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Il Papa: visitare le catacombe durante il Giubileo rafforza nella fede e nella speranza

Posté par atempodiblog le 18 mai 2024

Il Papa: visitare le catacombe durante il Giubileo rafforza nella fede e nella speranza
Ai partecipanti alla Plenaria della Commissione di Archeologia Sacra Francesco esprime apprezzamento per l’opera di valorizzazione di questi cimiteri che testimoniano l’attesa nella risurrezione. Opportuna la decisione di ampliare il numero dei siti accessibili, afferma il Pontefice. Sostare davanti alle tombe dei martiri “ci fa confrontare con l’esempio coraggioso di questi cristiani, sempre attuale, e ci invita a pregare per tanti fratelli che oggi subiscono persecuzione per la fede in Cristo”
di Antonella Palermo – Vatican News

Il Papa: visitare le catacombe durante il Giubileo rafforza nella fede e nella speranza dans Articoli di Giornali e News catacombe

Valorizzare, in vista del Giubileo, i pellegrinaggi alle catacombe cristiane, in particolare alle tombe dei martiri, segno di speranza e di vita. È il messaggio di Francesco contenuto nel discorso rivolto stamane ai partecipanti alla riunione plenaria della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra. Questi luoghi, infatti, sono dei cimiteri, precisa il Papa, sono dormitori, sono testimonianza, pertanto, dell’attesa di resurrezione.

Il valore delle Giornate delle Catacombe
Papa Francesco riceve in udienza i membri della Commissione, guidati dal presidente monsignor Pasquale Iacobone, custodi del patrimonio di fede e di arte delle catacombe cristiane d’Italia e mostra di apprezzare l’impegno di coinvolgere soprattutto i giovani studenti nella tutela, nella ricerca, nel restauro di questi siti. In questo senso, elogia, in particolare, l’ideazione delle Giornate delle Catacombe, che hanno favorito il coinvolgimento di famiglie e ragazzi nei laboratori didattici, la tematizzazione sui canali social, l’assegnazione di borse di studio, la collaborazione con università. Vari progetti sono inoltre in corso in diverse regione « che portano a continue interessanti scoperte ». Considerando che durante il Giubileo, proprio le catacombe saranno una delle mete più significative, il Papa si sofferma a evidenziarne il richiamo alla speranza, tanto che ben si allineano al tema dell’Anno Santo. E fa alcuni esempi:

Lì si trovano i tanti segni del pellegrinaggio cristiano delle origini: penso, ad esempio, agli importantissimi graffiti della cosiddetta triclia delle catacombe di San Sebastiano, la Memoria Apostolorum, dove si veneravano insieme le reliquie degli Apostoli Pietro e Paolo. Scopriamo poi, in questi percorsi, i simboli e le raffigurazioni cristiane più antiche, che testimoniano la speranza cristiana. Nelle catacombe tutto parla di speranza: di vita oltre la morte, di liberazione dai pericoli e dalla morte stessa per opera di Dio, che in Cristo, il Pastore buono, ci chiama a partecipare alla beatitudine del Paradiso, evocata con figure di piante rigogliose, fiori, prati verdeggianti, pavoni e colombe, pecorelle al pascolo… Tutto parla di speranza e di vita!

Valorizzare le visite alle tombe dei martiri
Le catacombe sono “cimiteri”, cioè “dormitori”, ricorda il Pontefice, che valuta come « propizia e opportuna » la decisione di ampliare il numero dei siti catacombali accessibili ai pellegrini in virtù del fatto che si tratta di luoghi che parlano a tutti, non solo a coloro che vivono l’esperienza di fede, e si rallegra per la proposta della Commissione di evidenziare, per il Giubileo, le visite alle Tombe dei Martiri:

Testimoniano l’attesa, la speranza del cristiano, che crede nella risurrezione di Cristo e nella risurrezione della carne. Il pellegrinaggio nelle catacombe si configura, pertanto, come un itinerario in cui fare esperienza del senso dell’attesa e della speranza cristiana. [...] Sostare davanti ad esse ci fa confrontare con l’esempio coraggioso di questi cristiani, sempre attuale, e ci invita a pregare per tanti fratelli che oggi subiscono persecuzione per la fede in Cristo.

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San Luigi Maria Grignion di Montfort

Posté par atempodiblog le 28 avril 2024

San Luigi Maria Grignion di Montfort
Fu autore di grandi testi di spiritualità come il Trattato della vera devozione alla Santa Vergine. E, due secoli dopo, san Pio X non solo raccomandò di leggere l’opera ma accordò per iscritto la Benedizione Apostolica “a tutti quelli che leggeranno questo Trattato”.
a cura di Ermes Dovico – La nuova Bussola Quotidiana
Tratto da: Radio Maria

22 gennaio 1888: la beatificazione di Luigi Maria di Montfort dans Fede, morale e teologia san-luigi-grignion-de-montfort

San Pio X non solo raccomandò di leggere il Trattato della vera devozione alla Santa Vergine, uno dei capolavori di san Luigi Maria Grignion di Montfort (1673-1716), ma accordò per iscritto la benedizione apostolica “a tutti quelli che leggeranno questo Trattato”. Negli anni Quaranta il giovane Karol Wojtyla, allora operaio nelle cave di pietra della Solvay, portava sempre con sé il libriccino del Montfort, da cui imparò il significato dell’autentica devozione alla Madonna: “Mentre prima mi trattenevo nel timore che la devozione mariana facesse da schermo a Cristo invece di aprirgli la strada – scriverà poi san Giovanni Paolo II – […] compresi che accadeva in realtà ben altrimenti. Il nostro rapporto interiore con la Madre di Dio consegue organicamente dal nostro legame col mistero di Cristo”. Proprio il Trattato ispirò al papa polacco il motto Totus Tuus, le due parole iniziali della consacrazione a Gesù per le mani di Maria.

Secondo di 18 figli, Luigi nacque in Bretagna da una famiglia profondamente cristiana. Dopo gli studi al collegio dei gesuiti di Rennes, nel 1692 si trasferì al seminario parigino di San Sulpizio: nell’occasione il padre gli offrì il cavallo, ma il giovane preferì percorrere a piedi i circa 350 km tra Rennes e Parigi. Nel tragitto donò tutto quello che aveva ai mendicanti. Divenne sacerdote nel 1700. L’anno successivo andò a Poitiers, dove iniziò a operare come cappellano dell’ospedale, che fungeva pure da ospizio per anziani e senzatetto. Più volte fu costretto a lasciare il nosocomio e la città a causa dell’ostilità di alcuni dirigenti. A ciò faceva da contraltare l’affetto dei bisognosi, che arrivarono a scrivere una lettera al superiore del Montfort: “Noi, quattrocento poveri, vi supplichiamo molto umilmente, per il più grande amore e la gloria di Dio, di farci ritornare il nostro venerabile pastore, colui che ama tanto i poveri, il signor Grignion”.

In quella fase conobbe Maria Luisa Trichet, la beata che divenne la prima delle Figlie della Sapienza, il ramo femminile monfortano a cui si affiancò poi quello maschile della Compagnia di Maria. Nel 1703 vide la luce la sua prima opera teologica, L’Amore dell’Eterna Sapienza, dove il Montfort espone la centralità della croce nella vita del cristiano e spiega che Gesù lo si ama poco perché lo si conosce poco: “Conoscere Gesù Cristo, la Sapienza incarnata, è sapere abbastanza. Sapere tutto e non conoscere Lui, è non saper nulla”. Lo scritto è un caposaldo della sua dottrina, perché vi indica già la vera devozione a Maria come “il più meraviglioso dei segreti” e come la via più semplice e diretta “per acquistare la Divina Sapienza”. Questa consiste appunto nell’appartenenza totale a Cristo, approdo necessario per sviluppare tutte le potenze dell’anima.

Andò in pellegrinaggio per consiglio da papa Clemente XI, che lo nominò missionario apostolico e gli disse: “Nelle sue diverse missioni, insegni con forza la dottrina al popolo e ai ragazzi e faccia rinnovare solennemente le promesse battesimali”. Le sue terre di missione furono soprattutto la natìa Bretagna e la Vandea, dove il santo si profuse nell’insegnamento del Catechismo e in grandi manifestazioni pubbliche di culto, che culminavano spesso nell’innalzamento di una croce. Promosse anche riproduzioni del Calvario, come quella monumentale di Pontchateau, terminata dopo 15 mesi di lavoro di centinaia di persone provenienti da ogni parte della Francia e dall’estero, prima che i suoi nemici convincessero re Luigi XIV a farla distruggere con il pretesto della sicurezza nazionale. Verrà per due volte ricostruita, l’ultima dopo la devastazione dei rivoluzionari francesi.

L’apostolato del Montfort si rivelò fondamentale in un’epoca in cui il cattolicesimo si trovava attaccato in Francia da giansenisti e protestanti vari, deisti e razionalisti. Lui affrontò tutti i nemici della Chiesa con carità e vigore, trasmettendo al popolo le verità di fede, anche attraverso canti popolari da lui composti per accendere ancora di più i cuori dell’amore di Dio. E in tutto questo la sua mariologia, chiaramente cristocentrica, è stata decisiva: “È dunque sicuro – scrive nel Trattato – che la conoscenza di Gesù Cristo e la venuta del suo regno nel mondo non saranno che la conseguenza necessaria della conoscenza della santa Vergine e della venuta del regno di Maria, che lo ha messo al mondo la prima volta e che lo farà risplendere la seconda”.

Per saperne di più:

L’Amore dell’Eterna SapienzaTrattato della vera devozione alla Santa Vergine, Il segreto di Maria, Il segreto ammirabile del Santo Rosario.

La consacrazione del Montfort, per affrontare questi tempi

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La potenza della preghiera secondo Guglielmo Marconi

Posté par atempodiblog le 28 avril 2024

La potenza della preghiera secondo Guglielmo Marconi
Lo scienziato italiano inventore della radio e premio Nobel era dichiaratamente credente. Scriveva: «Sarebbe una grande tragedia se gli uomini perdessero la loro fede nella preghiera»
di Luca Peyron – Avvenire
Tratto da: Radio Maria

La potenza della preghiera secondo Guglielmo Marconi dans Articoli di Giornali e News Marconi

Guglielmo Marconi ha donato al mondo il modo di parlarsi a distanze impensate e impensabili. Il paradosso della sua esistenza è che fu uomo di poche parole, a cui preferiva i fatti.

Con l’aprirsi dei festeggiamenti per i 150 anni dalla sua nascita – tema del quale Avvenire in questi giorni ha ampiamente trattato – molto si è scritto e molto si scriverà. Vorrei qui dare un minimo contributo soffermandomi su un tratto particolare della sua esistenza, a partire da una sua espressione quanto mai preziosa in questo tempo di accelerazioni tecnologiche e di ansie macchiniche: «Credo nella potenza della preghiera come cristiano e come scienziato».

Marconi era dichiaratamente credente, ma questo non lo rende immediatamente uno scienziato migliore, così come l’essere un grande scienziato non ne fa un credente migliore secondo una legge di proporzionalità apologetica a cui credo poco. Tuttavia il nostro premio Nobel può essere un testimone luminoso per quanti cercano sentieri promettenti.

Durante il discorso tenuto al primo congresso della Radio Industria italiana a Bologna nel maggio del 1934 disse: «Sono orgoglioso di essere cristiano. Credo non solo come cristiano, ma anche come scienziato. Come un dispositivo senza fili, nella preghiera lo spirito umano è in grado di inviare onde invisibili per l’eternità, onde che raggiungono il loro obiettivo di fronte a Dio».

Tra i suoi scritti troviamo anche queste parole: «Credo che sarebbe una grande tragedia se gli uomini perdessero la loro fede nella preghiera. Senza l’aiuto della preghiera forse avrebbero fallito dove sono invece riusciti. Questo mi ha permesso di raggiungere quello che ho fatto, Dio ha fatto di me un semplice strumento della Sua volontà, per la rivelazione del suo potere divino». L’uomo che ci ha consegnato un nuovo modo di condividere le parole era un uomo dedito a una Parola, la sola che salva, la sola che accorcia quella distanza infinita che nessuna tecnica potrà mai colmare: l’assoluta alterità tra umano e divino che una Parola, fatta carne, ha definitivamente annullato.

Pregare e agire, perdere apparentemente tempo per annullare il tempo. L’invenzione della radio è frutto dello Spirito Santo? Sarebbe una affermazione indimostrabile, storicamente e teologicamente. Ma è invece possibile dire che l’essere umano diventa capace di dare il nome alle cose con pienezza quando fa alleanza con lo Spirito che lo conduce al suo compimento. Le metamorfosi sociali e antropologiche che stiamo vivendo, figlie del web, del digitale e della potenza di calcolo, sono tutte nipoti delle scoperte e delle invenzioni di Marconi. Come orientare al bello, al vero, al giusto quanto viviamo? Marconi mostra ai credenti una strada feconda.

La preghiera è una buona risposta, non da imbelli ma da persone che sanno che il futuro esige parole che non sono immediate, che non possono essere consunte, che debbono essere dense. Fermare il tempo in preghiera significa trovare nell’Eterno quanto ci è necessario nella storia. La preghiera rallenta il battito del nostro cuore e lo rende armonico con l’unico cuore che davvero è capace di un amore che guarisce e orienta, sazia e definisce. La preghiera sconfigge l’orgoglio allergico a limiti che sono custodia ed educa a superare limiti che sono peccato. La preghiera trasforma l’asserzione in dialogo, il silenzio in grembo, la teoria in semenza.

«La scienza – diceva ancora Marconi – da sola non è in grado di spiegare molte cose, e soprattutto il più grande dei misteri: il mistero della nostra esistenza». Quel mistero è svelato da una Parola che possiamo ascoltare, quell’esistenza diventa operosa in un silenzio che sigilla una alleanza.

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Piergiorgio Frassati santo, si guarda al 2025

Posté par atempodiblog le 27 avril 2024

Piergiorgio Frassati santo, si guarda al 2025
Durante la preghiera all’Assemblea nazionale dell’Azione Cattolica, il cardinale Semeraro ha detto che la canonizzazione del giovane «si profila per il prossimo anno giubilare»
di Agnese Palmucci – Avvenire
Tratto da: Azione Cattolica Italiana

Confidiamo nella Provvidenza Divina e nella Sua Misericordia dans Beato Pier Giorgio Frassati Beato-Pier-Giorgio-Frassati

Piergiorgio Frassati, il ragazzo che amava portare i suoi amici in montagna per spingere il loro sguardo «verso l’Alto», sarà dichiarato santo il prossimo anno. Il giovane beato torinese, amante di Dio e degli uomini, sarà canonizzato durante il Giubileo del 2025.

A dare il grande annuncio nel pomeriggio di oggi è stato il prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi, il cardinale Marcello Semeraro, intervenuto durante la XVIII Assemblea nazionale dell’Azione Cattolica Italiana, a Sacrofano. «Vorrei dirvi che la canonizzazione del beato Piergiorgio Frassati è ormai chiara all’orizzonte e si profila per il prossimo anno giubilare», ha detto il cardinale, il cui intervento è stato interrotto da un lungo applauso da parte dei mille soci di Ac presenti.

«Nell’omelia per il rito della sua beatificazione, – ha aggiunto il prefetto, citando Frassati tra le più luminose figure di santi cresciuti nell’Ac – avvenuta il 20 maggio 1990, san Giovanni Paolo II lo chiamò uomo delle Beatitudini; disse pure che “nell’Azione Cattolica egli visse la vocazione cristiana con letizia e fierezza e s’impegnò ad amare Gesù e a scorgere in lui i fratelli che incontrava nel suo sentiero”». Frassati, nato a Torino nel 1901 e morto a soli 24 anni, fu un «meraviglioso modello di vita cristiana», ha sottolineato ancora Semeraro, che visse la sua giovinezza, citando Giovanni Paolo II, «tutta immersa nel mistero di Dio e dedita al costante servizio del prossimo».

Il giovane beato torinese, figlio di Alfredo Frassati, storico direttore de La Stampa di Torino, si impegnò sin da ragazzo nel laicato attivo, e in particolare nell’Azione Cattolica e nella Fuci, crescendo nella fede cristiana e nel desiderio del servizio ai più poveri. È considerato uno dei “santi sociali” torinesi, come don Giovanni Bosco e don Giuseppe Cottolengo, anche senza essere formalmente ancora santo, per la sua vita dedicata ai più fragili e agli emarginati. «Nella santità di Piergiorgio – ha continuato Semeraro – c’è un valore di continuità con la tradizione della sua terra: egli, infatti, si è innestato nel lavoro di difesa della fede, attraverso la carità profusa nel campo dell’emarginazione». A 19 anni Frassati era entrato a far parte delle Conferenze di San Vincenzo de’ Paoli, per l’aiuto ai più bisognosi e a 21 divenne terziario domenicano.

«Siamo felici per una notizia che giunge come un dono prezioso per l’Associazione, mentre celebriamo la nostra Assemblea nazionale – ha dichiarato il presidente dell’Ac, Giuseppe Notarstefano -. L’Azione cattolica italiana è stata storicamente, ed è ancora oggi, una intuizione e una passione dei giovani come Piergiorgio Frassati. Una esperienza di Chiesa dove impastare giorno per giorno la fede con la vita, un luogo dove poter vivere in pienezza l’amicizia con il Signore che non di rado diventa un luminoso esempio per tutti come per Alberto Marvelli, Gino Pistoni, Armida Barelli e appunto Piergiorgio Frassati». Persone come lui, ha aggiunto, «hanno saputo fare della propria vita un dono, un segno per i loro tempi e per tutti i tempi».

Il beato fu un giovane tra i giovani, amico di tutti, amante dello sport, della poesia e dell’alpinismo. «C’è pure, tuttavia, un elemento di novità – ha concluso il prefetto – ed è il fatto di avere cercato di confrontare il valore della fede con tutto l’arco dell’esperienza umana, operando caritatevolmente in ogni ambito: negli ambienti dell’università, del lavoro, della stampa (Pier Giorgio raccoglieva abbonamenti non per il quotidiano di suo padre, ma per quello cattolico), dell’impegno politico e partitico, e dovunque era necessario difendere le libertà sociali, cercando sempre di concepire e fomentare l’associazionismo, come amicizia cristiana destinata alla nascita di un cattolicesimo sociale».

Lo scorso giovedì 25 aprile, nell’udienza in piazza san Pietro con l’Ac, Papa Francesco ha sottolineato, ha aggiunto Semeraro, che «la vita associativa trova il denominatore comune proprio nell’abbraccio della carità». E non è stata così la vita terrena di Piergiorgio?

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Con Pietro, sempre

Posté par atempodiblog le 13 mars 2024

Con Pietro, sempre
Undici anni di pontificato sulla via della misericordia e della pace
di Andrea Tornielli – Vatican News

Con Pietro, sempre dans Andrea Tornielli Non-possiamo-separarci-da-Pietro

Nel silenzio assordante della diplomazia, in un panorama caratterizzato dall’assenza sempre più evidente di iniziativa politica e di leadership capaci di scommettere sulla pace, mentre il mondo ha iniziato una folle corsa al riarmo destinando ai sofisticati strumenti di morte somme che basterebbero per assicurare due volte l’assistenza sanitaria di base a tutti gli abitanti della terra e ridurre significativamente le emissioni di gas serra, la solitaria voce di Papa Francesco continua a supplicare di far tacere le armi e a invocare il coraggio di favorire percorsi di pace. Continua a chiedere il cessate il fuoco in Terra Santa, dove allo spietato massacro del 7 ottobre attuato dai terroristi di Hamas è seguita e continua ad essere perpetrata la tragica carneficina di Gaza. Continua a chiedere di far tacere le armi nel tragico conflitto deflagrato nel cuore dell’Europa cristiana, nell’Ucraina distrutta e martoriata dai bombardamenti dell’esercito aggressore russo. Continua a invocare pace nelle altre parti del mondo dove si combattono con indicibili violenze i conflitti dimenticati che compongono i tasselli sempre più grandi di un conflitto mondiale.

Il Vescovo di Roma entra nel dodicesimo anno di pontificato in un’ora buia, con le sorti dell’umanità in balia del protagonismo di governanti incapaci di valutare le conseguenze delle loro decisioni che sembrano arrendersi all’ineluttabilità della guerra. E con lucidità e realismo dice che «è più forte chi vede la situazione, chi pensa al popolo», cioè «chi ha il coraggio di negoziare», perché «negoziare è una parola coraggiosa», della quale non bisogna vergognarsi. Papa Francesco, sfidando le incomprensioni dei vicini e dei lontani, continua a mettere al centro la sacralità della vita, ad essere vicino alle vittime innocenti e a denunciare gli sporchi interessi economici che muovono i fili delle guerre ammantandosi di ipocrisia.

Un rapido sguardo a questi ultimi undici anni di storia fa comprendere il valore profetico della voce di Pietro. L’allarme, lanciato la prima volta due lustri fa, sulla terza guerra mondiale a pezzi. L’enciclica sociale Laudato si’ (2015), che ha mostrato come cambiamenti climatici, migrazioni, guerre, economia che uccide sono fenomeni interconnessi tra di loro e possono essere affrontati soltanto attraverso uno sguardo globale. La grande enciclica sulla fratellanza umana (Fratelli tutti, 2020), che ha indicato la via per costruire un mondo nuovo basato sulla fraternità, togliendo ancora una volta qualsiasi alibi all’abuso del nome di Dio per giustificare il terrorismo, l’odio e la violenza. E poi il costante riferimento nel suo magistero alla misericordia, che intesse tutta la trama di un pontificato missionario.

Nelle società secolarizzate, e “liquide” senza più certezze, nulla può essere dato per scontato e l’evangelizzazione – insegna Francesco – ricomincia dall’essenziale, come si legge in Evangelii gaudium (2013): «Abbiamo riscoperto che anche nella catechesi ha un ruolo fondamentale il primo annuncio o “kerygma”, che deve occupare il centro dell’attività evangelizzatrice e di ogni intento di rinnovamento ecclesiale. [...] La centralità del kerygma richiede alcune caratteristiche dell’annuncio che oggi sono necessarie in ogni luogo: che esprima l’amore salvifico di Dio previo all’obbligazione morale e religiosa, che non imponga la verità e che faccia appello alla libertà, che possieda qualche nota di gioia, stimolo, vitalità, ed un’armoniosa completezza che non riduca la predicazione a poche dottrine a volte più filosofiche che evangeliche. Questo esige dall’evangelizzatore alcune disposizioni che aiutano ad accogliere meglio l’annuncio: vicinanza, apertura al dialogo, pazienza, accoglienza cordiale che non condanna».

La testimonianza della misericordia rappresenta dunque un elemento fondamentale di questo «amore salvifico di Dio» che è «previo all’obbligazione morale e religiosa». In altre parole, chi non è ancora venuto in contatto con il fatto cristiano, come aveva già osservato lucidamente Benedetto XVI nel maggio 2010, difficilmente rimarrà colpito e affascinato dall’affermazione di norme e obblighi morali, dall’insistenza sui divieti, dagli elenchi minuziosi dei peccati, dalle condanne, o dagli appelli nostalgici ai valori di un tempo.

All’origine dell’accoglienza, della vicinanza, della tenerezza, dell’accompagnamento, all’origine di una comunità cristiana capace di abbracciare e di ascoltare c’è il riverbero della misericordia che si è sperimentata e che si cerca – pur tra mille limiti e cadute – di restituire. Se si leggono con questi occhi i gesti del Papa, anche quelli che hanno provocato in alcuni le stesse reazioni scandalizzate che provocavano duemila anni fa i gesti di Gesù, se ne scopre la profonda forza evangelizzatrice e missionaria.

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La Madonna che Scioglie i Nodi, dalla Germania trecento anni di grazie

Posté par atempodiblog le 2 février 2024

La Madonna che Scioglie i Nodi, dalla Germania trecento anni di grazie
L’arcivescovo Bergoglio ne diffuse la devozione nel Sud America Gli italiani i pellegrini più numerosi
di Giacomo König – ACI Stampa
Tratto da: 
Radio Maria

La Madonna che Scioglie i Nodi, dalla Germania trecento anni di grazie dans Articoli di Giornali e News

Dipinta dal pittore tedesco Johann Georg Melchior Schmidtner nel 1700, la “Madonna che Scioglie i Nodi” dispensa grazie tramite la famosa Novena da oltre trecento anni. Il quadro originale Maria Knotenlöserin, un olio su tela grande 182 centimetri per 110, è conservato nella Parrocchia di San Pietro a Perlach, nella città di Augusta, nel Land tedesco del Bayern. Don Günter Grimme, sacerdote ora in pensione, ma ancora attivo come direttore spirituale in questa parrocchia, spiega ad Acistampa la spiritualità e la devozione legate a questo quadro.

Don Grimme, a quando può essere fatta risalire la diffusione della devozione a questa immagine di Maria?
«Da quando l’attuale Papa Francesco, in qualità di arcivescovo di Buenos Aires, ha promosso la venerazione dell’immagine in Argentina, da dove si è diffusa poi in tutto il Sud America. Da qui sempre più visitatori si sono poi recati a visitare il quadro originale. Tuttavia, il numero di gran lunga maggiore di pellegrini proviene dall’Italia. Un evento speciale del 2015 è stato il pellegrinaggio di tutte le diocesi bavaresi ad Augusta per vedere la “Scioglitrice di nodi”. Questo ha avuto luogo come parte dei preparativi per commemorare l’elevazione della Madonna a “Patrona Bavariae” nel 1917».

Vengono celebrate funzioni speciali per adorare questa immagine?
«L’evento più importante dell’anno ecclesiastico per quanto riguarda questa immagine miracolosa è la funzione solenne dell’8 dicembre o della domenica più vicina a questa data, poiché Maria è raffigurata nell’immagine come “Immacolata”. Ci sono poi le devozioni delle domeniche di maggio, quando, oltre alla Madonna scioglitrice di nodi, un’altra raffigurazione di Maria nel presbiterio invita all’adorazione e alla preghiera. La madre di Gesù viene commemorata con preghiere e canti anche in molte altre occasioni e ogni sabato la celebrazione eucaristica si conclude con la « Salve Regina” o l’antifona corrispondente all’anno ecclesiastico».

É possibile quantificare quanti pellegrini visitano l’immagine?
«Se si sommano le persone che partecipano alle funzioni religiose, i fedeli che si trovano sempre in chiesa durante il giorno e i gruppi, ogni giorno circa 450 persone visitano in media San Pietro a Perlach».

Si possono fare anche visite guidate della Chiesa?
«Certamente. Sono possibili visite guidate che illustrano la storia della chiesa e dell’immagine miracolosa. Tuttavia, è necessario prenotare in anticipo, poiché i volontari non sono sempre disponibili. Lo stesso vale se un gruppo vuole celebrare una propria funzione religiosa. Di norma, quindi, chiediamo ai gruppi ospitati di partecipare all’Eucaristia delle ore 9.30 insieme a noi. Anche perché vogliamo preservare San Pietro, che si trova vicino alla piazza del municipio dove pulsa la vita della città, come un’oasi di pace e tranquillità dove pregare il più indisturbati possibile».

Mi racconti un po’ la sua esperienza personale e spirituale con l’immagine di Maria che Scioglie i Nodi.
«Sono particolarmente colpito dal modo in cui Maria è attenta e concentrata sui nodi che le vengono consegnati. La storia della vita e della fede di questa donna conteneva molte imponderabilità e domande che non trovavano semplicemente risposta. Inizia con le circostanze speciali dell’Annunciazione e della nascita di Gesù e termina con la terribile esperienza di vedere suo figlio morire come un criminale sulla croce. Per me, la fede di Maria nel fatto che Dio è fedele e mantiene la sua promessa si riflette nella frase che attraversa i Vangeli come un filo rosso: “Ella conservava tutte queste cose nel suo cuore”. E alla fine, nell’esperienza della Pentecoste, tutti questi nodi furono sciolti. Guardare a Maria, che si è presa cura dei nodi della sua vita, è per me un esempio da cui attingere fiducia e speranza per me e nella preghiera per gli altri».

Maria si prende cura però anche dei nodi della vita di ognuno.
«Assolutamente sì. Nella nostra chiesa c’è sempre un libro dove chiunque può scrivere le proprie intenzioni. Di solito le persone scrivono brevi note; alcuni descrivono in modo più dettagliato ciò che li preoccupa, o esprimono la loro  angoscia. Può capitare che qualche tempo dopo si trovi un riferimento a queste affermazioni, ma con un grande ringraziamento. Segno che Maira ha ascoltato la preghiera».

A chi consiglierebbe in particolare la Novena a Maria che Scioglie I Nodi?
«Secondo me ha senso pregare questa novena, come facciamo ogni anno, in preparazione all’8 dicembre, e portare così alla Madonna dei Nodi intenzioni importanti. Ma se penso al nostro libro delle intenzioni, diventa chiaro che ogni necessità può trovare posto nella preghiera della Novena».

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Vittorio Messori: «Maria accompagna sempre i miei giorni, sarà lei a venirmi incontro dopo la morte»

Posté par atempodiblog le 21 janvier 2024

Vittorio Messori: «Maria accompagna sempre i miei giorni, sarà lei a venirmi incontro dopo la morte»
L’intensa testimonianza del giornalista e scrittore autore di tanti libri sulla Vergine, raccolta da un amico. «Maria ci attrae per la speranza che la pervade. Se ci affidiamo a lei prima di presentarci al giudizio che ci attende dopo la morte, possiamo ben sperare nella benevolenza di Dio». Quella volta che venne convocato per parlare di lei con i rabbini di Gerusalemme e uno di loro gli diede una risposta che lo lasciò di stucco
Fonte: Famiglia Cristiana

In una lunga intervista – quasi un testamento spirituale – rilasciata in esclusiva al settimanale dei Paolini “Maria con te” lo scrittore cattolico più tradotto al mondo spiega la sua devozione per la Madonna e si racconta al giornalista Riccardo Caniato dopo la morte della moglie: «So che questo distacco sarà solo temporaneo». La pubblichiamo integralmente per concessione dell’editore e della direzione del periodico.

Vittorio Messori: «Maria accompagna sempre i miei giorni, sarà lei a venirmi incontro dopo la morte» dans Articoli di Giornali e News Vittorio-Messori-e-Rosanna-Brichetti-Messori

«La Madonna? Ce l’ho davanti. Ce l’ho sempre davanti». Vittorio distoglie lo sguardo dai miei occhi e lo fissa su uno spazio vuoto come se veramente ci fosse qualcuno, visibile soltanto a lui. «Quanto è presente Maria, nelle tue giornate?», gli avevo chiesto, e questa risposta silenziosa e assorta mi ha restituito la misura e la sostanza di un rapporto. Messori mi ha dato appuntamento all’abbazia di Maguzzano, nei cui terreni ha dedicato alla Madonna degli Olivi un santuario a cielo aperto. A 82 anni, dopo una delicata operazione al cuore da cui è uscito bene, l’ho trovato un po’ affaticato, con la voce fioca ma sereno, con lo spirito proiettato nel futuro, quando, e lo dice con un velo di lacrime sugli occhi, «potrò riabbracciare la mia Rosanna», la moglie mancata lo scorso anno, e vedere finalmente «la piccola Bernadette di Lourdes, Gesù e la Madonna».

L’occasione dell’incontro è stata la ripubblicazione de Il Miracolo a cura delle Edizioni Ares, che stanno riportando in libreria tutte le sue opere maggiori – da Ipotesi su Gesù a Dicono che è risorto, da Patì sotto Ponzio Pilato? a Scommessa sulla morte – dello scrittore cattolico più tradotto al mondo, firma storica della Periodici San Paolo. Il miracolo, in particolare, riporta a galla lo straordinario prodigio che si verificò il 29 marzo 1640, a Calanda, un piccolo villaggio dell’Aragona: a un giovane contadino, devoto alla Vergine del Pilar, fu restituita di colpo la gamba destra, amputata due anni prima. Un evento, oggi quasi caduto nell’oblio, che ebbe all’epoca una grande risonanza e fu subito vagliato e confermato da uno accuratissimo processo, ricostruito con rara precisione documentale da Messori. Ma quello che doveva essere solo uno scambio di battute su un singolo titolo è divenuta una chiacchierata ampia, la testimonianza di un uomo che, per dirla con san Paolo, ha combattuto la buona battaglia e non ha perduto la fede.

Mi hai detto che per la nuova edizione del tuo libro spingevi per un titolo ancora più forte…
«Il Maggiore fra i Miracoli. Il libro indaga la grazia più straordinaria che la Madonna abbia concesso. Si è mai sentito, infatti, che un uomo abbia riavuto attaccata la gamba amputata e sepolta al cimitero, in presenza di numerosissimi testimoni?».

Alla Madonna hai dedicato anche Ipotesi su Maria e la biografia della Soubirous, oltre a centinaia di articoli…
«Per questo mi definiscono «un Madonnaro», della qual cosa oggi vado fiero, ma non è stato sempre così. Nel mio avvicinamento al cristianesimo fui affascinato prima di tutto dalla Parola di Dio, da Gesù, poi dalla sua presenza eucaristica, dalla liturgia. La Madonna rimaneva sullo sfondo. Nel mio approccio razionale si poteva rinvenire un’indole più protestante che cattolica per cui l’enfasi posta sul ruolo della Vergine nell’economia della salvezza viene letta come un eccesso. A sostegno di questa tesi alcuni si richiamano al nascondimento di Maria nelle Scritture o evidenziano come Gesù, nei Vangeli, dopo la Risurrezione, scelga di apparire ad altre donne e ai discepoli. Ma noi sappiamo che dalla croce Gesù ha affidato il suo popolo alla Madonna e da qui si spiegano le sue apparizioni che costellano la storia del cristianesimo dopo l’Ascensione e, in accordo con numerosi mistici, possiamo dirci certi che la prima preoccupazione del Risorto sia stata quella di visitare sua Madre. E che lo abbia fatto in privato, nella più totale e desiderata intimità, mentre in seguito si è reso visibile pubblicamente per dare testimonianza della verità della Risurrezione».

Hai fatto cenno a un percorso di conversione. Non sei nato cattolico?
«Ho avuto un’educazione figlia di quella parte dell’Emilia atea e concreta. In casa si guardava alla Chiesa e ai preti con il fumo negli occhi e se finivano nei discorsi era per parlarne male. All’Università sono stato allievo di un’intellighenzia laica che rifiutava il pensiero religioso. Ero uno studente dotato e mi attirai le simpatie dei professori: Alessandro Galante Garrone e Norberto Bobbio mi volevano avviare alla carriera universitaria. Ma durante la tesi iniziai a leggere la Bibbia, a lasciarmi incuriosire dalla religione, dagli assunti teologici e del magistero».

Com’è maturata questa svolta?
«All’epoca non sapevo perché ciò accadde. Non me lo ero cercato. La religione non mi aveva mai interessato, avevo vissuto benissimo fino ad allora prendendo la vita come veniva, senza farmi domande che mi proiettassero al di fuori della comprensione empirica. Fui come costretto a diventare cattolico, rimasi affascinato dai Sacramenti, presi a frequentare la Messa, inizialmente di nascosto, senza clamori, anche perché quando mia mamma lo scoprì chiamò il dottore preoccupata: “Corra”, gli disse, “che Vittorio sta male”. Solo dopo ho capito di essere stato scelto, proprio per la mia formazione così razionale e antitetica, per dare prova mediante i miei scritti che i Vangeli sono attendibili, che Gesù è realmente esistito e che, se è così, è Dio, vive qui e ora, è il Signore della storia e vale la pena seguirlo».

I tuoi maestri come l’hanno presa?
«Male, come i miei genitori del resto. La conversione è stata un nuovo inizio. Ho dovuto rivedere le mie posizioni, ricominciare da capo, le mie sicurezze sono cambiate. I professori che mi incensavano non volevano crederci: “Ma è vero che sei diventato cattolico?”. Ma, vedendomi irremovibile, mi hanno ripudiato. Bobbio però lo rividi…».

Racconta…
«Ho avuto un incontro profondo nel periodo in cui curavo per la San Paolo una serie di interviste sul senso religioso e della vita con figure anche laiche di grande rinomanza nel contesto culturale di allora. Interviste poi in parte confluite nel volume Inchiesta sul cristianesimo. Bobbio umanamente provava ancora affetto per me, ma durante l’intervista ebbi la sensazione che le mie domande, gli argomenti con cui ribattevo alle sue ferree convinzioni lo infastidissero e che non vedesse l’ora di congedarmi. Ma dopo la sua morte è accaduta una cosa curiosa: mi ha telefonato la moglie per dirmi che suo marito le aveva imposto di distruggere le interviste e gli scambi epistolari intrattenuti con giornalisti e intellettuali, raccomandandole di conservare unicamente quel confronto sulla fede che aveva avuto con me. Non so, forse è stato un modo estremo per ribadire le sue convinzioni, o forse è stata la sua apertura ugualmente definitiva per una lettura altra dell’esistenza».

Torniamo al «Madonnaro»…
«In principio vivevo con disagio certe manifestazioni devozionistiche che accompagnano il culto mariano e che liquidavo alla voce sentimentalismo. Poi finii col capitolare, del resto posso testimoniare che nessuno può rimanere indifferente al fascino di Maria. Se torniamo al mondo protestante, pochi sanno che in Gran Bretagna i luoghi di culto più visitati anche dagli anglicani sono le chiese cattoliche dedicate alla Vergine, come la Santa Casa della Madonna di Walsingham, nel Norfolk. Ma Maria esercita un grande fascino anche fra i musulmani che vedono in lei la Madre buona di un profeta, e lo stesso accade fra gli ebrei».

Gli ebrei…?
«Dopo l’enorme, per me inaspettato successo di Ipotesi su Gesù fui invitato a Gerusalemme. Mi attendeva un comitato di rabbini e professori cui dovetti dare conto di alcuni concetti che avevo espresso nei miei scritti sul popolo ebraico e il suo ruolo nella storia. Lì per lì rimasi spiazzato da questa sorta di esame, ma ne seguì un confronto pacato nel rispetto delle reciproche posizioni. Del resto, ho sempre parlato bene degli ebrei, che Dio ha posto al centro delle vicende umane. In quell’occasione fui introdotto a un rabbino molto influente che mi diede una testimonianza straordinaria che coinvolge Maria di Nazaret. Mi presentò suo figlio e poi mi disse che sia lui, sia quella che sarebbe divenuta la sua sposa erano scampati miracolosamente dai campi di concentramento. La coppia per lungo tempo aveva pensato di non poter avere figli, e di fatto non era riuscita ad averne, perché la futura moglie, durante la detenzione, era stata sottoposta a mutilazioni parziali ai fini di sperimentazioni scientifiche, come era d’uso in quei luoghi dell’orrore».

Ciò nonostante ebbero un figlio e tu l’hai visto!
«Un loro amico, cristiano, di nazionalità austriaca, li invitò a recarsi con fiducia al santuario di Pietralba, assicurandogli che in quel luogo la Madonna ha vinto molti casi di sterilità. I due coniugi ebrei non persero tempo e subito dopo quella visita comparvero i segni della gravidanza. Stupito, domandai: “Ma lei è un ebreo, un capo religioso per giunta, ed è andato a bussare da una Madonna cattolica?”. Mi rispose con un’altra domanda: “Perché la sua Madonna cattolica non è forse prima di tutto un’ebrea? Non poteva deludere la nostra speranza e ci ha fatto un favore, da ebrea a ebrei”».

Che cosa rende Maria così attraente?
«Maria ci attrae per la speranza che la pervade. Fa parte del sensus fidei, ma Lei stessa, talvolta, si è definita la nostra «Avvocata» in Cielo. Se ci affidiamo a lei prima di presentarci al giudizio che ci attende dopo la morte, possiamo ben sperare nella benevolenza di Dio. Quando uno si trova nel bisogno chiama sempre la mamma. Anche quando lei non è più qui. Lo fanno i bambini, lo fanno i soldati sul campo di battaglia, lo fanno gli anziani lasciati soli nei ricoveri. E la Madonna è la Mamma che ci è data da Gesù Crocifisso, la Madre che ci dona la vita nella fede, ci guarda, ci cresce, ci accompagna, ci protegge. E spero che mi venga incontro Lei quando sarà il momento. Così come sono certo abbia fatto con Rosanna».

Vuoi dirci qualcosa di tua moglie?
«Rosanna è morta il 16 aprile 2022 nel Sabato di Maria che in quel giorno ha coinciso col Sabato Santo. Ma è anche la data del mio compleanno che condividevo con Joseph Ratzinger-Benedetto XVI e in cui è passata in Cielo nel 1879 Bernadette Soubirous, la santa che mi è più cara al mondo. Con mia moglie ho vissuto una comunione di vita che misteriosamente perdura tuttora. Recitavamo il Rosario insieme tutte le sere e fra l’altro, in peno accordo, chiedevamo che fossi io il primo a morire. Questo perché sono uomo di studi e mi vedevo impreparato a rimanere da solo: alla gestione pratica della nostra vita pensava Rosanna. Il Cielo ha disposto diversamente, ma grazie a Dio tiro avanti con l’aiuto di Rosy, una persona che è di casa da oltre trent’anni e si è dimostrata come una figlia per noi».

Che cosa hai pensato dopo questo distacco? Come lo hai superato?
«Mi sono chiesto perché sono sopravvissuto a Rosanna e mi conforta pensare che questo distacco sarà solo temporaneo. Non è stato facile, anche perché nel frattempo ho terminato la mia collaborazione col Corriere della sera e ho perso la mia capacità di scrittura. Avevo una memoria ferrea, non ce l’ho più: ora, nel bel mezzo di un discorso, mi dimentico nomi, date, situazioni… Ma sono grato di questo al Signore e alla Madonna perché, togliendo questo e quello, mi fanno sentire precario e mi spronano a confidare di più in loro, a staccarmi dal mio io, dalle mie sicurezze, da ciò che mi ha fatto vivere su questa terra e a desiderare sempre di più il compimento che avverrà dopo la morte. E mi insegnano a vivere i giorni con la stessa pazienza dimostrata da Maria, a rispettare con calma i tempi di Dio, che non sono i nostri. Tuttavia, un poco alla volta ho realizzato che, se sono ancora qui, è perché ho ancora qualcosa da fare. E ho compreso che devo cercare di ultimare il santuario di Maguzzano».

Com’è nata questa impresa?
«Circa vent’anni fa, camminando con l’amico architetto Emilio Cupolo su un sentiero secondario nell’oliveto della basilica, ci siamo imbattuti in una statua della Madonna che giaceva per terra fra le sterpaglie. Era caduta dal piedistallo da chissà quanto tempo perché era in pessime condizioni ed era rotta in frantumi. Rimasi scosso per il fatto che fra quelle sacre mura l’immagine potesse essere rimasta trascurata. Così proposi a Cupolo di aiutarmi a restaurarla e a realizzare per lei un’edicola, che l’architetto ha trasformato in un progetto ambizioso, ricco di simboli cristiani. Un’opera costosa, sostenuta da numerosi donatori che sono intervenuti con puntualità provvidenziale ogni volta che non ho avuto le forze per provvedere da solo. Pochi sanno che, davanti a quella Madonna, quando ancora giaceva a terra, una sera io stesso mi sono ritrovato bocconi, colpito da un principio di infarto».

Che cosa è accaduto? Eri da solo?
«C’era Lei con me. Da terra guardavo il suo viso, in lei ho confidato prima di perdere conoscenza. E Lei è intervenuta: mi ha dato la forza di riprendermi, di guidare fino a casa, da dove mi hanno trasportato con urgenza in ospedale. Esattamente come avvenuto per la mia conversione nemmeno questo santuario avevo cercato, eppure la Vergine ha voluto che mi imbattessi nel suo simulacro, ha permesso che cadessi quasi morto, mi ha rialzato e ora ha fatto di questo luogo lo scopo ultimo della mia vita. Chi viene qui trova un tronco grosso tagliato. Nel 1999 Maguzzano è stata colpita da una tromba d’aria; una vecchia conifera, altissima, si è sradicata e cadendo, secondo la fisica avrebbe dovuto colpire la Madonna degli Olivi ma, inspiegabilmente, ha deviato di qualche centimetro, lasciandola intatta».

Che significato ne hai tratto?
«Il demonio insidia sempre Maria, ma Lei non può essere sconfitta e alla fine schiaccerà la testa del serpente».

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1 GENNAIO 2024/ CON RADIO MARIA OGGI SUL PODBRDO

Posté par atempodiblog le 1 janvier 2024

1 GENNAIO 2024/ CON RADIO MARIA OGGI SUL PODBRDO
MEDJUGORJE IN DIRETTA RADIO E IN VIDEO SU RADIO MARIA FB
di Padre Livio Fanzaga
Tratto da: Blog di p. Livio – Direttore di Radio Maria

1 GENNAIO 2024/ CON RADIO MARIA OGGI SUL PODBRDO dans Apparizioni mariane e santuari Podbrdo

– PADRE LIVIO A PARTIRE DALLE ORE 14.45 CIRCA – POI RECITEREMO LA CORONCINA DELLA DIVINA MISERICORDIA CANTATA, IN UNIONE ALLA PREGHIERA RICHIESTA DALLA MADONNA SUL PODBRDO E L’ATTESA DELL’APPARIZIONE A MARIJA – COLLEGAMENTO CON MEDJUGORJE RADIO E VIDEO DALLE H.16:00 SU RADIO MARIA FACEBOOK 

“Vi invito, noi saremo qui dal pomeriggio dalle 15:00 in avanti fino all’apparizione in collegamento con Medjugorje, col Podbrdo e saremo qui per pregare insieme alla gente, per unirci a questa sinfonia di preghiere di cui la Madonna ha bisogno. Quando la Madonna chiama per questo, noi dobbiamo essere molto felici, perché vuol dire che vuole ottenere grandi grazie. Questo è qualcosa che è per noi, è qualcosa che è per il mondo, è qualcosa che è alla portata di tutti e tutti possiamo contribuire: chi è là a Medjugorje sale sulla montagna, noi ci riuniamo, ci ha dato apposta Radio Maria la Madonna perché possiamo creare una comunione tutti, anzi adesso manderò subito un piccolo video a tutte le Radio Maria del mondo perché anche loro si uniscano con questa grande preghiera universale perché la Madonna ha detto che vuole che si preghi per le Sue intenzioni”. (Padre Livio Fanzaga)

Divisore dans San Francesco di Sales

La Madonna ha bisogno di preghiere
MEDJUGORJE: Una scossa inaspettata e provvidenziale
di Padre Livio Fanzaga
Tratto da: Blog di p. Livio – Direttore di Radio Maria

Cari amici,

ieri sera a Medjugorje è accaduto un fatto nuovo che ha sorpreso e scosso la Parrocchia. La Madonna, in una lunga apparizione a Marija, ha invitato i pellegrini a recarsi per le ore 15:00 sul Podbrdo per tre ore di preghiera, in attesa della apparizione.  La Madonna per l’occasione ha promesso un dono.

Una cosa del genere, a mia conoscenza, non era mai accaduta in oltre 42 anni di apparizioni, benché in passato, specie nel primo anno, non siamo mancati avvenimenti eclatanti.

L’iniziativa della Madonna è stata uno scossone che ha svegliato gli abitanti e i pellegrini dal un torpore che si protraeva da tempo e che aveva indotto la Madonna, nel messaggio del 25 Settembre 2023, a richiamare la gente al fervore delle origini, “quando il Cielo non taceva”.

La prima impressione è che si tratti di un evento di grande importanza, assolutamente da non sottovalutare, che potrebbe riguardare le preghiere di cui la Madonna ha bisogno per realizzare i suoi piani.

Qualcosa del genere era accaduto nel 1984, quando la Madonna diede un forte scossone alla Parrocchia che si era intiepidita, minacciando persino di non dare più messaggi. Era proprio nel periodo in cui la base russa di Severomorks, dalla quale dovevano partire i missili atomici per colpire l’Europa, è stata distrutta dalle fiamme proprio il 13 Maggio.

Possiamo quindi supporre che la Madonna abbia bisogno di una preghiera straordinaria per scongiurare qualche pericolo incombente, che potrebbe colpire l’umanità. D’altra parte stiamo vivendo un tempo in cui il “mondo moderno che non vuole Dio sta correndo verso la perdizione”.

Non possiamo escludere che i pericoli riguardino in modo particolare la Chiesa, che in questi tempi è come la barca di Pietro “in gran tempesta” e che ha bisogno di essere ricompattata e rafforzata nel fervore della fede e della testimonianza  cristiana.

La “Gospa” ha promesso un dono nella giornata di oggi. Che cosa potrebbe essere? A mio avviso il raggiungimento dello scopo delle preghiere sarebbe già di per sé un grande dono.  Ma non è detto che la Madonna ce lo riveli. Dovremo essere noi a fare discernimento, come nell’ occasione di Severomorks.

Alcuni pensano a qualche segno visibile, come avvenne nei primi mesi delle apparizioni, quando la Madonna apparve, visibile a tutti,  a posto della Croce  sul monte Krizevac o quando la parola Mir (pace) apparve scritta  caratteri d’oro in cielo.

L’importante è che rispondiamo a questa chiamata col fervore della preghiera, mettendoci spiritualmente in contatto con la collina delle apparizioni, senza inutili curiosità, nella consapevolezza che stiamo partecipando a qualcosa di unico e di importante.

Radio Maria dalle 15:00 in poi parteciperà con la preghiera e con flash in diretta sul Podbrdo fino alla apparizione della Madonna alle 17.40 come al solito.

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Uno sguardo al Natale con mons. Landucci

Posté par atempodiblog le 28 décembre 2023

Uno sguardo al Natale con mons. Landucci
di Fabio Fuiano –  Corrispondenza Romana

Uno sguardo al Natale con mons. Landucci dans Articoli di Giornali e News La-Luce-ha-preso-carne

Ed eccoci, dopo un altro anno, arrivati al Natale. Giova qui proporre alcune riflessioni alla meditazione dei lettori, facendoci aiutare dal Servo di Dio, Pier Carlo Landucci (1900-1986), che ha mirabilmente descritto questo evento nel suo capolavoro Maria SS. nel Vangelo (Edizioni San Paolo, pp. 140-149). Dapprima, descrive il difficoltoso viaggio di san Giuseppe e della Santissima Vergine verso Betlemme per il censimento voluto dall’Imperatore. L’Evangelista san Luca descrive così il supremo avvenimento dell’universo: «E diede alla luce il suo figliolo primogenito, e lo avvolse in fasce, e lo adagiò in una mangiatoia: poiché non v’era posto per loro nell’albergo» (Lc 2, 7). Mons. Landucci riflette su queste brevi parole, analizzandole puntualmente, a partire dall’inciso «poiché non v’era posto per loro nell’albergo». Per poter rispondere alla domanda sul perché san Giuseppe e Maria SS.ma non trovarono posto è necessario chiarire dapprima cosa sia questo “albergo” di cui parla l’Evangelista. Si trattava di un antico “caravanserraglio”, cioè, secondo la descrizione che ne dà Giuseppe Ricciotti (1890-1964) «un mediocre spazio a cielo scoperto recinto da un muro, piuttosto alto e fornito di un’unica porta; internamente, lungo uno o più lati del muro, correva un portico di riparo […] le bestie erano ricoverate in mezzo, nel cortile a cielo scoperto e i viandanti si ricoveravano sotto il portico o nello stanzone finché c’era posto, altrimenti s’accampavano tra le bestie: le camerette più piccole se esistevano erano riservate a chi poteva permettersi qualche comodità pagando … E là, tra quell’ammasso di uomini e di bestie, tutto alla rinfusa, si cantava, si dormiva, si mangiava … tutto tra quel sudiciume e quel lezzo che appestano ancor oggi gli accampamenti dei beduini palestinesi in viaggio» (Vita di Gesù Cristo, Rizzoli, 1946, § 242).

Continua Landucci, citando sempre il Ricciotti: «san Giuseppe cercò certamente di trovar lì un riparo, ma non c’era posto: non vi era posto “per loro. […] È difficile ammettere che la Vergine SS. non avesse potuto trovare un posticino in mezzo a quelle persone ammassate con gli animali nel modo suddetto ed è difficile anche pensare che, a suon di buoni denari, in via eccezionale, proprio in vista della sua imminente maternità, non si potesse liberare una di quelle stanzette che forse c’erano. Ma alla prima soluzione ostava il casto riserbo e la soprannaturale segretezza di cui Maria voleva circondare la nascita di Gesù; alla seconda ostava la loro povertà. Povertà e castità celestiale: ecco le cause del diniego di ospitalità».

Seppur nel tremendo dolore di un padre di famiglia che non può assicurare un riparo alla sua Immacolata Sposa e al Divin Redentore, san Giuseppe dovette volgere l’occhio ad una piccola grotta che fungeva da stalla. Afferma mons. Landucci che questo è sicuro «perché san Luca dice una sola parola, ma tremendamente rivelatrice: parla di una mangiatoia! Ora la mangiatoia rivela una stalla. Né v’è ragione di pensare che non servisse, anche attualmente, a tale uso, in un periodo di sì grande affluenza non solo di uomini portati, ma di giumenti portanti. Tanto più che san Luca non avrebbe mancato forse, nel caso contrario, di notarlo, egli che, narrando la morte del Signore, si preoccuperà di rivelare la particolare mondezza del sepolcro ove fu deposto il corpo Divino, perché nuovo: “dove niuno mai era stato ancora messo” (Lc 23, 53). Tale stalla era dunque presumibilmente occupata da bestie, tetra come ogni grotta e sudicia come ogni stalla – salvo quella sistemazione alla buona, che avrà cercato di dargli Giuseppe – ma alquanto discosta dal villaggio e quindi solitaria e tranquilla: ciò bastava alla futura Madre».

Nel sublime momento del parto, san Luca presenta la Vergine SS.ma completamente sola. È Lei a darlo alla luce, ad avvolgerlo in panni, a deporlo nella mangiatoia. La Madonna non aveva infatti bisogno di quegli aiuti che sono soliti darsi alle figlie di Eva colpite dalla sentenza «tra doglie partorirai figlioli» (Gn 3,16). Ricorda mons. Landucci, coerentemente con la Dottrina della Chiesa sulla Immacolata Concezione che «ben diversa dalle altre dovette essere la sublime nascita di Gesù da Maria SS. la quale era preservata dal peccato originale e aveva concepito per opera di Spirito Santo. E inoltre sconveniva che Gesù, sorgente di vita, producesse una qualsiasi cruenta menomazione alla Madre sua, nell’atto di nascere». La Vergine SS.ma conservò dunque una completa integrità: mons. Landucci sottolinea, giustamente, che ella dovette avere una particolare rivelazione da parte di Gesù, del preciso momento del parto verginale, mancando in esso «gli immediati prodromi delle consuete “doglie” e l’ordinario suo sensibile svolgimento». Citando l’illustre teologo Adolphe Tanquerey (1854-1932), Gesù «come risorse dal sepolcro sigillato ed entrò dai discepoli a porte chiuse, così nascendo venne alla luce senza violazione del sigillo verginale; come il raggio di sole traversa il cristallo senza alcuna lesione di esso, così Gesù, dal seno della madre senza alcuna lesione della sua verginità venne alla luce» (Brev. Syn. Th. Dogm., n. 837 b). Si tratta della verginità “nel parto” che, assieme a quella “avanti” e “dopo”, costituiscono la triplice corona della maternità di Maria. In quella nascita divina dunque – dice l’Angelico – «non vi fu alcun dolore né alcuna corruzione bensì massima letizia per il fatto che l’uomo Dio era nato nel mondo» (S. Th. III, 35, 6 c.).

Qui mons. Landucci si ferma a contemplare quel mirabile momento in cui lo sguardo celestiale della Madonna «si posa per la prima volta sulle adorate sembianze del Divino Infante e le sue mani immacolate lo portano al cuore e al primo bacio delle sue materne labbra». Molti santi ebbero il privilegio dell’apparizione del Bambinello (es. san Gaetano di Thiene), di stringerlo realmente fra le braccia (il santo Simeone), o di esultare alla sua presenza seppur celato nel grembo materno (santa Elisabetta). Ma questi avevano il cuore di Santi, mentre la Vergine il Cuore Immacolato della Regina dei Santi! Ella andava a Gesù «non solo con divina carità sospingente al Divino Signore, come i santi – tanto più infiammata però quanto incomparabilmente più abbondante era in Lei la grazia – ma anche con traboccante tenerezza materna verso di Lui, immensamente più grande essa pur d’ogni tenerezza di madre, quanto più sensibile era il suo Immacolato Cuore e più amabile il suo Figliolo: palpiti dolcissimi di figlia dunque per il suo Dio e palpiti tenerissimi di madre per il suo Gesù».

Infatti, ribadisce Landucci, «Gesù era il suo tesoro perché nato da Lei, ma suo in modo tutto speciale ed inimitabile, perché Egli non aveva avuto alcun padre naturale terreno: ed era il tesoro suo, ma di valore veramente infinito perché concepito di Spirito Santo e quindi capolavoro di Dio: anzi Uomo-Dio».

Del supremo dolore che si congiunse nella Vergine all’immenso gaudio della nascita del Redentore, si è già accennato in un articolo precedente, dedicato appositamente alla Madonna Addolorata. Ci soffermiamo quindi sulle ultime parole dell’Evangelista, commentate da mons. Landucci «e lo adagiò in una mangiatoia». Afferma l’autore che la Madonna prese Gesù «tra le sue immacolate mani e lo depose, con inenarrabile e lacerante dolcezza, in quella incredibile culla. Nessuna ribellione suona nelle parole del Vangelo, anzi tutto spira serenità e pace. Sembra che Gesù sia stato deposto nel luogo a Lui più conveniente». Ciò sembra in contrasto con la sua dignità di Re, nato per sedere sul trono di gloria. Ma, a ben vedere, il trono del Signore sarebbe stato la Croce. Osserva Landucci che quella deposizione nella mangiatoia di legno «era il preannuncio della deposizione sulla Croce e del completo olocausto del Calvario. La Vergine SS. – ben consapevole – adagiandovi Gesù con le sue stesse mani, intonava tale tragico preludio, uniformandosi perfettamente al cuore del Divino Bambino che interiormente si offriva: come un giorno sul Calvario, nell’offerta eroica che Ella farà del figlio, spiritualmente lo deporrà sopra la Croce e la divina sinfonia della Redenzione raggiungerà la pienezza».

Ma c’è un’altra bellissima anticipazione di quella mangiatoia! Giustamente, afferma mons. Landucci: «Il dolce Bambino, non era inoltre il pane di vita? Perciò nacque a “Betlemme” che vuol dire “casa del pane” e non fu messo in un mucchietto qualsiasi di paglia, ma nel luogo destinato agli animali per mangiare. Perché anch’Egli sarebbe stato mangiato: si sarebbe dato cioè a tutti, senza riserve, nella sua attività apostolica, fino a consumarsi interamente per noi sopra la Croce; e sacramentalmente ci avrebbe nutrito – Pane di Vita – nella SS. Eucarestia». All’anima pensosa della Vergine SS.ma «non sarà probabilmente sfuggito, nel deporre Gesù lì a Betlemme, nella mangiatoia, il simbolo di Gesù che si sarebbe dato interamente a noi, si sarebbe consumato per noi». Concludendo, Landucci dedica un ultimo sguardo alle virtù dei personaggi della beata triade che occupa la grotta: «la povertà rifulge in S. Giuseppe che non poté trovare i mezzi per un ricovero migliore, la castità nella Vergine SS., l’umiltà in Gesù che, tutto prevedendo e regolando come Dio, elesse la suprema umiliazione di quella miserabile culla. Sono i tre colori del glorioso vessillo del Divino Re. E sopra è una grande parola che li abbraccia tutti e ne è il comune segreto: la parola amore».

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Papa Francesco: “In Avvento prepariamo con cura la casa del cuore”

Posté par atempodiblog le 3 décembre 2023

Papa Francesco: “In Avvento prepariamo con cura la casa del cuore”
L’appello del Papa per Gaza: “auspico che tutti coloro che sono coinvolti possano raggiungere al più presto un nuovo accordo per il cessate il fuoco”
di Marco Mancini – ACI Stampa
Tratto da: Radio Maria

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La Santa Sede ieri ha confermato che le condizioni di salute del Papa migliorano e a scopo precauzionale – come domenica scorsa – Francesco ha recitato la preghiera dell’Angelus da Santa Marta.

“Sto migliorando, ma sarà monsignor Braida a leggere”, ha esordito Papa Francesco.

Il tema centrale del Vangelo della I Domenica di Avvento è la vigilanza. E il Papa la esplica nel senso cristiano.

“La vigilanza dei servi non è fatta di paura, ma di desiderio, nell’attesa di andare incontro al loro signore che viene. Si tengono pronti al suo ritorno perché gli vogliono bene, perché hanno in animo di fargli trovare, quando arriverà, una casa accogliente e ordinata: sono contenti di rivederlo, al punto che ne aspettano il rientro come una festa per tutta la grande famiglia di cui fanno parte. È con questa attesa carica di affetto che vogliamo anche noi prepararci ad accogliere Gesù”.

In Avvento “prepariamo con cura la casa del cuore, perché sia ordinata e ospitale. Vigilare significa tenere pronto il cuore. È l’atteggiamento della sentinella, che nella notte non si lascia tentare dalla stanchezza, non si addormenta, ma rimane desta in attesa della luce che verrà. Il Signore è la nostra luce ed è bello disporre il cuore ad accoglierlo con la preghiera e ad ospitarlo con la carità, i due preparativi che lo fanno stare a suo agio”.

Il Papa suggerisce un programma di vita per l’Avvento: “incontrare Gesù che viene in ogni fratello e sorella che ha bisogno di noi e condividere con loro ciò che possiamo: ascolto, tempo, aiuto concreto. Ci fa bene oggi chiederci come preparare un cuore accogliente per il Signore.

Possiamo farlo accostandoci al suo Perdono, alla sua Parola, alla sua Mensa, trovando spazio per la preghiera, accogliendolo nei bisognosi.

Coltiviamo la sua attesa senza farci distrarre da tante cose inutili e senza lamentarci in continuazione, ma tenendo il cuore vigile, cioè desideroso di Lui, desto e pronto, impaziente di incontrarlo”.

“In Israele e Palestina – sono le parole del Papa al termine dell’Angelus lette da Monsignor Braida – la situazione è grave: addolora che la tregua sia stata rotta, ciò significa morte, distruzione, miseria.

Molti ostaggi sono stati liberati ma tanti sono ancora a Gaza; pensiamo a loro, alle loro famiglie che avevano visto una luce, una speranza di riabbracciare i loro cari. A Gaza c’è tanta sofferenza, mancano i beni di prima necessità: auspico che tutti coloro che sono coinvolti possano raggiungere al più presto un nuovo accordo per il cessate il fuoco e trovare soluzioni diverse rispetto alle armi, provando a percorrere vie coraggiose di pace.

Desidero assicurare la mia preghiera per le vittime dell’attentato avvenuto questa mattina nelle Filippine dove una bomba è esplosa durante la messa: sono vicino alle famiglie, al popolo di Mindanao che già tanto ha sofferto.

Anche se a distanza seguo con grande attenzione i lavori della COP28. Usciamo dalle strettoie dei particolarismi e dei nazionalismi -schemi del passato- e abbracciamo una visione comune, impegnandoci tutti e ora senza rimandare per una necessaria conversione ecologica globale.

Oggi è la giornata internazionale delle persone con disabilità: accogliere e includere chi vive questa condizione aiuta tutta la società a diventare più umana. Nelle famiglie, nelle parrocchie, nelle scuole, nel lavoro, nello sport impariamo a valorizzare ogni persona con le sue qualità e capacità e non escludiamo nessuno”.

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Indulgenza plenaria in occasione degli 800 anni del “Natale di Greccio”

Posté par atempodiblog le 3 décembre 2023

Indulgenza plenaria in occasione degli 800 anni del “Natale di Greccio”
Dall’8 dicembre al 2 febbraio 2024 in ogni chiesa francescana
di: Ordo Fratrum Minorum – Frati Francescani

Indulgenza plenaria in occasione degli 800 anni del “Natale di Greccio” dans Articoli di Giornali e News Indulgenza-plenaria-Natale-di-Greccio

In occasione dell’800° anniversario del “Natale di Greccio”, la Penitenzieria Apostolica ha concesso l’Indulgenza plenaria a tutti i fedeli che, dall’8 dicembre 2023 (Solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria) al 2 febbraio 2024 (Festa della Presentazione al tempio di Nostro Signore Gesù Cristo) andranno a visitare un presepe in una chiesa affidata ai frati francescani in tutto il mondo.

La Famiglia francescana aveva inoltrato la richiesta al Santo Padre lo scorso 17 aprile, “al fine di promuovere il rinnovamento spirituale dei fedeli ed incrementare la vita di grazia”, si legge nella petizione inviata alla Penitenzieria Apostolica.

“Sostando in preghiera davanti ai presepi, i fedeli possano conseguire l’Indulgenza plenaria alle solite condizioni. Così pure quanti sono malati o impossibilitati a partecipare fisicamente, possano ugualmente fruire del dono dell’Indulgenza plenaria, offrendo le loro sofferenze al Signore o compiendo pratiche di pietà”.

Divisore dans San Francesco di Sales

Scarica:

Freccia dans Viaggi & Vacanze Decreto della Indulgenza plenaria in occasione degli 800 anni del “Natale di Greccio” in pdf

 

Leggi il testo completo della Lettera della Conferenza della Famiglia francescana:

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Napoli/ Notte di Ognissanti (2023)

Posté par atempodiblog le 3 novembre 2023

Napoli/ Notte di Ognissanti (2023)

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L’amore di Dio e Maria, la missione spiegata da Claret

Posté par atempodiblog le 25 octobre 2023

L’amore di Dio e Maria, la missione spiegata da Claret
Nell’opera sterminata di sant’Antonio Maria Claret emerge in modo chiaro come il missionario debba ardere dal desiderio che tutti amino Dio e si salvino eternamente. E per riuscirci deve «portare tutti» a Maria.
di Antonio Tarallo – La nuova Bussola Quotidiana
Tratto da: Radio Maria

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Entrare nelle parole di un santo non è mai impresa facile. Se poi quel santo annovera circa 150 titoli tra opuscoli e libri, circa 1.700 lettere e ben 18 volumi di manoscritti (appunti, schemi di sermoni, pensieri, suggerimenti, esortazioni), lo è ancora di più. Quel santo così tanto prolifico con la penna è sant’Antonio Maria Claret (1807-1870). La domanda, allora, che sorge spontanea guardando a una simile mole di pagine è semplice: com’è possibile che abbia scritto così tanto se ha così tanto operato nella sua missione pastorale?

Il carisma del santo arcivescovo spagnolo si è sviluppato intorno a questa parola così alta: missione. Lo spiega bene lo stesso Claret quando indirizza una lettera a padre Giuseppe Xifré, uno dei cofondatori, assieme al santo ricordato liturgicamente oggi, della Congregazione dei Missionari Figli del Cuore Immacolato della Beata Vergine Maria, i cui membri sono detti anche Clarettiani: «Dica ai miei amatissimi missionari che siano animati e lavorino a ritmo pieno aspettando da Gesù e da Maria la loro ricompensa.

Io amo tanto i sacerdoti missionari che darei per loro il mio sangue e la mia vita, laverei e bacerei loro mille volte i loro piedi, mi toglierei il boccone di bocca per sostentarli. Li amo tanto che impazzisco e non so cosa vorrei fare per loro. Se penso che il loro lavoro è tutto teso a far conoscere ed amare Dio, a salvare gli uomini dalla morte, non posso descrivere quello che mi succede in cuore». La lettera è datata 20 agosto 1861. Le parole che usa Claret sono nette, forti e danno un’immagine ben precisa di quanto la missione sia presente nel suo cuore: «Darei per loro il mio sangue e la mia vita».

Ma cosa vuol dire per il santo spagnolo essere missionari? Una risposta a tale quesito la si trova in uno scritto incluso nelle sue Opere spirituali: «Mossi dal fuoco dello Spirito Santo, gli apostoli percorsero tutta la terra. Accesi dallo stesso fuoco i missionari apostolici raggiunsero, raggiungono e raggiungeranno i confini del mondo da un polo all’altro della terra per annunziare la parola di Dio, così da poter giustamente applicare a sé quelle parole dell’apostolo Paolo: “L’amore di Cristo ci spinge” (2 Cor 5, 14). La carità di Cristo ci sprona, ci spinge a correre e a volare, portati sulle ali di un santo zelo. Chi ama davvero, ama Dio e il prossimo». La missione, dunque, si fonda su un unico dato, fondamentale e prezioso: l’amore per Dio, l’amore per i fratelli. È questo amore che deve ardere nel cuore di chi è impegnato nell’evangelizzazione a spronare i missionari di ieri, di oggi e di domani. Un amore alimentato da un «santo zelo».

È importante notare, inoltre, questo suo concetto di tempo: riguardo alla missione scrive come se fosse una sorta di linea continua, che riesce a congiungere il passato con il presente per poi proiettarlo nel futuro. Il mondo ha e avrà sempre bisogno di missioni e missionari, perché esiste e sempre esisterà la sete di Dio. In questa sua visione, il riferimento agli Apostoli è più che naturale visto che sono stati proprio loro ad annunciare per primi il Vangelo di Cristo Risorto a tutto il mondo. Più avanti aggiunge: «Chi è zelante, brama e compie cose sublimi e lavora perché Dio sia sempre più conosciuto, amato e servito in questa e nell’altra vita. Questo santo amore, infatti, non ha fine. La stessa cosa fa con il prossimo. Desidera e procura sollecitamente che tutti siano contenti su questa terra e felici e beati nella patria celeste; che tutti si salvino, che nessuno si perda per l’eternità, né offenda Dio e resti, sia pure un istante, nel peccato». In queste poche righe vi è tutto il fine, alto, dell’essere missionario.

Il passaggio dalle righe dedicate allo spirito missionario a quelle dedicate alla Vergine Maria (alla quale il Claret era particolarmente devoto) è più che ovvio: «Maria è tutta carità. Dove c’è Maria lì c’è la carità. Maria, dunque, è il cuore della Chiesa. Per questo germogliano da essa tutte le opere di carità. È risaputo che il cuore ha due movimenti che i medici chiamano sistole e diastole. Col primo, il cuore si stringe ed assorbe il sangue; col secondo si dilata e lo versa nelle arterie. Così anche Maria esercita continuamente questi due movimenti: assorbe la grazia del suo amato Figlio e la riversa sui peccatori», così scriveva il Claret nel suo Maria, cuore della Chiesa.

E proprio nelle mani della Vergine aveva affidato la sua vocazione missionaria e quella della sua congregazione. Sant’Antonio Maria Claret si è sempre considerato uno strumento nelle mani della Madonna. A raccontarlo è lui stesso nella sua Autobiografia: «Il giorno dell’Ascensione del Signore dell’anno 1870, un’anima si trovava davanti all’altare di Maria Santissima dalle undici alle dodici, contemplando la festa, e capì che i figli della Congregazione sono come le braccia di Maria, che con il loro impegno dovranno portare tutti a Maria: i giusti affinché perseverino nella grazia e i peccatori perché si convertano. Gesù è il capo della Chiesa, Maria ne è il collo, e subito dopo viene il cuore. Le braccia di Maria sono i missionari della sua Congregazione, che con zelo lavoreranno e abbracceranno tutti e pregheranno Gesù e Maria».

Fin da bambino, Claret andava molto spesso, con la sorella Rosa, al Santuario di Fussimaña: è qui, davanti a un’antica e bellissima statua della Vergine, che cresce la devozione mariana del Claret. Nella sua Autobiografia scrive: «Mi è impossibile spiegare la devozione che provavo in quel santuario. Già prima di arrivare, scorgendolo da lontano, mi commuovevo tutto, gli occhi mi si riempivano di lacrime. Incominciavamo il Rosario, e pregando arrivavamo alla chiesetta. Sempre che ho potuto, ho visitato poi quella devota immagine: da studente, da sacerdote, da vescovo, prima di imbarcarmi per Cuba». Una presenza, quella di Maria Santissima, che dunque ha sempre accompagnato il suo cammino spirituale.

Fra i tanti scritti è bene accennare a quelli denominati I quaderni dei propositi, in cui Claret annotava i suoi propositi nei confronti di Dio. La loro stesura cominciò nel 1843, anno molto significativo nella sua vita perché segnò una svolta nella sua missione apostolica. La calligrafia denota una cura particolare. L’inchiostro è molto nero, segno di parole ben determinate. In queste pagine troviamo scritto, ad esempio: «Mi dono totalmente come figlio e sacerdote di Maria. (…) Sarà mia Madre, Maestra e Direttrice, e da Lei sarà tutto ciò in cui faccio e soffro per questo ministero, perché il frutto deve provenire da ciò che ha piantato l’albero». E a un albero tale non poteva che corrispondere un frutto così tanto rigoglioso.

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Papa Francesco: la guerra è sempre una sconfitta, fermatevi!

Posté par atempodiblog le 22 octobre 2023

Il 27 ottobre si terrà una giornata di digiuno, di preghiera e penitenza
Papa Francesco: la guerra è sempre una sconfitta, fermatevi!
Il Papa, nei saluti del dopo Angelus, invoca la fine di ogni conflitto, con il pensiero a Israele, Palestina e Ucraina. Chiede che si facciano giungere gli aiuti umanitari a Gaza e la liberazione degli ostaggi e ricorda la giornata di digiuno e preghiera del 27 ottobre. “La guerra è una distruzione della fraternità umana”
di Francesca Sabatinelli – Vatican News

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La guerra, ogni guerra, è sempre una sconfitta, una distruzione della fraternità umana. La voce di Francesco è grave mentre si rivolge ai fedeli riuniti in piazza San Pietro per l’Angelus domenicale. Ancora una volta il Papa deve invocare che le armi tacciano, con il pensiero a Israele e alla Palestina.

Sono molto preoccupato addolorato, prego e sono vicino a tutti coloro che soffrono, agli ostaggi, ai feriti, alle vittime e ai loro familiari.

L’appello per gli aiuti umanitari e la liberazione degli ostaggi
Come nei giorni scorsi, l’ultima volta lo scorso mercoledì durante l’udienza generale, Francesco parla della “grave situazione umanitaria a Gaza”, così come della violenza che negli ultimi giorni ha toccato anche i luoghi cristiani.

Mi addolora che anche l’ospedale anglicano e la parrocchia greco-ortodossa siano stati colpiti nei giorni scorsi. Rinnovo il mio appello affinché si aprano degli spazi, si continuano a far arrivare gli aiuti umanitari e si liberino gli ostaggi.

La guerra è sconfitta e distruzione della fraternità umana
Il Papa ricorda quindi che il prossimo 27 ottobre si terrà una giornata di digiuno, di preghiera e penitenza, e che quella sera alle ore 18:00 in San Pietro, si vivrà un’ora di preghiera per implorare la pace nel mondo.

La guerra, ogni guerra che è nel mondo, penso anche alla martoriata Ucraina, è una sconfitta. La guerra sempre è una sconfitta, è una distruzione della fraternità umana, Fratelli fermatevi! Fermatevi!

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Papa Francesco, solo la mite e santa preghiera sconfigge le forze diaboliche

Posté par atempodiblog le 16 octobre 2023

Dedicare martedì 17 ottobre alla preghiera e al digiuno
Papa Francesco, solo la mite e santa preghiera sconfigge le forze diaboliche

All’Angelus il Papa chiede pace e rispetto dei diritti umani in Palestina, Nagorno Karabak e Ucraina.
di Angela Ambrogetti – ACI Stampa
Tratto da: Radio Maria

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“Fratelli e sorelle, quante volte non ci curiamo dell’invito di Dio perché intenti a pensare alle nostre cose!”. Papa Francesco commenta così il Vangelo che oggi viene proposto dalla liturgia, con la parabola degli inviti al banchetto di nozze. Dio ci propone un rapporto “di figliolanza, che necessariamente è condizionato dal nostro libero assenso” perché Dio è molto rispettoso della nostra libertà e Gesù. Il dramma della storia è il no a Dio. Ma Gesù “ci invita a trovare il tempo che  libera: quello da dedicare a Dio, che ci alleggerisce e risana il cuore, che accresce in noi la pace, la fiducia e la gioia, che ci salva dal male, dalla solitudine e dalla perdita di senso. Ne vale la pena, perché è bello stare con il Signore, fargli spazio. Dove? Nella Messa, nell’ascolto della Parola, nella preghiera e anche nella carità, perché aiutando chi è debole o povero, facendo compagnia a chi è solo, ascoltando chi chiede attenzione, consolando chi soffre, si sta con il Signore, che è presente in chi si trova nel bisogno. Tanti, però, pensano che queste cose siano “perdite di tempo”, e così si chiudono nel loro mondo privato; ed è triste.

Quanti cuori tristi perché chiusi! Chiediamoci allora: io, come rispondo agli inviti di Dio? Che spazio gli do nelle mie giornate? La qualità della mia vita dipende dai miei affari e dal mio tempo libero o dall’amore per il Signore e per i fratelli, soprattutto per i più bisognosi?”.

Dopo la preghiera mariana il Papa ha detto di seguire “con tanto dolore quanto accade in Israele e in Palestina. Ripenso ai tanti…, in particolare ai piccoli e agli anziani. Rinnovo l’appello per la liberazione degli ostaggi e chiedo con forza che i bambini, i malati, gli anziani, le donne e tutti i civili non siano vittime del conflitto. Si rispetti il diritto umanitario, soprattutto a Gaza, dov’è urgente e necessario garantire corridoi umanitari e soccorrere tutta la popolazione. Fratelli e sorelle, già sono morti moltissimi. Per favore, non si versi altro sangue innocente, né in Terra Santa, né in Ucraina o in qualsiasi altro luogo! Basta! Le guerre sono sempre una sconfitta, sempre!

La preghiera è la forza mite e santa da opporre alla forza diabolica dell’odio, del terrorismo e della guerra. Invito tutti i credenti ad unirsi alla Chiesa in Terra Santa e a dedicare martedì prossimo, il 17 ottobre, alla preghiera e al digiuno. E adesso preghiamo la Madonna.

Non è venuta meno la mia preoccupazione per la crisi nel Nagorno-Karabakh. Oltre che per la situazione umanitaria degli sfollati – che è grave -, vorrei rivolgere anche un particolare appello in favore della protezione dei Monasteri e dei luoghi di culto della regione. Auspico che a partire dalle Autorità e da tutti gli abitanti possano essere rispettati e tutelati come parte della cultura locale, espressioni di fede e segno di una fraternità che rende capaci di vivere insieme nelle differenze.

Oggi viene pubblicata un’Esortazione apostolica su Santa Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo, intitolata «C’est la confiance»: infatti, come testimoniò questa grande Santa e Dottore della Chiesa, è la fiducia nell’amore misericordioso di Dio la via che ci porta al cuore del Signore e del suo Vangelo.

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