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Giudicare se stessi e non gli altri

Posté par atempodiblog le 24 juillet 2015

“Beato chi giudica se stesso con la massima severità con cui giudica gli altri. Più beato ancora chi si mostra severo con se stesso e indulgente verso gli alti. E ancora più beato chi giudica se stesso e evita del tutto di giudicare gli altri”.

di G. G. Lanza del Vasto

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Abba Pafnuzio raccontò: «Mentre camminavo su una strada mi accadde di smarrirmi e di trovarmi vicino a un villaggio. Vidi alcune persone che facevano penose conversazioni. Io stetti in piedi a pregare per i miei peccati. Ed ecco, venne un angelo che reggeva una spada e mi disse:

“Pafnuzio, tutti quelli che giudicano i loro fratelli periscono per mezzo di questa spada; ma il tuo nome, perché non hai giudicato ma ti sei umiliato di fronte a Dio dicendo che tu hai peccato, è scritto nel libro dei viventi”».

Apoftegma dei Padri del deserto

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Il Natale secondo Bergoglio: fate spazio al silenzio

Posté par atempodiblog le 16 décembre 2014

Il Natale secondo Bergoglio: fate spazio al silenzio
Tratto da: Avvenire

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VERSO IL NATALE
Le meditazioni del 1987
Il testo che qui pubblichiamo fa parte di un  libretto di Jorge Mario Bergoglio-Papa Francesco intitolato «La forza del presepe» che  l’editrice Emi manda in libreria domani (pagine 64, euro 6,90) con la prefazione di Antonio Spadaro. Il volume raccoglie alcune riflessioni del 1987, inedite in Italia, dell’allora padre gesuita, dedicate alla festa del Natale. Qui anticipiamo un’ampia parte di una meditazione sul silenzio. Per Bergoglio il Natale è la festa della vita e della luce, ma non va celebrato in maniera sdolcinata né tantomeno consumista. In questa ricorrenza si manifesta l’annuncio più radicale del cristianesimo: Dio si fa carne, creatura, bambino, per  salvare l’umanità tutta dal peccato. E di fronte a tale verità – scrive  Jorge Mario Bergoglio – «non possiamo restare inamidati o  rigidi». Queste meditazioni di Bergoglio ci fanno cogliere lo  spirito del Natale in un’accezione nuova, con la richiesta  di un coraggio rinnovato e di una fede adulta.

L’abate Arsenio diceva  d’essersi pentito  spesso d’aver parlato,  e mai d’aver taciuto.  Intendeva  che il silenzio è una  disciplina interiore alla quale va prestata attenzione. «Se uno non pecca nel parlare, costui è un uomo perfetto, capace di tenere a freno  anche tutto il corpo. Se mettiamo il morso in bocca ai cavalli perché ci obbediscano, possiamo dirigere anche  tutto il loro corpo. Ecco, anche le navi, benché siano così grandi e spinte  da venti gagliardi, con un piccolissimo  timone vengono guidate là dove vuole il pilota. Così anche la lingua: è un membro piccolo ma può vantarsi di grandi cose. Ecco: un piccolo fuoco può incendiare una grande foresta! Anche la lingua è un fuoco, il mondo del male! La lingua è inserita nelle nostre  membra, contagia tutto il corpo e incendia tutta la nostra vita, traendo la sua fiamma dalla Geenna. Infatti ogni  sorta di bestie e di uccelli, di rettili  e di esseri marini sono domati e sono  stati domati dall’uomo, ma la lingua  nessuno la può domare: è un male  ribelle, è piena di veleno mortale. Con essa benediciamo il Signore e Padre,  e con essa malediciamo gli uomini  fatti a somiglianza di Dio. Dalla stessa  bocca escono benedizione e maledizione  » (Gc 3,2-10).

Dice santa Teresa: «È grave colpa quando una sorella abitualmente non osserva il silenzio». I Padri del deserto hanno molto insistito su questo punto.  A modo di esempio: «Ogni lavoro sarà fonte di abbondanza, ma parlare molto spesso sarà fonte di povertà». «Colui che parla molto fa un danno alla  sua anima»; «Il ciarlatano è sempre ignorante. Il saggio parla con parsimonia.  Parlare molto indica stupidità. La voce dell’insensato moltiplica le parole  e gli argomenti»; «Ciò che fai davvero  fallo in silenzio e in preghiera». Tutte queste sentenze si basano sul versetto della Scrittura: «Nel molto parlare non manca la colpa» (Pr 10,19). Infatti la troppa loquacità indica sempre  una certa mancanza di lavoro, un ozio cattivo. San Paolo lo ricorda a proposito  delle vedove giovani: «Non avendo  nulla da fare, si abituano a girare  qua e là per le case e sono non soltanto  oziose, ma pettegole e curiose, parlando di ciò che non conviene» (1Tm 5,13).
I mezzi di comunicazione di massa ci sottopongono a quella che potremmo chiamare un’«alluvione di parole». Mi domando:  «Sono capace  di vivere senza  la radio? Per quanti giorni?». Esiste  un consumismo  di parole: parole  dolci, seduttive,  oggettive, colleriche…  di ogni tipo. Parole che cercano di entrarci  rumorosamente  nel cuore e non apportano niente alla verità. La Parola ha creato l’universo, la Parola di Dio, che ha detto e tutto fu fatto. La parola che usiamo è stata depotenziata  della sua potenza creativa. E noi infatti lo sappiamo, perché istintivamente  diffidiamo delle parole che ci vengono dette, non vi prestiamo fede, diciamo: «Non sono altro che parole…  Non hanno niente a che vedere con la verità». Eppure, quanto ci piace  ascoltarle! E quando dobbiamo esprimere  un sentimento, siccome le parole sono così consumate, a volte non sappiamo come farlo; e allora ricorriamo a una serie di artifizi, anch’essi  menzogneri, che prostituiscono  il sentimento: la «formalità», la «provocazione», la parola «sdolcinata» dell’intimista.

Ma il sentimento resta dentro  e non sappiamo come esprimerlo  nella verità, come  esprimerlo in solitudine.  Ecco il cuore del problema: se non  c’è solitudine non  c’è silenzio, e senza  entrambi non  c’è verità. Il silenzio  è l’espressione  più alta della solitudine  del cuore. Il  silenzio trasforma  la solitudine in  realtà. E quando  non cediamo al  prurito di ascoltare  noi stessi, cioè  alla vanità dell’anti-  silenzio, sfuggiamo  alla solitudine  di quelle innumerevoli   maniere  formali, provocatorie,   intimistiche,  massificanti… Tutte parole che non danno vita, che non nascono da un cuore passato attraverso il crogiolo  della solitudine, nella costanza e nell’affetto. Non nascono – in sostanza  – da un cuore fecondo.

Le parole vere si forgiano nel silenzio. Più ancora: il nucleo stesso della parola  dev’essere silenzioso. Se la parola  è vera, nel suo cuore si annida il silenzio.  E la parola, una volta pronunciata,  torna al silenzio abissale e fecondo  da cui proveniva. La parola muore per fare posto all’amore, alla bellezza, alla verità, che proprio essa ha portato. Ce lo ricordava acutamente  sant’Agostino: «Giovanni la voce,  il Signore, invece, in principio era il Verbo. Giovanni voce nel tempo, Cristo  in principio Parola eterna. […] La voce, senza la parola, colpisce l’orecchio,  non apporta nulla alla mente. […] la parola, a te recata dal suono, è ormai nella tua mente e non si è allontanata  dalla mia. Perciò il suono, proprio il suono, quando la parola è penetrata in te, non ti sembra dire: Egli  deve crescere ed io, invece, diminuire?  La sonorità della voce ha vibrato  nel far servizio, quindi si è allontanata,  come per dire: questa mia gioia è completa. Conserviamo la parola, badiamo a non perdere la parola concepita nel profondo dell’essere».

La nostra parola, il nostro parlare, che nasce dal silenzio, dev’essere contenta di morire  tornando al silenzio da cui era uscita. Il silenzio c’insegna a parlare, dà forza  alla parola, la quale – per questo silenzio  che racchiude – non è mero rumore  (cfr. 1Cor 13,1). Il silenzio c’insegna  a parlare perché mantiene nel nostro intimo il fervore religioso, l’attenzione  allo Spirito Santo. Il silenzio alleva la vita dello Spirito Santo in noi. Al riguardo dice Diadoco di Fotica: «Tenendo aperte di continuo le porte del bagno si perde il calore dell’ambiente  interno; così, quando l’anima cede al desiderio del troppo parlare, anche se è bene ciò che dice, disperde  l’intima presenza a sé stessa per la porta della voce. Priva dei pensieri giusti,  manifesta in modo tumultuoso a  chiunque le capiti il susseguirsi dei  suoi pensieri, perché non possiede  più lo Spirito Santo che la  preservi dalla dissipazione,  con pensieri privi di immagini  sensibili. Il bene rifugge  dalla loquacità, alieno com’è  dal tumultuoso fantasticare.  Grande cosa è il silenzio opportuno,  è il padre del pensiero  penetrante». Altrove parla di «avida ricerca di silenzio» da parte del cuore che voglia custodire la vita divina dentro  di sé. Si tratta di quel «silenzio lungi  dal pesare ad alcuno» a cui si riferisce santa Teresa.

I Padri del deserto riferivano al silenzio  la nostra vita di pellegrini. Dicevano: Peregrinatio est tacere («Il pellegrinaggio  consiste nel tacere»). Questo «peregrinare » è «essere alla ricerca di una patria» (Eb 11,14) senza lasciarsi irretire da questa patria terrena. Parlare  ci inserisce nelle questioni del mondo. La nostra missione apostolica  ci obbliga a parlare. Ma quando in questo parlare manca il nucleo del silenzio  che ci rende pellegrini, finiamo per lasciarci corrompere dallo spirito del mondo, «piantiamo le tende nel mondo». Allora sperimentiamo quel sentimento interiore di fallimento che l’eccesso delle parole ha la caratteristica  di lasciare nel cuore. Le parole c’intrattengono e ci fanno scordare che siamo pellegrini. È proprio il silenzio a mantenerci nella nostra condizione di pellegrini. «Vigilerò sulla mia condotta  per non peccare con la mia lingua;  metterò il morso alla mia bocca finché [poiché sono pellegrino] ho davanti  il malvagio» (Sal 39,2).

Sant’Ignazio, quando si riferisce al silenzio,  parla volentieri di «tranquillità» e «modestia» dell’anima. È significativo  che tutte le doti del silenzio vengano  applicate all’immagine che egli delinea  dei fratelli coadiutori. Quasi che costoro debbano costituire il bastione silenzioso di una comunità, affinché quest’ultima sia in grado di parlare bene  agli uomini. Ci sono anche le Regole della modestia. Ma voglio piuttosto rimarcare  che sant’Ignazio non menziona  il silenzio soltanto come mezzo per la vita spirituale, per la preghiera, per gli Esercizi e via dicendo, ma invece mira a una concezione del silenzio che, nella vita del gesuita, è totalizzante. Il gesuita «tranquillo», «modesto», «silenzioso  » non è un ingenuo che esclude  dalla propria comprensione le voci e i rumori che gli giungono. Al contrario, dev’essere pienamente consapevole  di tutti questi suoni che vengono  a bussare alla porta del suo cuore,  così come dei suoni che escono dal suo stesso cuore, in modo da accogliere  quelli buoni e respingere quelli cattivi.
Parla del silenzio l’apostolo Giacomo quando scrive: «Ma se avete nel vostro cuore gelosia amara e spirito di contesa,  non vantatevi e non dite menzogne  contro la verità» (3,14). Quando nel tuo cuore non c’è silenzio, quando  c’è un rumore cattivo, non esprimerlo  sotto le mille forme della vanagloria:  il sarcasmo, la vanità, l’intimismo,  la fatuità, il pettegolezzo, il fare contrariato e tormentato, il bisogno di avere sempre qualcosa da ridire. Amarezze,  affetti disordinati, risentimenti,  il cullarsi nel proprio egoismo…  tutte queste cose sono mancanza  di silenzio interiore e corrompono la verità.

Infine, il silenzio è l’espressione più  alta e più quotidiana della dignità.  Tanto più nei momenti di prova e  di crocifissione, quando la carne vorrebbe giustificarsi e sottrarsi alla croce. Nel momento supremo dell’ingiustizia,  «Gesù taceva» (Mt 26,63; cfr. anche Is 53,7; At 8,32). Non è stato al gioco del rispondere a quanti gli dicevano  di scendere dalla croce. Tutta la pazienza di Dio, la pazienza di secoli, e anche il suo affetto, emergono qui, in questo silenzio del Cristo umiliato. Nella storia degli uomini fanno irruzione  il silenzio eterno della Parola, la «contemplatività» amorosa del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, tutta la comunione trinitaria dal silenzio dei secoli. È Parola, ma Parola che – nell’ora  dell’annientamento provocato dall’ingiustizia – si fa silenzio. Iesus autem  tacebat. Contempliamo tutto il «viaggio» della Parola di Dio (cfr. Gv 1,1; 14,2-3; 14,10; 16,28); come si fa tenerezza  nel seno di una Madre. Questa  Madre «custodiva tutte queste cose,  meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19.51). Nel cuore silenzioso di Maria ha sede la memoria della Chiesa. Il silenzio  «incarnato» del Verbo si esprime  in quel momento d’ingiustizia, di umiliazione, di annientamento, nell’ora  del potere delle tenebre. Quella è la dignità di Gesù, ed è anche la nostra.

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La grande misericordia dei padri del deserto

Posté par atempodiblog le 25 juillet 2014

La grande misericordia dei padri del deserto
Tratta da: Vita e detti dei Padri del deserto

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Achille – 1

1. Si recarono un giorno dal padre Achilla tre anziani, dei quali uno aveva una cattiva fama. Uno di essi chiese: «Padre, fammi una rete». «Non la faccio», rispose. Il secondo chiese: «Facci questa carità, perché possiamo avere un tuo ricordo nel nostro monastero». Ma egli rispose: «Non ho tempo». Disse poi il terzo, quello che aveva cattiva fama: «Fammi una rete, perché io abbia un oggetto fatto con le tue mani, padre». A lui rispose subito: «Te la farò». Gli altri due gli chiesero poi in disparte: «Perché alle nostre preghiere non hai voluto acconsentire e hai detto a lui: – Te la farò?». L’anziano disse loro: «A voi ho detto che non l’avrei fatto e voi non vi siete rattristati, sapendo che non ho tempo. Se invece non la facessi a lui, direbbe che non voglio perché ho saputo dei suoi peccati. E con questo spezzeremmo la corda. Invece ho voluto sollevare la sua anima, perché non sia sommersa dalla tristezza» (124bc; PJ X, 14).

Isidoro di Scete – 1

1. Raccontavano del padre Isidoro, presbitero a Scete, che se qualcuno aveva un fratello ostinato e debole, oppure negligente e protervo, e voleva cacciarlo, egli diceva: «Portatemelo qui». Lo accoglieva e con la sua pazienza lo salvava (220bc; PJ XVI, 5).

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La fede rende l’uomo più leggero

Posté par atempodiblog le 27 août 2013

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La fede rende l’uomo più leggero, lo si può vedere nei Padri della Chiesa, soprattutto nella teologia monastica: credere si­gnifica diventare come angeli, come dicono i Padri. Possiamo volare perché non siamo più un peso a noi stessi, perché non ci prendiamo così drammaticamente sul serio. Diventare credenti significa diventare leggeri, uscire da un baricentro che ci fa tendere in basso, e salire alla libertà e alla leggerezza della fede.

Joseph Ratzinger - Il sale della terra. Cristianesimo e Chiesa cattolica nel XXI secolo, Ed. San Paolo

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San Poemen Abate

Posté par atempodiblog le 27 août 2013

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Martirologio Romano: Nella Tebaide in Egitto, san Pemeno, abate, del quale, ammirato anacoreta, si tramandano molti detti pervasi di saggezza.

Poemen fu un celebre padre del deserto. Ritiratosi nel deserto egiziano di Scete con un fratello più giovane ed uno più anziano, nel 408 i tre furono obbligati dalle incursioni dei Berberi ad abbandonare il loro primo insediamento ed a cercare rifugio fra le rovine di un tempio presso Terenuthis. Anubis, il fratello maggiore, e Poemen si alternavano alla guida della minuscola comunità.
Durante il giorno lavoravano sino a mezzodì, leggevano sino alle tre del pomeriggio, dopodichè si dedicavano alla raccolta di legna, cibo ed ogni altra eventuale necessità. Delle dodici ore notturne solo quattro erano destinate al riposo, mentre le rimanenti erano divise tra il lavoro ed il canto dell’Ufficio.
Spesso e volentieri Poemen trascorreva giorni o perfino settimane intere senza mangiare nulla. Ai suoi compagni raccomandava però di digiunare con moderazione e di nutrirsi a sufficienza quotidianamente. I monaci non potevano bere vino, né compiere alcun atto che avesse potuto gratificare in qualsiasi modo i sensi. Poemen temeva fortemente le possibili interruzioni alla sua vita solitaria ed una volta rifiutò persino di vedere sua madre, affermando di rinunciare al piacere dell’incontro sulla terra per provare più gioia quando si sarebbero poi rivisti nell’aldilà. Il santo viene ricordato principalmente per la sua pietà e per i detti proverbiali che contraddistinsero il suo insegnamento, come per esempio: “Il silenzio non è una virtù quando la carità necessita la parola”. Incoraggiava gli altri monaci a ricevere frequentemente la comunione eucaristica.
Quando Anubis morì, Poemen perdette il controllo della comunità e dovette fare ritorno a Scete. Qui però nuove incursioni lo obbligarono a fuggire. La liturgia bizantina definisce San Poemen “la lampada dell’universo e modello per i monaci”, mentre il Martyrologium Romanum lo commemora in data odierna 27 agosto.

di Fabio Arduino – Santi e beati

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Arsenio e l’anziano che andò a trovarlo

Posté par atempodiblog le 4 avril 2013

Arsenio e l'anziano che andò a trovarlo dans Apoftegmi dei Padri del deserto padrearsenioDel padre Arsenio raccontavano che un giorno in cui era ammalato a Scete, il presbitero lo portò in chiesa e lo adagiò su un tappeto, ponendogli sotto al capo un piccolo cuscino. Venne un anziano a fargli visita e, vedendolo sul tappeto e con un cuscino sotto di lui, si scandalizzò. «Questo è il padre Arsenio? – disse – e su queste cose si mette a giacere?». Allora il presbitero, presolo in disparte, gli dice: «Cosa facevi al tuo paese?». «Ero pastore», rispose. «Come vivevi?». «Con molti stenti». «E ora come vivi nella tua cella?». «Ho maggiore sollievo». Gli dice allora: «Vedi questo padre Arsenio? Era precettore di imperatori nel mondo e gli stavano intorno migliaia di servi che portavano cinture d’oro, gioielli e vestiti di seta. Sotto di lui vi erano tappeti preziosi. Tu invece, che eri pastore, non avevi nel mondo le comodità che hai ora. Ed egli qui non ha le delizie di cui godeva nel mondo. Tu ora trovi sollievo, ed egli tribolazioni». A queste parole, fu preso da compunzione e si inchinò dicendo: «Perdonami, padre, ho peccato. Questa è realmente la strada vera, poiché costui è giunto all’umiliazione, io invece al ristoro». E se ne andò edificato (101d-104a).

Tratto da: Padri del deserto.net

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Commento di Padre Livio Fanzaga all’apoftegma:

Da questo apoftegma o detto celebre, cari amici, possiamo intanto trarre insegnamenti dal comportamento di Arsenio, il quale come vedete pur di essere presente in Chiesa non esita ad adagiarsi su un tappeto e a lasciare che gli si ponga in capo un piccolo cuscino. Come vedete questi padri del deserto erano veramente umili, non recitavano il copione, per cui il copione voleva che fossero sempre grandi penitenti per cui per rimanere fedeli al copione… magari un altro avrebbe avuto quasi vergogna  di mostrarsi così, invece accettare nel momento della malattia di essere accudito, di essere curato, accettarlo con tanta umiltà, accettarlo con il rischio di essere giudicato male dagli altri, questo è indice di una vera umiltà interiore e della mansuetudine del cuore. Vedete come è nel cuore che la santità ha le sue radici, quell’atteggiamento di umiltà di mansuetudine sono i segni sicuri della santità. Ben diverso, invece, almeno come reazione iniziale, di chi si scandalizza. Lo scandalizzarsi del prossimo non è mai indice di santità. I veri santi non si scandalizzano degli altri, i veri santi non solo comprendono le debolezze degli altri ma sono pronti a scusarle. L’atteggiamento arrogante di condanna dice che siamo molto indietro nel cammino di santità. La prontezza con cui vediamo i difetti degli altri, anche se sono veri, la prontezza con cui mettiamo a nudo i peccati degli altri, anche se sono veri, questa prontezza nell’accusa è indice in noi di una mancanza di maturità interiore, è indice in noi di quell’atteggiamento misericordioso che porta a scusare i fratelli. Tuttavia credo che anche questo anziano che è venuto a far visita ad Arsenio ci da ugualmente un grande insegnamento e cioè la prontezza con cui ha ammesso di aver sbagliato. Il fatto di ammettere di aver sbagliato, il fatto di prendere questa consapevolezza del proprio peccato, del proprio limite è uno degli strumenti più rapidi che abbiamo per il progresso spirituale. Quindi siamo di fronte ad un anziano che ha sicuramente denunciato un’immaturità interiore, giudicando subito con severità, ma nel medesimo tempo questa compunzione, questa presa di coscienza del proprio peccato è un grande insegnamento per noi. Direi che nella vita nessuno può mai dire non ho peccato, ho fatto pochi peccati, non è a questo che dobbiamo arrivare e comunque non è mai questo che dobbiamo dire… perché i veri santi si riconoscevano sempre peccatori. Nella vita noi dobbiamo arrivare alla lealtà profonda con noi stessi, con la nostra coscienza, illuminata dallo Spirito Santo, nel dire si ho peccato, si ho sbagliato. Questo ammettere nella luce dello Spirito Santo che rende viva la coscienza, questa capacità di giudizio interiore, questa capacità di sottoporre alla luce dello Spirito le nostre azioni e di accettare di sbagliare, questo è sicuramente il più grande stimolo, il più grande strumento per crescere nella vita spirituale. Non giudicare, non condannare, come ci insegna il Vangelo ma essere pronti a togliere la trave dal nostro occhio questi sono atteggiamenti che ci fanno volare nel cammino spirituale.

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Rendere presente il Cuore di Cristo

Posté par atempodiblog le 2 avril 2013

Rendere presente il Cuore di Cristo dans Apoftegmi dei Padri del deserto autunnox

Il padre Ammone venne un giorno a pranzo in un luogo dove vi era un fratello che godeva cattiva fama. E avvenne che la donna [con cui quel fratello era in relazione] giunse ed entrò nella cella del fratello che aveva cattiva fama. Gli abitanti di quel luogo, quando lo seppero, si agitarono e si radunarono, per mandarlo via dalla sua cella. Udendo che il vescovo Ammone si trovava in quel luogo, lo andarono a chiamare perché venisse con loro. Il fratello se ne accorse e nascose la donna in una grande botte. Quando la gente arrivò, il padre Ammone sapeva [1] cos’era accaduto, e, per amore di Dio, volle nascondere la cosa. Entrato, si sedette sulla botte, e diede ordine che cercassero per tutta la cella. Quando ebbero frugato dappertutto senza trovare la donna, il padre Ammone disse: «Che cosa significa questo? Dio vi perdoni!». E dopo aver pregato, li fece uscire tutti; quindi prese la mano del fratello e gli disse: «Bada a te stesso [2], fratello!». Detto questo, se ne andò (121d-124a).


[1] Non per informazione umana, ma per rivelazione divina.
[2] Cf. Gn 24, 6.

Tratto da: Padri del deserto.net

divisore dans Medjugorje

Commento di Padre Livio Fanzaga all’apoftegma:

Possiamo ben pesare che con questo comportamento, il padre Ammone, diventato vescovo, si sia guadagnato quel fratello. E qui vediamo un tratto autentico, vero, profondo della carità cristiana che denuncia il peccato ma mai il peccatore. La carità cristiana denuncia il peccato ma copre il peccatore, scusa il peccatore, difende il peccatore come fece Gesù con l’adultera. E’ molto commovente vedere ciò in questi grandi asceti, severissimi con se stessi, vedere ciò in questo padre Ammone, che aveva fatto della professione dei propri peccati la costante della sua vita, infatti ciò che caratterizza la sua spiritualità è il professarsi peccatore, la sua preghiera era quella del pubblicano, era la sua preghiera quotidiana: “Signore Gesù, abbi pietà di me peccatore”. Ebbene, come vedete, colui che ha coscienza del proprio peccato è sempre molto misericordioso nei confronti dei peccati degli altri. I santi son tutti misericordiosi, per quanto sommamente intransigenti verso il peccato, sono di una squisita, paterna, infinita bontà verso la pecorella smarrita, e in questo ci rendono vivo, presente il Cuore di Cristo.

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Perché pur coperti di ferite mormoriamo?

Posté par atempodiblog le 26 février 2013

Perché pur coperti di ferite mormoriamo? dans Apoftegmi dei Padri del deserto mormorazionemaldicenza

Un fratello chiese al padre Giovanni: «Come mai la mia anima, pur essendo coperta di ferite, non si vergogna di parlare male del prossimo?». L’anziano gli raccontò questa parabola sulla maldicenza: «C’era un uomo povero; aveva moglie, ma ne vide un’altra che era attraente, e la prese. Entrambe erano ignude. In occasione di una festa in un luogo vicino, lo pregarono dicendo: – Portaci con te. Le prese tutte e due, le mise in una botte, e, imbarcatosi, giunse in quel luogo. Nell’ora del calore meridiano, mentre tutti si riposavano, una delle due guardò fuori e, non vedendo nessuno, saltò su un mucchio di rifiuti, raccolse dei vecchi stracci, se li cinse attorno alla vita, e si aggirava quindi con libertà. L’altra, rimasta seduta ignuda nella botte, diceva: – Ecco, questa donnaccia non si vergogna di andare in giro nuda! Molto afflitto di questo, suo marito le disse: – Lo strano è che lei ha coperto la sua vergogna, mentre tu, che sei tutta nuda, non ti vergogni di parlare così. Ecco cos’è la maldicenza» (208d-209a).

Apoftegma dei Padri del deserto

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Il discepolato spirituale e la libertà dei figli di Dio

Posté par atempodiblog le 20 septembre 2012

Il discepolato spirituale e la libertà dei figli di Dio
Tratto da una catechesi di padre Livio Fanzaga

Il discepolato spirituale e la libertà dei figli di Dio dans Apoftegmi dei Padri del deserto

C’è oggi una tendenza molto pericolosa per quanto riguarda il discepolato spirituale. Nelle religioni orientali c’è la figura del guru, sia nel buddismo, sia nell’induismo. Sono figure interessanti e in un certo senso positive, ma come vengono portate qui in Occidente e come vengono vissute? Ci sarebbero molte osservazioni da fare… Tra i Padri del deserto il rapporto tra il discepolo e l’anziano è sempre molto libero. L’anziano si concede poco, raramente, permette al suo discepolo si di andarlo a trovare anche tutte le volte, tutti i giorni e tutte le notti se ci fosse una situazione di emergenza, per esempio una gravissima tentazione, ma normalmente è una volta alla settimana, una volta all’anno, una volta ogni qualche anno… e comunque l’anziano da il suo consiglio, indica la sua via e poi lascia il discepolo totalmente libero davanti a Dio di prendere le sue decisioni. In questo rapporto con gli anziani, emerge, nei Padri del deserto, una grandissima libertà spirituale. Tanto è vero che a un dato momento Antonio (Sant’Antonio Abate) lascia l’anziano per andare da solo nel deserto. Il nostro rapporto con il padre spirituale , per quanto intenso possa essere, mai dimenticare che deve sempre conformarsi alla libertà dei figli di Dio. Non deve mai essere un rapporto di eccessiva dipendenza, ma deve sempre lasciarsi la capacità di giudicare e di scegliere liberamente davanti a Dio. Non c’è mai nei Padri del deserto quella forma di dipendenza che oggi vediamo spesso anche all’interno dei gruppi cristiani. Molte volte ci sono i leader carismatici, i leader del gruppo di preghiera, pur essendo gruppi cristiano-cattolici c’è un po’ uno spirito di setta. C’è uno spirito di dipendenza totale come avveniva nelle comunità pitagoriche della Grecia pagana antica, dove quanto diceva il maestro era indiscutibile, di Pitagora si diceva “autos epha”, “ipse dixit” ,“lui lo ha detto” e tutti dobbiamo rinunciare alla nostra intelligenza e alla nostra coscienza… questo non si può accettare! All’interno della spiritualità dei Padri del deserto l’anziano non prevarica mai. L’anziano consiglia, ma non si impone mai al discepolo. Il discepolo nei confronti dell’anziano conserva quella medesima libertà che noi abbiamo di fronte a una fontana d’acqua, ne beviamo se ne abbiamo voglia. Ben diverso da quelle forme di dipendenza che avvengono molte volte sia nell’ambito delle religioni orientali, sia nell’ambito delle sette ma anche di gruppi cristiani dove l’intelligenza individuale, il giudizio personale, la coscienza personale non sono adeguatamente salvaguardati. E molte volte si fa del leader del gruppo di preghiera, o del leader di un movimento – non parlo dei grandi movimenti ecclesiali, ma parlo soprattutto del sottobosco anche all’interno del cattolicesimo – se ne fanno degli idoli e si rinuncia a valutare per conto proprio e a decidere per conto proprio. Quindi attenzione, il padre spirituale, il confessore, colui che dirige il gruppo, colui che ha delle responsabilità… ci offrono dei consigli che noi valutiamo attentamente, magari confrontiamo con altri e poi decidiamo. Ed effettivamente questi discepoli non andavano sempre dal medesimo padre spirituale, cambiavano anche anziano, andavano a consigliarsi anche da altri anziani e questo indica, cari amici, una grandissima libertà spirituale che fa parte della libertà cristiana.

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Come curare e salvare le anime

Posté par atempodiblog le 17 septembre 2012

 Come curare e salvare le anime dans Apoftegmi dei Padri del deserto

In un cenobio, un fratello fu falsamente accusato di impurità: e si recò dal padre Antonio. Vennero allora i fratelli dal cenobio, per curarlo e portarlo via. Si misero ad accusarlo: «Tu hai fatto questo». Ed egli a difendersi: «Non ho fatto nulla del genere». Accadde per fortuna che si trovasse colà il padre Pafnuzio Kefala; egli disse questa parabola: «Sulla riva del fiume vidi un uomo immerso nella melma fino al ginocchio; e vennero alcuni per dargli una mano, ma lo fecero affondare fino al collo». E il padre Antonio, riferendosi al padre Pafnuzio, dice loro: «Ecco un vero uomo, capace di curare e di salvare le anime». Presi da compunzione per la parola degli anziani, essi si inchinarono davanti al fratello; poi, esortati dai padri, lo riportarono al cenobio.

Apoftegma dei Padri del deserto

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Guardati dal giudicare

Posté par atempodiblog le 25 août 2012

Guardati dal giudicare dans Apoftegmi dei Padri del deserto

Il padre Isacco di Tebe si recò un giorno in un cenobio; vide un fratello peccare e lo condannò. Quando uscì nel deserto, un angelo del Signore andò a fermarsi davanti alla porta della sua cella e gli disse: «Non ti lascio entrare!». «Ma perché?», disse l’altro. L’angelo gli rispose: «Dio mi ha mandato a chiederti: – Dove ordini che io getti il fratello caduto che tu hai giudicato?». Immediatamente Isacco si prostrò e disse: «Ho peccato, perdonami!». «Alzati! – gli disse l’angelo –, Iddio ti ha perdonato; ma d’ora innanzi guardati dal giudicare qualcuno prima che Dio l’abbia giudicato» (240cd; PJ IX, 3).

Apoftegma dei Padri del deserto

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Due grandi navi su un fiume

Posté par atempodiblog le 23 août 2012

Due grandi navi su un fiume dans Apoftegmi dei Padri del deserto

Si raccontava di un fratello venuto a Scete per vedere il padre Arsenio; giunto alla chiesa, pregava i chierici di farglielo incontrare. Gli dissero: «Ristorati un poco, fratello, e poi lo vedrai». Ma egli diceva: «Non toccherò cibo prima di averlo incontrato». Gli mandarono un fratello ad accompagnarlo, perché la cella di Arsenio era molto lontana. Dopo aver bussato alla porta, entrarono, e, salutato l’anziano, si sedettero in silenzio. Disse allora il fratello mandato dalla comunità: «Io vado, pregate per me». Il fratello forestiero, che non aveva il coraggio di rivolgere la parola all’anziano, gli disse: «Vengo anch’io con te». E uscirono insieme. Lo pregò poi: «Portami dal padre Mosè, quello che prima era un ladrone». Al loro arrivo, questi li ricevette con gioia e li congedò dopo un’accoglienza molto ospitale. Il fratello che faceva da guida disse all’altro: «Ecco, ti ho portato da un padre straniero e da un egiziano, quale dei due ti è piaciuto di più?». «Per ora mi è piaciuto di più quello egiziano», rispose. Uno dei padri, udito ciò, pregò Dio: «Signore, spiegami questa cosa: l’uno sfugge gli uomini per il tuo nome, l’altro per il tuo nome li abbraccia». Ed ecco gli apparvero due grandi navi su un fiume e vide in una di esse il padre Arsenio, che navigava in grande quiete con lo Spirito di Dio, nell’altra vide il padre Mosè insieme a degli angeli di Dio che navigavano con lui e lo nutrivano con favi di miele (104b-105b).

Apoftegma dei Padri del deserto

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Gli altri

Posté par atempodiblog le 28 mars 2012

Gli altri dans Apoftegmi dei Padri del deserto mcz1cj

Padre e figlio erano seduti accanto in chiesa. Ad un tratto, il bambino toccò il padre e ridacchiò: Papà, guarda quell’uomo! Sta dormendo!.
Il padre guardò il figlio con molta serietà e rispose: Sarebbe meglio se dormissi anche tu. Piuttosto che sparlare degli altri”.

Alcuni anziani si recarono in visita da Abba Poemen e chiesero: Secondo te, quando in chiesa sorprendianio i nostri fratelli a sonnecchiare, è opportuno pizzicarli per farli svegliare?.
L’anziano rispose: Se vedessi un fratello sonnecchiare, gli appoggerei la testa sulle mie ginocchia e lo lascerei riposare.

Dobbiamo tutti riscoprire che cosa significa indulgenza.

di Don Bruno Ferrero

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