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Il Papa: il mondo crea anestetici per la coscienza, con Dio la vita rinasce sempre

Posté par atempodiblog le 10 juin 2026

Il Papa: il mondo crea anestetici per la coscienza, con Dio la vita rinasce sempre
Rispondendo alle domande di tre giovani, Leone XIV esorta a coltivare l’inquietudine per scendere nelle profondità del cuore. Invita a dare priorità al malessere invisibile dei ragazzi, ricorda che il perdono va invocato con costanza. “E’ un cammino lungo – ammette – si procede a piccoli passi”. Sui femminicidi, una “drammatica realtà” è necessario l’impegno di ognuno e di tutta la società
di Benedetta Capelli – Vatican News

Il Santo Padre Leone XIV

Le parole a volte sono pesi da scaraventare via. E farlo vuol dire aver affrontato una strada tortuosa, perché già chiamare le cose con il proprio nome significa averle riconosciute nella loro ferocia e nel dolore che provocano. Dirle a voce alta è un passaggio in più perché è allora, in quel momento con commozione e davanti a tutti, che si inizia a depotenziarle.
Nelle tre storie che il Papa ascolta, nella veglia di preghiera nello stadio olimpico “Lluís Companys” di Barcellona, si percepisce che in quella strada tortuosa l’incontro con Gesù ha gettato luce nel buio. È “l’acqua”, come dice Leone XIV parlando in catalano e in spagnolo, che disseta completamente, è la mano che aiuta chi è all’angolo della strada mezzo morto.

A contatto con Gesù, anche chi si sente perso ritrova fiducia nella vita, guarisce dalla malattia e può rialzarsi per tornare a vivere.

Gli anestetici
L’acqua torna nella storia del giovane Ferran che nella notte di Pasqua ha ricevuto il Battesimo. Racconta al Papa di aver vissuto cercando di raggiungere obiettivi precisi e di curare la sua immagine per non sentire “un vuoto immenso”. Un vuoto colmato, nella sua vita, dall’incontro con Dio. Chiede al Vescovo di Roma come tenere lo sguardo verso ciò che conta davvero quando tutto rema contro. Come scoprire la vera vocazione?
Il Pontefice si sofferma sull’inquietudine che si avverte, quel desiderio di verità e di felicità che ha bisogno di un orizzonte più ampio. È “un dono di Dio” che ci spinge a cercare, scavando in profondità. La raccomandazione del Pontefice è di “coltivare quella sana inquietudine.

Nelle nostre società, infatti, l’idolatria del profitto e del rendimento, la frenesia di dover sempre produrre ed essere vincitori, così come il culto della propria immagine, non sono altro che anestetici per addormentare la nostra coscienza e adattarla a una certa idea di società.

La paura del Vangelo
Papa Leone sottolinea che quando ci si ferma e si dà priorità alle cose importanti, cambia lo sguardo grazie al Vangelo e si sviluppa “un pensiero critico nei confronti di un sistema sociale che non pone la persona al centro – afferma – e provoca situazioni di ingiustizia e di povertà esistenziali a diversi livelli”.

Ecco perché l’inquietudine fa paura, così come la scoperta dell’interiorità, della spiritualità e ancor più del Vangelo.

Coltivare l’inquietudine
Ribadisce ancora la necessità di coltivare l’inquietudine proprio lì dove si è, con le persone che camminano accanto, nella realtà e nella società – afferma il Papa – in cui si scopre “il valore di una vita più umana, più piena, aperta all’incontro con Dio e alla gioia della fede”.

Dobbiamo coltivare questa inquietudine e farle spazio; come dicevo, «cercare dentro di noi», cercando di non lasciarci sopraffare dai ritmi e dalle seduzioni esterne, coltivando momenti di silenzio, fermandoci magari qualche minuto al giorno per leggere il Vangelo e parlare con Dio, e cercando anche di percorrere questo cammino interiore insieme ad altri, lasciandoci accompagnare negli itinerari ecclesiali e confrontandoci con i sacerdoti, i religiosi, le persone che come noi hanno intrapreso questo cammino.

La malattia silenziosa
Nella seconda storia di Carmina che in alcuni momenti si ferma per la commozione c’è una parola che fa paura: depressione. Una malattia che spesso viene nascosta per vergogna, che porta con sé “oscurità, isolamento e un dolore immenso”. La ragazza ammette di aver provato ad uscire dalla malattia ma senza successo e una sera tenta il suicidio. “Sono qui – racconta – perché Dio mi ha dato una seconda possibilità, e gli sarò eternamente grata”. “Come possiamo avere fiducia in Dio, quando – è la sua domanda – sembra che per nulla, nemmeno per noi stessi, ne valga la pena?”.
Papa Leone resta colpito dal racconto di questa ragazza, la ringrazia per il coraggio avuto nel dire quello che è successo, richiama i tanti personaggi del Vangelo che con Gesù hanno ripreso a vivere. Si sofferma poi sulla “malattia silenziosa” che è la depressione notando quanto la salute mentale sia in pericolo nelle società più avanzate perché si è diffusa una idea di crescita “che sottopone le persone a pressioni, aspettative e tensioni che compromettono equilibri fondamentali”.

Ecco perché è necessario un sistema sanitario che includa tra le sue priorità questo malessere invisibile e generalizzato, che colpisce anche i giovani.

Con Dio la vita rinasce sempre
La società, evidenzia il Papa, mette a tacere il dolore perché molti modelli culturali inneggiano alla perfezione e infatti “per questo, il limite, la fragilità e il dolore devono essere eliminati, confinati nel silenzio assordante”. La croce di Gesù – aggiunge il Pontefice – ci dice che Dio non ci abbandona, che Egli rimane crocifisso con noi nel momento del dolore e della solitudine estrema. Ricorda poi la catechesi di Benedetto XVI sulle ultime ore di Gesù quando la sua sofferenza diventa preghiera e grido. Così bisogna agire, chiedere con insistenza, aprirsi con qualcuno “che ci prenda per mano e ci faccia uscire da quel grido”.

Non dobbiamo spiritualizzare il dolore, riconducendolo superficialmente alla “volontà di Dio” o a qualche suo misterioso progetto, perché questo rischia di minimizzare quella sofferenza, di metterla a tacere, di ferire le persone. Dio non vuole la sofferenza, la porta con noi e ci invita a confidare in Lui con perseveranza. Ricordiamo ciò che diceva Papa Francesco: con Dio, la vita rinasce sempre.

Prigionieri del male
La terza testimonianza di Cecilia è incentrata sul perdono. Una bambina vive il dolore di vedere il padre che cerca di uccidere la madre e invece ferisce a morte un ragazzo intervenuto per difenderla. Il dolore di una madre che si getta nella droga e di una piccola di dieci anni costretta a vivere in un centro di accoglienza minorile. Solo l’amore di una famiglia affidataria riesce ad aprire quel cuore nel quale entra anche Gesù. Oggi però il dolore torna alla sensazione di sentirsi abbandonata da Dio e al perdono di un padre che ha fatto male. Papa Leone invita a guardare da un’altra prospettiva.

Dobbiamo chiederci “dov’era Dio?” o dobbiamo interrogarci sull’uomo e sull’umanità, su come a volte siamo prigionieri del male fino a diventare violenti con gli altri, su come non riusciamo a coltivare l’amore e a rispettare gli altri nella loro dignità e libertà?

Femminicidi, drammatica realtà
“Tante notizie di cronaca nera, ancora oggi, riflettono un clima avvelenato nei rapporti familiari, – spiega il Papa – caratterizzato da abusi e oppressioni, e in particolare dalla violenza contro le donne, che purtroppo spesso sfocia anche in femminicidi”. Necessario, aggiunge Leone, affrontare “questa drammatica realtà” che ha « ragioni antropogiche e culturali » sia in modo personale che come società. “Non possiamo attribuire a Dio ciò che è stato affidato alla nostra responsabilità”.

Se esiste la violenza, se trionfa l’egoismo, se persino l’amore tra familiari si trasforma in odio, dobbiamo porci alcune domande su noi stessi, sulle dinamiche della nostra società, sulla cultura dell’individualismo, sulla tentazione della violenza, e non su Dio.

A piccoli passi
Il perdono, afferma Papa Leone, è un “potente rimedio contro il male che guarisce le nostre ferite interiori, come parte di un processo, di un cammino”, va chiesto al Signore continuamente, “forse per tutta la vita”, perché “allarghi in noi lo spazio dell’amore proprio là dove siamo stati feriti, che ci aiuti a riconciliarci con noi stessi e con quella parte della nostra storia segnata dalla sofferenza, che trasformi lentamente il risentimento in misericordia e compassione”.

È un cammino lungo, è un processo che richiede molta pazienza, è un lavoro che dobbiamo fare su noi stessi, sia personalmente sia attraverso altri percorsi di accompagnamento e di riconciliazione interiore. Ed è necessario non scoraggiarsi: nel perdono si procede a piccoli passi.

Disporre il cuore
C’è una indicazione importante, in conclusione della risposta del Papa, non è detto che con il perdono si torna alla situazione precedente né “vivere un rapporto pieno con chi ci ha ferito, specialmente quando il fatto è stato caratterizzato anche dalla violenza”. Ma qualcosa si può fare.

Si può mantenere una buona disposizione del cuore verso la persona, rifiutare ogni forma di odio o di vendetta, sforzarsi di ricomporre il rapporto per quanto possibile e, magari, pregare per lui o per lei: questo ci aiuta ad entrare sempre più nella dinamica del perdono e a riconciliarci con Dio e con gli altri.

“Siamo peccatori perdonati, – conclude Papa Leone – riconciliati e capaci di perdonare. Capaci di essere portatori di pace”.

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Il cardinale Rugambwa ricorda don Osorio Citora: “Un amico che condivideva le sue vedute. Una persona dotata di tante belle qualità”

Posté par atempodiblog le 10 juin 2026

AFRICA/TANZANIA – Il cardinale Rugambwa ricorda don Osorio Citora: “Un amico che condivideva le sue vedute. Una persona dotata di tante belle qualità”

Il cardinale Rugambwa ricorda don Osorio Citora

Dar es Salaam (Agenzia Fides) – “Ho conosciuto mons. Osorio nel 2017 quando fu chiamato a prestare servizio presso la Congregazione per evangelizzazione dei Popoli, oggi Dicastero per l’evangelizzazione Sezione per la Prima Evangelizzazione e le Nuove Chiese Particolari, che a quel tempo aveva bisogno di un Officiale che seguisse i paesi lusofoni”. Lo scrive all’Agenzia Fides il cardinale Protase Rugambwa, arcivescovo di Tabora in Tanzania, in merito alla morte del suo amico ed “ex collega” Osorio Citora, IMC, vescovo di Quelimane, ucciso brutalmente lo scorso 6 giugno.

“È vero che la tragica morte del nostro caro confratello Vescovo ci ha lasciato senza parole” – dice il card. Rugambwa da Dar es Salaam, Tanzania, dove si trova per una serie di incontri annuali della Conferenza Episcopale tanzana. “Padre Osorio, missionario della Consolata, era un uomo di Dio un sacerdote mite, umile, colto e raffinato. Un grande lavoratore sempre disponibile per gli impegni diversi che fu chiamato a svolgere, sia all’interno della Congregazione sia fuori nei nostri collegi di Propaganda Fide, come pure nelle Parrocchie italiane. Un amico che condivideva le sue vedute facilmente. Era una persona dotata di tante belle qualità. Da quando era stato nominato Vescovo ha spesso condiviso con me le sue esperienze pastorali. Tra queste, è mia premura condividere con voi un messaggio che mi ha mandato il 25 maggio scorso, qualche settimana prima della sua morte”.

Di seguito la nota del Vescovo di Quelimane, Osorio Citora, inviata al cardinale Rugambwa:

“Cara Eminenza,
Buona continuazione della festa di Pentecoste!
Le scrivo con animo fraterno per condividere le fatiche e le gioie del nostro ministero. Oltre a guidare la nostra amata Diocesi di Quelimane, come ben sa, in questo periodo sto affiancando anche l’Arcidiocesi di Beira in qualità di Amministratore Apostolico. Il lavoro è intenso, ma mi sta regalando una prospettiva bellissima sulla comunione ecclesiale. Nella mia Diocesi stiamo portando avanti il piano incentrato sul ‘camminando con speranza verso una chiesa sinodale, missionaria e autosostenibile’ e i frutti si iniziano a vedere, soprattutto grazie all’entusiasmo dei nostri presbiteri. D’altra parte, nell’Arcidiocesi, sto vivendo un’esperienza di ‘pastorale di transizione’. Qui la sfida è mantenere salda la rotta e curare le vocazioni. Ho cercato di unire le forze, incoraggiando i Consigli Pastorali delle due Chiese a dialogare. Mentre nella mia Diocesi faccio le visite pastorali ad ogni singola parrocchia come avevamo programmato, nell’Arcidiocesi faccio le visite secondo le zone pastorali che sono 6. Ieri ho terminato una visita pastorale con la messa ove ho cresimato 340 ragazzi. Oggi e Domani ho due giorni di formazione permanente dei sacerdoti tra 6 a 15 anni di sacerdozio! Mercoledì inizio la mia seconda visita pastorale. Un mio sacerdote si sta preparando per andare a fare Teologia Biblica con una borsa di Studi di Propaganda; due seminaristi vanno a Kinshasa mentre continuo a cercare altri posti per i sacerdoti: hanno veramente bisogno della formazione. Stiamo sperimentando una bella collaborazione: alcuni laici e catechisti delle nostre parrocchie si stanno aiutando a vicenda, creando un ponte di fede e condivisione di risorse. Non nego che le distanze e i ritmi sono impegnativi, ma vedere il clero e le comunità accogliere questo spirito di unità è per me motivo di grande consolazione. La affido alle mie preghiere quotidiane e Le chiedo di ricordarmi al Signore, affinché io possa essere un pastore saggio per entrambi i greggi. In attesa di poterla riabbracciare presto, la benedico di cuore, sicuro che anche Lei mi benedica, suo nel Signore”.

Termina con parole gentili, di speranza e fiducia nel Signore questo ultimo messaggio condiviso da don Osorio con il cardinale Rugambwa il quale conclude invitando tutti a “pregare per questo nostro confratello, Vescovo Osorio, perché il Signore misericordioso lo ricompensi e lo accolga nella sua dimora celeste”.
(PA) (Agenzia Fides 10/6/2026)

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La “saeta”, un canto devozionale spagnolo che appartiene a tutti

Posté par atempodiblog le 9 juin 2026

La “saeta”, un canto devozionale spagnolo che appartiene a tutti
Menzionato da Papa Leone XIV nel corso del suo viaggio in Spagna, questo genere di natura religiosa e popolare è una forma musicale legata alle cerimonie quaresimali, soprattutto a quelle della Settimana Santa
di Eugenio Murrali – Vatican News

Padre mio il Nazareno

Nel suo discorso di domenica 7 giugno, durante l’incontro Tessere reti con il mondo dell’arte, della cultura, dell’economia e dello sport, al Movistar Arena di Madrid, Papa Leone ha fatto riferimento alle “saetas” un genere particolarmente popolare in Spagna. Nel suo discorso il Pontefice ha detto che “tessere reti significa creare insieme”. Tra le produzioni artistiche, che mostrano “il legame tra il materiale e lo spirituale che costituisce la nostra esistenza”, Leone XIV ha ricordato – oltre ad alcuni classici come Lope de Vega, Santa Teresa d’Avila, Calderón de la Barca – anche le saetas: “Non sorprende quindi che l’annuncio della Buona Novella e la consapevolezza di essere fratelli si esprimano sotto forma di ‘saeta’ durante la Settimana Santa”.

Un genere amato e popolare
“Cammina lento e stanco/ Padre mio il Nazareno/ quanto martirio ho qui cantato/ alzato sul palo / sembra un giglio spezzato”, recita il testo di una saeta flamenca, studiata dall’etnomusicologa Eloisa Zoia. Le “saetas” appartengono alla tradizione orale e sono una particolare espressione di canto, generalmente monodica, raramente dialogica, che ha avuto il suo maggiore sviluppo nella Spagna del sud, in particolare in Andalusia, a partire dal Cinquecento. Sono eseguite durante la Settimana Santa e, talvolta, in altri momenti della Quaresima.

La parola deriva dal latino “sagitta”, “freccia”, forse a indicare l’acuto dolore che il saetero esprime levando la sua voce penetrante per onorare la sofferenza di Cristo. Due sono le principali famiglie di questo genere: le saetas antiguas e le saetas flamencas. Le prime, come dice il nome, risalgono ai tempi più lontani, mentre le seconde hanno fatto propri alcuni tratti del repertorio del flamenco e questo ha facilitato la loro diffusione e le ha rese molto amate.

Le “saetas” più antiche e quelle afflamencate
Le varianti più antiche del genere, spiega Zoia, continuano oggi a essere recitate nei piccoli centri. Questi canti, che hanno di solito una struttura molto semplice e non prevedono accompagnamento musicale, si sono però trasformate nel tempo. In particolare nel ventesimo secolo, l’influenza del flamenco ha arricchito le saetas di melismi e altri abbellimenti e le ha fatte apprezzare anche ai ceti meno popolari. Oggi sono queste ultime, le saetas flamencas, a essere eseguite nelle città maggiori. Sono le confraternite a organizzarle, chiedendo saeteros professionisti di eseguire questi canti in determinati momenti della processione.

Ma oltre alla dimensione performativa, c’è un fortissimo senso di devozione nella saeta. C’è chi, volendo rendere grazie a Gesù, pur non essendo un cantante di mestiere, si prepara duramente per rendere il proprio omaggio, ci sono scuole in cui si studia questo genere fin da bambini. Ed è questa natura trasversale, questo coinvolgimento complessivo l’aspetto più significativo delle saetas.

Ispirazione per grandi artisti
La “saeta” è stata capace di impressionare negli anni diversi artisti. Tra questi, il jazzista statunistense Miles Davis, nel suo Sketches of Spain, del 1960, incise un brano, Saeta, dedicato al genere, e cercò di rendere strumentalmente quella voce che raccontava la Passione di Cristo.

“Da un punto di vista jazzistico – chiarisce Zoia – prende la base e improvvisa dei melismi, degli abbellimenti sulla scala flamenca, e lo fa con la tromba, solamente a livello musicale a livello melodico, senza aggiungere il testo, che pure è una parte importante della saeta, perché è la parte più legata all’espressione del sentimento religioso”. La studiosa ricorda inoltre la poesia di Antonio Machado, dedicata a questo genere e musicata da Joan Manuel Serrat: “Oggigiorno è una delle versioni di saeta più importanti in tutta la Spagna, tutte le bande la hanno nel repertorio e la suonano costantemente durante le processioni”.

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Uno studio rivela i benefici della bellezza per invecchiare bene

Posté par atempodiblog le 29 mai 2026

Uno studio rivela i benefici della bellezza per invecchiare bene
Uno studio pubblicato a maggio 2026 rivela che le attività artistiche e culturali rallentano l’invecchiamento biologico. Questa scoperta trova riscontro in un’intuizione profondamente cristiana: la bellezza fa bene all’anima… e al corpo.
di Cerith Gardiner – Aleteia

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Leggere un romanzo, ascoltare musica, cantare in un coro, visitare una mostra o persino dedicarsi alla fotografia: tutte queste attività hanno un impatto misurabile sulla nostra salute. Secondo uno studio condotto dall’University College London e pubblicato a maggio 2026 sulla rivista scientifica Innovation in Aging, le persone che mantengono un legame regolare con le arti invecchiano biologicamente più lentamente di quelle che ne sono lontane.

I ricercatori hanno osservato che la pratica artistica settimanale potrebbe rallentare l’invecchiamento di circa il 4%. Anche la partecipazione mensile alle attività culturali sembra produrre effetti benefici. Per la professoressa Daisy Fancourt, autrice principale dello studio, l’impegno artistico dovrebbe ormai essere considerato “un po’ come l’esercizio fisico” nelle politiche di salute pubblica.

Bellezza, contemplazione e cultura
Questa straordinaria scoperta, tuttavia, è in linea con un’antica convinzione del Cristianesimo: l’essere umano non può essere ridotto solo alla sua dimensione biologica.
Per secoli, la Chiesa ha ricordato che la bellezza, la contemplazione e la cultura partecipano pienamente all’equilibrio della persona.
Nei monasteri, la musica sacra, l’arte di decorare o illustrare i manoscritti, l’architettura e il canto liturgico non erano lussi, ma cammini di elevazione interiore.
Molti medici e psicologi osservano, ancora oggi, gli effetti calmanti della preghiera, del canto corale o della contemplazione artistica sullo stress, sull’isolamento e sulla salute mentale.

A differenza di una società ossessionata dalla performance e dall’eterna giovinezza, questo studio ci ricorda anche una verità essenziale: invecchiare bene non consiste solo nel “durare a lungo”, ma continuare a vivere pienamente nel mondo, a meravigliarsi e a creare legami. 
Perché l’arte non è un arricchimento spirituale riservato a pochi privilegiati. È un nutrimento interiore. Una civiltà che protegge la bellezza protegge anche la dignità umana.
Entrare in una chiesa, ascoltare un concerto, contemplare un dipinto o tramandare un’arte ci ricorda che l’uomo è fatto per molto più del consumo e dell’efficienza.
La bellezza dà respiro a vite che talvolta sono sature. Ci connette agli altri, allo scorrere del tempo e, per i credenti, a qualcosa di più grande di noi stessi. Forse è questo, infine, uno dei segreti più profondi di una vecchiaia radiosa: continuare a permettere alla nostra anima di meravigliarsi.

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La nuova divisa del Goiás Esporte Clube rende omaggio alla Festa del Divino Padre Eterno

Posté par atempodiblog le 27 mai 2026

La nuova divisa del Goiás Esporte Clube rende omaggio alla Festa del Divino Padre Eterno
Fonte: Fatos e Crenças

Goiás Esporte Clube

Il Goiás Esporte Clube ha presentato ufficialmente la maglia speciale intitolata “Romaria”, realizzata in collaborazione con il fornitore Diadora. La nuova divisa rende omaggio alla Festa del Divino Padre Eterno, tradizionale celebrazione religiosa che attira milioni di fedeli nella città di Trindade e rappresenta un pilastro della cultura e dell’identità goiana.

Caratterizzata da un design beige chiaro con dettagli dorati e i colori dello Stato, la maglietta riporta in filigrana l’immagine del Divino Padre Eterno. Il lancio ha avuto grande risonanza sui social e ha entusiasmato la tifoseria, unendo la passione per il calcio alle tradizioni di fede locali.

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Papa Leone ha inserito Gandalf nella sua Prima Enciclica: una Citazione di Tolkien in “Magnifica Humanitas”

Posté par atempodiblog le 26 mai 2026

Papa Leone ha inserito Gandalf nella sua Prima Enciclica: una Citazione di Tolkien in “Magnifica Humanitas”
Il Paragrafo 213 di Magnifica Humanitas ha appena reso la Terra di Mezzo parte della Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica!
di ChurchPOP

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Il Paragrafo 213 di Magnifica Humanitas ha appena reso la Terra di Mezzo parte della Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica! All’interno del quinto capitolo di Magnifica Humanitas (sì, proprio un’Enciclica Papale) la nota a piè di pagina numero 187 recita:

“J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli. Il ritorno del re, parte III, libro cinque, capitolo IX, New York 1965, 190”.

Nel paragrafo 213, per respingere la tentazione di considerare le forze dell’IA e della tecnologia così grandi da rendere le nostre scelte fondamentalmente inutili, Leone XIV cita uno dei più famosi discorsi di Gandalf:

“Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare”.

Poi il Santo Padre aggiunge:
“La civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione”.

Il Paragrafo Integrale di Magnifica Humanitas che cita Tolkien:
213. “Uno scrittore cattolico del Novecento, John Ronald Reuel Tolkien, per bocca di uno dei protagonisti di un suo romanzo, ha descritto così la nostra responsabilità: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare». [187] La civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione. Per questo vale la pena fermarsi e considerare alcuni aspetti di come, ciascuno nel proprio ambito, possiamo collaborare alla sua costruzione. Senza pretendere di esaurire il tema, propongo cinque piste di responsabilità quotidiana e pubblica: disarmare le parole, costruire la pace nella giustizia, assumere lo sguardo delle vittime, coltivare un sano realismo, rilanciare il dialogo e il multilateralismo”.

Tolkien era un cattolico devoto che andava a Messa ogni giorno. Amava definire Il Signore degli Anelli “un’opera fondamentalmente religiosa e cattolica”. Papa Francesco l’aveva citato ad una Messa di mezzanotte di Natale, in una veglia eucaristica e in una lettera pastorale.

Ma Leone XIV ha fatto qualcosa di nuovo! Ha inserito Tolkien in un’Enciclica, la più alta forma di magistero ordinario (insegnamento) che la Chiesa può produrre. Ciò significa che, da adesso, le parole di Gandalf fanno ufficialmente parte della Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica. Sarà citato nelle aule dei seminari e nei documenti di teologia per decenni…

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Restare umani nel tempo degli algoritmi

Posté par atempodiblog le 25 mai 2026

Restare umani nel tempo degli algoritmi
Nell’enciclica “Magnifica humanitas” la richiesta di Papa Leone: far crescere la tecnica senza far regredire il cuore
di Andrea Tornielli – Vatican News

Lettera Enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV

Nel tempo dell’intelligenza artificiale, con la dignità umana che rischia di essere oscurata dalle enormi concentrazioni di potere tecnologico fuori da ogni controllo, e da nuove forme di disumanizzazione, Papa Leone ci richiama al “dovere urgente” di restare profondamente umani. Nell’epoca delle polarizzazioni e delle violenze, che vede espandersi una “cultura della potenza” con la guerra riabilitata quale strumento di politica internazionale, il Successore di Pietro ci chiede di far crescere la tecnica “senza far regredire il cuore”.

Ci invita ad accettare il limite e la fragilità dell’umanità senza considerarli, come fa l’ideologia tecnocratica, un errore da correggere.

Ci esorta a guardare il mondo non con l’ottica dei grandi ma dal basso, con gli occhi di chi soffre, a partire dagli ultimi. Con gli occhi di un Dio che ha preso su di sé la nostra debolezza trasformandola in un luogo di salvezza, perché “anche quando le macchine eccellono nell’efficienza, il centro della storia rimane un volto umano che chiede di essere guardato”.

“Magnifica humanitas”, la prima enciclica di Leone XIV, non è innanzitutto un testo analitico sull’intelligenza artificiale, non entra nei dettagli di processi che sono in continua evoluzione. È piuttosto una “summa”, che applica i principi della Dottrina sociale al nostro tempo, che è il tempo dell’IA, consolidando e attualizzando i punti cardine del magistero. È un testo che pone anche fine all’equivoco di quanti, confidando nell’assoluta libertà dei mercati e delle nuove tecnologie, tendono a derubricare come insegnamento opinabile il magistero papale sulla richiesta di un governo umano condiviso dell’IA, sull’ecologia integrale, sulle strutture economiche che diventano “strutture di peccato”, sul no alla guerra.

Il Papa che ha assunto il nome dell’autore della “Rerum novarum”, nel tempo della rivoluzione digitale chiede a ciascuno di noi di assumere un ruolo attivo, perché la costruzione della “civiltà dell’amore” si realizza grazie ad “una somma di fedeltà piccole e tenaci”, capaci di arginare la disumanizzazione. Un compito, dunque, che ci riguarda tutti, e da vicino. Leone ci ricorda che “le ingiustizie non nascono solo da scelte sbagliate dei singoli, ma anche da strutture, meccanismi, assetti economici e culturali che producono disuguaglianza” e che “non è umano uno sviluppo che aumenta il consumo di alcuni scaricando costi e ferite su altri, o che relega intere regioni a ruoli subordinati”, come purtroppo oggi sta accadendo anche nell’ambito delle nuove tecnologie e delle risorse che richiedono. Nell’enciclica si legge che è “dottrina certa” della Chiesa la funzione sociale della proprietà privata, e oggi, tra i beni universalmente destinati a tutti, “dobbiamo annoverare anche le nuove forme di proprietà: brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche, dati”, per evitare che nascano o si consolidino nuove forme di esclusione e privazione di libertà. La tecnica infatti non è un semplice strumento, e quando diventa criterio, “finisce per stabilire che cosa conta e che cosa può essere scartato”, riducendo “le persone a ingranaggi di un sistema da rendere sempre più performante”.

Oggi il controllo delle piattaforme, delle infrastrutture, dei dati e della capacità di calcolo “non è appannaggio degli Stati, ma di grandi attori economici e tecnologici” che fissano le condizioni di accesso, le regole della visibilità e le possibilità stesse di partecipazione. Quando un tale potere si concentra in poche mani, “tende a farsi opaco e a sfuggire al controllo pubblico”, portando con sé il rischio di uno sviluppo distorto “che genera nuove dipendenze, esclusioni, manipolazioni e disuguaglianze”. Il Papa, ribadendo il superamento della teoria della “guerra giusta”, chiede che l’uso dell’intelligenza artificiale in campo bellico sia sottoposto ai più rigorosi vincoli etici perché “non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile”. Inoltre, l’intelligenza artificiale è diventata un elemento determinante per indirizzare l’opinione pubblica attraverso la manipolazione di immagini e contenuti, rendendo sempre più difficile riconoscere il vero dal falso. Tante sono poi le incognite che riguardano il mercato del lavoro. L’enciclica ricorda, a questo proposito, che non è più possibile affidarsi alla sola “mano invisibile” del mercato: è la politica ad avere il compito di orientare le dinamiche economico-tecnologiche verso il bene comune, promuovendo lavoro dignitoso, inclusione sociale e un’equa distribuzione dei benefici dell’innovazione.

Restare umani, governare i processi, evitare – anche in questo campo – monopoli che finiscono per accrescere il potere di pochi a scapito delle esistenze di molti: la via indicata dal Pontefice non alza barricate né rifiuta aprioristicamente l’uso dell’IA. Ne segnala anzi i tanti aspetti positivi e le tante utili applicazioni ma al tempo stesso spiega che non basta porsi una domanda etica sullo scopo buono o cattivo per cui la si utilizza. È indispensabile infatti intervenire prima, e chiedersi anche come viene progettato un sistema e quale idea di persona e di società risulti inscritta nei dati e nei modelli che lo guidano. Per questo servono quadri giuridici adeguati, vigilanza indipendente, un’educazione degli utenti, e soprattutto, ancora una volta, “una politica che non abdichi al proprio compito”. In caso contrario, il cambiamento sarà governato solo dalle logiche tecnocratiche e sarà presentato come “necessario e inevitabile”, finendo così per imporre regole “dettate” da chi possiede i dati, le infrastrutture e le capacità di calcolo. È necessario dunque “disarmare” l’IA cioè “rompere questa equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare”. Non per rinunciare alla tecnologia, ma per impedirle di dominare l’umano: va resa discutibile, contestabile, e quindi abitabile. Proprio per non abdicare alla nostra umanità, così fragile e così “magnifica”.

Divisore dans San Francesco di Sales

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San Gerardo Maiella, il Papa scrive alla Basilicata: «Follia d’amore evangelico per cambiare il mondo»

Posté par atempodiblog le 19 mai 2026

San Gerardo Maiella, il Papa scrive alla Basilicata: «Follia d’amore evangelico per cambiare il mondo»
Lettera ai vescovi e alle diocesi in occasione dell’Anno giubilare indetto nel terzo centenario della nascita del patrono della regione e dei giovani lucani. L’arcivescovo Carbonaro: figlio di questa terra, ci rafforzi nel cammino comune di riscatto evangelico e di profezia per le nostre genti
di Lorenzo Rosoli – Avvenire

San Gerardo Maiella Riscoprire che la santità non è un traguardo per pochi eletti ma vocazione di

«Guardate a Gerardo e vedrete la bellezza di un Dio che si china sulle fragilità umane. Egli, che fu chiamato “il pazzarello di Dio”, interceda per voi affinché sappiate vivere con quella follia d’amore evangelico che sola può cambiare il mondo».

È l’invito che Leone XIV rivolge ai fedeli della Basilicata nella lettera indirizzata ai vescovi e alle comunità diocesane in occasione dell’Anno giubilare Gerardino, indetto nel terzo centenario della nascita di san Gerardo Maiella. Patrono della Basilicata e dei giovani lucani, Gerardo vide la luce a Muro Lucano (Potenza) il 6 aprile 1726 in una famiglia molto povera, fu «umile religioso redentorista che ha saputo leggere il Vangelo con gli occhi dei piccoli e dei poveri», sottolinea il Pontefice, e morì di tisi il 16 ottobre 1755, a soli 29 anni, dopo aver vissuto «una giovinezza ardente, segnata da fatiche ma illuminata da una gioia contagiosa».

L’anno giubilare offre un percorso che abbraccia celebrazioni liturgiche, iniziative culturali, gesti di solidarietà. Celebrare questa ricorrenza significa «riscoprire che la santità non è un traguardo per pochi eletti, ma vocazione di tutti i battezzati», scrive il Papa nella lettera datata 23 aprile 2026 – era il 23 aprile 1726 quando Gerardo venne battezzato – e resa nota sabato 16 maggio. «Qui si fa la Volontà di Dio», sono le parole che Gerardo scrisse sulla porta della sua cella nel convento di Materdomini (Avellino), dove morì e dove riposano le sue spoglie. Ebbene: quelle parole «rappresentano il cuore del suo messaggio», annota il Papa. Gerardo «non ha subito la volontà di Dio come un destino ineluttabile, ma l’ha abbracciata come una sinfonia di salvezza». In un tempo come il nostro segnato «dall’incertezza, dall’autoreferenzialità e dalla ricerca affannosa di autonomia, questo fedele discepolo di Cristo ricorda che la vera libertà si trova nell’adesione al progetto d’amore del Padre».

Gerardo, inoltre, «è universalmente invocato come il santo protettore delle partorienti e delle mamme». Dunque: «Di fronte alla deriva morale in cui la vita umana è spesso minacciata o non accolta, la sua testimonianza richiama anche le comunità della Lucania a essere avamposti di speranza. Si tratta di intensificare le iniziative a sostegno della maternità e delle famiglie in difficoltà», chiede Leone XIV. Che infine incoraggia i giovani «a scoprire la bellezza di una vita che, donata agli altri, viene moltiplicata per amore e senza limiti. Non lasciatevi rubare la speranza dalle ombre del precariato o dalla tentazione di abbandonare le vostre radici. Gerardo insegna che si può essere protagonisti di bene nel proprio territorio, modificando la realtà locale con la forza della preghiera, con la solidarietà e la creatività. Siate artefici di un cambiamento locale, nella consapevolezza che le zone periferiche possono trasformarsi in laboratorio di innovazione e di fraternità, facendo rete».

L’arcivescovo di Potenza-Muro Lucano-Marsico Nuovo Davide Carbonaro, presidente della Conferenza episcopale della Basilicata, a nome dei confratelli esprime gratitudine a papa Leone XIV «per l’attenzione avuta nei confronti delle nostre Chiese. Il magistero del Successore di Pietro è sempre uno sprone perché la bellezza che risplende nella nobile figura di san Gerardo, figlio di questa terra, ci rafforzi nel cammino comune di riscatto evangelico e di profezia per le nostre genti».

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La statua esposta a piazza del Plebiscito: l’intreccio con papa Pio IX e la storia del dogma

Posté par atempodiblog le 9 mai 2026

La statua esposta a piazza del Plebiscito: l’intreccio con papa Pio IX e la storia del dogma
Papa Pio IX pregò davanti a questa statua per la liberazione dello Stato Pontificio
di Antonio Tarallo – ACI Stampa

L Immacolata di don Placido Baccher e Papa Leone XIV

Una statua, un’immagine, una storia. Una storia importante per la Chiesa, addirittura legata alla proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione. [...] in piazza Plebiscito a Napoli, campeggiava in tutta la sua bellezza la statua dell’Immacolata della chiesa del Gesù Vecchio a Napoli. Tra l’altro, proprio quest’anno i duecento anni dalla sua incoronazione. Davanti a questa statua, papa Leone XIV, stasera ha letto l’atto di affidamento scritto dal cardinal Battaglia. Una statua con una grande storia che per comprenderne davvero l’importanza, dobbiamo fare un salto indietro nel tempo. La storia insegna sempre e ci racconta anche il presente. Oggi, papa Leone XIV che prega davanti a questa statua per liberare il mondo dalla schiavitù della guerra. E nel passato, invece, fu pregata da papa Pio IX per altra liberazione. Ma, ora, dobbiamo comprendere bene questa storia.

Dobbiamo giungere al periodo della rivoluzione mazziniana (1848-49) che aveva portato alla costituzione della Seconda Repubblica Romana, di chiara estrazione massonica e anticristiana. Fu proprio con l’insorgere di questa nuova situazione politica, che papa Pio IX fu costretto all’esilio a Gaeta. Intanto, la questione sul dogma dell’Immacolata era sempre più imminente nella vita della Chiesa e nel pensiero del pontefice. Mentre era in esilio a Gaeta, papa Mastai pensava sempre di più all’annosa questione. Il 6 dicembre del 1848 era stata istituita una commissione di cardinali per affidare loro “l’incarico di fare, conforme alla loro prudenza e dottrina, un diligente, profondo e completo esame dell’argomento, comunicandoci successivamente con pari scrupolosità il loro parere”. Nasce, allora, la lettera “Ubi primum” del 2 febbraio 1848 che si chiudeva con l’invito ai vescovi a far pervenire alla Santa Sede il parere del clero e di tutti i fedeli riguardo la questione del dogma.

L Immacolata di don Placido Baccher e Papa Leone XIV

Questo, dunque, il clima che si respirava in quel periodo. Il dogma che “incalzava” papa Pio IX, la Chiesa che si interrogava su questa tematica, e lo stesso pontefice relegato a Gaeta, città del Lazio ma sotto il regno di Napoli, del Regno borbonico. Napoli era la capitale del Regno delle due Sicilie: Napoli con le sue tante chiese. In una di queste, la chiesa del Gesù Vecchio, vi era una particolare statua della Vergine, ritratta come Immacolata. Pio IX passando per la città partenopea, più volte si fermò in preghiera davanti a questa statua: la stessa che tale don Placido Baccher (oggi venerabile) – che tra l’altro Pio IX conobbe personalmente – aveva fatto realizzare per ringraziare la Vergine di aver liberato durante la sua prigionia in Castel Capuano, durante la Repubblica Partenopea del 1799. Si narra che alla vigilia dell’uccisione, mentre stava recitando il Santo Rosario, Baccher vide la Madonna che pronunciò queste parole: “Confida, figliuolo; domani sarai liberato da questo orrido carcere. Tu però dovrai essere mio e sarai chiamato in una delle principali chiese di Napoli a zelare le glorie del mio immacolato concepimento”.

“Immacolata Concezione”, appellativo che sarà dato a Maria ufficialmente solo con la promulgazione del dogma da parte di Pio IX che, intanto, proprio davanti a quella statua aveva pregato per la liberazione dello Stato pontificio e di lui stesso. Aveva fatto un voto a quella statua: se fosse stato liberato lo Stato pontificio, allora si sarebbe impegnato per promulgare il famoso dogma mariano: “Perciò, dopo aver offerto senza interruzione, nell’umiltà e nel digiuno, le Nostre private preghiere e quelle pubbliche della Chiesa a Dio Padre, per mezzo del suo Figlio, affinché si degnasse di dirigere e sostenere la Nostra mente con la virtù dello Spirito Santo; (…) dichiariamo, pronunziamo e definiamo: La dottrina, che sostiene che la Beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua concezione, per singolare grazia e privilegio di Dio”. Il dogma fu promulgato, lo Stato Pontificio liberato. Anche il papa.

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Leone XIV saluta l’Africa: “Tesoro inestimabile di fede”

Posté par atempodiblog le 23 avril 2026

Leone XIV saluta l’Africa: “Tesoro inestimabile di fede”
Al termine della Messa celebrata nello stadio di Malabo, il Papa offre parole di riconoscenza per il viaggio compiuto in Africa, una terra che può offrire molto “alla santità e al carattere missionario del popolo cristiano”
di Benedetta Capelli – Vatican News

Papa Leone e Nuestra Señora de Bisila

In spagnolo, la lingua del cuore del missionario Robert Francis Prevost, Papa Leone si congeda dalla Guinea Equatoriale, ultima tappa del suo terzo viaggio apostolico, che Dio gli ha concesso di compiere. Lo fa al termine della Messa, intervallando le sue parole con lo sguardo alla folla di fedeli che in questi giorni hanno mostrato l’affetto a volte incontenibile per il successore di Pietro. È il momento di salutare l’Africa e il Pontefice ringrazia “l’arcivescovo e gli altri vescovi, i sacerdoti e tutti voi, popolo di Dio in cammino in questa terra che da 170 accoglie il buon seme del Vangelo”.

Il tesoro inestimabile
Parole seguite da applausi e dallo sventolio di bandierine. Papa Leone ringrazia anche le autorità del Paese e quanti hanno contribuito “alla buona riuscita della mia visita”.

Parto dall’Africa con un tesoro inestimabile di fede, di speranza e di carità: un tesoro fatto di storie, di volti, di testimonianze gioiose e sofferte che arricchiscono grandemente la mia vita e il mio ministero di successore di Pietro.

L’Africa missionaria
Le persone incontrate, le vite racchiuse in lettere, gesti, parole dette nei saluti. Una ricca umanità che il Papa ha incrociato nel suo viaggio: un tesoro per la Chiesa universale e per il mondo.

Come nei primi secoli della Chiesa, l’Africa è chiamata a dare oggi un apporto decisivo alla santità e al carattere missionario del popolo cristiano. Lo ottenga l’intercessione della Vergine Maria, alla quale affido di cuore tutti voi, le vostre famiglie, le vostre comunità, la vostra Nazione e i popoli africani.

Poco prima del saluto, il Papa aveva raccolto gli altri tesori che l’Africa offre. Davanti a lui una processione di offerte, i frutti della terra, la grande ricchezza del continente spesso oltraggiato dallo sfruttamento indiscriminato. Frutti portati dalle persone, quei volti che hanno colpito il Pontefice per la loro freschezza, la gioia, il sorriso, espressione di un popolo che mai si arrende alle avversità e che loda con la musica, il ballo e con lo spirito il Dio della vita.

Divisore dans San Francesco di Sales

Freccia dans Viaggi & Vacanze VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ PAPA LEONE XIV IN ALGERIA, CAMERUN, ANGOLA E GUINEA EQUATORIALE (13-23 APRILE 2026)

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Al Santuario di Mamã Muxima, tra tende e rosari in attesa di Leone XIV

Posté par atempodiblog le 19 avril 2026

Al Santuario di Mamã Muxima, tra tende e rosari in attesa di Leone XIV
Nella vasta area intorno al piccolo luogo di culto risalente al XVII, dove la Vergine è venerata con il nome di Madre del Cuore, come la chiamano gli angolani in lingua kimbundu, giovani e adulti da qualche giorno si sono accampati per aspettare il Pontefice e prendere parte alla preghiera mariana. Gioie e speranze di migliaia di fedeli, entusiasti di potersi raccogliere con il Papa
di Tiziana Campisi – Vatican News

Santuario di Mamã Muxima Angola

Muxima si raggiunge dopo oltre due ore di viaggio da Luanda, quando lungo la strada si diradano abitazioni e baracche e il paesaggio cambia e si ammirano baobab ed euforbie nel verde intenso della vegetazione che diventa sempre più fitta. Poi d’improvviso si apre un’ampia radura brulla. Qui già migliaia di ragazzi e giovani, ma anche adulti, donne soprattutto, si sono accampati per aspettare il Papa, che oggi pomeriggio, 19 aprile, verrà al Santuario di Mamã Muxima per la preghiera del Rosario. Sorprende la distesa variopinta di tende da campeggio, piccole, esposte al sole caldissimo, che non scalfisce nessuno. Tutti sono alle prese con il montaggio dei loro ripari, predispongono giacigli, allestiscono angoli per cucinare, in un clima di gioia e allegria, in fibrillazione, perché qui passerà Leone XIV per giungere nell’antico luogo di culto, che compare alla vista solo scendendo verso le sponde del fiume Kwanza. Nel cantiere che sta realizzando la grande Basilica promessa dal governo angolano nel 1992 a Giovanni Paolo II durante la visita nel Paese, appare ancora più piccolo, mentre gru, escavatrici e impalcature occupano la vasta area intorno. I lavori dovrebbero essere ultimati nel 2027, e nella nuova chiesa ci saranno 4.600 posti a sedere e un piazzale per 200 mila pellegrini.

La storia del santuario
Nel Santuario di Mamã Muxima costruito dai portoghesi, in stile coloniale, insieme ad una piccola fortezza sulla riva sinistra del più grande corso d’acqua dell’Angola, nel XVII secolo, si venera l’Immacolata Concezione, ma per tutti gli angolani è Mamã Muxima, la Madre del Cuore, nella lingua Kimbundu, una delle più parlate nel nord del Paese. Era un piccolo snodo commerciale e nella chiesetta venivano battezzati gli schiavi prima di essere condotti verso la costa, dove iniziavano il loro viaggio senza ritorno verso il continente americano.
Nel tempo la devozione nelle popolazioni indigene è cresciuta, anche per il diffondersi delle voci di eventi prodigiosi attribuiti alla Vergine invocata come Mamã Muxima.
Oggi il santuario mariano, dichiarato monumento nazionale nel 1924, è il più caro alla pietà popolare angolana. Da tutta l’Angola affluiscono pellegrini, che chiedono grazie, guarigioni, riconciliazione in famiglia, pace interiore, protezione dai pericoli della vita e rimangono per più giorni vicini alla Madre del Cuore, accampandosi nelle vicinanze del Santuario e sopportando anche disagi, come prova di affetto verso di lei. E c’è anche chi omaggia con fede Maria percorrendo in ginocchio la spianata adiacente al luogo di culto.

Un luogo caro agli angolani
“Questo è un luogo molto importante per gli angolani; la storia di questo santuario è intrecciata con quella del Paese”, spiega padre Alberto Mpindi Lubanzadio, rettore del Santuario. “La Vergine di Muxima si è presa cura degli angolani; si è presa cura di noi quando il nostro Paese era in guerra – continua il religioso – l’Angola ha vissuto una terribile guerra civile e ora vive in pace; tuttavia c’è ancora del lavoro da fare per la riconciliazione”.
Ma gli angolani “sanno perdonare il passato e ricominciare”, prosegue il rettore, “e dove c’è una minaccia, vedono un’opportunità. Sono riusciti a trovare Dio” attraverso Mamã Muxima, che intercede per il popolo qui dove gli africani perdevano la libertà. “Questo oscuro passato di schiavitù e occupazione straniera è ormai alle nostre spalle – sottolinea padre Mpindi Lubanzadio – e oggi Muxima è un luogo di pace”.

Le speranze e le attese dei pellegrini
Nell’improvvisato campo di tende che crescono di ora in ora sulla terra rossa, Marcellina João Monteiro è contenta perché “Papa Leone arriverà presto”. Spera “che l’Angola conosca la pace e la felicità, che i suoi leader abbiano amore per il popolo sofferente”, che il Papa illumini i cuori e le menti e che ci sia più attenzione per quanti soffrono in tutto il mondo.
Poco più avanti, Pedro Juvenil sta piantando la sua canadese. Ogni anno viene a Muxima per il pellegrinaggio nazionale ed è convinto che il Papa “porterà un messaggio di fede e di speranza” e che il suo messaggio “cambierà molte cose di cui abbiamo bisogno qui in Angola”. Auspica che migliorino in particolare “i servizi sociali e le strutture sanitarie di base”.
Teresa Neto è venuta a Muxima per ricevere la benedizione di Leone XIV. Come lei, anche Laura Ngula, è arrivata qui “per vedere il nostro Papa, il nostro vescovo”.
Entusiaste pure due studentesse dell’Università Cattolica dell’Angola, che amano partecipare ai pellegrinaggi e negli eventi importanti come questo, offrono il loro aiuto come possono.
Insomma, migliaia di angolani stanno vegliando a Muxima per l’arrivo del Papa: con lui vogliono chiedere l’intercessione della Madre del Cuore perché nel mondo ci sia pace.

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Leone XIV in Camerun e Guinea Equatoriale, il nunzio: “Il Papa si considera figlio dell’Africa”

Posté par atempodiblog le 9 avril 2026

Leone XIV in Camerun e Guinea Equatoriale, il nunzio: “Il Papa si considera figlio dell’Africa”
L’arcivescovo José Avelino Bettencourt, nunzio apostolico in Camerun e Guinea Equatoriale, racconta il senso del viaggio di Leone XIV in tutti i Paesi africani
di Andrea Gagliarducci – ACI Stampa

Papa Leone XIV e la Mamma del Cielo

Un viaggio di dieci giorni, che toccherà Algeria, Angola, Camerun e Guinea Equatoriale. Il nunzio di questi ultimi due Paesi è l’arcivescovo José Avelino Bettencourt, arrivato nel 2023 dopo aver servito come “ambasciatore del Papa” in Armenia e Georgia. Il nunzio, che ha partecipato agli incontri preparatori del viaggio, nota che la decisione di Leone XIV di dedicare dieci giorni all’Africa è molto significativa.

Leone XIV verrà in Camerun e Guinea Equatoriale. Qual è l’occasione della visita e qual è il significato della visita del Papa per questi due Paesi?
Papa Leone XIV è stato eletto pontefice lo scorso 8 maggio e tra meno di un anno visiterà il continente africano. È un evento molto significativo a vari livelli. Innanzitutto a livello spirituale, sappiamo che Sua Santità è un religioso e membro dell’Ordine Agostiniano. Sant’Agostino è uno dei più grandi santi della Chiesa, un Padre della Chiesa e uno dei 39 Dottori della Chiesa. Sant’Agostino nacque in Africa.

Papa Leone XIV si considera profondamente un figlio spirituale di Sant’Agostino e quindi un “figlio dell’Africa”, un continente in cui la fede è oggi assolutamente esuberante. A livello ecclesiastico, l’Africa, e più specificamente il Camerun e la Guinea Equatoriale, dove sono Nunzio Apostolico, è una Chiesa in cui si è assistito a una moltiplicazione di diocesi, sono presenti quasi tutti gli ordini religiosi, c’è un’università cattolica e la Chiesa si è impegnata ad affrontare le sfide in modo molto creativo e proattivo.

Qual è la situazione del cattolicesimo in Camerun e Guinea Equatoriale?
Sul piano della testimonianza di Cristo, la Chiesa è presente nelle regioni più remote e periferiche con le sue scuole, ospedali, centri sociali, ed è vicina alla popolazione. A livello diplomatico, abbiamo celebrato nel 2024 il decimo anniversario della firma dell’Accordo quadro tra la Santa Sede e il Camerun, con una visita ufficiale dell’arcivescovo Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati. Cardinali e Prelati della Chiesa hanno letteralmente “attraversato” questo continente per mostrare la vicinanza del Santo Padre ai fedeli africani. Quest’anno, nel 2026, celebriamo il 60° anniversario delle relazioni diplomatiche ufficiali tra la Santa Sede e il Camerun. Pertanto, da tutto il continente africano ci sono molteplici motivi, a più livelli, per comprendere l’importanza di questo Viaggio Apostolico.

Ci può anticipare qualcosa di quello che si pensa sarà il programma del Papa?
È noto che il Santo Padre visiterà Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale dal 13 al 24 aprile 2026. Al suo arrivo in Camerun, saremo accolti nella capitale, Yaoundé, dove incontrerà il Capo dello Stato e le Autorità. Si recherà poi a Bamenda, nella regione separatista anglofona del Nord-ovest. È un luogo poco visitato per motivi di sicurezza. Sua Eminenza Pietro Parolin, Cardinale Segretario di Stato, ha visitato Bamenda quattro anni fa, i miei predecessori l’hanno visitata e io stesso ho visitato la regione otto volte nei due anni in cui sono stato qui. Le prime parole del Santo Padre dal Balcone di San Pietro, “la pace sia con voi”, troveranno un’eco particolare a Bamenda nel suo gesto personale per la pace nella Regione e in tutta l’Africa. Il Santo Padre si recherà anche a Douala per incontrare i giovani. Naturalmente, l’età media in Camerun è di 18 anni, quindi quando parlate di giovani in Africa, vi riferite a “tutta” la popolazione. Il viaggio in Camerun si concluderà a Yaoundé con una celebrazione liturgica. Sono attesi molti fedeli cattolici, così come persone di tutte le tradizioni religiose e di tutte le fasce della società.

C’è qualcosa di particolare programmato in Guinea Equatoriale?
In Guinea Equatoriale, il Santo Padre arriverà a Malabo, la capitale situata sull’isola di Bioko. Incontrerà il Capo dello Stato e le Autorità. Si recherà poi a Mongomo, dove si trova la seconda chiesa più grande dell’Africa, la Basilica dell’Immacolata Concezione. È un centro di pellegrinaggio e un bellissimo santuario nel mezzo della foresta pluviale tropicale equatoriale. Il Santo Padre visiterà anche Bata, la più grande città economica del Paese, dove incontrerà i giovani.

Quali sono i luoghi di interesse? Quali sono i temi che potrebbero essere sviluppati?
L’Africa è un continente con tante bellezze e con le sue sfide, proprio come ogni altro continente del mondo. Proprio come in Europa, la questione della pace è centrale. Proprio come nelle Americhe, la questione della giustizia sociale è centrale. Proprio come in Asia, la questione della dignità umana è centrale. Per questo in Africa il Santo Padre parlerà al mondo. In Camerun il Santo Padre parlerà in inglese e francese, in Guinea Equatoriale parlerà in spagnolo, proprio come in Angola parlerà in portoghese, ma soprattutto parlerà la lingua del Vangelo ai fedeli della Chiesa cattolica. Sarà una celebrazione della Buona Novella di Gesù Cristo, che può cambiare le menti e i cuori e portare luce e speranza al nostro futuro comune.

Trenta anni fa, Giovanni Paolo II firmò a Yaoundé la Ecclesia in Africa. Cosa di quel documento è ancora attuale?
“Ecclesia in Africa” rimane un documento senza tempo. Dopo la firma del documento da parte di San Giovanni Paolo II a Yaoundé nel 1995, seguì la visita di Papa Benedetto XVI nel 2009 nel contesto del secondo Sinodo per l’Africa. Ogni generazione è chiamata a esaminare e affrontare le questioni del proprio tempo. Questo è stato vero nel 1995 e nel 2009 e i Sinodi sull’Africa hanno dato alla Chiesa in Africa una visione lungimirante del loro apostolato.

Vorrei ricordare l’immensa importanza dei catechisti in Africa. Ovunque visiti mi ritrovo a pregare davanti alla tomba di catechisti straordinari che hanno dato la vita così generosamente per la causa della fede. Credo che un giorno molti di questi catechisti saranno riconosciuti come “martiri” della fede. C’è un profondo senso di famiglia e di fede. La Chiesa africana ha portato questo dono, e molti altri, alla luce della Chiesa universale. “Ecclesia in Africa”, che nel 2025 ha celebrato il 30° anniversario della sua promulgazione, rimane un documento di riferimento, da approfondire e mettere in pratica.

Il viaggio in Camerun e Guinea Equatoriale è parte di un percorso più ampio, che porterà il Papa a toccare anche Algeria e Angola. In che modo questi Paesi sono collegati?
Sì, c’è un significato profondo e ampio in questa visita così importante. Il viaggio apostolico di Papa Leone XIV in Africa ricorda anche che il Bambino Gesù stesso fuggì in Egitto, in Africa, in un contesto particolare. L’Africa ha sempre svolto un ruolo essenziale nella fede cristiana con la sua presenza storica.

Con la diffusione della fede cristiana in tutto il continente e la celebrazione dei sacramenti, abbiamo visto individui molto speciali elevarsi al servizio del Vangelo. Oltre ai santi e ai martiri noti di questo continente, ci sono figure come il figlio del re Afonso del Congo, che divenne il primo vescovo subsahariano a essere consacrato all’inizio del XV secolo. Fu ausiliare dell’arcidiocesi di Funchal, che si estendeva fino al Giappone, ed esercitò il suo ministero per circa 10 anni. Nello stesso periodo, un altro figlio del re Afonso del Congo fu nominato primo ambasciatore dell’Africa subsahariana a raggiungere Roma. Le sue spoglie si trovano nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. Il cristianesimo abbracciava l’intero continente, fino ai punti più meridionali dove oggi è viva la vita cattolica. Si potrebbero citare molti altri esempi, ma da questi pochi possiamo comprendere che l’Africa è un continente ricco di cultura, tradizioni, risorse umane e soprattutto di fede. La missione apostolica della Chiesa in Africa è stata e continua ad essere una storia davvero epica. Il viaggio apostolico del Santo Padre in Africa è pieno di significato.

Quali sono le caratteristiche delle Chiese di Guinea Equatoriale e Camerun?
Sono particolarmente colpito dalla partecipazione dei fedeli alla Chiesa africana, in particolare in Camerun e in Guinea Equatoriale, dove ho l’onore di servire come Nunzio Apostolico. L’ anno scorso abbiamo celebrato il 75° anniversario della diocesi più antica del Camerun, la diocesi di Buea. Ha una sua storia particolare, data la presenza iniziale tedesca, poi inglese e francese. Tra il passaggio dalla presenza tedesca a quella inglese ci fu una lunga pausa di diversi anni in cui ai sacerdoti fu proibito di recarsi nella regione. La Chiesa continuò grazie all’attività dei catechisti che curavano e animavano le chiese, che tenevano i registri, che insegnavano la Parola di Cristo e che preparavano i fedeli ai sacramenti.

Come fu evangelizzata la Guinea Equatoriale?
In Guinea Equatoriale, il Vangelo fu portato fino alle più remote zone interne delle foreste pluviali del paese da un laico. Imparò la preghiera e la meditazione del Santo Rosario da un sacerdote missionario incontrato nella regione costiera, dove si recava per commerciare con i mercanti stranieri. Iniziò a recitare il rosario e lo portò con sé al suo villaggio. La preghiera si diffuse presto e attraverso le meditazioni conobbero Gesù Cristo. Seguirono i missionari che fondarono missioni con scuole e ospedali e il Vangelo iniziò a essere letto.

Oggi, la Basilica di Nostra Signora dell’Immacolata Concezione, la seconda chiesa più grande d’Africa, si erge tra le foreste pluviali interne come testimonianza di fede. È una storia assolutamente straordinaria.
La chiesa di Buea, in Camerun, la chiesa di tutta la Guinea Equatoriale e la chiesa di tutto il continente africano sono animate da tanti fedeli impegnati e coinvolti nella missione evangelica della Chiesa.
Durante tutte le visite il Santo Padre incontrerà i diversi settori della società, i leader religiosi, i leader tradizionali e soprattutto coloro che frequentano le scuole cattoliche, gli orfanotrofi, i centri di accoglienza sociale, in sintesi coloro che più attendono la visita del Santo Padre.

Come si stanno preparando i fedeli alla visita del Papa? E in che modo pensa si lavorerà dopo la visita del Papa?
L’annuncio del Viaggio Apostolico di Papa Leone XIV in Africa è stato accolto con grandissima gioia, gratitudine e con la profonda consapevolezza che questo è fonte di una benedizione speciale. La Chiesa sta celebrando il Tempo liturgico della Quaresima e questo momento è particolarmente propizio per la preparazione spirituale alla visita. La Conferenza Episcopale della Guinea Equatoriale ha preparato una lettera pastorale che contestualizza la visita e propone un itinerario spirituale che include una preghiera per il Santo Padre e la sua visita in Guinea Equatoriale. La Conferenza Episcopale del Camerun ha iniziato a preparare i fedeli a livello parrocchiale e diocesano a seguire l’itinerario del Tempo liturgico e a contestualizzare il Viaggio Apostolico in tale itinerario liturgico e spirituale. Il fervore dei fedeli è palpabile. I preparativi sono in fase di completamento e tutti saranno in piazza, lungo le vie e lungo i vicoli per accogliere il Santo Padre in Africa.

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Padre Caffarel: il sacerdote che rivelò agli sposi la via della santità

Posté par atempodiblog le 24 mars 2026

Padre Caffarel: il sacerdote che rivelò agli sposi la via della santità
Promulgato il decreto di venerabilità di p. Caffarel, sacerdote francese e uomo di profonda preghiera che intuì la vocazione degli sposi alla santità, fondando le Équipes Notre-Dame e nuove forme di accompagnamento spirituale. La sua eredità continua a ispirare coppie e laici in tutto il mondo.
di Raffaele Iaria – Agenzia SIR

Padre Henri Caffarel

Sacerdote francese, uomo di preghiera e instancabile cercatore di Dio, p. Henri Caffarel intuì il bisogno di accompagnare le coppie di sposi nella scoperta della loro vocazione alla santità. Un’intuizione maturata pochi anni dopo la sua ordinazione sacerdotale.

Nato a Lione il 30 luglio 1903 e battezzato tre giorni dopo, fu ordinato sacerdote il 19 aprile 1930 a Parigi. Nel 1939 iniziò a riunire quattro coppie di sposi per riflettere insieme sul mistero del matrimonio cristiano: da quel piccolo gruppo nacque l’esperienza delle “Équipes Notre-Dame”, oggi associazione internazionale di fedeli di diritto pontificio, presente in oltre 90 Paesi.

La radice del suo cammino spirituale risale a un incontro personale con Cristo, che lui stesso raccontò così: “A vent’anni, Gesù Cristo, in un istante, è diventato Qualcuno per me… Ho fatto esperienza di essere amato e di amare, e che da quel momento in poi tra lui e me sarebbe stato per tutta la vita. Tutto era deciso”. Il card. Jean-Marie Lustiger lo ha definito “profeta del ventesimo secolo”.

Caffarel studiò presso i Fratelli Maristi dal 1913 al 1921, conseguendo il baccalauréat de mathématiques. Si iscrisse poi alla facoltà di giurisprudenza, ma una grave forma di anemia cerebrale lo costrinse a interrompere gli studi. Una fragilità che lo accompagnò per tutta la vita.
La lettura del “Vademecum proposé aux âmes religieuses” della suora italiana Benigna Consolata Ferrero lo aiutò a discernere la vocazione sacerdotale. Dopo il servizio militare desiderava entrare nell’abbazia trappista di Notre-Dame-des-Dombes, ma il suo direttore spirituale lo invitò ad attendere, ritenendo che la salute non gli avrebbe permesso di sostenere la vita monastica. Fu così che mons. Jean Verdier lo accolse come uditore all’Institut Catholique di Parigi, dove completò la formazione teologica.
Ordinato sacerdote per la diocesi di Parigi, lavorò dapprima nel segretariato generale della JOC e poi in quello dell’Azione Cattolica, in particolare nella Centrale cattolica del cinema e della radio. Nel 1936 lasciò gli incarichi per dedicarsi alla predicazione di ritiri spirituali, soprattutto per i giovani. Tre anni dopo iniziò l’apostolato che lo avrebbe reso noto in tutto il mondo: il cammino con le coppie di sposi.

“La sua grande originalità – si legge in una testimonianza del processo di beatificazione – fu quella di promuovere il matrimonio come cammino di santità, l’orazione personale, la preghiera in coppia e in équipe, l’aiuto spirituale reciproco e il ruolo del laicato come motore della vita spirituale”.

Su richiesta delle coppie, l’arcivescovo di Parigi, cardinale Emmanuel Suhard, gli affidò ufficialmente questo apostolato. L’8 settembre 1943, presso la grotta di Lourdes, Caffarel ebbe l’intuizione di fondare un gruppo dedicato alle donne in stato di vedovanza: nacque così quella che dal 1977 è conosciuta come “Fraternité Notre-Dame de la Résurrection”. Nel 1945 la rivista L’Anneau d’Or e, con padre Pierre Joly, i centri di preparazione al matrimonio.

Nella stessa logica delle Équipes Notre-Dame nacquero anche le Fraternità Giuseppe e Maria, per aiutare le coppie ad approfondire la loro chiamata alla santità.
Il 29 agosto 1960 fu nominato consultore della Commissione per l’Apostolato dei Laici in vista del Concilio Vaticano II.

Nel 1996 fu colpito da una grave crisi cardiaca e morì il 18 settembre all’ospedale di Beauvais. Le esequie furono celebrate il giorno successivo nella cappella delle Fraternità Giuseppe e Maria, come egli stesso aveva richiesto. Sulla sua tomba, a Troussures, la frase “Vieni e seguimi!”.
Il 23 marzo 2026 Papa Leone XIV ha autorizzato la promulgazione del decreto di venerabilità di p. Caffarel: “una bella e importante notizia per il nostro Movimento!. Ringraziamo il Signore e uniamoci in preghiera”, dicono al Movimento da lui fondato.

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Preghiera e digiuno uniche armi

Posté par atempodiblog le 19 mars 2026

Le parole di padre Patton sulla guerra in Medio Oriente
Preghiera e digiuno uniche armi
di Francesca Sabatinelli– L’Osservatore Romano

Preghiera e digiuno uniche armi

«Si è in preda ad una follia bellicistica, l’idea di voler risolvere tutto con la forza e con le armi. E il pensiero alle vittime civili della guerra è costante e fortemente presente». Padre Francesco Patton, già custode di Terra Santa, parla dal Monte Nebo, in Giordania, con lo sguardo rivolto al di là del Mar Morto che divide il Regno Hashemita da Israele e dalla Palestina e con il pensiero a tutto il Medio Oriente in fiamme. «Penso quotidianamente ai miei confratelli che vivono in Libano, a Beirut e in altri luoghi, sia a sud che a nord, e che in questo momento sono provati oltre misura. Il convento di Tiro è stato trasformato in un campo profughi e chi è a Beirut è alla disperata ricerca di poter aiutare la popolazione civile, che non ce la fa più, ormai ci sono un milione di sfollati su un totale di sei milioni di abitanti».

Patton ricorda come già all’inizio della guerra a Gaza fosse chiaro, soprattutto a chi come lui aveva alle spalle anni di vita in quella regione, che se non si fosse riusciti a chiudere «in maniera non violenta, il conflitto si sarebbe allargato». Ma il pericolo paventato dal religioso è che non si sa cosa avverrà alla fine della guerra, «perché dopo tutte le ultime guerre mediorientali sono nati nuovi fenomeni di terrorismo e sono nate formazioni nuove, come Al Qaeda, Is, Hezbollah, Hamas, nate tutte a seguito di qualche conflitto non risolto in modo politico in Medio Oriente, tutte frutto di tentativi di soluzione militare, di conflitti che invece andavano risolti diversamente».

Patton si sposta poi su Gaza, riprendendo quanto detto pochi giorni fa dal cardinale patriarca di Gerusalemme dei latini, Pierbattista Pizzaballa, per ribadire che è distrutta, che le persone vivono praticamente in una fogna a cielo aperto, e che, in assenza della fame estrema, restano «il problema dei medicinali, della sicurezza, il problema di una vita nel rispetto dei diritti fondamentali e della dignità della persona umana. E in più c’è questa storia del board of Peace che non ha neanche cominciato a funzionare e che sembra essere più un fantasma che una realtà operativa».

In Cisgiordania, poi, prosegue l’espansione degli insediamenti israeliani, con decine di migliaia di sfollati. «Continua l’occupazione e continuano anche gli atti di violenza», prosegue Patton, ricordando «la famiglia uccisa pochi giorni fa nella zona di Nablus con unico sopravvissuto, un bambino di nove anni». Proseguono pure «le iniziative di legislazione che impediscono alla Cisgiordania di esistere e ai palestinesi di avere una loro terra e il rispetto dei diritti fondamentali: come la registrazione dei territori palestinesi al catasto israeliano o il non ammettere all’insegnamento nelle scuole israeliane di professori con un titolo conseguito in università palestinesi», tutte «forme di pressione diretta o indiretta per cacciare la popolazione palestinese dalla terra sulla quale ha vissuto per millenni». La grave crisi economica provocata dalla guerra si avverte molto anche in Giordania, per il crollo dei pellegrinaggi. «A fine febbraio stavamo constatando una certa ripresa del numero di visitatori e di pellegrini e improvvisamente siamo ripiombati indietro, praticamente a zero», il che segna una ricaduta soprattutto sui cristiani, ma non solo, che lavorano per i luoghi santi, rimasti senza lavoro e senza sostentamento per le loro famiglie.
Perché possa interrompersi questa violenza, la comunità internazionale, è opinione di Patton, deve attuare un intervento più deciso e deve «esserci un cambio di politica da parte degli Stati Uniti nei confronti del Medio Oriente».

Dal punto di vista ecclesiale inoltre, la speranza è che possa esserci «una grande convocazione, rivolta a cristiani e a credenti di tutte le religioni, come fece Giovanni Paolo II al tempo della guerra in Iraq e come fece Papa Francesco nel 2013, una grande convocazione per tutti al digiuno e alla preghiera per la pace.

È uno strumento che può sembrare ridicolo di fronte a quello delle armi, ma è uno strumento di coscientizzazione che può unire i credenti delle varie religioni» e che risponde a quanto indicato da Papa Leone XIV quando parla di «pace disarmata e disarmante, umile e perseverante».

C’è bisogno di questo, conclude Patton, «sapendo che per noi credenti la preghiera, il digiuno sono le uniche “armi” che ci è lecito imbracciare».

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El Greco allo specchio due dipinti a confronto

Posté par atempodiblog le 17 mars 2026

El Greco allo specchio due dipinti a confronto
Al Palazzo Papale di Castel Gandolfo la mostra che mette in dialogo due opere di El Greco offrendo uno sguardo sul processo creativo dell’artista. L’esposizione celebra gli ottocento anni dalla morte di san Francesco. Al termine, il primo concerto della rassegna “Musica ai Musei” organizzata dai Musei Vaticani
di Paolo Ondarza – Vatican News

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Due opere a confronto, l’una si riflette nell’altra. Da una parte il volto del Redentore, dall’altra un San Francesco che riceve le stimmate. Gli ottocento anni dalla morte del Poverello d’Assisi sono celebrati dal Palazzo Papale di Castel Gandolfo con una mostra che, fino al prossimo 30 giugno, mette in dialogo due capolavori di El Greco. I dipinti di piccolo formato ed entrambi concepiti per la devozione privata, offrono un inedito spaccato sul processo creativo del celebre artista, nato nel 1541 nell’isola di Creta e morto a Toledo, in Spagna, nel 1614.

Il Redentore del Palazzo Apostolico
Realizzato intorno al 1590-1595, il Redentore proviene dalla Sala degli Ambasciatori del Palazzo Apostolico Vaticano. Di dimensioni 45 x 29 centimetri, apparteneva alla collezione dell’intellettuale spagnolo José Sánchez de Muniáin, che nel 1967 lo donò a san Paolo VI. La presenza di quattro piccoli fori, due sul bordo superiore e due su quello inferiore, induce a ipotizzare che la tavola fosse stata utilizzata in passato come una sorta di altarolo portatile.

Un capolavoro giovanile
Proviene invece da Napoli, dalla Fondazione Pagliara dell’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa, la più minuta tempera su tavola raffigurante San Francesco: un capolavoro giovanile databile intorno al 1570, quando l’artista era documentato a Roma ed era già transitato per le botteghe veneziane di Tiziano e del Tintoretto.

El Greco 002

Una pennellata proto-impessionistica
«È un’opera che risente della formazione dell’artista come pittore di icone, cretese e bizantino. Evidente anche l’influsso della pittura veneziana rinascimentale», spiega Fabrizio Biferali, curatore della mostra “El Greco allo specchio. Due dipinti a confronto” e responsabile del reparto dei Musei Vaticani per le arti dei secoli XV e XVI.

Alle spalle di Francesco, c’è la figura di frate Leone. È sconvolto dalla visione di un piccolo angelo che in forma di crocifisso, dal cielo, colpisce i palmi delle mani del santo, il quale da quel momento sarà considerato l’Alter Christus. Il paesaggio scabro e avvolgente, la pennellata corposa e proto-impressionistica, l’accentuata teatralità nella pur minutissima scena, caratterizzano quest’opera giovanile, tra le oltre centotrenta dedicate da El Greco nel corso della vita al patrono d’Italia.

Uno sketchbook su tavola
La mostra offre poi l’occasione di ammirare gli impressionanti esiti a cui hanno condotto il restauro e le indagini scientifiche dei Musei Vaticani sulla tavola del Redentore. Contrariamente a quanto si credeva, non è un’opera compiuta: si è rivelata un vero e proprio palinsesto pittorico.

«Prima di essere donato a Paolo VI – rivela Biferali – venne ridipinto da parte di un ignoto falsario, che ne occultò le stesure originali ricalcando sommariamente l’immagine del Cristo. Fu un intervento che, oltre ad aver completamente trasfigurato il volto del Redentore, nascose dettagli riemersi oggi grazie alle analisi del Gabinetto Ricerche Scientifiche e al restauro condotto presso i nostri laboratori da Alessandra Zarelli. Al di sotto della ridipintura sono state individuate due stesure di altrettante opere preparatorie di El Greco. Si ha l’impressione di trovarsi di fronte a uno sketchbook su tavola, con tre dipinti in uno».

Le figure sotto la superficie pittorica
«Sotto la superficie con il Redentore, nell’angolo in alto a sinistra della tavola la riflettografia ha individuato la figura di una Madonna con Bambino». Era parte di uno studio dedicato all’Apparizione della Vergine a san Lorenzo. Al di sotto del volto di Cristo invece è affiorata, appena abbozzata, la figura di San Domenico in adorazione del Crocifisso, che El Greco dipinse nel 1590 circa.

«Non ce lo aspettavamo», ammette Biferali. «Per noi il quadro era quello che conoscevamo prima del restauro. L’opera è entrata in Vaticano come una sorta di piccolo falso storico. L’intervento appena concluso ha invece fatto emergere quello che c’è di autografo e autentico: uno straordinario triplice dipinto di cui rimangono tracce molto evidenti dalle analisi scientifiche ed in parte visibili anche ad occhio nudo. È un’opera che ci dà conto del lavoro all’interno della bottega e del processo creativo di uno dei più straordinari maestri della storia, nato come pittore di icone e divenuto artista visionario, amato da impressionisti e surrealisti».

Come scriveva san Giovanni Paolo II, quando un artista «plasma un capolavoro, non soltanto chiama in vita la sua opera, ma per mezzo di essa, svela anche la propria personalità». I due dipinti in mostra a Castel Gandolfo lo confermano.

Divisore dans San Francesco di Sales

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