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19ENNE SUICIDA/ Quando tutto è “troppo” per vivere, ci serve una risposta senza fine

Posté par atempodiblog le 2 février 2023

19ENNE SUICIDA/ Quando tutto è “troppo” per vivere, ci serve una risposta senza fine
Una 19enne si è suicidata suicida nei bagni dello Iulm a Milano. “Ho fallito negli studi e nella vita”, ha lasciato scritto in un biglietto
di Don Federico Pichetto – Il Sussidiario

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Togliersi la vita a diciannove anni. Per qualcosa che ti ingombra dentro e che ti dice che, in fondo, non sei all’altezza, non ce la farai. È successo stavolta allo Iulm di Milano, nei bagni dell’edificio 5 che dà su via Santander. È successo ad una studentessa del corso di Arti e Turismo, classe 2003, che certamente sentiva il rimorso per un esame non dato nella prestigiosa e costosa università privata meneghina.

Ma l’esame era solo la punta dell’iceberg di vicende personali e tormenti che hanno fatto apparire la prospettiva di vivere come impossibile. Il suo testamento in un povero biglietto rinvenuto dal custode assieme al corpo. Un corpo impiccato ad una semplicissima sciarpa e un testo segnato da una parola più grande di tutte le altre: fallimento. Ma come può apparire fallita una vita a diciannove anni? Di quali aspettative si sentono oggetto i ventenni di oggi, fragili, nati tutti nel nuovo secolo?

C’è un dolore che abita nel cuore di questi universitari che nessun social, nessun podcast, nessuna notte di sesso o sballo può cancellare. Dopo una vita passata ad essere protetti e schermati dalla realtà, il duro contraccolpo con il mondo adulto rivela un’amara delusione: quel diventare grandi, cercato e agognato per tutta la vita, si scopre che coincide col rimanere soli, senza una vera appartenenza e senza un perché.

E non bastano le serate trascorse ad annegare l’amarezza nei locali delle città, non bastano gli amici che sono messi come te, se non peggio, non bastano le nuove idealità che assicurano la felicità quando tutti avremo il diritto di far tutto. Il cuore è solo e lo sa, sgomento per aver colto che la promessa della vita non coincide più con la promessa della felicità. Il cuore è senza speranza, schiacciato dai propri limiti, dalle proprie sconfitte, dai propri insuccessi. Tutto attorno sembra troppo per continuare a vivere.

E anche gli adulti, quegli adulti fino a quel momento ignorati da un’adolescenza presuntuosa e caparbia – come devono essere tutte le adolescenze –, si mostrano per quello che sono: difettosi e desiderosi di trovare riscatto nella vita dei figli, tutti presi a trasferire su di loro il proprio schema di perfezione, i propri tempi, i propri valori.

Nessun uomo potrebbe vivere a lungo in queste condizioni, nessun uomo – infatti – potrebbe essere trasformato in speranza senza deludere. Quando si perde il senso di Qualcosa di più grande, di Infinito, che possa compiere la vita, l’altro diventa la mia speranza. Mariti che sperano nelle mogli, mogli che sperano nei mariti, genitori che sperano nei figli, amici che sperano negli amici, comunità che sperano in sé stesse. Viviamo nel tempo del grande ricatto, in cui tutti siamo guardati con aspettative infinite che non possiamo soddisfare.

Avendo perso Dio, è rimasto solo l’uomo. Ma l’uomo è troppo poco per il cuore. L’educazione oggi si concentra su alcuni dettagli secondari che non hanno niente a che vedere con l’apertura del cuore che è necessario avere per sostenere fino in fondo l’urto della vita. A quattordici anni i nostri ragazzi sono pieni di nostalgia, a sedici di struggimento, a diciannove di disperazione. E con la disperazione nel cuore o entri nell’ingranaggio del sistema, che soffoca tutto e ti rende perfetto per il consumo, oppure non ce la fai. E ti uccidi. Non basta che la mamma ti voglia bene. Manca l’amore di Dio, la fiducia di Uno che ti offre come prospettiva l’eternità.

Quando la morte non fa più paura è perché è la vita ad essere diventata spaventosa. E chi ci salva dallo spavento è l’abbraccio improvviso di un Altro con cui ricomincia tutto, con cui tutto può essere perdonato.

Nei bagni dello Iulm è dunque rimasta un’ombra di morte. Il dolore che è deflagrato in quei corridoi è un grido che non si spegne e che chiede a tutti, in fondo, di rispondere alla domanda più vera e più radicale di tutte, quella sul motivo per cui siamo al mondo. Quella sul perché le cose, tutte le cose, comincino. Il valore dell’uomo non coincide con quello che riesce a realizzare, ma con lo sguardo che determina la propria vita. In un tempo impregnato dagli odori della morte non c’è cuore che non desideri sentire il profumo della resurrezione. Distrarsi da questo significa soltanto condannarsi alla lunga fila che porta al bagno dell’edificio 5.

Divisore dans San Francesco di Sales

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L’inno alla bellezza di Benedetto XVI

Posté par atempodiblog le 2 février 2023

Ad un mese dalla scomparsa di Ratzinger, un profilo del papa “teologo dell’arte”
L’inno alla bellezza di Benedetto XVI
di Antonio Tarallo – ACI Stampa
Tratto da: Radio Maria

L’inno alla bellezza di Benedetto XVI dans Articoli di Giornali e News Benedetto-XVI-alla-Scala-di-Milano

“La musica, la grande musica, distende lo spirito, suscita sentimenti profondi ed invita quasi naturalmente ad elevare la mente e il cuore a Dio in ogni situazione, sia gioiosa che triste, dell’esistenza umana. La musica può diventare preghiera”, parole di Benedetto XVI del 17 ottobre del 2009 dopo aver assistito a un concerto dell’accademia pianistica internazionale di Imola nell’aula Nervi, in Vaticano. E, qualche giorno dopo, il 21 novembre, rivolgendosi agli artisti riuniti nella cappella Sistina – erano circa 250 tra scrittori, pittori, attori, registi e musicisti – dirà in un memorabile discorso: “Voi siete custodi della bellezza; voi avete, grazie al vostro talento, la possibilità di parlare al cuore dell’umanità, di toccare la sensibilità individuale e collettiva, di suscitare sogni e speranze, di ampliare gli orizzonti della conoscenza e dell’impegno umano”.

Quella della bellezza è stata una delle tematiche più costanti nel magistero di Benedetto XVI che, pochi mesi dopo la sua elezione a pontefice, presentando il suo Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, scriverà: “Immagine e parola s’illuminano così a vicenda. L’arte parla sempre, almeno implicitamente, del divino, della bellezza infinita di Dio, riflessa nell’Icona per eccellenza: Cristo Signore, Immagine del Dio invisibile. Le immagini sacre, con la loro bellezza, sono anch’esse annuncio evangelico ed esprimono lo splendore della verità cattolica”. Sono parole, concetti, immagini che si schierano sulla scia dei suoi due illustri predecessori: Giovanni Paolo II e Paolo VI, entrambi vicini al mondo dell’arte, della bellezza. Benedetto XVI, salendo al soglio petrino, eredita questo dialogo con l’universo artistico e la fa propriamente suo, integrandolo con i suoi studi teologici: si può, dunque, a ben ragione, parlare di Ratzinger anche come “teologo dell’arte”.

La passione per la bellezza e – soprattutto – per la musica ha radici antiche: “Nel guardare indietro alla mia vita, ringrazio Dio per avermi posto accanto la musica quasi come una compagna di viaggio, che sempre mi ha offerto conforto e gioia”, così si era espresso il 16 aprile 2007 in occasione di un concerto per il suo ottantesimo compleanno. La passione musicale era nata in famiglia; una passione che mai abbandonerà, coltivata negli anni del sacerdozio e continuata anche quando sarà chiamato a essere il successore di Pietro. Difficile dimenticare la sua immagine al pianoforte – aveva fatto il giro del mondo – in veste di pontefice, con quel suo sguardo attento allo spartito e con una postura da concertista “consumato”. La foto era stata scattata nell’estate del 2005 durante una breve vacanza a Les Combes, in Valle d’Aosta, nello stesso chalet dove si recava il predecessore Giovanni Paolo II. Le note che stava eseguendo erano quelle di Johann Sebastian Bach, il “maestro dei maestri” così era stato definito dal pontefice bavarese. E sempre al compositore tedesco aveva anche dedicato un ritratto – in occasione di un concerto nel cortile del Palazzo Apostolico dell’agosto 2011- in cui scopriamo un Benedetto XVI acuto critico e attento storico musicale: “Bach è uno splendido architetto della musica, con un uso ineguagliato del contrappunto, un architetto guidato da un tenace ésprit de géometrie, simbolo di ordine e di saggezza, riflesso di Dio”.

Nella “hit parade” del pontefice non solo Bach, ma anche altri nomi illustri; compositori che hanno costituito con le loro opere la storia della musica di tutti i tempi: c’è spazio per Wolfgang Amadeus Mozart e per il tedesco Ludwig van Beethoven. Riguardo al compositore salisburghese, Ratzinger dirà: In Mozart ogni cosa è in perfetta armonia, ogni nota, ogni frase musicale è così e non potrebbe essere altrimenti; (…)la serenità mozartiana, avvolge tutto, in ogni momento. È un dono questo della Grazia di Dio, ma è anche il frutto della viva fede di Mozart, che – specie nella sua musica sacra – riesce a far trasparire la luminosa risposta dell’Amore divino, che dona speranza, anche quando la vita umana è lacerata dalla sofferenza e dalla morte”.

I commenti all’arte – specialmente musicale – di Benedetto XVI non sono mai letture dettate dal cerimoniale del momento-evento bensì rappresentano, sempre, vere e proprie letture critiche: sono parole dettate da uno studio approfondito della partitura musicale o dell’opera letteraria o pittorica in questione, della sua contestualizzazione storica; denotano, inoltre, una conoscenza dettagliata dell’artista; sorprende come il teologo Ratzinger riesca a passare – con estrema facilità – dal campo prettamente spirituale a quello principalmente tecnico-esecutivo dell’opera. E’ il caso delle parole riservate alla Nona Sinfonia di van Beethoven, eseguita nel giugno 2012 al Teatro alla Scala di Milano: “Fin dalle celebri prime sedici battute del primo movimento, si crea un clima di attesa di qualcosa di grandioso e l’attesa non è delusa. Beethoven pur seguendo sostanzialmente le forme e il linguaggio tradizionale della sinfonia classica, fa percepire qualcosa di nuovo già dall’ampiezza senza precedenti di tutti i movimenti dell’opera, che si conferma con la parte finale introdotta da una terribile dissonanza, dalla quale si stacca il recitativo con le famose parole “O amici, non questi toni, intoniamone altri di più attraenti e gioiosi”.

Non meno presenti, nei suoi discorsi, i riferimenti all’arte pittorica: tra il rinascimentale Michelangelo, autore della cappella Sistina, in cui “offre alla nostra visione l’Alfa e l’Omega, il Principio e la Fine della storia, e ci invita a percorrere con gioia, coraggio e speranza l’itinerario della vita”, fino ad arrivare al contemporaneo Chagall “che ha testimoniato sempre l’incontro tra estetica e fede”. Benedetto XVI comunque non tralascia l’arte della scrittura: fra gli autori più citati, Dante, che “durante l’intera sua vita professò in modo esemplare la religione cattolica, si fece discepolo del principe della Scolastica Tommaso d’Aquino; e dallo stesso mondo della religione egli trasse motivo per trattare in versi una materia immensa e di sommo respiro”; poi Chesterton, passando per il Manzoni, scrittore dall’alta “statura umana e cristiana”.

Il pontificato di Benedetto XVI, un inno alla bellezza che “proprio per la sua caratteristica di aprire e allargare gli orizzonti della coscienza umana, di rimandarla oltre se stessa, di affacciarla sull’abisso dell’Infinito, può diventare una via verso il Trascendente, verso il Mistero ultimo, verso Dio”. Ed è a Lui che è ritornato un mese fa esatto, il 31 dicembre scorso, attraverso altro Mistero, quello più alto, quello della morte e Resurrezione.

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Papa Francesco in Repubblica Democratica del Congo: “Giù le mani dall’Africa!”

Posté par atempodiblog le 2 février 2023

Papa Francesco in Repubblica Democratica del Congo: “Giù le mani dall’Africa!”
Il primo discorso del Papa a Kinshasa è quello dedicato alle autorità. L’invito ai congolesi è quello di essere artefici del loro destino
di Andrea Gagliarducci – ACI Stampa

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In una nazione che vive ancora una situazione di guerra, dopo la difficile transizione presidenziale del 2018, i congolesi sono chiamai a riprendere tra le mani la loro dignità, a ricostruire una nazione in pace e riconciliata. E l’appello viene direttamente da Papa Francesco, nel suo primo discorso in Repubblica Democratica del Congo.

Nel giardino del Palais des Nations di Kinshasa, dove vi è stato accompagnato dal Primo Ministro ed è stato accolto dal presidente Tshisekedi, Papa Francesco articola un discorso alle autorità che tocca tutti i punti sensibili della situazione nel Paese, e allo stesso tempo mostra chiaramente il ruolo della Chiesa, che qui, forse più che in altri posti, è stata voce della coscienza nazionale. Ma quello del Papa è un appello anche al mondo internazionale, perché metta giù le mani dall’Africa, e perché si parli più di Africa, rendendola protagonista.

Come ormai tradizione, il discorso del Papa si costruisce a partire proprio dalle caratteristiche fisiche della nazione, una terra “vasta e rigogliosa” che va dalla foresta equatoriale alla savana, che include colline, montagne, vulcani e laghi, ma anche grandi acque “con il fiume Congo che incontra l’Oceano”, in un Paese che “è come un continente nel grande Continente Africano.

Eppure, nota Papa Francesco, la storia “non è stata altrettanto generosa”, per una nazione “tormentata dalla guerra”, in cui patiscono “conflitti e migrazioni forzate”, e soffrono “terribili forme di sfruttamento, indegne dell’uomo e del creato”. È un Paese, aggiunge il Papa, “colpito dalla violenza come da un pugno nello stomaco”.

“Lei ha menzionato questo genocidio dimenticato che sta soffrendo la Repubblica Democratica del Congo”, Papa Francesco aggiunge, rivolgendosi al presidente.

La visita di Papa Francesco giunge mentre i congolesi lottano “per custodire la vostra dignità e la vostra integrità territoriale contro deprecabili tentativi di frammentare il Paese”, e il riferimento, nemmeno troppo indiretto, è alle milizie che imperversano nel Nord Kivu, con almeno due gruppi armati maggioritari e una linea di confine invisibile che tocca Goma, dove Papa Francesco sarebbe dovuto andare.

Papa Francesco sottolinea che la Repubblica Democratica del Congo “è un vero diamante del creato”, ma che le persone hanno un valore “ancora più inestimabile”, e che “la Chiesa e il Papa hanno fiducia in voi, credono nel vostro futuro, in un futuro che sia nelle vostre mani e nel quale meritate di riversare le vostre doti di intelligenza, sagacia e operosità”.

Esorta Papa Francesco: “Coraggio, fratello e sorella congolese! Rialzati, riprendi tra le mani, come un diamante purissimo, quello che sei, la tua dignità, la tua vocazione a custodire nell’armonia e nella pace la casa che abiti”.

I diamanti, nota il Papa, sono rari, eppure abbondano in Congo, e questo vale anche per le “ricchezze spirituali” nascoste nei cuore dei congolesi. E così, Papa Francesco si appella ai congolesi, ricorda loro che “ciascuno si senta chiamato a fare la propria parte”, esorta che “la violenza e l’odio non abbiano più posto nel cuore e sulle labbra di nessuno, perché “perché sono sentimenti antiumani e anticristiani, che paralizzano lo sviluppo e riportano indietro, a un passato oscuro”.

Papa Francesco, poi, ricorda le “varie forme di sfruttamento” che sofferte nel Paese e nel continente africano, dove, “dopo quello politico, si è scatenato un colonialismo economico altrettanto schiavizzante”, che fa sì che il Paese, “ampiamente depredato, non riesce a beneficiare a sufficienza delle sue immense risorse”, tanto che c’è il paradosso che “i frutti della sua terra lo rendano straniero ai suoi abitanti”.

E così, “il veleno dell’avidità ha reso i suoi diamanti insanguinati”. Eppure, sottolinea Papa Francesco, “questo Paese e questo Continente meritano di essere rispettati e ascoltati, meritano spazio e attenzione”

“Giù le mani dalla Repubblica Democratica del Congo, giù le mani dall’Africa! Basta soffocare l’Africa: non è una miniera da sfruttare o un suolo da saccheggiare”, esorta il Papa. Che chiede poi che “l’Africa sia protagonista del suo destino” e che “il mondo faccia memoria dei disastri compiuti lungo i secoli a danno delle popolazioni locali e non dimentichi questo Paese e questo Continente”.

Continua Papa Francesco: “L’Africa, sorriso e speranza del mondo, conti di più: se ne parli maggiormente, abbia più peso e rappresentanza tra le Nazioni!”

Il Papa invita ad “una diplomazia dell’uomo per l’uomo, dei popoli per i popoli, dove al centro non vi siano il controllo delle aree e delle risorse, le mire di espansione e l’aumento dei profitti, ma le opportunità di crescita della gente”.

Anche perché, nota il Papa, si ha l’impressione che “la Comunità internazionale si sia quasi rassegnata alla violenza” che divora la Repubblica Democratica del Congo, ma non “possiamo abituarci al sangue che in questo Paese scorre ormai da decenni, mietendo milioni di morti all’insaputa di tanti”.

Il Papa invita a conoscere quanto accade in Repubblica Democratica del Congo, incoraggia “con tutte le forze” i processi di pace in corso, si dice grato ai Paesi e alle organizzazioni internazionali che “forniscono aiuti sostanziali, favorendo la lotta alla povertà e alle malattie, sostenendo lo stato di diritto, promuovendo il rispetto dei diritti umani”.

Papa Francesco però affronta anche un problema interno alla Repubblica Democratica del Congo, che è quello dell’odio etnico. E lo fa attraverso l’immagine del diamante, fatto di “numerose facce armonicamente disposte”, e rispecchia il Paese, che è pluralista e poliedrico.

Una ricchezza, ammonisce il Papa, “che va custodita, evitando di scivolare nel tribalismo e nella contrapposizione”, perché “parteggiare ostinatamente per la propria etnia o per interessi particolari, alimentando spirali di odio e di violenza, torna a svantaggio di tutti, in quanto blocca la necessaria “chimica dell’insieme”.

E poi, il diamante è formato da atomi di carbonio, che se combinati diversamente formano la grafite, e questo significa che “il problema non è la natura degli uomini o dei gruppi etnici e sociali, ma il modo in cui si decide di stare insieme: la volontà o meno di venirsi incontro, di riconciliarsi e di ricominciare segna la differenza tra l’oscurità del conflitto e un avvenire luminoso di pace e prosperità”.

In fondo, lo dice anche un proverbio congolese, “Bintu bantu”, che significa che “la vera ricchezza sono le persone e le buone relazioni con loro”. Papa Francesco guarda anche al ruolo che le religioni possono avere, mettendo in campo il loro “patrimonio di sapienza” e rinunciando allo stesso tempo “a ogni aggressività, proselitismo e costrizione, mezzi indegni della libertà umana”, perché “quando si degenera nell’imporsi, andando a caccia di seguaci in modo indiscriminato, con l’inganno o con la forza, si saccheggia la coscienza altrui e si voltano le spalle al vero Dio”.

Papa Francesco si rivolge poi ai membri della società civile, i quali “spesso hanno dato prova di sapersi opporre all’ingiustizia e al degrado a costo di grandi sacrifici, pur di difendere i diritti umani, la necessità di una solida educazione per tutti e di una vita più dignitosa per ciascuno”.

Il Papa li ringrazia, sottolinea che molti “brillano” come diamanti per il ruolo che ricoprono, ricorda che “ci detiene responsabilità civili e di governo è dunque chiamato a operare con limpidezza cristallina, vivendo l’incarico ricevuto come un mezzo per servire la società”, in quanto il potere “ha senso solo se diventa servizio”, fuggendo “l’autoritarismo, la ricerca di guadagni facili e l’avidità del denaro”.

Papa Francesco poi chiede di “favorire elezioni libere, trasparenti e credibili; estendere ancora di più la partecipazione ai processi di pace alle donne, ai giovani e ai gruppi marginalizzati; ricercare il bene comune e la sicurezza della gente anziché gli interessi personali o di gruppo; rafforzare la presenza dello Stato in ogni parte del territorio; prendersi cura delle tante persone sfollate e rifugiate”.

Sono temi centrali, considerando che le tensioni tra governo e Chiesa ebbero luogo proprio quando la Chiesa manifestava per le elezioni.

Il Papa esorta a non lasciarsi “manipolare né tantomeno comprare da chi vuole mantenere il Paese nella violenza, per sfruttarlo e fare affari vergognosi: ciò porta solo discredito e vergogna, insieme a morte e miseria”. Chiede piuttosto ai politici di “stare vicino alla gente”, guadagnando la fiducia delle persone, senza mai stancarsi “di promuovere, in ogni settore, il diritto e l’equità, contrastando l’impunità e la manipolazione delle leggi e dell’informazione”.

Papa Francesco poi sottolinea l’importanza dell’educazione, che è “la via per il futuro, la strada da imboccare per raggiungere la piena libertà di questo Paese e del Continente africano”, e per questo si deve investire, anche perché ci sono “tanti bambini che non vanno a scuola”, e così “vengono sfruttati” e “troppi muoiono, sottoposti a lavori schiavizzanti nelle miniere”.

Il Papa esorta a non risparmiare sforzi “per denunciare la piaga del lavoro minorile e porvi fine”, chiede di porre fine al lavoro minorile, nota lo scandalo delle ragazze “emarginate e violate nella loro dignità”, e poi ricorda anche la sfida ambientale, importante nel Congo che è “ospita uno dei più grandi polmoni verdi del mondo”, da preservare con una “collaborazione ampia e proficua, che permetta di intervenire efficacemente, senza imporre modelli esterni più utili a chi aiuta che a chi viene aiutato”.

Papa Francesco nota che in molti hanno offerto aiuti all’Africa “per contrastare i cambiamenti climatici e il coronavirus”, ma quello che serve sono soprattutto “modelli sanitari e sociali che rispondano non solo alle urgenze del momento, ma contribuiscano a una effettiva crescita sociale: di strutture solide e di personale onesto e competente, per superare i gravi problemi che bloccano sul nascere lo sviluppo, come la fame e la malaria”.

Il rischio, per Papa Francesco che “il continuo ripetersi di attacchi violenti e le tante situazioni di disagio potrebbero indebolire la resistenza dei Congolesi, minarne la forza d’animo, portarli a scoraggiarsi e a chiudersi nella rassegnazione”, come succede anche al pur resistente diamante.

Ma – conclude Papa Francesco –“ in nome di Cristo, che è il Dio della speranza, il Dio di ogni possibilità che dà sempre la forza di ricominciare, in nome della dignità e del valore dei diamanti più preziosi di questa splendida terra, che sono i suoi cittadini, vorrei invitare tutti a una ripartenza sociale coraggiosa e inclusiva”.

Perché “lo chiede la storia luminosa ma ferita del Paese, lo supplicano soprattutto i giovani e i bambini. Io sono con voi e accompagno con la preghiera e con la vicinanza ogni sforzo per un avvenire pacifico, armonioso e prospero di questo grande Paese”.

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Il Papa: preghiamo per Benedetto XVI, è molto malato e nel silenzio sostiene la Chiesa

Posté par atempodiblog le 28 décembre 2022

Il Papa: preghiamo per Benedetto XVI, è molto malato e nel silenzio sostiene la Chiesa
Al termine dell’udienza generale, Francesco ha chiesto ai fedeli una “preghiera speciale” per il suo 95enne predecessore: “Il Signore lo sostenga in questa testimonianza di amore alla Chiesa fino alla fine”. Il direttore della Sala Stampa vaticana Bruni: “Nelle ultime ore si è verificato un aggravamento dovuto all’avanzare dell’età. La situazione al momento resta sotto controllo, seguita costantemente dai medici”. Il Papa in visita al Mater Ecclesiae

di Salvatore Cernuzio – Vatican News

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In mezzo ai saluti ai fedeli italiani a fine udienza generale, distaccandosi dal testo scritto, Francesco, guardando i presenti in Aula Paolo VI, ha affidato loro una intenzione ben precisa: “Una preghiera speciale per il Papa emerito Benedetto che nel silenzio sta sostenendo la Chiesa”. “Ricordarlo – ha detto il Pontefice –, è molto ammalato, chiedendo al Signore che lo consoli e lo sostenga in questa testimonianza di amore alla Chiesa fino alla fine”.

Bruni: aggravamento dovuto all’avanzare dell’età
Poche parole, quelle di Papa Francesco, che lasciano intendere una situazione delicata delle condizioni di salute di Benedetto, il quale lo scorso 16 aprile ha compiuto 95 anni. Lo conferma una nota del direttore della Sala Stampa vaticana, Matteo Bruni, in cui si legge: “In merito alle condizioni di salute del Papa emerito, per il quale Papa Francesco ha chiesto preghiere al termine dell’udienza generale di questa mattina, posso confermare che nelle ultime ore si è verificato un aggravamento dovuto all’avanzare dell’età. La situazione al momento resta sotto controllo, seguita costantemente dai medici”. Al termine dell’udienza generale, ha aggiunto Bruni, “Papa Francesco si è recato al monastero Mater Ecclesiae per visitare Benedetto XVI. Ci uniamo a lui nella preghiera per il Papa emerito”.

Nel Mater Ecclesiae
Joseph Ratzinger, dopo pochi mesi dalla rinuncia nel febbraio 2013, continua a vivere nel Monastero all’interno dei Giardini Vaticani. È assistito dalle Memores Domini, consacrate laiche di Comunione e Liberazione, e dal segretario personale, monsignor Georg Gänswein, che negli anni ha sempre raccontato di una vita trascorsa tra preghiera, musica, studio e lettura e riferito aggiornamenti sulla salute di Benedetto.

Il legame tra Francesco e Benedetto
In numerose occasioni Papa Francesco stesso ha parlato del legame con il suo predecessore, che nell’Angelus del 29 giugno 2021, settantesimo anniversario di ordinazione sacerdotale di Ratzinger, ha chiamato “padre” e “fratello”. Sin dall’inizio del suo pontificato, Jorge Mario Bergoglio ha avviato la ‘tradizione’ di incontrare il Pontefice emerito, a partire dalla prima storica visita del Papa neo eletto giunto in elicottero nella residenza di Castel Gandolfo, dove Benedetto ha alloggiato alcune settimane prima di trasferirsi in Vaticano. In vista delle festività natalizie o pasquali o in occasione dei Concistori con i nuovi cardinali, Francesco non ha mai voluto far mancare il gesto di vicinanza e cortesia di recarsi nel monastero vaticano per gli auguri e un saluto. Così ha fatto con i nuovi porporati creati nel Concistoro dello scorso 27 agosto.

Benedetto XVI – che ha sempre continuato a ricevere visitatori in questi quasi dieci anni – ha incontrato il 1° dicembre scorso i due vincitori del Premio Ratzinger, il biblista francese padre Michel Fédou, e il giurista ebreo Joseph Halevi Horowitz Weiler, accompagnati dal presidente della Fondazione Joseph Ratzinger – Benedetto XVI, padre Federico Lombardi.

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«Così Sinisa ci ha insegnato a essere sempre grati a Dio»

Posté par atempodiblog le 17 décembre 2022

«Così Sinisa ci ha insegnato a essere sempre grati a Dio»
La morte a 53 anni di Sinisa Mihajlovic: «Ci ha insegnato la gratitudine anche di fronte alla terribile prova della malattia. Gratitudine a Dio e gratitudine nei confronti del suo popolo che ha pregato tanto per lui». Don Massimo Vacchetti racconta alla Bussola il suo rapporto con l’ex allenatore del Bologna: «Quei pellegrinaggi a San Luca con i tifosi di Lazio e Bologna sono stati una straordinaria esperienza di fede di popolo. Lo invitai a parlare di Dio nella sua vita. Mi disse: Scegli il giorno, ci sarò. Poi, riconoscente per le preghiere, pianse davanti a 400 persone. Ora vorrei riconvocare quel popolo per una messa di suffragio».
di Andrea Zambrano – La nuova Bussola Quotidiana

«Così Sinisa ci ha insegnato a essere sempre grati a Dio» dans Articoli di Giornali e News Ciao-Sinisa

«Sinisa Mihajlovic ci ha insegnato la gratitudine anche di fronte alla terribile prova della malattia. Gratitudine a Dio e gratitudine nei confronti del suo popolo che ha pregato tanto per lui». Don Massimo Vacchetti è il responsabile della pastorale sportiva della Diocesi di Bologna e quando lo raggiungiamo per chiedergli del suo rapporto personale con l’ex allenatore rossoblù morto ieri a 53 anni dopo tre anni di lotta contro la leucemia, il ricordo si fa commozione perché per lui organizzò due emozionanti pellegrinaggi a San Luca. «Ha affrontato con fede la malattia, circondato dall’affetto di una famiglia esemplare e ha unito nella preghiera le tifoserie di Lazio e Bologna che da sempre sono arcinemiche».

Don Massimo, lei ha guidato i due pellegrinaggi a San Luca per Sinisa nel 2019. Che esperienza è stata?
Un’esperienza unica, non ricordo in passato una mobilitazione di tifosi del mondo dello sport così sentita. Un intero popolo, quello del tifo organizzato, che spesso è dipinto come lontano dalla fede, unito per chiedere la sua guarigione. Una grande testimonianza di fede pubblica.

Come nacque l’idea?
Il 21 luglio 2019, una settimana dopo la conferenza stampa in cui annunciò di avere la leucemia, due tifosi del Bologna, Giovanni Galvani e Damiano Matteucci, ebbero l’intuizione di organizzare un pellegrinaggio alla Madonna di San Luca. Nacque su Facebook un appello, poi però, capirono che c’era bisogno di un prete che guidasse la preghiera e chiamarono me, che ero amico di uno dei due. Quel giorno si presentarono spontaneamente mille persone.

E poi venne ripetuto un secondo pellegrinaggio…
Il 6 ottobre si giocava Bologna-Lazio, la sua squadra presente che allenava e la squadra nella quale da giocatore raccolse i maggiori successi. Tra queste squadre c’è da sempre una forte rivalità: Bologna tradizionalmente di Sinistra, la Lazio considerata a Destra.

Poteva essere un disastro…
Invece fu una grazia enorme. Decidemmo di fare questa sorta di gemellaggio di preghiera. Chiamammo a raccolta anche i tifosi biancocelesti, il capo ultrà mi ricevette e mi spiegò che avevano dei problemi a causa della morte di “Diabolik”. Mi ringraziarono per quello che stavamo facendo. Dovetti constatare il fallimento dell’iniziativa. Invece il giorno del pellegrinaggio arrivarono 200 tifosi laziali con sciarpe e bandiere. Dicemmo il Rosario per lui e per tutti i malati. Fu un momento molto emozionante.

Mihajlovic venne a sapere di questa iniziativa?
Non solo. Di questi pellegrinaggi portava una memoria piena di gratitudine e speranza. Al primo si presentò anche sua moglie Arianna.

Avevate invitato la famiglia?
Qualcuno li avvertì. Si presentò da sola, non volle neanche farlo sapere, ma qualcuno tra i mille tifosi se ne accorse, si sparse la voce e mi avvisarono.

E parlò con lei?
Sì, trovai una donna fortissima per la fede che aveva e per la prossimità che aveva nello stare con lui.

E con Mihajlovic che rapporto ha avuto?
Nell’estate 2021 organizzai una rassegna di incontri chiamata LIBeRI per raccontare storie di speranza e di fede. Gli dissi: «Mi piacerebbe averti con noi a Villa Pallavicini».

E lui?
Mi rispose subito: «Vengo volentieri».

Così?
Rimasi sorpreso. Voleva testimoniare la sua gratitudine per quei pellegrinaggi fatti da quella che era la sua gente, vidi un uomo che non aveva paura di parlare pubblicamente della presenza di Dio nella sua vita. C’è una cosa che mi colpì.

Cosa?
Non mi diede neanche un ventaglio di date per la disponibilità. Mi disse soltanto: «Metti qualunque data, io ci sarò, anche se sarò lontano, prenderò un aereo e tornerò a Bologna».

E così andò?
Sì, al suo arrivo ci abbracciammo e vidi la sua gioia nell’essere presente: sembrava che non aspettasse altro che manifestare la sua gratitudine, ma non a me, bensì a tutto il popolo che io rappresentavo e che aveva pregato per lui. In lacrime davanti a 400 persone disse: «Non dimenticherò mai quello che è stato fatto per me».

Sinisa-e-la-Gospa dans Medjugorje

Era credente?
Raccontò del suo rapporto con Dio (era ortodosso) e del suo viaggio a Medjugorie con Roberto Mancini che gli cambiò la vita. Disse che davanti al racconto di suor Cornelia su che cosa fosse Medjugorie si mise a piangere come un bambino.

Possiamo dire che ha affrontato la malattia con fede?
Certamente. Mi ripeteva spesso che quando era Roma andava tutte le domeniche in chiesa. E poi ho visto con quale fede la moglie ha affrontato questa prova: davvero posso testimoniare che Dio si è fatto vicino con loro, ma anche con la squadra.

Da cosa lo vede?
Più volte dicendo messa a San Luca mi sono trovato la prima squadra del Bologna in tuta di rappresentanza. La storia di Mihailovic è stata una storia esemplare per tutti noi e può dirci tanto.

Che cosa ad esempio?
Come sia stato trasformato in preghiera un affetto sportivo, questo ha potuto fare Sinisa con il suo coraggio e il suo esempio. San Luca è proprio sopra il Dall’Ara (lo stadio del Bologna ndr) e i portici che abbiamo percorso recitando il Rosario sono come un cordone ombelicale che lega questi due simboli della città. Il fatto che migliaia di tifosi abbiano messo da parte le rivalità per farsi mendicanti e rivolgersi alla Madonna è stato un dono speciale di Dio, ne sono convinto.

Quando l’ha visto l’ultima volta?
Nel febbraio scorso a Casteldebole alla commemorazione per Niccolò Galli, giovane nostro calciatore morto prematuramente, a cui è intitolato il centro sportivo. Quel giorno c’era anche suo padre Giovanni Galli (mitico portiere del Milan di Sacchi e della nazionale ndr) e Sinisa era contento di esserci. Parlammo della vita, vidi un uomo sereno e combattivo.

Che cosa vorrebbe fare adesso per Sinisa?
Mi piacerebbe riconvocare questo popolo per una celebrazione di suffragio. Parlerò con la società, vediamo che cosa si può fare. Ma per il legame che ci ha unito a Sinisa faremo di tutto.

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Lettera del Santo Padre Francesco al popolo ucraino a nove mesi dallo scoppio della guerra

Posté par atempodiblog le 26 novembre 2022

LETTERA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AL POPOLO UCRAINO A NOVE MESI DALLO SCOPPIO DELLA GUERRA

Lettera del Santo Padre Francesco al popolo ucraino a nove mesi dallo scoppio della guerra dans Articoli di Giornali e News Papa-Francesco-lettera-agli-ucraini


Cari fratelli e sorelle ucraini!

Sulla vostra terra, da nove mesi, si è scatenata l’assurda follia della guerra. Nel vostro cielo rimbombano senza sosta il fragore sinistro delle esplosioni e il suono inquietante delle sirene. Le vostre città sono martellate dalle bombe mentre piogge di missili provocano morte, distruzione e dolore, fame, sete e freddo. Nelle vostre strade tanti sono dovuti fuggire, lasciando case e affetti. Accanto ai vostri grandi fiumi scorrono ogni giorno fiumi di sangue e di lacrime.

Io vorrei unire le mie lacrime alle vostre e dirvi che non c’è giorno in cui non vi sia vicino e non vi porti nel mio cuore e nella mia preghiera. Il vostro dolore è il mio dolore. Nella croce di Gesù oggi vedo voi, voi che soffrite il terrore scatenato da questa aggressione. Sì, la croce che ha torturato il Signore rivive nelle torture rinvenute sui cadaveri, nelle fosse comuni scoperte in varie città, in quelle e in tante altre immagini cruente che ci sono entrate nell’anima, che fanno levare un grido: perché? Come possono degli uomini trattare così altri uomini?

Nella mia mente ritornano molte storie tragiche di cui vengo a conoscenza. Anzitutto quelle dei piccoli: quanti bambini uccisi, feriti o rimasti orfani, strappati alle loro madri! Piango con voi per ogni piccolo che, a causa di questa guerra, ha perso la vita, come Kira a Odessa, come Lisa a Vinnytsia, e come centinaia di altri bimbi: in ciascuno di loro è sconfitta l’umanità intera. Ora essi sono nel grembo di Dio, vedono i vostri affanni e pregano perché abbiano fine. Ma come non provare angoscia per loro e per quanti, piccoli e grandi, sono stati deportati? È incalcolabile il dolore delle madri ucraine.

Penso poi a voi, giovani, che per difendere coraggiosamente la patria avete dovuto mettere mano alle armi anziché ai sogni che avevate coltivato per il futuro; penso a voi, mogli, che avete perso i vostri mariti e mordendo le labbra continuate nel silenzio, con dignità e determinazione, a fare ogni sacrificio per i vostri figli; a voi, adulti, che cercate in ogni modo di proteggere i vostri cari; a voi, anziani, che invece di trascorrere un sereno tramonto siete stati gettati nella tenebrosa notte della guerra; a voi, donne che avete subito violenze e portate grandi pesi nel cuore; a tutti voi, feriti nell’anima e nel corpo. Vi penso e vi sono vicino con affetto e con ammirazione per come affrontate prove così dure.

E penso a voi, volontari, che vi spendete ogni giorno per il popolo; a voi, Pastori del popolo santo di Dio, che – spesso con grande rischio per la vostra incolumità – siete rimasti accanto alla gente, portando la consolazione di Dio e la solidarietà dei fratelli, trasformando con creatività luoghi comunitari e conventi in alloggi dove offrire ospitalità, soccorso e cibo a chi versa in condizioni difficili. Ancora, penso ai profughi e agli sfollati interni, che si trovano lontano dalle loro abitazioni, molte delle quali distrutte; e alle Autorità, per le quali prego: su di loro incombe il dovere di governare il Paese in tempi tragici e di prendere decisioni lungimiranti per la pace e per sviluppare l’economia durante la distruzione di tante infrastrutture vitali, in città come nelle campagne.

Cari fratelli e sorelle, in tutto questo mare di male e di dolore – a novant’anni dal terribile genocidio dell’Holodomor –, sono ammirato del vostro buon ardore. Pur nell’immane tragedia che sta subendo, il popolo ucraino non si è mai scoraggiato o abbandonato alla commiserazione. Il mondo ha riconosciuto un popolo audace e forte, un popolo che soffre e prega, piange e lotta, resiste e spera: un popolo nobile e martire. Io continuo a starvi vicino, con il cuore e con la preghiera, con la premura umanitaria, perché vi sentiate accompagnati, perché non ci si abitui alla guerra, perché non siate lasciati soli oggi e soprattutto domani, quando verrà forse la tentazione di dimenticare le vostre sofferenze.

In questi mesi, nei quali la rigidità del clima rende quello che vivete ancora più tragico, vorrei che l’affetto della Chiesa, la forza della preghiera, il bene che vi vogliono tantissimi fratelli e sorelle ad ogni latitudine siano carezze sul vostro volto. Tra poche settimane sarà Natale e lo stridore della sofferenza si avvertirà ancora di più. Ma vorrei tornare con voi a Betlemme, alla prova che la Sacra Famiglia dovette affrontare in quella notte, che sembrava solo fredda e buia. Invece, la luce arrivò: non dagli uomini, ma da Dio; non dalla terra, ma dal Cielo.

La Madre sua e nostra, la Madonna, vegli su di voi. Al suo Cuore Immacolato, in unione con i Vescovi del mondo, ho consacrato la Chiesa e l’umanità, in particolare il vostro Paese e la Russia. Al suo Cuore di madre presento le vostre sofferenze e le vostre lacrime. A lei che, come ha scritto un grande figlio della vostra terra, «ha portato Dio nel nostro mondo», non stanchiamoci di chiedere il dono sospirato della pace, nella certezza che «nulla è impossibile a Dio» (Lc 1,37). Egli dia compimento alle giuste attese dei vostri cuori, sani le vostre ferite e vi doni la sua consolazione. Io sono con voi, prego per voi e vi chiedo di pregare per me.

Che il Signore vi benedica e la Madonna vi custodisca.

Roma, San Giovanni in Laterano, 24 novembre 2022


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La Pacem in terris di Papa Giovanni XXIII

Posté par atempodiblog le 26 novembre 2022

141 anni fa nasceva il Papa dell’Enciclica sulla pace
La Pacem in terris di Papa Giovanni XXIII
di Antonio Tarallo – ACI Stampa

La Pacem in terris di Papa Giovanni XXIII dans Articoli di Giornali e News Papa-Roncalli

Il 25 novembre 1881 nasce a Sotto il Monte, un piccolo paese della provincia di Bergamo, Angelo Giuseppe Roncalli, futuro Papa Giovanni XXIII, l’anima del Concilio Vaticano II,  il pontefice dell’Enciclica Pacem in terris. Pace, parola sempre attuale e quanto mai sospirata da tutti i popoli del globo terrestre.

Il recente conflitto Russia-Ucraina ha aperto uno scenario politico che il mondo aveva già vissuto e che – dopo la fine degli ‘60 e, soprattutto, dopo il crollo del muro di Berlino - non avrebbe mai immaginato di riavere nuovamente di fronte. Il ricordo non può che andare agli anni della cosiddetta “guerra fredda”, a quel contesto politico-storico-ideologico che ha segnato gli inizi degli anni ’60, quando – a seguito degli importanti avvenimenti storici quali la costruzione del muro di Berlino e, soprattutto, la “crisi di Cuba” (il dispiegamento da parte dell’URSS di missili nucleari nell’isola governata da Fidel Castro) – aveva portato il mondo sull’orlo di una terza guerra mondiale. Ed è in questo contesto che si inserisce l’ottava e ultima Enciclica di Papa Giovanni XXIII, la Pacem in terris (11 aprile 1963). Il testo di papa Roncalli si collocava sulla scia dei documenti pontifici del XX secolo sul tema della pace; fra i numerosi scritti, è doveroso ricordare quelli di Benedetto XV, la Lettera ai capi dei popoli belligeranti (1917) e la Pacem Dei (1920), l’Enciclica Ubi arcano (1922) di Pio XI; e, infine, i radiomessaggi di Pio XII nei quali veniva sottolineata la tragicità dell’ inutile strage del secondo conflitto mondiale.

“Pacem in terris”, nelle prime parole, già il senso dell’intera Enciclica in cui la pace è descritta, fin dall’inizio, come “anelito profondo degli esseri umani di tutti i tempi”. Il documento, nella sua immediatezza e semplicità di stile e – al contempo – profondità di argomentazione,  è uno dei testi più belli che il pontificato di Roncalli abbia mai prodotto.  Inoltre, il documento – sul piano pastorale – risultava più che originale: la Chiesa era chiamata – in pieno spirito del Concilio Vaticano II – a un grande impegno di dialogo con la società, superando pregiudizi, timori e tradizionali steccati. A tal proposito, vi è – infatti – un dato importante su cui focalizzare l’attenzione: i destinatari del documento. Giovanni XXIII si rivolge non solo agli uomini credenti, ma anche a quelli non credenti, “a tutti gli uomini di buona volontà”.  Inoltre, nella stessa Enciclica, è possibile riconoscere due fonti di ispirazione: la prima fonte, l’insegnamento tradizionale della Chiesa, naturalmente; la seconda, molto vicina alla personalità dello stesso pontefice, l’insegnamento della Chiesa in materia sociale; Roncalli, nel documento, farà riferimento ai “segni dei tempi”: dalla crescita del ruolo sociale della donna all’affermazione dei diritti dei lavoratori e dei diritti sociali in generale; dalla richiesta di dignità e di uguaglianza per i popoli in via di sviluppo al ruolo, sempre più importante, che l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) stava assumendo nel panorama della politica internazionale.

L’enciclica si compone di un’introduzione e di cinque capitoli: L’ordine tra gli esseri umani; Rapporti tra gli esseri umani e i poteri pubblici all’interno delle singole comunità politiche; Rapporti tra le comunità politiche; Rapporti degli esseri umani e delle comunità politiche con la comunità mondiale; Richiami pastorali. Le argomentazioni di Giovanni XXIII partono, prima di tutto, da un dato: è Dio a essere il fondamento di ogni ordine morale; ed è proprio su questo elemento che poggiano i diritti della persona; questi, però, comportano altrettanti doveri, indispensabili per regolare  i rapporti tra gli esseri umani: “Nella convivenza umana ogni diritto naturale in una persona comporta un rispettivo dovere in tutte le altre persone: il dovere di riconoscere e rispettare quel diritto. Infatti ogni diritto fondamentale della persona trae la sua forza morale insopprimibile dalla legge naturale che lo conferisce, e impone un rispettivo dovere. Coloro pertanto che, mentre rivendicano i propri diritti, dimenticano o non mettono nel debito rilievo i rispettivi doveri, corrono il pericolo di costruire con una mano e distruggere con l’altra” (I, L’ordine tra gli esseri umani).

Sono queste tematiche - personadiritti e doveri della persona, e di conseguenza, diritti e doveri delle nazioni - a confluire nel concetto di pace di papa Roncalli; sono questi i presupposti per poter  garantire al mondo la pace: “Riaffermiamo noi pure quello che costantemente hanno insegnato i nostri predecessori: le comunità politiche, le une rispetto alle altre, sono soggetti di diritti e di doveri; per cui anche i loro rapporti vanno regolati nella verità, nella giustizia, nella solidarietà operante, nella libertà. La stessa legge morale, che regola i rapporti fra i singoli esseri umani, regola pure i rapporti tra le rispettive comunità politiche” (III, Rapporti fra le comunità politiche). Grazie alle parole-chiave  verità, giustizia, solidarietà operante, e libertà, il concetto di pace contenuto nella Pacem in terris assume un carattere del tutto originale poiché non è soltanto una condizione dei rapporti fra paesi, bensì riguarda tutti i livelli dell’esistenza sociale, fino alla dimensione più intima per ogni persona: la pace, non è solo determinata dall’assenza di guerra, ma è piuttosto un insieme di relazioni – in armonia  - tra gli individui di una comunità e tra le stesse comunità che formano l’immensa famiglia umana.

L’enciclica si chiude con una preghiera che, allo stesso tempo, denota tutto il tono di una esortazione al mondo; Roncalli chiede al Signore di illuminare i governanti affinché “accanto alle sollecitudini per il giusto benessere dei loro cittadini garantiscano e difendano il gran dono della pace”; chiede a Lui di accendere “le volontà di tutti a superare le barriere che dividono, ad accrescere i vincoli della mutua carità, a comprendere gli altri, a perdonare coloro che hanno recato ingiurie; in virtù della sua azione, si affratellino tutti i popoli della terra e fiorisca in essi e sempre regni la desideratissima pace”.

Divisore dans San Francesco di Sales

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Il cardinale Zen condannato a una multa per il fondo a difesa dei manifestanti a Hong Kong

Posté par atempodiblog le 25 novembre 2022

Il cardinale Zen condannato a una multa per il fondo a difesa dei manifestanti a Hong Kong
Il novantenne porporato salesiano dovrà pagare una multa di circa 500 dollari insieme ad altri cinque amministratori del 612 Humanitarian Relief Fund, ormai disciolto. A maggio era stato arrestato e rilasciato dopo poche ore, con l’accusa di collusione con le forze straniere. Reato per il quale proseguono le indagini e che prevede anche l’ergastolo
di Salvatore Cernuzio – Vatican News

Il cardinale Zen condannato a una multa per il fondo a difesa dei manifestanti a Hong Kong dans Articoli di Giornali e News Cardinale-Joseph-Zen

Una multa di circa 500 dollari è la condanna comminata al cardinale Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong, per il suo ruolo in un fondo, l’ormai disciolto 612 Humanitarian Relief Fund, istituito per contribuire ai pagamenti delle spese legali e mediche degli attivisti che hanno partecipato alle manifestazioni pro-democrazia del 2019 nell’ex colonia britannica.

Il porporato novantenne è stato giudicato colpevole insieme ad altri cinque amministratori l’avvocato Margaret Ng, l’ex deputato Cyd Ho, la cantante Denise Ho, il professore Hui Po-keung e il segretario del fondo Sze Ching-wee, per non averlo registrato correttamente presso le autorità.

Indagini in corso
Zen e gli altri cinque imputati si sono dichiarati non colpevoli, ma non hanno deposto né chiamato testimoni. Non rischiano il carcere, ma potrebbero tuttavia incorrere in pene più gravi, come l’ergastolo, dal momento che – secondo quanto riferito dai media locali – ancora incombe l’indagine sulle accuse di collusione con forze straniere. Ovvero uno dei quattro reati previsti dalla legge sulla sicurezza nazionale, voluta da Pechino nel giugno 2020 per spegnere le proteste di quattro anni fa.

La stessa legge prevede che qualsiasi organizzazione si registri presso la polizia almeno un mese prima della sua costituzione. Mentre i gruppi costituiti “esclusivamente per scopi religiosi, caritatevoli, sociali o ricreativi” possono essere esentati da questo requisito. Secondo i procuratori, il 612 Humanitarian Relief Fund doveva essere registrato in quanto organizzazione di natura politica, fondata e gestita da più persone, come ha detto il giudice Ada Yim nel pronunciare la sentenza.

L’arresto a maggio
Il cardinale salesiano Zen era finito sotto indagine nel settembre 2021. Mesi prima, testate giornalistiche di Hong Kong lo accusavano di aver incitato gli studenti a ribellarsi nel 2019 contro una serie di misure governative. Il porporato era stato poi arrestato insieme agli altri quattro amministratori il 10 maggio scorso dagli agenti della polizia costituita per vegliare sulla sicurezza nazionale cinese. L’accusa era di “collusione con le forze straniere”, formulata dal tribunale di West Kowloon. Tutti, a cominciare da Zen, erano stati rilasciati poche ore dopo su cauzione dalla stazione di polizia di Wan Chai, dopo esser stati interrogati. L’11 maggio, il direttore della Sala Stampa vaticana, Matteo Bruni, aveva affermato: “La Santa Sede ha appreso con preoccupazione la notizia dell’arresto del cardinale Zen e segue con estrema attenzione l’evolversi della situazione”.

La prima udienza del processo si è svolta il 19 settembre scorso; il procedimento si è concluso il 23 dello stesso mese. In tutto questo tempo, Zen – molto attivo sui social – è rimasto in silenzio: tramite i suoi account ha chiesto ai followers di pregare per lui. In passato, il cardinale si era esposto anche in prima persona per aver criticato il Partito comunista cinese denunciando pressioni e persecuzioni sulle comunità religiose.

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Papa Francesco: udienza, “campionati in Qatar favoriscano fraternità e pace”

Posté par atempodiblog le 23 novembre 2022

Papa Francesco: udienza, “campionati in Qatar favoriscano fraternità e pace”
“Preghiamo per la pace nel mondo e per la fine di tutti i conflitti”. “Tanti ucraini soffrono il martirio dell’aggressione”
di M. Michela Nicolais – Agenzia SIR

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“Desidero inviare il mio saluto ai giocatori, ai tifosi e agli spettatori che seguono da vari continenti i campionati mondiali di calcio che si stanno giocando in Qatar”. Lo ha detto il Papa, al termine dell’udienza di oggi, prima dei saluti ai fedeli di lingua italiana.
“Possa questo importante evento essere occasione di incontro e armonia tra le naizoni, favorendo la fraternità e la pace tra i popoli”, l’auspicio di Francesco.

“Preghiamo per la pace nel mondo e per la fine di tutti i conflitti, con un pensiero particolare per la terribile sofferenza del caro e martoriato popolo ucraino”, l’appello del Papa.

“E pensiamo alla martoriata Ucraina”, ha proseguito: “Questo sabato ricorre l’anniversario del terribile genocidio di Holodomor, lo sterminio per la fame del 1932-33 causato artificialmente da Stalin. Preghiamo per le vittime di questo genocidio, e preghiamo per tanti ucraini – bambini, donne, anziani, giovani – che oggi soffrono il martirio dell’aggressione”.

Divisore dans San Francesco di Sales

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Padre Andrasz, verso gli altari un altro confessore di santa Faustina Kowalska

Posté par atempodiblog le 23 novembre 2022

Padre Andrasz, verso gli altari un altro confessore di santa Faustina Kowalska
Dopo il beato Michał Sopoćko, anche per padre Józef Andrasz è iniziato il processo di beatificazione in Polonia. È stato il primo direttore spirituale della santa della Misericordia e anche l’ultimo, molto citato da suor Faustina nel suo famoso Diario. È stato una figura importante per la diffusione del culto della Divina Misericordia. Parla il vicepostulatore padre Mariusz Balcerak.
di Wlodzimierz Redzioch – La nuova Bussola Quotidiana

Padre Andrasz, verso gli altari un altro confessore di santa Faustina Kowalska dans Articoli di Giornali e News Padre-J-zef-Andrasz

È ben conosciuta la figura del beato Michał Sopoćko, confessore di suor Faustina Kowalska, ma è molto meno conosciuto padre Józef Andrasz SI (1891 – 1963) che ebbe un ruolo importantissimo nella vita della futura santa. Questo gesuita fu il suo primo direttore spirituale nel noviziato e anche l’ultimo, nell’ultimo anno e mezzo della sua vita. Suor Faustina si confessò con lui anche il giorno della sua morte. Allora non è un caso che santa Faustina nel suo “Diario” ne parli per ben 59 volte.

Nella regione di Nowy Sacz, nella parte sud-orientale della Polonia, da dove proveniva il gesuita, dal 2015 è attivo un movimento di laici che diffondono il suo culto, fanno conoscere la sua figura e pregano per la sua intercessione. L’iniziativa è partita da un gruppo di uomini che si riunivano per l’adorazione di una copia dell’immagine di Gesù Misericordioso, in quel periodo peregrinante nella diocesi di Tarnów.

Recentemente è cominciata a Cracovia la fase diocesana del processo di beatificazione del confessore di santa Faustina, di cui vicepostulatore è padre Mariusz Balcerak SI, teologo, viceprefetto della Basilica del Sacro Cuore di Gesù a Cracovia. Abbiamo chiesto a lui di presentare la figura di p. Andrasz.

Perché padre Andrasz ebbe un ruolo così importante nella vita di santa Faustina?
Per capirlo, bisogna ricordare i fatti. Quando suor Faustina venne a Łagiewniki, p. Andrasz era il confessore “trimestrale” della Congregazione di Nostra Signora della Misericordia, cioè veniva una volta a trimestre per confessare le suore. Faustina si confessò per la prima volta da lui durante gli esercizi spirituali nell’aprile 1933, prima dei voti perpetui. Gli aprì il cuore perché era convinta che questo prete l’avrebbe capita. P. Andrasz, già durante la prima confessione, assicurò suor Faustina che tutto quanto stava vivendo veniva da Dio: prima lei aveva dei dubbi a riguardo. Le sue parole la tranquillizzarono.

Allora giovanissima, suor Faustina aveva dei dubbi su come poter realizzare le richieste di Gesù?
All’inizio suor Faustina giunse alla conclusione che l’intera faccenda, specialmente dipingere l’immagine di Gesù Misericordioso, fosse troppo grande per lei. Perciò cercava aiuto da padre Andrasz, ma lui disse decisamente: “Non la sciolgo da nulla, sorella, e non le è permesso sottrarsi a queste ispirazioni interiori…”. In questo senso il suo ruolo fu decisivo. Suor Faustina trattava padre Andrasz come un’autorità e, poiché era umile e obbediente, gli obbediva. In seguito scrisse: “Adesso Iddio Stesso, tramite padre Andrasz, aveva tolto ogni difficoltà. Il mio spirito era stato indirizzato verso il sole e sbocciò ai suoi raggi per Lui Stesso”. E ancora: “Mi erano state sciolte le ali per il volo e cominciai a volteggiare verso l’ardore del sole e non tornerò in basso fino a quando riposerò in Colui, nel Quale è annegata la mia anima per l’eternità”.

Che ruolo ha avuto padre Andrasz nello sviluppo del culto della Divina Misericordia?
Ancora durante la II guerra mondiale, padre Andrasz, con attenzione e prudenza (poiché il culto non era ancora ufficialmente approvato), iniziò la pratica di pregare la Divina Misericordia tra le suore di Łagiewniki. Ha incoraggiato le suore ad affidarsi a Gesù Misericordioso e a recitare la coroncina. Dopo la guerra, vedendo l’enormità della distruzione materiale, spirituale e morale, ha sostenuto la Chiesa nel suo rinnovamento, dando speranza alle persone e incoraggiandole a credere che Gesù le ama e si prende cura di loro. Inoltre, padre Andrasz ha scritto un libro intitolato Misericordia di Dio, confidiamo in te, pubblicato per la prima volta nel 1947. In esso, descrisse la missione di Suor Faustina e le rivelazioni, spiegò il significato dell’Immagine e cosa significhi aver fiducia in Gesù Misericordioso.

Ma chi era p. Andrasz?
Direi che era un uomo contemplativo in azione. Orante, immerso nella preghiera e nell’amore per Gesù – ma nello stesso tempo molto attivo. Aveva buoni studi, conosceva quattro lingue: latino, greco, francese e tedesco. Condusse ritiri per congregazioni religiose, soprattutto femminili, e per seminaristi; ha scritto per il Messaggero del Cuore di Gesù; è stato direttore della casa editrice L’Apostolato della Preghiera; ha tradotto diversi libri sulla spiritualità, ha partecipato alla promozione del culto del Sacro Cuore di Gesù, era impegnato nella Compagnia Mariana e, inoltre, era impegnato nel lavoro pastorale. Poiché era un buon confessore e direttore spirituale, una buona fama lo circondava a Cracovia. Era un uomo di profonda vita spirituale: frequentò i ritiri ignaziani e li tenne lui stesso. In lui si rifletteva questa “Caritas discreta”, o amore prudente, di cui parla S. Ignazio di Loyola.

Per questo motivo tante persone gli chiedevano di essere una guida spirituale per loro?
Sì. Padre Andrasz svolse un ruolo importante non solo nella vita di suor Faustina, ma anche nella vita di diverse persone, anche beate (la beata Aniela Salawa, madre Paula Tajber, suor Kaliksta Piekarczyk, suor Emanuela Kalb).

Potrebbe essere un esempio e patrono delle guide spirituali?
Potrebbe essere un ottimo patrono dei confessori e dei direttori spirituali, di cui abbiamo tanto bisogno oggi.

Divisore dans San Francesco di Sales

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19 novembre/ Anniversario della nascita in Cielo di Don Dolindo

Posté par atempodiblog le 19 novembre 2022

19 novembre/ Anniversario della nascita in Cielo di Don Dolindo dans Articoli di Giornali e News Il-bastone-di-don-Dolindo-Ruotolo

Il 19 novembre si commemora la nascita in Cielo del Servo di Dio don Dolindo Ruotolo. Presso la Parrocchia di San Giuseppe dei Vecchi e Immacolata di Lourdes di Napoli, per tale occasione, sarà esposto alla venerazione dei fedeli il bastone di cui si servì don Dolindo negli ultimi anni della sua vita per visitare gli ammalati.
Alle ore 17:30, presso la suddetta Parrocchia, si terrà l’Adorazione Eucaristica seguita alle ore 18:30 dalla Santa Messa.

Fonte: Gli Angeli Di Padre Dolindo associazione di volontariato

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La tomba dei coniugi Wojtyła, meta di pellegrinaggi

Posté par atempodiblog le 8 novembre 2022

Servi di Dio
La tomba dei coniugi Wojtyła, meta di pellegrinaggi
Al cimitero di Rakowicki (Cracovia) sono sepolti i genitori di san Giovanni Paolo II. Per la vigilia di Tutti i Santi, anche il card. Dziwisz è andato a pregare sulla tomba dei coniugi Wojtyła. Un sepolcro visitato da migliaia di persone, segno del culto già diffuso verso questi due Servi di Dio.
di Wlodzimierz Redzioch – La nuova Bussola Quotidiana

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Nel periodo in cui ricordiamo i nostri morti, tanta gente si reca sulle tombe di famiglia. Ma a Cracovia, al cimitero di Rakowicki, c’è una tomba particolare che viene visitata da migliaia di persone. È la tomba delle famiglie Wojtyła e Kaczorowski, dove sono sepolti i coniugi Emilia e Karol Wojtyła senior e il fratello del papa, Edmund. Queste visite sono un segno tangibile del culto dei genitori di san Giovanni Paolo II, oggi Servi di Dio.

Alla vigilia delle celebrazioni di Ognissanti, anche il cardinale Stanisław Dziwisz, insieme al suo segretario don Andrea Nardotto e alle suore del Sacro Cuore di Gesù (tra cui anche suor Tobiana), che servivano nell’appartamento pontificio, hanno visitato il cimitero di Rakowicki per pregare sulla tomba di Emilia, Karol ed Edmund Wojtyła (vedi foto, dell’Arcidiocesi di Cracovia).

La morte della mamma Emilia
Emilia Kaczorowska in Wojtyła morì il 13 aprile 1929. Lasciò il marito, Karol Wojtyła, e due figli: il maggiore Edmund e il giovane Karol junior, il futuro papa. Dopo la Messa funebre nella parrocchia di Wadowice la salma di Emilia fu portata a Cracovia, al cimitero di Rakowicki. Wojtyla senior fece seppellire Emilia in una tomba già esistente che apparteneva ai parenti della moglie e dove fu scritto: “Emilia Wojtyłowa, 26/03 1884 – 13/04 1929”. Il suo corpo è stato poi spostato in un’altra tomba, ma il suo nome e cognome da coniugata non sono stati rimossi dal monumento. Nel 1934, nella parte militare del cimitero furono costruite dal tenente Wojtyła le tombe delle famiglie Wojtyła e Kaczorowski ed è lì che si trova il corpo della mamma di Giovanni Paolo II.

La tragica morte di Edmund Wojtyła
Edmund Antoni Wojtyła era il figlio primogenito di Emilia e Karol Wojtyła. Nacque il 28 agosto 1906. Nel 1924, diede l’esame di maturità e successivamente, negli anni 1924-1929, studiò presso la Facoltà di Medicina dell’Università Jagellonica di Cracovia. Finì gli studi di Medicina discutendo la tesi del dottorato il 29 marzo 1930. Il giovane dottor Edmund Wojtyła cominciò a lavorare in un ospedale pediatrico a Cracovia; poi si trasferì nella città di Bielsko dove dal 1° aprile 1931 lavorò presso il locale ospedale. Nell’autunno del 1932, il dottor Wojtyła divenne il capo del reparto di malattie infettive. Poco dopo, fu portata all’ospedale una ragazza con la scarlattina. Tutti, anche i medici, avevano una terribile paura di contrarre la malattia, allora mortale. Solo Edmund si occupò della malata, facendo del suo meglio per salvarla. Ma, purtroppo, contrasse la malattia lui stesso e morì in pochi giorni. Per il giovane Karol, che aveva 12 anni, fu un momento drammatico. Come rivelò nella conversazione con André Frossard: “La morte di mia madre mi si è profondamente incisa nella memoria, e forse più ancora quella di mio fratello, a causa delle circostanze drammatiche in cui avvenne, e perché io ero più maturo”. Edmund fu sepolto nel cimitero di Bielsko, ma in seguito la sua bara fu trasferita nella tomba di famiglia nel cimitero di Rakowicki a Cracovia, a fianco della madre.

Non mi sono mai sentito così solo”
Nel 1938 Karol Wojtyła junior si trasferì con il padre a Cracovia. Vivevano in un modesto appartamento in via Tyniecka 10. Il giovane Karol lavorava nella fabbrica Solvay e ogni giorno portava a casa nelle gavette il cibo cucinato dagli amici, la famiglia Kydryński. Il 18 febbraio 1941 il giovane operaio Karol, di ritorno dal lavoro nelle cave, venne a prendere da mangiare per il padre dai Kydryński. Poi, con Maria Kydryńska, si diresse a casa: Maria doveva riscaldare la cena per Karol Wojtyła senior, ma quando entrarono nell’appartamento lo trovarono morto. Karol, piangendo, abbracciò Maria e disse tra le lacrime: “Non ero presente alla morte di mia madre, non ero presente alla morte di mio fratello, non ero presente alla morte di mio padre”. Chiamò subito un sacerdote e pregò tutta la notte inginocchiato accanto al corpo del padre defunto. Anni dopo, in una conversazione privata con un amico in Vaticano, Giovanni Paolo II ricordò quella notte dopo la morte del padre. “Non mi sono mai sentito così solo”, confessò. Il funerale ebbe luogo il 22 febbraio 1941 al cimitero di Rakowicki, dove Karol senior fu sepolto in una tomba accanto alla moglie e al figlio Edmund.

Le visite alla tomba dei genitori
Karol Wojtyła per tutta la vita andò in visita sulla tomba dei genitori e del fratello. Lo fece da sacerdote, vescovo, cardinale e anche da Papa. Probabilmente durante una di queste visite sono sgorgati dal cuore del figlio i versi della poesia dedicata alla madre.

«Sulla tua tomba bianca
fioriscono bianchi fiori della vita.
Oh, quanti anni sono stati senza di te,
quanti anni fa?
Sulla tua tomba bianca
da tanti anni già chiusa:
come se in alto qualcosa si innalzasse,
come la morte incomprensibile.
Sulla tua tomba bianca,
o madre, mio spento amore,
con tanto affetto filiale
faccio preghiera:
Dio, donale eterno riposo».

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Il Papa: affidiamo alla Madonna i popoli dove regnano guerra e miseria

Posté par atempodiblog le 18 octobre 2022

Il Papa: affidiamo alla Madonna i popoli dove regnano guerra e miseria
In un tweet dall’account @Pontifex, Francesco chiede di unirsi in preghiera per l’Ucraina e gli altri Paesi dove si consumano tragedie quotidiane, insieme al milione di bambini che oggi partecipa al Rosario per la pace nel mondo. L’iniziativa di Aiuto alla Chiesa che Soffre coinvolge i piccoli di asili, parrocchie, scuole e famiglie dei cinque continenti
di Salvatore Cernuzio – Vatican News

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C’è l’Ucraina martoriata, ma anche lo Yemen, la Siria, la Libia, il Myanmar, i Paesi di Africa e Medio Oriente, e tutti quei luoghi “dove regnano guerra, violenza e miseria” al centro dei pensieri del Papa che chiede di unirsi in preghiera per queste popolazioni insieme al milione di bambini che oggi recita il Rosario per la pace nel mondo. In un tweet dall’account in nove lingue @Pontifex, raggiungendo contemporaneamente milioni di persone in ogni angolo del globo, Francesco invita a unirsi all’iniziativa lanciata ogni anno dalla Fondazione Aiuto alla Chiesa che Soffre:

#PreghiamoInsieme ai bambini di tutti i continenti che oggi recitano il Rosario per la pace nel mondo. Affidiamo all’intercessione della Madonna il martoriato popolo ucraino e le altre popolazioni dove regnano guerra, violenza e miseria. #1millionchildrenpraying

Il ricordo all’Angelus
Già dopo l’Angelus di domenica scorsa, ribadendo l’angoscia ricorrente per la popolazione ucraina, finita negli ultimi giorni sotto una nuova pioggia di fuoco, il Papa aveva ricordato questo evento mondiale di preghiera.

Grazie a tutti i bambini e le bambine che partecipano! Ci uniamo a loro e affidiamo all’intercessione della Madonna il martoriato popolo ucraino e le altre popolazioni che soffrono per la guerra e ogni forma di violenza e di miseria.

Scuole, famiglie, parrocchie da tutto il mondo
Alla campagna di Acs sono invitati i bambini di parrocchie, asili, scuole e famiglie, ai quali viene fornito un pacchetto informativo gratuito con istruzioni su come recitare il Rosario, brevi meditazioni sui Misteri del Rosario e altri materiali – tutti disponibili online – insieme alle immagini da colorare, in 26 lingue diverse.

Piacenza: Dio ha il controllo anche su guerre e malvagità
Lo scopo dell’iniziativa, spiega in un comunicato il presidente della Fondazione, il cardinale Mauro Piacenza, “è implorare pace e unità in tutto il mondo, incoraggiando bambini e giovani a confidare in Dio nei momenti difficili”. Il tema scelto è l’“amore del Padre per il mondo”, rappresentato anche dal poster della campagna che presenta due mani aperte che racchiudono il globo e lo sostengono insieme ai bambini di ogni continente. “Queste mani simboleggiano il Padre divino che ha creato il mondo nell’amore e che desidera salvare tutti i popoli e condurli a Sé sani e salvi”, dice Piacenza. “Guardando intorno a noi le guerre e le malvagità, le persecuzioni, le malattie e le paure che gravano sul nostro mondo, la gente potrebbe chiedersi: Dio ha davvero il controllo? Sì lo ha, ma dobbiamo anche tendergli le nostre mani tese e aggrapparci a lui”.

Collegati dai cinque continenti
È dal 2005, con un primo gruppi di bambini riuniti in un santuario a Caracas, che Acs organizza il Rosario per pregare per i Paesi afflitti dalle tragedie. Ampia la partecipazione registrata nelle precedenti edizioni, anche quest’anno l’iniziativa – trasmessa in diretta da Fatima – sembra aver raccolto una risposta globale: dalla stessa Ucraina, dove la Chiesa greco-cattolica ha tradotto i testi in ucraino e organizzerà il Rosario in tutto il Paese, all’Argentina, dove i bambini non si riuniscono un solo giorno ma hanno deciso di fare un’intera novena. Dal e il Kenya, dove 45 scuole hanno assicurato la loro ‘presenza’ spirituale, alla Nigeria, piagata dalle alluvioni e da un ennesimo rapimento di un sacerdote, dove 60 chiese e scuole in diverse diocesi reciteranno la coroncina.

Barta: “L’amore trionfa sulla violenza”
“Alcune delle reazioni più positive che abbiamo avuto sono arrivate proprio dalle regioni dove la pace è più necessaria”, spiega padre Martin M. Barta, assistente ecclesiastico internazionale di Aiuto alla Chiesa che Soffre. “È particolarmente commovente sapere che ci sono bambini in Iraq, Siria, Bielorussia o Myanmar che pregano insieme a coloro che si radunano a Fatima, in Portogallo, in Canada o negli Stati Uniti. Ci fa sperare che l’amore che viene dalla fede possa trionfare sulla violenza”.

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Papa Francesco: riscoprire le giaculatorie, “messaggini” a Dio

Posté par atempodiblog le 16 octobre 2022

Papa Francesco: riscoprire le giaculatorie, “messaggini” a Dio
All’Angelus il Papa raccomanda di pregare costantemente perché l’amore per Dio non si raffreddi. C’è bisogno di dedicare quotidianamente del tempo a Lui, e, se si è molto indaffarati, il cuore può essergli vicino ricorrendo alle tradizionali brevi preghiere, spesso in rima, recitate in particolare dagli anziani e facili da memorizzare, che si possono ripetere spesso durante la giornata
di Tiziana Campisi – Vatican News

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Se il Signore venisse oggi sulla terra “vedrebbe, purtroppo, tante guerre, povertà e disuguaglianze”, ma anche “grandi conquiste della tecnica, mezzi moderni e gente che va sempre di corsa, senza fermarsi mai”, ma troverebbe chi gli dedica tempo e affetto, chi lo mette al primo posto? È l’interrogativo che Papa Francesco fa riecheggiare all’Angelus in piazza San Pietro – dove si sono radunati 20mila fedeli - richiamando la pagina del Vangelo in cui Gesù domanda preoccupato se troverà fede al suo ritorno.

Noi, spesso, ci concentriamo su tante cose urgenti ma non necessarie, ci occupiamo e ci preoccupiamo di molte realtà secondarie; e magari, senza accorgerci, trascuriamo quello che più conta e lasciamo che il nostro amore per Dio si vada raffreddando, si raffreddi poco a poco. Oggi Gesù ci offre il rimedio per riscaldare una fede intiepidita. Qual è? La preghiera.

La preghiera costante
Francesco definisce la preghiera “la medicina della fede, il ricostituente dell’anima” ma raccomanda “che sia una preghiera costante”. Come si fa per una cura da seguire, che è bene osservare “con costanza e regolarità” per stare meglio, e per una pianta, che per sopravvivere necessita periodicamente di acqua, così è per la preghiera.

Non si può vivere solo di momenti forti o di incontri intensi ogni tanto per poi “entrare in letargo”. La nostra fede si seccherà. C’è bisogno dell’acqua quotidiana della preghiera, c’è bisogno di un tempo dedicato a Dio, in modo che Lui possa entrare nel nostro tempo, nella nostra storia; di momenti costanti in cui gli apriamo il cuore, così che Egli possa riversare in noi ogni giorno amore, pace, gioia, forza, speranza; nutrire, cioè, la nostra fede.

Le giaculatorie rimedio di preghiera nella vita frenetica
E se Gesù parla “della necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai”, mentre invece non si trova il tempo per farlo, Francesco suggerisce “una pratica spirituale sapiente, anche se oggi un po’ dimenticata”, osservata in particolare dagli anziani: quella della recita delle giaculatorie, “brevissime preghiere, facili da memorizzare” che si possono “ripetere spesso durante la giornata, nel corso delle varie attività, per restare “sintonizzati” con il Signore”.

Facciamo qualche esempio. Appena svegliati possiamo dire: “Signore, ti ringrazio e ti offro questo giornata”, questa è una piccola preghiera; poi, prima di un’attività, possiamo ripetere: “Vieni, Spirito Santo”; e tra una cosa e l’altra pregare così: “Gesù, confido in te e ti amo”. Piccole preghierine ma che ci mantengono in contatto con il Signore.

Le risposte di Dio per noi nel Vangelo
Così come si inviano messaggi alle persone cui si vuol bene, con le giaculatorie, piccole formule di preghiera, spiega il Papa, il cuore rimane connesso con Dio, che offre le sue risposte nel Vangelo, “da tenere sempre sotto mano e da aprire ogni giorno, per ricevere una Parola di vita diretta a noi”. Il Pontefice, inoltre, torna sul consiglio dato tante volte di portate con sè un piccolo Vangelo tascabile, da aprire spesso e leggere. Quindi ha concluso invocando l’aiuto di Maria perché “ci insegni l’arte di pregare sempre, senza stancarci”.

Al termine della preghiera mariana il Pontefice ha annunciato che il Sinodo sulla sinodalità avrà due sessioni, una dal 4 al 29 ottobre 2023, l’altra nell’ottobre del 2024, ha poi ricordato la beatificazione di questo pomeriggio, a Boves, di due sacerdoti, martiri della fede, uccisi dai nazisti, don Giuseppe Bernardi e don Mario Ghibaudo, e ha parlato dell’iniziativa di Aiuto alla Chiesa che Soffre, che martedì coinvolgerà nella recita del Rosario un milione di bambini. Francesco ha inoltre accennato alla Giornata mondiale del rifiuto della miseria, che ricorre domani.

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Ricorrenza ventennale/ Il 16 ottobre 2002 san Giovanni Paolo II firmò la “Rosarium Virginis Mariae”

Posté par atempodiblog le 16 octobre 2022

Ricorrenza ventennale/ Il 16 ottobre 2002 san Giovanni Paolo II firmò la “Rosarium Virginis Mariae”

Ricorrenza ventennale/ Il 16 ottobre 2002 san Giovanni Paolo II firmò la “Rosarium Virginis Mariae” dans Apparizioni mariane e santuari Una-prima-e-ultima-pagina-storiche-de-L-Osservatore-Romano-del-17-ottobre-2002

Una prima pagina storica de « L’Osservatore Romano » del 17 ottobre 2002. Il giorno precedente, il 16 ottobre, San Giovanni Paolo II aveva firmato la “Rosarium Virginis Mariae”, la Lettera apostolica sul Rosario, dando inizio all’Anno dedicato alla preghiera mariana, radice stessa del nostro Santuario. Proprio oggi sono passati vent’anni da quel giorno.

L’ultima pagina de « L’Osservatore Romano » del 17 ottobre 2002. Il 16 ottobre, San Giovanni Paolo II, che quel giorno firmò la “Rosarium Virginis Mariae”, la Lettera apostolica sul Rosario, annunciò che sarebbe stato pellegrino a Pompei per la seconda volta. Papa Wojtyla visiterà il Santuario il 7 ottobre 2003.

Tratto da: Pontificio Santuario di Pompei

Divisore dans San Francesco di Sales

Elezione-Papa-Giovanni-Paolo-II dans Articoli di Giornali e News

La prima pagina de L’Osservatore Romano del 16 ottobre 1978: Elezione di Giovanni Paolo II.

Divisore dans San Francesco di Sales

Freccia dans Viaggi & Vacanze Lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae di San Giovanni Paolo II

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