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E’ il tempo dell’adorazione

Posté par atempodiblog le 25 décembre 2023

SANTA MESSA DELLA NOTTE
SOLENNITÀ DEL NATALE DEL SIGNORE
OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
Basilica Vaticana
Domenica, 24 dicembre 2023
[Multimedia]

E' il tempo dell’adorazione dans Commenti al Vangelo Adorazione

«Il censimento di tutta la terra» (Lc 2,1). È questo il contesto nel quale Gesù nasce e su cui il Vangelo si sofferma. Poteva accennarne rapidamente, invece ne parla con accuratezza. E con ciò fa emergere un grande contrasto: mentre l’imperatore conta gli abitanti del mondo, Dio vi entra quasi di nascosto; mentre chi comanda cerca di assurgere tra i grandi della storia, il Re della storia sceglie la via della piccolezza. Nessuno dei potenti si accorge di Lui, solo alcuni pastori, relegati ai margini della vita sociale.

Ma il censimento dice di più. Nella Bibbia non lasciava un bel ricordo. Il re Davide, cedendo alla tentazione dei grandi numeri e ad una malsana pretesa di autosufficienza, aveva commesso un grave peccato proprio facendo il censimento del popolo. Voleva saperne la forza e dopo circa nove mesi ebbe il numero di quanti potevano maneggiare la spada (cfr 2 Sam 24,1-9). Il Signore si sdegnò e una disgrazia colpì il popolo. In questa notte, invece, il “Figlio di Davide”, Gesù, dopo nove mesi nel grembo di Maria, nasce a Betlemme, la città di Davide, e non punisce il censimento, ma si lascia umilmente conteggiare. Uno fra i tanti. Non vediamo un dio adirato che castiga, ma il Dio misericordioso che si incarna, che entra debole nel mondo, preceduto dall’annuncio: «sulla terra pace agli uomini» (Lc 2,14). E il nostro cuore stasera è a Betlemme, dove ancora il Principe della pace viene rifiutato dalla logica perdente della guerra, con il ruggire delle armi che anche oggi gli impedisce di trovare alloggio nel mondo (cfr Lc 2,7).

Il censimento di tutta la terra, insomma, manifesta da una parte la trama troppo umana che attraversa la storia: quella di un mondo che cerca il potere e la potenza, la fama e la gloria, dove tutto si misura coi successi e i risultati, con le cifre e con i numeri. È l’ossessione della prestazione. Ma al contempo nel censimento risalta la via di Gesù, che viene a cercarci attraverso l’incarnazione. Non è il dio della prestazione, ma il Dio dell’incarnazione. Non sovverte le ingiustizie dall’alto con forza, ma dal basso con amore; non irrompe con un potere senza limiti, ma si cala nei nostri limiti; non evita le nostre fragilità, ma le assume.

Fratelli e sorelle, stanotte possiamo chiederci: noi in che Dio crediamo? Nel Dio dell’incarnazione o in quello della prestazione? Sì, perché c’è il rischio di vivere il Natale avendo in testa un’idea pagana di Dio, come se fosse un padrone potente che sta in cielo; un dio che si sposa con il potere, con il successo mondano e con l’idolatria del consumismo. Sempre torna l’immagine falsa di un dio distaccato e permaloso, che si comporta bene coi buoni e si adira coi cattivi; di un dio fatto a nostra immagine, utile solo a risolverci i problemi e a toglierci i mali. Lui, invece, non usa la bacchetta magica, non è il dio commerciale del “tutto e subito”; non ci salva premendo un bottone, ma Lui si fa vicino per cambiare la realtà dal di dentro. Eppure, quanto è radicata in noi l’idea mondana di un dio distante e controllore, rigido e potente, che aiuta i suoi a prevalere contro gli altri! Tante volte è radicata in noi questa immagine. Ma non è così: Lui è nato per tutti, durante il censimento di tutta la terra.

Guardiamo dunque al «Dio vivo e vero» (1 Ts 1,9): a Lui, che sta al di là di ogni calcolo umano eppure si lascia censire dai nostri conteggi; a Lui, che rivoluziona la storia abitandola; a Lui, che ci rispetta al punto da permetterci di rifiutarlo; a Lui, che cancella il peccato facendosene carico, che non toglie il dolore ma lo trasforma, che non ci leva i problemi dalla vita, ma dà alle nostre vite una speranza più grande dei problemi. Desidera così tanto abbracciare le nostre esistenze che, infinito, per noi si fa finito; grande, si fa piccolo; giusto, abita le nostre ingiustizie. Fratelli e sorelle, ecco lo stupore del Natale: non un miscuglio di affetti sdolcinati e di conforti mondani, ma l’inaudita tenerezza di Dio che salva il mondo incarnandosi. Guardiamo il Bambino, guardiamo la sua mangiatoia, guardiamo il presepe, che gli angeli chiamano «il segno» (Lc 2,12): è infatti il segnale rivelatore del volto di Dio, che è compassione e misericordia, onnipotente sempre e solo nell’amore. Si fa vicino, si fa vicino, tenero e compassionevole, questo è il modo di essere di Dio: vicinanza, compassione, tenerezza.

Sorelle, fratelli, stupiamoci perché “si è fatto carne (cfr Gv 1,14). Carne: parola che richiama la nostra fragilità e che il Vangelo utilizza per dirci che Dio è entrato fino in fondo nella nostra condizione umana. Perché si è spinto a tanto? – ci domandiamo –. Perché gli interessa tutto di noi, perché ci ama al punto da ritenerci più preziosi di ogni altra cosa. Fratello, sorella, per Dio che ha cambiato la storia durante il censimento tu non sei un numero, ma sei un volto; il tuo nome è scritto nel suo cuore. Ma tu, guardando al tuo cuore, alle prestazioni non all’altezza, al mondo che giudica e non perdona, forse vivi male questo Natale, pensando di non andare bene, covando un senso di inadeguatezza e di insoddisfazione per le tue fragilità, per le tue cadute e i tuoi problemi e per i tuoi peccati. Ma oggi, per favore, lascia l’iniziativa a Gesù, che ti dice: “Per te mi sono fatto carne, per te mi sono fatto come te”. Perché rimani nella prigione delle tue tristezze? Come i pastori, che hanno lasciato le loro greggi, lascia il recinto delle tue malinconie e abbraccia la tenerezza di Dio bambino. E fallo senza maschere, senza corazze, getta in Lui i tuoi affanni ed Egli si prenderà cura di te (cfr Sal 55,23): Lui, che si è fatto carne, non attende le tue prestazioni di successo, ma il tuo cuore aperto e confidente. E tu in Lui riscoprirai chi sei: un figlio amato di Dio, una figlia amata da Dio. Ora puoi crederlo, perché stanotte il Signore è venuto alla luce per illuminare la tua vita e i suoi occhi brillano d’amore per te. Noi abbiamo difficoltà a credere in questo, che gli occhi di Dio brillano di amore per noi.

Sì, Cristo non guarda i numeri, ma i volti. Chi, però, guarda a Lui, tra le tante cose e le folli corse di un mondo sempre indaffarato e indifferente? Chi lo guarda? A Betlemme, mentre molta gente, presa dall’ebbrezza del censimento, andava e veniva, riempiva gli alloggi e le locande parlando del più e del meno, alcuni sono stati vicini a Gesù: sono Maria e Giuseppe, i pastori, poi i magi. Impariamo da loro. Stanno con lo sguardo fisso su Gesù, con il cuore rivolto a Lui. Non parlano, ma adorano. Questa notte, fratelli e sorelle, è il tempo dell’adorazione: adorare.

L’adorazione è la via per accogliere l’incarnazione. Perché è nel silenzio che Gesù, Parola del Padre, si fa carne nelle nostre vite. Facciamo anche noi come a Betlemme, che significa “casa del pane”: stiamo davanti a Lui, Pane di vita. Riscopriamo l’adorazione, perché adorare non è perdere tempo, ma permettere a Dio di abitare il nostro tempo. È far fiorire in noi il seme dell’incarnazione, è collaborare all’opera del Signore, che come lievito cambia il mondo. Adorare è intercedere, riparare, consentire a Dio di raddrizzare la storia. Un grande narratore di imprese epiche scrisse a suo figlio: «Ti offro l’unica cosa grande da amare sulla terra: il Santissimo Sacramento. Lì troverai fascino, gloria, onore, fedeltà e la vera via di tutti i tuoi amori sulla terra»  (J.R.R. Tolkien, Lettera 43, marzo 1941).

Fratelli e sorelle, stanotte l’amore cambia la storia. Fa’ che crediamo, o Signore, nel potere del tuo amore, così diverso dal potere del mondo. Signore, fa’ che come Maria, Giuseppe, i pastori e i magi, ci stringiamo attorno a Te per adorarti. Resi da Te più simili a Te, potremo testimoniare al mondo la bellezza del tuo volto.


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La devozione mariana di J. R. R. Tolkien

Posté par atempodiblog le 29 juillet 2022

La devozione mariana di J. R. R. Tolkien
Nella letteratura di Tolkien scorre come sorgente nascosta e feconda la dolce devozione mariana dell’Autore. Le migliori figure femminili delle sue opere hanno richiami più o meno espliciti alla Madonna, quale modello di santità e bellezza semplice e maestosa, ricca d’ogni bene da diffondere agli altri.
di Padre Angelomaria Lozzer, FI – Il Settimanale di Padre Pio

La devozione mariana di J. R. R. Tolkien dans Articoli di Giornali e News JRR-Tolkien-e-la-Madonna
29 luglio 1954: pubblicazione de “Il Signore degli Anelli”, capolavoro di un grande scrittore cattolico

John Ronald Reuel Tolkien fu un cattolico tutto di un pezzo: Messa quotidiana, Confessione settimanale, attaccamento alla Chiesa Romana, all’Eucaristia, alla Madonna.

Alcuni legano questa sua cattolicità all’educazione ricevuta presso il collegio dei Padri Oratoriani fondati dal beato Newman, e in modo particolare alla guida forte e decisa del Padre Morgan che fu per Tolkien come un vero padre (dopo la morte della madre fu il suo tutore); altri all’esempio luminoso della propria madre, definita da Tolkien “martire”, perché pagò la propria conversione al Cattolicesimo con l’abbandono da parte di tutti i famigliari, e con esso del sostegno e dell’aiuto economico sufficiente per potersi curare dalla malattia che la porterà prematuramente alla morte.

Tutto questo certamente contribuì alla nascita e allo sviluppo della fede in Tolkien, ma sarebbe un errore sottovalutare la sua corrispondenza personale, il suo approfondimento costante, la sua convinzione sempre più salda e profonda maturata negli anni, che solo nella Fede cattolica si trova ogni bene: la verità, la bellezza, la santità.

La sua fede traeva vita soprattutto da due amori, si poggiava su due pilastri, che formano il distintivo del Cattolico in una Inghilterra dove si convive con le più svariate confessioni cristiane, in primis quella anglicana, al cui fianco Tolkien visse quotidianamente; e questi due amori, questi due pilastri sono l’Eucaristia e la Madonna.

Per questo aveva imparato il Canone della Messa e lo recitava mentalmente qualora gli impegni gli impedivano di partecipare alla Santa Messa, come anche recitava sovente il Magnificat, le Litanie Lauretane e il Sub tuum praesidium (un’antica preghiera mariana) che aveva imparate a memoria in latino.

Nei suoi lavori di scrittore, nelle sue poesie, nei suoi racconti, nelle sue fiabe, nella sua mitologia questi due amori sembrano continuamente affiorare e riemergere anche se velatamente. Naturalmente Tolkien ribadì più volte di non aver scritto alcuna allegoria in proposito. Era convinto, infatti, che l’allegoria non fosse il giusto mezzo per trasmettere la verità, e che anzi tante volte finisse per banalizzarla e ridicolizzarla. D’altro canto però non poteva negare che dalla fede e in particolare dall’Eucaristia e dalla Madonna aveva appreso tutti quei concetti di bellezza, di moralità, di santità che sono disseminati in vario grado nei suoi scritti e che vogliono essere uno spiraglio di luce per il lettore, una strada per condurlo verso ciò che va oltre la semplice vita naturale di ogni giorno, ciò che la trascende.

A proposito della Madonna come sorgente ispiratrice, in una lettera all’amico gesuita Robert Murray, scriveva: «Penso di sapere esattamente che cosa intendi con dottrina della Grazia; e naturalmente con il tuo riferimento a Nostra Signora, su cui si basa tutta la mia piccola percezione della bellezza sia come maestà sia come semplicità».

Da questa fonte mariana attingeva ispirazione nel creare le figure femminili più luminose e celestiali, più belle e sagge, più pure e angeliche dei suoi libri. È il caso per esempio della regina degli elfi Galadriel, alla cui presenza i viandanti della Compagnia trovano riposo e refrigerio, consigli e doni per portare avanti la propria missione. E fa riflettere, come Tolkien un mese prima di morire abbia voluto rivedere questa figura nel tentativo di scagionarla da ogni colpa “originale”; quella colpa che si era attualizzata per gli elfi ai tempi della ribellione di Fëanor. Se negli scritti precedenti Galadriel era coinvolta nel peccato, nell’ultimo scritto invece ne esce incolume e tra i più accaniti oppositori della disubbidienza dei Noldor contro i Valar. Questa versione non è entrata nel testo “ufficiale” del Silmarillion, ma ben fa capire il desiderio di Tolkien di presentare una figura tutta santa e immacolata che fosse un “anticipo” storico della Madonna. Dico un anticipo perché nella mente di Tolkien il mondo di Arda non era che un mito lontano nel tempo, un mito giunto prima della Rivelazione cristiana; un mito che in un certo senso l’anticipa, la predispone e la prepara.

Un’altra figura che “anticipa” la Madonna è la regina dei Valar (quelli che noi definiremmo Angeli) Elbereth, la regina delle stelle e l’acerrima nemica di Morgoth, il Valar decaduto e corrotto nel male (immagine di lucifero). A lei si rivolgono più che ad ogni altra, elfi e uomini che in mezzo ai perigli della Terra di Mezzo cercano protezione e rifugio dal male. Lo stesso Frodo la invoca nella notte senza luce della galleria che porta alla terra oscura di Mordor, trovando salvezza, speranza e forza. E l’elenco potrebbe continuare con Arwen, la sposa del Re Aragorn, tutta bellezza, saggezza e maestà; o con la giovane Dama di Rohan Eowyn che taglia la testa al Re malvagio dei Nazgul realizzando così le profezie preannunciate… Tutte figure che nella mente di Tolkien non erano altro che un piccolo barlume, un piccolo anticipo, un piccolo riflesso della bellezza e della santità della Madonna.

Anzi potremmo dire che anche le cose inanimate dei suoi racconti attingono ispirazione poetica dalla Madonna. La stessa luce appare per esempio dipinta come qualcosa di vivo e di femminile che espande purezza e santità, allontanando il male ovunque giunge con i suoi benevoli raggi. Insomma possiamo dire con Caldecott: «La bellezza naturale di paesaggi e foreste, monti e fiumi, e la bellezza morale di eroismo e integrità, amicizia e onestà – tutte cose celebrate nel mondo immaginario di Tolkien – sono doni di Dio che ci giungono attraverso di Lei, ed essa ne è anche la misura, la sua bellezza concentrando la loro essenza».

«È questa la figura di Maria che Tolkien aveva sempre presente, che era al centro del suo immaginario, avvolta da tutte le bellezze naturali, la più perfetta delle creature di Dio, tesoro di tutti i doni terreni e spirituali» (Stratford Caldecott, Il fuoco segreto, Città di Castello 2008). La più alta e lontana per sublimità e santità, la più vicina per calore e dolcezza, misericordia e maternità.

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Il bene nascosto

Posté par atempodiblog le 24 décembre 2020

A proposito di san Giuseppe
Il bene nascosto
di Andrea Monda – L’Osservatore Romano

Il bene nascosto dans Andrea Monda San-Giuseppe

Gesù, il Verbo incarnato di Dio, nasce in una grotta. [...] celebrando il Natale 2020, lo ricorderanno nel mondo oltre due miliardi di cristiani. Il numero fa impressione ma non si deve cadere nella trappola di una visione “muscolare” della fede, il cristianesimo non ha mai avuto buoni rapporti con i grandi numeri. A Betlemme Gesù nasce “fuori casa” perché l’imperatore Augusto, all’epoca l’uomo più potente del mondo, aveva indetto un censimento, voleva cioè contare tutti i suoi sudditi. È sempre la logica di Babele: gli uomini come mattoni, sudditi che “contano” solo se possono essere contati, calcolati, misurati (ed eventualmente scartati). È la logica esattamente opposta a quella del Dio della Bibbia che si china su ciascuno dei suoi figli, che lascia il grande numero, 99, per andare a cercare quell’unica (e insostituibile) pecorella che ha smarrito la strada. Quella pecora è piccola, non si vede, si trova come in un cono d’ombra, ma è proprio lei che spinge il Signore della Storia a muoversi, a operare meraviglie, a compiere il miracolo della salvezza.

Questo stile piccolo e nascosto di Dio splende anche nella scena di Betlemme, un’immagine piena di ombra, come si addice a una grotta. È lì che Dio ha scelto di nascere, di diventare uomo, anzi bambino, per ripercorrere tutte le esperienze che rendono l’esistenza veramente umana: vero Dio e vero uomo. E se l’uomo ha vissuto su questo mondo abitando per migliaia di anni nelle caverne, allora è giusto ripartire proprio da lì, dall’ombra fredda e inospitale di una grotta. Tutto di quella vicenda rivela lo stile discreto di Dio che non mostra i muscoli al centro della scena ma si presenta piccolo e fragile ai margini della storia, nelle periferie del mondo. La Palestina, piccola provincia ai confini dell’impero, Maria la giovane vergine di Nazaret («cosa di buono può venire da lì?» Esclama l’apostolo Natanaele) e ora Betlemme, «il più piccolo capoluogo di Giuda» (Mt 2, 6) e poi i pastori, i primi a incontrare Gesù e infine la piccola famiglia, Maria e, soprattutto Giuseppe, il più in ombra di tutti. Un uomo che per lo più fa due cose: tacere e sognare (e prestare fede ai suoi sogni).

Centocinquanta anni fa il Papa Pio IX ha dichiarato san Giuseppe patrono della Chiesa universale e l’8 dicembre scorso, in occasione dell’anniversario, Papa Francesco ha pubblicato e donato al mondo una intensa, profonda lettera apostolica, intitolata Patris corde, “con cuore di padre”, un testo da leggere e approfondire perché rivela molto del fenomeno della paternità ma, ancora di più, spiega agli uomini, attraverso la figura del falegname di Nazaret, molti aspetti del mistero dell’esistenza umana. Lo dice chiaramente il Papa all’inizio della lettera quando scrive che vuole condividere con il lettore «alcune riflessioni personali su questa straordinaria figura, tanto vicina alla condizione umana di ciascuno di noi». Questo desiderio, dice il Papa, è cresciuto durante i mesi di pandemia e, citando il discorso pronunciato il 27 marzo durante la Statio Orbis in piazza San Pietro, Francesco ci ha ricordato come abbiamo potuto sperimentare, proprio in questi tempi drammatici, che «le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni — solitamente dimenticate — che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. […] Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti». Tutte queste persone sono “tanti san Giuseppe” e, dice il Papa, nel padre putativo di Gesù «possono trovare in San Giuseppe, l’uomo che passa inosservato, l’uomo della presenza quotidiana, discreta e nascosta, un intercessore, un sostegno e una guida nei momenti di difficoltà. San Giuseppe ci ricorda che tutti coloro che stanno apparentemente nascosti o in “seconda linea” hanno un protagonismo senza pari nella storia della salvezza».

Questo tema della “santità della porta accanto”, o “della classe media della santità”, espressione che il Papa prende in prestito dal romanziere francese Joseph Malègue (e dal suo capolavoro Augustin) è molto caro a Francesco che spesso ne fa accenno, ma appunto in modo discreto, tra le righe dei suoi discorsi e dei suoi gesti. Al ritorno del viaggio del febbraio 2019 ad Abu Dhabi parlando con i giornalisti fece notare che non si era trattato di un viaggio “storico”, un momento “grande” della storia, perché ogni vita umana è grande, anche quella dell’ultimo della terra, e possiede una dignità immensa e immortale. Il fatto è che Papa Bergoglio è convinto che la storia degli uomini è sospinta ed elevata non dai “grandi” della storia, ma dalla «gente meccanica e di piccolo affare» come direbbe Manzoni o come intuisce Edith Stein nel cuore del momento più buio del XX secolo quando scrive: «Nella notte più oscura sorgono i più grandi profeti e i santi. Tuttavia, la corrente vivificante della vita mistica rimane invisibile. Sicuramente gli avvenimenti decisivi della storia del mondo sono stati essenzialmente influenzati da anime sulle quali nulla viene detto nei libri di storia. E quali siano le anime che dobbiamo ringraziare per gli avvenimenti decisivi della nostra vita personale, è qualcosa che sapremo soltanto nel giorno in cui tutto ciò che è nascosto sarà svelato».

Il più bel film di questo duro 2020 che volge al termine è senz’altro La vita nascosta di Terrence Malick dedicato alla figura di Franz Jagerstatter, contadino austriaco, beatificato nel 2007, un “san Giuseppe” del Novecento che pagò con la vita la sua personale, silenziosa, resistenza al nazismo. Il titolo del film è preso da una frase della scrittrice inglese George Eliot che esprime in modo efficace questo pensiero che il vero bene è quello che spesso non si vede, non fa clamore, ma esiste e resiste: «Il bene a venire del mondo — scrive la Eliot — dipende in parte da azioni di portata non storica; e se le cose per voi e per me non vanno così male come sarebbe stato possibile lo dobbiamo in parte a tutti quelli che vissero con fede una vita nascosta e riposano in tombe che nessuno visita».

È la logica degli Hobbit del capolavoro di Tolkien, Il signore degli anelli, per cui il piccolo Merry, un personaggio apparentemente “minore” del romanzo, ad un certo punto afferma: «Il terreno nella Contea è profondo. Tuttavia ci sono cose ancora più profonde e più alte; e se non fosse per loro, un giardiniere non potrebbe curare il suo giardino in quella che lui chiama pace», intuendo che la pace nel mondo è assicurata non dalle grande potenze ma dall’operare nascosto di tante piccole mani, le stesse mani che un altro personaggio del libro, Elrond, celebra con queste parole: «Spesso questo è il corso degli eventi che muovono le ruote del mondo: sono piccole mani a metterli in movimento, perché vi sono costrette, mentre gli occhi dei grandi stanno guardando da un’altra parte». Erode il Grande cercava nel posto sbagliato perché il suo cuore era distorto e accecato dalla logica della forza e del potere, mentre lo sguardo dei pastori e dei magi si lascia guidare dalle stelle e trova la “grandissima gioia” (Mt 2, 11) in una piccola grotta alle porte di Betlemme.

Esiste una rete misteriosa del bene che sorregge il mondo e anche se ogni tanto può accadere che attorno ad alcuni personaggi o eventi, questa rete affiori e si mostri, per un attimo, visibile, in realtà per lo più essa si dipana e opera nell’oscurità, al contrario del male che è sempre fragoroso e ha bisogno del clamore ma poi finisce per non resistere e si consuma nel momento stesso in cui si mostra. Questo è un discorso che sottolinea in modo evidente la grande responsabilità che grava sulle spalle di chi è chiamato al delicato compito dell’informazione soprattutto nel mondo contemporaneo sempre alla ricerca di “eventi” che in quanto tali, fagocitano se stessi. Quale rete tra le due, quella del bene o quella del male, è giusto raccontare, illustrare, illuminare? Quale telegiornale avrebbe inviato una troupe per raccontare la nascita di Gesù nella grotta di Betlemme? La “grandiosa” rete del male infatti sembra più facile da raccontare, si impone da sé, mentre il bene deve essere intuito, ricercato, scoperto. Il problema è che la speranza è senz’altro più faticosa della disperazione. La strada della speranza è più impegnativa, richiede creatività, ma è anche la strada per permette una lettura e un racconto della realtà più corretta, come ha ricordato il Papa nel discorso alla Curia del 21 dicembre: «Una lettura della realtà senza speranza non si può chiamare realistica», questo può scontrarsi con la mentalità di tanta informazione secondo la quale «i problemi vanno a finire subito sui giornali, questo è di tutti i giorni, invece i segni di speranza fanno notizia solo dopo molto tempo, e non sempre». Il bene va quindi intuito come un barlume che resiste anche nel buio; ci vuole speranza e la consapevolezza che anche la crisi si sviluppa all’interno dell’azione dello Spirito Santo, allora, dice il Papa «anche davanti all’esperienza del buio, della debolezza, della fragilità, delle contraddizioni, dello smarrimento, non ci sentiremo più schiacciati, ma conserveremo costantemente un’intima fiducia che le cose stanno per assumere una nuova forma, scaturita esclusivamente dall’esperienza di una Grazia nascosta nel buio».

Nascosta nel buio della grotta di Betlemme, splende la grazia del Natale, ai cristiani il compito di abbeverarsi a quella luce e trasmetterla, raccontarla, possibilmente senza guastarne la freschezza, svilirne la forza, disperderne il profumo. Edith Stein parlava di profeti e di santi. Forse a questi si possono aggiungere i poeti: di queste persone, umili strumenti di “qualcosa” più grande, abbiamo bisogno per cogliere il bene che opera nel mondo e raccontarlo, rimettendolo in circolo. È quello che ha fatto san Giuseppe, l’oscuro falegname, poeta e sognatore, di Nazaret.

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La Storia infinita, 40 anni di fantasia che si fa realtà

Posté par atempodiblog le 31 décembre 2019

La Storia infinita, 40 anni di fantasia che si fa realtà
La Storia infinita insieme al Signore degli Anelli e alle Cronache di Narnia va a costituire una ideale trilogia di opere letterarie fantastiche dove la fantasia, l’immaginazione, il mito, non sono intesi come estraniazione dalla realtà, ma come ricerca del Bello, del Buono, del Vero. Riflessioni a 40 anni dal capolavoro di Ende.
di Paolo Gulisano – La nuova Bussola Quotidiana

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È un dato accertato da tempo: nel più concreto dei mondi possibili, nella società che ha fatto della materia e con la materia quello che nessuna civiltà prima si era azzardata, vi è un insospettabile interesse per il mito e il fantastico. Certo, i grandi spazi, le grandi foreste, le alte montagne di uno scenario fantasy sono altra cosa rispetto al quartiere residenziale periferico con il quale il nostro lettore-tipo si trova a fare i conti quotidianamente. È altrettanto vero che i grandi rischi, i grandi amori, le grandi battaglie, il camminare sul ciglio di profondi burroni, lo scintillio delle spade che si incrociano, sono l’antitesi di quella vita piatta, grigia, codificata e programmata che la modernità propone, o per meglio dire impone.

Ma non è solo l’insoddisfazione della realtà ciò che spinge verso il fantastico, non solo la volontà di evadere dalle brutture, quella “Santa fuga del prigioniero” di cui parlò Tolkien: nella grande letteratura fantastica si possono ritrovare valori e princìpi di cui non si parla – o se ne parla per deridere e denigrare – nel resto della narrativa.

Esattamente quarant’anni fa, alla fine del 1979, faceva la sua comparsa nelle librerie un volume che andava ad affiancarsi al Signore degli Anelli e alle Cronache di Narnia come uno dei grandi capolavori della letteratura fantastica: La Storia Infinita, dello scrittore tedesco Michael Ende. Tradotto in più di 40 lingue, il romanzo ha venduto oltre 10 milioni di copie nel mondo ed è diventato un classico della letteratura per ragazzi.

La maggior parte della storia si svolge a Fantàsia, un mondo fantastico, parallelo al nostro,  minacciato dall’espansione di una forza misteriosa chiamata Nulla, che causa la sparizione di regioni sempre più estese del regno. L’Infanta Imperatrice incarica un valoroso giovane guerriero, di nome Atreju, della missione quasi disperata di fermare l’avanzata del Nulla. In questa missione sarà protagonista Bastian, un bambino proveniente dal nostro mondo, da una quotidianità banale e sofferta. Ha dieci anni, ha da poco perso la mamma, e con il padre non riesce a comunicare. A scuola è oggetto di bullismo da parte dei coetanei, e mancano degli adulti che sappiano proporgli qualcosa di bello, che lo aiutino a crescere. Ma un giorno il fantastico fa irruzione nella vita di Bastian attraverso un libro. Leggendo le storie del Regno di Fantàsia, egli si ritrova progressivamente coinvolto negli eventi del racconto.

Bastian viene trasportato a Fantàsia, e diventa parte di quel mondo. L’Infanta Imperatrice lo incarica di ricreare il regno a partire dai suoi desideri e gli dona il talismano Auryn. Su di esso campeggia una scritta: «Fa’ ciò che vuoi». Sembra la sintesi del pensiero moderno, che esalta l’autorealizzazione, lo spontaneismo dei sensi, il non sottomettersi ad alcuna legge morale. In realtà, pagina dopo pagina, il protagonista scoprirà che quel «fai quel che vuoi» non significa «fai quel che ti pare», ma è secondario – come diceva Sant’Agostino -, all’amore. Ama, e fai quel che vuoi. Che è la strada più ardua del mondo.

Nel libro, Atreju  e Bastian la percorreranno insieme, e il ragazzo attraverserà tutti i suoi desideri e passerà dalla goffaggine iniziale alla bellezza, alla forza, alla sapienza, al potere, fino a quando dovrà fermarsi. Bastian aiuta Atreju nel tentativo di salvare il regno e dovrà infine trovare un modo per ritornare nel mondo reale.

La Storia infinita può essere letta come una metafora della letteratura intesa come strumento per cambiare gli uomini e di conseguenza la realtà. Si tratta di un vero e proprio moderno romanzo di formazione, storia di un’anima, folgorante scoperta dell’amore, indimenticabile avventura, ma anche un lungo viaggio nell’immaginario e itinerario nell’arte e nella mitologia. La Storia infinita è stato uno dei libri del nostro tempo che ha conquistato, avvinto e incantato generazioni di lettori, diventando una finestra aperta sul regno dei sogni, dell’immaginazione, dei libri, della letteratura.

Il fascino del libro sopravvisse anche alla versione cinematografica, che uscì nel 1984. Una versione che l’autore disconobbe totalmente, ingaggiando anche una battaglia legale con la produzione. Ende riteneva – a ragione – che il film avesse stravolto e banalizzato i contenuti del suo libro.

La Storia infinita ci racconta come si possa - e si debba – crescere, mantenendo un cuore da bambini. È la stessa lezione che ci viene dalle grandi opere di Tolkien e Lewis. E come i fratelli Pevensie delle Cronache di Narnia fanno ritorno al reale dopo l’incursione nel mondo fantastico, così Bastian tornerà nella realtà, tornerà da suo padre, e finalmente i due riusciranno a parlarsi, a entrare in relazione l’uno con l’altro, a sapersi manifestare il proprio affetto, e sarà la vittoria più bella.

La critica del tempo, agli albori degli anni ’80, accolse piuttosto freddamente il libro: valeva ancora nella letteratura il principio non scritto secondo il quale la narrativa doveva essere soprattutto realistica e politicamente impegnata, per cui non c’era spazio per viaggi nel Regno di Fantàsia. I rappresentanti socialmente attivi della generazione sessantottina criticarono dunque Ende tacciandolo di escapismo, di mancanza di realismo e di tratti eccessivamente naif.

Erano le stesse critiche che avevano accolto anni prima l’opera di Tolkien. Qualcuno parlò in relazione all’opera di Ende di “effetto placebo”, nella misura in cui i giovani lettori spaventati dal futuro e in cerca di una fuga dalla realtà trovavano nel romanzo una risposta al loro bisogno di positività e ricevevano risposte e soluzioni che non erano contenute nel testo stesso.

In realtà il messaggio contenuto ne La Storia infinita era diametralmente opposto: non una fuga nel mondo della fantasia in cui vivere felici, ma un invito a considerare la fantasia un mezzo per affrontare i problemi del mondo reale. Ende si stancò di doversi ripetutamente giustificare agli occhi della critica per la sua scelta di trattare il fantastico e definì “soffocante” il lungo dibattito sull’escapismo. Intanto il suo libro andava sempre più diffondendosi tra i lettori, in barba alle critiche degli intellettuali, e così poterono essere riscoperte e diffuse delle sue opere precedenti, come la tenerissima fiaba Momo.

Col tempo, dopo il 1995, l’anno della morte di Ende, la sua popolarità andò un po’ affievolendosi. Ma gli ideali della Storia infinita trovarono nuovi epigoni negli ambienti della destra giovanile italiana, che a partire dal 1998 cominciò ad organizzare dei meetings chiamati, significativamente, Atreju. Eventi di formazione, di discussione, di elaborazione culturale per i difficili anni che sarebbero venuti col Terzo Millennio.

La Storia infinita, quindi, insieme al Signore degli Anelli e alle Cronache di Narnia va a costituire una ideale trilogia di opere letterarie fantastiche dove la fantasia, l’immaginazione, il mito, non sono intesi come estraniazione dalla realtà, ma come ricerca del Bello, del Buono, del Vero.

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La cura epica di J.R.R. Tolkien per frustrazione, depressione e dubbio

Posté par atempodiblog le 28 mars 2018

La cura epica di J.R.R. Tolkien per frustrazione, depressione e dubbio
di Philip Kosloski – Aleteia
Traduzione dallinglese a cura di Roberta Sciamplicotti

La cura epica di J.R.R. Tolkien per frustrazione, depressione e dubbio dans Articoli di Giornali e News Lembas_pan_di_via

Lautore cattolico J.R.R. Tolkien è ben noto per il suo regno mitologico della Terra di Mezzo e la saga de Il Signore degli Anelli. Una ricerca del 1997 ha votato quest’opera come “libro del secolo”. Pochi, però, hanno familiarità con il suo amore più grande, che gli ha dato una forza profonda nei momenti più difficili.

Per scoprire quale fosse dobbiamo aprire una lettera indirizzata al figlio Michael, che all’epoca aveva 21 anni e problemi sentimentali. Tolkien gli scrisse per condividere i suoi consigli sulle donne, ma riferì anche al figlio quale fosse il suo amore più grande:

Nell’oscurità della mia vita, tanto frustrata, metto davanti a te l’unica grande cosa da amare sulla Terra: il Santissimo Sacramento… In esso troverai romanticismo, gloria, onore, fedeltà e la vera via di tutti i tuoi amori sulla Terra.

Molti anni dopo, quando Michael aveva 43 anni, Tolkien ricevette una lettera dal figlio depresso che cercava consolazione. Sembra che Michael avesse scritto al padre della sua “fede calante” e avesse iniziato a dubitare se Dio o la Chiesa cattolica fossero veri. Questa fu la risposta di Tolkien:

L’unica cura per la fede che viene meno è la Comunione. Anche se sempre se stesso, perfetto, completo e inviolato, il Santissimo Sacramento non opera completamente e una volta per tutte in ciascuno di noi. Come l’atto di fede, dev’essere continuo e crescere con l’esercizio. La frequenza è uno degli effetti principali. Sette volte a settimana nutre più che sette volte a intervalli.

Tolkien andava a Messa tutti i giorni in una chiesa vicina, e il suo figlio maggiore John diventò sacerdote ed era accanto al padre sul letto di morte. Probabilmente gli diede l’estrema unzione e la Santissima Eucaristia mentre passava da questa vita a quella successiva.

Non sorprende che nella Terra di Mezzo di Tolkien ci fosse un tipo speciale di pane chiamato lembas, che sostenne Frodo e Sam mentre raggiungevano il luogo in cui si sarebbe concluso il loro viaggio.

Il lembas aveva una virtù senza la quale sarebbero morti da tempo. Non soddisfaceva il desiderio, e a volte la mente di Sam era piena di ricordi di cibo e della voglia di pane e carne. E tuttavia questo pane elfico aveva una potenza che aumentava man mano che i viaggiatori confidavano solo su di esso e non lo mescolavano ad altri cibi. Nutriva la volontà, e dava la forza per sopportare e tenere in piedi tendini e arti al di là delle capacità dei mortali.

Per Tolkien, l’Eucaristia era quel “pane” o “cibo per il cammino” che lo sosteneva in ogni prova. Se le sue storie possono essere tra le opere più popolari di tutti i tempi, non erano il suo amore più grande. Era Gesù, realmente presente nel Santissimo Sacramento, che Tolkien amava al di sopra di tutto.

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Cosa vuol dire: ti perdono

Posté par atempodiblog le 2 septembre 2017

Cosa vuol dire: ti perdono

Cosa vuol dire: ti perdono dans Citazioni, frasi e pensieri Tolkien_e_Lewis
2 settembre, anniversario della nascita in Cielo di J.R.R. Tolkien

Dio ti benedica per la tua bontà. E [...] sii così generoso da regalarmi i dolori che ti ho causato, cosicché io possa condividere tutto ciò che di positivo ne verrà fuori. Non so se riesco a spiegarmi. Ma io credo che sia nel nostro potere, come cristiani, di fare effettivamente questi doni. L’esempio più semplice: se un uomo mi ha rubato qualcosa, io davanti a Dio affermo che gliel’ho regalato [...].

Sarebbe splendido, chiamati a giudizio, per rispondere a innumerevoli accuse di aver fatto del male al proprio fratello, scoprire inaspettatamente che molte male azioni non sono state compiute! E che invece si ha avuto una parte nel bene scaturito dal male. E non meno splendido sarebbe per chi ha dato. Un’eterna interazione di sollievo e gratitudine [...].

Che cosa accade quando il colpevole è genuinamente pentito, ma chi ha sofferto a causa sua è così profondamente risentito da non concedere il perdono? È un pensiero tanto terribile, da dissuadere chiunque dal correre il rischio di causare inutilmente il male.

da una lettera di J.R.R.Tolkien a C.S.Lewis dal quale si attendeva il perdono di un torto, da J.R.R. Tolkien, La realtà in trasparenza. Lettere, Bompiani, Milano, 2001, lettera 113, pp. 146-147
Tratto da: Il Centro culturale Gli scritti

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“Il fantasy cattolico ha una marcia in più”

Posté par atempodiblog le 16 juillet 2017

“Il fantasy cattolico ha una marcia in più”
Lo scrive il gesuita Guy J. Consolmagno su «Civiltà cattolica»: «Superman è una noia, Frodo ci piace perchè sa soffrire»
di Raffaella Silipo – La Stampa

“Il fantasy cattolico ha una marcia in più” dans Articoli di Giornali e News Frodo

Superman? «Alla fin fine è una noia». Vuoi mettere con Frodo, «che può soffrire e fallire e alla fine trionfare»? Gli scrittori cattolici di fantascienza e di fantasy, sostiene Guy J. Consolmagno (scienziato e gesuita appassionato di fantascienza, che proprio grazie a essa è divenuto uno scienziato) su «Civiltà cattolica», hanno una marcia in più. John R. R. Tolkien e Gene Wolfe sono soltanto gli esempi più eclatanti, ma tra i più noti e amati scrittori di fantascienza ci sono «insospettabilmente» tanti cattolici. Perché? «Ad esempio, la concezione cattolica di un’umanità peccatrice comporta la presenza di personaggi che possono essere amati anche quando commettono errori e si comportano male».

L’articolo dal titolo «La fantascienza e la sensibilità cattolica», che apparirà sul prossimo fascicolo della rivista, sostiene che gli scrittori cattolici sono avvantaggiati dalla loro fede anche dal punto di vista narrativo. D’altronde già Tolkien lo sosteneva, in una lettera al gesuita Padre Robert Murray: «Il signore degli anelli è fondamentalmente un’opera religiosa e cattolica: l’elemento religioso è radicato nella storia e nel simbolismo». Un altro credente convinto – anche se non cattolico ma anglicano – era Clive Staples Lewis, amico e collega di Tolkien, che ha riempito di simbologia cristiana le sue «Cronache di Narnia»

Mentre Gilbert K. Chesterton scriveva: «Le favole non danno al bambino la prima idea di uno spirito cattivo. Ciò che le favole danno al bambino è la prima chiara idea della possibile sconfitta dello spirito cattivo. Il bambino conosce dal profondo il drago, fin da quando riesce ad immaginare. Ciò che la favola gli fornisce è che esiste un San Giorgio che uccide il drago»

Il cattolicesimo in questo caso «è un insieme di princìpi circa l’universo, al di là di ciò che possono dirci gli astronomi. E le buone storie vengono spesso dallo scontro tra visioni del mondo contrapposte. Essere cattolici in un mondo laico significa vivere quella tensione: si è già a buon punto». La sfida è sempre quella: la battaglia del bene contro il male, sentimenti grandi e nobili, un senso ultimo delle cose e soprattutto l’aspirazione alla grandezza, «promuovere un’immagine che sia davvero abbastanza grande da essere universale». In questo senso, l’obiettivo degli scrittori cattolici «sembra essere, in fondo, quello di trovare nuovi modi per dire Dio, pur restando fedeli a quello vero».

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La festa di Bilbo, la tavola di Tom Bombadil e la birra del Puledro Impennato

Posté par atempodiblog le 3 juillet 2016

La festa di Bilbo, la tavola di Tom Bombadil e la birra del Puledro Impennato
di Pane e focolare

La festa di Bilbo, la tavola di Tom Bombadil e la birra del Puledro Impennato dans Cucina e dintorni

Quando il signor Bilbo Baggins di Casa Baggins annunziò che avrebbe presto festeggiato il suo centoundicesimo compleanno con una festa sontuosissima, tutta Hobbiville si mise in agitazione”.

Non so a voi, ma a me viene un leggero brivido lungo la schiena quando leggo l’incipit de Il Signore degli Anelli. E’ un tuffo nella Terra di Mezzo, nelle sue atmosfere, nelle avventure della Compagnia dell’Anello, nel mondo di fantasia, ma così simile al nostro, creato dalla mente geniale di Tolkien. Sono molti i temi che rendono il romanzo così apprezzato: il viaggio, tema ricorrente della letteratura, visto come itinerario di crescita e conversione; la risposta alla chiamata, l’assunzione delle proprie responsabilità di fronte all’urgenza del tempo presente; la mano di una Provvidenza che regge gli eventi; la scelta tra il bene e il male; il desiderio di proteggere il proprio mondo dagli attacchi del nemico, scoprendo lungo la strada di avere amici vecchi e nuovi che combattono insieme a noi; l’umiltà come chiave del successo.

Una festa a lungo attesa – Illustrazione di Inger Edelfeld
Una festa a lungo attesa – Illustrazione di Inger Edelfeld

Ma c’è anche un tema che corre lungo tutto il romanzo: quello dell’ospitalità e della cura della buona tavola. Già ve l’ho raccontato in un altro post: caratteristica comune dei personaggi positivi di Tolkien è quella di apprezzare il buon cibo e di considerare come un sacro dovere quello dell’ospitalità.

Il Signore degli Anelli comincia con un grande banchetto, così come Lo Hobbit comincia con la cena di Bilbo, tredici nani e Gandalf. La festa di compleanno di Bilbo è grandiosa, giorni e giorni di preparativi, si innalzano tende e padiglioni, uno in particolare di grandi dimensioni che copre l’albero della festa, quello più grande che cresceva in mezzo al campo. Ci sono lampioni appesi ai rami ma soprattutto, per la gioia di tutti gli hobbit, “fu installata un’enorme cucina all’aria aperta, nell’angolo nord del piazzale. Da tutte le osterie e i ristoranti del paese arrivarono  una marea di cuochi”. Ci sono decine di carri carichi di provviste, musica, giochi e amici che mangiano e bevono per ore: “Il banchetto fu estremamente piacevole, e li impegnò a fondo, per l’abbondanza, varietà, sontuosità e durata”. Naturalmente alla fine di una festa così non può mancare un discorso del padrone di casa e chi ha letto il romanzo sa che a partire da quel discorso gli avvenimenti prenderanno una ben precisa direzione. Non dico altro, perché magari qualcuno non ha letto il romanzo (ma davvero? Non lo avete letto? Cosa aspettate!).

Dama Baccador – Illustrazione dei fratelli Hildebrandt
Dama Baccador – Illustrazione dei fratelli Hildebrandt

Lungo il cammino, tra mille avventure, i nostri quattro hobbit vengono ad un certo punto aiutati da Tom Bombadil, un curioso personaggio, uno dei più bizzarri de Il Signore degli Anelli, che li invita a casa sua: “Ebbene, miei piccoli amici! Dovete venire a casa mia! La tavola è apparecchiata con crema gialla, miele dorato, pane bianco e burro. Baccador ci aspetta. Avremo tempo per le domande più tardi attorno alla tavola”. Dopo la paura dei Cavalieri Neri, e non solo, è un sollievo essere ospitati in una casa calda, accogliente e sicura: hanno opportunità di lavarsi e rinfrescarsi e soprattutto di mangiare “come soltanto un hobbit affamato sa divorare”. Ma non sono solo il cibo e le bevande a portare conforto: l’atmosfera familiare, la pace di una casa pulita e ordinata, la cortesia dei padroni di casa rasserenano gli hobbit, suscitando in loro la voglia spontanea di mettersi a cantare.

Infine Tom e Baccador si alzarono e sparecchiarono veloci; impedirono agli ospiti di dare una mano e li fecero anzi accomodare su comode sedie, provviste di soffici sgabelli per appoggiarvi gli stanchi piedi; nel grande camino ardevano rami di melo diffondendo un dolcissimo profumo”.

Rassicurante il saluto della bella Baccador: “Riposate in pace fino al mattino. Non temete i rumori notturni! Sappiate che nulla può attraversare porte e finestre e nulla penetra in questa casa, salvo il chiarore della luna e delle stelle e il vento della cima del colle”.

La casa di Tom e Baccador è davvero un bell’esempio di accoglienza, ospitalità raffinata e attenzione all’ospite. Dopo la condivisione di quella tavola la conversazione tra gli hobbit e Tom Bombadil diventa più spontanea e naturale e Frodo prende coraggio per porre al misterioso personaggio le domande che ha nel cuore. Cosa c’è di meglio di una bella cena per diventare amici, entrare in confidenza, stimolare la conversazione ed entrare in profonda empatia.

All’insegna del Puledro Impennato – Illustrazione di Timoty Ide
All’insegna del Puledro Impennato – Illustrazione di Timoty Ide

I nostri piccoli eroi proseguono il cammino e giungono a Brea alla locanda del Puledro Impennato di Omorzo Cactaceo. E’ un luogo molto frequentato, la qualità del cibo è ottima, così come quella della birra, la compagnia è però eterogenea: uomini, nani, viaggiatori da ogni parte della regione, in genere amichevoli ma anche curiosi e invadenti. La scena è molto vivace e Tolkien mette in evidenza uno dei pericoli della frequentazione di taverne di questo tipo: Pipino è inebriato dalla troppa birra, si sente a suo agio grazie all’entusiasmo che suscita con i suoi racconti ma chiacchiera troppo e rischia di tradirsi e dire cose che dovrebbero rimanere celate. Frodo per distogliere gli astanti da Pipino canta una canzone, ma a sua volta resta trascinato dalla sua esibizione, e dalla birra che forse lo ha reso poco lucido (il racconto insiste su questo aspetto: “Ordinarono dell’altra birra, fecero bere a Frodo un bel sorso”), e l’Anello prende il sopravvento.

Anche nella Terra di Mezzo, così vicina alla nostra, la tavola può essere occasione di una splendida accoglienza che favorisce l’amicizia e la relazione tra i commensali, come nell’episodio di Tom Bombadil, oppure occasione di frequentazione di compagnie delle quali bisognerebbe diffidare, come al Puledro Impennato; in questo secondo caso, soprattutto se si alza troppo il gomito, le conseguenze possono essere pericolose.

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Guardare in alto

Posté par atempodiblog le 11 décembre 2015

Guardare in alto
di Stefano Chiappalone – Comunità Ambrosiana

Guardare in alto dans Articoli di Giornali e News campanile-morning-270x360

Le mani della vostra fede si alzino verso il cielo, ma lo facciano mentre edificano una città costruita su rapporti in cui l’amore di Dio è il fondamento(Papa Francesco)

La candida sagoma squadrata del campanile risalta tra l’azzurro del cielo di una serena domenica autunnale e i rami degli alberi che lo velano leggermente, quasi un sipario che la natura stessa offre per inquadrare ancor meglio il piccolo capolavoro innalzato dall’ingegno umano a gloria di Dio – più precisamente “Deo Optimo Maximo et Sancto Mauritio”, come si legge sulla facciata. Nulla di trascendentale (forse), almeno a prima vista, eppure è bastato sollevare un attimo lo sguardo per ritrovarsi di fronte a quell’abbinamento di semplici forme e pochi colori che calamita l’occhio e lo spirito verso l’alto. Sollevare lo sguardo è in effetti un’operazione inconsueta per l’uomo moderno, e il sottoscritto non fa eccezione in quanto appartenente a quella involuzione dell’homo sapiens che potremmo qualificare homo curvus, più avvezzo a fissare le buche nell’asfalto che lo splendore dei cieli. Il nostro mondo non costruisce torri e persino certi edifici di culto difettano di campanili. Non che manchino edifici alti, che anzi proliferano da qualche decennio sotto forma di grattacieli – talora persino di qualche interesse estetico – o di casermoni ad uso abitativo – generalmente di grande valore antiestetico. Tuttavia, più che dalla tensione verso l’alto, essi sembrano animati dall’affanno di prolungare lo spazio terreno, non molto diversi pertanto da quella Londra sotterranea descritta ne Il Padrone del mondo di Robert H. Benson (1871-1914) in cui “essendosi accorti che lo spazio non è limitato alla superficie del globo, gli uomini di tutto il mondo avevano incominciato a fabbricare sottoterra”. I nostri condomini, in altre parole, somigliano a grigie caverne emerse in superficie, delineando una skyline ben diverso da quella gioiosa società di torri e campanili che ha plasmato i paesaggi dell’Europa che fu – insieme agli alberi che, di fatto, oggi è più facile veder potare che piantare. L’albero come il campanile, tende verso l’alto e verso il futuro, sfuggendo alle nostre pretese di fabbricare e consumare tutto qui ed ora:

Chi iniziava a costruire le cattedrali aveva la certezza che né lui né i suoi figli le avrebbero viste completate. Edificavano, ma per i posteri. Chi oggi pianta più un noce? Chi oggi ha il senso del futuro?”, si chiedeva lo storico pisano Marco Tangheroni (1946-2004).

Dal campanile, all’albero, ai soffitti – altro sintomo e simbolo dell’orientamento interiore della società. Se i Gonzaga, signori di Mantova, si addormentavano contemplando i putti e le altre figure che facevano capolino dall’oculo affrescato da Andrea Mantegna (1431-1506) sulla volta della Camera degli Sposi, più modestamente da studente universitario provai una piccola gioia nel vedere il soffitto irregolare con travi di legno a vista del mio piccolo alloggio pisano – un soffitto tipicamente toscano che al risveglio mi evocava sinuosi viali di cipressi che conducevano alle dolci colline un tempo contese dai Visconti e dai Gherardesca. Era una società che mirava in alto anche architettonicamente, a volte anche troppo: la competizione tra casate nobiliari si manifestava persino nell’altezza delle case-torri, che le leggi antimagnatizie in molte città provvidero ad abbassare forzatamente per tenere a bada la hybris dei loro costruttori e il celebre campanile dell’antica repubblica marinara divenne ancor più celebre per il suo inatteso inclinarsi. Torniamo però ai soffitti: per le strade di Pisa e di Roma mi è capitato spesso di sbirciare, complice la bella stagione, al di là delle finestre aperte di qualche antica dimora, i soffitti affrescati a beneficio esclusivo di fortunati eredi. Se però dovevo accontentarmi di sbirciare dalla strada quelle blasonate volte, non mi erano affatto precluse quelle della dimora del Re dei Re, dove ognuno può sentirsi a casa. Dall’azzurro stellato delle chiese medievali al tripudio di angeli di quelle barocche, centinaia di cieli mi hanno spinto a guardare in alto, a partire dalla chiesa parrocchiale che mi vide bambino nel natio borgo abruzzese. Ero troppo piccolo per non annoiarmi un po’ durante la Messa e tuttavia ero abbastanza piccolo da lasciarmi incantare volando oltre le coltri d’incenso fino a quel misterioso agnello dipinto sulla volta del presbiterio, nonché ai tre angioletti di stucco poco sopra l’altare che ancora oggi torno a guardare con lo stesso incanto di allora, quando il mio cuore di bambino percepiva inconsapevolmente – e forse meglio di ora – quel “Sursum corda – in alto i cuori” con cui la liturgia ci invita a sollevare lo sguardo verso il Santo dei Santi.

Nella cattedrale fiorentina di Santa Maria del Fiore Papa Francesco esortava a levare lo sguardo al Cristo dipinto nella cupola:

Al centro c’è Gesù, nostra luce. L’iscrizione che si legge all’apice dell’affresco è ‘Ecce Homo’. Guardando questa cupola siamo attratti verso l’alto, mentre contempliamo la trasformazione del Cristo giudicato da Pilato nel Cristo assiso sul trono del giudice. […] Nella luce di questo Giudice di misericordia, le nostre ginocchia si piegano in adorazione, e le nostre mani e i nostri piedi si rinvigoriscono”.

Dalla cupola del Brunelleschi, la riflessione del pontefice si spostava idealmente allo Spedale degli Innocenti, dal volto di Cristo al volto dell’uomo:

Quanta bellezza in questa città è stata messa a servizio della carità!”. Guardare in alto diviene ancora più urgente nei tempi di crisi, quando tutto sembra andare in direzione contraria lasciandoci tentare dallo scoraggiamento. Nell’Avvento di alcuni anni fa, Papa Benedetto ricordava le antiche parole della liturgia: Excita, Domine, potentiam tuam, et veni [Ridesta, Signore, la tua potenza e vieni]: con queste e con simili parole la liturgia della Chiesa prega ripetutamente nei giorni dell’Avvento. Sono invocazioni formulate probabilmente nel periodo del tramonto dell’Impero Romano. […] Non si vedeva alcuna forza che potesse porre un freno a tale declino. Tanto più insistente era l’invocazione della potenza propria di Dio: che Egli venisse e proteggesse gli uomini da tutte queste minacce”.

Che ci crolli il mondo addosso o che il mondo stesso stia per crollare, possiamo ancora dirigere gli occhi e il cuore verso l’alto per accorgerci che non siamo mai abbandonati a noi stessi:

L’assalto di Mordor irruppe come un’immensa ondata sulle colline assediate, e le voci ruggivano come una marea che sale fra boati e fragore. Come se ai suoi occhi fosse improvvisamente apparsa una visione, Gandalf trasalì: si voltò a guardare verso nord, dove i cieli erano limpidi e pallidi. Poi alzò le mani e gridò con voce possente che sovrastava ogni altro rumore: Arrivano le Aquile! E molte altre voci gli risposero gridando: Arrivano le Aquile! Arrivano le Aquile! […] Allora tutti i Capitani dell’Ovest gridarono, perché i loro cuori erano pieni di una nuova speranza in mezzo a tutta l’oscurità”.

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La Fantasia rimane un diritto umano

Posté par atempodiblog le 29 novembre 2015

legolas

Alla capacità elfica, all’Incantesimo, la Fantasia aspira, e quando  riesce nel suo intento è, di tutte le forme di arte umana, quella che più gli si avvicina. Alla base di molti racconti sugli elfi elaborate dagli uomini sta, manifesto o celato, allo stato puro o mescolato ad altro, il desiderio di un arte vivente, subcreativa e pienamente realizzata che (per quanto esteriormente possa assomigliarle) interiormente è affatto diversa dalla sete di potere egocentrico che è la caratteristica del semplice Mago. Di questo desiderio gli elfi, nel loro aspetto migliore (ma pur sempre pericoloso), sono in gran parte contesti; ed è da loro che possiamo apprendere quali siano il desiderio e l’aspirazione centrale della Fantasia umana.

[…] La Fantasia è una naturale attività umana, la quale certamente non distrugge e neppure reca offesa alla Ragione; né smussa neanche l’appetito per la verità scientifica, di cui non ottunde la percezione. Al contrario: più  acuta e chiara è la ragione, e migliori fantasie produrrà.

[ …] La Fantasia rimane  un diritto umano: creiamo nella nostra misura e nel nostro modo derivativo perché siamo stati creati; e non soltanto creati, ma fatti a immagine e somiglianza di un Creatore.

di J.R.R. Tolkien – Albero e foglia

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Meno parole e più preghiera

Posté par atempodiblog le 24 octobre 2015

“Non rivanghiamo il passato. Meno diciamo, prima emendiamo…”.

di J.R.R. Tolkien – Roverandom. Le avventure di un cane alato

roverandom e artaserse
Artaserse e Roverandom

Hai litigato con tuo marito? Ma di’ il Rosario con lui… “no, ma adesso mi chiarisco”, ma cosa vuoi chiarire? Una parola sopra l’altra e l’equivoco è sempre peggiore! Incomincia a pregare.

di Diego Manetti – Parrocchia San Terenzo a Lerici

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Tolkien e la sua terra letteraria

Posté par atempodiblog le 2 septembre 2015

“Sono, in realtà, un Hobbit in tutto fuorché nella statura”.
di  J.R.R. Tolkien

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Tolkien e la sua terra letteraria
di Sky Arte

Il 2 settembre del 1973, a Bournemouth si spegneva uno dei più famosi scrittori di fantasy della storia: J.R.R. Tolkien, linguista e importante studioso di inglese antico e letteratura, che seppe prendere spunto dalla vasta produzione epica e dai tanti miti del passato per dar vita a un’epopea inedita e dedicata al pubblico contemporaneo. Molte delle più celebri opere di Tolkien – tra cui il Signore degli Anelli, Lo Hobbit e il Silmarillion – sono ambientate nell’universo della Terra di Mezzo, il cui immaginario è stato di recente canonizzato con le due trilogie cinematografiche dirette da Peter Jackson.

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Il canto che guarisce

Posté par atempodiblog le 5 juin 2015

“La musica si presenta anzitutto come un intervallo fra due silenzi – il silenzio dell’attesa e dell’ascolto, da una parte, e il silenzio degli effetti che può produrre nell’interiorità di chi l’ascolta – non è difficile cogliere come essa stabilisca fra il compositore, l’esecutore e il fruitore una sorta di canale comunicativo, aperto su diversi registri di comunicazione.

Così, la musica può unire coloro che fruiscono insieme dello stesso atto musicale, nel tempo o nello spazio, o più radicalmente si fa ponte fra il cuore della persona toccata dalla musica e la totalità del reale fin nelle sue dimensioni più abissali, quelle che si perdono nel mistero che avvolge ogni cosa”.

di Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto

Il canto che guarisce dans Canti nxvmo8

Il canto che guarisce
di Stefano Chiappalone – Comunità Ambrosiana

Ma il canto! era il canto che mi andava al cuore…” (JRRT)

Nel breve discorso rivolto agli organizzatori del Concerto dei poveri per i poveri – idealmente collegato all’apertura della Cappella Sistina per 150 clochard, avvenuta a marzo – lo scorso 14 maggio, Papa Francesco condensava in poche righe la funzione guaritrice della bellezza.

La musica ha questa capacità di unire le anime e di unirci con il Signore, sempre ci porta… è orizzontale e anche verticale, va in alto, e ci libera delle angosce. Anche la musica triste, pensiamo a quegli adagi lamentosi, anche questa ci aiuta nei momenti di difficoltà”. 

La musica, ma il discorso del Santo Padre è applicabile a qualsiasi forma d’arte, ci guarisce dalle angosce proprio nella misura in cui ci distoglie dall’ “affarismo materiale che sempre ci circonda e ci abbassa, ci toglie la gioia”. E si tratta di una gioia duratura, “non un’allegria divertente di un momento, no: il seme rimarrà lì nelle anime di tutti e farà tanto bene a tutti”. Nel duplice movimento verticale – verso il Signore – e orizzontale – verso i fratelli -, il Papa ci dona anche un criterio di discernimento per distinguere la vera gioia donata dall’arte e non confonderla con un piacere effimero, sulla scia della distinzione tra vera e falsa bellezza già espressa in più occasioni dal predecessore:

una funzione essenziale della vera bellezza, infatti, già evidenziata da Platone, consiste nel comunicare all’uomo una salutare “scossa”, che lo fa uscire da se stesso, lo strappa alla rassegnazione, all’accomodamento del quotidiano, lo fa anche soffrire, come un dardo che lo ferisce, ma proprio in questo modo lo “risveglia” aprendogli nuovamente gli occhi del cuore e della mente, mettendogli le ali, sospingendolo verso l’alto” (Benedetto XVI, Incontro con gli artisti, 21 novembre 2009).

A sua volta, il pontefice gesuita aggiunge un ulteriore elemento nel distinguere tra “un’allegria divertente di un momento” e una gioia duratura che “rimarrà lì nelle anime di tutti e farà tanto bene a tutti”, riecheggiando quel discernimento degli spiriti di cui è maestro il suo fondatore Sant’Ignazio di Loyola. Negli Esercizi Spirituali, Ignazio ci invita a riconoscere l’albero dai suoi frutti (cfr Lc 6 ,43 ss), poiché quando c’è vera gioia spirituale, “l’anima continua nel fervore e avverte il favore divino e gli effetti che seguono la consolazione passata”. In altre parole, la gioia che scaturisce dalla vera bellezza si contraddistingue dalla continuità dei suoi effetti, nella misura in cui ci guarisce dal ripiegamento in noi stessi, ci libera dalle nostre gabbie interiori, ridestando l’apertura verso il reale e la meraviglia di far parte di una famiglia “cosmica” che va da Dio al prossimo, passando per l’intera Creazione.

“Voi non l’avete visto, ma quel cavaliere Nero si è fermato proprio qui, e stava strisciando verso noi, quando giunsero le note della canzone. Appena ha sentito le voci è fuggito via” (JRRT)

La funzione guaritrice della bellezza emerge sin dai tempi antichi. Nel primo libro di Samuele, al re Saul viene proposta una “terapia” musicale di fronte ai turbamenti di uno spirito cattivo – e i Padri del Deserto insegnano che lo spirito cattivo non spaventa necessariamente con corna e zampe caprine, ma anche molto più sottilmente attraverso la multiforme minaccia dei pensieri negativi.

Comandi il signor nostro ai ministri che gli stanno intorno e noi cercheremo un uomo abile a suonare la cetra. Quando il sovrumano spirito cattivo ti investirà, quegli metterà mano alla cetra e ti sentirai meglio” (1 Sam 16,16). Per Saul trovarono un cantore d’eccezione che sarebbe divenuto il suo successore. “Quando dunque lo spirito sovrumano investiva Saul, Davide prendeva in mano la cetra e suonava: Saul si calmava e si sentiva meglio e lo spirito cattivo si ritirava da lui” (1 Sam 16,23).

Sarà per questo che talora nei momenti di sconforto cerchiamo rifugio nella musica – salvo rinchiudersi ancora di più negli auricolari –, o in mezzo al verde, per spegnere le luci e i rumori del quotidiano, e lasciar spazio ai colori della Creazione, al profumo di un prato, alla calma silente di un lago, al cinguettio degli uccelli, allo scroscio dell’acqua, al candore di una cima innevata come neonati piangenti che cercano riposo nell’abbraccio materno. Cerchiamo, in definitiva, di rompere le varie gradazioni di grigio che dominano il nostro mondo e tornare a godere un po’ di quello che doveva essere l’orizzonte quotidiano di tempi andati, certamente carenti di molte comodità materiali (di cui, beninteso, sarebbe assurdo privarci), ma forse meglio di noi attrezzati ad accogliere la vita nel suo inestricabile intreccio di gioie e dolori. Tempi che ci hanno donato non solo castelli e cattedrali, bensì un istinto della bellezza disseminato nelle umili ma splendide casette dei nostri centri storici, in paesaggi incantevoli plasmati dalla sapienza di generazioni di contadini, persino nei corredi cuciti con arte dalle madri per le figlie e dove anche la fatica delle faccende domestiche si trasfigurava nel canto delle lavandaie – avete invece mai visto qualcuno cantare, o almeno sorridere, mentre fa il bucato nelle nostre lavatrici self service a gettoni? Di quel mondo abituato alla lode traspariva un’eco nell’anziana signora che vidi passare un giorno: portava sulla testa con eleganza il suo cesto di vimini e durante il tragitto…cantava! Cantava, come aveva imparato da ragazza, in un’epoca lontana anni luce dalla nostra – benché distante solo poco più di mezzo secolo – e paradossalmente più vicina a quella Palestina di duemila anni fa, in cui una semplice ragazza di Nazareth improvvisava spontaneamente un celebre inno: “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore…” (Lc 1,46-47).

…si accorsero improvvisamente che il canto sgorgava spontaneamente dalle loro labbra, quasi fosse più semplice e naturale cantare che parlare” (JRRT)

Al declinare degli inni corrisponde il mutismo delle pietre: all’incanto dei borghi e dei paesaggi – confinati a “riserve turistiche” – si è sostituito il proliferare di “non luoghi” costruiti e abitati da gente che non ha più nulla da cantare forse perché ha smesso anche di sorridere. Archiviato ogni legame trascendente, verso l’alto e verso l’altro, ritrovandosi senza Padre e senza fratelli, prigioniero del proprio individualismo, l’uomo moderno non trova più cetre in grado di scuoterlo dal torpore.

Ma sei capace di gridare quando la tua squadra segna un goal e non sei capace di cantare le lodi al Signore? Di uscire un po’ dal tuo contegno per cantare questo?” chiedeva il Santo Padre, invitando a esaminarci sulla capacità di lodare: “Ma come va la mia preghiera di lode? Io so lodare il Signore? So lodare il Signore o quando prego il Gloria o prego il Sanctus lo faccio soltanto con la bocca e non con tutto il cuore?” (Omelia a S.Marta, 28 gennaio 2014).

L’arte esprime la lode, ma l’uomo moderno ne è divenuto incapace, imprigionato in quell’ “affarismo materiale che sempre ci circonda e ci abbassa, ci toglie la gioia”. Si rende grazie quando si riconosce di aver ricevuto un dono, non quando si concepisce l’intera realtà come qualcosa di interamente prodotto da noi stessi o comunque manipolabile a comando. Si ringrazia per il sole che illumina e scalda, per la pioggia che feconda la terra, per il legno e la pietra, per l’acqua e il fuoco, per il raccolto, per la festa, ma quale lode potranno mai ispirare le colate di cemento e le luci artificiali? Possiamo ancora costruire castelli e cattedrali, colonne e le vetrate, persino le colline, le siepi, ma tutto questo necessita di un solido fondamento, poiché la bellezza ha come fondamento la dimensione festiva della realtà, riflesso di quella primordiale contemplazione di Dio stesso all’atto della Creazione: “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Gn1,29). Non importa quanto grigio invada il nostro orizzonte, né quanto dolore affligga la nostra vita: le generazioni passate non mancavano di contrarietà, tuttavia cantavano e facevano cantare persino la materia, facendo di una piccola chiesetta di campagna uno scrigno di bellezza, vivendo anche le fatiche nella prospettiva di quella festa cosmica che intravediamo tra le pieghe (e le piaghe!) del quotidiano. “Se già non lo fai, prendi l’abitudine di pregare – raccomandava J.R.R.Tolkien a suo figlio che si trovava in guerra –  Io prego molto (in latino): il Gloria Patri, il Gloria in Excelsis, il Laudate Dominum; il Laudate Pueri Dominum (a cui sono particolarmente affezionato), uno dei salmi domenicali; e il Magnificat; anche la Litania di Loreto (con la preghiera del Sub tuum presidium). Se nel cuore hai queste preghiere non avrai mai bisogno di altre parole di conforto”.  Per ricominciare a costruire, perché il mondo intorno a noi ricominci a cantare, risvegliandosi dalla tristezza, non occorre cercare lontano: dobbiamo recuperare la cetra nel nostro stesso cuore.

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Il senso della Grazia che pervade l’opera di Tolkien

Posté par atempodiblog le 26 mars 2015

Il senso della Grazia che pervade l’opera di Tolkien
Tratto da: Il Timone

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Michael White, autore di libri di giornalismo scientifico, ha pubblicato anche La vita di J.R.R. Tolkien (trad. it., Bompiani, Milano 2002). White è tutto tranne che un apologeta del cattolicesimo di Tolkien – che presenta costantemente sotto una luce irreale o addirittura come esempio di fanatismo – e decisamente non è un esegeta meticoloso della sua produzione narrativa. Che quindi White sia in grado, del tutto liberamente, di mettere in evidenza quanto segue, costituisce un elemento di valore non secondario. Infatti,

«[...] l’aspetto religioso più curioso del libro [Il Signore degli Anelli] non riguarda tanto gli elementi che concorrono a creare i personaggi chiave, ma una sottile tendenza nascosta implicita nel raccontare la storia, e nella scansione del tempo. Nell’Appendice B del Signore degli Anelli ci viene detto che la Compagnia lascia Granburrone per iniziare la sua missione il 25 dicembre. Il giorno in cui Frodo e Sam riescono a distruggere l’Anello, il giorno in cui viene gettato nella Voragine del Fato e la nuova Era inizia davvero, nel calcolo degli anni di Gondor, è il 25 marzo. Anche se questa data non significa nulla per la maggior parte della gente, nella vecchia tradizione inglese (materia con cui Tolkien aveva molta familiarità), il 25 marzo era la data del primo venerdì santo, la data della crocifissione di Cristo».

Inoltre, «[p]er altre due ragioni il 25 marzo è una data significativa nella tradizione cristiana. È la felix culpa, la data della cacciata di Adamo ed Eva e anche la data dell’Annunciazione e del concepimento di Cristo, esattamente nove mesi prima della sua nascita il 25 dicembre».

Secondo White, ciò significa
«[...] che gli eventi principali nella storia dei come viene distrutto l’Anello e sconfitto Sauron si svolgono nel mitico [sic] periodo fra la nascita di Cristo (il 25 dicembre) e la sua morte (il 25 marzo). Non ci sarebbe ragione di inserirlo nella storia se non come forma di sottile “messaggio nascosto”. Tolkien sta imponendo la sua fede su un mondo pagano, i suoi personaggi svolgono il loro ruolo in un vuoto non cristiano, ma il loro “subcreatore” può farli muovere in una struttura temporale che è cristiana; dopo tutto, ha lui l’ultima parola. Oltre a questo, quello che voleva dire Tolkien quando sosteneva che la sua opera era di natura cristiana, e persino cattolica, era il senso della Grazia che pervade l’opera. I suoi personaggi vivono in un mondo [...] in cui la fede da sola può far accadere le cose. Non è una semplice questione di forza di volontà o di determinazione [...]. E anche se nella narrativa di Tolkien non c’è un cristianesimo specifico, non ci sono Bibbie, crocifissi o altari, “lo spirito cristiano” è dappertutto».

Non scordiamoci questa fondamentale impostazione narrativa di Tolkien quando ne facciamo un fenomeno da baraccone buono per ogni palato. Tolkien, infatti, ci parla costantemente, in maniera immaginifica e bella, dell’unica verità che salva, la verità di Cristo.

Per approfondire ulteriormente la dimensione cattolica dell’opera tolkienana, non scordatevi il dossier pubblicato da 2e2mot5 dans Diego Manetti Il Timone.

2e2mot5 dans Diego Manetti La vita dell’uomo non è una tragedia, ma un felice ritorno a casa

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Dite “Amici” ed entrate

Posté par atempodiblog le 14 février 2015

Sentite bene questo: saper entrare con cortesia nella vita degli altri. E non è facile, non è facile. A volte invece si usano maniere un po’ pesanti, come certi scarponi da montagna! L’amore vero non si impone con durezza e aggressività. Nei Fioretti di san Francesco si trova questa  espressione: «Sappi che la cortesia è una delle proprietà di Dio… e la cortesia è sorella della carità, la quale spegne l’odio e conserva l’amore» (Cap. 37).

Papa Francesco

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Dite “Amici” ed entrate
di don Fabio Bartoli – La fontana del villaggio

Nel Signore degli Anelli c’è una scena in cui Gandalf deve decifrare un enigma per entrare nelle miniere di Moria, l’antico regno dei Nani, e la risposta all’enigma è: dite “amici” ed entrate.

Amico è la parola d’ordine segreta che apre la via verso il profondo, verso l’intimità dell’altro, verso il regno splendente nascosto in fondo all’uomo. Solo chi si dichiara “amico” sarà fatto entrare perché chi facesse entrare altri che non sono amici mostrerebbe di aver poca considerazione di sé e del proprio valore. Mi lascerò abitare solo da chi si lascia abitare da me. Mi consegnerò solo a colui che si arrende a me.

La soglia di Moria è tenebrosa, entrare nell’amicizia, nel cuore dell’altro, non vuol dire necessariamente entrare in un luogo di delizie. La Compagnia dell’Anello giunge a Moria credendo di trovare in essa un luogo di riparo e un rifugio e si trovano invece a dover affrontare mille pericoli nell’attraversarla.

Così ciò che distingue l’amicizia non è il fatto che sia in sé piacevole, anzi, a volte non lo è affatto, ma è sempre uno scendere nel profondo, un avanzare dentro l’amico passo dopo passo, uno scendere nelle sue profondità, che a volte sono profondità infernali, insieme. Anzi nel fondo della miniera quasi sempre è nascosto un balrog, un demone infernale, e solo la presenza dell’amico mi darà il coraggio di affrontarlo e scacciarlo.

Per questo l’amico è essenziale, perché senza di lui non inizierei questo cammino dentro di me, è troppo faticoso, troppo oscuro. L’amico è colui che mi permette di conoscermi davvero, colui che apre a me stesso la via delle mie profondità, colui che mi dà il coraggio di riappropiarmi del mio regno perduto.

Come accade a Gimli e Legolas, mentre si addentrano nelle miniere, aprendogli la mia casa interiore e lasciandomi abitare dall’amico, visito io stesso questa casa: dò aria a stanze dove non entravo magari da decenni, scopro corridoi e collegamenti che nemmeno sapevo che esistessero e lui mi mostra bellezze che ignoravo, il suo sguardo amante su di me mi restituisce fiducia in me stesso, la sua presenza mi consente di affrontare nemici che mi avevano sempre terrorizzato.

Essendo penetrato nel mio intimo, l’amico è il solo autorizzato a giudicarmi. Si sente spesso dire che per essere oggettivi bisogna giudicare le cose “da fuori”, cioè senza farsi influenzare da valutazioni personali. In realtà però, tutti noi quando veniamo giudicati vorremmo essere giudicati “da dentro”, cioè a partire dalle nostre motivazioni e dai nostri sentimenti. Solo un amico può giudicarci così, conoscendo pienamente il perché delle nostre scelte e il processo che le ha generate.

Non voglio essere troppo tranciante, ma non credo che sia davvero possibile una vita interiore senza amicizia, perché credo che senza un amico sia impossibile conoscersi davvero. Nel nostro immaginario l’uomo spirituale è il solitario che dedica lunghe ore all’introspezione e alla meditazione e sicuramente queste due dimensioni sono indispensabili a chi voglia crescere interiormente, ma la sapienza della Chiesa ha sempre saputo quanto è difficile inoltrarsi da soli in certe vie e l’eremitaggio è sempre stata una eccezione, mentre i monaci, cioè i pionieri dell’interiorità, si sono generalmente organizzati in cenobi, comunità di amici appunto, che si sostengono a vicenda in questa avventura. Basta leggere anche pochi degli apoftegmi dei padri del deserto per rendersi conto di quanta stima avessero del valore dell’amicizia quelle aquile solitarie dello spirito.

Nell’amore dell’amico capisco di essere amabile io stesso. Proprio perché è libero e gratuito, proprio perché non ho alcun diritto ad esso, il fatto che l’amico mi ami mi dice che c’è in me qualcosa di prezioso e degno di essere amato in sé. Per questo bisogna avere il coraggio di farlo entrare senza riserve nelle proprie profondità, perché solo se si rischia, aprendosi incondizionatamente, si può ricevere la guarigione interiore prodotta dall’amore incondizionato. Per questo si dice che chi trova un amico trova un tesoro, è proprio così: è il tesoro di te stesso, o meglio è te stesso come un tesoro ciò che trovi lasciando entrare l’amico nelle tue profondità.

Naturalmente chi entra nelle profondità dell’altro dovrà farlo con una delicatezza infinita. Dimostrerebbe di non aver compreso quanto è rara e preziosa la fiducia ricevuta colui che si addentrasse nell’intimità di un amico con il passo spavaldo del conquistatore, con l’occhio del padrone, di chi dispone di qualcosa che è suo.

È vero, egli si è donato a me, in un certo modo mi ha autorizzato ad entrare, ma questo non lo rende mia proprietà, anzi, proprio la confidenza che mi è stata data deve riempirmi di timore, nella preoccupazione di ferire colui che con tanta generosità mi ha offerto i suoi tesori più preziosi. “La mia casa è la tua casa”, dicono i sudamericani accogliendo un ospite e lo stesso vale nell’amicizia, ma questo non ci autorizza a sporcare ed invadere la casa che ci accoglie.

Grazie all’amico infine io percepisco la mia vita come storia. Una storia non è un semplice succedersi di eventi, ma è il filo che collega questi eventi tra loro. Senza un amico la vita assomiglia ad un libro le cui pagine siano state strappate e rimescolate a caso, è una vita senza una trama. Aiutandomi a riconciliarmi con il mio passato, rendendomi amabile il presente, l’amico mi proietta verso il futuro, mi permette di guardare avanti con speranza. Accanto all’amico vedo con più lucidità la meta ed ho la consapevolezza che il cammino sarà meno faticoso.

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