A volte sono i figli a “dare vita” ai genitori

Posté par atempodiblog le 28 décembre 2014

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Al termine del libro “Generare è narrare”, padre J.P. Sonnet osserva come a volte sono i figli a “dare vita” ai genitori, ad agire in contropiede, mettendo in crisi padri e madri, come ad esempio Gesù dodicenne nel tempio.

“I figli e le figlie che lasciano gli adulti interdetti non mancano nella Bibbia [...]

Crescendo, il figlio si scopre paradossalmente custode della paternità di suo padre – quest’ultima infatti passa ovviamente attraverso crisi. [...] In molti modi, i figli e le figlie di oggi prolungano questa tradizione biblica, sconcertando genitori spiritualmente assenti e risvegliandoli con la radicalità delle loro domande. [...]

In Gesù si prolunga la rivoluzione iniziata in Obed, che fa del più giovane il redentore dei più grandi. La rivoluzione ci rincorre: i più giovani possiedono l’arte di ‘far tornare alla vita’ i loro genitori assenti, dimentichi della vita di Dio. Ancora e sempre, Dio visita il suo popolo attraverso la generazione che viene”.

In quest’epoca di genitori assenti, questa pagina mi ha toccato il cuore, dandogli la trafittura della fiducia.

Riflessione di Andrea Monda

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LEWIS/ Il cristianesimo? Non è cosa per “brave persone”

Posté par atempodiblog le 9 septembre 2013

LEWIS/ Il cristianesimo? Non è cosa per “brave persone”
di Andrea Monda – Il Sussidiario
Tratto da: Il Centro culturale Gli scritti

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Nel 1952 viene pubblicato in Inghilterra un libro dallo strano titolo, Mere Christianity di Clive Staples Lewis, già famoso, anche al di fuori della madrepatria, per Le lettere di Berlicche e Le Cronache di Narnia. Con quest’opera dedicata al «mero» cristianesimo, cioè ai principi-base della fede, comuni ad ogni confessione cristiana, il poliedrico genio del professore di filologia di Cambridge, poeta e apologeta, saggista e romanziere, metteva ordine e raccoglieva in un unico volume le sue riflessioni di oltre una decade sulla fede cristiana, quella fede che alla fine degli anni ’20 aveva riscoperto e abbracciato grazie a diversi “incontri”, con i libri di George MacDonald e di Gilbert Keith Chesterton e con la persona di J.R.R.Tolkien.

Da buon convertito egli fu infatti un energico apologeta: proprio come Chesterton aveva fatto nei primi decenni del secolo, così Lewis tra gli anni ’40 e ’60 percorre in lungo e in largo il territorio britannico per sfidare, dal vivo o anche per radio, atei e agnostici a singolar tenzone e quindi sconfiggerli in virtù di una eccezionale forza dialettica. Quella stessa forza che insieme alla propria cultura filologica, ad un notevole acume psicologico ed una grande conoscenza del cuore umano, troviamo riversata in tutte le sue opere. È proprio dalla sua attività di conferenziere che nasce nel 1942 il volume Broadcast Talks e l’anno successivo Christian Behaviour: A Further Series of Broadcast Talks e poi Beyond Personality: the Christian Idea of God pubblicato nel 1944. Mere Christianity è di fatto l’edizione riveduta e ampliata di questi tre volumi in un’unica raccolta e in qualche modo è la summa del Lewis apologeta (anche se a questo saggio devono essere aggiunti Il problema della sofferenza, La mano nuda di Dio: uno studio preliminare sui miracoli, I quattro amori e L’onere della gloria). In Italia Lewis non ha conosciuto la fortuna del suo amico Tolkien e nemmeno quella del suo “maestro” Chesterton: Mere Christianity è stato tradotto solo nel 1981, prima dalle Edizioni G.B.U. con il titolo Scusi, qual è il suo dio? e poi nel 1997 da Adelphi, con il titolo Il cristianesimo così come è.

In questo libro piccolo quanto prezioso splende la forza intellettuale e il nitore spirituale del Lewis apologeta pugnace, degno erede di Chesterton, forse meno sanguigno e spassoso dell’illustre creatore di Padre Brown, ma dotato di uno stile più limpido e distaccato (e non per questo meno efficace, tutt’altro). Il lettore italiano del terzo millennio riesce a gustare i ragionamenti di Lewis che lo introducono con la forza di un moderno Padre della Chiesa nel vivo della fede cristiana presentata ad un tempo con passione ed equilibrio.

Ritroverà nelle pagine di Lewis gli insegnamenti di Agostino (splendida nella prima parte la critica al dualismo) per cui “…la malvagità non può nemmeno riuscire ad essere un male allo stesso modo in cui la bontà è un bene. La bontà è, per così dire, se stessa, ma la malvagità è solo bontà deteriorata. Ci deve dunque essere, prima, qualcosa di buono, perché possa poi essere guastato [...] Cominciate ora a capire perché il cristianesimo ha sempre affermato che il diavolo è un angelo caduto? Non è semplicemente una storiella per bambini; è il riconoscimento del fatto che il male è un parassita, non qualcosa di originale”, ma anche quella forte rivalutazione dei sensi e della ragione umana di chiara marca “tomista”.

Tutto questo condito con le “salse” tipicamente britanniche del buon senso, dell’umorismo e di un innato sentimento poetico. Se per Borges, “inglese di Buenos Aires”, la poesia è essenzialmente cogliere la stranezza delle cose della vita, anche per Lewis, seguace di Chesterton, il cristianesimo eccelle tra le altre religioni per la sua stranezza, cioè corrispondenza con la realtà: “Di solito, infatti, la realtà è qualcosa che non si sarebbe mai potuta immaginare. Questa è una delle ragioni per cui credo nel cristianesimo: è una religione che non si sarebbe mai potuta immaginare. Se ci proponesse proprio il tipo di universo che ci saremmo sempre aspettati, mi sembrerebbe il frutto di una nostra invenzione. Ma in effetti, non è niente che qualcuno abbia potuto inventare e presenta quelle strane contraddizioni che sono proprie delle cose vere”.

Con questa stessa freschezza e leggerezza Lewis si muove tra i principali dogmi del cristianesimo, dalla creazione all’incarnazione, passando per il peccato originale (“Per quanto ne sappiamo, a Dio non costa nulla creare cose belle; ma convertire delle volontà ribelli gli costa la crocifissione”), con ragionamenti rigorosi e nitidi quanto politicamente scorretti (si tratta sempre di parlare di Cristo, segno di contraddizione) fino alla distinzione finale tra “brave persone” e “uomini nuovi” che il cristianesimo, questa religione sempre giovane, è venuta a sancire definitivamente: “paragonata allo sviluppo dell’uomo su questo pianeta, la diffusione del cristianesimo nella razza umana sembra sia avvenuto nel tempo di un lampo, perché duemila anni sono quasi nulla nella storia dell’universo […] siamo ancora i ‘primi cristiani’ […] stiamo mettendo i primi denti. Il mondo esterno, senza dubbio, pensa esattamente il contrario, e cioè che stiamo morendo di vecchiaia, ma ogni volta il mondo è rimasto deluso [...] L’uniformità è più diffusa tra gli uomini ‘naturali’ che tra chi si arrende a Cristo. Come sono stati monotonamente simili tutti i grandi tiranni e conquistatori! E come sono gloriosamente diversi i santi!”.

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Piace a Francesco l’hobbit inquieto

Posté par atempodiblog le 30 août 2013

Piace a Francesco l’hobbit inquieto
di Andrea Monda – Avvenire

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Un po’ li ha citati lui, come nel caso di Bloy e Malègue, un po’ le notizie girano e su Jorge Mario Bergoglio lo fanno vorticosamente dal 13 marzo scorso, e quindi già si conoscono alcuni dei poeti e romanzieri preferiti da Papa Francesco: oltre ai due suddetti francesi, ecco due nomi che ci saremmo potuto aspettare, Manzoni e Dostoevskij, ma anche il poeta tedesco Hölderlin, l’argentino Borges (di cui è stato amico personale) e l’inglese Chesterton. Ma ce n’è un altro, sempre inglese, che non è ancora emerso, Tolkien, l’autore di uno dei libri più letti al mondo, Il Signore degli Anelli, che evidentemente ha raggiunto e conquistato l’attuale pontefice preso «alla fine del mondo».

Proprio sessant’anni fa, nel 1953 veniva pubblicata la prima parte della più famosa trilogia letteraria, La Compagnia dell’Anello, e venti anni dopo, esattamente il 2 settembre 1973, in Inghilterra, a Bournemouth, si spegneva l’autore del romanzo che già era diventato uno dei più grandi successi della storia della letteratura mondiale, al punto che Tolkien stesso pare abbia etichettato con l’espressione «deplorevole culto» il fenomeno di fanatismo che specie a partire dalla metà degli anni ’60 (quando negli Usa il romanzo uscirà in edizione paperback) aveva contagiato tutto il mondo anglofono e non solo. A quarant’anni dalla sua morte, oggi l’opera di Tolkien è universalmente conosciuta anche grazie alla cassa di risonanza dei film che il talentuoso regista neozelandese Peter Jackson è andato realizzando, arrivando a quota quattro, ma altri due stanno arrivando, e non è facile fare il punto e dare un giudizio sulla «eredità di Tolkien» (è questo il titolo del convegno che l’associazione culturale La Contea ha organizzato per il 5 settembre a Messina).

Forse il cespite più pregiato del vasto inventario di beni che Tolkien lascia ai lettori di oggi e di domani è rappresentato proprio dall’invenzione degli Hobbit. A parte questi piccoli ometti così buffi e al tempo stesso decisivi per lo sviluppo e l’esito della storia, tutto il resto (cavalli e cavalieri, torri e stregoni, foreste e incantesimi, spade, nani e draghi) Tolkien infatti non lo inventa ma lo attinge dall’immenso bagaglio degli antichi miti e delle leggende medioevali che da raffinato filologo conosceva perfettamente, ma gli Hobbit no, non si sa, non lo sa nemmeno lui, da dove sono spuntati. E gli Hobbit sono davvero molto interessanti; sono il «tocco di Novecento» in questa saga medioevale, sono uomini (anzi, mezzi-uomini) così comuni da essere fuori dal comune nella Terra-di-Mezzo così simile al nostro mondo; sono tutto e il contrario di tutto, forse siamo noi, lettori ad un tempo impigriti e spaesati, nostalgici non si sa bene di cosa, in quest’alba di terzo millennio. Abitano nei buchi come conigli, ma possono rivelare un coraggio da leoni, vivacchiano tra «cavoli e patate» ma vogliono incontrare «elfi e draghi», sono buffi, gretti e goffi ma tenaci e resistenti come pochi alle avversità, pieni di mille risorse (in primis un inguaribile humour) che li rende capaci di sopravvivere ai più grandi disastri. E poi, soprattutto, sono pronti.

Readiness it’s all, la prontezza è tutto, diceva Amleto, e questo è vero per alcuni tra gli abitanti della Contea, la dolce e verde regione collinare dove vegetano pigramente quasi tutti gli Hobbit della mitica Terra-di-Mezzo. Per alcuni, non per tutti: Tolkien parla solo degli Hobbit più “trasgressivi” nel senso etimologico del termine, quelli che fanno il passo al di là, che, spezzando le abitudini, si mettono in cammino e viaggiano oltre i tranquilli confini della Contea.

Sono questi Bilbo e poi suo nipote Frodo Baggins con i quali «ritorna nella letteratura contemporanea l’immagine dell’uomo che è chiamato a mettersi in cammino e, camminando, conoscerà e vivrà il dramma della scelta tra bene e male». A parlare con cognizione di causa è proprio Jorge Mario Bergoglio, che ha dedicato queste parole a Bilbo e Frodo nell’omelia per la Pasqua del 2008, in cui ha parlato anche di altri viaggiatori, Enea, Ulisse e, soprattutto, Abramo, che «chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava» (Ebrei 11,8), proprio come Frodo che, animato da un «corazón inquieto», parte fedele ad una missione, ad una «vocazione», di cui però non conosce molti dettagli e non controlla l’esito finale (come è noto dirà, nel grave momento della decisione: «Prenderò io l’anello, ma non conosco la strada»).

Al cardinale Bergoglio, e oggi a Papa Francesco, sta molto a cuore questo tema dell’uomo in cammino, che si mette in strada realizzando così il benefico «éxodo de sí mismo», proprio come dovrebbe fare una Chiesa capace di uscire dalle paludi dell’auto-referenzialità e di affidarsi ad un cammino che non è stabilito né controllato ma appunto «obbediente», che nasce cioè dall’ascolto e dall’abbandono fiducioso.

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Il Papa con due santi in Paradiso. Intervista incrociata a due dotti figli di Francesco e Ignazio sul “francescano in talare da gesuita”

Posté par atempodiblog le 10 juillet 2013

Il Papa con due santi in Paradiso
Intervista incrociata a due dotti figli di Francesco e Ignazio sul “francescano in talare da gesuita”
La duttilità di spirito propria ai gesuiti, “scioltezza la chiamava il cardinal Martini. La povertà “baluardo di tutte le altre virtù”.
L’intreccio delle spiritualità ignaziana e francescana, il paradigma ancora attuale della dispusta sui “Riti cinesi”.
Ignazio ha voluto che i gesuiti fossero orientati a “en todo amar y servir” e rinunciassero alle dignità ecclesiastiche.
Francesco è nome impensabile per chi doveva reggere la barca di Pietro: quel nome non evocava capacità di governo e di potere.
di Andrea Monda – Il Foglio
Tratto da: sanfrancesco.org

Il Papa con due santi in Paradiso. Intervista incrociata a due dotti figli di Francesco e Ignazio sul “francescano in talare da gesuita” dans Andrea Monda c81l

“Chiàmati Adriano, sarai riformatore, anzi chiamati Clemente XV, così ti vendichi di Clemente XIV che sciolse la Compagnia di Gesù”. Non sappiamo quale cardinale avesse suggerito scherzosamente il nome di Clemente a Jorge Mario Bergoglio, ma forse non aveva in grande simpatia i francescani, visto che Clemente XIV era seguace del Poverello d’Assisi, e invece il nome scelto alla fine dal primo Papa gesuita è stato proprio quello di Francesco. Di questo Papa anfibio, metà gesuita e metà francescano, parliamo con due esponenti di rilievo dei due ordini, professori di teologia nei luoghi di maggiore livello scientifico rispettivamente dei gesuiti, la Pontificia Università Gregoriana, dove padre Sandro Barlone insegna Teologia dogmatica, e dei francescani, l’Istituto Teologico di Assisi dove fra Guglielmo Spirito è docente di Teologia spirituale.

Volto e look molto simile allo Sean Connery del “Nome della rosa”, fra Guglielmo Spirito non solo è francescano (del ramo dei Conventuali, ad Assisi), ma anche italoargentino, proprio come Bergoglio, anzi vicino di casa, come rivendica con un pizzico di orgoglio e quel dolce accento sudamericano che ormai tutto il mondo ha cominciato ad apprezzare dal 13 marzo scorso: “La casa dei suoi genitori è nel quartiere di Flores, a pochi minuti di macchina dalla casa dei miei, nel quartiere di Belgrano”. Così spiega perché nessun Papa aveva mai osato chiamarsi Francesco: “I figli di san Francesco hanno dato alla chiesa cinque papi (e perfino un antipapa, Alessandro V nel ’400) e cioè Niccolò IV (+1292), Sisto IV (+1484), Giulio II (+1513), Sisto V (+1590) e infine Clemente XIV (+1774), tutti e cinque dell’ordine dei Frati minori detti Conventuali, il ramo più antico, gemello dell’ordine dei Predicatori, o domenicani. Personalmente ritengo che il nome Francesco fosse semplicemente impensabile per chi doveva reggere la barca di Pietro: quel nome non evocava di certo le capacità di governo (lui si dimise dalla guida dell’ordine, la cui evoluzione non riusciva a gestire) e tantomeno di potere, nemmeno spirituale. Francesco non fu un organizzatore, un fondatore capace di organizzare i suoi, quanto lo furono san Benedetto, san Domenico o sant’Ignazio, tutt’altro, il suo splendido carisma è decisamente altrove. Dovette arrivare san Bonaventura a integrare quanto mancava, a riorganizzare, e così non per caso è chiamato il Secondo fondatore. Si potrebbe quasi dire che a volte più che un ‘ordine’ quello francescano è un ‘contrordine’ o un ‘disordine’… Ignazio in questo è, oso dire, quasi l’opposto: la Compagnia è ottimamente funzionante fin dall’inizio”. Padre Sandro Barlone lo incontriamo dove insegna, un luogo in cui, fa notare, le storie dei due ordini s’intrecciano: “L’Università Gregoriana, retta dai gesuiti, rientra nel territorio della parrocchia dei SS. Apostoli, retta dai francescani Conventuali, nella cui Basilica è sepolto Clemente XIV, il Papa conventuale che il 13 luglio 1773 soppresse la Compagnia di Gesù” e ci spiega perché, prima ancora del tabù del nome Francesco, il suo confratello Bergoglio ne ha distrutto un altro, quello del primo Papa gesuita della storia. “La Compagnia di Gesù si è distinta per un compito specifico: la difesa e la propagazione della fede sotto la guida del Romano Pontefice. Un servizio esplicitato dal quarto voto di obbedienza al Papa emesso dai professi, il che vuol dire andare, senza indugio, in ogni parte del mondo, al cenno del Romano Pontefice e mette i gesuiti a servizio del bene universale della chiesa di cui solo il Papa possiede la visione esatta, ma li mantiene anche costantemente in uno stato di mobilità: truppe leggere da inviare dove sorge un bisogno della chiesa, allora come ora e di fatto li taglia fuori dalla possibilità che si possa pensare ad essi per compiti diversi, ad esempio le nomine episcopali che li sedentarizzerebbero e che porterebbero a “scremare” la Compagnia dei suoi uomini migliori. Per questo sant’Ignazio ha voluto che i gesuiti professi fossero più orientati a servire “en todo amar y servir”, senza divenire servili, e rinunciassero, per voto, alle dignità ecclesiastiche sia fuori che dentro la Compagnia, a meno che non vi fosse un ordine esplicito e indubbio da  parte del Papa. Questo spiega perché attualmente vi siano vescovi e cardinali anche tra i gesuiti ma dice anche perché non vi siano stati, sino a Francesco, papi provenienti dalla Compagnia di Gesù”.

Padre Barlone è sorpreso, ma non troppo, dalla scelta del gesuita Bergoglio di chiamarsi Francesco: “Nomen omen”. Il nome di Francesco evoca immediatamente un dato rapporto con Dio, con la realtà, con il prossimo. Forse dovremmo inquadrare questo evento nella duttilità e nella libertà di spirito propria ai gesuiti, “scioltezza” la chiamava il cardinale Martini. E’ singolare, difatti, che il nome Francesco lo abbia assunto un gesuita e non uno dei cinque papi francescani che pure vi sono stati nella storia. Al di là della fantasia di chi ignora la storia della Compagnia o presume di conoscerla solo per il ricorso a stereotipi di maniera, vi è un reale influsso della figura di san Francesco nella vicenda spirituale di Ignazio sin dai suoi inizi: “E se io facessi ciò che ha fatto san Francesco?… San Francesco ha fatto quest’altro: ebbene, devo farlo anch’io”, leggiamo nella sua ‘Autobiografia’. Influsso, questo, che si registra sul posto che la povertà riveste nella vita di sant’Ignazio e, più tardi, nella stessa vita dell’ordine, che definisce nelle Costituzioni la povertà “baluardo di tutte le altre virtù”. Influsso che raggiunge la sua nota più autentica nell’amore personale a Cristo e nella conformazione alla sua persona, mete a cui mira la dinamica degli ‘Esercizi Spirituali’ e si riflette, pure, nello stesso rapporto con il creato a cui Papa Francesco fa sovente riferimento. Il Principio e Fondamento degli Esercizi che parla delle creature come doni di Dio, e, soprattutto, la Meditazione per ottenere l’amore spirituale, che parla della presenza di Dio in tutte le realtà, sono testi poi tanto distanti dal ‘Cantico delle creature’?”.

Chiedere a entrambi qualcosa sui rapporti a volte anche molto tesi tra gesuiti e francescani è come entrare in un libro di storia che frate Spirito e padre Barlone conoscono perfettamente. Spirito: “Non c’è mai stata una vera e propria ‘guerra’ tra francescani e gesuiti, solo alcune scaramucce: la rivalità ‘storica’ è stata piuttosto tra i domenicani e i gesuiti (come nel Medioevo tra domenicani e francescani), perché entrambi gareggiavano nelle università e poi, nel Seicento, si sono trovati anche coinvolti in dispute teologiche di scuola, quasi di scuderia. Anzi, francescani e gesuiti erano ‘alleati’ contro i domenicani, nella polemica teologica a favore dell’Immacolata Concezione di Maria nel Cinquecento, Seicento e Settecento. Perfino del terzo Generale della Compagnia, san Francesco Borgia (+1572), si diceva che fosse ‘un francescano in talare da gesuita’: quindi la scelta e lo stile di Bergoglio hanno un illustre precedente tra gli stessi santi gesuiti. La sventurata soppressione della Compagnia nel 1773 sotto Clemente XIV, un frate minore conventuale, Gian Vincenzo Ganganelli, non fu dovuta a nessuna avversione da parte del Pontefice o dei francescani, bensì agli intrighi e alle feroci pressioni dei governi massonici in Europa, che vedevano nei gesuiti una barriera ai loro disegni di egemonia incontrastata. La sparizione delle favolose Reducciones tra i guaraní ne fu un frutto amaro, che invano i francescani tentarono di addolcire. Noi siamo tutti vittime della chiacchiera, del luogo comune, per cui si dividono, con l’accetta, i gesuiti – i ‘colti’ – e i francescani – i ‘semplici’ -, ma non è così, ovviamente. Ad esempio, al Concilio di Trento c’erano più teologi francescani che domenicani, i confratelli di san Tommaso. La semplice verità è che in ogni ordine esiste la massima ‘varietà’, non tutti i frati sono come quelli di ‘Marcelino Pan y Vino’, basti pensare a Sisto V, costruttore della Roma barocca, a san Giovanni da Capestrano (+1456) condottiero della crociata contro i turchi, o al cappuccino Joseph du Tremblay (+1638), chiamato ‘l’eminenza grigia di Richelieu’ o anche a san Pio da Pietrelcina, il quale non era certo un ‘tenerone’, e nemmeno san Massimiliano Kolbe”. Padre Barlone ci tiene a ricordare che, “guerra” no, ma un contrasto tra gesuiti e francescani ci fu: tra il Seicento e il Settecento in Cina e in India: “Nel 1582 arriva in Cina il gesuita Matteo Ricci che si impegna nello studio della lingua e della cultura cinese di cui divenne tanto esperto da poter confrontarsi con successo con gli intellettuali confuciani di cui adottò anche la foggia dell’abbigliamento. La linea seguita da Ricci e poi dai suoi successori fu quella di una saggia inculturazione: i gesuiti erano d’origine straniera ma si presentavano come partecipi della cultura cinese e così il cristianesimo non veniva visto come qualcosa di straniero, di barbaro. Per un popolo come i cinesi che ritenevano di essere il ‘centro’ del mondo la cosa era fondamentale. I gesuiti speravano in tal modo di convertire la Cina nel suo insieme partendo dalla classe dirigente. Il loro atteggiamento però scatenò quello che è passato alla storia come la ‘Controversia dei riti cinesi’. Secondo Ricci i riti in onore di Confucio e degli antenati – che ogni buon cinese doveva espletare – erano solo dei ‘riti civili’ e non ‘idolatri’ e per questo potevano essere eseguiti anche dopo la conversione alla fede cristiana. Ma i francescani e con loro i domenicani– forse perché più in contatto con le religioni popolari – affermavano che tali riti erano ‘idolatri’ e perciò bisognava proibirli a tutti i convertiti sostenendo in tutti i modi la loro proibizione per chi si convertiva al cristianesimo. La questione dei ‘Riti cinesi’ fu rimessa al giudizio del Pontefice che alla fine di una vicenda tortuosa nel 1747 condannò senza appello i ‘Riti cinesi’ e prescrisse a tutti i missionari operanti in Cina un impegno esplicito a non tollerarli. Il tentativo di presentare il cristianesimo in veste cinese così fallì, la decisione ebbe la dolorosa conseguenza di allontanare l’interesse del mondo intellettuale e del potere imperiale dal cristianesimo. I missionari continuarono nella loro opera ma furono espulsi e ostacolati dalle autorità e soprattutto furono visti come estranei in una civiltà tanto orgogliosa di se stessa. Come si sa, la Santa Sede è poi ritornata sulla complicata controversia nel 1939 con Pio XII che, ribaltando le decisioni precedenti ammise la possibilità, a certe condizioni, e la liceità dei ‘Riti cinesi’. Ormai, però, la Cina aveva voltato pagina. E la stessa vicenda, mutatis mutandis, la si ebbe anche in India”.

Parla con passione padre Barlone, ci si rende conto che in gioco non è solo il prestigio del passato, tranquillamente riconosciuto anche da frate Spirito, ma è la situazione presente della chiesa nel suo dialogo con il mondo e l’obiettivo della sua riflessione è la critica che ancora oggi si fa a certi atteggiamenti della Compagnia di Gesù colpevole per alcuni di annacquare il cristianesimo nell’adeguarsi ai “riti” del mondo, con il rischio però, magari da riconoscere con il senno del poi, di perderlo del tutto, come allora fu per la Cina e l’India. La questione aperta è l’immediato futuro, da vivere nella luce di questo neonato pontificato. Per padre Barlone in Papa Francesco si coglie la spiritualità della Compagnia, nella quale confluiscono anche altre spiritualità, come la povertà francescana, l’obbedienza di Cassiano, di san Benedetto ma anche francescana. Cita la famosa locuzione “perinde ac cadaver” con la quale si suole sintetizzare lo stile dell’obbedienza del gesuita alla volontà dei superiori, che però, dice, prima che dei gesuiti è anch’essa di san Francesco e, prima ancora, tipica della sequela cristiana, dell’essere compagni di Gesù (cum panis = mangiare lo stesso pane), così come esplicitato negli Esercizi nella cosiddetta “chiamata del re”. Non c’è in Bergoglio, secondo padre Barlone, quel vago buonismo o il populismo di cui alcuni parlano magari preoccupati o al contrario entusiasti, c’è invece il linguaggio della kenosi, della missione alle periferie (il Figlio dell’Uomo è venuto a cercare…), c’è in fondo la semplice logica dell’Incarnazione. E’ davvero sorprendente sentire giornalisti, che ignorano la teologia e fondamentalmente il cristianesimo, stupirsi che il Papa parli in modo semplice e alludere a una certa debolezza teologica delle sue omelie quando invece il Papa è prima di tutto un pastore: un discepolo di Cristo fatto pastore e modello del gregge, chiamato a guidare la chiesa confermando i suoi fratelli nella fede, non necessariamente facendo lezioni in stile accademico. Bene inteso, può anche farle, conclude Barlone, ma per questioni più formali o di dottrina ha già i suoi organi: la curia, le congregazioni romane, il teologo della casa pontificia e le sue università, che sono, per l’appunto, università pontificie.

Frate Spirito per dipingere il futuro fa riferimento a un episodio del 2010, l’ultimo incontro personale con l’allora vescovo di Buenos Aires: “In un grande raduno internazionale dei francescani conventuali a Pilar lo invitammo a presiedere l’Eucaristia. Bergoglio guidò 60 km circa per raggiungerci e io, come segretario dell’Assemblea, lo accolsi e lo accompagnai in una cappella, dedicata a san Giuseppe, con una grande statua del santo che porta per mano il Figlio. Eravamo da soli e il cardinale si inchinò davanti alla statua, come fece sul balcone, il giorno dell’elezione, e posò la sua mano su quella di Giuseppe, che serra quella di Gesù. Per un paio di minuti rimase in preghiera, e io vedevo le tre mani intrecciate, formando un tutt’uno. Rimasi sorpreso e deliziato, per la spontaneità e la estrema confidenza e fiducia che il gesto svelava. Poi mi disse, ‘sono pronto, andiamo’, e andò a rivestirsi. La stessa croce pettorale che porta ancora, gli stessi modi miti, dimessi, familiari. Durante l’omelia sono rimasto sorpreso di come parlasse di san Francesco, presentandolo come ‘paradigma della vita cristiana’ tout-court, e pensai ‘quanto è gentile nell’adattarsi all’udienza, parlando ai frati come se fosse uno di loro’… adesso mi accorgo che parlava piuttosto ex abundantia cordis, parlava davvero come un ‘francescano’! E così sarà, lui rimarrà uguale a se stesso, non a caso ha scelto il 19 marzo, festa di san Giuseppe, per cominciare il suo pontificato; forse sarà un secondo san Francesco Borgia, ‘un francescano in talare da gesuita’, con in più la freschezza tipica della fede iberoamericana; quel buon senso della fede che dà l’istinto delle cose di Dio, in accordo con il discernimento degli spiriti, che è uno dei grandi doni che la chiesa ricevette tramite gli ‘Esercizi Spirituali’ di sant’Ignazio. Così il continente sudamericano è stato evangelizzato da francescani, gesuiti e domenicani e così credo che adesso il genio latino americano, ancora giovane di ‘soli’ 500 anni, confluirà nel ministero fresco e spontaneo del Papa. Tutta la mite e profonda sapienza di Benedetto XVI, nella cui scia Bergoglio s’inserisce con il suo modo personale, credo che adesso sarà resa ancora più accessibile a chiunque. Forse un piccolo cambiamento da quando era arcivescovo di Buenos Aires: lo vedo più radioso, più espansivo, più solare di prima, insomma, ancora più gesuiticamente francescano!”.

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Pesci e patate alla Sam Gamgee. Una ricetta hobbit

Posté par atempodiblog le 27 novembre 2012

Pesci e patate alla Sam Gamgee
Una ricetta hobbit
di Andrea Monda – RaiLibro

Pesci e patate alla Sam Gamgee. Una ricetta hobbit dans Andrea Monda atavolaconglihobbit

Nella schietta concretezza degli Hobbit è racchiuso molto del segreto di Tolkien, e del suo successo, in quegli ometti ad un tempo timidi e spavaldi, a loro modo poetici ma sempre con i piedoni (possibilmente nudi e pelosi) ben piantati per terra. Non a caso la prima battuta del Signore degli anelli è quella di Hamfast Gamgee, padre del più famoso giardiniere della Terra di Mezzo, una battuta destinata a gettare una luce per nulla sinistra sull’intera storia; sentite qua e poi, leggetene pure la ricetta! Buon appetito, pardon, buona lettura!

«Mio figlio Sam ne saprà più di me, va e viene da Casa Baggins. E’ pazzo per le storie dei vecchi tempi e sta ore ed ore ad ascoltare il signor Bilbo che le racconta. Il padrone gli ha anche Insegnato a leggere e scrivere, senza cattive intenzioni, beninteso, e spero che non ne verrà niente di male.. “Elfi e Draghi!” Gli dico. Cavoli e patate soli fatti per gente come noi. Non t’impicciare degli affari dei tuoi superiori, o ti capiteranno guai a non finire, gli dico. E lo dico anche a voi…».

ricettesamgamgee dans Cucina e dintorni

Pesci e patate alla Sam Gamgee
per 4 persone

500 g di merluzzo
500 g di patate
200 ml di latte
farina di grano duro
olio per friggere
sale
aceto per condire

Sbucciate, tagliate e asciugate le patate. Preparate i pesci,  lavateli sotto l’acqua corrente, asciugateli perfettamente, tuffateli nel latte freddo e passateli nella farina. Sistemate quindi i pesci in un setaccio e scuoteteli in modo da far cadere la farina in eccesso. Mettete abbondante olio
in una padella a bordi alti e portatelo a temperatura molto alta. Friggete subito le patate e poi passate alla frittura pochi pesci alla volta in modo che la temperatura non si abbassi mai troppo. È consigliabile friggere i pesci per circa 5 minuti, fino a quando avranno preso una doratura chiara e saranno diventati leggermente croccanti. Condite con abbondante aceto.

Publié dans Andrea Monda, Cucina e dintorni, John Ronald Reuel Tolkien | Pas de Commentaire »

Come nacquero gli Hobbit

Posté par atempodiblog le 21 septembre 2009

Come nacquero gli Hobbit: il genio di Tolkien e la sfida al nichilismo del ’900

Come nacquero gli Hobbit dans Andrea Monda hobbith

Un giorno d’estate, nei primi anni ’30, il professor Tolkien, correggendo un compito trovò che una pagina era stata lasciata in bianco: «la cosa migliore che possa capitare ad un esaminatore» pensò «Io ci scrissi sopra: “In una caverna sotto terra viveva un Hobbit”». I nomi spesso facevano scaturire dalla mia mente una storia. Alla fine pensai che fosse meglio scoprire a che cosa assomigliassero gli hobbit. E questo non fu che l’inizio”. Cosa insolita per i paludati professori di Oxford, Tolkien si lasciò prendere dall’ispirazione quel giorno d’estate e, così facendo, segnò il suo destino diventando per tutti “il padre degli Hobbit” e l’autore più letto al mondo. Interessante il “metodo” tolkieniano (un uomo che fu definito dall’amico C.S.Lewis come «tiratardi e privo di metodo»): prima i nomi, poi le storie; sono i nomi che nella mente del filologo Tolkien, fanno scaturire delle storie. Del resto è così anche per gli uomini, appena si nasce viene dato loro il nome e quindi può partire la loro storia, quasi ad adempiere quella promessa che è inscritta nel nome.

«In una caverna sotto terra viveva un Hobbit» è diventato uno degli incipit più famosi del ’900: il 21 settembre del 1937 esce in Inghilterra Lo Hobbit, «la più bella favola degli ultimi cinquant’anni» secondo la definizione del poeta W.H. Auden, che del professore di Oxford J.R.R.Tolkien fu peraltro illustre allievo. Il successo di questa lunga favola porterà lo scrittore inglese a scriverne il seguito che, uscito nel 1953, diventerà in breve tempo uno dei romanzi più letti al mondo: Il signore degli anelli, soppiantando nella fama Lo Hobbit che della celebre trilogia rappresenta l’antefatto.

In effetti c’è un bel “salto” tra la favola del ’37 e la saga (tre volte più lunga) del ’53: lo scrittore è maturato, il respiro si è fatto epico, il tono più drammatico e a tratti aulico.

Ma, innanzitutto, di che parla Lo Hobbit? In estrema sintesi: il regno dei Nani di Erebor, la Montagna Solitaria, è distrutto dall’arrivo del drago Smaug che si impossessa del grande tesoro dei Nani, nel cuore della montagna. Dopo tanti anni di peregrinazioni, un piccolo “resto” di quel popolo (un gruppetto di 13 Nani guidati dal re Thorin) si riorganizza per riconquistare il regno e il tesoro e, guidati dal saggio mago Gandalf, ritorna in patria, accende la miccia della rivolta contro il drago che alla fine verrà ucciso. Tutto questo avviene grazie al provvidenziale intervento di un piccolo ometto, Bilbo Baggins, lo Hobbit di cui parla il titolo. Bilbo è un pacifico abitante della pacifica Contea, patria degli Hobbit, esseri che hanno in comune con i Nani l’altezza, ma solo quella. Gli Hobbit infatti non combattono, non accumulano tesori, non viaggiano, non fanno nulla di particolarmente “avventuroso”… sono una versione pigra, gaudente e oziosa degli uomini occidentali contemporanei (alcuni dicono “degli inglesi contemporanei”), però sotto questa scorza di accidia, batte un cuore forte, tenace, capace di resistere al male forse più di ogni altro essere abitante nella Terra di Mezzo (la fantastica landa inventata da Tolkien, che poi è il nostro mondo).

L’ingresso di Bilbo nella compagnia dei Nani permetterà il lieto fine dell’avventurosa marcia verso “la riconquista del tesoro”. È proprio questo il sottotitolo del libro ad indicare come i canoni dell’epica classica siano stati rispettati: Lo Hobbit infatti ricalca fedelmente lo schema della Quest presente in altri poemi antichi, dall’Eneide al ciclo del Graal (un lungo viaggio per riconquistare una terra o un oggetto al fine di ripristinare una situazione di pace che è stata interrotta da un evento violento e improvviso) e che poi Tolkien ribalterà totalmente nel suo capolavoro basato sul paradosso di un viaggio non a cercare o conquistare, ma a perdere, a rinunciare (l’anello del potere non deve essere preso ma abbandonato, distrutto).

Dal punto di vista biografico-letterario l’irruzione degli Hobbit nella produzione di Tolkien fu decisiva riuscendo a trovare un punto di mediazione tra le storie “alte” e le storie “basse” che lo scrittore aveva composto sin dalla fine degli anni ’10, dove per “storie alte” s’intendono i racconti degli Elfi che poi confluiranno nel Silmarillion, tutti impregnati del sapore “nordico” tipico delle leggende e saghe scandinave e germaniche, mentre con il termine “storie basse” ci si riferisce alle tante storielle-filastrocche che papà Tolkien sfornava per i suoi quattro figli in particolare negli anni della loro infanzia, dalle Avventure di Tom Bombadil a Roverandom, da Mr.Bliss alle famose Lettere di Babbo Natale, una finta corrispondenza epistolare tra Babbo Natale e la famiglia Tolkien per cui, ogni 25 dicembre, per quasi 20 anni, veniva recapitata una lettera proveniente dal Polo Nord, in cui il mittente raccontava una serie di episodi curiosi e divertenti arricchendo la narrazione con molte colorate illustrazioni (anche queste tutte opera dello scrittore-genitore). I due piani, cupo e aulico il primo, e infantile e allegro il secondo, sarebbero stati destinati a non incontrarsi mai se non fosse piombato in quel giorno d’estate quel nome magico, lo Hobbit. Sono proprio gli Hobbit, i Mezzi-Uomini, che stanno “in mezzo”, non a caso abitano nella Terra di Mezzo, e fanno da collante tra il mondo antico e lontano del Silmarillion e quello lieto e domestico storielle scritte ad uso e consumo familiare. Sono gli Hobbit che, uscendo dalla protetta e ovattata Contea e avventurandosi nel mondo pieno di pericoli della Terra di Mezzo, conducono il lettore in un’esperienza al termine del quale ci si scopre diversi rispetto a quando si era partiti. Così gli Hobbit del Signore degli anelli ritornano nella Contea più alti fisicamente, come Merry e Pipino, ma anche più saggi e coraggiosi (Sam) o semplicemente “feriti” quindi aperti ad un destino ulteriore e trascendente come Frodo, comunque “di più”. Così accade anche nello struggente finale de Lo Hobbit in cui il morente re Thorin, felice per aver riconquistato il suo regno, ringrazia Bilbo con queste parole: «in te c’è più di quanto tu non sappia, figlio dell’Occidente cortese. Coraggio e saggezza, in giusta misura mischiati. Se un maggior numero di noi stimasse cibo, allegria e canzoni al di sopra dei tesori d’oro, questo sarebbe un mondo più lieto. Ma triste o lieto ora debbo lasciarlo. Addio!». In due righe concentrata una delle “morali” di tutta l’opera tolkieniana: il mondo può ri-diventare “cortese” e lieto, se solo si facesse spazio a quelle risorse di coraggio e saggezza che esistono nel profondo del cuore dell’uomo e che gli uomini umani tirano fuori spesso solo nei momenti estremi.

Il lettore dei romanzi di Tolkien compie lo stesso viaggio degli Hobbit (sono loro il “veicolo”, il formidabile “mezzo di trasporto” della fantasia creativa tolkieniana) e si scopre, sorprendendosi, di essere diventato “di più” di quello che era all’inizio del viaggio-lettura. Se ci si lascia guidare da queste piccole guide, si entra nella profondità del proprio mistero e si può scoprire che c’è qualcosa di più grande che ci attende, un destino più splendente dell’oro e più forte della cupidigia. 

I piccoli, umili e tenaci Hobbit sono forse i più grandi personaggi letterari del ‘900, la vera risposta al cupo secolo che ci siamo lasciati alle spalle, perché i più capaci a risollevare l’antica virtù della speranza. Lo esprime bene Michael Tolkien, figlio dello scrittore, quando ha risposo alla domanda sul successo del padre: «Almeno per me non c’è nulla di misterioso nell’entità del successo toccato a mio padre, il cui genio non ha fatto che rispondere all’invocazione di persone di ogni età e carattere, stanche e nauseate dalla bruttezza, dall’instabilità, dai valori d’accatto, dalle filosofie spicciole che sono stati spacciati loro come tristi sostituti della bellezza, del senso del mistero, dell’esaltazione, dell’avventura, dell’eroismo e della gioia, cose senza le quali l’anima stessa dell’uomo inaridisce e muore dentro di lui».

di Andrea Monda - ilsussidiario.net

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