Funerali vittime Crans-Montana/ Ora sono con Chi, quando tutto brucia, può dirci “non è finita”
Posté par atempodiblog le 11 janvier 2026
Funerali vittime Crans-Montana/ Ora sono con Chi, quando tutto brucia, può dirci “non è finita”
di Don Federico Pichetto – Il Sussidiario

Che cosa resta dei tragici avvenimenti di Crans-Montana dopo una lunga settimana? Oggi il cordoglio unanime, che è diventato in questi giorni una commovente partecipazione, calerà definitivamente il suo sipario con la celebrazione dei funerali, ma un istante dopo che il rito delle esequie sarà compiuto resteranno sul tavolo almeno cinque dolori.
Si tratta di dolori molto diversi fra loro, con un’unica grande radice comune: il fatto di essere sopravvissuti. Sopravvivere, infatti, è più impegnativo di morire, perché la sopravvivenza spinge a fare i conti con ciò che rimane e con ciò che non c’è più. Resterà pertanto il dolore dei compagni di classe, degli amici, dei tanti adolescenti che da questa vicenda sono stati toccati e che reagiranno com’è loro costume: alle lacrime di qualcuno – a volte anche imponenti – seguirà il silenzio di tutti.
Perché l’adolescente sedimenta e va avanti, sembra che non ne voglia parlare, ma il dolore lavora, s’inserisce nelle pieghe della giornata, dello sguardo, dei mille momenti di distrazione che sembrano perfino irrispettosi per la stessa morte, ma che sono soltanto un modo di addomesticare l’indicibile, per poi un giorno – magari d’improvviso e non visti – furtivamente dirlo.
Resterà il dolore dei genitori. Forse sfugge a tanti il carattere assolutamente crudele e simbolico di quel che è accaduto: un figlio è la promessa di un’intera vita e il fuoco di Crans-Montana ha letteralmente ridotto quella promessa in cenere. Come si sopravvive ad una promessa infranta? Come si continua a vivere quando un desiderio è ormai perduto?
Al centro di tutti questi dolori c’è inoltre quello dei feriti, anche gravi, toccati per sempre da una notte che resterà impressa nella loro storia. Qui c’è forse la sfida più ardua, una sfida che riguarda l’identità: che cos’è un uomo – un ragazzo o una ragazza – quando il livore di un incendio lo devasta e lo rende a tratti irriconoscibile? Come si può riconoscere un’esistenza quando quell’esistenza è stata completamente deturpata? Come farà un giovane cuore a fare casa in quel nuovo corpo?
Resterà poi il dolore dei tanti adulti che in questi giorni hanno pianto, silenziosamente sofferto o pregato, per quanto accaduto. Si tratta di genitori, ma anche di educatori e – non bisogna dimenticarlo – anche di docenti. Chi è stato intercettato dalle immagini e dal racconto di quella notte ha percepito tutta l’impotenza di un padre e di una madre, di chi non vorrebbe sofferenza per chi ama e che invece deve arrendersi impotente.
Crans-Montana è apparsa agli occhi di tanti come la località in cui la domanda della vita viene travolta, dove la voglia di vivere viene sopraffatta da una morte beffarda che quei ragazzi ancora non conoscono.
Ma, occorre dirlo, come è possibile parlare della morte e del morire a coloro che sono ancora vivi? Che cosa quell’esperienza vista, e quindi potenzialmente vissuta, cambia nel modo di insegnare, di accompagnare e di condividere? Non si vive di emozioni, di slogan, di fatti memorabili: si vive di ciò che si impara. E si impara davvero se si prende sul serio ciò che si vive. Senza permettere che la realtà diventi clamore e che il cammino umano non sia altro che una lunga serie di clamori che lascia l’uomo sempre più incerto, sempre più fragile, sempre più segretamente cinico.
In fondo, in coda a tutti gli altri, è giusto nominare un dolore non visto, forse non conosciuto, ma che certamente resta: il dolore di chi ha fede. Esisteva un prete fino a qualche anno fa che, quando morivano dei giovani, poneva sempre una domanda che appariva fuori dal tempo e atroce: ma quei ragazzi, quando sono morti, saranno stati in grazia di Dio? Sembrava che egli si preoccupasse se la morte avesse colto quelle esistenze con le carte in regola per il paradiso. Non era così. La grazia di Dio, nel cristianesimo, è la presenza stessa di Cristo, è la presenza che spezza tutta la solitudine del mondo per diventare compagnia a ognuno.
Nella notte in cui la Chiesa celebra il compimento degli otto giorni dal Natale, Crans-Montana ha rappresentato un interrogativo radicale: quei ragazzi, morendo, con chi saranno stati? Tra le grida e le urla di quei pochi secondi, che cosa sarà veramente successo?
La presenza di Cristo è, appunto, gratuita. Ma occorre riconoscerla giorno dopo giorno perché diventi familiare. Quella familiarità abbraccia tutta la vita dell’uomo e rende l’istante colmo di bene, ricco di compassione. Alla fine della vita o si sperimenta la disperazione o si sperimenta un’inesorabile amicizia. Coloro che questa amicizia l’hanno sperimentata hanno l’urgenza – oggi più che mai – di insegnare, di piangere, di ridere o di litigare con un’unica certezza: noi non siamo soli.
Anche se io, adulto, non potrò impedire che tu muoia, certamente ti posso donare la gioia di un Amico che nemmeno il fuoco scalfisce. Uno che resta di più del dolore. Uno che, quando tutto brucia, ha l’inaudito coraggio di dire: “Non è ancora finita”.
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