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È Beata Maria Guadalupe Ortiz, esempio di santità “semplice”

Posté par atempodiblog le 18 mai 2019

È Beata Maria Guadalupe Ortiz, esempio di santità “semplice”
Insegnante di chimica e missionaria in Messico dopo l’incontro folgorante con San Josemaría Escrivà, la nuova Beata è la prima laica dell’Opus Dei a salire agli onori degli altari a Madrid. Alla cerimonia, in rappresentanza del Papa, il Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, card. Angelo Becciu
di Roberta Barbi – Vatican News

Card. Becciu: Beata M. Guadalupe, luce del mondo come vuole Gesù dans Articoli di Giornali e News Beatificazione-di-M-Guadalupe

Una santità semplice, raggiunta con il sudore dell’operosità, con la soddisfazione della fatica e con un sorriso da sfoggiare sempre, anche durante la malattia. Questa era Maria Guadalupe Ortiz de Landazuri, la nuova Beata che fin da giovanissima decise di vivere mettendo Gesù al centro del suo mondo, perché “non si è cristiani con l’orologio in mano”, come ricorda il card. Angelo Becciu, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi: “Essere cristiani non si limita ai momenti che passiamo in chiesa – ammonisce – lì ti raccogli in preghiera e sperimenti quell’unione con Dio che vivi poi tutto il resto della giornata”.

San Josemaría, il secondo padre
Educata alla fede, fin da piccola Maria Guadalupe si dimostra una buona cristiana, piena di forza d’animo e coraggio, ereditati dal padre militare. Ma la santità è un’altra cosa. Rimasta orfana presto, nel 1944 incontra Josemaría Escrivà e si sente “toccata dalla fede”. L’incontro con lui le cambia la vita: inizia a frequentare il primo centro femminile dell’Opus Dei dove scopre di poter amare e glorificare Dio nell’ordinario, con il lavoro quotidiano. Dopo pochi anni lui si fida a tal punto da inviarla come missionaria in Messico a costruire una nuova casa e a portare il messaggio dell’Opera tra quelle popolazioni. Le viene affidato un terreno pieno di rovi dove sorgeva un vecchio zuccherificio; chiunque sarebbe scappato a gambe levate, ma lei si rimbocca le maniche e in poco tempo riesce a farlo fiorire, non solo letteralmente. Con il fondatore, poi, il rapporto epistolare è fitto e profondo, le lettere tra i due sono oltre 300: “L’ultima lettera è di qualche giorno prima che lui morisse – ricorda il porporato – quando c’è questo rapporto così bello e spirituale, le lettere sono necessarie, perché un’anima ha bisogno di esprimersi, di confidarsi. Lei ogni tanto racconta che il padre le aveva raccomandato di fare meglio qualche cosa, in maniera molto caritatevole, la sentiva come una spinta necessaria”.

18 maggio: una data da ricordare
È singolare la ricorrenza di questa data nella vita di Maria Guadalupe. Il 18 maggio 1923, all’età di sette anni, si accosta per la prima volta alla Prima Comunione. Per lei bambina è un’esperienza fortissima. Esattamente 20 anni dopo, il 18 maggio 1944, va a vivere in un centro dell’Opus Dei: la scelta della sua vita è chiara, ma tanta strada ha ancora da fare. All’epoca insegnava chimica in un liceo di Madrid. Lei stessa, allora, annotò nel suo diario questa curiosa coincidenza di date. Tre anni dopo, il 18 maggio 1947, fa l’incorporazione definitiva nell’Opera e inizia a occuparsi a tempo pieno della formazione della donna, viaggiando continuamente. Ancora un 18 maggio, ma del 1950, circa un paio di mesi dopo il suo arrivo in quel Paese, viene celebrata la prima Messa nella nuova casa dell’Opera a Città del Messico, che Maria Guadalupe era stata mandata a fondare. Si trattava di una residenza per studentesse universitarie. E oggi, il 18 maggio 2019, la sua cerimonia di Beatificazione.

Un rapporto particolare con la morte
La vita non risparmia nulla a Maria Guadalupe che a 20 anni sa già bene che cos’è la morte di una persona cara, per averla vissuta da vicino. Suo padre, militare, all’inizio della guerra civile spagnola, viene condannato alla fucilazione. Lei ha occasione di passare del tempo con lui prima dell’esecuzione della condanna, gli dona serenità, lo prepara, in qualche modo, al passaggio necessario per giungere all’incontro con Dio. È un momento di maturazione per entrambi, tant’è vero che lei riuscirà poi addirittura a perdonare gli assassini di suo padre, come solo i Santi sanno fare. Vivrà un nuovo strappo nel cuore quando, nel 1975, anche il suo secondo padre, il futuro San Josemaría Escrivà, muore, ma lei, già molto malata, lo seguirà neppure un mese dopo con una serenità incredibile. “I Santi hanno questa serenità perché durante la vita hanno creato un rapporto bello, vero, confidenziale con Dio, lo hanno sentito vicino ogni giorno di più – conclude il card. Becciu – è allora che la morte viene vissuta per quello che è: un mistero, un passaggio che ci conduce all’incontro con Colui che tutta la vita abbiamo amato e che ci ha amato. Allora non possiamo che imparare dai Santi a stare sereni, anche nella morte”.

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Le lingue di freddo che portano aria artica: «Così cambia il clima»

Posté par atempodiblog le 15 mai 2019

Sannino (Enea): «Intanto in Siberia hanno 30 gradi» 
Le lingue di freddo che portano aria artica: «Così cambia il clima»
La peculiarità di maggio è che si trova a metà della primavera. «Per sua natura — spiega il climatologo — può presentare temperature ora più vicine a quelle invernali ora a quelle estive. Non c’è nulla di strano. La vera anomalia in questo momento è a Est, in Siberia con 30 gradi. Lì senza ombra di dubbio le medie sono superiori anche di 20 gradi a quelle solite». Ma anche in Italia non si sta scherzando. Le temperatura hanno subito forti oscillazioni in pochi giorni. E gli esperti parlano di «lingue di freddo», di fenomeni nuovi e inconsueti.
di Agostino Gramigna – Corriere della Sera
Tratto da: Radio Maria

Le lingue di freddo che portano aria artica: «Così cambia il clima» dans Articoli di Giornali e News Meteo

Neve anche a basse quote, piogge e temporali, venti violentissimi, aria fredda, sbalzo di temperature anche di decine di gradi. Un maggio freddo e bizzarro come non mai in Italia. Che succede? «Intanto è bene non confondere clima e meteo». Gianmaria Sannino, climatologo dell’Enea, inizia così a spiegare le apparenti stranezze del clima di questo periodo: «Se mi baso solo sul meteo, cioé apro la finestra e traggo conclusioni sulla base di quello che vedo e percepisco, allora il tempo di queste prime due settimane mi sembrerà molto ma molto bizzarro. In realtà per comprendere se siamo di fronte a vere anomali climatiche occorre aspettare. C’è bisogno di dati e di un periodo molto più lungo».

Sannino studia i cambiamenti climatici. Ama parlare con dati e solo su basi scientifiche. Ma anche lui è rimasto sorpreso dal maltempo e dalle ondate di freddo di questa fase della primavera. Come si fa a non pensare che qualcosa di anomalo è ormai in atto? «Anche io — ammette — sono rimasto spiazzato. Tanto che mi sono messo a spulciare i dati. Ma per capire le dinamiche reali del clima occorre aspettare fine mese. Solo allora si potranno avere le medie e fare confronti con quelle degli ultimi 30-40 anni».

La «trottola» artica
La peculiarità di maggio è che si trova a metà della primavera. «Per sua natura — spiega il climatologo — può presentare temperature ora più vicine a quelle invernali ora a quelle estive. Non c’è nulla di strano. La vera anomalia in questo momento è a Est, in Siberia con 30 gradi. Lì senza ombra di dubbio le medie sono superiori anche di 20 gradi a quelle solite». Ma anche in Italia non si sta scherzando. Le temperatura hanno subito forti oscillazioni in pochi giorni. E gli esperti parlano di «lingue di freddo», di fenomeni nuovi e inconsueti.

«Esatto. Ma questo rientra nella narrazione che stavo facendo. Bisogna capire qual è l’impatto dei cambiamenti climatici globali. Le lingue di freddo hanno a che fare con l’aria fredda artica. Che viene spinta in direzione delle regioni meridionali». E cosa crea questa spinta verso il meridione? «L’aria freddissima artica ha una velocità. Se rallenta il suo movimento crea della anse in cui l’aria precipita. Immaginiamo una trottola. Se gira a velocità costante sta in una certa posizione; se rallenta il suo movimento, sbanda e si sposta. Ecco, questo avviene con l’aria artica. Si formano delle vere e proprie anse che hanno come dei cedimenti e prendono delle direzioni. La lentezza del movimento porta poi quest’aria fredda a stagnare per diversi giorni. Quando va via ritornano le temperature primaverili del periodo. E s’impennano con effetti dirompenti. Questo sicuramente è un effetto dei cambiamenti climatici. Abbiamo avuto un fenomeno del genere negli Usa a gennaio. Un freddo estremo»

Scienza e percezione
La spiegazione del climatologo si arricchisce di un altro dato: la percezione del clima influenzata dalla memoria. «Le persone comuni non sono dei computer, non fanno comparazioni di dati. Al massimo possono fare un confronto con il maggio precedente. In questo caso non c’è dubbio che ricorderanno un periodo molto più caldo di quello attuale». Ma la scienza ragiona sui dati: «Tre anni fa — conclude Sannino — ero in Sicilia il 15 di agosto. C’erano 15 gradi e per un paio di giorni è caduta pioggia tutto il giorno. Ma subito dopo è ritornata l’estate. Un fenomeno normalissimo. Tuttavia se il freddo dovesse permanere anche nelle prossime due settimane, bé forse allora si potrebbe parlare di anomalia».

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Medjugorje, la fede mariana e la decisione del Pastore

Posté par atempodiblog le 13 mai 2019

Medjugorje, la fede mariana e la decisione del Pastore
L’autorizzazione dei pellegrinaggi è un segno di riconoscimento del bene che accade nella parrocchia-santuario, dove tante persone si riavvicinano ai sacramenti
di Andrea Tornielli – Vatican News

Medjugorje, la fede mariana e la decisione del Pastore dans Andrea Tornielli Pellegrini-a-Medjugorje

Per comprendere le ragioni e il significato profondo della decisione di autorizzare i pellegrinaggi a Medjugorje da parte di Francesco è utile rileggere alcuni passi dell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, il documento che traccia la rotta del suo pontificato. Il Papa in quel testo ricordava che «nella pietà popolare si può cogliere la modalità in cui la fede ricevuta si è incarnata in una cultura e continua a trasmettersi». E ricordava pure, citando le parole del documento finale della conferenza dei vescovi latinoamericani ad Aparecida, che «il camminare insieme verso i santuari e il partecipare ad altre manifestazioni della pietà popolare, portando con sé anche i figli o invitando altre persone, è in sé stesso un atto di evangelizzazione». «Non coartiamo né pretendiamo di controllare questa forza missionaria!», concludeva il Pontefice.

È un dato di fatto che milioni di pellegrini in questi anni abbiano vissuto una significativa esperienza di fede recandosi a Medjugorje: lo attestano le lunghe file ai confessionali e le adorazioni eucaristiche serali nella grande chiesa parrocchiale senza un metro quadrato libero da fedeli inginocchiati.
«Credo» che «a Medjugorje ci sia la grazia. Non si può negare. C’è gente che si converte», aveva detto il Papa dialogando nel 2013 con padre Alexandre Awi Mello mariologo e oggi segretario del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita. In quella intervista, trasformata in un libro (È mia madre. Incontri con Maria, edizioni Città Nuova), Francesco metteva certo in guardia dal protagonismo dei veggenti e dal moltiplicarsi di messaggi e segreti. Ma senza mai disconoscere i frutti positivi dell’esperienza dei pellegrinaggi. Nella prefazione a quel libro, il teologo argentino Carlos María Galli aveva scritto: «Per Francesco la cosa più importante è la fede mariana del “santo popolo fedele di Dio”, che ci insegna ad amare Maria oltre la riflessione teologica. In quanto figlio e membro, come qualsiasi altro, del Popolo di Dio, Bergoglio – Francesco – partecipa del sensus fidei fidelium e si identifica con la profonda pietà mariana del popolo cristiano».

È proprio per questo che, continuando a studiare il fenomeno Medjugorje e senza che vi sia un pronunciamento sull’autenticità delle apparizioni, il Papa ha inteso prendersi cura di chi affronta i disagi del viaggio per recarsi a pregare in quel luogo. Per questo aveva voluto un suo inviato permanente, un vescovo dipendente dalla Santa Sede, incaricato proprio della cura pastorale dei pellegrini. E sempre per questo adesso stabilisce di andare oltre quanto dichiarato più vent’anni fa dalla Congregazione per la dottrina della fede, che permetteva i pellegrinaggi a Medjugorje ma solo «in maniera privata». Ora invece le diocesi e le parrocchie potranno organizzare e guidare quei pellegrinaggi espressione della pietà mariana del popolo di Dio.

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La ricorrenza. Santa Caterina da Siena, da 80 anni patrona d’Italia

Posté par atempodiblog le 29 avril 2019

La ricorrenza. Santa Caterina da Siena, da 80 anni patrona d’Italia
Lunedì 29 aprile la festa liturgica della domenicana messaggera di pace, consigliera dei Papi e fustigatrice della politica. A Siena, sua città natale, 700 bambini in piazza cantano per lei
di  Giacomo Gambassi – Avvenire

La ricorrenza. Santa Caterina da Siena, da 80 anni patrona d'Italia dans Articoli di Giornali e News Santa-Caterina

Il libro e il giglio sono le “icone” di santa Caterina da Siena. Richiamano la dottrina e la purezza, “virtù” che accompagnano la mistica toscana vissuta nel Trecento che aveva descritto Cristo come un ponte gettato tra il Paradiso e la terra. Una similitudine a cui la religiosa domenicana si affida nel Dialogo della Divina Provvidenza, capolavoro della letteratura spirituale che con l’Epistolario e la raccolta delle Preghiere ha fatto sì che venisse proclamata dottore della Chiesa il 4 ottobre 1970 per volontà di Paolo VI, sette giorni dopo Teresa d’Avila. E 80 anni fa, nel 1939, Pio XII la volle patrona d’Italia con Francesco d’Assisi perché considerata «a buon diritto il decoro e la difesa della patria e della religione».

Lunedì 29 aprile, giorno della sua morte e della sua festa liturgica, inizieranno a Siena le celebrazioni in onore di Caterina che in greco significa “donna pura”. Secondo il programma varato dal Comitato cateriniano coordinato dall’arcivescovo di Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino, Antonio Buoncristiani, il 29 aprile avrà come fulcro il Santuario a lei dedicato in Fontebranda, nella contrada dell’Oca, che incorpora l’antica dimora dei Benincasa, casa natale di Caterina. Alle 11 è prevista la prima Messa; alle 16 la narrazione teatrale “La vita di santa Caterina e di Beatrice di Pian degli Ontani”; alle 18.30 l’Eucaristia.

I festeggiamenti proseguiranno sabato 4 maggio alle 12 quando verrà deposto un omaggio floreale al monumento della «piissima vergine»; alle 21.15 si terrà in Cattedrale il concerto del coro “Guido Chigi Saracini”. Domenica 5 maggio alle 9.30 l’appuntamento è in piazza del Campo da cui partirà il corteo delle contrade che giungerà al Santuario di Santa Caterina. Qui, alle 10, nel portico dei Comuni d’Italia avverrà l’offerta dell’olio per la lampada votiva da parte della cittadina di Arcidosso in rappresentanza dei Comuni dell’arcidiocesi. Alle 11, nella Basilica di San Domenico a Siena dove si conserva la reliquia della testa, si svolgerà la Messa solenne presieduta dal cardinale Ennio Antonelli, presidente emerito del Pontificio Consiglio per la famiglia. E da lì alle 16.30 partirà la processione con la reliquia che si concluderà in piazza del Campo dove alle 17.30 sono previste la benedizione all’Italia e all’Europa e i saluti del sindaco di Siena e del rappresentante del Governo italiano, intervallati dal coro dei 700 bambini delle scuole cittadine che eseguiranno l’inno italiano, quello europeo e l’inno a santa Caterina. La sbandierata delle 17 contrade del Palio con la sfilata dei reparti militari farà calare il sipario sulla giornata.Festeggiamenti anche a Roma, dove la patrona d’Italia morì il 29 aprile 1380: nella Basilica di Santa Maria sopra Minerva, che custodisce il suo corpo, il cardinale João Braz de Aviz, prefetto della Congregazione per gli istituti di vita consacrata, presiederà lunedì alle 18 la Messa in sua memoria, mentre alle 9 è fissato un omaggio floreale al monumento della santa a Castel Sant’Angelo.

«Messaggera di pace» l’aveva definita Giovanni Paolo II che la volle compatrona d’Europa anche per quel suo continuo peregrinare nel continente che aveva l’intento di sollecitare la riforma interiore e l’unità della Chiesa assieme alla riconciliazione tra gli Stati. E sempre papa Wojtyla la chiamò «mistica della politica» per sottolineare la sua attenzione alla cosa pubblica contrassegnata anche da forti moniti. Ricordava la consacrata che il potere di governare è un «potere prestato» da Dio e invitava a essere «uomini giusti» non «passionati né per amor proprio e bene particolare, ma con bene universale fondato sulla pietra viva Cristo dolce Gesù».

In Caterina il genio femminile ha trovato un suggello che le assicurò un ruolo di primo piano nella comunità ecclesiale del tempo: infatti, ad esempio, fu chiamata dal Papa a predicare ai cardinali in Concistoro. Semianalfabeta, non andò mai a scuola; eppure sarebbe diventata una prolifica autrice di scritti dalla «sapienza infusa», dalla «lucida, profonda ed inebriante assimilazione delle verità divine e dei misteri della fede», spiegò Paolo VI proclamandola dottore della Chiesa. Benché i genitori intendessero darla in sposa già a 12 anni, Caterina Benincasa, spinta da una visione di san Domenico, entrò nel Terz’Ordine domenicano, nel ramo femminile detto delle Mantellate (per l’abito bianco e il mantello nero). Trasformò la sua stanza in una cella dedicandosi alla preghiera e alle opere di carità, soprattutto verso i poveri e i malati. Da sola imparò a leggere; poi anche a scrivere. E la stanzetta si fece cenacolo di una “bella brigata” di seguaci. Li chiamavano “Caterinati”. E, come ha sottolineato Benedetto XVI, «fu protagonista di un’intensa attività di consiglio spirituale nei confronti di ogni categoria di persone: nobili e uomini politici, artisti e gente del popolo, persone consacrate, ecclesiastici, compreso Gregorio XI che in quel periodo risiedeva ad Avignone e che Caterina esortò energicamente ed efficacemente a fare ritorno a Roma».

Al centro di un «matrimonio mistico» con Cristo che le donò un anello, ricevette le stimmate. Nella spiritualità della patrona d’Italia rientra anche il dono delle lacrime che, osservava Ratzinger, «esprimono una squisita, profonda sensibilità e la capacità di provare commozione e tenerezza». Papa Francesco aveva invitato a pregare santa Caterina da Siena al termine dell’udienza generale del 29 aprile 2015. La sua esistenza – aveva sottolineato Bergoglio – faccia comprendere a voi, cari giovani, il significato della vita vissuta per Dio; la sua fede incrollabile aiuti voi, cari ammalati, a confidare nel Signore nei momenti di sconforto; e la sua forza con i potenti indichi a voi, cari sposi novelli, i valori che veramente contano nella vita familiare».

Nella Penisola sono in programma alcune iniziative per celebrare l’80° anniversario della proclamazione di santa Caterina a patrona d’Italia. Oltre alla sua diocesi natale, quella di Città di Castello in Umbria ospiterà lunedì 29 aprile alle 18.30 una Messa solenne per la santa presieduta dal vescovo Domenico Cancian nella chiesa di San Domenico dove è custodito il corpo di un’altra domenicana, la beata Margherita. La celebrazione è stata dal convegno “Caterina una vita tra fede e impegno civile” con don Andrea Czortek (“I domenicani a Città di Castello nel Medioevo”) e suor Annalisi Bini (“Caterina da Siena: attualità di una patrona”). Intanto il movimento “Laici & Cristiani” annuncia che nel giorno della festa liturgica della santa sarà recapitato ai 950 parlamentari italiani il testo della “Preghiera per l’Italia” scritta e benedetta dalle suore di clausura domenicane. «L’iniziativa – afferma il presidente Marco Palmisano – è un invito ai nostri legislatori affinché assumano la responsabilità di fronte a Dio delle loro azioni, non tradendo mai le aspettative del popolo italiano, per un presente di pace, di lavoro e di concordia sociale». Il testo verrà accompagnato dall’immagine della mistica senese e da una locandina con i dieci Comandamenti.

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‘Cristo vive’: l’annuncio ai giovani per il bene del mondo

Posté par atempodiblog le 3 avril 2019

‘Cristo vive’: l’annuncio ai giovani per il bene del mondo
L’esortazione apostolica di papa Francesco, seguita al Sinodo dei giovani è stata diffusa oggi. Il mondo dei giovani ha dei nemici che li rendono “schiavi”: pubblicità, la bellezza come apparenza, la divisione col mondo degli adulti, una globalizzazione che “omogenizza”. L’annuncio cristiano è il modo più efficace per mettere le basi ad un rinnovamento profondo della società. Una “pastorale giovanile popolare” che accoglie ed accompagna anche chi non vive la fede.
di padre Bernardo Cervellera – AsiaNews

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L’esortazione apostolica “Cristo vive”, resa pubblica oggi da papa Francesco, a conclusione del Sinodo sui giovani dello scorso ottobre è un annuncio forte e deciso che solo in Gesù Cristo si trova la risposta alle inquietudini, alle contraddizioni e al desiderio di felicità in cui sono immersi i giovani oggi. Ed è anche affermato con chiarezza che essendo i giovani “l’adesso di Dio”, l’attenzione verso di loro è il modo più efficace per mettere le basi ad un rinnovamento profondo della società. Il lunghissimo documento (53 pagine; 299 paragrafi) spazia dalla condizione giovanile nel mondo contemporaneo al modo con cui una Chiesa “vecchia” e “chiusa” li guarda; dal valore che ha l’annuncio di Cristo, ai pericoli a cui i giovani sono sottoposti nel nostro mondo contemporaneo che li sfrutta, li condiziona, li usa, li oppone al mondo degli adulti; fino al risvegliare nella Chiesa l’accompagnamento non solo dei giovani cristiani, ma di ogni giovane, perché scopra la sua vocazione come persona nel lavoro, nel matrimonio fra uomo e donna, nell’impegno sociale, in una speciale consacrazione.

Nel testo si susseguono parti scritte come una lettera rivolta a un “tu”, a parti rivolte a tutti; sezioni piene di lirismo (come quelle sull’amore di Dio e di Cristo per la persona del giovane) ad altre più analitiche (come quelle sul discernimento).

Il cap. IV, “Il grande annuncio per tutti i giovani” mi sembra essere il più importante. Anche il papa dice che in quelle pagine vuole annunciare “la cosa più importante”, quella che “non dovrebbe mai essere taciuta”. Questa verità è l’amore di Dio, paragonato a quello di una madre, di un padre, di un innamorato, e l’amore di Cristo che dando sé stesso per noi, ci fa comprendere che “non abbiamo prezzo”. Insieme alla preghiera allo Spirito Santo, questa parte fa piazza pulita di una certa pastorale giovanile in cui si nasconde l’identità cristiana e per facilitare l’incontro coi giovani riduce e annacqua ogni proposta. Invece – ed è un altro punto molto importante – papa Francesco invita ogni giovane ad essere missionario, ad “andare e portare Cristo in ogni ambiente” (n. 177).

I capitoli 5 e 6 mostrano che il mondo dei giovani ha dei nemici che li rendono “schiavi”: è l’enfasi che nella nostra società si mette sui giovani per usarli come oggetto di desiderio nella pubblicità, nella riduzione della bellezza ad apparenza; nel coltivare una perenne adolescenza senza decisioni e responsabilità; in una globalizzazione che “omogenizza” ogni persona e non la fa essere se stessa; nell’opporre il mondo dei giovani a quello degli adulti. Da questo punto di vista si comprende che questa esortazione apostolica – e il Sinodo correlato – non sono solo un modo perché la Chiesa recuperi il mondo giovanile che sembra aver perduto, ma contribuisca a liberare i giovani da modelli falsi che annientano la capacità di “inquietudine” e di progetto per avvilirli in una filosofia da “divano”: “Non confondete la felicità con un divano e non passate tutta la vostra vita davanti a uno schermo. Non riducetevi nemmeno al triste spettacolo di un veicolo abbandonato. Non siate auto parcheggiate, lasciate piuttosto sbocciare i sogni e prendete decisioni. Rischiate, anche se sbaglierete. Non sopravvivete con l’anima anestetizzata e non guardate il mondo come se foste turisti. Fatevi sentire! Scacciate le paure che vi paralizzano, per non diventare giovani mummificati. Vivete!” (n. 143). In questo modo la fede diventa non un’opzione fra tante, ma l’opzione per risvegliare i veri frutti della giovinezza.

Un ultimo aspetto che trovo fondamentale è la proposta di una “pastorale giovanile popolare” (nn. 230-segg). In essa non si radunano solo i giovani cattolici, già introdotti nella fede, ma si raccolgono e si accompagnano giovani contraddittori, alla ricerca, “con i loro dubbi, traumi, problemi e la loro ricerca di identità, con i loro errori, storie, esperienze del peccato e tutte le loro difficoltà” (n. 234).

Infine, è importante la sottolineatura dell’orizzonte in cui far vivere il discernimento vocazionale: nella ricerca di ciò a cui mi chiama il Signore (come lavoro, nel matrimonio o nella verginità), è messa in luce sempre la dimensione sociale, il fatto che la propria felicità non è staccata dal bene per il mondo: “La tua vocazione ti orienta a tirare fuori il meglio di te stesso per la gloria di Dio e per il bene degli altri” (n. 257). Insomma, essere cristiani non è una carriera, ma è più efficace della carriera.

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Carlo Acutis. Mons. Sorrentino (Assisi): “Un vero maestro della rete del bene”

Posté par atempodiblog le 3 avril 2019

Carlo Acutis. Mons. Sorrentino (Assisi): “Un vero maestro della rete del bene”
Sabato 6 aprile il corpo del ragazzo, morto a 15 anni per una leucemia fulminante, sarà traslato nel santuario della Spogliazione di Assisi. Nell’esortazione apostolica post-sinodale, “Christus vivit”, Papa Francesco lo indica ai giovani come modello per un uso positivo dei nuovi mezzi di comunicazione. Al vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino, che ha scritto il libro “Originali non fotocopie, Carlo Acutis e Francesco d’Assisi”, chiediamo di parlarci di questi due testimoni di santità, di epoche diverse, ma accomunati dall’amore per l’Eucaristia e i poveri e dalla capacità di conquistare i cuori
di Gigliola Alfaro – Agenzia SIR

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“Essere sempre unito a Gesù, ecco il mio programma di vita. Sono contento di morire perché ho vissuto la mia vita senza sciupare neanche un minuto di essa in cose che non piacciono a Dio”. Queste alcune delle frasi più note di Carlo Acutis, il giovane venerabile morto a soli 15 anni per una leucemia fulminante, il cui corpo, sabato 6 aprile, sarà sepolto nel santuario della Spogliazione ad Assisi. Papa Francesco, nell’esortazione apostolica post-sinodale “Christus vivit”, offre ai giovani Carlo Acutis come modello per un uso positivo dei nuovi mezzi di comunicazione. Sul ragazzo e San Francesco mons. Domenico Sorrentino, vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino, ha scritto il libro “Originali non fotocopie, Carlo Acutis e Francesco d’Assisi”. A lui chiediamo di parlarci di questi due testimoni di santità.

Eccellenza, il corpo di Carlo sarà traslato dal cimitero di Assisi al santuario della Spogliazione: come mai questa scelta?
Il santuario della Spogliazione è legato al gesto del giovane Francesco che si spogliò di tutto fino alla nudità per esprimere il suo amore a Cristo e mettersi al servizio ai poveri. Per giungere a quella scelta radicale il giovane assisano non era stato solo. Il suo vescovo Guido lo aveva consigliato e guidato. Davvero una bella esperienza di accompagnamento. Proprio per questo, scrivendomi in occasione dell’erezione del nuovo santuario, Papa Francesco lo qualificò “luogo propizio per il discernimento vocazionale dei giovani”. Mi è sembrato che la presenza delle spoglie mortali di Carlo in questo santuario potesse essere di grande incoraggiamento ai giovani. Li aiuta a porsi l’interrogativo sul senso della vita e ad affrontare coraggiosamente il problema della vocazione.

San Francesco e Carlo Acutis sono due testimoni di epoche molto diverse. Cosa li accomuna?
In realtà, la distanza e la diversità tra San Francesco e Carlo sono notevoli. Non avrei immaginato nemmeno di poterli mettere a confronto, se non me lo avesse suggerito il fatto che il corpo di Carlo giunge in un luogo tanto segnato dalla presenza di Francesco. Ancor più mi ha convinto a parlarne congiuntamente un’esperienza che mi capitò l’estate scorsa a Seattle con alcuni giovani americani. Volendo presentare la bellezza di Gesù e del Vangelo, mi servii di san Francesco, ma anche di Carlo. E mi venne spontaneo cercare il “filo” che li univa. Ricordo l’interesse di quei giovani. È vero, le diversità tra i due sono tante. Ma c’è anche tanto che li accomuna. Li unisce certamente l’amore per l’Eucaristia.

Francesco si estasiava di fronte al mistero del Figlio di Dio che ogni giorno – com’egli diceva – scende dal suo “trono regale” sui nostri poveri altari. Il giovane Carlo faceva di tutto per non mancare alla messa e all’adorazione quotidiana. Ideò una mostra sui “miracoli eucaristici”. Diceva dell’Eucaristia che era la sua “autostrada per il cielo”. Altro elemento è l’amore per i poveri: se Francesco di Assisi li mise al centro del suo cuore, Carlo Acutis, per quanto possibile alla sua età, non si limitò a fare delle elemosine, ma considerò i poveri dei veri amici. Al suo funerale se ne presentarono tanti e la stessa mamma se ne meravigliò. Carlo li aveva amati e serviti senza metterlo in mostra. Un amore sincero, discreto, operoso, come dev’essere l’amore secondo il Vangelo.

San Francesco ci offre un modello di santità radicale, che può sembrare difficile da raggiungere. Carlo, invece, ci mostra “la santità della porta accanto”: secondo Lei è più alla portata dei giovani di oggi questo santo dei “nativi digitali”?
Chi guarda Francesco non può non ammirarlo. Non a caso tanti – talvolta anche non credenti – si inchinano al suo genio, che illumina tanti aspetti dell’esistenza. Magari si dimentica che egli fu innamorato di Cristo, ma lo si ammira per il suo messaggio sulla pace, sulla custodia del creato, sul rispetto degli altri. È il Santo che seppe dialogare con il sultano in tempo di crociate. Una santità davvero straordinaria. Carlo imboccò la strada di una santità del quotidiano, vivendo come un normalissimo giovane del nostro tempo, ma con la limpidezza degli occhi e del cuore, mettendo in tutte le cose il sapore del Vangelo. Nel mio libro, riferendomi al lettore – ma lo dico anche a me stesso! –, rivolgo un invito: se non sai fare come Francesco, almeno fa’ come Carlo!

Papa Francesco, nell’esortazione apostolica post-sinodale dedicata ai giovani “Christus vivit”, porta l’esempio del venerabile Carlo Acutis, che, in modo creativo e geniale, “ha saputo usare le nuove tecniche di comunicazione per trasmettere il Vangelo, per comunicare valori e bellezza”. Quanto Carlo può aiutare a parlare di Gesù ai ragazzi dell’era dei social network?
Carlo è un trascinatore. Specie dei giovani. È incredibile come, in poco tempo, sia ormai conosciuto in tutto il mondo. Proprio il suo essere un “nativo digitale”, con un grande talento per l’informatica, affascina. I giovani abituati a smanettare con i telefonini lo sentono uno di loro. Al tempo stesso, colgono la differenza. Hanno in Carlo un testimone di come si possa vivere nel mondo di internet senza esserne travolti, governando la rete e non subendola. Facendone anzi una rete di bontà, posta ad arginare quell’inondazione di negatività che purtroppo miete tante vittime. Internet, di per sé, è neutrale. Si presta al bene e al male. Carlo è un vero maestro di una rete del bene.

Il Papa, mettendo in guardia dal rischio dell’omologazione, frutto dei meccanismi del consumo e dello stordimento, ricorda una frase di Carlo: “Tutti nascono come originali, ma molti muoiono come fotocopie”. Quanto Carlo, nella sua breve vita, ha saputo, in modo originale, seguire la sua strada verso la santità?
L’originalità di Carlo è nella sua stessa santità. Il suo è un modo semplice, feriale, di fare il bene. Egli spiega così che la santità non è fatta di cose straordinarie. Giustamente mette in guardia dal rischio di arrendersi al “così fanno tutti”.

Il Vangelo non intrappola, non incatena, al contrario lascia che si sprigionino i desideri più profondi, quelli che hanno a che fare non con l’effimero, ma con l’eterno. I desideri che ci portano verso una vera libertà. E, dunque, ci fanno essere profondamente noi stessi, davvero “originali”, capaci di una vita bella, autentica, generosa.

Carlo amava dire: “Non io, ma Dio”. In un mondo che cerca di accantonare Dio e mettere noi, con il nostro smisurato ego, davanti a tutto, quanto un ragazzino morto a soli 15 anni insegna a tutti?
Impressionante la maturità spirituale di Carlo. La sua scelta radicale di Dio riecheggia quella di Francesco d’Assisi nell’atto della spogliazione: “Non più padre Pietro di Bernardone ma Padre nostro che sei nei cieli”. Francesco non aveva più nulla, ma aveva ormai frate sole, sora luna, sora acqua, frate focu… Aveva tutto, perché aveva Dio. Carlo, senza gesti clamorosi, fece altrettanto. Entrambi si spogliarono di sé e si riempirono di Dio. Oggi insieme, nel santuario della Spogliazione, si fanno educatori dei giovani, proponendo Gesù come segreto della vita.

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Cristianesimo

Posté par atempodiblog le 28 mars 2019

Cristianesimo
Senza di esso l’identità europea non è neppure immaginabile, eppure oggi è oggetto di un’infastidita emarginazione. Con gravi conseguenze
di Ernesto Galli della Loggia – Corriere della Sera

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Nella stragrande maggioranza noi europei abbiamo nomi che vengono dalla tradizione giudaico-cristiana; la stessa cosa vale per un grandissimo numero di nomi di luoghi e di centri abitati, specie di quelli più piccoli. Ancora: per secoli, chiese, basiliche, abbazie, monasteri hanno rappresentato — e in più di un caso rappresentano ancora — punti di riferimento essenziali per la vita religiosa, economica, artistica, per l’esperienza civile degli europei. Neppure si contano, infine, le nostre case sia pure abitate da atei militanti dove non vi sia tutt’ora un’immagine, un quadro, un oggetto, un ricordo che si riallacci alla tradizione di cui sopra.

Insomma, nel bene e anche nel male (che esiste sempre in tutte le cose umane) il Cristianesimo ha plasmato come nessun altro fatto la storia del nostro Continente. Senza di esso l’identità europea non è neppure immaginabile. Ciò nonostante da tempo nei suoi confronti le istituzioni dell’Unione Europea, il mainstream politicamente corretto che nei suoi più importanti Paesi caratterizza i media, l’università, gli ambienti della cultura e della politica, in genere il mondo delle élite, mostra un’indifferenza venata di larvata ostilità: ad esempio considerando una violazione del principio di laicità la presenza cristiana nello spazio pubblico a qualsiasi titolo essa sia. Perfino se si tratta di esporre a Natale un presepio nell’atrio di un municipio.

Si verifica così un fenomeno paradossale: il dato religioso, tenuto nella massima considerazione quando si tratta di religioni diverse da quella cristiana, in quest’ ultimo caso, invece, è oggetto perlopiù di un’infastidita rimozione/emarginazione. Con due gravi conseguenze: di non accrescere certo le simpatie per l’Europa in vaste cerchie delle popolazioni del continente che anche se magari lontane dalla pratica religiosa non sono tuttavia disposte a staccarsi dalla tradizione cristiana, e di regalare quindi ai nemici dell’Europa l’ennesimo facile argomento di propaganda.

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Il Mistero del Natale nelle parole dei santi e dei mistici

Posté par atempodiblog le 27 décembre 2018

Il Mistero del Natale nelle parole dei santi e dei mistici
Pensieri e riflessioni nell’Ottava di Natale. Dai primi cristiani e dai Padri della Chiesa, fino ai santi contemporanei e ai mistici, le meditazioni più significative e poetiche sull’Incarnazione del Verbo. « Volle farsi pargolo, volle farsi bimbo, perché tu possa divenire uomo perfetto » (S. Ambrogio)
di Fabio Piemonte  – La nuova Bussola Quotidiana

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“Il mondo intero, o Signore, ha sete del giorno della tua nascita; questo giorno beato racchiude in sé i secoli futuri; esso è uno e molteplice. Sia dunque anche quest’anno simile a te, e porti la pace fra il cielo e la terra”. Esprime così il desiderio del Natale del Signore Efrem il Siro, un poeta del IV secolo.

“Gesù posto nella mangiatoia è il cibo dei giumenti che siamo noi”, scrive invece il cantore del desiderio di Dio Sant’Agostino, che conclude un suo discorso sull’Incarnazione del Verbo ricordandone il significato profondo: “Voi siete il prezzo dell’incarnazione del Signore”.

Soffermandosi sul paradosso di un Dio uomo anche Sant’Ambrogio evidenzia con grande lirismo che Gesù Bambino “volle farsi pargolo, volle farsi bimbo, perché tu possa divenire uomo perfetto; fu avvolto in pochi panni perché tu venissi sciolto dai lacci di morte; giacque nella mangiatoia per collocare te sugli altari; scese in terra per elevare te alle stelle; non trovò posto in quell’albergo perché tu potessi avere il tuo nella patria celeste. Da ricco che era, si fece povero per voi – dice l’apostolo – perché per la sua povertà voi diventaste ricchi. Quella povertà è dunque la mia ricchezza, la debolezza del Signore è la mia forza. Volle per sé ristrettezze e per noi tutti l’abbondanza”.

Sono queste alcune delle meditazioni più significative e poetiche dei Padri, di santi, mistici e Dottori della Chiesa sul mistero mirabile dell’Incarnazione del Verbo raccolte dal noto angelologo Marcello Stanzione nel volume Il Natale nella vita e negli scritti di mistici e santi (Mimep-docete).

“Che ogni nuovo Natale ci trovi sempre più simili a colui che, in questo tempo, è divenuto un bambino per amor nostro – scrive  John Henry Newman – che si convertì dall’anglicanesimo al cattolicesimo nel desiderio di “riaffermare la centralità e la realtà dell’Incarnazione per ricordare all’essere umano la sua dignità, all’uomo insidiato dall’idolatria e dalle ideologie materialistiche, positivistiche e immanentistiche”.

A meditare sul mistero del Verbo fatto carne non sono infatti soltanto i Padri della Chiesa, ma ne hanno contemplato e cantato la bellezza anche numerosi santi e mistici del nostro tempo. Tra costoro vi è Luisa Piccarreta (1865-1947), una mistica che si nutrì per molti anni soltanto dell’Eucarestia, la quale in una delle sue visioni della Natività racconta di un tripudio di luce nella grotta di Betlemme: “Chi può dire la bellezza del Bambinello che in quei felici momenti spargeva anche esternamente i raggi della Divinità? Chi può dire la bellezza della Madre che restava tutta assopita in quei raggi divini? E S. Giuseppe mi pareva che non fosse presente nell’atto del parto, ma se ne stava in un altro canto della spelonca tutto assorto in quel profondo Mistero e se non vide con gli occhi del corpo, vide benissimo cogli occhi dell’anima, perché se ne stava rapito in estasi sublime”.

Un invito alla gioia viene invece dalle parole del sacerdote santo Guido Maria Conforti (1865-1931): “Oh! Si rallegrino pure gli uomini nel Signore come la terra si rallegra ogni mattina quando sorge il sole a liberarla dalle tenebre. Il Natale è la grande aurora della nostra liberazione”.

Ne era consapevole già a 8 anni il  giovane Giuseppe Moscati, il medico santo, che in una lettera ai suoi genitori così scrive: “Io prego Gesù Bambino, affinché vi conceda quella pace, che egli promise agli uomini di buona volontà ed ogni altro bene in questa vita e nell’altra”.

In Avvicinandosi il Natale, una delle poesie più struggenti legate agli ultimi giorni della sua vita, il rosminiano Clemente Rebora invoca per sé un nuovo ‘natale’: “Se ancor quaggiù mi vuoi, un giorno e un giorno, / con la tua Passion che vince il male/ Gesù Signore, dammi il Tuo Natale / di fuoco interno nell’umano gelo”.

Una figlia spirituale di Padre Pio, Lucia Iadanza, racconta di aver assistito a una delle diverse volte in cui Gesù Bambino veniva a visitare il santo frate: “Vidi apparire tra le sue braccia Gesù Bambino. Il volto del Padre era trasfigurato, i suoi occhi guardavano quella figura di luce con le labbra aperte in un sorriso stupito e felice”. Il frate di Pietrelcina desiderava augurare anche ai fedeli tale esperienza del Verbo: “Il celeste Bambino faccia sentire anche al vostro cuore tutte quelle sante emozioni che de’ sentire a me nella beata notte, allorché venne deposto nella povera capannuccia”.

In un suo pensiero sul mistero del Natale un altro santo del nostro tempo, il fondatore dell’Opus Dei, José Maria Escrivà de Balaguer, invita caldamente così ciascun figlio di Dio: “Spingiti fino a Betlemme, avvicinati al Bambino, cullalo, digli tante cose ardenti, stringitelo al cuore. Non parlo di bambinate: parlo di amore! E l’amore si manifesta con i fatti: nell’intimità della tua anima, lo puoi ben abbracciare!”. Sia questo l’augurio più bello per ogni persona che attende con fiduciosa speranza ed esultanza un altro Natale del Signore nella propria vita.

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La bella notizia raccontata da uno che era stato ateo e bestemmiatore

Posté par atempodiblog le 26 décembre 2018

La bella notizia raccontata da uno che era stato ateo e bestemmiatore
Scrisse Giovanni Papini il 25 dicembre 1955: “Se nella sventura non ti abbandonerai a lamenti né a bestemmie, esulta perché significa che il Salvatore è nel tuo cuore”
di Antonio Gaspari – Zenit

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Stiamo parlando di Giovanni Papini un indomabile polemista, sempre pronto ad azzuffarsi, litigò con Prezzolini e con Benedetto Croce.

Scrisse Prezzolini di Papini: “Sentii subito che era un genio”. Ma bisognava ribellarsi alla sua aggressività “per poterci stare insieme”.

Papini nel frattempo lavorò al Tempo di Roma occupandosi della terza pagina. Aveva già scritto la sua autobiografia spirituale Un uomo finito e  L’uomo Carducci, quando, alla fine della Prima Guerra mondiale soffrì una profonda crisi spirituale.

In quel contesto scrisse di nascosto La Storia di Cristo. Impensabile per uno come lui ateo e bestemmiatore. Neanche la moglie poteva crederci.

Ad aiutarlo nella conversione miracolosa fu l’allora direttore della Civiltà Cattolica e stimato scrittore, padre Giuseppe De Rosa

Nonostante il grande talento venne tenuto fuori  dall’Accademia d’Italia. Suo principale oppositore era il futurista Filippo Tommaso Marinetti.

Nonostante i tanti nemici ottenne la prestigiosa cattedra di Letteratura italiana all’Università di Bologna, già ricoperta da Giosuè Carducci e da Giovanni Pascoli, ma dovette rinunciarvi per una malattia agli occhi.

Si rifiutò di presiedere l’Accademia d’Italia, per protesta contro l’assassinio di Giovanni Gentile.

Divenne terziario francescano con il nome di fra Bonaventura e morì a Firenze cieco e paralizzato, l’8 luglio 1956.

Nel 1955 scrisse una bellissima poesia sul Natale che ci fa piacere riproporre ai lettori:

La bella notizia del 25 dicembre 1955

Anche se Cristo nascesse
mille e diecimila volte
a Betlemme,
a nulla ti gioverà
se non nasce almeno una volta
nel tuo cuore. 

Ma come potrà accadere 
questa nascita interiore? 
Eppure questo miracolo nuovo 
non è impossibile 
purché sia desiderato e aspettato. 

Il giorno nel quale non sentirai 
una punta di amarezza 
e di gelosia dinanzi alla gioia 
del nemico o dell’amico, 
rallegrati perché è segno 
che quella nascita è prossima. 

Il giorno nel quale non sentirai 
una segreta onda di piacere 
dinanzi alla sventura e alla caduta altrui, 
consolati perché la nascita è vicina. 

Il giorno nel quale sentirai il bisogno 
di portare un po’di letizia a chi è triste 
e l’impulso di alleggerire il dolore o la miseria 
anche di una sola creatura, 
sii lieto perché l’arrivo di Dio è imminente. 

E se un giorno sarai percosso 
e perseguitato dalla sventura 
e perderai salute e forza, 
figli e amici 
e dovrai sopportare l’ottusità, 
la malignità e la gelidità 
dei vicini e dei lontani, 
ma nonostante tutto non ti abbandonerai 
a lamenti né a bestemmie 
e accetterai con animo sereno il tuo destino, 
esulta e trionfa perché il portento 
che pareva impossibile 
è avvenuto 
e il Salvatore è già nato nel tuo cuore. 

Non sei più solo, non sarai più solo.
Il buio della notte fiammeggerà
come se mille stelle chiomate
giungessero da ogni punto del cielo
a festeggiare l’incontro
della tua breve giornata umana
con la divina eternità.

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Il Papa: servono profeti di speranza come La Pira

Posté par atempodiblog le 24 novembre 2018

Il Papa: servono profeti di speranza come La Pira
Francesco ha ricevuto in udienza i membri della Fondazione “Giorgio La Pira”
de La Redazione di Avvenire

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L’esempio di Giorgio La Pira «è prezioso specialmente per quanti operano nel settore pubblico, i quali sono chiamati ad essere vigilanti verso quelle situazioni negative che san Giovanni Paolo II ha definito “strutture di peccato”». Lo ha detto papa Francesco stamani ricevendo in udienza i membri della Fondazione “Giorgio La Pira” in occasione del loro quinto convegno nazionale. 2e2mot5 dans Diego Manetti IL TESTO INTEGRALE

Per Francesco, tali strutture di peccato nella vita politica rappresentano «la somma di fattori che agiscono in senso contrario alla realizzazione del bene comune e al rispetto della dignità della persona. Si cede a tali tentazioni quando, ad esempio, si ricerca l’esclusivo profitto personale o di un gruppo piuttosto che l’interesse di tutti; quando il clientelismo prevarica sulla giustizia; quando l’eccessivo attaccamento al potere sbarra di fatto il ricambio generazionale e l’accesso alle nuove leve». In merito il Papa ha citato lo stesso La Pira, il sindaco di Firenze per il quale è in corso il processo di beatificazione, sottolineando che «la politica è un impegno di umanità e di santità».

La politica, ha scandito Francesco indicando l’esempio di La Pira, «è quindi una via esigente di servizio e di responsabilità per i fedeli laici, chiamati ad animare cristianamente le realtà temporali». «Oggi – ha poi aggiunto a braccio – ci vuole una primavera, profeti di speranza, ci vogliono rondini, siate voi».

«La Pira assunse una linea politica aperta alle esigenze del cattolicesimo sociale e sempre schierata dalla parte degli ultimi e delle fasce più fragili della popolazione. Si impegnò altresì in un grande programma di promozione della pace sociale e internazionale, con l’organizzazione di convegni internazionali “per la pace e la civiltà cristiana” e con vibranti appelli contro la guerra nucleare. Per lo stesso motivo compì uno storico viaggio a Mosca nell’agosto 1959. Sempre più incisivo diventava il suo impegno politico-diplomatico: nel 1965 convocò a Firenze un simposio per la pace nel Vietnam, recandosi poi personalmente ad Hanoi, dove poté incontrare Ho Chi Min e Phan Van Dong», ha ricordato Francesco rilevando che La Pira «diede vita a varie opere caritative, quali la Messa del Povero presso San Procolo e la Conferenza di San Vincenzo Beato Angelico». Dal 1936, ha ricostruito il Papa, La Pira «dimorò nel convento di San Marco, dove si diede allo studio della patristica, curando anche la pubblicazione della rivista Principi, in cui non mancavano critiche al fascismo. Ricercato dalla polizia di quel regime si rifugiò in Vaticano, dove per un periodo soggiornò nell’abitazione del Sostituto monsignor Montini, che nutriva per lui grande stima». Un dettaglio poco conosciuto ma importante per capire come i due grandi profeti del cattolicesimo italiano fossero in dialogo tra loro.

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Il mariologo. Così il Rosario è «forza» per vincere il maligno

Posté par atempodiblog le 9 octobre 2018

Il mariologo. Così il Rosario è «forza» per vincere il maligno
Maggioni spiega l’invito del Papa a pregare Maria per proteggere la Chiesa dalle divisioni. «La missione del diavolo è gettare scompiglio»
di Giacomo Gambassi – Avvenire

Il mariologo. Così il Rosario è «forza» per vincere il maligno dans Articoli di Giornali e News Maria_Madre_di_Misericordia
Un’immagine di Maria madre della Misericordia

Il Rosario come “argine” per proteggere la Chiesa dalle divisioni del maligno. Ne è persuaso papa Francesco che lo scorso 29 settembre ha esortato i fedeli di tutto il mondo a pregare per l’intero mese di ottobre con la preghiera mariana che Pio XII aveva definito il “compendio di tutto quanto il Vangelo”. «Da sempre la Chiesa deve misurarsi con divisioni e peccati, anche se oggi assistiamo a modi che suscitano smarrimento poiché uno non se li aspetterebbe. Quando si fanno più evidenti i tentativi diabolici di fare strappi nella veste della Sposa di Cristo, occorre ricorrere alla preghiera, che è sorgente di comunione e di pace. E il Rosario è una forma collaudata di preghiera, sia personale che comunitaria», afferma il monfortano padre Corrado Maggioni. Sottosegretario alla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti – nomina voluta da Francesco –, è docente alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum e al Pontificio Istituto Liturgico Sant’Anselmo di Roma. E alla Madonna ha dedicato numerose pubblicazioni.

Ad Avvenire il religioso spiega il senso dell’iniziativa lanciata da Bergoglio. «Che il Papa indichi un’intenzione particolare di preghiera, specie per l’ottobre del Rosario, è una prassi conosciuta. Quest’anno Francesco ha raccomandato di ricorrere all’aiuto della Madre di Dio e di san Michele Arcangelo al fine di non restare intrappolati nei tranelli del diavolo “che sempre mira a dividerci da Dio e tra di noi”. Le divisioni nella Chiesa fanno sempre il gioco del diavolo, parola greca che vuol dire “colui che divide”. La missione del diavolo, infatti, è proprio quella di portare scompiglio, distorcere la visione delle cose, gettare discredito, insinuare l’ombra dove splende la luce».

L’invito del Pontefice si inserisce all’interno del mese del Rosario per eccellenza, ottobre appunto. Infatti il 7 ottobre si celebra la memoria liturgica della “Beata Vergine Maria del Rosario”. «Questo legame ci porta al secolo scorso – chiarisce padre Maggioni –. A seguito delle apparizioni a Lourdes (1858), in cui Maria si mostrò con la corona del Rosario tra le mani, si fece strada l’uso di recitarlo ogni giorno di ottobre a motivo del coincidente ricordo in questo mese della Vergine del Rosario, celebrata oggi il 7 ottobre. Questo uso, lodato dal beato Pio IX che vi annesse delle indulgenze, si diffuse in tutta la Chiesa con Leone XIII, che lo rese obbligatorio nei giorni di ottobre in tutte le chiese, indicando la recita del Rosario quale via sicura per implorare da Dio, con la potente intercessione di Maria, serenità e pace per la Chiesa e per la società. Fu questo il periodo in cui la recita del Rosario, a partire dal mese di ottobre, si estese regolarmente nelle famiglie più ferventi come preghiera serale quotidiana».

E in questo scorcio del 2018 la preghiera, in particolare il Rosario, è proposta da papa Francesco come forza per vincere il “grande accusatore”. «Certo – sottolinea il mariologo della Compagnia di Maria, congregazione conosciuta più comunemente come dei monfortani – , la preghiera è forza poiché permette di ricevere la forza dello Spirito di Cristo, vincitore del maligno. Secondo la parola di Gesù, lo Spirito Santo è il nostro avvocato, il difensore sicuro, colui che impedisce all’accusatore, che è il diavolo appunto, di girare per il mondo mietendo vittime». E padre Maggioni tiene a far sapere: «Oggi le news diaboliche, ossia volte a dividere, fanno il giro del mondo in pochi minuti, avvelenando i cuori. La preghiera è il modo che abbiamo di connetterci con lo Spirito di Dio che lavora per unire, suscitare concordia, creare armonia. Sicuramente, anzitutto la Messa della domenica ci permette di rifornirci dello Spirito di Cristo. Alla sua luce, anche il Rosario, con la ripetizione di “Padre nostro”, “Ave Maria” e “Gloria al Padre”, meditando i misteri della vita di Cristo, aiuta a custodire l’unione con lui e a sfuggire alla presa del “grande accusatore”».

Dal Papa arriva anche un ulteriore suggerimento. Bergoglio chiede, alla fine della recita del Rosario, di rivolgersi alla Vergine con l’invocazione Sub tuum praesidium. «È la più antica preghiera mariana, diffusa in Oriente e Occidente, rinvenuta nel 1927 su un papiro egiziano della fine del secolo III, che dice: “Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, santa Madre di Dio” – osserva il sottosegretario alla Congregazione per il culto divino –. È rilevante il suo valore dottrinale poiché compare il titolo Theotokos, ossia Madre di Dio, prima del suo riconoscimento al Concilio di Efeso nel 431. È evidente anche il valore cultuale, poiché è una supplica rivolta direttamente a Maria. Se ignoriamo quale prova l’abbia ispirata, è chiaro il comune ricorso dei fedeli alla Madre di Dio, certi di essere da lei soccorsi a motivo della sua divina maternità. Ricercare la protezione di Maria non contraddice il rifugiarsi in Dio, anzi, lo facilita. Dove incontrare Dio se non in colei che ce lo ha donato come salvatore e liberatore dal maligno? Maria è la casa in cui Dio stesso ha preso dimora. Si cerca rifugio da lei per non ingannarsi, rischiando di cercare il liberatore dove non si trova. Da qui si leva l’accorata invocazione: “Non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova e liberaci da ogni pericolo”. Si supplica la “Vergine gloriosa e benedetta” sicuri che, per quanto lei conta nella nostra liberazione dal male, non può non esaudire e soccorrere chi la invoca. Il Papa ci chiama dunque a chiedere a Maria di porre la Chiesa sotto il suo manto “per preservarla dagli attacchi del maligno, renderla più consapevole delle colpe, degli errori e degli abusi commessi, e impegnata a combattere senza nessuna esitazione affinché il male non prevalga”».

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Mons. Hoser: in tanti a Medjugorje, anche tra i lontani, per incontrare Cristo

Posté par atempodiblog le 24 juillet 2018

Mons. Hoser: in tanti a Medjugorje, anche tra i lontani, per incontrare Cristo
Nominato da Papa Francesco il 31 maggio scorso visitatore apostolico a Medjugorje, mons. Hoser nella Messa per l’inizio del ministero ha detto che in questo luogo la devozione popolare ha Cristo al centro
di Sergio Centofanti – Vatican News

Mons. Hoser: in tanti a Medjugorje, anche tra i lontani, per incontrare Cristo dans Apparizioni mariane e santuari Medjugorje

L’arcivescovo polacco Henryk Hoser ha presieduto questa domenica una Messa solenne nella Chiesa di San Giacomo, dando inizio al suo ministero di visitatore apostolico a carattere speciale per la parrocchia di Medjugorje. Erano presenti numerosi fedeli e pellegrini, insieme al nunzio in Bosnia ed Erzegovina, mons. Luigi Pezzuto, al vescovo di Alessandria, mons. Guido Gallese, e al provinciale dei francescani, fra Miljenko Steko.

Inviato dal Papa a Medjugorje
Papa Francesco – ha esordito nell’omelia – mi ha inviato a Medjugorje perché “la cura pastorale esige di assicurare un accompagnamento stabile e continuo” di questa comunità parrocchiale “e dei fedeli che vi si recano in pellegrinaggio”.

Prendendo spunto dalla prima lettura di questa XVI domenica del Tempo ordinario, in cui Geremia dice: “Guai ai pastori che fanno perire e disperdono il gregge del mio pascolo”, mons. Hoser ha detto: “Il Santo Padre, pastore universale della Chiesa, prende come sue queste parole del profeta. Ci invia lì, dove esiste e vive la gente, dove i fedeli si radunano cercando la luce di salvezza”. E riferendosi al Vangelo ha sottolineato che “il Signore ci dà un incomparabile esempio e modello missionario“ perché mostra compassione per le tante persone che lo seguivano “come pecore che non hanno pastore”.

Anche “i lontani“ vengono a Medjugorje
Il presule ha quindi commentato le parole di San Paolo: “Voi che un tempo eravate lontani, siete diventati vicini, grazie al sangue di Cristo (…) Egli è venuto ad annunciare pace a voi che eravate lontani, e pace a coloro che erano vicini”. “A Medjugorje – ha ricordato – vengono i pellegrini da lontano, da circa 80 Paesi del mondo”: per percorrere tanti chilometri “bisogna avere una motivazione ferma e decisa”. “Ma la parola ‘lontani’ significa ancora un’altra cosa; significa una situazione esistenziale di tanti che si sono allontanati da Dio, da Cristo, dalla loro Chiesa e dalla luce che dà senso alla vita, per orientarla e darle lo scopo vitale degno, che vale la pena di essere vissuto”.

Fedeli di Medjugorje, testimoni da 37 anni di tanti eventi
“Questa missione – ha proseguito mons. Hoser – concerne ugualmente non soltanto i lontani, ma pure i vicini. Questi anche in un duplice senso: vicini perché abitano da generazioni questo luogo e territorio; vicini perché sono i parrocchiani di Medjugorje; vicini perché sono da trentasette anni i testimoni di tanti eventi di questa regione. In un’altro senso, sono vicini anche tutti quelli che vivono una fede ardente e calorosa, che vogliono essere in contatto intimo e riconoscente con il Signore Risuscitato e Misericordioso”.

A Medjugorje per incontrare Cristo e sua Madre
A questo punto mons. Hoser ha posto “la questione fondamentale: perché tanta gente si reca ogni anno a Medjugorje? La risposta che si impone è questa: vengono per incontrare qualcuno: per incontrare Dio, incontrare Cristo, incontrare Sua Madre. E poi per scoprire la strada che conduce alla felicità di vivere nella casa del Padre e della Madre; infine per scoprire la strada mariana come quella più certa e sicura. È la strada del culto mariano che si celebra da anni qui, cioè ‘quel culto sacro, nel quale vengono a confluire il culmine della sapienza e il vertice della religione e che pertanto è compito primario del Popolo di Dio’ (Dall’Esortazione apostolica di Paolo VI Marialis cultus)”.

A Medjugorje un culto cristocentrico
“Si tratta davvero – ha precisato – di un culto cristocentrico, perché – come diceva Paolo VI – da Cristo trae origine ed efficacia, in Cristo trova compiuta espressione e per mezzo di Cristo, nello Spirito, conduce al Padre”.

Devozione a Medjugorje è secondo la dottrina
Il Concilio Vaticano II – ha osservato – sottolinea con forza che “le varie forme di devozione verso la Madre di Dio, che la Chiesa ha approvato entro i limiti della sana e ortodossa dottrina si sviluppino in armonica subordinazione al culto che si presta a Cristo e intorno ad esso gravitino come a loro naturale e necessario punto di riferimento” (Cfr Conc. Vat. II, Cost. dogm. sulla Chiesa Lumen gentium, 66). “Tale è la devozione popolare a Medjugorje: al centro la Santa Messa, l’adorazione del Santissimo Sacramento, una massiva frequenza del Sacramento della Penitenza, accompagnate dalle altre forme di pietà: il Rosario e la Via Crucis che fanno sì che le pietre, prima ruvide, dei sentieri diventino lisce”.

Momenti speciali di grazia
“I pellegrini – ha affermato mons. Hoser – consacrano il loro tempo per essere presenti nello spazio di Medjugorje. A questo proposito il Santo Papa Giovanni Paolo II diceva ‘che come il tempo può essere scandito dai kairoì, momenti speciali di grazia, in modo analogo lo spazio possa essere segnato da particolari interventi salvifici di Dio. E questa, del resto, un’intuizione presente in tutte le religioni, nelle quali si trovano non solo tempi, ma anche spazi sacri, nei quali l’incontro col divino può essere sperimentato in modo più intenso di quanto non avvenga abitualmente nell’immensità del cosmo” (Lettera sul pellegrinaggio, 30-6-1999).

La Regina della Pace
“Medjugorje – ha detto il visitatore apostolico – ci offre il tempo e lo spazio della grazia divina per intercessione della Beata Vergine Maria, Madre di Dio e Madre della Chiesa, venerata qui con l’appellativo di ‘Regina della Pace’. Questo appellativo è ben conosciuto tramite le Litanie Lauretane”. “È vero – ha concluso mons. Hoser – il mondo ha tanto bisogno di pace: la pace del cuore di ciascuno, la pace nella famiglia, la pace sociale e la pace internazionale, tanto desiderata da tutti, specialmente dai cittadini di questo Paese, così provato dalla guerra dei Balcani. Promuovere la pace significa costruire una civiltà fondata sull’amore, sulla comunione, sulla fraternità, sulla giustizia, e quindi sulla pace e la libertà. La Madonna, Madre del Principe della Pace annunziato dei profeti sia la nostra Protettrice, la nostra Regina la nostra Madre. Amen”.

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Di Bartolomei jr e il post con la pistola: «No all’uso le armi, credetemi»

Posté par atempodiblog le 29 juin 2018

Di Bartolomei jr e il post con la pistola: «No all’uso le armi, credetemi»
Il figlio di Agostino, capitano storico della Roma che si è tolto la vita sparandosi nel 1994, su Facebook si schiera contro i 4 italiani su 10 favorevoli alla detenzione di una pistola in casa (sondaggio Censis): «Non produce alcuna sicurezza»
di Riccardo Bruno – Corriere della Sera

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L’immagine di una pistola postata sui social. E una riflessione che iniziai così: «Questa è una Smith&Wesson 38 special uguale a quella che aveva Agostino. Quando la comprò negli anni 70 lo fece perché credeva che avrebbe così reso più sicura la sua famiglia». Agostino Di Bartolomei, il capitano della Roma colto e introverso, indimenticabile combinazione in campo di intelligenza e forza, la mattina del 30 maggio 1994, a 39 anni, decise di farla finita sparandosi un colpo al petto. Il messaggio sui social, 25 anni dopo, è del figlio Luca. «Ho letto che il 41% degli italiani si sentirebbe più sicuro da una semplificazione della legislazione sul porto d’armi — spiega al Corriere —.

Tutti gli studi dimostrano che una maggiore circolazione delle armi conduce a un numero più elevato di morti, di omicidi, suicidi, incidenti, bambini che meravigliosamente curiosi si fanno del male o lo fanno agli altri».

Statistiche ed emotività
Luca aveva 11 anni quando la tragedia sconvolse la sua famiglia. «Da quella vicenda non dico che possiamo trarre un insegnamento, ma almeno un ammonimento, ricavarne qualcosa di buono».

Da questo nasce una sorta di appello. «Vorrei invitare tutte quelle persone che hanno avuto la devastazione di un lutto per colpa di un’arma da fuoco a parlare con quel 41% di italiani, fargli capire che non si ottiene così più sicurezza, una pistola in casa è sempre un pericolo».

Per Luca Di Bartolomei questa non è solo una battaglia personale per fare i conti con il proprio dolore, è anche un impegno professionale. È stato coordinatore del dipartimento sicurezza e difesa del Pd, adesso è consulente aziendale. Abituato a confrontarsi con dati e numeri.

«Tutte le statistiche del Viminale indicano che gli eventi criminali sono in costante decrescita. Al contrario aumenta la percezione dell’insicurezza e dell’illegalità. Non è solo un fenomeno italiano, è un’ondata sovranazionale che spinge alla chiusura, all’isolamento e quindi all’armamento. Abbiamo il dovere di comprendere i fenomeni sociali, senza abbandonarci all’emotività».

Diffusione e utilizzo
Agostino Di Bartolomei possedeva diverse armi, compresa quella Smith&Wesson. Prima di morire lasciò un biglietto alla moglie: «Mi sento chiuso in un buco… Non vedo l’uscita dal tunnel». Nessuno può dire come sarebbe andata se non avesse trovato quegli oggetti di morte in casa.

Ieri il figlio Luca ha scritto che «alla obiezione che chi vuole suicidarsi lo fa comunque vorrei solo dire che, per andare oltre il burrone che pensiamo di avere davanti, basta un attimo. E in quell’attimo non avere accesso ad un’arma può fare la differenza».

Facendosi forte di cifre e analisi, ricorda che «la diffusione porta inevitabilmente all’utilizzo». E aggiunge che per garantirne la padronanza, «l’uso deve essere costante e continuato. Ovvero una pratica riservata a quei soggetti che si occupano abitualmente di ordine pubblico. Le forze di polizia, non i privati cittadini».

Luca Di Bartolomei chiude il suo messaggio sui social con una richiesta, sincera e accorata. «Pensate ai vostri figli e ai vostri nipoti. Una pistola non produce alcuna sicurezza. Credetemi».

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65 anni della Madonnina di Monte Mario

Posté par atempodiblog le 5 juin 2018

65 anni della Madonnina di Monte Mario
Storia di un voto e di una promessa mantenuta. Incoraggiati da Pio XII, i romani pregano e fanno un voto a Maria Salus Populi Romani perché la città sia risparmiata dallo scontro finale tra tedeschi e alleati
di Emanuela Campanile – Vatican News

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Italia, 1944. Gli alleati sbarcano ad Anzio nel gennaio di quello stesso anno, la Linea Gustav è spezzata, i tedeschi arretrano, gli americani avanzano verso Roma. La capitale è ancora nelle mani dei tedeschi, si teme uno scontro frontale, decisivo, che travolga Roma con tutta la sua realtà umana, storica, archeologica e di fede. Il timore  è grandissimo.

L’appello di Pio XII
In quell’anno la festa titolare del Santuario del Divino Amore cade il 28 maggio, e Papa Pio XII invita tutti i romani a pregare la Madonna, ad affidarsi a Lei perché Roma venga risparmiata da questo scempio fratricida. Tra gli amici e gli ex-allievi di don Orione che accolgono le parole del Pontefice, presente anche Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI: “Ma il voto – domanda e suggerisce – volete farlo voi o volete farlo fare alla città?”. La risposta è unanime, tutta Roma sarà coinvolta.

Il voto di tutta la città
Sguinzagliati per le vie e per le piazze di Roma, i giovani della Congregazione fondata del Santo canonizzato da Giovanni Paolo II nel maggio 2004, riescono a raccogliere un milione e 100 mila firme. Con Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI, come promotore e intermediario, la lunga lista viene fatta recapitare in Vaticano e, in pochissimi giorni, si ha il via libera. Il 4 giugno del 1944, nella chiesa di Sant’ Ignazio, viene pronunciato il voto dal decano dei prefetti di Roma. La capitale è risparmiata così come la sua gente che non dimenticherà di adempiere le promesse fatte alla Vergine ‘Salus Populi Romani’.

Roma è risparmiata, le parole del Papa
La domenica seguente, l’11 giugno, lo stesso Pio XII si reca nella chiesa di Sant’Ignazio, ‘ai piedi di Maria, Madre del Divino Amore’. Con quel “Diletti figli e figlie”, inizia il suo discorso di ringraziamento alla Madonna:

“La nostra Madre Immacolata ancora una volta ha salvato Roma da gravissimi imminenti pericoli (…) siamo stati testimoni di una incolumità, che ci deve empire l’animo di tenera gratitudine verso Dio e la sua purissima Madre”

L’adempimento del voto
La conversione del cuore, un’opera caritativa e un segno di culto. Queste le tre promesse per onorare il Voto fatto e che, con lo sguardo della fede, vennero adempiute con l’aiuto della Provvidenza a partire da una telefonata. A chiamare direttamente la Segreteria di Stato in Vaticano, facendo presente la grave situazione dei numerosi minori soli che vagavano per le strade della città, fu il generale statunitense Mark Clark.
Da qui, il coinvolgimento della Congregazione di don Orione che accettò le due strutture messe a disposizione – ancora oggi Centro dell’Opera e dove sorge appunto la Statua della Madonnina – prendendosi cura di centinaia di orfani e mutilatini.

La costruzione della Madonnina ‘Salus Populi Romani’
Percorsero in lungo e in largo le vie e le piazze della città per trovare quanto più materiale possibile e realizzare una statua dedicata alla Vergine. Ad impegnarsi nella raccolta, ancora i giovani del « Don Orione » dopo che lo scultore Arrigo Minerbi, a cui fu commissionata l’opera, disse: « datemi del rame e vi farò una statua bellissima ». Una grande statua che vegliasse sulla città di Roma era dunque il segno di culto scelto per concludere l’adempimento del voto.

Lo scultore e il volto di Maria
Salvato dal rastrellamento degli ebrei nell’ottobre ’43, grazie alla Piccola Opera di Don Orione, Minerbi accettò con grande entusiasmo l’incarico affidatogli. Ma nel momento di realizzare il volto della Vergine, esitò. Che tratti darle? Pensò allora al detto popolare ‘i primogeniti matrizzano’ (assomigliano alle madri) e decise quindi di procedere ispirandosi al volto della Sacra Sindone. Di rame, ferro e ottone, ricoperta con la tecnica dei fogli d’oro, la statua è alta 9 metri con una mano che indica il cielo e l’altra protesa in avanti. Dal 4 giugno del 1953 è posizionata sulla collina di Monte Mario. E’ bellissima, luminosa per essere vista mentre continua a vegliare sulla città eterna e la sua gente.

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Alfie Evans e Vincent Lambert: non esistono vite senza valore

Posté par atempodiblog le 17 avril 2018

Alfie Evans e Vincent Lambert: non esistono vite senza valore
La medicina può e molte volte deve rinunciare a guarire, ma mai a curare. Al centro della medicina non c’è la malattia da sconfiggere ma il malato da curare. È deludente il pensare e operare di una medicina volta ad assicurare “vite di qualità”, invece di scorgere e promuovere la “qualità della vita” in ogni condizione, decorso e fase del suo essere al mondo
di Mauro Cozzoli – Agenzia SIR

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Vincent Lambert, in Francia, e il piccolo Alfie Evans, in Inghilterra, scuotono le nostre coscienze in presenza delle loro assai precarie condizioni di vita e di due magistrature che ne vogliono decretare la morte per interruzione di idratazione e nutrizione. Questo, malgrado la mamma e il fratello di Vincent e la mamma e il papà di Alfie ne stiano contestando l’esecuzione, adoperandosi in modo ammirevole per l’assistenza e la cura.

Papa Francesco al Regina coeli di questa terza domenica di Pasqua ha volto l’attenzione ad entrambi, estendendola ad “altre persone in diversi Paesi – ha detto – che vivono, a volte da lungo tempo, in stato di grave infermità, assistite medicalmente per i bisogni primari”. Questa sensibilità e premura del Papa è scandita da parole nette, indicative di pensieri e comportamenti da coltivare.

Innanzitutto il Papa non si nasconde le fragilità e precarietà di vita di queste persone: “Sono situazioni delicate, molto dolorose e complesse”. Da non affrontare in modo pregiudizievole e semplicistico, ma avveduto e ponderato. Per cui, ad ovviare l’eutanasia e l’abbandono terapeutico, non bisogna – insegna il magistero bioetico della Chiesa – scivolare in forme di accanimento clinico.

Si può e a volte si deve rinunciare a mezzi straordinari e sproporzionati di cura e consentire così la fine naturale della vita. Non si deve invece rinunziare a mezzi ordinari e proporzionati, men che meno a dar da mangiare e da bere: i “bisogni primari” di cui ha detto il Papa.

Il confine tra i primi e i secondi a volte è evidente. Altre volte, per la complessità dei casi e delle offerte cliniche della medicina oggi, il confine è a contorni sfumati e indistinti. Nel qual caso la morale è per il favor vitae: in dubio pro vita. Tanto più quando ci sono le condizioni umane e ambientali di cura e sostegno, come nel caso di Vincent e di Alfie. Entrambi circondati da un’ampia e intensa sfera di premure e di affetti, che nessuna Alta Corte può disconoscere e contraddire.

Inoltre ed ancor più, il Papa richiama il valore proprio e irriducibile di ogni vita umana e delle premure ad essa dovute in condizioni di infermità e di bisogno. Valore, attenzioni e premure scandite dal trittico dignità, cura e rispetto: “Ogni malato sia sempre rispettato nella sua dignità e curato in modo adatto alla sua condizione, con grande rispetto per la vita”. Parole che mettono in primo piano il malato, nella sua “dignità” singolare e inviolabile di persona. Dignità che suscita “rispetto”: il singolare riguardo e la speciale attenzione dovuti a un essere con valore di soggetto e di fine e mai di oggetto, di cosa o di mezzo. Rispetto che in presenza della malattia, della disabilità, della sofferenza prende forma di “cura”. Nel duplice e complementare significato di assistenza medica (to cure) e di presa in carico (to care). “In modo adatto – precisa il Papa – alla sua condizione” e “con l’apporto concorde dei familiari, dei medici e degli altri operatori sanitari”.

Memori che la medicina può e molte volte deve rinunciare a guarire, ma mai a curare.

Al centro della medicina non c’è la malattia da vincere ma il malato da curare. È deludente il pensare e operare di una medicina volta ad assicurare “vite di qualità”, invece di scorgere e promuovere la “qualità della vita” in ogni condizione, decorso e fase del suo essere al mondo. Non esistono vite senza valore, “inutili” e “futili” come ha sentenziato il giudice dell’Alta Corte di Londra nel caso del piccolo Alfie. Perché ogni vita vale per il suo “esserci”, non per il suo “modo di essere”.

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