Nostra Signora di Einsiedeln

Posté par atempodiblog le 26 août 2017

Nostra Signora di Einsiedeln
Tratto da: josemariaescriva.info

Nostra Signora di Einsiedeln dans Apparizioni mariane e santuari Einsiedeln

Il santuario di Einsiedeln si trova nel Cantone di Schwyz, il cui nome ispira quello dell’intera Confederazione Elvetica. Dista circa 40 minuti d’auto da Zurigo. Ha origini antiche, parte della sua storia è giunta fino ai nostri giorni con una carta di Papa Leone VIII dell’anno 948: “Nostro Signore Gesù Cristo ha eretto e consacrato un trono di grazia a Sua Santissima Madre, nel monastero del bosco. Così, Nostro Signore ci ha fatto capire il suo desiderio di onorare questo angolo con la stessa dignità dei Luoghi Santi in cui Egli abitò con sua Santissima Madre. Ci ha fatto capire, di conseguenza, che un pellegrinaggio al Santuario del bosco ombroso, ha tanto valore come quelli che si fanno in Terra Santa. In Suo nome, io oggi annuncio qui un’ indulgenza plenaria per tutti i debiti dovuti ai peccati dei pellegrini”.

Non si hanno dati precisi su quando fu innalzata al trono l’immagine della Vergine nella piccola cappella. La prima fu distrutta da un incendio e immediatamente sostituita da quella che si venera attualmente.

Il santuario divenne presto il centro di attrazione della pietà della Confederazione Elvetica, soprattutto in tempi difficili. San Nicola di Flüe -Bruder Klaus-, patrono della Svizzera, vi si recò spesso dalla solitudine della sua cella a Ranft, per visitare la sua Imperatrice Celeste, come lui la chiamava.

Ugualmente si diffuse anche la consuetudine di renderlo punto di partenza per molti pellegrinaggi in Terra Santa, e anche punto di ritorno per ringraziare la Signora delle grazie ottenute e della protezione durante il viaggio.

Nel 1617 si recuperò la cappella di marmo, conservando, nonostante tutto, la stessa struttura originaria. Si costruirono inoltre un’imponente chiesa barocca e il monastero. Il gioiello più prezioso di tutta quell’opera d’arte è la Gnadenkapelle, la cappella dove si venera la piccola statua di legno nero di Nostra Signora di Einsiedeln. Il 3 maggio 1735, ebbe luogo la Consacrazione della Basilica. Il monastero fu terminato nel 1770.

San Josemaría davanti alla Vergine nera
Nelle sue scorribande per l’Europa San Josemaría si fermò a Einsiedeln molto spesso. Appena si stagliavano le torri del Santuario, dalla macchina recitava già una Salve. Come ricordava Mons. Álvaro del Portillo, che lo accompagnò in quelle visite, “andava solamente a pregare la Santissima Vergine. Era solito trascorrere la notte a Lucerna, e da lì si recava a Einsiedeln, dove ha celebrato la Santa Messa molte volte. In altre occasioni si recava solo per pregare un momento; prima – come sempre – davanti al Santissimo Sacramento; poi andava in quella cappellina dove si venera l’immagine della Vergine. Non so che cosa Le dicesse, ma sono sicuro che era una preghiera molto gradita alla Santissima Vergine, perché procedeva da un figlio buono che amava pazzamente sua Madre. Le esponeva anche le sue intenzioni, perché –lo ripeteva soprattutto nell’ultimo periodo – gli piaceva chiedere tutto quello di cui aveva bisogno ” (Mons. Álvaro del Portillo. Note prese in una riunione familiare, 19-05-1977).

Era solito trattenersi nel famoso caffè delle tre vecchiette, situato nella strada principale del paese. Nella vetrina, un meccanismo di orologeria rappresenta tre anziane, sedute attorno ad un tavolo, che conversano animatamente con armonici movimenti del capo. La proprietaria del locale rimase colpita dalla figura del fondatore dell’Opus Dei. Le era molto simpatico e, dopo la sua salita al Cielo, ebbe per lui una grande devozione.

Uno dei soggiorni di San Josemaría a Einsiedeln ebbe luogo durante nell’estate del 1968. Si trovava nella località di Sant’Ambrogio Olona, al nord d’Italia. Il viaggio durò trentadue ore, comprese l’andata, la sosta e il ritorno. Al rientro, stanco, commentava che il lungo viaggio era valso la pena per vedere la Vergine.

Nel 1969 San Josemaría tornò di nuovo a pregare davanti alla Vergine, chiedendo grazie per la Chiesa e per il Santo Padre, e mettendo nelle mani di Maria tutto quello che portava nel cuore.

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Einsiedeln, il cuore della Svizzera cattolica

Posté par atempodiblog le 25 août 2017

Einsiedeln, il cuore della Svizzera cattolica
di Don Mario Morra SDB – Don Bosco Land

Einsiedeln, il cuore della Svizzera cattolica dans Apparizioni mariane e santuari Einsiedeln

Nel cuore della Svizzera, a 910 metri di altezza, sorge, in un pianoro soleggiato, la città di Einsiedeln (eremo) nel cantone di Schwyz. Einsiedeln è il cuore della Svizzera cattolica e deve tutta la sua rinomanza al Santuario della Madonna degli Eremiti ed al Monastero annesso, il quale risale all’eremita Meinrado, oriundo della Svevia meridionale.

San Meinrado
Gli anni della sua fanciullezza coincidono con gli ultimi anni di vita di Carlo Magno. Fattosi monaco e sacerdote nel monastero di Reichenau, sul Lago di Costanza, per diversi anni regge una scuola presso Benken, sulle rive del lago di Zurigo. Verso l’828 inizia una vita da eremita sul colle di Etzel, dove una cappella lo ricorda ancora. Nell’835 si inoltra nella Foresta Oscura e lì, dove ora sorge il Santuario, consacra e rende feconda quella terra con la sua vita santa e le sue opere. Il 21 gennaio dell’861, dopo una vita di digiuni e di privazioni, è ucciso da due malviventi.
La leggenda racconta che due corvi, che vivevano con lui, si lanciano all’inseguimento dei due assassini ed avvertono con il loro gracchiare la popolazione che li arresta. Per questo sullo stemma del secolo XIII di Einsiedeln sono raffigurati due corvi.
Il corpo di San Meinrado è trasportato e sepolto nel monastero di Reichenau, ma il suo spirito rimane nel bosco dove è vissuto; il luogo della sua vita e la sua cella solitaria rimangono nel cuore e nella devozione della gente del posto.

Il primo Monastero
Su quella terra santificata dal sangue di San Meinrado vengono ben presto a vivere due canonici di Strasburgo, Benno ed Eberhard, i quali raccolgono una prima comunità di eremiti e costruiscono un primo convento benedettino che, con il tempo si sviluppa e diventa una grande Abbazia che invia i suoi monaci a predicare il Vangelo in tutta la Svizzera, fin nella lontana Ungheria.
Cuore del monastero è la Cappella costruita sulla cella di San Meinrado, nella quale si venera la statua della Vergine, ormai annerita dal fumo delle candele, donatagli dalla badessa Ildegarda di Zurigo. Davanti a questa statua San Meinrado passava i giorni e le notti in preghiera ed in meditazione.
Nel 948, il giorno della consacrazione della grande Basilica, viene consacrata anche la piccola Cappella dedicata al SS. Redentore. Siccome però questa Cappella da sempre si chiama “Cappella della Madonna”, nasce la tradizione della “Consacrazione angelica”: è Gesù stesso, assistito dagli Angeli, a consacrarla. Quando San Corrado, vescovo di Costanza, sta per pronunciare le parole della consacrazione, è interrotto da una voce che per tre volte risuona sotto le arcate della Basilica: “Fermati, fratello; Dio stesso ha già consacrato questo edificio”.
Così la Cappella dedicata al Redentore diventa Cappella consacrata dal Redentore e dedicata alla Madonna. Una bolla del Papa conferma il miracolo, e dichiara: “Assolti da ogni colpa e da ogni pena” tutti quelli che visiteranno quel luogo “dopo aver fatto una santa confessione ed aver concepito un salutare pentimento dei propri peccati”.
Il ricordo di questo prodigio è giunto fino a noi attraverso i secoli e si rinnova ogni anno il 14 settembre, con una festa particolarmente solenne, quando la data cade di domenica.

Madonna_nera_di_Einsiedeln dans Viaggi & Vacanze

La Madonna degli Eremiti
La più antica statua della Madonna di Einsiedeln purtroppo non è giunta fino a noi, perché è stata distrutta da un incendio scoppiato nel 1465 proprio nella Cappella della Madonna.
La statua che si venera oggi risale al 1466 e proviene probabilmente dai dintorni del lago di Costanza. È una statua di stile tardo gotico, di nobile fattura, alta 119 cm di legno di tiglio, color rosso fragola e oro. La carnagione della Madonna dapprima era color naturale, ma il fumo delle candele e delle lampade a olio l’ha annerita. Avendo poi subìto altri danneggiamenti durante la Rivoluzione francese, è stata in seguito dipinta di nero. Dalla fine del 1500 poi la si usa vestire con la veste del colore corrispondente al tempo liturgico.

Giovanni Paolo II e la Madonna di Einsiedeln
Il Papa, prima della preghiera dell’Angelus di domenica 29 gennaio 1989, invita i fedeli a recarsi spiritualmente pellegrini alla Madonna degli Eremiti di Einsiedeln, con queste parole: «Cari fratelli e sorelle.

1. Oggi vi invito ad unirvi a me nel rivolgere il nostro sguardo a una immagine della Madre di Dio, che costituisce come il cuore di uno dei più antichi santuari transalpini: l’immagine della “Madonna nera” di Einsiedeln, in Svizzera.
Ricordo con gioia e gratitudine la visita che vi feci nel giugno del 1984, in occasione del viaggio pastorale che mi condusse tra i cattolici svizzeri. Mi sentii allora pellegrino con l’immensa folla di coloro che, giornalmente, attraversato il piazzale del monastero, salgono la scalinata che porta alla chiesa abbaziale per raggiungere la “Cappella delle Grazie”, all’interno di quello splendido tempio barocco.

2. I documenti storici attestano che, a partire dal 1314, fedeli provenienti da tutta la Svizzera e dalle terre vicine, come la Germania e l’Austria, continuano a recarsi in quel luogo benedetto per onorare Maria, per ricorrere a Lei, la Madre di Gesù e madre nostra, in cerca di aiuto e di conforto nelle loro necessità, e per affidare alla sua materna intercessione le loro intime aspirazioni.
È probabile però che la Madonna fosse venerata in quel luogo già prima dell’anno 1314. La “Cappella delle Grazie”, infatti, sorge sul luogo, storicamente sicuro, dove l’eremita benedettino Meinrad (morto nell’anno 861), con l’esempio della sua vita, coronata da una santa morte, aveva acceso e alimentato la luce della fede nella popolazione dei dintorni. Dal suo eremo, detto in tedesco “Einsiedelei”, deriva il nome attuale del luogo: “Einsiedeln”. Quivi, nacque, nell’anno 934, un’abbazia benedettina, ove tuttora i figli di san Benedetto, con la loro costante preghiera e con la loro vita esemplare, mantengono viva la fede attraverso i secoli e la trasmettono intatta alle generazioni future. In tal modo, in quel luogo di preghiera già consacrato al divin Redentore, Maria, sua madre, ha posto la sua sede permanente in mezzo al popolo elvetico ricevendone particolare venerazione sotto il titolo di “Madonna Nera”.

3. Nell’inviare un particolare saluto alla comunità claustrale di Einsiedeln ed agli abitanti del luogo, desidero affidarli, insieme con tutto il popolo svizzero, alla “Madre delle Grazie” di Einsiedeln.

Alla Vergine santa ripeto la preghiera che le rivolsi in occasione della mia visita al santuario: “Madre di Dio e Madre degli uomini, raccomandaci a tuo Figlio, mettici di fronte a tuo Figlio! Egli è il nostro intermediario e il nostro intercessore presso il Padre. Noi ti preghiamo, Madre del nostro Salvatore, intercedi per noi presso tuo Figlio nello splendore dei cieli: affinché la Chiesa che è in Svizzera si confermi nella fede in Cristo…, affinché tutti i popoli e tutti gli uomini possano vivere in libertà e pace…, affinché il regno di Dio e la sua giustizia vengano a noi”».

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Adorare Gesù anche nei mesi estivi

Posté par atempodiblog le 12 juillet 2017

Adorare Gesù anche nei mesi estivi

Gesù disse loro: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’”(Mc 6, 31). Durante l’estate la nostra fede non deve andare in vacanza, il Signore è sempre presente nella nostra vita, e attende la nostra preghiera e amicizia.
“Venite in disparte e riposatevi un po’” (Mc 6,31). Questo invito di Gesù risuona adatto per l’estate, quando noi sentiamo il desiderio di vacanza, di rilassarci… e Lui ci invita ad andare alla Sua presenza per ritrovare la Sua forza.

Adorare Gesù anche nei mesi estivi dans Fede, morale e teologia Adorazione_Eucaristica

“Quando arrivo in una nuova città, la prima cosa che chiedo è se c’è una chiesa dove si adora l’Eucarestia. Una volta trovata, non la lascio più. Diventa la calamita della mia giornata. Devo per forza trovare magari solo mezz’ora per stare con Gesù, perché quando incontro l’Amico è per me come respirare aria di montagna, è come salire una vetta e provare le vertigini dell’altezza.

Adorare Gesù è per me come bere acqua di sorgente. E’ restare immobile a contemplare, amando, Colui che ti ama per primo, è riempire il silenzio della Sua Presenza, è stare a guardare e sentirsi guardato. Lui ti conosce, tu Lo conosci; Lui si dona, tu ti doni, Lui ti ama, tu lo ami”. (Dal libro “Davanti a Gesù” di Padre Gianni Fanzolato)

Tratto da: Parrocchia San Giuseppe di Bovolone

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Gesù vorrebbe venire in vacanza con noi

Posté par atempodiblog le 12 juillet 2017

Gesù vorrebbe venire in vacanza con noi
di don Marco Lodovici – Parrocchia San Domenico di Legnano (MI)

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Il tempo dell’estate e delle vacanze è spesso un tempo in cui si ha qualche momento libero in più eppure sembra essere il tempo in cui i Cristiani diventano atei e vanno in vacanza lasciando a casa il Signore. Ho pensato allora di usare questa riflessione per dare qualche suggerimento per rendere fruttuosa la vita spirituale nel tempo estivo.

Anzitutto NON perdiamo la Messa domenicale. Quante volte sento dire: “ho cercato la Chiesa ma non c’era la Messa, l’orario era diverso, non sapevo dov’era la Chiesa…”. Sarebbe interessante chiedersi: se andiamo a vedere un museo o una manifestazione non controlliamo prima con Internet o informandoci per telefono circa l’orario e tutte le informazioni che ci servono? Perché allora per la Messa non possiamo fare la stessa cosa? Oppure a volte non andiamo perché “non è prevista nel viaggio organizzato”. Eppure sono tutti battezzati quelli che partecipano; perché non sappiamo chiedere di andare a Messa dicendo che per noi la Messa domenicale è indispensabile? Sarebbe proprio una bella testimonianza invece continuiamo a far credere che se si può andare va bene ma che comunque possiamo tranquillamente farne a meno.

Cerchiamo un tempo di silenzio e di preghiera. Se partiamo per le vacanze dicendo se ho tempo mi metterò a pregare possiamo stare abbastanza sicuri che il tempo non ci sarà. La preghiera come le altre cose della vita richiedono di essere desiderate, programmate e custodite. Si organizzano le giornate anche di mare e di montagna chiedendosi quale spazio posso lasciare oggi alla mia preghiera?

Leggiamo qualche buon libro di spiritualità. Spesso si va in vacanza portandosi qualcosa di “leggero” da leggere, perché non scegliere un libro che possa arricchire la nostra vita spirituale magari rispondendo a qualche domanda, dubbio o fatica che ho nel cuore?

Fermiamoci a contemplare il creato. Ci sono alcuni posti in montagna o anche in qualche luogo isolato al mare, in mezzo alla natura, all’alba o al tramonto, di fronte ad un cielo stellato in cui se non andiamo di fretta possiamo fermarci a vedere il capolavoro splendido che la mano di Dio ha fatto per noi. Non perdiamo queste occasioni, non passiamo la vacanza consumando o correndo, bruciando le esperienze senza fermarci. Dio è molto più vicino a noi di quello che pensiamo.

Troviamo il tempo per visitare qualche Chiesa, qualche abbazia, qualche luogo dove si vede la storia di fede vissuta negli anni. Mi fa piacere ricevere foto di qualche santuario, di qualche luogo significativo per la vita di un santo, di momenti di fede importanti nel paese dove ci si trova in vacanza. Abbiamo sempre da imparare dalla vita spirituale di tanti nostri fratelli e da secoli di storia di fede.

Infine curiamo l’attenzione alle relazioni. Durante l’anno il lavoro, la vita frenetica a volte non ci permettono di parlare agli altri, a partire dai nostri famigliari guardandoli negli occhi. Spesso riduciamo la comunicazione a quello che serve per “far funzionare la famiglia”. Viviamo questo tempo per riscoprire la gioia dei sentimenti e delle relazioni vere. Dedichiamo tempo ad ascoltare e a parlare, ci accorgeremo che è il tempo usato meglio!

Vi auguro vacanze così!

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768 abitanti e 15 librerie: esiste davvero e si trova in Bretagna

Posté par atempodiblog le 11 septembre 2016

768 abitanti e 15 librerie: esiste davvero e si trova in Bretagna
Fonte: Gli amanti dei Libri

768 abitanti e 15 librerie: esiste davvero e si trova in Bretagna dans Articoli di Giornali e News rue_de_becherel_cite_du_livre

Si chiama Becherèl ed è un paesino appartenente alla Ille-et-Vilaine, nella regione di Bretagna. È stato una fortezza militare che negli anni si è mantenuto in vita grazie al commercio di lino e canapa. Quando il settore tessile subì ondate di depressione, durante gli anni ’80, i piccoli librai del territorio cominciarono a vendere i loro volumi -usati e non, attraverso bancarelle in vari punti del paese.

Fu così che Becherèl divenne la Città del Libro per eccellenza in Francia, presentandosi con un totale di 768 abitanti, e 15 librerie: una ogni 44 cittadini. Il turismo è diventato per Becherèl fonte di guadagno quotidiano, soprattutto grazie agli eventi organizzati ad ogni ricorrenza e, in maniera fissa, il mercato del libro ogni prima domenica del mese.

Tra i più famosi quelli organizzati per la settimana di Pasqua, ed in particolare: La Festa del Libro a Pasqua, Notte del Libro, il secondo sabato del mese di agosto; Lire en Fête, in ottobre. Il piccolo paese risulta, inoltre, esteticamente molto bello perché caratterizzato da colori accesi che contrastano con le strutture di pietra: il paesaggio è suggestivo e la compagnia – di un bel libro- di sicuro non manca… A quando il primo week end libero per un viaggetto?

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Storia delle reliquie di santa Lucia

Posté par atempodiblog le 31 août 2016

Storia delle reliquie di santa Lucia
di don Antonio Niero – Chiesa dei santi Geremia e Lucia, Venezia

Storia delle reliquie di santa Lucia dans Fede, morale e teologia Tomba_di_santa_Lucia

Il corpo di S. Lucia rimase in Siracusa per molti secoli: dalla catacomba, dove fu sepolto, fu poi por­tato nella basilica eretta in suo onore, presso la quale, all’inizio del VI secolo, fu costruito un monastero. Nella minaccia araba per il suo sepolcro nell’878, dopo la conquista islamica della Sicilia, il suo corpo fu nascosto in un luogo segreto. Nel 1039, appena Ma­niace, generale di Bisanzio, riuscì a strappare Siracusa agli Arabi, condusse le reliquie a Costantinopoli, o come preda di guerra o, secondo l’affermazione della Cronaca del doge Andrea Dandolo, su preciso ordine degli imperatori Basilio e Costantino.

Invece secondo la tradizione francese, il corpo della Santa fu levato da Siracusa nel corso del secolo VIII da Feroaldo, duca di Spoleto, dopo la conquista della città che lo recò a Corfinio, donde il vescovo di Metz lo avrebbe trasferito nella sua città episcopale. Indubbiamente qui si sviluppò un culto attorno a codèste reliquie, seb­bene, viene notato giustamente, si tratti di un’altra martire siracusana, di nome Lucia e confusa per omo­nimia con la nostra Santa.

La linea maestra della tra­dizione afferma che il suo corpo fu tolto da Costantinopoli nel 1204 dal doge veneziano Enrico Dandolo, dove lo aveva trovato assieme a quello di S. Agata, ed inviato a Venezia.

Invece secondo una variante, do­cumentata dal codice secentesco, o Cronaca Veniera, della Biblioteca Marciana di Venezia [It. VII, 10 (= 8607) f. 15 v.], esso sarebbe stato portato a Venezia, assieme a quello di S. Agata, nel 1026, sotto il dogado di Pietro Centranico. Non sappiamo l’ori­gine della notizia e se derivi da una fonte anteriore, per quanto un fondato sospetto induca ad un errore meccanico di amanuense, che ha letto 1026 per 1206, cioè gli anni della traslatio ufficiale. E nella Cronaca Veniera lo si accettò, armonizzando il fatto con il doge dell’epoca. Certo è difficile una precisazione sto­rica di codeste reliquie, esente da qualsiasi sospetto, almeno allo stato attuale delle cose; per noi è pru­denza elementare prendere atto della presenza del suo corpo in Venezia sin dal 1204
.
Ma si noti che in Ve­nezia esisteva già una chiesa dedicata alla martire nel 1167 e 1182, come lo provano inequivocabili docu­menti, per cui è probabile che la determinazione di tra­sferire le reliquie nelle lagune sia stata originata dalla necessità di arricchire una chiesa veneziana, come d’al­tronde si verificò per altri casi consimili.

Comunque a Venezia il suo corpo fu collocato nella chiesa di S. Giorgio Maggiore e determinò un flusso di pellegrinaggi, che nel giorno d’ella festa (13 dicembre) assumeva proporzioni impressionanti, nel­l’andirivieni di imbarcazioni. Il 13 dicembre 1279 accaddero tragici fatti. Alcuni pellegrini morirono an­negati in seguito al capovolgimento delle imbarcazio­ni per l’insorgere di un turbine improvviso.

Il Senato, ai fini di evitare ancora consimili doloro­si incidenti, decise che il corpo della Santa fosse por­tato in una chiesa di città. Fu scelta la chiesa di S. Maria Annunziata o della « Nunciata » nell’estremo sestiere di Cannaregio, dove furono poste le preziose reliquie trasferite da S. Giorgio il 18 gennaio 1280 con una solenne processione.

Nel 1313 fu consacrata una nuova chiesa dedicata a S. Lucia, nella quale le reliquie della Santa furono deposte definitivamente.

Nel 1441 papa Eugenio IV dava questa chiesa, che era piccola parrocchia, in commenda alle mo­nache del vicino monastero del Corpus Domini; nel 1478 invece papa Sisto IV, dopo una vivace contesa tra il monastero della Nunciata e la parrocchia, che a volte assunse fasi davvero ridicole, concedeva chiesa e parrocchia alle monache del monastero della Nun­ciata, che avanzavano diritti contro quelle del Corpus Domini sul possesso del corpo della Santa: la lite insorta fra i due monasteri fu risolta in favore di quel­lo della Nunciata, come si è visto: però esso doveva sborsare ogni anno 50 ducati a quello del Corpus Domini.

Nel 1579 passando per il Dominio veneto l’im­peratrice Maria d’Austria, il Senato volle farle omag­gio di una reliquia di S. Lucia. Con l’assistenza del patriarca Trevisan fu levata una piccola porzione di carne dal lato sinistro del corpo della Santa.

Altre reliquie della Santa si trovavano a Siracusa, recate nel 1556 da Eleonora Vega, che le ottenne a Roma dall’ambasciatore di Venezia’ così pure avven­ne per alcuni frammenti di braccio sinistro, recati ivi nel 1656 da Venezia, dal cappuccino Innocenzo da Caltagirone. Reliquie ancora sono possedute a Napoli, Roma, Milano, Verona, Padova, Montegalda di Vi­cenza e a Venezia stessa, nelle chiese di S. Giorgio Maggiore, dei SS. Apostoli, dei Gesuiti, dei Carmini.

All’estero sono documentate a Lisbona nel 1587, con una reliquia ricevuta da Venezia; in chiese del Belgio nel 1676; a Nantes, in Francia, nel 1667. Nel 1728 una parte dell’urna fu donata a papa Benedet­to XIII.

Una nuova chiesa, al posto di quella antica, fu costruita tra il 1609 e il 1611, su schemi palladiani, riecheggiante l’attuale delle Zitelle, con due torri campanarie in facciata.

Per completarla, giravano per la città alcuni inca­ricati dalle monache a raccogliere le offerte dei fedeli con la cassella concessa dal Magistrato della Sanità.

Il 28 luglio del 1806, in seguito alla soppressione napoleonica, chiesa e monastero furono chiusi e le monache si rifugiarono in S. Andrea della Zirada, por­tando con sé le reliquie della Santa. Poco dopo, non potendo rimanere lì per ragioni di spazio, con il con­senso del Ministero del culto ritornavano ancora al­l’antica sede insieme con il corpo di S. Lucia.

Nel 1813 il convento di S. Lucia veniva donato dall’imperatore d’Austria alla b. Maddalena di Ca­nossa, che vi abitò fino al 1846, quando si iniziarono i lavori per la stazione ferroviaria e per la demolizione del convento. Per il momento la chiesa non fu toccata. Invece nel 1860 dovendosi ampliare la stazione fer­roviaria, nella stolida furia distruttiva dell’epoca, fu abbattuta anche la chiesa di 5. Lucia seguendo la triste sorte di tante altre chiese veneziane. Vero è che mi­nacciava rovina, fatiscente ormai di secoli e di umane malizie. Si sarebbe potuto ripararla e risolvere diver­samente le esigenze della stazione ferroviaria. Invece presi accordi con l’Autorità Ecclesiastica, si decise di trasportare il corpo della Santa nella vicina parroc­chiale di S. Geremia. Per la traslazione, avvenuta l’11 luglio 1860, intervenne il patriarca Ramazzotti con tutto il Clero e popolo della città: sette giorni rimase il sacro corpo sull’altar maggiore, poi fu posto su un altare laterale in attesa di costruire la nuova cappella. Tre anni dopo, l’11 luglio 1863, il patriarca Trevi­sanato la inaugurava: essa era stata costruita con il materiale del presbiterio della demolita chiesa di S. Lucia su gusti palladiani. Finalmente per la genero­sità di Mons. Sambo, parroco di quella Chiesa (che nel frattempo venne ad assumere la denominazione « dei Ss. Geremia e Lucia ») su disegno dell’arch. Gaetano Rossi veniva preparato alla Santa un più de­gno altare in broccatello di Verona con fregi di bronzo dorato. Il 15 giugno del 1930 il servo di Dio patriarca La Fontaine lo consacrava e collocava il corpo incor­rotto della Santa nella nuova urna in marmo giallo ambrato, che lo sovrasta. Nel 1955 il patriarca Angelo Roncalli, poi papa Giovanni XXIII, volle che fosse data più condegna importanza alle sacre reliquie, sug­gerendo l’esecuzione di una maschera d’argento, cu­rata dal parroco di allora don Aldo Da Villa.

Infine, nell’anno 1968, per iniziativa del parroco prof. don Aldo Fiorin e la generosità di benefattori, la Cappella e l’Urna sono state completamente restaurate.

E nel suo tempio ancor oggi riposa la Martire, meta venerata di tanti pellegrinaggi, con l’augurio in­ciso nella bianca curva absidale, che si specchia sulle acque del Canal Grande: 

LUCIA
VERGINE DI SIRACUSA
MARTIRE DI CRISTO
IN QUESTO TEMPIO
RIPOSA
ALL’ITALIA AL MONDO
IMPLORI
LUCE  PACE

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La Basilica di Sant’Antonio a Padova

Posté par atempodiblog le 31 août 2016

La casa del Santo
La Basilica di Sant’Antonio a Padova
di Anna Roda – CulturaCattolica.it

La Basilica di Sant’Antonio a Padova dans Fede, morale e teologia Tomba_sant_Antonio

Nessuna città, forse, si è mai identificata così completamente con un santo come Padova con sant’Antonio (1195-1231), il frate francescano che in pochissimi mesi, con la sua veemente predicazione contro il malcostume e le sopraffazioni, suscitò una devozione così profonda e un culto così radicato da essere divenuto per i padovani il “Santo”.
I lavori di costruzione della grande basilica, costruita per custodire il corpo di sant’Antonio, iniziarono già l’anno successivo alla sua morte, nel 1232, inglobando la piccola chiesetta di Santa Maria Mater Domini, nella quale lo stesso santo aveva espresso il desiderio di essere sepolto, dopo il suo decesso presso il convento dell’Arcella, a nord di Padova.
Non si sa chi sia stato l’ideatore dell’imponente costruzione. Alcuni affermano che autori del progetto siano stati i magistri comacini, altri propongono il nome di Nicola Pisano (1220-1284), altri, molto più semplicemente frate Elia, lo stesso a cui si deve la basilica di Assisi.

Basilica_di_sant_Antonio_a_Padova dans Stile di vita

La grande basilica
L’attuale basilica è in gran parte l’esito a cui si è giunti attraverso tre ricostruzioni che si sono succedute nell’arco di una settantina d’anni tra il 1238 e il 1310, con interventi anche nel 1400, 1700 e 1800.

La facciata è costruita su quattro arcate cieche strombate a sesto acuto, con galleria sommitale e timpano conclusivo, nel quale è aperto un rosone, oltre il timpano si innalza un campaniletto rotondo cuspidato.
L’esterno della chiesa è estremamente originale e ricorda le chiese bizantine: sette cupole emisferiche con croci sulla sommità, la centrale conico-piramidale con l’angelo segna-vento in cima e due campanile ottagonali a coronamento nell’area del presbiterio, che paiono dei minareti. Questa commistione di stili si spiega forse con la vicinanza della basilica di San Marco di Venezia. Probabilmente gli architetti hanno voluto accostare la figura di sant’Antonio con quella di san Marco, mentre l’ottava cupola a “pan di zucchero” ricorda certamente il Santo Sepolcro di Gerusalemme e quindi avvicinare sant’Antonio a Gesù, così come Francesco fu dettoalter Christus.
L’interno della basilica è a tre navate, con corto transetto e varie cappelle.
Se ci si porta, oltre l’ingresso, al centro ella navata maggiore, si noterà subito come l’architettura, pur sempre gotica nell’alzato, si distingue nettamente in due parti: quella delle navate e quella dell’abside e del transetto.
L’area delle navate appare di più ampia spazialità, ritmata sa entrambi i lati da due calme e solenni campate sopra le quali corre un matroneo, il quale continua anche nel presbiterio.

La cappella di San Giacomo
Le cappelle sono molto numerose, molte contengono ancora la decorazione originaria, molte altre hanno avuto diverse fasi decorative, alcune anche moderne, come la cappella delle benedizioni affrescata da Pietro Annigoni (1980), che peraltro ha affrescato anche la contro-facciata con Sant’Antonio che predica dal noce (1985).

Vale la pena fermarsi però nella terza cappella di destra dedicata a San Giacomo. Essa fu voluta da Bonifacio Lupi, marchese di Soragna (Pr), che ebbe importanti incarichi diplomatici e militari presso i Carraresi, signori di Padova.
L’elegante cappella è di origine gotica, edificata negli anni ‘70 del Trecento dall’architetto veneziano Andriolo de Santi. Attraverso cinque arcate trilobate si accede alla cappella completamente affrescata. Al centro si staglia una grande e drammatica Crocefissione, capolavoro di Altichiero da Zevio (notizie dal 1369 al 1384), dipinta attorno al 1370.
Il resto della cappella è decorata con le Storie di San Giacomo desunte dalla Legenda Aurea di Jacopo da Varazze, opera sempre di Altichiero con la collaborazione di Jacopo Avanzi, bolognese.
Altra cappella di grande importanza è quella del Tesoro, opera barocca del Parodi, allievo di Bernini: un trionfo di marmi, linee sinuose, decorazioni, statue; il tutto per rendere degno onore ad alcune insigni memorie del Santo.
In preziose teche si possono ammirare alcune reliquie di sant’Antonio, tra cui la laringe e la lingua.
Ovviamente, centro della devozione popolare è la cappella della tomba di sant’Antonio, chiamata fin dalle origini “Arca”. La cappella presenta ad altezza d’uomo il sepolcro del santo dietro al quale sfilano i pellegrini in processione; l’architettura dell’insieme è cinquecentesca, opera forse di Tullio Lombardo

Il presbiterio
Nell’area del presbiterio altre opere d’arte ornano la basilica.

Tra il 1447 e il 1454 l’ormai anziano Donatello (1386-1466) realizzava i bronzi dell’altar maggiore: Maria in trono con il Bambino, il Crocefisso e i santi Antonio, Francesco, Giustina, Ludovico, Daniele e Prosdocimo, santi protettori di Padova. Statue drammatiche, dal forte modellato, che bene evidenziano la forza e decisione di Antonio e dei francescani, dalla resa concreta e fisica, soprattutto del Cristo in croce, dallo splendido e muscoloso corpo, il vero lottatore per la salvezza dell’uomo. Queste opere di Donatello furono determinanti per lo sviluppo dell’arte quattrocentesca a Padova e in tutta l’Italia settentrionale; artisti come Mantenga guardarono con attenzione alla lezione dello scultore fiorentino per la loro formazione umanistica.

Il convento
Il convento si articola intorno a quattro chiostri. Il più antico è il Chiostro del Capitolo, detto anche Chiostro della Magnolia risalente al 1433; da qui si accede al chiostro Grande del 1435, opera di Cristoforo da bolzano, così detto perché su di esso vi si affacciavano le stanze del Generale dell’ordine in visita alla basilica. Accanto ad essi abbiamo inoltre il Chiostro del noviziato, realizzato nella seconda metà del Quattrocento in stile gotico, caratterizzato da proporzioni ampie e slanciate, e il Chiostro del beato Luca Belludi, grande amico di Antonio e ministro provinciale dell’ordine nel 1239; quest’ultimo chiostro venne realizzato alla fine del Quattrocento.

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Luca riposa a Padova

Posté par atempodiblog le 31 août 2016

Luca riposa a Padova
Nella Basilica di Santa Giustina è conservato lo scheletro dell’autore del terzo Vangelo e degli Atti degli apostoli. Il cranio, invece, fu prelevato da Carlo IV e portato a Praga, dove è ancora oggi. Nuovi studi scientifici hanno confermato l’antica tradizione
di Stefania Falasca – 30 Giorni

Luca riposa a Padova dans Fede, morale e teologia San_Luca_Evangelista
Resti del corpo di san Luca evangelista

Luca, l’autore del terzo Vangelo, il cronista degli Atti degli apostoli, abita qui, a Padova. Da oltre un millennio in Santa Giustina, Basilica del monastero benedettino di Padova, sono custoditi i resti del suo corpo. Ne segnala la presenza un’antica tradizione attestata da documenti storici. Le reliquie sono custodite nel transetto sinistro della Basilica in un’arca marmorea costruita nel 1313. Anche se la memoria della presenza del suo corpo in questa chiesa è andata perdendosi nel tempo, quello che la tradizione antica ha tramandato sembra ora ricevere una conferma scientifica.
Il 17 settembre scorso per la prima volta, dopo quasi cinque secoli, l’arca contenente le reliquie è stata aperta per avviare una ricognizione scientifica. L’importante decisione è stata presa dal vescovo di Padova, Antonio Mattiazzo, il quale ha nominato una commissione composta da quattordici esperti per analizzare in modo completo le reliquie, gli oggetti e i documenti che le accompagnano. Sono dunque le autentiche spoglie dell’evangelista Luca quelle che si trovano a Padova? I primi risultati sono sorprendenti.
Le analisi, condotte dalla commissione presieduta dall’anatomopatologo padovano Vito Terribile Wiel Marin, hanno rilevato la buona conservazione di uno scheletro quasi completo, appartenente ad un uomo di circa duemila anni fa, morto in età avanzata. E non solo. La novità più importante riguarda il cranio, che, come attestano i documenti, nel 1354 era stato prelevato dall’urna e portato da Carlo IV a Praga. Il cranio, riportato a Padova e sottoposto ad attenti esami, appartiene inconfutabilmente alle spoglie rinvenute nella ricognizione in quanto si articola perfettamente con la prima vertebra cervicale di questo scheletro. Gli esperti hanno inoltre avallato anche l’ipotesi che l’antichissima cassa di piombo rinvenuta nell’arca marmorea e contenente i resti sia la stessa nella quale venne deposta originariamente la salma. Le ricerche sono solo agli inizi.
Questi sono solo alcuni dei risultati raggiunti in due mesi di studi e osservazioni; ma se le indagini interdisciplinari, che si protrarranno per altri due anni, confermeranno l’ipotesi che lo scheletro conservato a Padova è effettivamente dell’evangelista Luca, si tratterà di una scoperta davvero straordinaria: quello di san Luca sarà l’unico corpo dei quattro evangelisti conservato integro.

Reliquie_san_Mattia_Apostolo dans Stile di vita
Reliquie di san Mattia apostolo

Salvato dagli iconoclasti
Le ricerche storiche hanno tuttavia già permesso una prima ricostruzione di come le reliquie attribuite a san Luca siano giunte in Italia proprio a Padova.
È noto, dal cosiddetto Prologo antimarcionita, un testo risalente alla fine del II secolo, che Luca morì in tarda età in Beozia e che la sua tomba vuota, un sarcofago marmoreo dei primi secoli del cristianesimo, era venerata a Tebe, capitale della Beozia in Grecia. Da questo luogo, come attesta una tradizione confermata dalla testimonianza di san Girolamo, l’urna, contenente le sue reliquie, fu traslata, all’epoca dell’imperatore Costanzo (IV secolo), a Costantinopoli e posta nella Basilica che sarà poi chiamata dei Santi Apostoli, per la presenza in essa anche delle spoglie dell’apostolo Andrea e di Mattia, il “tredicesimo” degli apostoli. Da Costantinopoli, secondo un’antica tradizione, venne poi portata a Padova.
Gli storici tuttavia divergono su come e quando le reliquie dell’evangelista Luca giunsero a Padova. Alcuni sostengono che le spoglie arrivarono dall’Oriente dopo il sacco di Costantinopoli del 1204, portate dai crociati. Tuttavia le recenti indagini avallano un’altra ipotesi. Claudio Bellinati, direttore dell’Archivio storico di Padova e membro della commissione scientifica incaricata della ricognizione, spiega che la presenza delle reliquie di san Luca nell’abbazia benedettina è registrata già nell’anno 1177, quando, come attestano i documenti, la cassa di piombo contenente le reliquie di san Luca venne rinvenuta nel cimitero di Santa Giustina (dove furono nascosti durante le incursioni barbariche tutti i corpi che si conservavano nella Basilica) e trasportata all’interno della chiesa. Dunque i resti dell’evangelista erano già presenti a Padova prima della conquista di Costantinopoli e forse prima ancora del 1177, anno del loro rinvenimento nel cimitero attiguo alla chiesa. «Ritengo molto probabile» afferma Bellinati «che le reliquie di Luca siano venute a noi nell’VIII secolo, durante il periodo delle lotte iconoclaste (741-770). La tradizione infatti ci informa che un sacerdote di nome Urio, custode della Basilica dei Santi Apostoli a Costantinopoli, volle salvare dalla furia degli iconoclasti le preziose reliquie che si conservavano nella Basilica e portò con sé a Padova sia i resti di san Luca che i resti di san Mattia, insieme ad una immagine lignea della Madonna, detta Madonna costantinopolitana (tuttora presenti nella Basilica di Santa Giustina). Dovrebbero pertanto essere esaminate anche le reliquie di Mattia e l’immagine lignea» aggiunge Bellinati «per verificare quanto ci tramanda la tradizione». Tuttavia non è ancora chiaro perché queste reliquie furono portate proprio a Padova e non, ad esempio, a Venezia.

L’imperatore Carlo IV
Quello che invece è indiscutibilmente certo è che il 9 novembre 1354 l’arca marmorea contenente le reliquie di san Luca, fatta costruire nel 1313 dall’abate Gualpierino Mussato, venne aperta per prelevare il capo. L’imperatore Carlo IV, infatti, volle portare con sé a Praga questa preziosa reliquia di san Luca e in questa occasione venne perciò operata una vera ricognizione dei resti contenuti nel sepolcro. È la prima identificazione documentata di cui si ha notizia. «Ma non è detto» spiega ancora Bellinati «che questa sia stata la prima ricognizione. Sicuramente ce sono state delle altre precedenti. È probabile, ad esempio, che ce ne sia stata una proprio nel periodo delle lotte iconoclaste, prima che la cassa di piombo venisse portata a Padova, per accertarsi del contenuto. Nella cassa poi, durante la nostra ricognizione, sono state rinvenute anche delle monete, alcune delle quali antichissime, una risalente addirittura all’anno 299 d.C., epoca dell’imperatore Massimiano. Dunque altre volte la cassa dovrebbe essere stata aperta».
Una seconda ricognizione documentata fu fatta nel 1463 a causa di un processo (i cui atti sono contenuti nel quinto volume dell’Archivio Sartori, una trascrizione dei documenti esistenti nell’Archivio di Stato di Padova) per stabilire se il vero san Luca fosse quello sepolto a Santa Giustina a Padova o un omonimo, la cui tomba era venerata a Venezia. Nel processo, dopo lunghe e faticose sedute, con ampia documentazione e molte testimonianze, si veniva a concludere che il vero san Luca era a Padova, in quanto venne verificato che lo scheletro del Luca veneziano apparteneva ad un giovane di vent’anni, morto da appena due secoli.
L’ultima apertura prima di quella attuale, avvenne nel 1562, data che si desume dalle pergamene ritrovate nella cassa di piombo. Nel 1562 l’identificazione venne operata in occasione della traslazione delle spoglie di san Luca dall’antica cappella omonima al nuovo transetto sinistro della Basilica, dove oggi si trova. La cassa di piombo probabilmente venne aperta per esporre le sacre reliquie alla venerazione dei fedeli, cosa che può essere accaduta anche nelle precedenti aperture. Si sa inoltre che nell’antica cappella di provenienza, la lastra tombale in marmo serviva da mensa d’altare e che la cappella era stata abbellita dal celebre polittico di Andrea Mantegna e da affreschi con scene che rievocavano il tradizionale racconto dell’arrivo del corpo di san Luca a Santa Giustina.
Ora l’insieme di tutti questi dati forniti dai documenti e dalla tradizione saranno riconsiderati, chiariti e approfonditi alla luce delle prove e degli indizi scientifici delle nuove indagini interdisciplinari. «Con il contributo dei moderni strumenti scientifici» afferma Claudio Bellinati «sapremo finalmente stabilire l’autenticità delle reliquie di san Luca e sapremo storicamente ricostruire quanto un’antichissima tradizione ci ha indicato».

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L’Assunzione di Maria in Cielo

Posté par atempodiblog le 31 août 2016

L’Assunzione di Maria in Cielo
di suor Gloria Riva – CulturaCattolica.it

L'Assunzione di Maria in Cielo dans Fede, morale e teologia L_Assunzione_di_Maria_in_Cielo_Tiziano
Tiziano Vercellio, L’Assunta, Venezia, Santa Maria Gloriosa dei Frari

Maria è assunta in cielo anima e corpo, questo proclama la Chiesa, questo essa celebra il 15 agosto di ogni anno. Ma cosa si cela dietro a questo mistero, la cui popolarità è più legata al folclore e al periodo estivo in cui si celebra che non alla sua comprensione?

L’assunzione di Maria è la conseguenza dell’unione perfetta di Maria col Figlio. Dio, inoltre, non poteva permettere la corruzione del corpo di Colei che fu l’arca vivente del Figlio Suo. Questo felice esito della vita terrena di Maria non riguarda, tuttavia, lei sola: in lei ha avuto principio quell’opera di redenzione che deve, nel disegno misericordioso e buono di Dio, raggiungere ogni uomo.

“In te misericordia, in te pietate in te magnificenza in te s’aduna quantunque in creatura è di bontate”, canta Dante. Tutto ciò che di buono Dio ha pensato per le sue creature, in Maria si è realizzato con pienezza e perfezione grazie alla sua fedeltà a Cristo, perciò il suo destino si lega indissolubilmente a quello del Figlio, “come in terra, così in cielo”. E come l’ascensione del Signore rivela che “un corpo abita nella Trinità” (Varillon) così l’assunzione di Maria realizza quello che sarà il destino di ogni credente.

Un cantore di questo singolare evento della Vergine Maria fu Tiziano Vecellio.
Nel vasto interno della chiesa gotica dei Frari dedicata, appunto, a Santa Maria Gloriosa, Tiziano dipinse in tempo brevissimo, dal 1516 al 1518, la tela monumentale dell’Assunzione della Beata Vergine Maria.

Uno spazio tripartito narra l’evento: la terra gremita di apostoli e discepoli del Signore, il cielo che s’apre al passaggio della Vergine e i cieli dei cieli dai quali Dio Padre, solenne e compiacente, discende per accogliere Maria.
L’osservatore pur indugiando brevemente nella selva di forme e colori armoniosamente composti si trova spontaneamente portato a dirigere lo sguardo verso il volto della Giovane Donna che liberata da ogni legame terreno s’innalza verso l’alto fra stupore e commozione.

Una corona di angeli delimita il confine tra la terra e il cielo; la profondità non è narrata, ma intuita dentro la solare luminosità del giallo oro.

In basso il cielo è di tutt’altro segno, incombe sul gruppo dei discepoli rendendo ancora più esiguo lo spazio angusto entro il quale essi si muovono concitati.
E qui ci riconosciamo noi tutti, così lontani dalla chiarità del mistero che ha avvolto Maria, così lontani eppure così partecipi. Ci riconosciamo nello sgomento che pervade certi volti per aver perso dall’orizzonte quotidiano una tanto eloquente trasparenza del Cristo; ci riconosciamo nel desiderio profondo di affidamento a lei, discepola perfetta e fedele, al fine di giungere anche noi alla mèta; ci riconosciamo, ancora, nel volto orante dell’anziano apostolo in primo piano, così vuoto di sé e così pieno del mistero che sotto i suoi occhi si consuma. Siamo qui in questo spazio angusto quale è la vita, prezioso, ma sempre inadeguato alla sete di eternità che alberga nel nostro cuore.

Tiziano si fa vigoroso interprete di questi sentimenti, e lui, che tanto si è espresso in temi mitologici riesce a descrivere il destino eterno di Maria con le tinte dell’amore e della passione. La tensione dei corpi, il movimento dello stesso corpo di Maria, la gamma di rossi che, richiamandosi caricano di drammaticità la scena, descrivono una tensione alla santità che non è ricerca di una perfetta impassibilità, non è raggiungimento di un « nirvana”, ma la pienezza dell’esperienza umana divinizzata dalla sequela a Cristo, pienamente uomo e pienamente Dio.

La sacralità dell’evento è interamente affidata alla composizione classica e solenne e al profilo, in controluce, dell’Eterno Padre. La sua ombra dilata la luminosità dello sfondo e la calda luce dorata colpisce lo sguardo dell’osservatore spalancandogli il cuore al divino.
Uomini e angeli sembrano accomunati dallo stupore, gli uni pieni di sgomento gli altri al colmo del tripudio. Ma nel turbine dei gesti e dei colori un dialogo fatto di sguardi fissa l’attimo eterno: la Vergine solleva lo sguardo al suo Dio e un angelo, alla destra del Padre, come sorpreso indugia con la corona in mano. È proprio lei? È questa? È una creatura che dobbiamo accogliere nella vasta santità del Cielo? Ma Dio Padre guarda la Vergine: “È proprio lei”.
“Umile ed alta, più che creatura, termine fisso d’eterno consiglio”.

Tiziano Vecellio
Tiziano Vecellio, pittore nato a Pieve di Cadore nel 1488/90 e morto a Venezia nel 1576.
Nel periodo giovanile compie la propria formazione nella bottega di Giovanni Bellini; qui Tiziano viene a contatto con l’artista più innovativo del Cinquecento, Giorgione. Nell’epoca della piena maturità Tiziano manifesta maggiore sicurezza nella composizione della figura umana, raggiungendo effetti realistici e vitali. Al potenziamento dell’energia delle scene contribuisce in maniera determinante il colore, che secondo la nuova concezione tonale costruisce la stesura stessa della raffigurazione.
La sua produzione è vastissima e le sue opere più importanti sono: tra le prime, gli affreschi della Scuola del Santo a Padova con la “Storia di S. Antonio” del 1511; l’“Amor sacro e amor profano” della Galleria Borghese a Roma; la “Pala dell’Assunta” della chiesa dei Frari a Venezia del 1516-1518; “Flora” conservata agli Uffizi a Firenze; la “Pala Pesaro” ai Frari a Venezia; “Paolo III Farnese con i nipoti di Alessandro e Ottaviano” del 1546 delle Gallerie Nazionali di Capodimonte a Napoli; il “Carlo V a cavallo” del 1548 conservato a Madrid nel Prado; il “Martirio di S. Lorenzo” della Chiesa dei Gesuiti a Venezia; la “Pietà” delle Gallerie dell’Accademia di Venezia. 

La Pala dell’Assunta Chiesa S. Maria Gloriosa dei Frari
L’imponente pala, commissionata a Tiziano nel 1516 da frate Germano, priore del Convento dei Frari, suscitò alla consegna, due anni più tardi, forti imbarazzi alla committenza ed un’accoglienza piuttosto fredda; la tradizionale iconografia dell’Assunzione in cielo della Vergine veniva infatti completamente rinnovata e stravolta dal Maestro – probabilmente debitore di coevi motivi raffaelleschi – al punto da apparire artisticamente blasfema: la concitazione delle gigantesche figure, il tono fiammeggiante delle vesti e delle carni, l’agitata scenografia, fanno tuttavia di quest’opera una pietra miliare della produzione giovanile dell’artista e, anzi, quella della sua consacrazione definitiva, al punto, grazie all’eccezionale fortuna critica, di divenire in seguito l’immagine più nota del Maestro cadorino.
Dopo un periodo di esposizione alle Gallerie dell’Accademia, dove divenne uno dei dipinti preferiti e osannati dell’ Ottocento, il capolavoro tizianesco è tornato alla sua collocazione originaria nell’altar maggiore della Basilica nel 1919, dove oggi si può ammirare nelle esatte condizioni per le quali l’artista l’aveva pensata.

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La più straordinaria meditazione visiva sul Mistero di Cristo

Posté par atempodiblog le 22 août 2016

Una lettura del ciclo pittorico di Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova
La più straordinaria meditazione visiva sul Mistero di Cristo
di suor Maria Gloria Riva – Radici Cristiane

La più straordinaria meditazione visiva sul Mistero di Cristo dans Articoli di Giornali e News Cappella_Scrovegni

Enrico Scrovegni, ricco signore padovano, acquista nel 1300, al fine di costruirvi un palazzo, l’area del Arena Romana. A suffragio del padre Reginaldo decide di edificare una cappella dedicata alla Beata Vergine Maria. Dante collocava Reginaldo nel XVII canto dell’Inferno, tra gli usurai, per questo si è supposto, ma senza sufficiente fondatezza, che tra gli scopi di Enrico ci fosse il risarcimento dei danni paterni.
Rimasto affascinato dall’opera di Giotto nella Basilica di sant’Antonio, lo Scrovegni chiese all’artista di affrescare le pareti della Cappella. Giotto, in tre anni, realizzò una straordinaria meditazione visiva sul Mistero ricoprendo interamente le pareti dell’edificio con gli episodi della vita di Maria e di Cristo.
Attingendo agli apocrifi, alla Legenda Aurea e godendo dell’assistenza di un dotto religioso, forse altegrado de’ Cattanei, arciprete della Cattedrale, l’artista mise a fuoco la verità certa dell’Incarnazione. Cristo non è un mito, ma è l’Eterno che entra nel tempo, l’Immortale che sposa la mortalità della carne dentro il grembo silenzioso di una Donna.

Dio entra nella storia
Giotto comincia a raccontare il suo Vangelo in una data precisa, il 25 marzo 1303, giorno della prima dedicazione della Cappella degli Scrovegni.
Dalla trifora entra il sole che batte sulla parete alta dell’arco trionfale e illumina Dio Padre che istruisce l’angelo Gabriele circa l’annuncio che deve portare. Gabriele sta in attesa, con le braccia conserte, poi, alla destra, lo si vede proteso al volere divino. Sotto, l’angelo irrompe nella casa della Vergine entrando nella storia degli uomini.
Al trono di Dio, avvolto di luce dorata, fuori dal tempo e dallo spazio si accede attraverso una predella ottagonale cioè attraverso quell’ottavo giorno che compie la storia settenaria dell’Uomo.
Sotto, nel regno degli uomini, lo spazio architettonico è ben segnalato. Il luogo dove avviene l’annuncio è costituito da due straordinarie edicole in prospettiva rovesciata-discendente. Più sotto, ai piedi dell’arco trionfale, due coretti resi con uno scorcio prospettico perfetto 150 anni prima degli “inventori” della prospettiva (Mantegna, Masaccio, Piero della Francesca, Leon Battista Alberti).
I due coretti attestano la dimensione terrena e nel contempo orientano lo sguardo verso il Cielo, verso il Mistero che sta all’origine della Buona Novella.
Dio entra nella storia, trasformando il cuore dell’uomo.

L’equinozio della storia
Il viaggio del Verbo inizia nel grembo della Vergine e, fin dal suo concepimento, compie il primo pellegrinaggio verso Gerusalemme, fermandosi però a Karin, città della Giudea dove vive Elisabetta.
L’anziana madre del Battista riconosce la Madre del Suo Signore. Giovanni nel grembo esulta: è il saluto dell’uomo all’irrompere di Dio nella storia.
Sul lato opposto, sopra l’altro coretto, il tradimento di Giuda. Le due scene si richiamano: entrambe narrano, con gli stessi colori, un incontro.
Sotto la Vergine Annunciata, Elisabetta veste l’oro della grazia e si china riconoscendo il suo Signore. Maria veste il rosso della carità e le damigelle il verde della speranza e il viola della sapienza.
Sotto l’arcangelo Gabriele, invece, Satana, interamente nero, colore poco usato da Giotto, porta un annuncio nefasto a Giuda che è giallo di invidia.
Il sacerdote Anna veste il rosso dell’omicidio; l’abito di Caifa è verde come la che lo invade e l’abito violetto dell’altro membro del Sinedrio indica il livore.
Se nella prima scene le mani sono tutte nascoste dentro l’abbraccio e dentro le fasce del Neonato, nell’altra le mani sono in continua agitazione ed esprimono la logica di chi trama nell’ombra.
Con l’Annunciazione inizia la corsa del Verbo, il 25 marzo: equinozio di primavera: 12 ore di luce e 12 di oscurità.
Sotto l’equinozio della storia: la lotta tra il regno della luce (Elisabetta e Maria) e il regno delle tenebre (Satana e il traditore).

Preparazione ed Attesa
La parete accanto alla Vergine Annunciata e alla Visitazione presenta una rosa di sei scene che rivelano la preparazione del disegno divino: Dio non fa nulla senza avvertire i suoi amici: gli anawim, i puri di cuore.
Nel registro superiore: Gioacchino, cacciato dal tempio per la sua sterilità rivela fin dall’inizio come le prospettive degli uomini siano rovesciate rispetto a quelle divine. Alla rigidità dei capi, si oppone l’accoglienza della gente semplice, come i pastori. Anna, moglie di Gioacchino, sterile riceve l’annuncio della sua prossima maternità dall’angelo.
Nel registro intermedio, il Verbo si fa carne. La nascita di Gesù prepara la sua missione tra quanti lo accolgono con fede e purità di cuore, gli stessi pastori e i magi, ricchi nelle vesti, ma poveri nello spirito.
Sotto, nel registro inferiore, l’istituzione dell’Eucaristia nel cenacolo e la lavanda dei piedi preparano il compimento della missione del Verbo: rimanere con gli uomini fino alla fine del mondo servendo il disegno buono del Padre.

Anche qui analogie tra le scene: nella nascita, Maria è tutta protesa verso il Bimbo divino, sotto, nell’ultima Cena Giovanni è proteso verso Cristo, poggiandogli il capo sul petto.
Nell’Epifania il re terreno è inginocchiato verso il Re divino, sotto, quello stesso Re divino si inginocchia davanti a Pietro, capo della sua Chiesa.
Questi riquadri mentre disegnano la vita di Gesù, rivelano anche la vita della Chiesa nella sua dimensione di adorazione e di ministero di misericordia in mezzo agli uomini: come Dio ha preparato Maria, attraverso i genitori, così Gesù prepara la sua Chiesa.

Luce e tenebra
Sulla stessa parete, in fondo, un’altra rosa di sei affreschi.
Qui di scena è la notte: nel registro inferiore Gioacchino avvolto dall’oscurità della notte e del sonno (simbolo del dolore in cui si trova) viene visitato da una luce: la sterile Anna avrà una figlia.
Nell’affresco seguente Gioacchino incontra Anna alla porta Aurea del tempio (che ricorda l’arco Augusto di Rimini). Tra le damigella che assistono una, velata, è in nero e una luminosissima in bianco avorio. Ancora lo scontro tra luce e tenebre. La donna in abito nero, per alcuni, è simbolo della sinagoga che sta di fronte alla Chiesa, l’una nel lutto per il mancato riconoscimento dello Sposo, l’altra nel giubilo. Non conosciamo le reali intenzioni di Giotto, certo egli vuole sottolineare un contrasto tra luce e tenebre.
Nel registro intermedio il contrasto permane: la sacra famiglia fugge in Egitto, nell’oscurità del cielo la montagna bianchissima sembra fuggire con il Divino Infante. Accanto la strage degli innocenti. La luce è tutta nei bimbi trucidati e nel tempio dietro alle Madri affrante: il dolore innocente è la luce del mondo.
Sotto Cristo, la vera luce, davanti alle autorità: Anna e Caifa, nel Sinedrio e Pilato nel Pretorio. Attorno a lui il caos della violenza: lo schiaffo di un romano, lo scandalo di Caifa che si straccia le vesti, il tradimento di Pietro, la derisione delle guardie, l’opportunismo di Pilato.

Lo zenit della storia: indicare la volontà di Dio
Di fronte a queste ultime, sulla parete opposta troviamo altre sei scene che disegnano lo zenit della storia in cui il Cristo si rivela, appunto, come il vero sole che distrugge le tenebre. Qui si compie l’incontro tra la debolezza umana e la grandezza di Dio e le tenebre mentre si manifestano, rivelano la loro realtà transitoria. Qui di scena sono i gesti che indicano, in-segnano la verità.
La casa di Anna è invasa dalla gioia. La tristezza delle prime scene si è trasformata in giubilo per la nascita di Maria. E’ la stessa casa dei primi riquadri: là una finestra aperta da dove Anna, sola, riceve la visita dell’angelo. Qui la finestra è chiusa ma la casa è inondata dalla luce di Maria e Anna è attorniata da donne che l’aiutano.

Nel primo riquadro Gioacchino veniva allontanato dal tempio, nel riquadro della Presentazione di Maria, il medesimo tempio si trova in posizione rovesciata e ad accogliere la Vergine c’è lo stesso sommo sacerdote che assistette allora alla scacciata di Gioacchino. Le sorti si sono ribaltate.
Così negli affreschi dei riquadri sottostanti: Maria tende le braccia verso Gesù dodicenne ritrovato tra i dottori del tempio, additandolo, come Anna, sopra, tendeva le braccia verso di lei ancora infante. Sotto il Battista, compie un gesto speculare a quello di Maria, additando Gesù  quale Salvatore.
Anche i gesti di Gesù indicano la volontà di Dio: da fanciullo addita alla Madre il tempio e i dottori, nel Battesimo indica il Battista. Il Padre, allo zenit, squarcia di luce il cielo e indica il Figlio prediletto.
Più sotto ancora, nel registro inferiore, la passione. Nella salita al calvario un centurione romano con il bastone in pugno indica suo malgrado Gesù, che gli risponde indicando la croce.
Nell’ultimo riquadro la croce domina la scena. Gli angeli la che circondano gli stessi della scena del Natale, ora si strappano le vesti come il sommo sacerdote Caifa e spalancano le braccia come l’apostolo Giovanni davanti al corpo del Cristo morto. Sotto, additano la croce, la Maddalena e il centurione.
Ognuno sta sotto la sua in-segna: discepoli quella di Gesù, la sua croce, i soldati sotto la bandiera Romana: SPQR Senatus Populusque Romanus. Cristo sta sotto il segno del Padre, che, nella scena del battesimo, si trova esattamente sopra di lui.
La croce è allo zenit della storia, la leva che rovescia le sorti.

Il compimento
Negli ultimi sei riquadri si celebra il tempo del compimento della rivelazione.
Nel registro superiore, Maria ritorna a Nazareth fra damigelle e gente festante: si compie il tempo della preparazione, tra poco ella riceverà l’annuncio della divina maternità.
Nel registro centrale un altro ingresso festoso: Gesù entra in Gerusalemme, cavalcando un umile asino e accolto dai bambini. Lamano benedicente di Gesù nella stessa posizione dei due affreschi precedenti: nelle nozze di Cana e nella risurrezione di Lazzaro. Egli è via, verità e vita. A Cana si compie la verità: Cristo è il Messia promesso. Nella risurrezione di Lazzaro egli si rivela come vita. Nell’ingresso a Gerusalemme egli mostra la via della croce come compimento del disegno del Padre.
Nel registro inferiore, Gesù è ancora benedicente; le mani bucano il “cielo” dell’affresco a significare che il compimento pieno sta oltre la sfera di questo mondo. Tutta la chiesa è presente: 12 profeti dell’Antico testamento, 12 angeli e 12 personaggi del Nuovo Testamento.
L’ultimo riquadro compie le scene dell’ultima cena. Nel cenacolo dove gli Undici, a cui si è aggiunto Mattia, ricevono il dono dall’Alto. Gli Archi sono trilobati e celebrano il trionfo della Trinità. Non si scorge niente dello Spirito se non l’irrompere del fuoco della charis di Dio. La Cappella degli Scrovegni era dedicata alla Vergine della carità.

Conclusione
In questo percorso il fedele è accompagnato dalla meditazione sull’Antico Testamento, rappresentato da medaglioni che ritraggono i patriarchi e i profeti e sui Vizi e le Virtù distribuiti secondo il gioco dell’abbinamento dei contrari (anche qui luce e tenebre in dialogo).
Il compimento pieno è descritto nella grande parete del Giudizio Universale, dalla cui finestra entra la luce che, proprio nell’equinozio di primavere, il 25 marzo, va a battere contro l’annunciazione. Da quell’inizio si giunge al compimento, passando, come il Verbo, per Maria.
Ai piedi del Redentore, avvolto in una mandorla di luce ben visibile la croce: Per aspera ad astra paiono indicare i due angeli che la sorreggono. Sotto la croce la Vergine riceve benedicente da Enrico Scrovegni la Cappella a lei dedicata, mentre ai piedi della croce un curioso personaggio di cui si intravedono solo i riccioli del capo e le gambe. Chi è? Forse il Cireneo? Il Buon Ladrone?
Per Giotto forse siamo ciascuno di noi che, visitando la Cappella, siamo educati a passare per le asperità della vita fino a giungere a quelle stelle di cui il cielo della Cappella è trapuntato.

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Austria: Viaggio nel Salisburghese

Posté par atempodiblog le 1 août 2016

Austria: Viaggio nel Salisburghese
di Marco Polo Tv

Austria: Viaggio nel Salisburghese dans Viaggi & Vacanze salisburghese_01

Quando si è in cerca di una vacanza rilassante, a contatto con le meraviglie della natura si pensa subito all’Austria. Un viaggio nel Salisburghese, una delle più note regioni austriache, è la scelta giusta per andare sul sicuro. Cosa ha da offrire il Salisburghese? Molte più attività di quante si possa immaginare.

Oltre al suo illustre capoluogo, la città di Salisburgo, questa magnifica regione è in grado di soddisfare appieno il desiderio di benessere e divertimento con passeggiate di trekking, spa all’avanguardia e scenari naturali che incantano a prima vista.

salisburgo_02 dans Viaggi & Vacanze

Il Salisburghese vanta ben 76 laghi, che permettono gite in battello su molti di essi, come il Wolfgangsee, che sorge ai piedi del monte Schafberg, località in cui è possibile prenotare un tour su un antico trenino panoramico (per prenotazioni consultate il sito schafbergbahn.at).

Da non tralasciare neanche il Museo dei Celti di Hallein, una vera chicca per gli appassionati di storia antica, che ospita importanti reperti storici, alcuni dei quali rinvenuti nel vicino villaggio celtico sul Dürrnberg, oppure Mauterndorf, caratterizzata da una imponente torre fortificata all’interno della quale è possibile scoprire una bellissima esposizione dedicata alla storia medievale.

Per ristorare il vostro viaggio con ospitalità e scenari alpini mozzafiato dirigetevi a Grossarl e nella zona intorno al picco del Hochkönig, dove non potete lasciarvi sfuggire villaggi come Maria Alm e Dienten.

Chi è in cerca di totale relax, non può lasciarsi sfuggire una passeggiata sulle rive dello Zeller See, costeggiato da numerosi stabilimenti balneari, su cui ristorarsi in estate quando si raggiungono la perfetta temperatura di 24 gradi.

ponte

Se, invece, volete vivere momenti di pura adrenalina in totale sicurezza, dirigetevi a Saalbach-Hinterglemm, e attraversate il Baumzipfelweg, il ponte sospeso di ben 200 metri chiamato il “Golden Gate delle Alpi”, per un’indimenticabile passeggiata “sulle cime degli alberi”.

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Il Benfica e il grande Eusebio, meglio che una scuola

Posté par atempodiblog le 27 juillet 2016

Il Benfica e il grande Eusebio, meglio che una scuola
di Mauro Berruto – Avvenire

Il Benfica e il grande Eusebio, meglio che una scuola dans Articoli di Giornali e News Museu_Cosme_Dami_o

Questa sera, nel modernissimo impianto che si chiama Estádio da Luz di Lisbona, si celebra una delle tante amichevoli estive che, in questo caso, ha un valore più profondo. Spesso, questi match sono occasioni di marketing o frutto di accordi commerciali, ma Benfica-Torino ha un gusto storico che non è mai banale.

C’è un trofeo in palio: la Eusebio’s Cup, in memoria dello straordinario calciatore nato in Mozambico e diventato bandiera del Benfica al punto da meritare una statua proprio all’ingresso dello Stadio. Questa partita, tuttavia, è soprattutto un omaggio alla memoria di quel maledetto precedente del 3 maggio del 1949, quando il Grande Torino di Valentino Mazzola si era recato a Lisbona per celebrare, in un match amichevole, il capitano biancorosso, Francisco Ferreira. L’ultima partita del Grande Torino: fu, infatti, durante il volo di ritorno che l’aereo su cui i granata viaggiavano si schiantò contro il terrapieno della Basilica di Superga, uccidendo tutti i suoi passeggeri.

Il Benfica, da quel giorno, ha con il Torino una specie di patto (ahimè, di sangue). Se due anni fa, in occasione della finale di Europa League a Torino, moltissimi tifosi del Benfica si recarono in processione a Superga, quel maledetto 4 maggio 1949 migliaia di persone si riunirono spontaneamente di fronte all’Ambasciata d’Italia di Lisbona per manifestare il loro dolore di fronte a quella tragedia. Un’immagine fotografica, testimonianza visiva di quella folla immensa, è custodita nel meraviglioso museo Cosme Damião, all’interno dello Stadio benfiquista.

Nel dicembre 2014 il Cosme Damião è stato premiato quale miglior museo dell’intero Portogallo. Entrarci, in effetti, è un’esperienza inaspettata. Dedicato al fondatore, calciatore e anche primo allenatore del club, ci si potrebbe immaginare la “solita” esposizione di trofei, della polisportiva biancorossa (oltre al calcio, ciclismo, atletica, pallacanestro, pallavolo e tanti altri sport).

In effetti, pochi secondi dopo l’ingresso, uno stormo di coppe quasi stordisce il visitatore, ma poi arrivano le sorprese. Per salire al secondo piano dei 4mila metri quadrati del museo si cammina lungo un “corridoio storico” che conduce il visitatore attraverso le due Guerre Mondiali, il primo uomo sulla Luna, l’assassinio di JFK, la Rivoluzione dei Garofani, la caduta del muro di Berlino, la decodificazione del genoma umano, il premio Nobel a José Saramago, l’addio a Giovanni Paolo II e tantissimi altri grandi eventi di portata planetaria. Il museo intreccia continuamente, in modo colto e raffinato, la storia del Benfica e la storia sociale non solo del Portogallo, ma del resto del mondo.

Una sezione è dedicata alle contaminazioni letterarie, televisive, cinematografiche e teatrali di chi, affrontando questi versanti della narrazione, ha voluto rendere omaggio al club di Lisbona, ai suoi eroi, ai suoi tifosi. Superati alcuni totem multimediali che narrano la storia di tutti gli atleti che hanno indossato la maglia biancorossa (con sezione speciale dedicata ai capitani), arriva l’esperienza più forte: un ologramma di Eusebio esce da una profonda oscurità, interrotta solo dal brillare delle due scarpe e del pallone d’oro vinti in carriera.

Elegante, vestito di bianco, Eusebio si siede e ti racconta, con la sua voce e guardandoti negli occhi, un pezzo della sua storia personale e di quella del Benfica. Pochi metri dopo si trova il tributo a lui dedicato, attraverso una narrazione per immagini, dei tre giorni di lutto nazionale proclamati dopo la sua scomparsa nel gennaio 2014. Vengono i brividi. Insomma, vedere una partita di calcio nell’Estádio da Luz, arrivandoci un paio di ore prima per visitare il museo, è una bella opportunità per riconciliarsi con il valore educativo dello sport, un esempio di come attraverso la passione per il calcio si possano insegnare storia, letteratura, educazione civica. Persino meglio che a scuola: basta volerlo.

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La basilica sul Monte dove c’è la porta del Cielo

Posté par atempodiblog le 25 octobre 2015

San Miniato, la festa liturgica ricorre il 25 ottobre
La basilica sul Monte dove c’è la porta del Cielo
di Margherita Del Castillo – La nuova Bussola Quotidiana

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Haec est porta coeli. Queste parole, già pronunciate da Giacobbe dopo aver sognato una scala dalla quale e per la quale angeli scendevano e salivano, sono incise sul cartiglio marmoreo del portale di San Miniato al Monte. Varcando l’ingresso della basilica fiorentina noi uomini moderni possiamo, allora, capire cosa intendesse per cielo la tradizione medievale. La chiesa ha origini antiche, legate alla figura di Miniato che la tradizione agiografica vuole essere un principe armeno di passaggio a Firenze durante un pellegrinaggio a Roma.

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Qui, all’epoca delle persecuzioni dell’imperatore Decio, fu ucciso. Una volta decapitato avrebbe raccolto la sua testa e si sarebbe diretto presso il Mons Fiorentinus, oltre Arno, per trovarvi riposo. Su questo luogo fu costruita dapprima una cappella e, a partire dal 1013, l’attuale chiesa, monastero abitato dai benedettini, poi dai cluniacensi, infine, e ancora oggi, dagli Olivetani. Che sia un capolavoro di architettura romanica si evince già dalla facciata, caratterizzata da una bicroma e precisa geometria.  Divisa in due ordini è scandita nella zona inferiore da cinque arcate a tutto sesto, motivo che ricorre anche nel frontone. Nel registro superiore, al centro del quale si apre un pronao tetrastile, il disegno geometrico del serpentino verde e del marmo bianco riproduce l’opus reticulatum romano.

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La policromia dell’esterno continua nello spazio sacro interno a tre navate. Il presbiterio è fortemente rialzato dalla cripta sottostante divisa in sette navate da colonne recuperate da edifici romani. Sotto le volte affrescate da Taddeo Gaddi riposa, in un altare romanico, il santo titolare della basilica. Nel 1447 Piero de’ Medici commissionò a Michelozzo l’edicola d’altare a marmi intarsiati impreziosita dalla volta a maioliche di Luca della Robbia e dalla tavola dipinta nel XV secolo da Agnolo Gaddi, con episodi evangelici. Un vero e proprio gioiello del rinascimento fiorentino è la cappella del Cardinale del Portogallo che si apre sulla navata sinistra. Fatta erigere tra il 1461 e il 1466 da re Alfonso del Portogallo per dare sepoltura al nipote morto in giovanissima età, fu disegnata da Antonio Rosellino, artefice anche della monumentale tomba del cardinale. Il ciclo decorativo di Alesso Baldovinetti che affrescò Profeti, Santi e Padri della chiesa, si completa con la tavola dell’Annunciazione. La volta a vela è incastonata da medaglioni di terracotta invetriata raffiguranti le Virtù cardinali e la colomba dello Spirito Santo, opera di Luca della Robbia.

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In fondo alla navata destra si apre la sacrestia, con gli splendidi affreschi di Spinello Aretino che, sul finire del XIV secolo, raccontò sulle pareti la storia di San Benedetto. Nel pavimento marmoreo della chiesa, decorato a motivi geometrici e zoomorfi, si inserisce uno zodiaco risalente al 1207. Su di esso il giorno del solstizio d’estate il raggio del sole illumina il segno del Cancro, facendone, così, la meridiana più antica funzionante in tutta Europa.

cristo re absidale san miniato

Il protomartire fiorentino, la cui festa liturgica ricorre il 25 ottobre, oltre che sul prospetto principale della basilica compare nel mosaico tardo bizantino absidale in veste di re, in posizione simmetrica rispetto alla Vergine Maria, nell’atto di consegnare al Cristo Pantocratore la corona terrena per ricevere quella della gloria celeste.

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La Seo, la cattedrale di Saragozza

Posté par atempodiblog le 12 octobre 2015

[...] Se sei un amante dell’arte, e vuoi renderti conto di quali meraviglie sia capace il sentimento religioso, non tralasciare di visitare l’altra cattedrale di Saragozza, la Seo, eretta a fianco della basilica del Pilar. Si tratta di una delle chiese più affascinanti di tutta la cristianità, entrando nella quale uno si dimentica di essere sulla terra e quando esce all’aperto si chiede in quale mondo sia capitato. Gli stili più diversi (romanico, mudèjar, gotico, neoclassico e barocco) si intrecciano armoniosamente, gareggiando fra loro nel creare bellezza. L’interno a cinque navate è un vero scrigno che contiene mirabili capolavori, in particolare le numerose cappelle e il coro centrale che non nascondono l’intento di riprodurre qui sulla terra lo splendore e la gloria della Gerusalemme celeste.

da «Pellegrino a quattro ruote» di P. Livio Fanzaga

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La Seo, la cattedrale di Saragozza
di Andrea Lessona – Il Reporter SPAGNA

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Il coro de La Seo, la cattedrale di Saragozza © Andrea Lessona

L’ombra del campanile cade sulla piazza de La Seo disegnando il barocco sul sagrato della cattedrale di Saragozza. Il neoclassico, invece, è nei miei occhi, fissi sulla facciata bianca della chiesa di San Salvador: insieme di tanti insiemi che la rendono unica.

La storia racconta che fu edificata sull’antico foro romano di Augusto e sui resti della moschea maggiore della Taifa: nel XII secolo, una volta allontanati i mussulmani dall’area, si iniziò a costruire l’edificio ecclesiastico in stile romanico.

Le tracce dell’arte mudèjar sono ancora visibili sulle mura esterne dell’abside e nella torre attuale, eredità del vecchio minareto che venne in parte cancellato dai progetti realizzati dall’architetto Giovan Battista Contini di Roma: sovrascrivere di barocco il passato arabo.

Lascio il sole accecante che brilla sulla capitale dell’Aragona, ed entro nel fresco secolare e spirituale de La Seo. È così che la chiamano qui, con questo diminutivo che è lo stesso dato alla piazza su cui sorge.

Lungo le due navate esterne si distendono una serie interminabile di cappelle: la maggior parte è chiusa da pesanti cancelli in ferro che precludono l’entrata e tutelano i tesori di statue e affreschi che qui hanno trovato dimora.

Cammino in senso antiorario lungo il perimetro della Cattedrale di Saragozza, e ammiro uno ad uno questi capolavori, trionfo d’arte dedicata alla religione. Stile diversi si alternano, si sovrappongono, si elevano solitari. E formano un capolavoro d’insieme.

Terminato il mio viaggio circolare, mi fermo davanti al coro: in questa parte del La Seo ci sono 117 sedie in quercia fabbricate da tre monaci. Appena dietro l’inferriata in bronzo, ecco risaltare le sculture in legno dorato di Juan Ramírez. L’arcivescovo Dalmau Mir è sepolto qui, in una teca a latere.

Lì vicino, si trova l’organo che conserva alcuni resti di quello gotico del 1469 e le canne preservate dal XV al XVIII secolo: è un insieme di vecchi pezzi assemblati tra il 1857 e il 1859 da Pedro Roqués.

Sul retro del coro c’è la cappella di Gesù Cristo in cui sono rappresentati la Crocefissione, Maria Dolorante e San Giovanni. Il tutto si trova sotto un baldacchino sostenuto da colonne Salomoniche di marmo nero.

Negli absidi della chiesa di San Salvador si trova la cappella della Bianca Vergine: il suo altare barocco ha decorazioni in legno dipinto da Jusepe Martínez (1647), un pittore di Saragozza. La scultura in alabastro della Madonna col bambino del XV secolo è dello scultore francese Fortaner de Uesques.

L’altare maggiore, dedicata al Salvatore, fu realizzata in alabastro e dipinta da vari artisti dal 1434 al 1480, tra cui Pere Johan, Francisco Gomar, è Hans Piet D’anso. È considerata uno dei più grandi lavori della scultura gotica europea.

L’altra cappella è dedicata a Pietro e Paolo: al suo interno spiccano in rilievo sull’altare scene dell’intensa vita dei Santi. Prima di uscire, guardo la porta di Pabostría: se non mi trovassi in una chiesa cristiana, potrei pensare di essere in un edificio mussulmano data la sua foggia intarsiata e finemente lavorata.

Segno evidente che l’interno come l’esterno della cattedrale di Saragozza sono proprio un insieme di tanti insiemi che la rendono unica.

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Le sfide da affrontare dopo la vacanza estiva: Fiducia nel domani e poesia della fede

Posté par atempodiblog le 31 août 2015

Le sfide da affrontare dopo la vacanza estiva
Fiducia nel domani e poesia della fede
dell’Arcivescovo di Chieti-Vasto, Bruno Forte – Il Sole 24 Ore
Tratto da: Arcidiocesi Chieti-Vasto

Le sfide da affrontare dopo la vacanza estiva: Fiducia nel domani e poesia della fede dans Fede, morale e teologia bruno_forte

Nell’avvicinarsi della ripresa dopo la vacanza estiva (lunga, breve o inesistente…), vorrei riflettere su quello che ci aspetta, senza soffermarmi sul “carnet de doléances” così facilmente compilabile a partire dai problemi dell’oggi e dalle soluzioni sempre inadeguate dei potenti di turno (si pensi solo alla sfida delle migrazioni!), per servirmi invece della forza evocatrice della poesia. Parto dal poeta toscano Renzo Barsacchi, nei cui versi fede e poesia s’incontrano in modo alto, struggente.

In una lirica dal titolo Tu puoi soltanto attendere, Barsacchi descrive il tempo dell’attesa, di cui è impastata la vita, muovendo dalla sola certezza che il domani ci raggiungerà sempre come sorpresa:

“Il tempo è incerto. In bilico il sereno / e la pioggia. Ma né l’uno né l’altro / dipendono da te. / Tu puoi soltanto attendere, scrutando / segni poco leggibili nell’aria. / Ti affidi al desiderio / ascoltando il timore. Le tue mani / sono pronte a difendersi e ad accogliere. / Così non sai quando Dio ti prepari / una gioia o un dolore e tu stai quasi / origliando alla porta del suo cuore, / senza capire come sia deciso / da quell’unico amore, / lo splendore del riso o delle lacrime” (Marinaio di Dio, Nardini, Firenze 1985, 74). Fra desiderio e timore, il nostro andare incontro al domani resta passione e lotta, anche quando si tinge dei colori della speranza e delle sue possibili aurore. La sola certezza che può darci forza è quella dell’amore, precisamente nella sua misteriosità e nell’indeducibilità delle sue ragioni.

Una poetessa, Elena Bono, esprime in maniera intensissima quest’idea della forza generatrice di vita che ha ogni vera relazione d’amore, in particolare quella con Dio. Bellissimi questi suoi versi: “Quando tu mi hai ferita? / Forse ero ancora nel seno di mia madre / o forse solo nei tuoi pensieri. / Tu mi amasti da sempre. / Io non ho che un piccolo tempo da darti / ed un piccolo amore. / Ma mi perdo nel tuo, / questo mare che brucia / e di sé si alimenta. / Allorché mi feristi / io non sapevo / quanto il tuo amore facesse male. / Ed è questo che vuoi, / soltanto questo in cambio dell’infinito amore: / che io soffra l’amor tuo, / che me lo porti come piaga profonda / e non la curi” (I galli notturni, Garzanti, Milano 1952, 77). È l’amore che apre al domani, nel suo essere inseparabilmente lotta e resa, ferita incancellabile e dono prezioso…

Consiste in questo agone anche la fede, un lottare con Dio con passione d’amore, un lasciarsi rapire dall’Invisibile, riconoscendo l’assente Presenza, che ci raggiunge nella notte del cuore e parla per le vie della Sua rivelazione storica, chiedendo ascolto e fiducia. Se dura è la resa, resta vero che l’affidarsi all’intangibile Altro riempie il futuro di speranza affidabile e ne fa il luogo dell’incontro, che vivifica e trasforma.

È ancora una citazione poetica a rendere il senso di questa lotta, che rende bella la vita, testimoniando la possibilità di una relazione d’amore con Dio, vissuta nel profondo e feconda nelle nostre relazioni con gli altri. Si tratta dei versi di Ada Negri intitolati Atto d’amore: “Non seppi dirti quant’io t’amo, Dio / nel quale credo, Dio che sei la vita / vivente, e quella già vissuta e quella / ch’è da viver più oltre: oltre i confini / dei mondi, e dove non esiste il tempo. / Non seppi; – ma a Te nulla occulto resta / di ciò che tace nel profondo. Ogni atto / di vita, in me, fu amore. Ed io credetti / fosse per l’uomo, o l’opera, o la patria / terrena, o i nati dal mio saldo ceppo, / o i fior, le piante, i frutti che dal sole / hanno sostanza, nutrimento e luce; / ma fu amore di Te, che in ogni cosa / e creatura sei presente. Ed ora / che ad uno ad uno caddero al mio fianco / i compagni di strada, e più sommesse / si fan le voci della terra, il tuo / volto rifulge di splendor più forte, / e la tua voce è cantico di gloria. / Or – Dio che sempre amai – t’amo sapendo / d’amarti; e l’ineffabile certezza / che tutto fu giustizia, anche il dolore, / tutto fu bene, anche il mio male, tutto / per me Tu fosti e sei, mi fa tremante / d’una gioia più grande della morte. / Resta con me, poi che la sera scende / sulla mia casa con misericordia / d’ombre e di stelle. Ch’io ti porga, al desco / umile, il poco pane e l’acqua pura / della mia povertà. Resta Tu solo / accanto a me tua serva; e, nel silenzio / degli esseri, il mio cuore oda Te solo” (Il dono, in Poesie, Mondadori, Milano 19663 , 847s).

Sono parole che fanno eco alle alterne vicende del “secolo breve”, il Novecento, e a quelle d’una vita intensamente vissuta nel profondo del cuore: e tuttavia, in quanto parole d’amore, questi versi sanno essere voce di un’esperienza che ci riguarda tutti, che ci intriga nel profondo dell’anima e che – quando non c’è – è avvertita come ferita e dolorosa assenza. Esse testimoniano una sfida, alla quale verrebbe facilmente la tentazione di sottrarsi per consumare senza problemi l’immediato fruibile. Eppure, senza un senso più alto, privi di un ultimo orizzonte e di una meta verso cui andare, saremmo tutti più poveri. La ripresa vuol dire rinnovare ragioni di vita e di speranza. Proprio così, aprirsi con fiducia al domani è una via necessaria per tutti, una soglia con cui misurarci senza fuggire, perché la fuga è già perdita e vuoto.

Questa lotta, analoga a quella di Giacobbe con l’Angelo al guado dello Yabbok, è resa con parole forti dal cuore pensante di Søren Kierkegaard: “Non permettere che dimentichiamo: Tu parli anche quando taci. Donaci questa fiducia: quando siamo in attesa della Tua venuta Tu taci per amore e per amore parli. Così è nel silenzio, così è nella parola: Tu sei sempre lo stesso Padre, lo stesso cuore paterno e ci guidi con la Tua voce e ci elevi con il Tuo silenzio…” (Diario III,1229).

Ascoltare, riconoscere, lodare: è questa l’attesa di cui, consapevoli o meno, abbiamo tutti bisogno per affrontare i sempre nuovi inizi della vita e dare senso alle opere e ai giorni. Forse perciò i mistici e i poeti sono capaci di dirci tanto nel tempo che prepara questi inizi: “Dire è meditare, comporre, amare: un inchinarsi quietamente esultante, un giubilante venerare, un glorificare, un lodare: laudare… Il poeta deve corrispondere a questo mistero della parola a fatica intravisto e solo nella meditazione intravedibile” (Martin Heidegger, In cammino verso il linguaggio, Milano 1984, 180). E il mistico è chi di questo domani ha già fatto e fa esperienza nell’incontro col Dio vivente, sommamente amato.

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