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CHARLIE GARD DEVE MORIRE/ Quella volontà cattiva di sbarazzarci del Mistero

Posté par atempodiblog le 28 juin 2017

CHARLIE GARD DEVE MORIRE/ Quella volontà cattiva di sbarazzarci del Mistero
I giudici della Cedu hanno dato ragione all’Alta corte inglese: Charlie Gard non ha diritto di vivere. Va eliminato. Perché ci rifiutiamo di esserne custodi?
di Don Federico Picchetto – Il Sussidiario

CHARLIE GARD DEVE MORIRE/ Quella volontà cattiva di sbarazzarci del Mistero dans Articoli di Giornali e News Charlie_Gard

CHARLIE GARD. Giunge ad un triste epilogo la vicenda di Charlie Gard, il piccolo neonato britannico affetto da una malattia mitocondriale molto rara dinnanzi alla quale i medici hanno pronosticato morte certa, mentre i genitori hanno vagliato qualunque via legale per poterlo tenere in vita. L’ultima carta l’hanno giocata alla Corte europea dei diritti dell’uomo che ha, dapprima, deferito la decisione e poi, nella serata di ieri, accolto le conclusioni del personale medico inglese e sentenziato che Londra può portare avanti le procedure per interrompere quello che la giustizia di Sua Maestà ha definito un accanimento terapeutico foriero solo di inutile dolore.

La domanda che tocca farsi è però molto diversa da quella che ha animato tanti dibattiti di questi mesi. Non importa, infatti, sapere chi ha ragione, quanto comprendere che tipo di problema Charlie sollevi nella nostra vita. Non si tratta di un problema legale, ossia di determinare fino a che punto le leggi degli stati possano spingersi nella vita degli uomini. Infatti le leggi, in questo caso, regolano atteggiamenti, comportamenti e azioni che vengono prima della legge stessa. Non è neppure un problema di libertà della famiglia: molte famiglie compiono scelte libere ma sbagliate per i loro figli e idolatrare la libertà della famiglia di Charlie oggi, solo perché coincide con quello che si pensa, potrebbe essere deleterio domani, quando magari dovremmo decidere se una famiglia può alimentare in modo vegano un neonato privandolo dell’apporto fondamentale di alcuni nutrienti.

Tutte queste cose sono per esperti, per tecnici che non mancheranno — anche su queste stesse colonne — di fornire i loro pareri e i loro punti di vista. La storia di Charlie è al contrario un problema di realtà e la questione che pone Charlie è il fatto stesso che lui c’è, esista. Mai come in questo caso possiamo toccare con mano che cos’è che ferisce davvero la nostra vita e il nostro amor proprio: il fatto che una cosa, che le cose, ci siano. Charlie è una persona viva, presente, la cui stessa esistenza risulta intollerabile non a lui, ma a chi tutti i giorni deve incrociarne lo sguardo.

Come una moglie, un marito, un collega, un figlio, una madre o un vicino di casa, è il fatto che egli sia che ci tormenta e che ci costringe a metterci in discussione. Charlie non è quello che ci aspettavamo, non è il bambino delle pubblicità, non è l’ideale di figlio che i genitori sognano quando mettono la testa e il cuore sul proprio futuro, ma è quello che c’è, quello che esiste. Più lui permane, più la nostra impotenza come medici e come adulti permane, più lui ci pone un problema, ci pone delle domande, ci sfida. Siamo così presi dalle nostre idee, dalle nostre opinioni, che non possiamo tollerare che qualcosa persista e continui a disturbarci.

Lo vogliono togliere di mezzo. Non le leggi dei giudici inglesi, non i pareri dei medici, ma il cuore degli uomini. I genitori, in tutto questo, non chiedono altro che attendere, che aspettare, che lasciare aperta una porticina, uno spiraglio, alla speranza, alla luce, all’esistenza. Ma si creerebbe troppo imbarazzo se lui, con la sua resilienza, continuasse a vivere, a lottare, a rimanere, si creerebbero costi, rebus collaterali, nuove diatribe. Quella vita, insomma, va eliminata perché disturba. Essa mette troppo in gioco le dinamiche, le strutture e i processi del nostro tempo. E c’è da giurarci che i fedeli garanti della giustizia lo faranno, lo faranno presto, nel giro di poche ore. Senza alcuna compassione, senza alcuna pietà. Col solo desiderio di togliersi dal cuore il dubbio, l’ombra, che Charlie continua a insinuare con la sua esistenza. E se fosse vero? E se la vita non fosse solo nostra?

Non c’è tempo, bisogna agire. E come Caino di ritorno dai campi, a chi dovesse chiedere conto di quanto accaduto si potrà sempre rispondere con una punta di sdegno: “Sono forse io il custode del mio fratello?”, oppure usando parole ben più macabre e più contemporanee, ribadire che – in fondo – “si sono solo eseguiti gli ordini”.

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AMERICA/MESSICO – “E’ necessario ricostruire il tessuto sociale, c’è troppa violenza” afferma Mons. Patiño Leal

Posté par atempodiblog le 10 juin 2017

Per comporre la società/ È importante guarire prima spiritualmente
AMERICA/MESSICO – “E’ necessario ricostruire il tessuto sociale, c’è troppa violenza” afferma Mons. Patiño Leal

AMERICA/MESSICO - “E' necessario ricostruire il tessuto sociale, c'è troppa violenza” afferma Mons. Patiño Leal dans Articoli di Giornali e News Violenza

Córdoba (Agenzia Fides) – Dato il deterioramento del tessuto sociale a causa di tanta violenza, insicurezza, disuguaglianza sociale ed economica, alcuni Vescovi messicani, come il Vescovo della diocesi di Córdoba, Veracruz, Sua Ecc. Mons. Eduardo Porfirio Patiño Leal, si sono pronunciati per un impegno a ricostruire la pace, ma anche per ricordare ai governi locali di fare il loro lavoro.

Mons. Patiño Leal ha affermato che tutti i sacerdoti svolgono un importante lavoro sociale nelle rispettive parrocchie, ma oggi cresce la necessità di trovare nuovi modi per ascoltare coloro che soffrono per tanti crimini. Bisogna dire che quello che ora si sta vivendo a livello diocesano in seguito alla violenza e all’insicurezza, non si sarebbe mai immaginato una decina di anni fa.

Il Vescovo ha fatto queste dichiarazioni commentando la recente pubblicazione del rapporto del Consiglio Nazionale per la valutazione della politica di sviluppo sociale (CONEVAL), dove si ricorda che degli 8 milioni di “veracruzanos”, il 60 per cento vive in una situazione di grande emarginazione.

“Nella zona – ha commentato il Vescovo -, da un lato ci sono i milionari e dall’altro persone che devono emigrare a causa della mancanza di posti di lavoro e di salari decenti”. Questo tessuto sociale disintegrato fa sì che i giovani diventino facile preda per i criminali e la droga, quindi è importante guarire prima spiritualmente, per comporre la società, ha esortato.

Il rapporto intitolato “Considerazioni per la preparazione del Budget 2018”, mira a rafforzare il processo decisionale in materia di bilancio, ma offre soprattutto un’analisi delle priorità, delle conclusioni e delle raccomandazioni sullo sviluppo sociale del governo federale. Viene considerato un importante indicatore della realtà sociale nazionale da tutte le istituzioni messicane.
(CE) (Agenzia Fides, 10/06/2017)

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Appropriazione della vigna del Signore/ Il Papa profondamente addolorato per le vicende della diocesi di Ahiara

Posté par atempodiblog le 10 juin 2017

Appropriazione della vigna del Signore/ “Chi si è opposto alla presa di possesso del Vescovo Mons. Okpaleke vuole distruggere la Chiesa”
Il Papa profondamente addolorato per le vicende della diocesi di Ahiara

Appropriazione della vigna del Signore/ Il Papa profondamente addolorato per le vicende della diocesi di Ahiara dans Articoli di Giornali e News Il_Papa_addolorato_per_le_vicende_della_diocesi

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – Il Santo Padre Francesco ha ricevuto ieri in udienza privata una delegazione della diocesi di Ahiara, in Nigeria, che vive da anni una dolorosa situazione (vedi Fides 8/6/2017). I membri della Delegazione erano accompagnati dal Card. J.O. Onaiyekan, Arcivescovo di Abuja e Amministratore Apostolico di Ahiara, dagli Ecc.mi A.J. Obinna, Arcivescovo Metropolita di Owerri, I.A. Kaigama, Arcivescovo di Jos e Presidente della Conferenza Episcopale della Nigeria, da S.E. Mons. P.E. Okpaleke, Vescovo di Ahiara. Erano inoltre presenti all’incontro il Cardinale Segretario di Stato, il Prefetto e i Superiori della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli. Della Delegazione hanno fatto parte i Rev.di Sacerdoti C. O. Ebii, J. N. Uwalaka e U. I.Olekamma; inoltre, Suor B. O. Ezeyi e S.A.R. P. Iwu, Capo Tradizionale per conto dei religiosi e dei fedeli laici.

L’incontro, caratterizzato dal dialogo e dall’ascolto, si è concluso con una preghiera a Maria e la benedizione del Papa. Di seguito riportiamo il testo del Santo Padre Francesco.

“Saluto cordialmente la Delegazione e ringrazio per essere venuti dalla Nigeria con spirito di pellegrinaggio. Per me, è una consolazione questo incontro, perché sono molto triste per la vicenda della Chiesa in Ahiara.

La Chiesa, infatti (e mi scuso per la parola), è come in stato di vedovanza per aver impedito al Vescovo di andarvi. Tante volte mi è venuta in mente la parabola dei vignaioli assassini, di cui parla il Vangelo (cfr. Mt 21, 33-44)…che vogliono appropriarsi dell’eredità. In questa situazione la Diocesi di Ahiara è come senza sposo, ed ha perso la sua fecondità e non può dare frutto.

Chi si è opposto alla presa di possesso del Vescovo Mons. Okpaleke vuole distruggere la Chiesa; ciò non è permesso; forse non se ne accorge, ma la Chiesa sta soffrendo e il Popolo di Dio in essa. Il Papa non può essere indifferente.

Conosco molto bene le vicende che da anni si trascinano nella Diocesi e ringrazio per l’atteggiamento di grande pazienza del Vescovo; dico di santa pazienza da lui dimostrata. Ho ascoltato e riflettuto molto, anche sull’idea di sopprimere la Diocesi; ma poi ho pensato che la Chiesa è madre e non può lasciare tanti figli come voi. Ho un grande dolore verso questi sacerdoti che sono manipolati, forse anche dall’estero e da fuori Diocesi.

Ritengo che qui non si tratti di un caso di tribalismo, ma di appropriazione della vigna del Signore. La Chiesa è madre e chi la offende compie un peccato mortale, è grave. Perciò ho deciso di non sopprimere la Diocesi. Tuttavia, desidero dare alcune indicazioni da comunicare a tutti: anzitutto va detto che il Papa è profondamente addolorato, pertanto, chiedo che ogni sacerdote o ecclesiastico incardinato nella Diocesi di Ahiara, sia residente, sia che lavori altrove, anche all’estero, scriva una lettera a me indirizzata in cui domanda perdono; tutti, devono scrivere singolarmente e personalmente; tutti dobbiamo avere questo comune dolore.

Nella lettera
1. si deve chiaramente manifestare totale obbedienza al Papa, e
2. chi scrive deve essere disposto ad accettare il Vescovo che il Papa invia e il Vescovo nominato.
3. La lettera deve essere spedita entro 30 giorni a partire da oggi fino al 9 luglio p.v. Chi non lo farà ipso facto viene sospeso a divinis e decade dal suo ufficio.

Questo sembra molto duro, ma perché il Papa fa questo? Perché il Popolo di Dio è scandalizzato. Gesù ricorda che chi scandalizza, deve portarne le conseguenze. Forse qualcuno è stato manovrato senza una piena cognizione della ferita inferta alla comunione ecclesiale.

A voi, fratelli e sorelle, manifesto vivo ringraziamento per la vostra presenza; così pure al Cardinale Onaiyekan per la sua pazienza e al Vescovo Okpaleke, di cui ho ammirato oltre la pazienza anche l’umiltà. Grazie a tutti”.

Successivamente il Card. Onaiyekan ha ringraziato il Santo Padre. Il Cardinale Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, Card. Fernando Filoni, ha chiesto al Santo Padre, il Quale ha accettato, che, a conclusione di questa vicenda, la Diocesi di Ahiara, con il suo Vescovo, compiano un pellegrinaggio a Roma e incontrino il Santo Padre. (Agenzia Fides 9/6/2017)

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Il Santo Padre e  la  non accettabilità della situazione in Ahiara
Pugno di ferro di Papa Bergoglio contro i preti ribelli nigeriani che, nella diocesi di Ahiara, in Nigeria, da quattro anni fanno il bello e il brutto tempo creando divisioni, sollevando liti, esacerbando animi pur di non accettare il vescovo designato legittimamente dal Vaticano. Per rimettere in riga la comunità Bergoglio ha preparato provvedimenti draconiani e inediti.

di Franca Giansoldati – Il Mattino

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Embrione è già persona/ Nature, la scienza “conferma” la realtà: è progetto d’individuo

Posté par atempodiblog le 9 juin 2017

Embrione è già persona/ Nature, la scienza “conferma” la realtà: è progetto d’individuo
Embrione è già persona: la scienza conferma la realtà, al netto di ogni discussione. Lo studio su Nature Genetics « rivoluziona » la scienza embrionale e lo sviluppo dell’indiviuo cellulare
di Niccolò Maagnani – Il Sussidiario.net
Tratto da: Una casa sulla Roccia

Embrione è già persona/ Nature, la scienza “conferma” la realtà: è progetto d’individuo dans Aborto Embrione_e_maternit

EMBRIONE È GIÀ PERSONA, LA SCIENZA CONFERMA: “È GIÀ UN PROGETTO DI INDIVIDUO” - Un momento storico per la scienza ma soprattutto storico per l’intera razza umana: con l’ultimo studio pubblicato su Nature si conferma che l’embrione possiede tutto il materiale e gli elementi che lo fanno già un progetto di persona nel momento in cui viene formato nell’utero. L’ultimo articolo apparso nel numero di aprile della storica rivista scientifica mondiale (non certo qualche rivista pro-Life accusabile di poca “neutralità”) rischia di sconfessare anni e anni di contestazioni e attacchi diretti a tutti coloro che osavano affermare come uccidere un embione con l’aborto significa di fatto sopprimere una vita già umana. Un gruppo di ricercatori dell’Università Politecnica Federale di Losanna (Svizzera), guidato da Julien Duc e Didier Tronto, ha pubblicato su Nature Genetics una ricerca che farà certamente parlare e molto nei prossimi mesi a venire. In pratica, studiando la conoscenza del processo di formazione e sviluppo della vita umana individuale, è stato scoperto come in realtà il dna dell’embrione ad una sola cellula (appena dopo il processo di fecondazione) viene già “sfogliato” all’inizio della sua vita cellulare, in questa modalità: quello che contiene  le informazioni per lo sviluppo e il mantenimento dell’architettura del corpo umano è di fatto un materiale d’informazioni fino a quel momento chiuso che si pensava fino a questa ricerca che venisse tradotto solo in un secondo momento, fornendo dunque la “patente” di individuo in qualche stadio successivo e non fin dalla sua origine.

Invece, è stato scoperto lo ‘starter’ dello sviluppo dell’embrione nei mammiferi: è una famiglia di proteine chiamata Dux e specializzata nello sferrare il ‘calcio d’inizio’ del processo di crescita che porta alla formazione di un individuo (spiega l’Ansa riportano ampi stralci dello studio di Nature). Si scopre in questo modo, cercando di essere meno tecnici possibili, che il “libro del Dna” viene aperto fin dall’inizio appena finisce il processo di fertilizzazione e da qui si comincia a guidare lo sviluppo del corpo umano embrionale, proprio sotto lo stimolo di queste proteine. Una preziosa scoperta che alla luce porta una “realtà” da sempre affermata dalla Chiesa e non solo, da chi ritiene che la vita umana abbia senso e valore in quanto esistente in sé e per sé, e che questo processo inizi appena scattata la fecondazione. Questa realtà oggi pare venire confermata anche dalla scienza, facendo risuonare come attualissime le parole della Evangelium vitae, riportate dai colleghi di Avvenire: «dal primo istante si trova fissato il programma di ciò che sarà questo vivente: una persona, questa persona individua con le sue note caratteristiche già ben determinate. Fin dalla fecondazione è iniziata l’avventura di una vita umana, di cui ciascuna delle grandi capacità richiede tempo, per impostarsi e per trovarsi pronta ad agire».

EMBRIONE È GIÀ PERSONA, LA SCIENZA CONFERMA: LA PROTEINA CHE DÀ IL “CALCIO D’INIZIO” - Si chiama Due ed è di fatto una famiglia di proteine che pare dia il “calcio d’inizio” allo sviluppo dell’embrione, codificando tutte le informazioni che già sono presenti come progetto di persona all’interno dell’embrione (per l’appunto detto “umano”). La scoperta mostrata da Nature Genetics ha del clamoroso e potrebbe ampliare ancora di più le discussioni sul quando comincia ad essere valutata vita umana la vita di ognuno di noi; «abbiamo fatto luce su ciò che attiva il programma genetico che ci fa diventare ciò che siamo» ha commentato uno dei due ricercatori del Politecnico di Losanna, Didier Trono. La scoperta, aggiunge lo scienziato, «può anche aiutarci a comprendere alcuni casi di infertilità e forse portare allo sviluppo di nuovi trattamenti per alcune distrofie muscolari».

Le proteine Dux vengono dimostrare essere decisive per lo sviluppo dell’embrione e dopo anni di esprimenti a partire dalla distrofia muscolare, ora si è arrivati a queste prime conclusioni: «nelle cellule si accumulava una proteina della famiglia Dux, chiamata Dux4, fino a quel momento nota per essere coinvolta nelle fasi iniziali dello sviluppo embrionale», spiega l’Ansa nell’articolo speciale sulla rivista Nature. A questa osservazione si è aggiunta quella che, ancora nelle cellule dei muscoli, «è attivo un intero gruppo di geni attivi a all’inizio dello sviluppo embrionale, quando subito dopo la fecondazione ovicita e spermatozoo si fondono formando la struttura chiamata zigote» conclude lo speciale.

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Senza la fede giudaico-cristiana la scienza moderna non esisterebbe

Posté par atempodiblog le 4 juin 2017

Senza la fede giudaico-cristiana la scienza moderna non esisterebbe
Nel momento in cui si afferma l’unicità di Dio la natura acquista una nuova fisionomia: l’inizio della conoscenza. Come salvarsi dai soliti e inflazionati pregiudizi anti religiosi
di Luca Del Pozzo – Il Foglio

Senza la fede giudaico-cristiana la scienza moderna non esisterebbe dans Articoli di Giornali e News Senza_la_fede_giudaico-cristiana_la_scienza_mode

Sulla questione del rapporto tra religione e scienza, che anche di recente ha visto un intervento sul Corriere della Sera del fisico Carlo Rovelli, sarebbe quanto mai opportuno sgomberare il campo da alcuni pregiudizi che non aiutano a inquadrare il dibattito nella giusta prospettiva. Primo fra tutti, ciò da cui discende tutto il resto, quello secondo cui le religioni, in particolare quella cattolica, sarebbero (sono?) un ostacolo allo sviluppo della scienza. L’errore di fondo di questa visione consiste nel misconoscere un fatto fondamentale: senza la fede giudaico-cristiana la scienza moderna non sarebbe mai sorta. Partiamo da un presupposto elementare: la scienza, intesa nel senso di conoscenza (della natura, del mondo ecc.), si fonda su un principio molto semplice: si può conoscere solo ciò di cui non si ha paura. Nell’antichità ciò che rendeva impenetrabile la natura era la presenza del sacro. Le divinità naturali e cosmiche delle religioni politeiste generavano paura e timore nell’uomo, che era quindi costretto ad offrire sacrifici, a volte anche umani, per godere del favore degli dèi. Questa visione del rapporto uomo-divinità è stata superata grazie all’affermazione del monoteismo giudaico, poi ripreso dal cristianesimo, nella misura in cui esso rappresenta una sorta di desacralizzazione della natura. Nel momento in cui si afferma l’unicità di Dio, tutte quelle divinità che prima incutevano timore all’uomo ostacolandone la curiosità sono ridotte al rango di semplici creature, e la natura acquista una nuova fisionomia. Questo processo è chiaro fin dal primo capitolo del Genesi, soprattutto se lo si confronta con i racconti di creazione babilonesi, a cui si ispirarono gli scrittori biblici. Laddove per i babilonesi il Sole, la Luna e gli astri erano divinità, in Genesi 1 sono realtà create dall’unico Dio: importanti quanto si vuole per la vita dell’uomo, ma che sono e restano creature senza alcuna connotazione sacra. E questo passaggio, cioè il venir meno della paura nei confronti di forze oscure e divinità minacciose, ha coinciso con l’inizio della conoscenza. A ciò si aggiunga che nel corso dei secoli il giudaismo entrò in contatto con il mondo ellenico, più portato alla speculazione e alla ricerca, e da questo connubio nacquero le premesse teoriche che stanno alla radice della scienza moderna (oltreché dell’intera civiltà europea).

C’è poi un secondo pregiudizio, non meno tenace e altrettanto infondato del primo, che riguarda invece la natura dei testi biblici, a partire proprio da Genesi 1. Da diversi decenni gli studi biblici hanno chiarito che il racconto mitologico (nel senso di “mito” come genere letterario, non di favoletta per bambini) di Genesi 1 risponde al “perché” della vita e dell’universo, e non del “come” ciò sia avvenuto. La fede ebraica, da cui quel testo è scaturito, dice semplicemente che all’origine del creato c’è Dio in quanto causa prima. Di più non afferma, e sbaglierebbe chi volesse attribuire alla Bibbia significati che esulano dalla sua genesi e dalla sua finalità. Tra l’altro, anche l’affermazione secondo cui la creazione sarebbe avvenuta in sei giorni andrebbe come minimo contestualizzata alla luce dei più recenti studi biblici – da cui emerge un quadro ben diverso da quello che comunemente si pensa – anziché presa alla lettera come usano fare fondamentalisti di ogni schieramento. E’ ormai appurato che quel testo, risalente al periodo dell’esilio babilonese, fu scritto dalla classe sacerdotale. Più interessante è rispondere alla domanda sul perché i sacerdoti adottarono proprio lo schema sei più uno, che in gergo tecnico si chiama “settenario”. Nel racconto c’è un centro focale, un punto dove tutto converge: è il settimo giorno, quando Dio “si riposò”. Ma nel calendario ebraico il settimo giorno coincide con lo Shabbat (che significa riposo), cioè il giorno in cui i sacerdoti si recavano al Tempio per officiare il culto. Dunque il settimo giorno era il giorno per eccellenza della classe sacerdotale, che quindi poteva riacquistare agli occhi del popolo quell’autorità che era venuta meno con la disfatta dell’esilio. Non bisogna dimenticare infatti che i primi “colpevoli” dell’esilio babilonese furono ritenuti proprio i sacerdoti, a causa dei loro peccati contro Dio e contro il popolo denunciati dai profeti. Al racconto di Genesi 1 soggiace insomma un’esigenza apologetica della classe sacerdotale per riacquistare credibilità e autorevolezza. Questa la genesi storico-letteraria del testo “incriminato”, che ovviamente nulla toglie all’interpretazione teologica, di cui è legittimo e unico depositario il magistero della chiesa.

Per concludere. Quando si discute su questa come su altre questioni che hanno a che fare con i testi biblici, bisognerebbe tenere presente che religione e scienza hanno statuti differenti che vanno rispettati. La religione dà una risposta alle domande ultime, al “perché” delle cose (e nel caso specifico di quella cattolica essa si fonda sulla Rivelazione di Dio – ciò che la distingue da tutto il resto e la connota più come fede che come religione – non è per nulla un fatto soggettivo né tantomeno intimistico-psicologico come vorrebbe la vulgata laicista e certa teologia catto-protestante); la scienza, invece, cerca di scoprire “come” avvengono i fenomeni. Tra le due prospettive non c’è opposizione, ma distinzione senza che ciò precluda la possibilità di essere allo stesso tempo scienziati e credenti. E forse non è un caso se tutti i più grandi scienziati della storia erano credenti e la maggior parte di essi cattolici. E’ tipico di una certa visione positivistica, purtroppo ancora oggi imperante, rappresentare la scienza come la luce contrapposta alle tenebre della fede.

Un pregiudizio bello e buono, propinato ad arte e consolidatosi nel corso dei secoli fino a diventare luogo comune. E come tutti i luoghi comuni, anche questo sul rapporto tra fede e scienza fatica a morire.

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Non siamo nati calciatori

Posté par atempodiblog le 28 mai 2017

Non siamo nati calciatori
Consapevoli di essere fortunati, desiderosi di aiutare gli altri (nonostante le invidie). L’appello di Marchisio per i migranti e l’impegno sociale di Thuram, Zanetti, Drogba & Co
di Paolo Di Stefano – Corriere della Sera

Non siamo nati calciatori dans Articoli di Giornali e News Claudio_Marchisio_e_la_situazione_del_mondo

«Io non sono nato calciatore» è una bella frase, che illustra l’intelligenza di un ragazzo, Claudio Marchisio, consapevole della propria fortuna. «Io non sono nato calciatore – ha scritto su Facebook il centrocampista della Juventus – ho vissuto i problemi di milioni di famiglie». Era una risposta a chi lo aveva rimproverato, anzi insultato (i social non conoscono mezze misure) per avere espresso la sua solidarietà nei confronti dei naufraghi nel Mediterraneo: «Come sta cambiando il mondo?», si chiedeva. Il risultato è stato duplice. Da una parte una valanga di condivisioni, dall’altra una slavina di improperi: chi gli consigliava di limitarsi a pensare alla finale di Champions e chi gli dava dell’ipocrita ricco e viziato.

È la reazione più automatica e più becera: un calciatore che guadagna un sacco di soldi non può (non deve) capire coloro i quali non hanno avuto la sua stessa fortuna, e se cerca di capire, uscendo dal perimetro del campo di calcio, non può che essere ipocrita, falso, untuoso, forse bugiardo. Siccome sarebbe chiuso in una gabbia dorata, tutto ciò che dirà a proposito del mondo esterno sarà assurdo, inappropriato, da prendere con sospetto… E per di più, in vista della finale, per un calciatore non dovrebbe esistere altro che la cura dei muscoli e della tattica.
Invece bisognerebbe essere grati a Marchisio, che ha espresso il suo pensiero sulle tragedie del nostro tempo con la sincerità umana che altri non hanno, avvezzi come sono al tran tran retorico-televisivo post partita: «Questa è la legge del calcio, la palla è rotonda» e poco più.

Un mondo blindato? Sì, ma meno che in passato. Visto che le eccezioni, e notevoli, non mancano. Anche Lilian Thuram, il difensore francese del Parma e della Juve, non è nato calciatore. E lo sa bene specie adesso che è «in pensione», tant’è vero che in un libro, intitolato Per l’uguaglianza , ha raccontato la propria infanzia povera in Guadalupa e poi, con l’emigrazione della famiglia (senza padre), il razzismo subìto a Parigi. La sua idea guida che il calcio è uno spazio pubblico da cui si trasmettono valori civili portò Thuram, nel 1998, a polemizzare con Jean-Marie Le Pen che lamentava l’eccesso di giocatori neri nella Nazionale francese. Con la Fondazione che porta il suo nome, Thuram è impegnato in ambito educativo, contro ogni discriminazione.

E se non è il solo, va segnalato che la sensibilità dei più è suggerita spesso da ragioni autobiografiche, cioè da memorie coloniali familiari più o meno dirette. Clarence Seedorf, tra l’altro ex Milan e Inter, olandese di origine surinamese, nel 2005 ha fondato «Champions for Children», che fornisce assistenza educativa e sanitaria nei paesi poveri. Il franco-ivoriano, e pacifista attivo, Didier Drogba ha una sua struttura che si occupa di combattere la malaria in Africa. Il nigeriano Nwankwo Kanu, che ogni interista dovrebbe ricordare, dopo aver scoperto i propri gravi problemi cardiaci ha messo su un’associazione per soccorre i bambini malati di cuore nel suo paese.
Per non dire dell’impegno a tutto campo (umanitario) del campione del mondo tedesco di origine turca, Mezut Özil. E ancora: Zinedine Zidane, David Beckham, Leo Messi e Cristiano Ronaldo, Xavier Zanetti… Oggi il vicepresidente dell’Inter aiuta i minori dei sobborghi complicati di Buenos Aires in cui lui stesso è faticosamente cresciuto. Il Capitano nerazzurro sa, come Marchisio, che nessuno è nato calciatore. E che il mondo è appena fuori.

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Il pensiero di Diego Manetti sulle esternazioni di Papa Francesco su Medjugorje

Posté par atempodiblog le 16 mai 2017

Il pensiero di Diego Manetti sulle esternazioni di Papa Francesco su Medjugorje

“QUESTE MIE APPARIZIONI QUI A MEDJUGORJE SONO LE ULTIME PER L’UMANITÀ. AFFRETTATEVI A CONVERTIRVI” (Messaggio di Medjugorje del 17 aprile 1982)

Il pensiero di Diego Manetti sulle esternazioni di Papa Francesco su Medjugorje dans Apparizioni mariane e santuari Madonna_di_Medjugorje

Dopo le esternazioni di PAPA FRANCESCO SU MEDJUGORJE nel corso della conferenza stampa in aereo di ritorno da Fatima per il centenario delle apparizioni (13 maggio 1917 – 2017) molti mi hanno chiesto che cosa pensassi. Ecco di seguito il mio pensiero.

Anzitutto è bene ricordare – come ha fatto Francesco – che le apparizioni mariane (vere o presunte) sono una forma di rivelazione privata che nulla aggiunge alla rivelazione della fede e pertanto la Chiesa non obbliga a credervi, benché le riconosca come prezioso ausilio per approfondire la fede stessa.

Il Papa ha quindi sottolineato due realtà positive su Medjugorje. 
La prima sono i frutti spirituali, ovvero le molte CONVERSIONI sincere e autentiche che a Medjugorje sono nate, sempre più numerose negli ultimi anni.

La seconda realtà che il Papa ha sottolineato sono le APPARIZIONI della prima fase, quando i veggenti erano ragazzi, per le quali il rapporto della Commissione presieduta dal Card. Ruini dice che è bene investigare ancora. Una apertura positiva e importante sulle apparizioni stesse, dunque, ben oltre il giudizio pastoralmente positivo che già un mese fa aveva espresso mons. HOSER a Medjugorje sottolineando la fede cristocentrica che là si respira.

Poi il Papa ha espresso perplessità sulla fase delle apparizioni attuali, precisando però che si tratta di una sua OPINIONE PERSONALE.

In merito, credo sia sufficiente considerarla come tale. Sapendo che l’opinione personale del vescovo di Roma non è certamente paragonabile al futuro pronunciamento ufficiale del Papa – cui Francesco stesso ha alluso al termine del suo intervento. Quale che sia questo pronunciamento, da figlio obbediente della Chiesa ben volentieri mi atterrò ad esso.

Ma, nell’attesa, posso ancora precisare che:

1. Se la prima fase delle apparizioni è considerata positivamente, per cui si dà credito almeno ai primi 3 anni delle apparizioni (dal 24 giugno 1981 al marzo 1984, allorché iniziano i messaggi del giovedì per la parrocchia, cui fanno seguito quelli mensili del 25, a partire dal gennaio 1987), bisogna tenere presente che in questo periodo sono compresi già i dieci SEGRETI DI MEDJUGORJE, rivelati per prima a Mirjana il 25 dicembre 1982. Quando si realizzeranno, dopo esser stati svelati con 3 giorni di anticipo, e quando verrà dato il SEGNO SULLA COLLINA, anche chi dubita crederà.

2. Nella prima fase rientra anche il messaggio del 17 aprile 1982 in cui la Regina della Pace indica Medjugorje come LE SUE ULTIME APPARIZIONI. Alla luce di questo messaggio, non possono esserci apparizioni mariane nel mondo dopo Medjugorje. Ora, poiché la Chiesa ha riconosciuto nel 2001 le apparizioni della Vergine dei Dolori di KIBEHO in Ruanda, che hanno avuto luogo dal 1981 al 1989, va da sé che occorre considerare come autentiche le apparizioni di Medjugorje almeno fino al 1989. A meno di dover considerare falso il messaggio del 17 aprile 1982 e dunque dubitare della prima fase delle apparizioni. Cosa che però la Commissione e le parole di papa Francesco paiono escludere.
Se si considerano autentiche (almeno) le apparizioni fino a tutto il 1989, ne segue che si accolgono come autentici i messaggi settimanali (1984-1987) e i primi 3 anni almeno di quelli mensili del 25 alla parrocchia. Messaggi che vengono dati a scadenze precise, secondo lo stile di Maria che a Bernadette ha dato appuntamento per 15 giorni nello stesso posto e che a Fatima hai chiesto ai pastorelli di tornare il 13 del mese a mezzogiorno. 
Se sono autentiche le apparizioni fino al 1989, e se le conversioni continuano ancora oggi, perché dubitare che sia tutto vero?

3. Infine, desidero precisare che CREDO ALLA PRESENZA DI MARIA A MEDJUGORJE e sono grato a Dio per aver incontrato quella oasi di pace che mi ha fatto vivere una fede più profonda e sperimentare l’amore di Gesù e Maria. 
E sono onorato, nel mio piccolo, di poter servire la Regina della Pace con libri, catechesi, apostolato e testimonianza di vita.

Amen, alleluja.

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Il Papa: «Abbiamo una Madre, aggrappati a Lei come dei figli»

Posté par atempodiblog le 13 mai 2017

Il Papa: «Abbiamo una Madre, aggrappati a Lei come dei figli»
I due pastorelli di Fatima, Giacinta e Francesco, sono santi. Papa Francesco, nella Messa per la loro canonizzazione, ricorda che, come i tre veggenti, anche noi dobbiamo essere segno – per chi è abbandonato, povero, malato, emarginato – dell’amore di Dio e della sua misericordia. «Contro l’indifferenza che ci raggela il cuore».  E Bergoglio ha ricordato ancora una volta che la Chiesa dev’essere missionaria, «ricca di cuore e povera di mezzi».
di Annachiara Valle  Famiglia Cristiana

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Malati, disoccupati, migranti, anziani. Papa Francesco canonizza Francesco e Giacinta ricordando, alla folla che ha vegliato tutta la notte in preghiera, il senso del messaggio della Madonna apparsa a Fatima 100 anni fa: quello di una Madre in pena per l’umanità. Una Madre che vuole ricoprire e proteggere tutti con il suo manto. Che vuole essere «come un’ancora» che sostiene la nostra speranza.

Pellegrino di pace, Francesco ricorda Giacinta e Francesco, che oggi canonizza e le parole di suor Lucia, la terza dei tre pastorelli, morta nel 2005 e della quale, nel 2008, si è aperto il processo di beatificazione. Ricorda la visione in cui Maria dice a Giacinta: «Non vedi tante strade, tanti sentieri e campi pieni di persone che piangono per la fame e non hanno niente da mangiare? E il Santo Padre in una chiesa, davanti al Cuore Immacolato di Maria, in preghiera? E tanta gente in preghiera con lui?». E proprio pensando a queste parole Bergoglio invita tutti a pregare con lui e affida a Maria «i suoi figli e figlie. Sotto il suo manto non si perdono; dalle sue braccia verrà la speranza e la pace di cui hanno bisogno e che io supplico per tutti i miei fratelli nel Battesimo e in umanità, in particolare per i malati e i disabili, i detenuti e i disoccupati, i poveri e gli abbandonati».

A margine della messa papa Francesco aveva incontrato una famiglia palestinese già conosciuta in Italia, lo scorso anno, al Cara di Castelnuovo di Porto. Una famiglia profuga dal dopoguerra, passata per l’Iraq, la Siria, la Libia, Lampedusa e – grazie al progetto di ricollocazione europea – accolta oggi in Portogallo. Una famiglia musulmana devotissima alla Madonna. Pensa a loro Francesco, ai militari malati che ha incontrato nella base di Monte Real, appena sceso dall’aereo, agli altri malati che ha incontrato a Fatima prima e dopo la messa, ai bambini. E chiede a ciascuno di abbandonarsi nelle braccia di Maria e di essere, a nostra volta, speranza per gli altri.  «Carissimi fratelli», dice ancora nell’omelia, «preghiamo Dio con la speranza che ci ascoltino gli uomini; e rivolgiamoci agli uomini con la certezza che ci soccorre Dio. Egli infatti ci ha creati come una speranza per gli altri, una speranza reale e realizzabile secondo lo stato di vita di ciascuno. Nel “chiedere” ed “esigere” da ciascuno di noi l’adempimento dei doveri del proprio stato, il cielo mette in moto qui una vera e propria mobilitazione generale contro questa indifferenza che ci raggela il cuore e aggrava la nostra miopia. Non vogliamo essere una speranza abortita! La vita può sopravvivere solo grazie alla generosità di un’altra vita».

Anche il cardinale Piero Parolin, nella messa celebrata durante la veglia della notte, aveva sottolineato quanto sia indispensabile questa generosità, l’essere disposti a pagare un prezzo per arrestare il male e costruire la pace. Come quando si riceve una banconota falsa, aveva detto come esempio il segretario di Stato, e si è vittime innocenti del male. E quel male lo si arresta soltanto «caricandosi in qualche modo di quella banconota». La «reazione spontanea, e persino ritenuta logica, sarebbe di passarla a qualcun altro. In questo si vede come siamo tutti inclini a cadere in una logica perversa che ci domina e spinge a propagare il male. Se mi comporto secondo questa logica, la mia situazione cambia: io ero vittima innocente quando ho ricevuto la banconota contraffatta; il male degli altri è caduto su di me. Nel momento, però, in cui coscientemente passo la banconota falsa a un altro, io non sono più innocente: sono stato vinto dalla forza e dalla seduzione del male, provocando una nuova vittima; mi sono fatto trasmettitore del male, sono diventato responsabile e colpevole. L’alternativa è quella di fermare l’avanzata del male; ma ciò è possibile solo pagando un prezzo, restando cioè io con la banconota falsa e liberando così l’altro dall’avanzata del male».

Come ha fatto Gesù, dice, nella messa di oggi, il Papa, che ha portato la croce prima di noi, caricandosi del male del mondo. Il Signore, ha concluso papa Francesco, «sempre ci precede. Quando passiamo attraverso una croce, Egli vi è già passato prima. Così non saliamo alla croce per trovare Gesù; ma è stato Lui che si è umiliato ed è sceso fino alla croce per trovare noi e, in noi, vincere le tenebre del male e riportarci verso la Luce. Sotto la protezione di Maria, siamo nel mondo sentinelle del mattino che sanno contemplare il vero volto di Gesù Salvatore, quello che brilla a Pasqua, e riscoprire il volto giovane e bello della Chiesa, che risplende quando è missionaria, accogliente, libera, fedele, povera di mezzi e ricca di amore».

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Ecco perché maggio è il mese di Maria

Posté par atempodiblog le 12 mai 2017

La storia. Ecco perché maggio è il mese di Maria
Maggio è tradizionalmente il mese dedicato alla Madonna. Dal Medio Evo a oggi, dalle statue incoronate di fiori al magistero dei Papi, l’origine e le forme di una devozione popolare molto sentita.
Riccardo Maccioni – Avvenire

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Il mese di maggio è il periodo dell’anno che più di ogni altro abbiniamo alla Madonna. Un tempo in cui si moltiplicano i Rosari a casa e nei cortili, sono frequenti i pellegrinaggi ai santuari, si sente più forte il bisogno di preghiere speciali alla Vergine. Alla base l’intreccio virtuoso tra la natura, che si colora e profuma di fiori, e la devozione popolare.

Il re saggio e la nascita del Rosario
In particolare la storia ci porta al Medio Evo, ai filosofi di Chartres nel 1100 e ancora di più al XIII secolo, quando Alfonso X detto il saggio, re di Castiglia e Leon, in “Las Cantigas de Santa Maria” celebrava Maria come: «Rosa delle rose, fiore dei fiori, donna fra le donne, unica signora, luce dei santi e dei cieli via (…)». Di lì a poco il beato domenicano Enrico Suso di Costanza mistico tedesco vissuto tra il 1295 e il 1366 nel Libretto dell’eterna sapienza si rivolgeva così alla Madonna: «Sii benedetta tu aurora nascente, sopra tutte le creature, e benedetto sia il prato fiorito di rose rosse del tuo bei viso, ornato con il fiore rosso rubino dell’Eterna Sapienza!». Ma il Medio Evo vede anche la nascita del Rosario, il cui richiamo ai fiori è evidente sin dal nome. Siccome alla amata si offrono ghirlande di rose, alla Madonna si regalano ghirlande di Ave Maria.

Le prime pratiche devozionali, legate in qualche modo al mese di maggio risalgono però al XVI secolo. In particolare a Roma san Filippo Neri, insegnava ai suoi giovani a circondare di fiori l’immagine della Madre, a cantare le sue lodi, a offrire atti di mortificazione in suo onore. Un altro balzo in avanti e siamo nel 1677, quando il noviziato di Fiesole, fondò una sorta di confraternita denominata “Comunella”. Riferisce la cronaca dell’archivio di San Domenico che «essendo giunte le feste di maggio e sentendo noi il giorno avanti molti secolari che incominiciava a cantar meggio e fare festa alle creature da loro amate, stabilimmo di volerlo cantare anche noi alla Santissima Vergine Maria….». Si cominciò con il Calendimaggio, cioè il primo giorno del mese, cui a breve si aggiunsero le domeniche e infine tutti gli altri giorni. Erano per lo più riti popolari semplici, nutriti di preghiera in cui si cantavano le litanie, e s’incoronavano di fiori le statue mariane. Parallelamente si moltiplicavano le pubblicazioni. Alla natura, regina pagana della primavera, iniziava a contrapporsi, per così dire, la regina del cielo. E come per un contagio virtuoso quella devozione cresceva in ogni angolo della penisola, da Mantova a Napoli.

L’indicazione del gesuita Dionisi
L’indicazione di maggio come mese di Maria lo dobbiamo però a un padre gesuita: Annibale Dionisi. Un religioso di estrazione nobile, nato a Verona nel 1679 e morto nel 1754 dopo una vita, a detta dei confratelli, contrassegnata dalla pazienza, dalla povertà, dalla dolcezza. Nel 1725 Dionisi pubblica a Parma con lo pseudonimo di Mariano Partenio “Il mese di Maria o sia il mese di maggio consacrato a Maria con l’esercizio di vari fiori di virtù proposti a’ veri devoti di lei”. Tra le novità del testo l’invito a vivere, a praticare la devozione mariana nei luoghi quotidiani, nell’ordinario, non necessariamente in chiesa «per santificare quel luogo e regolare le nostre azioni come fatte sotto gli occhi purissimi della Santissima Vergine». In ogni caso lo schema da seguire, possiamo definirlo così, è semplice: preghiera (preferibilmente il Rosario) davanti all’immagine della Vergine, considerazione vale a dire meditazione sui misteri eterni, fioretto o ossequio, giaculatoria. Negli stessi anni, per lo sviluppo della devozione mariana sono importanti anche le testimonianze dell’altro gesuita padre Alfonso Muzzarelli che nel 1785 pubblica “Il mese di Maria o sia di Maggio” e di don Giuseppe Peligni.

Da Grignion de Montfort all’enciclica di Paolo VI
Il resto è storia recente. La devozione mariana passa per la proclamazione del Dogma dell’Immacolata concezione (1854) cresce grazie all’amore smisurato per la Vergine di santi come don Bosco, si alimenta del sapiente magistero dei Papi. Nell’enciclica Mense Maio datata 29 aprile 1965, Paolo VI indica maggio come «il mese in cui, nei templi e fra le pareti domestiche, più fervido e più affettuoso dal cuore dei cristiani sale a Maria l’omaggio della loro preghiera e della loro venerazione. Ed è anche il mese nel quale più larghi e abbondanti dal suo trono affluiscono a noi i doni della divina misericordia». Nessun fraintendimento però sul ruolo giocato dalla Vergine nell’economia della salvezza, «giacché Maria – scrive ancora papa Montini – è pur sempre strada che conduce a Cristo. Ogni incontro con lei non può non risolversi in un incontro con Cristo stesso». Un ruolo, una presenza, sottolineato da tutti i santi, specie da quelli maggiormente devoti alla Madonna, senza che questo diminusca l’amore per la Madre, la sua venerazione. Nel “Trattato della vera devozione a Maria” san Luigi Maria Grignion de Montfort scrive: «Dio Padre riunì tutte le acque e le chiamò mària (mare); riunì tutte le grazie e le chiamò Maria».

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L’arcivescovo Kaigama. «Cercano vita, pace e sicurezza. Ma sanno di poter morire»

Posté par atempodiblog le 11 mai 2017

L’arcivescovo Kaigama. «Cercano vita, pace e sicurezza. Ma sanno di poter morire»
Il presidente della Conferenza episcopale nigeriana racconta i drammi che sono all’origine di tanti viaggi della speranza: tra cristiani e musulmani molto è stato fatto…
di Antonio Maria Mira – Avvenire

L'arcivescovo Kaigama. «Cercano vita, pace e sicurezza. Ma sanno di poter morire» dans Articoli di Giornali e News Mons._Ignatius_Kaigama
Testimone. Il vescovo di Jos, monsignor Ignatius Kaigama

«In Nigeria mi dicono “piuttosto di morire qui io rischio e parto, so che potrei morire nel deserto o in mare ma forse no. E allora rischio per cercare una vita migliore, la sicurezza, la pace”». Queste le motivazioni dei migranti verso l’Italia e l’Europa, come spiega monsignor Ignatius Ayau Kaigama, arcivescovo di Jos, nel nord del Paese, presidente della Conferenza episcopale nigeriana e delle Conferenze episcopali dell’Africa occidentale. L’abbiamo incontrato a Lamezia Terme, dove ha partecipato ad alcuni incontri promossi dalla Caritas diocesana e dalla Comunità Progetto Sud di don Giacomo Panizza, protagonista di tanti progetti di integrazione dei migranti. Poi sarà a Roma e quindi con papa Francesco a Fatima, dove, ci dice, «pregherò Maria per la guarigione del mio Paese da tutte le sue malattie».

Con lui parliamo di Boko Haram, di dialogo tra cristiani e musulmani, di migrazione, di tratta di esseri umani, di sfruttamento delle ragazze. E lancia anche un appello ai “clienti” italiani delle schiave del sesso nigeriane, spesso minorenni. «Dovrebbero chiedersi: se fosse mia figlia la tratterei così? C’è bisogno che le persone recuperino la propria umanità. Un essere umano non può essere trattato come un oggetto. Penso alle ragazze vendute sulle strade e ai ragazzi sfruttati sul lavoro». E aggiunge: «Noi preghiamo per la conversione di chi li sfrutta e di chi li compra. Ma la responsabilità è anche di chi è al governo in Nigeria e con la corruzione porta via i soldi provocando la povertà e favorendo così il fenomeno della tratta. Tutti, ad ogni livello, devono recuperare la propria integrità morale. Ed è molto importante – dice ringraziando don Giacomo – quello che state facendo per salvare i nostri ragazzi».

Da pochi giorni sono libere 82 ragazze sequestrate da Boko Haram. Una buona notizia, finalmente…
Davvero una bella notizia. Il loro rapimento è stata una tragedia immensa per tutta la Nigeria. Ma ci sono ancora tante ragazze nella foresta in mano a Boko Haram. Noi speriamo che tutte possano essere liberate, sia attraverso trattative che passi diplomatici.

Come mai c’è voluto così tanto tempo? Davvero si è fatto tutto?
È la stessa domanda che ci siamo fatti anche noi. Inizialmente durante il governo del presidente Goodluck, non erano nemmeno sicuri del rapimento e quindi hanno reagito quando ormai era troppo tardi. Poi con la venuta del presidente Buhari, una delle sue priorità è stata combattere Boko Haram. In parte c’è riuscito anche se non è stato ancora sconfitto totalmente. Ma anche la comunità internazionale non ha reagito subito con forza lasciando passare troppo tempo. Ora anche l’Onu e l’Europa hanno dato un aiuto.

Ma è possibile raggiungere la pace in Nigeria solo attraverso la forza?
Come dice sempre papa Francesco la guerra non porta mai la pace. Perché ci sia la pace ci vogliono la giustizia, un’equa distribuzione delle risorse, creare strutture nelle quali ogni nigeriano si senta rappresentato e sicuro, serve lavoro, lotta alla povertà. Boko Haram ha fatto emergere il malcontento dei nigeriani. Ha trovato un terreno fertile per la sua attività. Ora anche se sarà sconfitto militarmente, bisogna creare una giustizia sociale anche perché ci sono altri focolai, nel Delta del Niger e in Biafra.

È possibile una convivenza pacifica tra cristiani e musulmani?
In Nigeria il nord è a maggioranza musulmana, il sud a maggioranza cristiana. Mentre cristiani e musulmani del sud convivono pacificamente, tant’è che si sposano tra di loro, invece la situazione del nord è più complicato. Non si può dire che al Nord c’è una guerra tra musulmani e cristiani però c’è sempre una tensione molto alta. Molto è stato fatto e si sta facendo per cercare di costruire una convivenza pacifica e un dialogo però c’è ancora tanto cammino da fare.

Lei stesso è dovuto intervenire per placare gli animi della comunità cristiana, per evitare vendette…
È vero. Una domenica nella mia diocesi ci fu un attacco a una chiesa con l’uccisione di 14 persone. La prima reazione dei cristiani fu di rispondere alla violenza con la violenza. Io sono corso in quella chiesa, il tetto era crollato, c’erano ancora le persone morte. Tutta la gente era infuriata e era lì come per aspettare da me l’invito a combattere. Ho visto che c’era ancora il Santissimo, mi sono inginocchiato per tre minuti e allora si è fatto silenzio. Mi sono alzato e ho chiesto di recitare insieme il ‘Padre nostro’. Poi ho detto «se volete andare a combattere ci saranno tanti altri morti oltre a questi 14. La pace non si costruisce così. Anche se ci fa male noi siamo cristiani e perdoniamo». E la situazione si è calmata.

Lei ha parlato di un Paese dove c’è violenza e ingiustizia. Anche per questo tante persone fuggono e molte arrivano in Italia, dove qualcuno parla di invasione, dicendo che devono tornare indietro.
Affrontano questo viaggio, sapendo di correre il rischio di morire, perché sognano luoghi di speranza. Io ringrazio l’Italia per l’accoglienza di tanti nigeriani, ma se si riuscisse a collaborare di più, creando anche nel mio Paese le condizioni favorevoli, sicuramente si ridurrebbe questa migrazione.

Cosa è venuto a vedere in Calabria?
Sono venuto per capire meglio la serietà di questo problema, la tratta di esseri umani, lo sfruttamento delle donne. Ora che sono più cosciente capisco che è importante, con gli altri vescovi, far sapere alle persone. Bisogna in primo luogo far crescere l’attenzione in Nigeria. Soprattutto per i giovani. Anche con l’aiuto dell’Europa. Bisogna lavorare lì perché questo sfruttamento finisca. Ma poi quando giungono qui il primo dovere è di accogliere. Sono esseri umani e molti di loro non sono venuti di loro spontanea volontà ma per fuggire dalla povertà.

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L’educazione al canto è un’arma sottovalutata per ricostruire un popolo

Posté par atempodiblog le 22 avril 2017

L’educazione al canto è un’arma sottovalutata per ricostruire un popolo
Un concerto a Sheffield e l’importanza di insegnare la musica. Perché al canto viene riservato poco spazio nella formazione italiana?
di Giovanni Maddalena - Il Foglio
Tratto da: Una casa sulla Roccia

L'educazione al canto è un'arma sottovalutata per ricostruire un popolo dans Articoli di Giornali e News L_educazione_al_canto

Cantavano in tanti lo scorso sabato 8 a Sheffield, per il 275esimo anniversario della prima del Messiah di Handel, tenuta a Dublino nella primavera del 1742. La società bachiana della cittadina inglese, ora nota soprattutto per la celebre università che quest’anno ospitava la società britannica degli storici della filosofia, aveva organizzato un concerto di beneficienza in cui ciascuno poteva partecipare come cantante, se voleva non limitarsi a fare lo spettatore. Ovviamente c’erano orchestra, cantanti professionisti e direttore celebre, ma il coro – quello dello splendido Hallelujah – era formato dal popolo. Saranno stati in quattrocento. Prove nel pomeriggio, cena in piedi e poi il concerto nella splendida cattedrale gotica.

L’idea è bella di per sé, ma quando i quattrocento si sono alzati in piedi per il primo coro, la profonda emozione che ha afferrato il pubblico faceva nascere anche qualche ulteriore pensiero su tecnologia, gesti ed educazione a cui spesso questa rubrica è stata dedicata. Al canto, e alla musica in genere, viene riservato poco spazio nella formazione italiana. Si diceva in un precedente articolo di come non si sia ripensata l’esperienza della tecnologia che tutti usiamo, e non la si sia inserita compiutamente, riflessivamente nell’educazione. Allo stesso modo, almeno in Italia, si è sottovalutato e si continua a sottovalutare l’importanza della musica e del canto.

Le questioni sono collegate. La musica e il canto richiedono una profonda unità del fare e del capire, anzi richiedono un fare per capire, come vorrebbe anche un insegnamento adeguato delle tecnologie. Del resto, il canto e la musica sono delle tecnologie, che non a caso occorre praticare per imparare e per capire. Ma ancora una volta, si è declassato il “fare” a un’applicazione più o meno utile – e in questo caso quasi inutile – come se l’azione non potesse essere un modo di ragionamento incarnato. Così il canto e la musica in genere sono passati nella nicchia dell’estetica e lì sono stati abbandonati. Eppure, a sentire il Messiah si capisce molto dell’Inghilterra, dell’anglicanesimo, della filosofia e dell’antropologia, della forza e anche della debolezza di un popolo e di una mentalità. Fare serve per capire almeno quanto il capire serve per fare.

Ma oltre a un ripensamento radicale dell’idealismo che pervade ancora la struttura della nostra mentalità e del nostro insegnamento, lo splendido coro popolare di Sheffield metteva in luce anche un’altra caratteristica di quella specifica tecnologia che è il cantare. Cantare è un gesto, unisce diversi tipi di segno: anche solo ricordando le principali classificazioni del segno, nel canto troviamo le parole e la loro simbolicità, le note nella loro indicalità, l’armonia e la sua iconicità. Inoltre richiede presenza fisica, la presenza emotiva, coscienza vaga o meno vaga dei significati e relazione con altri che ascoltano o cantano insieme nonché la relazione profonda e libera con chi dirige. In poche parole, il canto è intrinsecamente relazionale e riunisce intorno a significati condivisi, com’è chiaro per gli inglesi e il Messiah di Handel, ma è vero anche per gli ultras negli stadi, per le comunità di ogni religione e per i reggimenti militari. Il canto crea unità. Certo ci sono state e ci sono unità criminose o pericolose, ma il nostro insegnamento che esclude o minimizza questa possibilità di gesto così completo che è il canto, così come accade da molto tempo nella maggioranza delle nostre famiglie, rende impossibile quest’unità, della cui mancanza tutti sembrano lamentarsi. E’ vero, viviamo in una società divisa, polarizzata, spesso produttrice di solitudine e sfruttamento. L’educazione al canto, per quanto sembri una risposta assurda e lontana, non è l’ultima delle armi a cui dovremmo e potremmo fare ricorso.

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Edoardo che non vuole morire: “Io più forte della disperazione”

Posté par atempodiblog le 22 avril 2017

Edoardo che non vuole morire: “Io più forte della disperazione”
Paralizzato a 17 anni dopo un incidente: “Non giudico le scelte altrui, anche io ho pensato al suicidio. Ma voglio credere ancora nel futuro”
di Massimo Numa – La Stampa

Edoardo che non vuole morire: “Io più forte della disperazione” dans Articoli di Giornali e News Edoardo_Bonelli
Edoardo ogni mattina va a scuola sulla sedia a rotelle. Nel week end va in montagna e segue il Toro: «Grazie alla famiglia e agli amici ho sconfitto la depressione»

Nel pieno di un dibattito, non sempre sereno, sul fine-vita, sul «diritto» di morire con una legge dello Stato, sui viaggi senza ritorno nelle cliniche svizzere, accompagnati anche da politici e supporter, Edoardo Bonelli, 18 anni, studente del liceo americano, dopo un banale incidente stradale che gli ha causato una devastante invalidità, racconta invece una storia diversa.

La sintesi è un messaggio contro la rassegnazione, contro la disperazione, contro un modo facile di valutare il dono della vita in tutte le sue dolorose sfumature. Non è una questione “solo” religiosa, ma anche una riflessione che appartiene a una visione laica.

«Andavo piano»
«L’incidente è avvenuto un anno e mezzo fa, un’automobilista mi ha tagliato la strada e sono caduto. Se si dovesse ripetere per mille volte quella dinamica, non ci sarebbero conseguenze così gravi. Frattura di due vertebre alte, C5 e C6, paralisi quasi completa. Per mesi in un letto, poi faticosamente ho ripreso un minimo di funzionalità, vedi? Con le mani riesco a sfiorare la tastiera del telefono, sono connesso…».

Una vita che cambia tutto in una frazione di secondo. Prima e dopo. Con la depressione, Edoardo lo dice senza timore, anche l’idea del suicidio. «È vero, sì. Ci ho pensato. E poi, grazie alla mia famiglia, ai miei amici, a me stesso soprattutto, ho iniziato a riflettere. Alla fine di questo lungo e, non lo nascondo, difficile percorso ho deciso di credere nel mio futuro, di trovare le ragioni per continuare a vivere. Se può essere utile condividere questo messaggio per chi è nelle mie stesse condizioni, allora lo faccio volentieri, parlandone e ascoltando anche voci diverse. Non voglio entrare nel merito di chi ha fatto altre scelte o di chi sostiene l’eutanasia. Ma la strada potrebbe essere un’altra. Quella di una razionale speranza, proiettata nel tempo, senza limiti, senza utopie».

«Contro la rassegnazione»
Edoardo frequenta con buon profitto il liceo americano di Torino, ogni mattina va a scuola, sulla sedia a rotelle, accompagnato con un’auto attrezzata. Studi, gli amici, nel week end va in montagna, è un tifoso del Toro, e anche oggi non riesce proprio a odiare la sua moto, una Ktm 125 da enduro; forse per colpa di una manovra errata altrui (è in corso un processo), è diventato un invalido: «Andavo piano, avevo non solo il casco integrale, ma le protezioni per la schiena, i guanti, tutto il resto…». Un impatto a bassa velocità ma il destino sembra quello tracciato dal film “Sliding Door”, un porta che può aprirsi o chiudersi, e la sorte cambia per sempre, perfetta rappresentazione del fato, secondo gli antichi greci.

«All’inizio anche i miei rapporti sociali li sentivo più difficili, prima di tutto, credo, devi accettare tu quello che sei, poi gli altri. Ora i miei amici sono tornati ad essere gli stessi di prima, ci vediamo, usciamo, la questione del mio stato, che esiste con tutte le implicazioni che comporta, non conta più, se non per i limiti fisici». Va tutto bene, dunque? «I momenti di banale scoramento, o di tristezza, o di malinconia, o anche di dolore, ci sono stati, ci sono e ci saranno. La condizione umana, anche in una vita normale, genera lo stesso sofferenze e pensieri neri. Nella mia condizione è un processo ancora più complicato. Ma sono sicuro di avere una solida volontà di reagire».

Edoardo sa tutto sulle prospettive della scienza e di una chirurgia in continua evoluzione, sull’esoscheletro (la possibilità di alzarsi e camminare sostenuti da protesi digitalizzate e guidate da remoto) e sulle ultime tecniche ricostruttive. Zero illusioni: «L’esoscheletro, almeno in questa fase, assicura solo una mobilità limitata. Credo che il vero passaggio cruciale sia la ricostruzione del midollo leso, ma non so se ci riusciranno mai».

Il capitolo risarcimenti
Edoardo ha solo 18 anni, presto molti dei limiti della medicina attuale potrebbero evolvere in senso positivo. Ma bisogna attrezzarsi. E’ qui l’aspetto più amaro. La questione dei risarcimenti è centrale in una storia come la sua. Le assicurazioni, specie in questo periodo, vogliono pagare il meno possibile, complicando il futuro dei ragazzi come Edoardo ma anche delle loro famiglie. Il costo dell’assistenza è altissimo, e va pianificato per decenni, anche quando i malati resteranno soli. Le pratiche si muovono lentamente, l’esito dei processi è spesso incerto. Edoardo tace. I suoi familiari anche. Gli avvocati sono al lavoro, con uno strano male nel cuore. Sarà una battaglia lunga e insidiosa.

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“L’evangelizzazione non può essere presuntuosa”

Posté par atempodiblog le 13 avril 2017

“L’evangelizzazione non può essere presuntuosa”
Il Papa invita a fare omelie brevi e afferma: nessuno separi «queste tre grazie del Vangelo: la sua verità non negoziabile, la sua misericordia incondizionata, e la sua gioia inclusiva»
di Andrea Tornielli – Vatican Insider

“L’evangelizzazione non può essere presuntuosa” dans Andrea Tornielli Papa_Francesco

«Che nessuno cerchi di separare queste tre grazie del Vangelo: la sua verità non negoziabile, la sua misericordia incondizionata con tutti i peccatori, e la sua gioia intima e inclusiva». Papa Francesco celebra la messa crismale del Giovedì Santo in San Pietro, durante la quale viene benedetto l’olio che sarà usato per amministrare i sacramenti lungo l’anno, e spiega che «Non può essere presuntuosa l’evangelizzazione. Non può essere rigida l’integrità della verità». Con il Vescovo di Roma concelebrano i preti della diocesi, che rinnovano le promesse fatte al momento dell’ordinazione.

Nell’omelia, il Papa ha insistito sul «lieto annuncio ai poveri» che Gesù ha portato. «Gioioso della gioia evangelica: di chi è stato unto nei suoi peccati con l’olio del perdono e unto nel suo carisma con l’olio della missione, per ungere gli altri.

E, al pari di Gesù, il sacerdote rende gioioso l’annuncio con tutta la sua persona. Quando predica l’omelia – breve, se possibile – lo fa con la gioia che tocca il cuore della sua gente mediante la Parola con cui il Signore ha toccato lui nella sua preghiera».

«Come ogni discepolo missionario, il sacerdote rende gioioso l’annuncio con tutto il suo essere. E, d’altra parte, sono proprio i particolari più piccoli – tutti lo abbiamo sperimentato – quelli che meglio contengono e comunicano la gioia: il particolare di chi fa un piccolo passo in più e fa sì che la misericordia trabocchi nelle terre di nessuno; il particolare di chi si decide a concretizzare e fissa giorno e ora dell’incontro; il particolare di chi lascia, con mite disponibilità, che usino il suo tempo…».

Il lieto annuncio, sottolinea Francesco, «non è un oggetto, è una missione». E in una sola parola, Vangelo, nell’atto di essere comunicato «diventa gioiosa e misericordiosa verità. Che nessuno cerchi di separare queste tre grazie del Vangelo: la sua Verità – non negoziabile –, la sua Misericordia – incondizionata con tutti i peccatori – e la sua Gioia – intima e inclusiva».

Bergoglio sottolinea che «mai la verità del lieto Annuncio potrà essere solo una verità astratta, di quelle che non si incarnano pienamente nella vita delle persone perché si sentono più comode nella lettera stampata dei libri. Mai la misericordia del lieto Annuncio potrà essere una falsa commiserazione, che lascia il peccatore nella sua miseria perché non gli dà la mano per alzarsi in piedi e non lo accompagna a fare un passo avanti nel suo impegno. Mai potrà essere triste o neutro l’Annuncio, perché è espressione di una gioia interamente personale. La gioia di un Padre che non vuole che si perda nessuno dei suoi piccoli, la gioia di Gesù nel vedere che i poveri sono evangelizzati e che i piccoli vanno ad evangelizzare».

Francesco ha quindi detto che «le gioie del Vangelo» sono «speciali» e «vanno messe in otri nuovi». Ha quindi presentato tre icone di otri nuovi. La prima è quella delle anfore di pietra delle nozze di Cana. «Maria è l’otre nuovo della pienezza contagiosa. Lei è la Madonna della prontezza», e «senza la Madonna non possiamo andare avanti nel sacerdozio!». Lei «ci permette di superare la tentazione della paura: quel non avere il coraggio di farsi riempire fino all’orlo, quella pusillanimità di non andare a contagiare di gioia gli altri».

La seconda icona del lieto Annuncio è la brocca che portava sulla testa la Samaritana al pozzo, il mezzo con cui la donna attinge l’acqua per dissetare Gesù. «Un otre nuovo con questa concretezza inclusiva il Signore ce l’ha regalato nell’anima “samaritana” che è stata Madre Teresa di Calcutta. Lui la chiamò e le disse: ho sete. “Piccola mia, vieni, portami nei buchi dei poveri. Vieni, sii mia luce. Non posso andare da solo. Non mi conoscono, per questo non mi vogliono. Portami da loro”. E lei, cominciando da uno concreto, con il suo sorriso e il suo modo di toccare con le mani le ferite, ha portato il lieto Annuncio a tutti». Le «carezze sacerdotali ai malati ai disperati del sacerdote uomo della tenerezza».

Infine, la terza icona del lieto Annuncio è «l’otre immenso del Cuore trafitto del Signore: integrità mite, umile e povera, che attira tutti a sé. Da Lui dobbiamo imparare che annunciare una grande gioia a coloro che sono molto poveri non si può fare se non in modo rispettoso e umile fino all’umiliazione».

Per questo Francesco ha spiegato che «non può essere presuntuosa l’evangelizzazione. Non può essere rigida l’integrità della verità. Perché la verità si è fatta carne, tenerezza, si è fatta bambino, si è fatta uomo, si è fatta peccato in croce. Lo Spirito annuncia e insegna tutta la verità e non teme di farla bere a sorsi. Lo Spirito ci dice in ogni momento quello che dobbiamo dire ai nostri avversari e illumina il piccolo passo avanti che in quel momento possiamo fare. Questa mite integrità dà gioia ai poveri, rianima i peccatori, fa respirare coloro che sono oppressi dal demonio».

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Critiche al Papa, se s’indigna il popolo

Posté par atempodiblog le 12 avril 2017

Critiche al Papa, se s’indigna il popolo
Il popolo di Dio, a messa in parrocchia, ha tutto il diritto di indignarsi e di gridare un liberante “Basta!” se il prete usa il pulpito per sparlare del Papa
di Andrea Tornielli – Sacri Palazzi

Critiche al Papa, se s'indigna il popolo dans Andrea Tornielli Papa_Francesco

L’episodio in sé non va certo enfatizzato. Domenica scorsa, nel giorno della celebrazione delle Palme, un viceparroco di origini indiane in una parrocchia di Montesilvano, in provincia di Pescara, ha criticato dal pulpito Papa Francesco. Non era la prima volta che accadeva. Don Edward Pushparaj, invece di commentare il Vangelo della Passione, si è prima lamentato del fatto che il Pontefice fin dal suo primo Giovedì Santo abbia incluso una donna e una donna musulmana (in un carcere minorile) tra le persone alle quali ha lavato i piedi, facendo memoria del gesto compiuto da Gesù. Com’è noto, con un apposito decreto della Congregazione del Culto divino la possibilità (non certo l’obbligo) di includere delle donne è stata ufficializzata dalla Santa Sede.

Il sacerdote non si è limitato a questo ma ha aggiunto che “in questi quattro anni Francesco ha fatto solo del male alla Chiesa”. Ora, nel web di preti che criticano il Papa – l’attuale e i predecessori – se ne trovavano e se ne trovano anche diversi. Don Edward però lo ha fatto dal pulpito, durante l’omelia della messa delle Palme in parrocchia.

La notizia – ed è il motivo per cui vi dedico queste righe – è però un’altra. La gente, i fedeli presenti a messa non hanno sopportato in silenzio come accade spesso durante le celebrazioni. Non ce l’hanno fatta a sopportare e hanno cominciato a contestare il prete contestatore chiedendogli di smettere. Alcuni si sono alzati e sono usciti dalla Chiesa.

Certo, non è mai bello che una celebrazione liturgica venga interrotta. Ma il troppo è troppo. E anche il “santo popolo fedele di Dio”, come lo chiama Papa Francesco, ha diritto di indignarsi un po’ e di chiedere al prete di non scandalizzare i semplici fedeli usando l’omelia per attaccare il Pontefice. E’ una piccola notizia che dà speranza. Sì, perché di fronte a certe elucubrazioni, a certe campagne mediatiche, ai complottismi senza ritorno ormai di stampo blasfemo messi nero su bianco da chi faceva l’iper-papista fino a quattro anni fa; di fronte all’insistenza con cui si cerca di confondere la gente per poi dire – dopo aver seminato confusione – che le persone sono confuse, l’unica vera risposta è una reazione pacata ma ferma. Una reazione sdrammatizzante dal basso. Servono a poco o a nulla le controdeduzioni sul web o sui social, il batti e ribatti nei circoli autoreferenziali di chi vive occupandosi esclusivamente di quale cartuccia mediatica sparare contro il Papa. Nel caso di don Edward non si è trattato di tifoserie manipolate o “gestite” da qualcuno, non erano truppe cammellate venute lì per contestare un povero prete “resistente”.

No, era gente comune, che andando a messa la Domenica delle Palme non ha tollerato di sentire un prete che dal pulpito attaccava il Papa. L’arcivescovo di Pescara, Tommaso Valentinetti, ha invitato il sacerdote a prendersi qualche giorno di riposo lontano dalla parrocchia. E pare gli abbia espresso un pensiero riassumibile in questo modo: io sono nato quando il Papa era Pio XII. A me hanno insegnato a voler bene al Papa e ho voluto bene a Pio XII, a Giovanni XXIII, a Paolo VI, a Giovanni Paolo I, a Giovanni Paolo II, a Benedetto XVI e ora a Francesco.

Un prete ha tutto il diritto di avere delle obiezioni su questa o quella decisione dell’attuale Vescovo di Roma come dei suoi predecessori. Ha diritto di esprimerle, di scriverle, etc. Ma il popolo di Dio, a messa in parrocchia, ha tutto il diritto di indignarsi e di gridare un liberante “Basta!” se il prete usa il pulpito per sparlare del Papa. Un liberante “Basta!” dei semplici fedeli ci salverà.

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«I 90 anni di Ratzinger lontano dal mondo, ma non si è mai pentito». Intervista a Georg Gänswein

Posté par atempodiblog le 12 avril 2017

«I 90 anni di Ratzinger lontano dal mondo, ma non si è mai pentito». Intervista a Georg Gänswein
Il segretario alla vigilia del compleanno: “Ha voluto una festa alla bavarese”

di Paolo Rodari – La Repubblica
Tratto da: Cinquantamila

«I 90 anni di Ratzinger lontano dal mondo, ma non si è mai pentito». Intervista a Georg Gänswein dans Articoli di Giornali e News Georg_G_nswein

Novant’anni domenica prossima, il giorno di Pasqua, Joseph Ratzinger vive «serenamente» e «con lucidità» l’ultima tappa della sua vita.
Legge «i padri della Chiesa» coi quali si è formato da giovane, convinto di «aver fatto la cosa giusta» quell’11 febbraio del 2013, quando rinunciò. Non ricevette «alcuna pressione», allora, e oggi vive sereno «senza farsi provocare» da coloro che continuamente lo contrappongono a Francesco, il successore che per lui rappresenta una «ventata di aria fresca» nella Chiesa.
A Repubblica è monsignor Georg Gänswein a raccontare la vita di Benedetto XVI, nel ritiro del Mater Ecclesiae.

Come si avvicina Benedetto XVI al suo compleanno?
«È sereno, tranquillo e di buon umore. Vorrebbe fare solo una piccola cosa adatta alle sue forze. Verrà per qualche giorno anche il suo fratello Georg. Ed è questo per lui il dono più grande. A Pasquetta, un giorno dopo il compleanno, ci sarà un modesto festeggiamento alla “bavarese”, con una piccola delegazione dalla Baviera, fra di loro anche gli Schützen».

Fisicamente come sta?
«È un uomo di novant’anni, lucidissimo, ma le forze fisiche diminuiscono. Le gambe sono affaticate. Perciò, per essere più sicuro, si appoggia su un girello che gli garantisce autonomia e sicurezza nel movimento».

Suona ancora il piano?
«Di meno rispetto a un anno fa. Dice che le mani non obbediscono più come una volta o almeno non come dovrebbero obbedire per suonare bene».

Guarda la tv?
«Solo il telegiornale alle 20 o alle 20.30. Riceve L’Osservatore Romano e l’Avvenire e due giornali tedeschi. Tutti i giorni c’è inoltre la rassegna stampa che gli passa la Segreteria di Stato».

A quali letture si dedica?
«Soprattutto ai suoi grandi maestri, i padri della Chiesa che tanto l’avevano accompagnato negli anni in cui insegnava teologia, ma ama anche restare aggiornato sulle recenti pubblicazioni teologiche, le voci più importanti almeno».

Ha scritto un testamento?
«Il suo testamento spirituale è il libro su Gesù di Nazareth. Ovviamente ha fatto anche un suo testamento personale».

Parla mai dell’aldilà?
«Nel suo ultimo saluto a Castel Gandolfo, la sera del 28 febbraio 2013, accennò al fatto che lì iniziava per lui l’ultima tappa del suo pellegrinaggio terreno. Ogni giorno questa cosa è vera per lui. Ciò che si aspetta nell’aldilà l’ha ripetuto diverse volte quando ha “dialogato” con dei bambini sulla vita eterna».

In questi anni è mai ritornato sulla rinuncia?
«Non si è mai pentito. È convinto di avere fatto la cosa giusta, per amore del Signore e per il bene della Chiesa. Nella sua anima c’è una pace toccante, che fa capire che nella coscienza c’è la certezza di aver fatto bene davanti a Dio. La presenza della pace dentro di lui è un dono bellissimo conseguente alla decisione».

Ha avuto pressioni per dimettersi?
«No, per niente! L’ha detto lui stesso nel libro “Ultime conversazioni” di Peter Seewald; non ha avuto pressioni da nessun parte. Se ci fossero state, lui non avrebbe ceduto. Era divenuto consapevole di non avere più le forze necessarie per guidare la barca di Pietro che aveva necessità di un timone forte. Ha capito di dover ridare nelle mani del Signore ciò che aveva ricevuto da Lui».

Al Conclave si arrivò dopo i mesi burrascosi di Vatileaks. Ritiene che senza Vatileaks sarebbe mai stato eletto Bergoglio?
«Non credo che la faccenda “Vatileaks” abbia avuto un tale influsso sul Conclave. Benedetto ha seguito il Conclave alla televisione. Nel già citato libro di Seewald, un anno dopo le elezioni, disse che Papa Francesco era una bella boccata d’aria fresca; altri commenti non ha fatto».

Non mancano coloro che contrappongono il magistero di Benedetto a quello di Francesco. Lui è a conoscenza di questa operazione?
«Leggendo i giornali e vedendo le notizie non è possibile che Benedetto non si accorga che ogni tanto si fanno queste contrapposizioni. Ma non si lascia provocare da articoli o affermazioni del genere. Ha deciso di tacere e rimanere fedele a questa decisione. Non ha nessuna intenzione di entrare in diatribe che sente lontane da sé».

Si è mai pentito di essere rimasto vestito di bianco?
«È una questione che per lui non si poneva e non si pone. È stata una cosa naturale. Non vede problemi. Ha tolto il mantelletto e anche la fascia. Per lui è semplicemente una veste come un’altra».

Grande discussione nella Chiesa ha provocato “Amoris laetitia”. In particolare, per alcuni il testo avrebbe provocato confusione a livello pastorale. Benedetto XVI cosa pensa?
«Ha ricevuto una copia dell’Amoris laetitia personalmente da Francesco, in bianco e con autografo. L’ha letta accuratamente. Ma lui non commenta in nessun modo il contenuto. Certamente sta prendendo atto della discussione e delle diverse forme in cui è stato recepito».

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