Possiamo essere santi

Posté par atempodiblog le 4 septembre 2016

Possiamo essere santi
dell’Arcivescovo di Chieti-Vasto, Mons. Bruno Forte

Possiamo essere santi dans Citazioni, frasi e pensieri Monsignor_Bruno_Forte

Santo vuol dire ciò che è separato,
separato per Te, 
o Padre.
Santificare il Tuo nome, allora,
vuol dire separarci per Te,
perdutamente consegnarci a Te,
perché Tu sei la vita, la sorgente e la patria,
il grembo adorabile e provvidente della nostra esistenza.
Santificheremo il Tuo nome quando anteporremo
l’adorazione e l’amore per Te a tutto:
come affermava il gesuita tedesco Alfred Delp, messo a morte dai nazisti,
“il pane è importante, la libertà è più importante,
ma la cosa più importante di tutte

è la costante fedeltà e l’adorazione mai tradita”.
Se noi ci separiamo da tutto per Te,
Tu ci darai tutto il nostro vero bene e ci restituirai a tutti,
facendoci partecipi del Tuo amore
per ognuna delle Tue creature:
è così che ci chiami a farci solitudine
per diventare amore!
Ci inviti a stare nascosti con Cristo in Te,
per fare compagnia al Tuo amore e al Tuo dolore
per ogni essere vivente.
Tu santifichi in noi il Tuo nome
perché ci rapisci a noi stessi
e ci restituisci al mondo,
ricchi di Te, donati agli altri da Te,
prigionieri d’amore 
che da Te imparano
sempre di nuovo a farsi servi,
per irradiare a tutti l’amore
con cui Tu ci ami.
Tu, il Santo, separato per noi,
perché noi, poveri peccatori,
possiamo essere santi, separati per Te,
in Te offerti a ogni creatura.

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Siamo tutti stranieri

Posté par atempodiblog le 23 juin 2016

Il razzista è colui che nega se stesso
Siamo tutti stranieri
dell’Arcivescovo di Chieti-Vasto, Mons. Bruno Forte

Siamo tutti stranieri dans Amicizia tutti_fratelli

Siamo tutti stranieri sulla terra che pure è la nostra, pellegrini in questo mondo: perciò, ciascuno ritrova se stesso in quanto scopre l’altro, scoprendo se stesso altro dall’altro, e proprio così riconoscendosi rivolto all’altro, accogliente dell’altro.

L’alterità è lo stimolo a (ri)scoprire l’identità nell’atto dell’accogliere. Perciò, “il razzista è colui che nega se stesso per quello che è” (E. Jabès, Uno straniero…, o.c., 25).

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L’arcivescovo Bruno Forte: «Una sconfitta della democrazia. Così si svaluta la famiglia»

Posté par atempodiblog le 12 mai 2016

«Una sconfitta della democrazia Così si svaluta la famiglia»
L’arcivescovo Bruno Forte e la fiducia sulle unioni civili: «Il voto blindato è frutto di una logica di bassa politica. Qui è in gioco una visione della società, il rischio è assimilare le unioni civili alla famiglia tout court»
di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera

Don Bruno Forte

Il segretario Cei, Nunzio Galantino, ha detto che il voto di fiducia sulle unioni civili è una sconfitta per tutti. E così?
«Sì. Direi anzi che è una sconfitta per la democrazia, per la qualità del lavoro parlamentare e per la coscienza di tanti».

L’arcivescovo teologo Bruno Forte, scelto da Francesco come segretario speciale dei due Sinodi sulla famiglia, tra le voci più aperte della Chiesa italiana, non è mai stato così duro: «Una sconfitta, certo, e anche un impoverimento della vita democratica su una questione che può avere un impatto enorme per il futuro della società»

Ma perché, eccellenza?
«Vede, la democrazia è tale se su tutte le questioni – ma specialmente su quelle che hanno uno spessore etico e ricadute sociali e culturali – c’è la possibilità di portare e discutere tutti gli argomenti, pro e contro, e valutarli in un dibattito libero e aperto».

Se ne discuteva da anni…
«Vero, ma è proprio nel momento in cui si arriva al voto che tutti hanno il sacrosanto diritto di esprimersi. Mi pare scorretto, tanto più in questo caso: sui temi etici le posizioni sono trasversali rispetto agli schieramenti. Se si vuole ricompattare con un sì o un no, si fa un danno a tutti».

Il testo è stato più volte corretto, la fiducia non era un modo per proteggere un compromesso faticoso?
«Mah, se fosse così sarebbe una logica di bassa politica. Il politicante trova scappatoie immediate, magari ad ogni costo. Il politico cerca la via per la quale ciò che decide oggi non solo non danneggi, ma accresca il bene comune nel futuro».

Insiste sul futuro, cosa la preoccupa?
«Qui è in gioco una visione della società. Siamo di fronte ad un istituto giuridico nuovo, con il rischio che possa essere assimilato alla famiglia tout court. La famiglia non è un elemento fra gli altri, è la cellula fondamentale della società. Nella Chiesa abbiamo vissuto un Sinodo sulla famiglia, ricevuto da Francesco un’Esortazione di grandissimo spessore. Come diceva il Vaticano II, nella Gaudium et Spes, la famiglia è la vera grande scuola di umanità, dove si diventa persone. Il luogo di quella relazione educativa che ha bisogno della reciprocità fondamentale tra uomo e donna…».

Però nel testo approvato non si parla più di stepchild adoption, l’adozione del «figliastro»…
«Temo che il discorso possa portare a questo. Il sospetto che tanti hanno messo in luce è che si sia partiti dal modello famiglia per tentare di applicarlo alle unioni civili».

Lei è tra coloro che non si opponevano al riconoscimento dei diritti alle coppie omosessuali…
«Una cosa è la regolamentazione di alcuni diritti, come l’eredità, un’altra un istituto in qualche modo assimilato alla famiglia. Ecco la grande domanda: regolare dei diritti o creare un nuovo istituto giuridico, analogo alla famiglia? Il problema è l’assenza di un dibattito che aiuti a distinguere con precisione. Ed eviti un’operazione di trasferimento che svaluta la famiglia. Se non se ne discute, se ognuno non porta sue idee, il rischio è che passi qualcosa che può essere assimilato all’istituto familiare e lo indebolisca. Dopo l’approvazione le cose andranno approfondite, ma temo che il rischio non sia eluso».

Ma in che modo la famiglia formata da uomo e donna ne verrebbe danneggiata?
«La grande sfida del presente è aiutare le famiglie, sostenerle. La crisi economica, una denatalità spaventosa…E l’indebolimento, prima che culturale e sociale, è già evidente sul piano materiale, al di là delle buone intenzioni: se equipari un altro istituito alla famiglia le risorse, già scarse, vengono inevitabilmente divise».

Che farà ora la Chiesa?
«Come vescovi lo valuteremo forse già la settimana prossima, durante l’assemblea generale della Cei. Al di là del rispetto dovuto ad ogni persona, non può esserci equiparazione tra unioni omosessuali e famiglia. Da parte della Chiesa resta sempre l’annuncio del Vangelo della famiglia come istituto fondamentale della vita umana, sociale e cristiana».

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Le sfide da affrontare dopo la vacanza estiva: Fiducia nel domani e poesia della fede

Posté par atempodiblog le 31 août 2015

Le sfide da affrontare dopo la vacanza estiva
Fiducia nel domani e poesia della fede
dell’Arcivescovo di Chieti-Vasto, Bruno Forte – Il Sole 24 Ore
Tratto da: Arcidiocesi Chieti-Vasto

Le sfide da affrontare dopo la vacanza estiva: Fiducia nel domani e poesia della fede dans Fede, morale e teologia bruno_forte

Nell’avvicinarsi della ripresa dopo la vacanza estiva (lunga, breve o inesistente…), vorrei riflettere su quello che ci aspetta, senza soffermarmi sul “carnet de doléances” così facilmente compilabile a partire dai problemi dell’oggi e dalle soluzioni sempre inadeguate dei potenti di turno (si pensi solo alla sfida delle migrazioni!), per servirmi invece della forza evocatrice della poesia. Parto dal poeta toscano Renzo Barsacchi, nei cui versi fede e poesia s’incontrano in modo alto, struggente.

In una lirica dal titolo Tu puoi soltanto attendere, Barsacchi descrive il tempo dell’attesa, di cui è impastata la vita, muovendo dalla sola certezza che il domani ci raggiungerà sempre come sorpresa:

“Il tempo è incerto. In bilico il sereno / e la pioggia. Ma né l’uno né l’altro / dipendono da te. / Tu puoi soltanto attendere, scrutando / segni poco leggibili nell’aria. / Ti affidi al desiderio / ascoltando il timore. Le tue mani / sono pronte a difendersi e ad accogliere. / Così non sai quando Dio ti prepari / una gioia o un dolore e tu stai quasi / origliando alla porta del suo cuore, / senza capire come sia deciso / da quell’unico amore, / lo splendore del riso o delle lacrime” (Marinaio di Dio, Nardini, Firenze 1985, 74). Fra desiderio e timore, il nostro andare incontro al domani resta passione e lotta, anche quando si tinge dei colori della speranza e delle sue possibili aurore. La sola certezza che può darci forza è quella dell’amore, precisamente nella sua misteriosità e nell’indeducibilità delle sue ragioni.

Una poetessa, Elena Bono, esprime in maniera intensissima quest’idea della forza generatrice di vita che ha ogni vera relazione d’amore, in particolare quella con Dio. Bellissimi questi suoi versi: “Quando tu mi hai ferita? / Forse ero ancora nel seno di mia madre / o forse solo nei tuoi pensieri. / Tu mi amasti da sempre. / Io non ho che un piccolo tempo da darti / ed un piccolo amore. / Ma mi perdo nel tuo, / questo mare che brucia / e di sé si alimenta. / Allorché mi feristi / io non sapevo / quanto il tuo amore facesse male. / Ed è questo che vuoi, / soltanto questo in cambio dell’infinito amore: / che io soffra l’amor tuo, / che me lo porti come piaga profonda / e non la curi” (I galli notturni, Garzanti, Milano 1952, 77). È l’amore che apre al domani, nel suo essere inseparabilmente lotta e resa, ferita incancellabile e dono prezioso…

Consiste in questo agone anche la fede, un lottare con Dio con passione d’amore, un lasciarsi rapire dall’Invisibile, riconoscendo l’assente Presenza, che ci raggiunge nella notte del cuore e parla per le vie della Sua rivelazione storica, chiedendo ascolto e fiducia. Se dura è la resa, resta vero che l’affidarsi all’intangibile Altro riempie il futuro di speranza affidabile e ne fa il luogo dell’incontro, che vivifica e trasforma.

È ancora una citazione poetica a rendere il senso di questa lotta, che rende bella la vita, testimoniando la possibilità di una relazione d’amore con Dio, vissuta nel profondo e feconda nelle nostre relazioni con gli altri. Si tratta dei versi di Ada Negri intitolati Atto d’amore: “Non seppi dirti quant’io t’amo, Dio / nel quale credo, Dio che sei la vita / vivente, e quella già vissuta e quella / ch’è da viver più oltre: oltre i confini / dei mondi, e dove non esiste il tempo. / Non seppi; – ma a Te nulla occulto resta / di ciò che tace nel profondo. Ogni atto / di vita, in me, fu amore. Ed io credetti / fosse per l’uomo, o l’opera, o la patria / terrena, o i nati dal mio saldo ceppo, / o i fior, le piante, i frutti che dal sole / hanno sostanza, nutrimento e luce; / ma fu amore di Te, che in ogni cosa / e creatura sei presente. Ed ora / che ad uno ad uno caddero al mio fianco / i compagni di strada, e più sommesse / si fan le voci della terra, il tuo / volto rifulge di splendor più forte, / e la tua voce è cantico di gloria. / Or – Dio che sempre amai – t’amo sapendo / d’amarti; e l’ineffabile certezza / che tutto fu giustizia, anche il dolore, / tutto fu bene, anche il mio male, tutto / per me Tu fosti e sei, mi fa tremante / d’una gioia più grande della morte. / Resta con me, poi che la sera scende / sulla mia casa con misericordia / d’ombre e di stelle. Ch’io ti porga, al desco / umile, il poco pane e l’acqua pura / della mia povertà. Resta Tu solo / accanto a me tua serva; e, nel silenzio / degli esseri, il mio cuore oda Te solo” (Il dono, in Poesie, Mondadori, Milano 19663 , 847s).

Sono parole che fanno eco alle alterne vicende del “secolo breve”, il Novecento, e a quelle d’una vita intensamente vissuta nel profondo del cuore: e tuttavia, in quanto parole d’amore, questi versi sanno essere voce di un’esperienza che ci riguarda tutti, che ci intriga nel profondo dell’anima e che – quando non c’è – è avvertita come ferita e dolorosa assenza. Esse testimoniano una sfida, alla quale verrebbe facilmente la tentazione di sottrarsi per consumare senza problemi l’immediato fruibile. Eppure, senza un senso più alto, privi di un ultimo orizzonte e di una meta verso cui andare, saremmo tutti più poveri. La ripresa vuol dire rinnovare ragioni di vita e di speranza. Proprio così, aprirsi con fiducia al domani è una via necessaria per tutti, una soglia con cui misurarci senza fuggire, perché la fuga è già perdita e vuoto.

Questa lotta, analoga a quella di Giacobbe con l’Angelo al guado dello Yabbok, è resa con parole forti dal cuore pensante di Søren Kierkegaard: “Non permettere che dimentichiamo: Tu parli anche quando taci. Donaci questa fiducia: quando siamo in attesa della Tua venuta Tu taci per amore e per amore parli. Così è nel silenzio, così è nella parola: Tu sei sempre lo stesso Padre, lo stesso cuore paterno e ci guidi con la Tua voce e ci elevi con il Tuo silenzio…” (Diario III,1229).

Ascoltare, riconoscere, lodare: è questa l’attesa di cui, consapevoli o meno, abbiamo tutti bisogno per affrontare i sempre nuovi inizi della vita e dare senso alle opere e ai giorni. Forse perciò i mistici e i poeti sono capaci di dirci tanto nel tempo che prepara questi inizi: “Dire è meditare, comporre, amare: un inchinarsi quietamente esultante, un giubilante venerare, un glorificare, un lodare: laudare… Il poeta deve corrispondere a questo mistero della parola a fatica intravisto e solo nella meditazione intravedibile” (Martin Heidegger, In cammino verso il linguaggio, Milano 1984, 180). E il mistico è chi di questo domani ha già fatto e fa esperienza nell’incontro col Dio vivente, sommamente amato.

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Il canto che guarisce

Posté par atempodiblog le 5 juin 2015

“La musica si presenta anzitutto come un intervallo fra due silenzi – il silenzio dell’attesa e dell’ascolto, da una parte, e il silenzio degli effetti che può produrre nell’interiorità di chi l’ascolta – non è difficile cogliere come essa stabilisca fra il compositore, l’esecutore e il fruitore una sorta di canale comunicativo, aperto su diversi registri di comunicazione.

Così, la musica può unire coloro che fruiscono insieme dello stesso atto musicale, nel tempo o nello spazio, o più radicalmente si fa ponte fra il cuore della persona toccata dalla musica e la totalità del reale fin nelle sue dimensioni più abissali, quelle che si perdono nel mistero che avvolge ogni cosa”.

di Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto

Il canto che guarisce dans Canti nxvmo8

Il canto che guarisce
di Stefano Chiappalone – Comunità Ambrosiana

Ma il canto! era il canto che mi andava al cuore…” (JRRT)

Nel breve discorso rivolto agli organizzatori del Concerto dei poveri per i poveri – idealmente collegato all’apertura della Cappella Sistina per 150 clochard, avvenuta a marzo – lo scorso 14 maggio, Papa Francesco condensava in poche righe la funzione guaritrice della bellezza.

La musica ha questa capacità di unire le anime e di unirci con il Signore, sempre ci porta… è orizzontale e anche verticale, va in alto, e ci libera delle angosce. Anche la musica triste, pensiamo a quegli adagi lamentosi, anche questa ci aiuta nei momenti di difficoltà”. 

La musica, ma il discorso del Santo Padre è applicabile a qualsiasi forma d’arte, ci guarisce dalle angosce proprio nella misura in cui ci distoglie dall’ “affarismo materiale che sempre ci circonda e ci abbassa, ci toglie la gioia”. E si tratta di una gioia duratura, “non un’allegria divertente di un momento, no: il seme rimarrà lì nelle anime di tutti e farà tanto bene a tutti”. Nel duplice movimento verticale – verso il Signore – e orizzontale – verso i fratelli -, il Papa ci dona anche un criterio di discernimento per distinguere la vera gioia donata dall’arte e non confonderla con un piacere effimero, sulla scia della distinzione tra vera e falsa bellezza già espressa in più occasioni dal predecessore:

una funzione essenziale della vera bellezza, infatti, già evidenziata da Platone, consiste nel comunicare all’uomo una salutare “scossa”, che lo fa uscire da se stesso, lo strappa alla rassegnazione, all’accomodamento del quotidiano, lo fa anche soffrire, come un dardo che lo ferisce, ma proprio in questo modo lo “risveglia” aprendogli nuovamente gli occhi del cuore e della mente, mettendogli le ali, sospingendolo verso l’alto” (Benedetto XVI, Incontro con gli artisti, 21 novembre 2009).

A sua volta, il pontefice gesuita aggiunge un ulteriore elemento nel distinguere tra “un’allegria divertente di un momento” e una gioia duratura che “rimarrà lì nelle anime di tutti e farà tanto bene a tutti”, riecheggiando quel discernimento degli spiriti di cui è maestro il suo fondatore Sant’Ignazio di Loyola. Negli Esercizi Spirituali, Ignazio ci invita a riconoscere l’albero dai suoi frutti (cfr Lc 6 ,43 ss), poiché quando c’è vera gioia spirituale, “l’anima continua nel fervore e avverte il favore divino e gli effetti che seguono la consolazione passata”. In altre parole, la gioia che scaturisce dalla vera bellezza si contraddistingue dalla continuità dei suoi effetti, nella misura in cui ci guarisce dal ripiegamento in noi stessi, ci libera dalle nostre gabbie interiori, ridestando l’apertura verso il reale e la meraviglia di far parte di una famiglia “cosmica” che va da Dio al prossimo, passando per l’intera Creazione.

“Voi non l’avete visto, ma quel cavaliere Nero si è fermato proprio qui, e stava strisciando verso noi, quando giunsero le note della canzone. Appena ha sentito le voci è fuggito via” (JRRT)

La funzione guaritrice della bellezza emerge sin dai tempi antichi. Nel primo libro di Samuele, al re Saul viene proposta una “terapia” musicale di fronte ai turbamenti di uno spirito cattivo – e i Padri del Deserto insegnano che lo spirito cattivo non spaventa necessariamente con corna e zampe caprine, ma anche molto più sottilmente attraverso la multiforme minaccia dei pensieri negativi.

Comandi il signor nostro ai ministri che gli stanno intorno e noi cercheremo un uomo abile a suonare la cetra. Quando il sovrumano spirito cattivo ti investirà, quegli metterà mano alla cetra e ti sentirai meglio” (1 Sam 16,16). Per Saul trovarono un cantore d’eccezione che sarebbe divenuto il suo successore. “Quando dunque lo spirito sovrumano investiva Saul, Davide prendeva in mano la cetra e suonava: Saul si calmava e si sentiva meglio e lo spirito cattivo si ritirava da lui” (1 Sam 16,23).

Sarà per questo che talora nei momenti di sconforto cerchiamo rifugio nella musica – salvo rinchiudersi ancora di più negli auricolari –, o in mezzo al verde, per spegnere le luci e i rumori del quotidiano, e lasciar spazio ai colori della Creazione, al profumo di un prato, alla calma silente di un lago, al cinguettio degli uccelli, allo scroscio dell’acqua, al candore di una cima innevata come neonati piangenti che cercano riposo nell’abbraccio materno. Cerchiamo, in definitiva, di rompere le varie gradazioni di grigio che dominano il nostro mondo e tornare a godere un po’ di quello che doveva essere l’orizzonte quotidiano di tempi andati, certamente carenti di molte comodità materiali (di cui, beninteso, sarebbe assurdo privarci), ma forse meglio di noi attrezzati ad accogliere la vita nel suo inestricabile intreccio di gioie e dolori. Tempi che ci hanno donato non solo castelli e cattedrali, bensì un istinto della bellezza disseminato nelle umili ma splendide casette dei nostri centri storici, in paesaggi incantevoli plasmati dalla sapienza di generazioni di contadini, persino nei corredi cuciti con arte dalle madri per le figlie e dove anche la fatica delle faccende domestiche si trasfigurava nel canto delle lavandaie – avete invece mai visto qualcuno cantare, o almeno sorridere, mentre fa il bucato nelle nostre lavatrici self service a gettoni? Di quel mondo abituato alla lode traspariva un’eco nell’anziana signora che vidi passare un giorno: portava sulla testa con eleganza il suo cesto di vimini e durante il tragitto…cantava! Cantava, come aveva imparato da ragazza, in un’epoca lontana anni luce dalla nostra – benché distante solo poco più di mezzo secolo – e paradossalmente più vicina a quella Palestina di duemila anni fa, in cui una semplice ragazza di Nazareth improvvisava spontaneamente un celebre inno: “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore…” (Lc 1,46-47).

…si accorsero improvvisamente che il canto sgorgava spontaneamente dalle loro labbra, quasi fosse più semplice e naturale cantare che parlare” (JRRT)

Al declinare degli inni corrisponde il mutismo delle pietre: all’incanto dei borghi e dei paesaggi – confinati a “riserve turistiche” – si è sostituito il proliferare di “non luoghi” costruiti e abitati da gente che non ha più nulla da cantare forse perché ha smesso anche di sorridere. Archiviato ogni legame trascendente, verso l’alto e verso l’altro, ritrovandosi senza Padre e senza fratelli, prigioniero del proprio individualismo, l’uomo moderno non trova più cetre in grado di scuoterlo dal torpore.

Ma sei capace di gridare quando la tua squadra segna un goal e non sei capace di cantare le lodi al Signore? Di uscire un po’ dal tuo contegno per cantare questo?” chiedeva il Santo Padre, invitando a esaminarci sulla capacità di lodare: “Ma come va la mia preghiera di lode? Io so lodare il Signore? So lodare il Signore o quando prego il Gloria o prego il Sanctus lo faccio soltanto con la bocca e non con tutto il cuore?” (Omelia a S.Marta, 28 gennaio 2014).

L’arte esprime la lode, ma l’uomo moderno ne è divenuto incapace, imprigionato in quell’ “affarismo materiale che sempre ci circonda e ci abbassa, ci toglie la gioia”. Si rende grazie quando si riconosce di aver ricevuto un dono, non quando si concepisce l’intera realtà come qualcosa di interamente prodotto da noi stessi o comunque manipolabile a comando. Si ringrazia per il sole che illumina e scalda, per la pioggia che feconda la terra, per il legno e la pietra, per l’acqua e il fuoco, per il raccolto, per la festa, ma quale lode potranno mai ispirare le colate di cemento e le luci artificiali? Possiamo ancora costruire castelli e cattedrali, colonne e le vetrate, persino le colline, le siepi, ma tutto questo necessita di un solido fondamento, poiché la bellezza ha come fondamento la dimensione festiva della realtà, riflesso di quella primordiale contemplazione di Dio stesso all’atto della Creazione: “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Gn1,29). Non importa quanto grigio invada il nostro orizzonte, né quanto dolore affligga la nostra vita: le generazioni passate non mancavano di contrarietà, tuttavia cantavano e facevano cantare persino la materia, facendo di una piccola chiesetta di campagna uno scrigno di bellezza, vivendo anche le fatiche nella prospettiva di quella festa cosmica che intravediamo tra le pieghe (e le piaghe!) del quotidiano. “Se già non lo fai, prendi l’abitudine di pregare – raccomandava J.R.R.Tolkien a suo figlio che si trovava in guerra –  Io prego molto (in latino): il Gloria Patri, il Gloria in Excelsis, il Laudate Dominum; il Laudate Pueri Dominum (a cui sono particolarmente affezionato), uno dei salmi domenicali; e il Magnificat; anche la Litania di Loreto (con la preghiera del Sub tuum presidium). Se nel cuore hai queste preghiere non avrai mai bisogno di altre parole di conforto”.  Per ricominciare a costruire, perché il mondo intorno a noi ricominci a cantare, risvegliandosi dalla tristezza, non occorre cercare lontano: dobbiamo recuperare la cetra nel nostro stesso cuore.

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La verità ha il carisma dell’inopportunità

Posté par atempodiblog le 3 juin 2015

La verità ha il carisma dell’inopportunità dans Citazioni, frasi e pensieri 28utyyo

A differenza della maschera, che puoi costruirti a tuo piacimento, la verità s’impone con la sua alterità rispetto ad ogni tuo calcolo. Per questo essa ha il carisma dell’inopportunità.

di Monsignor Bruno Forte

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Pregare in Dio

Posté par atempodiblog le 22 avril 2015

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Pregheremo tanto meglio quanto più nel profondo della nostra anima è presente l’orientamento verso Dio. Quanto più esso diventa la base portante di tutta la nostra esistenza, tanto più saremo uomini di pace. Tanto più saremo in grado di sopportare il dolore, di capire gli altri e di aprirci a loro. Questo orientamento che segna totalmente la nostra coscienza, la silenziosa presenza di Dio sul fondo del nostro pensare, meditare ed essere, noi lo chiamiamo «preghiera continua». Ed è anche questo, in fondo, che intendiamo quando parliamo di «amore di Dio»; allo stesso tempo è la condizione più intima e la forza trainante dell’ amore del prossimo.

Questa autentica preghiera, il silente, interiore stare con Dio ha bisogno di nutrimento, ed è a questo che serve la preghiera concreta con parole, immaginazioni o pensieri. Quanto più Dio è presente in noi, tanto più potremo davvero stare presso di Lui nelle preghiere orali. Ma vale anche il contrario: la preghiera attiva realizza e approfondisce il nostro stare con Dio. Questa preghiera può e deve sgorgare soprattutto dal nostro cuore, dalle nostre pene, speranze, gioie, sofferenze, dalla vergogna per il peccato come dalla gratitudine per il bene ed essere così preghiera del tutto personale.

Benedetto XVI – Gesù di Nazareth, Ed. Rizzoli

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“Pregare Dio è un atteggiamento in fondo ateo, perché è un Dio che sta fuori di te, straniero a te. Pregare in Dio è, al contrario, l’atteggiamento cristiano che da sempre ci ha insegnato la liturgia: pregare “nello Spirito, per il Figlio, il Padre”. Chi ripensa trinitariamente la preghiera scoprirà ricchezze meravigliose. Il cristiano prega in Dio”.

“Preghiera è al tempo stesso il dialogo di Dio con Dio nel cuore dell’uomo e l’ingresso dell’orante nella Trinità divina: il cristiano non prega un Dio, ma prega in Dio”.

dell’Arcivescovo di Chieti-Vasto, Bruno Forte

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Papa: Confessione è abbraccio di Dio. Mons. Forte: riconciliamoci

Posté par atempodiblog le 31 mars 2015

Papa: Confessione è abbraccio di Dio. Mons. Forte: riconciliamoci
di Radio Vaticana

“La Confessione è il sacramento della tenerezza di Dio, il suo modo di abbracciarci”. È il messaggio per il Martedì Santo che Papa Francesco ha affidato a un tweet: un invito ad accostarsi al Sacramento della Riconciliazione, tante volte ripetuto in due anni di Pontificato. Alessandro De Carolis ha chiesto all’arcivescovo di Chieti-vasto, mons. Bruno Forte, cosa gli suggeriscano i richiami di Francesco alla Confessione come tenerezza e abbraccio di Dio:

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R. – Suggerisce un’immagine evangelica e cioè quella del Padre del Figliol prodigo che sta alla finestra, vede il figlio tornare di lontano, gli corre incontro e lo abbraccia. Dunque, mi sembra che Papa Francesco abbia voluto evocare la profonda misericordia di Dio, il fatto che il Dio di Gesù Cristo è un Padre che ci ama, che ci rispetta anche quando noi scegliamo qualcosa che è contro la sua volontà ed egli è sempre pronto ad accoglierci, ad aspettare il nostro ritorno e a far festa quando torniamo. Dunque, piuttosto che la visione del tribunale – che a volte nel passato aveva dominato la visione del Sacramento della penitenza, dove il sacerdote era in qualche modo il giudice che doveva poi assolvere – siamo di fronte all’immagine di un incontro d’amore, di un’attesa, di un’accoglienza festosa, di una misericordia traboccante.

D. – Lei ricorda l’immagine di Dio come quella di un Padre che perdona sempre. Papa Francesco lo ha detto dall’inizio del Pontificato: “Dio non si stanca mai di perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere perdono”. Perché si perde la fiducia nel perdono di Dio?

R. – Il meccanismo del peccato è un meccanismo che intacca profondamente l’integrità della persona umana e l’effetto primo, devastante, del male è il male che si fa a se stessi. Si perde il senso della propria dignità e si smarrisce proprio per questo la fiducia nelle possibilità che Dio ci ha dato. Ecco perché il volto della misericordia è fondamentale per ritrovare la strada della riconciliazione. Un Dio giudice manterrebbe ancora lontani coloro che hanno peccato. Un Dio di misericordia infinita, come ama sottolineare Papa Francesco, è un Dio che ti attrae, che sollecita il tuo cuore ad aver fiducia di Lui nonostante tutto.

D. – Papa Francesco una volta, da Santa Marta, parlando della Confessione ha detto: bisogna avere semplicità e anche coraggio. Perché queste qualità tante volte sembra siano smarrite dai cristiani quando si avvicinano al Sacramento della Riconciliazione?

R. – La semplicità è necessaria perché essere semplici significa essere veri, cioè saperci porre davanti a Dio senza alibi e senza difese. Senza quelle sovrastrutture che a volte complicano i rapporti umani e a volte complicano anche il nostro rapporto con Dio. Ciò che Papa Francesco non si stanca di ricordare è che Dio è amore e che dunque ogni rapporto con Dio deve essere vissuto nel segno dell’amore, che significa della fiducia, dell’affidamento, della libertà dalla paura e del coraggio di ritrovare nell’amore la forza per essere se stessi secondo il disegno di Dio. In fondo, il coraggio è una virtù inseparabile dalla fiducia e dall’amore. Se non hai amore, se non hai fiducia, se non ti senti amato, anche il coraggio viene meno. Se invece c’è tutto questo, il coraggio ti fa aprire a quelle che un grande teologo evangelico come Karl Barth chiamava le “impossibili possibilità di Dio”: proprio quelle che nella Settimana Santa ci vengono rivelate.

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Il presepe e la figura di Amedir

Posté par atempodiblog le 24 décembre 2014

Il presepe e la figura di Amedir dans Monsignor Bruno Forte 5yhu1y

Il presepe non vuole però essere soltanto ammirato: il protagonista divino e il protagonista umano non vi sono rappresentati come una memoria di un tempo perduto, ma come un appello rivolto al presente. Essi sono presentati in una forma di racconto “performativo”, che tende cioè a realizzare nel presente quel che viene narrato. Ne è indizio la figura così frequente del turco Amedir, il “guardiano della Nascita”. Secondo la leggenda una ricca principessa possedeva un Bambino Gesù, a custodia del quale aveva posto un Moro, così ostinato nel non volersi far cristiano, che alle insistenze della pia padrona sistematicamente rispondeva con freddezza, precorritrice di un Voltaire: “Quando a me Bambin parlare, me allor cristiano fare”. Un bel giorno ella se lo vide correre incontro gridando: “Me voler cristiano fare e voler Giuseppe chiamare”. Il Bambino aveva parlato, dicendogli: “Giuseppe, cristiano fare”. E così il buon Moro fu battezzato col nome prescelto dal Figlio di Dio.

Il senso della leggenda – trasmessa fra innumerevoli lacrime di commozione – è palese: i “guardiani” del presepe, gli spettatori ammirati e incuriositi, sono chiamati per nome dal piccolo Salvatore, affinché il loro cuore si apra a Lui e la loro vita cambi. Altro indizio non meno significativo di questa “attualità” del presepe è riconoscibile nel fatto che spesso i luoghi e i volti sono quelli della Napoli settecentesca: non si farebbe fatica ad individuare visi resi celebri dalle arti “maggiori”, ma anche i comuni pastori hanno i tratti e gli abbigliamenti che qualunque visitatore avrebbe potuto osservare nelle strade rumorose della città. E i “trionfi” di frutta, verdura e cacciagione dovevano riprodurre uno spettacolo consueto, sul quale riposavano di frequenza gli occhi dei benestanti, pregustando prossime delizie, ma anche dei più poveri, sazi almeno di quello sguardo: “Tranne poche eccezioni – scrive Leonardo Fernandez Moratin, letterato spagnolo in visita a Napoli sul finire del 1793 e l’inizio del 1794 – bisogna confessare che la città di Napoli è forse la più abbondante in commestibili che vi sia in Europa… e il popolo è contento quando, anche senza mangiare, sa che c’è da mangiare” È questo popolo godereccio ed affamato, chiassoso e festaiolo, gravato da contraddizioni sociali forti, ma pur sempre abile nell’“arrangiarsi”, che il presepe intende riprodurre, quasi a dire che Cristo non nasce “altrove” o “in un tempo lontano”, ma “qui ed ora”, in questa “sua” terra e fra questa “sua” gente.

È così che la risposta dei “pastori” puó diventare quella di chi guarda ed è così che il presepe del nostro presente potrebbe assolvere al medesimo compito cui assolse il presepe di Padre Rocco o di Sant’Alfonso: dire il Vangelo in modo che risuoni non come predica moralistica o discorso edificante, ma come dubbio sui nostri non-sensi, annuncio di una speranza possibile, dischiusa per tutti da quell’umile nascita…

dell’Arcivescovo di Chieti-Vasto, Bruno Forte

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Cosa significa se l’immigrato è l’italiano che parte

Posté par atempodiblog le 18 décembre 2014

Come abitare nella grande casa del Pianeta
Cosa significa se l’immigrato è l’italiano che parte
dell’Arcivescovo di Chieti-Vasto, Bruno Forte – Il Sole 24 Ore
Tratto da: Arcidiocesi Chieti-Vasto
Cosa significa se l’immigrato è l’italiano che parte dans Articoli di Giornali e News 2i07vyq
Come ogni anno la Fondazione Migrantes, organismo pastorale della Conferenza Episcopale Italiana, ha pubblicato il Rapporto Italiani nel mondo 2014 (Tau Editrice,Todi 2014, 522pp.), che offre un’ampia documentazione e una precisa informazione sull’emigrazione italiana del passato e sull’attuale mobilità dei nostri connazionali.

In un contesto generale in cui l’immigrazione nel nostro Paese dal Terzo Mondo fa più notizia, anche per i drammatici risvolti legati alle modalità in cui si compie e alla fatica di organizzare un’accoglienza e un’integrazione che siano rispettose della dignità delle persone in gioco, l’attenzione al fenomeno migratorio dall’Italia sembra oscurata, anche se essa appare rilevante e in crescita in rapporto specialmente alla crisi economica e sociale che stiamo attraversando e dalla quale la nostra comunità civile sembra essere fra quelle che fanno più fatica ad uscire. Il volume spazia dall’analisi dei flussi e delle presenze all’indagine storica, a quella sulle esperienze più interessanti in corso, fino alla presentazione di eventi speciali, fra cui la preparazione di Expo Milano 2015. Per dare un solo esempio dell’interesse del materiale raccolto, vorrei segnalare l’attenzione prestata all’emigrazione dei ricercatori italiani, che giunge a conclusioni in parte inattese, soprattutto da chi presenta il fenomeno come una sorta di termometro del disagio del mondo del lavoro nel nostro Paese: “Il problema di un’eventuale fuga dei cervelli dall’Italia torna periodicamente alla ribalta. Tuttavia, non esiste ancora un’opinione condivisa riguardo alla presenza o meno di questo fenomeno” (76). Un dato innegabile è quello della cosiddetta “over-education”, e cioè del fatto che “il sistema universitario italiano produce un numero di dottori di ricerca nettamente superiore a quello richiesto dal sistema produttivo nazionale” (83). Manca insomma quel coordinamento fra la formazione delle competenze e l’impiego effettivo di esse, che sarebbe necessario a garantire l’attività lavorativa nell’ambito di ciò a cui ci si è preparati, spesso per lunghi anni e con molti sacrifici.

Dall’insieme copioso e documentato dei dati presentati, emergono alcune linee operative che mi sembra possano interessare tutti, specialmente quanti hanno a cuore il futuro dei giovani e delle prospettive da offrire loro per motivarne l’impegno: c’è un problema di linguaggio da elaborare, c’è l’urgenza di ripensare la rappresentanza, e cioè il giusto rapporto fra emigrazione italiana e istituzioni del Paese, e c’è la necessità di guardare ai nuovi scenari che vanno profilandosi nel “villaggio globale”. Circa il bisogno di trovare parole giuste sulla mobilità tutta e su quella italiana in particolare, il Rapporto rileva come “le parole siano strumenti potenti nelle mani degli uomini e tale potere può essere diffuso in forma positiva o negativa. Attraverso le parole si fa cultura e si tramandano messaggi, ma si segnalano da più parti carenze e superficialità” (XIII). Non è difficile osservare come i linguaggi usati da alcune parti politiche e da rappresentanti del popolo democraticamente eletti in Italia e all’estero abbiano potuto incidere su un processo di “demonizzazione” dell’altro e del diverso, in specie dell’immigrato e in particolare del clandestino, diffondendo ansie e movimenti di rifiuto, che tra l’altro contrastano col bisogno che l’economia europea e italiana in particolare hanno dei lavoratori stranieri per la loro stessa sopravvivenza. La subcultura, che pesca nelle paure o le produce, non giova né ai cittadini italiani che restano, né a quelli che emigrano, né a quanti vengono fra noi alla ricerca di un nuovo futuro per sé e i propri cari. Linguaggi improntati al fondamentale rispetto della dignità di ogni essere umano risultano alla fine non solo veri, ma anche fecondi nel favorire processi di integrazione positivi per tutti.

Un secondo ambito di attenzione che l’emigrazione italiana richiede oggi più che mai è quello del “ripensare alla rappresentanza”: “Bisogna lavorare per ristabilire un rapporto fiduciario fra i migranti italiani di antica e nuova migrazione e le istituzioni italiane. Un legame che deve non solo basarsi su sentimentalismo, nostalgia e identità, ma che deve trovare concretezza nel riconoscimento della risorsa – culturale, umana ed economica – che il migrante è per il paese da cuiè partito” (ib.). Chi emigra non deve sentirsi “figlio di nessuno”, ma deve poter contare sulla vicinanza degli organismi di rappresentanza degli italiani all’estero, sugli interventi a favore dei lavoratori emigranti fuori dei confini nazionali, oltre che sulla promozione della lingua, della cultura e del prodotto italiano, come via di sensibilizzazione all’apprezzamento e all’accoglienza dei nostri migranti. “Solo quando ci si convincerà delle opportunità che un italiano fuori dell’Italia ha di arricchire e valorizzare il Paese in cui è nato probabilmente si capirà cosa significa parlare propriamente di ‘risorsa migrazione’, dove per ricchezza non si intende solo quella economica, ma anche tutto ciò che di positivo ritorna in termini culturali”.

Infine, occorre aver ben presenti i nuovi scenari mondiali, caratterizzati da un cosmopolitismo che la rete del “villaggio globale” rende al tempo stesso arricchente e aggressivo: il difficile equilibrio da cercare è quello fra identità e rilevanza. La perdita dell’identità della cultura di provenienza non potrà mai favorire la rilevanza e la fecondità della presenza degli Italiani nel mondo: lo sforzo di mantenere il legame con le radici e di alimentarlo nei nuovi contesti di azione è di decisiva importanza. Al tempo stesso, però, va rifiutata ogni forma di chiusura in se stessi o nel circolo rassicurante dei pochi che sembrano proteggere la propria identità: l’apertura all’altro, il dialogo fra le differenze, è ricchezza per tutti, cui nessuno deve rinunciare tirandosi indietro di fronte ai problemi possibili. Vivere “una dimensione identitaria multipla e più appartenenze di luoghi e di spazi, esercitare i diritti di cittadinanza e di effettiva partecipazione democratica” è condizione di autentica umanizzazione e socializzazione per il migrante e di arricchimento per la società che l’accoglie e quella da cui proviene. L’immagine positiva dell’Italia nel mondo dipende anche da come viene assolto questo compito. In questo specifico ambito, vorrei rilevare come sia di grande aiuto la dimensione religiosa, non solo per il patrimonio di tradizioni e di valori che trasmette, ma anche perché in essa l’incontro con l’altro è favorito da un comune porsi davanti al Mistero che tutti supera e avvolge. Non per niente le Chiese e le diverse forme di associazionismo ispirate a valori morali e spirituali sono state luoghi di straordinario e fecondo meticciato e di conservazione viva delle identità in dialogo nel mondo delle migrazioni. Nella grande casa delpianeta, sempre più in continua osmosi fra i diversi, è insomma urgente imparare ad abitare permanendo ciascuno nella fedeltà alle proprie radici ed esercitandosi sempre più nell’accoglienza positiva dell’altro, quali che siano i caratteri della sua alterità. La posta in gioco è il futuro di tutti.

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Fondamentalismo barbarie moderna. Il nuovo nemico dell’umanità

Posté par atempodiblog le 3 septembre 2014

Fondamentalismo barbarie moderna. Il nuovo nemico dell’umanità
Editoriale dell’arcivescovo Bruno Forte, di Chieti-Vasto, pubblicato su « Il Sole 24 Ore » di domenica 31 agosto
Tratto da: Zenit

Fondamentalismo barbarie moderna. Il nuovo nemico dell'umanità dans Articoli di Giornali e News ieny4j

Nel dialogo con i giornalisti sul volo da Seoul a Roma, dopo il terzo viaggio internazionale del suo pontificato, Papa Francesco ha parlato della situazione irachena e della necessità di fermare l’aggressore ingiusto con un impegno multilaterale, promosso e garantito dall’Onu. In questo contesto il Pontefice ha denunciato la “crudeltà inaudita” dei mezzi bellici non convenzionali e della tortura, impiegati dai Jihadisti, constatando dolorosamente: “Siamo nella Terza guerra mondiale, ma a pezzi”. dans Fede, morale e teologia

L’affermazione è tanto grave, quanto fondata, e mette in luce il peso che le forze fondamentaliste islamiche stanno avendo nel destabilizzare l’ordine internazionale, promuovendo un’azione vasta e capillare di lotta contro gli stessi loro fratelli musulmani, oltre che contro il cristianesimo e le altre religioni e visioni del mondo cui si contrappongono. È comunque l’Occidente a essere identificato da questi nuovi barbari come il nemico principale da abbattere. Dall’Iraq alla Siria, dalla Libia alla Somalia, la “guerra santa” sembra lanciare la sua offensiva in modo ampio e sincronizzato, con mire espansionistiche tutt’altro che velate. Minimizzare la gravità di questa situazione sarebbe da irresponsabili. Ridurre i problemi a semplici conflitti locali non ha fondamento nella realtà.

La verità è che il nuovo nemico dell’umanità è più che mai il fondamentalismo, che non va assolutamente confuso con le forme dell’Islam autentico e con le aspirazioni alla pace e alla giustizia che pervadono il cuore e l’impegno di tanti musulmani. Una presa di posizione interreligiosa di denunzia ferma e senza appello dell’integralismo fondamentalista è allora più che mai necessaria. Per favorirla e sollecitarla non è inutile riflettere sui caratteri assolutamente disumani e perversi delle ideologie fondamentaliste. Provo a farlo partendo da un’affermazione evangelica, in cui Gesù rimprovera l’ipocrisia degli scribi e dei farisei che si ferma all’esteriorità, trasgredendo “le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà” (Mt 23,23). Sono queste le tre idee chiave che il fondamentalismo snatura, fino a rovesciarle nel loro contrario, idee su cui occorre convergere per opporre alla barbarie e alla violenza cieca un impegno autentico al servizio della pace per tutti.

In primo luogo, la giustizia: se nell’accezione positiva essa consiste nel rispetto e nella promozione dei diritti di ognuno, nel riconoscere, cioè, “a ciascuno il suo” (“unicuique suum”, secondo l’assioma latino), nella deformazione ideologica giustizia diventa l’imposizione della legge del più forte, identificata come la sola norma e misura del bene e del male in nome del fine in grado di giustificare ogni mezzo. Questo fine sarebbe la distruzione del diverso per imporre l’unica visione del mondo ritenuta vera, affidando il successo dell’impresa alla forza delle armi. La “jihad”, che nell’accezione originaria è l’impegno per il bene e la lotta contro il male in se stessi e nella storia, diventa così la guerra contro l’altro, da annientare ad ogni costo.

L’identificazione fra giustizia e violenza in nome della verità e della sovranità divine ne consegue come terribile motivazione di ogni sorta di sopruso e di offesa alla dignità della persona umana, immagine di Dio. Proprio così, questa logica si rivela perversa, tale da offendere proprio Colui cui vorrebbe rendere gloria: il Dio Signore e Padre di tutti, il Creatore dell’uomo, non può certo rallegrarsi dell’offesa inferta alla Sua creatura, viene anzi a essere vilipeso da chi in qualunque modo ferisca l’essere umano, creato a Sua immagine e somiglianza. Ogni violenza in nome di Dio è bestemmia e incredulità! Nessuna fede religiosa autentica può motivare la violazione dei diritti inalienabili della persona umana, a cominciare da quello alla vita e alla tutela della propria libertà di espressione e di realizzazione.

Si comprende di qui come l’idea di misericordia risulti fondamentale per contemperare quella di giustizia: nell’accezione biblica la parola “rahamim”, che rende appunto l’idea di misericordia, richiama le viscere materne, il grembo originario della vita da cui viene ognuno di noi. Essere misericordiosi significa allora riconoscere questa comune, originaria appartenenza a una medesima origine e ad uno stesso destino. Proprio così, la misericordia rimanda a una medesima sorgente materna – paterna da cui tutti deriviamo. Il Dio misericordioso della Bibbia, il Padre di Gesù, ma anche il Dio clemente e misericordioso di cui parla il Corano, sono questo Dio dai tratti paterni e materni.

Il fondamentalista, sentendosi padrone dell’immagine della divinità, applica la misericordia a se stesso soltanto e ai propri simili, o comunque a quanti gli sono affini per interessi: da categoria universale, fondamento di pace con tutti, la misericordia diventa appropriazione gelosa, autogiustificazione e tolleranza del male fatto per la propria causa, convertendosi in offesa all’amore universale dell’unico Dio. L’accesso alla misericordia passa allora attraverso il rifiuto deciso di ogni sua falsificazione. Si sperimenta la misericordia se si sa accogliere e perdonare l’altro, anche il nemico, in nome di un amore più grande: “Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso” (Lc 27,36).

Infine, la fedeltà è valore che umanizza e salva se è impegno a mantenere il giusto patto di amore e di vita stabilito con Dio e con il prossimo, nell’esperienza della misericordia ricevuta e donata. Dove il fondamentalismo fa della fedeltà il principio di una coerenza scellerata con la giustificazione della violenza in nome del fine, dove cioè fedeltà diventa integralismo, cieca imposizione della verità di cui ci si sente padroni, lì non resta più nulla dell’accezione originaria della parola, quella per cui nella Bibbia essa è sinonimo di verità (‘emet), di stabilità nel bene e di adesione obbediente alla legge morale scritta nelle Tavole del Decalogo e nei cuori di tutti. Fedele al Dio vivo è chi mette in pratica la Sua misericordia e si lascia plasmare dal Suo amore.

Bestemmia il nome dell’Altissimo chi fa della presunta fedeltà al divino la giustificazione della violenza e del sopruso esercitati sugli altri. Giustizia, misericordia e fedeltà sono insomma le tre idee chiave su cui si costruisce l’onesta convivenza umana secondo il progetto del Creatore: ogni abuso di queste idee per asservirle agli interessi della propria causa, facendone contraffazione ideologica, è offesa alla signoria di Dio e alla dignità della creatura, fatta a immagine di Lui. Fare chiarezza su questo è compito di tutti i maestri e i testimoni delle fedi religiose autentiche: una loro corale mobilitazione risulta pertanto oggi più che mai necessaria, per isolare e svuotare alla radice ogni risorgente barbarie fondamentalista, che voglia giustificarsi in nome di un Dio ridotto a idolo, asservito ai propri aberranti deliri di onnipotenza.

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Signore Gesù, grazie

Posté par atempodiblog le 6 août 2014

Signore Gesù, grazie dans Monsignor Bruno Forte et5c8m

Signore Gesù,
grazie perché ci fai contemplare
il Tuo Volto Santo,
rivelazione dell’infinito Amore,
e tenerezza di Dio per noi.

Fa’ che sotto il Tuo Sguardo
ci sentiamo raggiunti
dall’Amore che perdona,
e sentiamo sciogliersi in noi
le barriere della solitudine, della paura
e della fatica di perdonare e di amare.

Tu che ci guardi con occhi di misericordia,
attendi alla nostra povertà ed al nostro dolore,
rendici capaci di riconoscere
il Tuo Volto negli altri,
specialmente nei più soli,
abbandonati e disperati dei nostri fratelli,
e fa’ che sappiamo amarli
con l’amore attento,
concreto, umile e gioioso,
che da Te solo viene.

Illumina il Tuo Volto su di noi,
o Signore, e saremo salvi!

Fa’ risplendere la Tua faccia in mezzo
a noi, e dona alla Tua Chiesa e al mondo
la giustizia e la pace.

Amen! Alleluia!

di Mons. Bruno Forte

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Maria, la donna icona del Mistero

Posté par atempodiblog le 26 février 2014

Maria, la donna icona del Mistero  dans Citazioni, frasi e pensieri dviosn

“Il solo nome della Madre di Dio contiene tutto il mistero dell’economia dell’Incarnazione”: questa frase di San Giovanni Damasceno, chiamato in Oriente il “sigillo dei Padri” (De fide orthodoxa, l. III, c. 12: PG 94,1O29 C), riassume la costante che emerge dalla storia della riflessione della fede intorno a Maria. La Vergine Madre, in quanto totalmente relativa al mistero del Verbo incarnato, è denso compendio dell’Evangelo e figura concreta della fede della Chiesa. Veramente la struttura profonda del mistero di Maria è la struttura stessa dell’Alleanza ed il discorso di fede su di lei testimonia il “nexus mysteriorum”, l’intimo intrecciarsi dei misteri nella loro reciprocità e nell’unità profonda che li lega. Nella riflessione intorno alla Vergine Madre emerge una “legge di totalità”: non si può parlare di Maria che in rapporto a suo Figlio e all’economia integrale della salvezza in Lui pienamente manifestata; e, d’altra parte, la stessa intensità del rapporto della Madre col Figlio fa riverberare in lei, dalla parte della creatura, la totalità di quanto in Lui si è compiuto. Perciò si può dire – col teologo russo Pavel Evdokimov – che la storia di Maria è “la storia del mondo in compendio, la sua teologia in una sola parola” e che ella è “il dogma vivente, la verità sulla creatura realizzata” (La donna e la salvezza del mondo, Jaca Book, Milano 1980, 54 e 216). “Entrata intimamente nella storia della salvezza” – afferma il Vaticano II – “(Maria) riunisce in sé e riverbera i massimi dati della fede; così quando la si predica e la si onora, ella rinvia i credenti al Figlio suo, al suo sacrificio e all’amore del Padre” (Lumen Gentium 65). Maria rinvia al tutto del Mistero ed insieme lo riflette in sé: in lei il Tutto si affaccia nel frammento, come è nella bellezza. Perciò di lei si dice che è la Tutta Bella, la Tota Pulchra. Applicando coerentemente questa “legge di totalità”, questa “via della bellezza”, il discorso teologico intorno a Maria può contemplarla come la donna, icona del Mistero.

di Monsignor Burno Forte

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Mons. Bruno Forte: “Papa Benedetto XVI è un uomo di preghiera”.

Posté par atempodiblog le 13 février 2013

Intervista di Antonio Manzo a Mons. Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto
Fonte: Il Mattino
Tratto da: Arcidiocesi di Chieti-Vasto

Mons. Bruno Forte: “Papa Benedetto XVI è un uomo di preghiera”. dans Articoli di Giornali e News benedettoxvi

La rinuncia di Papa Benedetto alla guida della Chiesa non le appare una resa, più che una sfida, al mondo?
«Non parlerei affatto di resa. Si tratta invece di un atto di grande coraggio e di grande responsabilità. Il Papa lo ha compiuto in maniera totalmente lucida e consapevole delle sfide che attendono la Chiesa nel mondo contemporaneo e lo ha annunciato nel momento in cui si è reso conto che il venir meno delle forze fisiche non gli avrebbe consentito di governare queste sfide. Alla base di questo gesto di rinuncia c’è un atto di umiltà, di verità e di coraggio. A muovere la decisione del Papa c’è stato il suo grande amore per la Chiesa e per il Signore, che ne è il vero Pastrore».

Il gesto di rinuncia non fa apparire la Chiesa al mondo come una barca senza timoniere, in preda ai marosi della storia?
«Il Papa aveva già parlato della possibilità delle sue dimissioni nel corso del librointervista con il giornalista Peter Sewald. Aveva detto chiaramente che la rinuncia di un Papa, in un momento di gravi difficoltà per la Chiesa, sarebbe stata inaccettabile, una sorta di fuga dalle responsabilità perché altri se ne facessero carico…».

Il passaggio dalle dimissioni inaccettabili per un Papa alle dimissioni annunciate è davvero grande.
«Il Papa, però, aggiunse che avrebbe potuto rinunciare in epoche più tranquille, se le forze non gli avessero più consentito di sostenere il peso del ministero petrino».

Le dimissioni potrebbero essere conseguenza di questi anni di gravi tensioni nella Chiesa?
«Io credo che il gesto della rinuncia sia stato pensato e poi annunciato in una fase della vita della Chiesa nella quale Benedetto XVI ha visto che la navigazione è diventata più serena e predispone alla transizione più tranquilla verso un nuovo pontificato».

Lei è così ottimista da pensare che le difficoltà della Chiesa siano state superate?
«Le grandi traversie degli ultimi anni, come ad esempio la denuncia di abusi sessuali commessi da alcuni ministri della Chiesa specie alcuni decenni fa, sono state superate proprio grazie al coraggio e alla volontà di chiarezza che questo Papa ha praticato fino in fondo».

La scelta di rinunciare al ministero petrino che messaggio offre al mondo?
«Ripropone la grande chiave di lettura di questo pontificato: la necessità, cioè, di una riforma spirituale, che conti non sulle forze umane, ma sulla potenza di Dio, e riscopra nella fede nel Signore la misura vera della storia. E c’è anche un altro messaggio: che davanti alla misura di Dio non reggono i calcoli degli uomini».

Le ricorderò la meditazione dettata dall’allora cardinale Ratzinger alla Via Crucis del venerdì Santo del 2005 sulla sporcizia nella Chiesa. Poi, diventato Papa, otto anni dopo si dimette…
«Se questa immagine avesse inciso come fattore scoraggiante nelle valutazioni dell’allora cardinale Ratzinger, egli non avrebbe accettato nemmeno il pontificato e avrebbe rinunciato a far fronte agli scandali nella Chiesa datati nel tempo, ma emersi nel corso degli ultimi anni».

Ma chi ha denunciato la sporcizia nella Chiesa, una volta Papa non avrebbe potuto osare di più per trasformare la Chiesa?
«In realtà, proprio l’aver parlato con estrema lucidità di questa sporcizia, prima di diventare Papa, lo ha poi aiutato a guidare la Chiesa con mano ferma in una transizione difficile, con una tempesta ora sufficientemente guadata per poter affidate il timone in nuove mani. Non si è sottratto al peso, lo ha preso di sé fino in fondo».

In che misura ha inciso la sopraggiunta fragilità della persona?
«La fragilità fisica, connessa anche all’età, ha inciso certamente. Ma non si è affatto trattato di fragilità psicologica, intellettuale o spirituale».

Quando lo ha visto e gli ha parlato l’ultima volta?
«Giovedì scorso, all’udienza concessa al Pontificio Consiglio della Cultura. Lo avevo già visto qualche settimana prima nel corso della visita ad limina dei vescovi abbruzzesi. L’ho trovato lucidissimo, semplice e accogliente come sempre, e ho scambiato con lui parole intense. Ha dimostrato di avere sempre una memoria ferrea, citando temi di cui avevamo trattato nel tempo, con molta chiarezza e con la sua solita grande serenità. Ma è vero che, accanto a questa lucidità intellettuale, l’ho trovato fisicamente molto provato».

Non le sembra un paradosso un Papa lucidissimo che sceglie di rinunciare?
«No, al contrario: credo che proprio grazie alla grande lucidità e all’amore per la Chiesa egli abbia preso la sua decisione».

C’è anche un monito temporale riguardo al rapporto tra l’uomo e il potere?
«Certamente. Qui si vede la differenza cristiana. L’uomo di fede giudica il mondo e la vita alla luce di Dio, perché non chiude la prospettiva storica nell’ottica corta del tempo. Dio, per chi crede, ispira e guida la storia e anche la scelta di Benedetto XVI è stata vissuta in questa luce, vera, emblematica conclusione del suo pontificato».

C’è chi lo ha etichettato come un Papa conservatore, chi come un Papa incompreso. Lei che lo ha conosciuto da vicino quale pastore e teologo come lo giudica alla fine del ministero?
«È stato un Papa riformatore che ha chiesto e promosso una riforma spirituale che ricentrasse la Chiesa sull’obbedienza a Dio. Quest’opera di riforma spirituale gli è costata personalmente tante energie e decisioni difficili. Consegnerà al suo successore una Chiesa con un approfondimento della visione del mondo fondata su una fede straordinaria».

Qual è stata la prova più difficile di Papa Ratzinger?
«Il vedere uomini che si erano votati a Dio e che sembravano avere tutti i mezzi per vivere di Dio, che invece hanno ceduto a lusinghe umane, con comportamenti perfino patologici. È stata una ferita lacerante, un dolore profondo che gli ha aperto gli occhi incitando la Chiesa al rinnovamento,
a partire dal tanto di bene e di santità che c’è in essa».

La spinta al rinnovamento porterà all’indizione del Concilio Vaticano III?
«Io sono convinto che il Vaticano II sia talmente ricco di potenzialità, che bisogna ancora portarlo a compimento e consentire di dispiegarne tutti gli effetti sulla riforma della Chiesa. Che il Vaticano II abbia ancora tanto da offrire alla Chiesa è stata convinzione così profonda di Papa Benedetto che anche nel dialogo con i lefebvriani il Papa ha posto come condizione imprescindibile il riconoscimento del Concilio».

Il fallimento del dialogo con i lefebvriani ha inciso?
«Siamo in una fase di attesa della risposta. Quel che mi ha sempre colpito è, appunto, stata la condizione decisiva posta dal Papa: l’accettazione del Vaticano II».

Potrebbe esserci un ulteriore scisma nella Chiesa cattolica?
«Mi sembrano fantasie. Anzi, mi auguro che il coraggio che ha espresso la Chiesa in questi anni lo mostrino anche il mondo civile e quello della politica in tutti i campi».

La rinuncia al ministero petrino è anche una lezione per gli uomini che governano le sorti dell’umanità?
«È una lezione per chi gestisce il potere. Non si vive di solo potere. Il gesto delle dimissioni del Papa è il segno di una grande libertà interiore, che ha chi guarda le cose nella luce di Dio e obbedisce a Lui».

La scelta della clausura in Vaticano è il rifugio nella preghiera e nella solitudine?
«L’uomo di fede ha un’arma potentissima, la preghiera. E Papa Benedetto è un uomo di preghiera. Così, la sua scelta è vicinissima a quella di San Celestino V, che rinunciò al papato e scelse di offrirsi a Dio per la Chiesa nel silenzio e nella preghiera. Un comportamento analogo a quello di
papa Benedetto XVI».

Si aspettava questo epilogo nel pontificato di Benedetto XVI?
«Non me l’aspettavo nella repentinità dell’annuncio. Ma, conoscendolo da tempo, sapevo che la Sua fede e il Suo amore alla Chiesa gli davano una libertà interiore tale, da non poter escludere un simile atto di oblio di sé per la causa di Dio e del Suo popolo».

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La coscienza del dovere e la fragilità umana

Posté par atempodiblog le 13 février 2013

SILENZIO E UMILTÀ
La coscienza del dovere e la fragilità umana
di Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto – Il Sole 24 Ore

La coscienza del dovere e la fragilità umana dans Articoli di Giornali e News benedettoxvi

È con profonda emozione che ho appreso la notizia della rinuncia di Papa Benedetto XVI al suo servizio di Vescovo di Roma. Avevo avuto la gioia di
parlargli giovedì scorso, al termine dell’udienza concessa ai membri del Pontificio Consiglio della Cultura, riuniti in seduta plenaria. Come sempre era
stato squisito, lucidissimo nella memoria e luminoso nell’intelligenza, nel pur breve scambio di parole che avevo avuto con lui.

Eppure, non mi aveva sorpreso ascoltare il commento preoccupato di qualcuno dei presenti, Cardinali e Vescovi di varie parti del mondo, colpito dall’impressione di fragilità fisica che il Papa ci aveva dato. Sta proprio in questa paradossale combinazione la chiave di lettura della rinuncia annunciata: da una parte, la coscienza limpida dei propri doveri, delle responsabilità e delle sfide poderose che la Chiesa deve affrontare in questo mondo in così rapida trasformazione; dall’altra, la percezione di una debolezza di forze, che appariva chiaramente impari ai pesi da portare. Sono toccanti le parole con cui lo stesso Papa ha espresso tutto questo: «Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino».

«Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di San Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato».
Appare in queste espressioni la grandezza dell’uomo spirituale, che tutto considera nella verità davanti a Dio e sceglie infine ciò che è più conforme secondo la sua coscienza al servizio d’amore da rendere. La lucida consapevolezza del compito e la non meno lucida coscienza del degradare delle proprie forze fisiche trovano sintesi in quest’atto di amore a Cristo e alla Chiesa, per cui il Papa rinuncia al servizio pontificale e sceglie la via del silenzio orante e dell’umiltà confessante: «Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio».
Emerge così in quest’atto, semplice e solenne, storico per la sua portata, anche se non unico nella bimillenaria vicenda della Chiesa Cattolica, quello che è stato il vero motivo ispiratore di questi otto anni di pontificato: la riforma spirituale della Chiesa, alla luce del primato assoluto della fede in Dio.

Sorge spontanea l’analogia con Celestino V, il Papa santo, che rinuncia al servizio petrino dopo appena un mese di pontificato perché ritiene di poter
meglio servire il popolo di Dio con la preghiera e con l’offerta sacrificale di sé. È in nome dell’obbedienza a Dio e alla verità che solo gli rende gloria, che Benedetto XVI ha affrontato e governato la dolorosa vicenda degli abusi sessuali, presenti fra alcuni membri del clero specialmente nelle decadi della seconda metà del secolo passato. Convinto della forza della parola di Gesù «la verità vi farà liberi» (Giovanni 8,32), questo Pontefice ha voluto che si facesse piena verità, anzitutto a sostegno delle vittime e poi per intraprendere coraggiosi cammini di purificazione e di rinnovamento.
Con la stessa fiducia in Dio Papa Ratzinger ha portato avanti con decisione il suo rapporto di privilegiata amicizia verso il popolo ebraico, la cui fede è santa radice di quella dei cristiani, come pure il dialogo franco e sereno con le grandi religioni universali e in particolare con l’Islam, certo che il Dio unico avrebbe guidato i credenti sinceri sulle vie della pace.
In campo ecumenico, la mano tesa alle diverse tradizioni confessionali si è aperta anche a proposte coraggiose verso i seguaci di Mons. Lefebvre, anche qui confidando nell’esigenza di ogni autentico credente di voler piacere a Dio e non ai propri sostenitori mondani.
All’interno della Chiesa cattolica, poi, questo Papa ha promosso la riforma spirituale, insistendo mediante continui e profondi insegnamenti sulla
necessità della conversione dei cuori e del rinnovamento dei costumi, premessa indispensabile di ogni possibile rinnovamento strutturale. La riforma, aveva scritto da giovane Professore, «consiste nell’appartenere unicamente e interamente alla fraternità di Gesù Cristo… Rinnovamento è divenire semplici, rivolgersi a quella vera semplicità… che in fondo è un’eco della semplicità del Dio uno. Questo è il vero rinnovamento per noi cristiani, per ciascuno di noi e per la Chiesa intera» (Il nuovo popolo di Dio, Brescia 1971, 301. 303).

L’autentica riforma, voluta da questo Papa, è stata, insomma, quella della conversione evangelica, la sola capace di fare della Chiesa un segno credibile
di luce e di speranza per tutti. Sarà dal riconoscimento del primato di Dio confessato e amato che verrà la nuova primavera, di cui il popolo di Dio e gli
uomini tutti hanno necessità assoluta. «Ciò di cui abbiamo soprattutto bisogno in questo momento della storia – aveva detto qualche settimana prima di diventare Papa – sono uomini che, attraverso una fede illuminata e vissuta, rendano Dio credibile in questo mondo… Abbiamo bisogno di uomini che tengano lo sguardo dritto verso Dio, imparando da lì la vera umanità. Abbiamo bisogno di uomini il cui intelletto sia illuminato dalla luce di Dio e a cui Dio apra il cuore, in modo che il loro intelletto possa parlare all’intelletto degli altri e il loro cuore possa aprire il cuore degli altri. Soltanto attraverso uomini toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli uomini» (Subiaco, 1 Aprile 2005).

Con il suo pontificato e, in modo singolare, con quest’atto umile e grande della rinuncia ad esso per amore di Cristo e della Chiesa, Benedetto XVI ha dimostrato – al di là di ogni possibile incomprensione – di essere un uomo così. Ed è grazie a uomini come lui, che – come egli stesso diceva tre giorni fa ai Seminaristi di Roma – «l’albero della Chiesa non è un albero morente, ma l’albero che cresce sempre di nuovo».

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