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La festa di Bilbo, la tavola di Tom Bombadil e la birra del Puledro Impennato

Posté par atempodiblog le 3 juillet 2016

La festa di Bilbo, la tavola di Tom Bombadil e la birra del Puledro Impennato
di Pane e focolare

La festa di Bilbo, la tavola di Tom Bombadil e la birra del Puledro Impennato dans Cucina e dintorni

Quando il signor Bilbo Baggins di Casa Baggins annunziò che avrebbe presto festeggiato il suo centoundicesimo compleanno con una festa sontuosissima, tutta Hobbiville si mise in agitazione”.

Non so a voi, ma a me viene un leggero brivido lungo la schiena quando leggo l’incipit de Il Signore degli Anelli. E’ un tuffo nella Terra di Mezzo, nelle sue atmosfere, nelle avventure della Compagnia dell’Anello, nel mondo di fantasia, ma così simile al nostro, creato dalla mente geniale di Tolkien. Sono molti i temi che rendono il romanzo così apprezzato: il viaggio, tema ricorrente della letteratura, visto come itinerario di crescita e conversione; la risposta alla chiamata, l’assunzione delle proprie responsabilità di fronte all’urgenza del tempo presente; la mano di una Provvidenza che regge gli eventi; la scelta tra il bene e il male; il desiderio di proteggere il proprio mondo dagli attacchi del nemico, scoprendo lungo la strada di avere amici vecchi e nuovi che combattono insieme a noi; l’umiltà come chiave del successo.

Una festa a lungo attesa – Illustrazione di Inger Edelfeld
Una festa a lungo attesa – Illustrazione di Inger Edelfeld

Ma c’è anche un tema che corre lungo tutto il romanzo: quello dell’ospitalità e della cura della buona tavola. Già ve l’ho raccontato in un altro post: caratteristica comune dei personaggi positivi di Tolkien è quella di apprezzare il buon cibo e di considerare come un sacro dovere quello dell’ospitalità.

Il Signore degli Anelli comincia con un grande banchetto, così come Lo Hobbit comincia con la cena di Bilbo, tredici nani e Gandalf. La festa di compleanno di Bilbo è grandiosa, giorni e giorni di preparativi, si innalzano tende e padiglioni, uno in particolare di grandi dimensioni che copre l’albero della festa, quello più grande che cresceva in mezzo al campo. Ci sono lampioni appesi ai rami ma soprattutto, per la gioia di tutti gli hobbit, “fu installata un’enorme cucina all’aria aperta, nell’angolo nord del piazzale. Da tutte le osterie e i ristoranti del paese arrivarono  una marea di cuochi”. Ci sono decine di carri carichi di provviste, musica, giochi e amici che mangiano e bevono per ore: “Il banchetto fu estremamente piacevole, e li impegnò a fondo, per l’abbondanza, varietà, sontuosità e durata”. Naturalmente alla fine di una festa così non può mancare un discorso del padrone di casa e chi ha letto il romanzo sa che a partire da quel discorso gli avvenimenti prenderanno una ben precisa direzione. Non dico altro, perché magari qualcuno non ha letto il romanzo (ma davvero? Non lo avete letto? Cosa aspettate!).

Dama Baccador – Illustrazione dei fratelli Hildebrandt
Dama Baccador – Illustrazione dei fratelli Hildebrandt

Lungo il cammino, tra mille avventure, i nostri quattro hobbit vengono ad un certo punto aiutati da Tom Bombadil, un curioso personaggio, uno dei più bizzarri de Il Signore degli Anelli, che li invita a casa sua: “Ebbene, miei piccoli amici! Dovete venire a casa mia! La tavola è apparecchiata con crema gialla, miele dorato, pane bianco e burro. Baccador ci aspetta. Avremo tempo per le domande più tardi attorno alla tavola”. Dopo la paura dei Cavalieri Neri, e non solo, è un sollievo essere ospitati in una casa calda, accogliente e sicura: hanno opportunità di lavarsi e rinfrescarsi e soprattutto di mangiare “come soltanto un hobbit affamato sa divorare”. Ma non sono solo il cibo e le bevande a portare conforto: l’atmosfera familiare, la pace di una casa pulita e ordinata, la cortesia dei padroni di casa rasserenano gli hobbit, suscitando in loro la voglia spontanea di mettersi a cantare.

Infine Tom e Baccador si alzarono e sparecchiarono veloci; impedirono agli ospiti di dare una mano e li fecero anzi accomodare su comode sedie, provviste di soffici sgabelli per appoggiarvi gli stanchi piedi; nel grande camino ardevano rami di melo diffondendo un dolcissimo profumo”.

Rassicurante il saluto della bella Baccador: “Riposate in pace fino al mattino. Non temete i rumori notturni! Sappiate che nulla può attraversare porte e finestre e nulla penetra in questa casa, salvo il chiarore della luna e delle stelle e il vento della cima del colle”.

La casa di Tom e Baccador è davvero un bell’esempio di accoglienza, ospitalità raffinata e attenzione all’ospite. Dopo la condivisione di quella tavola la conversazione tra gli hobbit e Tom Bombadil diventa più spontanea e naturale e Frodo prende coraggio per porre al misterioso personaggio le domande che ha nel cuore. Cosa c’è di meglio di una bella cena per diventare amici, entrare in confidenza, stimolare la conversazione ed entrare in profonda empatia.

All’insegna del Puledro Impennato – Illustrazione di Timoty Ide
All’insegna del Puledro Impennato – Illustrazione di Timoty Ide

I nostri piccoli eroi proseguono il cammino e giungono a Brea alla locanda del Puledro Impennato di Omorzo Cactaceo. E’ un luogo molto frequentato, la qualità del cibo è ottima, così come quella della birra, la compagnia è però eterogenea: uomini, nani, viaggiatori da ogni parte della regione, in genere amichevoli ma anche curiosi e invadenti. La scena è molto vivace e Tolkien mette in evidenza uno dei pericoli della frequentazione di taverne di questo tipo: Pipino è inebriato dalla troppa birra, si sente a suo agio grazie all’entusiasmo che suscita con i suoi racconti ma chiacchiera troppo e rischia di tradirsi e dire cose che dovrebbero rimanere celate. Frodo per distogliere gli astanti da Pipino canta una canzone, ma a sua volta resta trascinato dalla sua esibizione, e dalla birra che forse lo ha reso poco lucido (il racconto insiste su questo aspetto: “Ordinarono dell’altra birra, fecero bere a Frodo un bel sorso”), e l’Anello prende il sopravvento.

Anche nella Terra di Mezzo, così vicina alla nostra, la tavola può essere occasione di una splendida accoglienza che favorisce l’amicizia e la relazione tra i commensali, come nell’episodio di Tom Bombadil, oppure occasione di frequentazione di compagnie delle quali bisognerebbe diffidare, come al Puledro Impennato; in questo secondo caso, soprattutto se si alza troppo il gomito, le conseguenze possono essere pericolose.

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Guardare in alto

Posté par atempodiblog le 11 décembre 2015

Guardare in alto
di Stefano Chiappalone – Comunità Ambrosiana

Guardare in alto dans Articoli di Giornali e News campanile-morning-270x360

Le mani della vostra fede si alzino verso il cielo, ma lo facciano mentre edificano una città costruita su rapporti in cui l’amore di Dio è il fondamento(Papa Francesco)

La candida sagoma squadrata del campanile risalta tra l’azzurro del cielo di una serena domenica autunnale e i rami degli alberi che lo velano leggermente, quasi un sipario che la natura stessa offre per inquadrare ancor meglio il piccolo capolavoro innalzato dall’ingegno umano a gloria di Dio – più precisamente “Deo Optimo Maximo et Sancto Mauritio”, come si legge sulla facciata. Nulla di trascendentale (forse), almeno a prima vista, eppure è bastato sollevare un attimo lo sguardo per ritrovarsi di fronte a quell’abbinamento di semplici forme e pochi colori che calamita l’occhio e lo spirito verso l’alto. Sollevare lo sguardo è in effetti un’operazione inconsueta per l’uomo moderno, e il sottoscritto non fa eccezione in quanto appartenente a quella involuzione dell’homo sapiens che potremmo qualificare homo curvus, più avvezzo a fissare le buche nell’asfalto che lo splendore dei cieli. Il nostro mondo non costruisce torri e persino certi edifici di culto difettano di campanili. Non che manchino edifici alti, che anzi proliferano da qualche decennio sotto forma di grattacieli – talora persino di qualche interesse estetico – o di casermoni ad uso abitativo – generalmente di grande valore antiestetico. Tuttavia, più che dalla tensione verso l’alto, essi sembrano animati dall’affanno di prolungare lo spazio terreno, non molto diversi pertanto da quella Londra sotterranea descritta ne Il Padrone del mondo di Robert H. Benson (1871-1914) in cui “essendosi accorti che lo spazio non è limitato alla superficie del globo, gli uomini di tutto il mondo avevano incominciato a fabbricare sottoterra”. I nostri condomini, in altre parole, somigliano a grigie caverne emerse in superficie, delineando una skyline ben diverso da quella gioiosa società di torri e campanili che ha plasmato i paesaggi dell’Europa che fu – insieme agli alberi che, di fatto, oggi è più facile veder potare che piantare. L’albero come il campanile, tende verso l’alto e verso il futuro, sfuggendo alle nostre pretese di fabbricare e consumare tutto qui ed ora:

Chi iniziava a costruire le cattedrali aveva la certezza che né lui né i suoi figli le avrebbero viste completate. Edificavano, ma per i posteri. Chi oggi pianta più un noce? Chi oggi ha il senso del futuro?”, si chiedeva lo storico pisano Marco Tangheroni (1946-2004).

Dal campanile, all’albero, ai soffitti – altro sintomo e simbolo dell’orientamento interiore della società. Se i Gonzaga, signori di Mantova, si addormentavano contemplando i putti e le altre figure che facevano capolino dall’oculo affrescato da Andrea Mantegna (1431-1506) sulla volta della Camera degli Sposi, più modestamente da studente universitario provai una piccola gioia nel vedere il soffitto irregolare con travi di legno a vista del mio piccolo alloggio pisano – un soffitto tipicamente toscano che al risveglio mi evocava sinuosi viali di cipressi che conducevano alle dolci colline un tempo contese dai Visconti e dai Gherardesca. Era una società che mirava in alto anche architettonicamente, a volte anche troppo: la competizione tra casate nobiliari si manifestava persino nell’altezza delle case-torri, che le leggi antimagnatizie in molte città provvidero ad abbassare forzatamente per tenere a bada la hybris dei loro costruttori e il celebre campanile dell’antica repubblica marinara divenne ancor più celebre per il suo inatteso inclinarsi. Torniamo però ai soffitti: per le strade di Pisa e di Roma mi è capitato spesso di sbirciare, complice la bella stagione, al di là delle finestre aperte di qualche antica dimora, i soffitti affrescati a beneficio esclusivo di fortunati eredi. Se però dovevo accontentarmi di sbirciare dalla strada quelle blasonate volte, non mi erano affatto precluse quelle della dimora del Re dei Re, dove ognuno può sentirsi a casa. Dall’azzurro stellato delle chiese medievali al tripudio di angeli di quelle barocche, centinaia di cieli mi hanno spinto a guardare in alto, a partire dalla chiesa parrocchiale che mi vide bambino nel natio borgo abruzzese. Ero troppo piccolo per non annoiarmi un po’ durante la Messa e tuttavia ero abbastanza piccolo da lasciarmi incantare volando oltre le coltri d’incenso fino a quel misterioso agnello dipinto sulla volta del presbiterio, nonché ai tre angioletti di stucco poco sopra l’altare che ancora oggi torno a guardare con lo stesso incanto di allora, quando il mio cuore di bambino percepiva inconsapevolmente – e forse meglio di ora – quel “Sursum corda – in alto i cuori” con cui la liturgia ci invita a sollevare lo sguardo verso il Santo dei Santi.

Nella cattedrale fiorentina di Santa Maria del Fiore Papa Francesco esortava a levare lo sguardo al Cristo dipinto nella cupola:

Al centro c’è Gesù, nostra luce. L’iscrizione che si legge all’apice dell’affresco è ‘Ecce Homo’. Guardando questa cupola siamo attratti verso l’alto, mentre contempliamo la trasformazione del Cristo giudicato da Pilato nel Cristo assiso sul trono del giudice. […] Nella luce di questo Giudice di misericordia, le nostre ginocchia si piegano in adorazione, e le nostre mani e i nostri piedi si rinvigoriscono”.

Dalla cupola del Brunelleschi, la riflessione del pontefice si spostava idealmente allo Spedale degli Innocenti, dal volto di Cristo al volto dell’uomo:

Quanta bellezza in questa città è stata messa a servizio della carità!”. Guardare in alto diviene ancora più urgente nei tempi di crisi, quando tutto sembra andare in direzione contraria lasciandoci tentare dallo scoraggiamento. Nell’Avvento di alcuni anni fa, Papa Benedetto ricordava le antiche parole della liturgia: Excita, Domine, potentiam tuam, et veni [Ridesta, Signore, la tua potenza e vieni]: con queste e con simili parole la liturgia della Chiesa prega ripetutamente nei giorni dell’Avvento. Sono invocazioni formulate probabilmente nel periodo del tramonto dell’Impero Romano. […] Non si vedeva alcuna forza che potesse porre un freno a tale declino. Tanto più insistente era l’invocazione della potenza propria di Dio: che Egli venisse e proteggesse gli uomini da tutte queste minacce”.

Che ci crolli il mondo addosso o che il mondo stesso stia per crollare, possiamo ancora dirigere gli occhi e il cuore verso l’alto per accorgerci che non siamo mai abbandonati a noi stessi:

L’assalto di Mordor irruppe come un’immensa ondata sulle colline assediate, e le voci ruggivano come una marea che sale fra boati e fragore. Come se ai suoi occhi fosse improvvisamente apparsa una visione, Gandalf trasalì: si voltò a guardare verso nord, dove i cieli erano limpidi e pallidi. Poi alzò le mani e gridò con voce possente che sovrastava ogni altro rumore: Arrivano le Aquile! E molte altre voci gli risposero gridando: Arrivano le Aquile! Arrivano le Aquile! […] Allora tutti i Capitani dell’Ovest gridarono, perché i loro cuori erano pieni di una nuova speranza in mezzo a tutta l’oscurità”.

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La Fantasia rimane un diritto umano

Posté par atempodiblog le 29 novembre 2015

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Alla capacità elfica, all’Incantesimo, la Fantasia aspira, e quando  riesce nel suo intento è, di tutte le forme di arte umana, quella che più gli si avvicina. Alla base di molti racconti sugli elfi elaborate dagli uomini sta, manifesto o celato, allo stato puro o mescolato ad altro, il desiderio di un arte vivente, subcreativa e pienamente realizzata che (per quanto esteriormente possa assomigliarle) interiormente è affatto diversa dalla sete di potere egocentrico che è la caratteristica del semplice Mago. Di questo desiderio gli elfi, nel loro aspetto migliore (ma pur sempre pericoloso), sono in gran parte contesti; ed è da loro che possiamo apprendere quali siano il desiderio e l’aspirazione centrale della Fantasia umana.

[…] La Fantasia è una naturale attività umana, la quale certamente non distrugge e neppure reca offesa alla Ragione; né smussa neanche l’appetito per la verità scientifica, di cui non ottunde la percezione. Al contrario: più  acuta e chiara è la ragione, e migliori fantasie produrrà.

[ …] La Fantasia rimane  un diritto umano: creiamo nella nostra misura e nel nostro modo derivativo perché siamo stati creati; e non soltanto creati, ma fatti a immagine e somiglianza di un Creatore.

di J.R.R. Tolkien – Albero e foglia

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Meno parole e più preghiera

Posté par atempodiblog le 24 octobre 2015

“Non rivanghiamo il passato. Meno diciamo, prima emendiamo…”.

di J.R.R. Tolkien – Roverandom. Le avventure di un cane alato

roverandom e artaserse
Artaserse e Roverandom

Hai litigato con tuo marito? Ma dì il Rosario con lui… “no, ma adesso mi chiarisco”, ma cosa vuoi chiarire? Una parola sopra l’altra e l’equivoco è sempre peggiore! Incomincia a pregare.

di Diego Manetti – Parrocchia San Terenzo a Lerici

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Tolkien e la sua terra letteraria

Posté par atempodiblog le 2 septembre 2015

“Sono, in realtà, un Hobbit in tutto fuorché nella statura”.
di  J.R.R. Tolkien

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Tolkien e la sua terra letteraria
di Sky Arte

Il 2 settembre del 1973, a Bournemouth si spegneva uno dei più famosi scrittori di fantasy della storia: J.R.R. Tolkien, linguista e importante studioso di inglese antico e letteratura, che seppe prendere spunto dalla vasta produzione epica e dai tanti miti del passato per dar vita a un’epopea inedita e dedicata al pubblico contemporaneo. Molte delle più celebri opere di Tolkien – tra cui il Signore degli Anelli, Lo Hobbit e il Silmarillion – sono ambientate nell’universo della Terra di Mezzo, il cui immaginario è stato di recente canonizzato con le due trilogie cinematografiche dirette da Peter Jackson.

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Il canto che guarisce

Posté par atempodiblog le 5 juin 2015

“La musica si presenta anzitutto come un intervallo fra due silenzi – il silenzio dell’attesa e dell’ascolto, da una parte, e il silenzio degli effetti che può produrre nell’interiorità di chi l’ascolta – non è difficile cogliere come essa stabilisca fra il compositore, l’esecutore e il fruitore una sorta di canale comunicativo, aperto su diversi registri di comunicazione.

Così, la musica può unire coloro che fruiscono insieme dello stesso atto musicale, nel tempo o nello spazio, o più radicalmente si fa ponte fra il cuore della persona toccata dalla musica e la totalità del reale fin nelle sue dimensioni più abissali, quelle che si perdono nel mistero che avvolge ogni cosa”.

di Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto

Il canto che guarisce dans Canti nxvmo8

Il canto che guarisce
di Stefano Chiappalone – Comunità Ambrosiana

Ma il canto! era il canto che mi andava al cuore…” (JRRT)

Nel breve discorso rivolto agli organizzatori del Concerto dei poveri per i poveri – idealmente collegato all’apertura della Cappella Sistina per 150 clochard, avvenuta a marzo – lo scorso 14 maggio, Papa Francesco condensava in poche righe la funzione guaritrice della bellezza.

La musica ha questa capacità di unire le anime e di unirci con il Signore, sempre ci porta… è orizzontale e anche verticale, va in alto, e ci libera delle angosce. Anche la musica triste, pensiamo a quegli adagi lamentosi, anche questa ci aiuta nei momenti di difficoltà”. 

La musica, ma il discorso del Santo Padre è applicabile a qualsiasi forma d’arte, ci guarisce dalle angosce proprio nella misura in cui ci distoglie dall’ “affarismo materiale che sempre ci circonda e ci abbassa, ci toglie la gioia”. E si tratta di una gioia duratura, “non un’allegria divertente di un momento, no: il seme rimarrà lì nelle anime di tutti e farà tanto bene a tutti”. Nel duplice movimento verticale – verso il Signore – e orizzontale – verso i fratelli -, il Papa ci dona anche un criterio di discernimento per distinguere la vera gioia donata dall’arte e non confonderla con un piacere effimero, sulla scia della distinzione tra vera e falsa bellezza già espressa in più occasioni dal predecessore:

una funzione essenziale della vera bellezza, infatti, già evidenziata da Platone, consiste nel comunicare all’uomo una salutare “scossa”, che lo fa uscire da se stesso, lo strappa alla rassegnazione, all’accomodamento del quotidiano, lo fa anche soffrire, come un dardo che lo ferisce, ma proprio in questo modo lo “risveglia” aprendogli nuovamente gli occhi del cuore e della mente, mettendogli le ali, sospingendolo verso l’alto” (Benedetto XVI, Incontro con gli artisti, 21 novembre 2009).

A sua volta, il pontefice gesuita aggiunge un ulteriore elemento nel distinguere tra “un’allegria divertente di un momento” e una gioia duratura che “rimarrà lì nelle anime di tutti e farà tanto bene a tutti”, riecheggiando quel discernimento degli spiriti di cui è maestro il suo fondatore Sant’Ignazio di Loyola. Negli Esercizi Spirituali, Ignazio ci invita a riconoscere l’albero dai suoi frutti (cfr Lc 6 ,43 ss), poiché quando c’è vera gioia spirituale, “l’anima continua nel fervore e avverte il favore divino e gli effetti che seguono la consolazione passata”. In altre parole, la gioia che scaturisce dalla vera bellezza si contraddistingue dalla continuità dei suoi effetti, nella misura in cui ci guarisce dal ripiegamento in noi stessi, ci libera dalle nostre gabbie interiori, ridestando l’apertura verso il reale e la meraviglia di far parte di una famiglia “cosmica” che va da Dio al prossimo, passando per l’intera Creazione.

“Voi non l’avete visto, ma quel cavaliere Nero si è fermato proprio qui, e stava strisciando verso noi, quando giunsero le note della canzone. Appena ha sentito le voci è fuggito via” (JRRT)

La funzione guaritrice della bellezza emerge sin dai tempi antichi. Nel primo libro di Samuele, al re Saul viene proposta una “terapia” musicale di fronte ai turbamenti di uno spirito cattivo – e i Padri del Deserto insegnano che lo spirito cattivo non spaventa necessariamente con corna e zampe caprine, ma anche molto più sottilmente attraverso la multiforme minaccia dei pensieri negativi.

Comandi il signor nostro ai ministri che gli stanno intorno e noi cercheremo un uomo abile a suonare la cetra. Quando il sovrumano spirito cattivo ti investirà, quegli metterà mano alla cetra e ti sentirai meglio” (1 Sam 16,16). Per Saul trovarono un cantore d’eccezione che sarebbe divenuto il suo successore. “Quando dunque lo spirito sovrumano investiva Saul, Davide prendeva in mano la cetra e suonava: Saul si calmava e si sentiva meglio e lo spirito cattivo si ritirava da lui” (1 Sam 16,23).

Sarà per questo che talora nei momenti di sconforto cerchiamo rifugio nella musica – salvo rinchiudersi ancora di più negli auricolari –, o in mezzo al verde, per spegnere le luci e i rumori del quotidiano, e lasciar spazio ai colori della Creazione, al profumo di un prato, alla calma silente di un lago, al cinguettio degli uccelli, allo scroscio dell’acqua, al candore di una cima innevata come neonati piangenti che cercano riposo nell’abbraccio materno. Cerchiamo, in definitiva, di rompere le varie gradazioni di grigio che dominano il nostro mondo e tornare a godere un po’ di quello che doveva essere l’orizzonte quotidiano di tempi andati, certamente carenti di molte comodità materiali (di cui, beninteso, sarebbe assurdo privarci), ma forse meglio di noi attrezzati ad accogliere la vita nel suo inestricabile intreccio di gioie e dolori. Tempi che ci hanno donato non solo castelli e cattedrali, bensì un istinto della bellezza disseminato nelle umili ma splendide casette dei nostri centri storici, in paesaggi incantevoli plasmati dalla sapienza di generazioni di contadini, persino nei corredi cuciti con arte dalle madri per le figlie e dove anche la fatica delle faccende domestiche si trasfigurava nel canto delle lavandaie – avete invece mai visto qualcuno cantare, o almeno sorridere, mentre fa il bucato nelle nostre lavatrici self service a gettoni? Di quel mondo abituato alla lode traspariva un’eco nell’anziana signora che vidi passare un giorno: portava sulla testa con eleganza il suo cesto di vimini e durante il tragitto…cantava! Cantava, come aveva imparato da ragazza, in un’epoca lontana anni luce dalla nostra – benché distante solo poco più di mezzo secolo – e paradossalmente più vicina a quella Palestina di duemila anni fa, in cui una semplice ragazza di Nazareth improvvisava spontaneamente un celebre inno: “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore…” (Lc 1,46-47).

…si accorsero improvvisamente che il canto sgorgava spontaneamente dalle loro labbra, quasi fosse più semplice e naturale cantare che parlare” (JRRT)

Al declinare degli inni corrisponde il mutismo delle pietre: all’incanto dei borghi e dei paesaggi – confinati a “riserve turistiche” – si è sostituito il proliferare di “non luoghi” costruiti e abitati da gente che non ha più nulla da cantare forse perché ha smesso anche di sorridere. Archiviato ogni legame trascendente, verso l’alto e verso l’altro, ritrovandosi senza Padre e senza fratelli, prigioniero del proprio individualismo, l’uomo moderno non trova più cetre in grado di scuoterlo dal torpore.

Ma sei capace di gridare quando la tua squadra segna un goal e non sei capace di cantare le lodi al Signore? Di uscire un po’ dal tuo contegno per cantare questo?” chiedeva il Santo Padre, invitando a esaminarci sulla capacità di lodare: “Ma come va la mia preghiera di lode? Io so lodare il Signore? So lodare il Signore o quando prego il Gloria o prego il Sanctus lo faccio soltanto con la bocca e non con tutto il cuore?” (Omelia a S.Marta, 28 gennaio 2014).

L’arte esprime la lode, ma l’uomo moderno ne è divenuto incapace, imprigionato in quell’ “affarismo materiale che sempre ci circonda e ci abbassa, ci toglie la gioia”. Si rende grazie quando si riconosce di aver ricevuto un dono, non quando si concepisce l’intera realtà come qualcosa di interamente prodotto da noi stessi o comunque manipolabile a comando. Si ringrazia per il sole che illumina e scalda, per la pioggia che feconda la terra, per il legno e la pietra, per l’acqua e il fuoco, per il raccolto, per la festa, ma quale lode potranno mai ispirare le colate di cemento e le luci artificiali? Possiamo ancora costruire castelli e cattedrali, colonne e le vetrate, persino le colline, le siepi, ma tutto questo necessita di un solido fondamento, poiché la bellezza ha come fondamento la dimensione festiva della realtà, riflesso di quella primordiale contemplazione di Dio stesso all’atto della Creazione: “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Gn1,29). Non importa quanto grigio invada il nostro orizzonte, né quanto dolore affligga la nostra vita: le generazioni passate non mancavano di contrarietà, tuttavia cantavano e facevano cantare persino la materia, facendo di una piccola chiesetta di campagna uno scrigno di bellezza, vivendo anche le fatiche nella prospettiva di quella festa cosmica che intravediamo tra le pieghe (e le piaghe!) del quotidiano. “Se già non lo fai, prendi l’abitudine di pregare – raccomandava J.R.R.Tolkien a suo figlio che si trovava in guerra –  Io prego molto (in latino): il Gloria Patri, il Gloria in Excelsis, il Laudate Dominum; il Laudate Pueri Dominum (a cui sono particolarmente affezionato), uno dei salmi domenicali; e il Magnificat; anche la Litania di Loreto (con la preghiera del Sub tuum presidium). Se nel cuore hai queste preghiere non avrai mai bisogno di altre parole di conforto”.  Per ricominciare a costruire, perché il mondo intorno a noi ricominci a cantare, risvegliandosi dalla tristezza, non occorre cercare lontano: dobbiamo recuperare la cetra nel nostro stesso cuore.

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Il senso della Grazia che pervade l’opera di Tolkien

Posté par atempodiblog le 26 mars 2015

Il senso della Grazia che pervade l’opera di Tolkien
Tratto da: Il Timone

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Michael White, autore di libri di giornalismo scientifico, ha pubblicato anche La vita di J.R.R. Tolkien (trad. it., Bompiani, Milano 2002). White è tutto tranne che un apologeta del cattolicesimo di Tolkien – che presenta costantemente sotto una luce irreale o addirittura come esempio di fanatismo – e decisamente non è un esegeta meticoloso della sua produzione narrativa. Che quindi White sia in grado, del tutto liberamente, di mettere in evidenza quanto segue, costituisce un elemento di valore non secondario. Infatti,

«[...] l’aspetto religioso più curioso del libro [Il Signore degli Anelli] non riguarda tanto gli elementi che concorrono a creare i personaggi chiave, ma una sottile tendenza nascosta implicita nel raccontare la storia, e nella scansione del tempo. Nell’Appendice B del Signore degli Anelli ci viene detto che la Compagnia lascia Granburrone per iniziare la sua missione il 25 dicembre. Il giorno in cui Frodo e Sam riescono a distruggere l’Anello, il giorno in cui viene gettato nella Voragine del Fato e la nuova Era inizia davvero, nel calcolo degli anni di Gondor, è il 25 marzo. Anche se questa data non significa nulla per la maggior parte della gente, nella vecchia tradizione inglese (materia con cui Tolkien aveva molta familiarità), il 25 marzo era la data del primo venerdì santo, la data della crocifissione di Cristo».

Inoltre, «[p]er altre due ragioni il 25 marzo è una data significativa nella tradizione cristiana. È la felix culpa, la data della cacciata di Adamo ed Eva e anche la data dell’Annunciazione e del concepimento di Cristo, esattamente nove mesi prima della sua nascita il 25 dicembre».

Secondo White, ciò significa
«[...] che gli eventi principali nella storia dei come viene distrutto l’Anello e sconfitto Sauron si svolgono nel mitico [sic] periodo fra la nascita di Cristo (il 25 dicembre) e la sua morte (il 25 marzo). Non ci sarebbe ragione di inserirlo nella storia se non come forma di sottile “messaggio nascosto”. Tolkien sta imponendo la sua fede su un mondo pagano, i suoi personaggi svolgono il loro ruolo in un vuoto non cristiano, ma il loro “subcreatore” può farli muovere in una struttura temporale che è cristiana; dopo tutto, ha lui l’ultima parola. Oltre a questo, quello che voleva dire Tolkien quando sosteneva che la sua opera era di natura cristiana, e persino cattolica, era il senso della Grazia che pervade l’opera. I suoi personaggi vivono in un mondo [...] in cui la fede da sola può far accadere le cose. Non è una semplice questione di forza di volontà o di determinazione [...]. E anche se nella narrativa di Tolkien non c’è un cristianesimo specifico, non ci sono Bibbie, crocifissi o altari, “lo spirito cristiano” è dappertutto».

Non scordiamoci questa fondamentale impostazione narrativa di Tolkien quando ne facciamo un fenomeno da baraccone buono per ogni palato. Tolkien, infatti, ci parla costantemente, in maniera immaginifica e bella, dell’unica verità che salva, la verità di Cristo.

Per approfondire ulteriormente la dimensione cattolica dell’opera tolkienana, non scordatevi il dossier pubblicato da 2e2mot5 dans Diego Manetti Il Timone.

2e2mot5 dans Diego Manetti La vita dell’uomo non è una tragedia, ma un felice ritorno a casa

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Dite “Amici” ed entrate

Posté par atempodiblog le 14 février 2015

Sentite bene questo: saper entrare con cortesia nella vita degli altri. E non è facile, non è facile. A volte invece si usano maniere un po’ pesanti, come certi scarponi da montagna! L’amore vero non si impone con durezza e aggressività. Nei Fioretti di san Francesco si trova questa  espressione: «Sappi che la cortesia è una delle proprietà di Dio… e la cortesia è sorella della carità, la quale spegne l’odio e conserva l’amore» (Cap. 37).

Papa Francesco

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Dite “Amici” ed entrate
di don Fabio Bartoli – La fontana del villaggio

Nel Signore degli Anelli c’è una scena in cui Gandalf deve decifrare un enigma per entrare nelle miniere di Moria, l’antico regno dei Nani, e la risposta all’enigma è: dite “amici” ed entrate.

Amico è la parola d’ordine segreta che apre la via verso il profondo, verso l’intimità dell’altro, verso il regno splendente nascosto in fondo all’uomo. Solo chi si dichiara “amico” sarà fatto entrare perché chi facesse entrare altri che non sono amici mostrerebbe di aver poca considerazione di sé e del proprio valore. Mi lascerò abitare solo da chi si lascia abitare da me. Mi consegnerò solo a colui che si arrende a me.

La soglia di Moria è tenebrosa, entrare nell’amicizia, nel cuore dell’altro, non vuol dire necessariamente entrare in un luogo di delizie. La Compagnia dell’Anello giunge a Moria credendo di trovare in essa un luogo di riparo e un rifugio e si trovano invece a dover affrontare mille pericoli nell’attraversarla.

Così ciò che distingue l’amicizia non è il fatto che sia in sé piacevole, anzi, a volte non lo è affatto, ma è sempre uno scendere nel profondo, un avanzare dentro l’amico passo dopo passo, uno scendere nelle sue profondità, che a volte sono profondità infernali, insieme. Anzi nel fondo della miniera quasi sempre è nascosto un balrog, un demone infernale, e solo la presenza dell’amico mi darà il coraggio di affrontarlo e scacciarlo.

Per questo l’amico è essenziale, perché senza di lui non inizierei questo cammino dentro di me, è troppo faticoso, troppo oscuro. L’amico è colui che mi permette di conoscermi davvero, colui che apre a me stesso la via delle mie profondità, colui che mi dà il coraggio di riappropiarmi del mio regno perduto.

Come accade a Gimli e Legolas, mentre si addentrano nelle miniere, aprendogli la mia casa interiore e lasciandomi abitare dall’amico, visito io stesso questa casa: dò aria a stanze dove non entravo magari da decenni, scopro corridoi e collegamenti che nemmeno sapevo che esistessero e lui mi mostra bellezze che ignoravo, il suo sguardo amante su di me mi restituisce fiducia in me stesso, la sua presenza mi consente di affrontare nemici che mi avevano sempre terrorizzato.

Essendo penetrato nel mio intimo, l’amico è il solo autorizzato a giudicarmi. Si sente spesso dire che per essere oggettivi bisogna giudicare le cose “da fuori”, cioè senza farsi influenzare da valutazioni personali. In realtà però, tutti noi quando veniamo giudicati vorremmo essere giudicati “da dentro”, cioè a partire dalle nostre motivazioni e dai nostri sentimenti. Solo un amico può giudicarci così, conoscendo pienamente il perché delle nostre scelte e il processo che le ha generate.

Non voglio essere troppo tranciante, ma non credo che sia davvero possibile una vita interiore senza amicizia, perché credo che senza un amico sia impossibile conoscersi davvero. Nel nostro immaginario l’uomo spirituale è il solitario che dedica lunghe ore all’introspezione e alla meditazione e sicuramente queste due dimensioni sono indispensabili a chi voglia crescere interiormente, ma la sapienza della Chiesa ha sempre saputo quanto è difficile inoltrarsi da soli in certe vie e l’eremitaggio è sempre stata una eccezione, mentre i monaci, cioè i pionieri dell’interiorità, si sono generalmente organizzati in cenobi, comunità di amici appunto, che si sostengono a vicenda in questa avventura. Basta leggere anche pochi degli apoftegmi dei padri del deserto per rendersi conto di quanta stima avessero del valore dell’amicizia quelle aquile solitarie dello spirito.

Nell’amore dell’amico capisco di essere amabile io stesso. Proprio perché è libero e gratuito, proprio perché non ho alcun diritto ad esso, il fatto che l’amico mi ami mi dice che c’è in me qualcosa di prezioso e degno di essere amato in sé. Per questo bisogna avere il coraggio di farlo entrare senza riserve nelle proprie profondità, perché solo se si rischia, aprendosi incondizionatamente, si può ricevere la guarigione interiore prodotta dall’amore incondizionato. Per questo si dice che chi trova un amico trova un tesoro, è proprio così: è il tesoro di te stesso, o meglio è te stesso come un tesoro ciò che trovi lasciando entrare l’amico nelle tue profondità.

Naturalmente chi entra nelle profondità dell’altro dovrà farlo con una delicatezza infinita. Dimostrerebbe di non aver compreso quanto è rara e preziosa la fiducia ricevuta colui che si addentrasse nell’intimità di un amico con il passo spavaldo del conquistatore, con l’occhio del padrone, di chi dispone di qualcosa che è suo.

È vero, egli si è donato a me, in un certo modo mi ha autorizzato ad entrare, ma questo non lo rende mia proprietà, anzi, proprio la confidenza che mi è stata data deve riempirmi di timore, nella preoccupazione di ferire colui che con tanta generosità mi ha offerto i suoi tesori più preziosi. “La mia casa è la tua casa”, dicono i sudamericani accogliendo un ospite e lo stesso vale nell’amicizia, ma questo non ci autorizza a sporcare ed invadere la casa che ci accoglie.

Grazie all’amico infine io percepisco la mia vita come storia. Una storia non è un semplice succedersi di eventi, ma è il filo che collega questi eventi tra loro. Senza un amico la vita assomiglia ad un libro le cui pagine siano state strappate e rimescolate a caso, è una vita senza una trama. Aiutandomi a riconciliarmi con il mio passato, rendendomi amabile il presente, l’amico mi proietta verso il futuro, mi permette di guardare avanti con speranza. Accanto all’amico vedo con più lucidità la meta ed ho la consapevolezza che il cammino sarà meno faticoso.

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Lettera di Babbo Natale del 1928 – 20 Dicembre

Posté par atempodiblog le 12 décembre 2014

Lettera di Babbo Natale del 1928 20 Dicembre
di J. R. R. Tolkien – Le lettere di Babbo Natale
Tratto da: Racconti, fiabe, filastrocche e… non solo

Lettera di Babbo Natale del 1928 – 20 Dicembre dans John Ronald Reuel Tolkien 34hgozt

In Cima’l Mondo, Polo Nord
Giovedì 20 dicembre 1928

Miei cari ragazzi,

un altro Natale e un anno di vecchiaia in più per me… e pure per voi. Tuttavia, mi sento in piena forma – molto gentile Michele a domandarmelo – e non troppo tremolante. La ragione è che, dopo freddo e buio che abbiamo avuto nel 1927 – vi ricordate? –, finalmente abbiamo ripristinato del tutto le luci e il riscaldamento. Sono peraltro certo che vi rammenterete di chi è stata la colpa di quel trambusto. E cosa credete abbia combinato questa volta il povero, caro, vecchio orso? Niente di peggio che far saltare tutte le luci. E poi ruzzolato giù dalla cima dello scalone giovedì!

Chi ha lasciato il sapone sui gradini? Certo non io!

Stavamo cominciando a trasportare il primo carico di pacchetti dalle stanze  dove li immagazziniamo all’atrio. Orso Bianco ha insistito per impilarne una fila enorme sulla testa e per prenderne altri ancora fra le zampe. E così bang, bruuummm, cic-cic-cic, crash! Poi lamenti e ringhi da paura.

Sono corso sul pianerottolo e ho visto che orso Bianco era caduto giù in fondo alle scale; era atterrato sul naso e aveva lasciato dietro di sé – lungo tutto il percorso, una scia di palline, di fagotti, di pacchetti e di altre cose ancora… Era pure finito sopra alcuni oggetti e li aveva rotti. Spero che per sbaglio non vi capitino proprio alcuni di quelli. Vi ho disegnato l’intera scena. Orso Bianco si è stizzito molto per questo.

de2teq dans Libri

Certo, ovviamente.

Dice che le mie illustrazioni natalizie lo prendono sempre in giro e che un anno ve ne manderà una disegnata da lui in cui faccio io la figura dello sciocco (cosa che però naturalmente io non faccio mai; e per di più lui non sa disegnare sufficientemente bene per farlo).

Si che so disegnare bene. Ho fatto la bandiera che sta qui sotto.

Orso Bianco ha urtato il mio braccio e ha rovinato il disegnino – lo trovate giù in basso – della Luna che ride e di lui che le agita conto i pugni.

Quando è riuscito a risollevarsi da terra è corso fuori dall’uscio e si è rifiutato di metter a posto le cose solo per il fatto che io, avendo capito che il danno non era granché, mi ero seduto sui gradini ed ero scoppiato a ridere… Per questo ride anche la Luna: la parte però in cui Orso Bianco è tutto arrabbiato è stata tagliata via perché lui ha fatto sbavare l’inchiostro.

Comunque, ho pensato che in cambio vi sarebbe piaciuta una illustrazione  dell’interno della mia grande casa nuova. Il salone si trova sotto l’ampia cupola, che è il luogo dove noi stiviamo i regali già pronti per essere caricati sulle slitte che attendono alle porte. Orso Bianco e io l’abbiamo costruita quasi tutta da soli, abbiamo pure steso le piastrelle azzurre e color malva. Le balaustre e il soffitto non sono drittissime…

Non è colpa mia. E’ stato Babbo Natale a metter su le balaustre.

…ma non è che poi importi davvero molto… Gli alberi. Le stelle, i soli e le lune che vedete disegnati alle pareti li ho dipinti io. Poi ho detto ad Orso Bianco: “Lascio a te i fregi (F-R-E-G-I)”.

E lui: “Pensavo che facesse già abbastanza freddo fuori… e i tuoi colori all’interno, tutti violacei –grigiastri – verdini smunti, sono altrettanto freddi”.

Al che ho detto: “Non fare l’orso sciocco: dacci dentro, c’è a disposizione del buon vecchio colore polare”… E, così, ecco il risultato!!! Ghiaccioli in ogni angolo del salone per ottenere i freddi (F-R-E-D-D-I) – Orso Bianco non conosce molto bene l’ortografia – e un orripilante colore acceso per rendre quei freddi un po’ più caldi!!!

Ebbene, miei cari, spero che vi piacciano i regali che vi ho portato: quasi tutti quelli che avete domandato e tantissime altre cosucce che non avete chiesto e a cui ho pensato io all’ultimo momento. Spero che vi scambierete spesso gli accessori del trenino e la fattoria con gli animali, e che non penserete mai che quei giochi appartengano solamente al proprietario della calza in cui sono stati trovati. Abbiatene cura perché sono alcuni dei miei giocattoli migliori.

Tanti cari saluti a Chris, tanti cari saluti a Michael e tanti cari saluti a John, che deve essere diventato davvero grande per non scrivermi più (per i pantaloni ho infatti dovuto tirare a indovinare… Spero che vadano bene: li ha scelti Orso Bianco; dice di sapere ciò che piace a John perché a John piacciono gli orsi).

Il vostro affezionatissimo Babbo Natale
E tutto il mio affetto Orso Bianco 

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La storia di Húrin: una voce di speranza cristiana in un mondo triste, brutto e disperato

Posté par atempodiblog le 4 décembre 2014

“Può darsi, se questo lo chiami cadere in basso”, replicò Túrin “può darsi. Ma così è andata; e le parole mi sono rimaste chiuse in gola. Ho letto rimprovero, negli occhi di Mablung, senza che me ne chiedesse ragione, per un atto che non avevo commesso. Fiero era il mio cuore d’Uomo, come ha detto il Re degli Elfi. E tale è ancora, Beleg Cúthalion. Né ancora sopporta che io ritorni in Menegroth e mi attiri sguardi di pietà e perdono, come un ragazzino scapestrato e pentito. Dovrei essere io a concedere, non già a ricevere, perdono. E non sono più un ragazzo, bensì un uomo, secondo quel che è tipico della mia razza; e un uomo tenace per mia sorte”.

J. J. R. Tolkien – I figli di Húrin

La storia di Húrin: una voce di speranza cristiana in un mondo triste, brutto e disperato dans John Ronald Reuel Tolkien dc4uh2

[…] in questo racconto drammatico e oscuro c’è […] tutta un’allegoria di radice religiosa. Tutta l’opera del grande scrittore è infatti intrisa di significati e simbolismi religiosi: Morgoth, ad esempio, un tempo era un angelo, proprio come Lucifero. Ma per rabbia, superbia e invidia aveva abbandonato Dio e aveva iniziato una terrificante lotta contro di lui e contro il suo creato, tra cui elfi e uomini.

Se in questo libro Tolkien scrive di situazioni in cui è il male che sembra prevalere, e dove si sente la nostalgia dell’umorismo e dell’ottimismo dei piccoli grandi Hobbit, tuttavia anche in questa vicenda tragica riesce a far trasparire la speranza cristiana che il male possa essere redento.

Non è pessimismo, dunque, ma realismo cristiano, lo stesso che lo aveva aiutato ad affrontare le difficoltà della vita reale. A conferma della profonda ispirazione religiosa, e peculiarmente cattolica, della sua opera, ci sono le parole che lo stesso Tolkien scrisse in una lettera al padre gesuita Robert Murray: «Dovrei essere sommamente grato per essere stato allevato in una fede che mi ha nutrito e mi ha insegnato tutto quel poco che so». Fa parte del simbolismo cristiano […] anche lo stesso concetto di eroe: un eroe del sacrificio, e della rinuncia del potere, ovvero del male. E non c’è amore più grande di quello di chi sacrifica la vita per i propri amici.

[…]

La storia di Hurin, così come tutta l’opera di Tolkien, non è solo spettacolarità e battaglie, è anche una grandiosa rappresentazione della condizione umana, è una riflessione mitica, intrisa di fascino e di bellezza, sulle questioni umane fondamentali. E’ anche una voce di speranza cristiana che grida in un mondo triste, brutto e disperato.

di Paolo Gulisano

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Quasi tutti i matrimoni, anche quelli felici, sono errori

Posté par atempodiblog le 2 juin 2014

Quasi tutti i matrimoni, anche quelli felici, sono errori dans John Ronald Reuel Tolkien 20iue83

Nella nostra cultura occidentale la tradizione cavalleresca è ancora forte, benché, come prodotto della cristianità (e tuttavia tutta un’altra cosa dall’ etica cristiana) i tempi le siano ostili. Idealizza l’amore – e può essere una cosa positiva, perché comprende molto più che il piacere fisico e prescrive se non proprio la purezza, almeno la fedeltà, e quindi la negazione di sé, il «servizio», la cortesia, l’onore e il coraggio.

Il suo punto debole è, naturalmente, la sua origine di divertimento artificiale praticato nelle corti, un modo di godere dell’amore in sé stesso, senza nessun riferimento (anzi negandone la validità) al matrimonio. Il suo centro non era Dio, ma divinità artificiose, l’Amore e la Dama. Tende tuttora a fare della Dama una specie di faro-guida o di divinità: un assioma ormai passato di moda.[...] Anche la donna è un essere umano caduto e anche la sua anima è in pericolo. [Questa tradizione] penso che presenti dei pericoli. Non è completamente vera e non è perfettamente «teo­centrica ». Distoglie, e ha distolto in passato, gli occhi del giovane dalle donne così come sono veramente, compagne nelle avversità della vita e non stelle-guida. Fa dimenticare i desideri, i bisogni, le tentazioni delle donne. Inculca la tesi esagerata dell’«amore vero» come di un fuoco che viene dal di fuori, un’esaltazione permanente, che non prende in considerazione gli anni che passano, i figli che arrivano, la vita di tutti i giorni ed è svincolata dalla volontà e dagli obiettivi. (Uno dei risultati è quello di far cercare ai giovani un «amore» che li tenga sempre al caldo, riparati da un mondo freddo, senza che debbano sforzarsi in nessun modo; e gli inguaribilmente romantici vanno avanti a cercare questo amore a costo di affrontare lo squallore delle cause di divorzio ).

[...] E’ un mondo corrotto, il nostro, e non c’è armonia tra i nostri corpi, la nostra mente e l’anima. Tuttavia, la caratteristica di un mondo corrotto è che il meglio non si può ottenere attraverso il puro godimento, o quella che è chiamata la realizzazione di sé (che di solito è un modo elegante per definire l’autoindulgenza, nemica della realizzazione degli altri); ma attraverso la rinuncia, la sofferenza. La fede nel matrimonio cristiano implica questo: grande mortificazione. Per un cristiano non c’è alternativa. Il matrimonio può aiutarlo a santificare e a dirigere verso un giusto obiettivo i suoi impulsi sessuali; la sua grazia può aiutarlo nella battaglia; ma la battaglia resta. Il matrimonio non lo potrà soddisfare – come un affamato può essere soddisfatto da pasti regolari.[...] Queste cose non vengono quasi mai dette – nemmeno a quelle persone cresciute nella fede della Chiesa. Quelle che vivono al di fuori sembra che non ne abbiano mai sentito parlare. Quando l’innamoramento è passato o quando si è un po’ spento, pensano di aver fatto un errore e di dover ancora trovare la vera anima gemella. Per vera anima gemella troppo spesso si scambia la prima persona sessualmente attraente che si incontra. Qualcuno che forse davvero avrebbero fatto meglio a sposare, se solo… Da qui il divorzio, per risolvere quel «se solo». E naturalmente di solito hanno ragione: avevano fatto un errore. Solo un uomo molto saggio, arrivato al termine della sua vita, potrebbe esprimere un equo giudizio su quale persona, fra tutte, avrebbe fatto meglio a sposare! Quasi tutti i matrimoni, anche quelli felici, sono errori: nel senso che quasi certamente (in un mondo migliore, o anche in questo, pur se imperfetto, ma con un po’ più di attenzione) entrambi i partner avrebbero potuto trovare compagni molto più adatti. Ma la vera anima gemella è quella che hai sposato. Di solito tu scegli ben poco: lo fanno la vita e le circostanze (benché, se c’è un Dio, queste non siano che i Suoi strumenti o la Sua manifestazione).[...]

Ma anche nei paesi dove la tradizione romantica ha tanto influenzato le consuetudini sociali da far credere alla gente che la scelta di un compagno riguardi esclusivamente il giovane, solo un raro colpo di fortuna fa sì che si incontrino un uomo e una donna «destinati» l’uno all’altra e in grado di interessare un grande e splendido amore. Questa possibilità ci incanta, ci prende alla gola: moltissime poesie e moltissimi racconti sono stati scritti su questo argomento, probabilmente più numerosi che le storie d’amore reali (e tuttavia le migliori di queste storie non parlano del matrimonio felice di questi grandi amanti, ma della loro tragica separazione; come se persino nella dimensione del racconto la grandezza e lo splendore, in questo mondo corrotto, si raggiungano attraverso il fallimento e la sofferenza). In questi grandi amori, spesso amori a prima vista, cogliamo la visione, suppongo, di quello che sarebbe stato il matrimonio in un mondo incorrotto. In questo mondo corrotto abbiamo come unica guida la prudenza e la saggezza (rare nella gioventù e inutili nella ma­turità), un cuore puro e forza di volontà. [...] La mia stessa storia è così fuori dal comune, così sbagliata e imprudente che mi riesce difficile consigliarti di essere cauto. Tuttavia, le eccezioni possono giustificare la norma [...].

Al di là di questa mia vita oscura, tanto frustrata, io ti propongo l’unica grande cosa da amare sulla terra: i Santi Sacramenti. [...] Qui tu troverai avventura, gloria, onore, fedeltà e la vera strada per tutto il tuo amore su questa terra, e più di questo: la morte. Per il divino paradosso che solo il presagio della morte, che fa terminare la vita e pretende da tutti la resa, può conservare e donare realtà ed eterna durata alle relazioni su questa terra che tu cerchi (amore, fedeltà, gioia), e che ogni uomo nel suo cuore desidera.

Da una lettera di John R. R. Tolkien al figlio Michael (6-8 marzo 1941)

Tratto da: John R. R. Tolkien, La realtà in trasparenza, Bompiani 2001.

Dal blog di Costanza Miriano

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Doni pericolosi

Posté par atempodiblog le 24 février 2014

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“I consigli sono doni pericolosi, anche se scambiati fra saggi, e tutte le strade possono finire in un precipizio. Ma cosa faresti al posto mio? Mi hai detto poco sul tuo conto; come potrei dunque scegliere meglio di te?”.

Tratto da: Il signore degli anelli, di J.R.R. Tolkien. Ed. BOMPIANI 

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Le radici profonde non gelano

Posté par atempodiblog le 19 janvier 2014

«Non tutto quel ch’è oro brilla,
Né gli erranti sono perduti;
Il vecchio ch’è forte non s’aggrinza
E le radici profonde non gelano.
Dalle ceneri rinascerà un fuoco,
L’ombra sprigionerà una scintilla,
Nuova la lama ora rotta,
E re quei ch’è senza corona.

Le radici profonde non gelano dans Citazioni, frasi e pensieri 9k6xpu

Forse non è molto buona come poesia, ma rende l’idea, poiché la parola di Elrond non ti basta. Se ti è costata un viaggio di centodieci giorni faresti bene ad ascoltarla». [Bilbo] Si sedette con un grugnito.
«Ho scritto io quei versi», sussurrò a Frodo, «per il Dùnadan, quando mi parlò di sé per la prima volta, tanto tempo fa. Desidererei quasi non aver concluso le mie avventure e poter partire con lui quando giungerà la sua ora».

Aragorn gli sorrise, quindi si rivolse di nuovo a Boromir. «Quanto a me, ti perdono i dubbi», disse. «Rassomiglio poco alle figure di Elendil ed Isildur scolpite in tutta la loro maestà nei saloni di Denethor. Io sono soltanto l’erede d’Isildur, e non Isildur in persona. Ho avuto una vita dura e lunga, e le leghe che separano Gran Burrone da Gondor rappresentano una piccola parte dei miei viaggi. Ho attraversato molte montagne e molti fiumi, e percorso molte pianure, fin nei paesi lontani di Rhûn e Harad dove le stelle sono estranee.
Ma la mia casa è nel Nord. Qui son sempre vissuti gli Eredi di Valandil, una lunga linea ininterrotta per molte generazioni, di padre in figlio. I nostri giorni si sono fatti scuri, e siamo diminuiti; la Spada è sempre passata a un nuovo custode. E ti dirò un’altra cosa, Boromir, prima di concludere:

Siamo uomini solitari, Raminghi delle zone selvagge, cacciatori…, ma ostinati cacciatori dei servi del Nemico, che si trovano in molti luoghi, non soltanto a Mordor.
Se Gondor, Boromir, si è dimostrata una torre robusta, noi abbiamo recitato un’altra parte. Vi sono molte cose malvagie che le vostre forti mura e spade splendenti non arrestano. Sapete poco dei paesi oltre i vostri confini. Pace e libertà, dici? Poco le avrebbe conosciute il Nord, se non fosse stato per noi. Sarebbero state distrutte dalla paura. Ma quando cose oscure vengono dai colli senza case, o strisciano fuori dai boschi senza sole, esse fuggono da noi. Quali strade si oserebbe percorrere, quale la sicurezza delle silenziose campagne, o delle case dei semplici uomini nella notte, se i Numenoreani dormissero, o riposassero tutti nella tomba?
Eppure riceviamo ancora meno ringraziamenti di voi. I viaggiatori ci guardano torvi ed i contadini ci danno nomi spregiativi.

“Grampasso” mi chiama un uomo grasso che vive ad un giorno di marcia dai nemici che gli raggelerebbero il cuore o distruggerebbero la sua cittadina, se non fosse incessantemente protetta. Non desideriamo tuttavia che le cose stiano altrimenti. Se la gente semplice non conosce preoccupazioni e paura, rimarrà tale, e noi per aiutarli dobbiamo restar segreti. Questo è stato il compito della mia gente, con l’accumularsi degli anni, mentre l’erba è cresciuta.
Ma ora il mondo sta cambiando di nuovo. E’ giunta l’ora novella. Il Flagello d’Isildur è scoperto. La Battaglia è prossima. La Spada sarà nuovamente forgiata. Io verrò a Minas Tirith».

Tratto da: Il signore degli anelli, di J.R.R. Tolkien. Ed. BOMPIANI 

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Col suo Hobbit, Tolkien ha tenuto testa anche ai razzisti del Terzo Reich

Posté par atempodiblog le 26 octobre 2013

Col suo Hobbit, Tolkien ha tenuto testa anche ai razzisti del Terzo Reich
di Edoardo Rialti – Il Foglio

Col suo Hobbit, Tolkien ha tenuto testa anche ai razzisti del Terzo Reich dans John Ronald Reuel Tolkien n7ms“E’ pericoloso fare previsioni, ma potrebbe rivelarsi un classico”: è con queste parole che l’amico C. S. Lewis concludeva la sua recensione – il 2 ottobre 1937 per il Times Literary Supplement – de “Lo Hobbit” di J. R. R. Tolkien. Sono passati più di settant’anni, e alla prima neozelandese dell’adattamento cinematografico di Peter Jackson, c’erano oltre centomila persone. Una “festa a lungo attesa” – a citare “Il Signore degli anelli” dello stesso Tolkien, che nello scrivere quella che era nata come semplice narrazione della buonanotte per i suoi bambini si trovò per primo esposto e coinvolto in un viaggio narrativo dalle conseguenze inimmaginabili, che vide affiorare nella sua immaginazione un affresco sempre più vasto: “Quella del signor Baggins è iniziata come storia comica fra convenzionali e inconsistenti gnomi usciti dalle fiabe dei fratelli Grimm eppoi è arrivata ai limiti estremi della fiaba – tanto che alla fine perfino Sauron il terribile vi fa capolino”.

Fu sempre la finezza critica di Lewis a notare come la vicenda del piccolo e comico Hobbit coinvolto nel riscatto del tesoro usurpato dal drago Smaug – il più bel drago letterario che un amante di fiabe abbia mai incontrato, con la sua parlata magnifica e crudele – si facesse pagina dopo pagina sempre più epica e drammatica, tanto che persino il linguaggio si fa sempre più affine a quello delle heimsokn norrene, alle battaglie e al sentenziare nobile e austero delle contese legali nelle saghe antiche come quelle di Njall o Egill – “Vorrei inoltre chiedere quale parte della loro eredità avreste pagato ai nostri consanguinei, se aveste trovato il tesoro incustodito e noi uccisi” – e come, senza mai perdere il suo umoristico contrasto tra la tensione degli eventi e la comica inadeguatezza del suo protagonista, che da buon gentiluomo di campagna inglese si preoccupa spesso di non smarrire il fazzoletto per soffiarsi il naso, “bisogna leggere il libro personalmente per scoprire come questa mutazione sia inevitabile e come prenda velocità assieme al viaggio dell’eroe”.

E una contesa aspra come quelle che infiammavano i vichinghi, seppure condotta stavolta in punta di penna anziché di spada, aspettava proprio lo stesso Tolkien, e il suo libro, che attirò l’attenzione degli editori tedeschi Ruetten e Loening. Questi si dissero disponibili a intraprendere la traduzione del libro e ad acquistarne i diritti, cosa che non avrebbe significato poco per un semplice professore universitario dalla famiglia numerosa, che aveva già messo le mani avanti sulla possibilità di sottoporlo agli “studi della Disney (per tutte le opere della quale ho un odio sentito)”. La casa editrice tedesca, secondo le leggi del Reich, chiese a Tolkien un certificato o una auto attestazione di razza arisch, cosa che in effetti il suo cognome lasciava ben sperare. La risposta di Tolkien è un piccolo capolavoro. Alla buona creanza – “Grazie per la vostra lettera” – segue una sistematica distruzione filologica delle confuse mitologie di Hitler e compagni: “Temo di non aver capito chiaramente che cosa intendete per arisch. Io non sono di origine ariana, cioè indo-iraniana; per quanto ne so, nessuno dei miei antenati parlava indostano, persiano, gitano o altri dialetti derivati”. Fino alla stoccata finale: “Ma se voi volevate scoprire se sono di origine ebrea, posso solo rispondere che purtroppo tra i miei antenati non ci siano membri di quel popolo così dotato”.

Tolkien certamente amava la cultura tedesca e si diceva fiero delle sue origini, ma, se queste dovranno farsi indistinguibili dalla “completa perniciosità e non scientificità della dottrina della razza”, allora mancherà davvero “poco al giorno in cui un nome germanico non sarà più motivo di orgoglio”. Aveva ragione Thorin il re dei nani quando, agonizzante, fissa negli occhi l’impacciato Hobbit Bilbo, che piange perché l’amico, dopo anni di esilio e di lotte, come Mosè o i monarchi scandinavi, si vede scivolare via ciò per cui aveva tanto lottato, e morendo lo conforta: “In te c’è più di quanto tu sappia, figlio dell’occidente cortese”. Era vero: lo Hobbit non aveva tenuto la testa solo a Smaug il Magnifico o alla gara di indovinelli di Gollum, ma anche al Terzo Reich.

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J.R.R. Tolkien e le sue lingue

Posté par atempodiblog le 15 septembre 2013

J.R.R. Tolkien e le sue lingue dans John Ronald Reuel Tolkien b1p
 
J.R.R. Tolkien e le sue lingue
Tolkien era un filologo che conosceva i meccanismi di funzionamento di molte lingue antiche e moderne. Non stupisce quindi che fosse in grado di idearne di nuove. Non inventò, però, le sue lingue per rendere più realistici i suoi romanzi, al contrario erano le sue creazioni linguistiche a dare continui nuovi spunti per le storie. «Nessuno mi crede quando dico che il mio lungo libro», scrive Tolkien (Lettere, n. 205) «è un tentativo di creare un mondo in cui una forma di linguaggio accettabile dal mio personale senso estetico possa sembrare reale. Ma è vero». Creare lingue era quello che Tolkien considerava il suo “vizio segreto”, come scrive in un saggio (in Il medioevo e il fantastico, Bompiani, Milano 2004). Per rendere tutto più realistico, lo scrittore creò inizialmente delle “radici comuni” da cui fece poi derivare tutti i vari vocaboli di ogni lingua parlata in Arda.
Nella History of the Middle-earth (The Lost Road, p. 342), Christopher Tolkien descrive la strategia di suo padre come creatore di linguaggi in una frase formidabile: «Egli, dopotutto, non “inventò” nuovi termini e nomi arbitrariamente: in principio, li concepì entro la struttura storica, procedendo dalle “basi” o radici primitive, aggiungendo suffissi o prefissi o formando combinazioni, decidendo (o, come avrebbe detto, “trovando”) quando il vocabolo entrò nel linguaggio, seguendolo attraverso le modifiche regolari nelle forme cui sarebbe stato sottoposto, e osservando le possibilità di influenze formali o semantiche da altri vocaboli nel corso della sua storia». Queste ed altre regole per variazioni sonore furono così disegnate in modo che i linguaggi risultanti ebbero il genere di musicalità che Tolkien cercava: uno prossimo alla fonologia “finnica” (Quenya), mentre l’altro venne a suonare molto simile al gallese (Sindarin).
«Avrei preferito scrivere in elfico Il Signore degli Anelli!», ammette Tolkien (Lettere, n. 165). «Se avessi tenuto in considerazione i miei gusti piuttosto che lo stomaco del mio eventuale pubblico, ci sarebbe stato molto più elfico nel libro», aggiunge in un’altra lettera (n. 163), «vi ho lasciato quel poco elfico che poteva essere digerito dai lettori. (Scopro ora che molti ne avrebbero gradito di più» (n.165). Lo scrittore in un’altra occasione spiega che «tranne che per alcuni frammenti nella Lingua Nera di Mordor [l’iscrizione sull’Anello, una frase pronunciata dagli orchi di Barad-dur (II, p. 545) e la parola “Nazgul”], un po’ di nomi e un grido di battaglia nella lingua dei Nani, questi sono quasi interamente elfici (Sindarin e Quenya)» (n. 144). Infatti, a differenza delle lingue elfiche, di queste lingue (fatta eccezione per l’Adûnaico) si conoscono solo poche parole ritrovate nei manoscritti di Tolkien, quindi non si può sapere quanto Tolkien ne avesse ulteriormente ampliato la grammatica ed il lessico. Così, ammette lo scrittore inglese, «anche i pezzetti che ci sono richiederebbero, per avere un senso, due fonologie e due grammatiche e un numero molto maggiore di vocaboli» (n. 163). Ecco perciò l’utilità e la validità dello studio che si propone la linguistica tolkieniana.
 
Perché studiare le lingue di Arda
Una delle obiezioni ricorrenti che vengono mosse a chi si occupa di linguistica tolkieniana è proprio la domanda base: perché studiare queste lingue? Cosa c’è di tanto meritevole di impegno, in quelle che, a ben guardare, non appaiono che note di lavoro complementari alla stesura di un lungo racconto, che l’autore ha delineato principalmente per renderlo coerente e verosimile laddove vi si introducono personaggi di razze diverse dall’umana? «Per quanto mi riguarda, lo studio linguistico non era affatto nelle mie corde né nelle mie attitudini», racconta all’ArsT Gianluca Comastri. «Ma imbattersi nel sito Ardalambion mi ha aperto gli occhi su quanto le lingue siano il vero, effettivo fondamento di tutto il legendarium tolkieniano, quanto intimo sia il legame tra lingua, mito e storia del popolo che parla quella lingua – concetto espresso mirabilmente nella prefazione di Claudio Testi a Schegge di Luce, a cui rimando e che ormai sono uso citare pressoché in ogni mio intervento. Così mi parve chiaro che il primo passo per avvicinarsi alla piena comprensione dell’opera del Professore era, inevitabilmente, un passo da muovere verso gli idiomi dei popoli della Terra di Mezzo».
Nel saggio Il vizio non troppo segreto di Tolkien, reperibile su Ardalambion, Helge Fauskanger elenca diverse possibili ragioni per un tale interesse: «Proprio il fatto che nessuna grammatica elfica scritta da Tolkien sia mai stata pubblicata lo rende una affascinante sfida a break the code. O può essere puro romanticismo, una speciale forma di immersione letteraria: con lo studio dei linguaggi Eldarin, si tenta di farsi simili – proprio al loro livello mentale – agli immortali Elfi, saggi e giusti, i Primogeniti di Eru Ilúvatar, tutori dell’umanità ai suoi albori. O, meno romanticamente, si vogliono studiare le costruzioni di un talentuoso linguista e il processo creativo di un genio occupato nel suo amato lavoro. E a molti semplicemente piacciono i linguaggi elfici come a uno può piacere la musica, come elaborati e (secondo il gusto di molti) gloriosamente fortunati esperimenti di quella che Tolkien definì “eufonia”, vale a dire la ricerca di parole e vocalizzi che oltre che semplici da pronunziare siano anche gradevoli all’udito». L’essenza intima della Terra di Mezzo, come a dire del mondo come lo concepiva Tolkien, è in qualche modo catturata e contenuta in quei linguaggi. Viene spontaneo dunque il paragone con i Silmaril, i gioielli primordiali di cui si narra la leggenda nel Silmarillion, che si diceva racchiudessero nel loro purissimo corpo cristallino la Vera Luce del Reame Benedetto e che quindi scatenavano istintivamente la brama di possederli in chiunque vi posasse lo sguardo.
 

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