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Commemorazione del 25° del Catechismo della Chiesa Cattolica

Posté par atempodiblog le 11 octobre 2017

Commemorazione del 25° del Catechismo della Chiesa Cattolica
Tratto da: Radio Vaticana

Commemorazione del 25° del Catechismo della Chiesa Cattolica dans Articoli di Giornali e News Catechismo_della_Chiesa_Cattolica

Ricorre oggi il 25° anniversario della firma della Costituzione apostolica Fidei Depositum da parte di San Giovanni Paolo II, testo che accompagnava l’uscita del Catechismo della Chiesa Cattolica (Ccc). Per questo motivo si svolgerà una solenne commemorazione con la presenza di Papa Francesco nell’Aula Nuova del Sinodo. L’inizio della commemorazione è previsto per le ore 16:00.

Il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, che ha la competenza del Catechismo della Chiesa Cattolica, ha organizzato per l’occasione un incontro con la partecipazione di cardinali, vescovi, ambasciatori, teologi, rettori e professori, esperti di catechesi, catechisti e catechiste, parroci, sacerdoti, religiosi e seminaristi, così da garantire una rappresentanza eterogenea del panorama verso cui il Ccc si rivolge e dal quale allo stesso tempo trae la sua linfa vitale.

Sarà mons. Rino Fisichella, Presidente del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, a offrire la riflessione introduttiva a questa giornata. A seguire sono previsti gli interventi di mons. Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino; del card. Christoph Schönborn, che all’epoca era il Segretario della Commissione di vescovi e cardinali incaricati della redazione del Ccc, e della Prof.ssa Katharina Karl, docente di teologia pastorale e educazione religiosa presso l’Università Filosofica-Teologica di Münster. Alle 18:15 ci sarà l’intervento del Santo Padre.

Parallelamente al contributo dei relatori, nell’atrio dell’Aula Paolo VI, è stata allestita una mostra dei volumi del Catechismo e del suo compendio nelle diverse lingue in cui sono stati tradotti e diffusi nel mondo: latino, gaelico, farsi, swahili, giapponese e coreano sono solo alcune delle quasi 50 traduzioni raccolte, senza contare le sue trasposizioni in braille, in video e in diversi supporti digitali.

In questa stessa occasione, inoltre, verrà presentato il nuovo Commento Teologico al Catechismo della Chiesa Cattolica, delle Edizioni San Paolo, nella sua edizione che accorpa in un unico volume il Commento e il Catechismo. Il Commento Teologico con la prefazione di Papa Francesco è uno strumento redatto con l’aiuto di quaranta autori internazionali che si sono cimentati nel commento di ogni articolo del Catechismo per permettere una fruizione più ampia dei contenuti della fede.

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Teologia del peccato che nessuno sa più che cosa è

Posté par atempodiblog le 11 octobre 2017

Teologia del peccato che nessuno sa più che cosa è
di Matteo Matzuzzi – Il Foglio
Tratto da: 
Radio Maria

Teologia del peccato che nessuno sa più che cosa è dans Articoli di Giornali e News Confessione

“Oh, come sarebbe stato felice se avesse potuto sentirsi colpevole! Avrebbe allora sopportato tutto, anche la vergogna, anche il disonore. Ma, sottoposta a un esame severissimo la propria coscienza, non aveva scoperto nel suo passato nessuna colpa specialmente orrenda, all’infuori del suo fiasco, cosa che poteva accadere a chiunque” (Fëdor Dostoevskij – “Delitto e castigo”).

Dicono i preti, in buon numero per farne un campione statistico di rilievo, che chi va a confessarsi non sa che dire. O meglio, c’è la suocera che parla male della nuora e viceversa, c’è quello che se la prende col Papa o con il mondo, quello che si mette a contare le messe perse in un periodo di tempo più o meno ampio. Il problema è che non si sa più cosa sia il peccato, trattandosi ormai, come diceva Benedetto XVI, di una “affermazione non affatto scontata”, tanto che “la stessa parola peccato da molti non è accettata, perché presuppone una visione religiosa del mondo e dell’uomo”. Visione che, per l’appunto, è abbastanza sbiadita, offuscata dalle nebbie perenni della secolarizzazione e – spesso – da un bon vivre che allontana da sé la colpa e il pentimento. Servirebbe, diceva un sacerdote romano, ripassare un po’ i russi, dove per russi si intendono i grandi scrittori dell’Ottocento.

“Scorrendo quelle pagine, soffermandosi a pensare su quegli immortali dialoghi, si capirebbe il senso del peccato, come questa parola abbia ancora molto da dire all’uomo contemporaneo”. Sarebbe un buon esercizio, a patto di “partire da Puskin e non dal più ovvio Dostoevskij”, dice al Foglio Serena Vitale, slavista, scrittrice, traduttrice. “E’ un concetto che agli stranieri, soprattutto agli occidentali, sfugge sempre. Puskin e non Dostoevskij. Si pensi alle piccole tragedie, dal Convitato di pietra al Cavaliere avaro, fino a Mozart e Salieri. Ciascuno di questi racconti è dedicato a un peccato, ad almeno tre dei sette peccati capitali. In Puskin, per la prima volta, si configura il rimorso che accompagna il peccato e che appare sempre sotto forma di incubo, di fantasmi, di sogni e ombre che mai se ne vanno”.

Si entra qui nella specificità russa, che poi avrebbe sviluppato Dostoevskij, perché è con lui che il tema si amplia. “Prendiamo Raskol’nikov, il protagonista di Delitto e castigo. E’ l’idea napoleonica che lo porta a uccidere; cioè l’idea, il pensiero filosofico giunti dall’occidente. Il credente russo non
pensa, è legato direttamente alla figura di Cristo”, aggiunge Vitale. E’ nello scontro tra est e ovest, tra Asia ed Europa, che si fa largo il travaglio di Raskol’nikov: “E’ il delitto legato a un’idea, a un qualcosa che nell’Ottocento avrebbero definito una sovrastruttura ideologica. Con l’atto dell’uccidere, e cioè con il compimento del massimo peccato, in Dostoevskij si perde la libertà. Il peccato contiene già la sua punizione”.

Non se ne capacita Miguel Mañara, il protagonista dell’omonimo capolavoro di Oscar Milosz, mentre cinge le ginocchia dell’abate da cui poi andrà ogni giorno a elencare le malefatte d’una vita intera, urlando e piangendo. Miguel ha fatto di tutto, ha ucciso e stuprato, disonorato il padre e la madre, offeso Dio. “Non ho fatto opera alcuna, ho mentito, ho rubato l’innocenza, le mie vittime sono nere del mio peccato davanti al volto di Dio e lorde della loro lussuria, la mia”. E però, già redento in vita dalla sciagura più grande che potesse capitargli, la morte della giovane sposa che l’aveva folgorato con quella domanda che gli aveva cambiato l’esistenza – se ami i fiori, perché li recidi? – resterà pietrificato dalla risposta che gli darà l’abate: “Il fatto è che tu pensi a cose che non sono più”. Perché l’unica cosa che c’è, eterna, è Dio. Parole nel marmo, con Mañara che quasi resta stordito, “ho paura della vostra grande compassione, padre. Mi sento totalmente avvolto, stretto dalla dolcezza. Non bisogna essere così dolci, padre. Mi sento struggere per la vostra cara tenerezza. Ho vergogna. Non mi avevano mai parlato così”.

Il buon vivere contemporaneo ha liquidato la “colpa” a illusione, complesso. L’idea del bene e del male ridotta a un mero dato statistico.
Grazia Deledda, Nobel per la letteratura nel 1926, scriveva ne L’Edera che “la coscienza del peccato che si accompagna al tormento della colpa e alla necessità dell’espiazione e del castigo, la pulsione primordiale delle passioni e l’imponderabile portata dei suoi effetti, l’ineluttabilità dell’ingiustizia e la fatalità del suo contrario, segnano l’esperienza del vivere di una umanità primitiva, malfatata e dolente, gettata in un mondo unico, incontaminato, di ancestrale e paradisiaca bellezza, spazio del mistero e dell’esistenza assoluta”. Pare di vedere i jabots di Mañara anche scorrendo le pagine de La porta stretta, altra opera di Deledda. Maxia, per espiare la colpa dell’assassinio di suo fratello, scappa dal paese natio e si consacra alla vita religiosa. Non
per vocazione, ma per espiazione.

Ha scritto a proposito di recente Angela Mattei sull’Osservatore Romano che “padre Maxia rifiuta qualsiasi accenno di spensieratezza, vede in ogni gesto, anche il più ingenuo e spontaneo, un pericolo”. Da punire, da castigare. Oggi si fa fatica a parlare di punizioni, di pena da scontare per il peccato commesso. Certo, san Tommaso avvertiva che “la giustizia senza castigo è utopia e il castigo senza misericordia è crudeltà” e il va’ e non peccare più che Gesù intima alla samaritana dopo averla perdonata, in uno dei passi più celebri del Vangelo, può essere letto in questa direzione. Ma è la prospettiva, oggi, a essere diversa.

Diceva Joseph Ratzinger che “di fronte al male morale, l’atteggiamento di Dio è quello di opporsi al peccato e salvare il peccatore. Dio non tollera il male, perché è amore, giustizia, fedeltà. E proprio per questo non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva”. Lo ricordava anche Papa Francesco, quando commentava il passo evangelico in cui la peccatrice, vedendo Gesù, scoppia a piangere bagnandogli i piedi che poi asciugherà con i capelli.

“Entrando in relazione con la peccatrice, Gesù pone fine a quella condizione di isolamento a cui il giudizio impietoso del fariseo e dei suoi concittadini la condannava: I tuoi peccati sono perdonati. La donna ora può dunque andare in pace. Il Signore ha visto la sincerità della sua fede e della sua conversione; perciò davanti a tutti proclama la tua fede ti ha salvata”.

Dostoevskij, a modo suo, ne fa romanzo. Ci arriva perché doveva scrivere per vivere, certo, ma insiste sull’antitesi est-ovest: “Al tutto permesso che gli sembrava essere l’ideologia della riflessione occidentale, si oppone quello che è il dettato della religione ortodossa: tutto è possibile solo con lui, Cristo”, spiega Serena Vitale. Non è bigottismo, quello dell’autore dei Demoni. Era un uomo pieno di dubbi, che s’arrovellava appena lasciava le sue amate case da gioco.

In Delitto e castigo emerge a tutta forza la ricerca affannata della libertà intesa soltanto come affermazione dell’io, scavalcando ogni legge morale, ogni principio assoluto. E per affermare se stessi e la propria libertà apparentemente senza limiti, è chiaro a Dostoevskij che bisogna fare a meno di Dio, sbarazzandosene. Una volta tolto di mezzo il Creatore, non si fa altro che sostituirlo con il proprio io. Ricadendo, ancora, nel peccato, su cui però “oggi regna un perfetto silenzio”, scriveva Ratzinger nel saggio In principio Dio creò il cielo e la terra (Lindau, 2006).

“La predicazione religiosa – osservava – cerca di evitarlo accuratamente. Il teatro e la cinematografia utilizzano il termine in senso ironico o come tema di intrattenimento. La sociologia e la psicologia cercano di smascherarlo come un’illusione o un complesso. Persino il diritto tenta di fare sempre più a meno della nozione di colpa e preferisce servirsi di una terminologia sociologica, che riduce l’idea del bene e del male a un dato statistico e si limita a distinguere tra comportamento normale e comportamento deviante”.

Il risultato, la conseguenza, è che “le proporzioni statistiche possono anche capovolgersi”, e “quel che oggi è la deviazione può un giorno diventare la regola, anzi, forse bisogna addirittura tendere a fare della deviazione la norma. Riducendo così tutto alla quantità, la nozione di moralità scompare”. E allora torna in mente Raskol’nikov, quando si rileggono le parole di Ratzinger sull’uomo odierno che “non conosce alcuna misura, non vuole riconoscerne alcuna, perché vede in essa una minaccia alla propria libertà”. Raskol’nikov “espia il proprio peccato già in vita, ed è terribile quello che passa, che vive”, dice Vitale.

Nel mondo d’oggi, così fluido – liquido, direbbe Zygmunt Bauman – è scaduta anche l’immagine della peccatrice, che peraltro è di derivazione biblica e che è stata tramandata in opere che hanno segnato la storia della letteratura, basti ricordare la confessione piena di vergogna che Lucia fa a fra Cristoforo, nei “Promessi sposi” manzoniani. Donne che hanno sempre avuto una parte importantissima nella discussione sul peccato in Russia: “Pensiamo a Tolstoj, al sofianesimo della religione ortodossa, a Solov’ev. Le donne, peccatrici, che però o si fermano poco prima di commetterlo, il peccato o finiscono male. In monastero, sotto un treno, mandate da qualche parte”, spiega Vitale.

Il peccato legato all’amore, un tema che torna sempre. Tatiana dice a Onegin: “Io vi amo, ma sono stata data a un altro, e gli sarò per sempre fedele”. A darla a un altro non è stato il padre, ma il padre eterno. Dio. Sono le donne a dimostrare agli uomini che non tutto è permesso. Sono tutte “incarnazioni di sofja”, di questa saggezza femminile che è “purezza del non pensiero”. Per affermare se stessi e la propria libertà apparentemente senza limiti, a Dostoevskij è chiaro che bisogna fare a meno di Dio, sbarazzandosene

Eccolo il marianesimo che ha plasmato per secoli la cultura e la società russe, la grande madre Russia il cui cuore è rappresentato dalla santa religione ortodossa, mai messa in dubbio dagli invasori orientali ma sempre dagli occidentali, dai “bianchi” che hanno tentato contaminazioni napoleoniche. La donna al centro di tutto, che non pensa ma che pecca. Anche padre Maxia, ne era convinto: nelle donne vive perenne “un desiderio di peccato irrefrenabile” che va represso e controllato, quasi che l’intelletto debba avere la meglio sulla morale, a qualunque costo. Ecco il peccato di Raskol’nikov: aver pensato, uccidendo la vecchia usuraia, che la ragione potesse risolvere tutti i problemi esistenziali. Sempre.

E’ lo stesso errore che avrebbe commesso Ivan Karamazov. La loro è l’etica degli atei, dei nichilisti. Uomini che, come scriveva il filosofo Remo Cantoni, pretendono di poter sostituire con la sola forza della ragione l’Infinito che governa l’universo.

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Abusi sui minori. Joanna Schields: vi spiego perché i vostri figli hanno paura di parlare di web

Posté par atempodiblog le 10 octobre 2017

Abusi sui minori. Joanna Schields: vi spiego perché i vostri figli hanno paura di parlare di web
Gap crescente tra adulti e ragazzi. Da una parte, genitori e insegnanti ignorano i misteri immensi della Rete, dall’altra i ragazzi ne fanno un uso costante ma di quello che lì dentro vivono e sperimentano non ne parlano con nessuno. Perché si vergognano o temono di non essere capiti. Intervista alla boronessa Jaonna Schields, ministro del governo Uk per la sicurezza su Internet e fondatrice della Rete, “WEprotect”
di M. Chiara Biagioni – Agenzia SIR

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Il vero problema è che il mondo degli adulti non è sufficientemente consapevole di quanto tempo i ragazzi passano navigando nel mondo digitale, di cosa fanno una volta varcata la soglia del digital world e soprattutto quali contenuti, immagini, proposte trovano. Un gap di conoscenze, esperienze e utilizzo dei mezzi che si sta sviluppando nel momento sbagliato perché mai come adesso i ragazzi hanno bisogno dell’aiuto e del supporto degli adulti. La baronessa Joanna Schields ha dedicato la sua vita ad esplorare questo mondo e a prendersene cura sia come ministro del governo britannico per la sicurezza su Internet sia fondando nel 2014 WePROTECT che nel tempo è diventata una delle maggiori piattaforme di azione per combattere ogni forma di abuso e sfruttamento on line. È stata co-promotrice insieme al Centre for Child Protection della Pontificia Università Gregoriana del primo congresso globale su “La protezione dei minori nel mondo digitale” che, dal 3 al 6 ottobre, ha riunito a Roma i maggiori esperti del settore, medici, psicologi, studiosi delle nuove tecnologie ma anche rappresentanti di governo e di religioni.

Cosa vi preoccupa di più?
La cosa importante che è emersa da questo congresso è l’impatto che il mondo digitale ha sulla vita e la crescita dei bambini. Prendiamo però la pornografia e la pornografia estrema. Abbiamo visto come l’esposizione sul web ad immagini estreme abbiano un impatto grave sull’idea che i giovani si stanno costruendo della sessualità. Alcuni esperti ci hanno mostrato come il cervello dei teenager non è ancora del tutto sviluppato, si sta evolvendo verso il pensiero complesso, sono ancora nella fase di crescita, forse la più importante e decisiva per il loro futuro. Esporli ad immagini di violenza estrema, alla pornografia come pure a idee radicali, sebbene le reazioni possono essere diverse, significa comunque stimolarli a realtà che avranno un impatto definitivo dal punto di vista sia emozionale sia fisiologico.

Il mondo degli adulti ne è consapevole?
Ogni nuova innovazione porta con sé novità, evoluzioni e conseguenze sulla vita delle persone che solo con il tempo verranno studiati e analizzati. È certo che i bambini presentano oggi una capacità di interagire con i nuovi mezzi tecnologici che è molto più sviluppata rispetto sia ai loro genitori sia ai loro insegnanti. E questo gap tra il mondo degli adulti e il mondo dei nostri ragazzi si sta evolvendo proprio nel momento meno opportuno. Perché è proprio adesso che i nostri bambini hanno bisogno del nostro supporto e la maggior parte di noi non ha né la conoscenza né la preparazione né i mezzi necessari per supportarli.

Noi non abbiamo nemmeno l’idea a cosa i ragazzi possono essere esposti una volta varcata la soglia del web e a causa di questa ignoranza, loro hanno paura di parlarne con i genitori. Hanno paura di parlarne anche con gli insegnanti, perché si vergognano, magari non vogliono essere giudicati, sanno che quello che hanno visto o fatto è sbagliato e per questo non si confidano con nessuno.

Soluzioni?
Faccio parte del governo britannico come ministro per la Sicurezza in Internet. La gente spesso ci chiede: che cosa intendente fare? Le nuove tecnologie informatiche aprono ad un mondo che non conosce frontiere tra i Paesi. Questo fa sì che nessun governo può pensare di legiferare e, quindi, controllare ciò che succede nel cyber spazio.

Abbiamo pertanto bisogno di un approccio coordinato per un’azione globale di protezione dei minori sul web, che prenda dentro governi, compagnie, organizzazioni non governative, società civile. Ed è proprio quello che questo congresso ha cercato di fare, mettere insieme tutti i soggetti coinvolti, far emergere le sfide, cercare soluzioni.

Lei ha partecipato al congresso anche come rappresentante del governo britannico. Che impressione le fa collaborare e partecipare ad una iniziativa che è stata promossa e ospitata dalla Chiesa cattolica?
Penso che sia una cosa meravigliosa. La Chiesa sta cercando di dire: “Abbiamo anche noi un ruolo da svolgere e vogliamo essere parte di questo progetto, vogliamo essere parte della soluzione”.

La Chiesa, come lei sa benissimo, ha conosciuto purtroppo al suo interno fatti gravissimi di abusi sessuali. 
Sì, certo. Credo però che il fatto di essersi impegnata su questo fronte, il fatto di sentirsi così fortemente coinvolta sia parte del suo processo di guarigione. È importante che oggi la Chiesa senta e viva questo lavoro di protezione e sicurezza dei minori, come un impegno e una responsabilità per il futuro. È segno di una Chiesa non ripiegata sul suo passato, ma aperta a costruire un futuro nuovo.

E cosa pensa del ruolo di papa Francesco. 
Il Papa è molto impegnato nel mondo digitale. Ne fa anche un suo intelligente, per esempio utilizzando twitter per diffondere il suo messaggio ma è anche consapevole di ciò di cui hanno bisogno i bambini nel mondo digitale. Ha parlato spesso delle nuove tecnologie, sottolineandone sempre le potenzialità e chiedendo che siano sempre più inclusive perché alle opportunità che offrono, possono accedere tutti.

Ma se, da una parte, le nuove tecnologie aprono possibilità straordinarie; dall’altra, devono garantire protezione per tutti. Ed è per questo che siamo qui. Mettere insieme questi due aspetti, promozione delle nuove tecnologie e protezione dei giovani perché al centro della rivoluzione digitale ci siano benessere e sicurezza.

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Catalogna, in centinaia di migliaia in piazza per l’unità della Spagna

Posté par atempodiblog le 10 octobre 2017

Catalogna, in centinaia di migliaia in piazza per l’unità della Spagna
Sotto lo slogan «Basta! Recuperiamo il buon senso» la maggioranza finora silenziosa ha sfilato contro l’indipendenza. Rajoy su Twitter: «Non siete soli»
della Redazione esteri del  Corriere della Sera (8 ottobre 2017)

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La maggioranza (finora) silenziosa è uscita allo scoperto: si è riversata nelle strade di Barcellona, ha fatto sentire la propria voce. Sotto lo slogan «Basta, recuperiamo il buon senso» ha sfilato contro l’indipendenza, per l’unità della Spagna. Si tratta della più grande manifestazione unionista mai svoltasi a Barcellona, secondo l’emittente Tv3. E gli organizzatori, la Società Civile Catalana puntano in alto: «Siamo quasi un milione», annunciano. Mentre la polizia conta 350mila persone. La folla, in un mare di bandiere spagnole, ha riempito la Via Laietana dove si trova la sede della Polizia Nacional spagnola, che i manifestanti passando acclamano. In prima fila il Nobel di letteratura Mario Vargas Llosa, che ha sottolineato: «Ci sono molti catalani che non si sentono rappresentati dagli indipendentisti», ha detto, «che non vogliono il colpo di stato voluto dal governo locale e che, semmai, pensano che Spagna e Catalogna, unite da cinque secoli, non potranno essere divise da niente e da nessuno». Secondo Llosa, la manifestazione di piazza organizzata oggi a Barcellona per dire no alla secessione dalla Spagna è «la miglior dimostrazione» del fatto che un settore «molto ampio di catalani» è contrario al «colpo di stato» perpetrato con il referendum del 1 ottobre. Insieme a lui, l’ex-presidente spagnolo dell’Europarlamento Josep Borell.
La manifestazione ha avuto l’appoggio dei tre partiti unionisti, popolari, socialisti e Ciudadanos. Al corteo hanno partecipato diversi esponenti politici spagnoli, fra cui la presidente Pp della regione di Madrid Cristina Cifuentes e il presidente di Ciudadanos Albert Rivera.

Il sostegno del premier
Dopo la posizione ferma contro l’indipendenza espressa in un’intervista apparsa oggi su El Pais, il premier Mariano Rajoy si è rivolto stamattina alle migliaia di persone in marcia per l’unità nazionale: «Recuperiamo il buon senso in difesa della democrazia, della Costituzione e della libertà. Difenderemo l’unità della Spagna, #NonSieteSoli» ha twittato.

L’hashtag #RecuperemElSeny oggi in Spagna è il trend topic sul social network. Gli slogan più utilizzati nella manifestazione sono rivolti contro i protagonisti del referendum. «Puidgemont in prigione!», cantano riferendosi al presidente catalano. «Trapero traditore», urlano rivolgendosi al capo della polizia catalana dei Mossos. Ci sono anche cori per l’esercito. Qualche attimo di tensione quando dai balconi si affacciano dei separatisti con striscioni a favore dell’indipendenza, ma tutto si risolve in applausi ironici e slogan a mo’ di sfottò.

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L’arcivescovo russo ortodosso Hilarion Alfeyev mette in guardia l’Occidente

Posté par atempodiblog le 28 septembre 2017

“Prima del 1917 nessuno aveva mai pensato che sarebbe avvenuto il collasso di un impero cristiano secolare…”
L’arcivescovo russo ortodosso Hilarion Alfeyev mette in guardia l’Occidente
di Elizabeth Scalia/Aleteia USA – Aleteia
Tratto da: 
Radio Maria

L’arcivescovo russo ortodosso Hilarion Alfeyev mette in guardia l’Occidente dans Articoli di Giornali e News Hilarion
Il metropolita Hilarion di Volokolamsk, presidente del Dipartimento per i Rapporti Esterni della Chiesa ortodossa russa, parla all’incontro delle due camere del Parlamento russo. Ramil Sitdikov/Sputnik

Partecipando a Londra a una conferenza sul tema “Il Futuro Cristiano dell’Europa”, il metropolita Hilarion Alfeyev, alla guida del Dipartimento per i Rapporti Esterni della Chiesa ortodossa russa, Patriarcato di Mosca, ha parlato il 22 settembre presso l’ambasciata russa in Gran Bretagna, lanciando una sorta di avvertimento alle Chiese in Occidente.

Aprendo il suo intervento con il riconoscimento della persecuzione cristiana nel mondo e avvalendosi dei risultati di sondaggi recenti PEW e di altri studi, Hilarion ha dipinto un quadro difficile ma aggiornato e accurato di cosa stia affrontando attualmente il cristianesimo per via delle migrazioni e della secolarizzazione dell’Occidente, e ha anche delineato il futuro del cristianesimo se non si metterà in atto un profondo sforzo di evangelizzazione.

L’arcivescovo ha riflettuto sull’impatto che le migrazioni stanno avendo sull’Europa: “Secondo i dati dell’agenzia dell’Unione Europea Frontex, solo nel 2015 sono entrati nell’UE più di 1,8 milioni di migranti. Il numero di migranti in Europa è aumentato dai 49,3 milioni del 2000 ai 76,1 del 2015”.

“L’altro motivo per la trasformazione della mappa religiosa dell’Europa”, ha affermato Hilarion, “è la secolarizzazione della società europea. I dati di un sondaggio d’opinione britannico indicano che più della metà degli abitanti del Paese – per la prima volta nella storia – non è affiliata ad alcuna religione particolare”.

Questa tendenza non si estende alla Russia, dove è in ripresa un’identificazione con la fede, anche se “molti si definiscono ‘in qualche grado religiosi’ o ‘non troppo religiosi’. Ad ogni modo, il numero di persone che si dicono ‘molto religiose’ sta aumentando decisamente”.

Questa buona notizia è bilanciata dal rapido declino della pratica religiosa in Europa e in America del Nord, e Hilarion ha suggerito che la storia può offrire un grande insegnamento:

Vorrei ricordare a tutti voi che in Russia prima del 1917 nessuno aveva mai pensato che si sarebbe verificato il collasso di un impero cristiano secolare e che questo sarebbe stato sostituito da un regime totalitario ateo. E anche quando questo è accaduto, pochi credevano che fosse una cosa seria e che sarebbe durata a lungo.

Il declino attuale del cristianesimo nel mondo occidentale potrebbe essere paragonato alla situazione in vigore nell’impero russo prima del 1917.

La rivoluzione e i drammatici eventi che l’hanno seguita hanno avuto profonde radici spirituali, nonché sociali e politiche. Per molti anni l’aristocrazia e l’intellighenzia hanno abbandonato la fede, venendo poi seguiti dalle persone comuni.

Sua Santità il patriarca Kirill di Mosca e di tutta la Russia lo ha detto nel gennaio scorso: “La rottura fondamentale nello stile di vita tradizionale – e parlo… dell’autocoscienza spirituale e culturale del popolo – è stata possibile solo perché qualcosa di molto importante era scomparso dalla vita delle persone, in primo luogo quelle che appartenevano all’élite. Malgrado la prosperità esteriore e i progressi culturali e scientifici, è stato lasciato sempre meno spazio nella vita delle persone per una sincera fede in Dio e una comprensione dell’importanza eccezionale dei valori che appartengono a una tradizione spirituale e morale.

Hilarion è sembrato riservare una condanna speciale alla resistenza alla religione dimostrata dall’Unione Europea:

E quando mezzo secolo dopo la creazione dell’Unione Europea si stava scrivendo al sua costituzione, sarebbe stato naturale per le Chiese cristiane aspettarsi che il ruolo del cristianesimo fosse uno dei valori europei da includere in questo documento, senza ledere la natura secolare delle autorità di un’Europa unificata.

Ma come sappiamo non è accaduto.

L’Unione Europea, quando è stata scritta la sua costituzione, ha rifiutato di menzionare la sua eredità cristiana anche nel preambolo del documento.

Credo fermamente che un’Europa che ha rinunciato a Cristo non sarà in grado di preservare la sua identità spirituale e culturale.

Il testo integrale del discorso dell’arcivescovo può essere letto qui.

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

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Il Papa: “Chi governa preghi, se è ateo si confronti”

Posté par atempodiblog le 19 septembre 2017

Il Papa: “Chi governa preghi, se è ateo si confronti”
Francesco a S. Marta: «Non stia solo col gruppetto del partito». I cristiani sono chiamati ad accompagnare i governanti con la preghiera, non farlo è peccato
di Domenico Agasso Jr. – Vatican Insder

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Bisogna pregare per chi governa. Anche se sbaglia. Non farlo è peccato. Allo stesso tempo, i governanti non devono tralasciare la preghiera, altrimenti restano solo col «gruppetto» del loro partito. Chi è ateo o agnostico, «si confronti». È l’appello di papa Francesco rivolto questa mattina nell’omelia della Messa a Casa Santa Marta, riportata da Radio Vaticana.

La riflessione del Pontefice si basa sulla Prima Lettura e sul Vangelo odierni. Oggi si legge rispettivamente che san Paolo consiglia a Timoteo di recitare preghiere per i governanti, e di un governante che prega: è il centurione che ha un servo malato.

Osserva il Vescovo di Roma: «Quest’uomo sentì il bisogno della preghiera», non soltanto perché «amava» ma anche perché «aveva la coscienza di non essere il padrone di tutto, non essere l’ultima istanza». È consapevole che su di lui c’è un altro che comanda; ha dei subalterni, i soldati, ma egli stesso è un subalterno. E lo sa bene. Perciò, prega.

Se il governante non prega, «si chiude nella propria autoreferenzialità o in quella del suo partito, in quel circolo dal quale non può uscire; è un uomo chiuso in se stesso. Ma quando vede i veri problemi, ha questa coscienza di subalternità, che c’è un altro che ha più potere di lui». Ma «chi ha più potere di un governante? Il popolo, che gli ha dato il potere, e Dio, dal quale viene il potere tramite il popolo. Quando un governante ha questa coscienza di subalternità, prega».

Papa Bergoglio evidenzia, quindi, l’importanza della preghiera del governante, «perché è la preghiera per il bene comune del popolo che gli è stato affidato».

Francesco cita il colloquio avuto proprio con un governante che tutti i giorni trascorreva due ore in silenzio davanti a Dio, sebbene fosse indaffarato.

Ovviamente, un amministratore deve domandare al Signore la saggezza e la grazia di poter governare bene.

Ribadisce il Papa: è «tanto importante che i governanti preghino» e chiedano a Dio di non togliere loro «la coscienza di subalternità» dal Signore e dal popolo: «Che la mia forza si trovi lì e non nel piccolo gruppetto o in me stesso».

E a chi è agnostico o ateo, Francesco dice: «Se non puoi pregare, confrontati, con la tua coscienza», con «i saggi del tuo popolo»; l’importante è «non rimanere da solo con il piccolo gruppetto del tuo partito», perché «questo è autoreferenziale».

Francesco ricorda che quando un politico compie qualche azione o scelta che non piace, viene criticato; al contrario, è lodato; in ogni caso – dice il Pontefice – è lasciato solo con il suo partito, con il Parlamento. Nota il Papa: «“No, io l’ho votato – l’ho votato dal mio” – “Io non l’ho votato, faccia il suo”. No, noi non possiamo lasciare i governanti da soli: dobbiamo accompagnarli con la preghiera. I cristiani devono pregare per i governanti. “Ma, Padre, come vado a pregare per questo, che fa tante cose brutte?” – “Ha più bisogno ancora. Prega, fa penitenza per il governante”. La preghiera d’intercessione – è tanto bello questo che dice Paolo – è per tutti i re, per tutti quelli che stanno al potere. Perché? “Perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla”». Infatti, quando «il governante è libero e può governare in pace – assicura – tutto il popolo approfitta [beneficia] di questo».

Francesco termina esortando a un esame di coscienza: «Io vi chiedo un favore: ognuno di voi prenda oggi cinque minuti, non di più. Se è governante, si domandi: “Io prego a quello che mi ha dato il potere tramite il popolo?”. Se non è governante, “io prego per i governanti? Sì, per questo e per quello sì, perché mi piace; per quelli, no”. E hanno più bisogno quelli di questo! “Prego per tutti i governanti?”. E se voi trovate, quando fate l’esame di coscienza per confessarvi, che non avete pregato per i governanti, portate questo in confessione. Perché non pregare per i governanti è un peccato».

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Due secondi al cellulare sono 28 metri di guida alla cieca

Posté par atempodiblog le 19 septembre 2017

Due secondi al cellulare sono 28 metri di guida alla cieca
di Peter Siegenthaler – SWI
Traduzione di Luca Beti

Due secondi al cellulare sono 28 metri di guida alla cieca dans Articoli di Giornali e News guida_con_il_telefonino
Neppure multe piuttosto salate sembrano avere un effetto dissuasivo per molti conducenti.  (Keystone)

Chi usa il cellulare al volante rischia gravissimi incidenti già a 50 km/h. Eppure, nonostante questo pericolo, multe severe e numerose campagne di sensibilizzazione, questo malvezzo è prassi corrente. Quale potrebbe essere allora la strategia giusta per sradicarlo?
Anche Lei ha rischiato di essere investito da un’automobilista poiché quest’ultima invece di osservare la strada, guardava lo schermo del suo cellulare? Avrebbe mandato anche lei questa smombi (neologismo composto dalle parole smartphone e zombi) a quel paese?

Ma sia sincero! Non ha mai ceduto alla tentazione di rispondere alla chiamata di un amico o di dare un’occhiata alle novità su Facebook mentre era alla guida dell’auto o in sella alla bicicletta?
Ci sono pedoni che non riescono a camminare e a usare contemporaneamente il cellulare senza cozzare contro un palo della luce o finire contro altre persone. E allora ci si chiede perché c’è gente che si ostini a fare due cose nello stesso tempo: guidare e servirsi dello smartphone. È un interrogativo sollevato in un video #ItCanWait (del governo della provincia Western Cape) nell’ambito di una campagna di sensibilizzazione sudafricana che ha suscitato un grande interesse in tutto il mondo.

Se a una velocità di 50 chilometri all’ora guarda per due secondi il suo cellulare percorre 28 metri alla cieca. Queste disattenzioni possono costare la vita agli altri utenti della strada, soprattutto ai pedoni o ai ciclisti. Un crash test dell’azienda di assicurazioni AXA Winterthur mostra ciò che può succedere alla vittima a causa dell’imprudenza di un automobilista.
Nonostante queste conseguenze, gli smombi fanno ormai parte del traffico quotidiano. Nella sola Svizzera, la polizia registra annualmente oltre 10 mila incidenti, causati, in parte, da autiste e autisti distratti. La disattenzione al volante, oltre all’alcol e alla velocità, è infatti una delle tre cause principali di incidenti stradali con morti o feriti gravi nella Confederazione.
Il conducente rischia una denuncia accompagnata da una multa o il ritiro della patente se la polizia scopre che all’origine dell’incidente c’è l’utilizzo del telefonino. Stando all’Ufficio federale delle strade, nel 2016 quasi 1700 autisti hanno dovuto consegnare la loro patente, un numero che corrisponde a un aumento del 7,3 per cento rispetto all’anno precedente.
In Svizzera chi viene beccato mentre telefona al volante (senza vivavoce) è multato con un’ammenda di 100 franchi. C’è però una lobby molto forte che chiede un inasprimento del codice stradale con il ritiro automatico della patente o con almeno multe più severe per chi non si attiene alle regole.

«Non vengo multato volentieri»
David Venetz, portavoce dell’influente organizzazione d’assistenza alle persone e ai veicoli Touring Club Svizzera, minimizza i rischi: «Quasi tutti posseggono uno smartphone. Per alcuni è uno strumento onnipresente, purtroppo anche mentre guidano», dice Venetz, che però non vuole sentire parlare di ritiro della patente. «È un provvedimento molto drastico. Dal nostro punto di vista, le disposizioni attualmente vigenti e le rispettive conseguenze in caso di recidiva sono sufficienti. L’importante è che le normative in vigore siano rispettate e applicate. In fondo tutti vogliono arrivare a destinazione senza incidenti, senza mettere in pericolo gli altri e sé stessi».
È vero: le persone responsabili non usano il cellulare mentre sono al volante. Per le altre, invece, servono divieti e sanzioni. Anche Venetz ha già usato il telefonino mentre guidava. «Per questo motivo ho dovuto pagare una multa», ammette il portavoce del TCS. «Nel frattempo evito di usarlo mentre sono in viaggio. A dirle la verità non pago volentieri multe».

Anche l’Associazione traffico e ambiente (ATA), che si impegna per la mobilità sostenibile, non si pronuncia a favore di sanzioni più severe. Il portavoce Matthias Müller, che dice di non usare il cellulare né in auto né in bici, sostiene la necessità di applicare multe corrispondenti alla gravità dell’incidente. Paragona l’utilizzo del telefonino in macchina al non rispetto del semaforo rosso, un’infrazione che in Svizzera viene sanzionata con una multa di 120 franchi. Inoltre l’applicazione è più importante della sanzione. Per questo motivo si devono aumentare i controlli della polizia e le campagne di sensibilizzazione.
Dello stesso avviso è anche Roadcross Svizzera, una fondazione che si impegna per una maggiore sicurezza e per le vittime di incidenti stradali. Il portavoce Stefan Krähenbühl ammette tuttavia che un inasprimento del codice stradale potrebbe migliorare la situazione. Anche per lui, i fattori decisivi sono però l’intensificazione dei controlli di polizia e le misure di sensibilizzazione.

«In questo momento sono in macchina»
L’iniziativa parlamentare «Multe disciplinari al posto di misure amministrative per infrazioni dovute a disattenzione e distrazione alla guida» del consigliere nazionale Erich Hess dell’Unione democratica di centro (UDC), inoltrata nell’autunno 2016 e firmata da 63 parlamentari, puntava invece a un allentamento delle sanzioni. «Queste misure amministrative comportano notevoli costi non solo per il conducente interessato ma anche per lo Stato dato che le autorità giudiziarie vengono fortemente sollecitate con tali procedimenti», ha motivato così Hess la sua iniziativa. Stando allo stesso parlamentare, «spesso queste violazioni riguardano solo casi di minore gravità (ad es. utilizzo non consentito del cellulare o del navigatore durante la guida)».

L’iniziativa parlamentare ha suscitato però il disappunto degli esperti della sicurezza stradale. Così, in febbraio il consigliere nazionale dell’UDC ha ritirato il testo, motivando la sua decisione con il fatto che la formulazione non era sufficientemente esatta e ricordando che si riservava la possibilità di ripresentare in futuro un intervento parlamentare analogo.
«Non dico che sia giusto usare il cellulare mentre si è alla guida. Ma che qualcuno debba consegnare la patente per questo mi sembra davvero un’esagerazione. È una punizione troppo severa per chi ha bisogno della patente di guida per lavoro».
Il consigliere nazionale ha risposto alla telefonata di swissinfo.ch mentre era alla guida: «Attenda un attimo, devo mettere il vivavoce. Sono in viaggio», ci ha detto Hess, sottolineando che quando è al volante usa il telefonino soltanto con l’applicazione «mani libere».

«Anche con il vivavoce»
L’Ufficio prevenzione infortuni (upi) consiglia di non usare il cellulare mentre si è in viaggio, nemmeno con il vivavoce. «Queste telefonate distraggono il conducente», spiega il portavoce di upi Marc Bächler.

C’è una bella differenza se il guidatore parla con chi lo accompagna in macchina o se si intrattiene con qualcuno mediante il telefonino. «Il passeggero vede se ci si avvicina a un incrocio pericoloso o se ci si trova in una situazione di guida difficile e per questo motivo smette di parlare».
Stando all’upi, nel 2008 tramite un’analisi di oltre 37 studi è stato possibile provare che il tempo di reazione di un conducente mentre parla al telefono o mediente il vivavoce aumenta di 0,2 secondi.

Gli incidenti possono costare caro 
Spesso non è possibile provare se l’uso del cellulare ha concorso a provocare un incidente, dice Monika Erb dell’Assicurazione Mobiliare a Berna. A volte però, chi ha causato un incidente ammette di essere stato distratto dall’impiego del cellulare mentre era alla guida. Altre volte ci sono testimoni. Altrimenti le autorità inquirenti riescono a ricostruire se il telefonino è stato usato nel momento in cui è avvenuto l’incidente. In questo caso, le assicurazioni di responsabilità civile possono ridurre le prestazioni almeno del 10 per cento a causa di un atto di grave negligenza. 
Jolanda Egger, portavoce della polizia cantonale di Berna, conferma che nell’ambito dell’accertamento dei fatti si verifica se all’origine di un incidente ci sia la disattenzione del conducente causata, per esempio, dall’utilizzo di strumenti elettronici.

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Belgio, eutanasia negli ospedali cattolici. «Chiesa conquistata dal secolarismo»

Posté par atempodiblog le 14 septembre 2017

Belgio, eutanasia negli ospedali cattolici. «Chiesa conquistata dal secolarismo»
Intervista a fratel René Stockman, superiore generale della congregazione che in Belgio gestisce gli ospedali che hanno aperto all’eutanasia
di Leone Grotti – Tempi

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«Il secolarismo ha conquistato la Chiesa. Non ho più dubbi su questo». Anche se si trova in Africa per visitare le missioni dei Fratelli della Carità in Congo, il superiore generale della Congregazione, fratel René Stockman, dichiara a tempi.it di essere stato informato e di avere accolto con dolore («ma non sono sorpreso») la notizia che i Fratelli della Carità belgi non hanno intenzione di obbedire neanche al Papa. Dunque, andranno avanti a praticare l’eutanasia ai malati psichiatrici che la richiedono negli ospedali cattolici che gestiscono.

IL CASO. Il caso è scoppiato ad aprile, quando i Fratelli della carità belgi hanno pubblicato un documento aprendo per la prima volta all’iniezione letale da parte dell’ente cattolico nei suoi 15 ospedali. Fratel Stockman reagì «disapprovando completamente» l’iniziativa e definendola «incompatibile con la visione della Congregazione». Prima di tutto, spiega a tempi.it, «ho tentato più volte di dialogare con loro, ma hanno rifiutato, dicendomi di essere disposti a parlare solo del modo in cui avrebbero sviluppato l’eutanasia. Per me, invece, poteva esserci dialogo solo sull’essenza del problema e non sull’applicazione dell’eutanasia».

L’OPPOSIZIONE DEL VATICANO. Il superiore generale è stato costretto a rivolgersi al Vaticano «per sviluppare una strategia chiara». Dopo aver parlato con la congregazione degli Istituti di vita consacrata, la segreteria di Stato vaticana e la congregazione per la Dottrina della fede, da Roma è partita in accordo con papa Francesco la richiesta ufficiale ai Fratelli della carità belgi di fare un passo indietro e aderire per iscritto al magistero della Chiesa sull’intangibilità della vita umana. Il 12 settembre è arrivata la risposta dal Belgio: nessuna retromarcia, continueremo a sostenere l’eutanasia.

«SECOLARISMO CONQUISTA LA CHIESA». «È ovvio che quando scrivono che “l’eutanasia è coerente con la dottrina della Chiesa cattolica” si sbagliano completamente», continua fratel Stockman. «Sono completamente influenzati dalla mentalità del secolarismo. Non è possibile in alcun modo associare la parola “compassione” a “eutanasia”. Purtroppo, non ho più dubbi che il secolarismo abbia cominciato a conquistare anche la Chiesa». Anche i vescovi belgi si sono opposti alla ribellione dei Fratelli della carità locali, ma il punto è un altro per il superiore generale: «Chi è la Chiesa cattolica? I vescovi hanno diramato un comunicato, è vero, ma molte persone nella Chiesa locale camminano nella direzione di una tolleranza sempre più grande nei confronti dell’eutanasia. Purtroppo sono influenzati dall’ideologia della libertà assoluta, dell’autonomia e dell’autodeterminazione».

«BISOGNA ANDARE CONTROCORRENTE». Il punto più grave per fratel Stockman è che «da adesso anche nei nostri istituti sarà possibile essere uccisi con l’eutanasia e questa va completamente contro il nostro carisma. Ovviamente, dovremo prendere le misure necessarie e se non vogliono cambiare posizione non potranno più godere dello status di istituti cattolici, né potranno essere parte della nostra congregazione». In Belgio l’eutanasia è legale dal 2002 e negli anni è stata estesa a dismisura, tanto che oggi può essere richiesta anche dai bambini e da malati psichiatrici non terminali. La pressione della società e della politica su quelle poche istituzioni che ancora si oppongono è enorme, ma per il superiore generale dei Fratelli della carità «la missione di un istituto cattolico è proprio quella di andare controcorrente rispetto alle tendenze della società ed essere davvero luce in un mondo di oscurità. Questo è il suo compito».

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«Quella ragazza ha le corna», nel napoletano dilaga la gogna su Instagram

Posté par atempodiblog le 5 septembre 2017

La nuova frontiera del cyberbullismo
«Quella ragazza ha le corna», nel napoletano dilaga la gogna su Instagram
di Ferdinando Bocchetti – Il Mattino

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La nuova frontiera del cyberbullismo, sbarcata su Instagram sotto forma di «Storie» in cui viene raccontata la vita sentimentale e sessuale di decine di studenti iscritti negli istituti superiori di Napoli e provincia, preoccupa non poco genitori, insegnanti e forze dell’ordine. Polizia e carabinieri, sebbene non sia stata presentata ancora alcuna denuncia da parte delle vittime, sono già al lavoro per capire la portata del fenomeno nel tentativo di arginarlo.

Già nella giornata di ieri i militari hanno acquisito decine di screenshot contenenti le offese, gli insulti e gli sfottò di pessimo gusto postati nelle ultime ventiquattro-trentasei ore, tutti corredati dai nomi e cognomi degli adolescenti, perlopiù minorenni. Il prossimo passo sarà quello di monitorare i vari profili che hanno lanciato in rete le «Storie», mettendo alla gogna e bullizzando di fatto decine di ragazzi che per 24 ore – questa la durata di una story sul social network – hanno visto il loro nome accostato ad offese, parolacce e performance sessuali. 

Questa nuova forma di cyberbullismo non interessa soltanto i comuni di Marano e Mugnano, ma è ben più estesa. Basta iscriversi su Instagram ed effettuare una semplice ricerca con la parola chiave «gossip», per ottenere decine di risultati: si va da Gossip Qualiano a Gossip Vomero, da «Gossip Pianura e dintorni» a Gossip Giugliano. La descrizione dei profili è sempre la stessa: «Mandate in diretta i vostri gossip, tutti gli scoop di cui siete a conoscenza sulle persone del Vomero», si legge sul profilo Gossip Vomero che, al contrario degli altri, si preoccupa quanto meno di non indicare il cognome dei protagonisti.

Ancor più «gentili» si mostrano invece i creatori dei profili di «Gossip Pianura e dintorni», che promettono di «pubblicare gli inciuci, coprendo i nomi e lasciando solo le iniziali». Anche il modus operandi è pressoché identico: si parte lanciando in rete una storia che riporta la scritta «Via al gossip». A quel punto sono gli stessi followers del profilo ad inviare, in tempo reale, l’inciucio o il pettegolezzo sul ragazzino o ragazzina di turno. In un cerchio, alimentato da centinaia di adolescenti, in cui tutti sono potenzialmente vittime e carnefici. 

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Educatori di giorno, ubriachi di notte

Posté par atempodiblog le 1 septembre 2017

Educatori di giorno, ubriachi di notte
La riflessione e la provocazione sui temi della formazione e del rapporto nel campo della formazione.

Il grave problema dell’abbuffata alcolica è purtroppo significativamente presente anche tra i ragazzi e le ragazze che frequentano, a vario titolo, le comunità cristiane e interessa anche coloro cui si affidano compiti educativi o di animazione.
di Marco Brusati – La voce e il tempo. Arcidiocesi di Torino Editrice Prelum S.r.l. (31/08/2017)

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L’83% dei ragazzi e delle ragazze fa regolarmente abbuffate alcoliche, chiamate scientificamente “Heavy Episodic Drinking” (HED), letteralmente “pesanti bevute episodiche”. Il dato emerge da una ricerca dell’Osservatorio Epidemiologico delle Dipendenze Patologiche dell’Azienda Sanitaria di Bologna. Il fenomeno viene chiamato anche “Binge Drinkink”, ovvero bevuta da baldoria, proprio per evidenziare che “l’abuso di alcol si concentra nei fine settimana e nei contesti di svago (discoteche, feste, pub e simili)”, secondo gli psicologi che hanno curato la ricerca. I ragazzi e le ragazze tendono ad autogiustificare il proprio atteggiamento, considerandolo di poco conto, mentre ci viene spiegato che “lo stato di alterazione portato da un’abbuffata alcolica può causare una difficoltà nel gestire gli impulsi e le relazioni affettive, familiari e sessuali. Ansia e tendenza alla depressione e all’aggressività sono alcuni possibili sintomi: diviene difficile governare la rabbia”.

Un altro studio, riportato su Frontiers of Psychology, ha evidenziato che le abbuffate alcoliche riducono le aree del cervello che svolgono un ruolo chiave nella memoria, nell’attenzione, nel linguaggio, nella consapevolezza e nella coscienza. Sulla rivista Psiconline, infine, lo psicoterapeuta Enrico Magni sostiene che la sfida all’ultimo bicchiere serve “per provare sul proprio corpo la capacità di soddisfare le sollecitazioni, vincere paure” sentendosi più sicuri di sé; tuttavia, va vista come “una via di fuga per chi fatica ad accettarsi, riconoscere i propri limiti, adeguarsi alla realtà, costruire relazioni, progettare il futuro”.

Il grave problema dell’abbuffata alcolica, in un sondaggio eseguito da Hope su un campione rappresentativo di parrocchie italiane, è purtroppo significativamente presente anche tra i ragazzi e le ragazze che frequentano, a vario titolo, le comunità cristiane e interessa anche coloro cui si affidano compiti educativi o di animazione.

Le vacanze sono ormai alla frutta. Lo si capisce dall’improvvisa rianimazione dei gruppi Whatsapp parrocchiali, che, dopo un coma bimestrale, iniziano a far girare informazioni sul nuovo anno pastorale per catechisti, animatori o volontari. Così ragazzi e ragazze rientrano nel recinto parrocchiale: se ne erano perse le tracce al termine degli oratori estivi, grosso modo a metà luglio, quando erano loro gli educatori dei bambini, quando erano loro a scandire i tempi delle giornate comunitarie. Ritornano, a volte, e questo è un bene, anzi, è il primo bene.

Ma abbiamo il coraggio di chiedere come hanno riempito i mesi dedicati all’otium? Si sono sentiti in obbligo di rispettare l’undicesimo comandamento, ovvero “ricordati di divertirti alle feste”? E come? Va chiesto e va capito, con delicata passione educativa, non per condannare, escludere o emarginare, non per curiosare nella loro vita, ma per partire dal loro vissuto concreto e riformulare una proposta liberante dalla schiavitù della cultura dello sballo, che ha bisogno di morti e feriti per affermarsi, come evidenziano le risse mortali nei luoghi del divertimento e i tanti, troppi ricoveri per coma etilico. Va chiesto e va capito, per non eludere il compito primario di una comunità cristiana che è quello di dare senso alla vita che non si esaurisce nell’attimo presente ma va oltre, oltre tutto, addirittura oltre la morte. E per il rispetto che dobbiamo ai ragazzi e alle ragazze, alla loro dignità e alla loro capacità di fare cose grandi, non possiamo illuderli di poter essere educatori di giorno e ubriachi di notte.

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Droghe. È boom di sostanze simil-ecstasy tra gli adolescenti

Posté par atempodiblog le 31 juillet 2017

Droghe. È boom di sostanze simil-ecstasy tra gli adolescenti
Gli effetti sono raddoppiati rispetto agli anni 80. E i giovani non si rendono conto dei rischi a cui si espongono. I dati e l’allarme dei medici
di Vito Salinaro – Avvenire

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Tre dati, per iniziare: 855.000 teenager italiani hanno usato sostanze illecite almeno una volta; 160.000 ragazzi tra i 15 e i 19 anni sono consumatori frequenti di droghe; negli ultimi 5 anni, l’utilizzo di droghe sintetiche tra gli under 35 è aumentata del 70%. E la percentuale tende a crescere.

Assistiamo cioè a una corsa, senza troppi ostacoli, dei nostri giovanissimi al consumo di sostanze in grado di agire sulle “performance” generali della persona. Sostanze che, in alcuni casi, sono di origine naturale; in altri – la maggior parte – di origine sintetica. A causa dell’utilizzo di questi ultimi preparati, giovanissimi assuntori sono spesso ospiti indesiderati dei Pronto soccorso. Con problemi enormi. Perché anche nelle più avanzate unità di emergenza dei nostri ospedali, gli specialisti si trovano a fronteggiare un quadro clinico complesso, dagli esiti incerti perché incerte sono le diagnosi. E non potrebbe essere altrimenti visto che le sostanze psicoattive in circolazione sono centinaia. Anzi migliaia. In gran parte non ancora analizzate.

Una sola dose di queste sostanze può portare a danni molto gravi nel sistema cardiovascolare. I più frequenti: aritmie, tachicardie, ipertensione. Non di rado le conseguenze sono permanenti, e si può arrivare fino alla morte, visto che più le sostanze sono potenziate più la vulnerabilità biologica ne risente.

In quanto non ancora studiati, o semplicemente perché modificati rispetto a prodotti più noti, questi nuovi preparati – che possono essere fumati, sniffati, ingeriti – sono spesso legali. Perché gli improbabili e improvvisati laboratori chimici che li realizzano – dalla Cina all’Est Europa – sono rapidissimi a superare i divieti di legge, semplicemente aggiornando i prodotti divenuti illegali.

«Accanto a eroina, cocaina, alcol e marijuana – ripete nei più importanti simposi internazionali Fabrizio Schifano, esperto di fama mondiale, psichiatra e docente di Farmacologia e terapia clinica all’Università britannica di Hertfordshire –, da pochi anni si affaccia sul mercato una serie di nuove sostanze psicoattive: da qualche centinaia si è passati a circa 2.000 prodotti. Il numero e lo scenario si modificano giornalmente. Ma i gruppi più rappresentati nel mercato – aggiunge Schifano – sono i cannabinoidi sintetici, i catinoni sintetici e le sostanze ‘simil-ecstasy‘, cioè non proprio l’ecstasy (nota anche come Mdma) ma una molecola parzialmente modificata e molto più potente».

Le droghe sintetiche hanno incrementi a due cifre, e incontrano il favore di consumatori anche in età adolescenziale. I cannabiniodi sintetici hanno un successo clamoroso perché, spiega Schifano, «i ragazzi associano il concetto di cannabis, che loro ritengono sostanzialmente innocua, con un qualcosa che in realtà non è pericoloso perché non dà traccia nelle urine ed è anche legale. È con questo trucco di marketing che il consumo schizza alle stelle. Dal punto di vista medico e psichiatrico tutto questo è invece molto preoccupante, perché la potenza di questi prodotti è di gran lunga superiore a quello delle droghe tradizionali. E così noi medici abbiamo problemi di gestione clinica elevati e problemi di aggiornamento professionale che deve essere continuo».

L’ecstasy, che ebbe un boom nella seconda metà degli anni ’80 e negli anni ’90, negli ultimi tempi aveva conosciuto un declino. Oggi è in ripresa grazie all’incremento del dosaggio, passato dagli iniziali 50-70 milligrammi, agli attuali 120; nella sfera riconducibile all’ecstasy, le molecole sono poco meno di 200. Assumere queste sostanze in cronico durante l’adolescenza espone a rischi gravi non reversibili che investono la maturazione cerebrale. Rischi dei quali, però, i ragazzi non hanno la più pallida idea.

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Mons. Paglia: Dio non stacca la spina

Posté par atempodiblog le 31 juillet 2017

Mons. Paglia: Dio non stacca la spina
di Massimiliano Menichetti – Radio Vaticana

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Preghiera e vicinanza ai genitori di Charlie Gard sono stati espressi anche da mons. Vincenzo Paglia, il quale apprendendo la notizia della morte del piccolo ha ribadito la grandezza dell’amore di Dio che “non stacca la spina”:

R. – Non c’è dubbio che c’è un sentimento di vicinanza ai genitori per la passione e l’amore con cui hanno accompagnato, difeso e circondato di premure questo loro bambino. Lo hanno amato, potremmo dire, fino alla fine, e assieme a tanti, partendo dal Papa, in questi tempi ultimi, abbiamo accompagnato con la nostra preghiera il piccolo Charlie. Ed io vorrei dire che la nostra preghiera porta sempre l’esaudimento del Signore. E credo che la fede ci fa dire: “Signore, la vita non è tolta ma trasformata”. Dio non stacca nessuna spina, non lascia neppure vincere il male; l’amore di Dio, assieme al nostro, ha vinto anche la malattia e la morte e Charlie davvero sta con noi e con il Signore.

D. – Mons. Paglia, questa vicenda, seppur molto dolorosa, cosa ci insegna?
R. – Io direi che la prima cosa che ci insegna è l’urgenza di promuovere una cultura dell’accompagnamento. Alcuni la chiamano “alleanza terapeutica”; io preferisco chiamarla “alleanza d’amore”, cioè tutti dobbiamo stringerci attorno al malato: i genitori, i famigliari, i medici, gli amici, l’intera società deve trovare il modo di dialogare per trovare la soluzione migliore per chi sta male. Purtroppo questo non è avvenuto nel caso di Charlie, e ricorsi a leggi o a magistrature non risolvono il problema di fondo. Ecco perché la vicenda di Charlie ci spinge a promuovere in ogni modo una cultura dell’accompagnamento. Io mi auguro che la vicenda possa aiutare le nostre società a dire tre grandi “no”: no all’eutanasia; no all’abbandono; no all’accanimento terapeutico. Ma per dire dei grandi sì: sì all’accompagnamento, sì al progresso della scienza, sì alla terapia del dolore; in modo che momenti così drammatici, come quelli che riguardano il fine vita, possano essere compresi nella loro gravità, nella necessità che hanno di essere sentiti da tutti, perché il passaggio dalla vita alla morte riguarda la qualità stessa della nostra vita.

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Ci mancava “la guerra dei papi”

Posté par atempodiblog le 28 juillet 2017

Ci mancava “la guerra dei papi”
L’editoriale di Claudio Mésoniat sull’accanimento mediatico che vuole schierare a tutti i costi Benedetto XVI contro Francesco.
di Claudio Mésoniat – Il giornale del popolo

Ci mancava “la guerra dei papi” dans Articoli di Giornali e News Abbraccio_tra_Papa_Francesco_e_Benedetto_XVI
Abbraccio tra il papa emerito Benedetto XVI e papa Francesco. © EPA

“Benedetto contro Francesco”. Ci siamo: è scoppiata, finalmente, la “guerra dei Papi”. Non dev’essere sembrato vero ai “grandi” giornali, ai siti scafati e a qualche vaticanista in tuta mimetica ormai da mesi, la notiziona di un necrologio firmato da Ratzinger in memoria dell’amico cardinal Meisner, da poco scomparso. Meisner era uno dei quattro cardinali che avevano sottoposto a papa Francesco i cinque dubia su un passaggio dell’Amoris Laetitia. Ecco dunque Ratzinger che si schiera; tanto più che il Papa emerito usa nel suo breve testo l’immagine della barca nella tempesta per descrivere la situazione della Chiesa, di oggi come di ciascuno dei 20 secoli passati (barca, aggiunge Benedetto, che Cristo non abbandona mai, con riferimento all’episodio evangelico che ha dato la stura a infinite riprese dell’immagine nautica). Quanto basta, ai narratori di questa quarta guerra mondiale tra Papi, per intercettare una chiara allusione del Papa emerito all’attuale comandante della nave, che sta conducendo la Chiesa al naufragio. Peccato che a poche ore da questa montatura mediatica intervenga il segretario di Benedetto a smentire tutto, denunciando la “strumentalizzazione” delle parole del vecchio pontefice. Ma non è finita qui. Dopo un paio di giorni esce il rapporto sugli abusi perpetrati da alcuni sacerdoti nel collegio dei Cantori di Ratisbona (orrori da cui peraltro il fratello di Ratzinger è pienamente scagionato) e subito uno stuolo di complottisti cerca di connettere grottescamente i due episodi per lasciare intendere che il secondo sia conseguente al primo «quasi potesse trattarsi della contromossa di una spectre “bergogliana” contro i resistenti “ratzingeriani”» (Tornielli).

Come sappiamo, il giornalismo estivo si arrampica anche sulle pareti di sesto grado pur di mettere qualcosa sotto i denti della rotativa. Mi chiedo tuttavia perché tanto accanimento nel voler schierare a tutti costi Benedetto e Francesco l’un contro l’altro armati. Accanimento che non credo si debba imputare primariamente al mondo laico e anticlericale. Siamo in gioco noi, cattolici: ammettiamolo. E neppure secondo una dialettica di fazioni (ci sono anche quelle, soprattutto tra i “professionisti” della fede, ecclesiastici e teologi). C’è una faglia che ci attraversa tutti nel profondo, ciascuno di noi a tratti è “bergogliano” e a momenti “ratzingeriano”, secondo accezioni riduttive nelle quali i due protagonisti non si riconoscerebbero affatto. L’appello al Papa “nuovo” ci serve per autorizzare una nostra adesione selettiva alla dottrina e alla morale,  mentre il Papa “della tradizione” ci serve per scansare il pressante invito di Francesco a una conversione di cui non riusciamo a capire il significato o non vogliamo affrontare il rischio. In realtà Bergoglio non ha come obbiettivo quello di una rivoluzione dottrinale. E Ratzinger non ha mai proposto un cristianesimo come affermazione di principi e difesa di valori che i credenti hanno in tasca e gli altri dovrebbero solo riconoscere.

Per entrambi i Papi l’ordine del giorno è uno solo: testimoniare una fede vissuta in un momento storico contrassegnato da un cambiamento d’epoca. Cos’è una fede vissuta? Incontro e rapporto con Cristo, sorgente di pace e di letizia, per usare parole care a entrambi. Ci dicono qualcosa? Questa, a buon conto, è la conversione. E i valori che hanno fatto grande la civiltà occidentale? La libertà, la solidarietà, la famiglia, il lavoro, la vita stessa? Non c’è più evidenza condivisa, c’è grande confusione in proposito. Vanno riscoperti, questi valori, in un cammino comune nel quale i cristiani hanno da proporre, prima di una teologia e di una filosofia, la carne della loro umanità trasformata dalla fede. Nessuno meglio di Ratzinger ci ha fatto prendere coscienza di questo “cambiamento d’epoca” (la fine drammatica del grande progetto illuminista) di cui Bergoglio continua a parlarci. Ma nessuno meglio di papa Francesco ha preso sul serio, alla lettera, la “lezione” di Benedetto. E volendo indicare alla sua Chiesa una via nuova per riguadagnare la grande eredità del proprio passato, ha inaugurato uno stile nuovo –e rischioso- nell’interpretare il proprio ruolo di Papa. Per temperamento più vicino a Giovanni Paolo che a Benedetto, Francesco ha deciso di abbattere gli ultimi muretti e colonnati che isolavano la figura ieratica del successore di Pietro dal suo popolo. La sua povertà consiste nel “vivere alla giornata” convinto che l’incontro con un barbone o con un ricco giornalista in crisi esistenziale (alludo all’ex direttore di Repubblica) possa offrire spunti decisivi alla propria personale conversione non meno dei colloqui, cui non si sottrae affatto, con un presidente degli Stati Uniti o un cardinale prefetto di congregazione; ma mezz’ora a Trump e mezz’ora ai bambini di una parrocchia periferica di Roma, pieni di domande per il Papa. Io penso che Benedetto si stia godendo lo spettacolo di questo suo successore e discepolo. Senza dover negare le differenze che la storia e la cultura del primo Papa non europeo stanno facendo venire a galla. Ma di questo, che non è affatto causa di dissidio ma fonte di ricchezza, parleremo un’altra volta.

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“Un albero per il Vesuvio”. Così gli ultrà del Toro conquistano il cuore di Napoli

Posté par atempodiblog le 28 juillet 2017

“Un albero per il Vesuvio”. Così gli ultrà del Toro conquistano il cuore di Napoli
Un gruppo di tifosi della Curva Maratona in segno di solidarietà e amicizia ha deciso di intervenire dopo gli incendi dei giorni scorsi
di Gianluca Oddenino – La Stampa

“Un albero per il Vesuvio”. Così gli ultrà del Toro conquistano il cuore di Napoli dans Amicizia Vesuvio

Si dice che fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce. Vero, però a volte basta poco per invertire la rotta e fare rumore al contrario: basta un gruppo di ultrà del Toro e la loro decisione di autotassarsi per finanziare l’acquisto di piante da reimpiantare nel Vesuvio devastato dagli incidenti. Un gesto di solidarietà e di amicizia, nato spontaneamente dalle “Teste Matte” della curva Maratona nei confronti dei tifosi della Ercolanese 1924 che recentemente hanno onorato il Grande Torino a Superga. A Napoli non si parla d’altro e ha già scatenato ringraziamenti di ogni tipo.

Seminare bene si può, nel vero senso della parola, e aiuta in tempi di insulti, idiozie e follie con curve contrapposte e avvelenate dal calcio. Questi tifosi del Toro non pensavano di fare il giro del web con la loro iniziativa spontanea, ma a Napoli quel gesto non è passato inosservato. «L’Ercolanese è la squadra dai colori granata – scrive su Facebook il presidente di Teste Matte – e sappiamo tutti che purtroppo in questo periodo gran parte dei parchi naturali della zona vesuviana stanno bruciando. Con lo stesso spirito di amicizia e rispetto verso gli Ercolanesi, daremo un piccolo contributo».

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Malattie degenerative. «Mia figlia mi insegna: questi non sono bambini a perdere»

Posté par atempodiblog le 27 juillet 2017

Malattie degenerative. «Mia figlia mi insegna: questi non sono bambini a perdere»
Elena, 7 anni, è immobilizzata. La mamma: da lei ho imparato tanto, ogni suo sorriso vale più di qualsiasi altra cosa
di Graziella Melina – Avvenire

Malattie degenerative. «Mia figlia mi insegna: questi non sono bambini a perdere» dans Articoli di Giornali e News Elena
Elena, 7 anni, affetta da malattia neurodegenerativa (foto inviata dalla famiglia ad Avvenire)

«Nella sfortuna, mi sento molto fortunata, nessuno mi ha mai dato una prognosi, né mi ha dato una scadenza». Nessuno, per fortuna, le ha imposto il calvario che stanno vivendo i genitori di Charlie Gard, la cui vita da mesi è in balia di vicissitudini giudiziarie. Cristina Rebagliati, 48 anni, da qualche tempo residente a Brescia, per la sua Elena, affetta da una malattia neurodegenerativa, ha potuto sempre scegliere senza condizionamenti medici o legali. Semplicemente prendendosene cura con la forza, l’amore e il coraggio di una mamma.

«Fino a 4-5 mesi – racconta – Elena ha avuto uno sviluppo normale, mi ero accorta che era un po’ più indietro rispetto alla norma, ma mai mi sarei immaginata una cosa del genere. Una notte si è svegliata urlando. L’ho presa in braccio, era rigida, cianotica. L’ho attaccata al seno e si è addormentata. Il giorno dopo l’ho portata da una pediatra, a Genova, poi al pronto soccorso per fare le verifiche, le analisi del sangue, l’elettroencefalogramma». Pochi giorni di attesa e i risultati degli esami la costringono al ricovero. «Le è stata fatta una risonanza magnetica e ci hanno subito detto che poteva essere affetta dalla malattia di Leigh», una patologia neurologica progressiva che interessa il sistema nervoso centrale. Elena rientra a casa, ma per poco tempo. «I primi di luglio ha un arresto respiratorio. L’hanno intubata e portata in ospedale. È la prassi: i medici applicano la ventilazione meccanica, poi provano a verificare se la bimba respira da sola, altrimenti la intubano di nuovo. E poi si riprova a staccare la macchina. Ma se non respira neanche la seconda volta si fa la tracheotomia o si sceglie cosa fare».

Elena vince però la sua prima sfida e ricomincia a respirare da sola. E a crescere. Prima dei tre anni, però, un’altra corsa in ospedale e la piccola si ritrova di nuovo a essere intubata. «Era ventilata artificialmente. Aveva un catetere centrale, la vedevo martoriata dai macchinari, dai tentativi dei medici. A quel punto ho detto basta. Lasciamola stare. Se vuole andare se ne va, se vuole stare qui, sta qui. Me la metto in braccio, staccano le macchine, tutti piangevano. Mi sono fatta forza, ho cercato di raccontarle le favole, le canzoni, le cose che conoscevo e piano piano Elena invece di andarsene ha cominciato a respirare…». Da quel giorno, di tempo ne è passato, tra altre corse in ospedale, visite, esami. «Elena adesso ha 7 anni e mezzo. Non parla, non cammina, non sta seduta, non afferra, non si sa bene quanto veda. Avendo una lesione cerebrale da sempre dorme con il saturimetro», che permette tra l’altro di controllare lo stato di ossigenazione del sangue. Però la disabilità non ha fermato la forza della mamma, decisa a fare tutto il possibile per vederla stare bene. «Tranne l’estate al mare a Genova, durante l’anno Elena va all’asilo, ha degli assistenti che la seguono, dalle 9 alle 4, fa la fisioterapia, viene a casa, vede la tv. Quest’anno andrà alle elementari, ovviamente non va a scuola per leggere e scrivere, però per me è fondamentale che questa vita che le è stata data la viva al meglio. Quel poco che riesce a fare, io voglio che lo faccia».

La condizione di Elena, «che sta seduta con il corsetto, il poggiatesta e non si muove, è quella che alcuni definirebbero un vegetale», dice amaramente. Ma «Elena è viva, le sue percezioni le ha, anche se limitate rispetto a noi. Però io le vedo: quando siamo al mare io la metto in acqua, le faccio fare il bagno e lei ride, quindi vuol dire che è contenta. Le faccio il solletico e ride. Quando al mattino si sveglia sorride, e anche quando poi la metto a letto sorride». Poi pensa al piccolo Charlie: «Si stanno accanendo nel volerlo fare stare là. In Inghilterra hanno un altro concetto di vita, che non è il nostro. In Italia non sarebbe stato possibile che un bambino resti sedato e intubato per 8 mesi. Qualsiasi persona, anche sana, dopo una sedazione così lunga non ha grandi possibilità di riprendersi. E comunque i genitori non volevano certo portarlo da uno stregone, ma da Michio Hirano che è il maggior conoscitore delle malattie mitocondriali. Salvatore Di Mauro, che le ha scoperte, è stato il suo insegnante. La verità è che i nostri sono considerati “bambini a perdere”, senza prospettive di vita, con malattia non curabile, e quindi non c’è scopo di perdere soldi ed energie in bambini così, perché non hanno chance. Eppure tante volte abbiamo visto bimbi dati per spacciati che in realtà poi sopravvivono». Anche se non esistono cure. «Ogni tanto leggo che alcune mamme dicono “non ti vorrei diverso da come sei”. No, non è vero, ma non per me, ma per la mia bambina. Però a volte penso che un bambino come Elena ti insegni a goderti di più delle piccole cose, impari a vivere meglio, ad accettare quello che hai. Non per me avrei voluto un’altra vita, ma per lei. Per me la cosa importante è che la vita che le è stata data sia vissuta al meglio possibile. Un sorriso di mia figlia per me vale più di qualsiasi altra cosa».

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