto da: Radio Maria

Nostra Signora dei dolori a Kibeho, Rwanda dans Apparizioni mariane e santuari Nathalie-Kibeho

La Madonna apparve dal 1981 al 1989 a tre studentesse del Collegio di Kibeho (Rwanda): Alphonsine, Nathalie e Marie-Claire.
A Nathalie La madre del Verbo si mostra con le braccia aperte, come nell’immagine della Medaglia miracolosa. La Madonna le chiede di lasciare gli studi per dedicarsi interamente alla missione da Lei affidatale, riceve l’incarico particolare della preghiera di espiazione per la salvezza e la pace nel mondo.

Ecco la sua testimonianza ai microfoni di Radio Maria con Padre Livio Fanzaga il 15 marzo 2024

Padre Livio: Sono felicissimo di poter parlare con Nathalie, la veggente di Kibeho. Ho seguito fin dall’inizio le apparizioni di Kibeho e mai avrei pensato di poter parlare con te, benvenuta ai microfoni di Radio Maria.
Nathalie: Anche io vi ringrazio per avermi chiamata a parlare con voi a Radio Maria Italia.

Padre Livio: Nathalie, vorrei che ci parlassi della tua esperienza con la Madonna a Kibeho, in modo tale che il pubblico italiano possa comprendere l’importanza mondiale di questa apparizione.
Nathalie: La Vergine Maria ci è apparsa a Kibeho dal 28 novembre 1981. La Madonna è apparsa a me, ad altre cinque ragazze e ad un ragazzo: Alphonsine, Marie-Claire, Stephanie Agnes, Vestine ed Emmanuel.
La prima apparizione avvenuta nel collegio di Kibeho, gestito da suore e frequentato da un centinaio di ragazze della zona, sabato 28 novembre 1981. Alphonsine era con noi nel refettorio quando sentì una voce che la chiamava: recatasi nel corridoio, vide una donna bellissima, vestita di bianco, con le mani giunte; quando le chiese chi fosse, rispose: Io sono la Madre del Verbo.
A me la Vergine Maria è apparsa il 12 gennaio 1982, mi ha chiamata per nome e mi ha detto: <Nathalie, figlia mia, prega molto, prega sempre per il mondo perché sta male. Il giorno i seguente la Madonna mi è apparsa di nuovo e mi ha detto che Lei era la Madre di Dio, la Madre del Verbo, come aveva detto ad Alphonsine.
La Vergine Maria è apparsa alla terza veggente Marie-Claire, il 2 marzo 1982. Si è mostrata a lei con il Rosario dei Sette Dolori tra le mani, le ha insegnato questa preghiera e sua volta la ragazza l’ha insegnata a tutte noi. La Vergine Maria voleva che questo Rosario fosse conosciuto nel mondo intero. Ci ha fatto sapere che il Rosario dei Sette Dolori è importante, ma non sostituisce il Rosario ordinario.
La Madonna si mostrata a noi come una mamma bellissima, buona, semplice. Noi parlavamo con Lei senza paura, senza inquietudine proprio perché ci metteva a nostro agio.
Quando ci è apparsa eravamo delle ragazzine, ma il messaggio che ci ha dato era per gli adulti, per le persone già avanti nelle fede.
Guardandola ci sembrava una donna di circa venti/trent’anni; indossava una veste bianca e blu che la copriva dal capo ai piedi; ci chiedeva di stare attenti a tutto quello che ci diceva e di ascoltare bene il messaggio che ci stava dando.
La Vergine Maria ci ha chiesto di pregare incessantemente anche per quelli che non pregano; ci chiedeva di ascoltarla con fede. Parlava come una mamma parla ai suoi figli. 

Padre Livio: Nathalie, puoi raccontarci la tua esperienza quando la Madonna ti ha portato a vedere il Paradiso, l’inferno e il purgatorio?
Nathalie: La Vergine Maria ci ha portato a visitare questi luoghi per farci capire che la vita non finisce qui sulla Terra, ma continua in diversi modi, a seconda della fede che abbiamo avuto in vita.
Eravamo giovani, non capivamo tutto quello che la Madonna ci diceva ma ci chiedeva di non dimenticarlo, voleva farci capire che la vita continua anche dopo la morte e ci invitava a non essere troppo attaccati alle cose materiali perché sono passeggere.
La Vergine Maria ci diceva di prenderci cura della nostra anima come facciamo con il nostro corpo e che dovevamo prendere le cose di Dio sul serio.
In questo viaggio mistico eravamo con la Vergine Maria e ci sentivamo altrove, vedevamo una luce, eravamo distaccati da tutto. Il viaggio è durato più di dodici ore durante le quali la Madonna ci ha fatto vedere diversi tipi di persone e diversi luoghi.
La prima cosa che abbiamo visto sono stati gli angeli e i santi. Gli angeli avevano vesti bianche e la loro fisionomia era quella delle persone bellissime; la Madonna ci ha spiegato che gli angeli ci aiutano.
Abbiamo visto anche un altro luogo, dove ci sono persone che di tanto in tanto sorridono ma non sono pienamente felici; infine, ci ha portato in un altro luogo molto brutto dove ci sono persone cattive.
La Vergine Maria ha attribuito a questi luoghi dei nomi diversi rispetto a quelli che noi conosciamo dal Catechismo della Chiesa Cattolica, ad esempio, dove vivono le persone cattive il posto delle persone ribelli che non ascoltano; i luogo dove ci sono le persone che sorridono di tanto in tanto il luogo del discernimento. In quello che noi chiamiamo purgatorio ci sono le persone che si purificano; in quello che noi chiamiamo Paradiso ci sono persone felicissime e la Madonna ha detto che il luogo della pienezza della gioia e quelli che vivono là sono i benamati di Dio.
Quando siamo rientrati da questo viaggio la Vergine Maria ha detto di pregare sempre e di seguire tutto quello che Lei avrebbe detto per la salvezza.
A me ha affidato il messaggio particolare per la preghiera delle anime del Purgatorio, inoltre mi ha chiesto un tempo di digiuno della durata di quattordici giorni, durante la Quaresima dell’anno 1983. Durante quel periodo ricevevo solamente la Santa Comunione.
Questo viaggio mistico mi ha aiutato a capire che la nostra vita veramente non finisce sulla Terra.
La Vergine Maria mi ha dato il compito di pregare per le anime del Purgatorio proprio durante quel digiuno prolungato.
La Madonna ci ha parlato della sua sofferenza per coloro che pensano che la vita sia unicamente fatta per mangiare, bere e soddisfare bisogni del corpo.

Padre Livio: Grazie Nathalie per questa bellissima testimonianza. Vorrei che ora facessi un’esortazione agli ascoltatori di Radio Maria affinché seguano sempre la Madonna.
Nathalie: Vorrei dire innanzitutto agli ascoltatori di Radio Maria di dare importanza al messaggio che la Vergine Maria ha dato da Kibeho al mondo intero perché, come Lei stessa ha detto, è indirizzato a tutti.
Sul messaggio della Vergine Maria ci sarebbero tante cose da dire, lo si può trovare in tanti libri, su internet e anche Radio Maria ne parla e lo divulga. Inoltre, la Madonna ha detto che desidera che la gente venga a Kibeho in pellegrinaggio.
La Vergine Maria insiste innanzitutto sulla crescita nell’amore per Dio: bisogna amare Dio al di sopra delle altre cose.
La Madonna ci invita anche a fare passi avanti nella fede e fare attenzione alla miscredenza che si sta diffondendo senza che noi ce ne accorgiamo.
Ci ha chiesto anche di pregare incessantemente e senza ipocrisia; la nostra preghiera deve essere nutrita dal senso di sacrificio e da atti di penitenza per arrivare alla vera conversione.
La Madonna ha detto ad Alphonsine che la sua vocazione era la consacrazione e le ha chiesto di pregare tanto per la Chiesa che negli anni avvenire si sarebbe imbattuta in diversi problemi. Attualmente Alphonsine vive in un Convento nella Comunità di Betlemme, a Gubbio, in Italia.
A Marie-Claire la Madonna ha detto che la sua vocazione era quella di essere una moglie e una mamma e le ha detto di pregare per le famiglie; in particolare le ha chiesto di continuare a insegnare la devozione del Rosario dei Sette Dolori. Marie-Claire e suo marito sono stati uccisi nel 1994, Dio li accolga nel suo Regno.
A me la Vergine Maria ha chiesto di rimanere qui, a Kibeho, e di pregare molto per il mondo perché sta per cadere nell’abisso. Mi ha chiesto anche di accettare la sofferenza come penitenza per ottenere la conversione dei ribelli; la mia missione anche quella di pregare per le anime del Purgatorio.
La Madonna ci ha anche detto di avere fiducia in Lei e di chiederle il suo soccorso. Lei sempre con noi anche se non la vediamo con i nostri occhi.

Chiederei a tutti gli ascoltatori di Radio Maria di amare sinceramente la Madonna e di avere fiducia in Lei, è la Madre di Dio, ci ama tanto e ascolta tutti noi.

Un’altra cosa che vorrei dire che la Madonna quando ci appariva ci mostrava spesso un grande prato fiorito: alcuni di questi fiori erano bellissimi, altri un po’ appassiti, altri proprio secchi.
I fiori rigogliosi rappresentano le persone buone che amano Dio e il prossimo; le persone che cambiano idea spesso sono rappresentate da quei fiori appassiti che stanno perdendo vita; fiori secchi rappresentano le persone cattive che non rispettano né Dio né il prossimo.
La Vergine Maria ci chiedeva ogni volta di essere come quei fiori rigogliosi e profumati che effondono il loro buon profumo dappertutto. La Madonna ha detto di essere persone che amano Dio e il prossimo senza ipocrisia.
Vi ringrazio per questo bella condivisione e per l’opportunità di raccontare qualche aspetto de le apparizioni a Kibeho e del messaggio che la Madonna ci ha dato.
La Vergine Maria ha detto che questo messaggio, preso sul serio, è come una medicina per il nostro mondo malato.

Padre Livio: Grazie Nathalie per questa bellissima testimonianza. Ti chiedo di pregare per tutti noi, affinché Radio Maria possa compiere la sua missione di portare il Vangelo in tutta l’Africa.
Nathalie: Anche io vi ringrazio per questa bella conversazione e per l’impegno che Radio Maria mette nel diffondere l’amore per la Madonna.
Caro Padre Livio, tanti auguri per il tuo anniversario di sacerdozio che hai festeggiato il 19 marzo, San Giuseppe sia sempre con te nel tuo cammino sacerdotale. Preghiamo sempre per voi, pregate per noi. Che Dio ti benedica, caro Padre Livio e renda fruttuoso il tuo apostolato.
A tutti gli ascoltatori di Radio Maria auguro mille benedizioni.

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Il Papa: visitare le catacombe durante il Giubileo rafforza nella fede e nella speranza

Posté par atempodiblog le 18 mai 2024

Il Papa: visitare le catacombe durante il Giubileo rafforza nella fede e nella speranza
Ai partecipanti alla Plenaria della Commissione di Archeologia Sacra Francesco esprime apprezzamento per l’opera di valorizzazione di questi cimiteri che testimoniano l’attesa nella risurrezione. Opportuna la decisione di ampliare il numero dei siti accessibili, afferma il Pontefice. Sostare davanti alle tombe dei martiri “ci fa confrontare con l’esempio coraggioso di questi cristiani, sempre attuale, e ci invita a pregare per tanti fratelli che oggi subiscono persecuzione per la fede in Cristo”
di Antonella Palermo – Vatican News

Il Papa: visitare le catacombe durante il Giubileo rafforza nella fede e nella speranza dans Articoli di Giornali e News catacombe

Valorizzare, in vista del Giubileo, i pellegrinaggi alle catacombe cristiane, in particolare alle tombe dei martiri, segno di speranza e di vita. È il messaggio di Francesco contenuto nel discorso rivolto stamane ai partecipanti alla riunione plenaria della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra. Questi luoghi, infatti, sono dei cimiteri, precisa il Papa, sono dormitori, sono testimonianza, pertanto, dell’attesa di resurrezione.

Il valore delle Giornate delle Catacombe
Papa Francesco riceve in udienza i membri della Commissione, guidati dal presidente monsignor Pasquale Iacobone, custodi del patrimonio di fede e di arte delle catacombe cristiane d’Italia e mostra di apprezzare l’impegno di coinvolgere soprattutto i giovani studenti nella tutela, nella ricerca, nel restauro di questi siti. In questo senso, elogia, in particolare, l’ideazione delle Giornate delle Catacombe, che hanno favorito il coinvolgimento di famiglie e ragazzi nei laboratori didattici, la tematizzazione sui canali social, l’assegnazione di borse di studio, la collaborazione con università. Vari progetti sono inoltre in corso in diverse regione « che portano a continue interessanti scoperte ». Considerando che durante il Giubileo, proprio le catacombe saranno una delle mete più significative, il Papa si sofferma a evidenziarne il richiamo alla speranza, tanto che ben si allineano al tema dell’Anno Santo. E fa alcuni esempi:

Lì si trovano i tanti segni del pellegrinaggio cristiano delle origini: penso, ad esempio, agli importantissimi graffiti della cosiddetta triclia delle catacombe di San Sebastiano, la Memoria Apostolorum, dove si veneravano insieme le reliquie degli Apostoli Pietro e Paolo. Scopriamo poi, in questi percorsi, i simboli e le raffigurazioni cristiane più antiche, che testimoniano la speranza cristiana. Nelle catacombe tutto parla di speranza: di vita oltre la morte, di liberazione dai pericoli e dalla morte stessa per opera di Dio, che in Cristo, il Pastore buono, ci chiama a partecipare alla beatitudine del Paradiso, evocata con figure di piante rigogliose, fiori, prati verdeggianti, pavoni e colombe, pecorelle al pascolo… Tutto parla di speranza e di vita!

Valorizzare le visite alle tombe dei martiri
Le catacombe sono “cimiteri”, cioè “dormitori”, ricorda il Pontefice, che valuta come « propizia e opportuna » la decisione di ampliare il numero dei siti catacombali accessibili ai pellegrini in virtù del fatto che si tratta di luoghi che parlano a tutti, non solo a coloro che vivono l’esperienza di fede, e si rallegra per la proposta della Commissione di evidenziare, per il Giubileo, le visite alle Tombe dei Martiri:

Testimoniano l’attesa, la speranza del cristiano, che crede nella risurrezione di Cristo e nella risurrezione della carne. Il pellegrinaggio nelle catacombe si configura, pertanto, come un itinerario in cui fare esperienza del senso dell’attesa e della speranza cristiana. [...] Sostare davanti ad esse ci fa confrontare con l’esempio coraggioso di questi cristiani, sempre attuale, e ci invita a pregare per tanti fratelli che oggi subiscono persecuzione per la fede in Cristo.

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Sulle tracce di Maria: la Madonna del Pozzo

Posté par atempodiblog le 15 mai 2024

Sulle tracce di Maria: la Madonna del Pozzo
Il 15 maggio 1616 la Madonna appare e salva la vita a un soldato spagnolo, Martino De Nava, aggredito e gettato in un pozzo, nei pressi di San Salvatore Monferrato. In questa apparizione Maria viene a dirci che è lì, per ridarci la speranza.
di Diego Manetti
Fonte: La nuova Bussola Quotidiana
Tratto da:
Comboni 2000 – Spiritualità e Missione

Sulle tracce di Maria: la Madonna del Pozzo dans Apparizioni mariane e santuari Madonna-del-Pozzo-AL


Continuiamo la pubblicazione delle conversazioni che Diego Manetti tiene ogni primo sabato del mese a Radio Maria, alla scoperta dei santuari più importanti dedicati alla Vergine.

Benritrovati, cari amici, con il consueto appuntamento mensile di “Sulle tracce di Maria” per seguire insieme – passo dopo passo – il cammino di Maria tra gli uomini, ripercorrendo alcune delle più importanti tracce che la Vergine ha lasciato nel mondo, ovvero i santuari a Lei dedicati, intesi come risposta umana all’iniziativa di Maria di rivolgersi all’umanità con apparizioni o messaggi in precisi momenti della storia.

La traccia mariana che andiamo a esaminare questa volta mi è particolarmente cara poiché si trova in una terra cui sono molto legato, avendovi avuto i natali: il Monferrato. E’ lì che vi chiedo di seguirmi in questo ormai consueto pellegrinaggio del cuore e della mente che vuol condurvi a ripercorrere insieme alcuni tra i segni del cammino di Maria nel mondo. Andiamo in Monferrato, dunque, precisamente a San Salvatore. Definito il luogo, possiamo anche meglio indicare la data.

Si tratta del 15 maggio 1616. In quel giorno la Vergine appare nei pressi di San Salvatore Monferrato, originando una devozione popolare radicata e affettuosa, che nei secoli ha segnato la spiritualità locale delle migliaia di pellegrini che, nel tempo, hanno richiesto l’intercessione della B.V. Maria invocandola con il titolo di “Madonna del Pozzo” presso l’omonimo santuario. Bene, prima di illustrare il fatto – cioè l’apparizione – che è all’origine di un titolo così particolare – “la Madonna del pozzo” – conviene spendere qualche parola sul contesto storico in cui tale apparizione accade, offrendo qualche informazione che possa permetterci di meglio comprendere l’evento accaduto in Monferrato in quel 15 maggio 1616.

Occorre partire dalla metà del ‘500, da quando cioè la Spagna, con il re Carlo V, aveva esteso la propria sovranità in Italia, arrivando a controllare i Regni di Napoli e di Sicilia e il Ducato di Milano. Proprio tale ducato comprendeva anche l’alessandrino, tanto che in Valenza – ancora oggi famosa, a dispetto della crisi, come “città dell’oro” per l’abilità e l’industria dei molti maestri orafi che vi si trovano – proprio gli spagnoli si erano dotati di un robusto presidio militare. Per quanto riguarda il Piemonte, questo era all’epoca diviso in Ducato di Savoia e Ducato del Monferrato: quest’ultimo, unitamente a quello di Mantova, era soggetto alla famiglia dei Gonzaga.

Per quanto formalmente indipendenti, occorre precisare che questi piccoli “stati” italiani di fatto rientravano nella sfera di influenza (e di soggezione) dell’una o dell’altra delle due potenze che allora si contendevano il controllo dell’Italia, vale a dire la Spagna, già ricordata, e la Francia.

Per quanto riguarda il Monferrato giova rammentare che, dopo la fondazione del Marchesato da parte di Aleramo, intorno all’anno Mille, la famiglia Aleramica si era estinta all’inizio del XIV secolo; la reggenza era dunque passata ai Paleologi – cui si deve, tra l’altro, la costruzione nel 1414 della torre fortificata di avvistamento che ancora oggi può scorgere chiunque si avvicini proprio a San Salvatore. Estintisi anche i Paleologi, per motivi di parentela matrimoniale con i Gonzaga, il Monferrato passò poi a questi ultimi, Duchi di Mantova.

Gli intrecci familiari, che all’epoca erano spesso il frutto di accorte politiche matrimoniali finalizzate al mantenimento del potere dinastico, sono all’origine dei conflitti per il controllo sul Monferrato che si scatenarono a inizio Seicento, quando alle aspirazioni di reggenza dei duchi di Mantova si opposero le pretese dei Savoia – una figlia delle quali aveva sposato un Gonzaga. Le rivendicazioni di potere sfociarono in aperto conflitto: da una parte Carlo Emanuele I di Savoia, desideroso di espandere nell’alessandrino i propri possedimenti piemontesi; dall’altra Ferdinando Gonzaga, il quale chiese aiuto al re spagnolo Filippo III che cercò, con accorta azione diplomatica, di impedire la guerra tra le due famiglie, per evitare tensioni che avrebbero potuto ripercuotersi pericolosamente sul vicino Ducato di Milano controllato proprio dagli Spagnoli. La guerra ebbe però inizio e gli Spagnoli non poterono che intervenire in soccorso dei Gonzaga, dislocandosi nel Monferrato a partire dal 1613.

Non pensiate, cari amici, che l’intervento degli Spagnoli fosse una benedizione per le terre monferrine. Il conflitto tra le famiglie dei Savoia e dei Gonzaga dava infatti il pretesto ai soldati spagnoli per spadroneggiare su quelle stesse terre ove già le truppe dei Savoia si erano macchiate di crimini e violenze contro la popolazione contadina, indifesa ed estranea a quelle lotte dinastiche che parevano davvero troppo lontane dalla vita, povera e umile, condotta dal popolo della zona.

La guerra proseguì fino al 1618, risolvendosi infine in un nulla di fatto poiché il duca di Savoia restituì le terre sottratte ai Gonzaga e questi restarono duchi del Monferrato fino al definitivo passaggio del territorio alla famiglia dei Savoia, all’inizio del Settecento.

Scuserete, cari amici, questi brevi ma necessari riferimenti storici, senza i quali non si potrebbe avere un’idea precisa della situazione del Monferrato e delle campagne di San Salvatore ai tempi del fatto miracoloso che tra poco andremo a descrivere. Possiamo dunque immaginare come, al tempo di quel 1616, la guerra tra Savoia e Gonzaga avesse ridotto quelle terre, un tempo fertili e ricche, a una landa desolata, dove imperversavano soldati savoiardi e spagnoli, dei soprusi e delle violenze dei quali le popolazioni contadine erano egualmente vittime. Gli storici calcolano che quasi metà della popolazione morì a causa della fame, della malattia e degli scontri bellici. I soldati, poi, ovunque arrivassero si arrogavano il diritto di sequestrare beni e vettovaglie per provvedere al mantenimento della truppa, occupando case e terre sottratte ai legittimi e impotenti proprietari che, unitamente al resto del popolo, covavano dunque un sordo rancore nei confronti dei soldati che imperversavano in quella zona un tempo pacifica e felice.

15 Maggio 1616
Veniamo dunque a quel 15 maggio 1616. Il comandante dell’esercito spagnolo dislocato presso il presidio di Valenza decide di spostare le truppe vicino alla zona di conflitto, dirigendosi verso le colline del Monferrato. Il percorso prevede una tappa presso il piccolo centro abitato di San Salvatore. Tra i soldati, la storia riporta quel Martino De Nava che fu protagonista dell’avvenimento miracoloso di cui trattiamo. Di Martino si dice che fosse uomo buono e particolarmente devoto alla Madonna – cosa non singolare, data la profonda fede cattolica della Spagna dell’epoca – al punto da accogliere con gratitudine quella corona del Santo Rosario che la madre, alla sua partenza per la guerra, gli aveva dato affinché la portasse sempre con sé.

Immaginiamo la scena di quel 15 maggio 1616. La compagnia giunge a San Salvatore, dopo aver marciato per un paio d’ore, provenendo da Valenza, e subito i soldati si accampano alla bell’e meglio, stanchi per il cammino compiuto sotto il sole di una calda giornata primaverile. Sistemati i bagagli delle truppe, ci si divide per cercare qualcosa con cui preparare la cena per la sera. Martino, da solo, si avvia nella campagna circostante alla ricerca di un pozzo dal quale attingere acqua sufficiente per l’intera compagnia, portando con sé un recipiente adatto allo scopo. Dopo un breve cammino, non molto distante dall’accampamento trova un pozzo che pare fare proprio al caso suo: è un tipico pozzo di campagna, abbastanza profondo per sperare di trovarvi acqua fresca e pulita, con un basso parapetto. Probabilmente doveva servire per irrigare le terre di quel fondo agricolo, situato nella zona detta “Pelagallo” e di proprietà di Guglielmo Della Valle.

Appena Martino vede il pozzo, vi si avvicina per attingere acqua e dissetarsi. Assicurato il recipiente a una cordicella, lo cala nel pozzo, ma l’acqua è troppo profonda. Si china allora sul basso parapetto, per riuscire a calare più in basso il contenitore. Finalmente riesce a raggiungere la superficie dell’acqua, e si mette di buona lena per tentare di riempire il secchiello. Tutto intento in tale operazione, non sia accorge di quanto sta accadendo alle sue spalle: un contadino, che in precedenza aveva notato l’arrivo del soldato spagnolo, si era nascosto tra le frasche, per controllarne i movimenti. Appena il soldato si era fermato ad attingere acqua, ecco che il povero contadino si era subito dipinto la scena seguente, immaginando che le cose sarebbero andate come solitamente accadeva durante l’imperversare dei soldati spagnoli nel corso di quegli anni di guerra: non avrebbero soltanto attinto un po’ di acqua dal pozzo, ma avrebbero senz’altro requisito ogni prodotto dei campi circostanti per sfamare le truppe. In preda all’angoscia e al timore di perdere un raccolto che era tanto prezioso in quei tempi di povertà, il contadino esce rapidamente dal proprio nascondiglio, giunge alle spalle di Martino, sdraiato sul bordo del pozzo e, con il falcetto che portava stretto in mano, mena rapidi e violenti fendenti al collo e alle spalle del soldato. Immaginatevi Martino: un po’ perché tutto intento ad attingere acqua in una scomoda e precaria posizione, un po’ perché sorpreso dall’improvviso attacco alle spalle, il poveretto non fa in tempo quasi a capire che cosa stia accadendo, e prima ancora che possa tentare una difesa si ritrova con profonde ferite, privo di sensi.

Non vedendolo più reagire, il contadino si rende conto della gravità dell’azione compiuta e, pensando di poter essere scoperto e temendo le ritorsioni dei soldati compagni di Martino, subito si affretta a buttare nel pozzo quello che ritiene un cadavere comprovante l’orribile delitto appena compiuto. Fatto questo, si allontana rapidamente, per far perdere definitivamente le sue tracce. A questo punto, cari amici, dobbiamo ammettere una sorta di “buco” nel racconto storico, poiché non ci è possibile conoscere l’identità del contadino, in quanto neppure le successive e accurate ricerche da parte del comandante della compagnia riuscirono a risalire al responsabile della brutale aggressione.

Ma torniamo al nostro Martino. Per quanto il contadino se ne sia andato credendolo morto, il giovane soldato è invece ancora vivo, benché gravemente ferito. Caduto nel pozzo, il contatto con l’acqua lo ha portato a riprendere i sensi. Subito cerca di restare a galla nell’angusto spazio delimitato dalle pareti del pozzo. Riavutosi dallo shock dell’aggressione e della caduta, dolorante, indebolito, Martino capisce che è condannato a morte certa. Il pozzo è infatti troppo profondo per pensare di uscirvi da solo; né può sperare, essendosi allontanato dall’accampamento, che qualcuno possa udire le sue grida d’aiuto. E poi, urlare con quale fiato, quando le ferite profonde gli fanno perdere sangue copioso e le forze lo stanno a poco a poco abbandonando?

Appena realizzata la drammatica situazione, il primo, spontaneo pensiero di Martino va subito alla Madonna, cui si rivolge fiducioso affinché lo aiuti in quella circostanza che appare disperata. All’improvviso, l’acqua del pozzo, già arrossata dal sangue fuoriuscito dalle profonde ferite, incomincia a innalzarsi di livello, sollevando a poco a poco Martino. A pochi metri dall’apertura del pozzo, mentre l’acqua continua a salire, ecco che Martino ritrova speranza appena intravede la luce del sole. Ma ecco che la luce diventa ancora più splendente, come un bagliore, e in essa si profila la figura di una bella Signora, con il Bambino in braccio, che gli porge la mano. L’acqua arriva ormai quasi all’orlo del pozzo e la Signora aiuta Martino a uscire, afferrandolo e portandolo finalmente all’asciutto.

La tradizione non riporta le parole – forse stupite, senz’altro riconoscenti – che il giovane soldato avrà rivolto alla Signora, né ci è dato di conoscere quanto Ella avrà forse detto a Martino, mentre si prendeva cura di lui e delle sue ferite con amorevole e materna cura. Riprese un po’ le forze, Martino avrà dunque espresso il desiderio di raggiungere la compagnia e di ricongiungersi ai commilitoni per poter essere opportunamente fasciato e medicato. Immaginiamo in che condizioni potesse trovarsi il poveretto e quanto arduo fosse anche solo il pensiero di fare ritorno, da solo, all’accampamento. Ecco dunque che la bella Signora non lo lascia solo, ma lo accompagna fino al luogo in cui i suoi compagni han posto il bivacco.

Lungo il cammino, la tradizione pone un episodio conosciuto come “l’inchino dell’albero”: Martino, stremato e ormai privo di forze, sconvolto e commosso al tempo stesso per il prodigioso intervento celeste in suo soccorso, si ferma per una sosta nei pressi di una siepe i cui rami protesi non bastavano tuttavia a ripararlo dal sole cocente. In preda al dolore, avrebbe emesso lamenti e sospiri così accorati da toccate il cuore della Signora che lo accompagnava. Ed ecco, subito un vicino albero, alto e frondoso, avrebbe chinato la propria chioma per offrire un riparo dal sole e un po’ di sollievo al giovane soldato. Tale albero, del quale si riportano notizie e testimonianze successive, pare esser rimasto così “inchinato”, segno del celeste privilegio, fino al 1724, quando sarebbe stato abbattuto dal proprietario del campo in cui l’albero stesso era piantato. Un taglio, questo, che ci pare denotare almeno scarsa sensibilità verso quello che era un muto e significativo testimone del miracolo avvenuto oltre un secolo prima.

Torniamo dunque a Martino, ormai prossimo all’accampamento. Appena i commilitoni lo vedono in quelle condizioni, subito gli si fanno intorno, curiosi e preoccupati, mentre qualcuno corre a chiamare il Comandante, per ragguagliarlo sul ritorno di Martino. Il giovane soldato, frattanto, racconta quanto successo: del pozzo, dell’aggressione, della caduta in acqua e della bella Signora con il Bambino in braccio che lo ha tirato fuori dal pozzo, portandolo in salvo, dopo che l’acqua era inspiegabilmente cresciuta di livello, sollevandolo giusto giusto fino all’orlo del pozzo. Il Comandante, accorso nei pressi di Martino per sincerarsi delle sue condizioni, ascoltatone il racconto, decide di ricompensare la Signora per il prezioso gesto compiuto con qualche moneta. Tuttavia, quando lui e i soldati si mettono a cercarla, non la trovano: la bella Signora con il Bambino in braccio se ne è andata, è scomparsa. Passata la sorpresa e la concitazione dei primi momenti, in tutti nasce spontanea la convinzione che Ella fosse la Madonna. Martino, curato e medicato a dovere, racconta ancora e ancora ai suoi compagni quanto accadutogli e, di particolare in particolare, in ognuno si radica la certezza dell’avvenuto miracolo.

“Madonna del pozzo”
Il giorno seguente, la notizia del miracolo incomincia a spargersi presso la popolazione e lo stupore per l’evento prodigioso presto supera il timore dovuto alla presenza dei soldati stanziati a San Salvatore. Sia per curiosità, sia per devozione, in molti cominciano a recarsi nei pressi del pozzo, per vedere il luogo del miracolo. In breve, si comincia a parlare della “Madonna del pozzo”, coniando quel titolo che, forse sulle prime un po’ originale, vi suonerà senz’altro più chiaro e familiare dopo la narrazione dell’apparizione della Vergine che abbiamo appena rivissuto insieme.

L’Arciprete di San Martino – chiesetta sita in San Salvatore – interrogò personalmente il soldato sull’accaduto e decise di stenderne un resoconto scritto per il Vescovo di Pavia, nella cui diocesi rientrava il piccolo centro abitato monferrino.

E Martino? Di lui non sappiamo molto, se non che fu affidato alle cure di una famiglia del posto, per poi morire, probabilmente, appena una decina di giorni dopo il fatto miracoloso, in conseguenza delle gravi ferite riportate, secondo quanto testimoniato da uno scritto dell’Archivio Parrocchiale. Purtroppo i registri parrocchiali riportano gli atti di morte in maniera accurata e rigorosa solo dal 1630. Il corpo dovette essere sepolto sotto il pulpito di San Martino, così almeno riporta la tradizione. Mentre le armi del soldato furono a lungo custodite presso il santuario sorto sul luogo del miracolo, per esser poi sottratte da mano ignota durante gli anni della Seconda Guerra mondiale. Per quanto riguarda Martino, poco o tanto che visse dopo il miracolo (qualcuno pospone la morte alla fine del 1617), certo è che la tradizione gli attribuì una profonda devozione e una santa morte. La scarsità delle notizie relative a Martino può esser un elemento indiretto di verità sulla apparizione, poiché induce a credere che la vera protagonista dell’evento sia anzitutto e solo Lei, la bella Signora che portò aiuto al soldato ferito. E che Martino quasi scompaia dinnanzi al miracolo è segno della grandezza dell’intervento celeste, i cui frutti si videro fin da subito dall’accorrere di pellegrini sempre più numerosi, al punto che il generale spagnolo Bravo De Laguna, profondamente religioso, decise che si dovesse erigere un edificio sacro a memoria dell’accaduto, inviando tramite l’Arciprete di San Martino in San Salvatore apposita richiesta al Vescovo di Pavia in data 31 marzo 1617:

«… dopo che il predetto soldato Martino De Nava fu gettato in un certo pozzo da cui fu, per intercessione della Beatissima Vergine Maria, Madre di Dio, miracolosamente estratto … furono assunte e si continua ad assumere informazioni da trasmettere ai Superiori Ecclesiastici. Così il predetto Illustrissimo Signore, Maestro dei soldati, con la reverenza dovuta a Dio Onnipotente e all’intemerata Beatissima Madre, ha deciso di far costruire una cappella con altare, col nome e il titolo della stessa Beatissima Vergine, nello stesso campo, luogo e sito».

L’autorizzazione ufficiale da parte del Vescovo, mons. Giovanni Battista Biglia, giunse già il successivo 2 aprile 1617. Di lì a poco, il proprietario del fondo, il già ricordato Guglielmo Della Valle, decise di donare il terreno su cui sorgeva il pozzo affinché si potesse erigere l’edificio sacro. Di questo importante gesto si conserva prova tramite l’atto notarile, redatto in lingua latina, risalente al 14 aprile 1617, dunque a meno di un anno di distanza dal miracoloso evento. Tale documento si ritrova oggi nell’Archivio di Stato di Alessandria, nel fondo “Notai del Monferrato”, busta 271. Questo particolare solo per bilanciare il racconto della tradizione con i dovuti richiami alla storia concreta, evidenziando come entrambe – storia e tradizione, appunto – vadano nella stessa direzione del riconoscimento dell’apparizione mariana, in favore della quale pesa anche la prontezza con cui il Vescovo di Pavia concedette l’autorizzazione per l’edificazione della cappella.

Con pari celerità, già il 15 aprile 1617 – dunque all’indomani della donazione del terreno circostante il pozzo – veniva posta la prima pietra della Cappella, presto ornata dal dipinto raffigurante l’intervento miracoloso eseguito già nel 1622 dal pittore Giorgio Alberini.

Negli anni a seguire, la fama delle grazie abbondantemente concesse dalla Vergine fece crescere il numero dei pellegrini, portando alla possibilità, con le offerte da essi devolute, di ampliare la cappella in una vera e propria chiesa. L’aumento dei lasciti e dei fondi in favore della sacra istituzione portò alla richiesta di erigere, accanto alla chiesetta, un edificio che fosse adibito a casa di Esercizi Spirituali per i sacerdoti e anche per i numerosi fedeli. Tale richiesta venne approvata dal Vescovo di Pavia nel 1732 e l’edificio divenne un ulteriore e forte richiamo per il Santuario, offrendo occasioni di esercizi e ritiri spirituali fino al 1940.

Passando gli anni, l’intero complesso si sviluppò e venne sempre più abbellito da dipinti e affreschi, rendendo davvero splendida la cornice artistica che abbracciava – a abbraccia tuttora – il cuore del santuario, ovvero il pozzo posto al centro della cappella, sul sito originario del miracolo.

Alla crescente affluenza dei fedeli fecero riscontro le numerose indulgenze concesse dai Pontefici nel corso dei Settecento e dell’Ottocento, tra le quali ricordiamo “l’indulgenza plenaria perpetua concessa a tutti coloro che, confessati e comunicati, visiteranno nei tra giorni di feste della Pentecoste la suddetta Chiesa o nella Natività di Maria SS.” (concessa da Pio VI nel 1778) e “l’indulgenza plenaria ai reverendi sacerdoti che avranno fatto gli Esercizi Spirituali presso il Santuario” (concessa da Pio VII nel 1816).

Un momento di particolare difficoltà il santuario lo visse in occasione delle emanazioni da parte del Regno Savoiardo delle cosiddette “Leggi Siccardi”, secondo le quali venivano incamerati dal Regno tutti i beni di proprietà di quegli Ordini religiosi che, non dedicandosi espressamente alla assistenza dei malati o all’istruzione, andavano soppressi, secondo il progetto di riduzione della presenza della Chiesa a puro soggetto di azione sociale di ispirazione cavouriana.

Nel 1867 si tentò dunque l’incameramento dell’intera proprietà, che venne evitato al prezzo di una lunga discussione che vedeva schierati a difesa del santuario l’amministrazione e la chiesa locali, unitamente al popolo. Alla fine, nel 1870, si giunse alla restituzione di quanto incamerato, ad eccezione di appezzamenti di terreno e donazioni, che furono probabilmente definitivamente sottratti alla proprietà del santuario.

Resistendo alle avversità della storia, il santuario andava intanto diffondendo la propria fama, al punto che lo stesso Don Bosco, con i ragazzi dell’oratorio, vi si reca in visita nel 1861 (L. Deambrogio, “Le passeggiate autunnali di Don Bosco per i colli monferrini”, Castelnuovo Don Bosco 1975, pp. 275-280), raggiungendo San Salvatore il 17 ottobre 1861 – dopo esser passato per il vicino abitato di Mirabello Monferrato, dove sorgeva il primo collegio salesiano fondato al di fuori di Torino, che ben conosco essendo quello il paese natale dei miei nonni materni. Perché Don Bosco si reca al Santuario della Madonna del pozzo, se non perché ben sapeva che “la SS. Vergine lascia tracce misteriose nel profondo incanto delle anime giovanili”?

Attraversati gli anni della Seconda Guerra, la gestione del Santuario venne affidata ai Padri Benedettini Olivetani nel 1946, mentre parallelamente andava costituendosi una fondazione per gestire il generoso lascito di Giacomo Roncati in favore delle opere di mantenimento e restauro del Santuario. Negli anni Cinquanta la Chiesa venne dunque completamente rinnovata, facendo un corpo solo con la splendida cappella che accoglie il pozzo, vero cuore del santuario. Pure la Casa degli Esercizi venne completamente ristrutturata, mentre del giardino e dell’orto si fece uno splendido chiostro.

Nonostante il proliferare della devozione e delle opere legate al Santuario, per il calo delle vocazioni i padri Benedettini dovettero lasciare la gestione del Santuario alla Diocesi di Casale nel 1977. Dopo alcuni anni di gestione ad opera della associazione dei “Missionari della fede”, la diocesi decise di costituire nel Santuario un’opera di assistenza per anziani, malati, non autosufficienti, affidandone la gestione all’Opera Diocesana di Assistenza, supportati nella gestione del santuario dalle Suore di S. Giovanna Antida Thouret, il cui carisma e missione risiedono proprio nell’assistenza ad anziani e ammalati. L’opera è stata inaugurata il 14 maggio 1988, vigilia della ricorrenza dell’apparizione di Maria a Martino De Nava.

Giunti al termine di questo ampio excursus storico sulle vicende del Santuario, possiamo ora tornare all’apparizione per cercare di metterne in evidenza il significato spirituale che ne rende attuale il contenuto anche per noi, qui e ora. Certo, rispetto ad altre apparizioni che abbiamo esaminato in questa trasmissione, in questo caso ci troviamo nella assenza di un messaggio della Madonna. Ma tale assenza è solo apparente, perché il fatto che la tradizione non riporti le parole che la Santa Vergine ha detto a Martino non significa che la Madonna non abbia comunque lasciato un messaggio in occasione di quella sua venuta miracolosa di quel 15 maggio 1616. Se da quella venuta di Maria tra gli uomini che è stato il miracolo del pozzo di San Salvatore è infatti disceso un fiume di devozione popolare arricchito da numerose grazie, generosamente elargite dal Cielo per intercessione della Vergine ai fedeli recatisi in pellegrinaggio al santuario, tutto questo sta a significare che le gesta umane – l’edificare una cappella, poi una chiesetta, poi il complesso del santuario, e ancora il recarsi là in pellegrinaggio da parte di fedeli, laici, sacerdoti e religiosi – non sono che le risposte a una iniziativa celeste. Che questa iniziativa sia stata silenziosa, beh, questo non significa che essa non abbia molto da dire attraverso quello che la Madonna ha fatto, piuttosto che tramite quello che avrebbe potuto dire.

Maria si fa prossima e tende la mano
Che cosa ha dunque fatto la Madonna? Ha offerto la salvezza a Martino quando questi si vedeva ormai spacciato, quando stava per sprofondare nelle fredde acque del pozzo in cui era stato gettato. Che cosa c’entra questo con noi? Per capirlo, basti pensare a quante volte siamo noi stessi nei panni di Martino, quando ci troviamo sprofondati nel dolore, nella colpa; quando siamo noi a esser gettati dal Nemico, dal Diavolo cioè, nel pozzo del male, del peccato. Come il contadino giunse di sorpresa alle spalle di Martino, così accade con Satana, che può sorprenderci alle spalle quando siamo tutti intenti alle nostre umane attività, ignari del pericolo che sta per sopraggiungere e ferire mortalmente la nostra anima. E quando il peccato ci ha colti, legandoci come una catena alla schiavitù del male, ecco che anche noi siamo gettati nel pozzo, siamo cioè precipitati nell’abisso dell’inganno, della menzogna, dell’errore, quasi come se il Diavolo volesse nascondere la nostra vita alla vista degli amici e di quanti potrebbero venire in nostro soccorso, risollevandoci dalla colpa, ridonandoci la speranza. Sicuro di aver trionfato, il Nemico si allontana, credendoci ormai morti. Ma ecco che proprio in quel momento, se abbiamo l’umiltà di invocarne l’aiuto e l’intercessione, che Maria stessa interviene in nostro aiuto. E allora l’acqua del pozzo cresce, si alza di livello, ci porta verso la salvezza, verso la luce; quella stessa acqua in cui avremmo potuto affogare, ecco che diventa il mezzo per risollevarci. Che cosa significa questo se non che i nostri peccati, che potrebbero essere la caparra della nostra condanna quando ci legassero alla disperazione e alla impenitenza, diventano invece il trampolino di salvezza quando, riconoscendoci umili peccatori bisognosi di perdono e di salvezza, ci spingono ad invocare l’aiuto di Gesù per intercessione di Maria.

Non è un compito facile, direte voi. E avete ragione. Infatti non siamo soli nel tentare questa ascesi a Dio, questo risollevarci dai nostri peccati, ma la Vergine stessa ci appare, nuova luce sul nostro cammino, recando in braccio il Bambino perché è stesso Gesù che ha chiesto a Maria di prendersi cura dell’uomo, fin dall’affidamento dell’umanità da parte di Gesù stesso alla Vergine, estremo gesto d’amore che si è compiuto sotto la croce.

Maria si fa dunque prossima e tende la mano all’uomo: come a dire che Maria è lì per aiutarci, ma tocca a noi afferrare quella mano, affidarci cioè all’aiuto di Maria e alla salvezza per sua intercessione offertaci, rinnovando la nostra vita con la preghiera, la penitenza e la vita sacramentale.

Ecco, Maria viene a dirci, in questa apparizione del 15 maggio 1616, in questo messaggio silenzioso, che Lei ci è veramente Madre, che Lei è lì, sul bordo del pozzo, di quel pozzo che è spesso la nostra vita quando siamo sprofondati nelle tenebre dell’errore e del peccato. Lei è lì, aiuto dei cristiani – come si usa invocarla – per ridare speranza a quanti speranza più non hanno, per salvarci dalla disperazione, per dirci che non c’è errore, colpa, tragedia, sofferenza, dolore che non possa essere riscattato, curato, redento da Gesù per Maria.

Quanto bene fanno al nostro cuore queste parole, per la vita di ogni giorno! E quanto più preziose risuonano ora, quando tra di noi ci sono quanti soffrono per le discordie, le separazioni e gli odi in famiglia; ancora, ci sono quelli che sono tribolati nel corpo e nello spirito e quelli che si disperano perché, in questo tempo di crisi, non riescono a trovare un lavoro; tanti altri sono quelli che si sentono soli, abbandonati, persi, feriti.

A tutti questi, Maria dice, silenziosamente, come a Martino: Dammi la tua mano, adesso ci sono qua io, ti risolleverò, ti ridarò la speranza e la pace vera, quelle che solo l’Amore di Mio Figlio Gesù può donare al cuore di ogni uomo.

Facciamo nostri questi sentimenti, affidando le nostre vite e quelle dei nostri cari a Maria, Regina della Pace e della Speranza.

Madonna-del-Pozzo-Alessandria dans Diego Manetti

Preghiera alla Madonna del Pozzo
Orazione composta da Mons. Ludovico Gavotti, vescovo di Casale, nel 1909.

O Vergine dolcissima,
che avete dato una nuova prova del vostro tenerissimo cuore
nel soccorrere l’infelice soldato Martino De Nava che,
nel profondo del pozzo in cui fu precipitato da mano nemica,
non aveva alcuna umana speranza di salvezza,
volgete pietosa i vostri occhi verso di noi che fidenti invochiamo il vostro soccorso.
Voi vedete i nostri bisogni e quelli delle persone che ci sono care:
ascoltate i desideri dei nostri cuori
che confidano nel vostro, così buono e compassionevole.
Otteneteci la grazia di ben conoscere tutti i nostri doveri
e la forza di adempierli fedelmente,
senza lasciarci abbattere dalle difficoltà o dallo sconforto.
Sollevateci o madre dal profondo della colpa e del dolore in cui spesso ci troviamo,
guarite le nostre piaghe,
e rendeteci quali Voi col vostro Divin Figliolo ci desiderate
Possa la nostra vita, da voi illuminata e protetta, essere quaggiù vita di santi
e un giorno in cielo vita di gloria
Così sia.

Fonte: Annibale Spalla, Il Santuario della Madonna del Pozzo in San Salvatore Monferrato (2000)

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La madre

Posté par atempodiblog le 12 mai 2024

Maria, Madre di Gesù e Madre mia, in questo giorno, io piccolo figlio tuo, mi consacro totalmente a te, per vivere una vita santa, per essere tuo piccolo servo, perché tu, dolce Madre, possa contare sempre su di me; ed io  possa aiutarti a portare a compimento in me il disegno d’amore che il Padre ha su ognuno di noi.
Donami, o Madre di Gesù e Madre mia, la grazia di essere sempre fedele alla Chiesa e al Santo Padre e, unito a Te, amare e adorare il Signore Gesù. Amen.

La madre dans Citazioni, frasi e pensieri Happy-Mothers-Day

“Anzitutto, durante i mesi che precedono immediatamente la nascita del figlio, la madre deve tenersi stretta a Dio, del quale il bambino che porta in sé è l’immagine, l’opera, il dono e il figlio. Ella deve essere per il proprio figlio, in qualche modo, un tempio, un santuario, un altare, un tabernacolo. Insomma la sua vita deve essere, per così dire, la vita di un sacramento vivente, di un sacramento in atto, sommerso nel seno di quel Dio che l’ha tanto veracemente istituito e santificato al fine che ella vi possa attingere quell’energia, quell’illuminazione, quella bellezza naturale e soprannaturale che Egli vuole, e che Egli vuole comunicare al bambino che porta e che da lei nascerà precisamente per mezzo di lei”. 

Zelia Guérin

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L’attualità e la forza della preghiera mariana

Posté par atempodiblog le 4 mai 2024

L’attualità e la forza della preghiera mariana
La preghiera mariana ha origine dalla vicinanza della Vergine ad ogni persona, dalla sua dolcissima maternità che si effonde su ognuno. Questa verità si riscontra nei Vangeli, i quali narrano la premura e la sollecitudine della Madre di Dio. Ciò accade, ad esempio, nell’episodio delle nozze di Cana (Gv 2), nel quale mostra una speciale attenzione verso gli sposi in difficoltà: è pronta a capire il loro disagio e ad intervenire invocando suo Figlio. Questa stessa cura dimostra quando si reca da Elisabetta per sostenerla ed aiutarla nel tempo del parto, secondo la puntuale descrizione “lucana” (Lc 1, 39-56). La ammiriamo al fianco di Gesù, nell’accompagnarlo in ogni evento della sua vita: dalla culla al Calvario. Sul Gòlgota è con Lui nel condividere il momento del dolore e della massima oblazione.
di Raffaele Di Muro – Agenzia SIR

L’attualità e la forza della preghiera mariana dans Commenti al Vangelo Maria-primo-Tabernacolo
(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

La preghiera mariana ha origine dalla vicinanza della Vergine ad ogni persona, dalla sua dolcissima maternità che si effonde su ognuno. Questa verità si riscontra nei Vangeli, i quali narrano la premura e la sollecitudine della Madre di Dio. Ciò accade, ad esempio, nell’episodio delle nozze di Cana (Gv 2), nel quale mostra una speciale attenzione verso gli sposi in difficoltà: è pronta a capire il loro disagio e ad intervenire invocando suo Figlio.

Questa stessa cura dimostra quando si reca da Elisabetta per sostenerla ed aiutarla nel tempo del parto, secondo la puntuale descrizione “lucana” (Lc 1, 39-56). La ammiriamo al fianco di Gesù, nell’accompagnarlo in ogni evento della sua vita: dalla culla al Calvario.

Sul Gòlgota è con Lui nel condividere il momento del dolore e della massima oblazione. Egli si offre per la salvezza di tutti e Maria è pienamente inserita in questo incredibile mistero d’amore. La carità della Vergine verso tutti si manifesta fin dagli albori della Chiesa.

Lo sanno bene i discepoli che, dopo l’Ascensione di Gesù al Cielo, fanno esperienza della sua vicinanza. Lo sanno bene i primi cristiani che si recano in pellegrinaggio nei luoghi mariani di Terra Santa per “celebrare” la sua maternità. La sappiamo bene noi, oggi, che invochiamo il suo aiuto in ogni evento del nostro cammino.

Storicamente, attraverso le sue molteplici apparizioni in ogni parte del mondo, ha dato un segno della sua vicinanza ai fratelli e alle sorelle di ogni popolo. Ovunque ci sono santuari e luoghi significativi che attestano solennemente la sua delicatezza materna pronta a rivelarsi nella storia di ogni persona.

Altro importante fondamento della preghiera mariana è costituito dallo speciale ruolo di Maria nella storia della salvezza. Lei è scelta da Dio per cooperare alla redenzione dell’umanità e per questo entra pienamente nel progetto d’amore da Lui pensato per il bene di ognuno. È l’Immacolata concezione chiamata da Dio perché Gesù si incarni ed entri nella storia dell’umanità.

È la Madre di Dio mediante la quale il Cristo fa il suo ingresso nel mondo per portare a tutti la certezza della vita eterna. Tutta questa meraviglia si realizza grazie alla disponibilità della Vergine, che aderisce in pieno al meraviglioso progetto divino. Per questa ragione è definita mediatrice di grazie e di bene a favore dei fratelli e delle sorelle di ogni latitudine, di ogni tempo.

Ci sono stati santi che sono arrivati ad affidare alla Vergine tutta la loro esistenza. Essi ci fanno comprendere in che modo mirabile Ella agisce in noi e quanti miracoli può realizzare nel nostro cammino di fede. Ricordo l’esempio di S. Massimiliano Kolbe (1894-1941), martire di Auschwitz. Da giovane frate in formazione, con altri sei frati, si “consacra” all’Immacolata e fonda la Milizia dell’Immacolata (Roma 1917).

Il santo dà vita ad un apostolato senza precedenti, fondando nel 1927 una vera e propria Città dell’Immacolata in Polonia. Si tratta di un centro di irradiazione del messaggio cristiano a mezzo stampa e radio. Questi si dona ancora generosamente, affidandosi a Maria, offrendo la propria disponibilità per la missione giapponese (1930-1936).

Ad Auschwitz il santo polacco ha la forza di sostituirsi ad un padre di famiglia nella pena capitale. Tanta forza e tanta determinazione derivano proprio dal fatto di aver posto la propria esistenza nelle mani dell’Immacolata.

Con Lei nel cuore tutto è un miracolo e anche gli intenti pastorali più difficili si realizzano prodigiosamente. La forza che la Vergine dona è un potente baluardo, la luce che da Lei promana è foriera di gesti eroici, come quello del santo polacco nel campo di sterminio. Sperimentando, passo dopo passo, la delicatezza della Vergine, è possibile rendere la propria vita un dono, un’oblazione.

La vita di Massimiliano Kolbe, come quella di tanti santi che si sono affidati alla Madre di Dio, è la conferma che abbandonarsi nelle mani di Maria conduce al porto sicuro della comunione con il Signore e ad un cammino spirituale ed apostolico altamente significativo.

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San Luigi Maria Grignion di Montfort

Posté par atempodiblog le 28 avril 2024

San Luigi Maria Grignion di Montfort
Fu autore di grandi testi di spiritualità come il Trattato della vera devozione alla Santa Vergine. E, due secoli dopo, san Pio X non solo raccomandò di leggere l’opera ma accordò per iscritto la Benedizione Apostolica “a tutti quelli che leggeranno questo Trattato”.
a cura di Ermes Dovico – La nuova Bussola Quotidiana
Tratto da: Radio Maria

22 gennaio 1888: la beatificazione di Luigi Maria di Montfort dans Fede, morale e teologia san-luigi-grignion-de-montfort

San Pio X non solo raccomandò di leggere il Trattato della vera devozione alla Santa Vergine, uno dei capolavori di san Luigi Maria Grignion di Montfort (1673-1716), ma accordò per iscritto la benedizione apostolica “a tutti quelli che leggeranno questo Trattato”. Negli anni Quaranta il giovane Karol Wojtyla, allora operaio nelle cave di pietra della Solvay, portava sempre con sé il libriccino del Montfort, da cui imparò il significato dell’autentica devozione alla Madonna: “Mentre prima mi trattenevo nel timore che la devozione mariana facesse da schermo a Cristo invece di aprirgli la strada – scriverà poi san Giovanni Paolo II – […] compresi che accadeva in realtà ben altrimenti. Il nostro rapporto interiore con la Madre di Dio consegue organicamente dal nostro legame col mistero di Cristo”. Proprio il Trattato ispirò al papa polacco il motto Totus Tuus, le due parole iniziali della consacrazione a Gesù per le mani di Maria.

Secondo di 18 figli, Luigi nacque in Bretagna da una famiglia profondamente cristiana. Dopo gli studi al collegio dei gesuiti di Rennes, nel 1692 si trasferì al seminario parigino di San Sulpizio: nell’occasione il padre gli offrì il cavallo, ma il giovane preferì percorrere a piedi i circa 350 km tra Rennes e Parigi. Nel tragitto donò tutto quello che aveva ai mendicanti. Divenne sacerdote nel 1700. L’anno successivo andò a Poitiers, dove iniziò a operare come cappellano dell’ospedale, che fungeva pure da ospizio per anziani e senzatetto. Più volte fu costretto a lasciare il nosocomio e la città a causa dell’ostilità di alcuni dirigenti. A ciò faceva da contraltare l’affetto dei bisognosi, che arrivarono a scrivere una lettera al superiore del Montfort: “Noi, quattrocento poveri, vi supplichiamo molto umilmente, per il più grande amore e la gloria di Dio, di farci ritornare il nostro venerabile pastore, colui che ama tanto i poveri, il signor Grignion”.

In quella fase conobbe Maria Luisa Trichet, la beata che divenne la prima delle Figlie della Sapienza, il ramo femminile monfortano a cui si affiancò poi quello maschile della Compagnia di Maria. Nel 1703 vide la luce la sua prima opera teologica, L’Amore dell’Eterna Sapienza, dove il Montfort espone la centralità della croce nella vita del cristiano e spiega che Gesù lo si ama poco perché lo si conosce poco: “Conoscere Gesù Cristo, la Sapienza incarnata, è sapere abbastanza. Sapere tutto e non conoscere Lui, è non saper nulla”. Lo scritto è un caposaldo della sua dottrina, perché vi indica già la vera devozione a Maria come “il più meraviglioso dei segreti” e come la via più semplice e diretta “per acquistare la Divina Sapienza”. Questa consiste appunto nell’appartenenza totale a Cristo, approdo necessario per sviluppare tutte le potenze dell’anima.

Andò in pellegrinaggio per consiglio da papa Clemente XI, che lo nominò missionario apostolico e gli disse: “Nelle sue diverse missioni, insegni con forza la dottrina al popolo e ai ragazzi e faccia rinnovare solennemente le promesse battesimali”. Le sue terre di missione furono soprattutto la natìa Bretagna e la Vandea, dove il santo si profuse nell’insegnamento del Catechismo e in grandi manifestazioni pubbliche di culto, che culminavano spesso nell’innalzamento di una croce. Promosse anche riproduzioni del Calvario, come quella monumentale di Pontchateau, terminata dopo 15 mesi di lavoro di centinaia di persone provenienti da ogni parte della Francia e dall’estero, prima che i suoi nemici convincessero re Luigi XIV a farla distruggere con il pretesto della sicurezza nazionale. Verrà per due volte ricostruita, l’ultima dopo la devastazione dei rivoluzionari francesi.

L’apostolato del Montfort si rivelò fondamentale in un’epoca in cui il cattolicesimo si trovava attaccato in Francia da giansenisti e protestanti vari, deisti e razionalisti. Lui affrontò tutti i nemici della Chiesa con carità e vigore, trasmettendo al popolo le verità di fede, anche attraverso canti popolari da lui composti per accendere ancora di più i cuori dell’amore di Dio. E in tutto questo la sua mariologia, chiaramente cristocentrica, è stata decisiva: “È dunque sicuro – scrive nel Trattato – che la conoscenza di Gesù Cristo e la venuta del suo regno nel mondo non saranno che la conseguenza necessaria della conoscenza della santa Vergine e della venuta del regno di Maria, che lo ha messo al mondo la prima volta e che lo farà risplendere la seconda”.

Per saperne di più:

L’Amore dell’Eterna SapienzaTrattato della vera devozione alla Santa Vergine, Il segreto di Maria, Il segreto ammirabile del Santo Rosario.

La consacrazione del Montfort, per affrontare questi tempi

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La potenza della preghiera secondo Guglielmo Marconi

Posté par atempodiblog le 28 avril 2024

La potenza della preghiera secondo Guglielmo Marconi
Lo scienziato italiano inventore della radio e premio Nobel era dichiaratamente credente. Scriveva: «Sarebbe una grande tragedia se gli uomini perdessero la loro fede nella preghiera»
di Luca Peyron – Avvenire
Tratto da: Radio Maria

La potenza della preghiera secondo Guglielmo Marconi dans Articoli di Giornali e News Marconi

Guglielmo Marconi ha donato al mondo il modo di parlarsi a distanze impensate e impensabili. Il paradosso della sua esistenza è che fu uomo di poche parole, a cui preferiva i fatti.

Con l’aprirsi dei festeggiamenti per i 150 anni dalla sua nascita – tema del quale Avvenire in questi giorni ha ampiamente trattato – molto si è scritto e molto si scriverà. Vorrei qui dare un minimo contributo soffermandomi su un tratto particolare della sua esistenza, a partire da una sua espressione quanto mai preziosa in questo tempo di accelerazioni tecnologiche e di ansie macchiniche: «Credo nella potenza della preghiera come cristiano e come scienziato».

Marconi era dichiaratamente credente, ma questo non lo rende immediatamente uno scienziato migliore, così come l’essere un grande scienziato non ne fa un credente migliore secondo una legge di proporzionalità apologetica a cui credo poco. Tuttavia il nostro premio Nobel può essere un testimone luminoso per quanti cercano sentieri promettenti.

Durante il discorso tenuto al primo congresso della Radio Industria italiana a Bologna nel maggio del 1934 disse: «Sono orgoglioso di essere cristiano. Credo non solo come cristiano, ma anche come scienziato. Come un dispositivo senza fili, nella preghiera lo spirito umano è in grado di inviare onde invisibili per l’eternità, onde che raggiungono il loro obiettivo di fronte a Dio».

Tra i suoi scritti troviamo anche queste parole: «Credo che sarebbe una grande tragedia se gli uomini perdessero la loro fede nella preghiera. Senza l’aiuto della preghiera forse avrebbero fallito dove sono invece riusciti. Questo mi ha permesso di raggiungere quello che ho fatto, Dio ha fatto di me un semplice strumento della Sua volontà, per la rivelazione del suo potere divino». L’uomo che ci ha consegnato un nuovo modo di condividere le parole era un uomo dedito a una Parola, la sola che salva, la sola che accorcia quella distanza infinita che nessuna tecnica potrà mai colmare: l’assoluta alterità tra umano e divino che una Parola, fatta carne, ha definitivamente annullato.

Pregare e agire, perdere apparentemente tempo per annullare il tempo. L’invenzione della radio è frutto dello Spirito Santo? Sarebbe una affermazione indimostrabile, storicamente e teologicamente. Ma è invece possibile dire che l’essere umano diventa capace di dare il nome alle cose con pienezza quando fa alleanza con lo Spirito che lo conduce al suo compimento. Le metamorfosi sociali e antropologiche che stiamo vivendo, figlie del web, del digitale e della potenza di calcolo, sono tutte nipoti delle scoperte e delle invenzioni di Marconi. Come orientare al bello, al vero, al giusto quanto viviamo? Marconi mostra ai credenti una strada feconda.

La preghiera è una buona risposta, non da imbelli ma da persone che sanno che il futuro esige parole che non sono immediate, che non possono essere consunte, che debbono essere dense. Fermare il tempo in preghiera significa trovare nell’Eterno quanto ci è necessario nella storia. La preghiera rallenta il battito del nostro cuore e lo rende armonico con l’unico cuore che davvero è capace di un amore che guarisce e orienta, sazia e definisce. La preghiera sconfigge l’orgoglio allergico a limiti che sono custodia ed educa a superare limiti che sono peccato. La preghiera trasforma l’asserzione in dialogo, il silenzio in grembo, la teoria in semenza.

«La scienza – diceva ancora Marconi – da sola non è in grado di spiegare molte cose, e soprattutto il più grande dei misteri: il mistero della nostra esistenza». Quel mistero è svelato da una Parola che possiamo ascoltare, quell’esistenza diventa operosa in un silenzio che sigilla una alleanza.

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Piergiorgio Frassati santo, si guarda al 2025

Posté par atempodiblog le 27 avril 2024

Piergiorgio Frassati santo, si guarda al 2025
Durante la preghiera all’Assemblea nazionale dell’Azione Cattolica, il cardinale Semeraro ha detto che la canonizzazione del giovane «si profila per il prossimo anno giubilare»
di Agnese Palmucci – Avvenire
Tratto da: Azione Cattolica Italiana

Confidiamo nella Provvidenza Divina e nella Sua Misericordia dans Beato Pier Giorgio Frassati Beato-Pier-Giorgio-Frassati

Piergiorgio Frassati, il ragazzo che amava portare i suoi amici in montagna per spingere il loro sguardo «verso l’Alto», sarà dichiarato santo il prossimo anno. Il giovane beato torinese, amante di Dio e degli uomini, sarà canonizzato durante il Giubileo del 2025.

A dare il grande annuncio nel pomeriggio di oggi è stato il prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi, il cardinale Marcello Semeraro, intervenuto durante la XVIII Assemblea nazionale dell’Azione Cattolica Italiana, a Sacrofano. «Vorrei dirvi che la canonizzazione del beato Piergiorgio Frassati è ormai chiara all’orizzonte e si profila per il prossimo anno giubilare», ha detto il cardinale, il cui intervento è stato interrotto da un lungo applauso da parte dei mille soci di Ac presenti.

«Nell’omelia per il rito della sua beatificazione, – ha aggiunto il prefetto, citando Frassati tra le più luminose figure di santi cresciuti nell’Ac – avvenuta il 20 maggio 1990, san Giovanni Paolo II lo chiamò uomo delle Beatitudini; disse pure che “nell’Azione Cattolica egli visse la vocazione cristiana con letizia e fierezza e s’impegnò ad amare Gesù e a scorgere in lui i fratelli che incontrava nel suo sentiero”». Frassati, nato a Torino nel 1901 e morto a soli 24 anni, fu un «meraviglioso modello di vita cristiana», ha sottolineato ancora Semeraro, che visse la sua giovinezza, citando Giovanni Paolo II, «tutta immersa nel mistero di Dio e dedita al costante servizio del prossimo».

Il giovane beato torinese, figlio di Alfredo Frassati, storico direttore de La Stampa di Torino, si impegnò sin da ragazzo nel laicato attivo, e in particolare nell’Azione Cattolica e nella Fuci, crescendo nella fede cristiana e nel desiderio del servizio ai più poveri. È considerato uno dei “santi sociali” torinesi, come don Giovanni Bosco e don Giuseppe Cottolengo, anche senza essere formalmente ancora santo, per la sua vita dedicata ai più fragili e agli emarginati. «Nella santità di Piergiorgio – ha continuato Semeraro – c’è un valore di continuità con la tradizione della sua terra: egli, infatti, si è innestato nel lavoro di difesa della fede, attraverso la carità profusa nel campo dell’emarginazione». A 19 anni Frassati era entrato a far parte delle Conferenze di San Vincenzo de’ Paoli, per l’aiuto ai più bisognosi e a 21 divenne terziario domenicano.

«Siamo felici per una notizia che giunge come un dono prezioso per l’Associazione, mentre celebriamo la nostra Assemblea nazionale – ha dichiarato il presidente dell’Ac, Giuseppe Notarstefano -. L’Azione cattolica italiana è stata storicamente, ed è ancora oggi, una intuizione e una passione dei giovani come Piergiorgio Frassati. Una esperienza di Chiesa dove impastare giorno per giorno la fede con la vita, un luogo dove poter vivere in pienezza l’amicizia con il Signore che non di rado diventa un luminoso esempio per tutti come per Alberto Marvelli, Gino Pistoni, Armida Barelli e appunto Piergiorgio Frassati». Persone come lui, ha aggiunto, «hanno saputo fare della propria vita un dono, un segno per i loro tempi e per tutti i tempi».

Il beato fu un giovane tra i giovani, amico di tutti, amante dello sport, della poesia e dell’alpinismo. «C’è pure, tuttavia, un elemento di novità – ha concluso il prefetto – ed è il fatto di avere cercato di confrontare il valore della fede con tutto l’arco dell’esperienza umana, operando caritatevolmente in ogni ambito: negli ambienti dell’università, del lavoro, della stampa (Pier Giorgio raccoglieva abbonamenti non per il quotidiano di suo padre, ma per quello cattolico), dell’impegno politico e partitico, e dovunque era necessario difendere le libertà sociali, cercando sempre di concepire e fomentare l’associazionismo, come amicizia cristiana destinata alla nascita di un cattolicesimo sociale».

Lo scorso giovedì 25 aprile, nell’udienza in piazza san Pietro con l’Ac, Papa Francesco ha sottolineato, ha aggiunto Semeraro, che «la vita associativa trova il denominatore comune proprio nell’abbraccio della carità». E non è stata così la vita terrena di Piergiorgio?

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Il Papa: il nostro valore non dipende dal successo ma dalla bellezza agli occhi di Dio

Posté par atempodiblog le 21 avril 2024

Il Papa: il nostro valore non dipende dal successo ma dalla bellezza agli occhi di Dio
Nella Domenica dedicata a Gesù Buon Pastore, al Regina Caeli Francesco si sofferma sul senso del “dare la vita” per le proprie pecore. Il Pontefice insiste sul fatto che, per Cristo, ciascuno è insostituibile e non si tratta solo di un modo di dire. “Quante volte si finisce per buttarsi via per cose da poco!”, osserva, invitando a mettersi alla presenza di Gesù e lasciarsi accogliere da Lui
di Antonella Palermo – Vatican News

Il Papa: il nostro valore non dipende dal successo ma dalla bellezza agli occhi di Dio dans Commenti al Vangelo Ges-buon-Pastore

Non determinare la propria autostima sulla base del giudizio altrui o degli obiettivi che si riesce a raggiungere, ma considerando l’amore di Dio per ciascuno, riscoperto ogni giorno mettendosi alla sua presenza. È quanto ricorda Papa Francesco nella catechesi del Regina Caeli della quarta domenica di Pasqua dedicata al Buon Pastore.

Il Buon pastore sacrifica la vita
Per tre volte nel Vangelo di Giovanni al capitolo 10 si ripete che il pastore dà la propria vita per le pecore. “Gesù  spiega il Papa  non è solo un bravo pastore che condivide la vita del gregge; è il Buon Pastore, che per noi ha sacrificato la vita e, risorto, ci ha dato il suo Spirito”. La precisazione riguarda il contesto storico del tempo del Messia:

Essere pastore, specialmente al tempo di Cristo, non era solo un mestiere, era tutta una vita: non si trattava di avere un’occupazione a tempo, ma di condividere le intere giornate, e pure le nottate, con le pecore, di vivere in simbiosi con loro. Gesù infatti spiega di non essere un mercenario, a cui non importa delle pecore (cfr v. 13), ma colui che le conosce (cfr v. 14). Lui conosce le pecore. È così: Lui ci conosce, ognuno di noi, ci chiama per nome e, quando ci smarriamo, ci cerca finché ci ritrova (cfr Lc 15,4-5).

L’amore di Gesù non è uno slogan
Gesù non è solo la guida, dunque, il Capo del gregge, ma soprattutto è chi pensa a ciascuno di noi come all’amore della sua vita. Così precisa ancora Francesco che aggiunge:

Pensiamo a questo: io per Cristo sono importante, lui mi pensa, sono insostituibile, valgo il prezzo infinito della sua vita. Non è un modo di dire: Lui ha dato veramente la vita per me, è morto e risorto per me, perché mi ama e trova in me una bellezza che io spesso non vedo. 

Lasciarsi accogliere dal Padre
La preoccupazione del Papa va a quelle persone, tante, che oggi si ritengono inadeguate o persino sbagliate. “Quante volte si pensa che il nostro valore dipenda dagli obiettivi che riusciamo a raggiungere, dal successo agli occhi del mondo, dai giudizi degli altri!”, esclama il Pontefice. “Quante volte si finisce per buttarsi via per cose da poco!”. E poi l’invito, per riscoprire il segreto della vita, a dedicare ogni giorno un tempo alla preghiera, a lasciarsi guardare con lo sguardo amorevole di Dio, nella raccomandazione a Maria affinché “ci aiuti a trovare in Gesù l’essenziale per vivere”:

Oggi Gesù ci dice che noi per Lui valiamo tanto e sempre. E allora, per ritrovare noi stessi, la prima cosa da fare è metterci alla sua presenza, lasciarci accogliere e sollevare dalle braccia amorevoli del nostro Buon Pastore.

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Pensiero Spirituale sulla partecipazione alla Santa Messa

Posté par atempodiblog le 13 mars 2024

Pensiero Spirituale sulla partecipazione alla Santa Messa
di Padre Livio Fanzaga
Tratto da: Blog di p. Livio – Direttore di Radio Maria

Pensiero Spirituale sulla partecipazione alla Santa Messa dans Fede, morale e teologia Partecipare-alla-Santa-Messa

Cari amici, alla luce di un report recentemente pubblicato sulla partecipazione degli italiani alla Santa Messa festiva, è bene fare una riflessione. In questa statistica è stato evidenziato un netto calo della presenza settimanale alla Santa Messa; certamente la secolarizzazione si estende ovunque, perfino nelle grandi città africane, gli effetti ricadono soprattutto sulla pratica dei Comandamenti e dei Sacramenti.

La secolarizzazione, ovvero la visione della vita mondana che esclude la legge morale che viene da Dio Creatore, in occidente è talmente diffusa e i venti del modernismo soffiano forte mietendo vittime, tanti perdono la fede, infatti, e la pratica religiosa è sempre più abbandonata.

La Regina della pace vede come lavora il demonio e ci avverte prima che i danni causati dal diavolo siano irreversibili.

Diversamente da altre apparizioni, la Madonna a Medjugorje non ha chiesto la costruzione di una chiesa ma, dopo aver scelto i sei veggenti nel 1981, dopo tre anni ha scelto la Parrocchia: «Cari figli, io ho scelto in modo speciale questa parrocchia ed è mio desiderio guidarla. Con amore la proteggo e desidero che tutti siano miei. Grazie per essere venuti qui, questa sera. Desidero che vi troviate sempre più numerosi con me e con mio Figlio. Ogni giovedì darò un messaggio particolare per voi» (1 marzo 1984).

Da allora la Madonna ha agito come se fosse Lei stessa il parroco e da allora i parroci di Medjugorje sono sempre stati molto ligi alle indicazioni della Madonna, perfino il vescovo che inizialmente era un po’ scettico ha dato ascolto alle indicazioni della Gospa.

La Madonna a Medjugorje ha scandito i momenti di preghiera a partire dalla Santa Messa, preceduta da due Rosari che a loro volta precedevano le apparizioni. Le apparizioni e i Rosari erano come un viatico, una preparazione alla Santa Messa quotidiana, alla quale partecipavano in massa tutti i parrocchiani, specialmente nei primi tempi.

La prima volta che sono andato a Medjugorje, il 15 marzo 1985, sono rimasto molto colpito nel trovare la chiesa gremita di parrocchiani, erano le cinque del pomeriggio. Era già buio, pioveva a dirotto ma la chiesa era piena di gente della parrocchia, non c’erano pellegrini.

Per frenare la perdita della fede la Madonna ha chiamato la gente innanzitutto a partecipare alla Santa Messa quotidiana. La Messa della sera, a Medjugorje, è diventata il clou della giornata e non c’è differenza fra Messa feriale e festiva perché la partecipazione è la stessa da parte dei parrocchiani a cui si aggiungono i numerosi pellegrini. La Celebrazione Eucaristica della sera, a Medjugorje, è molto partecipata sia dai parrocchiani, che dai pellegrini, ma anche dai numerosi sacerdoti che concelebrano.

La Madonna ha spiegato questa sua strategia dicendo chiaramente che la Chiesa «è indistruttibile, perché mio Figlio le ha dato un cuore: l’Eucaristia» (2 dicembre 2015). Cristo è realmente presente nell’Eucarestia con corpo, sangue e anima e questo rende la Chiesa indistruttibile.

È tempo di scuotere le anime dal loro sonno stanco nel quale satana le ha imbrigliate, le ha cloroformizzate, le ha avvelenate, le ha rese sterili: «La zizzania ha preso molti cuori e sono diventati sterili» (25 febbraio 2024). Questo messaggio è una sentenza di morte, è una costatazione oltremodo vera alla quale la Madonna ha aggiunto un raggio di luce: «perciò voi, figlioli, siate luce, amore e le mie mani tese in questo mondo che anela a Dio che è amore».

Dobbiamo essere trainanti anche su questo punto fondamentale del Cristianesimo che è l’Eucarestia, cuore della fede, totalità della fede. La Santa Messa è la fonte di grazia per tutti i Sacramenti e per tutte le grazie che vengono diffuse nel mondo. Tutto passa attraverso il sacrificio della Croce e la gloriosa Resurrezione di Cristo il quale, dopo essere risorto, è apparso nel Cenacolo e ha detto: «Ricevete lo Spirito Santo» (Gv 20,19).

Lo Spirito Santo viene dall’Eucarestia. Il dono dello Spirito Santo, che è l’amore di Dio, viene dalla Resurrezione di Cristo. Lo Spirito Santo rimette i peccati, ci trasfigura, ci eleva, ci divinizza, è l’opera della santificazione che ci fa figli di Dio, eredi della vita eterna.

Dopo la Confessione i parroci dovrebbero dare un impegno che il penitente può mantenere, una cosa semplice ma spiritualmente edificante. Nella mia lunga esperienza di confessore, dopo il pentimento e il proposito di vita nuova, ho sempre dato come indicazione concreta di mai mancare alla Messa domenicale. È lì che il fedele trova la fonte della grazia, la Parola di Dio, l’Eucarestia ed è proprio perché per ricevere l’Eucarestia bisogna essere in grazia di Dio che ci si confessa, ci si prepara spiritualmente.

Cari amici, per dirci cristiani e per essere attivi nel coltivare la nostra fede e ravvivarla, dobbiamo tenere vivo l’impegno di partecipare alla Santa Messa festiva. Il nostro proposito a Gesù e a Maria sia di non mancare mai alla Santa Messa, accostandoci alla Comunione sempre in grazia di Dio.

Chi attinge alla fonte della grazia non perde mai la fede e man mano viene introdotto da Dio alla comprensione di questo mistero immenso che è l’Eucarestia, cioè la celebrazione dell’evento della nostra salvezza. Cristo è veramente presente nell’Eucarestia.

Partecipando alla Santa Messa moriamo al peccato e risorgiamo con Cristo a vita nuova, diventiamo sempre più assimilati a Cristo figli nel Figlio, eredi della vita eterna.

Torniamo al fervore della fede vissuta, della partecipazione alla Santa Messa. Dobbiamo essere Cristiani militanti, appassionati, decisi, innamorati di Cristo, veri figli della Madonna e fratelli nell’unica Chiesa Cattolica.

Facciamo dell’Eucarestia il perno della nostra vita e, possibilmente, anche della nostra giornata.

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Con Pietro, sempre

Posté par atempodiblog le 13 mars 2024

Con Pietro, sempre
Undici anni di pontificato sulla via della misericordia e della pace
di Andrea Tornielli – Vatican News

Con Pietro, sempre dans Andrea Tornielli Non-possiamo-separarci-da-Pietro

Nel silenzio assordante della diplomazia, in un panorama caratterizzato dall’assenza sempre più evidente di iniziativa politica e di leadership capaci di scommettere sulla pace, mentre il mondo ha iniziato una folle corsa al riarmo destinando ai sofisticati strumenti di morte somme che basterebbero per assicurare due volte l’assistenza sanitaria di base a tutti gli abitanti della terra e ridurre significativamente le emissioni di gas serra, la solitaria voce di Papa Francesco continua a supplicare di far tacere le armi e a invocare il coraggio di favorire percorsi di pace. Continua a chiedere il cessate il fuoco in Terra Santa, dove allo spietato massacro del 7 ottobre attuato dai terroristi di Hamas è seguita e continua ad essere perpetrata la tragica carneficina di Gaza. Continua a chiedere di far tacere le armi nel tragico conflitto deflagrato nel cuore dell’Europa cristiana, nell’Ucraina distrutta e martoriata dai bombardamenti dell’esercito aggressore russo. Continua a invocare pace nelle altre parti del mondo dove si combattono con indicibili violenze i conflitti dimenticati che compongono i tasselli sempre più grandi di un conflitto mondiale.

Il Vescovo di Roma entra nel dodicesimo anno di pontificato in un’ora buia, con le sorti dell’umanità in balia del protagonismo di governanti incapaci di valutare le conseguenze delle loro decisioni che sembrano arrendersi all’ineluttabilità della guerra. E con lucidità e realismo dice che «è più forte chi vede la situazione, chi pensa al popolo», cioè «chi ha il coraggio di negoziare», perché «negoziare è una parola coraggiosa», della quale non bisogna vergognarsi. Papa Francesco, sfidando le incomprensioni dei vicini e dei lontani, continua a mettere al centro la sacralità della vita, ad essere vicino alle vittime innocenti e a denunciare gli sporchi interessi economici che muovono i fili delle guerre ammantandosi di ipocrisia.

Un rapido sguardo a questi ultimi undici anni di storia fa comprendere il valore profetico della voce di Pietro. L’allarme, lanciato la prima volta due lustri fa, sulla terza guerra mondiale a pezzi. L’enciclica sociale Laudato si’ (2015), che ha mostrato come cambiamenti climatici, migrazioni, guerre, economia che uccide sono fenomeni interconnessi tra di loro e possono essere affrontati soltanto attraverso uno sguardo globale. La grande enciclica sulla fratellanza umana (Fratelli tutti, 2020), che ha indicato la via per costruire un mondo nuovo basato sulla fraternità, togliendo ancora una volta qualsiasi alibi all’abuso del nome di Dio per giustificare il terrorismo, l’odio e la violenza. E poi il costante riferimento nel suo magistero alla misericordia, che intesse tutta la trama di un pontificato missionario.

Nelle società secolarizzate, e “liquide” senza più certezze, nulla può essere dato per scontato e l’evangelizzazione – insegna Francesco – ricomincia dall’essenziale, come si legge in Evangelii gaudium (2013): «Abbiamo riscoperto che anche nella catechesi ha un ruolo fondamentale il primo annuncio o “kerygma”, che deve occupare il centro dell’attività evangelizzatrice e di ogni intento di rinnovamento ecclesiale. [...] La centralità del kerygma richiede alcune caratteristiche dell’annuncio che oggi sono necessarie in ogni luogo: che esprima l’amore salvifico di Dio previo all’obbligazione morale e religiosa, che non imponga la verità e che faccia appello alla libertà, che possieda qualche nota di gioia, stimolo, vitalità, ed un’armoniosa completezza che non riduca la predicazione a poche dottrine a volte più filosofiche che evangeliche. Questo esige dall’evangelizzatore alcune disposizioni che aiutano ad accogliere meglio l’annuncio: vicinanza, apertura al dialogo, pazienza, accoglienza cordiale che non condanna».

La testimonianza della misericordia rappresenta dunque un elemento fondamentale di questo «amore salvifico di Dio» che è «previo all’obbligazione morale e religiosa». In altre parole, chi non è ancora venuto in contatto con il fatto cristiano, come aveva già osservato lucidamente Benedetto XVI nel maggio 2010, difficilmente rimarrà colpito e affascinato dall’affermazione di norme e obblighi morali, dall’insistenza sui divieti, dagli elenchi minuziosi dei peccati, dalle condanne, o dagli appelli nostalgici ai valori di un tempo.

All’origine dell’accoglienza, della vicinanza, della tenerezza, dell’accompagnamento, all’origine di una comunità cristiana capace di abbracciare e di ascoltare c’è il riverbero della misericordia che si è sperimentata e che si cerca – pur tra mille limiti e cadute – di restituire. Se si leggono con questi occhi i gesti del Papa, anche quelli che hanno provocato in alcuni le stesse reazioni scandalizzate che provocavano duemila anni fa i gesti di Gesù, se ne scopre la profonda forza evangelizzatrice e missionaria.

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Gesù abbraccia la nostra vita

Posté par atempodiblog le 10 mars 2024

Siamo tutti peccatori e tutti bisognosi di perdono. Nessuno può erigersi a giudice degli altri e puntare il dito per condannarlo, come se lui fosse innocente. Gli uomini, dice Paolo, sono stati tutti rinchiusi nel peccato, affinché a tutti venisse concessa la misericordia. Uno solo è senza peccato.

La consapevolezza che siamo tutti peccatori ci deve mantenere in un atteggiamento di umiltà e di indulgenza nei confronti degli altri. Non dimentichiamo mai che, senza l’aiuto della grazia, potremmo cadere anche noi in quelle situazioni di vita che condanniamo con tanta severità nel prossimo.

L’intransigenza nei confronti del male non ci deve mai rendere duri verso i peccatori, come se noi fossimo fatti con una pasta diversa.

Uno solo fra tutti gli uomini è radicalmente senza peccato. Gesù non solo è santo, come lo è Maria, la piena di grazia, ma è la fonte stessa di ogni santità. Lui solo conosce ciò che vi è nel segreto di ogni cuore e lui solo ha i titoli per giudicare.

di Padre Livio Fanzaga – La pazienza di Dio. Vangelo per la vita quotidiana, Ed. Piemme

Gesù abbraccia la nostra vita dans Commenti al Vangelo Pietra-che-edifica

Gesù abbraccia la nostra vita
Papa Francesco
Angelus
Domenica, 10 marzo 2024


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

In questa quarta domenica di Quaresima il Vangelo ci presenta la figura di Nicodemo (cfr Gv 3,14-21), un fariseo, «uno dei capi dei Giudei» (Gv 3,1). Egli ha visto i segni che Gesù ha compiuto, ha riconosciuto in Lui un maestro mandato da Dio ed è andato a incontrarlo di notte, per non essere visto. Il Signore lo accoglie, dialoga con lui e gli rivela di essere venuto non a condannare ma a salvare il mondo (cfr v. 17). Fermiamoci a riflettere su questo: Gesù non è venuto a condannare, ma a salvare. È bello, eh!

Spesso nel Vangelo vediamo Cristo svelare le intenzioni delle persone che incontra, a volte smascherandone atteggiamenti falsi, come con i farisei (cfr Mt 23,27-32), o facendole riflettere sul disordine della loro vita, come con la Samaritana (cfr Gv 4,5-42). Davanti a Gesù non ci sono segreti: Egli legge nel cuore, nel cuore di ognuno di noi. E questa capacità potrebbe inquietare perché, se usata male, nuoce alle persone, esponendole a giudizi privi di misericordia. Nessuno infatti è perfetto, tutti siamo peccatori, tutti sbagliamo, e se il Signore usasse la conoscenza delle nostre debolezze per condannarci, nessuno potrebbe salvarsi.

Ma non è così. Egli infatti non se ne serve per puntarci il dito contro, ma per abbracciare la nostra vita, per liberarci dai peccati e per salvarci. A Gesù non interessa farci processi o sottoporci a sentenze; Egli vuole che nessuno di noi vada perduto. Lo sguardo del Signore su ognuno di noi non è un faro accecante che abbaglia e mette in difficoltà, ma il chiarore gentile di una lampada amica, che ci aiuta a vedere in noi il bene e a renderci conto del male, per convertirci e guarire con il sostegno della sua grazia.

Gesù non è venuto a condannare, ma a salvare il mondo. Pensiamo a noi, che tante volte, tante volte che condanniamo gli altri; tante volte che ci piace sparlare, cercare pettegolezzi contro gli altri. Chiediamo al Signore che ci dia a tutti questo sguardo di misericordia, di guardare agli altri come Lui ci guarda a tutti noi.

Maria ci aiuti a desiderare il bene gli uni degli altri.

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Anno di preghiera in preparazione al Giubileo

Posté par atempodiblog le 9 mars 2024

Anno di preghiera in preparazione al Giubileo
di Padre Livio Fanzaga – Il giornalino di Radio Maria

Anno di preghiera in preparazione al Giubileo dans Fede, morale e teologia Preghiere

Papa Francesco ha deciso di dedicare il 2024 alla preghiera. Nella vita della Chiesa e di ogni cristiano la preghiera dovrebbe essere sempre al primo posto, ma quest’anno lo sarà in modo particolare. Ecco alcun consigli perché l’intera giornata sia santificata dalla preghiera.

La giornata inizia con la preghiera
La prima cosa da fare al mattino è il Segno della Croce, seguito dalle preghiere del buon cristiano (Padre Nostro, Ave Maria, Ti adoro, Credo…) e da un messaggio personale che sgorga dal profondo del cuore per parlare con Dio, affidargli la nostra giornata, chiedergli aiuto e protezione. La preghiera del mattino sia come i raggi del sole che illuminano la nostra giornata.

Piccole preghiere personali nel corso della giornata
Durante la giornata possiamo dire delle brevissime preghiere: giaculatorie come “Gesù ti amo”, “Signore proteggimi”, “Maria proteggimi” sono dardi infuocati d’amore che dal nostro cuore arrivano al Cielo e che possiamo ripetere quando siamo in macchina, in attesa dal medico, in coda alla posta, mentre facciamo la spesa. Così facendo intessiamo la nostra giornata di preghiera, rinnoviamo il nostro amore per Dio e la nostra volontà di servirlo, le ansie e le preoccupazioni non ci soffocheranno e il nostro atteggiamento sarà più sereno.

La giornata si conclude con la preghiera
Sarebbe bello che le famiglie (e i cristiani in generale) decidessero di ritornare alla bella abitudine del Rosario serale spegnendo la tv e prendendo in mano la Corona del Rosario. Pregando insieme il Rosario in casa si tiene lontano il diavolo, non si fa entrare lo spirito della divisione e la famiglia rimane unita.

La domenica
La domenica è il giorno del Signore e deve essere illuminato da Cristo Risorto. Deve esserci il desiderio e la gioia di partecipare alla Santa Messa e di ricevere l’Eucarestia in stato di grazia. Per questo dobbiamo ricorrere al Sacramento della Confessione con cadenza possibilmente mensile e ogni volta che ne abbiamo bisogno.

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Carlo Acutis/ Un tesoro da custodire gelosamente: la devozione alla Beata Vergine Maria

Posté par atempodiblog le 20 février 2024

Carlo Acutis/ Un tesoro da custodire gelosamente: la devozione alla Beata Vergine Maria
di fr. Benedetto Penza – L’Osservatore Domenicano

Carlo Acutis/ Un tesoro da custodire gelosamente: la devozione alla Beata Vergine Maria dans Carlo Acutis Carlo-Acutis-e-i-pastorelli-di-Fatima

Carlo dopo la SS. Eucaristia ha sempre avuto una grandissima devozione per la Madonna. Per lui erano molto importanti i luoghi dove nel corso dei secoli la Vergine si era manifestata sia per operare miracoli, sia per guidare i suoi figli alla vera vita. L’ultimo viaggio che fece Carlo nel 2006 fu proprio in un luogo mariano, ovvero a Fatima. Carlo aveva avuto molti segni dai pastorelli di Fatima. Aveva sognato anche Francisco che gli chiedeva di riparare e offrire sacrifici affinché la gente amasse e onorasse di più l’Eucaristia. Pochi giorni dopo la morte di suor Lucia, avvenuta nel 2005, Carlo la sognò mentre gli diceva che con la pratica dei Primi Cinque Sabati del mese si potevano cambiare i destini del mondo.

Un’altra volta, quando aveva circa otto anni, aveva visto la Madonna di Fatima che durante una processione in chiesa si fermava davanti a lui e gli donava il suo Cuore e glielo poggiava sul petto. Gli diceva di consacrarsi al suo Cuore Immacolato e al Sacro Cuore di Gesù.

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Poesia dedicata a Santa Bernadette

Posté par atempodiblog le 11 février 2024

Sui passi di Bernadette dans Apparizioni mariane e santuari Santa-Bernadette

Poesia dedicata a Santa Bernadette
di Padre Livio Fanzaga
Tratto da: Blog di p. Livio – Direttore di Radio Maria

Cari amici, Bernadette è la mia santa più amata. Ho composto per Lei la mia unica poesia: un canto d’amore alla sua santità.

1. Bernadette stella lucente
nel cielo azzurro dei Pirenei
risplendi ora come un sole
nella Chiesa del Signore

2. La tua vita è un torrente
di acqua fresca e pura
che scorre tra le rocce aguzze
dell’aspra montagna.
Il mare pacifico
dell’eterno amore
ti ha accolta vincitrice.

3. Lo sguardo di Maria
si è posato,
colmo di ammirazione,
sul pane amaro
della tua umiliazione.

4. Eri la fanciulla più ignorante,
più povera e dimenticata.
Dio sceglie le cose che non sono
per compiere le meraviglie
della sua Onnipotenza.

5. In un angolo stretto e oscuro
di prigione abbandonata
ti ha raggiunto, ignara,
la chiamata del Cielo.

6. Quel mattino uggioso
dell’ undici febbraio
il rustico caminetto
esalava i guizzi flebili
dell’ultima fiamma.

7. La tua sollecitudine
di fanciulla premurosa
ti ha portata come d’incanto
alla grotta sconosciuta,
a cercare nuova legna
per ravvivare il fuoco.

8. Te beata, piccola bimba,
che hai potuto contemplare
la luce sfolgorante
dell’eterna giovinezza
dell’Ancella del Signore!

9. Il suo sorriso d’amore
ti ha rapito gli occhi
e riscaldato il cuore.

10. Ma ancora più beata
per il tuo “sì” ardente
che la Madre di Dio
ha deposto sull’altare
della gloria celeste.

11. La tua testimonianza,
limpida e schietta,
è un raggio di luce chiara
che illumina i sentieri
di questo mondo smarrito.

12. Sul tuo volto sereno
di fanciulla innocente
è brillato il sorriso
di Colei che il nostro cuore
mai si sazia di cercare.

13. Il tuo coraggio indomito
ha confuso i potenti
nei pensieri del loro cuore.

14. A noi canne sbattute
dal vento del timore
dona l’audacia
del cammino controcorrente.

15. Le tue mani pure
hanno scavato nel fango immondo
dell’umana iniquità.

16. Una sorgente d’acqua limpida
che lava e disseta
è versata sulla terra arida
delle nostre anime morte.

17. In un mattino di Marzo,
sfolgorante di luce,
la Piena di Grazia ha deposto
nello scrigno del tuo cuore
il tesoro nascosto
del suo Nome Immacolato.

18. Era il giorno benedetto
In cui Gabriele annunciò
la salvezza del mondo.

19. Tu hai portato alla Chiesa in festa
l’approvazione del Cielo
sul mistero inaccessibile
di santità e di grazia
di cui l’Altissimo ha rivestito
la Vergine Maria.

20. Te, umile fiore di campo,
coltivato da Dio,
il palcoscenico del mondo
non ha mai attirato
con la sua falsa luce.

21. Hai voluto restare povera
e, come fuoco che scotta,
hai prontamente rigettato
l’oro lucente e infido
che ti veniva donato.

22. Come Abramo hai lasciato
la terra dove sei nata.
La tua casa, la tua grotta,
i tesori del tuo cuore,
interamente hai bruciato
nella fiamma viva
del sacrificio d’amore.

23. Hai abbracciato la croce
sulla quale il tuo Sposo
dolcemente ti ha posato,
stringendoti forte
alla ferita del costato.

24. Tu, martire crocifissa,
sei la forza dei malati.
In te contemplano la redenzione
che zampilla dal dolore.

25. Col tuo volto sorridente
di eterna giovinetta
aiuta i nostri giovani
a guardare alla vita
con gli occhi della speranza.

26. Questo mondo contaminato
dal fango del peccato
ottieni, fanciulla innocente,
la grazia della purezza.

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