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Una fatica preziosa

Posté par atempodiblog le 28 juin 2019

Una fatica preziosa
Nella festa del Sacratissimo Cuore di Gesù la Giornata di santificazione sacerdotale
di Nicola Gori – L’Osservatore Romano

A colloquio con il cardinale Stella
Ogni anno, nella solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, si celebra la Giornata di santificazione sacerdotale, legata alla figura di padre Mario Venturini, che dedicò la sua vita e il suo apostolato alla santificazione del clero e fondò, nel 1926, la congregazione di Gesù Sacerdote. Ne parla il cardinale Beniamino Stella, prefetto della Congregazione per il clero, in quest’intervista a «L’Osservatore Romano»

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Eminenza, per la Giornata mondiale di santificazione sacerdotale di quest’anno, la Congregazione per il clero ha pensato di proporre alle diocesi un tempo di riflessione sulle omelie delle messe crismali di Papa Francesco, recentemente pubblicate. Qual è il senso di questa scelta?
La Giornata mondiale di santificazione sacerdotale rappresenta un’importante occasione di approfondimento, di preghiera, ma anche di condivisione fraterna tra i sacerdoti. Quest’anno, durante la messa crismale celebrata in San Pietro, il 18 aprile scorso, Papa Francesco ha desiderato fare dono ai sacerdoti di un libretto intitolato La nostra fatica è preziosa per Gesù, che raccoglie le sette omelie rivolte ai preti durante le messe crismali celebrate dall’inizio del pontificato. Si tratta di messaggi particolarmente intensi, che il Santo Padre ha voluto indirizzare ai preti con affetto e con tenerezza, proprio come un padre fa con i figli, e che si rivolgono alle fatiche apostoliche dei sacerdoti, indicando loro un orizzonte spirituale e pastorale per la missione. Rileggendole oggi, si può cogliere come da questo magistero dedicato ai preti emerga un vero e proprio profilo sacerdotale, che è possibile rinvenire già nell’omelia della prima messa crismale presieduta da Papa Francesco, il 28 marzo 2013: «Il sacerdote celebra caricandosi sulle spalle il popolo a lui affidato e portando i suoi nomi incisi nel cuore».

È una bella immagine, che ritrae il sacerdote come pastore del popolo di Dio. Cosa è richiesto ai preti, oggi, per vivere secondo questo profilo?
Papa Francesco ha spesso insistito sullo specifico della chiamata sacerdotale, che consegna al prete l’impegno di essere un pastore a immagine del Cristo; in particolare, nelle omelie delle messe crismali ha messo in evidenza che il pastore è unto dallo Spirito per ungere, a sua volta, la vita di coloro che gli sono stati affidati, con la gioia del Vangelo e la consolazione dell’amore di Dio. Nella recente omelia per la messa crismale di quest’anno, commentando il vangelo di Luca, Papa Francesco ha evidenziato i quattro gruppi cui era destinata, in modo preferenziale, l’unzione del Signore, cioè i poveri, i prigionieri, i ciechi e gli oppressi; così come Gesù mostrava loro vicinanza e si faceva carico della loro situazione — ha affermato il Santo Padre — così anche noi «non dobbiamo dimenticare che i nostri modelli evangelici sono questa “gente”, questa folla con questi volti concreti, che l’unzione del Signore rialza e vivifica. Essi sono coloro che completano e rendono reale l’unzione dello Spirito in noi, che siamo stati unti per ungere». Si tratta di un’unzione che richiede l’offerta della propria vita, cioè — per riprendere le parole del Papa — «ungiamo distribuendo noi stessi, distribuendo la nostra vocazione e il nostro cuore». In tal senso, con la sobrietà e l’umiltà della loro vita, poi — e riprendo una delle intenzioni dell’Apostolato della preghiera di questo mese — sono chiamati a impegnarsi in un’attiva solidarietà verso i più poveri, diventando così un segno vivo della presenza di Cristo, che offre la vita per il suo popolo. Quando un sacerdote vive così, la bussola del suo cuore punta su questi due amori: Dio e il popolo. Egli non è attaccato a se stesso né alle cose di questo mondo, ma, anzi, attraverso la povertà, la castità e l’obbedienza, in fondo esprime questa libertà interiore che lo fa essere per gli altri, senza legare niente e nessuno a sé. Mi ha colpito, al riguardo, l’omelia che Papa Francesco ha pronunciato sabato 15 giugno, per le esequie del nunzio in Argentina, monsignor Léon Kalenga Badikebele; il Papa ha parlato del «congedo del pastore», cioè del sano distacco «di chi è abituato a non essere attaccato ai beni di questo mondo, a non essere attaccato alla mondanità», di colui che si congeda per affidare ad altri la prosecuzione del cammino «come se dicesse: “vegliate su voi stessi e su tutto il gregge”. Vegliate, lottate; siete adulti, vi lascio soli, andate avanti». Ecco, la vita del sacerdote è un respiro di libertà, nel quale ci si consegna a Dio e ogni giorno si compiono passi di congedo prima dell’incontro finale con il Signore. Certamente, si tratta di una missione non sempre facile, sia a motivo della complessità dei contesti sociali e culturali odierni che per il fatto di esigere una stabile maturità psico-affettiva, una robusta capacità interiore nel fronteggiare le fatiche e le difficoltà, un tratto relazionale di serenità e autenticità e, naturalmente, una solida spiritualità radicata nella relazione personale con Gesù e la sua parola.

Questa base umana e spirituale di partenza viene raccomandata anche nella “Ratio fundamentalis” e appartiene soprattutto alla fase iniziale della formazione. Poi, lungo il cammino, insorgono talvolta numerose difficoltà. Quali sono gli ostacoli più importanti per il prete, oggi?
Direi, anzitutto, che proprio pensando alle contrarietà e agli impedimenti che si affacciano sul percorso di vita sacerdotale, il dicastero ha voluto proporre le omelie delle messe crismali, che si caratterizzano come messaggi aderenti alla realtà e a ciò che i sacerdoti sperimentano nel ministero e nel più profondo del loro cuore. A questo proposito, mi permetterei di dire: leggiamo e meditiamo ciò che il Papa dice e scrive e non ciò che, talvolta, i mezzi di comunicazione lasciano passare, spesso evidenziando aspetti secondari o estraendo dal contesto qualche frase che possa servire a creare un effetto da scoop; se ci si accosta con orecchio attento alla parola dal Papa si coglie un’accorata e sofferta attenzione del pastore verso le fatiche dei sacerdoti e l’amore con cui egli desidera accompagnarli. Per esempio, alla stanchezza del prete Papa Francesco ha dedicato parole davvero preziose, che ristorano il cuore dei sacerdoti i quali incontrano, soprattutto oggi, difficoltà di vario genere. Essi vivono infatti l’affaticamento per le attività apostoliche, ma anche quella che il Santo Padre ha definito «la stanchezza della speranza», che appesantisce il cuore e lo fa diventare — per usare un’immagine biblica — come una cisterna screpolata. Gli ostacoli sono tanti; in certi contesti l’avanzata del secolarismo rende irrilevante la fede e la predicazione del Vangelo; in altri, le comunità cristiane subiscono la violenza della persecuzione; i mutamenti sociali e culturali degli ultimi anni hanno ridimensionato il peso per così dire sociale della Chiesa e, se ciò la spoglia dalla pretesa dell’egemonia e la restituisce alla semplicità del Vangelo, è altrettanto vero che ne rende più difficile la missione, e richiede continui aggiornamenti di pensiero, di linguaggi e di presenza nel mondo. A questi ambiti, diciamo per lo più sociologici, si aggiungono quelli della vita personale e spirituale del sacerdote: le crisi che egli attraversa nei cambiamenti d’età, le incomprensioni, gli scoraggiamenti, talvolta la fatica della relazione col vescovo e con i confratelli, l’aridità nella vita di preghiera. Si tratta di aspetti che possono indebolire il vigore del cammino, su cui vale la pena di soffermarsi insieme, facendoli diventare non solo temi di discussione, ma anche spazi di condivisione all’interno dei presbiterii diocesani.

A proposito delle fatiche dei sacerdoti, Papa Francesco, parlando di recente all’assemblea dei vescovi italiani, ha affermato che «i sacerdoti si sentono continuamente sotto attacco mediatico» oppure «sono condannati a causa di alcuni errori e reati di alcuni loro colleghi».
Naturalmente, la costellazione di fatti che si riferiscono alle miserie di alcuni preti, ripresa e talvolta sottolineata dai media, non può che creare sconcerto nei fedeli e nell’opinione pubblica. Tuttavia, il rischio è che oggi si assolutizzi il dato negativo e lo si generalizzi frettolosamente, associando la figura e lo stesso vocabolo “prete” a un profilo ambiguo, o addirittura oscuro. In realtà, però, nella Chiesa la stragrande maggioranza dei sacerdoti opera offrendo generosamente la propria vita, impiegando le migliori energie per l’annuncio del Vangelo e per la cura del popolo di Dio, e spendendosi accanto alle persone in difficoltà, ai giovani, agli anziani, agli ammalati, ai poveri. Mi ha colpito il video-messaggio che Papa Francesco ha voluto fare qualche giorno fa per lanciare una preghiera — in questo mese di giugno — per i sacerdoti, affermando: «Molti si mettono in gioco fino alla fine offrendosi con umiltà e gioia. Sono sacerdoti vicini disposti a lavorare sodo per tutti. Rendiamo grazie per il loro esempio e la loro testimonianza». Sono preti che lavorano quotidianamente nel silenzio, talvolta nell’incomprensione o chiamati a fare i conti con la solitudine e con l’apparente infruttuosità del loro ministero; come ha raccomandato Papa Francesco, questi sacerdoti hanno bisogno di vicinanza, di ascolto, di accompagnamento, anzitutto da parte del vescovo, ma — vorrei dire — in generale da parte del proprio presbiterio, delle comunità cristiane e delle famiglie.

In che modo la comunità cristiana può accompagnare e sostenere il cammino dei sacerdoti?
Ci sono tanti suggerimenti e diversi consigli e vie da seguire per contrastare gli errori e gli scandali; tuttavia, sento di poter dire che il primo antidoto dovrebbe essere quello di far sentire amati i nostri sacerdoti, di abitare con affetto e discrezione le loro solitudini, di non giudicarli in modo spietato, di non farli sentire sotto pressione esigendo che siano quasi come delle “macchine” distributrici di servizi sacri e, soprattutto, di voler loro un bene sincero. A essi dobbiamo mostrare gratitudine e sostegno, e il primo modo per farlo, probabilmente, è amarli con semplicità e tenerezza. Al riguardo, proprio in questi giorni, inaugurando un’importante struttura terapeutica presso l’ospedale Francesco Miulli di Acquaviva delle Fonti in Puglia, in presenza di autorità e di una bella comunità di laici rappresentativi, ho voluto ricordare — come spesso faccio — l’importanza dell’amore per i sacerdoti, del sostegno spirituale e morale nel loro ministero e della necessità di capirne le fragilità e di perdonare loro qualche momento di oscurità e di scoraggiamento. Assicuro che fa tanto bene ai sacerdoti sentire, per esempio, una parola di lode delle loro omelie o del buon esito di qualche celebrazione particolare come le Prime Comunioni o, ancora, del successo che proprio in questa stagione estiva può avere l’attività con i ragazzi come il Grest. Fa un grande bene ai sacerdoti di sentire che dentro della loro umana debolezza c’è chi li accompagna con la preghiera, con il riconoscimento del loro servizio e con l’incoraggiamento a non desistere nelle prove e nelle difficoltà. Questa Giornata di santificazione del clero, perciò, sia occasione di preghiera perché il Cuore Sacro di Gesù, sorgente e rifugio di ogni esistenza sacerdotale, accompagni i passi dei sacerdoti con la potenza della grazia divina.

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Benedetto XVI: il Papa è uno, Francesco. L’unità è più forte delle divisioni

Posté par atempodiblog le 28 juin 2019

Benedetto XVI: il Papa è uno, Francesco. L’unità è più forte delle divisioni
Il Papa emerito ricorda, in una intervista, che la storia della Chiesa è sempre stata attraversata da lotte interne e scismi: ma l’unità deve sempre prevalere
Tratto da: Vatican News

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“L’unità della Chiesa è sempre in pericolo, da secoli. Lo è stata per tutta la sua storia. Guerre, conflitti interni, spinte centrifughe, minacce di scismi. Ma alla fine ha sempre prevalso la consapevolezza che la Chiesa è e deve restare unita. La sua unità è sempre stata più forte delle lotte e delle guerre interne”. E’ la certezza di Benedetto XVI che a tutti ricorda: “Il Papa è uno, Francesco”.

Il suo assillo per l’unità della Chiesa si fa ancora più forte in questi nostri tempi, in cui i cristiani appaiono spesso divisi sulla pubblica piazza e si confrontano anche con toni accesi, magari utilizzando in modo assolutamente improprio lo stesso nome di Ratzinger. Le parole di Benedetto sono riportate dal Corriere della Sera, che pubblica sul suo settimanale un colloquio col Papa emerito.

Unità nelle diversità
Sono parole che rimandano al grande impegno a rafforzare la comunione ecclesiale che ha caratterizzato tutto il pontificato di Benedetto XVI, fino all’ultimo giorno del suo ministero petrino: “Rimaniamo uniti, cari Fratelli” – aveva detto nel suo ultimo discorso ai cardinali il 28 febbraio 2013 – in “questa unità profonda” dove le diversità – espressione della Chiesa universale – concorrano sempre alla superiore e concorde armonia” e “così serviamo la Chiesa e l’intera umanità”. E aveva assicurato la sua preghiera per l’elezione del suo successore: “Che il Signore vi mostri quello che è voluto da Lui. E tra voi, tra il Collegio Cardinalizio, c’è anche il futuro Papa al quale già oggi prometto la mia incondizionata reverenza ed obbedienza”.

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Giubileo lauretano. Mons. Dal Cin: occasione per rinsaldare l’amore per la Madre del Cielo

Posté par atempodiblog le 24 juin 2019

Giubileo lauretano. Mons. Dal Cin: occasione per rinsaldare l’amore per la Madre del Cielo
bIl delegato pontificio di Loreto: “Riguarderà tutti i viaggiatori in aereo e sarà l’occasione per riscoprire la Santa Casa come simbolo antropologico universale”. Ad aprire la Porta Santa sarà il cardinale Segretario di Stato Vaticano, Pietro Parolin
di Federico Piana – Vatican News

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“Una grande occasione per rinsaldare i vincoli di devozione verso la Madre del Cielo”. Il commento alla notizia della concessione del Giubilo lauretano da parte di Papa Francesco, per i cento anni dalla proclamazione della Madonna di Loreto come patrona dei viaggiatori in aereo, arriva da mons. Fabio Dal Cin, arcivescovo delegato pontificio di Loreto

Giubileo per tutti i viaggiatori in aereo
“E’ una bella notizia perché non riguarda solo gli appartenenti all’Aeronautica Militare ma a tutti i viaggiatori in aereo” precisa. E, guardando alla storia, aggiunge: “I reduci della prima Guerra mondiale chiesero al Pontefice del tempo di ottenere una protezione particolare da Maria. I primi aerei, all’epoca, venivano chiamati ‘chiese volanti’ e allora il pensiero si soffermò sulla Santa Casa di Loreto che secondo la tradizione arrivò qui in volo da Nazareth. Affidare alla Madonna di Loreto quanti salivano su un velivolo fu, dunque, del tutto naturale”. Il Giubileo si svolgerà a partire da domenica 8 dicembre 2019, solennità dell’Immacolata Concezione, e si concluderà il 10 dicembre del 2020.

La Porta Santa sarà aperta dal cardinale Parolin
“L’ 8 dicembre ci sarà l’apertura della Porta Santa presieduta dal Segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin” annuncia mons. Dal Cin. Che anticipa qualche dettaglio sul programma, ancora in costruzione: “In questi giorni, si stanno vagliando una serie d’iniziative coinvolgendo sia l’Aeronautica Militare sia tutti gli altri organismi di viaggiatori aerei. Si seguiranno alcune date significative per l’Aeronautica e le varie feste dell’anno liturgico perché l’anno giubilare è innanzitutto grazia, preghiera e conversione”.

Riscoprire la devozione alla Madonna di Loreto
Il Giubileo lauretano sarà l’occasione per riscoprire la devozione alla Madonna di Loreto. Ma non solo. “Offre anche l’opportunità – dice mons. Dal Cin – per conoscere a fondo l’originalità del santuario. Che ha al suo fondamento non un’apparizione o un’immagine prodigiosa ma una casa. La Santa Casa è elemento religioso, perché è il luogo dove è nata e cresciuta Maria, dove ha abitato la Santa Famiglia. Ma è anche un elemento di forte simbolismo antropologico universale: richiama i valori, le radici, che ogni uomo porta con sé. Simbolicamente, è la grande casa del mondo intero”.

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Papa Francesco: dialogo e accoglienza per un Mediterraneo di pace fra i popoli

Posté par atempodiblog le 21 juin 2019

Papa Francesco: dialogo e accoglienza per un Mediterraneo di pace fra i popoli
Da Napoli il Papa lancia un forte appello per una teologia di accoglienza basata sul dialogo e sull’annuncio e che contribuisca a costruire una società fraterna fra i popoli del Mediterraneo, Il suo intervento ha chiuso le giornate di riflessione che si sono tenute alla Pontifica Facoltà di Teologica dell’Italia Meridionale. Dopo il suo discorso, il Papa ha fatto rientro in Vaticano
di Debora Donnini – Vatican News

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Annuncio, dialogo, discernimento, misericordia, fare “rete” fra istituzioni, università, religioni: sono i “criteri” che devono ispirare una teologia dell’accoglienza, una teologia rinnovata nel senso di una Chiesa missionaria perché gli uomini possano ascoltare “nella loro lingua” una risposta alla ricerca di vita piena. Nel tracciarne la rotta, Papa Francesco guarda soprattutto al Mediterraneo, da sempre luogo di scambi e talvolta di confitti, che “pone una serie di questioni, spesso drammatiche”. Per affrontarle serve un dialogo autentico e sincero in vista della costruzione di una “convivenza pacifica” fra persone di religioni e culture diverse, che si affacciano sulle sponde di questo “Mare del meticciato”, in particolare nel discorso si fa riferimento a Ebraismo e Islam.  Si tratta di uno spazio che si vede bene dalla collina di Posillipo dove sorge la sezione san Luigi della Pontifica Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, affidata fin dal ‘500 ai gesuiti, che ospita il convegno. Dal palco che incornicia il mare il Papa con il suo discorso a tutto campo offre in qualche modo una risposta alla domanda su come la teologia oggi possa rinnovarsi, domanda che è stata poi il tema al centro del convegno che lui è chiamato a chiudere dopo le riflessioni della mattinata: “La Teologia dopo Veritatis gaudium nel contesto del Mediterraneo. È chiaro il riferimento a questa Costituzione apostolica del 2017, che ha voluto imprimere appunto agli studi teologici ed ecclesiastici un rinnovamento nel senso di una Chiesa in uscita. Centrale, ricorda anche il Papa, è che i teologi siano uomini e donne di compassione, toccati dalle sofferenze di tanti poveri per guerre e violenze. Si tratta quindi di riprendere la strada “in compagnia di tanti naufraghi, incoraggiando le popolazioni del Mediterraneo a rifiutare ogni tentazione di riconquista e di chiusura identitaria”. E specifica che si tratta di avviare processi, non di occupare spazi.

Il sole brilla sul mare di Napoli così come gli occhi dei 650 presenti che lo seguono nel Piazzale che si affaccia sul Golfo, tra studenti, docenti anche di altri Paesi, e le cariche più alte dell’Ateneo tra cui il cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli e Gran Cancelliere della Facoltà, il Decano della Facoltà padre Pino Di Luccio, il vescovo di Nola, mons. Francesco Marino in rappresentanza dei presuli della Campania, e il gesuita padre Joaquin Barrero Diaz, assistente regionale per l’Europa del Sud. Altre 500 persone seguono i lavori del Convegno dalle aule interne attraverso monitor.

La teologia espressione di una Chiesa ospedale da campo
All’inizio del discorso il Papa ricambia il saluto del patriarca Bartolomeo che ha voluto contribuire alla riflessione con un messaggio e lancia un forte invito a “ripartire dal Vangelo della misericordia” perché la teologia nasce in mezzo ad esseri umani concreti, incontrati con lo sguardo di Dio che va in cerca di loro con amore:

Anche fare teologia è un atto di misericordia. Vorrei ripetere qui, da questa città dove non ci sono solo episodi di violenza, ma che conserva tante tradizioni e tanti esempi di santità ― oltre a un capolavoro di Caravaggio sulle opere di misericordia e la testimonianza del santo medico Giuseppe Moscati ― vorrei ripetere quanto ho scritto alla Facoltà di Teologia dell’Università Cattolica Argentina: «Anche i buoni teologi, come i buoni pastori, odorano di popolo e di strada e, con la loro riflessione, versano olio e vino sulle ferite degli uomini. La teologia sia espressione di una Chiesa che è “ospedale da campo”, che vive la sua missione di salvezza e di guarigione nel mondo!».

Dialogo e kerygma
Per rinnovare gli studi nella direzione di “una teologia dell’accoglienza” i pilastri sono il kerygma, cioè l’annuncio di Cristo morto e risorto, e un dialogo autentico, al servizio di una Chiesa che deve mettere al centro l’evangelizzazione, non l’apologetica o i manuali ma l’evangelizzazione “che non vuol dire proselitismo”. Dialogo anche come “un metodo di discernimento” e di annuncio, sottolinea Francesco esortando a praticarlo sia nella posizione dei problemi, sia nella ricerca di soluzioni, per poter contribuire allo sviluppo dei popoli con l’annuncio del Vangelo”. E’ san Francesco d’Assisi a tratteggiare come dialogo e annuncio possano avvenire, cioè vivendo da cristiani, senza liti né dispute, e annunciando come in Gesù si manifesti l’amore di Dio per tutti gli uomini. E in particolare, come già altre volte, il Papa ricorda quello che Francesco diceva ai frati sulla testimonianza: “Predicate il Vangelo; se fosse necessario anche con le parole”.

Pertanto serve docilità allo Spirito, cioè “uno stile di vita e di annuncio senza spirito di conquista, senza volontà di proselitismo e senza un intento aggressivo di confutazione”. Un dialogo con le persone e le loro culture che comprende anche la testimonianza fino al sacrificio della vita come fecero, tra gli altri, Charles de Foucauld, i monaci di Tibhirine, il vescovo di Oran Pierre Claverie. Per Papa Francesco l’orizzonte a cui la teologia deve guardare è anche quello della “nonviolenza” e, in questo senso, sono d’aiuto, le testimoniane di Martin Luther King e Lanza del Vasto e anche il Beato Giustino Russolillo e di Don Peppino Diana, il giovane parroco ucciso dalla camorra, che studiarono qui. E, a braccio, il Papa fa riferimento alla “sindrome di Babele” che non è solo non capire quello che l’altro dice ma – sottolinea – la vera “sindrome di Babele” è quella di “non ascoltare quello che l’altro dice e di credere che io so quello che l’altro pensa e l’altro che dirà. Questa è la peste”.

Dialogo con Ebraismo e Islam
Concretamente questo dialogo si intesse incoraggiando nelle facoltà teologiche e nelle università ecclesiastiche i corsi di lingua e cultura araba ed ebraica. Questo per favorire conoscenza e dialogo con Ebraismo e Islam, comprendendo radici comuni e differenze. Con i musulmani, dice, “siamo chiamati a dialogare per costruire il futuro delle nostre società e delle nostre città”, “a considerarli partner per costruire una convivenza pacifica, anche quando si verificano episodi sconvolgenti ad opera di gruppi fanatici nemici del dialogo, come la tragedia della scorsa Pasqua nello Sri Lanka”.

Ieri il cardinale di Colombo mi ha detto questo: “Dopo che ho fatto quello che dovevo fare, mi sono accorto che un gruppo di gente, cristiani, voleva andare al quartiere dei musulmani per ammazzarli. Ho invitato l’imam con me, in macchina, e ambedue siamo andati lì per convincere i cristiani che noi siamo amici, che questi sono estremisti, che non sono dei nostri”. Questo è un atteggiamento di vicinanza e di dialogo.

Con gli ebrei, per “vivere meglio la nostra relazione sul piano religioso”. Importante è poi considerare il dialogo anche come un metodo di studio, e per “leggere realisticamente” un tempo e un luogo – in questo caso il Mediterraneo all’alba del terzo millennio – come “un ponte” fra l’Europa, l’Africa e l’Asia, uno spazio dove l’assenza di pace ha prodotto squilibri regionali e mondiale e dove sarebbe importante avviare processi di riconciliazione. Come direbbe La Pira, nota il Papa, per la teologia si tratta di contribuire a costruire sul Mediterraneo una “grande tenda di pace” dove possano convivere nel rispetto reciproco i diversi figli del comune padre Abramo. Francesco ricorda anche di aver studiato al tempo della “scolastica” decadente, una teologia di tipo difensivo, apologetico, chiusa in un manuale.

Teologia in rete e con i naufraghi della storia
Si tratta anche di fare una “teologia in rete”, in collaborazione fra istituzioni civili, ecclesiali ed interreligiose, e in solidarietà con tutti i ‘naufraghi’ della storia.

Ora che il cristianesimo occidentale ha imparato da molti errori e criticità del passato, può ritornare alle sue fonti sperando di poter testimoniare la Buona Notizia ai popoli dell’oriente e dell’occidente, del nord e del sud. La teologia ― tenendo la mente e il cuore fissi sul «Dio misericordioso e pietoso» (cfr Gn 4,2) ― può aiutare la Chiesa e la società civile a riprendere la strada in compagnia di tanti naufraghi, incoraggiando le popolazioni del Mediterraneo a rifiutare ogni tentazione di riconquista e di chiusura identitaria. Ambedue nascono, si alimentano e crescono dalla paura. La teologia non si può fare in un ambiente di paura.

Un lavoro nella “rete evangelica” per discernere i segni dei tempi in contesti nuovi.

Una Pentecoste teologica
Il compito della teologia è quindi quello di sintonizzarsi con Gesù Risorto e “raggiungere le periferie”, “anche quelle del pensiero”. In questo senso i teologi devono “favorire l’incontro delle culture con le fonti della Rivelazione e della Tradizione”. “Le grandi sintesi teologiche del passato” sono miniere di sapienza teologica ma “non si possono applicare meccanicamente alle questioni attuali”:

Si tratta di farne tesoro per cercare nuove vie. Grazie a Dio, le fonti prime della teologia, cioè la Parola di Dio e lo Spirito Santo, sono inesauribili e sempre feconde; perciò si può e si deve lavorare nella direzione di una “Pentecoste teologica”, che permetta alle donne e agli uomini del nostro tempo di ascoltare “nella propria lingua” una riflessione cristiana che risponda alla loro ricerca di senso e di vita piena. Perché ciò avvenga sono indispensabili alcuni presupposti.

Centrale nel dialogo rapportato alla teologia, anche “l’ascolto consapevole” del vissuto dei popoli che si affacciano sul Mediterraneo per cogliere le vicende che collegano il passato all’oggi. In particolare di come le comunità cristiane hanno, anche recentemente, incarnato la fede in contesti di conflitto e di minoranza. Per generare speranza servono “narrazioni” condivise, in cui sia possibile riconoscersi. Così si forma la realtà multi culturale e pluri-religiosa di questo spazio. In questo senso è quindi importante ascoltare le persone, i grandi testi delle religioni monoteistiche e soprattutto i giovani. E come Gesù ha annunciato il regno di Dio dialogando con ogni tipo di persona del Giudaismo, così nel discorso si ricorda che l’approfondimento del kerygma si fa con l’esperienza del dialogo. Nel dialogo sempre si guadagna mentre nel monologo si perde tutti, rimarca.

I teologi della compassione
Per una teologia dell’accoglienza, sottolinea poi il Papa, servono teologi che sappiano lavorare insieme e in forma interdisciplinare, con profondo radicamento ecclesiale e, al tempo stesso, “aperti alle inesauribili novità dello Spirito”, teologi che sfuggano alle logiche competitive e accecanti che “spesso esistono anche nelle nostre istituzioni”, rileva Francesco. Ma soprattutto il Papa li esorta alla compassione attinta dal Cuore di Cristo per non essere inghiottiti nella condizione di privilegio di chi “si colloca prudentemente fuori dal mondo”, non condividendo nulla di rischioso:

In questo cammino continuo di uscita da sé e di incontro con l’altro, è importante che i teologi siano uomini e donne di compassione – sottolineo questo: che siano uomini e donne di compassione – toccati dalla vita oppressa di molti, dalle schiavitù di oggi, dalle piaghe sociali, dalle violenze, dalle guerre e dalle enormi ingiustizie subite da tanti poveri che vivono sulle sponde di questo “mare comune”. Senza comunione e senza compassione, costantemente alimentate dalla preghiera – questo è importante; soltanto si può fare teologia in ginocchio -, la teologia non solo perde l’anima, ma perde l’intelligenza e la capacità di interpretare cristianamente la realtà.

Quindi, si fa riferimento alle complesse vicende di “atteggiamenti aggressivi e guerreschi”, di “prassi coloniali” di “giustificazioni di guerre” e “persecuzioni compiute in nome di una religione o di una pretesa purezza razziale o dottrinale”. “Queste persecuzioni anche noi le abbiamo fatte”, aggiunge a braccio richiamandosi alla Chanson de Roland, quando “dopo aver vinto questa battaglia i musulmani erano in fila”, “davanti alla vasca del battesimo” e “c’era uno con la spada, lì”. E li facevano scegliere: “o il battesimo o la morte. Noi lo abbiamo fatto questo”.  Il metodo del dialogo, guidato dalla misericordia, può arricchire una rilettura interdisciplinare di questa dolorosa storia facendo emergere anche “per contrasto, le profezie di pace che lo Spirito non ha mai mancato di suscitare”.

Ricordando, poi, l’importanza di reinterrogare la tradizione, a patto però che sia riletta con una sincera volontà di purificazione della memoria, il Papa ricorda che è una radice che dà vita, non un museo. La tradizione per crescere è come la radice per l’albero.

E’ poi necessaria una “libertà teologica” perché senza la possibilità di sperimentare strade nuove, non si lascia spazio alla novità dello Spirito del Risorto. Sulla libertà di riflessione teologica, Francesco sottolinea che gli studiosi, sono chiamati ad “andare avanti con libertà”, “poi in ultima istanza sarà il magistero a dire qualcosa”, e si raccomanda nella predicazione a “non ferire la fede del Popolo di Dio con questioni disputate. Le questioni disputate soltanto fra i teologi”. Al Popolo di Dio va data infatti sostanza che alimenti la fede e che non la relativizzi.

Servono anche strutture flessibili e leggere, che manifestino la priorità dell’accoglienza. Dagli statuti all’ordinamento degli studi fino agli orari: “tutto deve essere orientato” a “favorire il più possibile la partecipazione di color che desiderano studiare teologia”, oltre ai seminaristi e ai religiosi, anche i laici e le donne, rileva Francesco sottolineando il contributo “indispensabile” che le donne stanno e possono dare alla teologia e quindi bisogna sostenerne la partecipazione come si fa in questa Facoltà.

Sogno Facoltà teologiche dove si viva la convivialità delle differenze, dove pratichi una teologia del dialogo e dell’accoglienza; dove si sperimenti il modello del poliedro del sapere teologico in luogo di una sfera statica e disincarnata. Dove la ricerca teologica sia in grado di promuovere un impegnativo ma avvincente processo di inculturazione.

In conclusione, il Papa aggiunge fra i “criteri” anche “la capacità di essere al limite, per andare avanti” e rilancia il suo appello a fare del Mediterraneo luogo dell’accoglienza praticata con il dialogo e la misericordia di cui – ricorda – questa Facoltà teologica è esempio. Il Santo Padre “è stato felice di poter partecipare al Convegno”, ha fatto sapere al termine il direttore ad interim della Sala Stampa vaticana, Alessandro Gisotti, spiegando che “concluso il Convegno, che era la finalità della visita a Napoli, il Papa non si intrattiene per il pranzo, ma fa ritorno a Roma”.

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Papa Francesco: udienza, appello per “un minuto per la pace” l’8 giugno alle 13

Posté par atempodiblog le 8 juin 2019

Papa Francesco: udienza, appello per “un minuto per la pace” l’8 giugno alle 13
dell’Agenzia SIR

Papa Francesco: udienza, appello per “un minuto per la pace” l’8 giugno alle 13 dans Articoli di Giornali e News Papa-Francesco

“Dedicare ‘un minuto per la pace’ – di preghiera, per i credenti; di riflessione, per chi non crede -: tutti insieme per un mondo più fraterno”. È l’invito rivolto dal Papa, durante i saluti ai fedeli di lingua italiana, che come di consueto concludono l’udienza del mercoledì. Francesco ha lanciato il suo appello ricordando che “sabato prossimo, 8 giugno, ricorrerà il quinto anniversario dell’incontro, qui in Vaticano, dei Presidenti di Israele e di Palestina con me e il Patriarca Bartolomeo”.

“Alle ore 13 – ha proseguito – siamo invitati a dedicare ‘un minuto per la pace’ – di preghiera, per i credenti; di riflessione, per chi non crede -: tutti insieme per un mondo più fraterno. Grazie all’Azione Cattolica internazionale che promuove questa iniziativa”. Tra i fedeli italiani, il Santo Padre ha salutato la delegazione del Pellegrinaggio a piedi da Macerata a Loreto e l’Associazione professionale Polizia locale d’Italia, presente in piazza con una delegazione di oltre 200 persone.

Nel saluto finale ai giovani, agli anziani, agli ammalati e agli sposi novelli, il Papa ha ricordato la solennità della Pentecoste, che celebreremo domenica prossima: “Il Signore vi trovi tutti pronti ad accogliere l’abbondante effusione dello Spirito Santo. La grazia dei suoi doni infondi in voi nuova vitalità alla fede, rinvigorisca la speranza e dia forza operativa alla carità”. E alla festività di Pentecoste Francesco si è rivolto anche durante i saluti agli altri gruppi linguistici. “Apriamo le nostre menti e i nostri cuori all’azione dello Spirito Santo in noi, affinché ci santifichi e ci faccia testimoni di Cristo davanti al mondo, in cui viviamo”, l’invito rivolto ai fedeli polacchi.

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Il Papa: vita umana inviolabile, no a diagnosi prenatale per abortire

Posté par atempodiblog le 25 mai 2019

Il Papa: vita umana inviolabile, no a diagnosi prenatale per abortire
Ricevendo i partecipanti al convegno “Yes to life! Prendersi cura del prezioso dono della vita nella fragilità”, Francesco esorta ad accompagnare le famiglie sia nell’elaborazione del lutto di un bambino che nella cura di un figlio malato. “Uno sforzo – spiega – volto a portare a compimento l’amore di una famiglia”
di Benedetta Capelli – Vatican News

Il Papa: vita umana inviolabile, no a diagnosi prenatale per abortire dans Aborto Papa-Francesco

“Nessun essere umano può essere incompatibile con la vita”. Le parole del Papa non lasciano dubbi e portano consolazione a chi ha scelto di accogliere la debolezza di un bimbo o semplicemente di accompagnarlo in pochi istanti di vita. Nell’udienza ai partecipanti al convegno “Yes to life! Prendersi cura del prezioso dono della vita nella fragilità”, organizzato dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita e dalla Fondazione “Il Cuore in una Goccia”, Francesco ricorda che ogni bimbo cambia la storia della famiglia in cui nasce, che le tecniche di diagnosi prenatale spesso fanno emergere patologie che possono anche essere curate nel grembo materno. L’invito del Pontefice è poi di diffondere un approccio scientifico e pastorale di accompagnamento, un’esortazione ai medici perché si facciano carico delle vite altrui. “L’aborto – afferma – non è mai la risposta” che si cerca.

Ogni bambino è un dono
La cultura dello scarto impone l’idea che i bimbi fragili siano incompatibili con la vita, “condannati a morte”. Non può essere così per la madre che, spiega Francesco, vive “un senso di mistero profondo” appena si scopre in gravidanza. E’ l’inizio di un dialogo reale, intenso che cresce da una parte e dall’altra: il bimbo diventa figlio “muovendo la donna con tutto il suo essere a protendersi verso di lui”.

Ma nessun essere umano può essere mai incompatibile con la vita, né per la sua età, né per le sue condizioni di salute, né per la qualità della sua esistenza. Ogni bambino che si annuncia nel grembo di una donna è un dono, che cambia la storia di una famiglia: di un padre e di una madre, dei nonni e dei fratellini. E questo bimbo ha bisogno di essere accolto, amato e curato. Sempre!

Il grido silenzioso delle famiglie
Il Papa si fa voce delle paure, delle angosce che agitano i cuori delle madri e dei padri dinanzi ad una diagnosi di malattia dei figli, ma ricorda che ci sono delle strade da percorrere per i “piccoli pazienti” e per scongiurare “l’aborto volontario e l’abbandono assistenziale alla nascita di tanti bambini con gravi patologie”. Ci sono “interventi farmacologici, chirurgici e assistenziali straordinari” – spiega Francesco – “le terapie fetali” e “gli Hospice Perinatali” che ottengono risultati sorprendenti, fornendo supporto alle famiglie.

Oggi, le moderne tecniche di diagnosi prenatale sono in grado di scoprire fin dalle prime settimane la presenza di malformazioni e patologie, che a volte possono mettere in serio pericolo la vita del bambino e la serenità della donna. Il solo sospetto della patologia, ma ancor più la certezza della malattia, cambiano il vissuto della gravidanza, gettando le donne e le coppie in uno sconforto profondo. Il senso di solitudine, di impotenza, e la paura della sofferenza del bambino e della famiglia intera emergono come un grido silenzioso, un richiamo di aiuto nel buio di una malattia, della quale nessuno sa predire l’esito certo.

I medici, alleati della vita
Chiaro l’invito di Francesco ai medici perché non solo abbiano come obiettivo la guarigione, ma anche “il valore sacro della vita” e perché siano sostegno per chi è nella difficoltà e nel dolore. Parla del “confort care perinatale”, una modalità di cura che umanizza la medicina, “perché muove ad una relazione responsabile con il bambino malato, che viene accompagnato dagli operatori e dalla sua famiglia in un percorso assistenziale integrato, che non lo abbandona mai, facendogli sentire calore umano e amore”.

La professione medica è una missione, una vocazione alla vita, ed è importante che i medici siano consapevoli di essere essi stessi un dono per le famiglie che vengono loro affidate: medici capaci di entrare in relazione, di farsi carico delle vite altrui, proattivi di fronte al dolore, capaci di tranquillizzare, di impegnarsi a trovare sempre soluzioni rispettose della dignità di ogni vita umana.

Curare per dare compimento all’amore
La cura non è “inutile impiego di risorse” né ulteriore sofferenza per i genitori ma, sottolinea il Papa, il compimento dell’amore della famiglia.

Prendersi cura di questi bambini aiuta, infatti, i genitori ad elaborare il lutto e a concepirlo non solo come perdita, ma come tappa di un cammino percorso insieme. Quel bambino resterà nella loro vita per sempre. Ed essi lo avranno potuto amare. Tante volte, quelle poche ore in cui una mamma può cullare il suo bambino, lasciano una traccia nel cuore di quella donna, che non lo dimentica mai. E lei si sente – permettetemi la parola – realizzata. Si sente mamma.

L’aborto non è la risposta
Non si può abortire un figlio in condizioni di fragilità come “pratica di prevenzione”. “L’aborto – dice il Papa – non è mai la risposta che le donne e le famiglie cercano. Piuttosto sono la paura della malattia e la solitudine a far esitare i genitori”. Forte l’accento del Pontefice sull’aborto che non è una questione di fede ma umana.

Ma l’insegnamento della Chiesa su questo punto è chiaro: la vita umana è sacra e inviolabile e l’utilizzo della diagnosi prenatale per finalità selettive va scoraggiato con forza, perché espressione di una disumana mentalità eugenetica, che sottrae alle famiglie la possibilità di accogliere, abbracciare e amare i loro bambini più deboli. Delle volte noi sentiamo: “Eh, voi cattolici non accettate l’aborto, è il problema della vostra fede”. No: è un problema pre-religioso. Pre. La fede non c’entra. Poi viene, ma non c’entra: è un problema umano. È un problema pre-religioso. Non carichiamo sulla fede una cosa che non le compete dall’inizio. È un problema umano. Soltanto due frasi ci aiuteranno a capire bene questo: due domande. Prima domanda: è lecito far fuori una vita umana per risolvere un problema? Seconda domanda: è lecito affittare un sicario per risolvere un problema? A voi la risposta. Questo è il punto. Non andare sul religioso su una cosa che riguarda l’umano, eh? Non è lecito. Mai, mai, fare fuori una vita umana né affittare un sicario per risolvere un problema.

Reti d’amore
La raccomandazione del Pontefice è anche quella di fornire “azioni pastorali più incisive” per sostenere coloro che accolgono dei figli malati. ”Bisogna creare spazi, luoghi e reti d’amore ai quali le coppie si possano rivolgere, come pure dedicare tempo all’accompagnamento di queste famiglie”.

Grazie, in particolare, a voi famiglie, mamme e papà, che avete accolto la vita fragile – la parola fragilità sottolineata, eh? – perché le mamme, e anche le donne, sono specialista in fragilità: accogliere la vita fragile e che ora siete di sostegno e aiuto per altre famiglie. La vostra testimonianza d’amore è un dono per il mondo.

Le meraviglie della vita
Il pianto dei bimbi in Chiesa è lode a Dio. E’ il concetto che il Papa sottolinea nel corso dell’udienza quando, a braccio, parla del lamento di un piccolo. “Questa – afferma – è una musica che tutti noi dobbiamo ascoltare… Mai, mai, cacciare via un bambino perché piange”.

Toccante poi la storia raccontata dal Papa riguardante una ragazzina down di 15 anni che i genitori volevano far abortire. Francesco racconta della determinazione di un giudice a saperne di più:

Il giudice, un uomo retto sul serio, ha studiato la cosa e ha detto: “Sì, io voglio interrogare la bambina”. “Ma è down, non capisce…”. “No no, che venga”. È andata la ragazzina quindicenne, si è seduta lì, ha incominciato a parlare con il giudice e gli ha detto:
“Ma tu sai cosa ti succede?”;
“Sì, sono malata…”;
“Ah, e com’è la tua malattia?”;
“Eh, mi hanno detto che ho dentro un animale che mi mangia lo stomaco, e per questo devono fare un intervento”;
“No… tu non hai un verme che ti mangia lo stomaco. Tu sai cos’hai lì? Un bambino!”;
E la ragazza down ha fatto: “Ohhh, che bello!”: così.
Con questo solo, il giudice non ha autorizzato l’aborto. La mamma lo vuole. Sono passati gli anni. È nata una bambina. Ha studiato, è cresciuta, è diventata avvocato. Quella bambina, dal momento che ha capito la sua storia perché gliel’hanno raccontata, ogni giorno di compleanno chiamava il giudice per ringraziarlo per il dono della nascita. Le cose della vita. Questa bambina… Il giudice è morto e adesso lei è diventata promotore di giustizia. Ma guarda che cosa bella!
L’aborto non è mai questa risposta che le donne e le famiglie cercano.

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Il Papa: il calcio resti un gioco, per far bene anche a testa e cuore

Posté par atempodiblog le 25 mai 2019

Il Papa: il calcio resti un gioco, per far bene anche a testa e cuore
Papa Francesco incontra in aula Paolo VI 5mila studenti di Lazio e Abruzzo, insieme a molti campioni e allenatori di calcio, riuniti nell’evento “il calcio che amiamo”. Il pallone, spiega, dev’essere un mezzo per condividere amicizie e mettersi alla prova, in quello che, “ma è opinione personale”, è il gioco più bello del mondo
di Alessandro Di Bussolo – Vatican News

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Il calcio è un gioco di squadra che va vissuto come un mezzo “per invitare le persone reali a condividere l’amicizia, a ritrovarsi in uno spazio, a guardarsi in faccia, a sfidarsi per mettere alla prova le proprie abilità”. Così può davvero “far bene anche alla testa e al cuore” in una società che esaspera “la centralità del proprio io, quasi come un principio assoluto”. Papa Francesco parla così del “gioco più bello del mondo”, a 5mila ragazzi protagonisti dell’evento “il calcio che amiamo”, organizzato fin dalla mattina, in aula Paolo VI, dalla Gazzetta dello Sport, in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, la Federazione Italiana Giuoco Calcio e la Lega di Serie A.

Tanti campioni e allenatori, da Eto’o a Mancini
Un momento di festa per cinquemila studenti di Roma, Lazio e Abruzzo, dalle primarie fino alle superiori, invitati a riflettere sul calcio come divertimento, educazione e inclusione, aiutati da campioni come Samuel Eto’o, ex stella camerunese dell’Inter, gli allenatori Arrigo Sacchi e Roberto Mancini, attuale commissario tecnico della Nazionale Italiana, il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti, il presidente della Figc Gabriele Gravina, il presidente della Lega Serie A Gaetano Miccichè, il presidente del Coni Giovanni Malagò, il vicepresidente dell’Inter Javier Zanetti, l’attuale allenatore del Camerun Clarence Seedorf, il tecnico della Roma Claudio Ranieri, l’ambasciatore del Milan Franco Baresi, il dirigente delle giovanili Juve Gianluca Pessotto, la leggenda del calcio femminile italiano Carolina Morace, il capitano della nazionale italiana amputati Francesco Messori. Per salutare il Papa interviene Urbano Cairo, presidente di Rcs MediaGroup.

Dietro a una palla che rotola, i sogni di un ragazzo
E Francesco inizia a parlare ai ragazzi e ai campioni con un sorriso, ricordando “quando ho sentito quell’ohhh (la ola fatta al suo arrivo, n.d.r.) come se io avessi segnato”, e poi facendo memoria di quello che san Giovanni Bosco, l’inventore degli oratori, amava ripetere ai suoi educatori: “Volete i ragazzi? Buttate in aria un pallone e prima che tocchi terra vedrete quanti si saranno avvicinati!”.

Dietro a una palla che rotola c’è quasi sempre un ragazzo con i suoi sogni e le sue aspirazioni, il suo corpo e la sua anima. In un’attività sportiva non sono coinvolti solo i muscoli ma l’intera personalità di un ragazzo, in tutte le sue dimensioni, anche quelle più profonde. Infatti, di qualcuno che si sta impegnando molto, si dice: “sta dando l’anima”.

Lo sport: dare il meglio di sé, ma non da soli
“Lo sport – prosegue il Pontefice – è una grande occasione per imparare a dare il meglio di sé, con sacrificio e impegno, ma soprattutto non da soli”. Oggi, grazie anche alle nuove tecnologie, chiarisce Papa Francesco, “è facile isolarsi, creare legami virtuali con tanti ma a distanza”. Il bello di giocare con un pallone, invece, “è di poterlo fare insieme ad altri, passandoselo in mezzo a un campo, imparando a costruire azioni di gioco, affiatandosi come squadra”.

Cari amici: il calcio è un gioco di squadra, non ci si può divertire da soli! E se è vissuto così, può davvero far bene anche alla testa e al cuore in una società che esaspera il soggettivismo, cioè la centralità del proprio io, quasi come un principio assoluto.

Il calcio è ancora il gioco più bello del mondo?
Se tanti, continua Francesco, definiscono il calcio “il gioco più bello del mondo”, e “lo penso io stesso, ma è un’opinione personale”, spesso purtroppo si sente anche dire: “il calcio non è più un gioco!”. Perché, spiega il Papa, anche nel calcio giovanile “assistiamo a fenomeni che macchiano la sua bellezza”. “Ad esempio – sottolinea – si vedono certi genitori che si trasformano in tifosi ultras, o in manager, in allenatori”. Anche la Federazione italiana, ricorda il Pontefice , si chiama “Federazione Italiana Gioco Calcio”. Ma a volte la parola “gioco” viene dimenticata, e magari sostituita “con altre meno coerenti, se non del tutto contrarie alle finalità”. “Invece – scandisce Papa Francesco – è un gioco e tale deve rimanere! Non dimenticate questo: il calcio è un gioco”.

Rappresentanza-giovanili-del-Torino-in-Vaticano dans Fede, morale e teologia
Una rappresentanza del settore giovanile del Torino in Vaticano per l’evento “Il calcio che amiamo”

Il diritto di ogni ragazzo a non essere un campione
“Giocare rende felici” perché “si può esprimere la propria libertà, si gareggia in modo divertente”, si rincorre un sogno “senza, però, diventare per forza un campione”. E’ sancito dalla Carta dei Diritti dei Ragazzi allo sport, ricorda Francesco, il diritto di ogni ragazzo di “non essere un campione”.

Cari genitori, vi esorto a trasmettere ai vostri figli questa mentalità: il gioco, la gratuità, la socialità… A incoraggiarli nei momenti difficili, specialmente dopo una sconfitta… E ad aiutarli a capire che la panchina non è un’umiliazione, ma un’occasione per crescere e un’opportunità per qualcun altro. Che abbiano sempre il gusto di dare il massimo, perché al di là della partita c’è la vita che li aspetta.

Genitori alleati degli allenatori per l’educazione
Il Papa invita i genitori “a cercare alleanza con la società sportiva dei vostri figli, soprattutto con gli allenatori”, perché “allenare è una sorta di accompagnamento, come un guidare verso un di più e un meglio”. E voi allenatori, aggiunge il Pontefice “vi trovate ad essere dei punti di riferimento autorevoli per i ragazzi che allenate: con voi passano tanto tempo, in un’attività che a loro piace e li gratifica” “Tutto ciò che dite e fate, il modo in cui lo dite e lo fate – chiarisce Papa Francesco – diventa insegnamento per i vostri atleti, cioè lascerà un segno indelebile nella loro vita, in bene o in male”.

Vi chiedo di non trasformare i sogni dei vostri ragazzi in facili illusioni destinate a scontrarsi presto con i limiti della realtà; a non opprimere la loro vita con forme di ricatto che bloccano la loro libertà e fantasia; a non insegnare scorciatoie che portano solo a perdersi nel labirinto della vita. Possiate invece essere sempre complici del sorriso dei vostri atleti!

Campioni: incoraggiate i giovani a diventare “grandi nella vita”
Infine Francesco si rivolge ai grandi campioni del calcio, “a cui si ispirano questi giovani atleti”. Non dimenticate da dove siete partiti, dice il Papa “quel campo di periferia, quell’oratorio, quella piccola società”. Vi auguro “di sentire sempre la gratitudine per la vostra storia fatta di sacrifici, di vittorie e sconfitte”.

E di sentire anche la responsabilità educativa, da attuare attraverso una coerenza di vita e la solidarietà con i più deboli, per incoraggiare i più giovani a diventare grandi dentro, e magari anche campioni nella vita. Grandi nella vita: questa è la vittoria di noi tutti, è la vostra vittoria che giocate a calcio. E ai dirigenti: per favore, custodite sempre la amatorialità, che è una mistica… è una mistica. Che non finisca la bellezza del calcio in un do ut des dei negozi finanziari.

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È Beata Maria Guadalupe Ortiz, esempio di santità “semplice”

Posté par atempodiblog le 18 mai 2019

È Beata Maria Guadalupe Ortiz, esempio di santità “semplice”
Insegnante di chimica e missionaria in Messico dopo l’incontro folgorante con San Josemaría Escrivà, la nuova Beata è la prima laica dell’Opus Dei a salire agli onori degli altari a Madrid. Alla cerimonia, in rappresentanza del Papa, il Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, card. Angelo Becciu
di Roberta Barbi – Vatican News

Card. Becciu: Beata M. Guadalupe, luce del mondo come vuole Gesù dans Articoli di Giornali e News Beatificazione-di-M-Guadalupe

Una santità semplice, raggiunta con il sudore dell’operosità, con la soddisfazione della fatica e con un sorriso da sfoggiare sempre, anche durante la malattia. Questa era Maria Guadalupe Ortiz de Landazuri, la nuova Beata che fin da giovanissima decise di vivere mettendo Gesù al centro del suo mondo, perché “non si è cristiani con l’orologio in mano”, come ricorda il card. Angelo Becciu, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi: “Essere cristiani non si limita ai momenti che passiamo in chiesa – ammonisce – lì ti raccogli in preghiera e sperimenti quell’unione con Dio che vivi poi tutto il resto della giornata”.

San Josemaría, il secondo padre
Educata alla fede, fin da piccola Maria Guadalupe si dimostra una buona cristiana, piena di forza d’animo e coraggio, ereditati dal padre militare. Ma la santità è un’altra cosa. Rimasta orfana presto, nel 1944 incontra Josemaría Escrivà e si sente “toccata dalla fede”. L’incontro con lui le cambia la vita: inizia a frequentare il primo centro femminile dell’Opus Dei dove scopre di poter amare e glorificare Dio nell’ordinario, con il lavoro quotidiano. Dopo pochi anni lui si fida a tal punto da inviarla come missionaria in Messico a costruire una nuova casa e a portare il messaggio dell’Opera tra quelle popolazioni. Le viene affidato un terreno pieno di rovi dove sorgeva un vecchio zuccherificio; chiunque sarebbe scappato a gambe levate, ma lei si rimbocca le maniche e in poco tempo riesce a farlo fiorire, non solo letteralmente. Con il fondatore, poi, il rapporto epistolare è fitto e profondo, le lettere tra i due sono oltre 300: “L’ultima lettera è di qualche giorno prima che lui morisse – ricorda il porporato – quando c’è questo rapporto così bello e spirituale, le lettere sono necessarie, perché un’anima ha bisogno di esprimersi, di confidarsi. Lei ogni tanto racconta che il padre le aveva raccomandato di fare meglio qualche cosa, in maniera molto caritatevole, la sentiva come una spinta necessaria”.

18 maggio: una data da ricordare
È singolare la ricorrenza di questa data nella vita di Maria Guadalupe. Il 18 maggio 1923, all’età di sette anni, si accosta per la prima volta alla Prima Comunione. Per lei bambina è un’esperienza fortissima. Esattamente 20 anni dopo, il 18 maggio 1944, va a vivere in un centro dell’Opus Dei: la scelta della sua vita è chiara, ma tanta strada ha ancora da fare. All’epoca insegnava chimica in un liceo di Madrid. Lei stessa, allora, annotò nel suo diario questa curiosa coincidenza di date. Tre anni dopo, il 18 maggio 1947, fa l’incorporazione definitiva nell’Opera e inizia a occuparsi a tempo pieno della formazione della donna, viaggiando continuamente. Ancora un 18 maggio, ma del 1950, circa un paio di mesi dopo il suo arrivo in quel Paese, viene celebrata la prima Messa nella nuova casa dell’Opera a Città del Messico, che Maria Guadalupe era stata mandata a fondare. Si trattava di una residenza per studentesse universitarie. E oggi, il 18 maggio 2019, la sua cerimonia di Beatificazione.

Un rapporto particolare con la morte
La vita non risparmia nulla a Maria Guadalupe che a 20 anni sa già bene che cos’è la morte di una persona cara, per averla vissuta da vicino. Suo padre, militare, all’inizio della guerra civile spagnola, viene condannato alla fucilazione. Lei ha occasione di passare del tempo con lui prima dell’esecuzione della condanna, gli dona serenità, lo prepara, in qualche modo, al passaggio necessario per giungere all’incontro con Dio. È un momento di maturazione per entrambi, tant’è vero che lei riuscirà poi addirittura a perdonare gli assassini di suo padre, come solo i Santi sanno fare. Vivrà un nuovo strappo nel cuore quando, nel 1975, anche il suo secondo padre, il futuro San Josemaría Escrivà, muore, ma lei, già molto malata, lo seguirà neppure un mese dopo con una serenità incredibile. “I Santi hanno questa serenità perché durante la vita hanno creato un rapporto bello, vero, confidenziale con Dio, lo hanno sentito vicino ogni giorno di più – conclude il card. Becciu – è allora che la morte viene vissuta per quello che è: un mistero, un passaggio che ci conduce all’incontro con Colui che tutta la vita abbiamo amato e che ci ha amato. Allora non possiamo che imparare dai Santi a stare sereni, anche nella morte”.

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Le lingue di freddo che portano aria artica: «Così cambia il clima»

Posté par atempodiblog le 15 mai 2019

Sannino (Enea): «Intanto in Siberia hanno 30 gradi» 
Le lingue di freddo che portano aria artica: «Così cambia il clima»
La peculiarità di maggio è che si trova a metà della primavera. «Per sua natura — spiega il climatologo — può presentare temperature ora più vicine a quelle invernali ora a quelle estive. Non c’è nulla di strano. La vera anomalia in questo momento è a Est, in Siberia con 30 gradi. Lì senza ombra di dubbio le medie sono superiori anche di 20 gradi a quelle solite». Ma anche in Italia non si sta scherzando. Le temperatura hanno subito forti oscillazioni in pochi giorni. E gli esperti parlano di «lingue di freddo», di fenomeni nuovi e inconsueti.
di Agostino Gramigna – Corriere della Sera
Tratto da: Radio Maria

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Neve anche a basse quote, piogge e temporali, venti violentissimi, aria fredda, sbalzo di temperature anche di decine di gradi. Un maggio freddo e bizzarro come non mai in Italia. Che succede? «Intanto è bene non confondere clima e meteo». Gianmaria Sannino, climatologo dell’Enea, inizia così a spiegare le apparenti stranezze del clima di questo periodo: «Se mi baso solo sul meteo, cioé apro la finestra e traggo conclusioni sulla base di quello che vedo e percepisco, allora il tempo di queste prime due settimane mi sembrerà molto ma molto bizzarro. In realtà per comprendere se siamo di fronte a vere anomali climatiche occorre aspettare. C’è bisogno di dati e di un periodo molto più lungo».

Sannino studia i cambiamenti climatici. Ama parlare con dati e solo su basi scientifiche. Ma anche lui è rimasto sorpreso dal maltempo e dalle ondate di freddo di questa fase della primavera. Come si fa a non pensare che qualcosa di anomalo è ormai in atto? «Anche io — ammette — sono rimasto spiazzato. Tanto che mi sono messo a spulciare i dati. Ma per capire le dinamiche reali del clima occorre aspettare fine mese. Solo allora si potranno avere le medie e fare confronti con quelle degli ultimi 30-40 anni».

La «trottola» artica
La peculiarità di maggio è che si trova a metà della primavera. «Per sua natura — spiega il climatologo — può presentare temperature ora più vicine a quelle invernali ora a quelle estive. Non c’è nulla di strano. La vera anomalia in questo momento è a Est, in Siberia con 30 gradi. Lì senza ombra di dubbio le medie sono superiori anche di 20 gradi a quelle solite». Ma anche in Italia non si sta scherzando. Le temperatura hanno subito forti oscillazioni in pochi giorni. E gli esperti parlano di «lingue di freddo», di fenomeni nuovi e inconsueti.

«Esatto. Ma questo rientra nella narrazione che stavo facendo. Bisogna capire qual è l’impatto dei cambiamenti climatici globali. Le lingue di freddo hanno a che fare con l’aria fredda artica. Che viene spinta in direzione delle regioni meridionali». E cosa crea questa spinta verso il meridione? «L’aria freddissima artica ha una velocità. Se rallenta il suo movimento crea della anse in cui l’aria precipita. Immaginiamo una trottola. Se gira a velocità costante sta in una certa posizione; se rallenta il suo movimento, sbanda e si sposta. Ecco, questo avviene con l’aria artica. Si formano delle vere e proprie anse che hanno come dei cedimenti e prendono delle direzioni. La lentezza del movimento porta poi quest’aria fredda a stagnare per diversi giorni. Quando va via ritornano le temperature primaverili del periodo. E s’impennano con effetti dirompenti. Questo sicuramente è un effetto dei cambiamenti climatici. Abbiamo avuto un fenomeno del genere negli Usa a gennaio. Un freddo estremo»

Scienza e percezione
La spiegazione del climatologo si arricchisce di un altro dato: la percezione del clima influenzata dalla memoria. «Le persone comuni non sono dei computer, non fanno comparazioni di dati. Al massimo possono fare un confronto con il maggio precedente. In questo caso non c’è dubbio che ricorderanno un periodo molto più caldo di quello attuale». Ma la scienza ragiona sui dati: «Tre anni fa — conclude Sannino — ero in Sicilia il 15 di agosto. C’erano 15 gradi e per un paio di giorni è caduta pioggia tutto il giorno. Ma subito dopo è ritornata l’estate. Un fenomeno normalissimo. Tuttavia se il freddo dovesse permanere anche nelle prossime due settimane, bé forse allora si potrebbe parlare di anomalia».

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Medjugorje, la fede mariana e la decisione del Pastore

Posté par atempodiblog le 13 mai 2019

Medjugorje, la fede mariana e la decisione del Pastore
L’autorizzazione dei pellegrinaggi è un segno di riconoscimento del bene che accade nella parrocchia-santuario, dove tante persone si riavvicinano ai sacramenti
di Andrea Tornielli – Vatican News

Medjugorje, la fede mariana e la decisione del Pastore dans Andrea Tornielli Pellegrini-a-Medjugorje

Per comprendere le ragioni e il significato profondo della decisione di autorizzare i pellegrinaggi a Medjugorje da parte di Francesco è utile rileggere alcuni passi dell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, il documento che traccia la rotta del suo pontificato. Il Papa in quel testo ricordava che «nella pietà popolare si può cogliere la modalità in cui la fede ricevuta si è incarnata in una cultura e continua a trasmettersi». E ricordava pure, citando le parole del documento finale della conferenza dei vescovi latinoamericani ad Aparecida, che «il camminare insieme verso i santuari e il partecipare ad altre manifestazioni della pietà popolare, portando con sé anche i figli o invitando altre persone, è in sé stesso un atto di evangelizzazione». «Non coartiamo né pretendiamo di controllare questa forza missionaria!», concludeva il Pontefice.

È un dato di fatto che milioni di pellegrini in questi anni abbiano vissuto una significativa esperienza di fede recandosi a Medjugorje: lo attestano le lunghe file ai confessionali e le adorazioni eucaristiche serali nella grande chiesa parrocchiale senza un metro quadrato libero da fedeli inginocchiati.
«Credo» che «a Medjugorje ci sia la grazia. Non si può negare. C’è gente che si converte», aveva detto il Papa dialogando nel 2013 con padre Alexandre Awi Mello mariologo e oggi segretario del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita. In quella intervista, trasformata in un libro (È mia madre. Incontri con Maria, edizioni Città Nuova), Francesco metteva certo in guardia dal protagonismo dei veggenti e dal moltiplicarsi di messaggi e segreti. Ma senza mai disconoscere i frutti positivi dell’esperienza dei pellegrinaggi. Nella prefazione a quel libro, il teologo argentino Carlos María Galli aveva scritto: «Per Francesco la cosa più importante è la fede mariana del “santo popolo fedele di Dio”, che ci insegna ad amare Maria oltre la riflessione teologica. In quanto figlio e membro, come qualsiasi altro, del Popolo di Dio, Bergoglio – Francesco – partecipa del sensus fidei fidelium e si identifica con la profonda pietà mariana del popolo cristiano».

È proprio per questo che, continuando a studiare il fenomeno Medjugorje e senza che vi sia un pronunciamento sull’autenticità delle apparizioni, il Papa ha inteso prendersi cura di chi affronta i disagi del viaggio per recarsi a pregare in quel luogo. Per questo aveva voluto un suo inviato permanente, un vescovo dipendente dalla Santa Sede, incaricato proprio della cura pastorale dei pellegrini. E sempre per questo adesso stabilisce di andare oltre quanto dichiarato più vent’anni fa dalla Congregazione per la dottrina della fede, che permetteva i pellegrinaggi a Medjugorje ma solo «in maniera privata». Ora invece le diocesi e le parrocchie potranno organizzare e guidare quei pellegrinaggi espressione della pietà mariana del popolo di Dio.

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La ricorrenza. Santa Caterina da Siena, da 80 anni patrona d’Italia

Posté par atempodiblog le 29 avril 2019

La ricorrenza. Santa Caterina da Siena, da 80 anni patrona d’Italia
Lunedì 29 aprile la festa liturgica della domenicana messaggera di pace, consigliera dei Papi e fustigatrice della politica. A Siena, sua città natale, 700 bambini in piazza cantano per lei
di  Giacomo Gambassi – Avvenire

La ricorrenza. Santa Caterina da Siena, da 80 anni patrona d'Italia dans Articoli di Giornali e News Santa-Caterina

Il libro e il giglio sono le “icone” di santa Caterina da Siena. Richiamano la dottrina e la purezza, “virtù” che accompagnano la mistica toscana vissuta nel Trecento che aveva descritto Cristo come un ponte gettato tra il Paradiso e la terra. Una similitudine a cui la religiosa domenicana si affida nel Dialogo della Divina Provvidenza, capolavoro della letteratura spirituale che con l’Epistolario e la raccolta delle Preghiere ha fatto sì che venisse proclamata dottore della Chiesa il 4 ottobre 1970 per volontà di Paolo VI, sette giorni dopo Teresa d’Avila. E 80 anni fa, nel 1939, Pio XII la volle patrona d’Italia con Francesco d’Assisi perché considerata «a buon diritto il decoro e la difesa della patria e della religione».

Lunedì 29 aprile, giorno della sua morte e della sua festa liturgica, inizieranno a Siena le celebrazioni in onore di Caterina che in greco significa “donna pura”. Secondo il programma varato dal Comitato cateriniano coordinato dall’arcivescovo di Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino, Antonio Buoncristiani, il 29 aprile avrà come fulcro il Santuario a lei dedicato in Fontebranda, nella contrada dell’Oca, che incorpora l’antica dimora dei Benincasa, casa natale di Caterina. Alle 11 è prevista la prima Messa; alle 16 la narrazione teatrale “La vita di santa Caterina e di Beatrice di Pian degli Ontani”; alle 18.30 l’Eucaristia.

I festeggiamenti proseguiranno sabato 4 maggio alle 12 quando verrà deposto un omaggio floreale al monumento della «piissima vergine»; alle 21.15 si terrà in Cattedrale il concerto del coro “Guido Chigi Saracini”. Domenica 5 maggio alle 9.30 l’appuntamento è in piazza del Campo da cui partirà il corteo delle contrade che giungerà al Santuario di Santa Caterina. Qui, alle 10, nel portico dei Comuni d’Italia avverrà l’offerta dell’olio per la lampada votiva da parte della cittadina di Arcidosso in rappresentanza dei Comuni dell’arcidiocesi. Alle 11, nella Basilica di San Domenico a Siena dove si conserva la reliquia della testa, si svolgerà la Messa solenne presieduta dal cardinale Ennio Antonelli, presidente emerito del Pontificio Consiglio per la famiglia. E da lì alle 16.30 partirà la processione con la reliquia che si concluderà in piazza del Campo dove alle 17.30 sono previste la benedizione all’Italia e all’Europa e i saluti del sindaco di Siena e del rappresentante del Governo italiano, intervallati dal coro dei 700 bambini delle scuole cittadine che eseguiranno l’inno italiano, quello europeo e l’inno a santa Caterina. La sbandierata delle 17 contrade del Palio con la sfilata dei reparti militari farà calare il sipario sulla giornata.Festeggiamenti anche a Roma, dove la patrona d’Italia morì il 29 aprile 1380: nella Basilica di Santa Maria sopra Minerva, che custodisce il suo corpo, il cardinale João Braz de Aviz, prefetto della Congregazione per gli istituti di vita consacrata, presiederà lunedì alle 18 la Messa in sua memoria, mentre alle 9 è fissato un omaggio floreale al monumento della santa a Castel Sant’Angelo.

«Messaggera di pace» l’aveva definita Giovanni Paolo II che la volle compatrona d’Europa anche per quel suo continuo peregrinare nel continente che aveva l’intento di sollecitare la riforma interiore e l’unità della Chiesa assieme alla riconciliazione tra gli Stati. E sempre papa Wojtyla la chiamò «mistica della politica» per sottolineare la sua attenzione alla cosa pubblica contrassegnata anche da forti moniti. Ricordava la consacrata che il potere di governare è un «potere prestato» da Dio e invitava a essere «uomini giusti» non «passionati né per amor proprio e bene particolare, ma con bene universale fondato sulla pietra viva Cristo dolce Gesù».

In Caterina il genio femminile ha trovato un suggello che le assicurò un ruolo di primo piano nella comunità ecclesiale del tempo: infatti, ad esempio, fu chiamata dal Papa a predicare ai cardinali in Concistoro. Semianalfabeta, non andò mai a scuola; eppure sarebbe diventata una prolifica autrice di scritti dalla «sapienza infusa», dalla «lucida, profonda ed inebriante assimilazione delle verità divine e dei misteri della fede», spiegò Paolo VI proclamandola dottore della Chiesa. Benché i genitori intendessero darla in sposa già a 12 anni, Caterina Benincasa, spinta da una visione di san Domenico, entrò nel Terz’Ordine domenicano, nel ramo femminile detto delle Mantellate (per l’abito bianco e il mantello nero). Trasformò la sua stanza in una cella dedicandosi alla preghiera e alle opere di carità, soprattutto verso i poveri e i malati. Da sola imparò a leggere; poi anche a scrivere. E la stanzetta si fece cenacolo di una “bella brigata” di seguaci. Li chiamavano “Caterinati”. E, come ha sottolineato Benedetto XVI, «fu protagonista di un’intensa attività di consiglio spirituale nei confronti di ogni categoria di persone: nobili e uomini politici, artisti e gente del popolo, persone consacrate, ecclesiastici, compreso Gregorio XI che in quel periodo risiedeva ad Avignone e che Caterina esortò energicamente ed efficacemente a fare ritorno a Roma».

Al centro di un «matrimonio mistico» con Cristo che le donò un anello, ricevette le stimmate. Nella spiritualità della patrona d’Italia rientra anche il dono delle lacrime che, osservava Ratzinger, «esprimono una squisita, profonda sensibilità e la capacità di provare commozione e tenerezza». Papa Francesco aveva invitato a pregare santa Caterina da Siena al termine dell’udienza generale del 29 aprile 2015. La sua esistenza – aveva sottolineato Bergoglio – faccia comprendere a voi, cari giovani, il significato della vita vissuta per Dio; la sua fede incrollabile aiuti voi, cari ammalati, a confidare nel Signore nei momenti di sconforto; e la sua forza con i potenti indichi a voi, cari sposi novelli, i valori che veramente contano nella vita familiare».

Nella Penisola sono in programma alcune iniziative per celebrare l’80° anniversario della proclamazione di santa Caterina a patrona d’Italia. Oltre alla sua diocesi natale, quella di Città di Castello in Umbria ospiterà lunedì 29 aprile alle 18.30 una Messa solenne per la santa presieduta dal vescovo Domenico Cancian nella chiesa di San Domenico dove è custodito il corpo di un’altra domenicana, la beata Margherita. La celebrazione è stata dal convegno “Caterina una vita tra fede e impegno civile” con don Andrea Czortek (“I domenicani a Città di Castello nel Medioevo”) e suor Annalisi Bini (“Caterina da Siena: attualità di una patrona”). Intanto il movimento “Laici & Cristiani” annuncia che nel giorno della festa liturgica della santa sarà recapitato ai 950 parlamentari italiani il testo della “Preghiera per l’Italia” scritta e benedetta dalle suore di clausura domenicane. «L’iniziativa – afferma il presidente Marco Palmisano – è un invito ai nostri legislatori affinché assumano la responsabilità di fronte a Dio delle loro azioni, non tradendo mai le aspettative del popolo italiano, per un presente di pace, di lavoro e di concordia sociale». Il testo verrà accompagnato dall’immagine della mistica senese e da una locandina con i dieci Comandamenti.

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‘Cristo vive’: l’annuncio ai giovani per il bene del mondo

Posté par atempodiblog le 3 avril 2019

‘Cristo vive’: l’annuncio ai giovani per il bene del mondo
L’esortazione apostolica di papa Francesco, seguita al Sinodo dei giovani è stata diffusa oggi. Il mondo dei giovani ha dei nemici che li rendono “schiavi”: pubblicità, la bellezza come apparenza, la divisione col mondo degli adulti, una globalizzazione che “omogenizza”. L’annuncio cristiano è il modo più efficace per mettere le basi ad un rinnovamento profondo della società. Una “pastorale giovanile popolare” che accoglie ed accompagna anche chi non vive la fede.
di padre Bernardo Cervellera – AsiaNews

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L’esortazione apostolica “Cristo vive”, resa pubblica oggi da papa Francesco, a conclusione del Sinodo sui giovani dello scorso ottobre è un annuncio forte e deciso che solo in Gesù Cristo si trova la risposta alle inquietudini, alle contraddizioni e al desiderio di felicità in cui sono immersi i giovani oggi. Ed è anche affermato con chiarezza che essendo i giovani “l’adesso di Dio”, l’attenzione verso di loro è il modo più efficace per mettere le basi ad un rinnovamento profondo della società. Il lunghissimo documento (53 pagine; 299 paragrafi) spazia dalla condizione giovanile nel mondo contemporaneo al modo con cui una Chiesa “vecchia” e “chiusa” li guarda; dal valore che ha l’annuncio di Cristo, ai pericoli a cui i giovani sono sottoposti nel nostro mondo contemporaneo che li sfrutta, li condiziona, li usa, li oppone al mondo degli adulti; fino al risvegliare nella Chiesa l’accompagnamento non solo dei giovani cristiani, ma di ogni giovane, perché scopra la sua vocazione come persona nel lavoro, nel matrimonio fra uomo e donna, nell’impegno sociale, in una speciale consacrazione.

Nel testo si susseguono parti scritte come una lettera rivolta a un “tu”, a parti rivolte a tutti; sezioni piene di lirismo (come quelle sull’amore di Dio e di Cristo per la persona del giovane) ad altre più analitiche (come quelle sul discernimento).

Il cap. IV, “Il grande annuncio per tutti i giovani” mi sembra essere il più importante. Anche il papa dice che in quelle pagine vuole annunciare “la cosa più importante”, quella che “non dovrebbe mai essere taciuta”. Questa verità è l’amore di Dio, paragonato a quello di una madre, di un padre, di un innamorato, e l’amore di Cristo che dando sé stesso per noi, ci fa comprendere che “non abbiamo prezzo”. Insieme alla preghiera allo Spirito Santo, questa parte fa piazza pulita di una certa pastorale giovanile in cui si nasconde l’identità cristiana e per facilitare l’incontro coi giovani riduce e annacqua ogni proposta. Invece – ed è un altro punto molto importante – papa Francesco invita ogni giovane ad essere missionario, ad “andare e portare Cristo in ogni ambiente” (n. 177).

I capitoli 5 e 6 mostrano che il mondo dei giovani ha dei nemici che li rendono “schiavi”: è l’enfasi che nella nostra società si mette sui giovani per usarli come oggetto di desiderio nella pubblicità, nella riduzione della bellezza ad apparenza; nel coltivare una perenne adolescenza senza decisioni e responsabilità; in una globalizzazione che “omogenizza” ogni persona e non la fa essere se stessa; nell’opporre il mondo dei giovani a quello degli adulti. Da questo punto di vista si comprende che questa esortazione apostolica – e il Sinodo correlato – non sono solo un modo perché la Chiesa recuperi il mondo giovanile che sembra aver perduto, ma contribuisca a liberare i giovani da modelli falsi che annientano la capacità di “inquietudine” e di progetto per avvilirli in una filosofia da “divano”: “Non confondete la felicità con un divano e non passate tutta la vostra vita davanti a uno schermo. Non riducetevi nemmeno al triste spettacolo di un veicolo abbandonato. Non siate auto parcheggiate, lasciate piuttosto sbocciare i sogni e prendete decisioni. Rischiate, anche se sbaglierete. Non sopravvivete con l’anima anestetizzata e non guardate il mondo come se foste turisti. Fatevi sentire! Scacciate le paure che vi paralizzano, per non diventare giovani mummificati. Vivete!” (n. 143). In questo modo la fede diventa non un’opzione fra tante, ma l’opzione per risvegliare i veri frutti della giovinezza.

Un ultimo aspetto che trovo fondamentale è la proposta di una “pastorale giovanile popolare” (nn. 230-segg). In essa non si radunano solo i giovani cattolici, già introdotti nella fede, ma si raccolgono e si accompagnano giovani contraddittori, alla ricerca, “con i loro dubbi, traumi, problemi e la loro ricerca di identità, con i loro errori, storie, esperienze del peccato e tutte le loro difficoltà” (n. 234).

Infine, è importante la sottolineatura dell’orizzonte in cui far vivere il discernimento vocazionale: nella ricerca di ciò a cui mi chiama il Signore (come lavoro, nel matrimonio o nella verginità), è messa in luce sempre la dimensione sociale, il fatto che la propria felicità non è staccata dal bene per il mondo: “La tua vocazione ti orienta a tirare fuori il meglio di te stesso per la gloria di Dio e per il bene degli altri” (n. 257). Insomma, essere cristiani non è una carriera, ma è più efficace della carriera.

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Carlo Acutis. Mons. Sorrentino (Assisi): “Un vero maestro della rete del bene”

Posté par atempodiblog le 3 avril 2019

Carlo Acutis. Mons. Sorrentino (Assisi): “Un vero maestro della rete del bene”
Sabato 6 aprile il corpo del ragazzo, morto a 15 anni per una leucemia fulminante, sarà traslato nel santuario della Spogliazione di Assisi. Nell’esortazione apostolica post-sinodale, “Christus vivit”, Papa Francesco lo indica ai giovani come modello per un uso positivo dei nuovi mezzi di comunicazione. Al vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino, che ha scritto il libro “Originali non fotocopie, Carlo Acutis e Francesco d’Assisi”, chiediamo di parlarci di questi due testimoni di santità, di epoche diverse, ma accomunati dall’amore per l’Eucaristia e i poveri e dalla capacità di conquistare i cuori
di Gigliola Alfaro – Agenzia SIR

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“Essere sempre unito a Gesù, ecco il mio programma di vita. Sono contento di morire perché ho vissuto la mia vita senza sciupare neanche un minuto di essa in cose che non piacciono a Dio”. Queste alcune delle frasi più note di Carlo Acutis, il giovane venerabile morto a soli 15 anni per una leucemia fulminante, il cui corpo, sabato 6 aprile, sarà sepolto nel santuario della Spogliazione ad Assisi. Papa Francesco, nell’esortazione apostolica post-sinodale “Christus vivit”, offre ai giovani Carlo Acutis come modello per un uso positivo dei nuovi mezzi di comunicazione. Sul ragazzo e San Francesco mons. Domenico Sorrentino, vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino, ha scritto il libro “Originali non fotocopie, Carlo Acutis e Francesco d’Assisi”. A lui chiediamo di parlarci di questi due testimoni di santità.

Eccellenza, il corpo di Carlo sarà traslato dal cimitero di Assisi al santuario della Spogliazione: come mai questa scelta?
Il santuario della Spogliazione è legato al gesto del giovane Francesco che si spogliò di tutto fino alla nudità per esprimere il suo amore a Cristo e mettersi al servizio ai poveri. Per giungere a quella scelta radicale il giovane assisano non era stato solo. Il suo vescovo Guido lo aveva consigliato e guidato. Davvero una bella esperienza di accompagnamento. Proprio per questo, scrivendomi in occasione dell’erezione del nuovo santuario, Papa Francesco lo qualificò “luogo propizio per il discernimento vocazionale dei giovani”. Mi è sembrato che la presenza delle spoglie mortali di Carlo in questo santuario potesse essere di grande incoraggiamento ai giovani. Li aiuta a porsi l’interrogativo sul senso della vita e ad affrontare coraggiosamente il problema della vocazione.

San Francesco e Carlo Acutis sono due testimoni di epoche molto diverse. Cosa li accomuna?
In realtà, la distanza e la diversità tra San Francesco e Carlo sono notevoli. Non avrei immaginato nemmeno di poterli mettere a confronto, se non me lo avesse suggerito il fatto che il corpo di Carlo giunge in un luogo tanto segnato dalla presenza di Francesco. Ancor più mi ha convinto a parlarne congiuntamente un’esperienza che mi capitò l’estate scorsa a Seattle con alcuni giovani americani. Volendo presentare la bellezza di Gesù e del Vangelo, mi servii di san Francesco, ma anche di Carlo. E mi venne spontaneo cercare il “filo” che li univa. Ricordo l’interesse di quei giovani. È vero, le diversità tra i due sono tante. Ma c’è anche tanto che li accomuna. Li unisce certamente l’amore per l’Eucaristia.

Francesco si estasiava di fronte al mistero del Figlio di Dio che ogni giorno – com’egli diceva – scende dal suo “trono regale” sui nostri poveri altari. Il giovane Carlo faceva di tutto per non mancare alla messa e all’adorazione quotidiana. Ideò una mostra sui “miracoli eucaristici”. Diceva dell’Eucaristia che era la sua “autostrada per il cielo”. Altro elemento è l’amore per i poveri: se Francesco di Assisi li mise al centro del suo cuore, Carlo Acutis, per quanto possibile alla sua età, non si limitò a fare delle elemosine, ma considerò i poveri dei veri amici. Al suo funerale se ne presentarono tanti e la stessa mamma se ne meravigliò. Carlo li aveva amati e serviti senza metterlo in mostra. Un amore sincero, discreto, operoso, come dev’essere l’amore secondo il Vangelo.

San Francesco ci offre un modello di santità radicale, che può sembrare difficile da raggiungere. Carlo, invece, ci mostra “la santità della porta accanto”: secondo Lei è più alla portata dei giovani di oggi questo santo dei “nativi digitali”?
Chi guarda Francesco non può non ammirarlo. Non a caso tanti – talvolta anche non credenti – si inchinano al suo genio, che illumina tanti aspetti dell’esistenza. Magari si dimentica che egli fu innamorato di Cristo, ma lo si ammira per il suo messaggio sulla pace, sulla custodia del creato, sul rispetto degli altri. È il Santo che seppe dialogare con il sultano in tempo di crociate. Una santità davvero straordinaria. Carlo imboccò la strada di una santità del quotidiano, vivendo come un normalissimo giovane del nostro tempo, ma con la limpidezza degli occhi e del cuore, mettendo in tutte le cose il sapore del Vangelo. Nel mio libro, riferendomi al lettore – ma lo dico anche a me stesso! –, rivolgo un invito: se non sai fare come Francesco, almeno fa’ come Carlo!

Papa Francesco, nell’esortazione apostolica post-sinodale dedicata ai giovani “Christus vivit”, porta l’esempio del venerabile Carlo Acutis, che, in modo creativo e geniale, “ha saputo usare le nuove tecniche di comunicazione per trasmettere il Vangelo, per comunicare valori e bellezza”. Quanto Carlo può aiutare a parlare di Gesù ai ragazzi dell’era dei social network?
Carlo è un trascinatore. Specie dei giovani. È incredibile come, in poco tempo, sia ormai conosciuto in tutto il mondo. Proprio il suo essere un “nativo digitale”, con un grande talento per l’informatica, affascina. I giovani abituati a smanettare con i telefonini lo sentono uno di loro. Al tempo stesso, colgono la differenza. Hanno in Carlo un testimone di come si possa vivere nel mondo di internet senza esserne travolti, governando la rete e non subendola. Facendone anzi una rete di bontà, posta ad arginare quell’inondazione di negatività che purtroppo miete tante vittime. Internet, di per sé, è neutrale. Si presta al bene e al male. Carlo è un vero maestro di una rete del bene.

Il Papa, mettendo in guardia dal rischio dell’omologazione, frutto dei meccanismi del consumo e dello stordimento, ricorda una frase di Carlo: “Tutti nascono come originali, ma molti muoiono come fotocopie”. Quanto Carlo, nella sua breve vita, ha saputo, in modo originale, seguire la sua strada verso la santità?
L’originalità di Carlo è nella sua stessa santità. Il suo è un modo semplice, feriale, di fare il bene. Egli spiega così che la santità non è fatta di cose straordinarie. Giustamente mette in guardia dal rischio di arrendersi al “così fanno tutti”.

Il Vangelo non intrappola, non incatena, al contrario lascia che si sprigionino i desideri più profondi, quelli che hanno a che fare non con l’effimero, ma con l’eterno. I desideri che ci portano verso una vera libertà. E, dunque, ci fanno essere profondamente noi stessi, davvero “originali”, capaci di una vita bella, autentica, generosa.

Carlo amava dire: “Non io, ma Dio”. In un mondo che cerca di accantonare Dio e mettere noi, con il nostro smisurato ego, davanti a tutto, quanto un ragazzino morto a soli 15 anni insegna a tutti?
Impressionante la maturità spirituale di Carlo. La sua scelta radicale di Dio riecheggia quella di Francesco d’Assisi nell’atto della spogliazione: “Non più padre Pietro di Bernardone ma Padre nostro che sei nei cieli”. Francesco non aveva più nulla, ma aveva ormai frate sole, sora luna, sora acqua, frate focu… Aveva tutto, perché aveva Dio. Carlo, senza gesti clamorosi, fece altrettanto. Entrambi si spogliarono di sé e si riempirono di Dio. Oggi insieme, nel santuario della Spogliazione, si fanno educatori dei giovani, proponendo Gesù come segreto della vita.

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Cristianesimo

Posté par atempodiblog le 28 mars 2019

Cristianesimo
Senza di esso l’identità europea non è neppure immaginabile, eppure oggi è oggetto di un’infastidita emarginazione. Con gravi conseguenze
di Ernesto Galli della Loggia – Corriere della Sera

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Nella stragrande maggioranza noi europei abbiamo nomi che vengono dalla tradizione giudaico-cristiana; la stessa cosa vale per un grandissimo numero di nomi di luoghi e di centri abitati, specie di quelli più piccoli. Ancora: per secoli, chiese, basiliche, abbazie, monasteri hanno rappresentato — e in più di un caso rappresentano ancora — punti di riferimento essenziali per la vita religiosa, economica, artistica, per l’esperienza civile degli europei. Neppure si contano, infine, le nostre case sia pure abitate da atei militanti dove non vi sia tutt’ora un’immagine, un quadro, un oggetto, un ricordo che si riallacci alla tradizione di cui sopra.

Insomma, nel bene e anche nel male (che esiste sempre in tutte le cose umane) il Cristianesimo ha plasmato come nessun altro fatto la storia del nostro Continente. Senza di esso l’identità europea non è neppure immaginabile. Ciò nonostante da tempo nei suoi confronti le istituzioni dell’Unione Europea, il mainstream politicamente corretto che nei suoi più importanti Paesi caratterizza i media, l’università, gli ambienti della cultura e della politica, in genere il mondo delle élite, mostra un’indifferenza venata di larvata ostilità: ad esempio considerando una violazione del principio di laicità la presenza cristiana nello spazio pubblico a qualsiasi titolo essa sia. Perfino se si tratta di esporre a Natale un presepio nell’atrio di un municipio.

Si verifica così un fenomeno paradossale: il dato religioso, tenuto nella massima considerazione quando si tratta di religioni diverse da quella cristiana, in quest’ ultimo caso, invece, è oggetto perlopiù di un’infastidita rimozione/emarginazione. Con due gravi conseguenze: di non accrescere certo le simpatie per l’Europa in vaste cerchie delle popolazioni del continente che anche se magari lontane dalla pratica religiosa non sono tuttavia disposte a staccarsi dalla tradizione cristiana, e di regalare quindi ai nemici dell’Europa l’ennesimo facile argomento di propaganda.

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Il Mistero del Natale nelle parole dei santi e dei mistici

Posté par atempodiblog le 27 décembre 2018

Il Mistero del Natale nelle parole dei santi e dei mistici
Pensieri e riflessioni nell’Ottava di Natale. Dai primi cristiani e dai Padri della Chiesa, fino ai santi contemporanei e ai mistici, le meditazioni più significative e poetiche sull’Incarnazione del Verbo. « Volle farsi pargolo, volle farsi bimbo, perché tu possa divenire uomo perfetto » (S. Ambrogio)
di Fabio Piemonte  – La nuova Bussola Quotidiana

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“Il mondo intero, o Signore, ha sete del giorno della tua nascita; questo giorno beato racchiude in sé i secoli futuri; esso è uno e molteplice. Sia dunque anche quest’anno simile a te, e porti la pace fra il cielo e la terra”. Esprime così il desiderio del Natale del Signore Efrem il Siro, un poeta del IV secolo.

“Gesù posto nella mangiatoia è il cibo dei giumenti che siamo noi”, scrive invece il cantore del desiderio di Dio Sant’Agostino, che conclude un suo discorso sull’Incarnazione del Verbo ricordandone il significato profondo: “Voi siete il prezzo dell’incarnazione del Signore”.

Soffermandosi sul paradosso di un Dio uomo anche Sant’Ambrogio evidenzia con grande lirismo che Gesù Bambino “volle farsi pargolo, volle farsi bimbo, perché tu possa divenire uomo perfetto; fu avvolto in pochi panni perché tu venissi sciolto dai lacci di morte; giacque nella mangiatoia per collocare te sugli altari; scese in terra per elevare te alle stelle; non trovò posto in quell’albergo perché tu potessi avere il tuo nella patria celeste. Da ricco che era, si fece povero per voi – dice l’apostolo – perché per la sua povertà voi diventaste ricchi. Quella povertà è dunque la mia ricchezza, la debolezza del Signore è la mia forza. Volle per sé ristrettezze e per noi tutti l’abbondanza”.

Sono queste alcune delle meditazioni più significative e poetiche dei Padri, di santi, mistici e Dottori della Chiesa sul mistero mirabile dell’Incarnazione del Verbo raccolte dal noto angelologo Marcello Stanzione nel volume Il Natale nella vita e negli scritti di mistici e santi (Mimep-docete).

“Che ogni nuovo Natale ci trovi sempre più simili a colui che, in questo tempo, è divenuto un bambino per amor nostro – scrive  John Henry Newman – che si convertì dall’anglicanesimo al cattolicesimo nel desiderio di “riaffermare la centralità e la realtà dell’Incarnazione per ricordare all’essere umano la sua dignità, all’uomo insidiato dall’idolatria e dalle ideologie materialistiche, positivistiche e immanentistiche”.

A meditare sul mistero del Verbo fatto carne non sono infatti soltanto i Padri della Chiesa, ma ne hanno contemplato e cantato la bellezza anche numerosi santi e mistici del nostro tempo. Tra costoro vi è Luisa Piccarreta (1865-1947), una mistica che si nutrì per molti anni soltanto dell’Eucarestia, la quale in una delle sue visioni della Natività racconta di un tripudio di luce nella grotta di Betlemme: “Chi può dire la bellezza del Bambinello che in quei felici momenti spargeva anche esternamente i raggi della Divinità? Chi può dire la bellezza della Madre che restava tutta assopita in quei raggi divini? E S. Giuseppe mi pareva che non fosse presente nell’atto del parto, ma se ne stava in un altro canto della spelonca tutto assorto in quel profondo Mistero e se non vide con gli occhi del corpo, vide benissimo cogli occhi dell’anima, perché se ne stava rapito in estasi sublime”.

Un invito alla gioia viene invece dalle parole del sacerdote santo Guido Maria Conforti (1865-1931): “Oh! Si rallegrino pure gli uomini nel Signore come la terra si rallegra ogni mattina quando sorge il sole a liberarla dalle tenebre. Il Natale è la grande aurora della nostra liberazione”.

Ne era consapevole già a 8 anni il  giovane Giuseppe Moscati, il medico santo, che in una lettera ai suoi genitori così scrive: “Io prego Gesù Bambino, affinché vi conceda quella pace, che egli promise agli uomini di buona volontà ed ogni altro bene in questa vita e nell’altra”.

In Avvicinandosi il Natale, una delle poesie più struggenti legate agli ultimi giorni della sua vita, il rosminiano Clemente Rebora invoca per sé un nuovo ‘natale’: “Se ancor quaggiù mi vuoi, un giorno e un giorno, / con la tua Passion che vince il male/ Gesù Signore, dammi il Tuo Natale / di fuoco interno nell’umano gelo”.

Una figlia spirituale di Padre Pio, Lucia Iadanza, racconta di aver assistito a una delle diverse volte in cui Gesù Bambino veniva a visitare il santo frate: “Vidi apparire tra le sue braccia Gesù Bambino. Il volto del Padre era trasfigurato, i suoi occhi guardavano quella figura di luce con le labbra aperte in un sorriso stupito e felice”. Il frate di Pietrelcina desiderava augurare anche ai fedeli tale esperienza del Verbo: “Il celeste Bambino faccia sentire anche al vostro cuore tutte quelle sante emozioni che de’ sentire a me nella beata notte, allorché venne deposto nella povera capannuccia”.

In un suo pensiero sul mistero del Natale un altro santo del nostro tempo, il fondatore dell’Opus Dei, José Maria Escrivà de Balaguer, invita caldamente così ciascun figlio di Dio: “Spingiti fino a Betlemme, avvicinati al Bambino, cullalo, digli tante cose ardenti, stringitelo al cuore. Non parlo di bambinate: parlo di amore! E l’amore si manifesta con i fatti: nell’intimità della tua anima, lo puoi ben abbracciare!”. Sia questo l’augurio più bello per ogni persona che attende con fiduciosa speranza ed esultanza un altro Natale del Signore nella propria vita.

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