Le cinque sorelle di York e la necessità del rispetto della libertà personale

Posté par atempodiblog le 8 juillet 2015

“[...] gli educatori hanno la possibilità di far comprendere il valore della vita sacerdotale; se poi sono preti, sarà soprattutto mediante la testimonianza della loro vita che potranno suscitare nei giovani che li avvicinano l’entusiasmo per la vocazione sacerdotale. Ciò tuttavia deve sempre avvenire nel rispetto della libertà personale del giovane, e in un contesto di delicatezza che eviti tutto ciò che potrebbe assumere l’aspetto di una pressione morale”.

di San Giovanni Paolo II

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LE CINQUE SORELLE DI YORK

[…] «Era una splendida e radiosa mattina del bel tempo estivo, e uno di quei monaci neri uscì dal gran portone dell’abbazia, volgendo i passi verso la casa delle belle sorelle. In alto il cielo era azzurro, e in basso la terra era verde; il fiume scintillava nel sole come un viale di diamanti, gli uccelli cantavano nell’ombra degli alberi, l’allodola si librava sui campi ondeggianti di frumento, e l’aria era piena del grave ronzio degl’insetti. Tutto era lieto e sorridente; ma il sant’uomo continuava ad andar triste, con gli occhi volti al suolo. La bellezza della terra non è che un respiro, e l’uomo non è che un’ombra. Che simpatia poteva avere un predicatore per l’una o per l’altra?
[…] «— Eravate molto allegre, figliuole, — disse il monaco.
«— Voi sapete com’è giocondo il dolce cuore di Alice, — rispose la maggiore, insinuando le dita nelle trecce della sorridente fanciulla.
«— E quanta gioia e allegrezza, padre, desta in noi lo spettacolo della natura, radiosa dello splendor del sole, — aggiunse Alice, arrossendo sotto lo sguardo austero del solitario.
«Il monaco non rispose che con un grave cenno del capo, e le sorelle continuarono il loro lavoro in silenzio.
«— Sempre a sciupare un tempo prezioso — disse infine il monaco, volgendosi alla sorella maggiore, — sempre a sciupare un tempo prezioso con codeste inezie. Ahimè, ahimè! Che si debbano così leggermente dissipare le poche bolle sulla superficie dell’eternità… le sole che il Cielo ci concede di vedere di quell’oscuro e profondo fiume!
«— Padre — disse la fanciulla, interrompendo come fecero tutte le altre, il lavoro, — stamattina noi abbiamo pregato, la nostra elemosina quotidiana è stata distribuita alla porta, i contadini malati sono stati curati… tutti i nostri compiti quotidiani li abbiamo eseguiti. Credo che questa nostra occupazione sia innocente.
«— Vedete qui — disse il frate, prendendole il telaietto di mano, — un groviglio intricatissimo di colori vistosi, senza altro oggetto e scopo che di formare un giorno il vano adornamento del vostro sventato e fragile sesso. Giorni e giorni sono stati impiegati in questo folle lavoro, e non è ancora a metà. L’ombra d’ogni giorno che tramonta cade sulle nostre tombe, e i vermi esultano sapendo che noi ci avviciniamo a quella meta. Figliuole, non v’è altro modo di passare le ore che fuggono?
«Le quattro sorelle maggiori abbassarono gli occhi come toccate dal rimprovero di quel sant’uomo; ma Alice levò i suoi, e li posò mitemente sul frate.
«— La nostra cara mamma — disse la fanciulla, — che il Cielo l’abbia in gloria!
«— Amen! — esclamò il frate in tono cupo.
«— La nostra cara mamma — balbettò la bionda Alice, — era ancora viva quando cominciammo questi ricami. Essa ci disse di riprenderli, quando non sarebbe stata più, di continuarli con gioia discreta nelle ore di riposo; ci disse che se avessimo passate insieme queste ore nell’innocente allegria e nelle occupazioni femminili, le avremmo trovate le più felici e tranquille della nostra vita, e che, se, poi, avessimo sperimentato gli affanni e le prove del mondo… se, attratte dalle sue tentazioni e abbagliate dal suo scintillio, avessimo mai dimenticato quell’amore e quel dovere che legava in santo vincolo le figlie d’una diletta madre… un’occhiata all’antico lavoro della nostra comune fanciullezza, avrebbe destato in noi i buoni pensieri dei giorni svaniti e fatto più amorevole e tenero il nostro cuore.
«— Alice dice la verità, padre — osservò la sorella maggiore, con qualche orgoglio. E, così dicendo, ripigliò il lavoro, imitata dalle altre.
«Il ricamo che ciascuna sorella aveva dinanzi a sé era grande e di disegno intricato e complesso; e la trama e i colori di tutti e cinque erano gli stessi. Le sorelle si chinarono leggiadramente sul loro lavoro; il monaco, poggiando il mento sulle mani, guardò dall’una all’altra in silenzio.

«— Quanto starebbe meglio — egli disse, — evitare tali pensieri e occasioni nel tranquillo silenzio della chiesa, consacrando la vostra vita al Cielo! L’infanzia, la fanciullezza, la giovinezza e la vecchiaia svaniscono con la stessa rapidità con cui si susseguono. Pensate che la polvere umana corre verso la tomba, e fissando con occhio fermo quella meta, evitate la nuvola che si leva dai piaceri del mondo, ingannando i sensi dei suoi seguaci. Il velo, figliuole, il velo!

[…] «Le sorelle, unanimi, esclamarono che la loro sorte era comune, e che v’eran dimore di pace e di virtù oltre le mura del convento.
«— Padre — disse la maggiore, levandosi con dignità, — avete udita la nostra risoluzione finale. La stessa pia cura che arricchì l’abbazia di Santa Maria, e ci lasciò, orfane, alla sua santa tutela, ordinò che nessuna costrizione dovesse essere imposta alla nostra inclinazione, ma che saremmo state libere di vivere a nostra scelta. Non ci parlate più d’una cosa simile, per piacere.
Sorelle, è quasi mezzogiorno. Rientriamo, fino a questa sera, in casa. — Con una riverenza al frate, la fanciulla si levò e s’avviò verso l’abitazione tenendo per mano Alice, e le altre sorelle la seguirono.
«Il sant’uomo, che aveva parlato della stessa cosa le altre volte, ma non aveva mai sperimentato un rifiuto così reciso, le seguì a qualche distanza, con gli occhi volti a terra, e con le labbra che si agitavano come pregando. Come le sorelle ebbero raggiunto il portico, affrettò il passo, e gridò loro di fermarsi.
«— Un momento! — disse il monaco, levando in aria la destra e volgendo un’irosa occhiata ad Alice e alla sorella maggiore. — Un momento, e udite da me che cosa sono le memorie che preferite all’eternità, e che si ridestano… se nella grazia furono assopite… per mezzo di futili trastulli. La memoria delle cose mondane è gravata, nell’altra vita, di amare delusioni, di tristezza, di morte; di tristi mutamenti e di mordenti ambasce. Verrà un giorno che un’occhiata a quelle insignificanti futilità aprirà profonde ferite nel cuore di qualcuna di voi, trafiggendola fino in fondo dell’anima. Quando arriva quell’ora… e, badate bene, arriverà… voltate le spalle al mondo a cui vi aggrappate, e cercate il rifugio che avete disprezzato. Trovate la cella più fredda del focolare dei mortali oscurato da tutte le sventure e da tutte le calamità, e piangetevi il sogno della giovinezza. Questa è la volontà del Cielo, non la mia — disse il frate, abbassando la voce e guardando le fanciulle che se ne andavano. — La benedizione della Vergine, figliuole mie, sia sopra di voi.
«Con queste parole scomparve per la porticina; e le fanciulle, rientrate in casa, quel giorno non furono più vedute.
«Ma, benché i monaci possano aggrottar la fronte, la natura continuerà a sorridere, e la mattina dopo, rifulse lo splendore del sole, e ancora la novella mattina, e poi l’altra. E nella luce mattutina, e nella tenera pace della sera, le cinque sorelle continuarono a passeggiare, a lavorare, a passare il tempo in lieti conversari, nel loro tranquillo pometo. [...]

Tratto da: Le avventure di Nicholas Nickleby di Charles Dickens

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“Abbi un cuore…”

Posté par atempodiblog le 3 janvier 2015

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“Abbi un cuore che mai indurisce, un carattere che mai si stanca, ed un tocco che mai ferisce”.

Charles Dickens
Tratto da:
Riflessi d’acqua

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L’ingiustizia per i bambini

Posté par atempodiblog le 3 janvier 2015

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“Nel piccolo mondo in cui tutti i bambini, comunque vengano educati, vivono la loro vita, non c’è nulla di più sentito e avvertito dell’ingiustizia, anche se si tratta di una ingiustizia di poco conto; ma il bambino è piccolo e piccolo è il suo mondo, e il suo cavallo a dondolo è per lui molto più alto di lui, e lui lo vede e lo considera come un cavallo da caccia irlandese dalle ossa grosse”.

Charles Dickens

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Chesterton sui regali di Natale

Posté par atempodiblog le 23 décembre 2014

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La convinzione che molti, anche fra i credenti, si sono fatti del Natale è che a disturbare un autentico festeggiamento natalizio siano anzitutto il consumismo e la ricerca dei regali di questi giorni. Tanti la pensano così ma – sia detto con rispetto – sbagliano. Non perché il consumismo, laddove eccessivo, non sia un problema, ma perché il falso Natale non è quello con troppi regali ma quello senza Gesù; è quella la Festa senza il Festeggiato. E se da un lato è vero che una smisurata attenzione ai regali può distrarre dal senso del Natale, dall’altro non è certo evitando di farsi dei doni che si sarà automaticamente partecipi, come per magia, dell’essenza natalizia. Anzi.

In tal senso, anticipando sorprendentemente di decenni le polemiche sul consumismo natalizio, il grande Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) osservava: «Poco tempo fa ho letto l’affermazione di una signora sull’argomento: dice che lei non “faceva regali” nel senso grossolano, sensuale e terreno dell’espressione ma Cristo stesso è un regalo di Natale. Una nota a favore dei regali materiali è stata buttata giù persino prima della Sua nascita, con i primi spostamenti dei saggi dell’Oriente e della stella: i Tre Magi giunsero a Betlemme portando oro, incenso e mirra. Se avessero portato solo la Verità, la Purezza e l’Amore non ci sarebbero state né un’arte né una civiltà cristiana».

Oltre alla storia dei Magi, pare che a rafforzare la tradizione natalizia dei doni, degli auguri e del pranzo natalizio sia stato – in epoca meno remota – il successo di A Christmas Carol di Charles Dickens (1812-1870), racconto che vide le stampe il 18 dicembre 1843 riscuotendo subito successo e vendendo ben 6.000 copie in appena una settimana. Tuttavia questo nulla dice circa la pericolosità dello scambiarsi dei doni e dello sforzo di chi, a Natale, cerca di essere più buono e generoso. Chiaramente l’impegno non dovrebbe essere limitato alla seconda parte del mese di dicembre e durare tutto l’anno; ma questo dipende dalla capacità di custodire la verità di Natale, non certo dall’astenersi dal fare regali per paura d’inquinarla.

di Giuliano Guzzo

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2e2mot5 dans Diego Manetti Perché anche i cristiani a Natale si scambiano i regali?

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9 giugno: anniversario della morte di Charles Dickens

Posté par atempodiblog le 9 juin 2014

“Non esiste miglior critico dickensiano del signor Chesterton”.

Thomas Stearns Eliot

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“Charles Dickens, il più grande scrittore inglese, nato proprio due secoli fa. Il più grande drammaturgo inglese, William Shakespeare - o almeno così alcuni scrittori sostengono plausibilmente - potrebbe anche essere stato cattolico. E’ difficile fare una tale affermazione su Dickens: G.K. Chesterton, però, (che certamente ha capito Dickens meglio di Dickens stesso) ha davvero affermato che Dickens era cattolico nel cuore: e, come io sosterrò, questa non è affatto una affermazione così stravagante come potrebbe sembrare a prima vista”.

William Oddie – Catholic Herald
Tratto da: Il blog dell’Uomo Vivo

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Usare grande amorevolezza coi giovani

Posté par atempodiblog le 9 juin 2014

“Bisogna usare grande amorevolezza coi giovani, trattarli bene. Questa bontà di tratto e questa amorevolezza sia un carattere a tutti i superiori, nessuno eccettuato. Fra tutti riusciremo ad attirar uno e basta per allontanar tutti! Oh! quanto si affeziona un giovane, quando si vede ben trattato! Egli pone il suo cuore in mano ai superiori”.

“Per riuscir bene coi giovanetti, fatevi un grande studio si usare con essi belle maniere; fatevi amare e non temere; mostrate loro e persuadeteli che desiderate la salute della loro anima; correggete con pazienza e con carità i loro difetti; soprattutto astenetevi dal percuoterli; insomma adoperatevi a far si, che quando veggono, vi corrano attorno e non vi fuggano”.

San Giovanni Bosco

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“Per quanto riguarda invece la socialità, un giorno sì e un giorno no lo si conduceva nello stanzone dove i ragazzi cenavano e lì veniva socievolmente fustigato, a monito ed esempio. Né gli erano negate le consolazioni della religione giacché, all’ora della preghiera, lo si spingeva a calci ogni mattina in quel medesimo stanzone e, a edificazione del proprio spirito, gli si consentiva di ascoltare l’orazione recitata coralmente dai ragazzi.

La quale orazione includeva una preghierina speciale, inserita per preciso ordine della Direzione, affinché essi fossero resi virtuosi, obbedienti e contenti, e immuni dai peccati e vizi di Oliver Twist, che veniva presentato come succube e schiavo delle forze del male, e come un soggetto uscito dalla fucina del diavolo in persona”.

 Charles Dickens – Oliver Twist

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Il disprezzo e la derisione del prossimo

Posté par atempodiblog le 29 janvier 2014

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Era abbastanza saggio da sapere che a questo mondo non è mai accaduto nulla di buono che in un primo tempo qualcuno non abbia deriso; e sapendo che gente come quella era cieca ad ogni costo, pensò che potevano pure strizzare gli occhi in un ghigno, piuttosto che mostrare la loro cattiveria in forme meno piacevoli. Anche il suo cuore rideva, e ciò gli bastava.

Tratto da: Canto di Natale di Charles Dickens

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Nessun vizio è così contrario alla carità, e più ancora alla devozione, quanto il disprezzo e la derisione del prossimo.

La derisione e la beffa non vanno senza disprezzo; è per questo che è un peccato molto grave, e i moralisti hanno ragione di dire che la derisione è il modo peggiore di offendere il prossimo con parole; le altre offese salvano sempre, in una certa misura, la stima per la persona; la derisione invece non la risparmia in nulla.

Tratto da: Filotea di San Francesco di Sales

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Caratteristica della teologia morale del diavolo

Posté par atempodiblog le 29 septembre 2013

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Il color cupo del sangue dei Murdstone incupiva anche la religione dei Murdstone, che era austera e rabbiosa. Questa, ebbi poi a pensare, era una necessaria conseguenza della fermezza del signor Murdstone, il quale non poteva permettere a nessuno di sfuggire ai più severi castighi, che sotto qualsiasi pretesto si potessero infliggere.

Sia come sia, ricordo bene le grinte arcigne con cui eravam soliti recarci in chiesa, e ricordo come l’atmosfera stessa del luogo sembrasse mutata.
Ecco: arriva la temuta domenica, e io m’infilo per primo nel nostro vecchio banco come un delinquente condotto, sotto buona scorta, al servizio religioso per prigionieri. Ecco la signorina Murdstone, con la sua gonna di velluto nero che sembra tagliata in un drappo funebre, venir subito dietro di me; poi mia madre; poi suo marito. Non c’è più Peggoty con noi, come una volta. Ecco la signorina Murdstone che brontola le risposte al servizio divino accentuando con crudele soddisfazione le parole più terribili. Ecco: rivedo i suoi occhi cupi fare giro della chiesa, mentr’ella dice “miserabili peccatori”, come se stesse facendo l’appello dei presenti.

Ecco: riesco a intravedere mia madre, che muove timidamente le labbra, stretta fra quei due che le riempion le orecchie col loro brontolio simile a un tuono soffocato. Ecco: mi domando, con improvviso terrore, se per caso non abbia torto il nostro vecchio buon pastore, e non abbiano invece ragione il signore e la signorina Murdstone, e se davvero tutti gli angeli del cielo non siano angeli di distruzione. Ecco: se io muovo un dito, o allento un muscolo della faccia, la signorina Murdstone mi colpisce dolorosamente le costole col suo libro di preghiere.

 di Charles Dickens – David Copperfield. Ed. Mondadori

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Caratteristica della teologia morale del diavolo

Un’altra caratteristica della teologia morale del diavolo è la distinzione esagerata che fa tra questo e quello, tra bene e male, tra giusto e ingiusto. Queste distinzioni diventano divisioni irriducibili. Non presuppongono che forse tutti più o meno abbiamo un poco di colpa, che dovremmo accollarci i torti degli altri per mezzo del perdono, della sopportazione, della comprensione paziente e dell’amore, aiutandoci così, a vicenda, a trovare la verità.

Al contrario, nella teologia del diavolo la cosa importante è di avere sempre assolutamente ragione e di dimostrare che tutti gli altri hanno torto. Questo non porta certo alla pace e all’unione tra gli uomini, perché significa che ognuno vuole aver ragione ad ogni costo o star dalla parte di chi ha ragione. E, per dimostrare di aver ragione, i «fedeli» devono punire ed eliminare tutti quelli che sono nel torto.

Thomas Merton – Nuovi semi di contemplazione. Ed. Garzanti

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Tiny Tim e Re Erode

Posté par atempodiblog le 13 décembre 2011

Una riflessione dello scrittore canadese Michael D. O’Brien tratta dal suo ultimo libro: « L’attesa. Storie per l’Avvento » (San Paolo, pp. 102, euro 12).
Tratto da: La Bussola Quotidiana

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L’Avvento è cominciato, il tempo di attesa in cui volgiamo lo sguardo verso l’imminente alba con rinnovata speranza. Ogni anno la liturgia ci invita a pregare insieme a tutta la Chiesa per la nuova nascita di Cristo dentro la stalla dei nostri cuori e per le grazie di cui avremo bisogno nell’attesa della sua venuta finale. Le letture riguardano la speranza che sorge in mezzo alle tenebre, parlano di nascita e di morte e della gioia eterna che verrà quando non ci sarà più la morte. Fino a quel ritorno definitivo nella casa del Padre, continuiamo a vivere in questo mondo che deve ancora essere curato da Cristo. Il bambino Gesù è tra noi, e lo è anche Re Erode.

Quasi ogni anno leggo ad alta voce ai miei figli il grande classico di Charles Dickens, Canto di Natale. Quasi tutti e sei lo hanno riletto per conto loro e hanno visto le tre versioni cinematografiche più famose. Ci sono sempre spunti nuovi che saltano fuori in tutte le storie di Dickens e il Canto non è un’eccezione. Ti trovi a ridere per qualcosa che l’anno precedente non ti faceva ridere nemmeno un po’; quest’anno trattieni a stento il singhiozzo per un passo che l’anno precedente ti aveva lasciato indifferente. Un dettaglio, un modo di dire, una pennellata geniale dell’autore e il grande spettacolo della vita umana si rivelano come qualcosa di molto misterioso, qualcosa che contiene molta commedia, tragedia e una grande gloria nascosta, molto più grande di quella che supponevamo ci fosse.

La storia è solo apparentemente semplice. Riguarda le scelte, la paura, la famiglia, la ricchezza e la povertà, e la solitudine che viene vinta dalla misericordia. Misericordia divina e misericordia umana. Scrooge è senza dubbio l’archetipo della figura umana completamente chiusa in se stessa, che ha un profondo rancore verso le persone indigenti e difende il suo potere e le sue ricchezze con una lunga sfilza di “ragionevoli” giustificazioni. Nell’imminenza del Natale, Scrooge commisera il suo impiegato Bob Cratchit; pensa che abbia troppi bambini e che sia stata la sua (di Bob) sconsideratezza al riguardo ad averlo costretto a una vita da schiavo e in povertà assoluta.

Il figlio malato di Bob, Tiny Tim, è uno degli aspetti più disperati della vita dei Cratchit, pensa Scrooge senza un minimo di compassione. Nell’introduzione a una vecchia edizione del libro, G.K. Chesterton scrisse: «Per rispondere a chiunque parli di scarti della popolazione basta chiedere loro se si sentono degli scarti di popolazione e, se la risposta è negativa, come fanno a saperlo».

Molta gente moderna, ingannata dalla propaganda del “sovrappopolamento” e contagiata dalla paura e dalla solitudine, sarebbe d’accordo con Scrooge nel dire che Bob Cratchit e sua moglie hanno inquinato il pianeta con troppi piccoli Cratchit. Di certo, direbbe questa gente, Bob avrebbe dovuto fare affidamento su una forma più efficace di controllo delle nascite! Se non fosse stato così egoista, si sarebbe fatto una vasectomia molto tempo prima. O forse, sua moglie avrebbe dovuto farsi legare le tube. E un aborto o due prima dell’intervento avrebbero provveduto a una protezione a posteriori, così da assicurare una qualità di vita molto migliore alla loro famiglia. Vien da chiedersi, anche, cosa direbbe un genetista odierno riguardo a Tiny Tim. Sarebbe diventato il perfetto candidato per la selezione genetica, l’espulsione precoce, gli studi sugli organi o la sperimentazione fetale? E cosa ne sarebbe stato del povero vecchio Scrooge? È evidente che quest’uomo proviene da una famiglia problematica. Se la qualità della sua vita non è più tollerabile, non dovrebbe forse mettersi a pensare di programmare una “morte dignitosa”? E poi, se le sue condizioni non lo permettono e non ha parenti stretti che possano farlo al suo posto, lo stato sarà lì ad assicurarsi che la sua fine avvenga attraverso un processo legale, igienico e indolore.

Una strana società, la nostra. Leggi assolutamente bizzarre e leggi profondamente scellerate vengono attualmente discusse in molti circoli, come se fossero opinioni ragionevoli. Tutta questa retorica fa sì che l’uomo moderno cerchi dappertutto e affannosamente delle soluzioni per questioni umane basilari, cioè le cerca ovunque tranne che nell’unico posto dove la vera risposta può essere trovata. Si affida a facili rimedi per evitare il sacrosanto privilegio della vita, che al Signore sembrò perfetto rivestire della carne, e per evitare tutte le responsabilità che derivano da ciò. L’uomo è arrivato a credere, consciamente o meno, che la salute, la fertilità, la generosità siano problemi che occorre limitare, cambiare o controllare a ogni costo. Questa impostazione mentale, sia a livello personale sia come pensiero dominante del Paese, è la ricetta di un disastro. «Dove manca la Parola, il popolo sarà perduto», scrive l’autore dei Proverbi. «Chi cercherà di salvare la sua vita la perderà», ha detto Gesù.

Milioni di esseri muti e innocenti (giovani e vecchi) vengono oggigiorno massacrati con discrezione in molte cliniche e in molti ospedali. Le loro anime invocano Dio. Non importa quante idilliache teorie sulla “qualità di vita” o sul “miglioramento della condizione umana” sostengano l’omicidio di un bambino o di una persona anziana e malata. Questo rimane un omicidio e, in tutte le società civilizzate, ciò significa parlare di vita innocente. Una nazione che permette tutto ciò su larga scala (come il mio Paese), o in qualsiasi misura, invoca la spada della giustizia divina sulla propria testa. Ha assolutamente bisogno, come ne ha avuto bisogno Scrooge, di un intervento che la scuota fin dalle fondamenta.

L’idea di Erode è la negazione della generosità di Dio. Erode ebbe, senza dubbio, delle importanti argomentazioni per commettere la strage degli innocenti e immagino che il motivo principale fosse la necessità di tutelare il bene del suo popolo, l’economia, la sicurezza interna del Paese, tutte cose che non significavano altro che la tutela della sua corona. All’opposto, l’idea di Cristo è l’affermazione di qualcosa di completamente diverso, vale a dire: ognuno di noi è un’effigie vivente fatta a sua immagine e somiglianza, ed è un invitato al banchetto eterno dell’amore. Esiste una corona invisibile per ciascuno di noi, se scegliamo di accettarla; ciascuno di noi è chiamato a essere figlio o figlia di Re. E, inoltre, c’è abbondanza di stanze nella creazione del Re, se viene usata in modo saggio; e c’è anche un numero infinito di stanze nel suo regno eterno. Mentre, invece, la nostra società sta costruendo un mondo in cui non ci sono più stanze. Con ciò non mi riferisco alla mera diminuzione di spazio in ambito geopolitico ed economico. Voglio dire che ci sono sempre meno stanze nel cuore degli uomini moderni.

Se il mondo sta diventando qualcosa di inadatto per i bambini, allora cambiamo il mondo, non eliminiamo i bambini, perché eliminare i bambini rende il mondo un luogo in cui è assolutamente inadatto vivere. Un bambino che nasce con gravi problemi, in esilio, in assoluta povertà ha qualcosa da dire su tutto ciò. Ci dice che vivere è meraviglioso – cioè così pieno di meraviglie – e che, per quanto le nostre vite possano essere difficili siamo sempre chiamati alla gioia. È vero che per tutti c’è un tempo per soffrire, un tempo per perdere tutte le illusioni sulla nostra potenza e autosufficienza, e un tempo per morire. E, sì, ci sono momenti in cui siamo messi alla prova fino all’estremo. Ma la sofferenza non è l’unica parola e, a dire il vero, non è neanche una tra le parole più importanti, sebbene sia una parola necessaria.

Gesù, rivestendosi della carne, ha provato tutto. E anche sua Madre. Dal giorno dell’Annunciazione alla nascita a Betlemme, lei ha sofferto con suo figlio e per suo figlio. Fuggendo da Betlemme nel deserto, facendo ritorno dal deserto fino a Nazaret e, poi, da Nazaret fino al Calvario: per tutto questo tempo il suo dolore è cresciuto, finché il suo cuore è stato trafitto da molte spade e, morendo, lei ha di nuovo generato la vita. La Chiesa è nata sul Calvario, quando il sangue e l’acqua sono sgorgati dal cuore ferito di Cristo, quel cuore che la nostra Madre ha donato a tutte le generazioni del mondo per sempre.

Nell’imminenza del Natale preghiamo con le sue parole: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e Santo è il suo nome: di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono». Rallegriamoci perché è nato a noi il Salvatore. E diciamo, usando le parole di Tim: «Dio ci benedica tutti quanti!».

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