Coronavirus\ L’importanza della preghiera

Posté par atempodiblog le 8 mars 2020

Coronavirus\ L’importanza della preghiera

Coronavirus\ L’importanza della preghiera dans Articoli di Giornali e News Preghiera-di-Mons-Bruno-Forte-Virus

[...] Invitiamo i credenti a frequentare le liturgie avendo cura di osservare le misure di precauzione già indicate nel Comunicato del 25 u.s., evitando contatti fisici (ad esempio al segno di pace o nell’uso delle acquasantiere), ricevendo la Santa Eucaristia nella mano e mantenendo le distanze minime suggerite fra le persone.

Stia a cuore a tutti che quanto sta avvenendo non generi allarmismo, suscitando paure ingiustificate. Ricordiamo l’importanza della preghiera affinché il Signore conceda la grazia della guarigione ai malati, consoli chi è nel dolore, preservi l’umanità intera dalla malattia, illumini e assista medici e infermieri, chiamati ad affrontare in frontiera questa fase emergenziale, oltre che coloro che hanno la responsabilità di adottare misure precauzionali e restrittive.

Si possono adoperare pregando parole come le seguenti:

Signore Gesù, Salvatore del mondo, speranza che non ci deluderà mai, abbi pietà di noi e liberaci da ogni male! Ti preghiamo di vincere il flagello di questo virus, che si va diffondendo, di guarire gli infermi, di preservare i sani, di sostenere chi opera per la salute di tutti. Mostraci il Tuo Volto di misericordia e salvaci nel Tuo grande amore. Te lo chiediamo per intercessione di Maria, Madre Tua e nostra, che con fedeltà ci accompagna. Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen.

+ Bruno Forte
Arcivescovo di Chieti – Vasto
Presidente della CEAM

Publié dans Articoli di Giornali e News, Coronavirus, Fede, morale e teologia, Monsignor Bruno Forte, Preghiere, Riflessioni, Stile di vita | Pas de Commentaire »

La catechesi e la bellezza di Dio

Posté par atempodiblog le 16 février 2020

La catechesi e la bellezza di Dio
+ Bruno Forte Arcivescovo Metropolita di Chieti-Vasto

La catechesi e la bellezza di Dio dans Fede, morale e teologia Maria-e-il-Bambin-Ges
Madonna del Latte, XVIII sec., Santa Maria Maggiore, Vasto

Messaggio per la Quaresima e la Pasqua 2020

Dedico questo messaggio per la Quaresima 2020 alla catechesi, attività che impegna tutte le nostre comunità parrocchiali e che raggiunge la quasi totalità dei nostri ragazzi, in un contesto profondamente diverso rispetto anche a pochi anni fa, perché tante sono le sfide nuove (basti pensare all’oceano rappresentato dalla “rete” e alla sua presa sui giovani), mentre non pochi tendono ancora a fare catechesi come se nulla fosse cambiato. Ne consegue spesso una difficoltà comunicativa, dovuta anche alla notevole diversità di linguaggi fra chi fa catechesi e i ragazzi cui essa è rivolta, non senza una certa frustrazione per alcuni catechisti. Essere catechisti, però, è bello e può dare tanta gioia, perché vuol dire generare ed educare alla fede molti ragazzi, che potranno ricordare per la vita quanto sapremo loro trasmettere della bellezza di Dio e dell’amicizia con Gesù. Perciò vale la pena riflettere e verificarci insieme su questo compito, arduo e significativo. Risponderò a poche domande essenziali, confidando nello sviluppo e nell’approfondimento che i catechisti potranno fare dei vari punti con l’aiuto dei loro parroci e dell’Ufficio Catechistico Diocesano. Aiuti tutti noi in questo impegno la Vergine Maria, che come Madre tenerissima diede al Figlio, divino bambino, il latte per la crescita umana e quello prezioso della conoscenza delle Scritture…

1. Che cos’è la catechesi? La catechesi è l’azione con cui la Chiesa attua l’iniziazione alla fede e l’educazione ad essa dei battezzati, introducendoli alla celebrazione dei divini misteri e all’esperienza dell’amore di Dio in Gesù Cristo, per illuminare così e interpretare alla luce della rivelazione la loro vita e la storia. Rivolta a chi ha già ricevuto il primo annuncio della fede, la catechesi promuove e alimenta i cammini di iniziazione, crescita e maturazione nella fede. Come il suo stesso nome indica (il verbo greco “katechéin” vuol dire “risuonare”, “far risuonare”) la catechesi fa risuonare la Parola di Dio in coloro che hanno già accolto la fede, hanno cominciato il loro cammino di continua conversione al Signore e intendono approfondirlo. Scopo della catechesi è, dunque, formare i credenti ad ascoltare e vivere il Vangelo di Gesù, per esprimerlo sempre più nella testimonianza della fede, della speranza e della carità. In quanto educazione alla vita in Cristo e nella Chiesa, la catechesi riguarda tutte le dimensioni dell’esistenza, dall’adesione personale al Dio vivente all’accoglienza sempre più consapevole e fruttuosa dei contenuti della rivelazione. Essa ha la sua fonte nella Parola di Dio, trasmessa attraverso la vita e la voce della Chiesa e suscitatrice della fede, poiché «la fede viene dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo» (Rm 10,17). Attraverso la Parola di Dio è lo Spirito Santo a insegnare, rendendo possibile l’incontro con il Signore Gesù.
Ci chiediamo allora: l’idea e la pratica della catechesi che ci sforziamo di vivere corrispondono a ciò che la catechesi è chiamata ad essere secondo l’insegnamento della Chiesa?

2. Quali sono le fonti della catechesi? Se è alla Parola di Dio che la catechesi si alimenta, un ruolo peculiare nella fedele trasmissione e interpretazione di essa lo riveste il magistero della Chiesa, sotto la cui guida, «il popolo di Dio aderisce indefettibilmente alla fede trasmessa ai santi una volta per tutte» (Concilio Vaticano II, Lumen Gentium 12). La liturgia è parimenti una fonte essenziale della catechesi, non soltanto per i contenuti che offre, ma anche e in modo peculiare per l’esperienza del Mistero che fa vivere: «La catechesi è intrinsecamente collegata con tutta l’azione liturgica e sacramentale, perché è nei sacramenti e, soprattutto, nell’Eucaristia che Gesù Cristo agisce in pienezza per la trasformazione degli uomini» (Giovanni Paolo II, Catechesi Tradendae 23). Far prendere coscienza della ricchezza offerta nelle azioni liturgiche è compito della “mistagogia”, che è il cammino catechetico vissuto a partire dall’esperienza degli eventi sacramentali e dell’azione della Grazia divina in essi, per fare propri i doni ricevuti e trarne pieno frutto per la vita. Con la Parola di Dio e il Magistero ecclesiale, possono essere fonte feconda di catechesi gli esempi, le vite e gli scritti dei santi e dei martiri di ogni lingua e popolo. La teologia porta a sua volta un contributo importante al cammino catechetico mediante l’intelligenza critica dei contenuti della fede, approfonditi e ordinati sistematicamente. Anche la “via della bellezza”, attraverso tutte le possibili espressioni artistiche ispirate dalla fede, costituisce un prezioso accesso al dono del Padre fatto nel suo Figlio, “il bel pastore” (Gv 10,11), sotto l’azione dello Spirito Consolatore: si pensi all’incidenza catechetica dell’arte cristiana, sia figurativa, che letteraria o musicale.
Attingiamo i contenuti della nostra catechesi alla Parola di Dio, trasmessa e interpretata dal magistero della Chiesa, sotto la guida dei pastori e con l’aiuto di esperti biblisti, teologi e catecheti? Facciamo tesoro del nugolo di testimoni e di testimonianze che ci viene dalla storia della fede attraverso i secoli?

3. Quali i contenuti centrali della catechesi? Al centro di ogni itinerario di catechesi ci sono la persona e il messaggio di Gesù Cristo, principi unificatori e totalizzanti della vita dei credenti. Si può dire che «lo scopo definitivo della catechesi è di mettere non solo in contatto, ma in comunione, in intimità con Gesù Cristo: egli solo può condurre all’amore del Padre nello Spirito e può farci partecipare alla vita della santa Trinità» (Catechesi tradendae 5). La comunione con Cristo è il centro della vita cristiana e, di conseguenza, il centro dell’azione catechistica. La conoscenza credente del mistero di Cristo conduce alla confessione di fede nella Trinità Santa, unico Dio, che è Amore (1 Gv 4, 8.16), nell’unità del Padre, fonte dell’amore, del Figlio, che riceve e ricambia l’amore, e dello Spirito Santo, amore personale, donato e ricevuto nella reciprocità della relazione fra il Padre e il Figlio nella Trinità divina, unico Dio, eterno Amore. Chi per il primo annuncio accoglie Gesù Cristo e lo riconosce come Signore, inizia un processo, aiutato dalla catechesi, teso a sfociare nella confessione esplicita della Trinità. Sull’esempio di quanto ha fatto Gesù al fine di formare i suoi discepoli, la catechesi intende condurre alla conoscenza e alla pratica della fede rivelata in Cristo, insegnando a pregare e a celebrare i divini misteri, formando all’imitazione del Signore, mite e umile di cuore, e iniziando i discepoli alla vita di comunione con Lui e tra loro e alla missione verso l’intera famiglia umana. L’attenzione ai destinatari della catechesi esige poi che la presentazione del messaggio sia adattata alle diverse fasi della loro crescita.
È la nostra catechesi attenta a trasmettere fedelmente tutti i contenuti fondamentali della fede della Chiesa necessari alla salvezza offertaci in Gesù Cristo? È tale da adattarsi alle diverse fasi della crescita dei ragazzi cui ci rivolgiamo?

4. Per una formazione integrale del cristiano. La catechesi può definirsi, dunque, come «una formazione cristiana integrale, aperta a tutte le componenti della vita cristiana. In virtù della sua stessa dinamica interna, la fede esige di essere conosciuta, celebrata, vissuta e fatta preghiera. La catechesi deve coltivare ciascuna di queste dimensioni. La fede, però, si vive nella comunità cristiana e si annuncia nella missione: è una fede condivisa e annunciata. Pure queste dimensioni devono essere favorite dalla catechesi» (Benedetto XVI, Esortazione apostolica post-sinodale Sacramentum Caritatis, 22 febbraio 2007, 17). In questa prospettiva si comprende l’importanza del coinvolgimento della famiglia nella catechesi dei figli, in quanto essa è chiamata ad essere per loro la prima scuola di umanità, di socialità, di vita ecclesiale e di fede: una catechesi rivolta alle famiglie per meglio responsabilizzarle nell’educazione cristiana dei figli appare quanto mai necessaria, anche se tante difficoltà si riscontrano nei tentativi di realizzarla adeguatamente. Non sarà mai abbastanza sottolineato il fatto che «l’approfondimento nella conoscenza della fede illumina cristianamente l’esistenza umana, alimenta la vita di fede e abilita altresì a rendere ragione di essa nel mondo. La consegna del simbolo, compendio della Scrittura e della fede della Chiesa, esprime la realizzazione di questo compito» (Congregazione per il Clero, Direttorio Generale per la Catechesi, 15 agosto 1997, 85). È quanto ci sforziamo di vivere nella nostra Chiesa diocesana attraverso l’opera generosa di tanti catechisti, impegnati nella trasmissione della fede: a significare questo sforzo veramente corale celebriamo la giornata della “traditio Symboli”, in cui il Vescovo a nome di tutta la comunità ecclesiale consegna ai cresimandi dell’anno il Simbolo degli Apostoli, confessione di fede “breve e grande”, come la definiva Sant’Agostino.
Ci chiediamo allora: viene vissuta fra noi la catechesi come formazione integrale alla vita cristiana in tutti gli aspetti che essa comporta, a partire dalla professione di fede accolta e confessata nella tradizione apostolica della Chiesa, testimoniata dalla comunità cristiana nel suo insieme?

5. L’impegno del catechista nella comunità tutta evangelizzante. Condurre alla conoscenza della fede non è un’operazione solo mentale: essa implica la testimonianza e il coinvolgimento personale del catechista, perché è solo credendo e amando che fede e carità possono essere trasmesse agli altri, specie a coloro che sono impegnati nel percorso catechetico. Sant’Agostino nel De catechizandis rudibus (Catechesi dei principianti) afferma: “Non c’è invito più grande ad amare che prevenire nell’amore” (4,7: “Nulla maior est ad amorem invitatio quam praevenire amando”). È amando che si insegna ad amare, è credendo e sperando che si comunicano la fede e la speranza. Per questo chi vive il servizio della catechesi deve essere anzitutto una persona dalla fede viva, nutrita di preghiera e attiva nella carità, che parla prima con l’eloquenza della vita e poi con le parole e si forma con impegno e dedizione al compito da svolgere, preparandosi con lo studio e la preghiera agli incontri di catechesi, vivendo un’intensa vita ecclesiale nella fedeltà a Cristo, alla Chiesa e ai suoi pastori, e camminando insieme con tutto il popolo di Dio, nell’apertura al respiro cattolico della comunione ecclesiale. Risulta, poi, di fondamentale importanza che i catechisti abbiano a cuore la comunione fra loro, superando rivalità, tensioni, gelosie, che possono essere sempre in agguato. La responsabilità di tutta la comunità cristiana in ordine alla catechesi va continuamente richiamata ed educata, per far sì che quanto in essa viene appreso dai ragazzi possa essere sperimentato nell’accoglienza di comunità vive nella fede e operose nella testimonianza del Vangelo e della carità vissuta. Anche le diverse aggregazioni ecclesiali devono sentirsi coinvolte in questo compito, in piena sintonia con l’azione pastorale delle parrocchie e della Chiesa diocesana.
Chiedo perciò ai nostri catechisti: vivete la vostra vita di fede in una intensa partecipazione alla vita ecclesiale, in piena comunione col Vescovo e i pastori da lui inviati nelle comunità parrocchiali?

6. La formazione permanente dei catechisti. La formazione permanente è un aiuto prezioso e necessario per chi vuole attuare al meglio questi compiti e deve essere costantemente promossa dal Vescovo, primo catechista della Chiesa diocesana, e dai suoi collaboratori, richiesta e seguita da chi è chiamato al servizio della catechesi. Essa deve coniugare momenti di preghiera e di spiritualità, aggiornamento teologico e pastorale, esperienze di vita ecclesiale sia nell’ambito catechetico, che in quello caritativo e di evangelizzazione. Il catechista si immedesimerà nella figura dei discepoli di Emmaus, che si lasciano illuminare dalla parola del divino Viandante, lo riconoscono alla mensa condivisa con Lui e vanno ad annunciare con entusiasmo che Lui è risorto e che essi lo hanno incontrato. In particolare, è importante che il catechista trasmetta la fede parlando con il cuore, come ci ha ricordato Papa Francesco al numero 144 della Evangelii Gaudium: “Parlare con il cuore implica mantenerlo non solo ardente, ma illuminato dall’integrità della Rivelazione e dal cammino che la Parola di Dio ha percorso nel cuore della Chiesa e del nostro popolo fedele lungo il corso della storia. L’identità cristiana, che è quell’abbraccio battesimale che ci ha dato da piccoli il Padre, ci fa anelare, come figli prodighi – e prediletti in Maria -, all’altro abbraccio, quello del Padre misericordioso che ci attende nella gloria. Far sì che il nostro popolo si senta come in mezzo tra questi due abbracci, è il compito difficile ma bello di chi predica il Vangelo”.
Ci chiediamo allora: viene promossa e attuata fra noi la formazione permanente dei catechisti? Viene partecipata con impegno dai catechisti, consapevoli di quanto essa sia necessaria sia sul piano dei metodi catechetici, che su quello dei contenuti da conoscere e approfondire sempre più e sempre meglio? Facendo catechesi ci sforziamo di parlare con il cuore, con ardore di fede e conoscenza illuminata, vivendo con sincera partecipazione la comunione ecclesiale?

7. Preghiera del catechista. Chiediamo tutto questo al Signore, con le parole del vescovo don Tonino Bello, catecheta irradiante della gioia cristiana, che ci accompagna dal cielo con la sua intercessione:

“Chiamato ad annunciare la tua Parola, aiutami, Signore, a vivere di Te e ad essere strumento della tua pace. Assistimi con la tua luce, perché i ragazzi che la comunità mi ha affidato trovino in me un testimone credibile del Vangelo. Toccami il cuore e rendimi trasparente la vita, perché le parole, quando veicolano la tua, non suonino false sulle mie labbra. Esercita su di me un fascino così potente che io abbia a pensare come te, ad amare la gente come te, a giudicare la storia come te. Concedimi il gaudio di lavorare in comunione e inondami di tristezza ogni volta che, isolandomi dagli altri, pretendo di fare la mia corsa da solo. Infondi in me una grande passione per la verità, e impediscimi di parlare in tuo nome se prima non ti ho consultato con lo studio e non ho tribolato nella ricerca. Salvami dalla presunzione di sapere tutto. Dal rigore di chi non perdona debolezze… Trasportami, dal Tabor della contemplazione, alla pianura dell’impegno quotidiano. E se l’azione inaridirà la mia vita, riconducimi sulla montagna del silenzio. Dalle alture… il mio sguardo missionario arriverà più facilmente agli estremi confini della terra. Affidami a tua Madre. Dammi la gioia di custodire i miei ragazzi come Lei custodì Giovanni. E quando, come Lei, anch’io sarò provato dal martirio, fa’ che ogni tanto possa trovare riposo reclinando il capo sulla sua spalla. Amen!” (Dio scommette su di noi. Pregare con Don Tonino Bello, Paoline, Roma 2019, 162-164).

+ Bruno
Padre Arcivescovo

Publié dans Fede, morale e teologia, Monsignor Bruno Forte, Predicazione, Quaresima, Riflessioni, Santa Pasqua, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Possiamo essere santi

Posté par atempodiblog le 4 septembre 2016

Possiamo essere santi
dell’Arcivescovo di Chieti-Vasto, Mons. Bruno Forte

Possiamo essere santi dans Citazioni, frasi e pensieri Monsignor_Bruno_Forte

Santo vuol dire ciò che è separato,
separato per Te, 
o Padre.
Santificare il Tuo nome, allora,
vuol dire separarci per Te,
perdutamente consegnarci a Te,
perché Tu sei la vita, la sorgente e la patria,
il grembo adorabile e provvidente della nostra esistenza.
Santificheremo il Tuo nome quando anteporremo
l’adorazione e l’amore per Te a tutto:
come affermava il gesuita tedesco Alfred Delp, messo a morte dai nazisti,
“il pane è importante, la libertà è più importante,
ma la cosa più importante di tutte

è la costante fedeltà e l’adorazione mai tradita”.
Se noi ci separiamo da tutto per Te,
Tu ci darai tutto il nostro vero bene e ci restituirai a tutti,
facendoci partecipi del Tuo amore
per ognuna delle Tue creature:
è così che ci chiami a farci solitudine
per diventare amore!
Ci inviti a stare nascosti con Cristo in Te,
per fare compagnia al Tuo amore e al Tuo dolore
per ogni essere vivente.
Tu santifichi in noi il Tuo nome
perché ci rapisci a noi stessi
e ci restituisci al mondo,
ricchi di Te, donati agli altri da Te,
prigionieri d’amore 
che da Te imparano
sempre di nuovo a farsi servi,
per irradiare a tutti l’amore
con cui Tu ci ami.
Tu, il Santo, separato per noi,
perché noi, poveri peccatori,
possiamo essere santi, separati per Te,
in Te offerti a ogni creatura.

Publié dans Citazioni, frasi e pensieri, Fede, morale e teologia, Monsignor Bruno Forte, Preghiere, Riflessioni, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Siamo tutti stranieri

Posté par atempodiblog le 23 juin 2016

Il razzista è colui che nega se stesso
Siamo tutti stranieri
dell’Arcivescovo di Chieti-Vasto, Mons. Bruno Forte

Siamo tutti stranieri dans Amicizia tutti_fratelli

Siamo tutti stranieri sulla terra che pure è la nostra, pellegrini in questo mondo: perciò, ciascuno ritrova se stesso in quanto scopre l’altro, scoprendo se stesso altro dall’altro, e proprio così riconoscendosi rivolto all’altro, accogliente dell’altro.

L’alterità è lo stimolo a (ri)scoprire l’identità nell’atto dell’accogliere. Perciò, “il razzista è colui che nega se stesso per quello che è” (E. Jabès, Uno straniero…, o.c., 25).

Publié dans Amicizia, Citazioni, frasi e pensieri, Fede, morale e teologia, Monsignor Bruno Forte, Riflessioni, Stile di vita | Pas de Commentaire »

L’arcivescovo Bruno Forte: «Una sconfitta della democrazia. Così si svaluta la famiglia»

Posté par atempodiblog le 12 mai 2016

«Una sconfitta della democrazia Così si svaluta la famiglia»
L’arcivescovo Bruno Forte e la fiducia sulle unioni civili: «Il voto blindato è frutto di una logica di bassa politica. Qui è in gioco una visione della società, il rischio è assimilare le unioni civili alla famiglia tout court»
di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera

Don Bruno Forte

Il segretario Cei, Nunzio Galantino, ha detto che il voto di fiducia sulle unioni civili è una sconfitta per tutti. E così?
«Sì. Direi anzi che è una sconfitta per la democrazia, per la qualità del lavoro parlamentare e per la coscienza di tanti».

L’arcivescovo teologo Bruno Forte, scelto da Francesco come segretario speciale dei due Sinodi sulla famiglia, tra le voci più aperte della Chiesa italiana, non è mai stato così duro: «Una sconfitta, certo, e anche un impoverimento della vita democratica su una questione che può avere un impatto enorme per il futuro della società»

Ma perché, eccellenza?
«Vede, la democrazia è tale se su tutte le questioni – ma specialmente su quelle che hanno uno spessore etico e ricadute sociali e culturali – c’è la possibilità di portare e discutere tutti gli argomenti, pro e contro, e valutarli in un dibattito libero e aperto».

Se ne discuteva da anni…
«Vero, ma è proprio nel momento in cui si arriva al voto che tutti hanno il sacrosanto diritto di esprimersi. Mi pare scorretto, tanto più in questo caso: sui temi etici le posizioni sono trasversali rispetto agli schieramenti. Se si vuole ricompattare con un sì o un no, si fa un danno a tutti».

Il testo è stato più volte corretto, la fiducia non era un modo per proteggere un compromesso faticoso?
«Mah, se fosse così sarebbe una logica di bassa politica. Il politicante trova scappatoie immediate, magari ad ogni costo. Il politico cerca la via per la quale ciò che decide oggi non solo non danneggi, ma accresca il bene comune nel futuro».

Insiste sul futuro, cosa la preoccupa?
«Qui è in gioco una visione della società. Siamo di fronte ad un istituto giuridico nuovo, con il rischio che possa essere assimilato alla famiglia tout court. La famiglia non è un elemento fra gli altri, è la cellula fondamentale della società. Nella Chiesa abbiamo vissuto un Sinodo sulla famiglia, ricevuto da Francesco un’Esortazione di grandissimo spessore. Come diceva il Vaticano II, nella Gaudium et Spes, la famiglia è la vera grande scuola di umanità, dove si diventa persone. Il luogo di quella relazione educativa che ha bisogno della reciprocità fondamentale tra uomo e donna…».

Però nel testo approvato non si parla più di stepchild adoption, l’adozione del «figliastro»…
«Temo che il discorso possa portare a questo. Il sospetto che tanti hanno messo in luce è che si sia partiti dal modello famiglia per tentare di applicarlo alle unioni civili».

Lei è tra coloro che non si opponevano al riconoscimento dei diritti alle coppie omosessuali…
«Una cosa è la regolamentazione di alcuni diritti, come l’eredità, un’altra un istituto in qualche modo assimilato alla famiglia. Ecco la grande domanda: regolare dei diritti o creare un nuovo istituto giuridico, analogo alla famiglia? Il problema è l’assenza di un dibattito che aiuti a distinguere con precisione. Ed eviti un’operazione di trasferimento che svaluta la famiglia. Se non se ne discute, se ognuno non porta sue idee, il rischio è che passi qualcosa che può essere assimilato all’istituto familiare e lo indebolisca. Dopo l’approvazione le cose andranno approfondite, ma temo che il rischio non sia eluso».

Ma in che modo la famiglia formata da uomo e donna ne verrebbe danneggiata?
«La grande sfida del presente è aiutare le famiglie, sostenerle. La crisi economica, una denatalità spaventosa…E l’indebolimento, prima che culturale e sociale, è già evidente sul piano materiale, al di là delle buone intenzioni: se equipari un altro istituito alla famiglia le risorse, già scarse, vengono inevitabilmente divise».

Che farà ora la Chiesa?
«Come vescovi lo valuteremo forse già la settimana prossima, durante l’assemblea generale della Cei. Al di là del rispetto dovuto ad ogni persona, non può esserci equiparazione tra unioni omosessuali e famiglia. Da parte della Chiesa resta sempre l’annuncio del Vangelo della famiglia come istituto fondamentale della vita umana, sociale e cristiana».

Publié dans Articoli di Giornali e News, Fede, morale e teologia, Monsignor Bruno Forte, Riflessioni | Pas de Commentaire »

Le sfide da affrontare dopo la vacanza estiva: Fiducia nel domani e poesia della fede

Posté par atempodiblog le 31 août 2015

Le sfide da affrontare dopo la vacanza estiva
Fiducia nel domani e poesia della fede
dell’Arcivescovo di Chieti-Vasto, Bruno Forte – Il Sole 24 Ore
Tratto da: Arcidiocesi Chieti-Vasto

Le sfide da affrontare dopo la vacanza estiva: Fiducia nel domani e poesia della fede dans Fede, morale e teologia bruno_forte

Nell’avvicinarsi della ripresa dopo la vacanza estiva (lunga, breve o inesistente…), vorrei riflettere su quello che ci aspetta, senza soffermarmi sul “carnet de doléances” così facilmente compilabile a partire dai problemi dell’oggi e dalle soluzioni sempre inadeguate dei potenti di turno (si pensi solo alla sfida delle migrazioni!), per servirmi invece della forza evocatrice della poesia. Parto dal poeta toscano Renzo Barsacchi, nei cui versi fede e poesia s’incontrano in modo alto, struggente.

In una lirica dal titolo Tu puoi soltanto attendere, Barsacchi descrive il tempo dell’attesa, di cui è impastata la vita, muovendo dalla sola certezza che il domani ci raggiungerà sempre come sorpresa:

“Il tempo è incerto. In bilico il sereno / e la pioggia. Ma né l’uno né l’altro / dipendono da te. / Tu puoi soltanto attendere, scrutando / segni poco leggibili nell’aria. / Ti affidi al desiderio / ascoltando il timore. Le tue mani / sono pronte a difendersi e ad accogliere. / Così non sai quando Dio ti prepari / una gioia o un dolore e tu stai quasi / origliando alla porta del suo cuore, / senza capire come sia deciso / da quell’unico amore, / lo splendore del riso o delle lacrime” (Marinaio di Dio, Nardini, Firenze 1985, 74). Fra desiderio e timore, il nostro andare incontro al domani resta passione e lotta, anche quando si tinge dei colori della speranza e delle sue possibili aurore. La sola certezza che può darci forza è quella dell’amore, precisamente nella sua misteriosità e nell’indeducibilità delle sue ragioni.

Una poetessa, Elena Bono, esprime in maniera intensissima quest’idea della forza generatrice di vita che ha ogni vera relazione d’amore, in particolare quella con Dio. Bellissimi questi suoi versi: “Quando tu mi hai ferita? / Forse ero ancora nel seno di mia madre / o forse solo nei tuoi pensieri. / Tu mi amasti da sempre. / Io non ho che un piccolo tempo da darti / ed un piccolo amore. / Ma mi perdo nel tuo, / questo mare che brucia / e di sé si alimenta. / Allorché mi feristi / io non sapevo / quanto il tuo amore facesse male. / Ed è questo che vuoi, / soltanto questo in cambio dell’infinito amore: / che io soffra l’amor tuo, / che me lo porti come piaga profonda / e non la curi” (I galli notturni, Garzanti, Milano 1952, 77). È l’amore che apre al domani, nel suo essere inseparabilmente lotta e resa, ferita incancellabile e dono prezioso…

Consiste in questo agone anche la fede, un lottare con Dio con passione d’amore, un lasciarsi rapire dall’Invisibile, riconoscendo l’assente Presenza, che ci raggiunge nella notte del cuore e parla per le vie della Sua rivelazione storica, chiedendo ascolto e fiducia. Se dura è la resa, resta vero che l’affidarsi all’intangibile Altro riempie il futuro di speranza affidabile e ne fa il luogo dell’incontro, che vivifica e trasforma.

È ancora una citazione poetica a rendere il senso di questa lotta, che rende bella la vita, testimoniando la possibilità di una relazione d’amore con Dio, vissuta nel profondo e feconda nelle nostre relazioni con gli altri. Si tratta dei versi di Ada Negri intitolati Atto d’amore: “Non seppi dirti quant’io t’amo, Dio / nel quale credo, Dio che sei la vita / vivente, e quella già vissuta e quella / ch’è da viver più oltre: oltre i confini / dei mondi, e dove non esiste il tempo. / Non seppi; – ma a Te nulla occulto resta / di ciò che tace nel profondo. Ogni atto / di vita, in me, fu amore. Ed io credetti / fosse per l’uomo, o l’opera, o la patria / terrena, o i nati dal mio saldo ceppo, / o i fior, le piante, i frutti che dal sole / hanno sostanza, nutrimento e luce; / ma fu amore di Te, che in ogni cosa / e creatura sei presente. Ed ora / che ad uno ad uno caddero al mio fianco / i compagni di strada, e più sommesse / si fan le voci della terra, il tuo / volto rifulge di splendor più forte, / e la tua voce è cantico di gloria. / Or – Dio che sempre amai – t’amo sapendo / d’amarti; e l’ineffabile certezza / che tutto fu giustizia, anche il dolore, / tutto fu bene, anche il mio male, tutto / per me Tu fosti e sei, mi fa tremante / d’una gioia più grande della morte. / Resta con me, poi che la sera scende / sulla mia casa con misericordia / d’ombre e di stelle. Ch’io ti porga, al desco / umile, il poco pane e l’acqua pura / della mia povertà. Resta Tu solo / accanto a me tua serva; e, nel silenzio / degli esseri, il mio cuore oda Te solo” (Il dono, in Poesie, Mondadori, Milano 19663 , 847s).

Sono parole che fanno eco alle alterne vicende del “secolo breve”, il Novecento, e a quelle d’una vita intensamente vissuta nel profondo del cuore: e tuttavia, in quanto parole d’amore, questi versi sanno essere voce di un’esperienza che ci riguarda tutti, che ci intriga nel profondo dell’anima e che – quando non c’è – è avvertita come ferita e dolorosa assenza. Esse testimoniano una sfida, alla quale verrebbe facilmente la tentazione di sottrarsi per consumare senza problemi l’immediato fruibile. Eppure, senza un senso più alto, privi di un ultimo orizzonte e di una meta verso cui andare, saremmo tutti più poveri. La ripresa vuol dire rinnovare ragioni di vita e di speranza. Proprio così, aprirsi con fiducia al domani è una via necessaria per tutti, una soglia con cui misurarci senza fuggire, perché la fuga è già perdita e vuoto.

Questa lotta, analoga a quella di Giacobbe con l’Angelo al guado dello Yabbok, è resa con parole forti dal cuore pensante di Søren Kierkegaard: “Non permettere che dimentichiamo: Tu parli anche quando taci. Donaci questa fiducia: quando siamo in attesa della Tua venuta Tu taci per amore e per amore parli. Così è nel silenzio, così è nella parola: Tu sei sempre lo stesso Padre, lo stesso cuore paterno e ci guidi con la Tua voce e ci elevi con il Tuo silenzio…” (Diario III,1229).

Ascoltare, riconoscere, lodare: è questa l’attesa di cui, consapevoli o meno, abbiamo tutti bisogno per affrontare i sempre nuovi inizi della vita e dare senso alle opere e ai giorni. Forse perciò i mistici e i poeti sono capaci di dirci tanto nel tempo che prepara questi inizi: “Dire è meditare, comporre, amare: un inchinarsi quietamente esultante, un giubilante venerare, un glorificare, un lodare: laudare… Il poeta deve corrispondere a questo mistero della parola a fatica intravisto e solo nella meditazione intravedibile” (Martin Heidegger, In cammino verso il linguaggio, Milano 1984, 180). E il mistico è chi di questo domani ha già fatto e fa esperienza nell’incontro col Dio vivente, sommamente amato.

Publié dans Fede, morale e teologia, Monsignor Bruno Forte, Riflessioni, Viaggi & Vacanze | Pas de Commentaire »

Il canto che guarisce

Posté par atempodiblog le 5 juin 2015

“La musica si presenta anzitutto come un intervallo fra due silenzi – il silenzio dell’attesa e dell’ascolto, da una parte, e il silenzio degli effetti che può produrre nell’interiorità di chi l’ascolta – non è difficile cogliere come essa stabilisca fra il compositore, l’esecutore e il fruitore una sorta di canale comunicativo, aperto su diversi registri di comunicazione.

Così, la musica può unire coloro che fruiscono insieme dello stesso atto musicale, nel tempo o nello spazio, o più radicalmente si fa ponte fra il cuore della persona toccata dalla musica e la totalità del reale fin nelle sue dimensioni più abissali, quelle che si perdono nel mistero che avvolge ogni cosa”.

di Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto

Il canto che guarisce dans Canti nxvmo8

Il canto che guarisce
di Stefano Chiappalone – Comunità Ambrosiana

Ma il canto! era il canto che mi andava al cuore…” (JRRT)

Nel breve discorso rivolto agli organizzatori del Concerto dei poveri per i poveri – idealmente collegato all’apertura della Cappella Sistina per 150 clochard, avvenuta a marzo – lo scorso 14 maggio, Papa Francesco condensava in poche righe la funzione guaritrice della bellezza.

La musica ha questa capacità di unire le anime e di unirci con il Signore, sempre ci porta… è orizzontale e anche verticale, va in alto, e ci libera delle angosce. Anche la musica triste, pensiamo a quegli adagi lamentosi, anche questa ci aiuta nei momenti di difficoltà”. 

La musica, ma il discorso del Santo Padre è applicabile a qualsiasi forma d’arte, ci guarisce dalle angosce proprio nella misura in cui ci distoglie dall’ “affarismo materiale che sempre ci circonda e ci abbassa, ci toglie la gioia”. E si tratta di una gioia duratura, “non un’allegria divertente di un momento, no: il seme rimarrà lì nelle anime di tutti e farà tanto bene a tutti”. Nel duplice movimento verticale – verso il Signore – e orizzontale – verso i fratelli -, il Papa ci dona anche un criterio di discernimento per distinguere la vera gioia donata dall’arte e non confonderla con un piacere effimero, sulla scia della distinzione tra vera e falsa bellezza già espressa in più occasioni dal predecessore:

una funzione essenziale della vera bellezza, infatti, già evidenziata da Platone, consiste nel comunicare all’uomo una salutare “scossa”, che lo fa uscire da se stesso, lo strappa alla rassegnazione, all’accomodamento del quotidiano, lo fa anche soffrire, come un dardo che lo ferisce, ma proprio in questo modo lo “risveglia” aprendogli nuovamente gli occhi del cuore e della mente, mettendogli le ali, sospingendolo verso l’alto” (Benedetto XVI, Incontro con gli artisti, 21 novembre 2009).

A sua volta, il pontefice gesuita aggiunge un ulteriore elemento nel distinguere tra “un’allegria divertente di un momento” e una gioia duratura che “rimarrà lì nelle anime di tutti e farà tanto bene a tutti”, riecheggiando quel discernimento degli spiriti di cui è maestro il suo fondatore Sant’Ignazio di Loyola. Negli Esercizi Spirituali, Ignazio ci invita a riconoscere l’albero dai suoi frutti (cfr Lc 6 ,43 ss), poiché quando c’è vera gioia spirituale, “l’anima continua nel fervore e avverte il favore divino e gli effetti che seguono la consolazione passata”. In altre parole, la gioia che scaturisce dalla vera bellezza si contraddistingue dalla continuità dei suoi effetti, nella misura in cui ci guarisce dal ripiegamento in noi stessi, ci libera dalle nostre gabbie interiori, ridestando l’apertura verso il reale e la meraviglia di far parte di una famiglia “cosmica” che va da Dio al prossimo, passando per l’intera Creazione.

“Voi non l’avete visto, ma quel cavaliere Nero si è fermato proprio qui, e stava strisciando verso noi, quando giunsero le note della canzone. Appena ha sentito le voci è fuggito via” (JRRT)

La funzione guaritrice della bellezza emerge sin dai tempi antichi. Nel primo libro di Samuele, al re Saul viene proposta una “terapia” musicale di fronte ai turbamenti di uno spirito cattivo – e i Padri del Deserto insegnano che lo spirito cattivo non spaventa necessariamente con corna e zampe caprine, ma anche molto più sottilmente attraverso la multiforme minaccia dei pensieri negativi.

Comandi il signor nostro ai ministri che gli stanno intorno e noi cercheremo un uomo abile a suonare la cetra. Quando il sovrumano spirito cattivo ti investirà, quegli metterà mano alla cetra e ti sentirai meglio” (1 Sam 16,16). Per Saul trovarono un cantore d’eccezione che sarebbe divenuto il suo successore. “Quando dunque lo spirito sovrumano investiva Saul, Davide prendeva in mano la cetra e suonava: Saul si calmava e si sentiva meglio e lo spirito cattivo si ritirava da lui” (1 Sam 16,23).

Sarà per questo che talora nei momenti di sconforto cerchiamo rifugio nella musica – salvo rinchiudersi ancora di più negli auricolari –, o in mezzo al verde, per spegnere le luci e i rumori del quotidiano, e lasciar spazio ai colori della Creazione, al profumo di un prato, alla calma silente di un lago, al cinguettio degli uccelli, allo scroscio dell’acqua, al candore di una cima innevata come neonati piangenti che cercano riposo nell’abbraccio materno. Cerchiamo, in definitiva, di rompere le varie gradazioni di grigio che dominano il nostro mondo e tornare a godere un po’ di quello che doveva essere l’orizzonte quotidiano di tempi andati, certamente carenti di molte comodità materiali (di cui, beninteso, sarebbe assurdo privarci), ma forse meglio di noi attrezzati ad accogliere la vita nel suo inestricabile intreccio di gioie e dolori. Tempi che ci hanno donato non solo castelli e cattedrali, bensì un istinto della bellezza disseminato nelle umili ma splendide casette dei nostri centri storici, in paesaggi incantevoli plasmati dalla sapienza di generazioni di contadini, persino nei corredi cuciti con arte dalle madri per le figlie e dove anche la fatica delle faccende domestiche si trasfigurava nel canto delle lavandaie – avete invece mai visto qualcuno cantare, o almeno sorridere, mentre fa il bucato nelle nostre lavatrici self service a gettoni? Di quel mondo abituato alla lode traspariva un’eco nell’anziana signora che vidi passare un giorno: portava sulla testa con eleganza il suo cesto di vimini e durante il tragitto…cantava! Cantava, come aveva imparato da ragazza, in un’epoca lontana anni luce dalla nostra – benché distante solo poco più di mezzo secolo – e paradossalmente più vicina a quella Palestina di duemila anni fa, in cui una semplice ragazza di Nazareth improvvisava spontaneamente un celebre inno: “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore…” (Lc 1,46-47).

…si accorsero improvvisamente che il canto sgorgava spontaneamente dalle loro labbra, quasi fosse più semplice e naturale cantare che parlare” (JRRT)

Al declinare degli inni corrisponde il mutismo delle pietre: all’incanto dei borghi e dei paesaggi – confinati a “riserve turistiche” – si è sostituito il proliferare di “non luoghi” costruiti e abitati da gente che non ha più nulla da cantare forse perché ha smesso anche di sorridere. Archiviato ogni legame trascendente, verso l’alto e verso l’altro, ritrovandosi senza Padre e senza fratelli, prigioniero del proprio individualismo, l’uomo moderno non trova più cetre in grado di scuoterlo dal torpore.

Ma sei capace di gridare quando la tua squadra segna un goal e non sei capace di cantare le lodi al Signore? Di uscire un po’ dal tuo contegno per cantare questo?” chiedeva il Santo Padre, invitando a esaminarci sulla capacità di lodare: “Ma come va la mia preghiera di lode? Io so lodare il Signore? So lodare il Signore o quando prego il Gloria o prego il Sanctus lo faccio soltanto con la bocca e non con tutto il cuore?” (Omelia a S.Marta, 28 gennaio 2014).

L’arte esprime la lode, ma l’uomo moderno ne è divenuto incapace, imprigionato in quell’ “affarismo materiale che sempre ci circonda e ci abbassa, ci toglie la gioia”. Si rende grazie quando si riconosce di aver ricevuto un dono, non quando si concepisce l’intera realtà come qualcosa di interamente prodotto da noi stessi o comunque manipolabile a comando. Si ringrazia per il sole che illumina e scalda, per la pioggia che feconda la terra, per il legno e la pietra, per l’acqua e il fuoco, per il raccolto, per la festa, ma quale lode potranno mai ispirare le colate di cemento e le luci artificiali? Possiamo ancora costruire castelli e cattedrali, colonne e le vetrate, persino le colline, le siepi, ma tutto questo necessita di un solido fondamento, poiché la bellezza ha come fondamento la dimensione festiva della realtà, riflesso di quella primordiale contemplazione di Dio stesso all’atto della Creazione: “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Gn1,29). Non importa quanto grigio invada il nostro orizzonte, né quanto dolore affligga la nostra vita: le generazioni passate non mancavano di contrarietà, tuttavia cantavano e facevano cantare persino la materia, facendo di una piccola chiesetta di campagna uno scrigno di bellezza, vivendo anche le fatiche nella prospettiva di quella festa cosmica che intravediamo tra le pieghe (e le piaghe!) del quotidiano. “Se già non lo fai, prendi l’abitudine di pregare – raccomandava J.R.R.Tolkien a suo figlio che si trovava in guerra –  Io prego molto (in latino): il Gloria Patri, il Gloria in Excelsis, il Laudate Dominum; il Laudate Pueri Dominum (a cui sono particolarmente affezionato), uno dei salmi domenicali; e il Magnificat; anche la Litania di Loreto (con la preghiera del Sub tuum presidium). Se nel cuore hai queste preghiere non avrai mai bisogno di altre parole di conforto”.  Per ricominciare a costruire, perché il mondo intorno a noi ricominci a cantare, risvegliandosi dalla tristezza, non occorre cercare lontano: dobbiamo recuperare la cetra nel nostro stesso cuore.

Publié dans Canti, John Ronald Reuel Tolkien, Monsignor Bruno Forte, Riflessioni, Stile di vita | Pas de Commentaire »

La verità ha il carisma dell’inopportunità

Posté par atempodiblog le 3 juin 2015

La verità ha il carisma dell’inopportunità dans Citazioni, frasi e pensieri 28utyyo

A differenza della maschera, che puoi costruirti a tuo piacimento, la verità s’impone con la sua alterità rispetto ad ogni tuo calcolo. Per questo essa ha il carisma dell’inopportunità.

di Monsignor Bruno Forte

Publié dans Citazioni, frasi e pensieri, Monsignor Bruno Forte, Riflessioni, San Massimiliano Maria Kolbe | Pas de Commentaire »

Pregare in Dio

Posté par atempodiblog le 22 avril 2015

Pregare in Dio dans Citazioni, frasi e pensieri 2i8ce3c

Pregheremo tanto meglio quanto più nel profondo della nostra anima è presente l’orientamento verso Dio. Quanto più esso diventa la base portante di tutta la nostra esistenza, tanto più saremo uomini di pace. Tanto più saremo in grado di sopportare il dolore, di capire gli altri e di aprirci a loro. Questo orientamento che segna totalmente la nostra coscienza, la silenziosa presenza di Dio sul fondo del nostro pensare, meditare ed essere, noi lo chiamiamo «preghiera continua». Ed è anche questo, in fondo, che intendiamo quando parliamo di «amore di Dio»; allo stesso tempo è la condizione più intima e la forza trainante dell’ amore del prossimo.

Questa autentica preghiera, il silente, interiore stare con Dio ha bisogno di nutrimento, ed è a questo che serve la preghiera concreta con parole, immaginazioni o pensieri. Quanto più Dio è presente in noi, tanto più potremo davvero stare presso di Lui nelle preghiere orali. Ma vale anche il contrario: la preghiera attiva realizza e approfondisce il nostro stare con Dio. Questa preghiera può e deve sgorgare soprattutto dal nostro cuore, dalle nostre pene, speranze, gioie, sofferenze, dalla vergogna per il peccato come dalla gratitudine per il bene ed essere così preghiera del tutto personale.

Benedetto XVI – Gesù di Nazareth, Ed. Rizzoli

91hph4 dans Fede, morale e teologia

“Pregare Dio è un atteggiamento in fondo ateo, perché è un Dio che sta fuori di te, straniero a te. Pregare in Dio è, al contrario, l’atteggiamento cristiano che da sempre ci ha insegnato la liturgia: pregare “nello Spirito, per il Figlio, il Padre”. Chi ripensa trinitariamente la preghiera scoprirà ricchezze meravigliose. Il cristiano prega in Dio”.

“Preghiera è al tempo stesso il dialogo di Dio con Dio nel cuore dell’uomo e l’ingresso dell’orante nella Trinità divina: il cristiano non prega un Dio, ma prega in Dio”.

dell’Arcivescovo di Chieti-Vasto, Bruno Forte

Publié dans Citazioni, frasi e pensieri, Fede, morale e teologia, Libri, Monsignor Bruno Forte, Preghiere | Pas de Commentaire »

Papa: Confessione è abbraccio di Dio. Mons. Forte: riconciliamoci

Posté par atempodiblog le 31 mars 2015

Papa: Confessione è abbraccio di Dio. Mons. Forte: riconciliamoci
di Radio Vaticana

“La Confessione è il sacramento della tenerezza di Dio, il suo modo di abbracciarci”. È il messaggio per il Martedì Santo che Papa Francesco ha affidato a un tweet: un invito ad accostarsi al Sacramento della Riconciliazione, tante volte ripetuto in due anni di Pontificato. Alessandro De Carolis ha chiesto all’arcivescovo di Chieti-vasto, mons. Bruno Forte, cosa gli suggeriscano i richiami di Francesco alla Confessione come tenerezza e abbraccio di Dio:

Papa: Confessione è abbraccio di Dio. Mons. Forte: riconciliamoci dans Fede, morale e teologia Confessionale

R. – Suggerisce un’immagine evangelica e cioè quella del Padre del Figliol prodigo che sta alla finestra, vede il figlio tornare di lontano, gli corre incontro e lo abbraccia. Dunque, mi sembra che Papa Francesco abbia voluto evocare la profonda misericordia di Dio, il fatto che il Dio di Gesù Cristo è un Padre che ci ama, che ci rispetta anche quando noi scegliamo qualcosa che è contro la sua volontà ed egli è sempre pronto ad accoglierci, ad aspettare il nostro ritorno e a far festa quando torniamo. Dunque, piuttosto che la visione del tribunale – che a volte nel passato aveva dominato la visione del Sacramento della penitenza, dove il sacerdote era in qualche modo il giudice che doveva poi assolvere – siamo di fronte all’immagine di un incontro d’amore, di un’attesa, di un’accoglienza festosa, di una misericordia traboccante.

D. – Lei ricorda l’immagine di Dio come quella di un Padre che perdona sempre. Papa Francesco lo ha detto dall’inizio del Pontificato: “Dio non si stanca mai di perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere perdono”. Perché si perde la fiducia nel perdono di Dio?

R. – Il meccanismo del peccato è un meccanismo che intacca profondamente l’integrità della persona umana e l’effetto primo, devastante, del male è il male che si fa a se stessi. Si perde il senso della propria dignità e si smarrisce proprio per questo la fiducia nelle possibilità che Dio ci ha dato. Ecco perché il volto della misericordia è fondamentale per ritrovare la strada della riconciliazione. Un Dio giudice manterrebbe ancora lontani coloro che hanno peccato. Un Dio di misericordia infinita, come ama sottolineare Papa Francesco, è un Dio che ti attrae, che sollecita il tuo cuore ad aver fiducia di Lui nonostante tutto.

D. – Papa Francesco una volta, da Santa Marta, parlando della Confessione ha detto: bisogna avere semplicità e anche coraggio. Perché queste qualità tante volte sembra siano smarrite dai cristiani quando si avvicinano al Sacramento della Riconciliazione?

R. – La semplicità è necessaria perché essere semplici significa essere veri, cioè saperci porre davanti a Dio senza alibi e senza difese. Senza quelle sovrastrutture che a volte complicano i rapporti umani e a volte complicano anche il nostro rapporto con Dio. Ciò che Papa Francesco non si stanca di ricordare è che Dio è amore e che dunque ogni rapporto con Dio deve essere vissuto nel segno dell’amore, che significa della fiducia, dell’affidamento, della libertà dalla paura e del coraggio di ritrovare nell’amore la forza per essere se stessi secondo il disegno di Dio. In fondo, il coraggio è una virtù inseparabile dalla fiducia e dall’amore. Se non hai amore, se non hai fiducia, se non ti senti amato, anche il coraggio viene meno. Se invece c’è tutto questo, il coraggio ti fa aprire a quelle che un grande teologo evangelico come Karl Barth chiamava le “impossibili possibilità di Dio”: proprio quelle che nella Settimana Santa ci vengono rivelate.

Publié dans Fede, morale e teologia, Misericordia, Monsignor Bruno Forte, Papa Francesco I, Riflessioni, Sacramento della penitenza e della riconciliazione, Sacramento dell’Ordine | Pas de Commentaire »

Il presepe e la figura di Amedir

Posté par atempodiblog le 24 décembre 2014

Il presepe e la figura di Amedir dans Monsignor Bruno Forte 5yhu1y

Il presepe non vuole però essere soltanto ammirato: il protagonista divino e il protagonista umano non vi sono rappresentati come una memoria di un tempo perduto, ma come un appello rivolto al presente. Essi sono presentati in una forma di racconto “performativo”, che tende cioè a realizzare nel presente quel che viene narrato. Ne è indizio la figura così frequente del turco Amedir, il “guardiano della Nascita”. Secondo la leggenda una ricca principessa possedeva un Bambino Gesù, a custodia del quale aveva posto un Moro, così ostinato nel non volersi far cristiano, che alle insistenze della pia padrona sistematicamente rispondeva con freddezza, precorritrice di un Voltaire: “Quando a me Bambin parlare, me allor cristiano fare”. Un bel giorno ella se lo vide correre incontro gridando: “Me voler cristiano fare e voler Giuseppe chiamare”. Il Bambino aveva parlato, dicendogli: “Giuseppe, cristiano fare”. E così il buon Moro fu battezzato col nome prescelto dal Figlio di Dio.

Il senso della leggenda – trasmessa fra innumerevoli lacrime di commozione – è palese: i “guardiani” del presepe, gli spettatori ammirati e incuriositi, sono chiamati per nome dal piccolo Salvatore, affinché il loro cuore si apra a Lui e la loro vita cambi. Altro indizio non meno significativo di questa “attualità” del presepe è riconoscibile nel fatto che spesso i luoghi e i volti sono quelli della Napoli settecentesca: non si farebbe fatica ad individuare visi resi celebri dalle arti “maggiori”, ma anche i comuni pastori hanno i tratti e gli abbigliamenti che qualunque visitatore avrebbe potuto osservare nelle strade rumorose della città. E i “trionfi” di frutta, verdura e cacciagione dovevano riprodurre uno spettacolo consueto, sul quale riposavano di frequenza gli occhi dei benestanti, pregustando prossime delizie, ma anche dei più poveri, sazi almeno di quello sguardo: “Tranne poche eccezioni – scrive Leonardo Fernandez Moratin, letterato spagnolo in visita a Napoli sul finire del 1793 e l’inizio del 1794 – bisogna confessare che la città di Napoli è forse la più abbondante in commestibili che vi sia in Europa… e il popolo è contento quando, anche senza mangiare, sa che c’è da mangiare” È questo popolo godereccio ed affamato, chiassoso e festaiolo, gravato da contraddizioni sociali forti, ma pur sempre abile nell’“arrangiarsi”, che il presepe intende riprodurre, quasi a dire che Cristo non nasce “altrove” o “in un tempo lontano”, ma “qui ed ora”, in questa “sua” terra e fra questa “sua” gente.

È così che la risposta dei “pastori” puó diventare quella di chi guarda ed è così che il presepe del nostro presente potrebbe assolvere al medesimo compito cui assolse il presepe di Padre Rocco o di Sant’Alfonso: dire il Vangelo in modo che risuoni non come predica moralistica o discorso edificante, ma come dubbio sui nostri non-sensi, annuncio di una speranza possibile, dischiusa per tutti da quell’umile nascita…

dell’Arcivescovo di Chieti-Vasto, Bruno Forte

Publié dans Monsignor Bruno Forte, Racconti e storielle, Santo Natale | Pas de Commentaire »

Cosa significa se l’immigrato è l’italiano che parte

Posté par atempodiblog le 18 décembre 2014

Come abitare nella grande casa del Pianeta
Cosa significa se l’immigrato è l’italiano che parte
dell’Arcivescovo di Chieti-Vasto, Bruno Forte – Il Sole 24 Ore
Tratto da: Arcidiocesi Chieti-Vasto
Cosa significa se l’immigrato è l’italiano che parte dans Articoli di Giornali e News 2i07vyq
Come ogni anno la Fondazione Migrantes, organismo pastorale della Conferenza Episcopale Italiana, ha pubblicato il Rapporto Italiani nel mondo 2014 (Tau Editrice,Todi 2014, 522pp.), che offre un’ampia documentazione e una precisa informazione sull’emigrazione italiana del passato e sull’attuale mobilità dei nostri connazionali.

In un contesto generale in cui l’immigrazione nel nostro Paese dal Terzo Mondo fa più notizia, anche per i drammatici risvolti legati alle modalità in cui si compie e alla fatica di organizzare un’accoglienza e un’integrazione che siano rispettose della dignità delle persone in gioco, l’attenzione al fenomeno migratorio dall’Italia sembra oscurata, anche se essa appare rilevante e in crescita in rapporto specialmente alla crisi economica e sociale che stiamo attraversando e dalla quale la nostra comunità civile sembra essere fra quelle che fanno più fatica ad uscire. Il volume spazia dall’analisi dei flussi e delle presenze all’indagine storica, a quella sulle esperienze più interessanti in corso, fino alla presentazione di eventi speciali, fra cui la preparazione di Expo Milano 2015. Per dare un solo esempio dell’interesse del materiale raccolto, vorrei segnalare l’attenzione prestata all’emigrazione dei ricercatori italiani, che giunge a conclusioni in parte inattese, soprattutto da chi presenta il fenomeno come una sorta di termometro del disagio del mondo del lavoro nel nostro Paese: “Il problema di un’eventuale fuga dei cervelli dall’Italia torna periodicamente alla ribalta. Tuttavia, non esiste ancora un’opinione condivisa riguardo alla presenza o meno di questo fenomeno” (76). Un dato innegabile è quello della cosiddetta “over-education”, e cioè del fatto che “il sistema universitario italiano produce un numero di dottori di ricerca nettamente superiore a quello richiesto dal sistema produttivo nazionale” (83). Manca insomma quel coordinamento fra la formazione delle competenze e l’impiego effettivo di esse, che sarebbe necessario a garantire l’attività lavorativa nell’ambito di ciò a cui ci si è preparati, spesso per lunghi anni e con molti sacrifici.

Dall’insieme copioso e documentato dei dati presentati, emergono alcune linee operative che mi sembra possano interessare tutti, specialmente quanti hanno a cuore il futuro dei giovani e delle prospettive da offrire loro per motivarne l’impegno: c’è un problema di linguaggio da elaborare, c’è l’urgenza di ripensare la rappresentanza, e cioè il giusto rapporto fra emigrazione italiana e istituzioni del Paese, e c’è la necessità di guardare ai nuovi scenari che vanno profilandosi nel “villaggio globale”. Circa il bisogno di trovare parole giuste sulla mobilità tutta e su quella italiana in particolare, il Rapporto rileva come “le parole siano strumenti potenti nelle mani degli uomini e tale potere può essere diffuso in forma positiva o negativa. Attraverso le parole si fa cultura e si tramandano messaggi, ma si segnalano da più parti carenze e superficialità” (XIII). Non è difficile osservare come i linguaggi usati da alcune parti politiche e da rappresentanti del popolo democraticamente eletti in Italia e all’estero abbiano potuto incidere su un processo di “demonizzazione” dell’altro e del diverso, in specie dell’immigrato e in particolare del clandestino, diffondendo ansie e movimenti di rifiuto, che tra l’altro contrastano col bisogno che l’economia europea e italiana in particolare hanno dei lavoratori stranieri per la loro stessa sopravvivenza. La subcultura, che pesca nelle paure o le produce, non giova né ai cittadini italiani che restano, né a quelli che emigrano, né a quanti vengono fra noi alla ricerca di un nuovo futuro per sé e i propri cari. Linguaggi improntati al fondamentale rispetto della dignità di ogni essere umano risultano alla fine non solo veri, ma anche fecondi nel favorire processi di integrazione positivi per tutti.

Un secondo ambito di attenzione che l’emigrazione italiana richiede oggi più che mai è quello del “ripensare alla rappresentanza”: “Bisogna lavorare per ristabilire un rapporto fiduciario fra i migranti italiani di antica e nuova migrazione e le istituzioni italiane. Un legame che deve non solo basarsi su sentimentalismo, nostalgia e identità, ma che deve trovare concretezza nel riconoscimento della risorsa – culturale, umana ed economica – che il migrante è per il paese da cuiè partito” (ib.). Chi emigra non deve sentirsi “figlio di nessuno”, ma deve poter contare sulla vicinanza degli organismi di rappresentanza degli italiani all’estero, sugli interventi a favore dei lavoratori emigranti fuori dei confini nazionali, oltre che sulla promozione della lingua, della cultura e del prodotto italiano, come via di sensibilizzazione all’apprezzamento e all’accoglienza dei nostri migranti. “Solo quando ci si convincerà delle opportunità che un italiano fuori dell’Italia ha di arricchire e valorizzare il Paese in cui è nato probabilmente si capirà cosa significa parlare propriamente di ‘risorsa migrazione’, dove per ricchezza non si intende solo quella economica, ma anche tutto ciò che di positivo ritorna in termini culturali”.

Infine, occorre aver ben presenti i nuovi scenari mondiali, caratterizzati da un cosmopolitismo che la rete del “villaggio globale” rende al tempo stesso arricchente e aggressivo: il difficile equilibrio da cercare è quello fra identità e rilevanza. La perdita dell’identità della cultura di provenienza non potrà mai favorire la rilevanza e la fecondità della presenza degli Italiani nel mondo: lo sforzo di mantenere il legame con le radici e di alimentarlo nei nuovi contesti di azione è di decisiva importanza. Al tempo stesso, però, va rifiutata ogni forma di chiusura in se stessi o nel circolo rassicurante dei pochi che sembrano proteggere la propria identità: l’apertura all’altro, il dialogo fra le differenze, è ricchezza per tutti, cui nessuno deve rinunciare tirandosi indietro di fronte ai problemi possibili. Vivere “una dimensione identitaria multipla e più appartenenze di luoghi e di spazi, esercitare i diritti di cittadinanza e di effettiva partecipazione democratica” è condizione di autentica umanizzazione e socializzazione per il migrante e di arricchimento per la società che l’accoglie e quella da cui proviene. L’immagine positiva dell’Italia nel mondo dipende anche da come viene assolto questo compito. In questo specifico ambito, vorrei rilevare come sia di grande aiuto la dimensione religiosa, non solo per il patrimonio di tradizioni e di valori che trasmette, ma anche perché in essa l’incontro con l’altro è favorito da un comune porsi davanti al Mistero che tutti supera e avvolge. Non per niente le Chiese e le diverse forme di associazionismo ispirate a valori morali e spirituali sono state luoghi di straordinario e fecondo meticciato e di conservazione viva delle identità in dialogo nel mondo delle migrazioni. Nella grande casa delpianeta, sempre più in continua osmosi fra i diversi, è insomma urgente imparare ad abitare permanendo ciascuno nella fedeltà alle proprie radici ed esercitandosi sempre più nell’accoglienza positiva dell’altro, quali che siano i caratteri della sua alterità. La posta in gioco è il futuro di tutti.

Publié dans Articoli di Giornali e News, Monsignor Bruno Forte, Riflessioni, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Fondamentalismo barbarie moderna. Il nuovo nemico dell’umanità

Posté par atempodiblog le 3 septembre 2014

Fondamentalismo barbarie moderna. Il nuovo nemico dell’umanità
Editoriale dell’arcivescovo Bruno Forte, di Chieti-Vasto, pubblicato su « Il Sole 24 Ore » di domenica 31 agosto
Tratto da: Zenit

Fondamentalismo barbarie moderna. Il nuovo nemico dell'umanità dans Articoli di Giornali e News ieny4j

Nel dialogo con i giornalisti sul volo da Seoul a Roma, dopo il terzo viaggio internazionale del suo pontificato, Papa Francesco ha parlato della situazione irachena e della necessità di fermare l’aggressore ingiusto con un impegno multilaterale, promosso e garantito dall’Onu. In questo contesto il Pontefice ha denunciato la “crudeltà inaudita” dei mezzi bellici non convenzionali e della tortura, impiegati dai Jihadisti, constatando dolorosamente: “Siamo nella Terza guerra mondiale, ma a pezzi”. dans Fede, morale e teologia

L’affermazione è tanto grave, quanto fondata, e mette in luce il peso che le forze fondamentaliste islamiche stanno avendo nel destabilizzare l’ordine internazionale, promuovendo un’azione vasta e capillare di lotta contro gli stessi loro fratelli musulmani, oltre che contro il cristianesimo e le altre religioni e visioni del mondo cui si contrappongono. È comunque l’Occidente a essere identificato da questi nuovi barbari come il nemico principale da abbattere. Dall’Iraq alla Siria, dalla Libia alla Somalia, la “guerra santa” sembra lanciare la sua offensiva in modo ampio e sincronizzato, con mire espansionistiche tutt’altro che velate. Minimizzare la gravità di questa situazione sarebbe da irresponsabili. Ridurre i problemi a semplici conflitti locali non ha fondamento nella realtà.

La verità è che il nuovo nemico dell’umanità è più che mai il fondamentalismo, che non va assolutamente confuso con le forme dell’Islam autentico e con le aspirazioni alla pace e alla giustizia che pervadono il cuore e l’impegno di tanti musulmani. Una presa di posizione interreligiosa di denunzia ferma e senza appello dell’integralismo fondamentalista è allora più che mai necessaria. Per favorirla e sollecitarla non è inutile riflettere sui caratteri assolutamente disumani e perversi delle ideologie fondamentaliste. Provo a farlo partendo da un’affermazione evangelica, in cui Gesù rimprovera l’ipocrisia degli scribi e dei farisei che si ferma all’esteriorità, trasgredendo “le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà” (Mt 23,23). Sono queste le tre idee chiave che il fondamentalismo snatura, fino a rovesciarle nel loro contrario, idee su cui occorre convergere per opporre alla barbarie e alla violenza cieca un impegno autentico al servizio della pace per tutti.

In primo luogo, la giustizia: se nell’accezione positiva essa consiste nel rispetto e nella promozione dei diritti di ognuno, nel riconoscere, cioè, “a ciascuno il suo” (“unicuique suum”, secondo l’assioma latino), nella deformazione ideologica giustizia diventa l’imposizione della legge del più forte, identificata come la sola norma e misura del bene e del male in nome del fine in grado di giustificare ogni mezzo. Questo fine sarebbe la distruzione del diverso per imporre l’unica visione del mondo ritenuta vera, affidando il successo dell’impresa alla forza delle armi. La “jihad”, che nell’accezione originaria è l’impegno per il bene e la lotta contro il male in se stessi e nella storia, diventa così la guerra contro l’altro, da annientare ad ogni costo.

L’identificazione fra giustizia e violenza in nome della verità e della sovranità divine ne consegue come terribile motivazione di ogni sorta di sopruso e di offesa alla dignità della persona umana, immagine di Dio. Proprio così, questa logica si rivela perversa, tale da offendere proprio Colui cui vorrebbe rendere gloria: il Dio Signore e Padre di tutti, il Creatore dell’uomo, non può certo rallegrarsi dell’offesa inferta alla Sua creatura, viene anzi a essere vilipeso da chi in qualunque modo ferisca l’essere umano, creato a Sua immagine e somiglianza. Ogni violenza in nome di Dio è bestemmia e incredulità! Nessuna fede religiosa autentica può motivare la violazione dei diritti inalienabili della persona umana, a cominciare da quello alla vita e alla tutela della propria libertà di espressione e di realizzazione.

Si comprende di qui come l’idea di misericordia risulti fondamentale per contemperare quella di giustizia: nell’accezione biblica la parola “rahamim”, che rende appunto l’idea di misericordia, richiama le viscere materne, il grembo originario della vita da cui viene ognuno di noi. Essere misericordiosi significa allora riconoscere questa comune, originaria appartenenza a una medesima origine e ad uno stesso destino. Proprio così, la misericordia rimanda a una medesima sorgente materna – paterna da cui tutti deriviamo. Il Dio misericordioso della Bibbia, il Padre di Gesù, ma anche il Dio clemente e misericordioso di cui parla il Corano, sono questo Dio dai tratti paterni e materni.

Il fondamentalista, sentendosi padrone dell’immagine della divinità, applica la misericordia a se stesso soltanto e ai propri simili, o comunque a quanti gli sono affini per interessi: da categoria universale, fondamento di pace con tutti, la misericordia diventa appropriazione gelosa, autogiustificazione e tolleranza del male fatto per la propria causa, convertendosi in offesa all’amore universale dell’unico Dio. L’accesso alla misericordia passa allora attraverso il rifiuto deciso di ogni sua falsificazione. Si sperimenta la misericordia se si sa accogliere e perdonare l’altro, anche il nemico, in nome di un amore più grande: “Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso” (Lc 27,36).

Infine, la fedeltà è valore che umanizza e salva se è impegno a mantenere il giusto patto di amore e di vita stabilito con Dio e con il prossimo, nell’esperienza della misericordia ricevuta e donata. Dove il fondamentalismo fa della fedeltà il principio di una coerenza scellerata con la giustificazione della violenza in nome del fine, dove cioè fedeltà diventa integralismo, cieca imposizione della verità di cui ci si sente padroni, lì non resta più nulla dell’accezione originaria della parola, quella per cui nella Bibbia essa è sinonimo di verità (‘emet), di stabilità nel bene e di adesione obbediente alla legge morale scritta nelle Tavole del Decalogo e nei cuori di tutti. Fedele al Dio vivo è chi mette in pratica la Sua misericordia e si lascia plasmare dal Suo amore.

Bestemmia il nome dell’Altissimo chi fa della presunta fedeltà al divino la giustificazione della violenza e del sopruso esercitati sugli altri. Giustizia, misericordia e fedeltà sono insomma le tre idee chiave su cui si costruisce l’onesta convivenza umana secondo il progetto del Creatore: ogni abuso di queste idee per asservirle agli interessi della propria causa, facendone contraffazione ideologica, è offesa alla signoria di Dio e alla dignità della creatura, fatta a immagine di Lui. Fare chiarezza su questo è compito di tutti i maestri e i testimoni delle fedi religiose autentiche: una loro corale mobilitazione risulta pertanto oggi più che mai necessaria, per isolare e svuotare alla radice ogni risorgente barbarie fondamentalista, che voglia giustificarsi in nome di un Dio ridotto a idolo, asservito ai propri aberranti deliri di onnipotenza.

Publié dans Articoli di Giornali e News, Fede, morale e teologia, Monsignor Bruno Forte, Riflessioni | Pas de Commentaire »

Signore Gesù, grazie

Posté par atempodiblog le 6 août 2014

Signore Gesù, grazie dans Monsignor Bruno Forte Volto-Santo

Signore Gesù,
grazie perché ci fai contemplare
il Tuo Volto Santo,
rivelazione dell’infinito Amore,
e tenerezza di Dio per noi.

Fa’ che sotto il Tuo Sguardo
ci sentiamo raggiunti
dall’Amore che perdona,
e sentiamo sciogliersi in noi
le barriere della solitudine, della paura
e della fatica di perdonare e di amare.

Tu che ci guardi con occhi di misericordia,
attendi alla nostra povertà ed al nostro dolore,
rendici capaci di riconoscere
il Tuo Volto negli altri,
specialmente nei più soli,
abbandonati e disperati dei nostri fratelli,
e fa’ che sappiamo amarli
con l’amore attento,
concreto, umile e gioioso,
che da Te solo viene.

Illumina il Tuo Volto su di noi,
o Signore, e saremo salvi!

Fa’ risplendere la Tua faccia in mezzo
a noi, e dona alla Tua Chiesa e al mondo
la giustizia e la pace.

Amen! Alleluia!

di Mons. Bruno Forte

Publié dans Monsignor Bruno Forte, Preghiere | Pas de Commentaire »

Maria, la donna icona del Mistero

Posté par atempodiblog le 26 février 2014

Maria, la donna icona del Mistero  dans Citazioni, frasi e pensieri dviosn

“Il solo nome della Madre di Dio contiene tutto il mistero dell’economia dell’Incarnazione”: questa frase di San Giovanni Damasceno, chiamato in Oriente il “sigillo dei Padri” (De fide orthodoxa, l. III, c. 12: PG 94,1O29 C), riassume la costante che emerge dalla storia della riflessione della fede intorno a Maria. La Vergine Madre, in quanto totalmente relativa al mistero del Verbo incarnato, è denso compendio dell’Evangelo e figura concreta della fede della Chiesa. Veramente la struttura profonda del mistero di Maria è la struttura stessa dell’Alleanza ed il discorso di fede su di lei testimonia il “nexus mysteriorum”, l’intimo intrecciarsi dei misteri nella loro reciprocità e nell’unità profonda che li lega. Nella riflessione intorno alla Vergine Madre emerge una “legge di totalità”: non si può parlare di Maria che in rapporto a suo Figlio e all’economia integrale della salvezza in Lui pienamente manifestata; e, d’altra parte, la stessa intensità del rapporto della Madre col Figlio fa riverberare in lei, dalla parte della creatura, la totalità di quanto in Lui si è compiuto. Perciò si può dire – col teologo russo Pavel Evdokimov – che la storia di Maria è “la storia del mondo in compendio, la sua teologia in una sola parola” e che ella è “il dogma vivente, la verità sulla creatura realizzata” (La donna e la salvezza del mondo, Jaca Book, Milano 1980, 54 e 216). “Entrata intimamente nella storia della salvezza” – afferma il Vaticano II – “(Maria) riunisce in sé e riverbera i massimi dati della fede; così quando la si predica e la si onora, ella rinvia i credenti al Figlio suo, al suo sacrificio e all’amore del Padre” (Lumen Gentium 65). Maria rinvia al tutto del Mistero ed insieme lo riflette in sé: in lei il Tutto si affaccia nel frammento, come è nella bellezza. Perciò di lei si dice che è la Tutta Bella, la Tota Pulchra. Applicando coerentemente questa “legge di totalità”, questa “via della bellezza”, il discorso teologico intorno a Maria può contemplarla come la donna, icona del Mistero.

di Monsignor Burno Forte

Publié dans Citazioni, frasi e pensieri, Fede, morale e teologia, Monsignor Bruno Forte | Pas de Commentaire »

12