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Il mariologo. Così il Rosario è «forza» per vincere il maligno

Posté par atempodiblog le 9 octobre 2018

Il mariologo. Così il Rosario è «forza» per vincere il maligno
Maggioni spiega l’invito del Papa a pregare Maria per proteggere la Chiesa dalle divisioni. «La missione del diavolo è gettare scompiglio»
di Giacomo Gambassi – Avvenire

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Un’immagine di Maria madre della Misericordia

Il Rosario come “argine” per proteggere la Chiesa dalle divisioni del maligno. Ne è persuaso papa Francesco che lo scorso 29 settembre ha esortato i fedeli di tutto il mondo a pregare per l’intero mese di ottobre con la preghiera mariana che Pio XII aveva definito il “compendio di tutto quanto il Vangelo”. «Da sempre la Chiesa deve misurarsi con divisioni e peccati, anche se oggi assistiamo a modi che suscitano smarrimento poiché uno non se li aspetterebbe. Quando si fanno più evidenti i tentativi diabolici di fare strappi nella veste della Sposa di Cristo, occorre ricorrere alla preghiera, che è sorgente di comunione e di pace. E il Rosario è una forma collaudata di preghiera, sia personale che comunitaria», afferma il monfortano padre Corrado Maggioni. Sottosegretario alla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti – nomina voluta da Francesco –, è docente alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum e al Pontificio Istituto Liturgico Sant’Anselmo di Roma. E alla Madonna ha dedicato numerose pubblicazioni.

Ad Avvenire il religioso spiega il senso dell’iniziativa lanciata da Bergoglio. «Che il Papa indichi un’intenzione particolare di preghiera, specie per l’ottobre del Rosario, è una prassi conosciuta. Quest’anno Francesco ha raccomandato di ricorrere all’aiuto della Madre di Dio e di san Michele Arcangelo al fine di non restare intrappolati nei tranelli del diavolo “che sempre mira a dividerci da Dio e tra di noi”. Le divisioni nella Chiesa fanno sempre il gioco del diavolo, parola greca che vuol dire “colui che divide”. La missione del diavolo, infatti, è proprio quella di portare scompiglio, distorcere la visione delle cose, gettare discredito, insinuare l’ombra dove splende la luce».

L’invito del Pontefice si inserisce all’interno del mese del Rosario per eccellenza, ottobre appunto. Infatti il 7 ottobre si celebra la memoria liturgica della “Beata Vergine Maria del Rosario”. «Questo legame ci porta al secolo scorso – chiarisce padre Maggioni –. A seguito delle apparizioni a Lourdes (1858), in cui Maria si mostrò con la corona del Rosario tra le mani, si fece strada l’uso di recitarlo ogni giorno di ottobre a motivo del coincidente ricordo in questo mese della Vergine del Rosario, celebrata oggi il 7 ottobre. Questo uso, lodato dal beato Pio IX che vi annesse delle indulgenze, si diffuse in tutta la Chiesa con Leone XIII, che lo rese obbligatorio nei giorni di ottobre in tutte le chiese, indicando la recita del Rosario quale via sicura per implorare da Dio, con la potente intercessione di Maria, serenità e pace per la Chiesa e per la società. Fu questo il periodo in cui la recita del Rosario, a partire dal mese di ottobre, si estese regolarmente nelle famiglie più ferventi come preghiera serale quotidiana».

E in questo scorcio del 2018 la preghiera, in particolare il Rosario, è proposta da papa Francesco come forza per vincere il “grande accusatore”. «Certo – sottolinea il mariologo della Compagnia di Maria, congregazione conosciuta più comunemente come dei monfortani – , la preghiera è forza poiché permette di ricevere la forza dello Spirito di Cristo, vincitore del maligno. Secondo la parola di Gesù, lo Spirito Santo è il nostro avvocato, il difensore sicuro, colui che impedisce all’accusatore, che è il diavolo appunto, di girare per il mondo mietendo vittime». E padre Maggioni tiene a far sapere: «Oggi le news diaboliche, ossia volte a dividere, fanno il giro del mondo in pochi minuti, avvelenando i cuori. La preghiera è il modo che abbiamo di connetterci con lo Spirito di Dio che lavora per unire, suscitare concordia, creare armonia. Sicuramente, anzitutto la Messa della domenica ci permette di rifornirci dello Spirito di Cristo. Alla sua luce, anche il Rosario, con la ripetizione di “Padre nostro”, “Ave Maria” e “Gloria al Padre”, meditando i misteri della vita di Cristo, aiuta a custodire l’unione con lui e a sfuggire alla presa del “grande accusatore”».

Dal Papa arriva anche un ulteriore suggerimento. Bergoglio chiede, alla fine della recita del Rosario, di rivolgersi alla Vergine con l’invocazione Sub tuum praesidium. «È la più antica preghiera mariana, diffusa in Oriente e Occidente, rinvenuta nel 1927 su un papiro egiziano della fine del secolo III, che dice: “Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, santa Madre di Dio” – osserva il sottosegretario alla Congregazione per il culto divino –. È rilevante il suo valore dottrinale poiché compare il titolo Theotokos, ossia Madre di Dio, prima del suo riconoscimento al Concilio di Efeso nel 431. È evidente anche il valore cultuale, poiché è una supplica rivolta direttamente a Maria. Se ignoriamo quale prova l’abbia ispirata, è chiaro il comune ricorso dei fedeli alla Madre di Dio, certi di essere da lei soccorsi a motivo della sua divina maternità. Ricercare la protezione di Maria non contraddice il rifugiarsi in Dio, anzi, lo facilita. Dove incontrare Dio se non in colei che ce lo ha donato come salvatore e liberatore dal maligno? Maria è la casa in cui Dio stesso ha preso dimora. Si cerca rifugio da lei per non ingannarsi, rischiando di cercare il liberatore dove non si trova. Da qui si leva l’accorata invocazione: “Non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova e liberaci da ogni pericolo”. Si supplica la “Vergine gloriosa e benedetta” sicuri che, per quanto lei conta nella nostra liberazione dal male, non può non esaudire e soccorrere chi la invoca. Il Papa ci chiama dunque a chiedere a Maria di porre la Chiesa sotto il suo manto “per preservarla dagli attacchi del maligno, renderla più consapevole delle colpe, degli errori e degli abusi commessi, e impegnata a combattere senza nessuna esitazione affinché il male non prevalga”».

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Mons. Hoser: in tanti a Medjugorje, anche tra i lontani, per incontrare Cristo

Posté par atempodiblog le 24 juillet 2018

Mons. Hoser: in tanti a Medjugorje, anche tra i lontani, per incontrare Cristo
Nominato da Papa Francesco il 31 maggio scorso visitatore apostolico a Medjugorje, mons. Hoser nella Messa per l’inizio del ministero ha detto che in questo luogo la devozione popolare ha Cristo al centro
di Sergio Centofanti – Vatican News

Mons. Hoser: in tanti a Medjugorje, anche tra i lontani, per incontrare Cristo dans Apparizioni mariane e santuari Medjugorje

L’arcivescovo polacco Henryk Hoser ha presieduto questa domenica una Messa solenne nella Chiesa di San Giacomo, dando inizio al suo ministero di visitatore apostolico a carattere speciale per la parrocchia di Medjugorje. Erano presenti numerosi fedeli e pellegrini, insieme al nunzio in Bosnia ed Erzegovina, mons. Luigi Pezzuto, al vescovo di Alessandria, mons. Guido Gallese, e al provinciale dei francescani, fra Miljenko Steko.

Inviato dal Papa a Medjugorje
Papa Francesco – ha esordito nell’omelia – mi ha inviato a Medjugorje perché “la cura pastorale esige di assicurare un accompagnamento stabile e continuo” di questa comunità parrocchiale “e dei fedeli che vi si recano in pellegrinaggio”.

Prendendo spunto dalla prima lettura di questa XVI domenica del Tempo ordinario, in cui Geremia dice: “Guai ai pastori che fanno perire e disperdono il gregge del mio pascolo”, mons. Hoser ha detto: “Il Santo Padre, pastore universale della Chiesa, prende come sue queste parole del profeta. Ci invia lì, dove esiste e vive la gente, dove i fedeli si radunano cercando la luce di salvezza”. E riferendosi al Vangelo ha sottolineato che “il Signore ci dà un incomparabile esempio e modello missionario“ perché mostra compassione per le tante persone che lo seguivano “come pecore che non hanno pastore”.

Anche “i lontani“ vengono a Medjugorje
Il presule ha quindi commentato le parole di San Paolo: “Voi che un tempo eravate lontani, siete diventati vicini, grazie al sangue di Cristo (…) Egli è venuto ad annunciare pace a voi che eravate lontani, e pace a coloro che erano vicini”. “A Medjugorje – ha ricordato – vengono i pellegrini da lontano, da circa 80 Paesi del mondo”: per percorrere tanti chilometri “bisogna avere una motivazione ferma e decisa”. “Ma la parola ‘lontani’ significa ancora un’altra cosa; significa una situazione esistenziale di tanti che si sono allontanati da Dio, da Cristo, dalla loro Chiesa e dalla luce che dà senso alla vita, per orientarla e darle lo scopo vitale degno, che vale la pena di essere vissuto”.

Fedeli di Medjugorje, testimoni da 37 anni di tanti eventi
“Questa missione – ha proseguito mons. Hoser – concerne ugualmente non soltanto i lontani, ma pure i vicini. Questi anche in un duplice senso: vicini perché abitano da generazioni questo luogo e territorio; vicini perché sono i parrocchiani di Medjugorje; vicini perché sono da trentasette anni i testimoni di tanti eventi di questa regione. In un’altro senso, sono vicini anche tutti quelli che vivono una fede ardente e calorosa, che vogliono essere in contatto intimo e riconoscente con il Signore Risuscitato e Misericordioso”.

A Medjugorje per incontrare Cristo e sua Madre
A questo punto mons. Hoser ha posto “la questione fondamentale: perché tanta gente si reca ogni anno a Medjugorje? La risposta che si impone è questa: vengono per incontrare qualcuno: per incontrare Dio, incontrare Cristo, incontrare Sua Madre. E poi per scoprire la strada che conduce alla felicità di vivere nella casa del Padre e della Madre; infine per scoprire la strada mariana come quella più certa e sicura. È la strada del culto mariano che si celebra da anni qui, cioè ‘quel culto sacro, nel quale vengono a confluire il culmine della sapienza e il vertice della religione e che pertanto è compito primario del Popolo di Dio’ (Dall’Esortazione apostolica di Paolo VI Marialis cultus)”.

A Medjugorje un culto cristocentrico
“Si tratta davvero – ha precisato – di un culto cristocentrico, perché – come diceva Paolo VI – da Cristo trae origine ed efficacia, in Cristo trova compiuta espressione e per mezzo di Cristo, nello Spirito, conduce al Padre”.

Devozione a Medjugorje è secondo la dottrina
Il Concilio Vaticano II – ha osservato – sottolinea con forza che “le varie forme di devozione verso la Madre di Dio, che la Chiesa ha approvato entro i limiti della sana e ortodossa dottrina si sviluppino in armonica subordinazione al culto che si presta a Cristo e intorno ad esso gravitino come a loro naturale e necessario punto di riferimento” (Cfr Conc. Vat. II, Cost. dogm. sulla Chiesa Lumen gentium, 66). “Tale è la devozione popolare a Medjugorje: al centro la Santa Messa, l’adorazione del Santissimo Sacramento, una massiva frequenza del Sacramento della Penitenza, accompagnate dalle altre forme di pietà: il Rosario e la Via Crucis che fanno sì che le pietre, prima ruvide, dei sentieri diventino lisce”.

Momenti speciali di grazia
“I pellegrini – ha affermato mons. Hoser – consacrano il loro tempo per essere presenti nello spazio di Medjugorje. A questo proposito il Santo Papa Giovanni Paolo II diceva ‘che come il tempo può essere scandito dai kairoì, momenti speciali di grazia, in modo analogo lo spazio possa essere segnato da particolari interventi salvifici di Dio. E questa, del resto, un’intuizione presente in tutte le religioni, nelle quali si trovano non solo tempi, ma anche spazi sacri, nei quali l’incontro col divino può essere sperimentato in modo più intenso di quanto non avvenga abitualmente nell’immensità del cosmo” (Lettera sul pellegrinaggio, 30-6-1999).

La Regina della Pace
“Medjugorje – ha detto il visitatore apostolico – ci offre il tempo e lo spazio della grazia divina per intercessione della Beata Vergine Maria, Madre di Dio e Madre della Chiesa, venerata qui con l’appellativo di ‘Regina della Pace’. Questo appellativo è ben conosciuto tramite le Litanie Lauretane”. “È vero – ha concluso mons. Hoser – il mondo ha tanto bisogno di pace: la pace del cuore di ciascuno, la pace nella famiglia, la pace sociale e la pace internazionale, tanto desiderata da tutti, specialmente dai cittadini di questo Paese, così provato dalla guerra dei Balcani. Promuovere la pace significa costruire una civiltà fondata sull’amore, sulla comunione, sulla fraternità, sulla giustizia, e quindi sulla pace e la libertà. La Madonna, Madre del Principe della Pace annunziato dei profeti sia la nostra Protettrice, la nostra Regina la nostra Madre. Amen”.

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Di Bartolomei jr e il post con la pistola: «No all’uso le armi, credetemi»

Posté par atempodiblog le 29 juin 2018

Di Bartolomei jr e il post con la pistola: «No all’uso le armi, credetemi»
Il figlio di Agostino, capitano storico della Roma che si è tolto la vita sparandosi nel 1994, su Facebook si schiera contro i 4 italiani su 10 favorevoli alla detenzione di una pistola in casa (sondaggio Censis): «Non produce alcuna sicurezza»
di Riccardo Bruno – Corriere della Sera

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L’immagine di una pistola postata sui social. E una riflessione che iniziai così: «Questa è una Smith&Wesson 38 special uguale a quella che aveva Agostino. Quando la comprò negli anni 70 lo fece perché credeva che avrebbe così reso più sicura la sua famiglia». Agostino Di Bartolomei, il capitano della Roma colto e introverso, indimenticabile combinazione in campo di intelligenza e forza, la mattina del 30 maggio 1994, a 39 anni, decise di farla finita sparandosi un colpo al petto. Il messaggio sui social, 25 anni dopo, è del figlio Luca. «Ho letto che il 41% degli italiani si sentirebbe più sicuro da una semplificazione della legislazione sul porto d’armi — spiega al Corriere —.

Tutti gli studi dimostrano che una maggiore circolazione delle armi conduce a un numero più elevato di morti, di omicidi, suicidi, incidenti, bambini che meravigliosamente curiosi si fanno del male o lo fanno agli altri».

Statistiche ed emotività
Luca aveva 11 anni quando la tragedia sconvolse la sua famiglia. «Da quella vicenda non dico che possiamo trarre un insegnamento, ma almeno un ammonimento, ricavarne qualcosa di buono».

Da questo nasce una sorta di appello. «Vorrei invitare tutte quelle persone che hanno avuto la devastazione di un lutto per colpa di un’arma da fuoco a parlare con quel 41% di italiani, fargli capire che non si ottiene così più sicurezza, una pistola in casa è sempre un pericolo».

Per Luca Di Bartolomei questa non è solo una battaglia personale per fare i conti con il proprio dolore, è anche un impegno professionale. È stato coordinatore del dipartimento sicurezza e difesa del Pd, adesso è consulente aziendale. Abituato a confrontarsi con dati e numeri.

«Tutte le statistiche del Viminale indicano che gli eventi criminali sono in costante decrescita. Al contrario aumenta la percezione dell’insicurezza e dell’illegalità. Non è solo un fenomeno italiano, è un’ondata sovranazionale che spinge alla chiusura, all’isolamento e quindi all’armamento. Abbiamo il dovere di comprendere i fenomeni sociali, senza abbandonarci all’emotività».

Diffusione e utilizzo
Agostino Di Bartolomei possedeva diverse armi, compresa quella Smith&Wesson. Prima di morire lasciò un biglietto alla moglie: «Mi sento chiuso in un buco… Non vedo l’uscita dal tunnel». Nessuno può dire come sarebbe andata se non avesse trovato quegli oggetti di morte in casa.

Ieri il figlio Luca ha scritto che «alla obiezione che chi vuole suicidarsi lo fa comunque vorrei solo dire che, per andare oltre il burrone che pensiamo di avere davanti, basta un attimo. E in quell’attimo non avere accesso ad un’arma può fare la differenza».

Facendosi forte di cifre e analisi, ricorda che «la diffusione porta inevitabilmente all’utilizzo». E aggiunge che per garantirne la padronanza, «l’uso deve essere costante e continuato. Ovvero una pratica riservata a quei soggetti che si occupano abitualmente di ordine pubblico. Le forze di polizia, non i privati cittadini».

Luca Di Bartolomei chiude il suo messaggio sui social con una richiesta, sincera e accorata. «Pensate ai vostri figli e ai vostri nipoti. Una pistola non produce alcuna sicurezza. Credetemi».

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65 anni della Madonnina di Monte Mario

Posté par atempodiblog le 5 juin 2018

65 anni della Madonnina di Monte Mario
Storia di un voto e di una promessa mantenuta. Incoraggiati da Pio XII, i romani pregano e fanno un voto a Maria Salus Populi Romani perché la città sia risparmiata dallo scontro finale tra tedeschi e alleati
di Emanuela Campanile – Vatican News

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Italia, 1944. Gli alleati sbarcano ad Anzio nel gennaio di quello stesso anno, la Linea Gustav è spezzata, i tedeschi arretrano, gli americani avanzano verso Roma. La capitale è ancora nelle mani dei tedeschi, si teme uno scontro frontale, decisivo, che travolga Roma con tutta la sua realtà umana, storica, archeologica e di fede. Il timore  è grandissimo.

L’appello di Pio XII
In quell’anno la festa titolare del Santuario del Divino Amore cade il 28 maggio, e Papa Pio XII invita tutti i romani a pregare la Madonna, ad affidarsi a Lei perché Roma venga risparmiata da questo scempio fratricida. Tra gli amici e gli ex-allievi di don Orione che accolgono le parole del Pontefice, presente anche Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI: “Ma il voto – domanda e suggerisce – volete farlo voi o volete farlo fare alla città?”. La risposta è unanime, tutta Roma sarà coinvolta.

Il voto di tutta la città
Sguinzagliati per le vie e per le piazze di Roma, i giovani della Congregazione fondata del Santo canonizzato da Giovanni Paolo II nel maggio 2004, riescono a raccogliere un milione e 100 mila firme. Con Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI, come promotore e intermediario, la lunga lista viene fatta recapitare in Vaticano e, in pochissimi giorni, si ha il via libera. Il 4 giugno del 1944, nella chiesa di Sant’ Ignazio, viene pronunciato il voto dal decano dei prefetti di Roma. La capitale è risparmiata così come la sua gente che non dimenticherà di adempiere le promesse fatte alla Vergine ‘Salus Populi Romani’.

Roma è risparmiata, le parole del Papa
La domenica seguente, l’11 giugno, lo stesso Pio XII si reca nella chiesa di Sant’Ignazio, ‘ai piedi di Maria, Madre del Divino Amore’. Con quel “Diletti figli e figlie”, inizia il suo discorso di ringraziamento alla Madonna:

“La nostra Madre Immacolata ancora una volta ha salvato Roma da gravissimi imminenti pericoli (…) siamo stati testimoni di una incolumità, che ci deve empire l’animo di tenera gratitudine verso Dio e la sua purissima Madre”

L’adempimento del voto
La conversione del cuore, un’opera caritativa e un segno di culto. Queste le tre promesse per onorare il Voto fatto e che, con lo sguardo della fede, vennero adempiute con l’aiuto della Provvidenza a partire da una telefonata. A chiamare direttamente la Segreteria di Stato in Vaticano, facendo presente la grave situazione dei numerosi minori soli che vagavano per le strade della città, fu il generale statunitense Mark Clark.
Da qui, il coinvolgimento della Congregazione di don Orione che accettò le due strutture messe a disposizione – ancora oggi Centro dell’Opera e dove sorge appunto la Statua della Madonnina – prendendosi cura di centinaia di orfani e mutilatini.

La costruzione della Madonnina ‘Salus Populi Romani’
Percorsero in lungo e in largo le vie e le piazze della città per trovare quanto più materiale possibile e realizzare una statua dedicata alla Vergine. Ad impegnarsi nella raccolta, ancora i giovani del « Don Orione » dopo che lo scultore Arrigo Minerbi, a cui fu commissionata l’opera, disse: « datemi del rame e vi farò una statua bellissima ». Una grande statua che vegliasse sulla città di Roma era dunque il segno di culto scelto per concludere l’adempimento del voto.

Lo scultore e il volto di Maria
Salvato dal rastrellamento degli ebrei nell’ottobre ’43, grazie alla Piccola Opera di Don Orione, Minerbi accettò con grande entusiasmo l’incarico affidatogli. Ma nel momento di realizzare il volto della Vergine, esitò. Che tratti darle? Pensò allora al detto popolare ‘i primogeniti matrizzano’ (assomigliano alle madri) e decise quindi di procedere ispirandosi al volto della Sacra Sindone. Di rame, ferro e ottone, ricoperta con la tecnica dei fogli d’oro, la statua è alta 9 metri con una mano che indica il cielo e l’altra protesa in avanti. Dal 4 giugno del 1953 è posizionata sulla collina di Monte Mario. E’ bellissima, luminosa per essere vista mentre continua a vegliare sulla città eterna e la sua gente.

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Alfie Evans e Vincent Lambert: non esistono vite senza valore

Posté par atempodiblog le 17 avril 2018

Alfie Evans e Vincent Lambert: non esistono vite senza valore
La medicina può e molte volte deve rinunciare a guarire, ma mai a curare. Al centro della medicina non c’è la malattia da sconfiggere ma il malato da curare. È deludente il pensare e operare di una medicina volta ad assicurare “vite di qualità”, invece di scorgere e promuovere la “qualità della vita” in ogni condizione, decorso e fase del suo essere al mondo
di Mauro Cozzoli – Agenzia SIR

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Vincent Lambert, in Francia, e il piccolo Alfie Evans, in Inghilterra, scuotono le nostre coscienze in presenza delle loro assai precarie condizioni di vita e di due magistrature che ne vogliono decretare la morte per interruzione di idratazione e nutrizione. Questo, malgrado la mamma e il fratello di Vincent e la mamma e il papà di Alfie ne stiano contestando l’esecuzione, adoperandosi in modo ammirevole per l’assistenza e la cura.

Papa Francesco al Regina coeli di questa terza domenica di Pasqua ha volto l’attenzione ad entrambi, estendendola ad “altre persone in diversi Paesi – ha detto – che vivono, a volte da lungo tempo, in stato di grave infermità, assistite medicalmente per i bisogni primari”. Questa sensibilità e premura del Papa è scandita da parole nette, indicative di pensieri e comportamenti da coltivare.

Innanzitutto il Papa non si nasconde le fragilità e precarietà di vita di queste persone: “Sono situazioni delicate, molto dolorose e complesse”. Da non affrontare in modo pregiudizievole e semplicistico, ma avveduto e ponderato. Per cui, ad ovviare l’eutanasia e l’abbandono terapeutico, non bisogna – insegna il magistero bioetico della Chiesa – scivolare in forme di accanimento clinico.

Si può e a volte si deve rinunciare a mezzi straordinari e sproporzionati di cura e consentire così la fine naturale della vita. Non si deve invece rinunziare a mezzi ordinari e proporzionati, men che meno a dar da mangiare e da bere: i “bisogni primari” di cui ha detto il Papa.

Il confine tra i primi e i secondi a volte è evidente. Altre volte, per la complessità dei casi e delle offerte cliniche della medicina oggi, il confine è a contorni sfumati e indistinti. Nel qual caso la morale è per il favor vitae: in dubio pro vita. Tanto più quando ci sono le condizioni umane e ambientali di cura e sostegno, come nel caso di Vincent e di Alfie. Entrambi circondati da un’ampia e intensa sfera di premure e di affetti, che nessuna Alta Corte può disconoscere e contraddire.

Inoltre ed ancor più, il Papa richiama il valore proprio e irriducibile di ogni vita umana e delle premure ad essa dovute in condizioni di infermità e di bisogno. Valore, attenzioni e premure scandite dal trittico dignità, cura e rispetto: “Ogni malato sia sempre rispettato nella sua dignità e curato in modo adatto alla sua condizione, con grande rispetto per la vita”. Parole che mettono in primo piano il malato, nella sua “dignità” singolare e inviolabile di persona. Dignità che suscita “rispetto”: il singolare riguardo e la speciale attenzione dovuti a un essere con valore di soggetto e di fine e mai di oggetto, di cosa o di mezzo. Rispetto che in presenza della malattia, della disabilità, della sofferenza prende forma di “cura”. Nel duplice e complementare significato di assistenza medica (to cure) e di presa in carico (to care). “In modo adatto – precisa il Papa – alla sua condizione” e “con l’apporto concorde dei familiari, dei medici e degli altri operatori sanitari”.

Memori che la medicina può e molte volte deve rinunciare a guarire, ma mai a curare.

Al centro della medicina non c’è la malattia da vincere ma il malato da curare. È deludente il pensare e operare di una medicina volta ad assicurare “vite di qualità”, invece di scorgere e promuovere la “qualità della vita” in ogni condizione, decorso e fase del suo essere al mondo. Non esistono vite senza valore, “inutili” e “futili” come ha sentenziato il giudice dell’Alta Corte di Londra nel caso del piccolo Alfie. Perché ogni vita vale per il suo “esserci”, non per il suo “modo di essere”.

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I 91 anni di Benedetto XVI e il senso della vecchiaia

Posté par atempodiblog le 16 avril 2018

I 91 anni di Benedetto XVI e il senso della vecchiaia
di Marco Mancini – ACI Stampa

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Papa Benedetto compie oggi 91 anni e continua a spendere la sua lunga vita per la Chiesa. In costante preghiera. Sta camminando – ce lo ha detto lui stesso – versa la meta e in questo pellegrinaggio tutta la Chiesa – a cominciare da Papa Francesco - sente la sua presenza rassicurante, silenziosa ed orante. Il Papa Emerito oggi sarà festeggiato dalla sua famiglia nel Monastero Mater Ecclesiae – ci sarà anche un piccolo omaggio musicale offerto da una rappresentanza della Guardia Svizzera.

Ma cosa significa la vecchiaia? Cosa vuole dire essere anziani? Ce lo ha spiegato lo stesso Benedetto XVI, nel novembre 2012, visitando una casa famiglia per anziani a Roma.

“E’ bello essere anziani! In ogni età – raccontava il Papa – bisogna saper scoprire la presenza e la benedizione del Signore e le ricchezze che essa contiene. Non bisogna mai farsi imprigionare dalla tristezza! Abbiamo ricevuto il dono di una vita lunga. Vivere è bello anche alla nostra età, nonostante qualche acciacco e qualche limitazione. Nel nostro volto ci sia sempre la gioia di sentirci amati da Dio, e non la tristezza”.

Con altre parole Benedetto XVI parlava di quella che Papa Francesco chiama la cultura dello scarto. Partendo dal presupposto che “la longevità è considerata una benedizione di Dio”, Papa Benedetto sottolineava che “oggi questa benedizione si è diffusa e deve essere vista come un dono da apprezzare e valorizzare. Eppure spesso la società, dominata dalla logica dell’efficienza e del profitto, non lo accoglie come tale; anzi, spesso lo respinge, considerando gli anziani come non produttivi, inutili. Tante volte si sente la sofferenza di chi è emarginato, vive lontano dalla propria casa o è nella solitudine. Penso che si dovrebbe operare con maggiore impegno, iniziando dalle famiglie e dalle istituzioni pubbliche, per fare in modo che gli anziani possano rimanere nelle proprie case”.

La vecchiaia – ribadiva Papa Benedetto – è portatrice di sapienza che “è una grande ricchezza. La qualità di una società, di una civiltà, si giudica anche da come gli anziani sono trattati e dal posto loro riservato nel vivere comune. Chi fa spazio agli anziani fa spazio alla vita! Chi accoglie gli anziani accoglie la vita! Quando la vita diventa fragile, negli anni della vecchiaia, non perde mai il suo valore e la sua dignità: ognuno di noi, in qualunque tappa dell’esistenza, è voluto, amato da Dio, ognuno è importante e necessario”.

La vecchiaia – concludeva il Papa – “è un dono anche per approfondire il rapporto con Dio” partendo dalla preghiera. L’anziano così diventa intercessore “presso Dio, pregando con fede e con costanza” e pregando l’anziano può “portare in questa nostra società, spesso così individualista ed efficientista un raggio dell’amore di Dio”.

Queste ultime parole di Benedetto XVI sono, in definitiva, ciò che dalla fine del suo pontificato ha fatto, fa e continuerà a fare. Una vita piena, una vita lunga, una vita di preghiera. Per la Chiesa, per il Papa, per ciascuno di noi.

Ad multos annos Santità.

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Perché i sostenitori della laïcité in Francia ce l’hanno con Macron. Ripasso

Posté par atempodiblog le 16 avril 2018

Perché i sostenitori della laïcité in Francia ce l’hanno con Macron. Ripasso
La fede nello stato e la legge del 1905 – Questa prima legge sulla libertà di coscienza aveva come sostrato la comune venerazione del sovrano da parte di cattolici e ugonotti ed è alla base dei successivi tentativi di trasferire il culto nazionale da Dio alla Francia
di Antonio Gurrado – Il Foglio
Tratto da: Radio Maria

Perché i sostenitori della laïcité in Francia ce l’hanno con Macron. Ripasso dans Articoli di Giornali e News Macron_e_la_stampa

Dopo il discorso di Emmanuel Macron sulla riparazione del legame rovinato fra chiesa cattolica e stato francese, l’indomito Jean-Luc Mélanchon ha commentato che non c’è ragione di rinsaldare un legame rotto un secolo fa. Si riferiva alla legge del 9 dicembre 1905 sulla separazione fra chiesa e stato, che dietro l’alto proclama della libertà di coscienza cela pagine di arrovellamenti da rigattiere sul destino dei beni mobili e immobili della Chiesa, salvo poi spingersi a stabilire il numero minimo di persone necessario a istituire un culto: sette (ma venticinque nelle città sopra i ventimila abitanti). È un ferrovecchio forse non più in grado di cogliere le sfaccettature del rapporto fra religione e politica, in un’epoca in cui la dimensione spirituale dell’uomo ritorna centrale nella definizione della sua identità; infatti, pur essendo in vigore da più di un secolo, è stata aggiornata compulsivamente a partire dal 2000.

Anche Manuel Valls è insorto individuando la legge del 1905 come solo fondamento della laïcité. Semplificazione drastica, in una nazione che ha reso politico proverbiale un cardinale, ha offerto ricetto a cattolici in rotta da oltremanica (da Thomas Becket a Giacomo II Stuart) e ha visto fra i più spietati sostenitori del Terrore un prete, il curérougeJacques Roux. In mille anni di storia ingarbugliata, in Francia lo stato si è sempre definito per mezzo del modello scelto per regolare i rapporti con la chiesa. L’intenzione di Macron nel rivolgersi alla conferenza episcopale sta nel tentativo di mutare questo modello specificando di non voler farsi promotore di una religione civile che innalzi lo stato sugli altari.

Dai Capetingi in poi possiamo individuare tre modelli convenzionali. Il primo è consistito nel costruire la Francia per mezzo di un’alleanza con la chiesa; oltre a San Luigi IX, che in due successive folli crociate ci rimise prima la libertà e poi la vita, i suoi campioni sono stati Filippo II Augusto, che perseguitò gli albigesi per accaparrarsi i territori meridionali all’epoca oltreconfine, e Luigi XIV, che con l’Editto di Fontainebleau intese plasmare la popolazione della Francia con una sistematica cacciata degli ugonotti. Il secondo modello è quello gallicano: nel 1301 Filippo IV il Bello fece arrestare per alto tradimento un vescovo che non aveva pagato tributi. La chiesa gallicana scindeva cittadino e sacerdote fondandosi su una doppia fedeltà, spirituale al Papa e temporale al sovrano; questa ferita mai cicatrizzata (ancora nel 1511 papa Giulio II avrebbe convocato una Lega Santa non contro i turchi ma contro i francesi) mira tuttavia a non porre Stato e Chiesa in competizione. Non a caso di lì a poco un papa francese, Benedetto XII, avrebbe inventato durante la cattività avignonese la formula per cui i pontefici erano “padri dei sovrani”.

La legge del 1905 affonda però le radici nel terzo modello, il più interessante e controverso: la fede nello stato. Affonda le radici nelle tenebre dei re taumaturghi, che guarivano dalla scrofola imponendo le mani; o nel miracoloso intervento di Giovanna d’Arco, che salvò Francia e monarchia durante la Guerra dei Cent’anni; o forse nella conversione di Enrico IV di Navarra che, per prendere Parigi e unificare la nazione, si fece cattolico e nel 1598 emanò l’Editto di Nantes. Questa prima legge sulla libertà di coscienza aveva come sostrato la comune venerazione del sovrano da parte di cattolici e ugonotti ed è alla base dei successivi tentativi di trasferire il culto nazionale da Dio alla Francia. In caso contrario, la costituzione civile del clero adottata durante la Rivoluzione si sarebbe limitata a restaurare il gallicanesimo, anziché rendere i sacerdoti funzionari statali; né Napoleone si sarebbe arrogato il diritto di nominare i vescovi nel concordato con Pio VII del 1801. Curiosamente la legge del 1905 scioglie unilateralmente questo concordato pur collocandosi nel medesimo solco: il culto della laïcité che tanto ha fatto strillare gli oppositori di Macron è un ennesimo tentativo di instillare una santità nazionale nella nicchia lasciata libera dal principio d’indifferenza delle fedi. E’ lo stesso metodo con cui i rivoluzionari avevano associato all’altare della Dea Ragione un calendario di santi civili; per non parlare di Napoleone, che da un lato firmava il concordato e dall’altro sosteneva che bisognava farsi bigotto per governare la Vandea, musulmano per governare l’Egitto, giudeo per governare Gerusalemme. Intanto, per il giorno del proprio compleanno, istituiva una festa nazionale in onore di un martire di Diocleziano, tale san Napoleone.

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Lucien Botovasoa, il martire che morì pregando per i suoi assassini

Posté par atempodiblog le 15 avril 2018

Lucien Botovasoa, il martire che morì pregando per i suoi assassini
di Andrea Gagliarducci – ACI Stampa

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Lucien Botovasoa, martire proveniente dal Madagascar, beatificato il 14 aprile 2018
Foto: ofmcap.it

Era chiamato “maestro cristiano”, e si trovò nel mezzo della lotta tra opposte fazioni che infiammò il Madagascar dopo la Seconda Guerra Mondiale, fino ad essere ucciso con processo sommario, decapitato mentre pregava per i suoi assassini. Lucien Botovasoa viene beatificato oggi (14 aprile) in Madagascar.

Nato nel 1908 a Vohipeno, nel Sud Est del Madagascar, inizia a studiare nella scuola statale nel 1918, ma dal 1920 è nel Collegio San Giuseppe di Ambozontany della Compagnia di Gesù. È lì che si abilita all’insegnamento e comincia a lavorare come insegnante parrocchiale nella sua città natale.

Il motto che sceglie è Ad Maiorem Dei Gloria, quello dei gesuiti. Si sposa, ha otto figli (solo cinque sopravviveranno), Botavasoa insegna e lavora in parrocchia, aiutato dalla sua straordinaria conoscenza delle lingue (parla malgascio, francese, latino, inglese, tedesco, cinese) e dalla sua abilità come musicista e cantore, nonché dalle sue doti sportive.

Un testo sul Terz’Ordine Francescano che legge nel 1940 lo porta a decidere di prendere quella strada, e diventa membro del Terz’Ordine dal 1944, cominciando a vivere una vita povera con il desiderio di diffondere il Vangelo ovunque.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, le cose in Madagascar precipitano: l’isola vuole rendersi indipendente dalla Francia, e la regione dove vive Botovasoa viene scossa da queste voglie indipendentisti dal re Mpanjak, che sale al potere nel 1946.

Il 30 marzo 1947, una domenica delle palme, vengono date alle fiamme le chiese e si dà la caccia ai cristiani.

Botovasoa diventa subito un obiettivo: gode di rispetto, e si pensa di catturarlo e di costringerlo ad obbedire agli ordini, minacciando la famiglia. Così, Botovasoa affida al fratello la sposa e i bambini e poi torna a Vohipieno.

Verso le ore 21 del 17 aprile 1947 suo fratello, André e due cugini, sotto la minaccia di morte, furono incaricati di arrestarlo. Condotto nella casa del re Tsimihoño senza un processo formale fu condannato a morte. Giunto sul luogo dell’esecuzione si inginocchiò e fu decapitato mentre pregava per i suoi assassini. Il corpo fu gettato nel fiume.

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Rwanda: dal genocidio ad una speranza per l’Africa

Posté par atempodiblog le 7 avril 2018

Rwanda: dal genocidio ad una speranza per l’Africa
Intervista con Françoise Kankindi, presidente della onlus Bene-Rwanda. Il racconto della barbara uccisione di almeno 800 mila persone, perlopiù tutsi, per mano degli estremisti hutu e la storia della rinascita di un Paese
di Giada Aquilino – Vatican News

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Un’immagine in ricordo delle vittime del genocidio in Rwanda

Il “perdono delle offese” e la “riconciliazione autentica”. E’ l’auspicio che esprimeva Papa Francesco nell’aprile 2014, ricevendo i presuli della Conferenza episcopale del Rwanda, ricordando che vent’anni prima era cominciato il terribile genocidio nel Paese africano. Secondo l’Onu, almeno 800 mila persone, principalmente della comunità tutsi, vennero barbaramente uccise. Con l’abbattimento dell’aereo su cui viaggiava l’allora Presidente hutu Juvénal Habyarimana, il 6 aprile 1994, il massacro perpetrato da milizie hutu, estremisti e gruppi armati si prolungò dal 7 aprile fino alla metà di luglio.

Mancanze della Chiesa hanno “deturpato” il suo volto
L’anno scorso, incontrando in Vaticano Paul Kagame, attuale capo di Stato rwandese, il Pontefice ha rinnovato “l’implorazione di perdono a Dio per i peccati e le mancanze della Chiesa e dei suoi membri” negli anni Novanta, mancanze che “hanno deturpato il volto della Chiesa”. Oggi, 24 anni dopo, “dal genocidio che rase al suolo il nostro Paese è rinato – con molte difficoltà – un Rwanda nuovo, ma ogni 7 aprile riemerge tutto l’orrore che abbiamo vissuto nel 1994. È difficile cancellare quegli eventi dai nostri cuori”, racconta Françoise Kankindi, nata da genitori rwandesi, rifugiati in Burundi, trasferitasi a studiare in Italia nel ’92. È la presidente della onlus Bene-Rwanda.

Nessuna traccia dei parenti
Nei tre mesi del genocidio, 100 giorni, è stato calcolato un omicidio ogni dieci secondi: “i vicini hanno massacrato gli altri vicini, uno sterminio scientifico di una parte della popolazione – i tutsi – sotto gli occhi della comunità internazionale”, aggiunge Françoise. “Avevo la famiglia di mio padre e di mia madre a Butare. Provo una tristezza profonda – dice commossa – perché i corpi dei miei zii sono ancora in qualche latrina sulle colline del Rwanda. Ce li portiamo nella coscienza. Mia madre è ritornata in Rwanda nel 1995, perché eravamo profughi in Burundi: non ha trovato più nessuno su quella collina”.

I tribunali ‘Gacaca’
“Contrariamente a quanto è avvenuto per la Shoa – spiega la presidente della onlus – il genocidio dei tutsi in Rwanda è stato diverso. Il giorno dopo, i carnefici erano presenti davanti agli occhi dei pochi sopravvissuti, con i machete con i quali avevano ucciso tutte le famiglie. Quindi, dal giorno dopo, i tutsi in Rwanda hanno dovuto sopravvivere e convivere con gli assassini delle loro famiglie. Il Paese ha dovuto prendere atto di quanto accaduto e i rwandesi hanno scelto di costruire insieme. Per cui si è insistito molto su una Commissione di riconciliazione nazionale, ci sono stati i ‘Gacaca’, i tribunali che hanno fatto incontrare le persone sui prati. Sulla copertina del libro che ho scritto con Daniele Scaglione: ‘Rwanda, la cattiva memoria’, c’è una seduta di questi tribunali. Da lì, i rwandesi si sono confrontati: coloro che hanno ammazzato, hanno chiesto perdono alle famiglie tutsi sopravvissute. Da questo gesto il Rwanda si è potuto ricostruire”.

Dal sangue sui muri alla rinascita
Si è trattato di una ricostruzione di tutto il tessuto sociale. “Andai a Kigali nel 1995, l’anno dopo il genocidio. I miei – aggiunge Françoise Kankindi – abitavano in una casa: i muri erano pieni di sangue dei vicini che ci avevano vissuto. Ricordo la scena terribile, mi sono sentita così persa: ho toccato con la mia mano la ferocia che ancora si vedeva nella strade. Sono tornata due anni dopo. E poi ogni estate e ogni volta constatavo questa rinascita, questa voglia di riscatto, di buttarsi alle spalle la bruttura del genocidio. Oggi il Rwanda è veramente un Paese che dà speranza a tutta l’Africa”.

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Dylan si svegliò poco prima che staccassero la spina. Oggi è guarito

Posté par atempodiblog le 5 avril 2018

Dylan si svegliò poco prima che staccassero la spina. Oggi è guarito
Dylan Askin si era risvegliato poco prima che gli staccassero la spina. Oggi, dopo due anni, è stato dichiarato completamente guarito
di Francesca Bernasconi – Il Giornale

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Dylan Askin, il bambino che si svegliò dal coma poco prima che i medici gli staccassero la spina, è stato dichiarato guarito.

Dylan era stato ricoverato al Derby Royal Hospital il giorno di Natale del 2015, a causa di problemi respiratori e i medici gli avevano trovato un polmone collassato. Successivi esami avevano portato alla luce un’istiocitosi polmonare, un tipo molto raro di cancro che colpisce solitamente i bambini. Nonostante la situazione sembrò inizialmente migliorare, una polmonite lasciò il bambino con poche speranze di vita, se non quelle che potevano garantirgli le macchine cui era attaccato. Dopo mesi di sofferenza, i genitori, Mike e Kerry, decisero di staccare la spina del piccolo Dylan. Era il 25 marzo del 2016, Venerdì Santo, quando convocarono i parenti per battezzare il bimbo e salutarlo un’ultima volta. Ma Dylan non sembrava essere d’accordo con la decisione presa dai medici e dai genitori e iniziò a dare dei segnali di ripresa, tanto forti da far cambiare idea anche ai medici sulle possibili speranze di sopravvivenza. In pochi giorni il piccolo Askin si riprese completamente e il 16 maggio fu dimesso dall’ospedale.

Due giorni fa, a due anni di distanza, nella domenica di Pasqua, Dylan è stato dichiarato completamente guarito. La madre Kerry ha dichiarato, come riportato da Il Messaggero, “Non sono particolarmente credente, ma credo che mio figlio sia il nostro miracolo pasquale. A mio figlio Bryce ho detto che Dylan ha fatto come Gesù: a Pasqua è tornato a vivere”.

Un ritorno alla vita che non coinvolge solamente il piccolo Dylan, ma la sua famiglia intera.

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La Pasqua spiegata da Pinocchio

Posté par atempodiblog le 3 avril 2018

La Pasqua spiegata da Pinocchio
Che qualcuno ci venga a prendere è il grande miracolo della vita. Il mistero della Resurrezione attraverso una pagina del libro di Franco Nembrini dedicato al burattino di Collodi
Redazione Tempi.it

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Tutti conoscono Pinocchio, uno dei libri più popolari della storia, ma non tutti si sono resi conto che Collodi ha scritto una delle più belle parabole della condizione umana. In L’avventura di Pinocchio. Rileggere Collodi e scoprire che parla della vita di tutti (ed. Centocanti, 192 pagine) Franco Nembrini prende molto sul serio un’intuizione del cardinal Giacomo Biffi per rileggere l’avventura del celebre burattino, mostrando, passo dopo passo, come questa riproponga il dramma della vita, così come lo presenta la tradizione cristiana: la paternità, la fuga da casa, la libertà ferita, l’incontro con una possibile salvezza, la morte e la resurrezione. Pochi sanno infatti che verso la fine del 1880, Collodi mandò al suo amico Fernandino Martini, redattore capo di un giornale per ragazzi, un pacco di manoscritti che definì «una bambinata» e accompagnò da una missiva, «fanne quello che ti pare; ma, se la stampi, pagamela bene, per farmi venire voglia di seguitarla». Il 7 luglio 1881 sul Giornale per i bambini uscì la prima puntata della Storia di un burattino, il 27 ottobre l’ottava, che si concludeva con la morte di Pinocchio.

Nelle intenzioni di Collodi Pinocchio era infatti morto davvero, la storia era finita, e invece la redazione del giornale venne subissata di lettere di protesta inviate da bambini di tutta Italia che rivolevano il loro eroe. Martini rintracciò Collodi: «Guarda che la storia deve andare avanti!», «Come, andare avanti?. È morto! Come faccio?». «E tu fallo risorgere!». E Collodi, racconta Nembrini, lo fece risorgere. Ecco uno dei passi più belli del libro, nel cui ultimo capitolo è raccontata l’avventura della salvezza, l’avvenimento della salvezza. Che avviene nel fondo degli inferi, nell’oscurità assoluta del ventre del Pesce-cane, dove Pinocchio trova un compagno di sventura, un Tonno.

Riportiamo di seguito un passo del libro di Nembrini, che inizia con una citazione di Collodi.

«- Ed ora, che cosa dobbiamo fare qui al buio?…
– Rassegnarsi e aspettare che il Pesce-cane ci abbia digeriti tutt’e due!…
Ma io non voglio esser digerito! – urlò Pinocchio, ricominciando a piangere.
– Neppure io vorrei esser digerito, – soggiunse il Tonno – ma io sono abbastanza filosofo e mi consolo pensando che, quando si nasce Tonni, c’è più dignità a morir sott’acqua che sott’olio!…
– Scioccherie! – gridò Pinocchio.
– La mia è un’opinione – replicò il Tonno – e le opinioni, come dicono i Tonni politici, vanno rispettate!
 Insomma… io voglio andarmene di qui… io voglio fuggire…
– Fuggi, se ti riesce!…

Il Tonno è un cinico, un disilluso, un rassegnato. Un uomo di oggi, per il quale «i fatti non esistono, esistono solo interpretazioni», e tutte le opinioni sono equivalenti; forse un accenno di autoritratto di Collodi, con quel riferimento ai «Tonni politici», alla speranza che lo ha deluso…

Nel tempo che faceva questa conversazione al buio, parve a Pinocchio di vedere, lontano lontano, una specie di chiarore.
 Che cosa sarà mai quel lumicino lontano lontano? – disse Pinocchio.
– Sarà qualche nostro compagno di sventura, che aspetterà, come noi, il momento di esser digerito!…
– Voglio andare a trovarlo. Non potrebbe darsi il caso che fosse qualche vecchio pesce capace di insegnarmi la strada per fuggire?

In qualsiasi circostanza, anche la più dura, la più cattiva, quella che senti più estranea, più nemica di te, quello sguardo, quel tenerti d’occhio di Dio fa in modo che sempre un lumicino da qualche parte ci sia. Il Tonno, cinico, alza le spalle, non si aspetta più niente. Pinocchio invece di quel lumino si fida. Sai mai che là dove vedo la luce possa incontrare qualcuno capace di insegnarmi la strada, che quest’ombra che non so nemmeno distinguere – come il Virgilio di Dante, «qual che tu sii, od ombra od omo certo!» – sia proprio la guida venuta a prendermi per insegnarmi la strada?
Non importa se il Tonno lo avvisa che il Pesce-cane «è lungo più di un chilometro, senza contare la coda», che è come dire: “Non farti illusioni, è troppo lontano, non ci arriverai mai”. Pinocchio ha imparato ad avere il coraggio di guardare la realtà per quello che è, per i segni positivi che manda, attraverso i quali attrae e sollecita in qualche modo la libertà; perciò decide, fidandosi di un segnale così tenue, di percorrere il corpo del Pesce-cane per andare a vedere. Ed è per questo coraggio, per questa libera decisione di andare a vedere che l’ultima parola non sarà la morte, non sarà la vittoria del male, ma del bene. L’ultima parola della vita dell’uomo, così come della vicenda di Pinocchio, sarà la parola misericordia. Perché questi ultimi capitoli sono le pagine in cui la natura di Dio, e perciò in qualche modo anche la nostra, perché partecipiamo della natura di Dio, si svela come misericordia.

Pinocchio appena che ebbe detto addio al suo buon amico Tonno, si mosse brancolando in mezzo a quel bujo, e camminando a tastoni dentro il corpo del Pesce-cane, si avviò un passo dietro l’altro verso quel piccolo chiarore che vedeva baluginare lontano lontano. E nel camminare sentì che i suoi piedi sguazzavano in una pozzanghera d’acqua grassa e sdrucciolona.

Non è magari un’autostrada, il cammino sarà anche faticoso, ma bisogna guardare là. Viene in mente il finale del bellissimo film Le ali della libertà,quando il protagonista riesce a fuggire dal carcere strisciando nel condotto di una fogna: la strada può essere ripugnante, ma vale la pena farla.

E più andava avanti, e più il chiarore si faceva rilucente e distinto: finché, cammina cammina, alla fine arrivò: e quando fu arrivato… che cosa trovò? Ve lo do a indovinare in mille: trovò una piccola tavola apparecchiata, con sopra una candela accesa infilata in una bottiglia di cristallo verde, e seduto a tavola un vecchiettino tutto bianco, come se fosse di neve o di panna montata, il quale se ne stava lì biascicando alcuni pesciolini vivi, ma tanto vivi, che alle volte mentre li mangiava, gli scappavano perfino di bocca.
A quella vista il povero Pinocchio ebbe un’allegrezza così grande e così inaspettata, che ci mancò un ette non cadesse in delirio. Voleva ridere, voleva piangere, voleva dire un monte di cose; e invece mugolava confusamente e balbettava delle parole tronche e sconclusionate. Finalmente gli riuscì di cacciar fuori un grido di gioja, e spalancando le braccia e gettandosi al collo del vecchietto, cominciò a urlare:
– Oh! babbino mio! finalmente vi ho ritrovato! Ora poi non vi lascio più, mai più, mai più!

In fondo all’inferno, in fondo al nostro male, Dio ci viene a prendere. Viene in mente veramente la notte di Pasqua, il buio orrendo del venerdì santo e del sabato santo, la morte di Dio, il punto più fosco, più terribile della storia dell’umanità; ma da lì la Chiesa quella notte fa gridare: «Felice colpa, che ci ha meritato un così grande Redentore!». Che nel momento in cui noi siamo più lontani dal nostro bene qualcuno ci venga a prendere è il grande miracolo della vita. (…) E Pinocchio giustamente esulta perché è tornato a casa. Tornare alla casa del padre, tornare a consistere del rapporto che ti fa essere: questa è la salvezza. Capiamo allora l’entusiasmo di Pinocchio; ma più sconvolgente e più straordinaria ancora è la battuta successiva:

– Dunque gli occhi mi dicono il vero? – replicò il vecchietto, stropicciandosi gli occhi – Dunque tu se’ proprio il mi’ caro Pinocchio?
 Sì, sì, sono io, proprio io! E voi mi avete digià perdonato, non è vero?

La sintesi di tutto il bisogno che abbiamo, di tutta la domanda con cui ci alziamo al mattino, è: c’è qualcuno che può perdonarmi? C’è qualcuno che darebbe la vita per me adesso senza chiedermi di cambiare? E se Dio si mostra come Dio, si mostra per questo. Il sospetto di avere incrociato in qualche modo il Padreterno, il sospetto che questo avvenimento che hai davanti agli occhi abbia a che fare con Dio, viene quando senti la misericordia operante, quando ti senti guardato in quel modo. Perché quest’opera, il perdono, la fa solo Dio, e chi vive come Lui».

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Il Vaticano: Eugenio Scalfari si è inventato l’intervista con il Papa

Posté par atempodiblog le 29 mars 2018

Il Vaticano: Eugenio Scalfari si è inventato l’intervista con il Papa
Per la Sala stampa “quanto riferito dall’autore nell’articolo odierno è frutto della sua ricostruzione”. Secondo il fondatore di Repubblica, Bergoglio avrebbe negato l’esistenza dell’Inferno e teorizzato la “scomparsa delle anime non pentite”
di Matteo Matzuzzi – Il Foglio
Tratto da: Radio Maria

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Eugenio Scalfari si è inventato l’intervista con il Papa. Almeno così fa sapere la Sala Stampa vaticana, che con un comunicato diffuso poco dopo le 15 ha smentito il contenuto di quanto riportato questa mattina su Repubblica. Il fondatore, 94 anni tra pochi giorni, aveva attribuito a Francesco frasi che – a quanto par di capire – il Papa mai ha pronunciato. Qualche esempio: “Le anime cattive non vengono punite, quelle che si pentono ottengono il perdono di Dio e vanno tra le fila delle anime che lo contemplano, ma quelle che non si pentono e non possono quindi essere perdonate scompaiono. Non esiste un inferno, esiste la scomparsa delle anime peccatrici”. E ancora, secondo la ricostruzione di Scalfari, Bergoglio avrebbe spiegato che “il Creatore, cioè il Dio nell’alto dei cieli, ha creato l’universo intero e soprattutto l’energia che è lo strumento con il quale il nostro Signore ha creato la terra, le montagne, il mare, le stelle, le galassie e le nature viventi e perfino le particelle e gli atomi e le diverse specie che la natura divina ha messo in vita. Ciascuna specie dura migliaia o forse miliardi di anni, ma poi scompare. L’energia ha fatto esplodere l’universo che di tanto in tanto si modifica”.

Secondo quanto recita il comunicato della Sala stampa, “il Santo Padre Francesco ha ricevuto recentemente il fondatore del quotidiano La Repubblica in un incontro privato in occasione della Pasqua, senza però rilasciargli alcuna intervista. Quanto riferito dall’autore nell’articolo odierno è frutto della sua ricostruzione, in cui non vengono citate le parole testuali pronunciate dal Papa. Nessun virgolettato del succitato articolo deve essere considerato quindi come una fedele trascrizione delle parole del Santo Padre”.

Non è la prima volta che Eugenio Scalfari viene smentito dal Vaticano. Già nel 2014 fu necessario l’intervento dell’allora direttore padre Federico Lombardi per chiarire che quanto scritto dal fondatore di Repubblica non corrispondeva alle esatte parole papali: “Come già in precedenza in una circostanza analoga, bisogna far notare che ciò che Scalfari attribuisce al Papa, riferendo fra virgolette le sue parole, è frutto della sua memoria di esperto giornalista, ma non di trascrizione precisa di una registrazione e tantomeno di revisione da parte dell’interessato, a cui le affermazioni vengono attribuite. Non si può e non si deve quindi parlare in alcun modo di un’intervista nel senso abituale del termine, come se si riportasse una serie di domande e di risposte che rispecchiano con fedeltà e certezza il pensiero preciso dell’interlocutore”.

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La cura epica di J.R.R. Tolkien per frustrazione, depressione e dubbio

Posté par atempodiblog le 28 mars 2018

La cura epica di J.R.R. Tolkien per frustrazione, depressione e dubbio
di Philip Kosloski – Aleteia
Traduzione dallinglese a cura di Roberta Sciamplicotti

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Lautore cattolico J.R.R. Tolkien è ben noto per il suo regno mitologico della Terra di Mezzo e la saga de Il Signore degli Anelli. Una ricerca del 1997 ha votato quest’opera come “libro del secolo”. Pochi, però, hanno familiarità con il suo amore più grande, che gli ha dato una forza profonda nei momenti più difficili.

Per scoprire quale fosse dobbiamo aprire una lettera indirizzata al figlio Michael, che all’epoca aveva 21 anni e problemi sentimentali. Tolkien gli scrisse per condividere i suoi consigli sulle donne, ma riferì anche al figlio quale fosse il suo amore più grande:

Nell’oscurità della mia vita, tanto frustrata, metto davanti a te l’unica grande cosa da amare sulla Terra: il Santissimo Sacramento… In esso troverai romanticismo, gloria, onore, fedeltà e la vera via di tutti i tuoi amori sulla Terra.

Molti anni dopo, quando Michael aveva 43 anni, Tolkien ricevette una lettera dal figlio depresso che cercava consolazione. Sembra che Michael avesse scritto al padre della sua “fede calante” e avesse iniziato a dubitare se Dio o la Chiesa cattolica fossero veri. Questa fu la risposta di Tolkien:

L’unica cura per la fede che viene meno è la Comunione. Anche se sempre se stesso, perfetto, completo e inviolato, il Santissimo Sacramento non opera completamente e una volta per tutte in ciascuno di noi. Come l’atto di fede, dev’essere continuo e crescere con l’esercizio. La frequenza è uno degli effetti principali. Sette volte a settimana nutre più che sette volte a intervalli.

Tolkien andava a Messa tutti i giorni in una chiesa vicina, e il suo figlio maggiore John diventò sacerdote ed era accanto al padre sul letto di morte. Probabilmente gli diede l’estrema unzione e la Santissima Eucaristia mentre passava da questa vita a quella successiva.

Non sorprende che nella Terra di Mezzo di Tolkien ci fosse un tipo speciale di pane chiamato lembas, che sostenne Frodo e Sam mentre raggiungevano il luogo in cui si sarebbe concluso il loro viaggio.

Il lembas aveva una virtù senza la quale sarebbero morti da tempo. Non soddisfaceva il desiderio, e a volte la mente di Sam era piena di ricordi di cibo e della voglia di pane e carne. E tuttavia questo pane elfico aveva una potenza che aumentava man mano che i viaggiatori confidavano solo su di esso e non lo mescolavano ad altri cibi. Nutriva la volontà, e dava la forza per sopportare e tenere in piedi tendini e arti al di là delle capacità dei mortali.

Per Tolkien, l’Eucaristia era quel “pane” o “cibo per il cammino” che lo sosteneva in ogni prova. Se le sue storie possono essere tra le opere più popolari di tutti i tempi, non erano il suo amore più grande. Era Gesù, realmente presente nel Santissimo Sacramento, che Tolkien amava al di sopra di tutto.

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Sandra, la fidanzata santa che vedremo sugli altari

Posté par atempodiblog le 26 mars 2018

Sandra, la fidanzata santa che vedremo sugli altari
Racchiude tante delle virtù oggi dimenticate e a volte derise dal mondo, Sandra Sabattini, la ragazza per la quale il 6 marzo scorso papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto che la dichiara Venerabile. Ecco la sua storia iniziata a 12 anni dopo aver conosciuto don Oreste Benzi.
di Ermes Dovico – La nuova Bussola Quotidiana

Sandra, la fidanzata santa che vedremo sugli altari dans Articoli di Giornali e News Sandra_Sabattini

Racchiude tante delle virtù oggi dimenticate e a volte derise dal mondo, Sandra Sabattini, la ragazza per la quale il 6 marzo scorso papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto che la dichiara Venerabile, tappa che precede la possibile beatificazione, la quale diverrà concreta nel caso le venisse attribuito un miracolo. Ma quali sono state le virtù eroiche di questa giovanissima testimone del XX secolo, che molti già chiamano la “fidanzata santa”?

Sandra nasce a Riccione il 19 agosto 1961 da una famiglia profondamente cristiana, che fino ai suoi quattro anni vive a Misano Adriatico: papà Giuseppe, mamma Agnese e il fratellino Raffaele. Con loro si trasferisce poi a Rimini presso la canonica della parrocchia retta dallo zio, don Giuseppe Bonini, respirando ancora di più la fede nei beni celesti, come dimostra il suo diario, scritto dall’età di dieci anni e mezzo, nel quale annota: “La vita vissuta senza Dio è un passatempo, noioso o divertente, con cui giocare in attesa della morte”. Cresce dedicandosi alle attività comuni a molte coetanee: fa sport, suona il pianoforte, canta in un coro, sprizza vita da tutti i pori. Ma dentro di sé va germogliando un carisma fuori dall’ordinario e a 12 anni conosce don Oreste Benzi, il fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII, che con il suo esempio di fede incarnata aiuterà Sandra a incamminarsi sulla via della perfezione cristiana.

Nell’estate del 1974 partecipa a un soggiorno estivo sulle Dolomiti, insieme a ragazzi con gravi disabilità. È un’esperienza che la segna, tanto che tornando a casa dirà alla madre: “Ci siamo spezzate le ossa, ma quella è gente che io non abbandonerò mai”. Allo stesso tempo matura una sempre più intensa relazione con Dio. Sandra prende sul serio i Sacramenti, prega, fa compagnia a Gesù nascosto nel tabernacolo, legge i Salmi, medita sulle Sacre Scritture e comprende di dover offrire a Dio la propria miseria. “Signore, sento che Tu mi stai dando una mano per avvicinarmi a Te; mi dai la forza per fare un passo in avanti. Accettarti io vorrei, prima però devo sconfiggere me stessa, il mio orgoglio, le mie falsità. Non ho umiltà e non voglio riconoscerlo, mi lascio condizionare terribilmente dagli altri, ho paura di ciò che possono pensare di me. […] Dio, mi sai accettare così come sono, piena di limiti, paure, speranze?”.

Con questi umanissimi sentimenti, Sandra dedica il suo tempo libero ad aiutare i disabili e i tossicodipendenti assistiti dalla comunità di don Benzi e va a cercare i bisognosi di casa in casa. Nel 1979 arriva il fidanzamento con Guido, conosciuto l’anno prima a una festa di Carnevale: “La prima immagine che ho di lei è mentre sta ballando a quella festa”, ha ricordato lui, che prima di conoscerla viveva la propria fede cristiana quasi come un “tappabuchi filosofico”. Al contrario di Sandra per cui la fede era tutto e perciò andava vissuta in tutto, come nel rapporto casto con il fidanzato, noncurante della cultura sessantottina che aveva pervaso la società. “Fidanzamento: qualcosa di integrante con la vocazione. Ciò che vivo di disponibilità e d’amore nei confronti degli altri, è ciò che vivo anche per Guido”. Nessuno spazio per il libertinaggio di moda, ma solo per una libertà autentica: “Liberi… liberi dalla carne, dalle cose materiali, dalle emozioni, dalle passioni: cioè vivere queste cose senza restarne imbrigliati, per aprirsi a Dio, al suo Amore, che è spazio infinito”.

È la stessa vocazione che spinge Sandra a scegliere di iscriversi alla facoltà di Medicina, una scelta non dettata dal desiderio di carriera bensì maturata dalla ricerca del progetto che Dio ha su di lei, per donarsi totalmente come Lui desidera. Sogna di fare il medico missionario in Africa, nel suo slancio giovanile vorrebbe partire anche subito dopo la maturità scientifica, ma ascolta il padre, che la induce saggiamente a fare un passo alla volta. Del resto, il saper attendere era un suo pregio peculiare: “La verità è che dobbiamo imparare nella fede l’attesa di Dio, e questo non è un piccolo sforzo come atteggiamento dell’anima. Questo attendere, questo non preparare i piani, questo scrutare il cielo, questo fare silenzio è la cosa più interessante che compete a noi. Poi verrà anche l’ora della chiamata, ma ciechi se in tale ora penseremo di essere gli attori di tali meraviglie: la meraviglia semmai è Dio che si serve di noi così miserabili e poveri”.

La mattina del 29 aprile 1984, appena scesa dalla macchina per andare a partecipare a un’assemblea della “Papa Giovanni” con il fidanzato e un amico, viene investita da un’altra auto. La morte arrivò tre giorni dopo, quando non aveva ancora compiuto ventitré anni. Consapevole delle sue virtù, don Benzi si attivò subito, assieme a coloro che avevano avuto la grazia di conoscerla, per chiedere alla Chiesa di aprire un’indagine sulla sua vita esemplare – modello sicuro per ogni giovane – e nel 1985 curò la prima edizione del Diario di Sandra. Durante l’inchiesta diocesana, aperta nel 2006 e conclusa due anni più tardi, sono state ascoltate una sessantina di testimonianze su questa ragazza, che ha vissuto nel mondo con lo sguardo fisso all’eternità. Una ragazza che ringraziava Dio perché “sei con me, è una gioia paragonabile a nessun’altra quella che sento in me” e diceva sicura: “Oggi c’è un’inflazione di buoni cristiani, mentre il mondo ha bisogno di santi”.

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“Solo la sua fede può spiegare la follia del sacrificio di Arnaud Beltrame”

Posté par atempodiblog le 26 mars 2018

La morte di Arnaud Beltrame ha questo di eccezionale, che per un cristiano questo sacrificio rimanda a quello di Cristo”
“Solo la sua fede può spiegare la follia del sacrificio di Arnaud Beltrame”
di Rodolfo Casadei – Tempi

“Solo la sua fede può spiegare la follia del sacrificio di Arnaud Beltrame” dans Articoli di Giornali e News Arnaud_Beltrame

Ad Arnaud Beltrame sono stati impartiti l’estrema unzione e la benedizione apostolica in punto di morte venerdì sera 23 marzo nell’ospedale di Carcassonne da parte di padre Jean-Baptiste, canonico regolare dell’abbazia di Lagrasse, il sacerdote che lo stava preparando al matrimonio religioso con la moglie Marielle, alla quale era unito in matrimonio civile. Non è stato possibile celebrare un matrimonio in articulo mortis – diversamente da quello che hanno scritto alcuni giornali – perché il tenente colonnello della gendarmeria dell’Aude (la regione di Carcassonne) non era cosciente, a causa delle ferite infertegli dal terrorista Redouane Lakdim. Costui aveva infierito con coltellate e colpi di arma da fuoco contro la vittima, che si era offerta come ostaggio al posto di uno dei civili sequestrati dal 26enne franco-marocchino all’interno di un supermercato della località di Trèbes. Arnaud aveva lasciato aperta una chiamata del suo cellulare ai suoi compagni gendarmi per permettere loro di sapere cosa succedeva all’interno dell’edificio. Gli agenti sono intervenuti non appena hanno sentito i colpi di arma da fuoco attraverso il ricevitore, ma non abbastanza rapidamente da evitare che il tenente colonnello subisse ferite mortali: nelle prime ore di sabato 24 marzo Arnaud Beltrame è spirato. Prima di lui il terrorista aveva ucciso altre tre persone e ne aveva ferite 15 fra Carcassonne e Trèbes.

Subito dopo padre Jean-Baptiste ha scritto una testimonianza che ha pubblicato sulla pagina Facebook dell’Abbazia dei Canonici di Lagrasse: «È stato a causa di un incontro fortuito durante una visita della nostra Abbazia, monumento storico, che ho fatto la conoscenza del tenente colonnello Arnaud Beltrame e di Marielle, con la quale si era sposato civilmente il 27 agosto 2016. Abbiamo subito simpatizzato e mi hanno chiesto di prepararli al matrimonio religioso che avrei dovuto celebrare vicino a Vannes il prossimo 9 giugno. Abbiamo quindi passato molte ore a lavorare sui fondamentali della vita coniugale negli ultimi due anni. Avevo benedetto la loro casa il 16 dicembre e avevamo concluso il dossier canonico del matrimonio. La bellissima dichiarazione d’intenti di Arnaud mi è arrivata 4 giorni prima della sua morte eroica. Questa giovane coppia veniva regolarmente all’abbazia per partecipare alle messe, agli uffici e alle catechesi, in particolare ad un gruppo di pastorale familiare che si chiama Nostra Signora di Cana. Facevano parte dell’équipe di Narbonne. Sono venuti non più tardi di domenica scorsa. Intelligente, sportivo, loquace e trascinatore, Arnaud parlava volentieri della sua conversione. Nato in una famiglia poco praticante, ha vissuto un’autentica conversione verso il 2008. Ha ricevuto la prima comunione e la cresima dopo 2 anni di catecumenato, nel 2010. Dopo un pellegrinaggio a Sainte-Anne-d’Auray nel 2015, dove chiede alla Vergine Maria di incontrare la donna della sua vita, si lega con Marielle, la cui fede è profonda e discreta. Il fidanzamento è celebrato all’abbazia bretone di Timadeuc a Pasqua del 2016. Appassionato della gendarmeria, nutre da sempre una passione per la Francia, la sua grandezza, la sua storia, le sue radici cristiane che ha riscoperto con la sua conversione. Quando si consegna al posto degli ostaggi, probabilmente è animato dalla passione del suo eroismo da ufficiale, perché per lui essere gendarme significava proteggere. Ma sa il rischio enorme che prende. Sa anche la promessa di matrimonio religioso che ha fatto a Marielle che è già sua moglie civilmente e che ama teneramente, ne sono testimone. Allora? Aveva il diritto di correre un tale rischio? Mi sembra che solo la sua fede possa spiegare la follia di questo sacrificio che oggi suscita l’ammirazione di tutti. Sapeva, come ci ha detto Gesù, che “Non c’è amore più grande che dare la vita per i propri amici” (Gv 15, 13). Sapeva che, se la sua vita cominciava ad appartenere a Marielle, era anche di Dio, della Francia, dei suoi fratelli in pericolo di morte. Credo che solo una fede cristiana animata dalla carità potesse richiedergli questo sacrificio sovrumano.
Sono riuscito a raggiungerlo all’ospedale di Carcassonne verso le 21 di venerdì sera. I gendarmi e i medici o le infermiere mi hanno fatto strada con una delicatezza notevole. Era vivo ma privo di sensi. Ho potuto dargli il sacramento dei malati e la benedizione apostolica in punto di morte. Marielle rispondeva alle belle formule liturgiche. Eravamo un venerdì della Passione, proprio prima dell’inizio della Settimana santa. Avevo appena pregato l’ufficio dell’ora nona e la via crucis ricordandolo nelle intenzioni. Ho chiesto al personale infermieristico se gli si poteva lasciare una medaglia mariana, quella della rue du Bac a Parigi (la medaglia miracolosa di santa Caterina Labouret – ndt). Comprensiva e professionale, un’infermiera l’ha fissata sulla sua spalla. Non ho potuto sposarlo come è stato scritto maldestramente in un articolo, perché era privo di sensi. Arnaud non avrà mai figli carnali. Ma il suo impressionante eroismo susciterà, io credo, molti imitatori, pronti al dono di se stessi per la Francia e la sua gioia cristiana».

Che Arnaud Beltrame fosse un uomo e un militare che poteva dare in qualunque momento prova di abnegazione fino all’eroismo, lo si poteva intuire dal curriculum. Al suo attivo aveva già 4 decorazioni: la Medaglia d’onore degli affari esteri, la Croce al valor militare, la Medaglia della Difesa nazionale e il titolo di Cavaliere dell’ordine nazionale del Merito. Gli erano state tributate soprattutto per i servizi resi in Irak nel 2005-2006, dove aveva fatto parte come maggiore dello Squadrone paracadutisti d’intervento della Gendarmeria nazionale (Epign) incaricato della protezione dell’ambasciatore francese, e dove aveva partecipato a una missione ad alto rischio per mettere in salvo un cooperante francese che stava per essere rapito da una banda jihadista. In seguito era diventato comandante di compagnia della Guardia Repubblicana e assegnato per quattro anni alla sicurezza dell’Eliseo. Quindi altri scatti di carriera: comandante della compagnia di Avranches (Manche), consigliere alla sicurezza al ministero dell’Ecologia, ufficiale aggiunto di comando della gendarmeria dell’Aude, sotto la cui competenza ricadono Carcassonne e Trèbes. Beltrame era discendente di una famiglia di militari, anche il nonno e il padre, originari del dipartimento del Morbihan in Bretagna, avevano servito nelle forze armate. Lui aveva studiato al liceo militare dell’Accademia di Saint-Cyr, poi aveva fatto parte del 35° reggimento di Artiglieria paracadutista e dell’8° reggimento di artiglieria, prima di entrare alla Scuola ufficiali della Gendarmeria nazionale.

Pochi mesi fa Arnaud Beltrame aveva compiuto un pellegrinaggio a Santiago de Compostela in compagnia del padre, malato, che era deceduto pochi giorni fa e il cui funerale si era svolto il 16 marzo, una settimana appena prima dell’attacco terrorista a Trèbes. Commentando gli avvenimenti, il vescovo ordinario militare francese mons. Antoine de Romanet ha scritto: «Arnaud Beltrame non è la sola vittima della tragedia di questo 23 marzo, e i nostri pensieri e le nostre preghiere raggiungono ugualmente ciascuna delle vittime e ciascuno dei loro familiari e dei loro prossimi. Ogni morte è unica. Ogni morte è sconvolgente. Ma la morte di Arnaud Beltrame ha questo di eccezionale, che per un cristiano questo sacrificio rimanda a quello di Cristo, mediatore fra Dio suo Padre e noi uomini, prendendo su di sé il peccato del mondo per la salvezza di tutti, affrontando la morte per convertirla in fonte di luce e di vita. E quale fonte straordinaria di Speranza nel meglio dell’uomo ci è stata qui consegnata nel mezzo delle tenebre, di fronte a una tragica volontà di annientare!».

Anche il Grande Oriente di Francia, al quale Arnaud Beltrame si era affiliato poco prima della conversione cattolica, ha reso un “vibrante omaggio” al tenente colonnello, «membro della Rispettabile Loggia Jérôme Bonaparte all’Oriente di Rueil-Nanterre». Secondo il periodico cattolico La Croix «egli aveva preso da qualche anno le distanze dalla massoneria, secondo la testimonianza di una persona a lui vicina».
La benedizione apostolica in punto di morte comporta l’indulgenza plenaria, cioè la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa con l’assoluzione. Impartendola il sacerdote recita la formula «Per i santi misteri della nostra redenzione, Dio onnipotente ti condoni ogni pena della vita presente e futura, ti apra le porte del Paradiso e ti conduca alla gioia eterna», oppure: «In virtù della facoltà datami dalla Sede Apostolica, io ti concedo l’indulgenza plenaria e la remissione di tutti i peccati, nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo». Queste benedizioni papali e le annesse indulgenze furono concesse per la prima volta ai crociati e poi ai pellegrini che morirono durante il viaggio per ottenere l’indulgenza dell’Anno Santo. Papa Clemente IV (1265-1268) e Gregorio XI (1370-1378) la estesero alle vittime della peste. Inizialmente riservata al Papa in persona, la facoltà di impartirla fu estesa ai vescovi e ai sacerdoti da loro delegati da Benedetto XIV (1740-1758) con la costituzione Pia Mater.

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