Maria a Pontmain/ La via da percorrere per la salvezza è quella della preghiera

Posté par atempodiblog le 16 janvier 2026

Maria a Pontmain/ La via da percorrere per la salvezza è quella della preghiera
Tratto da: La profezia che non finisce. Il filo rosso dei prodigi e dei misteri che nasce da Fatima. Di Savero Gaeta e Andrea Tornielli. Ed. PIEMME

La Madonna a Pontmain

17 gennaio, giorno dell’apparizione […] Viene infatti spontaneo chiedersi quale sia la motivazione della costante presenza della Madonna nella storia dell’umanità, in particolare negli ultimi due secoli.

La risposta, ragionevole e semplice nel contempo, è il profondo desiderio che la Vergine ha di aiutarci, chiedendoci però – come segno della nostra buona volontà – la nostra adesione alle sue richieste.

In uno dei canti mariani più noti e popolari, Santa Maria del cammino, si implora:

“Vieni, o Madre, in mezzo a noi. Vieni Maria quaggiù”.

Lei continua a venire, ma pochi – persino dopo averla invitata – sono poi disposti a riconoscerne la presenza, ad ammettere che quanto vivamente richiesto è stato davvero da Lei corrisposto. […]

«Senza dubbio», spiega padre Livio Fanzaga, «la sequenza di quanto videro i bambini a Pontmain si può raccontare proprio come una sacra rappresentazione, di quelle che nel Medioevo venivano sceneggiate nelle chiese.

Dapprima l’apparizione della Vergine, la cui figura fu poi contornata da un ovale blu con quattro candele spente (due in prossimità delle ginocchia e due all’altezza delle spalle). Il suo vestito era azzurro scuro, trapunto di stelle d’oro, e le mani con le palme rivolte in avanti, in segno di accoglienza (come, nella Medaglia miracolosa).

Mentre tutti i presenti intonavano il Magnificat, le Litanie lauretane e la Salve Regina, su uno striscione bianco ai piedi di Maria si andò componendo la già citata scritta (che oggi è riportata tutt’intorno all’abside della basilica):

“Ma pregate figli miei; Dio vi esaudirà in poco tempo; mio Figlio si lascia commuovere”.

Ella sembrava muovere le labbra per pronunciare queste parole, ma la voce non si udiva. Dopo un po’ le parole sparirono e il volto della Madonna assunse un’espressione di immenso dolore.

A questo punto le comparve sul petto una croce rossa, sulla quale c’era Gesù tutto sanguinante, e sulla sommità la scritta “Gesù Cristo” anch’essa rossastra».

È da notare che, poco prima, una suora aveva iniziato a guidare la recita delle ventisei invocazioni ai martiri giapponesi, composta dai Fratelli delle Scuole cristiane e allora molto popolare in quelle zone, per contare le quali si utilizzava una coroncina rossa.

In sostanza ciò che Maria ci dice a Pontmain è che, anche nelle situazioni più drammatiche, la via da percorrere per la salvezza è quella della preghiera. Preghiera personale e preghiera comunitaria.

Verso la fine dell’anno Don Michel Guérin potrà scrivere al vescovo: «Non mi è possibile contare il numero dei pellegrini che da ogni parte della Francia vengono qui a invocare Maria e a iniziare una vita sinceramente cristiana.

Non ho mai visto nella mia lunga vita qualcosa di più edificante. È una festa continua.

Tutti i giorni, dalle cinque del mattino fino al vespro, si celebrano Messe, senza interruzione, sui tre altari della nostra chiesa».

Cinque mesi dopo l’apparizione, il 29 giugno, si sarebbe registrato il primo miracolo, la guarigione del piccolo poliomelitico Emilio Gratien.

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Papa Leone XIV: il pensiero ai bambini che hanno vissuto questo Natale senza luci, senza musiche

Posté par atempodiblog le 3 janvier 2026

Papa Leone XIV: il pensiero ai bambini che hanno vissuto questo Natale senza luci, senza musiche
Papa Leone XIV al Concerto di Natale della Cappella Musicale Sistina. Il pensiero corre ai bambini che “hanno vissuto questo Natale senza luci, senza musiche, senza nemmeno il necessario per la dignità umana, e senza pace”
di Antonio Tarallo – ACI Stampa

Papa Leone XIV il pensiero ai bambini che hanno vissuto questo Natale senza luci senza musiche

Il clima di festa continua in Vaticano in attesa dell’Epifania. E dopo il concerto dello scorso 12 dicembre in sala Nervi  per il conferimento del premio Ratzinger al maestro Riccardo Muti  con l’esecuzione della Messa per l’Incoronazione di Carlo X composta da Luigi Cherubini nel 1825, papa Leone XIV ha presieduto nella serata di oggi al concerto di Natale della Cappella Musicale Sistina. Così, ancora una volta, il pontefice si è dimostrato attento alle iniziative culturali promosse in Vaticano: presente al  “Concerto con i poveri e per i poveri” lo scorso 6 dicembre sempre nella sala Nervi, presente al concerto di Muti, e oggi a presenziare al concerto nella Cappella Sistina. Il dialogo tra la cultura e la Chiesa sembra essere davvero uno dei temi cari al pontefice.

E, a fine concerto, il pontefice ha voluto rivolgere ai presenti un saluto: «Desidero ringraziare la Cappella musicale Sistina, che in questo concerto ci ha fatto meditare il mistero del Natale con il linguaggio della musica e del canto, linguaggio capace di parlare, oltre che alla mente, anche al cuore. Mi congratulo con il Maestro Direttore Monsignor Marcos Pavan e con il Maestro dei Pueri Michele Marinelli», così ha esordito papa Leone XIV nel suo breve discorso. E poi ha continuato: «Non c’è Natale senza canti. Dovunque nel mondo, in ogni lingua e nazione, l’Avvenimento di Betlemme è celebrato con la musica e il canto. E non può essere altrimenti, dal momento che il Vangelo stesso racconta che, quando la Vergine Maria diede alla luce il Salvatore, gli angeli in cielo cantavano “Gloria a Dio e pace in terra”».

Poi il suo sguardo si rivolge ai pastori, «spettatori e testimoni di quel primo “concerto di Natale”». Un concerto a cui hanno anche loro, in una certa misura, partecipazione: magari «suonando qualche flauto rudimentale». Poi, l’attenzione alla Vergine Maria: «Ma c’è un altro luogo dove la musica celeste è risuonata in quella notte santa. Un luogo silenzioso, raccolto, sensibilissimo: parlo naturalmente del cuore di Maria, la donna prescelta da Dio per essere la Madre del Verbo incarnato. Impariamo da lei ad ascoltare nel silenzio la voce del Signore, per seguire fedelmente la parte che Lui ci affida nello spartito della vita».

Infine, una dedica particolare del concerto. Il pontefice pensa a tutti quei «bambini che, in tante parti del mondo, hanno vissuto questo Natale senza luci, senza musiche, senza nemmeno il necessario per la dignità umana, e senza pace. Il Signore, al quale abbiamo voluto elevare stasera i nostri canti di lode, ascolti il ​​gemito silenzioso di questi piccoli, e doni al mondo, per intercessione della Vergine Madre, giustizia e pace».

Un momento di grande musica, quello vissuto stasera nella Cappella Sistina in Vaticano. Lo scenario, il Giudizio Universale di Michelangelo sembra quasi, in silenzio, fermarsi per un momento per ascoltare il ricco e particolare programma musicale preparato per il pontefice. C’è tutta la polifonia della storia della musica occidentale, partendo dal canto gregoriano, passando per Giovanni Pierluigi da Palestrina: di lui sono stati eseguiti due motetti, il “Dies Sanctificatus” e l’ “Odie Christus Natus Est”. Perle musicali le composizioni dei grandi maestri emeriti della stessa Cappella Musicale Sistina: Giuseppe Liberto e Domenico Bartolucci. La Cappella Sistina ha risuonato delle note del “Magnum Nomen Domini” e del “Puer Natus in Bethlehem”. Un programma che arriva al ’900 musicale: eseguito, infatti, “Quem vidistis pastores” di Francis Poulenc. E, infine, un omaggio anche a papa Leone XIV: l’esecuzione di un compositore statunitense, James Bassi. Ma c’è stato spazio anche per la tradizione: “Astro del Ciel” di Franz Gruber; l’immncabile “Tu scendi dalle stelle”, di sant’Alfonso Maria de’ Liguori; e, infine, l’“Adeste Fideles”. A dirigere il coro, il direttore musicale della Cappella Musicale Pontificia Sistina, monsignor Marcos Isola Pavan, che ha introdotto il concerto con un breve discorso rivolto al pubblico nel quale ha ringraziato vivamente il pontefice per la sua presenza.

Con i suoi 1500 anni di storia, il Coro Papale è oggi il più antico del mondo ancora in attività. Uno dei più grandi periodi è quello del Rinascimento, durante il quale il “Collegio del Cappellani Cantori” (così era denominato il Coro), ormai esperto anche nell’esecuzione della polifonia sacra, trova il suo “teatro naturale”: la Cappella Sistina del Palazzo Apostolico, fatta costruire da papa Sisto IV, Francesco della Rovere, a partire dal 1475. E sarà proprio papa Sisto IV a dare grande impulso al Coro pontificio: da lui, dunque, il nome di “Cappella Musicale Sistina” oppure “Coro della Cappella Sistina”.

La Cappella Musicale Pontificia mantiene ancora oggi la sua missione originale: il servizio musicale nelle celebrazioni liturgiche del papa. Attualmente il Coro è composto da 24 Cantori adulti e da circa 30 Cantori fanciulli, i Pueri Cantores, che ne costituiscono la sezione di “voci bianche”. La Cappella è inserita nell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice quale specifico luogo di servizio alle funzioni liturgiche papali e il suo Responsabile è il Maestro delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie.

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Leone XIV: siamo molto di più dei nostri problemi e dei nostri guai, siamo figli amati da Dio!

Posté par atempodiblog le 6 décembre 2025

Leone XIV: siamo molto di più dei nostri problemi e dei nostri guai, siamo figli amati da Dio!
Il Concerto di Natale con i Poveri alla presenza del Papa
di Angela Ambrogetti – ACI Stampa

Concerto per i poveri alla presenza del Santo Padre Leone XIV

“La musica è come un ponte che ci conduce a Dio. Essa è capace di trasmettere sentimenti, emozioni, fino ai moti più profondi dell’animo, portandoli in alto, trasformandoli in una ideale scalinata che collega la terra e il cielo.

Sì, la musica può elevare il nostro animo!

Non perché ci distrae dalle nostre miserie, perché ci stordisce o ci fa dimenticare i problemi e le situazioni difficili della vita, ma perché ci ricorda che non siamo solo questo:

siamo molto di più dei nostri problemi e dei nostri guai, siamo figli amati da Dio!”.

Leone XIV ha ringraziato così chi ha collaborato al Concerto con i poveri, con una battuta a Michael Bublé per il suo italiano.

La musica come gioia “non è un caso che la festa del Natale sia ricchissima di canti tradizionali, in ogni lingua, in ogni cultura. Come se non si potesse celebrare questo Mistero senza musica, senza inni di lode.

Del resto, il Vangelo stesso ci dice che mentre Gesù nasceva nella stalla di Betlemme, in cielo c’era un grande concerto di angeli! E chi ha ascoltato quel concerto? A chi sono apparsi gli angeli? Ai pastori, che vegliavano di notte per fare la guardia al loro gregge”.

Oltre al suo grazie, il Papa ha concluso: “in questo tempo di Avvento, prepariamoci all’incontro con il Signore che viene! Facciamo in modo che i nostri cuori non si appesantiscano, non siano tutti presi da interessi egoistici e preoccupazioni materiali, ma che siano svegli, attenti agli altri, a chi ha bisogno; siano pronti ad ascoltare il canto d’amore di Dio, che è Gesù Cristo.

Sì, Gesù è il canto d’amore di Dio per l’umanità.

Ascoltiamo questo canto! Impariamolo bene, per poterlo cantare anche noi, con la nostra vita”.

Il grazie del Papa al Cardinale Vicario Baldo Reina, al Cardinale Konrad Krajewski e il Dicastero per il Servizio della Carità, come pure le diverse realtà caritative che si sono impegnate a collaborare per la realizzazione di questo evento.
Al Coro della Diocesi di Roma guidato dal Maestro Mons. Marco Frisina, insieme alla Nova Opera Orchestra, a Michael Bublé e a Serena Autieri.

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Perché sant’Alfonso dice che i pastori, accorrendo alla mangiatoia, trovarono nel viso di Gesù un “morso” di Paradiso?

Posté par atempodiblog le 26 décembre 2024

Perché sant’Alfonso dice che i pastori, accorrendo alla mangiatoia, trovarono nel viso di Gesù un “morso” di Paradiso?
Fonte: Il Cammino dei Tre Sentieri

Perché sant’Alfonso dice che i pastori, accorrendo alla mangiatoia, trovarono nel viso di Gesù un “morso” di Paradiso? dans Canti Adorazione-dei-pastori

Una strofa del celebre canto Quanno nascette ninno di sant’Alfonso Maria de’ Liguori recita così: “Correttero i Pasture a la Capanna; Là trovajeno Maria / Co Giuseppe e a Gioja mia; / E ‘n chillo Viso / Provajeno no muorzo e Paraviso.” Che tradotto dal significa: “Corsero i Pastori alla Capanna e là trovarono Maria con Giuseppe e la Gioia mia e in quel viso provarono (cioè gustarono) un morso di Paradiso.”

Soffermiamoci sul termine “muorzo”, cioè “morso”. “Morso” sta significare “boccone”, ovvero un qualcosa che si gusta come antipasto. Ebbene, questa espressione alfonsiana ci presenta due importanti verità.

La prima verità è che scegliendo Cristo noi possiamo vivere un “morso”, cioè un “anticipo” di Paradiso già su questa terra. In che senso? Non nel senso che la vita cristiana faccia sparire qualsiasi prova o sofferenza, tutt’altro, visto che il cristiano deve uniformarsi al Cristo crocifisso, bensì che la sofferenza che comunque ci tocca, con Cristo, acquista senso e diventa alternativa a qualsiasi disperazione, cioè a qualsiasi assenza di speranza. Infatti, ciò che ci sembra negativo, alla luce di Dio, non è tale, anzi.

Giovanni Pascoli (1855-1912) nel suo La mia sera scrive: “O stanco dolore, riposa! / La nube del giorno più nera / fu quella che vedo più rosa / nell’ultima sera.” Certamente Pascoli, in considerazione delle sue idee, non alludeva alla risposta cristiana; ma è interessante come poeticamente ci dica che non bisogna mai disperare…perché anche un giorno “nero” può produrre una nube “rosa” nell’ultima sera.

La seconda verità che ci fa capire l’espressione alfonsiana “…in quel viso provarono un morso di Paradiso” è che la vita cristiana è gusto ed è bellezza, infatti il morso richiama l’assaporamento. La Verità cattolica è Bellezza. Cristo va conosciuto, ma non per collocarlo all’interno di una serie di grandi maestri e pensatori; no! Cristo va conosciuto (e bisogna conoscerlo: guai a costruirsi un Cristo a proprio uso e consumo), ma per amarlo, cioè per gustarlo. Con Lui, solo con Lui, la vita si illumina di splendore. Splende ciò che non ha in sé una luce propria, ma è capace di riflettere la luce che le viene donata. Lo splendore rende bello tutto, perché è quel luccichio che definisce e fa risaltare tutto, anche i dettagli più nascosti.

Diceva santa Teresina che è bello pensare che anche un piccolo ed insignificante gesto come raccattare un ago da terra, se fatto per amore di Cristo, rimane scolpito nell’eternità nella serie dei gesti santi. E quindi quel piccolissimo gesto diverrà nell’eternità più importante di qualsiasi gesto che il mondo avrà potuto ritenere eroico ma fatto senza l’amore di Cristo. Dunque, con Gesù la vita di ognuno di noi può splendere. Dunque, ecco perché sant’Alfonso dice che quando i pastori andarono alla capanna scoprirono nel viso di quel Bambino “…nu muorzo e Paraviso”.

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“Tu scendi dalle stelle”, storia di un canto che ha fatto la storia del Natale

Posté par atempodiblog le 24 décembre 2024

“Tu scendi dalle stelle”, storia di un canto che ha fatto la storia del Natale
Uno dei canti più popolari del Natale nasce dall’ispirazione che ebbe Sant’Alfonso Maria de’ Liguori
di Antonio Tarallo – ACI Stampa

“Tu scendi dalle stelle”, storia di un canto che ha fatto la storia del Natale dans Antonio Tarallo Tu-scendi-dalle-stelle

Natale vuol dire anche musica: note che entrano nel cuore. Una melodia aiuta sempre a pregare. Lo sapeva bene Sant’Agostino: “Chi canta prega due volte”. Ed è proprio vero. E fra i canti natalizi più conosciuti vi è il famoso “Tu scendi dalle stelle”: una melodia che commuove e muove l’animo alla grotta di Betlemme. 

La canzone ha origini antiche: il testo che tutti conosciamo deriva da un motivo scritto nel dicembre 1754, dal titolo “Quanno nascette Ninno” (chiamato anche con il nome “Pastorale »). Autore del brano, Sant’Alfonso Maria de’ Liguori (1696-1787). Fu scritto in lingua napoletana. Una grande novità per l’epoca: il primo testo di un canto religioso scritto in lingua partenopea. Quando fu pubblicato nel 1816, venne chiamato « “Per la nascita di Gesù ». 

Già i versi dell’incipit rendono bene l’idea: “Quanno nascette Ninno a Bettlemme / Era nott’e pareva miezo juorno. / Maje le Stelle – lustre e belle Se vedetteno accossí: / E a cchiù lucente / Jett’a chiammà li Magge all’Uriente. / De pressa se scetajeno l’aucielle / Cantanno de na forma tutta nova: / Pe ‘nsí agrille – co li strille, /  E zombanno a ccà e a llà; / È nato, è nato, / Decevano, lo Dio, che nc’à criato”. Proviamo a tradurre questo napoletano così antico in un moderno italiano per avere meglio il quadro della scena: « Quando nacque il Bambino a Betlemme / Era notte eppure sembrava mezzogiorno. / Le stelle così belle e lucenti non si videro mai così: / E la più lucente/ andò a chiamare i Re Magi dell’Oriente. / Velocemente si svegliarono gli uccelli / cantando in nuova forma: / così anche i grilli, con le stelle, / e saltellano qui e lì; / È nato, è nato, / così dicevano, il Dio che ci ha creato ». E’ la natura che parla e che partecipa a tutta la bellezza della nascita di un bambino, anzi del Bambino. Tutti partecipano a questa Natività, con stupore e meraviglia.

Ma come nasce “Quanno nascette Ninno”? In merito a questo racconto abbiamo diverse versioni. Una, ci parla della città campana di Nola, un’altra della città Scala o Santa Maria dei Monti; altra versione, quella che fa riferimento al convento della Consolazione di Deliceto, in provincia di Foggia. La versione che vede nascere la famosa canzone nei pressi di Nola è quella con più dettagli. “In questo palazzo S. Alfonso Maria de’ Liguori, ospite dei Rev.mi Canonici Giuseppe, Michele e Felice Zamparelli, nel corso della Novena alla Beata Vergine Maria nel dicembre del 1754 compose la celebre pastorale natalizia “Tu scendi dalle stelle”, presentata per la prima volta nella Cattedrale di Nola in occasione del Santo Natale”, così recita una targa posta nel 2010 nel palazzo dove si crede abbia soggiornato, per un periodo, il santo redentorista, ospite di un sacerdote del luogo, tale Don Michele  Zamparelli, citato nella targa.

Nel corso di una delle sue missioni popolari, nel 1754, Sant’Alfonso stava predicando a Nola, in provincia di Napoli. Poche ore prima della Santa Messa di Natale voleva comporre un nuovo inno natalizio. La famosa melodia – denominata “Pastorale” – fu scritta in presenza dello stesso don Zamparelli che fu il primo, in assoluto, ad ascoltarla. Il sacerdote, emozionato dall’evento, chiese subito al santo di poterla copiare. Il santo però si oppose, volendola prima farla stampare. Poco dopo, il santo scese per celebrare la Messa di Natale, lasciando i fogli del componimento in vista. Don Michele li copiò e nascose i preziosi foglietti nelle sue tasche. Aveva raggiunto l’ambizioso traguardo. Ora poteva andare a concelebrare. E fu in questo momento che accadde un episodio assai divertente. Sant’Alfonso era proprio nel momento di cantare quel canto che aveva composto poco prima, quando gli mancarono le parole. Ma si sa, i santi conoscono tutto e, allora, mandò un chierichetto a chiedere a don Zamparelli “quei fogli che stavano nel suo taschino”. La chiesa fu “riempita”, finalmente, dalle note del nuovo canto sacro. Era nata quella che noi oggi cantiamo come “Tu scendi dalle stelle”.

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Canto a Maria

Posté par atempodiblog le 27 novembre 2024

Canto a Maria
“Canto a Maria” che la Madonna stessa avrebbe ispirato ad Alphonsine Mumureke, una delle veggenti di Kibeho
Fonte: Diego Manetti Radio Maria

30° anniversario delle apparizioni della Vergine a Kibeho dans Antonio Socci Madonna-di-Kibeho

Madre del Verbo, Maria
Sei anche nostra Madre, Maria
Dispensatrice di Grazie, Maria
Ci hai colmato dei tuoi doni, Maria
Perché ci hai scelti, Maria
Tra i figli del nostro tempo, Maria
Possa tu darci la tua benedizione, Maria
Perché noi agli altri la comunichiamo, Maria
Noi figli di Kibeho, Maria
Noi ti chiediamo la fraternità, Maria
E l’amore per sempre, Maria
Come tu stessa ci hai detto, Maria

Divisore dans San Francesco di Sales

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La musica che si fa preghiera nelle opere di Verdi e Puccini

Posté par atempodiblog le 22 novembre 2024

La musica che si fa preghiera nelle opere di Verdi e Puccini
Non pochi elementi rimandano alla fede in Dio nel repertorio operistico dei due grandi compositori italiani. La Tosca e il Nabucco sono pervasi da un anelito religioso. Un approfondimento nel giorno di Santa Cecilia.
di Antonio Tarallo – La nuova Bussola Quotidiana

La musica che si fa preghiera nelle opere di Verdi e Puccini dans Antonio Tarallo La-musica-che-si-fa-preghiera

Cultura e devozione popolare s’intrecciano in Santa Cecilia di cui oggi ricorre la memoria liturgica: la santa dei musicisti, così il popolo di Dio la ricorda e la festeggia. E se si parla di musica è spontaneo parlare di “sacre” note. 

I compositori che hanno scritto di Dio nelle loro composizioni sono davvero innumerevoli: dal grande maestro Bach a Haydn, da Mozart a Verdi, da Ludwig van Beethoven a Mendelssohn passando per Brahms, fino a giungere al Novecento musicale (Poulenc, Britten, Penderecki e tanti altri). Sono composizioni dette “sacre”, appunto: si alternano così in questo vasto panorama musicale Messe e Requiem, preghiere e salmi trasformati in canti e note. Ma, c’è anche una produzione musicale che non è possibile inquadrare in questo contesto: sono note musicali, rimandi, versi che parlano della fede in Dio o della Chiesa, presenti in alcune composizioni operistiche “laiche” (definiamole pur così). Non sono poche, infatti, le opere liriche che fanno riferimento al tema del sacro: melodrammi che, a un certo punto della trama, riecheggiano Dio e la fede.

Il primo nome che verrebbe in mente – il prossimo 29 novembre celebreremo il centenario della sua morte – è Giacomo Puccini che, certamente, non si può considerare un musicista proprio religioso. Eppure nelle sue partiture il sacro è ben presente ed evidente. Vi è, ad esempio, la sua famosa Tosca, opera andata in scena al Teatro Costanzi di Roma (l’odierno Teatro dell’Opera) il 14 gennaio 1900. Un melodramma che vede la trama d’amore di Mario Cavaradossi e Floria Tosca intrecciarsi con la storia del mondo: c’è tutta la Roma papalina del 1800 e poi, di sfondo, la battaglia di Marengo della seconda campagna d’Italia di Napoleone Bonaparte. Nel primo atto, oltre alla presenza del simpatico sagrestano con il suo Angelus recitato a mezzogiorno nella chiesa di sant’Andrea della Valle, troviamo soprattutto una scena di grande effetto: il Te Deum posto a fine dell’atto. Per 73 misure, in partitura, il suono delle campane fa da sfondo a un’orchestrazione colossale: lo scandire del coro dei versi del Te Deum conferisce al tutto una sacralità composta di invocazioni e lodi del popolo a Dio. Cadenzati, sono i versi: «Adjutorum nostrum in nomine Domini/ qui fecit coelum et terram./ Sit nomen Domini benedictum/ et hoc nunc et usque in saeculum. Te Deum laudamus:/ Te Dominum confitemur!». Un crescendo di preghiere alternato dal lugubre e voluttuso desiderio di Scarpia verso Tosca: parole che non hanno proprio nulla del sacro («Ah di quegli occhi/ vittoriosi veder la fiamma/ illanguidir con spasimo d’amor/ fra le mie braccia…»). Un climax musicale di grande effetto.

Ma, sempre nella Tosca, altro elemento che rimanda a Dio e alla fede è la preghiera-aria di Tosca stessa. Siamo nel secondo atto, nello studio di Scarpia a palazzo Farnese. Ormai, sembra tutto perduto: il suo amante Cavaradossi è condannato al capestro. A Tosca non rimane altro, allora, che invocare Dio con una preghiera che potrebbe quasi assomigliare alla preghiera di Giobbe: «Vissi d’arte, vissi d’amore. (…) Nell’ora del dolore,/ perché, perché, Signore,/ ah, perché me ne rimuneri così?». La melodia, in questo caso, si fa intima: è un dialogo con Dio quello che Puccini ci presenta. Una preghiera-richiesta (e anche riflessione, se vogliamo) sull’inspiegabile Disegno di Dio. Tosca, fervente credente, che ha portato sempre in chiesa i fiori alla Madonna, che ha sempre pregato Dio («Sempre con fè sincera/ la mia preghiera/ ai santi tabernacoli salì»), si domanda il perché di tanta sofferenza. L’aria di Tosca diviene così una preghiera universale dell’animo umano che, molto spesso, non riesce a comprendere il dolore sulla terra: è il perché che più volte ripete Tosca nel suo Vissi d’arte.

Altro nome del melodramma, Giuseppe Verdi, ossia il melodramma italiano “in persona”. Altro compositore che per tutta la sua vita ha vissuto una certa avversione alla Chiesa e al sacro (ma sempre spinto alla ricerca di Dio, soprattutto nell’ultima parte della sua esistenza). Di lui rimarranno come repertorio sacro alcune composizioni immortali come il Requiem. Ma non sono pochi i rimandi a Dio nel repertorio operistico che Verdi ci ha lasciato: ad esempio, ne La forza del destino (1862). La mente corre subito alla preghiera La Vergine degli angeli (che chiude il finale del secondo atto dell’opera ambientato nella chiesa della Madonna degli Angeli presso Hornachuelos) che vede coinvolti prima un coro sommesso e poi Leonora, una delle voci più importanti dell’intera opera, accompagnata dall’arpa che riesce a fornire a questo canto dolce e tenero un’aura divina. La preghiera sale al cielo così come il canto di Leonora e del coro.

E nel corollario di melodrammi che Verdi ha composto non può mancare il Nabucco (1846): in questo caso, già il soggetto dell’opera si presta. Una trama che vede protagonisti: Nabucco, re di Babilonia; Fenena, figlia di Nabucco; Abigaille, figlia illegittima di Nabucco; Zaccaria, il Gran Pontefice; Ismaele, nipote del re di Gerusalemme Sedecia. E fra tutti questi personaggi, ne spicca uno in particolare: il popolo ebraico con il suo Va pensiero. La scena è tratta dal salmo 137: «Sui fiumi di Babilonia, là sedevamo piangendo al ricordo di Sion. Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre». Di scene da ricordare ce ne sarebbero davvero tante. Ma, forse, una delle più significative è quella della “conversione” di Nabucco: «Dio di Giuda! l’ara, il Tempio/ A Te sacro, sorgeranno./ Deh! mi togli a tanto affanno/ E i miei riti struggerò./ Tu m’ascolti! … Già dell’empio/ Rischiarata è l’egra mente! Ah!/ Dio verace, onnipossente,/ Adorarti ognor saprò!». Nabucco, ormai ravveduto del comportamento riprovevole contro il Signore, riesce finalmente a soggettarsi a Dio, unico verace e onnipossente.

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Il canto, la poesia e la preghiera

Posté par atempodiblog le 21 novembre 2024

“All’origine il canto, la poesia e la preghiera erano una cosa sola; alla fine saranno la stessa cosa”. (Giovanni Lindo Ferretti)

Il canto, la poesia e la preghiera dans Canti download

“La preghiera nasce dalla convinzione che la vita non è qualcosa che ci scivola addosso, ma un mistero stupefacente, che in noi provoca la poesia, la musica, la gratitudine, la lode, oppure il lamento, la supplica”.  (Papa Francesco)

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La musica, strumento che guarisce le ferite interiori e apre i cuori

Posté par atempodiblog le 22 septembre 2024

La musica, strumento che guarisce le ferite interiori e apre i cuori

La musica, strumento che guarisce le ferite interiori e apre i cuori dans Articoli di Giornali e News La-musica-guarisce-le-ferite-del-cuore-Vietnam

Ho Chi Minh City (Agenzia Fides) – I bambini orfani della casa gestita dalle suore Missionarie della Carità nella diocesi di Phu Cuong, nel Sud del Vietnam, hanno potuto sperimentare che “la musica guarisce le ferite del cuore”, spiega all’Agenzia Fides p. Dominic Nguyen Van Lam, 40enne sacerdote che ha seguito una speciale iniziativa musicale con i bambini orfani alla periferia di Ho Chi Minh City.

“Sono bambini segnati dalla sofferenza e dalle privazioni della vita. La musica ha restituito loro fiducia e gioia di vivere, che si esprime nelle relazioni fra loro, nella relazione umana con gli insegnanti, nel rapporto con le suore, a volte difficile. La musica è stata e sarà uno strumento di crescita umana e spirituale, capace di rigenerare il circolo virtuoso dell’amore”, spiega il sacerdote, che ha coordinato il progetto “WYO4children”, all’interno della iniziativa “Suoni di fratellanza”, promossa dalla Fondazione World Youth Orchestra (WYO), quest’anno approdata in Vietnam grazie al sostegno della fondazione italiana “Cassa Depositi e Prestiti” e di altri sponsor.

Nell’ambito di una iniziativa di cooperazione culturale incentrata su elementi come la musica, il teatro e l’arte, sperimentati come strumenti di dialogo e di pace tra popoli e culture, il progetto ha offerto un sostegno concreto ai bambini orfani e abbandonati del Vietnam, “per sottolineare tre parole fondamentali nella vita: amicizia, fratellanza, pace” ha spiegato Adolfo Vannucci, presidente della Fondazione World Youth Orchestra.

E così nella “Home of Mother’s Love” di Binh Duong, dove circa 20 religiose si prendono cura di 80 bambini e ragazzi orfani abbandonati o con situazioni familiari difficili, tra i 5 e i 17 anni, i ragazzi hanno seguito seminari musicali per tutto l’anno, e hanno dato nei giorni scorsi un saggio finale delle abilità musicali raggiunte.

Padre Dominic oggi rimarca “il potere della musica, che ha favorito cambiamenti positivi nella vita dei bambini. Da quando hanno incontrato la musica e hanno iniziato a suonare uno strumento, sono più felici e i risultati si vedono anche nello studio scolastico. L’atmosfera della casa è diventata più gioiosa”.

“La musica – prosegue il sacerdote – costruisce l’amore reciproco: non solo questo cammino ha aiutato i bambini a essere più sensibili, a livello interiore e a livello di relazione col prossimo; ma ha aiutato anche me, i docenti e le suore a ritrovare la gioia dell’amore e della cura nel condividere il nostro tempo con loro”.

“Le missionarie della carità testimoniano quanto la vita dei fanciulli sia migliorata, soprattutto perché ora tutti sorridono. La musica è stata un mezzo per far recuperare il sorriso e l’apertura all’amore di Dio e del prossimo”, conclude.

Nella diocesi di Phu Cuong , dove vivono 165mila cattolici su oltre 4 milioni di abitanti, la comunità cattolica è molto attenta alle attività caritative e sociali, impegnandosi per le persone svantaggiate o indigenti, e offrendo borse di studio a studenti poveri, iniziativa che il Vescovo locale, Joseph Nguyen Tan Tuoc, ha voluto estendere alla “Home of Mother’s Love”, permettendo così ai bambini di frequentare la scuola gratuitamente. La Chiesa locale offre alloggio e cura i bambini di minoranze etniche provenienti da aree remote ed è impegnata a migliorare la loro vita materiale e spirituale. In tale cornice si è inserito il progetto “Wyo4children”.

La World Youth Orchestra, che ha 23 anni di attività musicale e sociale, è rappresentata in 75 paesi, ha 300 partner internazionali, tra università e conservatori, e ha coinvolto oltre 3.500 giovani musicisti di talento in tutto il mondo.

(PA) (Agenzia Fides 21/9/2024)

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L’inno alla bellezza di Benedetto XVI

Posté par atempodiblog le 2 février 2023

Ad un mese dalla scomparsa di Ratzinger, un profilo del papa “teologo dell’arte”
L’inno alla bellezza di Benedetto XVI
di Antonio Tarallo – ACI Stampa
Tratto da: Radio Maria

L’inno alla bellezza di Benedetto XVI dans Antonio Tarallo Benedetto-XVI-alla-Scala-di-Milano

“La musica, la grande musica, distende lo spirito, suscita sentimenti profondi ed invita quasi naturalmente ad elevare la mente e il cuore a Dio in ogni situazione, sia gioiosa che triste, dell’esistenza umana. La musica può diventare preghiera”, parole di Benedetto XVI del 17 ottobre del 2009 dopo aver assistito a un concerto dell’accademia pianistica internazionale di Imola nell’aula Nervi, in Vaticano. E, qualche giorno dopo, il 21 novembre, rivolgendosi agli artisti riuniti nella cappella Sistina – erano circa 250 tra scrittori, pittori, attori, registi e musicisti – dirà in un memorabile discorso: “Voi siete custodi della bellezza; voi avete, grazie al vostro talento, la possibilità di parlare al cuore dell’umanità, di toccare la sensibilità individuale e collettiva, di suscitare sogni e speranze, di ampliare gli orizzonti della conoscenza e dell’impegno umano”.

Quella della bellezza è stata una delle tematiche più costanti nel magistero di Benedetto XVI che, pochi mesi dopo la sua elezione a pontefice, presentando il suo Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, scriverà: “Immagine e parola s’illuminano così a vicenda. L’arte parla sempre, almeno implicitamente, del divino, della bellezza infinita di Dio, riflessa nell’Icona per eccellenza: Cristo Signore, Immagine del Dio invisibile. Le immagini sacre, con la loro bellezza, sono anch’esse annuncio evangelico ed esprimono lo splendore della verità cattolica”. Sono parole, concetti, immagini che si schierano sulla scia dei suoi due illustri predecessori: Giovanni Paolo II e Paolo VI, entrambi vicini al mondo dell’arte, della bellezza. Benedetto XVI, salendo al soglio petrino, eredita questo dialogo con l’universo artistico e la fa propriamente suo, integrandolo con i suoi studi teologici: si può, dunque, a ben ragione, parlare di Ratzinger anche come “teologo dell’arte”.

La passione per la bellezza e – soprattutto – per la musica ha radici antiche: “Nel guardare indietro alla mia vita, ringrazio Dio per avermi posto accanto la musica quasi come una compagna di viaggio, che sempre mi ha offerto conforto e gioia”, così si era espresso il 16 aprile 2007 in occasione di un concerto per il suo ottantesimo compleanno. La passione musicale era nata in famiglia; una passione che mai abbandonerà, coltivata negli anni del sacerdozio e continuata anche quando sarà chiamato a essere il successore di Pietro. Difficile dimenticare la sua immagine al pianoforte – aveva fatto il giro del mondo – in veste di pontefice, con quel suo sguardo attento allo spartito e con una postura da concertista “consumato”. La foto era stata scattata nell’estate del 2005 durante una breve vacanza a Les Combes, in Valle d’Aosta, nello stesso chalet dove si recava il predecessore Giovanni Paolo II. Le note che stava eseguendo erano quelle di Johann Sebastian Bach, il “maestro dei maestri” così era stato definito dal pontefice bavarese. E sempre al compositore tedesco aveva anche dedicato un ritratto – in occasione di un concerto nel cortile del Palazzo Apostolico dell’agosto 2011- in cui scopriamo un Benedetto XVI acuto critico e attento storico musicale: “Bach è uno splendido architetto della musica, con un uso ineguagliato del contrappunto, un architetto guidato da un tenace ésprit de géometrie, simbolo di ordine e di saggezza, riflesso di Dio”.

Nella “hit parade” del pontefice non solo Bach, ma anche altri nomi illustri; compositori che hanno costituito con le loro opere la storia della musica di tutti i tempi: c’è spazio per Wolfgang Amadeus Mozart e per il tedesco Ludwig van Beethoven. Riguardo al compositore salisburghese, Ratzinger dirà: In Mozart ogni cosa è in perfetta armonia, ogni nota, ogni frase musicale è così e non potrebbe essere altrimenti; (…)la serenità mozartiana, avvolge tutto, in ogni momento. È un dono questo della Grazia di Dio, ma è anche il frutto della viva fede di Mozart, che – specie nella sua musica sacra – riesce a far trasparire la luminosa risposta dell’Amore divino, che dona speranza, anche quando la vita umana è lacerata dalla sofferenza e dalla morte”.

I commenti all’arte – specialmente musicale – di Benedetto XVI non sono mai letture dettate dal cerimoniale del momento-evento bensì rappresentano, sempre, vere e proprie letture critiche: sono parole dettate da uno studio approfondito della partitura musicale o dell’opera letteraria o pittorica in questione, della sua contestualizzazione storica; denotano, inoltre, una conoscenza dettagliata dell’artista; sorprende come il teologo Ratzinger riesca a passare – con estrema facilità – dal campo prettamente spirituale a quello principalmente tecnico-esecutivo dell’opera. E’ il caso delle parole riservate alla Nona Sinfonia di van Beethoven, eseguita nel giugno 2012 al Teatro alla Scala di Milano: “Fin dalle celebri prime sedici battute del primo movimento, si crea un clima di attesa di qualcosa di grandioso e l’attesa non è delusa. Beethoven pur seguendo sostanzialmente le forme e il linguaggio tradizionale della sinfonia classica, fa percepire qualcosa di nuovo già dall’ampiezza senza precedenti di tutti i movimenti dell’opera, che si conferma con la parte finale introdotta da una terribile dissonanza, dalla quale si stacca il recitativo con le famose parole “O amici, non questi toni, intoniamone altri di più attraenti e gioiosi”.

Non meno presenti, nei suoi discorsi, i riferimenti all’arte pittorica: tra il rinascimentale Michelangelo, autore della cappella Sistina, in cui “offre alla nostra visione l’Alfa e l’Omega, il Principio e la Fine della storia, e ci invita a percorrere con gioia, coraggio e speranza l’itinerario della vita”, fino ad arrivare al contemporaneo Chagall “che ha testimoniato sempre l’incontro tra estetica e fede”. Benedetto XVI comunque non tralascia l’arte della scrittura: fra gli autori più citati, Dante, che “durante l’intera sua vita professò in modo esemplare la religione cattolica, si fece discepolo del principe della Scolastica Tommaso d’Aquino; e dallo stesso mondo della religione egli trasse motivo per trattare in versi una materia immensa e di sommo respiro”; poi Chesterton, passando per il Manzoni, scrittore dall’alta “statura umana e cristiana”.

Il pontificato di Benedetto XVI, un inno alla bellezza che “proprio per la sua caratteristica di aprire e allargare gli orizzonti della coscienza umana, di rimandarla oltre se stessa, di affacciarla sull’abisso dell’Infinito, può diventare una via verso il Trascendente, verso il Mistero ultimo, verso Dio”. Ed è a Lui che è ritornato un mese fa esatto, il 31 dicembre scorso, attraverso altro Mistero, quello più alto, quello della morte e Resurrezione.

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Il Papa telefona a don Michele, il prete dj dei rave in chiesa: bravo

Posté par atempodiblog le 7 août 2022

Il Papa telefona a don Michele, il prete dj dei rave in chiesa: bravo
Il colloquio, tenuto riservato dal sacerdote di Montesanto, è avvenuto il 4 agosto. Il Pontefice si è informato sulle attività innovative che avvicinano i giovani alla chiesa
di Marco Santoro – Corriere del Mezzogiorno

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«Pronto, non è uno scherzo, sono il Papa». Così il Pontefice ha esordito chiamando don Michele Madonna, 48 anni, parroco napoletano della comunità di Santa Maria di Montesanto, ex disc jockey, noto per le sue innovative attività di pastorale giovanile come il «rave» di un mese fa cui hanno partecipato centinaia di ragazzi, ballando tutta la notte musica cristiana remixata in chiave disco alternata con momenti di preghiera comunitaria. La telefonata è avvenuta giovedì 4 agosto, ma don Michele  attivissimo sui social  non ha voluto finora raccontare in pubblico l’episodio, trapelato oggi dalla ristretta cerchia di collaboratori che ne sono venuti a conoscenza.

«Voglio restare informato»
Papa Francesco ha conversato con il parroco, chiedendogli dettagli sulle sue attività  che nei mesi scorsi hanno avuto ampia eco sui media, non solo cattolici  e raccomandandogli di tenerlo informato anche in futuro sul suo lavoro. Don Michele Madonna, nato nel 1974, è diventato sacerdote a 30 anni. Figlio del proprietario di una discoteca, fino a 23 anni ha fatto il dj e ora rivolge ai giovani e a quanti si sentono “lontani” dalla chiesa molte iniziative pastorali fuori dagli schemi tradizionali, come le confessioni svolte lungo le strade del quartiere, proprio per andare incontro a coloro che non frequentano abitualmente i luoghi di culto. Il suo territorio è popoloso e difficile: nel rione di Montesanto, il mese scorso, ha fatto scalpore l’episodio della 12enne sfregiata al volto dall’ex fidanzatino di 16 anni.

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Auguri! Buon Natale di Gesù a tutti!

Posté par atempodiblog le 25 décembre 2021

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A Christmas Carol (G. K. Chesterton)

Posté par atempodiblog le 27 décembre 2020

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Guardate il video che riproduce in musica una bella poesia natalizia di Chesterton! Ne vale la pena. (G. K. Chesterton – Il blog dell’Uomo Vivo)

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Buon Natale di Gesù a tutti!

Posté par atempodiblog le 25 décembre 2020

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L’educazione al canto è un’arma sottovalutata per ricostruire un popolo

Posté par atempodiblog le 22 avril 2017

L’educazione al canto è un’arma sottovalutata per ricostruire un popolo
Un concerto a Sheffield e l’importanza di insegnare la musica. Perché al canto viene riservato poco spazio nella formazione italiana?
di Giovanni Maddalena - Il Foglio
Tratto da: Una casa sulla Roccia

L'educazione al canto è un'arma sottovalutata per ricostruire un popolo dans Articoli di Giornali e News L_educazione_al_canto

Cantavano in tanti lo scorso sabato 8 a Sheffield, per il 275esimo anniversario della prima del Messiah di Handel, tenuta a Dublino nella primavera del 1742. La società bachiana della cittadina inglese, ora nota soprattutto per la celebre università che quest’anno ospitava la società britannica degli storici della filosofia, aveva organizzato un concerto di beneficienza in cui ciascuno poteva partecipare come cantante, se voleva non limitarsi a fare lo spettatore. Ovviamente c’erano orchestra, cantanti professionisti e direttore celebre, ma il coro – quello dello splendido Hallelujah – era formato dal popolo. Saranno stati in quattrocento. Prove nel pomeriggio, cena in piedi e poi il concerto nella splendida cattedrale gotica.

L’idea è bella di per sé, ma quando i quattrocento si sono alzati in piedi per il primo coro, la profonda emozione che ha afferrato il pubblico faceva nascere anche qualche ulteriore pensiero su tecnologia, gesti ed educazione a cui spesso questa rubrica è stata dedicata. Al canto, e alla musica in genere, viene riservato poco spazio nella formazione italiana. Si diceva in un precedente articolo di come non si sia ripensata l’esperienza della tecnologia che tutti usiamo, e non la si sia inserita compiutamente, riflessivamente nell’educazione. Allo stesso modo, almeno in Italia, si è sottovalutato e si continua a sottovalutare l’importanza della musica e del canto.

Le questioni sono collegate. La musica e il canto richiedono una profonda unità del fare e del capire, anzi richiedono un fare per capire, come vorrebbe anche un insegnamento adeguato delle tecnologie. Del resto, il canto e la musica sono delle tecnologie, che non a caso occorre praticare per imparare e per capire. Ma ancora una volta, si è declassato il “fare” a un’applicazione più o meno utile – e in questo caso quasi inutile – come se l’azione non potesse essere un modo di ragionamento incarnato. Così il canto e la musica in genere sono passati nella nicchia dell’estetica e lì sono stati abbandonati. Eppure, a sentire il Messiah si capisce molto dell’Inghilterra, dell’anglicanesimo, della filosofia e dell’antropologia, della forza e anche della debolezza di un popolo e di una mentalità. Fare serve per capire almeno quanto il capire serve per fare.

Ma oltre a un ripensamento radicale dell’idealismo che pervade ancora la struttura della nostra mentalità e del nostro insegnamento, lo splendido coro popolare di Sheffield metteva in luce anche un’altra caratteristica di quella specifica tecnologia che è il cantare. Cantare è un gesto, unisce diversi tipi di segno: anche solo ricordando le principali classificazioni del segno, nel canto troviamo le parole e la loro simbolicità, le note nella loro indicalità, l’armonia e la sua iconicità. Inoltre richiede presenza fisica, la presenza emotiva, coscienza vaga o meno vaga dei significati e relazione con altri che ascoltano o cantano insieme nonché la relazione profonda e libera con chi dirige. In poche parole, il canto è intrinsecamente relazionale e riunisce intorno a significati condivisi, com’è chiaro per gli inglesi e il Messiah di Handel, ma è vero anche per gli ultras negli stadi, per le comunità di ogni religione e per i reggimenti militari. Il canto crea unità. Certo ci sono state e ci sono unità criminose o pericolose, ma il nostro insegnamento che esclude o minimizza questa possibilità di gesto così completo che è il canto, così come accade da molto tempo nella maggioranza delle nostre famiglie, rende impossibile quest’unità, della cui mancanza tutti sembrano lamentarsi. E’ vero, viviamo in una società divisa, polarizzata, spesso produttrice di solitudine e sfruttamento. L’educazione al canto, per quanto sembri una risposta assurda e lontana, non è l’ultima delle armi a cui dovremmo e potremmo fare ricorso.

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