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Morto Phillip Johnson, padre del Disegno Intelligente

Posté par atempodiblog le 8 novembre 2019

Morto Phillip Johnson, padre del Disegno Intelligente
E. Johnson è morto all’età di 79 anni. Nel suo Darwin on Trial mette in discussione la teoria darwiniana con un bombardamento di domande. E’ uno dei padri dell’Intelligent Design, secondo cui “alcune caratteristiche dell’universo e delle cose viventi vengono spiegate meglio dall’esistenza di una causa intelligente che non da un processo cieco qual è la selezione naturale”
di Marco Respinti – La nuova Bussola Quotidiana

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È da 30 anni esatti che ogni qual volta compaia l’espressione «intelligent design» il pensiero dominante vi appiccica pavlovianamente sopra il bollino rosso “pseudoscienza”, laddove il pensiero dominante è la socializzazione di quel «divieto di fare domande» con cui, ne Il mito del mondo nuovo (trad. it., introduzione di Mario Marcolla [1929-2003], Rusconi, Milano 1970), il filosofo della politica tedesco-americano Eric Voegelin (1901-1985) stigmatizzava la cifra del mondo contemporaneo, l’intelligent design è la beata ostinazione a porsi domande su tutto, a partire dal principio di ogni cosa, e così scoprire con stupore e tremore che «alcune caratteristiche dell’universo e delle cose viventi vengono spiegate meglio dall’esistenza di una causa intelligente che non da un processo cieco qual è la selezione naturale» e la pseudoscienza è tutto ciò che spaccia per verità vera e prova provata quel che invece è solo al massimo una ipotesi di lavoro, spesso anche una forzatura ideologica e non di rado persino uno stratagemma propagandistico. Per esempio l’evoluzionismo darwinista, quello che al più è appunto una ipotesi e che tale resterà, cioè indimostrato, finché continuerà a sottrarsi alla verifica di quel metodo scientifico, canonizzato da mezzo millennio nella sua forma galileiana e come tale adottato da tutti gli specialisti, che non può prescindere dall’osservazione di un dato (fenomeno) e dalla verifica sperimentale che conferma o confuta la tesi elaborata inizialmente per spiegarlo.

L’espressione intelligent design, o ID, dà però fastidio perché rompe le uova nel paniere, mettendo in crisi una costruzione mentale che nessuno ha interesse a discutere, soprattutto da quando l’evoluzionismo darwinista è stato arruolato come pezza giustificativa del positivismo e adoperato come puntello di ogni sorta di materialismo. Ora, fintantoché non presenterà fenomeni verificati sperimentalmente anche l’ID resterà nel campo delle ipotesi, né più né meno dell’evoluzionismo cui si oppone nel quadro del dibattito scientifico. Ma quando spiegasse sistematicamente meglio l’apparire di certi fenomeni, diventerebbe un’ipotesi plausibile. E quando offrisse fatti inoppugnabili, sarebbe inoppugnabilmente scienza.

Per molti è un difetto, ma uno dei suoi pregi è l’essere naturalmente un ponte fra scienza e filosofia, ovvero sapere ricondurre a quell’unità del sapere che è patrimonio di tempi più civili dei nostri pur mantenendo distinti gli ambiti. Del resto è così anche per l’evoluzionismo e per ogni materialismo: non si utilizza forse la scienza per inferenze in ambito filosofico? In questo modo l’ID si rivela imparentato con la filosofia aristotelica della causa e dell’effetto, mai sazio di essere bambino davanti alle cose, chiedendosi continuamente “perché?”

Trent’anni fa l’espressione «intelligent design» compariva per la prima volta nel manuale scolastico Of Pandas and People: The Central Question of Biological Origins di Percival Davis e Dean H. Kenyon, pubblicato nel 1989 dalla Foundation for Thought and Ethics di Richardson, in Texas, a cura di Charles Thaxton, poi riedito nel 1993 e ripubblicato nel 2008 con il titolo The Design of Life: Discovering Signs of Intelligence in Biological Systems (ISI Books, Wilington [Dealware]. Da allora il suo centro propulsore è il Discovery Institute di Seattle, meglio ancora il suo Center for Science and Culture (CSC), diretto da Stephen C. Meyer, geofisico e filosofo della scienza.

Ma uno dei padri indiscussi di quello che nel tempo è cresciuto anche come movimento di opinione è senza dubbio Phillip E. Johnson (1940-2019), statunitense, scomparso il 2 novembre a 79 anni. Docente di Diritto nell’Università della California di Berkeley e co-fondatore del CSC, Johnson attraversò da giovane una fase di crisi profonda dovuta a un divorzio e alla polverizzazione della sua famiglia che lo condusse, a 38 anni, a una conversione profonda al cristianesimo. La fede cristiana lo portò quindi a interrogarsi filosoficamente sul senso delle cose e sulle cause del reale, in rotta di collisione con l’insufficienza strutturale delle spiegazioni materialiste. Fu questa la scintilla dell’ID come domanda sul reale realtà che però non mette il carro davanti ai buoi, pretendendo si spiegare con la fede ciò che la ragione non vede, ma esattamente il contrario: adoperando una la ragione che non si accontenta dei razionalismi.

Se poi interrogarsi sulla possibilità di un progetto intelligente nella natura porti a chiedersi chi sia il progettista è certo cosa lecita, ma è cosa altra. Qualora si volesse pure disinteressare dell’identità del progettista, uno scienziato serio mai potrebbe censurarsi davanti all’evidenza di un progetto intelligente. Questa e non altra è stata la sfida di Johnson al mondo che ha smesso di farsi domande.

Fanno testo le sue numerose pubblicazioni, anzitutto il fondamentale Darwin on Trail (Regnery, Washington) del 1991, prima vera pietra nello stagno. È su quelle pagine che l’infondatezza dell’assunto darwiniano viene messo alla sbarra in un incalzare di domande che esigono risposte. Del resto è il darwinismo che si perita di essere la soluzione trovata, annichilendo qualsiasi altra ipotesi: perché dunque, come la sfinge, non risponde, sfuggendo sistematicamente all’unico banco di prova accettato dalla comunità scientifica?

Perché non lasciare allora che ognuno si spieghi, senza preventivamente voler squalificare una delle due parti, ovvero una delle ipotesi possibili di lavoro? A Johnson questo sarebbe più che bastato. Ora che Johnson non c’è più, restano le sue domande. Tutte varianti dell’unica seria: la vita è il prodotto del caso cieco oppure è il frutto di un disegno? Il resto è letteratura, ma la scienza ha il compito statutario di non mentire mai quando indaga la natura. E di arrendersi all’evidenza, quale che essa sia. Sì, Phillip Johnson è più vivo che mai.

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Sinodo, cardinale Stella: il celibato sacerdotale dono da coltivare e diffondere

Posté par atempodiblog le 25 octobre 2019

Sinodo, cardinale Stella: il celibato sacerdotale dono da coltivare e diffondere
Non bisogna aver timore nel proporre anche ai popoli indigeni la bellezza della consacrazione totale al Signore. Lo dice ai nostri microfoni il prefetto della Congregazione per il Clero. Sul rito amazzonico, afferma ancora, è necessario procedere con prudenza e discernimento
di Federico Piana – Vatican News

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“Il celibato sacerdotale va custodito, va coltivato e soprattutto va protetto con una grande spiritualità, con una vita di preghiera e di unione con il Signore”. Il cardinale Beniamino Stella, prefetto della Congregazione per il Clero, padre sinodale e conoscitore della realtà amazzonica per aver prestato servizio nella nunziatura della Colombia e successivamente per aver partecipato alla V Conferenza episcopale latinoamericana di Aparecida nel 2007, si sofferma a riflettere su come il celibato sacerdotale sia la “grande bellezza del sacerdote da tutelare con amore perché conservato in vasi d’argilla”. Ai microfoni di Radio Vaticana spiega perchè l’uso di questa espressione « vasi d’argilla’:

R. - Perchè oggi viviamo in una cultura che non ispira in questa direzione. E poi c’è la nostra umana fragilità, con tante problematiche. Qualche volta ci sono esperienze particolari d’infanzia, di adolescenza, di famiglia, per cui il giovane che si affaccia al sacerdozio porta sulle sue spalle tutta la storia personale, talvolta pesante. D’altra parte la vocazione nella Chiesa latina propone l’impegno celibatario. Dunque, io penso che ci debba essere una valutazione serena delle caratteristiche personali, della storia personale di ognuno in modo che questo dono, che il Signore accompagna con la chiamata al sacerdozio, sia esaminato con obiettività per capire se ci sono i presupposti di equilibrio, di disciplina, di maturità. In particolare maturità affettiva che significa la capacità interiore di saper fare le scelte giuste anche nei momenti dove sopraggiunge la tentazione.

I sacerdoti, i seminaristi, come possono difendersi di fronte alla tentazione?
R. - Devono essere robusti, solidi, equilibrati, prudenti. Ma soprattutto motivati da una grande passione per il Vangelo e per il Signore. Perché nel periodo delle difficoltà possiamo guardare la storia dei martiri che di fronte alla prospettiva della vita hanno scelto Gesù. I sacerdoti in situazioni di prova devono poter dire: ho scelto il Signore e a Lui devo essere fedele, come spesso leggiamo nelle passioni dei martiri. Questo è il senso del celibato.

Eppure le sirene del mondo invogliano sempre più spesso ad ignorare la dimensione del ‘per sempre’…
R. - Il ‘per sempre’ è il grande appello della Chiesa ai suoi sacerdoti latini, ai consacrati con i voti ma anche agli sposi cristiani, perché anche loro sono chiamati ad un impegno definitivo nel matrimonio: è una vera vocazione di fedeltà al Vangelo e a Gesù.

Lei partecipa come padre sinodale al Sinodo sull’Amazzonia. Le chiedo: in che modo proporre il celibato alle persone indigene che magari potrebbero diventare sacerdoti?
R. - Occorre innanzitutto crederci. In Africa, i primi missionari pensarono che gli africani non sarebbero stati capaci di vivere la scelta celibataria, dono di Dio. Invece, fecero una grande scommessa sulla natura umana e sulla grazia di Dio: oggi abbiamo un clero africano che vive il celibato, abbiamo una bella famiglia episcopale. Ovviamente, non voglio essere idealista. Talvolta ci sono delle zone d’ombra, debolezze, tradimenti. Però, non capisco perché in Amazzonia questa proposta celibataria non possa essere fatta. Io penso che siamo stati un po’ timidi, non abbiamo abbastanza assunto, come sacerdoti e come pastori, la posizione della Chiesa che dice: Dio ti chiama e ti chiede una consacrazione permanente, totale. La scelta del Vangelo nel celibato è una proposta che dobbiamo proporre, consapevoli che le chiese missionarie stanno compiendo un percorso difficile, alcune volte forse traumatico. Ma la Chiesa in Amazzonia deve parlare ai giovani di queste scelte profondamente radicali ed evangeliche, deve credere nella formazione, deve dare gli strumenti affinché la proposta del celibato sia vissuta, sia protetta, sia custodita, sia celebrata. Dobbiamo sempre fare un atto di fede nella forza dello Spirito Santo che sostiene i cuori, che cambia la vita. La scelta martiriale, che nella Chiesa è una scelta di tutti i giorni, è anche la scelta del consacrato che si dona al Signore e per Lui vive questa scelta del celibato in tutte le sue espressioni con grande radicalità interiore. Bisogna parlarne, proporla, motivarla e credere che Dio può sostenere i cuori e sanare anche l’umana debolezza.

Il Sinodo ha discusso su inculturazione della teologia e della liturgia. Molti padri sinodali hanno proposto anche un rito amazzonico. Pensa che sia una possibilità?
R. - I popoli indigeni hanno le loro lingue, le loro storie, la loro cultura, la loro cosmovisione. Io credo che tutto questo possa essere accolto da una espressione liturgica. Ma occorre tenere conto che un rito rappresenta una storia di secoli, una spiritualità, una cultura, una tradizione. C’è molto cammino ancora da fare. In questo ambito, personalmente, sarei attento, prudente, anche perché c’è una grande diversità in Amazzonia. Esistono decine di lingue, centinaia di etnie: alla fine che cosa diventerebbe il ‘rito amazzonico’?

Allora i vescovi devono usare il discernimento…
R. - I vescovi devono ponderare le caratteristiche delle comunità, capire come assecondare certe espressioni peculiari di una etnia. Ci sono aspetti che con il discernimento prudente del vescovo possono essere introdotti nella celebrazione. Però c’è una sostanza che è patrimonio della Chiesa universale, in particolare del Rito Romano, che non possiamo trascurare o sottovalutare.

Perché questo è importante?
R. - Perché il tema del disordine, se può essere chiamato così, liturgico del post-concilio ci insegna molte cose. I frutti di quelle tante libertà, che sono state prese spesso ad iniziativa di singoli sacerdoti e di piccole comunità, hanno dato frutti amari. Comunque, i pastori dell’Amazzonia si sono scambiati le loro proposte: vedremo cosa proporrà il documento finale. E, grazie a Dio, c’è sempre l’occhio attento del Papa che ci guida. E’ una mano, quella di Papa Francesco, ferma e solida che ci permetterà di entrare in qualche esperienza nuova, però sicuramente con molta ponderazione.

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Papa Francesco: Messa per cinque nuovi santi, “essere luci gentili tra le oscurità del mondo”

Posté par atempodiblog le 15 octobre 2019

Papa Francesco: Messa per cinque nuovi santi, “essere luci gentili tra le oscurità del mondo”
dell’Agenzia SIR

Papa Francesco: Messa per cinque nuovi santi, “essere luci gentili tra le oscurità del mondo” dans Articoli di Giornali e News canonizzazioni-13ott2019
(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

“Essere luci gentili tra le oscurità del mondo”. Si è conclusa con questo invito l’omelia della messa celebrata ieri in piazza San Pietro dal Papa, durante la quale sono stati proclamati cinque nuovi santi: John Henry Newman, fondatore dell’Oratorio di San Filippo Neri in Inghilterra; Giuseppina Vannini, fondatrice delle Figlie di San Camillo; Mariam Thresia Chiramel Mankidiyan, fondatrice della Congregazione delle Suore della Sacra Famiglia; Dulce Lopes Pontes e Margherita Bays. “È la santità del quotidiano, di cui parla il santo cardinale Newman”, ha spiegato Francesco, che ha preso in prestito le parole del nuovo santo: “Il cristiano possiede una pace profonda, silenziosa, nascosta, che il mondo non vede. Il cristiano è gioioso, tranquillo, buono, amabile, cortese, ingenuo, modesto; non accampa pretese, il suo comportamento è talmente lontano dall’ostentazione e dalla ricercatezza che a prima vista si può facilmente prenderlo per una persona ordinaria”. Invocare, camminare, ringraziare, i tre verbi attorno a cui si è incentrata l’omelia.

“Abbiamo bisogno di guarigione, tutti”, ha esordito Francesco: “Abbiamo bisogno di essere risanati dalla sfiducia in noi stessi, nella vita, nel futuro; da molte paure; dai vizi di cui siamo schiavi; da tante chiusure, dipendenze e attaccamenti: al gioco, ai soldi, alla televisione, al cellulare, al giudizio degli altri. Il Signore libera e guarisce il cuore, se lo invochiamo. La fede cresce così, con l’invocazione fiduciosa, portando a Gesù quel che siamo, a cuore aperto, senza nascondere le nostre miserie. Invochiamo con fiducia ogni giorno il nome di Gesù: Dio salva. La preghiera è la porta della fede, la preghiera è la medicina del cuore”. “La fede richiede un cammino, un’uscita, fa miracoli se usciamo dalle nostre certezze accomodanti, se lasciamo i nostri porti rassicuranti, i nostri nidi confortevoli”, ha garantito il Papa: “La fede aumenta col dono e cresce col rischio”.

“Il punto di arrivo non è la salute, non è lo stare bene, ma l’incontro con Gesù”, ha spiegato Francesco: “La salvezza non è bere un bicchiere d’acqua per stare in forma, è andare alla sorgente, che è Gesù. Solo Lui libera dal male, e guarisce il cuore, solo l’incontro con Lui salva, rende la vita piena e bella”. “Questa è la cosa più importante della vita: abbracciare il Signore della vita”, ha detto il Papa, secondo il quale “il culmine del cammino di fede è vivere rendendo grazie. Possiamo domandarci: noi che abbiamo fede, viviamo le giornate come un peso da subire o come una lode da offrire? Rimaniamo centrati su noi stessi in attesa di chiedere la prossima grazia o troviamo la nostra gioia nel rendere grazie? Ringraziare non è questione di cortesia, di galateo, è questione di fede. Un cuore che ringrazia rimane giovane. Dire: ‘Grazie, Signore’ al risveglio, durante la giornata, prima di coricarsi è l’antidoto all’invecchiamento del cuore, perché il cuore invecchia e si abitua male”.

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Ratzinger ai nuovi cardinali: ricordate il valore della fedeltà al Papa

Posté par atempodiblog le 6 octobre 2019

Ratzinger ai nuovi cardinali: ricordate il valore della fedeltà al Papa
Dopo il Concistoro, il Pontefice e i nuovi porporati hanno incontrato il Papa emerito Benedetto XVI al monastero “Mater Ecclesiae”
Tratto da: Vatican News

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Nella serata di [...] sabato 5 ottobre 2019, al termine della celebrazione del Concistoro Ordinario Pubblico, il Santo Padre e i nuovi Cardinali si sono recati con un pullmino al Monastero Mater Ecclesiae per incontrare il Papa Emerito, Benedetto XVI, comunica in una nota il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Matteo Bruni.

Dopo un breve saluto in cui ha ricordato ai nuovi Cardinali il valore della fedeltà al Papa, si legge nel comunicato, Benedetto XVI, insieme a Papa Francesco, ha impartito loro la benedizione. Al termine i 13 nuovi Cardinali si sono recati in Aula Paolo VI e nel Palazzo Apostolico per le Visite di Cortesia, mentre Papa Francesco è rientrato a Casa Santa Marta.

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Teresa di Lisieux, l’Amore sgorga dalla contemplazione

Posté par atempodiblog le 1 octobre 2019

Teresa di Lisieux, l’Amore sgorga dalla contemplazione
Pur nutrendo il desiderio di essere missionaria, santa Teresina scelse la clausura del Carmelo per vivere solo per Gesù «e salvare, così facendo, più anime». Sebbene giovanissima, era ben consapevole degli impegni che prendeva e della propria debolezza. Ma, anziché scoraggiarsi, si abbandonò completamente all’Amore di Dio. Questo è il punto di partenza della sua “piccola via”.
di Giorgio Maria Faré – La nuova Bussola Quotidiana

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Santa Teresa di Gesù Bambino nacque ad Alençon nel 1873, figlia dei santi coniugi Luigi e Zelia Martin. La sua anima fu plasmata in seno a una famiglia autenticamente devota. La piccola Teresa imparò con naturalezza l’amore per Dio, per la Vergine Maria e la pratica della virtù.

È certo che il Signore seminò precocemente nel suo cuore la vocazione alla vita monastica: già da piccina non amava i giochi comuni e si annoiava con le altre bambine. Appena poteva, coinvolgeva la cuginetta per “giocare agli eremiti”. Così descrive il gioco la stessa Santa nella sua autobiografia: «La loro esistenza trascorreva in una contemplazione ininterrotta, cioè a dire che uno dei due solitari sostituiva l’altro nell’orazione quando bisognava occuparsi di vita attiva. [...] Quando la zia veniva a prenderci per la passeggiata, il nostro gioco continuava anche per la strada. I due romiti recitavano insieme il rosario, servendosi delle dita».[1]

A soli 9 anni, in occasione dell’entrata al Carmelo di Lisieux della sorella maggiore Paolina, Teresa ebbe la certezza di essere chiamata a seguirla: «Sentii che il Carmelo era il deserto nel quale il Signore voleva che mi nascondessi. Lo sentii con tanta forza che non rimase il minimo dubbio in me: non era un sogno di bambina che si lasci trascinare, bensì la certezza d’una chiamata divina; volevo andare al Carmelo non per Paolina, ma per Gesù solo…».[2]

La sorella Celina scrive di lei: «Ciò che l’attirava nel Carmelo era il sacrificio per la Chiesa, per i sacerdoti… voleva che la sua vita fosse consacrata alla santificazione dei ministri del Signore».[3] Pur avendo in cuore il grande desiderio di essere missionaria, Teresa scelse di essere monaca «per soffrire di più nella monotonia di una vita austera e salvare, così facendo, più anime».[4]

Per l’indole vivace, intelligente e curiosa di Teresina la “monotonia” doveva essere una vera penitenza, soprattutto se si pensa che entrò nel Carmelo a soli 15 anni. La sua scelta fu tutt’altro che superficiale. Sebbene fosse giovanissima era ben consapevole degli impegni che prendeva. Così diceva alla sorella Celina, con lei in monastero: «Ti lamenti di non fare la tua volontà e questo non è giusto. Ammetto che tu non la faccia nei dettagli di ogni giorno, ma la vita in se stessa non sei stata tu a sceglierla? Dunque tu fai la tua volontà non facendola, giacché tu sapevi bene a cosa andavi incontro entrando nel Carmelo. Ti confesso che io, per costrizione, non resterei qui un minuto di più. Se mi si costringesse a vivere questa vita non riuscirei a farlo; ma sono io che lo voglio… voglio tutto ciò che mi contraddice».[5]

Letto in questo contesto, l’atto di offerta all’Amore Misericordioso è l’apice e la sintesi della spiritualità di Teresina. In esso la Santa racchiude tutti i suoi “desideri immensi” e, con intuizione tanto semplice quanto geniale, escogita il modo di realizzarli “ad ogni battito del cuore”, ciò che costituisce l’essenza della “piccola via” che le ha guadagnato il titolo di Dottore della Chiesa.

“O Dio! Trinità Beata, desidero Amarti e farti Amare, lavorare per la glorificazione della Santa Chiesa salvando le anime che sono sulla terra e liberando quelle che soffrono in Purgatorio”.

Santa Teresina inizia l’Atto d’offerta esprimendo il proprio slancio apostolico e missionario, che le fu infuso per Grazia divina nel Natale del 1886: «Sentii un desiderio grande di lavorare alla conversione dei peccatori, un desiderio che mai avevo provato così vivamente… Sentii che la carità mi entrava nel cuore, col bisogno di dimenticare me stessa per far piacere agli altri, e da allora fui felice! […] Un grido di Gesù sulla Croce mi echeggiava continuamente nel cuore: “Ho sete!”. Queste parole accendevano in me un ardore sconosciuto e vivissimo… Volli dare da bere all’Amato, e mi sentii io stessa divorata dalla sete delle anime».[6]

“… desidero essere Santa, ma sento la mia impotenza e ti chiedo, o Dio, di essere tu stesso la mia Santità”.

Santa Teresa ambisce alla santità ma riconosce la propria debolezza, la propria incapacità a compiere grandi atti di virtù. Questo, lungi dall’indurla allo scoraggiamento o al ripiegamento, le funge da slancio per abbandonarsi completamente all’Amore di Dio. Questo è il punto di partenza della “piccola via”.[7]

Così Teresina prosegue l’Atto offrendo a Dio non i propri meriti, dei quali sente di essere priva, ma quelli di Gesù – che con la logica disarmante tipica dei Santi lei considera propri, essendone la Sposa – quelli della Vergine, dei Santi e degli Angeli. Così spiegava alla sorella Celina: «Davanti alla nostra impotenza occorre offrire le opere degli altri; ed è questo il beneficio della comunione dei Santi; e poi, di questa impotenza, non dobbiamo mai farcene una pena, ma dobbiamo dedicarci unicamente all’amore. Dice bene Taulero: “Se amo il bene che c’è nel mio prossimo più di quanto lo faccia egli stesso, questo bene è più mio che suo. Se in San Paolo amo tutte le grazie che Dio gli ha concesso, tutto questo mi appartiene alla stessa stregua che a lui. Per questa comunione posso essere partecipe di tutto il bene che c’è in cielo e sulla terra, negli angeli, nei santi e in tutti quelli che amano Dio”».[8]

Leggendo Santa Teresa di Gesù Bambino esiste il pericolo di confondere il suo sguardo fiducioso e pacificato per quietismo. Deve essere ben chiaro che la via di Teresina si fonda sulla pura umiltà, sul più rigoroso e sano realismo che non può essere disgiunto da un serio impegno a evitare ogni colpa e difetto. Santa Teresa insegna a non cedere alla falsa umiltà, che in realtà è superbia, di chi si immalinconisce, indispettisce o scoraggia pensando ai propri difetti o alle colpe del passato.

Viceversa, dice alla sorella Celina: «Occorre fare tutta la nostra parte, donarsi senza misura, rinunciare costantemente a se stessi; in una parola dimostrare il nostro amore con tutte le buone opere in nostro potere. Ma, per la verità, essendo tutto questo ben poca cosa… è necessario una volta fatto tutto quello che ritenevamo di dover fare, che ci consideriamo degli “inutili servitori”, sperando tuttavia che Dio ci darà, per grazia, tutto ciò che desideriamo. È questo ciò che sperano le piccole anime che “corrono” nella via dell’infanzia: Dico “corrono”, e non “si riposano”».[9]

1. Continua

* Sacerdote e Carmelitano Scalzo

[1] S. Teresa di Gesù Bambino, Opere complete, LEV – Edizioni OCD, Manoscritto A, 23r° – 23v°.

[2] Opere complete, cit., Manoscritto A, 26r°.

[3] Consigli e ricordi, Città Nuova, p. 106.

[4] Consigli e ricordi, cit., p. 108.

[5] Consigli e ricordi, cit., p. 135.

[6] Opere complete, cit., Manoscritto A, 45v°.

[7] Per un’esposizione più ampia della dottrina della “Piccola Via” si rimanda al Manoscritto autobiografico B.

[8] Consigli e ricordi, cit., pp. 63-64.

[9] Consigli e ricordi, cit., p. 52.

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Duemila fedeli all’alba per il pregare la Vergine del Santo Rosario di Pompei

Posté par atempodiblog le 1 octobre 2019

Duemila fedeli all’alba per il pregare la Vergine del Santo Rosario di Pompei
Fonte: Il Mattino

Duemila fedeli all'alba per il pregare la Vergine del Santo Rosario di Pompei dans Articoli di Giornali e News Madonna-di-Pompei

Santuario gremito di fedeli per il «Buongiorno a Maria» del mese di ottobre. Dalle prime luci dell’alba, questa mattina, più di duemila devoti della Vergine del Santo Rosario, hanno affollato la basilica per elevare, tutti insieme, la preghiera alla Madonna di Pompei mentre il Quadro venerato è stato svelato dalla protezione che lo protegge nelle ore notturne.

Quest’anno la riflessione è dedicata al tema «Il Rosario scuola di preghiera e di missione». I fedeli di Pompei si uniscino, così, all’iniziativa pastorale che Papa Francesco, accogliendo l’invito della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, desidera estendere a tutta la Chiesa: celebrare un mese missionario straordinario proprio in questo mese di ottobre. Un evento straordinario da celebrare a cento anni dalla pubblicazione della Lettera apostolica «Maximum Illud» di Papa Benedetto XV (30 novembre 1919).

Alle ore 6.30 di ogni giorno, esclusa la domenica e fino al 31 ottobre, saranno accolti in Santuario migliaia di fedeli. Alcuni percorrono centinaia di chilometri, altri arrivano in bicicletta o a piedi, altri ancora affronteranno il viaggio, malgrado la stanchezza della malattia o dell’età avanzata tutti per dare il loro «Buongiorno a Maria», per la cui recita il Santuario ha realizzato un nuovo opuscolo. La preghiera s’unisce alla lettura quotidiana del Vangelo e alla meditazione tratta dagli insegnamenti di Papa Francesco, di Papa Benedetto XVI, di San Giovanni Paolo II, ma anche di vescovi e religiosi.

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Clelia e Francesco

Posté par atempodiblog le 27 août 2019

Clelia e Francesco dans Articoli di Giornali e News Clelia-e-Papa-Francesco

Due catechesi per Papa Francesco in aula Paolo VI. E la seconda — del tutto improvvisata e imprevedibile — è stata di un’efficacia dirompente per la sua concretezza e per una bellissima protagonista. Un’originale catechesi “pratica” che Francesco ha proposto guardando Clelia Manfellotti, una ragazza autistica di 10 anni, venuta da Napoli per incontrarlo con la mamma e con gli zii.

Mentre il Papa teneva la catechesi “ufficiale”, Clelia non è stata ferma un attimo: seduta nel settore riservato alle persone ammalate e disabili — in prima fila — ha salito rapidamente le scale dell’aula Paolo VIed è stata per tutto il tempo vicino a Francesco, facendo pure qualche corsetta. Una presenza tenerissima che ha arricchito il messaggio del Papa, creando nell’aula ancor più un clima di famiglia, con un’attenzione alla fragilità e, più precisamente, alla questione dell’autismo in tutte le sue problematiche. «Dio parla attraverso i bambini» ha detto Francesco ai suoi collaboratori, invitando a non fermare o allontanare Clelia e a lasciarla libera di muoversi.

Proprio guardando Clelia, nella sua “debolezza”, il Papa ha proposto di getto una riflessione schietta, rilanciando i contenuti che volle suggerire, nel giugno 2016, in occasione del Giubileo per le persone con disabilità, puntando decisamente su inclusione, rispetto, dignità e anche attenzione alle famiglie: «Io domando una cosa, ma ognuno risponda nel suo cuore: ho pregato per lei, vedendola, ho pregato perché il Signore la guarisca, la custodisca? Ho pregato per i suoi genitori e per la sua famiglia? Sempre quando vediamo qualche persona sofferente dobbiamo pregare. Che questa situazione ci aiuti sempre a fare questa domanda: ho pregato per questa persona che ho visto, che si vede che soffre?».

Francesco non ha mancato di benedire Clelia, stringendola a sé, e di incoraggiare la mamma, alle prese con le mille questioni che una famiglia con un figlio con disabilità grave deve quotidianamente affrontare. Davvero una catechesi “pratica”, dunque, che la bellezza della vita di Clelia ha reso di grande efficacia.

In questa prospettiva, significativo è stato anche l’abbraccio del Papa alla comunità del movimento Fede e Luce della parrocchia di Folgosa e San Pietro Finis, della diocesi portoghese di Oporto. «Seguendo la testimonianza di Jean Vanier — spiegano il coordinatore Sérgio Pinto e l’assistente spirituale padre Joaquim Domingos de Cunha Areais — da settembre siamo accanto a dieci giovani con disabilità mentale che, giorno per giorno, si stanno integrando sempre meglio e vivono la gioia della loro vita di fede con le famiglie e i ragazzi che li sostengono».

Tra i presenti, padre Giuseppe Pisanelli, 93 anni, un frate minore della provincia di Benevento che ha voluto festeggiare con il Papa i settant’anni di sacerdozio. E Francesco gli ha riservato un’accoglienza del tutto particolare.

Il Pontefice ha salutato inoltre Michał Kurtyka, segretario di Stato del ministero dell’Ambiente della Polonia e presidente della Conferenza sul clima (Cop24), organizzata delle Nazioni Unite a Katowice a dicembre. Ad accompagnarlo l’ambasciatore polacco presso la Santa Sede, Janusz Kotański. In quella occasione è stato adottato il Katowice Rulebook che, in applicazioni agli Accordi di Parigi del 2015, introduce linee guida di fronte ai cambiamenti climatici. Con una particolare attenzione all’enciclica Laudato si’, per un approccio sociale e solidale nel quadro ecologico, cercando di dare risposte al «grido dei poveri».

Prima dell’udienza generale, nell’auletta, Papa Francesco ha incontrato i partecipanti all’ottavo incontro del Gruppo di lavoro tra la Santa Sede e la Repubblica Socialista del Vietnam che si tiene in Vaticano il 21 e il 22 agosto. Il Pontefice ha salutato personalmente i componenti della delegazione vietnamita guidata dal vice-ministro degli Affari esteri, To Anh Dung, e accompagnata da monsignor Antoine Camilleri, sotto-segretario per i Rapporti con gli Stati.

Tratto da: L’Osservatore Romano

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A Medjugorje al via il Festival dei giovani. La sei giorni per “Seguire Gesù”

Posté par atempodiblog le 1 août 2019

A Medjugorje al via il Festival dei giovani. La sei giorni per “Seguire Gesù”
Oltre 50mila ragazzi da tutto il mondo hanno raggiunto la località della Bosnia per riflettere sul passo evangelico “Seguimi”, tema scelto per la 30esima edizione del Festival. Previsti gli interventi di numerosi vescovi e cardinali.
di Marco Guerra – Vatican News

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Una messa presieduta dal cardinale vicario del Papa per la diocesi di Roma, Angelo De Donatis, darà inizio questa sera al 30esimo “Festival dei giovani » di Medjugorje, in Bosnia-Erzegovina. L’evento si chiuderà martedì 6 agosto con un’altra celebrazione eucaristica celebrata da mons. Rino Fisichella, presidente del Pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione.

“Seguire Gesù” al centro delle catechesi
Le riflessioni di questa edizione del 2019 sono dedicate al passo evangelico “Seguimi” e il programma prevede catechesi, testimonianze, processioni, adorazioni che metteranno il messaggio di Cristo al centro della vita dei ragazzi. Sono attesi 50mila pellegrini guidati da 400 sacerdoti. L’iniziativa sarà trasmessa in streaming in diverse lingue grazie a sei telecamere, due spidercam e un drone. Per tutto il tempo del Festival è assicurata la traduzione simultanea in 18 lingue proprio per assicurare la piena partecipazione dei giovani provenienti da tutto il mondo.

Vescovi e cardinali parlano ai giovani
Il tema del Festival sarà approfondito grazie agli interventi di mons. Jose Rodriguez Carballo, segretario della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica; del nunzio apostolico in Bosnia-Erzegovina mons. Luigi Pezzuto; di mons. Dominique Rey, vescovo di Toulon in Francia; di mons. Giampaolo Crepaldi, vescovo di Trieste; di mons. Vlado Kosic, vescovo di Sisak (Croazia); del cardinale e arcivescovo di Sarajevo Vinko Puljic e del visitatore apostolico per la parrocchia di Medjugorje mons. Henryk Hoser.

Mons. Hoser: a Medjugorje i giovani ritrovano Dio
“Gesù mostra ai giovani la strada verso la verità”, ha detto a Vatican News mons. Henryk Hoser, parlando anche dei numerosi frutti portati dalla devozione per la Madonna di Medjugorje:

R. – Il passo evangelico scelto per questa edizione è un dialogo tra Gesù e un giovane, che gli chiede come vivere. Gesù gli dice di arrivare alla pienezza della comunione con Lui, e alla fine termina dicendo: “Seguimi, seguimi e troverai la vita della santità”.

Nel programma sono previste catechesi, testimonianze, processioni, adorazioni. Tutto questo evento serve a porre la figura di Cristo al centro della vita dei giovani?
R. – Sì, ovviamente. Gesù, che chiama questo giovane, si mostra come centro della vita, come maestro. E allora per i giovani è molto importante vivere in vicinanza con l’autorità, l’autorità assoluta, che mostra anche la strada sicura, la strada verso la verità.

Medjugorje continua a portare grandi frutti in termini di conversioni, vocazioni, e opere di bene. Questo luogo può rappresentare un faro per i giovani europei che si confrontano con l’odierna società dello scarto?
R. – Senza dubbio. Medjugorje è il luogo dove i giovani – ma tutti, non soltanto i giovani – ritrovano la strada che conduce a Dio, ritrovano un legame con Dio che si era perso, era stato dimenticato. E allora la conversione, che è al centro della spiritualità di Medjugorje, fa scoprire che Dio è nostro Padre, e noi siamo suoi figli. E allora questo legame tra padre e figli è costituito per vivere la pienezza dell’immagine di Dio nella nostra vita.

All’evento parteciperanno 50mila pellegrini guidati da 400 sacerdoti. Perché questa località nel cuore dei Balcani richiama tante persone? Perché tutti vogliono salire sulla collina del Podbrdo?
R. – Questo luogo è riconosciuto, perché quest’anno vi si svolge la trentesima edizione del Festival. Mi sembra quindi che questo Festival goda di una certa fama, i giovani vengono con gioia e vivono delle giornate molto intense e belle, molto luminose. Mi sembra che è diventata una sorta di tradizione che viene trasmessa da una generazione all’altra. A Medjugorje sviluppiamo il culto della Madonna, di Maria, soprattutto la sua vocazione di Regina della Pace, la pace del cuore umano, la pace familiare e sociale. E questo è importante soprattutto nei Balcani, che hanno vissuto una guerra terribile, fratricida. Ora, anche il nostro cuore ha bisogno di una pace interiore. E credo che il messaggio di Medjugorje trovi una grande eco nel cuore dei giovani.

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Ungheria: Debrecen, una nuova missione per la comunità cattolica di lingua tedesca

Posté par atempodiblog le 1 août 2019

Ungheria: Debrecen, una nuova missione per la comunità cattolica di lingua tedesca
dell’Agenzia SIR

Ungheria: Debrecen, una nuova missione per la comunità cattolica di lingua tedesca dans Articoli di Giornali e News Debrecen

Nella città di Debrecen, nell’Ungheria orientale, è sorta una nuova missione per la comunità cattolica di lingua tedesca: il vescovo locale, mons. Ferenc Palanki, ha ufficialmente fondato la nuova missione cattolica “Sant’Anna” e ha incaricato della direzione il parroco della cattedrale di Debrecen, don Zoltan Krakomperger. L’attività pastorale e liturgica è iniziata con la celebrazione della solennità della Pentecoste e la prima messa in lingua tedesca. Lo spunto per la fondazione della nuova missione è soprattutto il numero crescente di persone di lingua tedesca a Debrecen e nella zona circostante, come riportato dal portale cattolico “Magyar Kurir”. Tra loro ci sono molti studenti, lavoratori e turisti. In futuro, ci sarà un servizio di lingua tedesca nella cattedrale di Sant’Anna ogni domenica pomeriggio.

In Ungheria, oltre alla missione a Debrecen, ci sono altre tre comunità cristiane di lingua tedesca che si sono stabilite nella capitale Budapest negli ultimi 200 anni. La più antica è la chiesa evangelica riformata fondata nel 1859. Attualmente la più forte comunità di lingua tedesca è la comunità cattolica di Santa Elisabetta a Buda. Fu creata dopo la prima guerra mondiale e fu attiva fino all’ottobre 1944. Dopo più di quattro decenni di “interruzione obbligatoria” per il regime comunista, fu ristabilita nel 1989 in seguito alla caduta del Muro di Berlino.
La comunità ha circa 25mila cattolici in maggioranza ungheresi tedeschi e credenti provenienti da Paesi di lingua tedesca. La terza comunità è protestante di lingua tedesca con 220 membri registrati, missione che ha celebrato il 25° anniversario in questi giorni.

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Una fatica preziosa

Posté par atempodiblog le 28 juin 2019

Una fatica preziosa
Nella festa del Sacratissimo Cuore di Gesù la Giornata di santificazione sacerdotale
di Nicola Gori – L’Osservatore Romano

A colloquio con il cardinale Stella
Ogni anno, nella solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, si celebra la Giornata di santificazione sacerdotale, legata alla figura di padre Mario Venturini, che dedicò la sua vita e il suo apostolato alla santificazione del clero e fondò, nel 1926, la congregazione di Gesù Sacerdote. Ne parla il cardinale Beniamino Stella, prefetto della Congregazione per il clero, in quest’intervista a «L’Osservatore Romano»

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Eminenza, per la Giornata mondiale di santificazione sacerdotale di quest’anno, la Congregazione per il clero ha pensato di proporre alle diocesi un tempo di riflessione sulle omelie delle messe crismali di Papa Francesco, recentemente pubblicate. Qual è il senso di questa scelta?
La Giornata mondiale di santificazione sacerdotale rappresenta un’importante occasione di approfondimento, di preghiera, ma anche di condivisione fraterna tra i sacerdoti. Quest’anno, durante la messa crismale celebrata in San Pietro, il 18 aprile scorso, Papa Francesco ha desiderato fare dono ai sacerdoti di un libretto intitolato La nostra fatica è preziosa per Gesù, che raccoglie le sette omelie rivolte ai preti durante le messe crismali celebrate dall’inizio del pontificato. Si tratta di messaggi particolarmente intensi, che il Santo Padre ha voluto indirizzare ai preti con affetto e con tenerezza, proprio come un padre fa con i figli, e che si rivolgono alle fatiche apostoliche dei sacerdoti, indicando loro un orizzonte spirituale e pastorale per la missione. Rileggendole oggi, si può cogliere come da questo magistero dedicato ai preti emerga un vero e proprio profilo sacerdotale, che è possibile rinvenire già nell’omelia della prima messa crismale presieduta da Papa Francesco, il 28 marzo 2013: «Il sacerdote celebra caricandosi sulle spalle il popolo a lui affidato e portando i suoi nomi incisi nel cuore».

È una bella immagine, che ritrae il sacerdote come pastore del popolo di Dio. Cosa è richiesto ai preti, oggi, per vivere secondo questo profilo?
Papa Francesco ha spesso insistito sullo specifico della chiamata sacerdotale, che consegna al prete l’impegno di essere un pastore a immagine del Cristo; in particolare, nelle omelie delle messe crismali ha messo in evidenza che il pastore è unto dallo Spirito per ungere, a sua volta, la vita di coloro che gli sono stati affidati, con la gioia del Vangelo e la consolazione dell’amore di Dio. Nella recente omelia per la messa crismale di quest’anno, commentando il vangelo di Luca, Papa Francesco ha evidenziato i quattro gruppi cui era destinata, in modo preferenziale, l’unzione del Signore, cioè i poveri, i prigionieri, i ciechi e gli oppressi; così come Gesù mostrava loro vicinanza e si faceva carico della loro situazione — ha affermato il Santo Padre — così anche noi «non dobbiamo dimenticare che i nostri modelli evangelici sono questa “gente”, questa folla con questi volti concreti, che l’unzione del Signore rialza e vivifica. Essi sono coloro che completano e rendono reale l’unzione dello Spirito in noi, che siamo stati unti per ungere». Si tratta di un’unzione che richiede l’offerta della propria vita, cioè — per riprendere le parole del Papa — «ungiamo distribuendo noi stessi, distribuendo la nostra vocazione e il nostro cuore». In tal senso, con la sobrietà e l’umiltà della loro vita, poi — e riprendo una delle intenzioni dell’Apostolato della preghiera di questo mese — sono chiamati a impegnarsi in un’attiva solidarietà verso i più poveri, diventando così un segno vivo della presenza di Cristo, che offre la vita per il suo popolo. Quando un sacerdote vive così, la bussola del suo cuore punta su questi due amori: Dio e il popolo. Egli non è attaccato a se stesso né alle cose di questo mondo, ma, anzi, attraverso la povertà, la castità e l’obbedienza, in fondo esprime questa libertà interiore che lo fa essere per gli altri, senza legare niente e nessuno a sé. Mi ha colpito, al riguardo, l’omelia che Papa Francesco ha pronunciato sabato 15 giugno, per le esequie del nunzio in Argentina, monsignor Léon Kalenga Badikebele; il Papa ha parlato del «congedo del pastore», cioè del sano distacco «di chi è abituato a non essere attaccato ai beni di questo mondo, a non essere attaccato alla mondanità», di colui che si congeda per affidare ad altri la prosecuzione del cammino «come se dicesse: “vegliate su voi stessi e su tutto il gregge”. Vegliate, lottate; siete adulti, vi lascio soli, andate avanti». Ecco, la vita del sacerdote è un respiro di libertà, nel quale ci si consegna a Dio e ogni giorno si compiono passi di congedo prima dell’incontro finale con il Signore. Certamente, si tratta di una missione non sempre facile, sia a motivo della complessità dei contesti sociali e culturali odierni che per il fatto di esigere una stabile maturità psico-affettiva, una robusta capacità interiore nel fronteggiare le fatiche e le difficoltà, un tratto relazionale di serenità e autenticità e, naturalmente, una solida spiritualità radicata nella relazione personale con Gesù e la sua parola.

Questa base umana e spirituale di partenza viene raccomandata anche nella “Ratio fundamentalis” e appartiene soprattutto alla fase iniziale della formazione. Poi, lungo il cammino, insorgono talvolta numerose difficoltà. Quali sono gli ostacoli più importanti per il prete, oggi?
Direi, anzitutto, che proprio pensando alle contrarietà e agli impedimenti che si affacciano sul percorso di vita sacerdotale, il dicastero ha voluto proporre le omelie delle messe crismali, che si caratterizzano come messaggi aderenti alla realtà e a ciò che i sacerdoti sperimentano nel ministero e nel più profondo del loro cuore. A questo proposito, mi permetterei di dire: leggiamo e meditiamo ciò che il Papa dice e scrive e non ciò che, talvolta, i mezzi di comunicazione lasciano passare, spesso evidenziando aspetti secondari o estraendo dal contesto qualche frase che possa servire a creare un effetto da scoop; se ci si accosta con orecchio attento alla parola dal Papa si coglie un’accorata e sofferta attenzione del pastore verso le fatiche dei sacerdoti e l’amore con cui egli desidera accompagnarli. Per esempio, alla stanchezza del prete Papa Francesco ha dedicato parole davvero preziose, che ristorano il cuore dei sacerdoti i quali incontrano, soprattutto oggi, difficoltà di vario genere. Essi vivono infatti l’affaticamento per le attività apostoliche, ma anche quella che il Santo Padre ha definito «la stanchezza della speranza», che appesantisce il cuore e lo fa diventare — per usare un’immagine biblica — come una cisterna screpolata. Gli ostacoli sono tanti; in certi contesti l’avanzata del secolarismo rende irrilevante la fede e la predicazione del Vangelo; in altri, le comunità cristiane subiscono la violenza della persecuzione; i mutamenti sociali e culturali degli ultimi anni hanno ridimensionato il peso per così dire sociale della Chiesa e, se ciò la spoglia dalla pretesa dell’egemonia e la restituisce alla semplicità del Vangelo, è altrettanto vero che ne rende più difficile la missione, e richiede continui aggiornamenti di pensiero, di linguaggi e di presenza nel mondo. A questi ambiti, diciamo per lo più sociologici, si aggiungono quelli della vita personale e spirituale del sacerdote: le crisi che egli attraversa nei cambiamenti d’età, le incomprensioni, gli scoraggiamenti, talvolta la fatica della relazione col vescovo e con i confratelli, l’aridità nella vita di preghiera. Si tratta di aspetti che possono indebolire il vigore del cammino, su cui vale la pena di soffermarsi insieme, facendoli diventare non solo temi di discussione, ma anche spazi di condivisione all’interno dei presbiterii diocesani.

A proposito delle fatiche dei sacerdoti, Papa Francesco, parlando di recente all’assemblea dei vescovi italiani, ha affermato che «i sacerdoti si sentono continuamente sotto attacco mediatico» oppure «sono condannati a causa di alcuni errori e reati di alcuni loro colleghi».
Naturalmente, la costellazione di fatti che si riferiscono alle miserie di alcuni preti, ripresa e talvolta sottolineata dai media, non può che creare sconcerto nei fedeli e nell’opinione pubblica. Tuttavia, il rischio è che oggi si assolutizzi il dato negativo e lo si generalizzi frettolosamente, associando la figura e lo stesso vocabolo “prete” a un profilo ambiguo, o addirittura oscuro. In realtà, però, nella Chiesa la stragrande maggioranza dei sacerdoti opera offrendo generosamente la propria vita, impiegando le migliori energie per l’annuncio del Vangelo e per la cura del popolo di Dio, e spendendosi accanto alle persone in difficoltà, ai giovani, agli anziani, agli ammalati, ai poveri. Mi ha colpito il video-messaggio che Papa Francesco ha voluto fare qualche giorno fa per lanciare una preghiera — in questo mese di giugno — per i sacerdoti, affermando: «Molti si mettono in gioco fino alla fine offrendosi con umiltà e gioia. Sono sacerdoti vicini disposti a lavorare sodo per tutti. Rendiamo grazie per il loro esempio e la loro testimonianza». Sono preti che lavorano quotidianamente nel silenzio, talvolta nell’incomprensione o chiamati a fare i conti con la solitudine e con l’apparente infruttuosità del loro ministero; come ha raccomandato Papa Francesco, questi sacerdoti hanno bisogno di vicinanza, di ascolto, di accompagnamento, anzitutto da parte del vescovo, ma — vorrei dire — in generale da parte del proprio presbiterio, delle comunità cristiane e delle famiglie.

In che modo la comunità cristiana può accompagnare e sostenere il cammino dei sacerdoti?
Ci sono tanti suggerimenti e diversi consigli e vie da seguire per contrastare gli errori e gli scandali; tuttavia, sento di poter dire che il primo antidoto dovrebbe essere quello di far sentire amati i nostri sacerdoti, di abitare con affetto e discrezione le loro solitudini, di non giudicarli in modo spietato, di non farli sentire sotto pressione esigendo che siano quasi come delle “macchine” distributrici di servizi sacri e, soprattutto, di voler loro un bene sincero. A essi dobbiamo mostrare gratitudine e sostegno, e il primo modo per farlo, probabilmente, è amarli con semplicità e tenerezza. Al riguardo, proprio in questi giorni, inaugurando un’importante struttura terapeutica presso l’ospedale Francesco Miulli di Acquaviva delle Fonti in Puglia, in presenza di autorità e di una bella comunità di laici rappresentativi, ho voluto ricordare — come spesso faccio — l’importanza dell’amore per i sacerdoti, del sostegno spirituale e morale nel loro ministero e della necessità di capirne le fragilità e di perdonare loro qualche momento di oscurità e di scoraggiamento. Assicuro che fa tanto bene ai sacerdoti sentire, per esempio, una parola di lode delle loro omelie o del buon esito di qualche celebrazione particolare come le Prime Comunioni o, ancora, del successo che proprio in questa stagione estiva può avere l’attività con i ragazzi come il Grest. Fa un grande bene ai sacerdoti di sentire che dentro della loro umana debolezza c’è chi li accompagna con la preghiera, con il riconoscimento del loro servizio e con l’incoraggiamento a non desistere nelle prove e nelle difficoltà. Questa Giornata di santificazione del clero, perciò, sia occasione di preghiera perché il Cuore Sacro di Gesù, sorgente e rifugio di ogni esistenza sacerdotale, accompagni i passi dei sacerdoti con la potenza della grazia divina.

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Benedetto XVI: il Papa è uno, Francesco. L’unità è più forte delle divisioni

Posté par atempodiblog le 28 juin 2019

Benedetto XVI: il Papa è uno, Francesco. L’unità è più forte delle divisioni
Il Papa emerito ricorda, in una intervista, che la storia della Chiesa è sempre stata attraversata da lotte interne e scismi: ma l’unità deve sempre prevalere
Tratto da: Vatican News

Benedetto XVI: il Papa è uno, Francesco. L'unità è più forte delle divisioni dans Articoli di Giornali e News Papa-emerito-Benedetto-XVI-e-Papa-Francesco

“L’unità della Chiesa è sempre in pericolo, da secoli. Lo è stata per tutta la sua storia. Guerre, conflitti interni, spinte centrifughe, minacce di scismi. Ma alla fine ha sempre prevalso la consapevolezza che la Chiesa è e deve restare unita. La sua unità è sempre stata più forte delle lotte e delle guerre interne”. E’ la certezza di Benedetto XVI che a tutti ricorda: “Il Papa è uno, Francesco”.

Il suo assillo per l’unità della Chiesa si fa ancora più forte in questi nostri tempi, in cui i cristiani appaiono spesso divisi sulla pubblica piazza e si confrontano anche con toni accesi, magari utilizzando in modo assolutamente improprio lo stesso nome di Ratzinger. Le parole di Benedetto sono riportate dal Corriere della Sera, che pubblica sul suo settimanale un colloquio col Papa emerito.

Unità nelle diversità
Sono parole che rimandano al grande impegno a rafforzare la comunione ecclesiale che ha caratterizzato tutto il pontificato di Benedetto XVI, fino all’ultimo giorno del suo ministero petrino: “Rimaniamo uniti, cari Fratelli” – aveva detto nel suo ultimo discorso ai cardinali il 28 febbraio 2013 – in “questa unità profonda” dove le diversità – espressione della Chiesa universale – concorrano sempre alla superiore e concorde armonia” e “così serviamo la Chiesa e l’intera umanità”. E aveva assicurato la sua preghiera per l’elezione del suo successore: “Che il Signore vi mostri quello che è voluto da Lui. E tra voi, tra il Collegio Cardinalizio, c’è anche il futuro Papa al quale già oggi prometto la mia incondizionata reverenza ed obbedienza”.

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Giubileo lauretano. Mons. Dal Cin: occasione per rinsaldare l’amore per la Madre del Cielo

Posté par atempodiblog le 24 juin 2019

Giubileo lauretano. Mons. Dal Cin: occasione per rinsaldare l’amore per la Madre del Cielo
bIl delegato pontificio di Loreto: “Riguarderà tutti i viaggiatori in aereo e sarà l’occasione per riscoprire la Santa Casa come simbolo antropologico universale”. Ad aprire la Porta Santa sarà il cardinale Segretario di Stato Vaticano, Pietro Parolin
di Federico Piana – Vatican News

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“Una grande occasione per rinsaldare i vincoli di devozione verso la Madre del Cielo”. Il commento alla notizia della concessione del Giubilo lauretano da parte di Papa Francesco, per i cento anni dalla proclamazione della Madonna di Loreto come patrona dei viaggiatori in aereo, arriva da mons. Fabio Dal Cin, arcivescovo delegato pontificio di Loreto

Giubileo per tutti i viaggiatori in aereo
“E’ una bella notizia perché non riguarda solo gli appartenenti all’Aeronautica Militare ma a tutti i viaggiatori in aereo” precisa. E, guardando alla storia, aggiunge: “I reduci della prima Guerra mondiale chiesero al Pontefice del tempo di ottenere una protezione particolare da Maria. I primi aerei, all’epoca, venivano chiamati ‘chiese volanti’ e allora il pensiero si soffermò sulla Santa Casa di Loreto che secondo la tradizione arrivò qui in volo da Nazareth. Affidare alla Madonna di Loreto quanti salivano su un velivolo fu, dunque, del tutto naturale”. Il Giubileo si svolgerà a partire da domenica 8 dicembre 2019, solennità dell’Immacolata Concezione, e si concluderà il 10 dicembre del 2020.

La Porta Santa sarà aperta dal cardinale Parolin
“L’ 8 dicembre ci sarà l’apertura della Porta Santa presieduta dal Segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin” annuncia mons. Dal Cin. Che anticipa qualche dettaglio sul programma, ancora in costruzione: “In questi giorni, si stanno vagliando una serie d’iniziative coinvolgendo sia l’Aeronautica Militare sia tutti gli altri organismi di viaggiatori aerei. Si seguiranno alcune date significative per l’Aeronautica e le varie feste dell’anno liturgico perché l’anno giubilare è innanzitutto grazia, preghiera e conversione”.

Riscoprire la devozione alla Madonna di Loreto
Il Giubileo lauretano sarà l’occasione per riscoprire la devozione alla Madonna di Loreto. Ma non solo. “Offre anche l’opportunità – dice mons. Dal Cin – per conoscere a fondo l’originalità del santuario. Che ha al suo fondamento non un’apparizione o un’immagine prodigiosa ma una casa. La Santa Casa è elemento religioso, perché è il luogo dove è nata e cresciuta Maria, dove ha abitato la Santa Famiglia. Ma è anche un elemento di forte simbolismo antropologico universale: richiama i valori, le radici, che ogni uomo porta con sé. Simbolicamente, è la grande casa del mondo intero”.

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Papa Francesco: dialogo e accoglienza per un Mediterraneo di pace fra i popoli

Posté par atempodiblog le 21 juin 2019

Papa Francesco: dialogo e accoglienza per un Mediterraneo di pace fra i popoli
Da Napoli il Papa lancia un forte appello per una teologia di accoglienza basata sul dialogo e sull’annuncio e che contribuisca a costruire una società fraterna fra i popoli del Mediterraneo, Il suo intervento ha chiuso le giornate di riflessione che si sono tenute alla Pontifica Facoltà di Teologica dell’Italia Meridionale. Dopo il suo discorso, il Papa ha fatto rientro in Vaticano
di Debora Donnini – Vatican News

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Annuncio, dialogo, discernimento, misericordia, fare “rete” fra istituzioni, università, religioni: sono i “criteri” che devono ispirare una teologia dell’accoglienza, una teologia rinnovata nel senso di una Chiesa missionaria perché gli uomini possano ascoltare “nella loro lingua” una risposta alla ricerca di vita piena. Nel tracciarne la rotta, Papa Francesco guarda soprattutto al Mediterraneo, da sempre luogo di scambi e talvolta di confitti, che “pone una serie di questioni, spesso drammatiche”. Per affrontarle serve un dialogo autentico e sincero in vista della costruzione di una “convivenza pacifica” fra persone di religioni e culture diverse, che si affacciano sulle sponde di questo “Mare del meticciato”, in particolare nel discorso si fa riferimento a Ebraismo e Islam.  Si tratta di uno spazio che si vede bene dalla collina di Posillipo dove sorge la sezione san Luigi della Pontifica Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, affidata fin dal ‘500 ai gesuiti, che ospita il convegno. Dal palco che incornicia il mare il Papa con il suo discorso a tutto campo offre in qualche modo una risposta alla domanda su come la teologia oggi possa rinnovarsi, domanda che è stata poi il tema al centro del convegno che lui è chiamato a chiudere dopo le riflessioni della mattinata: “La Teologia dopo Veritatis gaudium nel contesto del Mediterraneo. È chiaro il riferimento a questa Costituzione apostolica del 2017, che ha voluto imprimere appunto agli studi teologici ed ecclesiastici un rinnovamento nel senso di una Chiesa in uscita. Centrale, ricorda anche il Papa, è che i teologi siano uomini e donne di compassione, toccati dalle sofferenze di tanti poveri per guerre e violenze. Si tratta quindi di riprendere la strada “in compagnia di tanti naufraghi, incoraggiando le popolazioni del Mediterraneo a rifiutare ogni tentazione di riconquista e di chiusura identitaria”. E specifica che si tratta di avviare processi, non di occupare spazi.

Il sole brilla sul mare di Napoli così come gli occhi dei 650 presenti che lo seguono nel Piazzale che si affaccia sul Golfo, tra studenti, docenti anche di altri Paesi, e le cariche più alte dell’Ateneo tra cui il cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli e Gran Cancelliere della Facoltà, il Decano della Facoltà padre Pino Di Luccio, il vescovo di Nola, mons. Francesco Marino in rappresentanza dei presuli della Campania, e il gesuita padre Joaquin Barrero Diaz, assistente regionale per l’Europa del Sud. Altre 500 persone seguono i lavori del Convegno dalle aule interne attraverso monitor.

La teologia espressione di una Chiesa ospedale da campo
All’inizio del discorso il Papa ricambia il saluto del patriarca Bartolomeo che ha voluto contribuire alla riflessione con un messaggio e lancia un forte invito a “ripartire dal Vangelo della misericordia” perché la teologia nasce in mezzo ad esseri umani concreti, incontrati con lo sguardo di Dio che va in cerca di loro con amore:

Anche fare teologia è un atto di misericordia. Vorrei ripetere qui, da questa città dove non ci sono solo episodi di violenza, ma che conserva tante tradizioni e tanti esempi di santità ― oltre a un capolavoro di Caravaggio sulle opere di misericordia e la testimonianza del santo medico Giuseppe Moscati ― vorrei ripetere quanto ho scritto alla Facoltà di Teologia dell’Università Cattolica Argentina: «Anche i buoni teologi, come i buoni pastori, odorano di popolo e di strada e, con la loro riflessione, versano olio e vino sulle ferite degli uomini. La teologia sia espressione di una Chiesa che è “ospedale da campo”, che vive la sua missione di salvezza e di guarigione nel mondo!».

Dialogo e kerygma
Per rinnovare gli studi nella direzione di “una teologia dell’accoglienza” i pilastri sono il kerygma, cioè l’annuncio di Cristo morto e risorto, e un dialogo autentico, al servizio di una Chiesa che deve mettere al centro l’evangelizzazione, non l’apologetica o i manuali ma l’evangelizzazione “che non vuol dire proselitismo”. Dialogo anche come “un metodo di discernimento” e di annuncio, sottolinea Francesco esortando a praticarlo sia nella posizione dei problemi, sia nella ricerca di soluzioni, per poter contribuire allo sviluppo dei popoli con l’annuncio del Vangelo”. E’ san Francesco d’Assisi a tratteggiare come dialogo e annuncio possano avvenire, cioè vivendo da cristiani, senza liti né dispute, e annunciando come in Gesù si manifesti l’amore di Dio per tutti gli uomini. E in particolare, come già altre volte, il Papa ricorda quello che Francesco diceva ai frati sulla testimonianza: “Predicate il Vangelo; se fosse necessario anche con le parole”.

Pertanto serve docilità allo Spirito, cioè “uno stile di vita e di annuncio senza spirito di conquista, senza volontà di proselitismo e senza un intento aggressivo di confutazione”. Un dialogo con le persone e le loro culture che comprende anche la testimonianza fino al sacrificio della vita come fecero, tra gli altri, Charles de Foucauld, i monaci di Tibhirine, il vescovo di Oran Pierre Claverie. Per Papa Francesco l’orizzonte a cui la teologia deve guardare è anche quello della “nonviolenza” e, in questo senso, sono d’aiuto, le testimoniane di Martin Luther King e Lanza del Vasto e anche il Beato Giustino Russolillo e di Don Peppino Diana, il giovane parroco ucciso dalla camorra, che studiarono qui. E, a braccio, il Papa fa riferimento alla “sindrome di Babele” che non è solo non capire quello che l’altro dice ma – sottolinea – la vera “sindrome di Babele” è quella di “non ascoltare quello che l’altro dice e di credere che io so quello che l’altro pensa e l’altro che dirà. Questa è la peste”.

Dialogo con Ebraismo e Islam
Concretamente questo dialogo si intesse incoraggiando nelle facoltà teologiche e nelle università ecclesiastiche i corsi di lingua e cultura araba ed ebraica. Questo per favorire conoscenza e dialogo con Ebraismo e Islam, comprendendo radici comuni e differenze. Con i musulmani, dice, “siamo chiamati a dialogare per costruire il futuro delle nostre società e delle nostre città”, “a considerarli partner per costruire una convivenza pacifica, anche quando si verificano episodi sconvolgenti ad opera di gruppi fanatici nemici del dialogo, come la tragedia della scorsa Pasqua nello Sri Lanka”.

Ieri il cardinale di Colombo mi ha detto questo: “Dopo che ho fatto quello che dovevo fare, mi sono accorto che un gruppo di gente, cristiani, voleva andare al quartiere dei musulmani per ammazzarli. Ho invitato l’imam con me, in macchina, e ambedue siamo andati lì per convincere i cristiani che noi siamo amici, che questi sono estremisti, che non sono dei nostri”. Questo è un atteggiamento di vicinanza e di dialogo.

Con gli ebrei, per “vivere meglio la nostra relazione sul piano religioso”. Importante è poi considerare il dialogo anche come un metodo di studio, e per “leggere realisticamente” un tempo e un luogo – in questo caso il Mediterraneo all’alba del terzo millennio – come “un ponte” fra l’Europa, l’Africa e l’Asia, uno spazio dove l’assenza di pace ha prodotto squilibri regionali e mondiale e dove sarebbe importante avviare processi di riconciliazione. Come direbbe La Pira, nota il Papa, per la teologia si tratta di contribuire a costruire sul Mediterraneo una “grande tenda di pace” dove possano convivere nel rispetto reciproco i diversi figli del comune padre Abramo. Francesco ricorda anche di aver studiato al tempo della “scolastica” decadente, una teologia di tipo difensivo, apologetico, chiusa in un manuale.

Teologia in rete e con i naufraghi della storia
Si tratta anche di fare una “teologia in rete”, in collaborazione fra istituzioni civili, ecclesiali ed interreligiose, e in solidarietà con tutti i ‘naufraghi’ della storia.

Ora che il cristianesimo occidentale ha imparato da molti errori e criticità del passato, può ritornare alle sue fonti sperando di poter testimoniare la Buona Notizia ai popoli dell’oriente e dell’occidente, del nord e del sud. La teologia ― tenendo la mente e il cuore fissi sul «Dio misericordioso e pietoso» (cfr Gn 4,2) ― può aiutare la Chiesa e la società civile a riprendere la strada in compagnia di tanti naufraghi, incoraggiando le popolazioni del Mediterraneo a rifiutare ogni tentazione di riconquista e di chiusura identitaria. Ambedue nascono, si alimentano e crescono dalla paura. La teologia non si può fare in un ambiente di paura.

Un lavoro nella “rete evangelica” per discernere i segni dei tempi in contesti nuovi.

Una Pentecoste teologica
Il compito della teologia è quindi quello di sintonizzarsi con Gesù Risorto e “raggiungere le periferie”, “anche quelle del pensiero”. In questo senso i teologi devono “favorire l’incontro delle culture con le fonti della Rivelazione e della Tradizione”. “Le grandi sintesi teologiche del passato” sono miniere di sapienza teologica ma “non si possono applicare meccanicamente alle questioni attuali”:

Si tratta di farne tesoro per cercare nuove vie. Grazie a Dio, le fonti prime della teologia, cioè la Parola di Dio e lo Spirito Santo, sono inesauribili e sempre feconde; perciò si può e si deve lavorare nella direzione di una “Pentecoste teologica”, che permetta alle donne e agli uomini del nostro tempo di ascoltare “nella propria lingua” una riflessione cristiana che risponda alla loro ricerca di senso e di vita piena. Perché ciò avvenga sono indispensabili alcuni presupposti.

Centrale nel dialogo rapportato alla teologia, anche “l’ascolto consapevole” del vissuto dei popoli che si affacciano sul Mediterraneo per cogliere le vicende che collegano il passato all’oggi. In particolare di come le comunità cristiane hanno, anche recentemente, incarnato la fede in contesti di conflitto e di minoranza. Per generare speranza servono “narrazioni” condivise, in cui sia possibile riconoscersi. Così si forma la realtà multi culturale e pluri-religiosa di questo spazio. In questo senso è quindi importante ascoltare le persone, i grandi testi delle religioni monoteistiche e soprattutto i giovani. E come Gesù ha annunciato il regno di Dio dialogando con ogni tipo di persona del Giudaismo, così nel discorso si ricorda che l’approfondimento del kerygma si fa con l’esperienza del dialogo. Nel dialogo sempre si guadagna mentre nel monologo si perde tutti, rimarca.

I teologi della compassione
Per una teologia dell’accoglienza, sottolinea poi il Papa, servono teologi che sappiano lavorare insieme e in forma interdisciplinare, con profondo radicamento ecclesiale e, al tempo stesso, “aperti alle inesauribili novità dello Spirito”, teologi che sfuggano alle logiche competitive e accecanti che “spesso esistono anche nelle nostre istituzioni”, rileva Francesco. Ma soprattutto il Papa li esorta alla compassione attinta dal Cuore di Cristo per non essere inghiottiti nella condizione di privilegio di chi “si colloca prudentemente fuori dal mondo”, non condividendo nulla di rischioso:

In questo cammino continuo di uscita da sé e di incontro con l’altro, è importante che i teologi siano uomini e donne di compassione – sottolineo questo: che siano uomini e donne di compassione – toccati dalla vita oppressa di molti, dalle schiavitù di oggi, dalle piaghe sociali, dalle violenze, dalle guerre e dalle enormi ingiustizie subite da tanti poveri che vivono sulle sponde di questo “mare comune”. Senza comunione e senza compassione, costantemente alimentate dalla preghiera – questo è importante; soltanto si può fare teologia in ginocchio -, la teologia non solo perde l’anima, ma perde l’intelligenza e la capacità di interpretare cristianamente la realtà.

Quindi, si fa riferimento alle complesse vicende di “atteggiamenti aggressivi e guerreschi”, di “prassi coloniali” di “giustificazioni di guerre” e “persecuzioni compiute in nome di una religione o di una pretesa purezza razziale o dottrinale”. “Queste persecuzioni anche noi le abbiamo fatte”, aggiunge a braccio richiamandosi alla Chanson de Roland, quando “dopo aver vinto questa battaglia i musulmani erano in fila”, “davanti alla vasca del battesimo” e “c’era uno con la spada, lì”. E li facevano scegliere: “o il battesimo o la morte. Noi lo abbiamo fatto questo”.  Il metodo del dialogo, guidato dalla misericordia, può arricchire una rilettura interdisciplinare di questa dolorosa storia facendo emergere anche “per contrasto, le profezie di pace che lo Spirito non ha mai mancato di suscitare”.

Ricordando, poi, l’importanza di reinterrogare la tradizione, a patto però che sia riletta con una sincera volontà di purificazione della memoria, il Papa ricorda che è una radice che dà vita, non un museo. La tradizione per crescere è come la radice per l’albero.

E’ poi necessaria una “libertà teologica” perché senza la possibilità di sperimentare strade nuove, non si lascia spazio alla novità dello Spirito del Risorto. Sulla libertà di riflessione teologica, Francesco sottolinea che gli studiosi, sono chiamati ad “andare avanti con libertà”, “poi in ultima istanza sarà il magistero a dire qualcosa”, e si raccomanda nella predicazione a “non ferire la fede del Popolo di Dio con questioni disputate. Le questioni disputate soltanto fra i teologi”. Al Popolo di Dio va data infatti sostanza che alimenti la fede e che non la relativizzi.

Servono anche strutture flessibili e leggere, che manifestino la priorità dell’accoglienza. Dagli statuti all’ordinamento degli studi fino agli orari: “tutto deve essere orientato” a “favorire il più possibile la partecipazione di color che desiderano studiare teologia”, oltre ai seminaristi e ai religiosi, anche i laici e le donne, rileva Francesco sottolineando il contributo “indispensabile” che le donne stanno e possono dare alla teologia e quindi bisogna sostenerne la partecipazione come si fa in questa Facoltà.

Sogno Facoltà teologiche dove si viva la convivialità delle differenze, dove pratichi una teologia del dialogo e dell’accoglienza; dove si sperimenti il modello del poliedro del sapere teologico in luogo di una sfera statica e disincarnata. Dove la ricerca teologica sia in grado di promuovere un impegnativo ma avvincente processo di inculturazione.

In conclusione, il Papa aggiunge fra i “criteri” anche “la capacità di essere al limite, per andare avanti” e rilancia il suo appello a fare del Mediterraneo luogo dell’accoglienza praticata con il dialogo e la misericordia di cui – ricorda – questa Facoltà teologica è esempio. Il Santo Padre “è stato felice di poter partecipare al Convegno”, ha fatto sapere al termine il direttore ad interim della Sala Stampa vaticana, Alessandro Gisotti, spiegando che “concluso il Convegno, che era la finalità della visita a Napoli, il Papa non si intrattiene per il pranzo, ma fa ritorno a Roma”.

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Papa Francesco: udienza, appello per “un minuto per la pace” l’8 giugno alle 13

Posté par atempodiblog le 8 juin 2019

Papa Francesco: udienza, appello per “un minuto per la pace” l’8 giugno alle 13
dell’Agenzia SIR

Papa Francesco: udienza, appello per “un minuto per la pace” l’8 giugno alle 13 dans Articoli di Giornali e News Papa-Francesco

“Dedicare ‘un minuto per la pace’ – di preghiera, per i credenti; di riflessione, per chi non crede -: tutti insieme per un mondo più fraterno”. È l’invito rivolto dal Papa, durante i saluti ai fedeli di lingua italiana, che come di consueto concludono l’udienza del mercoledì. Francesco ha lanciato il suo appello ricordando che “sabato prossimo, 8 giugno, ricorrerà il quinto anniversario dell’incontro, qui in Vaticano, dei Presidenti di Israele e di Palestina con me e il Patriarca Bartolomeo”.

“Alle ore 13 – ha proseguito – siamo invitati a dedicare ‘un minuto per la pace’ – di preghiera, per i credenti; di riflessione, per chi non crede -: tutti insieme per un mondo più fraterno. Grazie all’Azione Cattolica internazionale che promuove questa iniziativa”. Tra i fedeli italiani, il Santo Padre ha salutato la delegazione del Pellegrinaggio a piedi da Macerata a Loreto e l’Associazione professionale Polizia locale d’Italia, presente in piazza con una delegazione di oltre 200 persone.

Nel saluto finale ai giovani, agli anziani, agli ammalati e agli sposi novelli, il Papa ha ricordato la solennità della Pentecoste, che celebreremo domenica prossima: “Il Signore vi trovi tutti pronti ad accogliere l’abbondante effusione dello Spirito Santo. La grazia dei suoi doni infondi in voi nuova vitalità alla fede, rinvigorisca la speranza e dia forza operativa alla carità”. E alla festività di Pentecoste Francesco si è rivolto anche durante i saluti agli altri gruppi linguistici. “Apriamo le nostre menti e i nostri cuori all’azione dello Spirito Santo in noi, affinché ci santifichi e ci faccia testimoni di Cristo davanti al mondo, in cui viviamo”, l’invito rivolto ai fedeli polacchi.

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Il Papa: vita umana inviolabile, no a diagnosi prenatale per abortire

Posté par atempodiblog le 25 mai 2019

Il Papa: vita umana inviolabile, no a diagnosi prenatale per abortire
Ricevendo i partecipanti al convegno “Yes to life! Prendersi cura del prezioso dono della vita nella fragilità”, Francesco esorta ad accompagnare le famiglie sia nell’elaborazione del lutto di un bambino che nella cura di un figlio malato. “Uno sforzo – spiega – volto a portare a compimento l’amore di una famiglia”
di Benedetta Capelli – Vatican News

Il Papa: vita umana inviolabile, no a diagnosi prenatale per abortire dans Aborto Papa-Francesco

“Nessun essere umano può essere incompatibile con la vita”. Le parole del Papa non lasciano dubbi e portano consolazione a chi ha scelto di accogliere la debolezza di un bimbo o semplicemente di accompagnarlo in pochi istanti di vita. Nell’udienza ai partecipanti al convegno “Yes to life! Prendersi cura del prezioso dono della vita nella fragilità”, organizzato dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita e dalla Fondazione “Il Cuore in una Goccia”, Francesco ricorda che ogni bimbo cambia la storia della famiglia in cui nasce, che le tecniche di diagnosi prenatale spesso fanno emergere patologie che possono anche essere curate nel grembo materno. L’invito del Pontefice è poi di diffondere un approccio scientifico e pastorale di accompagnamento, un’esortazione ai medici perché si facciano carico delle vite altrui. “L’aborto – afferma – non è mai la risposta” che si cerca.

Ogni bambino è un dono
La cultura dello scarto impone l’idea che i bimbi fragili siano incompatibili con la vita, “condannati a morte”. Non può essere così per la madre che, spiega Francesco, vive “un senso di mistero profondo” appena si scopre in gravidanza. E’ l’inizio di un dialogo reale, intenso che cresce da una parte e dall’altra: il bimbo diventa figlio “muovendo la donna con tutto il suo essere a protendersi verso di lui”.

Ma nessun essere umano può essere mai incompatibile con la vita, né per la sua età, né per le sue condizioni di salute, né per la qualità della sua esistenza. Ogni bambino che si annuncia nel grembo di una donna è un dono, che cambia la storia di una famiglia: di un padre e di una madre, dei nonni e dei fratellini. E questo bimbo ha bisogno di essere accolto, amato e curato. Sempre!

Il grido silenzioso delle famiglie
Il Papa si fa voce delle paure, delle angosce che agitano i cuori delle madri e dei padri dinanzi ad una diagnosi di malattia dei figli, ma ricorda che ci sono delle strade da percorrere per i “piccoli pazienti” e per scongiurare “l’aborto volontario e l’abbandono assistenziale alla nascita di tanti bambini con gravi patologie”. Ci sono “interventi farmacologici, chirurgici e assistenziali straordinari” – spiega Francesco – “le terapie fetali” e “gli Hospice Perinatali” che ottengono risultati sorprendenti, fornendo supporto alle famiglie.

Oggi, le moderne tecniche di diagnosi prenatale sono in grado di scoprire fin dalle prime settimane la presenza di malformazioni e patologie, che a volte possono mettere in serio pericolo la vita del bambino e la serenità della donna. Il solo sospetto della patologia, ma ancor più la certezza della malattia, cambiano il vissuto della gravidanza, gettando le donne e le coppie in uno sconforto profondo. Il senso di solitudine, di impotenza, e la paura della sofferenza del bambino e della famiglia intera emergono come un grido silenzioso, un richiamo di aiuto nel buio di una malattia, della quale nessuno sa predire l’esito certo.

I medici, alleati della vita
Chiaro l’invito di Francesco ai medici perché non solo abbiano come obiettivo la guarigione, ma anche “il valore sacro della vita” e perché siano sostegno per chi è nella difficoltà e nel dolore. Parla del “confort care perinatale”, una modalità di cura che umanizza la medicina, “perché muove ad una relazione responsabile con il bambino malato, che viene accompagnato dagli operatori e dalla sua famiglia in un percorso assistenziale integrato, che non lo abbandona mai, facendogli sentire calore umano e amore”.

La professione medica è una missione, una vocazione alla vita, ed è importante che i medici siano consapevoli di essere essi stessi un dono per le famiglie che vengono loro affidate: medici capaci di entrare in relazione, di farsi carico delle vite altrui, proattivi di fronte al dolore, capaci di tranquillizzare, di impegnarsi a trovare sempre soluzioni rispettose della dignità di ogni vita umana.

Curare per dare compimento all’amore
La cura non è “inutile impiego di risorse” né ulteriore sofferenza per i genitori ma, sottolinea il Papa, il compimento dell’amore della famiglia.

Prendersi cura di questi bambini aiuta, infatti, i genitori ad elaborare il lutto e a concepirlo non solo come perdita, ma come tappa di un cammino percorso insieme. Quel bambino resterà nella loro vita per sempre. Ed essi lo avranno potuto amare. Tante volte, quelle poche ore in cui una mamma può cullare il suo bambino, lasciano una traccia nel cuore di quella donna, che non lo dimentica mai. E lei si sente – permettetemi la parola – realizzata. Si sente mamma.

L’aborto non è la risposta
Non si può abortire un figlio in condizioni di fragilità come “pratica di prevenzione”. “L’aborto – dice il Papa – non è mai la risposta che le donne e le famiglie cercano. Piuttosto sono la paura della malattia e la solitudine a far esitare i genitori”. Forte l’accento del Pontefice sull’aborto che non è una questione di fede ma umana.

Ma l’insegnamento della Chiesa su questo punto è chiaro: la vita umana è sacra e inviolabile e l’utilizzo della diagnosi prenatale per finalità selettive va scoraggiato con forza, perché espressione di una disumana mentalità eugenetica, che sottrae alle famiglie la possibilità di accogliere, abbracciare e amare i loro bambini più deboli. Delle volte noi sentiamo: “Eh, voi cattolici non accettate l’aborto, è il problema della vostra fede”. No: è un problema pre-religioso. Pre. La fede non c’entra. Poi viene, ma non c’entra: è un problema umano. È un problema pre-religioso. Non carichiamo sulla fede una cosa che non le compete dall’inizio. È un problema umano. Soltanto due frasi ci aiuteranno a capire bene questo: due domande. Prima domanda: è lecito far fuori una vita umana per risolvere un problema? Seconda domanda: è lecito affittare un sicario per risolvere un problema? A voi la risposta. Questo è il punto. Non andare sul religioso su una cosa che riguarda l’umano, eh? Non è lecito. Mai, mai, fare fuori una vita umana né affittare un sicario per risolvere un problema.

Reti d’amore
La raccomandazione del Pontefice è anche quella di fornire “azioni pastorali più incisive” per sostenere coloro che accolgono dei figli malati. ”Bisogna creare spazi, luoghi e reti d’amore ai quali le coppie si possano rivolgere, come pure dedicare tempo all’accompagnamento di queste famiglie”.

Grazie, in particolare, a voi famiglie, mamme e papà, che avete accolto la vita fragile – la parola fragilità sottolineata, eh? – perché le mamme, e anche le donne, sono specialista in fragilità: accogliere la vita fragile e che ora siete di sostegno e aiuto per altre famiglie. La vostra testimonianza d’amore è un dono per il mondo.

Le meraviglie della vita
Il pianto dei bimbi in Chiesa è lode a Dio. E’ il concetto che il Papa sottolinea nel corso dell’udienza quando, a braccio, parla del lamento di un piccolo. “Questa – afferma – è una musica che tutti noi dobbiamo ascoltare… Mai, mai, cacciare via un bambino perché piange”.

Toccante poi la storia raccontata dal Papa riguardante una ragazzina down di 15 anni che i genitori volevano far abortire. Francesco racconta della determinazione di un giudice a saperne di più:

Il giudice, un uomo retto sul serio, ha studiato la cosa e ha detto: “Sì, io voglio interrogare la bambina”. “Ma è down, non capisce…”. “No no, che venga”. È andata la ragazzina quindicenne, si è seduta lì, ha incominciato a parlare con il giudice e gli ha detto:
“Ma tu sai cosa ti succede?”;
“Sì, sono malata…”;
“Ah, e com’è la tua malattia?”;
“Eh, mi hanno detto che ho dentro un animale che mi mangia lo stomaco, e per questo devono fare un intervento”;
“No… tu non hai un verme che ti mangia lo stomaco. Tu sai cos’hai lì? Un bambino!”;
E la ragazza down ha fatto: “Ohhh, che bello!”: così.
Con questo solo, il giudice non ha autorizzato l’aborto. La mamma lo vuole. Sono passati gli anni. È nata una bambina. Ha studiato, è cresciuta, è diventata avvocato. Quella bambina, dal momento che ha capito la sua storia perché gliel’hanno raccontata, ogni giorno di compleanno chiamava il giudice per ringraziarlo per il dono della nascita. Le cose della vita. Questa bambina… Il giudice è morto e adesso lei è diventata promotore di giustizia. Ma guarda che cosa bella!
L’aborto non è mai questa risposta che le donne e le famiglie cercano.

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