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La fede di Kobe, un fatto che dà speranza (di vera gloria)

Posté par atempodiblog le 28 janvier 2020

La morte del campione
La fede di Kobe, un fatto che dà speranza (di vera gloria)
di Ermes Dovico – La nuova Bussola Quotidiana

La fede di Kobe, un fatto che dà speranza (di vera gloria) dans Articoli di Giornali e News Kobe-e-Gianna-Maria

L’ex cestista americano, 41 anni, la figlia tredicenne e altre 7 vittime in un incidente in elicottero. “Non si può morire così”, scrivono alcuni. Tra fiumi d’inchiostro, pressoché ignorato il rapporto di Kobe con la fede cattolica. Che pure è stato decisivo nella sua vita terrena, come rivelò lui stesso, e richiama a ciò che conta davvero: l’eternità

Sono passate meno di 48 ore dalla notizia dell’incidente mortale di Kobe Bryant, 41 anni, e degli altri otto passeggeri del suo elicottero, compresa la tredicenne Gianna Maria, una delle quattro figlie del fuoriclasse della pallacanestro. Meno di 48 ore, ma si è già detto e scritto di tutto. All’incredulità e allo sgomento iniziali si sono aggiunte tante domande sul perché di una tragedia così, sulle sue cause. Si sono ricordati successi, record, aneddoti personali su Kobe, nonché i sogni della giovanissima figlia, un astro nascente del basket femminile.

Il Sikorsky S-76B su cui viaggiavano le nove vittime, decollate pochi minuti dopo le 9 di domenica 26 gennaio, era diretto alla Mamba Academy (l’accademia cestistica fondata da Bryant, detto “the Black Mamba”), proprio per un torneo a cui avrebbe dovuto giocare Gianna Maria. C’è chi, anche sui giornali, ha parlato di morte “assurda”, che non si può morire così, nel pieno della vita. Eppure si muore così e in mille altri modi che sfuggono alle possibilità di controllo di ogni essere umano. Povero o ricco, bambino o anziano, vip o sconosciuto, giusto o ingiusto, perché non sappiamo «né il giorno né l’ora» (Mt 25, 13), come disse Gesù nella parabola delle dieci vergini, invitando a vegliare in vista dell’incontro con lo Sposo. L’importante è allora come ci si è preparati per quell’incontro, che vale il luogo dove passeremo la nostra eternità.

La gloria terrena di Kobe è cosa nota. A livello di squadra, cinque titoli Nba con i Los Angeles Lakers e due ori olimpici con la nazionale statunitense. A livello individuale, una quantità enorme di allori. Per esempio: due volte miglior marcatore della stagione, due volte miglior giocatore delle finali, una volta miglior giocatore della stagione regolare, 11 volte nel miglior team di tutta l’Nba, il più giovane giocatore dell’All-Star Game (19 anni e 175 giorni), più tiri da 3 messi a segno in un tempo (8), l’unico giocatore nella storia della Nba ad aver segnato 60 punti nella sua ultima gara da professionista (a quasi 38 anni), 33.643 punti totali, il quarto di tutti i tempi nella storia dell’Nba: LeBron James gli ha soffiato il terzo posto pochi giorni fa e lui si era congratulato con l’amico via Twitter proprio la domenica dello schianto.

I giornali di casa nostra si sono soffermati anche sullo speciale rapporto che legava il campione all’Italia, dove Kobe ha vissuto dai 6 ai 13 anni, seguendo con la famiglia gli spostamenti del padre Joe, cestista anche lui, che giocò per le squadre di Rieti, Reggio Calabria, Pistoia e Reggio Emilia. Di qui, l’italiano fluente di Kobe e i nomi dati alle sue figlie: Natalia Diamante (2003), Gianna Maria (2006-2020), Bianka Bella (2016) e l’ultimogenita Capri Kobe (2019).

Molto meno conosciuto è invece il suo rapporto con la fede, anche in queste ore ignorato dal grande sistema mediatico, fatta salva qualche eccezione, prevalentemente di area cristiana.

Kobe era cresciuto in una famiglia cattolica e nella stessa fede ha voluto educare le sue figlie, nate dal matrimonio con Vanessa, cattolica anche lei e di quattro anni più giovane, sposata nel 2001 nella chiesa di Sant’Edoardo, a Dana Point (California).

Due anni più tardi, nel 2003, la nascita della primogenita ma anche uno scandalo che rischiava di travolgere per sempre la stella dell’Nba: una dipendente diciannovenne di un hotel del Colorado, dove Kobe aveva soggiornato, accusò il campione di averla stuprata. Seguì l’arresto, e la liberazione su cauzione. Bryant chiese pubblicamente perdono alla moglie, ammise l’adulterio, ma negò l’accusa dello stupro, sostenendo che si fosse trattato di un rapporto consensuale. Alcuni dei suoi maggiori sponsor rescissero il contratto con lui. Nel processo penale le accuse furono a un certo punto archiviate, mentre la causa civile venne risolta con un accordo tra le parti. Kobe aveva intanto fatto una dichiarazione pubblica di scuse alla ragazza e a tutte le persone offese dalla vicenda, sostenendo la linea del fraintendimento. Per lo stress dell’intera vicenda, la moglie Vanessa patì l’aborto spontaneo del loro secondo figlio.

In quella bufera personale e familiare, acuita dalla sovraesposizione mediatica, Kobe trovò la sua àncora di salvezza nella fede cattolica. Come spiegò in un’intervista a GQ nel 2015: «Avevo paura di andare in prigione? Sì. Amico, avevo 25 anni. Ero terrorizzato. L’unica cosa che mi ha davvero aiutato in quel processo – sono cattolico, sono cresciuto cattolico, i miei bambini sono cattolici – è stata parlare con un prete. In realtà è stato in qualche modo divertente. Lui mi guarda e dice: “L’hai fatto?”. E io dico: “Certo che no”. Poi chiede: “Hai un buon avvocato?”. E io: “Oh, sì, è fenomenale”. Allora lui mi disse solo: “Lascia correre, vai avanti. Dio non ti darà nulla che tu non possa affrontare, e ora è nelle Sue mani. Questo non è qualcosa che tu puoi controllare, quindi lascia correre”. E quello fu il punto di svolta».

Se l’affidamento a Dio lo salvò in quella circostanza, tuttavia le difficoltà e presumibilmente i vizi negli anni successivi riemersero, specie nel rapporto con la moglie. Nel 2011 Vanessa chiese il divorzio, parlando di “inconciliabili differenze”, come riferisce sempre GQ, ma il divorzio non si concretizzò e 13 mesi più tardi i due si riconciliarono, grazie anche alla volontà di Kobe di preservare il matrimonio: «Non ho intenzione di dire che il nostro matrimonio è perfetto […]. Noi lottiamo ancora, proprio come ogni coppia sposata. Ma sai, la mia reputazione di atleta è che sono estremamente determinato e che mi faccio un mazzo così. Come potrei farlo nella mia vita professionale se non fossi così nella mia vita personale, quando questa colpisce i miei figli? Non avrebbe alcun senso».

Kobe e sua moglie, come riporta la CNA, frequentavano regolarmente una parrocchia nella contea di Orange (California). E non solo per la Messa domenicale. La cantante Cristina Ballestero ha scritto un lungo post su Instagram sia per ricordare nella preghiera lui e la sua famiglia, sia per raccontare la sorpresa che ebbe nel vedere a Messa e ricevere l’Eucaristia, in un giorno infrasettimanale, Kobe Bryant.

Insieme alla moglie, il cestista ha dato vita a una fondazione per assistere in vari modi giovani senzatetto e dare una possibilità di crescita attraverso lo sport. Parlando di quest’opera nel 2012, spiegava di non voler un giorno guardare indietro e adagiarsi al pensiero: «Bene, ho avuto una carriera di successo perché ho vinto così tanti campionati e segnato così tanti punti», ma di voler lasciare un’eredità diversa, dicendosi: «Devi fare qualcosa che abbia un po’ più di peso, un po’ più di significato, un po’ più di scopo».

Padre David Barnes ha scritto su Twitter di aver saputo che domenica mattina, prima di prendere l’elicottero, Kobe è stato visto a Messa. E il sacerdote ha ricordato che «la Messa è adorazione di Dio. Il Paradiso è adorazione di Dio». Sa Dio dove si trova adesso Kobe. Per il resto, quel che è certo è che ora non serve chiedersi “perché” e rinchiudere lo sguardo dentro la sola prospettiva terrena, bensì offrire preghiere e suffragi per lui, gli altri defunti e per i loro cari rimasti quaggiù. Perché tutto cambia se si entra o no nell’unica ed eterna gloria, quella di Dio. Kobe, lo abbiamo visto, ci pensava. E si può credere che meditasse su questo passo: «Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dove è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore» (Mt 6, 19-21).

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Un prete dal Ruanda: “Vi racconto la Madonna di Kibeho”

Posté par atempodiblog le 27 janvier 2020

Un prete dal Ruanda: “Vi racconto la Madonna di Kibeho”
Ha vissuto sulla sua pelle la strage del genocidio del 1994 in Ruanda ed è sopravvissuto. A La Nuova Bq don Jean Claude racconta di come la sua vita sia cambiata dall’incontro con la Madonna. E ci svela come le apparizioni e le profezie della Madre di Kibeho in terra africana non siano concluse, ma parlano all’uomo e alla Chiesa di oggi: “Ecco perché tutti dobbiamo ascoltare la Madonna e mettere in pratica quello che Lei dice”
di Costanza Signorelli  – La nuova Bussola Quotidiana

Un prete dal Ruanda: “Vi racconto la Madonna di Kibeho” dans Apparizioni mariane e santuari Kibeho

«In quegli anni di orrore e di terribile sofferenza, in cui ho perso i miei affetti più cari, io avevo tra le mani una sola arma: la preghiera alla nostra Madre di Kibeho. In molte occasioni, che sembravano davvero i miei ultimi giorni su questa terra, la mia preghiera fu una sola: “Nostra Madre Maria, aiutami!”. Posso testimoniare che la Madonna non ha mai fatto mancare il Suo soccorso, mai! Neanche quando la speranza sembrava essere morta».
A parlare a La Nuova Bq è don Jean Claude Mbonimpa, un sacerdote di Musanze, villaggio nel nord del Ruanda, ove 26 anni fa si è consumato uno dei fatti più terrificanti della storia del ventesimo secolo. Il noto genocidio del 1994, scatenato dall’odio interetnico tra Hutu e Tutsi, durante il quale circa un milione di ruandesi furono massacrati a colpi di machete, bastoni chiodati, asce, coltelli e armi da fuoco.
Don Jean Claude, negli ultimi dodici anni, è stato rettore di un grande collegio cattolico nel suo paese, Notre Dame de l’Etoile; oggi si trova in Italia, dove è venuto per approfondire gli studi presso la Facoltà teologica del Triveneto.
C’è un qualcosa di davvero sconvolgente nella vita di questo sacerdote. E non s’intende lo scandalo per la raccapricciante violenza che la sua storia porta in seno, quanto il fatto di scoprire che esiste veramente un Amore capace di abbracciare l’uomo dentro al peggior inferno e di salvarlo. “Il mio grandissimo amore e la mia devozione a Maria Madre di Dio sono cresciuti oltre misura proprio durante la guerra e il genocidio in Ruanda”.

LA MADRE DELLA STORIA
Se è vero che in Maria ogni singola anima ed il mondo intero si intrecciano in un unico piano di amore, esattamente così fu per Jean Claude.

La sua storia personale, trafitta dal dolore e vinta dall’amore di Dio, si specchia esattamente in quella del suo popolo: chi ama seguire i passi di Maria dentro al cammino dell’umanità sa, infatti, che il Ruanda è terra solcata e prediletta dalla Piena di Grazia.
“Le apparizioni di Mamà a Kibeho iniziarono nel 1981, io le ricordo molto bene anche se ero piccolo e abitavo dalla parte opposta del Paese”. Colei che Jean Claude chiama teneramente Mamà, si presenta in terra africana, come Nyina wa Jambo, che significa Madre del Verbo. Gli eventi soprannaturali che interessano il Ruanda durano otto anni, dal 28 novembre 1981 sino al 28 novembre 1989, lungo i quali la Madonna consegna i suoi messaggi a tre giovani ragazze: Nathalie (18 anni), Marie Claire (21 anni) e Alphonsine (16 anni).
Uno dei fatti più impressionanti di questo ciclo di apparizioni mariane sta in una visione che la Madonna mostra in sequenza alle ragazze, il 15 agosto 1982. Fiumi di sangue, fuoco ardente, uomini che si uccidono a vicenda e una fossa enorme dove molte persone stanno per precipitare… le ragazze vedono tutto questo mentre Nyina wa Jambo appare loro profondamente addolorata e piangente.
“In quel momento, nessuno poteva immaginare il significato di quelle immagini. Solo più tardi si scoprirà che la Madonna aveva predetto con esattezza ciò che sarebbe accaduto dodici anni dopo con il genocidio del popolo ruandese”. Jean Claude spiega che quella profezia, puntualmente avveratasi, fu una “cartina al tornasole” sulla veridicità delle apparizioni di Kibeho, che il 29 giugno 2001 vengono ufficialmente approvate dalla Chiesa attraverso il vescovo di Gikongoro, Augustin Misago.
Sebbene questo sia il fatto più eclatante e noto di queste apparizioni, in verità la Madonna a Kibeho dice molto di più: “Il messaggio che Mamà ha dato nel mio Paese non è rivolto solo al Ruanda, ma all’umanità intera. È un messaggio di amore per tutti i suoi figli che non è finito, ma continua ancora oggi”.
In un certo senso, si può dire che il messaggio di Kibeho non si sia concluso, anzi risulta estremamente attuale per l’uomo e la Chiesa di oggi. Infatti, leggendo le parole di Maria nel continente africano, si rimane colpiti dalla totale continuità con le profezie che Ella ci consegna a Fatima e a Medjugorje: l’accorato e instancabile invito alla conversione del cuore, l’avvento di prove terribili con gravissimo pericolo per le anime e la promessa della Vittoria per chi decide di mettersi al fianco di Maria sulla strada di Dio, accomunano le diverse apparizioni della Beata Vergine.
“Il mondo va assai male”, dice la Madonna a Nathalie, una delle veggenti, il 15 agosto 1982, “se voi non fate nulla per pentirvi e per rinunciare ai vostri peccati, guai a voi!”. E poi: “Il mondo è in ribellione contro Dio, vi si commettono troppi peccati, non c’è più né amore né pace… Se voi non vi pentite e non convertite i vostri cuori, voi cadrete tutti in un baratro. Io voglio liberarvi dal baratro perché voi non vi cadiate, ma voi rifiutate”. Ancora: « Verrà il tempo in cui voi desidererete pregare, pentirvi e obbedire, senza più la possibilità di farlo, a meno che non lo cominciate a fare subito adesso, pentendovi e facendo tutto quello che io attendo da voi”.
Non è tutto. A Kibeho la Madonna mette in guardia contro un altro gravissimo pericolo: la perdita della fede e l’apostasia, non solo nel mondo, ma anche all’interno della Chiesa stessa. E invita a pregare molto per i sacerdoti, per i vescovi, per i cardinali e per tutta la Chiesa, affinché proclamino sempre il vero Vangelo di Dio, contro l’opera distruttrice di Satana che li vuole pervertire.

LA MADRE DELLA SPERANZA
Sebbene il messaggio sia davvero forte e “politicamente scorretto”, non bisogna mai dimenticare che la “Madonna dei dolori”, così si chiama il Suo Santuario a Kibeho, è anche “Madre della Speranza”: “La Madonna appare e dice la verità perché ci vuole tutti salvi, ci vuole portare tutti in Paradiso con Lei! Ecco perché tutti dobbiamo ascoltarLa e mettere in pratica quello che Lei dice”. Ne è convinto don Jean Claude che, più volte, ha vissuto sulla sua pelle la potenza della maternità di Maria, non solo durante il genocidio, ma in tutta la sua vita, specialmente da quando è diventato sacerdote di Dio.

«Qualche anno fa – racconta – nel collegio cattolico dove ero preside, una ragazza iniziò a stare molto male. Stette male per parecchi mesi e tutti quanti erano molto preoccupati per la sua vita. Nonostante i moltissimi esami e cure, i medici non riuscivano a capire quale malattia avesse, tanto che erano arrivati a disperare della guarigione. Il tempo stringeva, così iniziai a fare una novena implorando la Madonna che salvasse questa giovane ragazza: “Mamma, ti prego – la supplicavo – fa’ che i medici possano trovare il problema e la cura!”. L’ultimo giorno della novena, mentre stavo recitando il terzo mistero della Luce, mi arriva una telefonata: i medici avevano trovato il problema e potevano iniziare le cure. In pochissimo tempo la ragazza guarì completamente».
Al termine del racconto, gli occhi di don Jean Claude luccicano di commozione e di gioia per il dono di salvezza concesso da Dio a quella ragazza. Per un istante sembra di scorgere in quell’umile sacerdote lo sguardo d’amore di Maria sui suoi figli. E si capisce che, se stiamo con Lei, nulla è perduto, ma tutto concorre alla salvezza che Dio ha preparato per noi.

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Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco ad Auschwitz e Birkenau

Posté par atempodiblog le 27 janvier 2020

Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco ad Auschwitz e Birkenau
Nel giorno in cui si celebra la Giornata della Memoria, ripercorriamo le toccanti visite dei tre Papi nel campo di sterminio nazista
di Amedeo Lomonaco – Vatican News

Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco ad Auschwitz e Birkenau dans Articoli di Giornali e News Giornata-della-Memoria

Sono tre i Pontefici che si sono recati nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. In questo sacrario del dolore, il 7 giugno del 1979, Giovanni Paolo II celebra la Santa Messa. Poi è Papa Benedetto XVI, il 28 maggio del 2006, a visitare il campo di sterminio nazista in Polonia. A questi pellegrinaggi, fra tragiche pagine di storia, si aggiunge il cammino silenzioso di Papa Francesco il 29 luglio del 2016. Percorsi distanziati dagli anni, ma accomunati dalla preghiera. I passi di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Papa Francesco si intrecciano anche con le orme di vite spezzate da cieca crudeltà che hanno trionfato sulla morte. Come quella di San Massimiliano Kolbe, che ad Auschwitz ha donato la vita per salvare quella di un altro innocente.

Pellegrinaggio-di-Giovanni-Paolo-II-ad-Auschwitz-Birkenau dans Fede, morale e teologia

Il pellegrinaggio di Giovanni Paolo II
Celebrando la Santa Messa presso il campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, Papa Wojtyła, nel 1979, ricorda che questo luogo è stato “costruito sull’odio e sul disprezzo dell’uomo nel nome di un’ideologia folle”. È un “luogo costruito sulla crudeltà” al quale si accede attraverso una porta con una iscrizione: “Arbeit macht frei”. Una scritta, sottolinea San Giovanni Paolo II nell’omelia, dal « suono beffardo » perché il suo contenuto « era radicalmente contraddetto » da quanto avveniva lì dentro. Su questo « Golgota del mondo contemporaneo », il Pontefice polacco si inginocchia davanti a tombe in gran parte senza nome. “Auschwitz è un tale conto con la coscienza dell’umanità attraverso le lapidi che testimoniano le vittime di questi popoli che non lo si può soltanto visitare, ma bisogna anche pensare con paura a questa che fu una delle frontiere dell’odio”. Auschwitz è una “testimonianza della guerra”, che porta “una sproporzionata crescita dell’odio, della distruzione, della crudeltà”.

Visita-di-Benedetto-XVI-al-campo-di-Auschwitz dans Papa Francesco I

La visita di Benedetto XVI
Si inserisce nel viaggio apostolico del 2006 in Polonia la visita di Benedetto XVI al campo nazista. Un “luogo di orrore, di accumulo di crimini contro Dio e contro l’uomo che non ha confronti nella storia”. “Papa Giovanni Paolo II – ricorda il Pontefice tedesco – era qui come figlio del popolo polacco.  Io sono oggi qui come figlio del popolo tedesco ». “Figlio di quel popolo sul quale un gruppo di criminali raggiunse il potere mediante promesse bugiarde, in nome di prospettive di grandezza, di ricupero dell’onore della nazione e della sua rilevanza, con previsioni di benessere e anche con la forza del terrore e dell’intimidazione, cosicché il nostro popolo poté essere usato ed abusato come strumento della loro smania di distruzione e di dominio”. “Il luogo in cui ci troviamo – sottolinea Benedetto XVI – è un luogo della memoria, è il luogo della Shoa. Il passato non è mai soltanto passato. Esso riguarda noi e ci indica le vie da non prendere e quelle da prendere”.

Visita-di-Papa-Francesco-ad-Auschwitz dans Riflessioni

La preghiera di Papa Francesco
Il silenzio e la preghiera hanno scandito i momenti della visita, nel 2016, di Papa Francesco al campo di Auschwitz-Birkenau. Il Pontefice, a piedi, passa lentamente sotto la famigerata scritta “Arbeit macht frei”, “Il lavoro rende liberi”. Nel piazzale dell’appello, dove i prigionieri dei nazisti venivano impiccati, Francesco tocca e bacia una delle travi che sorreggono la struttura usata per le impiccagioni. All’ingresso del “Blocco 11″, Francesco incontra dieci sopravvissuti della Shoah. Dopo questi intensi momenti, in cui sguardi, carezze, abbracci si alterano a strette di mano, il Papa cammina lentamente verso il muro delle fucilazioni. Stende le mani per toccarlo, resta immobile per alcuni istanti. In questo luogo lascia una candela. Francesco resta solo, lungamente in silenzio, assorto in preghiera.

Papa Francesco percorre infine, a bordo di un’auto elettrica, la via che costeggia i binari dei treni su cui arrivavano i convogli con i deportati. Nel campo di Birkenau, il Pontefice cammina davanti ad ognuna delle 23 stele commemorative del Monumento internazionale a ricordo delle vittime del nazismo. Sono minuti di silenzio, interrotti solo dal pianto di un bambino. L’ultimo momento della visita è l’incontro con 25 giusti delle Nazioni, donne e uomini che non si sono lasciati vincere dal male.

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Dio abita nel Lager, quei sacerdoti internati a Dachau

Posté par atempodiblog le 27 janvier 2020

IL GIORNO DELLA MEMORIA
Dio abita nel Lager, quei sacerdoti internati a Dachau
La storia della “baracca dei preti del Blocco 26 del campo di Dachau dove vennero imprigionati 2.720 sacerdoti e uccisi 1054. Sperimentarono il furore anticristiano delle SS naziste. San Paolo VI ricevette i superstiti e lodò la loro fedeltà al sacerdozio. La loro presenza costituiva la presenza di Dio in una situazione dove sembrava assente.
di Nico Spuntoni – La nuova Bussola Quotidiana

Dio abita nel Lager, quei sacerdoti internati a Dachau dans Articoli di Giornali e News Baracca-dei-preti

Non è molto conosciuta la storia della “baracca dei preti, quel Blocco 26 del campo di Dachau dove vennero imprigionati 2.720 sacerdoti (i cattolici erano 2.579) e uccisi 1054. Il regime nazista temeva il carattere universale del cattolicesimo e rese difficile la vita di religiosi e fedeli sin dall’inizio: nel 1937 la politica di “deconfessionalizzazione” della Germania portò alla cifra record di 108.000 cattolici apostati. In quello stesso anno Pio XI promulgò l’enciclica “Mit brennender Sorge” (Con cocente preoccupazione) nella quale veniva denunciata la “violenza tanto illegale quanto inumana » a cui erano sottoposti i cattolici nella società del Terzo Reich e che venne letta dai pulpiti delle parrocchie la domenica delle Palme. L’encliclica intensificò il clima persecutorio: la Gestapo confiscò 12 tipografie ed arrestò in tutto il Paese molti sacerdoti e laici per la sua diffusione clandestina.

Dachau, primo campo di concentramento voluto dal regime nazionalsocialista ed attivo già dal 1933 per gli oppositori politici, divenne la “diocesi più grande d’Europa” a partire dal dicembre del 1940, quando Heinrich Himmler, capo della polizia, dispose proprio in quel lager il trasferimento di tutti i preti internati. La nazionalità più rappresentata era quella polacca: vi trovarono la morte 868 sacerdoti polacchi, eliminati anche per dare seguito al piano di distruzione completa dell’intellighenzia di quella terra. 28, invece, i preti italiani internati: a Dachau morì padre Giuseppe Girotti a soli 40 anni. Il domenicano piemontese, proclamato beato da papa Francesco nel 2014, venne trasferito nel lager da Bolzano dove era stato imprigionato per aver assistito un uomo che credeva essere un partigiano ferito e che in realtà si rivelò essere un delatore. Il religioso veniva tenuto sotto controllo da tempo per aver aiutato alcuni ebrei a fuggire in Svizzera, attività per la quale nel 1995 gli è stato conferito il riconoscimento di Giusto fra le Nazioni.

Da Bolzano arrivò a Dachau il 9 ottobre 1944 insieme a don Angelo Damasso, anch’egli accusato di aver supportato gli uomini della Resistenza e con il quale condivise la tragica esperienza nel lager durata cinque mesi, prima della morte provocata da un carcinoma che ne aveva iniziato a divorare il fisico a causa delle dure condizioni di lavoro a cui era sottoposto. E’ forte il sospetto, inoltre, che il decesso del domenicano sia stato anticipato dai medici nazisti con un’iniezione letale.

La vita del Blocco 26 ruotava attorno la cappella aperta nel gennaio del 1940 e nella quale poteva essere celebrata soltanto una messa al giorno, proibita ai prigionieri laici del campo. I locali erano piccoli, appena nove metri per venti, ma venivano tenuti puliti e curati quotidianamente dai sacerdoti: l’altare era formato da una tavola di legno, il tabernacolo veniva illuminato da una lampada rossa, c’erano dei quadri per riprodurre le stazioni della Via Crucis. Qui celebravano le loro liturgie anche ortodossi e protestanti; la solidarietà tra compagni di prigionia fece sì che il Blocco 26 divenisse una sorta di “palestra » di dialogo ecumenico, come testimoniato dall’esperienza stessa di padre Girotti che proprio dal confronto quotidiano con un pastore luterano sulla Bibbia trasse l’ispirazione per scrivere un commento al libro del profeta Geremia.

I sacerdoti detenuti a Dachau sperimentarono sulla loro pelle tutto il furore anticristiano delle SS naziste: invitati con la forza a spogliarsi dei loro abiti ecclesiastici, venivano costretti a bestemmiare o torturati sadicamente con una corona di filo spinato in testa per deridere la Crocifissione di Gesù. Il sovraffollamento era tale, specialmente con l’avanzata tedesca nell’Europa occidentale e il conseguente arrivo di sacerdoti di altre nazionalità, che dovevano dormire in tre in una cuccetta, alle prese con i pidocchi e all’esposizione a malattie come il tifo, diarrea e tubercolosi che spesso risultavano fatali.

Non pochi morivano tra atroci sofferenze, poi, a causa degli esperimenti a cui erano sottoposti dai medici militari. I sacerdoti più coraggiosi, incuranti del pericolo di contagio e dei divieti dei guardiani, si recavano clandestinamente fuori dal Blocco a portare i sacramenti ai prigionieri laici. L’identità sacerdotale, nonostante le proibizioni e le violenze, non venne scalfita ed uscì persino rafforzata dalla vita nel lager, come si può ricavare dalla testimonianze dei superstiti. Un aspetto che San Paolo VI, ricevendo 200 di loro in udienza nella Sala del Concistoro il 16 ottobre del 1975, volle sottolineare con forza, lodando la fedeltà dimostrata al sacerdozio in quelle terribili circostanze. La celebrazione della Messa e le preghiere comunitarie erano i veri momenti di consolazione per i prigionieri del Blocco 26 ( e di quello 28, in parte riservato al clero polacco), quelli da cui trovavano la forza per andare avanti nonostante tutta la disumanità attorno a loro.

Il comando nazista lo sapeva e per questo non esitò ad adottare, nel settembre del 1941, anche un provvedimento odioso come il divieto di accedere alla cappella per i sacerdoti polacchi. Per impedire a costoro di assistere da lontano alla liturgia, il comandante del campo fece addirittura dipingere con vernice bianca le finestre della cappella. Questo non impedì al clero polacco del Blocco 28 di celebrare segretamente la Messa grazie all’aiuto dei sacerdoti tedeschi che passarono loro ostie e vino di nascosto. I rosari vennero sequestrati, ma i prigionieri si arrangiarono costruendone dei modelli rudimentali con pezzi di legno.

Le violazioni delle regole esponevano i prigionieri a gravi rischi come in occasione di un Venerdì Santo quando i nazisti torturarono 60 sacerdoti con le catene, provocando la morte di alcuni e lasciando invalidi gli altri. Pur privi del loro abito e costretti a celebrare con pezzi di stoffa addosso, i prigionieri continuarono ad onorare il loro sacerdozio, non rinunciarono all’adorazione eucaristica durante il lavoro nelle piantagioni alternandosi nel tenere in mano una scatola con dentro la Sacra Particola.

Nonostante la fame e le condizioni igieniche disperate degli alloggi, mantennero fede alla loro missione rinunciando spesso alle porzioni di cibo per far mangiare i più malati e difesero la cappella quando, a causa del sovraffollamento, il comando nazista pensò di rimuoverla per far posto a nuovi dormitori. Come ha scritto il gesuita Lorenzo Girardi in un articolo su “La Civiltà Cattolica” dedicato proprio alla storia dei religiosi a Dachau: “La presenza dei sacerdoti, con le loro parole di incoraggiamento e gli atti di carità materiale, se non sacramentale, costituiva la presenza di Dio in una situazione dove sembrava fosse completamente assente”.

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Tragedia di Kobe Bryant

Posté par atempodiblog le 27 janvier 2020

Tragedia di Kobe Bryant: Purtroppo il campione è morto per lo schianto in elicottero, e con lui la figlia di 13 anni
Tratto da: Papaboys

Tragedia di Kobe Bryant dans Articoli di Giornali e News Kobe-Bryant

Morto Kobe Bryant: choc nello sport. La star della Nba Kobe Bryant è morto in un incidente di elicottero in California, nella contea di Los Angeles. Lo riporta il sito Tmz.

Secondo quanto riporta Tmz, Bryant era a bordo del suo elicottero privato con almeno altre tre persone, oltre al pilota. Anche Gianna Maria, la figlia di 13 anni, è morta nell’incidente. Il velivolo ha preso fuoco una volta precipitato e inutili sono stati i soccorsi.

La moglie Vanessa non sarebbe tra le vittime. Gianna Maria era la primogenita di Kobe e la moglie Vanessa, ed era un astro nascente del basket femminile. Ultimamente era stata ripresa in atteggiamento affettuoso col padre tra il pubblico di una partita dell’Nba. A bordo con loro anche un altro giocatore. Lo riferisce il network Espn, senza rendere note le generalità della vittima.

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Celibato, interviene la Santa Sede: “Per il Papa è un dono prezioso, la sua posizione è nota”

Posté par atempodiblog le 14 janvier 2020

Celibato, interviene la Santa Sede: “Per il Papa è un dono prezioso, la sua posizione è nota”
Il portavoce vaticano Matteo Bruni e il direttore editoriale dei media vaticani Andrea Tornielli dopo le anticipazioni del libro di Benedetto XVI e del cardinale Sarah: Francesco come Paolo VI che diceva di preferire di dare la vita prima di cambiare la legge sul celibato
di Salvatore Cernuzio – Vatican Insider

Celibato, interviene la Santa Sede: “Per il Papa è un dono prezioso, la sua posizione è nota” dans Andrea Tornielli Santo-Padre-Francesco

«La posizione del Santo Padre sul celibato è nota». Ed è quella ricalcata da tutti gli ultimi Pontefici, a cominciare da Paolo VI dal quale Francesco ha mutuato la nota frase: «Preferisco dare la vita prima di cambiare la legge del celibato». Mentre incalza il dibattito – fragoroso sul web a colpi di tweet e post, più felpato nelle voci scambiate nei corridoi della Curia romana – per le anticipazioni sul libro di Benedetto XVI e il cardinale Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il Culto divino, la Santa Sede è intervenuta per chiarire alcuni punti fondamentali. A cominciare dalla «posizione», appunto, del Papa – il regnante, Francesco – su una questione controversa che ha animato le discussioni negli ultimi cinquant’anni, ancor più il Sinodo sull’Amazzonia con la proposta dei “viri probati”.

Una posizione certamente non aperturista, quella di Jorge Mario Bergoglio, come dimostrano i vari interventi sul tema riassunti in una breve nota del direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Matteo Bruni, e in un’accurata analisi del direttore editoriale dei media vaticani, Andrea Tornielli.

Due pubblicazioni che non vogliono costituire una memoria difensiva del Pontefice – dato che, fino a prova contraria, non gli viene imputata alcuna colpa -, ma uno strumento per ridimensionare l’acceso dibattito venutosi a creare con il nuovo intervento del Papa emerito. Lo stesso Pontefice che aveva promesso silenzio e nascondimento dopo le sue dimissioni, ma che per la terza volta in questi sette anni ha reso pubbliche le sue posizioni su una problematica spinosa (l’ultima era, l’aprile scorso, con gli “appunti” sugli abusi). Un gesto indubbiamente animato dal profondo amore alla verità e all’unità della Chiesa – come ribadisce nel nuovo volume edito da Fayard presentandosi, insieme a Sarah, come un vescovo in «filiale obbedienza a Papa Francesco» -, ma che, al di là di ogni intenzione, va ad alimentare la narrativa di un doppio pontificato o di un «pontificato condiviso» (tesi avvalorata da alcuni membri dell’entourage di Ratzinger), di gran voga ultimamente dopo l’uscita del film Netflix “I due Papi”, e a prestare il fianco agli oppositori del pontificato bergogliano che approfittano di ogni persona – fosse anche il predecessore – e situazione per delegittimare il Papa in carica.

Nel suo comunicato il portavoce Bruni ricorda un importante intervento di Francesco sul celibato che è la risposta offerta ai giornalisti sul volo che lo riportava, nel gennaio 2019, da Panama a Roma. «È possibile pensare che nella Chiesa cattolica, seguendo il rito orientale, Lei permetterà a degli uomini sposati di diventare preti?», domandava al Papa una giornalista francese. Il Vescovo di Roma ha risposto così: «Mi viene alla mente una frase di San Paolo VI: “Preferisco dare la vita prima di cambiare la legge del celibato”. Mi è venuta in  mente e voglio dirla, perché è una frase coraggiosa, in un momento più difficile di questo, 1968/1970… Personalmente penso che il celibato sia un dono per la Chiesa. Io non sono d’accordo di permettere il celibato opzionale, no. Soltanto rimarrebbe qualche possibilità nelle località più remote – penso alla Isole del Pacifico… Quando c’è necessità pastorale, lì, il pastore deve pensare ai fedeli».

Proprio una «necessità pastorale» sta alla radice della proposta dei vescovi della Regione Panamazzonica, presentata ai padri riuniti nel Sinodo dello scorso ottobre, di ordinare uomini sposati di comprovata fede per distribuire i sacramenti in quelle comunità indigene che vivono in luoghi sperduti della foresta dove i sacerdoti, a causa delle lunghe distanze (in Perù e in Brasile, ad esempio, si parla anche di otto giorni di viaggio) o della carenza di clero, celebrano messa una volta ogni due mesi. Al termine del Sinodo i padri hanno approvato l’ipotesi con una maggioranza dei due terzi, in una soluzione forse più “soft”: ordinare sacerdoti diaconi permanenti sposati. Più che «preti sposati», «sposi spretati», volendo usare il gioco di parole di un vaticanista di lungo corso.

La questione è ora al vaglio del Pontefice, il quale si pronuncerà in merito nella esortazione apostolica post-sinodale che sembra possa essere pubblicata già nelle prossime settimane. Qualcuno ha già previsto scenari apocalittici come l’abolizione definitiva del celibato e la conseguente scomparsa della stessa Chiesa (alcune espressioni del cardinale Sarah, che nel libro arriva a definire «una catastrofe pastorale, una confusione ecclesiologica e un oscuramento della comprensione del sacerdozio» l’eventuale possibilità di ordinare uomini sposati, sembrano muoversi in questo senso), nella certezza assoluta che il Papa argentino dia il suo placet alla proposta.

Nell’attesa bisognerebbe ripartire dai fatti concreti e dalle parole già pronunciate, come quelle del Papa nel discorso finale del Sinodo il 26 ottobre. Come fa notare Tornielli nel suo editoriale, Bergoglio, dopo aver seguito in aula tutti i lavori, non ha menzionato in alcun modo il tema dell’ordinazione di uomini sposati, «neanche di sfuggita». Ha invece ricordato le quattro dimensioni del Sinodo: quella relativa all’inculturazione, quella ecologica, quella sociale e infine la dimensione pastorale, che «le include tutte».

«In quello stesso discorso – sottolinea il direttore editoriale -, il Pontefice ha parlato della creatività nei nuovi ministeri e del ruolo della donna e riferendosi alla scarsità di clero in certe zone di missione, ha ricordato che ci sono tanti sacerdoti di un Paese che sono andati nel primo mondo – Stati Uniti ed Europa – “e non ce ne sono per inviarli alla zona amazzonica di quello stesso Paese”». Nient’altro. Anzi, il Papa ha espresso il proprio compiacimento nel vedere che i partecipanti all’assise non siano «caduti prigionieri di questi gruppi selettivi che del Sinodo vogliono vedere solo che cosa è stato deciso su questo o su quell’altro punto intra-ecclesiastico, e negano il corpo del Sinodo che sono le diagnosi che abbiamo fatto nelle quattro dimensioni». Un rischio che sembra invece paventarsi ora, a tre mesi dalla chiusura del Sinodo.

Sempre Tornielli nell’articolo pubblicato sul sito Vatican News e su L’Osservatore Romano ricorda anche un punto fondamentale nelle discussioni sul celibato, il fatto che esso non è e non mai stato un «dogma», bensì una «disciplina ecclesiastica della Chiesa latina» che tutti i Papi hanno sempre considerato un «dono prezioso».

La Chiesa cattolica di rito orientale prevede infatti la possibilità di ordinare sacerdoti uomini sposati ed eccezioni sono state ammesse anche per la Chiesa latina proprio da Benedetto XVI nella Costituzione apostolica “Anglicanorum coetibus” (la vera “svolta” sul celibato) dedicata agli anglicani che chiedono la comunione con la Chiesa cattolica, dove si prevede «di ammettere caso per caso all’Ordine Sacro del presbiterato anche uomini coniugati, secondo i criteri oggettivi approvati dalla Santa Sede».

Ora Benedetto, in coppia con Sarah che rimarca il «legame ontologico-sacramentale tra sacerdozio e celibato», riflette sull’argomento risalendo alle radici ebraiche del cristianesimo per affermare che sacerdozio e celibato sono uniti dall’inizio della «nuova alleanza» di Dio con l’umanità, stabilita da Gesù. E ricorda che già «nella Chiesa antica», cioè nel primo millennio, «gli uomini sposati potevano ricevere il sacramento dell’ordine solo se si erano impegnati a rispettare l’astinenza sessuale».

Tutta questa tradizione «ha un peso e una validità». Così diceva Papa Francesco, ancora cardinale, dialogando con l’amico rabbino Abraham Skorka nel libro “Il cielo e la terra”. Nella conversazione l’allora arcivescovo di Buenos Aires spiegava di essere favorevole al mantenimento del celibato «con tutti i pro e i contro che comporta, perché sono dieci secoli di esperienze positive più che di errori».

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«Distruggere un principio è un pericolo per tutta la Chiesa»

Posté par atempodiblog le 14 janvier 2020

«Distruggere un principio è un pericolo per tutta la Chiesa»
Corriere Della Sera, 14 Gennaio 2020

«Distruggere un principio è un pericolo per tutta la Chiesa» dans Articoli di Giornali e News Papa-Francesco-e-Benedetto-XVI

Eminenza, ma non c’è il rischio di confusione tra due magisteri, quello del Papa e quello dell’emerito?
«Ma no, nessuna confusione. Non abbiamo due papi, esiste solo un Papa, Francesco. Si dice “Papa emerito” per una forma di cortesia, in realtà Benedetto XVI è un vescovo emerito…». Il cardinale Gerhard Ludwig Müller, 72 anni, teologo e curatore dell’opera omnia di Ratzinger, fu nominato da Benedetto XVI prefetto dell’ex Sant’Uffizio ed è rimasto in carica fino al 2017.

C’è chi vede nel fatto che Benedetto XVI pubblichi lettere e saggi una sorta di interferenza…
«Il Papa ha il primato ed è principio di unità, ma tutti i vescovi, anche gli emeriti, partecipano in quanto tali del magistero della Chiesa e hanno insieme la responsabilità del depositum fidei. Nulla di strano…».

Perché il tema del celibato è così importante?
«Il Sinodo ha discusso la possibilità di ordinare uomini sposati, ma i vescovi amazzonici rappresentano solo una piccola parte dell’episcopato mondiale. Qui ne va del sacerdozio cattolico. Alcuni, come in Germania, cominciano a dire: perché non altrove? E questo è un grande pericolo per la Chiesa. Se si distrugge un principio, poi cade tutto».

Quale principio?
«Noi cattolici non siamo come i protestanti che interpretano il ministero solo come una funzione nella Chiesa. I preti per noi sono rappresentanti di Gesù Cristo, Buon pastore e sommo sacerdote».

Però lo stesso Benedetto XVI ha accolto gli ex anglicani sposati…
«Anche nella mia diocesi, in Germania, ci sono dieci sacerdoti sposati, ex pastori evangelici. Pensi che uno ha un figlio che è diventato un prete celibe, una volta hanno concelebrato con me! Ma sono eccezioni in nome del valore superiore dell’unità della Chiesa. Non significa abolire il principio».

Come si spiega le polemiche?
«C’è tanto opportunismo. Quando Ratzinger era Papa, sono venuti in tanti a visitarlo e adularlo. Adesso gli stessi non lo visitano, non lo ascoltano, arrivano a frenare la pubblicazione delle sue opere in italiano. Gli opportunisti sono i più grandi nemici della credibilità della Chiesa»

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Benedetto XVI: Celibato dei sacerdoti indispensabile, non posso tacere

Posté par atempodiblog le 13 janvier 2020

Benedetto XVI: Celibato dei sacerdoti indispensabile, non posso tacere
Il monito di Raztinger dopo il Sinodo sull’Amazzonia che apre alla possibilità di ordinare preti persone sposate. L’anticipazione di un libro scritto con il cardinale Sarah
di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera
Tratto da: 
Radio Maria

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«Silere non possum! Non posso tacere!». Il Papa emerito Benedetto XVI, insieme con il cardinale Robert Sarah, cita Sant’Agostino per dire che il celibato dei preti è «indispensabile» e chiedere di fatto al successore Francesco di non permettere l’ordinazione sacerdotale di uomini sposati, proposta in ottobre dal Sinodo dei vescovi sull’Amazzonia per compensare la carenza di clero: «Viviamo con tristezza e sofferenza questi tempi difficili e travagliati. Era nostro preciso dovere richiamare la verità sul sacerdozio cattolico. Con esso, infatti, si trova messa in discussione tutta la bellezza della Chiesa. La Chiesa non è soltanto un’istituzione umana. È un mistero. È la Sposa mistica di Cristo. È quanto il nostro celibato sacerdotale non cessa di rammentare al mondo. È urgente, necessario, che tutti, vescovi, sacerdoti e laici, non si facciano più impressionare dai cattivi consiglieri, dalle teatrali messe in scena, dalle diaboliche menzogne, dagli errori alla moda che mirano a svalutare il celibato sacerdotale».

Il libro
Così si legge nel libro Dal profondo del nostro cuore, firmato Benedetto XVI e da Sarah, che esce mercoledì in Francia da Fayard (in Italia sarà pubblicato a fine mese da Cantagalli) e del quale il quotidiano Le Figaro ha anticipato ieri alcuni estratti. I due autori — Raztinger si firma con il nome da pontefice — dicono di presentare le loro riflessioni «in quanto vescovi», «in obbedienza filiale a papa Francesco» e con «uno spirito d’amore per l’unità della Chiesa». Scrivono di volersi tenere «lontani» da ciò che divide, «le offese personali, le manovre politiche, i giochi di potere, le manipolazioni ideologiche e le critiche piene di acredine fanno il gioco del diavolo, colui che divide, il padre della menzogna». Ma certo l’operazione editoriale crea una situazione che non ha precedenti nella storia della Chiesa, come del resto non ha precedenti la presenza di un «emerito» accanto al Papa eletto.

Il Sinodo
Nei prossimi mesi, forse settimane, è attesa infatti l’«Esortazione apostolica» nella quale papa Francesco tirerà le somme del Sinodo. Il 26 ottobre l’assemblea ha approvato un testo che, nell’articolo più controverso (128 sì, 41 no), proponeva di «stabilire criteri e disposizioni» «per ordinare sacerdoti uomini idonei e riconosciuti dalla comunità, che abbiano un diaconato permanente fecondo e ricevano una formazione adeguata per il presbiterato, potendo avere una famiglia costituita e stabile, per sostenere la vita della comunità attraverso la predicazione della Parola e la celebrazione dei sacramenti nelle zone più remote della regione amazzonica».

L’Amazzonia
In Amazzonia lo chiedevano da anni, ma era la prima volta che la «proposta» compariva nero su bianco in un testo ufficiale della Chiesa. Alla fine sarà il Papa a decidere. Già il cardinale Christoph Schönborn, vicino a Francesco, invitava alla «prudenza» e spiegava al Corriere della Sera: «Prima si deve cominciare con i diaconi permanenti, poi si vedrà». Ma intanto ora interviene il Papa emerito, con tutto il peso del suo nome e della sua autorità teologica. Nell’introduzione, gli autori scrivono: «Ci siamo incontrati in questi ultimi mesi, mentre il mondo rimbombava del frastuono provocato da uno strano sinodo dei media che aveva preso il sopravvento sul Sinodo reale. Ci siamo confidati le nostre idee e le nostre preoccupazioni. Abbiamo pregato e meditato in silenzio». Il cardinale Sarah scrive che «parlare di eccezione sarebbe un abuso di linguaggio o una menzogna» e «non si può proporre all’Amazzonia dei preti di “seconda classe”».

«Un’astinenza ontologica»
Nel suo saggio sul «sacerdozio cattolico», Ratzinger risale alle radici teologiche della scelta celibataria, parla di «un’astinenza ontologica» che non significa «un giudizio negativo della corporeità e della sessualità» e aggiunge, netto: «La chiamata a seguire Gesù non è possibile senza questo segno di libertà e di rinuncia a qualsiasi compromesso». Per Benedetto XVI e il cardinale Sarah ne va del futuro della Chiesa, insieme firmano introduzione e conclusioni: «È urgente, necessario, che tutti, vescovi, sacerdoti e laici, ritrovino uno sguardo di fede sulla Chiesa e sul celibato sacerdotale che protegge il suo mistero. Tale sguardo sarà il miglior baluardo contro lo spirito di divisione, contro lo spirito partitico, ma anche contro l’indifferenza e il relativismo».

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Crepaldi e la verità: una normalità che fa notizia

Posté par atempodiblog le 11 janvier 2020

Crepaldi e la verità: una normalità che fa notizia
Ormai basta poco nella Chiesa per attirare l’attenzione del web e della stampa: basta dire qualcosa di normale e persino di ovvio. L’arcivescovo Crepaldi ha stigmatizzato i numerosi attacchi al cristianesimo di questi ultimi giorni. E i giornali si sono scatenati. La domanda da porsi, quindi, non è tanto perché abbia parlato il vescovo Crepaldi, ma perché non abbiano parlato gli altri.
di Stefano Fontana – La nuova Bussola Quotidiana

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Ormai basta poco nella Chiesa per attirare l’attenzione del web e della stampa: basta dire qualcosa di normale e persino di ovvio. Una cosa di questo genere è successa a Trieste il giorno dell’Epifania.

Breve antefatto del poema: a Roma un manifesto – poi ritirato – presentava un Cristo pedofilo. Una immagine diffusa da Roberto Saviano faceva vedere San Giuseppe che estraeva dall’utero di Maria a gambe aperte il Bambino Gesù. Dacia Maraini aveva scritto che se Gesù fosse venuto al mondo oggi sarebbe una “Sardina”. Poi c’erano stati gli incendi dei presepi in varie chiese, i danneggiamenti e le profanazioni. Questo il prologo, il poema inizia quando nel tempio triestino di Sant’Antonio Taumaturgo, al Porto Rosso, davanti allo spettacolare canale fatto aprire dalla regina Maria Teresa, il vescovo Giampaolo Crepaldi scende all’ambone e tiene la sua omelia.

Dopo aver ricordato e onorato le verità salvifiche rivelate da Dio all’uomo nell’Epifania con al centro la regalità e signoria del Bambino venerato dai Magi, il vescovo dice che queste verità hanno subito un’“attacco senza precedenti” verificatosi “durante le feste natalizie” che “è andato dispiegandosi in varie forme volgari e blasfeme”: dalla “identificazione della persona [di Cristo] con l’essere gay, pedofilo e “sardina”, fino a più sofisticate interpretazioni dei testi scritturistici che lo hanno privato della natura divina”, da parte di “intellettuali liberal convinti di essere i depositari di non si sa quale arcana verità”, “sempre loro e sempre quelli, ogni anno a spararla più grossa, spacciando patacche cristologiche in nome del progresso”.

D’un colpo queste parole così schiette sono rimbalzate su Facebook, giornali laici come Il Gazzettino, Il Giornale, Libero le hanno riprese e commentare, insieme a tanti blog e agenzie di informazione. Se Il Giornale dice che “Monsignor Crepaldi si è distinto per essere uno dei pochi consacrati a rispondere agli attacchi subiti dai fedeli in queste settimane”, nel suo Blog Aldo Maria Valli parla di lui come “un vescovo che non si nasconde”.

Ricordiamo che il 13 giugno 2019, l’arcivescovo Crepaldi, in un’altra famosa omelia, aveva fortemente criticato il gay pride FVG tenutosi in quei giorni aTriete: “Questo nostro incontro di preghiera vuole riparare le offese che sono state fatte a Dio e al popolo cristiano sabato 8 giugno nella nostra Città di Trieste durante la manifestazione denominata “Pride FVG”. Soprattutto con cartelli allusivi alle preghiere del Padre nostro e della Salve Regina si è colpito al cuore il nucleo più prezioso della nostra fede nel Cristo Signore e la nostra devozione alla Vergine Maria. Al di là dei linguaggi volgari utilizzati, è bene rimarcare un punto: quello che voleva essere un evento di lotta contro le discriminazioni, si è tradotto in un evento discriminatorio contro il popolo cristiano”.

I riflettori si sono puntati sull’ambone dove mons. Crepaldi teneva l’omelia dell’Epifania, e non invece su tutti gli altri vescovi italiani da cui non è venuta una parola sui tragici fatti. Nemmeno se Netflix programma un film con Gesù gay i vescovi si espongono? Fare le cose normali nella Chiesa di oggi diventa una notizia. È talmente strano che un vescovo dica queste cose da essere certamente vero e buono quanto egli dice.

La domanda da porsi, quindi, non è tanto perché abbia parlato il vescovo Crepaldi, ma perché non abbiano parlato gli altri. Una prima risposta è che probabilmente non vogliono fastidi: bandiere tricolori sotto il vescovado, articoli di condanna per intolleranza sui quotidiani locali, accuse di insensibilità pastorale, critiche di medievalismo. Oggi si dice che bisogna di tenere aperte le porte con tutti perché nessuno si senta escluso dall’amore materno della Chiesa. Di fatto, però, a sentirsi esclusi sono proprio i fedeli che non vengono protetti nelle cose in cui credono. Crepaldi ha difeso le verità della fede e della morale e, così facendo, ha difeso il popolo cattolico, dato che la Chiesa non è un raggruppamento qualunquista e indifferente alla verità delle cose.

Evitare fastidi non vuol dire solo evitare noie personali, ma anche evitare impedimenti pastorali all’annuncio. Un fattore oggi immobilizzante un vescovo è che senza una presa di posizione della Conferenza episcopale regionale egli non si avventura a dire nulla di proprio. Un altro impedimento è che non si deve anteporre nulla al dialogo, nemmeno il rispetto per “le cose supreme” in cui la Chiesa crede e che deve custodire e difendere come un deposito prezioso. Nulla può fermare il dialogo dato che qualsiasi verità deve emergere da esso e non precederlo. Un terzo impedimento è che niente deve danneggiare l’idillica conciliazione col mondo. Si tende a stare zitti o semmai a denunciare le cose che anche Repubblica, il TG1 o Fabio Fazio denunciano. Questo però significa la resa senza condizioni. E senza applausi, perché il mondo, quando ti sei inginocchiato, non ti applaude, ma passa oltre sulla sua strada.

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La Storia infinita, 40 anni di fantasia che si fa realtà

Posté par atempodiblog le 31 décembre 2019

La Storia infinita, 40 anni di fantasia che si fa realtà
La Storia infinita insieme al Signore degli Anelli e alle Cronache di Narnia va a costituire una ideale trilogia di opere letterarie fantastiche dove la fantasia, l’immaginazione, il mito, non sono intesi come estraniazione dalla realtà, ma come ricerca del Bello, del Buono, del Vero. Riflessioni a 40 anni dal capolavoro di Ende.
di Paolo Gulisano – La nuova Bussola Quotidiana

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È un dato accertato da tempo: nel più concreto dei mondi possibili, nella società che ha fatto della materia e con la materia quello che nessuna civiltà prima si era azzardata, vi è un insospettabile interesse per il mito e il fantastico. Certo, i grandi spazi, le grandi foreste, le alte montagne di uno scenario fantasy sono altra cosa rispetto al quartiere residenziale periferico con il quale il nostro lettore-tipo si trova a fare i conti quotidianamente. È altrettanto vero che i grandi rischi, i grandi amori, le grandi battaglie, il camminare sul ciglio di profondi burroni, lo scintillio delle spade che si incrociano, sono l’antitesi di quella vita piatta, grigia, codificata e programmata che la modernità propone, o per meglio dire impone.

Ma non è solo l’insoddisfazione della realtà ciò che spinge verso il fantastico, non solo la volontà di evadere dalle brutture, quella “Santa fuga del prigioniero” di cui parlò Tolkien: nella grande letteratura fantastica si possono ritrovare valori e princìpi di cui non si parla – o se ne parla per deridere e denigrare – nel resto della narrativa.

Esattamente quarant’anni fa, alla fine del 1979, faceva la sua comparsa nelle librerie un volume che andava ad affiancarsi al Signore degli Anelli e alle Cronache di Narnia come uno dei grandi capolavori della letteratura fantastica: La Storia Infinita, dello scrittore tedesco Michael Ende. Tradotto in più di 40 lingue, il romanzo ha venduto oltre 10 milioni di copie nel mondo ed è diventato un classico della letteratura per ragazzi.

La maggior parte della storia si svolge a Fantàsia, un mondo fantastico, parallelo al nostro,  minacciato dall’espansione di una forza misteriosa chiamata Nulla, che causa la sparizione di regioni sempre più estese del regno. L’Infanta Imperatrice incarica un valoroso giovane guerriero, di nome Atreju, della missione quasi disperata di fermare l’avanzata del Nulla. In questa missione sarà protagonista Bastian, un bambino proveniente dal nostro mondo, da una quotidianità banale e sofferta. Ha dieci anni, ha da poco perso la mamma, e con il padre non riesce a comunicare. A scuola è oggetto di bullismo da parte dei coetanei, e mancano degli adulti che sappiano proporgli qualcosa di bello, che lo aiutino a crescere. Ma un giorno il fantastico fa irruzione nella vita di Bastian attraverso un libro. Leggendo le storie del Regno di Fantàsia, egli si ritrova progressivamente coinvolto negli eventi del racconto.

Bastian viene trasportato a Fantàsia, e diventa parte di quel mondo. L’Infanta Imperatrice lo incarica di ricreare il regno a partire dai suoi desideri e gli dona il talismano Auryn. Su di esso campeggia una scritta: «Fa’ ciò che vuoi». Sembra la sintesi del pensiero moderno, che esalta l’autorealizzazione, lo spontaneismo dei sensi, il non sottomettersi ad alcuna legge morale. In realtà, pagina dopo pagina, il protagonista scoprirà che quel «fai quel che vuoi» non significa «fai quel che ti pare», ma è secondario – come diceva Sant’Agostino -, all’amore. Ama, e fai quel che vuoi. Che è la strada più ardua del mondo.

Nel libro, Atreju  e Bastian la percorreranno insieme, e il ragazzo attraverserà tutti i suoi desideri e passerà dalla goffaggine iniziale alla bellezza, alla forza, alla sapienza, al potere, fino a quando dovrà fermarsi. Bastian aiuta Atreju nel tentativo di salvare il regno e dovrà infine trovare un modo per ritornare nel mondo reale.

La Storia infinita può essere letta come una metafora della letteratura intesa come strumento per cambiare gli uomini e di conseguenza la realtà. Si tratta di un vero e proprio moderno romanzo di formazione, storia di un’anima, folgorante scoperta dell’amore, indimenticabile avventura, ma anche un lungo viaggio nell’immaginario e itinerario nell’arte e nella mitologia. La Storia infinita è stato uno dei libri del nostro tempo che ha conquistato, avvinto e incantato generazioni di lettori, diventando una finestra aperta sul regno dei sogni, dell’immaginazione, dei libri, della letteratura.

Il fascino del libro sopravvisse anche alla versione cinematografica, che uscì nel 1984. Una versione che l’autore disconobbe totalmente, ingaggiando anche una battaglia legale con la produzione. Ende riteneva – a ragione – che il film avesse stravolto e banalizzato i contenuti del suo libro.

La Storia infinita ci racconta come si possa - e si debba – crescere, mantenendo un cuore da bambini. È la stessa lezione che ci viene dalle grandi opere di Tolkien e Lewis. E come i fratelli Pevensie delle Cronache di Narnia fanno ritorno al reale dopo l’incursione nel mondo fantastico, così Bastian tornerà nella realtà, tornerà da suo padre, e finalmente i due riusciranno a parlarsi, a entrare in relazione l’uno con l’altro, a sapersi manifestare il proprio affetto, e sarà la vittoria più bella.

La critica del tempo, agli albori degli anni ’80, accolse piuttosto freddamente il libro: valeva ancora nella letteratura il principio non scritto secondo il quale la narrativa doveva essere soprattutto realistica e politicamente impegnata, per cui non c’era spazio per viaggi nel Regno di Fantàsia. I rappresentanti socialmente attivi della generazione sessantottina criticarono dunque Ende tacciandolo di escapismo, di mancanza di realismo e di tratti eccessivamente naif.

Erano le stesse critiche che avevano accolto anni prima l’opera di Tolkien. Qualcuno parlò in relazione all’opera di Ende di “effetto placebo”, nella misura in cui i giovani lettori spaventati dal futuro e in cerca di una fuga dalla realtà trovavano nel romanzo una risposta al loro bisogno di positività e ricevevano risposte e soluzioni che non erano contenute nel testo stesso.

In realtà il messaggio contenuto ne La Storia infinita era diametralmente opposto: non una fuga nel mondo della fantasia in cui vivere felici, ma un invito a considerare la fantasia un mezzo per affrontare i problemi del mondo reale. Ende si stancò di doversi ripetutamente giustificare agli occhi della critica per la sua scelta di trattare il fantastico e definì “soffocante” il lungo dibattito sull’escapismo. Intanto il suo libro andava sempre più diffondendosi tra i lettori, in barba alle critiche degli intellettuali, e così poterono essere riscoperte e diffuse delle sue opere precedenti, come la tenerissima fiaba Momo.

Col tempo, dopo il 1995, l’anno della morte di Ende, la sua popolarità andò un po’ affievolendosi. Ma gli ideali della Storia infinita trovarono nuovi epigoni negli ambienti della destra giovanile italiana, che a partire dal 1998 cominciò ad organizzare dei meetings chiamati, significativamente, Atreju. Eventi di formazione, di discussione, di elaborazione culturale per i difficili anni che sarebbero venuti col Terzo Millennio.

La Storia infinita, quindi, insieme al Signore degli Anelli e alle Cronache di Narnia va a costituire una ideale trilogia di opere letterarie fantastiche dove la fantasia, l’immaginazione, il mito, non sono intesi come estraniazione dalla realtà, ma come ricerca del Bello, del Buono, del Vero.

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Santo Stefano Protomartire. Aumentano i cristiani perseguitati nel mondo

Posté par atempodiblog le 26 décembre 2019

Santo Stefano Protomartire. Aumentano i cristiani perseguitati nel mondo
Nel giorno in cui la Chiesa celebra la festa liturgica di Santo Stefano, primo martire, deve essere ricordato l’altissimo numero di persone che ancora oggi in varie parti del mondo sono perseguitate a causa della loro fede cristiana. L’intervista a Cristian Nani, direttore di Open Doors/Porte Aperte Italia
di Andrea De Angelis – Vatican News

Santo Stefano Protomartire. Aumentano i cristiani perseguitati nel mondo dans Articoli di Giornali e News Preghiera-a-Colombo
La preghiera a Colombo, colpita il 21 aprile 2019 da un attentato nella Chiesa di sant’Antonio

Il suo martirio è descritto negli Atti degli Apostoli. Avvenne per lapidazione, nell’anno 36. Santo Stefano Protomartire, il primo cioè dei martiri cristiani della storia. Ucciso perché testimoniò la sua fede in Cristo, diffuse il Vangelo, convertì le persone. Il culto di Santo Stefano è diffuso in tutto il mondo, solo in Italia sono oltre cento i comuni di cui è patrono. Ma anche oggi esiste il martirio dei cristiani. Donne e uomini che pagano con la vita il loro amore per Gesù, la scelta di professare la religione cristiana. Ieri come oggi, è importante accendere i riflettori su tali persecuzioni, che si declinano in varie forme: violenza, stigma, vandalismo, intolleranza, esclusione. Secondo la World Watch List 2019 di Open Doors/Porte Aperte, l’annuale Rapporto sulla libertà religiosa dei cristiani nel mondo, sono circa 245 milioni i cristiani perseguitati nel mondo. La WWList2019 prende in esame un periodo di 12 mesi, che va da novembre 2017 ad ottobre 2018. Il 18 gennaio prossimo, l’associazione pubblicherà il nuovo Rapporto.

Aumenta il numero di cristiani perseguitati
Presente in oltre 60 Paesi, l’organizzazione fornisce anche formazione e assistenza ai cristiani che soffrono a causa della loro fede. Nell’intervista a Radio Vaticana-Vatican News, Cristian Nani, direttore in Italia di Porte Aperte, ci anticipa come nell’anno che sta per concludersi la persecuzione nei confronti dei fedeli cristiani sia aumentata per estensione, numero ed intensità. “Bisogna parlare di questo, far riflettere perché oggi – afferma – migliaia di persone muoiono a causa della loro fede, non in guerra, in situazioni di conflitto, ma – insiste Nani – solo per una professione di fede”. Quindi, dopo aver analizzato la situazione dei cristiani in Libia e Yemen, torna su quelli che Papa Francesco in una recente Udienza generale ha definito “cristiani perseguitati con i guanti bianchi”, con particolare riferimento all’Europa. “Intolleranza e vandalismo sono – afferma Nani – due campanelli d’allarme da prendere seriamente in considerazione”.

Quanti perseguitati oggi “anche con i guanti bianchi”
« Oggi nel mondo, in Europa sono tanti i cristiani perseguitati e danno la vita per la loro fede. Sono perseguitati anche con i guanti bianchi, lasciati da parte, emarginati”. Le parole dette a braccio dal Papa, nell’udienza generale dello scorso 11 dicembre, accendono i riflettori su un altro tipo di persecuzione nei confronti dei fedeli. Fatta di intolleranza, vandalismi, frutto di un secolarismo che – ha detto poi Francesco nel discorso alla Curia della scorsa settimana – ci fa capire come “non siamo più in un regime di cristianità perché la fede”, in gran parte dell’Occidente “non costituisce più un presupposto ovvio del vivere comune”. Di “martirio con i guanti bianchi” il Santo Padre aveva già parlato il 30 giugno 2014, nella Messa celebrata a Casa Santa Marta.

La giornata di preghiera in Germania
Tra le tante iniziative in programma nel mondo per la festa liturgica di Santo Stefano, anche quella della Conferenza episcopale tedesca che celebra la “Giornata di preghiera per i cristiani perseguitati e oppressi”. Nelle liturgie verranno ricordati i fratelli e le sorelle della fede che sono vittime dell’esclusione e dell’oppressione in molti luoghi del mondo. Con questa iniziativa si vuole esprimere anche l’impegno della Chiesa tedesca per la libertà religiosa di tutte le persone. La giornata di preghiera del 26 dicembre fa parte dell’iniziativa “Solidarietà con i cristiani perseguitati e oppressi nel nostro tempo”, con la quale i vescovi intendono rendere consapevoli i fedeli delle discriminazioni e delle violenze che i cristiani subiscono ancora oggi in molte parti del mondo.

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Corredentrice, la Madonna ha chiesto il dogma

Posté par atempodiblog le 21 décembre 2019

Corredentrice, la Madonna ha chiesto il dogma
Nelle apparizioni di Amsterdam (riconosciute nel 2002) alla veggente Ida Peerdeman, la Madonna ha chiesto di proclamare un nuovo dogma con i titoli di “Corredentrice, Mediatrice e Avvocata”. E sono molte le anime predilette che hanno parlato della sua Corredenzione, tra cui la mistica suor Maria Natalia Magdolna. Che racconta di aver ricevuto al riguardo una profezia di Gesù.
di Marco Lepore  – La nuova Bussola Quotidiana
Tratto da: Radio Maria

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Non sono tempi facili per l’editoria, nemmeno per quella cattolica. Eppure, c’è un libro che per un po’ di giorni è stato in cime alle classifiche di vendita su un noto sito di acquisti online e che continua a riscuotere recensioni positive e ad essere oggetto di trasmissioni e dibattiti in diversi contesti. L’ultimo, in ordine di tempo, è quello su Radio Kolbe, riportato nel sito Tempi di Maria.

Si tratta del libro di Claudia MateraRivelazioni profetiche di suor Maria Natalia Magdolna. Mistica del XX secolo (Sugarco Edizioni), di cui già qualche tempo fa la Nuova Bussola ha ospitato una recensione, che ci consente di conoscere la sconvolgente vicenda storica e personale di una suora ungherese con doni mistici, che ha ricevuto profezie celesti assai importanti per i nostri tempi. Una religiosa conosciuta e amata da molta parte della Chiesa ungherese, ma poco nota in Italia, a causa principalmente della clandestinità cui fu costretta sotto il comunismo e alla conseguente sua vita ritirata.

Le rivelazioni della Beata Vergine a suor Maria Natalia Magdolna riguardano i cosiddetti “Ultimi Tempi”, per usare la nota espressione di san Luigi Maria Grignion de Montfort. E sono, come scrive padre Serafino Tognetti nella prefazione, «uno scossone per i fedeli di oggi»Il testo, da leggere con calma e meditare, è infatti una fonte straordinaria di nutrimento per l’anima.

Il libro offre tra l’altro alcuni spunti di grande interesse sul ruolo della Madonna nella storia della Salvezza. Le vicende storiche (drammatiche e controverse) dell’Ungheria, che nel 1038 fu donata in eredità alla Madonna dal re santo Stefano, gettano una luce su tutta la storia europea e sul compito di ogni singola nazione, la cui identità risulta avere un chiaro ruolo all’interno del disegno divino. Il filo rosso delle profezie è legato alle parole “espiazione, riparazione e penitenza”, con la richiesta celeste di formare una milizia di anime che si offrano a Dio per riparare ai peccati e preparare il trionfo del Cuore Immacolato di Maria. Evidente è il richiamo alle grandi apparizioni mariane dei tempi moderni, da Rue du Bac a Parigi fino a Lourdes, a Fatima, Amsterdam e alle più recenti, magari non ancora riconosciute (come ad esempio Medjugorje).

Proprio le apparizioni di Amsterdam (ufficialmente riconosciute dal vescovo nel 2002), con i relativi messaggi affidati alla veggente Ida Peerdeman, mostrano straordinari punti di contatto con le rivelazioni a suor Maria Natalia. In queste apparizioni, la Madonna chiede esplicitamente un nuovo dogma, quello che dovrà attribuirle il titolo di “Corredentrice, Mediatrice e Avvocata”. La “Signora di Tutti i Popoli” promette solennemente che « Ella salverà il mondo sotto questo titolo » (20.03.1953); « per mezzo di questa preghiera libererà il mondo da una grande catastrofe mondiale » (10.05.1953). Spiega, inoltre, come farà: « Quando il dogma, l’ultimo dogma della storia mariana, sarà proclamato, allora la Signora di Tutti i Popoli donerà la Pace, la vera Pace al mondo. I popoli però debbono recitare la mia preghiera in unione con la Chiesa » (31.05.1954).

La Madonna descrive inoltre le violente opposizioni e i contrasti che si sarebbero scatenati attorno al dogma e che recentemente si sono fatti ancora più aspri: « Questo dogma sarà molto contestato » (08.12.1952). « Gli altri, vi attaccheranno » (04.04.1954). E ancora, con parole drammatiche, profetizza: “La lotta è difficile e gravosa, ma se collaborate tutti il vero Spirito vincerà” (5.10.1952).

Sempre ad Amsterdam la Madonna, sapendo che questo dogma sarebbe stato rifiutato e in qualche caso aspramente combattuto, affidò ai teologi un compito importante: quello di trovare nei “libri” gli argomenti che dimostrano la verità teologica del titolo di Corredentrice, dandogli così un fondamento incontestabile: « Di’ ai vostri teologi che essi possono trovare tutto nei libri. Non porto nessuna nuova dottrina. Porto adesso gli antichi pensieri » (04.04.1954).

È quanto fece, ad esempio, un grande santo dei nostri tempi, San Giovanni Paolo II, che scrisse nel suo libro Dono e Mistero:

“Ci fu un momento in cui misi in qualche modo in discussione il mio culto per Maria ritenendo che esso, dilatandosi eccessivamente, finisse per compromettere la supremazia del culto dovuto a Cristo. Mi venne allora in aiuto il libro di San Luigi Maria Grignion de Montfort che porta il titolo di «Trattato della vera devozione alla Santa Vergine». In esso trovai la risposta alle mie perplessità. Sì, Maria ci avvicina a Cristo, ci conduce a Lui, a condizione che si viva il suo mistero in Cristo… Compresi allora perché la Chiesa reciti l’Angelus tre volte al giorno. Capii quanto cruciali siano le parole di questa preghiera: «L’Angelo del Signore portò l’annuncio a Maria. Ed ella concepì per opera dello Spirito Santo… Eccomi, sono la serva del Signore. Avvenga di me secondo la tua parola… E il Verbo si fece carne, e venne ad abitare in mezzo a noi…». Parole davvero decisive! Esprimono il nucleo dell’evento più grande che abbia avuto luogo nella storia dell’umanità.

Già Pio IX, nella Bolla Dogmatica “Ineffabilis Deus, scriveva: “I Padri videro designati [nei versetti della Genesi] Cristo Redentore e Maria congiunta con Cristo da un vincolo strettissimo e indissolubile, esercitando insieme con Cristo e per mezzo di Lui sempiterne inimicizie contro il velenoso serpente, e riportando sopra di lui una pienissima vittoria”.

La Corredenzione di Maria non è una questione periferica della nostra Fede, ma centrale, perché essa tocca l’essenza della Redenzione del genere umano. Dopo il peccato originale Dio era libero di redimerci oppure no e di scegliere qualsiasi modo per redimerci. Poiché ha deciso liberamente di redimerci mediante l’Incarnazione del Verbo nel seno della Madonna ha associato intimamente Maria alla Redenzione, rendendola Mediatrice, Corredentrice e Avvocata.

Nel caso della Redenzione dell’umanità Cristo ha pagato, con tutto il suo Sangue sparso sulla Croce e durante tutta la Passione, la grazia che Adamo aveva perduto e che noi abbiamo riacquistato per la Sua Redenzione. Maria ha cooperato alla Redenzione del genere umano con Cristo in maniera subordinata e secondaria, acconsentendo all’Incarnazione del Verbo nel suo seno e offrendo Cristo in Croce al Padre per riscattare l’umanità, soffrendo indicibilmente e “commorendo” misticamente con Lui ai piedi della Croce. Ritta ai piedi della Croce! Quale madre potrebbe sopportare un simile dolore senza accasciarsi, ripiegarsi sfinita dall’angoscia e dal pianto? Nulla per sé, tutta per il Figlio…

Lo stesso Concilio Vaticano II (Concilio Vaticano II, Lumen Gentium, 58) così parla di Maria ai piedi della croce: «Anche la Beata Vergine ha avanzato nel cammino della fede e ha conservato fedelmente la sua unione con il Figlio sino alla croce. Qui, non senza un disegno divino, se ne stette ritta, soffrì profondamente con il suo Figlio unigenito e si associò con animo materno al sacrificio di Lui, amorosamente consenziente all’immolazione della vittima da lei stessa generata». Consentire all’immolazione della vittima da lei generata fu come immolare sé stessa.

È in questa luce di speciale cooperazione alla Redenzione - al servizio totale del Signore Gesù, unico Redentore – che si spiega il titolo di Corredentrice (vedi anche qui e qui). Un titolo che venne usato dallo stesso san Giovanni Paolo (e prima di lui da san Pio X e Pio XI), nonché da molti altri santi come Gabriele dell’Addolorata, Veronica Giuliani, Padre Pio, Massimiliano Maria Kolbe, Leopoldo Mandic, Madre Teresa di Calcutta, ecc.

A questa gloriosa lista aggiungiamo proprio suor Maria Natalia Magdolna, che racconta (pag. 83): «Gesù mi disse: “Mia Madre Immacolata sarà la corredentrice dell’era che deve venire” e mi spiegò che, per poter affrettare la vittoria della nostra Madre e Regina, dovevo pregare frequentemente con questa invocazione: “Madre nostra Immacolata, mostra la tua potenza!”».

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Botti di Capodanno, incubo per i cani. Ecco come aiutare i nostri amici animali

Posté par atempodiblog le 19 décembre 2019

Botti di Capodanno, incubo per i cani. Ecco come aiutare i nostri amici animali
di Paolo Bosatra, istruttore cinofilo – L’Eco di Bergamo

Botti di Capodanno, incubo per i cani. Ecco come aiutare i nostri amici animali dans Articoli di Giornali e News Botti-di-capodanno-e-animali

Viviamo, in questi giorni di festività, un momento «storicamente» molto delicato per i nostri amici cani a causa di botti e petardi vari, che mai fanno loro piacere e spesso sono fonte di vero e proprio panico, con conseguenze a volte disastrose per loro ma anche per noi. Fortunatamente però possiamo dire che sempre più comuni della Bergamasca stanno intelligentemente vietando l’utilizzo dei botti.

I cani sono dotati di un udito sensibilissimo e il rumore di un petardo è davvero molto fastidioso, spesso ci dimentichiamo di ciò, ma lo stress che generano i botti di fine anno è enorme su ognuno di loro, anche se apparentemente vi può sembrare che ne siano del tutto indifferenti. Quindi se proprio non potete fare a meno di festeggiare a suon di petardoni, fatelo lontano dal vostro amico, e comunque assicuratevi che sia in un luogo sicuro e al riparo. Non solo il rumore può essere dannoso, ma anche eventuali bruciature o gravi lesioni causate dallo scoppio. Pensate ad un cane che decide di inseguire un petardo da voi lanciato in giardino pensando che sia una pallina, e alle conseguenze a cui potrebbe andare incontro.

Petardi, cani e ragazzini
Se in famiglia avete dei ragazzini, solitamente i più interessati ai botti, raccomandate loro di non sparare quando il cane è nei paraggi, ma anche di non farlo con altri cani dietro le cancellate. Purtroppo è un «passatempo» ancora molto diffuso tra gli adolescenti e a farne le spese sono, oltre agli animali, anche i proprietari che si trovano alle prese con cani terrorizzati o che iniziano a sviluppare atteggiamenti aggressivi nei confronti di chiunque si avvicini al cancello di casa.

Cani terrorizzati dai rumori
Esistono poi (e io, grazie al mio tenero segugio Ambrogio, ne sapevo qualcosa) molti soggetti che sviluppano una vera e propria iperfobia nei confronti dei rumori forti, quali tuoni e, appunto, spari e scoppi. Solitamente ciò avviene perchè nelle prime, determinanti settimane di vita, il cucciolo non viene correttamente socializzato e accostato positivamente a tali rumori. Per questi cani non solo il capodanno, ma anche i giorni che lo precedono e lo seguono (in cui, anche se in modo minore, si continua a sparare), sono fonte di autentico terrore, in cui il panico regna sovrano. Per questi sventurati quattrozampe gli accorgimenti e le cautele devono essere ancora maggiori: se sono cani che abitualmente vivono in giardino, raccomando caldamente di portarli in casa, o quanto meno di ricoverarli in luoghi sicuri, come taverna o garage, e di non lasciarli al buio, ma di tenere una luce e magari anche una radio accese.

No corde o catene
Evitate di lasciarli all’esterno legati a catene o corde, possono farsi molto male nel tentativo di divincolarsi per fuggire. Sappiate che un cane in preda al panico scavalca recinzioni anche di due metri e scappa senza una direzione precisa, rischiando, nella migliore delle ipotesi, di perdersi e di non ritrovare la strada di casa, nella peggiore di finire in mezzo ad una strada trafficata e di provocare un incidente stradale di cui ne sareste poi i responsabili.

Non assecondiamo le loro paure
Una volta messi al sicuro, il consiglio è di non lasciarli completamente soli, hanno bisogno della nostra presenza che, attenzione, non deve avere la funzione di consolarli e tantomeno dobbiamo sussultare ad ogni sparo buttandoci compassionevolmente su di loro: così facendo infatti andremmo solo a rinforzare la loro paura, è come se gli dimostrassimo che ha ben ragione di essere in preda al panico. Noi dobbiamo dimostrare loro che, nonostante i botti, continuiamo a fare con indifferenza ciò in cui siamo indaffarati.

Rimedi aggiuntivi per tutti
Non sempre però questi accorgimenti bastano a risolvere la situazione e a restituire tranquillità ad un cane particolarmente fobico, ecco allora che, insieme agli atteggiamenti prima descritti, si possono provare altri rimedi, come il diffusore del «feromone dell’appagamento», facilmente reperibile in farmacia o nei pet-stores o i fiori di Bach, che possono essere utilizzati anche per i nostri amici a quattro zampe. Certo, non sono farmaci, ma possono dare davvero un buon aiuto.

Anticipate il problema, parlatene al veterinario
Consiglio però anche di parlarne con il vostro veterinario il quale, una volta valutata la situazione potrà prescrivervi anche un valido supporto farmacologico. Attenzione, con i farmaci si sa, non si scherza. Evitate pertanto il «fai da te»: non è detto che un farmaco adatto a voi lo sia anche per il vostro cane. Solo il medico veterinario può indicarvi la giusta soluzione!

In caso di smarrimento
In caso doveste smarrire il cane, avvisate subito le forze di polizia (in primis la Polizia Locale) fornendo una descrizione dettagliata del vostro amico peloso, stampate dei manifestini con i vostri recapiti e una sua foto ben definita, offrite magari una ricompensa per chi dovesse riportarvelo. Utilizzate i social network, Facebook su tutti. Abbiamo gruppi molto efficienti attivi nella bergamasca. Lasciate fisso sul cane il collarino con la medaglietta che deve riportare il nome del cane e il vostro numero di telefono. È sempre il modo più semplice e efficace per farvelo restituire. Se non l’avete ancora, sappiate che nei negozi di animaleria e in alcune ferramenta ve la incidono al momento. Inoltre nei grandi centri commerciali vi sono delle macchinette in cui potete farvela da voi. È sottinteso che il cane deve essere tatuato o microchippato, come da prescrizione di legge, cosa che permette alle autorità di rintracciarvi, ma la medaglietta lo identifica immediatamente.

In caso di ritrovamento
Nel caso foste voi a ritrovare un cane smarrito sprovvisto di medaglietta, recatevi dal più vicino veterinario che può identificare il cane con il lettore di microchip, in alternativa avvisate la Polizia Locale o il Comune in cui avete ritrovato l’animale. Anche in questo caso servitevi di facebook. Vi invito inoltre, se si lascia avvicinare, a non lasciarlo vagare per strada, ma ad offrirgli acqua, cibo ed uno stallo (anche di fortuna) in attesa che il proprietario o le autorità competenti vengano a ritirarlo.

Festivit dans No ai botti pericolosi

Inoltre Freccia dans Riflessioni Decalogo dei carabinieri. Fuochi d’artificio, le regole salva-vita

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Esorcista. Padre Cavallo, 100 anni, in missione contro Satana

Posté par atempodiblog le 15 décembre 2019

Esorcista. Padre Cavallo, 100 anni, in missione contro Satana
Compie un secolo di vita il saveriano padre Cavallo, che da quattro decenni è esorcista: «Sono stato in Usa e in Africa. Poi mi richiamarono in Italia per questo incarico»
di Donatella Coalova – Avvenire

Esorcista. Padre Cavallo, 100 anni, in missione contro Satana dans Articoli di Giornali e News Padre-Cavallo
Il sacerdote è nato il 16 novembre 1919, ma venne registrato all’anagrafe di Bari il 2 gennaio 1920 Fu l’allora vescovo di Pescia, Bianchi ha chiedergli di svolgere questo ministero. «Ho avuto anche la fortuna di conoscere san Padre Pio,  il beato Giustino Russolillo e la venerabile madre Gemma Eufemia Giannini»

Alto, magro, ascetico: è l’esorcista più anziano d’Italia. Padre Francesco Cavallo, della comunità dei Missionari Saveriani di Salerno, ha da poco compiuto cent’anni, festeggiato dai superiori, dai confratelli, dall’arcivescovo di Salerno-Campagna-Acerno, Andrea Bellandi, e da una folla di fedeli. Padre Cavallo nasce infatti il 16 novembre 1919, anche se la sua nascita venne registrata successivamente, il 2 gennaio 1920, a Bari. Nonostante l’età avanzata, continua a svolgere con amore il suo ministero di confessore ed esorcista, consigliando quanti si rivolgono a lui. «Sono grata a padre Cavallo – dice una sua figlia spirituale, Adele Perrotti – perché mi ha insegnato l’amore per i poveri, la centralità dell’Adorazione eucaristica e l’urgenza di pregare per i lontani». Autore di alcuni libri di spiritualità, padre Cavallo colpisce per la saggezza e l’ottima memoria. Racconta con precisione la sua lunga vita, arricchendo il racconto anche con qualche citazione latina.

Padre Cavallo, come nacque la sua vocazione?
Avevo diciotto anni, tutti i giorni partecipavo alla Messa delle sette. Una mattina, dopo la Comunione, pensai: «Gesù, ti sei dato a me. Quanto amore! Io cosa posso fare per te?». In quel momento decisi di diventare missionario. I miei genitori non si sarebbero opposti alla vocazione sa- cerdotale, ma erano contrari a quella missionaria, perché allora significava andare lontano dalla famiglia, morire in terra straniera. Ma io sentivo che la volontà di Dio per me era questa e tenni duro con una forza improvvisa, che non era mia. Nell’agosto 1940 partii per San Pietro in Vincoli, frazione del comune di Ravenna, dove c’era il noviziato dei padri saveriani. Un anno dopo, pronunciai con gioia i tre voti insieme al voto di andare in missione. A Parma feci gli studi di teologia e filosofia e il 17 agosto 1947 fui ordinato sacerdote.

Dove venne mandato?
Venni inviato negli Stati Uniti d’America dove doveva essere aperta una comunità di saveriani per accogliere le vocazioni dei giovani americani. Rimasi per tredici anni nella diocesi di Boston. Successivamente la mia destinazione fu l’Africa, in Sierra Leone. Venni poi richiamato in Italia, poiché mi era stato affidato il compito di maestro dei novizi. In questo periodo seguii la formazione di circa trecento giovani.

È nota la sua attività di esorcista…
Venni nominato esorcista nel 1979 da monsignor Giovanni Bianchi, vescovo di Pescia, in Toscana. L’ incarico mi venne poi confermato da altri vescovi. Ho fatto l’esorcista in Toscana, poi nel Santuario di Montevergine e in quello di Pompei. Anche ora continuo a ricevere chi ha bisogno di aiuto. Grazie alla bontà di Dio ho un certo bagaglio di esperienza. Interrogo le persone per capire se le loro sofferenze sono dovute a cause naturali, a delle malattie o se si tratta di fenomeni causati da satana. Ringrazio il Signore che mi ha conservato la lucidità mentale, così posso fare esorcismi, confessare, consigliare.

Lei ha conosciuto dei santi…
Il Signore nella sua immensa tenerezza mi ha fatto incontrare san Pio da Pietrelcina, il beato Giustino Russolillo, la venerabile madre Gemma Eufemia Giannini.

Cosa insegnano i santi?
Ci testimoniano che quod aeternum non est, nihil est. I beni di questo mondo sono transitori. Perché attaccarsi alle ricchezze, ai posti di prestigio, di comando? Sono temporanei. Ciò che davvero conta è solo fare la volontà di Dio. Siamone certi: Dio è amore, tutto quello che vuole o permette è per amore.

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Terremoto, Betori in Mugello: «Ho trovato i parroci molto coraggiosi. I preti punto di riferimento per la popolazione»

Posté par atempodiblog le 9 décembre 2019

Terremoto, Betori in Mugello: «Ho trovato i parroci molto coraggiosi. I preti punto di riferimento per la popolazione»
Dopo il sisma che ha colpito questa notte il Mugello l’Arcivescovo di Firenze, card. Giuseppe Betori si è recato subito sul territorio per visitare le parrocchie e portare la sua vicinanza ai sacerdoti e rendersi conto personalmente della situazione. «Sono andato in tutte le parrocchie del Mugello e ho parlato con tutti i sacerdoti. Ho trovato i parroci molto coraggiosi, pronti ad affrontare la problematica e a rimboccarsi le maniche facendo qualche sacrificio»
di Riccardo Bigi – Toscana Oggi

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«Le maggiori difficoltà – afferma Betori – sono a Barberino, ho visto una lunga fila di persone alla tenda della Protezione Civile immagino per la richiesta di sopralluoghi nelle case, anche se i segni esterni tipici del terremoto non sono visibili sugli edifici» ha detto il card. Betori. «Ho trovato i parroci molto coraggiosi, pronti ad affrontare la problematica e a rimboccarsi le maniche facendo qualche sacrificio» ha proseguito. I due sacerdoti di Barberino, ha affermato, si trasferiranno dai parenti a Firenze per dormire e durante la giornata saranno ospitati nella sede della Misericordia per non gravare sulla Protezione Civile.

«I sacerdoti come sempre sono un punto di riferimento umano, ma al momento non ci sono situazioni tali della popolazione da richiedere da parte loro un intervento diretto, stasera si avrà forse un quadro più certo della condizione delle case e delle necessità delle persone – ha proseguito il card. Betori. La popolazione è comprensibilmente spaventata, ma ho visto tranquillità e molto ordine. Voglio rassicurare la gente, la situazione è sotto controllo, la macchina dei soccorsi si è mossa in maniera tempestiva ed efficace, le istituzioni sono attive e tutto è supervisionato dalla Prefettura. Ho parlato stamattina con il Prefetto prima di partire per il Mugello e rifarò un punto nel pomeriggio quando celebrerò la messa proprio per la Prefettura per la festa di Sant’Ambrogio».

Per quanto riguarda le chiese della diocesi, afferma Betori, «abbiamo un problema serio proprio a Barberino di Mugello dove la chiesa vede lesionato il portico e distaccata la facciata dal corpo principale. Si stanno portando via le opere d’arte contenute nella chiesa insieme alla Sovrintendenza ai beni artistici. Anche la canonica è stata lesionata dal sisma e come la chiesa è stata dichiarata inagibile dai Vigili del fuoco. I tempi per rendere la chiesa nuovamente agibile saranno lunghi e dovremo trovare una soluzione per la comunità e per le celebrazioni della domenica nel paese».

«Danni ingenti – prosegue Betori – si sono verificati anche in una chiesa ex parrocchiale che la diocesi ha affidato da un po’ di tempo alla comunità rumeno-ortodossa in località Torre Petrona, a Scarperiadove è crollato il controsoffitto. Per fortuna tutto è accaduto nella notte perché proprio ieri avevano celebrato la loro divina liturgia. Qui credo che la chiusura sarà molto lunga perché essendo venuta giù la volta la chiesa è completamente inagibile.

Le altre chiese della diocesi sul territorio non sembrano avere particolari problemi, ma ho chiesto a tutti i sacerdoti di far verificare la fruibilità degli edifici da parte dei Vigili del fuoco prima che si svolgano le celebrazioni di domenica prossima. Sembrava esserci una criticità sul campanile della chiesa di Cavallina, ma il parroco mi ha assicurato che non ha subito danni particolari».

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