Guardare in alto

Posté par atempodiblog le 11 décembre 2015

Guardare in alto
di Stefano Chiappalone – Comunità Ambrosiana

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Le mani della vostra fede si alzino verso il cielo, ma lo facciano mentre edificano una città costruita su rapporti in cui l’amore di Dio è il fondamento(Papa Francesco)

La candida sagoma squadrata del campanile risalta tra l’azzurro del cielo di una serena domenica autunnale e i rami degli alberi che lo velano leggermente, quasi un sipario che la natura stessa offre per inquadrare ancor meglio il piccolo capolavoro innalzato dall’ingegno umano a gloria di Dio – più precisamente “Deo Optimo Maximo et Sancto Mauritio”, come si legge sulla facciata. Nulla di trascendentale (forse), almeno a prima vista, eppure è bastato sollevare un attimo lo sguardo per ritrovarsi di fronte a quell’abbinamento di semplici forme e pochi colori che calamita l’occhio e lo spirito verso l’alto. Sollevare lo sguardo è in effetti un’operazione inconsueta per l’uomo moderno, e il sottoscritto non fa eccezione in quanto appartenente a quella involuzione dell’homo sapiens che potremmo qualificare homo curvus, più avvezzo a fissare le buche nell’asfalto che lo splendore dei cieli. Il nostro mondo non costruisce torri e persino certi edifici di culto difettano di campanili. Non che manchino edifici alti, che anzi proliferano da qualche decennio sotto forma di grattacieli – talora persino di qualche interesse estetico – o di casermoni ad uso abitativo – generalmente di grande valore antiestetico. Tuttavia, più che dalla tensione verso l’alto, essi sembrano animati dall’affanno di prolungare lo spazio terreno, non molto diversi pertanto da quella Londra sotterranea descritta ne Il Padrone del mondo di Robert H. Benson (1871-1914) in cui “essendosi accorti che lo spazio non è limitato alla superficie del globo, gli uomini di tutto il mondo avevano incominciato a fabbricare sottoterra”. I nostri condomini, in altre parole, somigliano a grigie caverne emerse in superficie, delineando una skyline ben diverso da quella gioiosa società di torri e campanili che ha plasmato i paesaggi dell’Europa che fu – insieme agli alberi che, di fatto, oggi è più facile veder potare che piantare. L’albero come il campanile, tende verso l’alto e verso il futuro, sfuggendo alle nostre pretese di fabbricare e consumare tutto qui ed ora:

Chi iniziava a costruire le cattedrali aveva la certezza che né lui né i suoi figli le avrebbero viste completate. Edificavano, ma per i posteri. Chi oggi pianta più un noce? Chi oggi ha il senso del futuro?”, si chiedeva lo storico pisano Marco Tangheroni (1946-2004).

Dal campanile, all’albero, ai soffitti – altro sintomo e simbolo dell’orientamento interiore della società. Se i Gonzaga, signori di Mantova, si addormentavano contemplando i putti e le altre figure che facevano capolino dall’oculo affrescato da Andrea Mantegna (1431-1506) sulla volta della Camera degli Sposi, più modestamente da studente universitario provai una piccola gioia nel vedere il soffitto irregolare con travi di legno a vista del mio piccolo alloggio pisano – un soffitto tipicamente toscano che al risveglio mi evocava sinuosi viali di cipressi che conducevano alle dolci colline un tempo contese dai Visconti e dai Gherardesca. Era una società che mirava in alto anche architettonicamente, a volte anche troppo: la competizione tra casate nobiliari si manifestava persino nell’altezza delle case-torri, che le leggi antimagnatizie in molte città provvidero ad abbassare forzatamente per tenere a bada la hybris dei loro costruttori e il celebre campanile dell’antica repubblica marinara divenne ancor più celebre per il suo inatteso inclinarsi. Torniamo però ai soffitti: per le strade di Pisa e di Roma mi è capitato spesso di sbirciare, complice la bella stagione, al di là delle finestre aperte di qualche antica dimora, i soffitti affrescati a beneficio esclusivo di fortunati eredi. Se però dovevo accontentarmi di sbirciare dalla strada quelle blasonate volte, non mi erano affatto precluse quelle della dimora del Re dei Re, dove ognuno può sentirsi a casa. Dall’azzurro stellato delle chiese medievali al tripudio di angeli di quelle barocche, centinaia di cieli mi hanno spinto a guardare in alto, a partire dalla chiesa parrocchiale che mi vide bambino nel natio borgo abruzzese. Ero troppo piccolo per non annoiarmi un po’ durante la Messa e tuttavia ero abbastanza piccolo da lasciarmi incantare volando oltre le coltri d’incenso fino a quel misterioso agnello dipinto sulla volta del presbiterio, nonché ai tre angioletti di stucco poco sopra l’altare che ancora oggi torno a guardare con lo stesso incanto di allora, quando il mio cuore di bambino percepiva inconsapevolmente – e forse meglio di ora – quel “Sursum corda – in alto i cuori” con cui la liturgia ci invita a sollevare lo sguardo verso il Santo dei Santi.

Nella cattedrale fiorentina di Santa Maria del Fiore Papa Francesco esortava a levare lo sguardo al Cristo dipinto nella cupola:

Al centro c’è Gesù, nostra luce. L’iscrizione che si legge all’apice dell’affresco è ‘Ecce Homo’. Guardando questa cupola siamo attratti verso l’alto, mentre contempliamo la trasformazione del Cristo giudicato da Pilato nel Cristo assiso sul trono del giudice. […] Nella luce di questo Giudice di misericordia, le nostre ginocchia si piegano in adorazione, e le nostre mani e i nostri piedi si rinvigoriscono”.

Dalla cupola del Brunelleschi, la riflessione del pontefice si spostava idealmente allo Spedale degli Innocenti, dal volto di Cristo al volto dell’uomo:

Quanta bellezza in questa città è stata messa a servizio della carità!”. Guardare in alto diviene ancora più urgente nei tempi di crisi, quando tutto sembra andare in direzione contraria lasciandoci tentare dallo scoraggiamento. Nell’Avvento di alcuni anni fa, Papa Benedetto ricordava le antiche parole della liturgia: Excita, Domine, potentiam tuam, et veni [Ridesta, Signore, la tua potenza e vieni]: con queste e con simili parole la liturgia della Chiesa prega ripetutamente nei giorni dell’Avvento. Sono invocazioni formulate probabilmente nel periodo del tramonto dell’Impero Romano. […] Non si vedeva alcuna forza che potesse porre un freno a tale declino. Tanto più insistente era l’invocazione della potenza propria di Dio: che Egli venisse e proteggesse gli uomini da tutte queste minacce”.

Che ci crolli il mondo addosso o che il mondo stesso stia per crollare, possiamo ancora dirigere gli occhi e il cuore verso l’alto per accorgerci che non siamo mai abbandonati a noi stessi:

L’assalto di Mordor irruppe come un’immensa ondata sulle colline assediate, e le voci ruggivano come una marea che sale fra boati e fragore. Come se ai suoi occhi fosse improvvisamente apparsa una visione, Gandalf trasalì: si voltò a guardare verso nord, dove i cieli erano limpidi e pallidi. Poi alzò le mani e gridò con voce possente che sovrastava ogni altro rumore: Arrivano le Aquile! E molte altre voci gli risposero gridando: Arrivano le Aquile! Arrivano le Aquile! […] Allora tutti i Capitani dell’Ovest gridarono, perché i loro cuori erano pieni di una nuova speranza in mezzo a tutta l’oscurità”.

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Durante l’Adorazione siamo soli con Gesù

Posté par atempodiblog le 15 juillet 2015

Durante l'Adorazione siamo soli con Gesù dans Citazioni, frasi e pensieri b8ntih

Percy volse intorno gli occhi per qualche momento prima di dar principio alla preghiera. Inchinandosi alla magnificenza della cattedrale, al coro echeggiante, al modulare dell’organo, alla morbida e melodiosa voce del celebrante. A sinistra rosseggiavano le luci rifratte delle lampade accese davanti a Gesù Sacramentato, a destra dodici candele tremolavano sparse qua e là ai piedi delle scarne immagini, e su in alto pendeva la gigantesca croce, con quel macilento ed esangue Uomo Povero, che tutti coloro i quali miravano a lui, invitava al suo amplesso divino. Quindi nascose il volto fra le mani, mandò due lunghi sospiri, e si dispose a pregare.

Come era solito fare, cominciò la sua preghiera mentale con un deciso atto di rinuncia al mondo dei sensi: immaginando di doversi immergere dentro una superficie, egli usò tutte le sue forze per discendere nell’intimo del suo spirito. Il cadenzare dell’organo, il rumore dei passi, la durezza del banco… tutto, alla fine, gli parve estraneo ed esterno a sé. Sentì nella sua persona il solo cuore che palpitava; vide la sua mente forgiare immagini sempre nuove: troppo intense emozioni per poter essere espressa da atti sensibili.

Discese ancor più nell’intimità. Rinunciò a tutto ciò che era, a tutto ciò che possedeva. Gli parve che anche il suo corpo svanisse a poco a poco e che mente e cuore, trepidanti alla presenza di Dio, si trovassero docilmente uniti alla volontà del loro signore e protettore misericordioso.

Mandò nuovi sospiri sentendo la divina presenza alitargli dintorno, ripeté meccanicamente alcune parole, e cadde in quella calma che fa seguito al totale rinnegamento di sé. Così rimase per qualche tempo. Echeggiavano dall’alto la musica divina, il clangore delle trombe, il sussurro dei flauti: erano però, per Percy, come i vani rumori provenienti dalla strada che non turbano l’uomo abbandonato al sonno.

Si trovava, ora, dentro lo spessore delle cose, al di là dei confini accessibili al senso e alla riflessione. Si trovava in quel cuore: e quanto gli era costato questo cammino! In quella meravigliosa regione dove ogni realtà appare evidente, dove le percezioni vanno e vengono con la rapidità dei raggi luminosi, dove il potere della volontà tempra ora un gesto ora un altro, gli dà forma e lo esegue, dove tutte le cose sono raccolte in unità, dove il vero si conosce, si opera e diventa esperienza, dove la forma del mondo è posseduta attraverso l’essenza, dove la Chiesa e i suoi misteri sono conosciuti dal profondo, in una coltre nebbiosa di gioia.

 Percy era rapito in quell’estasi, quindi, tornato in sé, cominciò a parlare con Dio:

«Eccomi, o Signore, alla vostra presenza; io vi conosco!… Non c’è nessun altro. Siamo Voi e io… Tutto affido nelle vostre mani: il vostro sacerdote che ha tradito, il vostro popolo, il mondo e me stesso. Tutto, tutto io offro ai vostri piedi!…».

Poi tacque, per giudicare sé nella preghiera, finché non gli sembrò che tutto di sé fosse su un enorme pianura, ai piedi dell’alta montagna.

Allora continuò:

«Tenebre e afflizione sarebbero per me dimora, se non avessi la vostra grazia. Voi siete la mia liberazione! Accompagnatemi, passo dopo passo; portate a compimento la vostra opera in me! Sostenetemi, perché non abbia a cadere; se Voi allontanate la vostra mano da me, io non esisto più!».

Tratto da: Il padrone del mondo di Robert Hugh Benson

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Il “padrone” di Benson colonizza il mondo

Posté par atempodiblog le 21 janvier 2015

Il “padrone” di Benson colonizza il mondo
“Il Padrone del Mondo”, il libro consigliato da Papa Francesco

di Alessandro Zaccuri – Avvenire
Tratto da: Tracce

Il “padrone” di Benson colonizza il mondo dans Anticristo 2mo83vd 

«Dimostra all’incirca trentatré anni, rasato, portamento sicuro, capelli bianchi, occhi e sopracciglia scuri. È rimasto immobile con le mani sulla ringhiera, ha accennato un solo gesto che ha procurato un sussulto alla folla, ha detto quelle poche parole lentamente, scandendole, con voce decisa. Poi è rimasto in attesa». Magari non sapete chi è, ma lo avete senz’altro riconosciuto. Non è Hitler né Mussolini, e neppure Stalin, anche se si comporta come loro. Può darsi che nemmeno le generalità anagrafiche siano di grande aiuto, per non parlare della qualifica ufficiale, prezidante de Europo, ovvero “presidente d’Europa” in esperanto.

Eppure, se diciamo che Julian Felsenburgh è Il Padrone del Mondo, in un modo o nell’altro ci si capisce al volo, e non solamente perché il capolavoro di Robert Hugh Benson (1867-1914) è il romanzo che, da qualche tempo in qua, il Papa cita e consiglia con maggior frequenza. È tornato a farlo anche un paio di giorni fa, sul volo di ritorno dalle Filippine. Rispondendo alle domande dei giornalisti che gli chiedevano di spiegare meglio il concetto di “colonizzazione ideologica” evocato nel corso dell’incontro con le famiglie a Manila, Francesco si è così espresso: «C’è un libro – scusatemi, faccio pubblicità – c’è un libro, forse lo stile è un po’ pesante all’inizio, perché è scritto nel 1907 a Londra… A quel tempo lo scrittore ha visto questo dramma della colonizzazione ideologica e lo descrive in quel libro. Si chiama Lord of the World. L’autore è Benson, scritto nel 1907, vi consiglio di leggerlo».

Non è la prima volta, dicevamo, che papa Bergoglio si richiama a questo libro, peraltro molto amato anche dai lettori italiani. Pubblicato a metà degli anni Settanta dalla benemerita Città Armoniosa e successivamente entrato nel catalogo Jaca Book, oggi Il Padrone del Mondo è disponibile in due diverse versioni: una, con prefazione di monsignor Luigi Negri, è edita dalla veronese Fede & Cultura, che propone anche gli altri romanzi di Benson e la prima biografia italiana dell’autore, allestita da Luca Fumagalli; l’altra, invece, porta il marchio di Fazi, la casa editrice romana che sta rilanciando le opere, elegantemente umoristiche, di uno dei fratelli di Robert, l’archeologo Edward Frederic Benson. La loro era una famiglia particolarmente in vista nella Gran Bretagna dell’epoca.

Il padre, il reverendo Edward White Benson, fu arcivescovo di Canterbury e primate d’Inghilterra tra il 1883 e il 1896. Robert – ultimo di una nidiata di sei figli – ne seguì inizialmente le orme entrando nel clero anglicano, ma nel 1903 chiese di essere accolto nella Chiesa cattolica, con una decisione che, sia pure a lungo meditata, non mancò di suscitare scalpore.

Nell’autobiografico Confessioni di un convertito (Gribaudi), lo stesso Benson raccontò con estrema franchezza che a farlo incamminare verso Roma era stato, almeno inizialmente, un desiderio di maggior universalità. E la distinzione tra universalità e universalismo è probabilmente uno dei motivi per cui Francesco raccomanda con tanta insistenza Il Padrone del Mondo.

Il personaggio al quale il titolo fa riferimento è infatti l’Anticristo, che si manifesta al principio del XXI secolo, nel momento in cui sembra ormai ineluttabile un conflitto di proporzioni planetarie (il romanzo, come ricordato, uscì per la prima volta nel 1907, con largo anticipo rispetto allo scoppio della Prima guerra mondiale). L’Avversario si nasconde sotto le spoglie di Felsenburgh, un politicante dal passato incerto ma dal carisma trascinante, che in poco tempo riesce a sbaragliare le difese di una Chiesa cattolica già assottigliata e incerta. Prima dell’avvento di Felsenburgh, infatti, la massoneria ha preso il controllo del mondo, giocando sul doppio tavolo dell’umanitarismo e del comunismo, ideologie solo in apparenza opposte, ma in realtà convergenti su un omologazione che è, appunto, “colonizzazione ideologica”.

I progressi tecnologici servono, tra l’altro, a far accettare come consueto, se non addirittura obbligatorio, il ricorso all’eutanasia, le lingue e le culture nazionali soccombono davanti all’avanzata di un unanimismo indistinto su cui Felsenburgh non fatica ad appoggiarsi per proclamare l’inizio di un’epoca di pace inevitabile e di forzato consenso. Quel che resta della Chiesa militante verrà spazzato via con la forza, dopo di che il mondo potrà finire, «e con lui la sua gloria», come recitano le ultime parole del romanzo.

L’altro giorno, a corredo della citazione di Benson, Francesco ha ribadito la sua convinzione: «Il popolo ha la sua cultura, la sua storia; ogni popolo ha la sua cultura. Ma quando vengono condizioni imposte dagli imperi colonizzatori, cercano di far perdere ai popoli la loro identità e creare uniformità. Questa è la globalizzazione della sfera: tutti i punti sono equidistanti dal centro. E la vera globalizzazione – a me piace dire questo – non è la sfera. È importante globalizzare, ma non come la sfera, bensì come il poliedro, cioè che ogni popolo, ogni parte, conservi la sua identità, il suo essere, senza essere colonizzata ideologicamente». Ma al Padrone del Mondo, ormai lo abbiamo capito, il poliedro non piace proprio per niente.

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La colonizzazione ideologica

Posté par atempodiblog le 20 janvier 2015

La colonizzazione ideologica dans Fede, morale e teologia 2qso178

La colonizzazione ideologica: dirò soltanto un esempio, che ho visto io. Venti anni fa, nel 1995, una Ministro dell’Istruzione Pubblica aveva chiesto un prestito forte per fare la costruzione di scuole per i poveri. Le hanno dato il prestito a condizione che nelle scuole ci fosse un libro per i bambini di un certo livello. Era un libro di scuola, un libro preparato bene didatticamente, dove si insegnava la teoria del gender. Questa donna aveva bisogno dei soldi del prestito, ma quella era la condizione. Furba, ha detto di sì e anche ha fatto fare un altro libro e ha dato i due (libri) e così è riuscita… Questa è la colonizzazione ideologica: entrano in un popolo con un’idea che niente ha da fare col popolo; sì, con gruppi del popolo, ma non col popolo, e colonizzano il popolo con un’idea che cambia o vuol cambiare una mentalità o una struttura.

Durante il Sinodo i vescovi africani si lamentavano di questo, che è lo stesso che per certi prestiti (si impongano) certe condizioni. Io dico soltanto questa che io ho visto. Perché dico “colonizzazione ideologica”? Perché prendono, prendono proprio il bisogno di un popolo o l’opportunità di entrare e farsi forti, per (mezzo de) i bambini. Ma non è una novità questa.

Lo stesso hanno fatto le dittature del secolo scorso. Sono entrate con la loro dottrina. Pensate ai Balilla, pensate alla Gioventù Hitleriana. Hanno colonizzato il popolo, volevano farlo. Ma quanta sofferenza. I popoli non devono perdere la libertà. Il popolo ha la sua cultura, la sua storia; ogni popolo ha la sua cultura. Ma quando vengono condizioni imposte dagli imperi colonizzatori, cercano di far perdere ai popoli la loro identità e fare una uguaglianza. Questa è la globalizzazione della sfera: tutti i punti sono equidistanti dal centro.

E la vera globalizzazione – a me piace dire questo – non è la sfera. È importante globalizzare, ma non come la sfera, ma come il poliedro, cioè che ogni popolo, ogni parte, conservi la sua identità, il suo essere, senza essere colonizzata ideologicamente. Queste sono le “colonizzazioni ideologiche”.

C’è un libro, scusatemi, ma faccio pubblicità, c’è un libro che forse lo stile è un po’ pesante all’inizio, perché è scritto nel 1903 a Londra. È un libro che a quel tempo questo scrittore ha visto questo dramma della colonizzazione ideologica e lo descrive in quel libro. Si chiama “The Lord of the Earth” o “The Lord of the World”, uno dei due. L’autore è Benson, scritto nel 1903, ma vi consiglio di leggerlo. Leggendo quello capirete bene quello che voglio dire con “colonizzazione ideologica”.

Papa Francesco
Tratto da: Radio Vaticana

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Benson, apologia da romanzo

Posté par atempodiblog le 11 octobre 2014

Cento anni fa moriva l’autore del «Padrone del mondo». Figlio del primate anglicano, divenne cattolico e prete.
di Lorenzo Fazzini – Avvenire

Benson, apologia da romanzo dans Articoli di Giornali e News j7svpi
Robert Hugh Benson (1871-1914) in collare romano da sacerdote cattolico.
Piace sia a Ratzinger sia a Bergoglio.

Pochi anni di vita (solo 43: nato nel  1871, morì un secolo fa, il 19 ottobre  1914), ancor meno quelli da  scrittore (10, dal 1904 alla prematura  scomparsa), 15 romanzi; un  vero, grande capolavoro, Il padrone  del mondo  (disponibile in due edizioni italiane, quella ‘storica’ di Jaca Book e quella di Fede & Cultura, che ne sta riproponendo  diversi titoli). 

Robert Hugh Benson oggi non è in cima alle classifiche,  ma a suo tempo furoreggiava come autore  di bestseller: «I miei libri stanno vendendo bene, gli editori mi stanno offrendo termini sempre  più vantaggiosi» confidava a un amico sul finire  della vita. Qualche cifra? La luce invisibile, scritto sulla soglia del passaggio al cattolicesimo,  aveva già venduto 5 mila copie (siamo agli inizi del Novecento) quando  Con quale autorità?, romanzo storico sullo scontro tra cattolici  e anglicani nel ’500, raggiunse la IV edizione e Vieni ruota! Vieni forca!  la settima, come certifica  il suo (primo) biografo in italiano, il giovane anglista Luca Fumagalli.

Una biografia molto documentata, che inserisce la vicenda esistenziale e culturale di Benson nel quadro più ampio del Regno Unito del tempo, ovvero gli spinosi ma anche fecondi rapporti tra anglicani e cattolici. Fumagalli si sofferma sulla genesi e il retroterra di quei libri apologetici, tutti  romanzi storici, che Benson vergava sulla spinta  dell’adesione alla fede cattolica, lui ultimo figlio  dell’arcivescovo di Canterbury, primate anglicano. 

Sono numerose le scoperte sull’autore amato  dagli ultimi due pontefici: sia Ratzinger (da cardinale) che Bergoglio (da arcivescovo e pure da papa) hanno dichiarato di aver letto in maniera appassionata
Il padrone del mondo. Un libro – molto lodato per il suo tratto profetico anche dal filosofo Augusto Del Noce – che fece esplodere la notorietà dell’autore: Benson fu protagonista  di 3 viaggi negli Stati Uniti per conferenze dove brillava come sagace  oratore. In Italia i suoi testi, tradotti in almeno 10 lingue, arrivarono già negli anni Venti. «Quasi ogni  famiglia cattolica in Inghilterra aveva almeno un libro di Benson» annota Fumagalli. 

Nel saggio vengono messi in evidenza diversi legami  culturali di Benson, che per un certo tempo  fu amico e collaboratore letterario dello scrittore  Frederick Rolfe, famoso per il suo AdrianoVII (di recente ristampato da Neri Pozza). Benson collaborò con Rolfe per un libro su Tommaso Becket, progetto che però fece venire a galla la diversità incolmabile tra i due: tanto  rigoroso e ricco di dirittura morale Benson,  soprattutto dopo il sacerdozio ricevuto  a Roma nel 1903 (il suo ingresso nel cattolicesimo risaliva al 1902), quanto bohémien e polemico Rolfe. 

Ma sono numerosi gli incontri intellettuali  di prestigio che Benson intesse nella  sua breve vita. Il suo cammino verso il cattolicesimo riceve un impulso decisivo dagli  scambi epistolari  con padre Vincent  McNabb, domenicano   irlandese che  predicava ogni domenica   nei giardini  londinesi di Hyde  Park (Chesterton lo  definì «il più grande  uomo in assoluto  nell’Inghilterra del  nostro tempo’);  McNabb aiutò Benson  a chiarire il valore dell’infallibilità papale, principale  scoglio di incomprensione tra cattolici e anglicani. Anche uno scrittore come Hilaire Belloc  spese parole di estrema stima per Benson: «Mi è incredibilmente piaciuto. Ho trovato il suo lavoro di storico davvero unico».

Nel 1904 a Roma ecco poi due incontri quanto mai diversi: il 24 giugno l’udienza privata con Pio X, con un aneddoto curioso: «Il Papa si tolse  lo zucchetto, prese quello di Hugh, e li scambiò.  Hugh si abbassò per la benedizione, il copricapo  cadde, entrambi tentarono di raccoglierlo  e sbatterono le teste»… Sempre nella Capitale  Benson ebbe un faccia a faccia pure con Romolo Murri, il sacerdote-politico marchigiano  che sarà poi sospeso a divinis; i due si incontrano  «a tarda notte, nascosti da grandi cappelli  e lunghi mantelli, per non dare nell’occhio e non suscitare eccessivi mormorii nel mondo dell’intransigentismo romano».

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Benson, folgorato sulla via di Luxor

Posté par atempodiblog le 3 décembre 2013

Benson, folgorato sulla via di Luxor
Storia di un pastore anglicano convertito al cattolicesimo. E molto citato da Papa Bergoglio
di Mattia Ferraresi – Il FoglioBenson, folgorato sulla via di Luxor dans Robert Hugh Benson empty

Schermata%202013-12-02%20a%2011_06_34 dans Stile di vitaIl cardinale John Henry Newman paragonava l’esperienza di chi, come lui, ha abbandonato la chiesa d’Inghilterra per passare al cattolicesimo alla passeggiata notturna di un personaggio delle fiabe attraverso un villaggio incantato. Al sorgere del sole improvvisamente i prodigi meravigliosi che avevano intrattenuto il viaggiatore per tutta la notte scompaiono, come liquefatti dalla luce del giorno, tanto che il protagonista si chiede se siano davvero esistiti o fossero soltanto i frutti di una grandiosa allucinazione. Robert Hugh Benson, pastore cresciuto nella più anglicana delle famiglie, ha sperimentato la sensazione che si accompagna alla fine di un sortilegio e l’ha immediatamente raccontata in una serie di articoli apparsi sulla rivista americana Ave Maria fra il 1906 e il 1907. Dopo accorate richieste che gli scritti fossero raccolti e pubblicati in un volume, magari arricchiti da qualche riflessione ulteriore, Benson ha acconsentito all’operazione editoriale ma non ha trovato modo di aggiungere nuovi elementi. Al sorgere del sole, il vecchio villaggio anglicano era scomparso. Trovava persino difficile ricordarne le fattezze, come certi sogni che appaiono chiari e distinti nel momento in cui ci si sveglia ma svaporano se ci si riaddormenta anche soltanto per un attimo. Riferendosi a sé in terza persona, forse per compensare “il raccapricciante egoismo” che trasuda negli articoli autobiografici, scrive: “Egli non è più in grado, come nei primi mesi dopo la sua conversione, di paragonare i due sistemi religiosi, dal momento che ciò che ha lasciato non gli appare più come un oggetto coerente. Ci sono, certamente, associazioni, ricordi ed emozioni ancora impressi nella sua mente […] e tuttavia non riesce più a vedere in questi altro che indizi, frammenti e aspirazioni distaccate dal loro centro e ricostruite in un edificio puramente umano senza fondamenta né solidità”.

Potrebbe sembrare che il passaggio dal mondo anglicano a quello cattolico sia stato per Benson tutto sommato naturale e indolore, il sorgere del sole della fede universale su una tradizione che gli era apparsa in tutta la sua modesta portata, ma non è così. Percorrere il guado fra un credo religiosamente corretto e morto e la religione del Dio vivente non è un’impresa senza rischi. Benson era il figlio più giovane di Edward White Benson, pastore anglicano che diventerà poi arcivescovo di Canterbury, uomo dotto la cui incrollabile fede è perfettamente impressa nella scena della sua morte: si spegne nel 1896 mentre è inginocchiato in chiesa, assorto nella meditazione. Ogni domenica Edward portava i figli a passeggio per la campagna inglese e leggeva episodi tratti dall’Acta Martyrum. Soltanto molti anni dopo Robert scoprirà che il padre traduceva all’impronta dall’originale latino, in un inglese perfettamente oliato da decenni di frequentazione dell’apparato agiografico. “La sua influenza su di me è stata talmente profonda che non posso sperare di riuscire a descriverla”, ricorda Benson. Il padre “non mi aveva mai capito molto bene”, a differenza della madre, con la quale terrà un lunghissimo e intimo carteggio, ma l’influsso della personalità paterna permea le profondità più recondite della vita della famiglia e in particolare quella del giovane Robert, che deciderà di farsi pastore anglicano nonostante le obiezioni e i dubbi sulla fede che ciclicamente affioreranno negli anni della formazione, quando “l’unico mio vero amico era un ateo dichiarato”.

Quando chiede al padre se la formula del Credo sull’unica “santa chiesa” comprenda anche i cattolici, rimane insoddisfatto della risposta. Alla chiesa di Roma, però, non accede tramite un pertugio teologico. Newman aveva lasciato la chiesa d’Inghilterra dopo una lunga riflessione sul rapporto fra la dottrina anglicana e il Concilio di Trento, passaggio che l’aveva portato “ex umbris et imaginibus in veritatem”; Benson coglie l’universalità del credo cattolico in una piccola chiesa egiziana. Poco dopo la morte del padre, il medico gli ordina di passare l’estate nel clima caldo dell’Egitto, essenziale per dare sollievo a uno stato di salute che sarà precario fino al giorno della sua morte, causata da un infarto a 43 anni. Sulla via per Luxor visita le cattedrali di Parigi, incontra la sensibilità orientale di Venezia, s’immerge nelle bellezze fiorentine, nei fasti del cattolicesimo romano, respira la fede barocca e ancestrale dell’Italia meridionale; ma niente scuote il suo animo come quella chiesa copta di nessun conto mimetizzata fra le case di fango di un villaggio qualsiasi. Ci era entrato quasi senza volerlo: “Ora sono certo che è stato lì che per la prima volta qualcosa di simile a un’esplicita fede cattolica si è fatto largo dentro di me. Quella chiesa era chiaramente parte della vita del villaggio, era alta come le case arabe, era aperta, ed era esattamente come tutte le altre chiese cattoliche, a eccezione degli ovvi limiti artistici. Lì mi è sembrato seriamente concepibile l’idea che Roma avesse ragione e noi torto”.

In quella che nel linguaggio francescano, nel senso del vescovo di Roma, si chiamerebbe periferia esistenziale, Benson ha intuito che la chiesa d’Inghilterra, con le sue scuole azzimate, i rituali perfettamente levigati, la precisione dottrinaria che suo padre incarnava (a quel punto Benson leggeva quotidianamente la Bibbia in greco) era la vera periferia della cristianità. Una nicchia autoreferenziale, chiusa al mondo, incomunicabile, il contrario esatto di quel modesto tempio copto che lo aveva affascinato più delle millenarie basiliche dell’Europa cattolica. L’incrocio fra universalismo, periferia, identità e tradizione porta dritti all’omelia di Papa Francesco del 18 novembre, la requisitoria a sfondo maccabeo del progressismo adolescenziale, con potente condanna del “pensiero unico” che discende dalle lusinghe della mondanità e tonanti richiami identitari. Quella che ha fatto vacillare chi credeva di stare in piedi snocciolando le contraddizioni del Papa dialogante e spogliato della regalità che deriva dalla custodia della dottrina. Nel quotidiano esercizio omiletico di Santa Marta, Francesco ha fatto riferimento al romanzo “Il Padrone del mondo”, il testo di gran lunga più noto dell’apologeta inglese. Benson, ha detto Bergoglio, ha spiegato con potenza narrativa la battaglia fra lo spirito del mondo e la chiesa, e “quasi come fosse una profezia, immagina cosa accadrà. Quest’uomo, si chiamava Benson, si convertì poi al cattolicesimo e ha fatto tanto bene. Ha visto proprio quello spirito della mondanità che ci porta all’apostasia”.

“Il Padrone del mondo” è stato consegnato alla storia come romanzo “distopico”, ma sarebbe più corretto definirlo romanzo “parabolico”, nel senso che usa la forma della parabola, quindi dell’analogia, non si spinge nell’ambito della divinazione del futuro prossimo che verrà. Sta di fatto che il padrone del mondo è la storia di un conflitto esistenziale, moderno e contemporaneamente escatologico, fra la visione cristiana del mondo e un surrogato postcristiano fatto di umanitarismo, massoneria, ideali puri che sono il preludio di un inferno sulla terra. E la via che porta al regno di Satana e a un anticristo che sembra appena uscito dal Consiglio di sicurezza dell’Onu è, come al solito, lastricata di buoni propositi.

Ad aumentare la potenza dello scenario dipinto da Benson c’è la componente profetica, naturalmente, e letto a decenni di distanza il romanzo appare come una rappresentazione fedele, almeno concettualmente, con quello che poi è successo. Quando lo ha scritto, nel 1907, non c’erano ancora state guerre mondiali, genocidi nel mezzo dell’Europa né rivoluzioni bolsceviche. Lo spirito del mondo lavorava su più fronti per congegnare alternative dal volto umano all’oppiaceo della religiosità e Benson è stato perspicace nel cogliere i segni dei tempi e riversarli – amplificati – nelle sagome apocalittiche dei suoi personaggi, a partire da Giuliano Felsemburgh, grandioso leader anticristico – il nome evoca Giuliano l’apostata – a metà fra Barack Obama e un banchiere svizzero in partenza per una riunione del Bilderberg. La chiesa del padrone del mondo è un corpo mistico assediato, minoritario e tuttavia pugnace, sostenuto dallo Spirito e armato della spada della verità. Ridotta all’irrilevanza dal mondo, la chiesa combatte per la sua stessa vita senza concessioni e ricatti, sapendo che “dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”. In questa parabola si potrebbe leggere una rappresentazione assai muscolare della lotta fra chiesa e mondo, un conflitto di trincea culturale ed escatologico fra identità incompossibili, lanciate come frecce verso niente meno che l’Apocalisse.

Si potrebbe essere tentati di mettere Benson nella schiera degli opliti della fede, un katechon che tiene chiuse le porte dell’inferno modernista e non tollera compromessi sulla strada della riabilitazione del regno divino. Uno che si sarebbe trovato più a suo agio nella cappella palatina di Aquisgrana che in una chiesa di fango alla periferia del Cairo. Il fraintendimento, in effetti, non si è fatto attendere. Per rettificare in qualche modo Benson ha scritto, pochi anni dopo la pubblicazione del “Padrone del mondo”, una seconda parabola, intitolata “L’alba di tutto”, controprofezia in cui la chiesa vince la battaglia contro lo spirito del mondo. Invece del massone-umanitario Felsemburgh è il Papa a guidare il consesso di nazioni i cui sovrani, uno a uno, si convertono al cristianesimo, modellando le società che governano alla dottrina cristiana. L’Europa trova la via virtuosa per coniugare la mentalità medievale con la prosperità moderna, cosa che affascina – ma senza soddisfare del tutto – il protagonista del romanzo, un prete che si risveglia dopo un lungo periodo di coma.

“In un libro precedente chiamato ‘Il Padrone del mondo’ – scrive Benson – ho tentato di tracciare la proiezione di quello che, pensavo, ci si potrebbe ragionevolmente aspettare fra cent’anni, se le attuali linee del cosiddetto ‘pensiero moderno’ fossero semplicemente prolungate nel tempo. Mi hanno detto ripetutamente che l’effetto del libro è stato quello di deprimere e scoraggiare in misura eccessiva i cristiani ottimisti. In questo libro cercherò, sempre in forma di parabola, non certo di ritirare ciò che ho affermato nel precedente, ma di seguire le linee opposte di pensiero per tracciare lo sviluppo che, penso, ci si potrebbe ragionevolmente aspettare se il processo opposto iniziasse, e l’antico pensiero si affermasse. Talvolta sentiamo dire dai moralisti che viviamo in tempi critici, espressione con la quale intendono dire che non sono certi se la loro parte vincerà o meno. In tal senso, nessun tempo può essere critico per i cattolici, perché i cattolici non possono avere alcun tipo di dubbio sulle possibilità di vittoria della loro parte. Ma da un altro punto di vista, tutti i periodi sono critici, perché ogni tempo contiene in sé il conflitto fra due forze irriconciliabili”.

I due lati della parabola di Benson non possono essere dunque completamente disgiunti, pena il fraintendimento del significato dei “tempi critici” per la chiesa e il cattolicesimo, circostanza quanto mai attuale. Benson è stato romanziere e apologeta indefesso, ma anche spirito aperto all’incontro con il mondo, forte della natura vitale di un cristianesimo in cui categorie come “cuore” e “incontro” – che aprono l’esortazione apostolica di Francesco, “Evangelii Gaudium” – ricorrono con più frequenza di quanta i suoi ammiratori contemporanei amino ricordare.

Un episodio della sua giovinezza, prima della conversione, illustra sinteticamente la sua sensibilità cristiana. Durante una gita invernale sul Piz Palù, in Engadina, il giovane Benson ha un collasso. I compagni cercano invano di rianimarlo, e sono costretti a trasportarlo per ore prima di riuscire a trovare riparo in mezzo alla tormenta. Durante il trasbordo Benson riacquista coscienza, rendendosi in qualche modo conto della gravità della situazione, ma nessun atto di contrizione, nessuna richiesta di perdono né desiderio di riconciliazione arrivano al suo cuore malandato. Gli insegnamenti, le virtù, la dottrina, il timor di Dio instillato in una rigorosa educazione cristiana non sono sufficienti ad animare l’intenzione del ragazzo che i suoi compagni credono ormai morto. “La mia religione – scrive – così com’era allora, era talmente impersonale e senza vita che, per quanto non abbia mai dubitato dell’oggettiva verità di ciò che mi era stato insegnato, non ho mai amato né temuto Dio. Non sentivo nessuna responsabilità verso di Lui, né mi scuoteva la prospettiva di incontrarLo. Mi ero passivamente accontentato di credere che Lui fosse presente, ma non mi nascondevo da Lui con timore e non aspiravo a Lui con affetto”.

La conversione per Benson ha la forma di un ritorno alla vita dopo un lunga inibizione affettiva verso l’oggetto riconosciuto e ammirato soltanto tramite la pura ragione. E’ stato un cattolico multiforme e tridimensionale, Benson, irriducibile alla dialettica fra tradizione e modernità. I suoi “Paradossi del Cattolicesimo” sembrano scritti apposta per trarre una sintesi dalla dialettica odierna interna alla chiesa. Ne “I Negromanti” ha fissato in forma narrativa le sue considerazioni sull’occultismo e la magia nera che aveva tratto dalle corrispondenze con amici devoti del lato oscuro, alcuni associati al leggendario Aleister Crowley. E’ stato autore di racconti dell’orrore e romanzi storici sullo scisma anglicano. Ha intrattenuto per anni una relazione di amicizia e una fittissima corrispondenza – un biografo definirà il rapporto “casto ma appassionato” – con l’eccentrico Frederick Rolfe, il “Baron Corvo” che nei salotti letterari più quotati dell’epoca faceva vanto della propria omosessualità. Le lettere sono poi state in gran parte distrutte dal fratello.

Negli anni brevi e febbrili della predicazione in Inghilterra, dopo l’ordinazione nella basilica di San Silvestro a Roma, ha incontrato un altro grande convertito, Cyril Martindale, il gesuita che troverà il registro e il linguaggio per raccontare le vite dei santi ai suoi contemporanei. E’ lui a scrivere la prima biografia di monsignor Benson, a soli due anni dalla morte. Dice che si tratta di una “biografia psicologica”, ché sarebbe impossibile rinchiudere la vita di un uomo del genere nei termini di una piatta cronologia. Non è strano che la mente del gesuita sia stata conquistata, anzi travolta, nel giro di pochi anni da Benson. Entrambi erano partecipi di una medesima sensibilità cristiana. Martindale si era convertito alla chiesa di Roma a quattordici anni. Una volta arruolato nella Compagnia di Gesù era stato mandato a Oxford, dove, secondo i piani, sarebbe iniziata la sua carriera di teologo. Ha abbandonato la prospettiva accademica quando a Oxford è arrivato un gruppo di soldati australiani feriti al fronte, e nell’assistenza ai malati ha trovato il fondo ancora inesplorato della sua vocazione. Di lui scrive Bernard Basset: “Era interamente assorbito dai bisogni del presente, sopra tutti quello di portare il messaggio dell’incarnazione a un mondo sofferente. Egalitario, altruista, inquieto, la sua mente è rimasta per sempre un insieme di variazioni su questo tema”. La chiesa di Martindale, il più vicino fra i sodali spirituali di Benson, quello a cui la madre aveva chiesto di raccogliere i materiali per una biografia, era un ospedale da campo.

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Tutte le cose in Gesù Cristo

Posté par atempodiblog le 27 mars 2013

Tutte le cose in Gesù Cristo dans Citazioni, frasi e pensieri roberthughbenson

La Messa, la peghiera, il Rosario. Queste sono le prime e le ultime cose. Il mondo nega la loro potenza ed è invece in tutto questo che il cristiano deve cercare appoggio e rifugio… Tutte le cose in Gesù Cristo: in Gesù Cristo ora e sempre. Nessun altro mezzo può servire. Egli deve fare tutto, perché noi non possiamo fare più nulla.

Robert Hugh Benson

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L’Anticristo secondo Benson

Posté par atempodiblog le 9 novembre 2011

Nel visionario romanzo del 1907 « Padrone del mondo », il Male si cela dietro l’ideologia pacifista e progressista
All’inizio del Novecento Robert Benson, nel suo romanzo Il padrone del mondo, aveva previsto il venir meno della fede cristiana non a causa di una cruenta persecuzione ma attraverso una crisi interna della Chiesa segnata dall’Umanitarismo. Secondo questa nuova ideologia la carità sarebbe stata sostituita dalla filantropia e la fede sarebbe stata spodestata dalla cultura.

L'Anticristo secondo Benson dans Anticristo monsroberthughbenson
Robert Hugh Benson, con Il padrone del mondo, ci porta in una realtà nella quale l’uomo ha raggiunto gli estremi confini del progresso materiale e intellettuale, dove tutto è meccanizzato e programmato per un unico grande progetto: il trionfo dell’Umanitarismo

Cosa poteva pensare uno scrittore cattolico inglese, all’alba del XX secolo, del futuro che sarebbe toccato alla Chiesa di Roma? Il nuovo secolo era iniziato come il vecchio era finito. L’Europa rimaneva il centro del mondo e specchiava la propria supremazia nel progresso, nelle arti, nel divertimento, nel primato economico. La modernità, inarrestabile, garantiva lussi, ricchezze, viaggi, scoperte, e una pace duratura. Per rintracciare l’ultima vera guerra sul suolo europeo bisognava tornare indietro al 1870. Altri scontri non se ne vedevano all’orizzonte. La Belle Epoque, insomma, poteva prosperare tranquilla. In questo clima quanti rischi poteva correre la Chiesa?
Eppure non tutti i cattolici erano sereni. Robert Hugh Benson, figlio dell’arcivescovo di Canterbury, convertitosi al cattolicesimo, pubblicò nel 1907 un romanzo di fantascienza destinato ad avere grandissimo successo; Lord of the World (Il padrone del mondo, edito in Italia per la prima volta nel 1921, è stato ripubblicato da Jaca Book nel 1987, oggi alla sedicesima ristampa).

LA DECADENZA DELL’OCCIDENTE
Benson vedeva serie minacce addensarsi sul futuro della Chiesa. Nel suo romanzo così descrive il XX secolo. Il Partito del Lavoro, salito al potere nel 1927, aveva dato inizio ad un regime comunista, predicando un materialismo e un socialismo spinti alle estreme conseguenze. Fine ultimo della nuova ideologia era la felicità data dalla soddisfazione dei sensi. Per la Chiesa questo clima aveva schiuso una nuova stagione di persecuzioni. Indebolito al suo interno dalla diffusione del modernismo, il cattolicesimo vedeva diminuire paurosamente la sua influenza. E la psicologia aveva contribuito non poco nella lotta al cristianesimo. L’esoterismo camminava alacremente e favoriva la diffusione di un nuovo culto: l’umanitarismo. Cadute chiese e cattedrali si era imposta la religione del cuore. Non era più Dio il centro di riferimento dell’esistenza, ma l’umanità.
Benson struttura il suo romanzo in tre blocchi. Il primo gli serve per descrivere la decadenza del cristianesimo, relegato ormai ai margini e agonizzante. Nel secondo blocco prende forma l’accentuarsi dello scontro tra cristianesimo e modernità, Benson si serve di alcuni personaggi per sviluppare l’intreccio narrativo. L’influente deputato inglese Oliviero Brand, e sua moglie Mabel. I due, una mite coppia colta e tranquilla, avevano contratto matrimonio a scadenza. Oliviero vede nel cristianesimo una religione barbara e sciocca, pur se era stata la religione della vecchia madre (alla quale in fin di vita viene somministrata, come da regola, l’eutanasia). Oliviero è impegnato in primissimo piano, come politico, a fronteggiare il pericolo distruttivo che incombe su tutta l’umanità: lo scontro dell’Occidente con l’Oriente. A questo punto entra in scena un personaggio affascinante, misterioso e onnipotente: Giuliano Felsemburgh, 33 anni, capelli bianchi. Abilissimo nell’arte della diplomazia, Felsemburgh salva l’umanità, scivolata nel baratro della guerra iniminente. Non ci saranno più lotte, violenze. Non scorrerà più sangue. Felsenburg, per acclamazione, viene eletto Presidente d’Europa. È il nuovo messia, agli occhi del mondo, come lo era stato venti secolo prirna Gesù di Nazareth. Il Salvatore del mondo parla di una «grande fratellanza universale» che necessita dell’istituzione di un nuovo culto: Io «spirito del mondo». Per il futuro non ci sarà più bisogno di rivolgersi a un Dio che resta nascosto, ma all’uomo, poiché egli ha finalmente appreso la propria divinità. Il soprannaturale è dunque morto, ammesso che sia mai esistito. Anche in politica la distinzione tra destra sinistra e centro non ha più senso. L’umanità deve soltanto affidarsi al suo profeta.

LA BATTAGLIA E LA CADUTA FINALE
Benson, nel terzo e conclusivo blocco, contrappone a Giuliano Felsemburgh un acuto sacerdote, Percy Franklin, anche egli di 33 anni e bianco di capelli. Padre Franklin diffida dell’uomo in grado di parlare perfettamente quindici lingue. Ai suoi occhi è il chiaro segno del Maligno, e capisce che il suo avvento segnerà per la Chiesa ulteriori lutti, ostruzioni e il rischio della caduta finale.
La vecchia fede cattolica chiedeva di abbracciare il dolore; la nuova, imposta per legge da Felsemburgh, chiede invece di allontanarlo, di eliminarlo. Ma è una illusione. La pace universale garantita e il dolore espunto non sono per i cattolici. Contro di loro cominciano persecuzioni terribili, sino alla distruzione della città di Roma, rasa al suolo da un bombardamento. Franklin, di un cattolicesimo stremato, diverrà pastore. E da papa dovrà scontrarsi con l’antipapa. È l’Armaghedòn. Le legioni di quanto rimasto della Chiesa contro quelle del diavolo. Nella battagìia finale.

LO SCONTRO CON I TOTALITARISMI
Il vento del pericolo modernista d’inizio Novecento soffia sulle pagine di Benson. Egli lancia all’albeggiare del suo secolo uno sguardo profetico. Per la fede cattolica e per l’umanità. Cristo è in procinto di essere cacciato dall’Europa; in sua sostituzione sono già pronti molti falsi profeti. La nuova religione della modernità è la religione del benessere. Un anestetico capace di rassicurare e non di guarire. Dio ormai è ridotto ad un contenuto della coscienza umana.
Vede molto lontano Benson. Mette a fuoco, uno dopo l’altro, tutti i tasselli delle fasi della secolarizzazione. Prima politica; poi, esaurito lo scontro con il totalitarismo come ideologia dei male, individualista, con l’affermazione del Dio-uomo e con la dolce rivoluzione di consumismo e relativismo. Benson in Il padrone del mondo costruisce un’anti-utopia cattolica di grande efficacia narrativa, ricorrendo all’impianto apocalittico. Ma la sua non è da intendersi come una visione pessimistico-apocalittica. In realtà L’Apocalisse di Giovanni è un libro affascinante, la cui interpretazione da secoli è questione controversa. Non vi viene annunciata, come molti erroneamente ritengono, la fine del mondo. Bensì viene tratteggiato un affresco teologico teso ad indicare il fine della storia (non la fine della storia), cioè il senso trascendente della vicenda umana. Benson intendeva parlare agli uomini del suo tempo, e metterli in guardia da un pericolo grave: l’imposizione di una cultura anti-cristiana. Lo scrittore cattolico ha una lucidissima intuizione nel denunciare come l’Occidente, nel corso del Novecento, farà registrare una profonda trasformazione culturale, tese a rimpiazzare l’antropologia e la cosmologia cristiana con l’umanitarismo. Un pericolo per nulla svanito. Anzi, oggi più forte che mai.

di Claudio Siniscalchi – Libero
Tratto da: Holy Queen
Per approfondire: Il dominatore del mondo

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Il dominatore del mondo

Posté par atempodiblog le 28 septembre 2008

IL DOMINATORE DEL MONDO di ROBERT HUGH BENSON

Il libro si può leggere integralmente qui Il dominatore del mondo dans Anticristo iconarrowti7 Il dominatore del mondo.

Inoltre… iconarrowti7 dans Libri Il volto umano dell’Anticristo.

div23di7 dans Racconti e storielle

Presentazione: Il processo di secolarizzazione dell’Occidente, prima di arrivare all’ateismo contemporaneo – l’odierno Dio non esiste -, ha dovuto percorrere alcune tappe. Tra le prime di esse, vi è quella che comporta il rifiuto della Chiesa Cattolica, sintetizzabile nel motto Cristo sì, Chiesa no. Dalla negazione della divina istituzione della Chiesa, è stato più facile passare alla negazione della divinità di Cristo – Dio sì, Cristo no – e, successivamente, all’ateismo. Il libro […] vuole risalire la china della deriva secolarizzante, concentrandosi sulla confutazione della prima, inelubile, tappa della modernità: quella della persistenza del Salvatore nella sua Chiesa, che – secondo monsignor Benson – è all’origine della pretesa cristiana.

Tratto da: Totustuus.net
Fonte: lucisullest.it

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