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L’educazione al canto è un’arma sottovalutata per ricostruire un popolo

Posté par atempodiblog le 22 avril 2017

L’educazione al canto è un’arma sottovalutata per ricostruire un popolo
Un concerto a Sheffield e l’importanza di insegnare la musica. Perché al canto viene riservato poco spazio nella formazione italiana?
di Giovanni Maddalena - Il Foglio
Tratto da: Una casa sulla Roccia

L'educazione al canto è un'arma sottovalutata per ricostruire un popolo dans Articoli di Giornali e News L_educazione_al_canto

Cantavano in tanti lo scorso sabato 8 a Sheffield, per il 275esimo anniversario della prima del Messiah di Handel, tenuta a Dublino nella primavera del 1742. La società bachiana della cittadina inglese, ora nota soprattutto per la celebre università che quest’anno ospitava la società britannica degli storici della filosofia, aveva organizzato un concerto di beneficienza in cui ciascuno poteva partecipare come cantante, se voleva non limitarsi a fare lo spettatore. Ovviamente c’erano orchestra, cantanti professionisti e direttore celebre, ma il coro – quello dello splendido Hallelujah – era formato dal popolo. Saranno stati in quattrocento. Prove nel pomeriggio, cena in piedi e poi il concerto nella splendida cattedrale gotica.

L’idea è bella di per sé, ma quando i quattrocento si sono alzati in piedi per il primo coro, la profonda emozione che ha afferrato il pubblico faceva nascere anche qualche ulteriore pensiero su tecnologia, gesti ed educazione a cui spesso questa rubrica è stata dedicata. Al canto, e alla musica in genere, viene riservato poco spazio nella formazione italiana. Si diceva in un precedente articolo di come non si sia ripensata l’esperienza della tecnologia che tutti usiamo, e non la si sia inserita compiutamente, riflessivamente nell’educazione. Allo stesso modo, almeno in Italia, si è sottovalutato e si continua a sottovalutare l’importanza della musica e del canto.

Le questioni sono collegate. La musica e il canto richiedono una profonda unità del fare e del capire, anzi richiedono un fare per capire, come vorrebbe anche un insegnamento adeguato delle tecnologie. Del resto, il canto e la musica sono delle tecnologie, che non a caso occorre praticare per imparare e per capire. Ma ancora una volta, si è declassato il “fare” a un’applicazione più o meno utile – e in questo caso quasi inutile – come se l’azione non potesse essere un modo di ragionamento incarnato. Così il canto e la musica in genere sono passati nella nicchia dell’estetica e lì sono stati abbandonati. Eppure, a sentire il Messiah si capisce molto dell’Inghilterra, dell’anglicanesimo, della filosofia e dell’antropologia, della forza e anche della debolezza di un popolo e di una mentalità. Fare serve per capire almeno quanto il capire serve per fare.

Ma oltre a un ripensamento radicale dell’idealismo che pervade ancora la struttura della nostra mentalità e del nostro insegnamento, lo splendido coro popolare di Sheffield metteva in luce anche un’altra caratteristica di quella specifica tecnologia che è il cantare. Cantare è un gesto, unisce diversi tipi di segno: anche solo ricordando le principali classificazioni del segno, nel canto troviamo le parole e la loro simbolicità, le note nella loro indicalità, l’armonia e la sua iconicità. Inoltre richiede presenza fisica, la presenza emotiva, coscienza vaga o meno vaga dei significati e relazione con altri che ascoltano o cantano insieme nonché la relazione profonda e libera con chi dirige. In poche parole, il canto è intrinsecamente relazionale e riunisce intorno a significati condivisi, com’è chiaro per gli inglesi e il Messiah di Handel, ma è vero anche per gli ultras negli stadi, per le comunità di ogni religione e per i reggimenti militari. Il canto crea unità. Certo ci sono state e ci sono unità criminose o pericolose, ma il nostro insegnamento che esclude o minimizza questa possibilità di gesto così completo che è il canto, così come accade da molto tempo nella maggioranza delle nostre famiglie, rende impossibile quest’unità, della cui mancanza tutti sembrano lamentarsi. E’ vero, viviamo in una società divisa, polarizzata, spesso produttrice di solitudine e sfruttamento. L’educazione al canto, per quanto sembri una risposta assurda e lontana, non è l’ultima delle armi a cui dovremmo e potremmo fare ricorso.

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Edoardo che non vuole morire: “Io più forte della disperazione”

Posté par atempodiblog le 22 avril 2017

Edoardo che non vuole morire: “Io più forte della disperazione”
Paralizzato a 17 anni dopo un incidente: “Non giudico le scelte altrui, anche io ho pensato al suicidio. Ma voglio credere ancora nel futuro”
di Massimo Numa – La Stampa

Edoardo che non vuole morire: “Io più forte della disperazione” dans Articoli di Giornali e News Edoardo_Bonelli
Edoardo ogni mattina va a scuola sulla sedia a rotelle. Nel week end va in montagna e segue il Toro: «Grazie alla famiglia e agli amici ho sconfitto la depressione»

Nel pieno di un dibattito, non sempre sereno, sul fine-vita, sul «diritto» di morire con una legge dello Stato, sui viaggi senza ritorno nelle cliniche svizzere, accompagnati anche da politici e supporter, Edoardo Bonelli, 18 anni, studente del liceo americano, dopo un banale incidente stradale che gli ha causato una devastante invalidità, racconta invece una storia diversa.

La sintesi è un messaggio contro la rassegnazione, contro la disperazione, contro un modo facile di valutare il dono della vita in tutte le sue dolorose sfumature. Non è una questione “solo” religiosa, ma anche una riflessione che appartiene a una visione laica.

«Andavo piano»
«L’incidente è avvenuto un anno e mezzo fa, un’automobilista mi ha tagliato la strada e sono caduto. Se si dovesse ripetere per mille volte quella dinamica, non ci sarebbero conseguenze così gravi. Frattura di due vertebre alte, C5 e C6, paralisi quasi completa. Per mesi in un letto, poi faticosamente ho ripreso un minimo di funzionalità, vedi? Con le mani riesco a sfiorare la tastiera del telefono, sono connesso…».

Una vita che cambia tutto in una frazione di secondo. Prima e dopo. Con la depressione, Edoardo lo dice senza timore, anche l’idea del suicidio. «È vero, sì. Ci ho pensato. E poi, grazie alla mia famiglia, ai miei amici, a me stesso soprattutto, ho iniziato a riflettere. Alla fine di questo lungo e, non lo nascondo, difficile percorso ho deciso di credere nel mio futuro, di trovare le ragioni per continuare a vivere. Se può essere utile condividere questo messaggio per chi è nelle mie stesse condizioni, allora lo faccio volentieri, parlandone e ascoltando anche voci diverse. Non voglio entrare nel merito di chi ha fatto altre scelte o di chi sostiene l’eutanasia. Ma la strada potrebbe essere un’altra. Quella di una razionale speranza, proiettata nel tempo, senza limiti, senza utopie».

«Contro la rassegnazione»
Edoardo frequenta con buon profitto il liceo americano di Torino, ogni mattina va a scuola, sulla sedia a rotelle, accompagnato con un’auto attrezzata. Studi, gli amici, nel week end va in montagna, è un tifoso del Toro, e anche oggi non riesce proprio a odiare la sua moto, una Ktm 125 da enduro; forse per colpa di una manovra errata altrui (è in corso un processo), è diventato un invalido: «Andavo piano, avevo non solo il casco integrale, ma le protezioni per la schiena, i guanti, tutto il resto…». Un impatto a bassa velocità ma il destino sembra quello tracciato dal film “Sliding Door”, un porta che può aprirsi o chiudersi, e la sorte cambia per sempre, perfetta rappresentazione del fato, secondo gli antichi greci.

«All’inizio anche i miei rapporti sociali li sentivo più difficili, prima di tutto, credo, devi accettare tu quello che sei, poi gli altri. Ora i miei amici sono tornati ad essere gli stessi di prima, ci vediamo, usciamo, la questione del mio stato, che esiste con tutte le implicazioni che comporta, non conta più, se non per i limiti fisici». Va tutto bene, dunque? «I momenti di banale scoramento, o di tristezza, o di malinconia, o anche di dolore, ci sono stati, ci sono e ci saranno. La condizione umana, anche in una vita normale, genera lo stesso sofferenze e pensieri neri. Nella mia condizione è un processo ancora più complicato. Ma sono sicuro di avere una solida volontà di reagire».

Edoardo sa tutto sulle prospettive della scienza e di una chirurgia in continua evoluzione, sull’esoscheletro (la possibilità di alzarsi e camminare sostenuti da protesi digitalizzate e guidate da remoto) e sulle ultime tecniche ricostruttive. Zero illusioni: «L’esoscheletro, almeno in questa fase, assicura solo una mobilità limitata. Credo che il vero passaggio cruciale sia la ricostruzione del midollo leso, ma non so se ci riusciranno mai».

Il capitolo risarcimenti
Edoardo ha solo 18 anni, presto molti dei limiti della medicina attuale potrebbero evolvere in senso positivo. Ma bisogna attrezzarsi. E’ qui l’aspetto più amaro. La questione dei risarcimenti è centrale in una storia come la sua. Le assicurazioni, specie in questo periodo, vogliono pagare il meno possibile, complicando il futuro dei ragazzi come Edoardo ma anche delle loro famiglie. Il costo dell’assistenza è altissimo, e va pianificato per decenni, anche quando i malati resteranno soli. Le pratiche si muovono lentamente, l’esito dei processi è spesso incerto. Edoardo tace. I suoi familiari anche. Gli avvocati sono al lavoro, con uno strano male nel cuore. Sarà una battaglia lunga e insidiosa.

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“L’evangelizzazione non può essere presuntuosa”

Posté par atempodiblog le 13 avril 2017

“L’evangelizzazione non può essere presuntuosa”
Il Papa invita a fare omelie brevi e afferma: nessuno separi «queste tre grazie del Vangelo: la sua verità non negoziabile, la sua misericordia incondizionata, e la sua gioia inclusiva»
di Andrea Tornielli – Vatican Insider

“L’evangelizzazione non può essere presuntuosa” dans Andrea Tornielli Papa_Francesco

«Che nessuno cerchi di separare queste tre grazie del Vangelo: la sua verità non negoziabile, la sua misericordia incondizionata con tutti i peccatori, e la sua gioia intima e inclusiva». Papa Francesco celebra la messa crismale del Giovedì Santo in San Pietro, durante la quale viene benedetto l’olio che sarà usato per amministrare i sacramenti lungo l’anno, e spiega che «Non può essere presuntuosa l’evangelizzazione. Non può essere rigida l’integrità della verità». Con il Vescovo di Roma concelebrano i preti della diocesi, che rinnovano le promesse fatte al momento dell’ordinazione.

Nell’omelia, il Papa ha insistito sul «lieto annuncio ai poveri» che Gesù ha portato. «Gioioso della gioia evangelica: di chi è stato unto nei suoi peccati con l’olio del perdono e unto nel suo carisma con l’olio della missione, per ungere gli altri.

E, al pari di Gesù, il sacerdote rende gioioso l’annuncio con tutta la sua persona. Quando predica l’omelia – breve, se possibile – lo fa con la gioia che tocca il cuore della sua gente mediante la Parola con cui il Signore ha toccato lui nella sua preghiera».

«Come ogni discepolo missionario, il sacerdote rende gioioso l’annuncio con tutto il suo essere. E, d’altra parte, sono proprio i particolari più piccoli – tutti lo abbiamo sperimentato – quelli che meglio contengono e comunicano la gioia: il particolare di chi fa un piccolo passo in più e fa sì che la misericordia trabocchi nelle terre di nessuno; il particolare di chi si decide a concretizzare e fissa giorno e ora dell’incontro; il particolare di chi lascia, con mite disponibilità, che usino il suo tempo…».

Il lieto annuncio, sottolinea Francesco, «non è un oggetto, è una missione». E in una sola parola, Vangelo, nell’atto di essere comunicato «diventa gioiosa e misericordiosa verità. Che nessuno cerchi di separare queste tre grazie del Vangelo: la sua Verità – non negoziabile –, la sua Misericordia – incondizionata con tutti i peccatori – e la sua Gioia – intima e inclusiva».

Bergoglio sottolinea che «mai la verità del lieto Annuncio potrà essere solo una verità astratta, di quelle che non si incarnano pienamente nella vita delle persone perché si sentono più comode nella lettera stampata dei libri. Mai la misericordia del lieto Annuncio potrà essere una falsa commiserazione, che lascia il peccatore nella sua miseria perché non gli dà la mano per alzarsi in piedi e non lo accompagna a fare un passo avanti nel suo impegno. Mai potrà essere triste o neutro l’Annuncio, perché è espressione di una gioia interamente personale. La gioia di un Padre che non vuole che si perda nessuno dei suoi piccoli, la gioia di Gesù nel vedere che i poveri sono evangelizzati e che i piccoli vanno ad evangelizzare».

Francesco ha quindi detto che «le gioie del Vangelo» sono «speciali» e «vanno messe in otri nuovi». Ha quindi presentato tre icone di otri nuovi. La prima è quella delle anfore di pietra delle nozze di Cana. «Maria è l’otre nuovo della pienezza contagiosa. Lei è la Madonna della prontezza», e «senza la Madonna non possiamo andare avanti nel sacerdozio!». Lei «ci permette di superare la tentazione della paura: quel non avere il coraggio di farsi riempire fino all’orlo, quella pusillanimità di non andare a contagiare di gioia gli altri».

La seconda icona del lieto Annuncio è la brocca che portava sulla testa la Samaritana al pozzo, il mezzo con cui la donna attinge l’acqua per dissetare Gesù. «Un otre nuovo con questa concretezza inclusiva il Signore ce l’ha regalato nell’anima “samaritana” che è stata Madre Teresa di Calcutta. Lui la chiamò e le disse: ho sete. “Piccola mia, vieni, portami nei buchi dei poveri. Vieni, sii mia luce. Non posso andare da solo. Non mi conoscono, per questo non mi vogliono. Portami da loro”. E lei, cominciando da uno concreto, con il suo sorriso e il suo modo di toccare con le mani le ferite, ha portato il lieto Annuncio a tutti». Le «carezze sacerdotali ai malati ai disperati del sacerdote uomo della tenerezza».

Infine, la terza icona del lieto Annuncio è «l’otre immenso del Cuore trafitto del Signore: integrità mite, umile e povera, che attira tutti a sé. Da Lui dobbiamo imparare che annunciare una grande gioia a coloro che sono molto poveri non si può fare se non in modo rispettoso e umile fino all’umiliazione».

Per questo Francesco ha spiegato che «non può essere presuntuosa l’evangelizzazione. Non può essere rigida l’integrità della verità. Perché la verità si è fatta carne, tenerezza, si è fatta bambino, si è fatta uomo, si è fatta peccato in croce. Lo Spirito annuncia e insegna tutta la verità e non teme di farla bere a sorsi. Lo Spirito ci dice in ogni momento quello che dobbiamo dire ai nostri avversari e illumina il piccolo passo avanti che in quel momento possiamo fare. Questa mite integrità dà gioia ai poveri, rianima i peccatori, fa respirare coloro che sono oppressi dal demonio».

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Critiche al Papa, se s’indigna il popolo

Posté par atempodiblog le 12 avril 2017

Critiche al Papa, se s’indigna il popolo
Il popolo di Dio, a messa in parrocchia, ha tutto il diritto di indignarsi e di gridare un liberante “Basta!” se il prete usa il pulpito per sparlare del Papa
di Andrea Tornielli – Sacri Palazzi

Critiche al Papa, se s'indigna il popolo dans Andrea Tornielli Papa_Francesco

L’episodio in sé non va certo enfatizzato. Domenica scorsa, nel giorno della celebrazione delle Palme, un viceparroco di origini indiane in una parrocchia di Montesilvano, in provincia di Pescara, ha criticato dal pulpito Papa Francesco. Non era la prima volta che accadeva. Don Edward Pushparaj, invece di commentare il Vangelo della Passione, si è prima lamentato del fatto che il Pontefice fin dal suo primo Giovedì Santo abbia incluso una donna e una donna musulmana (in un carcere minorile) tra le persone alle quali ha lavato i piedi, facendo memoria del gesto compiuto da Gesù. Com’è noto, con un apposito decreto della Congregazione del Culto divino la possibilità (non certo l’obbligo) di includere delle donne è stata ufficializzata dalla Santa Sede.

Il sacerdote non si è limitato a questo ma ha aggiunto che “in questi quattro anni Francesco ha fatto solo del male alla Chiesa”. Ora, nel web di preti che criticano il Papa – l’attuale e i predecessori – se ne trovavano e se ne trovano anche diversi. Don Edward però lo ha fatto dal pulpito, durante l’omelia della messa delle Palme in parrocchia.

La notizia – ed è il motivo per cui vi dedico queste righe – è però un’altra. La gente, i fedeli presenti a messa non hanno sopportato in silenzio come accade spesso durante le celebrazioni. Non ce l’hanno fatta a sopportare e hanno cominciato a contestare il prete contestatore chiedendogli di smettere. Alcuni si sono alzati e sono usciti dalla Chiesa.

Certo, non è mai bello che una celebrazione liturgica venga interrotta. Ma il troppo è troppo. E anche il “santo popolo fedele di Dio”, come lo chiama Papa Francesco, ha diritto di indignarsi un po’ e di chiedere al prete di non scandalizzare i semplici fedeli usando l’omelia per attaccare il Pontefice. E’ una piccola notizia che dà speranza. Sì, perché di fronte a certe elucubrazioni, a certe campagne mediatiche, ai complottismi senza ritorno ormai di stampo blasfemo messi nero su bianco da chi faceva l’iper-papista fino a quattro anni fa; di fronte all’insistenza con cui si cerca di confondere la gente per poi dire – dopo aver seminato confusione – che le persone sono confuse, l’unica vera risposta è una reazione pacata ma ferma. Una reazione sdrammatizzante dal basso. Servono a poco o a nulla le controdeduzioni sul web o sui social, il batti e ribatti nei circoli autoreferenziali di chi vive occupandosi esclusivamente di quale cartuccia mediatica sparare contro il Papa. Nel caso di don Edward non si è trattato di tifoserie manipolate o “gestite” da qualcuno, non erano truppe cammellate venute lì per contestare un povero prete “resistente”.

No, era gente comune, che andando a messa la Domenica delle Palme non ha tollerato di sentire un prete che dal pulpito attaccava il Papa. L’arcivescovo di Pescara, Tommaso Valentinetti, ha invitato il sacerdote a prendersi qualche giorno di riposo lontano dalla parrocchia. E pare gli abbia espresso un pensiero riassumibile in questo modo: io sono nato quando il Papa era Pio XII. A me hanno insegnato a voler bene al Papa e ho voluto bene a Pio XII, a Giovanni XXIII, a Paolo VI, a Giovanni Paolo I, a Giovanni Paolo II, a Benedetto XVI e ora a Francesco.

Un prete ha tutto il diritto di avere delle obiezioni su questa o quella decisione dell’attuale Vescovo di Roma come dei suoi predecessori. Ha diritto di esprimerle, di scriverle, etc. Ma il popolo di Dio, a messa in parrocchia, ha tutto il diritto di indignarsi e di gridare un liberante “Basta!” se il prete usa il pulpito per sparlare del Papa. Un liberante “Basta!” dei semplici fedeli ci salverà.

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«I 90 anni di Ratzinger lontano dal mondo, ma non si è mai pentito». Intervista a Georg Gänswein

Posté par atempodiblog le 12 avril 2017

«I 90 anni di Ratzinger lontano dal mondo, ma non si è mai pentito». Intervista a Georg Gänswein
Il segretario alla vigilia del compleanno: “Ha voluto una festa alla bavarese”

di Paolo Rodari – La Repubblica
Tratto da: Cinquantamila

«I 90 anni di Ratzinger lontano dal mondo, ma non si è mai pentito». Intervista a Georg Gänswein dans Articoli di Giornali e News Georg_G_nswein

Novant’anni domenica prossima, il giorno di Pasqua, Joseph Ratzinger vive «serenamente» e «con lucidità» l’ultima tappa della sua vita.
Legge «i padri della Chiesa» coi quali si è formato da giovane, convinto di «aver fatto la cosa giusta» quell’11 febbraio del 2013, quando rinunciò. Non ricevette «alcuna pressione», allora, e oggi vive sereno «senza farsi provocare» da coloro che continuamente lo contrappongono a Francesco, il successore che per lui rappresenta una «ventata di aria fresca» nella Chiesa.
A Repubblica è monsignor Georg Gänswein a raccontare la vita di Benedetto XVI, nel ritiro del Mater Ecclesiae.

Come si avvicina Benedetto XVI al suo compleanno?
«È sereno, tranquillo e di buon umore. Vorrebbe fare solo una piccola cosa adatta alle sue forze. Verrà per qualche giorno anche il suo fratello Georg. Ed è questo per lui il dono più grande. A Pasquetta, un giorno dopo il compleanno, ci sarà un modesto festeggiamento alla “bavarese”, con una piccola delegazione dalla Baviera, fra di loro anche gli Schützen».

Fisicamente come sta?
«È un uomo di novant’anni, lucidissimo, ma le forze fisiche diminuiscono. Le gambe sono affaticate. Perciò, per essere più sicuro, si appoggia su un girello che gli garantisce autonomia e sicurezza nel movimento».

Suona ancora il piano?
«Di meno rispetto a un anno fa. Dice che le mani non obbediscono più come una volta o almeno non come dovrebbero obbedire per suonare bene».

Guarda la tv?
«Solo il telegiornale alle 20 o alle 20.30. Riceve L’Osservatore Romano e l’Avvenire e due giornali tedeschi. Tutti i giorni c’è inoltre la rassegna stampa che gli passa la Segreteria di Stato».

A quali letture si dedica?
«Soprattutto ai suoi grandi maestri, i padri della Chiesa che tanto l’avevano accompagnato negli anni in cui insegnava teologia, ma ama anche restare aggiornato sulle recenti pubblicazioni teologiche, le voci più importanti almeno».

Ha scritto un testamento?
«Il suo testamento spirituale è il libro su Gesù di Nazareth. Ovviamente ha fatto anche un suo testamento personale».

Parla mai dell’aldilà?
«Nel suo ultimo saluto a Castel Gandolfo, la sera del 28 febbraio 2013, accennò al fatto che lì iniziava per lui l’ultima tappa del suo pellegrinaggio terreno. Ogni giorno questa cosa è vera per lui. Ciò che si aspetta nell’aldilà l’ha ripetuto diverse volte quando ha “dialogato” con dei bambini sulla vita eterna».

In questi anni è mai ritornato sulla rinuncia?
«Non si è mai pentito. È convinto di avere fatto la cosa giusta, per amore del Signore e per il bene della Chiesa. Nella sua anima c’è una pace toccante, che fa capire che nella coscienza c’è la certezza di aver fatto bene davanti a Dio. La presenza della pace dentro di lui è un dono bellissimo conseguente alla decisione».

Ha avuto pressioni per dimettersi?
«No, per niente! L’ha detto lui stesso nel libro “Ultime conversazioni” di Peter Seewald; non ha avuto pressioni da nessun parte. Se ci fossero state, lui non avrebbe ceduto. Era divenuto consapevole di non avere più le forze necessarie per guidare la barca di Pietro che aveva necessità di un timone forte. Ha capito di dover ridare nelle mani del Signore ciò che aveva ricevuto da Lui».

Al Conclave si arrivò dopo i mesi burrascosi di Vatileaks. Ritiene che senza Vatileaks sarebbe mai stato eletto Bergoglio?
«Non credo che la faccenda “Vatileaks” abbia avuto un tale influsso sul Conclave. Benedetto ha seguito il Conclave alla televisione. Nel già citato libro di Seewald, un anno dopo le elezioni, disse che Papa Francesco era una bella boccata d’aria fresca; altri commenti non ha fatto».

Non mancano coloro che contrappongono il magistero di Benedetto a quello di Francesco. Lui è a conoscenza di questa operazione?
«Leggendo i giornali e vedendo le notizie non è possibile che Benedetto non si accorga che ogni tanto si fanno queste contrapposizioni. Ma non si lascia provocare da articoli o affermazioni del genere. Ha deciso di tacere e rimanere fedele a questa decisione. Non ha nessuna intenzione di entrare in diatribe che sente lontane da sé».

Si è mai pentito di essere rimasto vestito di bianco?
«È una questione che per lui non si poneva e non si pone. È stata una cosa naturale. Non vede problemi. Ha tolto il mantelletto e anche la fascia. Per lui è semplicemente una veste come un’altra».

Grande discussione nella Chiesa ha provocato “Amoris laetitia”. In particolare, per alcuni il testo avrebbe provocato confusione a livello pastorale. Benedetto XVI cosa pensa?
«Ha ricevuto una copia dell’Amoris laetitia personalmente da Francesco, in bianco e con autografo. L’ha letta accuratamente. Ma lui non commenta in nessun modo il contenuto. Certamente sta prendendo atto della discussione e delle diverse forme in cui è stato recepito».

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Funerali Emanuele Morganti, Mons. Loppa: “imparare a essere custodi della vita”, per non diventare “analfabeti del cuore”

Posté par atempodiblog le 1 avril 2017

Funerali Emanuele Morganti, Mons. Loppa (vescovo Anagni-Alatri): “imparare a essere custodi della vita”, per non diventare “analfabeti del cuore”
di Agenzia SIR

Funerali Emanuele Morganti, Mons. Loppa: “imparare a essere custodi della vita”, per non diventare “analfabeti del cuore” dans Articoli di Giornali e News Messa_per_Emanuele_Morganti

“Non bisogna vergognarsi di piangere davanti alla tomba di un amico, come ha fatto Gesù per Lazzaro”. È l’invito che ha rivolto oggi pomeriggio mons. Lorenzo Loppa, vescovo di Anagni-Alatri, ai partecipanti, nella chiesa di Tecchiena, frazione di Alatri, in provincia di Frosinone, ai funerali di Emanuele Morganti, ucciso ad Alatri fuori a una discoteca. “La violenza – ha sottolineato il presule – può scatenarsi anche per futili motivi. Quando Gesù dice che anche dare agli altri dello stupido o del pazzo con rabbia significa ‘uccidere gli altri’, ci vuole mettere in guardia da sentimenti di inimicizia e ostilità assecondati nel tempo. Abbiamo smarrito uno sguardo alla vita che abbia come punto di riferimento il bene comune e la dignità umana. La nostra è una crisi di civiltà, morale, spirituale: abbiamo un elevato tasso di litigiosità e un rapporto con i poveri non dettato dalla misericordia, ma dal fastidio”. In questo esplodere della violenza, ha aggiunto mons. Loppa, entra in gioco anche “una latitanza nell’educare di istituzioni statali, famiglia, scuola, mezzi di comunicazione sociale, Chiesa. Potremmo fare molto di più. Chiediamoci cosa stiamo facendo per i ragazzi che crescono, come accompagniamo gli adolescenti negli snodi fondamentali della vita”.

Malgrado le difficoltà e i dolori, la speranza non si spegne: “Da cristiani, sappiamo che la forza straordinaria della Pasqua è all’opera per trasformare il mondo. Basta guardare la propria vita con una maggiore generosità, una maggiore responsabilità e una maggiore passione per la felicità condivisa, scegliendo lo stile di Gesù, che è quello della non violenza, che si impara in famiglia. È lì che si impara ad essere servitori e custodi della vita oppure analfabeti del cuore”. Il vescovo ha suggerito “tolleranza zero” verso l’aggressività in tutti gli ambiti. “Noi crediamo che Emanuele viva in Gesù ora, ma anche che il mondo possa essere migliore, non rispondendo alla violenza con la violenza. Il nemico della morte non è la vita, ma l’amore: e l’amore di Dio è più forte di tutto”, ha concluso mons. Loppa.

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Card. Bagnasco: “Richiamare l’Europa alle sue radici cristiane è santa dissidenza”

Posté par atempodiblog le 1 avril 2017

Card. Bagnasco: “Richiamare l’Europa alle sue radici cristiane è santa dissidenza”
Il porporato sottolinea che i giovani possono denunciare che l’Europa è come “il Re nudo” e ricominciare a costruire il suo “abito vero” che “tutti amiamo”
di Salvatore Cernuzio – Zenit

Card. Bagnasco: “Richiamare l’Europa alle sue radici cristiane è santa dissidenza” dans Articoli di Giornali e News Card._Bagnasco

“I giovani possono dare dissidenza. Una dissidenza positiva e santa, non certo di altro tipo. E cioè un andare controcorrente e poter dire con amore, passione ed entusiasmo, ‘Il Re è nudo’, vale a dire che l’Europa così rischia di essere nuda, di non avere più niente della sua ricchezza, della sua bellezza. Allora andare controcorrente vuol dire ricominciare a costruire l’abito vero dell’Europa che tutti amiamo”. Lo afferma il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana e del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa, in un’intervista al Sir a conclusione dell’incontro promosso dal Ccee a Barcellona.

Secondo il porporato l’Europa è in crisi perché “ha negato se stessa e le sue origini e creduto di potersi rifare, ripensare e ridefinire a prescindere dalle proprie origini. Ma questo è impossibile. Da tutti i punti di vista. Se l’Europa continuerà a tagliare con le proprie origini, diventerà qualcos’altro ma non sarà migliore”.

Ecco allora – prosegue – che “la Chiesa vuole essere una presenza di riferimento, una maternità su cui contare anche se a volte questa maternità non sempre i giovani l’avvertono, purtroppo. Ma nella Chiesa ci deve essere e c’è”.

Una Chiesa che non può rinunciare alla presenza dei giovani, altrimenti sarebbe come “una famiglia senza figli”. Del resto – aggiunge – “la giovinezza in sé è la stagione che esprime, meglio di qualunque altra stagione della vita, il futuro, la speranza, l’immaginazione e il desiderio di partecipare e di esserci. E questo è un patrimonio che deve essere valorizzato, promosso, custodito e rilanciato. Questo vale per la Chiesa e per l’Europa”.

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La carezza della bimba che non vede

Posté par atempodiblog le 1 avril 2017

La carezza della bimba che non vede
C’erano cinquanta bimbi che non vedono dalla nascita, o divenuti ciechi per malattie gravissime, ad accogliere Francesco ieri pomeriggio. È Sophie, nove anni, ad alzarsi in piedi per conoscere al tatto il volto del Papa.
di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera

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«Ti voglio bene». La bambina si alza sulle punte e tende le braccia fino a sfiorare il viso di Francesco, ne percorre attenta i tratti con i polpastrelli, il capo chino, mentre il Papa la guarda come fosse lui a ricevere la benedizione, «ti voglio bene anch’io». La visita a sorpresa al centro per ciechi e ipovedenti «Sant’AlessioMargherita di Savoia» di Roma è l’immagine della misericordia che Bergoglio ha messo al centro del suo pontificato.

C’erano cinquanta bimbi che non vedono dalla nascita, o divenuti ciechi per malattie gravissime, ad accogliere Francesco ieri pomeriggio. Li hanno chiamati «Venerdì della misericordia», le visite agli esclusi che il Papa ha deciso di proseguire oltre il Giubileo. La misericordia come «realtà concreta» nella quale «Dio rivela il suo amore come un padre o una madre che si commuovono fin dal profondo delle viscere per il proprio figlio», spiegava: il verbo che nel greco dei Vangeli dice la compassione di Gesù, splanchnízomai, viene da splánchna, l’utero materno. E Francesco, accompagnato dall’arcivescovo Rino Fisichella, si avvicina ai bambini, li abbraccia e li carezza e li bacia sulla fronte, uno ad uno. È Sophie, nove anni, ad alzarsi in piedi per conoscere al tatto il volto del Papa. «L’amore condiviso, le parole», scriveva in «Elogio dell’ombra» un grande poeta cieco amico di Bergoglio, Jorge Luis Borges. Le mamme non trattengono le lacrime, Francesco ha gli occhi lucidi, «io prego per voi e voi pregate per me». Al piano di sopra ci sono 37
anziani, nella cappella ancora tanti ragazzini spesso affetti da disabilità plurime. Nessun discorso. «Francesco “tocca” la vita di persone delle quali la nostra società, oggi, neppure conosce l’esistenza», mormora monsignor Fisichella.

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Incontro con Gianna Jessen a La Spezia

Posté par atempodiblog le 29 mars 2017

Incontro con Gianna Jessen a La Spezia
della redazione di La Spezia Cronaca4

Gianna Jessen

Grande partecipazione ieri sera al teatro Palmaria del Canaletto, gremito di oltre quattrocento persone, per l’incontro con Gianna Jessen, la giovane donna americana sopravvissuta ad un aborto.

Era stata concepita da ventinove settimane e mezzo, e pesava poco più di un chilo. «Io sono viva grazie al potere di Gesù Cristo – racconta ad un pubblico attento e partecipe -. Non mi vergogno di essere cristiana. Gesù non è popolare, specialmente quando si tratta di parlare di Lui nello spazio pubblico. La classe intellettuale non lo trova sofisticato. Se non sono considerata sofisticata, va bene. Preferisco scegliere la saggezza. Non vedo perché dovrei raccontare una storia miracolosa e poi vergognarmi del Dio che ha compiuto il miracolo». L’aborto salino avviene per corrosione e il bambino viene espulso dal corpo della madre entro ventiquattr’ore dall’iniezione. Caso molto raro, Gianna non era morta quando venne alla luce. «Erano le sei di mattina, e il medico abortista di Planet Parenthood non c’era ancora. Così l’infermiera chiamò l’ambulanza. Ho un debito di gratitudine per l’infermiera!».

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Era solo l’inizio di una grande avventura. «Quando pesavo due chili dicevano che sarei morta. Ma io non muoio. Persino allora dicevano che quella bambina piccola aveva un incredibile desiderio di vivere. Fui poi trasferita ad una struttura affidataria, con persone orribili. Mi rinchiudevano in una stanza, che è molto traumatizzante per un bambino, perché non ha ancora la percezione del tempo. Mezz’ora può sembrare un anno. Finalmente, fui trasferita presso una persona bellissima, Penny. Avevo 17 mesi, pesavo 15 Kg. e mi era stata diagnosticata una paralisi cerebrale, causata dalla mancanza di ossigeno al cervello durante la procedura dell’aborto».

«Le femministe radicali dicono che l’aborto riguarda i diritti delle donne. Ma se conta solo questo, dove erano i miei diritti? Perché i diritti delle donne valgono solo se abortiste? Perché non vengo invitata alle marce per le donne in USA? Perché non vogliono sentire parlare una donna che non odia gli uomini?».

«E se il figlio è disabile? Questo argomento si sente spesso, a proposito dell’aborto. Ma è la più alta manifestazione di arroganza. Chi sei tu, persona sana, che si permette di giudicare? Come puoi tu decidere della mia qualità della vita? Che ne sai, che sono infinitamente più felice di chi ha tutte le capacità umane? Trovo anche interessante il fatto che non sarei disabile se non fossi stata sottoposta ad aborto…»

«Considero la paralisi un grande dono. Ho avuto problemi neurologici, specie negli ultimi anni, con grandi difficoltà di equilibrio. Sembra sia effetto diretto del trauma al cervello durante la nascita. Cammino zoppicando, ma in USA vivo una vita normale, guido la macchina, etc. Per camminare ho bisogno di tenermi al braccio di qualcuno, perché è come se il mio cervello mi dicesse “fermati”. Non so se si può guarire. Ma non mi arrenderò mai. Non mi importa se dovrò gattonare fino in cielo».

«E’ un grande onore gattonare fino in paradiso appoggiandomi al braccio forte di Gesù. Voi siete capaci di alzarvi e camminare liberamente? Allora fatemi un favore, non lamentatevi. Il senso dell’equilibrio ha così tanti effetti. Vi è stato dato un grande dono, riconosctelo! Grazie Gesù! Non è popolare parlare di Gesù. Ma se la gente non riesce a capire perché sei felice nonostante abbia sempre bisogno del braccio di qualcuno, questo significa che vogliono sentire parlare di Gesù. Se devo attraversare tutto questo affinché una sola persona debba conoscere Gesù, rifarei tutto dall’inizio. E’ un onore».

«Quando mi diagnosticarono la paralisi, dissero alla cara Penny che sarei rimasta paralizzata tutta la vita. Ma sottovalutavano il potere di una donna buona. E a Dio niente è impossibile. Penny pregava per me e faceva fisioterapia per me tre volte al giorno. Cominciai a tenere su il collo sulla testa. “Farà solo quello”, dicevano. Poi cominciai a gattonare, poi a camminare. Dieci anni fa, ho corso due maratone. Non sono un atleta. Ma non è questo il punto, il punto è completarle. Ci misi sette ore, a Londra otto. Erano rimasti solo i servizi medici. Ora vorrei scalare una montagna. Non contemplo la sconfitta. Se continuo a considerare la cima della montagna nella mia mente, vinco».

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«Poi venni adottata dalla figlia della madre affidataria. Così, molto inusualmente, Penny diventò mia nonna. Ma rimasi legata a lei come madre. Credo che Dio sapeva che il mio spirito si sarebbe infranto se mi fossi staccata da Penny. Per il resto, la mia adozione è stata una sfida. Già da bambina ero incompresa. Non veniva apprezzata la mia forte volontà. Era considerata sfidante. Ma ero abbastanza dolce, se posso dirlo di me stessa. Ci vuole una volontà forte per sopravvivere ad un aborto, imparare a camminare e re-imparere, dopo un’operazione alla spina dorsale a dieci anni, viaggiare, raccontare questa storia, parlare di Gesù. Se avete un bambino con una volontà forte, non rimproveratelo, ma educatelo. Di fronte ad una forte pressione, gran parte delle persone scappano, chi ha volontà forte resiste».

«Mi chiedono sempre: “Hai mai incontrato tua madre? E’ stato un incontro commovente, come in un film? Stavo nel mezzo di un evento come questo. Mentre salutavo tutti, una donna si avvicinò, senza preavviso. “Ciao, sono tua madre”, disse. Immediatamente iniziai a pregare tra me. “Aiutami Gesù!”. Sentivo come se l’universo mi stesse cadendo addosso. Ma sapevo che la mia battaglia non è contro di lei, come so che la mia battaglia non è contro una donna che ha avuto uno o più aborti, o contro un uomo che ha pagato per un aborto. Se volete essere liberi da un aborto fatto, pregate Gesù. Lui è morto sulla croce anche per quell’aborto. Perché non accettare questa possibilità di misericordia? Se avete avuto un aborto, non interpretate la mia voce come una condanna. Sarebbe una voce sbagliata. Dovete invece ascoltarla come voce della grazia, che è Gesù. Tornando all’incontro con mia madre, le risposi: “Sono cristiana e ti perdono”. “Non voglio il tuo perdono”, replicò la madre, aggiungendo: “sei una disgrazia per la mia famiglia” e iniziò a parlar male di mio padre, adirata. In quel momento, Dio mi disse che cosa fare. “Sono cristiana e ti perdono, ma non ti permetterò di parlarmi oltre in quel modo”, dissi. Me ne alzai e andai via. Perché vi racconto questo? Perché non possiamo essere definiti dalla nostra origine. Forse avete avuto una vita difficile. Ma non siete obbligati a essere vittime. Il vittimismo porta ad una prigione interiore. Tu puoi essere il primo della tua famiglia a fare qualcosa. E’ Gesù che mi definisce. Sta a voi scegliere, oggi, se volete vivere come vittime o nella vittoria».

«Chiedo scusa a tutti gli uomini da parte delle femministe, che vi dipingono come cattivi solo perché uomini. Certo, siamo uguali in valore e dignità, ma anche differenti. Questo è ovvio, ma, per qualche motivo, oggi bisogna parlare anche di cose ovvie, perché non tutti le percepiscono. Ci sono tante donne che hanno piacere a essere donne. Credo che il fatto di non permettere alle donne di essere tali e agli uomini di essere tali abbia creato molti problemi. Non mi dà fastidio se un uomo mi aiuta in quanto donna. Le donne sono fatte per essere adorate. Alcune delle donne più arrabbiate che ho incontrato sono semplicemente arrabbiate con un solo uomo, che non ha avuto cura di lei, tipicamente il padre. Perché era passivo o non coraggioso o violento o negligente o rimaneva in silenzio quando non doveva. Per questo, hanno voluto punire gli uomini».

«Uomini, voi siete fatti per essere coraggiosi, non passivi. Siete fatti per difendere uomini e bambini, non per usarci e abbandonarci. Potreste considerare di sposare una donna prima di andare a letto con lei. Non voglio essere usata e dimenticata. Voglio un uomo d’onore. E’ possibile guardare le donne con un cuore puro. Forse siete stati promiscui, o dipendenti dalla pornografia. Ma, se non volete essere questo tipo di uomo, chiedetelo a Gesù. Parlategli di tutto questo, ditegli che non riuscite a essere l’uomo che vorreste. Chiedetegli cuore puro e mente pura. Ve li darà. C’è molto più potere nella purezza che nell’impurezza».

«Giovani donne, non serve andare dietro ai ragazzi, mendicando la loro attenzione e approvazione. E’ lui che dovrebbe portarvi in giro, pagarvi quello che mangiate, essere fantastico. E’ lui che deve cacciarci. E’ nel suo sangue, gli dovete solo dare la chance di essere uomo. Forse state pensando che non so quello che dico. Potete prendere questa verità o ignorarla, ma non potrete dire che non vi è stato detto. Forse queste cose non sono popolari. Ma non sono sopravvissuta all’aborto per essere popolare. Ho attraversato l’inferno, posso sopportare anche qualcosa in più».

Rispondendo ad una domanda di Giorgio Celsi, presidente nazionale e fondatore dell’associazione “Ora et labora per la vita”, che organizza veglie di preghiera all’esterno di ospedali dove si praticano aborti, la Jessen ha incoraggiato alla testimonianza pubblica, «pacifica e gentile. Credo sia cruciale l’avvicinarsi in spirito di amore, dignità e grazia alle persone che sono in crisi, tra cui quelle sull’orlo di un aborto. Ascoltare è fondamentale. Durante una contro-manifestazione ad una marcia per la vita, alcune gridavano per i diritti donne. Ho iniziato anch’io a gridare verso di loro: “Non capite quanto siete amate da Gesù? Non importa quello che è successo, Gesù vi ama ancora!”. Le ho choccate. Si aspettavano che le insultassi a mia volta».

Prima di Gianna Jessen ha parlato il dottor Paolo Migliorini, già primario di ostetricia e ginecologia all’ospedale di Massa. Negli anni ’70, dopo l’approvazione della legge sull’aborto, «per superficialità ed opportunismo», divenne medico abortista, conforme alla moda radical-chic. «Iniziai a pormi la questione morale, ma con molta pigrizia. Poi ebbi la fortuna/sfortuna di fare un taglio cesareo su cadavere e il bambino che ho estratto dal ventre materno ora ha trentatre anni. Mia moglie mi regalò un libro: “Ipotesi su Gesù”. Mi fece riflettere e capire che la strada per avere un perdono era molto difficile, ma era solo quella della misericordia di Dio». «L’attacco all’obiezione di coscienza c’è sempre stato. Ma adesso probabilmente la politica e la lobby abortista hanno acquisito consapevolezza che i medici sempre più frequentemente smetteranno di fare aborti. Chi fa aborti fa un’esperienza devastante, che alla lunga lo costringere a smettere. Si potrebbe proporre che ai sostenitori della legge abortista venga insegnato come si fa, e poi gli aborti li fanno loro. Per questo sono molto preoccupati». «Un episodio particolare? Riguarda una studentessa universitaria che abortì anche per mia responsabilità. Lei non voleva, ma tutti attorno a lei volevano che abortisse. Dopo alcuni mesi, la madre mi chiese aiuto perché la figlia aveva problemi psichiatrici. Mi fece leggere una lettera che la ragazza aveva scritto a se stessa, con la grafia e gli errori di ortografia di un bambino delle elementari: “Cara mamma, sono molto dispiaciuto che non ci siamo potuti conoscere, ma sono ancor più dispiaciuto che non ci potremo mai incontrare, perché, dove sono io, le mamme che uccidono i propri bambini non possono venire”».

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Introdotta dal presidente Mario Polleschi, una volontaria del Centro di Aiuto alla Vita della Spezia, Anna, ha letto la lettera scritta nel 2013 da una signora spezzina, che non se l’è sentita di venire a portare la propria testimonianza dal vivo. Rimasta incinta del quarto figlio e avendo perso il lavoro un anno prima, Paola sembrava non avere alternative all’aborto, specie secondo l’opinione dei suoi conoscenti. Però era titubante. Trovò un opuscolo del CAV e rimase stupita della tempestività con cui una volontaria rispose alla sua richiesta di aiuto, anche materiale. “Spiegai in breve la mia situazione – dice la lettera -, e vedevo che lei capiva. I miei dubbi, però rimasero. Il giorno fissato per l’aborto chimico utilizzando la pillola RU486, mi recai in ospedale e, per una serie di coincidenze fortunate – o forse il Signore mise la sua mano -, ebbi modo di prendere coscienza della mia volontà. Con mia sorpresa mi senti meglio, allora capii… Il medico arrivò in ritardo, e questo mi diede modo di pensare. L’infermiera mi diede la pastiglia per la “revisione”, il modo in cui i medici chiamano l’aborto. Dietro sua insistenza, la misi in bocca. Mi chiese di bere l’acqua davanti a lei e me lo chiese insistentemente. Non ci riuscii e la sputai. In una frazione di secondo, io ed il mio bambino avevamo deciso per la vita . Fu un momento forte, definibile come istinto di sopravvivenza di mio figlio, già presente”.

A trarre la riflessione finale è stato don Franco Pagano, rettore del seminario, che ha portato i saluti del vescovo Luigi Ernesto Palletti. «Viviamo di messaggi rapidi, di risposte senza radici. Viviamo di emozioni che non ci permettono di cambiare noi, figurarsi il mondo. Portiamo nel cuore, senza giungere a conclusioni affrettate, quanto abbiamo ascoltato oggi! In ogni situazione Dio ci vuole lasciare un messaggio. Da sacerdote, non di rado incontro persone che sono state coinvolte in un aborto. Si può sempre vedere la presenza del Signore, che dà un’opportunità di grazia anche per chi ha vissuto un’esperienza di morte. Il male non si vince opponendo altre male, ma costruendo il bene. Approfittiamo di questa opportunità di riflessione, davvero ricca, che ci è stata data proprio in Quaresima per dare nuova forza al nostro cammino!».

Due giovani volontari dell’associazione ProVita hanno presentato un filmato sulla settima Marcia nazionale per la vita, a cui parteciperà anche Gianna Jessen. Si terrà a Roma sabato 20 maggio, e un pullman verrà organizzato in partenza anche dalla Spezia.

L’incontro è stato presentato da Simona Amabene, giovane originaria di Roverano, che ha fondato la “Costola Rosa”, opera di evangelizzazione orientata ad aiutare le donne a fare esperienza dell’amore di Dio.

Al termine, una lunga fila si è creata verso il palco per poter parlare personalmente con Gianna Jessen, che si è intrattenuta a lungo in teatro.

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I tifosi della legalità bloccano l’ambulanza

Posté par atempodiblog le 28 mars 2017

I tifosi della legalità bloccano l’ambulanza
Viaggiava a sirene spiegate ma due cittadini l’hanno fermata perché contromano: denunciati
di Massimo Massenzio – La Stampa

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I due attivisti hanno ripreso il blocco al mezzo di soccorso con i loro telefonini e poi hanno pubblicato il filmato salvo rimuoverlo dopo pochi giorni

«Al grido di “vergogna, vergogna” li abbiamo fatti tornare indietro in retromarcia». Il post sulla pagina Facebook di Torino Sostenibile, cancellato qualche giorno fa, racconta l’assurda «impresa» di Claudio e Paolo, due automobilisti che lo scorso 20 marzo hanno sbarrato la strada a un’ambulanza della Croce Rossa di Beinasco che stava trasportando un paziente con un’emorragia interna. Era appena uscita dall’ospedale San Luigi e, per evitare il traffico delle 16, l’autista aveva imboccato in contromano l’ingresso dell’Interporto di Orbassano, una manovra che ha talmente indignato i due “paladini” del codice della strada da spingerli a improvvisare un posto di blocco. A nulla sono valse le spiegazioni dell’operatore del 118: il mezzo è dovuto tornare indietro, perdendo almeno una ventina minuti nel traffico della circonvallazione.

INTERVENTO D’URGENZA
Poco dopo il paziente è stato ricoverato alle Molinette e sottoposto d’urgenza a un intervento chirurgico salvavita, mentre in serata Claudio, di professione tassista, ha cercato gloria sui social network: «L’ambulanza entra in contromano senza nessun motivo e avanza decisa», ha scritto. Corredando il racconto con tanto di fotografie che hanno reso possibile l’identificazione del suo compagno di avventura: «Meno male che sono volontari che aiutano i cittadini nel momento del bisogno, ma almeno quando girano a vuoto non mandino le persone all’ospedale per colpa loro».

Il post è rimasto online per qualche ora, incassando molti «like», qualche esplicito plauso ma anche diversi commenti perplessi. Alcuni utenti hanno fatto notare che ai mezzi di soccorso, con lampeggianti accesi, è concesso derogare alle norme del codice della strada e fermare un’ambulanza, in qualsiasi caso, non è mai una grande idea. Alla fine il racconto e le foto sono stati rimossi, ma Claudio e Paolo sono stati comunque denunciati per interruzione di pubblico servizio.

LA DENUNCIA
«Ritengo doveroso tutelare la mia associazione da eventuali azioni legali che potrebbero essere intraprese in seguito a un possibile aggravamento del paziente trasportato – ha spiegato Davide Castelli, presidente della Croce Rossa di Beinasco, che ha sporto querela presso i carabinieri di Beinasco -. Ma voglio soprattutto difendere il mio personale che lavora ogni giorno».

Castelli è stato contattato da Claudio e Paolo, che hanno provato a scusarsi in tutti i modi, ma per il momento non ha nessuna intenzione di ritirare la querela: «Nonostante le spiegazioni del nostro autista, che si è comportato in maniera ammirevole, senza reagire a insulti e provocazioni, quei due soggetti hanno continuato il blocco. Mentre uno filmava la scena, il secondo ci ha fatto perdere ulteriore tempo chiedendo le generalità del nostro operatore. Come fosse un tutore dell’ordine. Solo grazie all’intervento dell’infermiera è stato possibile fare retromarcia». Il presidente della Cri si augura che episodi come questo non si debbano più ripetere: «Il servizio che garantiamo noi e tutte le realtà come la nostra, 365 giorni all’anno e 24 ore su 24, non è un gioco. Chi si permette di fermare un’ambulanza in corsa per avere un “mi piace” su qualche social network si deve rendere conto della gravità di quello che sta facendo».

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ll lato oscuro dei paesi felici

Posté par atempodiblog le 21 mars 2017

ll lato oscuro dei paesi felici
Norvegia, Svezia, Danimarca, Finlandia, Islanda. Le classifiche sul benessere li premiano sempre ma perché i paesi felici hanno tassi di suicidi così alti? Numeri di una controstoria
di Giulio Meotti – Il Foglio
Tratto da: Radio Maria

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Oslo ha appena scalzato Copenaghen in testa all’indice delle Nazioni Unite della felicità

A domanda dove si trovi il paese più felice del mondo, ci si sente rispondere che si trova da qualche parte lassù, in Nord Europa. In effetti, Norvegia, Svezia, Danimarca, Finlandia e Islanda svettano da ormai dieci anni in tutte le classifiche mondiali dei paesi più beati. Oslo ha appena scalzato Copenaghen in testa all’indice delle Nazioni Unite della felicità. Sono fra i paesi più bui e freddi del mondo, per cui questi altissimi tassi di felicità devono dipendere dal tipo di società che hanno costruito. “Un paese con le tasse al sessanta per cento e dove tutti sono felici di pagarle”, come l’Observer ha definito la Svezia. Una volta sono le prigioni norvegesi “superiori” a qualsiasi altro penitenziario del pianeta. Un’altra sono le strade svedesi, le più sicure al mondo.

Questi cinque paesi possono vantare il sistema scolastico più all’avanguardia (Finlandia); un esempio di società laica, multiculturale, moderna e industriale invidiata da tutti (Svezia); una ricchezza petrolifera colossale reinvestita in cause etiche (Norvegia); la società con la parità di genere più intensiva del mondo e gli uomini più longevi (Islanda). Come ha scritto il cabarettista Magnus Betner, ci immaginiamo la Svezia come “una nazione di belle persone che cantano canzoni felici in appartamenti modernisti eleganti”. O come ha scritto Judith Woods del Telegraph: “Vorremmo tutti essere scandinavi!”. E lo vorrebbero essere i progressisti di tutto il pianeta, da Bernie Sanders a Paul Krugman. “Se volete il sogno americano, andate in Finlandia”, ha detto il laburista inglese Ed Miliband.

Ma il giornalista Michael Booth nel suo libro lo ha chiamato “The Almost Nearly Perfect People”. Un popolo quasi perfetto. Quasi, appunto. Perché a sbirciare meglio in queste società nordeuropee si scopre un quadro meno edificante. Non c’entra niente Anders Breivik. C’entrano gli indicatori di base della società. Se questi scandinavi sono così felici, perché sono i più grandi consumatori al mondo di farmaci antidepressivi?

Un rapporto Ocse suggerisce che gli stati d’animo dei popoli scandinavi possono essere legati alla chimica. Secondo il rapporto, il trenta per cento delle donne islandesi ha avuto una prescrizione di antidepressivi nella vita. Si stima che il 38 per cento delle donne danesi e il 32 per cento per cento degli uomini danesi riceveranno un trattamento di salute mentale a un certo punto durante la loro vita. Paesi omogenei e chiusi, visto che l’InterNations Expat Insider 2016 survey pone la Danimarca in testa alle classifiche mondiali dei paesi dove “è più difficile fare amicizia”.

La Svezia ha un altro record. La città di Göteborg ha mandato più terroristi per abitante a combattere con lo Stato islamico di qualsiasi altra città in Europa. La seconda città più grande della Svezia, un paese che si fregia di essere pacifista e neutralista, vede i suoi abitanti particolarmente impegnati in un progetto: la guerra santa islamica. La Svezia è diventato un caso da manuale, con articoli come quello di Foreign Policy: “Dal welfare state al califfato”. Felicità fatta di contraddizioni, se pensiamo che i norvegesi sono orgogliosi del loro ambientalismo tanto quanto pompano più di un milione e mezzo di barili di petrolio al giorno.

Svezia e Danimarca sono anche i paesi in Europa dove si registra il più alto numero di aggressioni sessuali. Un popolo di predoni o mera isteria in quella che il Guardian ha definito “la società di maggior successo che il mondo abbia conosciuto”? Nel 1994, la Svezia divenne il primo paese al mondo con metà Parlamento composto di sole donne. Da allora ha battuto ogni record mondiale di parità di genere.

Come ha fatto questo esperimento a cielo aperto a diventare il secondo paese al mondo per numeri di stupri, seconda soltanto a Lesotho? James Traub su Foreign Policy l’ha chiamata “la morte del paese più generoso sulla terra”. La Svezia si colloca al secondo posto tra i paesi con il maggior numero di
violenze sessuali al mondo con 53,2 stupri ogni 100 mila abitanti, superata solo dal piccolo stato del Lesotho, nell’Africa del sud, che registra 91,6 abusi sessuali ogni 100 mila abitanti.

Paesi felici ed eugenetici. Il numero di bambini nati con sindrome di Down in Danimarca è diminuito drasticamente negli ultimi anni, tanto che entro il 2030 potrebbe già essere un brutto ricordo. La Danimarca vuole diventare “il primo paese ‘Down free’”.

Nel 2015, il 98 per cento delle donne incinte con bambini Down ha scelto di avere un aborto. “Ci stiamo avvicinando a una situazione in cui quasi tutte le gravidanze vengono interrotte”, ha detto alla stampa danese Lilian Bondo, a capo dell’associazione di ostetricia Jordemoderforeningen. La Danimarca è seconda al mondo per equa distribuzione del reddito, terza per l’indice di democrazia, sesta per qualità ambientale, settima per ricchezza pro capite e ottava per libertà economica, lavora meno ore all’anno di qualunque altro paese al mondo, ma è anche un paese dove ogni anno nascono soltanto due bambini Down per scelta e trentadue per “errore diagnostico”. Lo teorizzano pure ideologicamente come “sorteringssamfundet”: ordinamento della società.

La Svezia invece ha il record di bambini confusi col proprio genere sessuale. Louise Frisén, psichiatra infantile all’Ospedale pediatrico Astrid Lindgren, ha appena detto all’Aftonbladet che nel 2016 ben 197 bambini si sono proposti per una “transizione” e cambiare sesso: “C’è un aumento del cento per cento
ogni anno, e le persone che stiamo vedendo sono più giovani e sempre più bambini”. Il capo della squadra identità di genere del Karolinska University Hospital, Cecilia Dhejne, ha detto che l’aumento dei bambini infelici con il proprio gender riflette “una maggiore apertura” nella società svedese.

I felicissimi scandinavi hanno altissimi tassi di suicidi. O per dirla con Times magazine, “perché i paesi più felici hanno i tassi di suicidi più alti”. E non è colpa del freddo, visto che negli Stati Uniti le Hawaii spiccano per suicidi. Più di un decennio dopo il libro di Arto Paasilinna “Piccoli suicidi tra amici”, il tasso di suicidi della Finlandia è ancora il doppio di quello dell’Unione europea ed è superato solo dal Giappone. Il sociologo Herbert Hendin nel libro “Suicidio e Scandinavia” incolpa la mentalità scandinava di rompere molto presto il legame fra i figli e i genitori per facilitare l’autodeterminazione. E’ nella danese Groenlandia la “capitale mondiale dei suicidi”. Un tasso pro capite 24 volte superiore a quello degli Stati Uniti.

I finlandesi hanno anche il primo tasso di omicidi pro capite d’Europa. Felicissimi e solissimi. In Svezia, in trent’anni, il numero di persone ai funerali è passato da 49 a 24. In Svezia si muore soli più che altrove nel resto del mondo. Stoccolma è nota come “la capitale mondiale dei single”. Uno svedese su dieci se ne va al creatore senza parenti. Tre appartamenti su cinque hanno un solo abitante. E’ il posto al mondo dove le donne ricorrono di più all’autoinseminazione artificiale. Arriva un kit a casa con il corriere e formano da sole una famiglia. La Danimarca non è meno sola. Secondo “People in the EU”, una nuova pubblicazione di Eurostat, i danesi al 45 per cento vivono da soli, seguiti da un altro paese felice, la Finlandia.

La Norvegia ha un altro record: è “la capitale mondiale dell’eroina”: le acque delle fogne di Oslo contengono più anfetamine di qualsiasi altro paese europeo e ha il più alto numero di morti per overdose del resto del continente. Certamente si sta benone in Nord Europa. Ma questa “Scandimania” ha qualcosa di grottesco. Ogni società, compresa la solidalissima socialdemocrazia scandinava, ha i suoi bei guai. E c’è ancora speranza che un italiano medio, piazzato al quarantesimo posto dell’indice di felicità dell’Onu, possa essere più felice di un autodeterminato cittadino norvegese o finlandese.

Qualcuno ha paragonato gli ossequiosi scandinavi ai lemming, dal nome dei roditori, non molto diversi dai topi, che vivono sui monti della Svezia, della Norvegia e della Finlandia e che si precipitano giù dalle montagne finché raggiungono il mare. Come presi da una ossessione, si gettano nelle acque,
furiosamente, morendo a milioni, come se li spingesse un terrore incontenibile, una specie di panico e di psicosi collettiva.

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La giovane down che incanta la Francia

Posté par atempodiblog le 17 mars 2017

La giovane down che incanta la Francia
Voleva presentare il meteo e il Paese reale l’ha sostenuta: lo spot “dear future mom” rivive in lei con potenza centuplicata
di Davide Vairani – La Croce – Quotidiano

La giovane down che incanta la Francia dans Articoli di Giornali e News M_lanie_Segard

“Ciao, il mio nome è Melanie, ho 21 anni. Io sono diversa, ma voglio dimostrare a tutti che posso fare molte cose. Voglio dimostrarlo presentando il meteo in televisione. Per questo, ho bisogno di te. Mettete mi piace sulla mia pagina Facebook ‘Mélanie peut le faire’. Grazie!”.

Mélanie Segard lancia sui social l’appello il 27 febbraio 2017. Un capriccio? Una voglia di protagonismo fine a se stesso? Tutt’altro. Una scommessa sulla solidarietà della gente e sul livello di civiltà di un Paese. Questa giovane tosta, caparbia e dolcissima è disabile: ha la sindrome, detta anche trisomia 21. Una condizione cromosomica causata dalla presenza di una terza copia (o una sua parte) del cromosoma 21.La sindrome di Down è la più comune anomalia cromosomica nell’uomo, solitamente associata ad un ritardo nella capacità cognitiva e nella crescita fisica, oltre che ad un particolare insieme di caratteristiche del viso. Mentre tutti i casi diagnosticati presentano un ritardo cognitivo, la disabilità è molto variabile tra gli individui affetti. La maggior parte rientra nella gamma di “poco” o “moderatamente disabili”. La sindrome di Down può essere identificata in un bambino al momento della nascita, o anche prima della nascita, con lo screening prenatale.

Con l’aiuto di Unapei, associazione francese di genitori e amici di persone disabili per una società inclusiva e solidale, il progetto #melaniepeutlefairenorté è diventantato immediatamente virale: 100.000 like in 36 ore, 2 milioni di visualizzazioni per il primo video postato, decine di migliaia di condivisioni.locali e poi nazionali. I principali network, come France 2 e BFMTV, hanno raccontato la storia di Mélanie Ségard e in breve tempo la ragazza è riuscita a realizzare il suo sogno: presentare il meteo alla tv nazionale, in prima serata. Un traguardo che sembrava irraggiungibile e che invece è diventato realtà. L’obiettivo era di arrivare a 100 mila like: in una sola settimana ne sono arrivati più di 215 mila. Il caso ha attirato l’attenzione dei media francesi, prima locali e poi nazionali. I principali network, come France 2 e BFMTV, hanno raccontato la storia di Mélanie Ségard e in breve tempo la ragazza è riuscita a realizzare il suo sogno: presentare il meteo alla tv nazionale, in prima serata. Un traguardo che sembrava irraggiungibile e che invece è diventato realtà.

Il 14 Marzo Melanie è andata in onda su France 2 ed è diventata subito Miss Meteo. Melanie non può né leggere né scrivere. Ma grazie alla sua tenacia e all’aiuto degli operatori di France2 si sono trovati una serie di accorgimenti che l’hanno aiutata a condurre uno dei migliori meteo di sempre della rete tv.

La riprova? Gli spettatori sono stati numerosi a partecipare a questo evento televisivo: erano più di 5,3 milioni, che rappresentano il 20,7% di share. E’ enorme, ed è un pubblico record per il canale dal settembre dello scorso anno, scrive La Parisienne. Anaïs Baydemir, giornalista, ha affiancato nella diretta Melanie con una dolcezza infinita, senza mai sostituirsi ad essa. Si sono inventati uno schermo verde sul quale hanno costruito una mappa in modo che Melanie potesse disegnare. “Immagina di essere da sola in casa e di raccontare a te stessa le previsioni meteo”, la rassicura Nathalie Rihouet, capo del servizio meteo di France 2. “Fare le previsioni meteo è come raccontare una storia!” le ha detto subito Melanie. Ha capito subito lo spirito con il quale doveva affrontare questa prova. Con il sorriso e la simpatia. E con intelligenza. Le raccomandazioni dietro le quinte sono state numerose e molte volte provate e riprovate insieme. Per mostrare le regioni è necessario spostarsi lungo una linea immaginaria. E sempre guardare la telecamera. Nathalie Rihouet le mostra i pittogrammi con una nuvola qui e allora ci vuole l’ombrello per uscire, un sole là e allora si può uscire con un abbigliamento leggero. Ciak si va in onda. “Ci sono nuvole di Bretagna a Paesi Baschi. Vuoi dirci allora che cosa succede?”, chiede il presentatore Chloe Nabédian. “ E allora come la gente deve uscire domani in quei posti?” – le aggiunge. Melanie esita un attimo e poi prontissima: “Direi: coprirsi, sarà freddo”. Nel corso della diretta Melanie si scioglie e alla fine tutta contenta dichiara “E ‘un lavoro! Ma lo farò. Il mio sogno era quello di mostrare il tempo per le persone. Ed ora lo sto facendo”.

Il successo di questa operazione “offre speranza a migliaia di persone con disabilità che sono troppo spesso invisibili”, ha detto l’associazione Unapei. La presenza di persone disabili è ancora “molto marginale” in televisione, secondo il Consiglio Superiore dell’Audiovisivo (CSA). Solo lo 0,8% degli individui visto in televisione nel 2016 sono stati percepiti come portatori di handicap. Nel 2013, una giovane donna con la sindrome di Down, Laura Hayoun, ha presentato i titoli del mattino su BFM TV e ha fatto un colloquio su RTL. Marin Gerrier, 12, da parte sua aveva partecipato come redattore nella preparazione di un’edizione di “di giorno”. Il mese scorso, Madeline Stuart, un australiano con sindrome di Down di 20 anni, che aveva marciato a New York nel settembre 2015, ha presentato la sua prima collezione durante la settimana della moda. “La totale mancanza di conoscenza, l’ignoranza, la paura provoca distanza”, dice il giocatore di tennis in sedia a rotelle Michael Jeremiasz, medaglia parolimpica francese, che ha creato l’associazione “Come gli altri”. “Questo è ancora più vero per le persone con disabilità mentale, perché sono meno visibili nella società in generale, non solo nei media”, ha aggiunto.”E ‘molto importante che noi giudichiamo meno il nostro aspetto e di più le nostre capacità”, ha detto Lahcen Rajaoui Er, presidente di “Noi”, Associazione francese delle persone con disabilità intellettiva.

E Melanie è già pronta per un altro sogno: “Diventare un artista di trucco per prendersi cura delle persone e delle stelle del cinema”. Alla faccia dei danesi e di tutti coloro che pensano sia giusto eliminare prima che nascano persone con disabilità. Oggi il 98% delle donne incinte danesi a cui viene diagnosticato che il bimbo è affetto dalla sindrome abortisce. I dati, impressionanti, sono del Cytogenisk Centralregister della clinica universitaria di Aarhus. Quasi solo religiose, e della minoranza cattolica, le voci che dissentono. Ci si chiede se non si sia ”andati troppo oltre”, fino a sfiorare l’anticamera di una mentalità eutanasica di massa. Conseguenza della decisione dell’Autorità sanitaria danese nel 2004 di dare possibilità gratuita alle mamme di effettuare un esame di screening prenatale non invasivo (Nipt) alla nona settimana di gravidanza, la translucenza nucale alla dodicesima, ed eventualmente l’amniocentesi entro la ventesima, garantendo al 99,3% la certezza della diagnosi. “Se c’è la diagnosi, si abortisce. Nessuno pone domande”, spiega Thomas Hamann, presidente dell’Associazione nazionale per la sindrome di down (Landsforeningen Downs Syndrom). Nel 2014 sono nati 2 bambini Down per scelta, 32 per “errore diagnostico”.

Melanie e le tante ragazze Down come lei sono la dimostrazione che la disabilità non è. La disabilità non è Melanie. Melanie è molto di più. E’ una persona che come tutte le persone ha voglia di vivere e di mostrare a tutti che se si vuole si possono realizzare i propri sogni. Sogni di libertà. Sogni di una vita normale. Sogni che hanno il diritto di essere realizzati. Sogni che una società e uno stato che si definiscono moderni non possono che sostenere e accompagnare. Non distruggere. La vita vale sempre la pena di essere vissuta fino in fondo. Sempre.

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La festa della donna

Posté par atempodiblog le 9 mars 2017

La festa della donna
Il coraggio di Patience, che è fuggita dagli uomini di Boko Haram con sua figlia nella pancia. La schiavitù e lo stupro delle donne sono necessari all’islamizzazione, e le donne in Nigeria vengono rapite dalle case, dalle scuole, dalle chiese.
di Annalena Benini – Il Foglio
Tratto da: Radio Maria

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“Sei incinta?”, chiese uno dei miliziani alla donna che stava balbettando i versi in arabo, la professione di fede islamica che gli uomini di Boko Haram pretendono da tutte le donne rapite.
“No, non sono incinta”, rispose la ragazza nigeriana, portandosi le mani alla pancia. Ma il soldato le
allontanò le mani e tutti videro che aspettava un bambino.
Le ordinarono di inginocchiarsi, ma lei non voleva, aveva paura. La afferrarono per le braccia e la costrinsero a stendersi per terra, lì nell’accampamento.
Davanti alle altre donne terrorizzate, alle nuove prigioniere e a quelle trascinate lì già da tempo, davanti agli altri miliziani che non possono mai diminuire la loro ferocia, perché altrimenti vengono decapitati in quanto traditori di Allah.
La ragazza era sdraiata, il soldato non aveva ancora vent’anni ma aveva lo sguardo feroce: le si avvicinò e le tirò su la camicia, scoprendole la pancia. Poi si rialzò in piedi e tirò fuori il machete dal fodero. Prese le misure di quella pancia viva, passandoci sopra con il coltello.

Patience aveva diciannove anni ed era a sua volta incinta, rapita nel suo villaggio dagli uomini che hanno ammazzato suo marito e sua madre. Guardava quella scena e non riusciva a chiudere gli occhi. “Non lasceremo venire alla luce bambini cristiani”, urlò il ragazzo. “Allahu Akbar!”, risposero in coro i suoi uomini. Affondò il coltello nella pancia della ragazza, strappò il feto e lo lanciò nel prato. Lasciarono lei a morire così, dissanguata, nel 2015. Patience svenne ma le altre donne le dissero poi di non preoccuparsi, che non era successo niente, e che comunque non c’era niente che potessero fare.
Patience per la prima volta, dopo gli stupri nella foresta, la fame, le botte con il calcio delle mitragliatrici, le marce forzate, la paura continua, l’angoscia, ebbe il timore di diventare pazza. Solo orrore intorno a lei, solo uomini che costringono donne rapite a sposarli, oppure le ammazzano, e si tagliano la testa a vicenda quasi ogni giorno, seguendo la lista dei traditori.

I traditori sono gli assassini di cristiani, ma non sufficientemente convinti, non abbastanza esaltati. I decapitati vengono trascinati nelle cucine, fatti a pezzi e offerti come cibo a tutti, comprese le prigioniere, perché “il sangue dei traditori fortifica”.
La schiavitù e lo stupro delle donne sono necessari all’islamizzazione, e le donne in Nigeria vengono rapite dalle case, dalle scuole, dalle chiese. Hanno festeggiato l’8 marzo con un altro stupro, o con una conversione alla ferocia, oppure hanno cucinato carne umana.
Questa però è la storia vera di Patience, raccontata alla scrittrice e giornalista tedesca Andrea C. Hoffmann. “Sono stata all’inferno” (Centauria) è la storia del rapimento e della fuga dall’accampamento di Boko Haram, grazie a un miliziano pentito, certo che quella sera stessa la decapitazione sarebbe toccata a lui. Sono scappati insieme, fingendo di trasportare acqua per i miliziani assetati. Patience con la sua bambina nella pancia, il miliziano con i suoi rimorsi nel cuore. Ce l’hanno fatta. Ma la vita dopo la prigionia non è ancora una vita libera: le sofferenze subite dalle ragazze rapite le condannano al disprezzo generale, sono la feccia della società.
Patience adesso ha solo la sua vita, e sua figlia da crescere da sola, e il ricordo costante dell’orrore.

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Save the Children: le “ferite invisibili” dei bimbi siriani

Posté par atempodiblog le 8 mars 2017

Save the Children: le “ferite invisibili” dei bimbi siriani
Tratto da: Radio Vaticana

Save the Children: le “ferite invisibili” dei bimbi siriani dans Articoli di Giornali e News Bimbi_siriani

In Siria, quasi sei milioni di bambini vivono ancora sotto i bombardamenti, un bambino su quattro rischia conseguenze devastanti sulla salute mentale. Sono solo alcuni dei terribili dati contenuti nel rapporto “Ferite invisibili” della organizzazione Save The Children, a sei anni dall’inizio della guerra nel Paese. Francesca Sabatinelli:

Per molti di loro, si parla di tre milioni, non esiste altro che la guerra. Sono tutti quei piccoli che, nati negli ultimi sei anni, hanno vissuto solo le bombe. Si calcola che un bambino su quattro soffra conseguenze devastanti del conflitto sulla salute mentale: hanno visto uccidere i loro genitori o i loro familiari, hanno perso la casa, vivono la fame. Valerio Neri, direttore generale di Save The Children Italia:

“Da zero a sei anni, l’età fondamentale per costituire la persona adulta che poi sarà nel futuro, questi ragazzi non hanno visto altro che guerra. Questo ovviamente fa sì che queste persone abbiano un comportamento, una psicologia veramente traumatizzata, dall’inizio. I genitori o li hanno persi o hanno perso dei parenti o hanno visto i genitori sempre terrorizzati, parlare solo di stragi, di bombe, di guerra. Sono stati sei anni sotto i bombardamenti! Oppure, quelli che sono riusciti a fuggire con i genitori, che oggi si trovano nei grandi campi profughi, non hanno visto altro che la fuga dei genitori e dei parenti, lo sradicamento delle loro famiglie. Il tasso di suicidi tra gli adolescenti sta aumentando notevolmente, negli ospedali ci dicono che arrivano bambini o ragazzi che si sono feriti da soli con gesti di autolesionismo. Insomma, una situazione che i numeri non possono rappresentare”.

Ci sono ragazzi che fanno uso di droghe, che assumono alcool, piccoli che hanno smesso di parlare, che vivono paralisi temporanee degli arti, che non si addormentano per la paura di non svegliarsi più. Ci sono gli stupri e le spose bambine, date a mariti molto più grandi di loro che però potrebbero salvarle, e ci sono coloro che avendo conosciuto solo la violenza, alla fine vi cedono:

“Molti di loro finiscono anche per essere arruolati dalle bande, dagli eserciti che si contrappongono. Arruolati come giovani soldati, e quindi fino a usare anche loro stessi violenza su altri, oppure, se ancora molto bambini, per i vari servizi di cui la truppa ha bisogno, come portare messaggi, portare da mangiare, andare a prendere l’acqua o le munizioni. Sappiamo poi che le violenze sulle bambine, violenze sessuali, sono ovviamente aumentate. Quindi bambini maschi che subiscono violenze e quindi diventano violenti a loro volta e bambine che invece subiscono violenze sessuali”.

A tutto questo si aggiunge la grande paura di questi bambini e adolescenti per la mancanza di istruzione. Sono migliaia le scuole danneggiate o trasformate in rifugio, spesso gli edifici ancora in piedi diventano un bersaglio, inoltre molti degli insegnanti sono fuggiti:

“In generale, in tutti gli scenari di emergenza al mondo, qualsiasi emergenza, tanto più la guerra, la scuola per i bambini rappresenta anche una normalità: si ritrovano con i loro pari, hanno un adulto di riferimento che non è la famiglia, cominciano a parlare di cose che non sono solo la guerra e il dolore ma sono il futuro. Quindi, di solito, per tutti i bambini, in tutti gli scenari di emergenza, la scuola è un momento di tranquillità, induce la tranquillità. Purtroppo, in Siria, la gran parte delle scuole sono distrutte, come del resto gli ospedali. I bambini non riescono ad andare a scuola, hanno grandi difficoltà a riunirsi per avere un maestro o una maestra che li possa guidare, hanno una mancanza di tipo educativo, quindi quelli che scamperanno all’eccidio non avranno potuto frequentare la scuola a sufficienza per prepararsi al futuro dei prossimi anni”.

La maggior parte di questi bambini vive una condizione di stress tossico, conclude Neri, ma nonostante la loro drammatica situazione psicologica, provano ancora emozioni importanti, non sono desensibilizzati alla violenza, non sono ancora al punto di non ritorno:

“I bambini hanno una capacità di resilienza, di recupero impareggiabile, rispetto agli adulti. Allora, questa è la speranza. Stiamo parlando di giovani generazioni veramente in situazioni drammatiche ma stiamo parlando di persone che, al di là del trauma odierno, probabilmente, conservano in loro, e qualche volta ce ne danno prova, una capacità di ripesa, se solo il mondo li aiutasse a riprendersi. Quindi, non bisogna perdere la speranza, bisogna insistere di porre fine alla guerra perché, in quel caso, io credo che molti di quei ragazzi, oggi molto sofferenti, potrebbero riprendere una strada di fiducia nel futuro, di fiducia in se stessi, di fiducia nel mondo e quindi ripartire per una vita normale”.

La comunità internazionale, dunque, si metta subito in moto per mettere fine al conflitto e per aiutare questi bambini sotto tutti gli aspetti, compreso quello psicologico, in gioco è il presente e soprattutto il futuro.

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Videogiochi che «allenano» alla violenza. E io li stavo per regalare a mio figlio

Posté par atempodiblog le 4 mars 2017

Videogiochi che «allenano» alla violenza. E io li stavo per regalare a mio figlio
di Sabrina Salvadori – La 27esima Ora

Videogiochi che «allenano» alla violenza. E io li stavo per regalare a mio figlio dans Articoli di Giornali e News gta_5

Ogni giorno quando guardo mio figlio provo una gioia immensa, perché lui è la mia vita, ma contemporaneamente provo una sensazione di apprensione subliminare, che persiste e persiste e persiste e persiste…È come se mi aspettassi che da un momento all’altro questo suo essere felice, sereno, pieno di vita possa trasformarsi in qualcosa di brutto, possa essere sconvolto da qualcosa che nonostante i miei sforzi per proteggerlo possa sfuggire al mio controllo e possa in qualche modo danneggiarlo per sempre e togliergli la serenità. Mi sento impotente come mamma, perché da un lato vorrei controllarlo sempre ma dall’altro mi rendo conto che deve fare le sue esperienze per crescere e diventare un adulto responsabile, ma allora come si fa? Fino a dove posso interferire nella sua vita, quali sono le insidie più grandi per un adolescente, come mi devo comportare, come faccio ad essere informata sul suo mondo e intervenire prima che possa farsi del male? Come faccio ad impedirgli di venire a contatto con queste insidie? Una cosa credo di averla capita: non si può impedire il contatto ma si deve rendere capaci i ragazzi di gestire le insidie, e questo mi è stato confermato da chi si occupa proprio di questi argomenti, e questa è la storia che vi voglio raccontare.

Mio figlio Francesco ha 11 anni e come tutti i suoi coetanei ama giocare ai videogiochi. Qualche tempo fa mi ha chiesto di comprargli un nuovo gioco per la Play Station: «mamma ti prego, è un gioco bellissimo, ce l’hanno tutti, adesso è appena uscita la nuova versione, mamma ti prego, si chiama GTA V, ti prego mamma me lo compri?». Ho chiesto che tipo di gioco fosse e lui mi ha risposto: «È un gioco di corse di macchine e di inseguimenti, è bellissimo, mamma ti prego». Dato il suo buon rendimento scolastico ho deciso di esaudire la sua richiesta. Ma il gioco era esaurito e quindi abbiamo fatto una prenotazione a mia nome (serve un adulto per fare una prenotazione), abbiamo dato una caparra di 5 euro, e ci hanno detto che avrebbero mandato un sms quando fosse arrivato. A novembre è arrivato un sms «gentile cliente la informiamo che il suo videogioco GTA V è arrivato, può venirlo a ritirare presso il nostro negozio». Non so perché ma non ho detto niente a Francesco e non sono andata a prenderlo perché non avevo tempo.

Negli stessi giorni è arrivata una comunicazione dalla scuola , il 14 novembre ci sarebbe stata una conferenza a Padova per la divulgazione dei dati sul Progetto Pinocchio e la presentazione del nuovo libro del Prof. Galimberti che si occupa dei problemi delle dipendenze nei giovani e che è stato il promotore di questo progetto. Dato che mio figlio, come moltissimi altri ragazzi delle scuole padovane, ha partecipato a questo progetto (questionario somministrato ai ragazzi a scuola con lo scopo di capire quanto siano informati o abbiano effettivamente già avuto esperienza di droghe, alcool, gioco d’azzardo, scommesse, fumo….) ho deciso di andare alla conferenza perché ero curiosa di conoscere le risposte. Per fortuna! I risultati che emergono da questo lavoro sono inquietanti, quelli che noi consideriamo ancora i nostri bambini, troppo piccoli per poter neanche pensare che conoscano questi argomenti, sono in realtà molto più scaltri di noi e sanno un sacco di cose e hanno già fatto tante esperienze a nostra insaputa. È incredibile!

In quella occasione sono venuta a conoscenza di una cosa ancora più inquietante: il gioco GTA V che stavo per regalare a mio figlio, è un’istigazione alla violenza anche sessuale, al crimine e al femminicidio. Ci hanno fatto vedere un pezzetto di scena del gioco, senza audio: sconvolgente. Ci hanno fatto leggere i commenti di due ragazzini che godevano e ridevano e si compiacevano di avere ucciso una prostituta e di averle anche rubato i soldi che aveva appena guadagnato con una prestazione sessuale. Ero incredula. Ma come è possibile che esistano dei giochi simili, che delle persone possano inventare e programmare dei giochi così, e che oltretutto questi giochi possano essere messi in vendita nei negozi? Senza parlare del fatto che i ragazzi possono anche scaricarlo da internet, quindi completamente al di fuori del controllo dei genitori, molti dei quali non sanno nemmeno che questo si possa fare. Ci è stato detto che questo “ gioco” in pochi giorni dalla sua uscita nel mercato ha fatto guadagnare ai suoi produttori più di quattro volte quello che è costato per produrlo. Che schifo.

Ma come possiamo pensare noi genitori di crescere una generazione di ragazzi sani se possono venire a contatto così facilmente con cose di simile nefandezza che persino un adulto ne resta sconvolto? Siamo disarmati di fronte a queste nuove possibilità tecnologiche e questa facilità di distribuzione online di qualsivoglia prodotto. Sono uscita da quella sala diversa da come ci ero entrata, le mie paure hanno trovato una conferma e la mia sensazione subliminare di apprensione si è trasformata in certezza di pericolo incombente. Sono stata ad un soffio dal regalare a mio figlio un’arma letale di cui non conoscevo la pericolosità, lo stavo per rovinare io stessa, che angoscia. Per fortuna ho partecipato a quella riunione, ma quanti altri genitori sono nella mia stessa situazione, quanti avranno comprato al loro figlio questo “gioco” pensando di fargli un regalo come avrei fatto io?

Io faccio la pediatra e mi sono sentita inadeguata come mamma e come professionista, mi sono chiesta cosa potevo fare e così una sera a cena, parlando dei nostri figli, ho manifestato questa preoccupazione alla mia carissima amica Ilaria Capua, Deputato alla Camera. Come sempre, da persona intelligente e concreta quale è, ha capito al volo la gravità del problema e non ha perso tempo nel cercare di provare a cambiare le cose. Posso solo dirle grazie per quanto riuscirà a fare e ringrazio anche il Prof. Galimberti per avermi aperto gli occhi prima che fosse troppo tardi.

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