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L’uomo è al centro, ma dello sguardo di chi?

Posté par atempodiblog le 30 mai 2020

L’uomo è al centro, ma dello sguardo di chi?
Con Dante Franco Nembrini ci aiuta a vedere la vita secondo lo sguardo di Dio, che ci ama prima dei nostri meriti. Il nostro stesso venire al mondo è atto di pura misericordia. Ecco la sorgente inesauribile e non inquinabile della nostra autostima.
di Paola Belletti – Aleteia

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Come al solito quando scopro o vedo con più chiarezza qualcosa di bello lo faccio nelle parole di qualcuno che lo ha già detto meglio. In questo caso è Franco Nembrini ma di sicuro anche la sua scoperta va ricondotta ad altri e in un’ultima analisi al solo Padrone di tutto. Solito spoiler, si sa, siamo pur sempre in un portale cattolico.

Quello che penso dell’uomo di oggi, poveretto, è che si è messo sì al centro ma, pur essendo circondato di cose, ha tolto tutto, avendone rimosso il senso. Poiché ha sgombrato l’orizzonte dal Creatore e soprattutto dal Salvatore.

Nel Medioevo, testimonial ufficiale delle civiltà incomprese, “l’uomo non era al centro, era troppo fissato con Dio”, si dice senza sapere di che si parla. È una posa che vediamo assumere tanto spesso e che forse involontariamente anche noi in tanti assumiamo, come una reazione istintiva: Medioevo-uguale-secoli bui. È un errore storico, lo sappiamo, ma dovremmo riscattarlo anche nella nostra immaginazione; lo stesso Nembrini prende questo pensiero e lo mette sul banco degli imputati. No, non è così. Non era vero che l’uomo era periferico, sacrificato alla visione invadente e ossessiva di Dio. Piuttosto era diversa l’idea, la concezione che si aveva dell’uomo e anche di tutto ciò che esiste insieme, con e per l’uomo.

Per spiegare la differenza di visioni usa la semplificazione di due immagini: da una parte l’uomo vitruviano, arruolato erroneamente come segno dell’uomo finalmente al centro dell’universo. Ma c’è un altro disegno, prima di quello di Leonardo, che può sintetizzare l’idea di uomo che si aveva nel medioevo: è un’opera di Santa Ildegarda di Bingen, che in obbedienza al proprio confessore mette su carta le visioni che sperimenta: eccolo, l’uomo al centro. Non solo, non una monade; eccolo nella sua grandezza e con i legami che intrattiene con il mondo naturale e quello soprannaturale prima che una riduttiva idea di umanesimo li recidesse.

Era al centro eccome, ma non di sé stesso, nè messo lì a galleggiare nel nulla dove scorre un tempo senza direzione a sperimentare combinazioni nuove di cose che non durano. Era al centro della pupilla, era sotto l’occhio presente e amante di Dio, che, siccome è ricco di fantasia, senso dell’umorismo e del solenne, lo ha posto tra una miriade screziata di animali, fiori, piante, sassi, corpi celesti, gas, acque, particelle. E soprattutto lo ha messo insieme ad altri uomini e donne per tesserne un anticipo di paradiso, prima che, come per Sartre, “l’enfer, c’est les autres”.

Ai giorni nostri (da qualche secolo in qua a dire il vero) siamo al centro, sì, ma in uno spazio desolato; e sempre più evidenti e identificabili come il bersaglio di un tiro a segno.

Il Medioevo stesso poteva semmai ritenersi buio perché i suoi uomini avevano un termine di paragone per contrasto al quale poteva sembrare crepuscolare la loro civiltà: la città di Dio, la Gerusalemme celeste, Il Regno di Dio. Per questo la realtà, bellissima, attraente, carica di bene, avrebbe però mantenuto la sua promessa di finitezza: non è tutto qui, anima mia. La luce che non si spegne è oltre me, attraversami.

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Il Papa prega con i Santuari del mondo per la fine pandemia, un rosario insieme a medici e sopravvissuti al Covid

Posté par atempodiblog le 30 mai 2020

Il Papa prega con i Santuari del mondo per la fine pandemia, un rosario insieme a medici e sopravvissuti al Covid
Il 30 maggio dalla Grotta di Lourdes dei Giardini Vaticani l’evento in mondovisione. Domenica 31 messa di Pentecoste a San Pietro senza fedeli, alle 12 il Pontefice torna ad affacciarsi per il Regina Coeli
di Salvatore Cernuzio – Vatican Insider

Il Papa prega con i Santuari del mondo per la fine pandemia, un rosario insieme a medici e sopravvissuti al Covid dans Apparizioni mariane e santuari Papa-e-santo-Rosario

Un Rosario in mondovisione con i Santuari dei cinque continenti dalla Grotta di Lourdes nei Giardini Vaticani, sabato 30 maggio, alle 17.30, con a fianco medici, infermieri, sopravvissuti al coronavirus e pure un neonato, per chiedere a Dio di porre fine per sempre alla pandemia. È l’ennesimo gesto forte che Papa Francesco compie dall’inizio della diffusione del virus che si è abbattuto come un flagello sulla popolazione mondiale. Dopo la preghiera al Crocifisso dei Miracoli che liberò Roma dalla peste, dopo la storica benedizione Urbi et Orbi in una Piazza San Pietro deserta, il Pontefice torna ad invocare un aiuto divino per salvare l’umanità dal Covid-19 e dalle sue conseguenze che lasciano intravedere scenari nefasti dal punto di vista economico e sociale.

Questa volta Bergoglio non sarà solo nella sua preghiera: in questo spazio tanto amato dai Papi, dove per volontà di Leone XIII fu posta una copia fedele della Madonna che apparve a Massabielle, saliranno con lui in processione una decina di persone in rappresentanza di varie categorie particolarmente toccate dal virus. Un medico e un’infermiera, esempi del personale sanitario che instancabilmente ha lavorato in prima linea durante l’emergenza; una persona sopravvissuta al coronavirus e una che ha perso un familiare, un cappellano ospedaliero, una suora infermiera, un farmacista. Presente anche una giornalista, Vania De Luca, vaticanista di Rainews24, in rappresentanza di tutti gli inviati che non hanno mai smesso di svolgere il proprio servizio nonostante i rischi. Completano il gruppo, infine, un volontario della Protezione civile con la famiglia e una coppia alla quale è nato due mesi fa un figlio in piena pandemia.

Ma ad invocare «l’aiuto e il soccorso della Vergine Maria» insieme al Papa ci saranno anche i fedeli di ogni angolo del globo. Il rosario alla Grotta di Lourdes sarà trasmesso infatti in mondovisione e, compatibilmente ai diversi fusi orari, avverrà in collegamento con i più importanti santuari d’Europa e del mondo. Luoghi solitamente affollati da migliaia o anche milioni di persone, ma che durante i mesi di lockdown hanno dovuto interrompere le normali attività e i pellegrinaggi. Anzitutto Lourdes che ha riaperto le sue porte lo scorso 16 maggio dopo circa due mesi di chiusura, poi Fatima, San Giovanni Rotondo, Pompei, Czestochowa; negli Usa, il Santuario dell’Immacolate Conception a Washington; in Nigeria, il santuario di Elele e in Costa d’Avorio, Notre Dame de la Paix; in America Latina, il noto santuario mariano di Nostra Signora di Guadalupe, in Messico, e quello dedicato alla Vergine di Lujan, in Argentina. 

Per la celebrazione, promossa dal Pontificio Consiglio per la Promozione della nuova Evangelizzazione guidato da monsignor Rino Fisichella, si prevede un boom di ascolti pari a quello registrato per la preghiera solitaria a San Pietro del 27 marzo. Solo in Italia, aveva raccolto 17,4 milioni di spettatori.

«L’appuntamento per la fine del mese mariano è un ulteriore segno di vicinanza e consolazione per quanti, in vari modi, sono stati colpiti da coronavirus, nella certezza che la Madre Celeste non disattende le richieste di protezione», spiega una nota diffusa dalla Sala Stampa della Santa Sede. «Ai piedi di Maria il Santo Padre porrà i tanti affanni e dolori dell’umanità, ulteriormente aggravati dalla diffusione del Covid-19».

Quello di sabato sarà il primo di tre appuntamenti “pubblici” del Papa che segnano l’inizio ufficiale della Fase 2 in Vaticano. Domenica 31 maggio, alle 10, Francesco celebrerà la messa di Pentecoste nella cappella del Santissimo Sacramento della Basilica vaticana. Nonostante San Pietro sia stata riaperta al pubblico il 18 maggio, giorno in cui in tutte le chiese d’Italia sono state riavviate le messe «cum popolo», per la celebrazione del Pontefice non è prevista la presenza dei fedeli.  

I quali, invece, dopo 78 giorni di lockdown, potranno accedere in piazza San Pietro per la preghiera del Regina Caeli, che il Papa reciterà alle 12 dalla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico e non in diretta streaming dalla Biblioteca, come avvenuto finora. Il numero delle persone – per ora si tratta solo fedeli di Roma e dintorni – sarà contingentato per evitare assembramenti. Nella Piazza del Bernini si entrerà con guanti e mascherina e dopo i dovuti controlli con il termoscanner. «Le forze dell’ordine – sottolinea una nota vaticana – garantiranno l’accesso in sicurezza alla Piazza e avranno cura che i fedeli presenti possano rispettare la necessaria distanza interpersonale». 

Al momento non si hanno notizie sulla ripresa di un altro importante appuntamento pubblico del Papa, l’udienza generale del mercoledì. Ieri mattina è stata trasmessa in streaming dalla Biblioteca apostolica; difficile allo stato attuale, mentre si teme il rischio di una nuova escalation di contagi, che possa tornare a svolgersi sul sagrato di San Pietro o in Aula Paolo VI dove il Pontefice compie il tradizionale giro tra i fedeli.

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VATICANO – Riconosciuto il miracolo di Pauline Jaricot: la gioia delle Pontificie Opere Missionarie

Posté par atempodiblog le 28 mai 2020

VATICANO – Riconosciuto il miracolo di Pauline Jaricot: la gioia delle Pontificie Opere Missionarie

VATICANO – Riconosciuto il miracolo di Pauline Jaricot: la gioia delle Pontificie Opere Missionarie dans Articoli di Giornali e News Paolina-Maria-Jaricot
Pauline Marie Jaricot e santa Filomena

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – “E’ un momento di grande gioia per le Pontificie Opere Missionarie in tutto il mondo. Siamo estremamente felici perché la Congregazione per le Cause dei Santi ha reso noto il riconoscimento del miracolo attribuito a Pauline Jaricot, laica francese, fondatrice della Pontificia Opera per la Propagazione della Fede, la prima delle Pontificie Opere Missionarie. Questo è un passo molto importante: significa che il suo impegno per la missione, fatto di preghiera e carità, parla ed è ancora significativo oggi per la Chiesa universale”: lo dichiara all’Agenzia Fides l’Arcivescovo Giampietro Dal Toso, Presidente delle Pontificie Opere Missionarie e Segretario aggiunto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, commentando la promulgazione del Decreto della Congregazione delle Cause dei Santi.

Il 26 maggio, il Santo Padre Francesco ha autorizzato il Cardinale Angelo Becciu, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, a promulgare il Decreto riguardante il miracolo attribuito all’intercessione della Venerabile Serva di Dio Paolina Maria Jaricot, Fondatrice delle Opere del “Consiglio della Propagazione della Fede” e del “Rosario Vivente”; nata il 22 luglio 1799 a Lione (Francia) e ivi morta il 9 gennaio 1862.

Nata a Lione in un periodo di rapidi sconvolgimenti politici e culturali, Paoline Maria Jaricot nel 1822 fondò l’Associazione della Propagazione della Fede, con la caratteristica della universalità. Intuì che il problema della cooperazione missionaria non era aiutare questa o quella missione, ma tutte, senza distinzione. Da lei prese inizio quel grande movimento di cooperazione missionaria che doveva gradualmente coinvolgere tutta la Chiesa. Appassionata per la diffusione del Regno di Dio, era fermamente convinta che l’opera missionaria non traesse la sua efficacia dalle risorse umane, ma esclusivamente da Dio. Nel 1826 fondò quindi il movimento del “Rosario Vivente”: gruppi di persone a cui ogni mese, dopo una Eucarestia, veniva affidato un Mistero del Rosario da pregare per le missioni. Alla sua esistenza non mancò la croce, e passò l’ultimo periodo della sua vita in assoluta povertà. E’ stata dichiarata Venerabile da Giovanni XXIII il 25 febbraio 1963. (Agenzia Fides, 27/05/2020)

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Il decreto. Charles de Foucauld, il «fratello universale», sarà Santo

Posté par atempodiblog le 27 mai 2020

Il decreto. Charles de Foucauld, il «fratello universale», sarà Santo
Nell’udienza al cardinale Becciu il Papa autorizza i Decreti che porteranno alla Chiesa tre nuovi santi. Tra le figure di spicco quella di de Foucauld, esempio di vita evangelica e di preghiera
di Mimmo Muolo e Redazione internet – Avvenire

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Un uomo nel deserto del Sahara custodisce da solo un “tesoro”. Alcuni predoni lo vengono a sapere e per rubarglielo lo uccidono. No, non è lo spunto per un romanzo, ma una storia vera. Avvenuta nel 1916 ai confini nella profonda Algeria. Ed è la storia dell’uccisione di Charles de Foucauld, il “fratello universale”, che presto sarà santo. Il Papa ha infatti autorizzato la Congregazione per le cause dei Santi a promulgare il decreto sul miracolo attribuito al beato Carlo di Gesù (questo il suo nome religioso) e questo svela definitivamente qual era il “tesoro” che egli custodiva, al punto da non temere nemmeno per la sua vita: Gesù Cristo nel tabernacolo.

A partire da quella morte, la vicenda umana e religiosa di Charles de Foucauld ha affascinato e attratto generazioni su generazioni. Al punto che quello che non gli riuscì in vita si realizzò dopo la sua nascita al Cielo. Nel corso degli anni, ben diciannove differenti famiglie di laici, sacerdoti, religiosi e religiose sono scaturite dalla sua spiritualità e dal suo modo di vivere il Vangelo (tra le maggiori, le fraternità dei Piccoli fratelli e delle Piccole sorelle di Gesù). Un uomo “che ha dato una testimonianza che ha fatto bene alla Chiesa”, ha affermato Papa Francesco nella Messa in casa Santa Marta del primo dicembre 2016, nel centenario della morte. E Benedetto XVI al momento della beatificazione, il 13 novembre 2005, affermò che la sua vita è « un invito ad aspirare alla fraternità universale ».

Sicuramente l’esistenza terrena di de Foucauld ha spunti di grande attualità, sia nella prima parte, vissuta in maniera non certo esemplare dal punto di vista cristiano (ma in questo è in buona compagnia di altri santi, Agostino per esempio), sia soprattutto dopo la conversione che lo trasformò in uno dei più grandi cercatori di Dio. Lui grande esploratore anche dal punto di vista geografico, dedicò in pratica il resto dei suoi anni a esplorare l’immenso territorio del rapporto tra il Creatore e le creature.

Nato a Strasburgo il 15 settembre 1858 da una famiglia nobile ed egli stesso insignito del titolo di visconte di Pontbriand, trascorre la prima infanzia a Wissembourg, ma perde entrambi i genitori all’età di 6 anni e viene allevato dal nonno materno, che gli lascia anche una cospicua eredità. Il giovane Charles, gaudente e salottiero, la dilapida tuttavia in poco tempo e nel 1876 entra alla Scuola militare di Saint Cyr. Si distingue di più per le qualità di soldato che di studente, anche perché impegnato in una relazione con una fanciulla di dubbia reputazione. Lascia successivamente l’esercito per dedicarsi a spedizioni geografiche in Marocco e si dedica a studiare l’arabo e l’ebraico. Come esploratore si dimostra validissimo, al punto che nel 1885 riceve la medaglia d’oro dalla Società francese di geografia.

L’anno successivo torna in patria e la sua vita ha la svolta decisiva, quando il futuro santo (che comunque da piccolo era stato battezzato) sente il bisogno di riavvicinarsi alla Chiesa cattolica. E’ rimasta famosa la sua invocazione “Mio Dio, se esisti, fa’ che Ti conosca”. E così avviene che Dio si lascia conoscere. Come dirà egli stesso un giorno: “Non appena ho creduto che ci fosse un Dio, ho capito che non potevo vivere che per lui”. La svolta diventa sempre più radicale. Nel 1890 entra fra i trappisti in Francia, ma ben presto chiede di ritirarsi in una trappa molto più povera in Siria. Risale a questo periodo anche un primo progetto di congregazione religiosa. L’ormai trentaduenne Charles sente il bisogno di essere dispensato dai voti e qualche anno dopo viene esaudito. Nel 1897 l’abate generale dei Trappisti lo lascia libero di seguire la sua vocazione. Per un po’ resta in Terra Santa, quindi tornato in Francia, nel 1901 viene ordinato prete. Nello stesso anno si trasferisce in Africa e prende a dimorare in un’oasi del deserto del Sahara profondo. Indossa una tunica bianca sulla quale è cucito un cuore di stoffa rossa, sormontato da una croce. Ospita chiunque passi da lui, cristiani, musulmani, ebrei, pagani e trascorre altri 13 anni nel villaggio tuareg di Tamanrasset. Prega 11 ore al giorno, si immerge nel mistero dell’Eucaristia, redige un grande dizionario di lingua francese-tuareg ancora oggi in uso in quella zona. E naturalmente non manca di impegnarsi nella difesa delle popolazioni locali dagli assalti dei predoni. E sono proprio loro, il primo dicembre 1916, a prendere alla lettera la notizia del grande “tesoro” che custodisce e di cui parla a tutti. Perciò, nel tentativo di impadronirsene (non sapendo che in realtà si tratta delle particole consacrate durante la Messa), i laviventi saccheggiano la sua povera dimora e uccidono “Carlo di Gesù”, come si fa chiamare dagli abitanti del luogo.

Il fiore del deserto, reciso, irradia comunque le sue spore in giro nel mondo. E la spiritualità di Charles de Foucauld fiorisce attraverso la sua famiglia religiosa. Che presto avrà anche un santo in paradiso.

Nei Decreti autorizzati da Francesco figurano anche i miracoli che porteranno alla canonizzazione del beato francese Cesare de Bus (1544-1607), fondatore della Congregazione dei Padri della Dottrina Cristiana (Dottrinari) e della beata italiana Maria Domenica Mantovani (1862-1934). Inoltre nel documento viene riconosciuto anche il miracolo che porterà agli altari il Venerabile Servo di Dio statunitense Michele McGivney (1852-1890), fondatore dell’Ordine dei Cavalieri di Colombo, e il miracolo attribuito all’intercessione della Venerabile Serva di Dio francese Paolina Maria Jaricot (1799-1862), fondatrice delle Opere del “Consiglio della Propagazione della Fede” e del “Rosario Vivente”.
Inoltre, i Decreti promulgati dalla Congregazione per le Cause dei Santi porteranno alla beatificazione anche i martiri Servi di Dio Simeone Cardon e 5 Compagni, Religiosi professi della Congregazione Cistercense di Casamari – uccisi a Casamari, in odio alla Fede, tra il 13 e 16 maggio 1799 – e il martire Servo di Dio Cosma Spessotto, italiano, (1923-1980), sacerdote professo dell’Ordine dei Frati Minori, ucciso a San Juan Nonualco (El Salvador).

Infine i Decreti riconoscono le virtù eroiche del vescovo francese Servo di Dio Melchiorre Maria de Marion Brésillac, già Vicario Apostolico di Coimbaore e Fondatore della Società delle Missioni Africane, nato nel 1813 a Castelnaudary (Francia) e morto a Freetown (Sierra Leone) nel 1859.

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Enrico Medi, lo scienziato che amava l’Eucaristia

Posté par atempodiblog le 27 mai 2020

Enrico Medi, lo scienziato che amava l’Eucaristia
Il 26 maggio di 46 anni fa moriva Enrico Medi, docente universitario e fisico che commentò in diretta tv lo sbarco dell’uomo sulla Luna. Oggi Servo di Dio, coniugava fede e ragione, argomentando perché «la scienza per natura sua è cristiana». Figlio spirituale di Padre Pio, era molto devoto al Santissimo Sacramento. Pensando all’infinito valore della Messa, rivolse ai sacerdoti parole memorabili e che dicono tanto della dignità e missione sacerdotale.
di Ermes Dovico – La nuova Bussola Quotidiana

Enrico Medi, lo scienziato che amava l’Eucaristia dans Articoli di Giornali e News Enrico-Medi

«La gloria del Signore risplende soprattutto il giorno della nascita dei santi. E il giorno della nascita dei santi è quello che gli uomini chiamano il giorno della morte». Era il 26 settembre 1968 e il professor Enrico Medi, durante i funerali partecipati da circa centomila persone, commentava così la nascita al Cielo del santo di cui era figlio spirituale: Padre Pio da Pietrelcina (†23 settembre 1968).

Se di Padre Pio la Chiesa ha già ‘certificato’ la santità, canonizzandolo, di Enrico Medi (Porto Recanati, 26 aprile 1911 – Roma, 26 maggio 1974), Servo di Dio, è in corso il processo di beatificazione. Fisico, docente universitario e politico, membro dell’Assemblea costituente e due volte deputato, Medi fu un illustre cattolico laico del suo tempo. Ricordarlo oggi, giorno del 46° anniversario della sua morte, può aiutare a inquadrare rettamente il rapporto tra scienza e fede, e insieme gettare luce su quella che dovrebbe essere la vocazione di uno “scienziato”, termine di cui ormai si fa abuso.

I più grandicelli e di buona memoria ricorderanno Medi per il commento scientifico, in diretta tv, allo sbarco del primo uomo sulla Luna. I vecchi video testimoniano la competenza e umiltà mostrate in quei momenti storici, così richiamati da Tito Stagno parlando molti anni dopo alla trasmissione A Sua Immagine: «Il LEM si è appena appoggiato sul Mare della Tranquillità, gli astronauti non sono ancora scesi ma si cominciano a vedere le prime immagini del paesaggio lunare e Medi dice: sì, siamo su un mondo nuovo, meraviglioso, noi chiniamo la testa, proprio in ringraziamento, meditazione e gioia, però sempre con la prudenza che si deve avere quando si affermano cose che non si conoscono. La scienza è fatta di incognite».

Il suo curriculum, in fatto di scienza, ci dice che Medi era un predestinato. A soli 21 anni si laureò in Fisica discutendo la tesi con Enrico Fermi. Nel 1942 vinse la cattedra di Fisica sperimentale all’Università di Palermo. I fatti del 1943 lo costrinsero a stare per mesi nella sua regione di nascita, le Marche, dove un giorno seppe di due uomini che stavano per essere fucilati: si recò al comando di Jesi offrendosi di sostituire i condannati a morte, a cui alla fine venne risparmiata la vita. Nel ’49 divenne presidente dell’Istituto nazionale di geofisica, alla cui guida promosse la rete degli osservatori e si adoperò perché venisse fatta una mappa sismica del Paese. Per un paio di anni fu anche divulgatore scientifico in tv, e nel 1958 fu nominato vicepresidente dell’Euratom. Medi era convinto che l’energia nucleare, usata a fini pacifici, fosse una valida risposta ai problemi energetici. Nel 1965 si dimise dalla vicepresidenza dell’Euratom perché vedeva prevalere gli interessi di enti dei singoli Stati a discapito di un piano comune di ricerca.

Alle molte attività da uomo di scienza, qui accennate a grandi linee, Medi univa la luce della fede: «Se non ci fosse pericolo di essere fraintesi, verrebbe da dire che il cristianesimo è esattamente scientifico; ma la verità è un’altra, è che la scienza per natura sua è cristiana: cioè ricerca della verità, cioè attenta indagine su quella che è la volontà di Dio che si esprime nell’ordine naturale (scienza) e nell’ordine soprannaturale (fede e teologia). Quindi è inconcepibile e assurdo qualsiasi ipotetico contrasto fra fede e scienza, fra vero progresso scientifico e teologia e morale». Medi, che si era pure laureato in teologia alla Gregoriana, spiegava che ogni vera scoperta scientifica non può mai intaccare la fede, bensì fornirle conferme che fanno «gustare meglio alla mente umana la grandezza e la bontà di Dio». In opposizione allo scientismo, che idolatra e falsifica la scienza negando il soprannaturale, Medi spiegava che «la rivelazione e la teologia hanno illuminato e permesso il nascere e lo sviluppo della scienza».

Medi ebbe un rapporto personale con Pio XII, che poté incontrare nel ’46 ricevendo da lui due rosari, uno per la moglie Enrica Zanini e l’altro per la bambina di cui i due coniugi erano allora in dolce attesa. Papa Pacelli imparò a conoscerlo e stimarlo sempre di più, e nel 1955 lo volle a capo della delegazione della Santa Sede alla conferenza di Ginevra sull’energia atomica. Un intenso rapporto lo ebbe pure con Paolo VI, che lo nominò membro della Consulta dei Laici del Vaticano.

Scorrendo tra gli scritti di e su Medi si comprende anche quale amore nutrisse per la famiglia e la centralità che dava all’educazione, che è anzitutto educazione a vivere la volontà di Dio. Aveva sposato Enrica, laureata in Chimica e Farmacia, nel 1938. E da lei aveva avuto sei figlie, sei “Marie” (Maria Beatrice, Maria Chiara, Maria Pia, Maria Grazia, Maria Stella, Maria Emanuela), a testimoniare la devozione verso la Madonna. Per mettere Dio sempre più al centro della vita familiare Medi fece costruire una cappella privata nella sua casa di Torre Gaia, la dedicò alla Sacra Famiglia e ottenne di potervi custodire l’Eucaristia. «In quella cappella – riferiva l’Osservatore Romano negli anni Novanta – iniziava e chiudeva la giornata, soffermandosi in preghiera e in lunghe meditazioni».

Ma dicevamo di Padre Pio. Dopo il primo incontro, fulminante, con il santo da Pietrelcina, Medi aveva voluto approfondirne la conoscenza, andando spesso a trovarlo a San Giovanni Rotondo, sia di sua iniziativa sia su invito diretto del buon frate. Un giorno, ancora padre di 4, appuntava di aver parlato a san Pio delle sue figlie e di aver avuto «la benedizione per Enrica, ma era implicita: è una cosa sola con me…».

L’insegnamento e insieme il dono più grande ricevuto dal santo fu assistere alla Messa da lui celebrata. «La Messa di Padre Pio era rivivere fisicamente tutta l’agonia del Getsemani, del Calvario, della Crocifissione e della morte. Quando assistevamo alla Messa si vedeva l’ansia di una creatura che da una parte era presa da una sofferenza immensa, dall’altra non voleva che questa sofferenza si riversasse sui fratelli che aveva accanto. Come il Signore sul Calvario».

Sarà per questa consapevolezza che Medi, rivolgendosi al clero, diceva parole che continuano a suonare attualissime:

Sacerdoti, io non sono un Prete e non sono mai stato degno neppure di fare il chierichetto. Sappiate che mi sono sempre chiesto come fate voi a vivere dopo aver detto Messa. Ogni giorno avete Dio tra le vostre mani. Come diceva il gran re San Luigi di Francia, avete «nelle vostre mani il re dei Cieli, ai vostri piedi il re della terra». Ogni giorno avete una potenza che Michele Arcangelo non ha. Con le vostre parole trasformate la sostanza di un pezzo di pane in quella del Corpo di Gesù Cristo in persona. Voi obbligate Dio a scendere in terra! Siete grandi! Siete creature immense! Le più potenti che possano esistere.

Chi dice che avete energie angeliche, in un certo senso, si può dire che sbaglia per difetto. Sacerdoti, vi scongiuriamo: Siate santi! Se siete santi voi, noi siamo salvi. Se non siete santi voi, noi siamo perduti! Sacerdoti, noi vi vogliamo ai piedi dell’Altare. A costruire opere, fabbriche, giornali, lavoro, a correre qua e là in Lambretta o in Millecento, siamo capaci noi. Ma a rendere Cristo presente e a rimettere i peccati, siete capaci solo voi! Siate accanto all’Altare. Andate a tenere compagnia al Signore. […] A tutti, anche a noi, ma in particolare a te, sacerdote, dice di continuo: «Tienimi compagnia. Dimmi una parola. Dammi un sorriso. Ricordati che t’amo. Dimmi soltanto “Amore mio, ti voglio bene”: ti coprirò di ogni consolazione e di ogni conforto» [...].

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Papa Francesco e la preghiera del Rosario insieme ai Santuari del Mondo

Posté par atempodiblog le 27 mai 2020

Papa Francesco e la preghiera del Rosario insieme ai Santuari del Mondo
In diretta mondiovisione sabato 30 maggio alle 17.30 dalla Grotta di Lourdes nei Giardini Vaticani si eleverà, ad una voce con il Pontefice, la preghiera alla Vergine per chiedere aiuto e soccorso nella pandemia. Invitati a partecipare tutti i Santuari del mondo
Gabriella Ceraso – Vatican News

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“Assidui e concordi nella preghiera, insieme con Maria (cfr. At 1,14)”. Su questo tema Papa Francesco presiederà la recita del Rosario sabato prossimo 30 maggio, unendosi ai Santuari del mondo che a causa dell’emergenza sanitaria hanno dovuto interrompere le loro normali attività e i loro pellegrinaggi.

In diretta e in mondovisione dalla Grotta di Lourdes nei Giardini Vaticani, alle ore 17:30, il Papa sarà dunque ancora una volta vicino all’umanità in preghiera, per chiedere alla Vergine aiuto e soccorso nella pandemia.
L’iniziativa promossa dal Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, vedrà il coinvolgimento di famiglie e di uomini e donne rappresentanti dei settori più coinvolti e particolarmente toccati dalla pandemia, ai quali saranno affidate le decine del Rosario. Dunque, medici e infermieri, pazienti guariti e pazienti che hanno subito lutti, un cappellano ospedaliero e una suora infermiera, una farmacista e una giornalista, e infine un volontario della Protezione civile con i suoi familiari e anche una famiglia che ha visto nascere un bambino proprio nei momenti più difficili, per esprimere la speranza che non deve mai venire meno.

Ai piedi di Maria al termine del mese a Lei dedicato e certi che la Madre celeste non farà mancare il suo soccorso, comunica il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuona Evangelizzazione, Francesco porrà dunque gli affanni e i dolori dell’umanità.
In collegamento ci saranno i Santuari più grandi dai cinque continenti tra cui Lourdes, Fatima, Lujan, Milagro, Guadalupe, San Giovanni Rotondo e Pompei. In una lettera, monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione si è rivolto direttamente ai rettori dei Santuari per invitarli a organizzare e promuovere questo speciale momento di preghiera compatibilmente con le attuali regole sanitarie vigenti e con il fuso orario del luogo.

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“Completare la piazza”: san Giovanni Paolo II e la Mater Ecclesiae

Posté par atempodiblog le 24 mai 2020

“Completare la piazza”: san Giovanni Paolo II e la Mater Ecclesiae
In occasione dei cento anni dalla nascita di san Giovanni Paolo II, condividiamo parte di un articolo uscito sul settimanale “Maria con te”, in cui si ripercorre la storia del mosaico di Maria Mater Ecclesiae.
Tratto da: OPUS DEI

“Completare la piazza”: san Giovanni Paolo II e la Mater Ecclesiae dans Articoli di Giornali e News completare-la-piazza-san-giovanni-paolo-ii-mater-ecclesiae

Tutto il mondo, in questi giorni, celebra il centenario del santo polacco, che qualcuno ha definito «il Pontefice più mariano degli ultimi secoli». Ha guidato la Chiesa per ben 26 anni, 5 mesi e 17 giorni, lasciando in eredità un cospicuo patrimonio di insegnamenti, discorsi, documenti, viaggi apostolici e, soprattutto, tanto tenero e forte amore per Dio e la sua Santa Madre.

A uno dei suoi più illustri intervistatori (il filosofo André Frossard), riferì di aver risposto così al cardinale camerlengo che, al termine del conclave in Cappella Sistina, gli chiese se accettava l’elezione: «In spirito di obbedienza e di fede al Cristo, mio Signore e mio Redentore, e di abbandono totale a sua Madre, accetto». Come non ricordare, poi, l’indizione di uno speciale Anno Mariano (1987) per preparare la cristianità al salto del terzo millennio, l’enciclica Redemptoris Mater (uno dei documenti più belli del suo pontificato) o la Lettera Rosarium Virginis Mariae (2002), oltre ai suoi innumerevoli viaggi apostolici in tutto il mondo, nei quali non mancò mai una tappa ai diversi santuari mariani?

La sua profonda devozione mariana, sbocciata già nell’infanzia, si condensò nel motto Totus tuus che scelse in occasione dell’ordinazione episcopale nella cattedrale del Wawela a Cracovia, quando aveva appena 38 anni. Quel motto oggi è visibile sul dolce mosaico di Maria Mater Ecclesiae che ogni pellegrino arrivando in piazza San Pietro scorge, alzando lo sguardo alla destra della basilica, sull’angolo dell’edificio accanto al Palazzo Apostolico. Ma non c’era ancora quando Wojtyla salì al soglio pontificio perché fu proprio lui a volerlo e a farlo collocare in quella posizione d’onore.

L’idea nacque durante la Settimana Santa del 1980, in occasione di un’udienza del Pontefice con il Congresso Univ, che riunisce migliaia di studenti universitari frequentanti i centri Opus Dei, l’istituzione fondata da san Josemaría Escrivà. Durante i saluti finali, un giovane di nome Julio Nieto fece notare che in piazza San Pietro erano presenti diverse figure di santi, ma non quella di Maria, quindi l’opera non era completa.

La risposta di Giovanni Paolo II fu pronta: «Bene, molto bene. Bisognerà completare la piazza». In men che non si dica Javier Cotelo, contattato da monsignor Alvaro Del Portillo (successore di san Josemaría alla guida dell’Opus Dei e a sua volta beato dal 2014) eseguì uno schizzo per l’apposizione di un mosaico da sottoporre al Pontefice, il quale ne fu entusiasta.

L’immagine fu ispirata all’antica Vergine col Bambino del XV secolo, detta “la Madonna della Colonna” all’interno della basilica costantiniana, su cui nel 1970, sei anni dopo che Paolo VI aveva proclamato Maria “Madre della Chiesa”, era stato inserito lo stesso titolo in latino.

L’opera fu realizzata dai maestri dello Studio del mosaico vaticano, e montata il 7 dicembre 1981, quasi 7 mesi dopo l’ attentato subito dal Papa nella medesima piazza. II giorno seguente, festa dell’Immacolata, Giovanni Paolo II benedisse il mosaico, esprimendo il significativo desiderio «che quanti verranno in San Pietro levino verso di Lei lo sguardo, per rivolgerle, con sentimento di filiale confidenza, il proprio saluto e la propria preghiera».

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Festa di Maria Ausiliatrice: insieme pure a distanza

Posté par atempodiblog le 23 mai 2020

Festa di Maria Ausiliatrice: insieme pure a distanza
di ANS – Agenzia Notizie Salesiane

Festa di Maria Ausiliatrice: insieme pure a distanza dans Apparizioni mariane e santuari Festa-di-Maria-Ausiliatrice-insieme-pure-a-distanza

Domenica prossima, 24 maggio, ricorre la festa di Maria Ausiliatrice. Normalmente a Torino la giornata di festa è sempre stata contrassegnata da molte celebrazioni e da una processione serale tra le più sentite e partecipate a livello cittadino. Ma quest’anno, a causa della pandemia da Covid-19, la festa sarà “speciale” e diventerà ancora più importante potervi partecipare pure restando “a distanza”. Ecco il calendario delle dirette streaming:

Domenica 24 maggio – Festa di Maria Ausiliatrice

Le principali celebrazioni avranno luogo nella Basilica di Maria Ausiliatrice a Torino:

  • alle ore 11:00 (GMT+2), con la solenne concelebrazione eucaristica presieduta da mons. Cesare Nosiglia, Arcivescovo di Torino;

Diretta sulla pagina di Facebook di ANS, con commento in italiano.

  • alle ore 17:00, con la solenne concelebrazione eucaristica presieduta da Don Ángel Fernández Artime, Rettor Maggiore;

Diretta sulla pagina di Facebook di ANS, con commento in italianoinglese, spagnolo e portoghesee solo, in spagnoloanche sul canale YouTube di ANS e l’emittente colombiana TeleVid.

  • alle 20:30, con il Rosario meditato all’interno della Basilica. Successivamente la statua dell’Ausiliatrice sarà portata sul piazzale antistante la chiesa e l’arcivescovo di Torino e il Rettor Maggiore dei Salesiani pronunceranno una preghiera di affidamento a Maria Ausiliatrice.

Diretta sulla pagina di Facebook di ANS, con commento in italianoinglese, spagnolo e portoghesee solo, in spagnoloanche sul canale YouTube di ANS e l’emittente colombiana TeleVid.

Moltissimi fedeli e gruppi della Famiglia Salesiana di tutto il mondo hanno già confermato la loro partecipazione spirituale – in particolare all’atto di affidamento a Maria Ausiliatrice: una maniera per mettere sotto il suo manto le sorti del mondo provato dalla pandemia.

La festa di Maria Ausiliatrice è stata fissata al 24 maggio da Papa Pio VII in ricordo del suo rientro a Roma (24 maggio 1814), dopo la prigionia sotto Napoleone a Fontainebleau. In origine la festa era limitata alla Chiesa di Roma, ma fu presto adottata dalle diocesi toscane (1816) e poi estesa alla Chiesa universale. I gruppi della Famiglia Salesiana sono molto legati alla devozione di Maria sotto il titolo di Ausiliatrice, perché San Giovanni Bosco, il fondatore della Congregazione Salesiana, la scelse come principale patrona della Famiglia Salesiana e delle sue opere.

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LETTURE/ San Charbel, Dio si prende cura anche della carne dell’uomo

Posté par atempodiblog le 23 mai 2020

LETTURE/ San Charbel, Dio si prende cura anche della carne dell’uomo
La storia di due santi specializzati in guarigioni mediche e che in questo periodo di pandemia è opportuno ricordare. Cominciando da san Charbel Makluf
di Giuseppe Emmolo – Il Sussidiario

LETTURE/ San Charbel, Dio si prende cura anche della carne dell’uomo dans Articoli di Giornali e News Fiaccolata
Fiaccolata per la vita (LaPresse)

I padiglioni della fiera trasformati in reparti di terapia intensiva sono stati dedicati dall’arcivescovo di Milano mons. Delpini a due santi, Riccardo Pampuri (1897-1930) e san Charbel Makluf (1828-1898). La ragione è che il primo, san Riccardo, era frate e medico condotto e Charbel, monaco libanese, è un santo che fa i miracoli come san Riccardo ma, talvolta, interviene personalmente a operare i pazienti. Chi era Charbel? Niente di meglio per conoscerlo che capitare in un pellegrinaggio guidato da un monaco suo confratello, padre Elias al Jamhoury, monaco dell’Ordine libanese maronita, autore di un libro a lui dedicato (San Charbel. Itinerario nelle profondità, San Paolo 2015).

Non esiste nel mondo un fenomeno come quello che si ripete in Libano dal 1993 ad oggi, ogni 22 del mese, sulla tomba di san Charbel, ad Annaya, dove sorge un monastero dell’ordine dei monaci maroniti (la Chiesa maronita del Libano è una chiesa cattolica a tutti gli effetti e  prende il nome da san Marone, monaco siriaco vissuto tra il IV e il V secolo). Dalla sera del 21 di ogni mese e per tutto il 22 successivo da tutto il Libano sciamano in pellegrinaggio decine di migliaia libanesi (con punte fino a 35-40 mila), che si recano in preghiera sulla cripta del santo. È da notare che tra questi ci sono moltissimi musulmani.

I pellegrinaggi mensili sono nati alla fine della sanguinosa guerra civile (1977-1990) che ha devastato il Libano e fatto emigrare centinaia di migliaia di cristiani. In uno sperduto paese a nord di Beirut, ad Annaya, una signora libanese, Nohad, madre di numerosi figli, fu colpita da ictus cerebrale con doppia occlusione della carotide, che le paralizzò la parte sinistra del corpo. Per la lesione cerebrale non poteva più parlare né camminare e si poteva nutrire solo con una cannuccia. Nohad pregò Charbel e nella notte del 22 gennaio 1993 sognò due monaci. Il primo le disse: “sono Charbel e sono venuto ad operarti”. Nohad si spaventò, ma il santo aveva già iniziato l’intervento senza anestesia. Nohad sentì le due dita del santo che le incidevano la gola e provò un dolore lancinante. Il secondo monaco, san Marone, le sistemò il guanciale dietro la schiena e l’aiutò a sedersi sul letto, dicendole: “Ti abbiamo operato. Ora puoi alzarti, bere e camminare”. Il sogno era così reale che Nohad si svegliò. Con stupore si accorse di muovere braccio e gamba sinistra e allo specchio vide ai lati del collo due tagli di dodici centimetri ciascuno, chiusi con tre punti di sutura a destra e quattro a sinistra, da cui fuoriusciva un sottile filo chirurgico. La notizia si diffuse come un lampo in tutto il Libano. San Charbel apparve poi ancora in sogno a Nohad e le disse: “Ti ho lasciato le cicatrici per volere di Dio, perché tutti possano vederle, soprattutto quelli che si sono allontanati da Dio, perché tornino alla fede. Ti chiedo di recarti all’eremo ogni mese, ogni 22, ricorrenza della tua guarigione e partecipare alla Messa. Là io sono sempre presente”. Così iniziarono i pellegrinaggi.

Charbel nacque l’8 maggio 1828 a nord del Libano e gli venne dato nome Yussef (Giuseppe). Visse in un villaggio ad appena 3 km dalla Bekà Kafra (“Valle santa”), così detta perché, secondo la tradizione, Gesù vi passò più volte ed operò miracoli. Il 1° novembre 1853 divenne monaco col nome di Charbel, in onore di un martire del I secolo. Grande influenza sulla sua formazione ebbero, oltre la famiglia, i professori del seminario. L’anno successivo alla sua ordinazione sacerdotale (1859) assistette impotente ad un terribile massacro di 2.200 cristiani per mano dei Turchi. Visse 70 anni circa e per 23 anni fece l’eremita: dormiva non più di 5 ore per notte e pregava notte e giorno il Sacramento. Morirà il 24 dicembre 1898.  Dal 1950 alla fine del 1952 si registrarono oltre 2.200 miracoli. Oltre ai miracoli pervennero al monastero da tutte le parti del mondo ben 300mila lettere con richieste di reliquie o per testimoniare una guarigione. Tutte queste lettere sono oggi esposte nel museo del monastero di Annaya.

Dopo la sepoltura si notò una luce brillare sul monastero per ben 45 giorni ininterrottamente. A quattro mesi dalla morte venne aperta la tomba e il corpo fu trovato intatto e flessibile. Soltanto venne notato un liquido rossastro che gocciolava dal fianco. Questo fenomeno si riscontrerà nel 1926, 1950 e soprattutto nel 1952 dal 7 al 24 agosto. Raccolto dai fedeli, questo liquido diede sovente sollievo ai malati e li guarì. Riaperta ancora la bara si vide il corpo di padre Charbel galleggiare letteralmente nel liquido rossastro. Per arrestare il flusso i monaci pensarono di passare dell’alcol sul corpo e di esporlo al sole nella speranza che si decomponesse: dopo 5 mesi di tale trattamento il corpo continuava ad emanare profumo e ad emettere liquido!

Si decise allora di espiantare gli organi interni ma il corpo continuò a trasudare sangue e acqua. Si provò ad asciugare il corpo, ricoprendolo di calce viva, tenendo la salma in posizione verticale, per bruciare i suoi piedi al fine di assorbire il sangue filtrato e dare il via al processo di necrosi dei tessuti: il corpo restava intatto! A 40 anni dall’inizio del processo di canonizzazione (1926) Paolo VI lo proclamò beato (1965) e il 9 ottobre 1977 santo.

Ma c’è ancora un mistero che avvolge il corpo di Charbel. Esso è rimasto flessibile e “fresco” fino all’anno della beatificazione. Dopo, senza subire il normale processo di corruzione, si è decomposto in una maniera inspiegabile. Nel 1976, riaperta la tomba, apparve l’intero scheletro con tutte le sue ossa, di colore rosato, che aveva mantenuto una certa freschezza. Secondo la scienza, due mesi dopo il decesso, lo scheletro umano si trasforma in ossa bianche perforate ma fino al 2009 questo fenomeno non si è mai verificato per san Charbel.

Forse con la chiamata in campo di san Charbel, l’arcivescovo di Delpini non ha voluto soltanto invocare la fine della pandemia in una Lombardia in ginocchio. Ma ha voluto mandare un messaggio di speranza che andasse oltre l’emergenza. Il Dio cristiano non si interessa solo spiritualmente dell’uomo e del suo destino ma spesso suscita testimoni con cui dimostra di prendersi cura in senso letterale dell’uomo, come ha fatto san Charbel, che si è preso cura di una donna, addirittura eseguendo un’operazione chirurgica e con tanto di punti di sutura interni alla gola.

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Papa Francesco: mai perdere il senso dell’umorismo, avvicina a Dio

Posté par atempodiblog le 17 mai 2020

Papa Francesco: mai perdere il senso dell’umorismo, avvicina a Dio
Così il Pontefice nel libro di Chiara Amirante (Lev – Piemme). «Nello scrutinio del conclave ho incominciato a sentire: “Bergoglio, Bergoglio, Bergoglio”, invece delle paure mi è nata dentro una pace che dura ancora oggi. È stata un dono»
di Domenico Agasso Jr. – Vatican Insder

Papa Francesco: mai perdere il senso dell’umorismo, avvicina a Dio dans Articoli di Giornali e News Papa-Francesco-e-Chiara-Amirante
Chiara Amirante, fondatrice e presidente della Comunità Nuovi Orizzonti, accoglie papa Francesco nella «Cittadella Cielo» (24 settembre 2019 – foto Nuovi Orizzonti)

«Una pubblicazione dal titolo Dio è Gioia… Sì, mi piace, è bello!». Il Pontefice “benedice” così il volume di Chiara Amirante (Lev – Piemme), in uscita martedì, che contiene anche un’intervista al Pontefice, oltre all’omelia e alle sue parole ai ragazzi della «Cittadella Cielo» di Frosinone nella visita del 24 settembre scorso.

Come fa papa Francesco a essere papa Francesco, sempre così determinato, forte, allegro, tenace, fonte di speranza? Qual è il suo segreto? Domanda l’autrice, fondatrice e presidente della Comunità Nuovi Orizzonti: «Ha detto che Dio è Gioia, e la Scrittura ci ricorda che dobbiamo essere sempre nella gioia; c’è quel passo bellissimo di san Paolo: “State sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie”. Allora vorrei chiederle: come fa a restare nella gioia con tutte le responsabilità che ha?». Secondo Jorge Mario Bergoglio, oltre che alla preghiera, «la gioia va molto unita al senso dell’umorismo. Un cristiano che non ne ha, gli manca qualcosa». Ecco perché «da quarant’anni recito la preghiera di san Tommaso Moro», per avere «il senso dell’umorismo. Vanno sempre insieme la gioia cristiana e il senso dell’umorismo e, per me, il senso dell’umorismo è l’atteggiamento umano più vicino alla grazia di Dio».

Eccola, la preghiera di san Tommaso Moro: «Dammi, Signore, una buona digestione, e anche qualcosa da digerire. Dammi la salute del corpo, con il buonumore necessario per mantenerla. Dammi, Signore, un’anima santa che sappia far tesoro di ciò che è buono e puro, e non si spaventi davanti al peccato, ma piuttosto trovi il modo di rimettere le cose a posto. Dammi un’anima che non conosca la noia, i brontolamenti, i sospiri e i lamenti, e non permettere che mi crucci eccessivamente per quella cosa tanto ingombrante che si chiama “io”. Dammi, Signore, il senso dell’umorismo. Fammi la grazia di capire gli scherzi, perché abbia nella vita un po’ di gioia e possa comunicarla agli altri. Così sia».

Il Vescovo di Roma aggiunge il «sentimento di pace». E racconta un aneddoto dei minuti storici in cui da Jorge Mario Bergoglio diventava papa Francesco: «Nello scrutinio del conclave, ho incominciato a sentire: “Bergoglio, Bergoglio, Bergoglio”, invece delle mie paure mi è nata dentro una pace che dura ancora oggi e quella pace è stata un dono. Anche la gioia è un dono, un dono – ribadisce – Non è un sentimento chiassoso, non vuol dire fare rumore, anche se a volte si esprime così».

Gli vengono chiesti suggerimenti, e Francesco innanzitutto consiglia di «imparare lo spogliamento di sé, lo svuotamento, imparare a svuotarsi». Dice che «il diavolo, nel mio caso, cerca sempre di rovinare questo stato d’animo, ma non riesce perché è una cosa così tanto gratuita che il Signore la custodisce Lui stesso».

Di fronte a «cose brutte», c’è una «frase che mi aiuta tanto: “Ma Dio è più grande”. Mi aiuta quella frase: “Ma Dio è più grande”». Perché camminare «nello Spirito, sapendo che lo Spirito è più potente, è come camminare con una riserva di ossigeno quando ti manca l’ossigeno».

Poi, un episodio divertente e illuminante: «Una volta avevamo un professore che ci ha chiesto se avevamo l’abitudine di guardarci allo specchio e fissarci in silenzio per un minuto». Nessuno di «noi, eravamo gesuiti, aveva quell’abitudine. “Fatelo!” ci disse. E questo, nel caso mio, quando qualche volta l’ho fatto, mi porta in mezzo minuto a ridere di me stesso». Ridere di se stessi, «questo è molto importante!».

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Covid, monsignor Lahzi Gaid: “Il 14 maggio tutta l’umanità unita in preghiera”

Posté par atempodiblog le 14 mai 2020

Covid, monsignor Lahzi Gaid: “Il 14 maggio tutta l’umanità unita in preghiera”
Il 14 maggio i fedeli di diverse tradizioni religiose sono invitati a digiunare per la fine della pandemia. Intervista con il Segretario di Papa Francesco, membro dell’Alto Comitato per la Fratellanza Umana, creato dopo lo storico incontro di Abu Dhabi fra il Pontefice e il Grande Imam Al-Tayyeb
di François Vayne – Vatican Insider

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Monsignor Yoannis Lahzi Gaid, segretario di Papa Francesco

Monsignor Yoannis Lahzi Gaid, come è venuta questa idea di una giornata di preghiera e di digiuno per il 14 maggio, comune per i cristiani e i musulmani?
«
L’idea è sorta in seno all’Alto Comitato della Fratellanza Umana durante la sua ultima riunione, avvenuta il 31 marzo 2020 in videoconferenza per via del Codiv-19. L’iniziativa è nata dalla domanda: come possiamo dare una risposta comune di fronte a un pericolo comune? La risposta è stata “pregando insieme come fratelli”».

Come sta andando avanti l’Alto Comitato nato dopo l’incontro di Abu Dhabi, poco più di un anno fa, e quali sono i vostri futuri progetti?
«L’Alto Comitato continua con entusiasmo e tanta buona volontà a portare avanti la propria missione, ossia quella di rafforzare la fratellanza e di diffondere i valori menzionati nel Documento sulla Fratellanza Umana, attraverso iniziative concrete, come ad esempio, l’invito alla preghiera, al digiuno e alle opere di carità previsto per il prossimo 14 maggio, così come la promozione del premio della “Fratellanza Umana” che verrà dato ogni anno a personalità riconosciute come promotori di fratellanza e altresì la costruzione della “Casa di Abramo” che avverrà ad Abu Dhabi per concretizzare il valore della fratellanza e del rispetto delle divergenze e delle differenze. La fede in Dio deve unire e non dividere o addirittura giustificare la violenza.

Il Documento sulla Fratellanza Umana è stato profetico nell’affermare la fratellanza universale. Infatti, il Coronavirus non ha differenziato tra ricchi e poveri, tra occidente e oriente, tra paesi sviluppati e in via di sviluppo… siamo uguali, siamo fratelli sia nel pericolo sia nella lotta».

Qualcuno parla di sincretismo ed entra in polemica quando si parla di preghiera a dimensione interreligiosa. Perché possiamo dire che non è sincretismo e come si potrebbe agire per farlo capire meglio?
«La preghiera è un valore universale insito nell’uomo in ogni epoca e tempo. Ciò è un dato di fatto. Invitare tutti a pregare insieme, ciascuno secondo la propria fede e credenza, non sincretizza ma rafforza il valore della preghiera e della fratellanza. Come sacerdote e come cristiano che recita ogni giorno la preghiera che Cristo insegnò ai Suoi discepoli, il “Padre Nostro”, non posso vedere in questo invito che la mano di Dio che unisce tutti i fratelli e figli in un atto di orazione. Ciò non indebolisce la mia fede in Cristo, unico Salvatore del Mondo, ma la rafforza, sapendo che solo Dio può trasformare un male in bene, una pandemia in occasione di fraternità, una preghiera in una forza. Non possiamo scordare che Dio fa scendere la sua pioggia sui buoni e sui cattivi, fa sorgere il Suo sole su tutti. E proprio a questo scopo il Santo Papa Giovanni Paolo II indisse nel lontano 1986 l’incontro internazionale di pace ad Assisi ove i partecipanti pregarono ciascuno secondo la propria fede.

L’iniziativa desidera, dunque, unire tutti gli uomini e le donne per invocare la fine del Coronavirus. Sarebbe la prima volta che l’umanità intera si unisce per un unico obbiettivo: pregare insieme, ciascuno secondo la propria fede, dando così una prova che la fede unisce e non divide.

Il Covid-19 ci ha messi tutti in ginocchio ma stare in ginocchio è la posizione migliore per pregare. Il virus ci ha fatto capire la nostra fragilità e il bisogno di unirci come fratelli. Non possiamo uscirne fuori separatamente: o insieme o nessuno».

Nella vostra esperienza personale, in Egitto, vostro Paese, cosa potete dire sul ruolo della Madonna nell’amicizia spirituale islamo-cristiana?
«La figura della Vergine Maria è fondamentale nel dialogo interreligioso con i musulmani che la venerano e la rispettano. In Egitto tanti musulmani vanno a pregare nei santuari mariani e alcuni perfino Le fanno dei voti. Sia la figura della Madonna sia il Documento sulla Fratellanza possono rappresentare “punti comuni”. È sempre meglio iniziare il dialogo da ciò che ci unisce e non da ciò che ci divide. Questo non vuol dire mai venir meno al nostro dovere di proclamare la Verità del Vangelo e della nostra fede, ma di farlo con carità, con rispetto e con umiltà. La determinazione non significa mai la presunzione. Cristo che ci comanda di portare il Vangelo a tutto il mondo ci chiede anche di amare e di pregare per tutti, cioè di non cadere nella trappola dei farisei: credere di possedere le chiavi del Regno di Dio, senza entrare e senza far entrare gli altri. L’avversità non porta Cristo agli altri, anzi ostacola l’annuncio del Vangelo e deforma la bellezza della nostra fede»

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La Sagrada Família al tempo della febbre gialla

Posté par atempodiblog le 27 avril 2020

La Sagrada Família al tempo della febbre gialla
di Chiara Curti – L’Osservatore Romano

La Sagrada Família al tempo della febbre gialla dans Apparizioni mariane e santuari Sagrada-Famiglia
Il tempio espiatorio di Barcellona è nato mentre in città il tifo mieteva vittime

C’è un modo di dire in spagnolo: quando qualcosa sembra non finire mai si compara alla costruzione della Sagrada Familía. Dentro l’ironia tipica dei modi di dire c’è sempre una verità più profonda e un desiderio: quello di relazionare l’opera probabilmente più significativa dell’epoca moderna all’eternità. Nonostante tutto, l’andamento dei lavori aveva aperto la speranza ai costruttori che il 2026, centenario della morte di Gaudí, sarebbe stato l’anno di conclusione del cantiere. Lo scenario mondiale attuale, che mette a confronto la vita con la morte quotidianamente, mette anche in discussione molti aspetti su come sarà il nostro futuro e anche riannoda la storia della Sagrada Família a un tempo indeterminato.

Ma se l’indeterminato trasmette al cuore umano l’incertezza, l’eternità apre alla speranza. E così, mentre la pandemia che affligge il mondo ci fa temere per il futuro, la storia del tempio espiatorio può farci riflettere su una positività che s’impone dentro le disgrazie e forse ci può aiutare ad affrontare le circostanze con coraggio ed affidamento.

A chi domandava a Gaudí  quando sarebbe terminata la costruzione della chiesa, rispondeva «il mio padrone non ha fretta». Non solo si riferiva all’irregolarità delle elemosine, unica entrata del cantiere, ma anche a una storia dove l’uomo non aveva l’ultima parola, esattamente come non aveva avuto la prima. Sono ricercatrice e studio la vita e le opere di Gaudí; una specializzazione che ha trasceso la vita professionale e che si è fatta compagnia in tante situazioni. Ho letto e riletto le origini della Sagrada Família ogni volta che ho dovuto preparare qualche ciclo di lezioni alla Facultat Antoni Gaudí, qualche seminario o conferenza. Doveva toccarmi vivere in prima persona  un’epidemia per fissarmi in un dettaglio sul quale non mi ero mai soffermata: la Sagrada Família nasce proprio durante una epidemia che colpisce particolarmente Barcellona, la febbre gialla, il tifo, totalmente sconosciuto in Europa.

È il 1870, la città di Barcellona vive la sua massima espansione grazie alla seconda rivoluzione industriale. La città passa da una popolazione nell’ordine dei trecentomila abitanti ad averne un milione: sono immigranti, necessari alle nuove industrie e bisognosi di lavorare. Sono persone povere che da una parte trovano un lavoro e dall’altra vivono in condizioni di miseria estrema. Trovano in san Giuseppe il santo che con loro condivide il lavoro, la povertà e l’emigrare. La sua devozione si diffonde nei quartieri più umili. La rivoluzione industriale e la ricchezza che introduce nei poli industriali porta con sé anche un senso di onnipotenza dove finalmente sembra potersi realizzare qualsiasi impresa.

Ma arriva il tifo, che s’insedia nei quartieri più poveri, ma uccide anche molti giovani della borghesia. La città di Barcellona si desertifica: i poveri senza lavoro muoiono in casa o in accampamenti preparati fuori dalla città e le famiglie benestanti si trasferiscono nelle residenze estive.

Josep Maria Bocabella è un libraio, attento alla società in continuo mutamento. È l’editore papale, ossia colui che, in diretto contatto con la Santa Sede, pubblica sia i testi promulgati dal Papa che quelli relativi ai temi che più lo preoccupano. Certamente Pio IX è stato un Papa molto preoccupato per la questione sociale e molto devoto a san Giuseppe, che dichiara patrono della Chiesa universale. Quante analogie con il nostro tempo!

Davanti al vuoto che si crea durante l’epidemia, sorge nell’editore barcellonese l’intuizione di creare un’associazione spirituale: spirituale così che almeno spiritualmente si possa stare insieme, superando le distanze provocate dall’epidemia e della situazione politica.

Vanno da Pio IX con un obolo e iniziano una peregrinazione che tocca prima il Santuario di Loreto e poi quello di Montserrat dove maturano il proposito di una nuova iniziativa: costruire una chiesa, una chiesa espiatoria, ossia che si finanzi unicamente con l’elemosina.

I devoti di san Giuseppe sono numerosissimi, ma l’associazione trova difficoltà anche per le cose più semplici: inizialmente non ha iscritti e i più stretti collaboratori non credono nelle iniziative proposte. Tornano dal Papa che, dopo essersi iscritto lui stesso all’associazione per darle nuovo slancio regala loro un suo vestito per venderlo e così poter raccogliere fondi: cosa che non porta a nessun risultato, come le altre iniziative.

Ecco allora la sorpresa: Josep Maria Bocabella non si scoraggia, ma anzi pubblica un articolo dove scrive «Questo va molto bene!» — sì, dice proprio così — «se le nostre gestioni fossero state immediatamente determinate per il successo, avremmo potuto credere che la chiesa dei nostri sogni fosse cosa nostra. La Provvidenza ci ha appena detto che vuole che sia opera sua; opera di Dio, non di uomini, e che si farà quando Dio vorrà. Continuiamo quindi con fede. Costruiamo la casa di Dio e non una chiesa qualsiasi, e un tempio che sia un gran tempio». Solo quattro anni dopo la Provvidenza inizierà a operare in favore del progetto.

Da un’intervista degli anni Cinquanta fatta a una coppia di anziani, allora novantenni, testimoni della collocazione della prima pietra della Sagrada Família, emerge tutta la “trascendenza” di questo gesto: il terreno si trovava in aperta campagna e la cerimonia fu particolarmente solenne. Tre alti mastili sostenevano la bandiera nazionale e quella papale, dando un aspetto di festa e solennità, in contrasto con l’umilissimo insediamento conosciuto come El Poblet.

Nell’intervista i due anziani raccontano che nei giorni dell’epidemia della febbre gialla non ci fu neanche un caso nel Poblet «per le preghiere dirette a san Rocco» che è il protettore dalle epidemie. Così nasce la speranza che le circostanze non siano l’unico fattore determinante, per chi chiede, e non teme un “indeterminato” che ancora non conosce, ma fa risiedere la sua speranza nell’eternità.

Ricordo che una volta, tornando a casa un po’ in ritardo dal lavoro, mi sono scusata con le mie figlie spiegando che mi ero fermata a pregare sulla tomba di Gaudí. Mia figlia minore, Francesca, di sei anni, scoppia a piangere dicendo «ma quando è morto?». Sentendone tanto parlare, pensava fosse ancora vivo.

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Affidamento o consacrazione, nelle Scritture la risposta

Posté par atempodiblog le 21 avril 2020

Affidamento o consacrazione, nelle Scritture la risposta
La Cei comunica che l’1 maggio affiderà l’Italia a Maria. Bene, ma solo a metà. Perché molti fedeli, e prima di loro la Madonna, chiedono una consacrazione. Ma questa è avversata da certi ambienti teologici. Eppure sono le Scritture a parlarci di una discendenza della Donna, indicando che è Dio stesso a volere che la consacrazione a Lui passi attraverso Lei. Perché i vescovi resistono alla volontà divina?
di Luisella Scrosati  – La nuova Bussola Quotidiana

Affidamento o consacrazione, nelle Scritture la risposta dans Articoli di Giornali e News Sacro-Cuore-di-Maria

«Raccogliendo la proposta e la sollecitazione di tanti fedeli, la Conferenza Episcopale Italiana affida l’intero Paese alla protezione della Madre di Dio come segno di salvezza e di speranza. Lo farà venerdì primo maggio, alle ore 21, con un momento di preghiera, nella basilica di Santa Maria del Fonte presso Caravaggio (diocesi di Cremona, provincia di Bergamo). La scelta della data e del luogo è estremamente simbolica».

È questo il comunicato che la Conferenza Episcopale Italiana ha emesso nella giornata di ieri. Il cardinal Gualtiero Bassetti, in un breve video, ha sottolineato che l’iniziativa vuole essere la risposta alle richieste di numerosi fedeli: «Spesso è il gregge, il popolo cristiano che spinge i pastori, com’è avvenuto in questo caso», ha sottolineato il cardinale.

Si tratta di oltre 300 lettere, rivolte direttamente a lui, in qualità di presidente della Cei, il cui contenuto è così sintetizzato da Bassetti: «Perché non dedicate al Cuore Immacolato di Maria la nostra Nazione, tutte le persone che soffrono per questa epidemia, tutti coloro che lavorano negli ospedali… perché non affidarli tutti a Maria, la Nazione intera?».

Siamo contenti che i vescovi italiani abbiano deciso di rispondere al grido del popolo di Dio, loro affidato; però, siamo contenti a metà. Anzi, un quarto. A metà, perché il cardinale sta bene attento a non utilizzare quel termine che in moltissime petizioni che gli sono arrivate era scritto, nero su bianco: consacrare. Molte persone hanno esplicitamente chiesto di consacrare, non di dedicare o affidare. E non è una questione di lana caprina, come vedremo. E poi, metà della metà, perché quello che i fedeli hanno domandato, lo hanno fatto non per qualche strana idea peregrina, ma in risposta a quello che la Santissima Vergine continua, in numerose apparizioni riconosciute dalla stessa Chiesa, a chiedere da decenni: consacrare e consacrarsi al suo Cuore Immacolato.

Da un po’ di tempo a questa parte, negli ambienti teologici e gerarchici, pare che si stia bene attenti a scansare l’idea di una consacrazione alla Madonna. La ragione? Più o meno le solite che sentiamo ripetere dalle correnti mariologiche minimaliste: ci si consacra solo a Dio, occorre evitare di porre figure “parallele” a Dio e a Gesù Cristo, etc. Quindi niente corredentrici, niente mediatrici, niente consacrazioni mariane. Questa terminologia popolare è tutt’al più tollerata, ma occorre evitarla accuratamente negli atti e negli insegnamenti ufficiali.

Apripista della corrente teologica che porterà di fatto ad eliminare la terminologia di una vera e propria consacrazione a Maria, può essere considerato il teologo gesuita Juan Alfaro (1914-1993). In una sua comunicazione alle congregazioni mariane del 1963, il teologo spagnolo spiegava appunto che «una consacrazione propriamente detta non si fa se non a una persona divina perché la consacrazione è un atto di latria, il cui termine finale può essere unicamente Iddio». La consacrazione alla Madonna dev’essere considerata in senso largo, o improprio, «come riconoscimento della nostra dipendenza da lei, come affermazione della sua dignità suprema fra le persone create». In sostanza un affidamento.

È chiaro che una tale incomprensione non poteva che avviare quel processo, nemmeno troppo lungo, che ha di fatto portato a sostituire il termine “consacrazione” con quello di “affidamento”. Diffidata la consacrazione, si è consacrato l’affidamento.

Eppure, la fede dei semplici continua a persistere nel fare atti di consacrazione di se stessi, della propria famiglia, delle attività alla Madonna, forte del suo istinto soprannaturale e della conferma del Cielo stesso, per bocca della Vergine Maria e di molti santi, dal Montfort, a Padre Pio, a san Massimiliano Kolbe.

La consacrazione indica un doppio movimento: di separazione e di totale appartenenza; consacrare una chiesa significa sottrarla all’uso profano, per dedicarla esclusivamente al culto di Dio (sarà bene ricordarlo più spesso); la consacrazione religiosa, indica una separazione dal mondo per appartenere esclusivamente a Dio. E così via.

Allora è chiaro che il termine a quo è una realtà profana, mondana, che si intende lasciare, e il termine ad quem è Dio stesso, il suo servizio, la sua adorazione. E così sembrerebbero aver ragione quanti ritengono che la consacrazione possa essere solo a Dio.

Il punto è però che Dio stesso ha stabilito che tale consacrazione a Lui passi attraverso la consacrazione a Lei. È fondamentale capire che questa volontà divina, che si va esprimendo con chiarezza in questi tempi travagliati della storia dell’uomo, è rivelata nelle Scritture stesse, al punto da costituirne l’incipit e la conclusione. Esistono due stirpi, due discendenze antagoniste (cfr. Gen 3, 15) – quella della Donna e quella del serpente – tra le quali è stata costituita un’inimicizia radicale e perpetua; l’una insidiata, l’altra insidiatrice; eppure l’una vittoriosa, l’altra sconfitta. È solo chi appartiene alla stirpe di Lei a poter vincere la stirpe del serpente.

Poi la Donna “ritorna” nel capitolo 12 del libro dell’Apocalisse, rivestita di sole. Attenzione al versetto 17: «Allora il drago si infuriò contro la donna e se ne andò a far guerra contro il resto della sua discendenza, contro quelli che osservano i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù». Ricompare quella stirpe, quella discendenza, che – anche questa volta – non è designata come stirpe di Dio, di Gesù Cristo, ma come discendenza/stirpe della Donna.

In questi due brani, Dio, in un certo senso, si mette sullo sfondo e lascia che il suo popolo, i figli da Lui redenti, siano definiti come stirpe/discendenza della Donna: e solo chi è discendenza della Donna è anche discendenza di Dio. Quello che scandalizza certi teologi è di fatto fondato nelle e legittimato dalle Sacre Scritture. E che questa Donna sia la Santissima Vergine risulta chiaramente dal Vangelo di Giovanni, prima alle nozze di Cana di Galilea (cfr. Gv 2, 4), e poi, in modo ancora più pregnante, sotto la Croce (cfr. Gv 19, 26). Basti accennare al fatto che l’atto del discepolo di accogliere tra i suoi beni, o tra ciò che gli è proprio, la Madre, richiama quello dell’accoglienza di Cristo. Il verbo utilizzato in Gv 19, 26 – λαμβάνω – è il medesimo che troviamo in Gv 1, 12 («A quanti l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio»).

La consacrazione a Maria risponde dunque pienamente a questo progetto divino: solo chi appartiene alla stirpe della Donna viene sottratto a quel mondo che è sotto il potere del maligno, e viene a Dio (cfr. 1Gv 5, 19); anzi, viene da Dio: «Chi è nato da Dio preserva se stesso e il maligno non lo tocca» (1Gv 5, 18). Esattamente il linguaggio di Genesi 3 e Apocalisse 12. Solo chi accoglie Maria come Madre, si lascia cioè generare da Lei, accoglie Cristo e viene generato da Lui. Perché i vescovi continuano a opporre resistenza alla volontà di Dio?

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Messa e sacramenti, la lezione di un vescovo americano

Posté par atempodiblog le 18 avril 2020

Messa e sacramenti, la lezione di un vescovo americano
“Dobbiamo annunciare la vita eterna in Gesù Cristo. A maggior ragione in questi tempi duri in cui il popolo ha bisogno di speranza e consolazione ». Proprio la morte di due suoi amici preti per coronavirus ha fatto decidere il vescovo Peter Baldacchino a riprendere la celebrazione delle Messe con popolo. Ragioni che servono da guida.
di Angela Pellicciari – La nuova Bussola Quotidiana

Messa e sacramenti, la lezione di un vescovo americano dans Angela Pellicciari Vescovo-Peter-Baldacchino

“Siamo stati chiamati da Cristo e ordinati per servire il popolo della diocesi di Las Cruces (New Mexico), per portare speranza e consolazione in questo tempo difficile”: con queste parole Peter Baldacchino, unico vescovo a farlo negli Usa, ha deciso di tornare a celebrare messe in pubblico e ha sollecitato i preti della sua diocesi a fare altrettanto, naturalmente nel rispetto delle precauzioni previste dallo stato.

Baldacchino non è un incosciente, un ingenuo sprovveduto, che non conosce il dolore distribuito a piene mani dal coronavirus. Tutt’altro. Nella lettera che ha scritto ai fedeli della diocesi, ha specificato che è stato proprio l’eroico sacrificio di due fra i suoi più cari amici preti, morti di coronavirus, a spingerlo a rivedere la sua precedente posizione.

“Mentre è certo che dobbiamo prendere ogni ragionevole precauzione per ridurre il contagio del coronavirus, è altrettanto certo che, come preti, dobbiamo offrire alla popolazione il servizio più importante ed essenziale di tutti. Le passate settimane hanno mostrato come siano molte le conseguenze non previste della politica dello stare a casa”: le richieste di aiuto ai servizi che si occupano di salute mentale sono aumentate dell’891%, mentre sono cresciute a livello esponenziale le violenze praticate all’interno delle mura domestiche.  “Per parlare con schiettezza”, le persone chiuse in casa, con incerte prospettive di lavoro, col terrore di ammalarsi, “hanno soprattutto bisogno di una parola di speranza”.

“Dobbiamo annunciare la vita eterna in Gesù Cristo. È proprio l’urgenza di questa notizia che ha mosso gli apostoli ad evangelizzare, e questa urgenza non è certo diminuita ai nostri giorni. Cristo è vivo e noi siamo i suoi ambasciatori”. Le messe televisive, ha constatato, hanno rappresentato un tentativo per colmare un vuoto, “ma sono sempre più convinto che non siano sufficienti”.

Il vescovo della piccola diocesi di Las Cruces ha poi toccato un punto delicato che non riguarda il singolo stato del New Mexico e nemmeno i soli Stati Uniti: Baldacchino ha ricordato come recentemente lo stato del New Mexico abbia escluso le chiese dal novero dei “servizi essenziali”: “Io dissento con tutta la forza. A me sembra che mentre facciamo il conto giornaliero delle vittime dell’epidemia, ci dimentichiamo di quanti sono quelli che sono morti spiritualmente”. I preti “possono e debbono continuare ad esercitare il loro ministero. I fedeli non debbono essere privati dei sacramenti, in modo particolare quando sono in pericolo di vita”.

Da quando esiste, la Chiesa si confronta col potere temporale. Da quando esiste la Chiesa difende la sua libertà nei confronti del potere temporale. Da quando esiste la Chiesa espone la vita dei propri ministri (e non solo) in difesa della libertà religiosa. In difesa dell’annuncio della vittoria sulla morte.

I cristiani non possono piegarsi supinamente alle disposizioni di quanti considerano la realtà terrena l’unica di cui valga la pena di tenere conto.

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UN TRATTORE IN PIAZZA DUOMO A MILANO/ C’è ancora una fede che chiede tutto a Dio

Posté par atempodiblog le 15 avril 2020

UN TRATTORE IN PIAZZA DUOMO A MILANO/ C’è ancora una fede che chiede tutto a Dio
Un curioso episodio in Piazza del Duomo a Milano: due contadini sono arrivati in trattore con una statua della Madonna
di Renato Farina – Il Sussidiario
Tratto da: Radio Maria

UN TRATTORE IN PIAZZA DUOMO A MILANO/ C’è ancora una fede che chiede tutto a Dio dans Articoli di Giornali e News Trattore-davanti-al-Duomo

Esiste un’Italia che è un mistero. È quella che ha il cuore di un bambino. Guardandola in azione si resta sorpresi della sua esistenza, che è una promessa di rinascita.

Le immagini mostrano un trattore verde e pulito in piazza Duomo a Milano. Sul cui muso sta posata, come la polena di una nave vichinga, la statua della Madonna di Fatima, sui fianchi sono appesi i poster di Gesù benedicente e del suo Sacro Cuore. Un uomo, nella giacca di fustagno marrone dei contadini e il cappello della festa, scende e tiene in mano un cero da accendere davanti alla chiesa madre dei lombardi, con la Madonnina tutta d’oro puntata in cielo e con le braccia larghe ad accogliere noi che stiamo giù.

Ecco, salta giù dal trattore il guidatore in tuta da lavoro in campagna. Si mette in ginocchio accanto al suo compagno di pellegrinaggio. Venivano dai campi di Pavia. Avevano la mascherina, non facevano ressa o moltitudine. Erano convinti di essere in regola con le leggi.

La polizia municipale li ha avvicinati. Ha spiegato che questa gita era vietata, non si può di questi tempi. Ma neppure in tempi normali sarebbe stato consentito! Un trattore in piazza Duomo, ma quando mai. L’ultimo che aveva fatto questo tipo di scorribande era stato il camilliano Fratel Ettore Boschini. Piazzava la statua della Madonna di Fatima sul tettuccio della sua scassata utilitaria francese e con l’alto parlante invitava a pregare in Duomo il Rosario. I ghisa lo lasciavano passare, Fratel Ettore soccorreva i barboni, spingeva chiunque ad accorgersi dei poveri intorno. Ora per lui è aperta la causa di beatificazione. Così alla Pasqua dell’Angelo.

Quante cose ci dice questa storia fuori dai canoni della Milano ipermoderna. Esiste una fede popolare, senza ira, senza odio per nessuno, la quale sa che il cambiamento, la guarigione dall’epidemia, la salvezza eterna che comincia ora ha per protagonista la preghiera, la mendicanza a Cristo e a sua Madre Maria. Risponderà il buon Dio? Questi due pellegrini pavesi sono già parte di questa risposta. Non so come ma il Divino si rende presente in questa umanità che si offre come il pane e il vino al nostro sguardo desolato.

Ora un po’ meno desolato grazie a quei due contadini. I quali – multati o no, non sappiamo – sono rientrati a casa come se tornassero dal Santo Sepolcro di Gerusalemme. Che la Madonna li esaudisca.

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