Papa Francesco: anche se la nostra storia appare “rovinata”, con Dio possiamo ricominciare

Posté par atempodiblog le 7 mars 2026

“Felici coloro che bevevano lo sguardo dei tuoi occhi”.
Charles Péguy

Gesù e la Samaritana

Papa Francesco: anche se la nostra storia appare rovinata, con Dio possiamo ricominciare

Cari fratelli e sorelle,
dopo aver meditato sull’incontro di Gesù con Nicodemo, il quale era andato a cercare Gesù, oggi riflettiamo su quei momenti in cui sembra proprio che Lui ci stesse aspettando proprio lì, in quell’incrocio della nostra vita. Sono incontri che ci sorprendono, e all’inizio forse siamo anche un po’ diffidenti: cerchiamo di essere prudenti e di capire che cosa sta succedendo.

Questa probabilmente è stata anche l’esperienza della donna samaritana, di cui si parla nel capitolo quarto del Vangelo di Giovanni (cfr 4,5-26). Lei non si aspettava di trovare un uomo al pozzo a mezzogiorno, anzi sperava di non trovare proprio nessuno. In effetti, va a prendere l’acqua al pozzo in un’ora insolita, quando è molto caldo. Forse questa donna si vergogna della sua vita, forse si è sentita giudicata, condannata, non compresa, e per questo si è isolata, ha rotto i rapporti con tutti.

Per andare in Galilea dalla Giudea, Gesù avrebbe potuto scegliere un’altra strada e non attraversare la Samaria. Sarebbe stato anche più sicuro, visti i rapporti tesi tra giudei e samaritani. Lui invece vuole passare da lì e si ferma a quel pozzo proprio a quell’ora! Gesù ci attende e si fa trovare proprio quando pensiamo che per noi non ci sia più speranza. Il pozzo, nel Medio Oriente antico, è un luogo di incontro, dove a volte si combinano matrimoni, è un luogo di fidanzamento. Gesù vuole aiutare questa donna a capire dove cercare la risposta vera al suo desiderio di essere amata.

Il tema del desiderio è fondamentale per capire questo incontro. Gesù è il primo a esprimere il suo desiderio: «Dammi da bere!» (v. 10). Pur di aprire un dialogo, Gesù si fa vedere debole, così mette l’altra persona a suo agio, fa in modo che non si spaventi. La sete è spesso, anche nella Bibbia, l’immagine del desiderio. Ma Gesù qui ha sete prima di tutto della salvezza di quella donna. «Colui che chiedeva da bere – dice Sant’Agostino – aveva sete della fede di questa donna».

Se Nicodemo era andato da Gesù di notte, qui Gesù incontra la donna samaritana a mezzogiorno, il momento in cui c’è più luce. È infatti un momento di rivelazione. Gesù si fa conoscere da lei come il Messia e inoltre fa luce sulla sua vita. La aiuta a rileggere in modo nuovo la sua storia, che è complicata e dolorosa: ha avuto cinque mariti e adesso sta con un sesto che non è marito. Il numero sei non è casuale, ma indica di solito imperfezione. Forse è un’allusione al settimo sposo, quello che finalmente potrà saziare il desiderio di questa donna di essere amata veramente. E quello sposo può essere solo Gesù.

Quando si accorge che Gesù conosce la sua vita, la donna sposta il discorso sulla questione religiosa che divideva giudei e samaritani. Questo capita a volte anche a noi mentre preghiamo: nel momento in cui Dio sta toccando la nostra vita coi suoi problemi, ci perdiamo a volte in riflessioni che ci danno l’illusione di una preghiera riuscita. In realtà, abbiamo alzato delle barriere di protezione. Il Signore però è sempre più grande, e a quella donna samaritana, alla quale secondo gli schemi culturali non avrebbe dovuto neppure rivolgere la parola, regala la rivelazione più alta: le parla del Padre, che va adorato in spirito e verità. E quando lei, ancora una volta sorpresa, osserva che su queste cose è meglio aspettare il Messia, Lui le dice: «Sono io, che parlo con te» (v. 26). È come una dichiarazione d’amore: Colui che aspetti sono io; Colui che può rispondere finalmente al tuo desiderio di essere amata.

A quel punto la donna corre a chiamare la gente del villaggio, perché è proprio dall’esperienza di sentirsi amati che scaturisce la missione. E quale annuncio potrà mai aver portato se non la sua esperienza di essere capita, accolta, perdonata? È un’immagine che dovrebbe farci riflettere sulla nostra ricerca di nuovi modi per evangelizzare.

Proprio come una persona innamorata, la samaritana dimentica la sua anfora ai piedi di Gesù. Il peso di quell’anfora sulla sua testa, ogni volta che tornava a casa, le ricordava la sua condizione, la sua vita travagliata. Ma adesso l’anfora è deposta ai piedi di Gesù. Il passato non è più un peso; lei è riconciliata. Ed è così anche per noi: per andare ad annunciare il Vangelo, abbiamo bisogno prima di deporre il peso della nostra storia ai piedi del Signore, consegnare a Lui il peso del nostro passato. Solo persone riconciliate possono portare il Vangelo.

Cari fratelli e care sorelle, non perdiamo la speranza! Anche se la nostra storia ci appare pesante, complicata, forse addirittura rovinata, abbiamo sempre la possibilità di consegnarla a Dio e di ricominciare il nostro cammino. Dio è misericordia e ci attende sempre!

Catechesi del Santo Padre Francesco preparata per l’Udienza Generale del 26 marzo 2025
Ciclo di Catechesi – Giubileo 2025. Gesù Cristo nostra speranza. II. La vita di Gesù. Gli incontri. 2. La Samaritana. «Dammi da bere!» (Gv 4,7)

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Leone XIV: il mondo non si salva affilando le spade ma nel perdono, accogliendo tutti

Posté par atempodiblog le 1 janvier 2026

Leone XIV: il mondo non si salva affilando le spade ma nel perdono, accogliendo tutti
Nella Solennità di Maria Madre di Dio, il Papa presiede la Messa nella Basilica vaticana e, all’inizio del nuovo anno, incoraggia a vivere liberi e portatori di libertà, perdonati e dispensatori di perdono, aperti allo spirito di fratellanza senza calcoli e senza paura. E, in prossimità della fine del Giubileo della speranza, l’invito è di accostarsi al presepe, nella fede, come al luogo della pace disarmata e disarmante per eccellenza
di Antonella Palermo – Vatican News

Sua Santità Papa Leone XIV

“Nella gioia dell’Ottava del Santo Natale veneriamo Maria Santissima Madre di Dio, che ha dato al mondo il Principe della pace, colui che ci riconcilia nel suo amore”

Fin dall’Atto penitenziale della Messa presieduta dal Papa nella Basilica di San Pietro, in campo c’è la pace, così preziosa e così fragile, dono ricevuto ma da chiedere costantemente, poiché costantemente posto a rischio dalle bramosie dell’uomo. Nella 59ma Giornata Mondiale della Pace che si celebra oggi, 1 gennaio, la liturgia si fa canto di lode per la verginità feconda grazie alla quale Dio ha voluto donare agli uomini, come recita la preghiera di colletta all’inizio della celebrazione, i beni della salvezza eterna. È quel paradosso rimarcato ieri sera ai Primi Vespri.

Freccia dans Viaggi & Vacanze IL TESTO INTEGRALE DELL’OMELIA DI SUA SANTITA’ LEONE XIV

Un anno nuovo, una vita nuova
Nell’omelia, commentando le letture bibliche, il Pontefice ricorda, di fronte a 5.500 fedeli presenti in basilica e alla Chiesa tutta, la bellissima benedizione del Signore espressa nel Libro dei Numeri ed evidenzia il rapporto tra Dio e il popolo di Israele, la dimensione sacra e feconda del dono, la promessa di una terra in cui vivere e crescere senza più ceppi e catene: insomma, una rinascita.

All’inizio del nuovo anno, la Liturgia ci ricorda che ogni giorno può essere, per ciascuno di noi, l’inizio di una vita nuova, grazie all’amore generoso di Dio, alla sua misericordia e alla risposta della nostra libertà. Ed è bello pensare in questo modo all’anno che inizia: come a un cammino aperto, da scoprire, in cui avventurarci, per grazia, liberi e portatori di libertà, perdonati e dispensatori di perdono, fiduciosi nella vicinanza e nella bontà del Signore che sempre ci accompagna.

Sentire l’abbraccio paterno di Dio
Citando la Gaudium et spes , il Papa evoca il destino meraviglioso promesso dal Creatore.

All’inizio dell’anno, mentre ci mettiamo in cammino verso i giorni nuovi e unici che ci attendono, chiediamo al Signore di sentire in ogni momento, attorno a noi e su di noi, il calore del suo abbraccio paterno e la luce del suo sguardo benedicente, per comprendere sempre meglio e avere costantemente presente chi siamo e verso quale destino meraviglioso procediamo. Al tempo stesso, però, anche noi diamogli gloria, con la preghiera, con la santità della vita e facendoci gli uni per gli altri specchio della sua bontà.

Il mondo non si salva eliminando i fratelli
Il Papa agostiniano ricorda quanto il Padre della Chiesa scriveva in uno dei suoi sermoni in cui parlava della totale gratuità dell’amore di Dio, tratto fondamentale di un amore disarmato e disarmante. Parole quanto mai opportune in un tempo, come quello attuale, insidiato da progetti bellici ciechi e senza scrupoli. Le spade dell’antichità sono le sofisticate armi di oggi.

E questo per insegnarci che il mondo non si salva affilando le spade, giudicando, opprimendo, o eliminando i fratelli, ma piuttosto sforzandosi instancabilmente di comprendere, perdonare, liberare e accogliere tutti, senza calcoli e senza paura.

Maria, l’incontro tra la sua realtà disarmata e quella di Dio
Leone tratteggia la bellezza di Maria, discepola umile che ha accompagnato la missione di Gesù fino alla croce. E lo ha fatto con un atteggiamento di sana arrendevolezza e passività che diventa docilità del cuore dove l’amore può raggiungere e trasformare completamente. Lo spiega il Papa:

Lei ha abbassato ogni difesa, rinunciando ad aspettative, pretese e garanzie, come sanno fare le mamme, consacrando senza riserve la sua vita al Figlio che per grazia aveva ricevuto, perché a sua volta lo ridonasse al mondo. Nella Maternità Divina di Maria vediamo così l’incontro di due immense realtà “disarmate”: quella di Dio che rinuncia ad ogni privilegio della sua divinità per nascere secondo la carne (cfr Fil 2,6-11) e quella della persona che con fiducia ne abbraccia totalmente il volere, rendendogli l’omaggio, in un atto perfetto d’amore, della sua potenza più grande: la libertà.

Guardare al Presepe
Il volto, una delle parole che più ricorrono nell’omelia di oggi. Perché la fede in Gesù Cristo è contemplare Dio fatto carne. In quella Natività, suggerisce il Successore di Pietro, immergersi. L’invito segue un’ampia citazione di San Giovanni Paolo II che il Papa fa sua. Erano le parole pronunciate alla fine del Giubileo del 2000, quando parlava del grande dono del perdono ricevuto e donato, nel ricordo dei martiri. Questa gioia che ne scaturisce deve spronare a una coraggiosa disponibilità” per ripartire nel cammino di ogni giorno. Così conclude oggi il Papa:

In questa Festa solenne, all’inizio del nuovo anno, in prossimità della conclusione del Giubileo della speranza, accostiamoci al Presepe, nella fede, come al luogo della pace “disarmata e disarmante” per eccellenza, luogo della benedizione, in cui fare memoria dei prodigi che il Signore ha compiuto nella storia della salvezza e nella nostra esistenza, per poi ripartire, come gli umili testimoni della grotta, «glorificando e lodando Dio» (Lc 2,20) per tutto ciò che abbiamo visto e udito. Sia questo il nostro impegno, il nostro proposito per i mesi a venire, e sempre per la nostra vita cristiana.

La preghiera universale con l’invocazione per la pace
Nell’introduzione alle intenzioni della Preghiera universale, si menzionano gli eredi del Regno in cui risplende la pienezza della pace. E la supplica per ottenere la pace si fa esplicita ancora una volta da parte dell’assemblea: Il Dio della pace allontani da ogni popolo l’orrore della guerra, faccia tacere il rumore delle armi, doni armonia e concordia al mondo intero. Il pensiero va in particolare ai governanti perché siano ispirati da Dio con propositi di giustizia e di pace. Siano orientati, è la preghiera della Chiesa, verso opere e gesti di fraternità con azioni concrete per la salvaguardia e la cura del creato.

I doni dell’offertorio, portati dai cantori della stella che nei Paesi di aerea germanofona raccolgono fondi per l’infanzia missionaria, vedono sfilare due famiglie con tre e quattro figli verso l’altare. Ci sono anche tre giovani, due ragazze e un ragazzo, con gli abiti dei Magi, alla processione. Sì, i giovani, il futuro. I giovani assetati di pace e speranza. Quella speranza simboleggiata dall’effige lignea, proveniente dalla parrocchia di San Marco di Castellabate (SA) e posizionata per i giorni di chiusura del Giubileo accanto all’altare della Confessione in San Pietro, dove, al termine della celebrazione eucaristica, il Vescovo di Roma sosta alcuni istanti per un omaggio e un ulteriore intimo affidamento.

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Cristo regna dalla Croce/ La potenza d’amore che emana da quel Cuore trafitto

Posté par atempodiblog le 23 novembre 2025

Cristo regna dalla Croce/ La potenza d’amore che emana da quel Cuore trafitto
di Padre Livio Fanzaga – La pazienza di Dio. Vangelo per la vita quotidiana, Ed. Piemme

Cristo re dell'universo dans Anticristo Cristo-Re-dell-Universo

Il potere del maligno è stato sconfitto
La festa della regalità universale di Gesù Cristo riveste un valore straordinario, se la cogliamo nel suo genuino significato. Essa vuole affermare una verità evangelica fondamentale e cioè che il mondo, caduto fin dal principio sotto il potere del maligno a causa del peccato, è stato redento. Il giogo con cui satana teneva assoggettati gli uomini è stato spezzato e ora è Gesù Cristo il Re dei re e il Signore dei signori, come lo chiama l’Apocalisse.

San Paolo sintetizza con una frase molto efficace l’opera della redenzione, quando afferma che per mezzo del suo Figlio diletto il Padre “ci ha liberati dal potere delle tenebre”. Anche Gesù fa spesso allusione al potere tenebroso del maligno, che incombe in modo particolare nel momento della passione. Egli ne conosce molto bene la forza e si guarda bene dal sottovalutarla. Non esita infatti a chiamare satana “il principe di questo mondo”, mentre l’apostolo Giovanni afferma che “tutto il mondo è posto sotto il potere del maligno”.

Ebbene, Gesù è quel “forte” sul quale il principe di questo mondo non ha nessun potere. Egli lo caccerà fuori dal regno che gli appartiene per diritto di creazione e di redenzione. Con la venuta di Cristo e il compimento della salvezza “il principe d questo mondo è stato giudicato”.

Cristo è Re, ma si è conquistato il Regno sconfiggendo satana. Ed è proprio sotto la croce che il duello immane ha vissuto il suo momento culminante. […]

Siamo stati liberati dalla croce
Gli uomini hanno costruito i regni con la forza delle armi e del denaro. Perfino le religioni a volte si sono imposte con questi metodi. Gesù al contrario ha riconquistato il mondo al Padre mediante la sofferenza e l’amore. Gesù in croce infligge il colpo mortale al potere del maligno perché oppone la sua obbedienza alla disobbedienza, la sua umiliazione alla ribellione, la sua mitezza alla violenza, il suo perdono all’odio distruttore.

È respingendo il male col bene che Gesù ha vinto l’immane duello e ha ottenuto la più grande delle vittorie. Quando satana, infliggendo a Gesù il supplizio della croce, credeva di averlo vinto per sempre; quando pensava di aver compiuto il suo grande capolavoro facendo l’uomo complice del più nefando e orrendo dei delitti, ecco che invece viene vinto dalla potenza d’amore che emana da quel Cuore trafitto. […]

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Udienza. Papa Leone: «Portare amore tra le macerie dell’odio che uccide»

Posté par atempodiblog le 24 septembre 2025

Udienza. Papa Leone: «Portare amore tra le macerie dell’odio che uccide»
Durante l’udienza di stamattina il Pontefice ha ricordato che perfino oggi «la morte non è l’ultima parola». Poi ha invitato tutti al Rosario per la pace, sabato 11 ottobre in piazza San Pietro
di Agnese Palmucci – Avvenire

Udienza. Papa Leone: «Portare amore tra le macerie dell'odio che uccide» dans Articoli di Giornali e News Recitare%20il%20Santo%20Rosario

Un rosario in piazza San Pietro per continuare, insieme, la preghiera incessante per la pace. Papa Leone XIV, durante l’udienza generale di stamattina in piazza, ha invitato tutti sabato 11 ottobre, alle ore 18, a vivere il momento di preghiera «insieme in piazza San Pietro nella veglia del Giubileo della Spiritualità mariana» ricordando «anche l’anniversario dell’apertura del Concilio vaticano II». Il Pontefice, però, ha poi raccomandato a ciascuno di proseguire con la recita della preghiera mariana per la pace, «personalmente, in famiglia, in comunità», «ogni giorno del prossimo mese» di ottobre, particolarmente dedicato al rosario. Per l’occasione dell’evento giubilare, sabato 11 ottobre sarà presente in piazza san Pietro, durante la veglia, anche la statua originale della Madonna di Fatima che, nel maggio del 1917, apparendo ai pastorelli della cittadina portoghese chiese di recitare «il rosario tutti i giorni per ottenere la pace nel mondo e la fine della guerra».

La «morte non è mai l’ultima parola»
In una piazza san Pietro gremita di fedeli da ogni parte del mondo, nonostante la pioggia, il Pontefice ha proseguito il ciclo di meditazioni legate all’anno giubilare proseguendo oggi la catechesi sul sabato santo con la prima lettera di Pietro: «E nello spirito andò a portare l’annuncio anche alle anime prigioniere» (1Pt 3,19). Nel racconto della discesa di Cristo agli inferi, prima della Pasqua, ha sottolineato Prevost, egli «entra per così dire, nella casa stessa della morte, per svuotarla, per liberarne gli abitanti, prendendoli per mano ad uno ad uno». Parole, quelle del Papa sul sabato santo, giorno che annuncia già come «la morte» non sia «mai l’ultima parola», che arrivano chiare e dirette come abbraccio a chi soffre per i conflitti, nelle ore in cui continuano senza sosta gli attacchi sui civili di Gaza city da parte dell’esercito di difesa israeliano.

Cristo raggiunge ogni “inferno quotidiano”
Un Dio che, «secondo la tradizione», si è «addentrato nelle tenebre più fitte per raggiungere anche l’ultimo dei suoi fratelli e sorelle», ha continuato il Papa, è un Dio che conosce “gli inferni” degli uomini sulla Terra. «Gli inferi, nella concezione biblica, sono non tanto un luogo, quanto una condizione esistenziale: – ha aggiunto Leone – quella condizione in cui la vita è depotenziata e regnano il dolore, la solitudine, la colpa e la separazione da Dio e dagli altri». E, ancora riguardo agli “inferi”, il Papa ha sottolineato come questi riguardino anche «l’inferno quotidiano della solitudine, della vergogna, dell’abbandono, della fatica di vivere». Ma Cristo raggiunge gli uomini «anche in questo abisso, varcando le porte di questo regno di tenebra» per «testimoniare l’Amore del Padre».

Portare amore tra le macerie dell’odio che uccide
Salutando i fedeli portoghesi, il Pontefice ha ricordato infatti come «in questo nostro tempo, tra le macerie dell’odio che uccide», «il Signore Risorto non smetta mai di cercarci e, quando ci trova prigionieri delle tenebre, gioisce nel riportarci alla luce della vita». L’invito di Gesù, però, è quello di farsi «portatori» del suo amore «che illumina e rialza l’umanità». Nel saluto ai fedeli di lingua araba, invece, Leone si è rivolto in particolare agli studenti, all’inizio del nuovo anno scolastico, esortandoli a «preservare la fede e nutrirvi di scienza», per un «futuro migliore in cui l’umanità possa godere di pace e tranquillità».

Non c’è storia così compromessa da non essere raggiunta da Dio
Questo evento così particolare della discesa agli inferi di Cristo, consegnato dalla liturgia e dalla tradizione, rappresenta per il Papa «il gesto più profondo e radicale dell’amore di Dio per l’umanità», perché «il Signore scende là dove l’uomo si è nascosto per paura, e lo chiama per nome, lo prende per mano, lo rialza, lo riporta alla luce». Il Sabato Santo è, allora, la testimonianza di un Dio che porta in salvo tutti, «il giorno in cui il cielo visita la terra più in profondità», «il tempo in cui ogni angolo della storia umana viene toccato dalla luce della Pasqua». Non ci saranno mai notti troppo scure, ha aggiunto Prevost, «nemmeno le nostre colpe più antiche, nemmeno i nostri legami spezzati», «non c’è passato così rovinato, non c’è storia così compromessa che non possa essere toccata dalla misericordia».

Vivere da persone “rialzate”
È già l’annuncio della Pasqua. «Scendere, per Dio, non è una sconfitta ma il compimento del suo amore», ha concluso il Papa, «non è un fallimento, ma la via attraverso cui Egli mostra che nessun luogo è troppo lontano, nessun cuore troppo chiuso, nessuna tomba troppo sigillata per il suo amore». Ogni volta in cui sembrerà di aver “toccato il fondo”, la buona notizia è che Dio, da lì, «è capace di cominciare una nuova creazione». L’appello è, dunque, a vivere da “persone rialzate”, consapevoli che, proprio nel tempo del silenzio e della rassegnazione, nel Sabato Santo, «Cristo presenta tutta la creazione al Padre per ricollocarla nel suo disegno di salvezza».

I saluti del Papa dopo l’udienza
Papa Leone, al termine dell’udienza, ha salutato i pellegrini di lingua francese presenti all’udienza, in particolare, i fedeli provenienti dal Senegal, dal Canada, dal Belgio e dalla Francia, a cui ha chiesto di imparare a lasciare spazio, nella vita, al «silenzio», che «si rivela favorevole all’azione salvifica di Cristo nelle nostre anime».

Poi ha dato il benvenuto ai fedeli lingua inglese, e in special modo ai pellegrini arrivati per il Giubileo da Inghilterra, Scozia, Irlanda, Irlanda del Nord, Danimarca, Sud Africa, Uganda, Australia, Nuova Zelanda, Bangladesh, India, Indonesia, Malesia, Qatar, Filippine, Vietnam, Canada e Stai Uniti. E ancora il saluto ai fedeli di lingua spagnola, tedesca, cinese, polacca, rumena e slovena e ai tanti italiani presenti.

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Il perdono “preventivo”

Posté par atempodiblog le 20 août 2025

Il perdono “preventivo”
All’udienza generale Leone XIV riflette sulla senso della misericordia cristiana, un abbraccio gratuito donato senza alcuna precondizione, così importante per la pace
di Andrea Tornielli – Vatican News

Il perdono “preventivo” dans Andrea Tornielli Santo-Padre-Leone-XIV

“Il vero perdono non aspetta il pentimento, ma si offre per primo, come dono gratuito, ancor prima di essere accolto”. Con queste parole Leone XIV ha commentato il brano del Vangelo di Giovanni che descrive Gesù mentre offre il pane anche al traditore Giuda. È la logica divina, così lontana da quella umana del do ut des.

Gesù, ha spiegato il Papa, non ignora ciò che accade, ma proprio perché vede con chiarezza sa che “la libertà dell’altro, anche quando si smarrisce nel male, può ancora essere raggiunta dalla luce di un gesto mite”. È lo scandalo del perdono “preventivo”, che anticipa, con l’offerta dell’abbraccio di misericordia, senza richiedere alcuna precondizione. Proprio come accadde al pubblicano Zaccheo, che si pentì perché era stato chiamato e accolto da Gesù autoinvitatosi a casa sua, con grande sconcerto di tutti di fronte al gesto di rottura delle tradizioni e delle convenzioni compiuto dal Nazareno.

Quanto bisogno hanno le nostre vite e le nostre relazioni di questo perdono. Quanto bisogno ha il nostro mondo di questo perdono, che “non è dimenticanza, non è debolezza”. Tornano alla mente le parole profetiche del messaggio per la Giornata mondiale della pace 2002, che Giovanni Paolo II pubblicò poco dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre agli Stati Uniti.

Mentre tutti pensavano alla guerra “preventiva”, sull’onda dell’enormità dell’attacco subito, il Pontefice volle dire che “Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono”.
“Molte volte – affermava Papa Wojtyla – mi sono soffermato a riflettere sulla domanda: qual è la via che porta al pieno ristabilimento dell’ordine morale e sociale così barbaramente violato? La convinzione, a cui sono giunto ragionando e confrontandomi con la Rivelazione biblica, è che non si ristabilisce appieno l’ordine infranto, se non coniugando fra loro giustizia e perdono. I pilastri della vera pace sono la giustizia e quella particolare forma dell’amore che è il perdono”. Non solo le singole persone, ma anche “le famiglie, i gruppi, gli Stati, la stessa Comunità internazionale, hanno bisogno di aprirsi al perdono per ritessere legami interrotti, per superare situazioni di sterile condanna mutua, per vincere la tentazione di escludere gli altri non concedendo loro possibilità di appello. La capacità di perdono sta alla base di ogni progetto di una società futura più giusta e solidale”.

Il perdono mancato, invece, spiegava ancora Giovanni Paolo II, “specialmente quando alimenta la continuazione di conflitti, ha costi enormi per lo sviluppo dei popoli. Le risorse vengono impiegate per sostenere la corsa agli armamenti, le spese delle guerre, le conseguenze delle ritorsioni economiche. Vengono così a mancare le disponibilità finanziarie necessarie per produrre sviluppo, pace, giustizia. Quanti dolori soffre l’umanità per non sapersi riconciliare, quali ritardi subisce per non saper perdonare! La pace è la condizione dello sviluppo, ma una vera pace è resa possibile soltanto dal perdono”.

Papa Leone ha concluso l’udienza spiegando che “senza il perdono non ci sarà mai la pace!”. E ci ha invitati a una giornata di preghiera e digiuno per la pace venerdì 22 agosto, per implorare l’intercessione di Maria Regina della Pace, e chiedere a Dio pace e giustizia per il mondo flagellato dalle guerre. Per il nostro mondo, che ha così bisogno di perdono “preventivo”.

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Leone XIV: il 22 agosto giorno di digiuno e preghiera per invocare pace e giustizia

Posté par atempodiblog le 20 août 2025

Leone XIV: il 22 agosto giorno di digiuno e preghiera per invocare pace e giustizia
Al termine dell’udienza generale del mercoledì in Aula Paolo VI il Papa invita in particolare a pregare la Vergine nel giornata di venerdì prossimo in cui è venerata come Regina: il Signore “asciughi le lacrime di coloro che soffrono a causa dei conflitti armati in corso”
di Daniele Piccini – Vatican News

Leone XIV: il 22 agosto giorno di digiuno e preghiera per invocare pace e giustizia dans Articoli di Giornali e News Digiuno-e-preghiera-per-invocare-pace-e-giustizia

Papa Leone XIV torna a chiedere insistentemente preghiere per la pace ai fedeli, riuniti oggi, mercoledì 20 agosto, in Aula Paolo VI per l’udienza generale, e li invita ad invocare l’intercessione di Maria. Lo fa chiedendo a tutti i credenti di rispettare nella giornata del 22 agosto, memoria liturgica della Beata Vergine Maria Regina…

…digiuno e preghiera, supplicando il Signore che ci conceda pace e giustizia, e che asciughi le lacrime di coloro che soffrono a cause dei conflitti armati in corso.

Maria, aggiunge il Papa:

E’ Madre dei credenti qui sulla terra, ed è invocata anche come Regina della Pace, mentre la nostra terra continua ad essere ferita da guerre in Terra Santa, in Ucraina, e in molte altre regioni del mondo.

Perdono presupposto per la pace
Rivolgendosi poi ai fedeli di lingua portoghese Leone XIV ha ricordato il presupposto fondamentale della pacifica convivenza tra i popoli e tra le persone: “Senza il perdono non ci sarà mai la pace!”.

Salutando i pellegrini polacchi presenti a Roma e quelli venuti dal Santuario della Madonna di Jasna Góra, in Polonia, dove è conservata l’icona della Madonna di Częstochowa, ha chiesto loro di “includere nelle vostre intenzioni la supplica per il dono della pace – disarmata e disarmante – per tutto il mondo, in particolare per l’Ucraina e il Medio Oriente”.

Preghiera incessante
Nella mattinata di ieri, martedì 19 agosto, il Papa si era recato a Guadagnolo, frazione di Capranica Prenestina, nella diocesi di Palestrina, nell’eremo della Mentorella, particolarmente caro a San Giovanni Paolo II. Qui, ha riferito il rettore, si è recato “in chiesa, ai piedi della Madonna, e ha acceso un cero con una supplica particolare per la pace nel mondo”.

Ancora ieri sera, lasciando la residenza estiva di Castel Gandolfo, intorno alle ore 21, ha detto ai giornalisti che lo aspettavano davanti al cancello di Villa Barberini, che è necessario “pregare molto per la pace”, per alimentare la speranza, che pure c’è.

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Nikolas Tirrier: “La mia sindrome non ha mai realmente raggiunto la mia anima”

Posté par atempodiblog le 20 août 2025

Nikolas Tirrier: “La mia sindrome non ha mai realmente raggiunto la mia anima”
di Anna Ashkova – Aleteia

Nikolas Tirrier: “La mia sindrome non ha mai realmente raggiunto la mia anima” dans Articoli di Giornali e News Nikolas-Tirrier

Se oggi Nikolas Tirrier dice di essere in pace con la sua malattia, la sindrome di Treacher Collins, ha dovuto percorrere molta strada prima di accettarla. Un cammino costellato di prove, ma illuminato dalla fede in Cristo, dalla sua resilienza e dall’amore dei suoi cari.

Gesù consola, solleva ed illumina
Ciò che porta sul volto, lo porta da tempo nel suo cuore: un sentimento di differenza, a volte una sensazione di esclusione, a volte di disprezzo. Ma in questa fragilità, ha trovato Cristo e lo ha riscoperto nei momenti difficili. “Mi ha consolato, mi ha sollevato, mi ha illuminato. Mi ha insegnato, nel tempo, che non è la bellezza visibile che rende una persona preziosa, ma la luce interiore che riceviamo da Lui e che scegliamo di irradiare liberamente e pacificamente”, ha detto ad Aleteia Nikolas Tirrier, studente di un master in Insegnamento, Educazione e Formazione (MEEF) a Montpellier e affetto dalla sindrome di Treacher Collins.
Questa sindrome si manifesta in modo diverso a seconda della persona, ma colpisce sempre la regione del cranio: la mascella, il palato, le orecchie, la bocca… Si tratta di una malformazione ossea. “Nel mio caso, la forma è piuttosto lieve: soffro di una parziale assenza degli zigomi e delle tempie, il che mi costringe a indossare apparecchi acustici…”, spiega il 25enne.

Quando è nato in Romania, a Botosani, nel 1999, i medici non sapevano ancora che nome attribuire o come riconoscere questa malattia genetica rara. All’epoca la sua diagnosi sollevò molti interrogativi nei suoi genitori. Essendo suo padre di origine francese alla fine decisero di trasferirsi in Francia, in modo che il figlio potesse beneficiare delle migliori cure mediche. Nikolas aveva due anni e mezzo all’epoca e il suo fratellino era appena nato. La famiglia si stabilì ad Avignone, dove il padre di Nikolas, un prete ortodosso, fu ammesso in una diocesi rumena.

In Francia Nikolas ha subito diversi interventi chirurgici, eseguiti in modo graduale: correzioni dentali, aggiunta di grasso agli zigomi e soprattutto interventi chirurgici al cranio, tra cui uno per posizionare una vite impiantata. “Ho avuto 2-3 operazioni in anestesia generale, per non parlare di alcune in anestesia locale. Ho avuto controlli medici abbastanza regolari. Fino a quando avevo 13-14 anni, abbiamo passato molto tempo in ospedale, poi siamo ritornati, ma questa volta per mio padre”, ricorda.

Tra il 2014 e il 2015 si è verificato un nuovo calvario per la famiglia: il padre di Nikolas si è ammalato gravemente. “Soffriva di leucemia. È morto rapidamente all’età di 39 anni”.

Questo periodo della vita del giovane non è stato facile per la sua famiglia. “Colei che ha sostenuto tutta la nostra famiglia sin dal nostro arrivo in Francia, per i miei controlli medici e poi per quelli di mio padre, la nostra educazione e scolarizzazione, per entrambi, di mio fratello e mia, è stata nostra madre che ha continuato a lavorare per garantire i bisogni della famiglia. Era il pilastro della nostra famiglia. Una donna di una forza incredibile che sapeva come tenere tutto insieme. La resilienza è diventata una necessità: non aveva scelta, non ci siamo fatti domande, dovevamo andare avanti”, dice con ammirazione.

Lo sguardo degli altri, il sostegno dei propri cari e l’aiuto di Dio
Da adolescente Nikolas ha avuto la fortuna di far parte di una generazione che non aveva i social network così sviluppati come lo sono oggi. È stato così in grado di proteggersi dalle prese in giro online. “Avrei potuto prendermi una pausa dopo la scuola”, confida. A casa poteva contare anche sull’amore incondizionato della sua famiglia e dei suoi cugini, i suoi primi migliori amici. “Tutta la famiglia di mio padre è venuta a vivere in Francia. Li ricevevamo spesso a casa e passavamo le vacanze insieme”.

Egli trae la sua forza anche dalla fede, specialmente attraverso il catechismo. “Ero in un collegio cattolico privato e, in ogni tempo di festività pasquale, la cappellania organizzava un grande pellegrinaggio a Santiago di Campostela. Frequentavo anche corsi di catechismo presso il monastero ortodosso di Solan, dove ho potuto anche stringere legami. Tutte queste erano le mie oasi; non ero disperato. È importante avere intorno a sé luoghi cristiani dove ricaricare le batterie”, dice Nikolas, felice di essere riuscito a ben integrarsi, circondato da bambini ma anche da adulti. “Avevo intorno a me adulti e sacerdoti che mi hanno aiutato a crescere e a superare i momenti difficili. Mi aiutano ancora oggi”. Tuttavia, come lui stesso ammette: “tutto andava bene e male allo stesso tempo, il che non ha impedito a questo paradosso di coesistere”.

A scuola, a volte, ha sperimentato momenti di profonda solitudine durante la ricreazione.
Ha poi trovato consolazione nella lettura delle vite dei santi.
“Mi sono detto: questo martire viene divorato dai leoni, un altro viene legato e gli viene tagliata la testa, non è così grave… Mi ha aiutato molto.

Ho anche tenuto a mente ciò che dicevano i martiri: ‘Voi potete fare al mio corpo quello che volete, ma questo non scalfirà la mia anima perché appartiene a Dio’”. Nikolas, oggi, può finalmente dirlo lui stesso, anche se ammette che è stata una vera lotta arrivare a questa frase: “La mia sindrome non ha mai realmente raggiunto la mia anima”. “So che ancora oggi ho i postumi psicologici di quel periodo. È un bel processo di guarigione, devo permettere a Dio di partecipare a questa guarigione e questo avviene con il perdono”.

Oggi convive con lo sguardo degli altri e incoraggia a non farne un tabù. Sta studiando per diventare consulente scolastico senior (CPE). D’estate fa volontariato, da quasi dieci anni, come organizzatore e animatore presso campi estivi ortodossi in Francia e Svizzera.
Ci sono momenti in cui incontra per la prima volta i genitori e i loro figli. Gli adulti a volte sono sorpresi dal suo volto e non sanno cosa dire quando lo vedono. I bambini, invece, dicono spontaneamente le cose ad alta voce. “I genitori allora si imbarazzano e cercano di metterli a tacere, ma io dico loro: ‘Soprattutto, non zittiteli!’.
Se a un bambino viene detto di non parlarne perché può essere maleducato o imbarazzante, potrebbe spegnere il suo desiderio di creare un legame con l’adulto. Mettendoli a tacere, prima creiamo frustrazione nel bambino che non è stato in grado di vivere un mero dialogo autentico e, di conseguenza, lo ostacoliamo emotivamente nel suo comportamento in altri incontri”.

La bellezza di ogni esistenza anche segnata dalla sofferenza
Mentre la legge sul fine vita è stata deliberata dall’Assemblea Nazionale il 27 maggio 2025 e dovrebbe essere esaminata dal Senato in autunno, Nikolas si chiede se “abbiamo davvero fatto di tutto per esistere, per offrire la vita e per renderla bella e degna di essere vissuta da tutti?”. “Abbiamo fatto di tutto prima di arrivare a questa soluzione drastica? Questa domanda non dovrebbe essere posta proprio alla fine, quando abbiamo esaurito tutte le riflessioni e fornito tutte le soluzioni? Abbiamo fornito un valido sostegno a tutti, soprattutto ai giovani?”, si chiede.

Pur credendo che ogni vita è un dono, è anche convinto che se oggi è qui è perché delle persone hanno creduto in lui. “E non sto parlando solo dei miei genitori, ma anche delle figure spirituali che ho conosciuto, amici e persone care…
Anche quelle che avevano uno sguardo benevolo verso di me, ma che non hanno mai avuto il coraggio di venire a trovarmi quando ero solo.
So che spesso, soprattutto quando si è adolescenti o giovani, si pensa che avvicinandosi a chi è isolato possa comportare l’essere isolati a propria volta.
Non ho rancore nei confronti di queste persone, seguono un modello, un sistema, che esiste nella nostra società, loro malgrado”.
Questo è ciò che motiva Nikolas ad essere presente con i giovani attraverso varie azioni e attività con bambini e adolescenti nei campi estivi, nelle scuole medie e superiori attraverso i suoi studi, ma anche nella comunità attraverso il suo coinvolgimento nell’associazione giovanile ortodossa, Nepsis, di cui è vicepresidente. “Tutti questi spazi e ambienti diversi creano delle oasi dove i giovani possono gustare l’incontro autentico con se stessi, con il prossimo e con Cristo, per poter offrire gioia, fede e amicizia a chi li circonda”, spiega.

Cristo interviene nella nostra vita
Con la sua voce dolce e un discorso che invita alla pace, Nikolas dice di aver vissuto periodi di ribellione a Dio, accompagnati dalla stessa domanda: “Perché hai permesso questa malattia? Dio, mi ami davvero?”. “Ho visto la vita difficile dei miei genitori, gli sforzi e i sacrifici che hanno fatto. Inconsciamente, mi ero attribuito una forma di colpa. Ad un certo punto, inconsciamente, si è trasferito nella realtà il pensiero che Dio non mi amasse”, ricorda.
“Fa male vedere che fai soffrire il tuo prossimo, che sei un peso, ma penso che sia anche l’opportunità che Dio concede al prossimo di santificarsi in tutta umiltà. Accade in modo semplice e naturale. In questo modo, insieme, ci avviciniamo a Cristo che ci ama personalmente in modo unico”. Un giorno, quando era diventato insensibile a ciò che era male, ma anche a ciò che era buono nella sua vita, un monaco gli disse: “Tieni il tuo cuore aperto!”. All’epoca Nikolas aveva 21 anni e da allora quella frase gli si è impressa nella mente.

Più tardi, scopre anche la risposta alla sua sofferenza attraverso una frase che il Signore ci dice e che viene riportata dal teologo romeno del XX secolo, recentemente canonizzato in Romania, san Dumitru il Confessore (Staniloae): “Abbi il coraggio di comprendere che io ti amo”. “La sfida più grande che sto affrontando in questo momento è quella di accettare, finalmente, di essere amato da Dio e dal prossimo. La pace si conquista attraverso il combattimento, non è qualcosa che arriva per magia. Ancora oggi mi immergo in questo pensiero”, ammette; aggiungendo di aver visto che Dio gli offriva perdono, pace e amore.
E conclude umilmente: “Se oggi posso parlare di vita, di amore, di pace, è perché ho capito, o cerco di osare di capire, che Cristo ama anche me e che con la sua mano ci conduce in un cammino di libertà e di risurrezione, fino al cuore stesso delle nostre ferite con pace, amore e speranza”.

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Il Papa: il perdono non aspetta il pentimento, è dono gratuito che impedisce altro male

Posté par atempodiblog le 20 août 2025

Il Papa: il perdono non aspetta il pentimento, è dono gratuito che impedisce altro male
All’udienza generale, Leone XIV sviluppa la catechesi sul gesto di Gesù nei confronti di Giuda nell’ultima cena, sa che sta per essere tradito ma “porta avanti e a fondo il suo amore”, “lava i piedi, intinge il pane e lo porge”: la libertà dell’altro, anche quando si smarrisce nel male può ancora essere raggiunta dalla luce di un gesto mite

di Tiziana Campisi – Vatican News

Il Papa: il perdono non aspetta il pentimento, è dono gratuito che impedisce altro male dans Commenti al Vangelo Santo-Padre-Leone-XIV

Amare fino alla fine: ecco la chiave per comprendere il cuore di Cristo. Un amore che non si arresta davanti al rifiuto, alla delusione, neppure all’ingratitudine.

È questo amore che genera il perdono, Gesù ce lo mostra “durante l’ultima cena”, quando “porge il boccone” a Giuda “che sta per tradirlo”. Il suo “non è solo un gesto di condivisione”, è anche “l’ultimo tentativo dell’amore di non arrendersi”, spiega all’udienza generale, Leone XIV. Proprio al perdono il Pontefice, nell’Aula Paolo VI, dedica la sua terza catechesi su “La Pasqua di Gesù”, nell’ambito del ciclo giubilare “Gesù Cristo nostra speranza”. Ma lo ascoltano anche centinaia di fedeli e pellegrini radunati nel cortile del Petriano e nella basilica di San Pietro. Leone li saluta terminato il momento nell’Aula. “Grazie per la pazienza!”, dice, benedicendo i presenti, i loro cari, “i familiari, i bambini, i malati e i più anziani”. E anche a quanti sono riuniti nella basilica vaticana rivolge, poi, alcune parole in spagnolo, evidenziando che “il perdono è un grande segno di amore, di amore autentico, e soprattutto dell’amore di Dio per tutti noi”. Mentre in inglese esorta tutti ad imparare “a perdonare, perché perdonarci gli uni gli altri è costruire un ponte di pace” e sollecita: “Dobbiamo pregare per la pace che è così necessaria nel nostro mondo oggi, una pace che solo Gesù Cristo ci può donare”.

Il vero perdono non aspetta il pentimento
Nella meditazione proposta, il Papa torna più volte su quel gesto di Gesù verso l’Iscariota, che mostra quel modo di portare avanti “e a fondo il suo amore”, perché Lui “vede con chiarezza” e fa il primo passo.

Ha compreso che la libertà dell’altro, anche quando si smarrisce nel male, può ancora essere raggiunta dalla luce di un gesto mite. Perché sa che il vero perdono non aspetta il pentimento, ma si offre per primo, come dono gratuito, ancor prima di essere accolto.

Gesù non permette che il male abbia l’ultima parola
Quando arriva l’ora più difficile, Gesù “non la subisce: la sceglie”, chiarisce il Papa, in pratica “riconosce il momento in cui il suo amore” sarà ferito dal “tradimento” e, anziché “ritrarsi”, “accusare”, “difendersi”, “continua ad amare: lava i piedi, intinge il pane e lo porge”. L’evangelista Giovanni racconta di Giuda che “Satana entrò in lui” dopo aver ricevuto da Gesù il pane. Un “passaggio” che “colpisce”, riconosce il Papa, “come se il male, fino a quel momento nascosto, si manifestasse dopo che l’amore ha mostrato il suo volto più disarmato”. Ma il gesto di Cristo “ci dice che Dio fa di tutto – proprio tutto – per raggiungerci, anche nell’ora in cui noi lo respingiamo”, sottolinea ancora Leone, e ci fa comprendere che il perdono “non è dimenticanza” né “debolezza”, bensì “capacità di lasciare libero l’altro, pur amandolo fino alla fine”.

L’amore di Gesù non nega la verità del dolore, ma non permette che il male sia l’ultima parola. Questo è il mistero che Gesù compie per noi, al quale anche noi, a volte, siamo chiamati a partecipare.

Continuare ad amare sempre
Oggi accade che tante “relazioni si spezzano”, diverse “storie si complicano” e molte “parole non dette restano sospese”, ma gli evangelisti ci indicano una strada nuova da intraprendere

Il Vangelo ci mostra che c’è sempre un modo per continuare ad amare, anche quando tutto sembra irrimediabilmente compromesso. Perdonare non significa negare il male, ma impedirgli di generare altro male. Non è dire che non è successo nulla, ma fare tutto il possibile perché non sia il rancore a decidere il futuro.

Un’altra via
E se Giuda porta a compimento il suo piano di tradimento, “Cristo rimane fedele fino alla fine, e così il suo amore è più forte dell’odio”.

Anche noi viviamo notti dolorose e faticose. Notti dell’anima, notti della delusione, notti in cui qualcuno ci ha ferito o tradito. In quei momenti, la tentazione è chiuderci, proteggerci, restituire il colpo. Ma il Signore ci mostra la speranza che esiste sempre un’altra via. Ci insegna che si può offrire un boccone anche a chi ci volta le spalle. Che si può rispondere con il silenzio della fiducia. E che si può andare avanti con dignità, senza rinunciare all’amore.

Il perdono libera chi lo dona
Da qui l’invito del Pontefice a chiedere “la grazia di saper perdonare, anche quando non ci sentiamo compresi, anche quando ci sentiamo abbandonati”.

Come ci insegna Gesù, amare significa lasciare l’altro libero — anche di tradire — senza mai smettere di credere che persino quella libertà, ferita e smarrita, possa essere strappata all’inganno delle tenebre e riconsegnata alla luce del bene. Quando la luce del perdono riesce a filtrare tra le crepe più profonde del cuore, capiamo che non è mai inutile. Anche se l’altro non lo accoglie, anche se sembra vano, il perdono libera chi lo dona: scioglie il risentimento, restituisce pace, ci riconsegna a noi stessi.

Insomma, il perdono di Cristo e quel suo “gesto semplice del pane offerto, mostra che ogni tradimento può diventare occasione di salvezza”, se scelto come spazio per un amore più grande”, conclude il Papa. Gesù “vince” il male “con il bene” “impedendogli di spegnere ciò che in noi è più vero: la capacità di amare”.

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Miserabili. La forza di Valjean

Posté par atempodiblog le 11 août 2025

Miserabili. La forza di Valjean
Che cosa c’è di così potente nel capolavoro di Victor Hugo? Ecco un tentativo di risposta, che spazia dalle pagine di letteratura al musical, al cinema. Tra il rifiuto della dipendenza e la misericordia
di Paolo e Davide Prosperi – Tracce (luglio/agosto 2016)
Tratto da: Comunione e Liberazione

Miserabili. La forza di Valjean dans Davide Prosperi La-misericordia-del-Vescovo-Myriel

Chi è Jean Valjean? Quando lo incontriamo per la prima volta, lo vediamo impegnato a trascinare da solo l’enorme asta della bandiera di Francia, su ordine del carceriere Javert. I due si guardano: negli occhi di Javert indoviniamo un beffardo compiacimento. In quelli del carcerato, il fuoco dell’odio. Ecco dunque Jean Valjean: un galeotto dalla forza erculea. Da dove gli viene questa forza?

Valjean ha rubato, è vero, ma in realtà non si sente colpevole. Diciannove anni di carcere ha scontato per aver rubato un tozzo di pane – e neppure per se stesso. No, lui non si sente in debito. È la Francia, piuttosto, che è colpevole e debitrice verso di lui.
Non è, dunque, solo un dono di natura la spaventosa forza di Valjean: essa materializza l’impeto della sua collera, collera per quei diciannove anni rubati e che nessuno potrà mai restituirgli. E si tratta di una collera tanto ardente e potenzialmente devastante, quanto grande è la sua anima. Tutto, infatti, in Valjean è grande, anche se nessuno, tantomeno lui, ancora lo sa.
Questi pochi cenni già bastano a farci ampliare l’orizzonte. Valjean è se stesso e insieme più di se stesso: egli incarna lo spirito del suo tempo, nella sua forza arde la rabbia compressa di una generazione intera. Come i Marius, gli Enjoras, i Courfeyrac che incontreremo sulle barricate di Parigi, pronti a versare il loro sangue al grido di «Liberté, Égalité, Fraternité!», così anche Valjean è un uomo ferito dall’ingiustizia del mondo, dello Stato, della legge, della società.

L’incontro con il vescovo Myriel
Ma nella sua vita accade qualcosa che gli apre una strada diversa, e tuttavia una strada che lo porterà esattamente alla meta da questi bramata: «Innalziamo la bandiera della libertà, ogni uomo sarà un re!», cantano i giovani barricaderi il giorno prima della rivolta in cui quasi tutti perderanno la vita.
In realtà è in Valjean che si avvera il sogno. Lui è l’uomo davvero liberato, l’uomo che, da schiavo che era, diventa “re”.

La metamorfosi avviene grazie a un incontro. Uscito di prigione, Jean Valjean vaga come un reietto. Anche se ha pagato, il suo sbaglio è un marchio a fuoco, che non può essere cancellato. Delinquente è stato, delinquente rimane: il suo nome è 24601, il numero di matricola.
Nel suo vagare, incontra il vescovo Myriel che lo accoglie in casa. Valjean di notte ruba l’argenteria e fugge, ma viene catturato e riportato al cospetto del Vescovo.

Il mistero dell’evento che l’ha trasformato in un re
Qui accade l’inimmaginabile. Myriel non solo afferma di avergli donato l’argenteria, ma gli rimprovera di aver dimenticato i doni più preziosi: due candelabri d’argento, che rivedremo verso la fine della storia. Valjean, infatti, non se ne priverà più. Non lo farà perché in quei candelabri è custodito il mistero dell’evento che da miserabile l’ha trasformato in un re.

Per comprendere, bisogna notare la finezza della corrispondenza: c’è una somiglianza segreta tra la situazione di Valjean all’uscita dal carcere e quella del Vescovo dopo il furto. Entrambi sono stati “derubati”.

Il segno di un amore più potente di quella stessa colpa
Ma Myriel non si infuria. Compie invece un gesto che ha il potere di dare un nuovo significato all’accaduto, pur senza cancellarne l’ingiustizia: dona a Valjean quel che questi gli aveva portato via con l’inganno. Anzi, aggiunge dell’altro.
E così trasforma il segno della colpa di Valjean nel segno di un amore più potente di quella stessa colpa.

L’irruzione di Cristo nella vita di Jean Valjean e la conquista del suo cuore
Davvero qui è Cristo stesso che irrompe al vivo nell’esistenza dell’ex galeotto.
La stessa “alchimia” che Gesù ha compiuto col Suo sangue, Myriel la opera con la sua argenteria.

Poiché Gesù si è consegnato alla morte in perfetta libertà, quel sangue che il colpo di lancia fa sprizzare fuori dal Suo fianco squarciato (cfr. Gv 19,34) diviene al contempo dono, segno dell’inarrestabile potenza dell’Amore, che vince il peccato nel momento stesso in cui è commesso.
Lo stesso, in qualche modo, fa Myriel. Egli dà via per Valjean tutto l’argento che questi gli ha rubato.

E così conquista il suo cuore.

La forza della Misericordia
Ecco il mistero della Misericordia: il perdono di Cristo non è un bonario “chiudere un occhio”, ma forza dell’amore che libera l’uomo dal suo male pagandone il riscatto col proprio sangue.

Ma c’è di più. Myriel non si limita a trasformare l’argento rubato in dono. Aggiunge i candelabri, che da soli valgono di più di tutto quel che Valjean aveva preso.
Sembra un dettaglio, invece non lo è: Valjean non è semplicemente liberato dalla sua colpa.

Riconoscersi amati senza misura
Egli riceve in dono da Myriel la scoperta di una libertà ben più grande della semplice assoluzione, una libertà che davvero è senza limite. Si chiama gratuità.

In Myriel, Valjean incontra la vera libertà, una libertà a tal punto sovrana, da riuscire a trasformare l’ingiustizia subìta in uno strumento del proprio affermarsi. Le fonti del rancore che lo teneva schiavo sono, così, prosciugate. Valjean è libero, libero come colui che può donarsi senza misura, perché senza misura si riconosce amato.

Partecipare della gratuità stessa di Dio
Capiamo, allora, perché proprio i due candelabri diverranno per lui il bene più caro. Essi materializzano – per così dire – il di più che Valjean ha ricevuto da Myriel: il potere di redamare, per dirla coi medievali, cioè di rispondere all’amore ricevuto in gratitudine.

L’uomo redento non è semplicemente un uomo perdonato. Egli riceve in sovrappiù un potere che non aveva prima, che è il potere di partecipare della gratuità stessa di Dio.
«Laddove ha abbondato il peccato, la grazia ha sovrabbondato» (Rm 5,20): è il dono dello Spirito.

Così Myriel non si limita a perdonare Valjean. Gli affida un compito, una missione: «Ma ricordati, fratello mio, vedi in questo un progetto più grande: devi usare questo prezioso argento per diventare un uomo onesto. Dalla testimonianza dei martiri, dalla passione e dal sangue, Dio ti ha elevato dalle tenebre, ha salvato la tua anima».

Il vescovo Myriel richiama Cristo
Anche in questo Myriel richiama Cristo. Così, infatti, aveva fatto Gesù con Pietro: «Mi ami tu? Pasci le mie pecore».
Il Vescovo non commisera Valjean. Non lo accarezza come si fa con un cavallo azzoppato, di cui si ha pena.
No. Egli crede nel potere sovrano della grazia, che innalza il pezzente e lo rende re.

E perciò scommette su di lui. Punta tutto su di lui, come non fosse mai caduto. Come tutto iniziasse oggi, per la prima volta.
E, infatti, questo è la Misericordia: «Le cose vecchie sono passate. Ecco, ne sono nate di nuove…».

Il frutto del seme gettato dal Vescovo nel suo cuore
E Valjean risponderà. Tutto il resto del romanzo, come del film, mostra in un crescendo il frutto del seme gettato dal Vescovo nel suo cuore: una vita piena di gratuità – una gratuità che porta Valjean a muoversi secondo una logica diversa da quella del mondo che gli ruota attorno, e che, a conti fatti, commuove. Perché corrisponde alla vera misura per cui l’uomo è fatto.

Ciò non significa che il resto della vita di Valjean sia una strada diritta. Al contrario, la sua libertà è continuamente posta davanti a un bivio. Uno sconosciuto viene scambiato per lui e potrebbe essere condannato al suo posto. Per Valjean sarebbe la definitiva “liberazione” dallo spettro del carcere. Ma può egli tradire la sua nuova “libertà”? Dopo una notte di tormento, si presenta davanti ai giudici e riassume, questa volta liberamente, quel nome e quel numero, che all’inizio aveva rabbiosamente rigettato: «Io sono Jean Valjean. Io sono 24601!».
Quando viene a sapere che il giovane rivoluzionario Marius ama ricambiato la sua Cosette, potrebbe fuggire da Parigi, come aveva stabilito. Invece rischia la vita, per salvare la vita dell’uomo che potrebbe portargli via l’unico affetto rimastogli.

L’amore al Bene fino al sacrificio
Infine, quando Javert, suo aguzzino prima e implacabile persecutore poi, cade improvvisamente nelle sue mani, Valjean è per un’ultima volta posto di fronte all’alternativa tra due libertà: quella del mondo, che calcola, e quella della gratuità, dell’amore al Bene fino al sacrificio. E ancora una volta sceglie per la seconda.
Forse nessuna scena cattura meglio la trasformazione di Valjean del “salvataggio” del povero Fauchelavant, sepolto sotto un carro che lo sta stritolando. Esposto allo sguardo di Javert, Valjean sa che un suo intervento potrebbe alimentare il sospetto già balenato nella mente dell’ex aguzzino: pochi a parte lui avrebbero la forza di sollevare un simile peso… Ma Valjean non esita, non soppesa.

Nel film, la musica che accompagna la scena è, non a caso, la stessa che all’inizio faceva da sfondo all’erculea esibizione di forza di Valjean: la forza dell’ira di allora si è mutata nella forza ancora più grande dell’amore che si dà senza calcolo.

Per concludere, non si può non toccare un ultimo punto. Uno dei maggiori pregi del musical, insieme ad ovvi limiti rispetto al romanzo, è il fatto di riuscire a gettare, proprio attraverso la somiglianza delle melodie, ponti tra scene distanti, facendo percepire allo spettatore nessi altrimenti non immediati. Les Mis, come lo chiamano gli americani, è tutto un intreccio di questo tipo di rimandi. Così l’aria che esprime il tormento di Javert prima del suicidio è quasi identica all’assolo di Valjean, che, rimasto solo, lotta con se stesso prima di arrendersi all’amore ricevuto.

Accettare di dipendere dalla gratuità di un altro
In questo modo comprendiamo un altro, decisivo aspetto: l’impatto con la Misericordia non annulla il dramma della libertà davanti a Dio. Al contrario, lo fa esplodere in tutta la sua radicalità.
In fondo, è proprio davanti alla Misericordia che è messo fino in fondo a nudo il dramma dell’uomo: accettare di dipendere dalla gratuità di un altro è, infatti, meno facile di quel che sembra.

Il culmine dell’amare è accettare di essere perdonati
In L’attrattiva Gesù, don Giussani dice che, in un certo senso, il culmine dell’amare è accettare di essere perdonati. Perché? Perché è difficile. È difficile perché «picchia sul muso del nostro orgoglio, della nostra presunzione. Uno infatti vorrebbe essere amato perché vale», continua don Giussani: «Ma se tu vuoi essere amato perché vali, allora non ami l’altro. Ami te stesso».

Non è forse proprio questo, ridotto all’osso, il problema dell’uomo moderno? Il rifiuto della dipendenza.
La differenza tra Valjean e Javert, è in fondo tutta qui. Entrambi sono messi davanti alla stessa Gratuità. Ma uno vi si arrende, in umiltà. L’altro invece vi resiste, andando contro il proprio stesso cuore, che non può fare a meno di rendere omaggio alla giustizia “più grande” del nemico di sempre. Incontratolo di nuovo nella notte, mentre questi sta portando in salvo Marius, Javert sa bene cosa dovrebbe fare. Eppure, per la prima volta, il suo cuore esita: qualcosa, come una mano invisibile, lo blocca. Valjean si allontana con il ragazzo in spalla, e Javert lo lascia andare. Ma non riesce a perdonare se stesso di averlo fatto. Una breccia si è aperta in the heart of stone. E tuttavia Javert non riesce a sopportare il frantumarsi del suo “mondo”…

Il mio cuore è pietra eppure trema
Il mio mondo diventa un’ombra
Quest’uomo viene dal Paradiso
o dall’Inferno?
E lui lo sa che risparmiandomi
la vita quel giorno mi ha ucciso
ancora di più?
Io mi protendo, ma cado
E le stelle sono nere e fredde
Mentre guardo il vuoto
Di un mondo che finirà
Io fuggo via dal mondo
Dal mondo di Jean Valjean
.

Divisore dans San Francesco di Sales

Cosa vuol dire: ti perdono
da una lettera di J.R.R.Tolkien a C.S.Lewis dal quale si attendeva il perdono di un torto, da J.R.R. Tolkien, La realtà in trasparenza. Lettere, Bompiani, Milano, 2001, lettera 113, pp. 146-147

Tratto da: Il Centro culturale Gli scritti

Dio ti benedica per la tua bontà. E [...] sii così generoso da regalarmi i dolori che ti ho causato, cosicché io possa condividere tutto ciò che di positivo ne verrà fuori. Non so se riesco a spiegarmi. Ma io credo che sia nel nostro potere, come cristiani, di fare effettivamente questi doni. L’esempio più semplice: se un uomo mi ha rubato qualcosa, io davanti a Dio affermo che gliel’ho regalato [...].

Sarebbe splendido, chiamati a giudizio, per rispondere a innumerevoli accuse di aver fatto del male al proprio fratello, scoprire inaspettatamente che molte male azioni non sono state compiute! E che invece si ha avuto una parte nel bene scaturito dal male. E non meno splendido sarebbe per chi ha dato. Un’eterna interazione di sollievo e gratitudine [...].

Che cosa accade quando il colpevole è genuinamente pentito, ma chi ha sofferto a causa sua è così profondamente risentito da non concedere il perdono? È un pensiero tanto terribile, da dissuadere chiunque dal correre il rischio di causare inutilmente il male.

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Nagasaki, la campana della Cattedrale distrutta dall’atomica tornerà a rintoccare: “Suonerà per invocare la pace”

Posté par atempodiblog le 2 août 2025

Nagasaki, la campana della Cattedrale distrutta dall’atomica tornerà a rintoccare: “Suonerà per invocare la pace”
di Fabio Beretta – Agenzia Fides

Nagasaki, la campana della Cattedrale distrutta dall'atomica tornerà a rintoccare: “Suonerà per invocare la pace” dans Articoli di Giornali e News Diocesi-di-Nagasaki

Palazzi rasi al suolo, esseri viventi disintegrati, persone uccise in pochi secondi da un’energia talmente devastante che oggi di loro restano le ombre sui muri o sull’asfalto. Nella orrenda scia di distruzione causata dallo sgancio della bomba atomica su Nagasaki, avvenuta esattamente 80 anni fa, a essere spazzata via fu anche una delle due campane che erano all’interno dell’antica Cattedrale di Urakami.

Quando la chiesa venne riedificata, quella cella rimase vuota. Fino ad oggi. Nei mesi scorsi, diversi cattolici statunitensi hanno raccolto fondi per ricostruire quella campana e l’hanno donata alla Cattedrale. A raccontarlo in un’intervista all’Agenzia Fides è Peter Michiaki Nakamura, Arcivescovo di Nagasaki:

“Questa nuova campana è stata installata in questi giorni nel campanile rimasto vuoto, e suonerà per la prima volta proprio nell’orario in cui, il 9 agosto 1945, la bomba atomica esplose nei cieli sopra Nagasaki”.

La nuova campana batterà i suoi primi rintocchi alle 11.04: per l’Arcivescovo, il suo suono costituirà “un richiamo alla memoria delle vittime e un’invocazione alla pace. Il fatto che la campana distrutta da una bomba atomica fabbricata e lanciata dagli Stati Uniti sia stata ricostruita e donata proprio da cittadini statunitensi, e accolta dalla chiesa di Urakami, rappresenta un segno concreto di perdono, riconciliazione e speranza”.

In altre parole, questo, per il pastore della comunità di Nagasaki, “testimonia la possibilità di camminare insieme verso la realizzazione della pace nel mondo”.

Un anno di speranza
“Mi auguro che, ogni volta che il suono di quella campana si diffonderà, le persone ricordino questi eventi e possano impegnarsi, con speranza, per costruire la pace”. Il 2025, infatti, per l’Arcivescovo Nakamura è “l’anno della ‘speranza’”.

E non solo per via del Giubileo: “Il 2025 segna l’80mo anniversario della fine della guerra e dell’attacco atomico, ed è un’occasione per riflettere ancora una volta sull’importanza di evitare che scoppi una guerra, di pregare per la fine dei conflitti attualmente in corso in tutto il pianeta e di promuovere non solo l’abolizione dell’uso delle armi nucleari ma anche la loro produzione e detenzione”.

“Molte persone pensano che la guerra sia sbagliata – ha aggiunto l’Arcivescovo –, ma al tempo stesso, se il Giappone venisse attaccato da una potenza straniera, molti riterrebbero inevitabile rispondere con la guerra. Per questo motivo è fondamentale iniziare fin da ora a costruire legami di cooperazione e comprensione reciproca, affinché la guerra non abbia nemmeno la possibilità di iniziare”.

In quest’ottica, la Diocesi di Nagasaki, insieme a quella di Hiroshima, ha avviato un percorso di partenariato con le Diocesi di Seattle e Santa Fe, negli Stati Uniti, con l’obiettivo comune di un mondo libero dal nucleare. “Credo sia molto importante promuovere questo tipo di relazioni e connessioni con gli altri”, il commento di Nakamura.

Diocesi-di-Nagasaki dans Fede, morale e teologia

Riarmi e paure
Di recente la Conferenza episcopale giapponese ha pubblicato un documento sulla pace per commemorare gli otto decenni dell’atomica. Nel testo è stata sollevata una domanda: “L’orrore e il male della guerra sono chiari a molti, ma dobbiamo imparare dall’esperienza di 80 anni fa e ricordare che idee e valori trasmessi nella vita quotidiana cambiarono l’opinione pubblica e portarono al conflitto. Il Giappone oggi è davvero sulla via della pace?”.

Per l’Arcivescovo di Nagasaki, “considerando l’espansione degli armamenti e l’attuale sistema educativo in Giappone, è difficile dire che il Paese stia davvero percorrendo la via della pace. Anche la società giapponese è fortemente competitiva, spesso dominata dalla ricerca del profitto e da un marcato materialismo. In una società di questo tipo, si rischia di sfociare in guerre basate sulla lotta e sulla conquista”.

La domanda che i Vescovi giapponesi avevano posto nel documento nasce dal fatto che negli ultimi tempi a Okinawa e nelle isole Nansei vengono installate unità missilistiche “a scopo difensivo”. “Anche nella regione del Kyushu, sono in corso rafforzamenti delle basi militari per scopi difensivi”, ha precisato l’Arcivescovo che, interpellato su come stanno reagendo i giovani a questo potenziamento militare, ha sottolineato:

“Credo che molti giovani, non solo cattolici, non abbiano una reale consapevolezza di quanto la guerra sia tragica e disumana. Anche se nelle scuole si fa educazione alla pace, si tratta principalmente di un’istruzione teorica o puramente nozionistica. Recentemente è emerso che il Ministero della Difesa ha inviato alle scuole opuscoli che spiegano in modo accessibile la ‘necessità e legittimità della difesa’”.

Per l’Arcivescovo, la Chiesa “deve vigliare affinché l’educazione scolastica non diventi, senza che ce ne rendiamo conto, unilaterale e orientata a preparare alla guerra, promuovendo l’idea fuorviante che la pace possa essere raggiunta con la forza militare”.

In questo contesto, ha rimarcato Nakamura, “la Chiesa ha il dovere di testimoniare l’amore, il perdono e il dono di sé agli altri, non solo a parole, ma attraverso uno stile di vita concreto”.

“Battersi” per la pace
Durante la Seconda Guerra Mondiale, ha ricordato l’Arcivescovo, “anche il Giappone ha commesso atti crudeli e spregevoli nei confronti di altri Paesi. All’epoca, però, davanti a quegli orrori, la Chiesa cattolica giapponese non fu in grado di esprimere una forte opposizione o protesta. Probabilmente una delle ragioni potrebbe essere il fatto che, durante la guerra, i cristiani venivano chiamati ‘yaso’ (termine dispregiativo per indicare i cristiani, ndr) e discriminati perché considerati dei ‘non patrioti’. Chiunque si opponeva al conflitto, anche i non cristiani, veniva etichettato così.

Nonostante ciò, penso che, anche a rischio di persecuzione, mancasse il coraggio o la forza per gridare a favore della pace”.

“Oggi, invece, la Conferenza episcopale può e deve diffondere messaggi di pace. E, ovviamente, pregare per la pace. Dopo la visita in Giappone di due Papi, il popolo giapponese ha percepito più profondamente il ruolo importante della Chiesa nella promozione della pace. Sostenuta dal messaggio e dall’impegno del Successore di Pietro, la Chiesa in Giappone, come nazione colpita dalle bombe atomiche, ritiene di poter svolgere sempre più il proprio dovere come messaggera di pace”.

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Il Papa: l’unità nelle Chiese si crea con la fiducia e il perdono

Posté par atempodiblog le 30 juin 2025

Il Papa: l’unità nelle Chiese si crea con la fiducia e il perdono
All’Angelus in Piazza San Pietro, Leone XIV ricorda “la grande festa della Chiesa di Roma” nella solennità dei santi Pietro e Paolo, sottolineando che anche in questo tempo ci sono cristiani che muoiono per i valori del Vangelo. Spesso nel diffonderli – afferma – si trova opposizione e persecuzione ma la gloria di Dio brilla “di conversione in conversione”
di Benedetta Capelli – Vatican News

Il Papa: l'unità nelle Chiese si crea con la fiducia e il perdono dans Fede, morale e teologia San-Pietro-e-San-Paolo

Vivere “di conversione in conversione”. Leone XIV all’Angelus nella solennità di Pietro e Paolo, patroni di Roma, ricorda che nel pellegrinaggio sulle tombe degli Apostoli si scopre che si può vivere come loro, nella chiamata di Gesù che avviene più volte, non una sola, e in cui tutti, soprattutto nel Giubileo, possiamo sperare. Il Papa ricorda che nel Nuovo Testamento non sono stati nascosti “gli errori le contraddizioni, i peccati di quelli che veneriamo come i più grandi Apostoli” ma “la loro grandezza è stata modellata dal perdono”.

L’unità nella Chiesa e fra le Chiese, sorelle e fratelli, si nutre di perdono e di reciproca fiducia. A cominciare dalle nostre famiglie e dalle nostre comunità. Se infatti Gesù si fida di noi, anche noi possiamo fidarci gli uni degli altri, nel suo Nome.

A servizio dell’unità e della comunione
C’è anche un altro elemento che Papa Leone sottolinea e che riguarda i “cristiani che il Vangelo rende generosi e audaci persino a prezzo della vita”.

Esiste così un ecumenismo del sangue, una invisibile e profonda unità fra le Chiese cristiane, che pure non vivono ancora tra loro la comunione piena e visibile. Voglio pertanto confermare in questa festa solenne che il mio servizio episcopale è servizio all’unità e che la Chiesa di Roma è impegnata dal sangue dei Santi Pietro e Paolo a promuovere la comunione tra tutte le Chiese.

In contrasto con la mentalità mondana
Un servizio all’unità che nasce dalle pietre scartate, un rovesciamento che si realizza in Cristo, “la pietra, da cui Pietro riceve anche il proprio nome”. “Una pietra scartata dagli uomini e che Dio ha reso pietra angolare”; pietre che sono ai margini, “fuori le mura”, come quelle che edificano Piazza San Pietro e le Basiliche Papali di San Pietro e di San Paolo.

Ciò che a noi appare grande e glorioso è stato prima scartato ed espulso, perché in contrasto con la mentalità mondana. Chi segue Gesù si trova a camminare sulla via delle Beatitudini, dove la povertà di spirito, la mitezza, la misericordia, la fame e la sete di giustizia, l’operare per la pace trovano opposizione e anche persecuzione. Eppure, la gloria di Dio brilla nei suoi amici e lungo il cammino li plasma, di conversione in conversione.

Chiesa, casa e scuola di comunione
“Gli Apostoli Pietro e Paolo, insieme con la Vergine Maria,  conclude il Papa – intercedano per noi, affinché in questo mondo lacerato la Chiesa sia casa e scuola di comunione”.

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Il Cardinale della Speranza: Papa Leone XIV ricorda il Beato Iuliu Hossu nella Cappella Sistina

Posté par atempodiblog le 3 juin 2025

Il Cardinale della Speranza: Papa Leone XIV ricorda il Beato Iuliu Hossu nella Cappella Sistina
di s.E.S. –  Silere non possum

Il Cardinale della Speranza: Papa Leone XIV ricorda il Beato Iuliu Hossu nella Cappella Sistina dans Fede, morale e teologia Papa-Leone-XIV

In una Cappella Sistina immersa in raccoglimento e memoria, Papa Leone XIV [...] ha preso parte all’Atto Commemorativo dedicato al Beato Cardinale Iuliu Hossu, figura eroica della Chiesa Greco-Cattolica di Romania, martire della fede sotto il regime comunista e oggi esempio universale di dialogo, coraggio e speranza.

All’evento, che si inserisce nell’Anno Giubilare dedicato alla speranza, hanno preso parte rappresentanti di rilievo della società e del mondo religioso romeno, tra cui il presidente della Federazione delle Comunità Ebraiche in Romania, Silviu Vexler, e il vescovo Cristian Crișan, in rappresentanza dell’Arcivescovo Maggiore Lucian Mureșan.

Il ricordo del Pontefice: “Un apostolo della speranza”
Nel suo discorso, Papa Leone XIV ha voluto onorare la figura del Cardinale Hossu come “apostolo della speranza”, sottolineando come la sua fedeltà incrollabile alla Chiesa di Roma e il suo amore per il prossimo ne facciano oggi un simbolo luminoso di fede vissuta nel buio della persecuzione.

«La sua vita è stata una testimonianza di fede vissuta fino in fondo», ha dichiarato il Santo Padre, «un uomo di dialogo e un profeta di speranza, beatificato da Papa Francesco il 2 giugno 2019 a Blaj». Un passaggio toccante è stato dedicato al motto del Beato Hossu – “La nostra fede è la nostra vita” – che il Papa ha indicato come ispirazione per ogni cristiano contemporaneo.

Un giusto tra le nazioni
Particolarmente significativo è stato il riferimento all’impegno di Iuliu Hossu in favore degli ebrei durante l’occupazione nazista della Transilvania settentrionale, tra il 1940 e il 1944. A rischio della propria vita e di quella della sua Chiesa, egli si oppose con forza alle deportazioni, mobilitando il clero e i fedeli. Memorabile la Lettera pastorale del 2 aprile 1944, citata dal Papa, in cui il Vescovo esortava ad aiutare gli ebrei “non solo con i pensieri, ma anche con il sacrificio”.

Il processo per il riconoscimento di Hossu quale “Giusto tra le Nazioni” è stato avviato nel 2022 e oggi, ha affermato Leone XIV, “ci troviamo davanti a un modello di fratellanza al di là di ogni confine etnico o religioso”.

Una vita tra persecuzioni e fedeltà
Nato a Milas nel 1885 da una famiglia sacerdotale, Iuliu Hossu si formò a Roma, dove ottenne i dottorati in filosofia e teologia. Ordinato sacerdote nel 1910, divenne vescovo di Gerla nel 1917. Il 1° dicembre 1918, fu lui a leggere la Dichiarazione di Unità della Romania nella pianura di Blaj, un evento fondativo del moderno Stato romeno. Durante il regime comunista, la sua fedeltà alla Chiesa di Roma gli costò l’arresto, la detenzione e l’isolamento per oltre vent’anni. Fu recluso in diversi luoghi, tra cui il famigerato penitenziario di Sighet. Nonostante le dure condizioni, mantenne intatta la sua fede.

Le sue memorie, La nostra fede è la nostra vita, testimoniano un’anima profondamente radicata nella preghiera e nel perdono: “Il tuo amore, Signore, non sono riusciti a togliermelo via”, scriveva nel 1961. Morì il 28 maggio 1970 a Bucarest, pronunciando le parole: «La mia battaglia è finita, la vostra continua». San Paolo VI lo creò Cardinale “in pectore” nel 1969, primo romeno nella storia, rendendo pubblica la nomina solo nel 1973, dopo la sua morte.

Martire riconosciuto dalla Chiesa
Nel 2019, Papa Francesco ne ha riconosciuto il martirio insieme ad altri sei vescovi greco-cattolici perseguitati dal regime comunista, celebrandone la beatificazione durante il suo viaggio apostolico in Romania, a Blaj. La memoria liturgica comune è stata fissata al 2 giugno.

Un messaggio attuale
Nel concludere l’omelia, Papa Leone XIV ha lanciato un appello accorato a tutta la Chiesa e al mondo: “Diciamo ‘no’ alla violenza, ad ogni violenza, ancor più se perpetrata contro persone inermi e indifese, come bambini e famiglie. Che l’esempio del Cardinale Hossu sia una luce per il nostro tempo”.

La commemorazione nella Cappella Sistina non è stata solo un momento di memoria, ma anche un atto di impegno per il futuro. La figura del Beato Iuliu Hossu, pastore e martire, è oggi più che mai un ponte tra le fedi, un faro di libertà spirituale e una voce profetica in un’epoca che cerca pace e verità.

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Il Papa della misericordia

Posté par atempodiblog le 21 avril 2025

Il Papa della misericordia
di Andrea Tornielli – Vatican News

Il nostro Santo Padre Francesco è nato in Cielo dans Papa Francesco I Papa-Francesco

«La misericordia di Dio è la nostra liberazione e la nostra felicità. Noi viviamo di misericordia e non ci possiamo permettere di stare senza misericordia: è l’aria da respirare. Siamo troppo poveri per porre le condizioni, abbiamo bisogno di perdonare, perché abbiamo bisogno di essere perdonati». Se c’è un messaggio che più di ogni altro ha caratterizzato il pontificato Francesco e che è destinato a rimanere, è quello della misericordia.

Il Papa ci ha lasciato improvvisamente questa mattina, dopo aver dato l’ultima benedizione Urbi et Obi nel giorno di Pasqua dalla Loggia centrale della Basilica di San Pietro, dopo aver fatto l’ultimo giro tra la folla, per benedire e salutare.

Tanti sono stati i temi affrontati dal primo Pontefice argentino nella storia della Chiesa, in particolare l’attenzione verso i poveri, la fratellanza, la cura della Casa comune, il no deciso e incondizionato alla guerra. Ma il cuore del suo messaggio, quello che certamente ha fatto più breccia, è il richiamo evangelico alla misericordia. A quella vicinanza e tenerezza di Dio verso chi si riconosce bisognoso del suo aiuto. La misericordia come «l’aria da respirare», cioè ciò di cui abbiamo più necessità, senza la quale sarebbe impossibile vivere.

Tutto il pontificato di Jorge Mario Bergoglio è stato vissuto all’insegna di questo messaggio, che è il cuore del cristianesimo. Fin dal primo Angelus recitato il 17 marzo 2013 dalla finestra di quell’appartamento papale che non avrebbe mai abitato, Francesco ha parlato della centralità della misericordia, ricordando le parole dettegli da un’anziana signora venuta a confessarsi quando lui era da poco vescovo ausiliare di Buenos Aires: «Il Signore perdona tutto… Se il Signore non perdonasse tutto, il mondo non esisterebbe».

Il Papa venuto «dalla fine del mondo» non ha apportato cambiamenti agli insegnamenti della bimillenaria tradizione cristiana, ma riportando in modo nuovo la misericordia al centro del suo magistero, ha cambiato la percezione che tanti avevano della Chiesa. Ha testimoniato il volto materno di una Chiesa che si china su chi è ferito e in particolare su chi è ferito dal peccato. Una Chiesa che fa il primo passo verso il peccatore, proprio come Gesù fece a Gerico, invitandosi a casa dell’impresentabile e odiato Zaccheo, senza chiedergli nulla, senza precondizioni. Ed è perché si è sentito per la prima volta guardato e amato così, che Zaccheo si è riconosciuto peccatore trovando in quello sguardo del Nazareno la spinta per convertirsi.

Tanta gente, duemila anni fa, si è scandalizzata vedendo il Maestro entrare proprio nella casa del pubblicano di Gerico. Tanta gente si è scandalizzata in questi anni per i gesti di accoglienza e di vicinanza del Pontefice argentino verso ogni categoria di persone, in special modo per “impresentabili” e peccatori. Nella sua prima omelia a una messa con il popolo, nella chiesa di Sant’Anna in Vaticano, Francesco disse: «Quanti di noi forse meriterebbero una condanna! E sarebbe anche giusta. Ma Lui perdona! Come? Con la misericordia che non cancella il peccato: è solo il perdono di Dio che lo cancella, mentre la misericordia va oltre. È come il cielo: noi guardiamo il cielo, tante stelle, ma quando viene il sole al mattino, con tanta luce, le stelle non si vedono. Così è la misericordia di Dio: una grande luce di amore, di tenerezza, perché Dio perdona non con un decreto, ma con una carezza».

Durante tutti gli anni del suo pontificato, il 266° successore di Pietro ha mostrato il volto di una Chiesa vicina, capace di testimoniare tenerezza e compassione, accogliendo e abbracciando tutti, anche a costo di correre dei rischi e senza preoccuparsi delle reazioni dei benpensanti. «Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade – aveva scritto Francesco in “Evangelii gaudium”, la road map del suo pontificato – piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze». Una Chiesa che non confida nelle capacità umane, nel protagonismo degli influencer che rimandano solo a sé stessi e nelle strategie del marketing religioso, ma si fa trasparente per far conoscere il volto misericordioso di Colui che l’ha fondata e la fa vivere, nonostante tutto, da duemila anni.

È quel volto e quell’abbraccio che tanti hanno riconosciuto nel vecchio Vescovo di Roma venuto dall’Argentina, che aveva iniziato il suo pontificato andando a pregare per i migranti morti in mare a Lampedusa, e l’ha concluso immobilizzato in sedia a rotelle, spendendosi fino all’ultimo istante per testimoniare al mondo l’abbraccio misericordioso di un Dio vicino e fedele nell’amore verso tutte le sue creature.

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La Madonna ci invita a lavorare per la nostra conversione

Posté par atempodiblog le 6 décembre 2020

Messaggio della Regina della Pace alla veggente Marija (25 novembre 2020)

“Cari figli,
questo è il tempo dell’amore, del calore, della preghiera e della gioia.
Pregate, figlioli, affinché Gesù Bambino nasca nei vostri cuori.
Aprite i vostri cuori a Gesù che si dona a ciascuno di voi.
Dio mi ha inviato per essere gioia e speranza in questo tempo ed io vi dico: senza Gesù Bambino non avete né la tenerezza né il sentimento del Cielo, nascosti nel Neonato.
Perciò, figlioli, lavorate su voi stessi.
Leggendo la Sacra Scrittura, scoprirete la nascita di Gesù e la gioia dei primi giorni che Medjugorje ha donato all’umanità.
La storia sarà vera, ciò che anche oggi si ripete in voi ed attorno a voi.
Lavorate e costruite la pace attraverso il Sacramento della Confessione.
Riconciliatevi con Dio, figlioli, e vedrete i miracoli attorno a voi.
Grazie per aver risposto alla mia chiamata”.

 La Madonna ci invita a lavorare per la nostra conversione dans Apparizioni mariane e santuari Messa-di-Natale

Commento di padre Livio di Radio Maria al messaggio di Medjugorje del 25 novembre 2020

Questo è un messaggio tipicamente natalizio.
Il Cuore della Madonna è come se fosse ancora ripieno di quell’emozione, di quei sentimenti di grazia, di gioia, di luce, di amore che aveva quando ha partorito Gesù e quando Lo ha stretto al suo Cuore.
Tutte le mamme provano questi sentimenti, ma pensate alla Madonna che era con quel Bambino concepito per opera dello Spirito Santo, il Figlio di Dio e certamente di una bellezza divina!
La Madonna ci vuole trasmettere i suoi sentimenti, usa parole incredibili e ha concentrato in questo messaggio le parole più belle per rallegrare il nostro cuore: “amorecaloregioiapreghiera, speranzatenerezzasentimento pace”.
È una cosa unica nei suoi messaggi in quarant’anni. Queste parole devono essere come le stelle che guidano il nostro cammino interiore fino a Betlemme.
Mettiamo adesso in evidenza i passaggi fondamentali del messaggio.
Cari figli, questo è il tempo dell’amore, del calore, della preghiera e della gioia.
Pregate, figlioli, affinché Gesù Bambino nasca nei vostri cuori”.
Alla Madonna sta a cuore che quell’evento, quel Natale che ha vissuto, che ha vissuto Giuseppe, che hanno vissuto i pastori, che hanno vissuto i Magi, anche noi lo riviviamo in questo Natale.
Che riviviamo i medesimi sentimenti che quel Bambino dona, sentimenti di profumo di cielo, di tenerezza, che sono nascosti nel neonato.
Lei vuole che in questo Natale quel Bambino sia così vivo che noi possiamo accogliere la sua irradiazione di amore, di gioia, di pace, perché attraverso la divinità, umile e piccola di un neonato, si manifesti l’amore di Dio per noi.
Allora sarà un vero Natale, un Natale indimenticabile.
Ma come è possibile rivivere quel Natale, quando in cielo c’erano gli angeli che annunciavano l’evento atteso da sempre, cantando: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli”, perché in quel Bambino si manifesta la gloria di Dio, “e pace in terra agli uomini amati dal Signore”?
Cosa bisogna fare?
Allora prima di tutto la Madonna dice: “aprite i vostri cuori a Gesù che si dona a ciascuno di voi”.
Questa frase “aprire i cuori” è centrale nei messaggi di Medjugorje, la Madonna l’ha ripetuta infinite volte. Il contrario sono i cuori chiusi, induriti nel male del peccato, che erigono come un muro a Dio, un rifiuto a Dio.
Gran parte dell’umanità, proprio di chi era cristiano, ha il cuore così, chiuso, infatti la Madonna ha detto “avete rifiutato la fede e l’amore”, il cuore murato, proprio come un muro infrangibile; c’è proprio un rifiuto che è misto al disprezzo, come se fossero tutte superstizioni, cose da vecchietti, il Cristianesimo sarebbe una sotto-cultura.
E la Madonna ci chiede di fare lo sforzo più grande che si possa fare: la conversione, che è una grande grazia, ma richiede uno sforzo che pochi si sentono di fare e cioè la rinuncia al peccato, la rinuncia al male, al proprio egoismo, alla propria superbia, alla propria avidità, cattiveria, prepotenza, alla voglia di emergere, la rinuncia a tutte le invidie, le cattiverie, le gelosie, gli inganni, i tranelli, le falsità.
C’è tutto un mondo diabolico che ha inquinato i cuori, che li porta a chiudersi come delle ostriche talmente chiuse che non si riesce ad aprire.
E la Madonna dice: “Dio vi dà la grazia, Dio vi chiama, Dio vi aiuta, ma voi fate lo sforzo di aprire il cuore!” Senza questo sforzo uno si perde!
Ritorniamo alla fede, ritorniamo all’umiltà dei bambini, come dei neonati  in ginocchio davanti al Bambino Gesù!
Lasciamoci compenetrare dalla Sua bellezza dalla Sua umiltà, dal Suo sorriso, apriamo i cuori a Gesù.
E poi la Madonna ci ha detto per due volte: “lavorate”.
Perciò figlioli lavorate su voi stessi”. Lavorare con martello e scalpello per spezzare le catene del male che ci legano, con cui satana ci tiene al guinzaglio!
E ha detto anche una frase molto interessante: “Leggendo la Sacra Scrittura, scoprirete la nascita di Gesù”. Leggendo il Vangelo del Natale noi scopriamo il meraviglioso mistero che la Madonna e Giuseppe hanno vissuto, “e la gioia dei primi giorni che Medjugorje ha donato all’umanità”.
La Madonna ha ricordato i primi giorni di Medjugorje, e il primo giorno in cui è apparsa, il 24 Giugno 1981, aveva il Bambino Gesù in braccio.
La Madonna ci dona la gioia portandoci Gesù Bambino.
Ogni Natale è venuta con Gesù Bambino e nel Natale del 2012 il Bambino Gesù neonato si è alzato e con voce solenne ha detto: “io sono la vostra pace, vivete i miei comandamenti”.
Poi più avanti ripete queste parole importanti: ”lavorate e costruite la pace attraverso il Sacramento della Confessione”.
Bisogna rompere il nostro cuore di pietra, far sì che ci sia un cuore dove entra la tenerezza e il profumo di cielo del neonato.
Non è la prima volta che la Madonna crea il legame fra la Confessione e la conversione. Il processo di conversione è lungo e l’apertura del cuore richiede anche tempo, però non rimandatela, perché il diavolo vi dice “domani, dopodomani” e poi non vi convertite più.
È adesso che dovete decidere di aprire il cuore, è adesso che dovete decidere la conversione, non domani! Il processo di conversione deve arrivare al momento in cui, il Bambino Gesù nasce nei nostri cuori!
La conversione inizia con la revisione della propria vita, decidere cosa bisogna tagliare, perché la parola decisione deriva dalla parola latina “tagliare”.
La decisione è un taglio, si tagliano i legami che ci tengono legati al mondo e al demonio, disboscando il bosco ceduo che sono i vizi capitali che proliferano e poi costruiamo il mondo della pace, cioè una vita virtuosa, l’immagine di Dio in noi stessi, questo è il processo.
Il momento in cui il Bambino Gesù nasce nei nostri cuori è il momento in cui andiamo al Sacramento della Confessione.
Negli ultimi anni la Confessione è entrata in crisi e adesso col lockdown e il distanziamento la Confessione rischia di sparire, e questo è una cosa molto seria.
La Chiesa esorti i sacerdoti, in sicurezza, a rendersi disponibili per la Confessione, dando degli orari. La gente deve sapere quando ci si può confessare, facendo anche una preparazione generale di 10, 15 minuti, per il pentimento e la vita nuova.
In un messaggio la Madonna ha detto: “Bisogna esortare la gente a confessarsi ogni mese, soprattutto il primo venerdì o il primo sabato del mese. Fate ciò che vi dico! La Confessione mensile sarà una medicina per la Chiesa d’Occidente. Se i fedeli si confessassero una volta al mese, presto intere regioni potrebbero essere guarite”. (Messaggio del 6 agosto 1982)
La Madonna ci ha descritto il cammino, ci ha detto come va vissuto il Natale, con amore, calore, gioia, sentimento, pace..
Voglio metter in evidenza 2 passaggi di grande speranza in questi tempi in cui l’umanità è allo sbando, con crisi esistenziali che solo Dio sa:
Dio mi ha inviato per essere gioia e speranza in questo tempo”.
Noi non siamo disperati, non siamo angosciati, noi vinciamo la paura, noi abbiamo fiducia, perché siamo di Dio che ha mandato la Madonna che è gioia e speranza. Gioia, perché viene col suo sorriso e le sue parole e speranza, perché sappiamo che Lei sarà la vincitrice, Lei vincerà la potenza del male che sta travolgendo e mettendo in pericolo il mondo e l’opera della creazione.
E per confermare questa prospettiva di speranza e di gioia dice: “Riconciliatevi con Dio, figlioli, e vedrete i miracoli attorno a voi”.
Anche nel messaggio del 25 settembre 2020 la Madonna parla di miracoli che vengono compiuti dal nostro ritorno a Dio, dalla nostra conversione:
la preghiera e il digiuno operano miracoli in voi e attorno a voi”.
Grazie per aver risposto alla mia chiamata« .
È un messaggio meraviglioso.
Chiediamo la grazia alla Madonna della conversione, della Confessione, del ritorno a Dio che vuol dire aprire il cuore a Gesù Bambino, poi Lui nascerà nel nostro cuore e con Gesù nel cuore abbiamo tutto.
Come è misericordioso Dio che ci manda sua Madre in questo tempo!
La Madonna dice due volte: “lavorate”.
Lavoriamo per la nostra conversione, questa è la cosa più importante, i risultati saranno straordinari, vedremo miracoli.

N.B. Il testo di cui sopra  può essere divulgato a condizione che si citi (con link, nel caso di diffusione via internet) il sito www.medjugorjeliguria.it indicando:  “ Trascrizione dall’originale audio ricavata dal sito: www.medjugorjeliguria.it

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Il Papa ricorda i sacerdoti morti per essere vicini ai malati

Posté par atempodiblog le 9 avril 2020

Il Papa ricorda i sacerdoti morti per essere vicini ai malati
Nell’Ultima cena Gesù istituisce l’Eucaristia e fonda il sacerdozio. E Papa Francesco nella Messa in Coena Domini ricorda la santità di tanti parroci anonimi e coloro che si sono sacrificati soprattutto in questo periodo di pandemia. A tutti raccomanda: sperimentate il perdono di Dio e perdonate con generosità
di Adriana Masotti – Vatican News

Il Papa ricorda i sacerdoti morti per essere vicini ai malati dans Commenti al Vangelo Santo-Padre

Un Giovedì Santo davvero particolare quello di quest’anno a causa delle restrizioni imposte dalla pandemia che ha stravolto in poco tempo la vita di tutti. Anche i giorni del Triduo Pasquale, al centro della calendario liturgico, i più importanti per i cristiani, vedranno le chiese aperte ma le celebrazioni senza la presenza dei fedeli. Sarà così anche per le celebrazioni liturgiche di Papa Francesco. Il Papa non ha presieduto stamattina la Messa del Crisma con i sacerdoti di Roma, ma alle 18, all’altare della Cattedra in San Pietro, celebra la Messa in Coena Domini, che fa memoria dell’istituzione dell’Eucaristia.

La Basilica solo in apparenza vuota
La Basilica vaticana è vuota, con il Papa che indossa i paramenti di colore bianco, solo poche persone: i lettori, i cantori, alcuni sacerdoti e alcune religiose, un vescovo e il cardinale Angelo Comastri, arciprete della Basilica, tutti a distanza di sicurezza. Omesso il tradizionale rito della lavanda dei piedi che gli anni scorsi vedevano Francesco ripetere il gesto di Gesù a carcerati, poveri e rifugiati. L’ultima volta lo aveva fatto nella Casa Circondariale di Velletri o, nel 2018, in quella romana di Regina Coeli. Eppure, tramite i media sono probabilmente molto più numerosi del solito coloro che oggi partecipano alla Messa.

Gesù amò i suoi fino alla fine
Ad aprire la celebrazione è il canto del Gloria. La prima Lettura è tratta dal Libro dell’Esodo e riferisce le prescrizioni date dal Signore al suo popolo, per mezzo di Mosè e Aronne, per la cena pasquale. La seconda è un brano della seconda Lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi che ai fedeli ricorda: “Ogni volta che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché Egli venga”. La pagina del Vangelo secondo Giovanni è la descrizione dell’Ultima cena di Gesù con i suoi che, scrive, “amò fino alla fine”.

Eucaristia, servizio, unzione
Il Papa tiene l’omelia a braccio. Sottolinea tre parole che sono tre realtà al centro del Giovedì Santo: l’Eucaristia, il servizio, l’unzione. Il Signore vuole rimanere con noi, nell’Eucaristia, afferma Francesco, e noi diventiamo il suo tabernacolo. Gesù, continua, arriva a dire che “se non mangiamo il suo corpo e non beviamo il suo sangue, non entreremo nel Regno dei Cieli”. Ma per entrare nel Regno dei Cieli è necessaria anche la dimensione del servizio e Francesco prosegue:

Servire, sì, tutti. Ma il Signore, in quello scambio di parole che ha avuto con Pietro, gli fa capire che per entrare nel Regno dei Cieli dobbiamo lasciare che il Signore ci serva, che sia il Servo di Dio servo di noi. E questo è difficile da capire.

La grazia del sacerdozio
E poi il sacerdozio: il Papa dice che oggi desidera essere vicino a tutti i sacerdoti. Tutti dal primo all’ultimo, dice, siamo unti dal Signore, unti per celebrare l’Eucaristia e per servire. E se non è stato possibile oggi celebrare la Messa crismale con i sacerdoti, in questa di stasera il Papa vuole ricordare i sacerdoti, specie quelli che offrono la vita per il Signore, e che si fanno servitori degli altri. Ricorda le molte decine di sacerdoti che sono morti in Italia a causa del Covid-19, prestando servizio agli ammalati, assieme ai medici e al personale sanitario. “sono i Santi della porta accanto”, capaci di dare la vita. E poi ci sono i sacerdoti che prestano servizio nelle carceri o quelli che vanno lontano per portare il Vangelo e muoiono lì, quindi e prosegue:

Diceva un vescovo che la prima cosa che lui faceva, quando arrivava in questi posti di missione, era andare al cimitero e mettere sulla tomba dei sacerdoti che hanno lasciato la vita lì, giovani, per la peste del posto: non erano preparati, non avevano gli anticorpi, loro; nessuno ne conosce il nome.

Porto all’altare con me tutti i sacerdoti
Tanti i sacerdoti anonimi, i parroci di campagna o nei paesini di montagna, sacerdoti che conoscono la gente. “Oggi vi porto nel mio cuore e vi porto all’altare”, afferma Papa Francesco. E poi ci sono i sacerdoti calunniati che per strada vengono insultati:

Tante volte succede oggi, non possono andare in strada perché dicono loro cose brutte in riferimento al dramma che abbiamo vissuto con la scoperta dei sacerdoti che hanno fatto cose brutte.

Chiedere perdono e perdonare
Cita poi i sacerdoti, i vescovi e lui stesso “che non si dimenticano di chiedere perdono” perché “tutti siamo peccatori”.  E poi i sacerdoti in crisi, nell’oscurità. A tutti raccomanda solo una cosa: “non siate testardi come Pietro. Lasciatevi lavare i piedi. Il Signore è il vostro servo, Lui è vicino a voi per darvi la forza, per lavarvi i piedi”. Dall’essere perdonati a perdonare il peccato degli altri. Papa Francesco raccomanda un “cuore grande di generosità nel perdono” sull’esempio di Cristo.

Lì c’è il perdono di tutti. Siate coraggiosi. Anche nel rischiare nel perdonare, per consolare. E se non potete dare un perdono sacramentale in quel momento, almeno date la consolazione di un fratello che accompagna e lascia la porta aperta perché torni.

Il Papa conclude ringraziando il Signore per il sacerdozio e per i sacerdoti e dice infine: “Gesù vi vuole bene. Soltanto chiede che voi vi lasciate lavare i piedi”.

La preghiera al Signore perché vinca il male
Al momento della preghiera dei fedeli un diacono presenta cinque intenzioni. Si prega per la Chiesa perché “annunci a ogni uomo che solo in te c’è salvezza”; la seconda supplica il Signore di sostenere “le sofferenze dei popoli” e perché “i governanti cerchino il vero bene e le persone ritrovino speranza e pace ». La terza è per i sacerdoti perché siano “un riflesso vivo del sacrificio che celebrano e servano i fratelli con generosa dedizione”. Nella quarta si prega per i giovani, perché il Signore tocchi il loro cuore e loro lo seguano “sulla via della croce”, scoprendo “che solo in te c’è libertà, gioia e vita piena”. Infine si chiede a Dio di consolare l’umanità afflitta “con la certezza della tua vittoria sul male: guarisci i malati, consola i poveri e tutti libera da epidemie, violenze ed egoismi”. Una preghiera quanto mai attuale in mezzo alla ‘tempesta’ in cui stiamo vivendo.

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