Il Papa telefona a don Michele, il prete dj dei rave in chiesa: bravo

Posté par atempodiblog le 7 août 2022

Il Papa telefona a don Michele, il prete dj dei rave in chiesa: bravo
Il colloquio, tenuto riservato dal sacerdote di Montesanto, è avvenuto il 4 agosto. Il Pontefice si è informato sulle attività innovative che avvicinano i giovani alla chiesa
di Marco Santoro – Corriere del Mezzogiorno

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«Pronto, non è uno scherzo, sono il Papa». Così il Pontefice ha esordito chiamando don Michele Madonna, 48 anni, parroco napoletano della comunità di Santa Maria di Montesanto, ex disc jockey, noto per le sue innovative attività di pastorale giovanile come il «rave» di un mese fa cui hanno partecipato centinaia di ragazzi, ballando tutta la notte musica cristiana remixata in chiave disco alternata con momenti di preghiera comunitaria. La telefonata è avvenuta giovedì 4 agosto, ma don Michele  attivissimo sui social  non ha voluto finora raccontare in pubblico l’episodio, trapelato oggi dalla ristretta cerchia di collaboratori che ne sono venuti a conoscenza.

«Voglio restare informato»
Papa Francesco ha conversato con il parroco, chiedendogli dettagli sulle sue attività  che nei mesi scorsi hanno avuto ampia eco sui media, non solo cattolici  e raccomandandogli di tenerlo informato anche in futuro sul suo lavoro. Don Michele Madonna, nato nel 1974, è diventato sacerdote a 30 anni. Figlio del proprietario di una discoteca, fino a 23 anni ha fatto il dj e ora rivolge ai giovani e a quanti si sentono “lontani” dalla chiesa molte iniziative pastorali fuori dagli schemi tradizionali, come le confessioni svolte lungo le strade del quartiere, proprio per andare incontro a coloro che non frequentano abitualmente i luoghi di culto. Il suo territorio è popoloso e difficile: nel rione di Montesanto, il mese scorso, ha fatto scalpore l’episodio della 12enne sfregiata al volto dall’ex fidanzatino di 16 anni.

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Medjugorje, il Papa ai giovani: in vacanza con Gesù il cuore è in pace

Posté par atempodiblog le 3 août 2022

Medjugorje, il Papa ai giovani: in vacanza con Gesù il cuore è in pace
Francesco ha inviato un messaggio ai partecipanti del Festival della Gioventù iniziato ieri nella cittadina mariana e in programma fino al 6 agosto: seguite Cristo per avere coraggio, compassione e speranza
di Alessandro De Carolis – Radio Vaticana
Tratto da: Radio Maria

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È una questione di direzione la vita. Specie quando si fa dura, tra ingiustizie di oggi e ferite di ieri, aspettative disilluse, è importante “sapere in che direzione andare perché ci sono tanti traguardi ingannevoli che promettono un futuro migliore”, ma certamente c’è una direzione che non delude, quella verso Gesù che assicura a chi lo segue di offrire “ristoro””. Il Papa prende spunto dal versetto del Vangelo di Matteo, che dà il titolo all’incontro, per scrivere alle ragazze e ai ragazzi che da ieri si trovano a Medjugorje per il Festival della Gioventù 2022.

Muoversi con lo stile di Gesù
“Venite e imparate da me”, dice Cristo agli apostoli, ed è “un invito – afferma Francesco – a muoversi, a non restare fermi, congelati e impauriti davanti alla vita, e ad affidarsi a Lui”. “Sembra facile – osserva ancora – ma nei momenti bui viene naturale chiudersi in sé stessi. Gesù invece vuole tirarci fuori, perciò ci dice ‘Vieni’”. Camminare con Lui, scrive ancora il Papa, insegna a non basarsi solo sulle proprie forze, ad assumere il “suo modo di pensare, vedere ed agire”, ad avere dentro coraggio, compassione e speranza.

Il posto più speciale
Nell’affidare a Maria i giovani, Francesco ne ricorda l’appellativo di “Stella del mare”, il “segno di speranza sul mare agitato che – dice – ci guida verso il porto della pace”. In questo momento, “nel cuore dell’estate – conclude – il Signore vi invita ad andare in vacanza con Lui, nel luogo più speciale che c’è: il proprio cuore”.

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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE ai partecipanti del Festival della Gioventù – Medjugorje, 1-6 agosto 2022

Posté par atempodiblog le 2 août 2022

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE ai partecipanti del Festival della Gioventù – Medjugorje, 1-6 agosto 2022
Fonte: Medjugorje.hr
Tratto da: Radio Maria

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE ai partecipanti del Festival della Gioventù – Medjugorje, 1-6 agosto 2022 dans Apparizioni mariane e santuari Papa-Francesco-Medjugorje

Carissimi!

In quel tempo, come ci dice l’evangelista Matteo, Gesù rivolgendosi a tutti disse: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero.» (Mt 11, 28-30). Come in quel tempo, così anche oggi Gesù si rivolge a tutti voi, cari giovani, e attraverso il motto del Festival di quest’anno, ispirato dal Vangelo appena menzionato, vi rivolge il Suo invito: «Imparate da me e troverete ristoro».

Il Signore rivolge queste Sue parole non solo agli apostoli o ad alcuni Suoi amici, ma a tutti coloro che sono stanchi e oppressi. Lui sa quanto può essere dura la vita e che ci sono molte cose che opprimono il nostro cuore: numerose delusioni, ferite del passato, pesi che portiamo, ingiustizie che sopportiamo e numerose incertezze e preoccupazioni. Di fronte a tutto questo, si trova Gesù che ci rivolge il Suo invito: «Venite a me e imparate da me». Questa chiamata richiede cammino e fiducia, e non ci permette di stare fermi, rigidi e impauriti davanti alle sfide della vita. Sembra facile, ma nei momenti bui semplicemente ci ripieghiamo su noi stessi. È proprio da questa solitudine che Gesù vuole farci uscire, per questo ci dice: «Vieni».

La via d’uscita è nella relazione con il Signore, nel guardare Colui che ci ama veramente. Però non basta soltanto uscire da sé stessi, bisogna anche sapere in che direzione andare, perché ci sono tante offerte ingannevoli che promettono un futuro migliore, ma ci lasciano sempre di nuovo nella solitudine. Per questo motivo il Signore ci indica dove andare: «Venite a me».

Cari amici, andate da Lui con il cuore aperto, prendete il suo giogo e imparate da Lui. Andate dal Maestro per diventare i Suoi discepoli ed eredi della Sua pace. Prendete il Suo giogo con il quale scoprirete la volontà di Dio e diventerete partecipi del mistero della Sua croce e risurrezione. Il «giogo» di cui Cristo parla è la legge d’amore, è il comandamento che ha lasciato ai Suoi discepoli: amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi (Gv, 15,12). Perché la vera medicina, per le ferite dell’uomo, è una vita fondata sull’amore fraterno, che trova la propria sorgente nell’amore di Dio.

Camminando insieme a Lui e seguendoLo, imparerete da Lui. Lui è il Signore che non impone agli altri un peso che Lui stesso non porta. Si rivolge agli umili, ai piccoli e ai poveri perché Egli stesso si è fatto povero e umile. Se vogliamo davvero imparare, dobbiamo umiliarci e riconoscere la nostra ignoranza e arroganza, in quei momenti in cui pensiamo di poter ottenere tutto da soli e con le nostre forze, e soprattutto avere l’orecchio aperto per le parole del Maestro. In questo modo conosciamo il Suo cuore, il Suo amore, il Suo modo di pensare, vedere ed agire. Ma essere vicini al Signore e seguirLo richiede coraggio.

Carissimi, non abbiate paura, andate da Lui con tutto ciò che portate nel proprio cuore. Egli è l’unico Signore che offre vero ristoro e vera pace. Seguite l’esempio di Maria, Sua e nostra Madre, che vi condurrà a Lui. Affidatevi a Lei, che è la Stella del mare, il segno di speranza sul mare agitato che ci conduce verso il porto della pace. Colei, che conosce Suo Figlio, vi aiuterà ad imitarLo nella vostra relazione con Dio Padre, nella compassione del prossimo e nella consapevolezza di ciò che siamo chiamati a fare: essere figli di Dio. In questo momento, nel cuore dell’estate, il Signore vi invita ad andare in vacanza con Lui, nel luogo più speciale che esista, che è il vostro stesso cuore.

Cari giovani, mentre in questi giorni riposate in Gesù Cristo, vi affido tutti alla Beata Vergine Maria, alla nostra Madre celeste, affinché con la Sua intercessione ed esempio possiate prendere su di voi il dolce e leggero giogo della sequela di Cristo. Vi accompagni lo sguardo di Dio Padre che vi ama, affinché negli incontri con gli altri, possiate essere i testimoni della pace che riceverete in cambio come dono. Prego per quest’intenzione evi benedico, raccomandandomi alle vostre preghiere.

A Roma, presso San Giovanni in Laterano
La memoria della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo, il 16 luglio 2022

Papa Francesco

Divisore dans San Francesco di Sales

Freccia dans Articoli di Giornali e News Festival della Gioventù – Medjugorje

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Il Papa: la Chiesa non impone precetti ma è casa di riconciliazione

Posté par atempodiblog le 26 juillet 2022

Il Papa: la Chiesa non impone precetti ma è casa di riconciliazione
Nella chiesa del Sacro Cuore dei Primi Popoli a Edmonton, Francesco ammette che “nulla può cancellare la dignità violata, il male subìto, la fiducia tradita”. Tuttavia  precisa  occorre ripartire, guardando a Gesù crocifisso. Invita a cooperare per una riconciliazione che non sia una sorta di pace calata dall’alto per assorbimento dell’altro, ma annuncio di Cristo in libertà e carità
di Antonella Palermo – Vatican News

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Amico e pellegrino. Così ha vissuto Gesù, così Papa Francesco sta entrando nella terra delle popolazioni indigene del Canada. Ferito e con il senso di vergogna che “mai deve cancellarsi”, per il dolore causato anche da tanti cristiani ai danni delle peculiarità culturali delle comunità autoctone, il Pontefice rimette a fuoco il principio guida dell’educazione: la promozione dei talenti e non l’imposizione di qualcosa di preconfezionato. Si sofferma sul significato autenticamente evangelico di riconciliazione: non tanto un’opera nostra  osserva  ma un dono che sgorga dal Crocifisso.

In un luogo sacro di dialogo e servizio
I quattro pali della tepee, la tenda indigena, sormontano l’altare. In questa ‘casa’, chiesa del Sacro Cuore dei Primi Popoli  una delle più antiche della città  Francesco arriva per il secondo incontro tanto atteso della sua visita nel Paese nordamericano. Un gruppo di autoctoni scandisce ritmi tradizionali sui tamburi, il Papa entra con l’ausilio della sedia a rotelle e poi siede sotto i simboli della tepee. Padre Susai Jesu, OMI lo accoglie mentre risuonano gli applausi e lo ringrazia a nome della comunità parrocchiale e degli indigeni: “Da molti anni è un luogo sacro di incontro, dialogo, riconciliazione e servizio”, dice. Qui, come il Papa riconosce, confluiscono autoctoni e discendenti degli antichi colonizzatori e la fede cattolica è espressa nel contesto della cultura aborigena. Reduce da due anni di lavori di restauro per riparare i danni di un incendio, è diventata casa spirituale per molti immigrati e rifugiati che si sono stabiliti a Edmonton. “Desideriamo camminare insieme a Lei e andare nei luoghi di dolore per offrire la guarigione che Gesù porta”.

La Chiesa, una casa aperta e inclusiva
Il Papa si compiace dell’opera portata avanti nella parrocchia dove le azioni concrete necessarie per un efficace processo di risanamento delle ferite della storia  e auspicate nell’ambito degli incontri con gli indigeni in Vaticano nella primavera scorsa  sono già state avviate. Ringrazia anche per la vicinanza a tanti poveri con opere di carità. Da qui si leva l’invito a recuperare il senso etimologico di ‘riconciliazione’, sinonimo di Chiesa: “fare di nuovo un concilio”. Essa deve essere “casa per tutti”, scandisce Francesco all’inizio e alla fine del discorso.

Ecco una casa per tutti, aperta e inclusiva, così come dev’essere la Chiesa, famiglia dei figli di Dio dove l’ospitalità e l’accoglienza, valori tipici della cultura indigena, sono essenziali: dove ognuno deve sentirsi benvenuto, indipendentemente dalle vicende trascorse e dalle circostanze di vita individuali.

Cosa è l’educazione
È la zizzania all’origine di tante operazioni dannose, ricorda il Papa che qualche ora prima a Maskwacis ha chiesto “perdono con dolore” per il male subìto dalle popolazioni indigene e il cui pensiero lo ferisce. Poi torna a chiarire lo spirito che dovrebbe guidare l’opera educativa:

Mi ferisce pensare che dei cattolici abbiano contribuito alle politiche di assimilazione e affrancamento che veicolavano un senso di inferiorità, derubando comunità e persone delle loro identità culturali e spirituali, recidendo le loro radici e alimentando atteggiamenti pregiudizievoli e discriminatori, e che ciò sia stato fatto anche in nome di un’educazione che si supponeva cristiana. L’educazione deve partire sempre dal rispetto e dalla promozione dei talenti che già ci sono nelle persone. Non è e non può mai essere qualcosa di preconfezionato da imporre, perché educare è l’avventura di esplorare e scoprire insieme il mistero della vita.

E qui il Papa aggiunge un ringraziamento speciale ai vescovi che si sono adoperati per organizzare la visita in queste terre. “Una Conferenza episcopale unita fa cose grandi, dà molti frutti”, ha precisato.

È Gesù che ci riconcilia
Francesco si fa ispirare dall’immagine dell’altare della chiesa che assomiglia a un tronco d’albero con rami che si alzano per sostenerlo. Il tema dell’albero è caro agli indigeni: una simbologia che rimanda al significato vitale della terra e delle radici. Liturgicamente, sull’altare Gesù ci riconcilia nell’Eucaristia, abbracciando tutto il creato. Facendo riferimento al discorso che in questo Paese pronunciò San Giovanni Paolo II nel 1984, Bergoglio cita anche la simbologia dei punti cardinali applicati al significato cristologico di Gesù che avvolge l’universo e riconcilia tutte le cose. Un’opera, la riconciliazione, che è una grazia da chiedere, non tanto un nostro risultato, dirà più avanti.

La riconciliazione operata da Cristo non è stata un accordo di pace esterno, una sorta di compromesso per accontentare le parti. Nemmeno è stata una pace calata dal cielo, arrivata per imposizione dall’alto o per assorbimento dell’altro. L’Apostolo Paolo spiega che Gesù riconcilia mettendo insieme, facendo di due realtà distanti un’unica realtà, una cosa sola, un solo popolo. E come fa? Per mezzo della croce (cfr Ef 2,14). È Gesù che ci riconcilia fra di noi sulla croce, su quell’albero di vita, come amavano chiamarlo gli antichi cristiani.

“Immagino la fatica in chi ha sofferto tremendamente”
Nelle parole di Papa Francesco si percepisce l’altissima consapevolezza del male subìto da queste comunità da parte di “uomini e donne che dovevano dare testimonianza di vita cristiana”. Aver attraversato l’oceano, peraltro in condizioni di fragilità fisica, lo dimostra. Lo stile di parresìa del Pontefice spicca ancora in questi passaggi:

Nulla può cancellare la dignità violata, il male subìto, la fiducia tradita. E nemmeno la vergogna di noi credenti deve mai cancellarsi. Ma occorre ripartire e Gesù non ci propone parole e buoni propositi, ma la croce, quell’amore scandaloso che si lascia infilzare i piedi e i polsi dai chiodi e trafiggere la testa di spine. Ecco la direzione da seguire: guardare insieme Cristo, l’amore tradito e crocifisso per noi; guardare Gesù, crocifisso in tanti alunni delle scuole residenziali. Se vogliamo riconciliarci tra di noi e dentro di noi, riconciliarci con il passato, con i torti subiti e la memoria ferita, con vicende traumatiche che nessuna consolazione umana può risanare, lo sguardo va alzato a Gesù crocifisso, la pace va attinta al suo altare.

Il Signore lascia liberi
Citando l’apostolo Paolo, il Papa rimarca che la Chiesa è ”corpo vivente di riconciliazione”. E torna a precisare che alla radice degli atteggiamenti a cui la Chiesa ha contribuito alimentando discriminazioni nei confronti degli autoctoni in queste regioni, c’è stata la seduzione della mondanità:

Questo atteggiamento è duro a morire, anche dal punto di vista religioso. Infatti, sembrerebbe più conveniente inculcare Dio nelle persone, anziché permettere alle persone di avvicinarsi a Dio. Ma non funziona mai, perché il Signore non agisce così: egli non costringe, non soffoca e non opprime; sempre, invece, ama, libera e lascia liberi. Egli non sostiene con il suo Spirito chi assoggetta gli altri, chi confonde il Vangelo della riconciliazione con il proselitismo. Perché non si può annunciare Dio in un modo contrario a Dio. Eppure, quante volte è successo nella storia! Mentre Dio semplicemente e umilmente si propone, noi abbiamo sempre la tentazione di imporlo e di imporci in suo nome. È la tentazione mondana di farlo scendere dalla croce per manifestarlo con la potenza e l’apparenza.

“Non capiti più nella Chiesa di fare così”
Lo scandisce a chiare lettere il Papa: “Gesù sia annunciato come Egli desidera, nella libertà e nella carità ».

Ogni persona crocifissa che incontriamo non sia per noi un caso da risolvere, ma un fratello o una sorella da amare, carne di Cristo da amare. La Chiesa, Corpo di Cristo, sia corpo vivente di riconciliazione!

Gli echi della Fratelli tutti sono ben visibili nelle parole pronunciate dal Papa nella chiesa del Sacro Cuore dei Primi popoli. Ancora una precisazione di cosa sia davvero la Chiesa:

È il luogo dove si smette di pensarsi come individui per riconoscersi fratelli guardandosi negli occhi, accogliendo le storie e la cultura dell’altro, lasciando che la mistica dell’insieme, tanto gradita allo Spirito Santo, favorisca la guarigione della memoria ferita.

La Chiesa non è un un’idea da inculcare
La riconciliazione è il frutto della preghiera e delle storie condivise  dice il Papa  un cammino con Dio che procede nel quotidiano. Un cammino fatto di compassione e tenerezza, sapendo che la casa di Dio, il tabernacolo, è la sua tenda allestita per noi:

Questa è la via: non decidere per gli altri, non incasellare tutti all’interno di schemi prestabiliti, ma mettersi davanti al Crocifisso e davanti al fratello per imparare a camminare insieme. Questa è la Chiesa e questo sia: il luogo dove la realtà è sempre superiore all’idea. Questa è la Chiesa e questo sia: non un insieme di idee e precetti da inculcare alla gente, ma una casa accogliente per tutti! Questo è la Chiesa e questo sia: un tempio con le porte sempre aperte dove tutti noi, templi vivi dello Spirito, ci incontriamo, ci serviamo e ci riconciliamo.

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Le parole di Papa Francesco sulla vita

Posté par atempodiblog le 25 juin 2022

Le parole di Papa Francesco sulla vita
Nei suoi nove anni di Pontificato, Francesco ha pronunciato parole molto chiare sulla difesa della vita nascente che, afferma, è legata alla difesa di qualsiasi diritto umano. La vita, osserva, va difesa sempre: quella dei nascituri come quella degli anziani e dei malati o di chi rischia di morire per fame o sul lavoro o sui barconi dei migranti
di Vatican News

Le parole di Papa Francesco sulla vita dans Aborto Papa-Francesco-benedice-una-donna-incinta

La Chiesa difende la vita, in particolare la vita di chi non ha voce. Nella Chiesa – ricorda il Papa in “Evangelii gaudium” - c’è un segno che non deve mai mancare: “l’opzione per gli ultimi, per quelli che la società scarta e getta via” (EG 195). È l’attenzione preferenziale per i più deboli.

Al fianco dei più deboli e dei diritti umani
“Tra questi deboli, di cui la Chiesa vuole prendersi cura con predilezione – sottolinea Francesco – ci sono anche i bambini nascituri, che sono i più indifesi e innocenti di tutti, ai quali oggi si vuole negare la dignità umana al fine di poterne fare quello che si vuole, togliendo loro la vita e promuovendo legislazioni in modo che nessuno possa impedirlo. Frequentemente, per ridicolizzare allegramente la difesa che la Chiesa fa delle vite dei nascituri, si fa in modo di presentare la sua posizione come qualcosa di ideologico, oscurantista e conservatore. Eppure questa difesa della vita nascente è intimamente legata alla difesa di qualsiasi diritto umano. Suppone la convinzione che un essere umano è sempre sacro e inviolabile, in qualunque situazione e in ogni fase del suo sviluppo. È un fine in sé stesso e mai un mezzo per risolvere altre difficoltà. Se cade questa convinzione, non rimangono solide e permanenti fondamenta per la difesa dei diritti umani, che sarebbero sempre soggetti alle convenienze contingenti dei potenti di turno” (EG 213).

Non è progressista eliminare una vita umana
Papa Francesco ha parole chiare: “Non ci si deve attendere che la Chiesa cambi la sua posizione su questa questione. Voglio essere del tutto onesto al riguardo. Questo non è un argomento soggetto a presunte riforme o a ‘modernizzazioni’. Non è progressista pretendere di risolvere i problemi eliminando una vita umana. Però è anche vero che abbiamo fatto poco per accompagnare adeguatamente le donne che si trovano in situazioni molto dure, dove l’aborto si presenta loro come una rapida soluzione alle loro profonde angustie, particolarmente quando la vita che cresce in loro è sorta come conseguenza di una violenza o in un contesto di estrema povertà. Chi può non capire tali situazioni così dolorose?” (EG 214). Il Papa ha parole molto forti: l’aborto “è un crimine. È fare fuori uno per salvare un altro. È quello che fa la mafia” (Conferenza stampa durante il volo di ritorno dal Messico, 17 febbraio 2016). “È come affittare un sicario per risolvere un problema” (Udienza generale,10 ottobre 2018).

Aborto, problema umano non religioso
Il Papa lo ha ripetuto più volte che il problema dell’aborto “non è un problema religioso: noi non siamo contro l’aborto per la religione. No. È un problema umano” (Conferenza stampa durante il volo di ritorno da Dublino, 26 agosto 2018). E spiega: “L’aborto è un omicidio. L’aborto… senza mezze parole: chi fa un aborto, uccide. Prendete voi qualsiasi libro di embriologia, di quelli che studiano gli studenti nelle facoltà di medicina. La terza settimana dal concepimento, alla terza settimana, tante volte prima che la mamma se ne accorga, tutti gli organi stanno già lì, tutti, anche il DNA. Non è una persona? È una vita umana, punto. E questa vita umana va rispettata (…) Scientificamente è una vita umana. I libri ci insegnano. Io domando: è giusto farla fuori, per risolvere un problema? Per questo la Chiesa è così dura su questo argomento, perché, se accetta questo, è come se accettasse l’omicidio quotidiano” (Conferenza stampa durante il volo di ritorno da Bratislava, 15 settembre 2021).

I piccoli gettati dagli spartani
“Da bambino, alla scuola – ricorda il Papa – ci insegnavano la storia degli spartani. A me sempre ha colpito quello che ci diceva la maestra, che quando nasceva un bambino o una bambina con malformazioni, lo portavano sulla cima del monte e lo buttavano giù, perché non ci fossero questi piccoli. Noi bambini dicevamo: ‘Ma quanta crudeltà!’. Fratelli e sorelle, noi facciamo lo stesso, con più crudeltà, con più scienza. Quello che non serve, quello che non produce va scartato. Questa è la cultura dello scarto, i piccoli non sono voluti oggi” (Omelia a San Giovanni Rotondo, 17 marzo 2018).

Difendere ogni vita, sempre
Francesco ricorda che stare dalla parte della vita non vuol dire occuparsene solo al suo inizio o alla sua fine, ma significa difenderla sempre: “Il grado di progresso di una civiltà si misura proprio dalla capacità di custodire la vita, soprattutto nelle sue fasi più fragili, più che dalla diffusione di strumenti tecnologici. Quando parliamo dell’uomo, non dimentichiamo mai tutti gli attentati alla sacralità della vita umana. È attentato alla vita la piaga dell’aborto. È attentato alla vita lasciar morire i nostri fratelli sui barconi nel canale di Sicilia. È attentato alla vita la morte sul lavoro perché non si rispettano le minime condizioni di sicurezza. È attentato alla vita la morte per denutrizione. È attentato alla vita il terrorismo, la guerra, la violenza; ma anche l’eutanasia. Amare la vita è sempre prendersi cura dell’altro, volere il suo bene, coltivare e rispettare la sua dignità trascendente” (Discorso ai partecipanti all’incontro promosso dall’associazione Scienza e vita, 30 maggio 2015).

La misericordia è per tutti
Il Papa sottolinea il dramma che vivono le donne e a chi lo accusa di non avere misericordia risponde così: “Il messaggio della misericordia è per tutti, anche per la persona umana che è in gestazione. È per tutti. Dopo aver fatto questo fallimento, c’è misericordia pure, ma una misericordia difficile, perché il problema non è nel dare il perdono, il problema è nell’accompagnare una donna che ha preso coscienza di avere abortito. Sono drammi terribili. Una volta ho sentito un medico che parlava di una teoria secondo cui – non mi ricordo bene… – una cellula del feto appena concepito va al midollo della mamma e lì c’è una memoria anche fisica. Questa è una teoria, ma per dire: una donna quando pensa a quello che ha fatto… Io ti dico la verità: bisogna essere nel confessionale, e tu lì devi dare consolazione, non punire niente. Per questo io ho aperto la facoltà di assolvere [dal peccato di] aborto per misericordia, perché tante volte – ma sempre – devono incontrarsi con il figlio. E io consiglio, tante volte, quando piangono e hanno quest’angoscia: “Tuo figlio è in cielo, parla con lui, cantagli la ninna nanna che non hai cantato, che non hai potuto cantargli”. E lì si trova una via di riconciliazione della mamma con il figlio. Con Dio già c’è: è il perdono di Dio. Dio perdona sempre. Ma la misericordia è anche che lei [la donna] elabori questo. Il dramma dell’aborto. Per capirlo bene, bisogna essere in un confessionale. È terribile » (Conferenza stampa durante il volo di ritorno da Panama, 28 gennaio 2019).

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Oltre l’amarcord, per diventare «santi della porta accanto»

Posté par atempodiblog le 13 juin 2022

Oltre l’amarcord, per diventare «santi della porta accanto»
di fr. Francesco Dileo, OFM Cap. – Voce di Padre Pio

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Amarcord. Ricordo bene ogni dettaglio dell’indimenticabile giornata del 16 giugno di 20 anni fa. Anch’io, sacerdote da appena due anni, ero tra i tantissimi concelebranti che facevano corona all’ormai anziano e affaticato Giovanni Paolo II mentre, dinanzi a una incalcolabile assemblea di fedeli riunita in Piazza San Pietro e in via Della Conciliazione, dichiarava al mondo intero di iscrivere Padre Pio «nell’Albo dei Santi».

Non potevo neppure immaginare, all’epoca, che il Signore mi avrebbe riservato l’onore e l’onere di servire quel Santo appena proclamato come rettore del Santuario nel quale egli ha svolto quasi tutto il suo ministero sacerdotale e in cui, ancor oggi, continua ad attrarre milioni di pellegrini, con la prospettiva di richiedere la sua intercessione per ricevere grazie materiali e spirituali.

Così, per me e per tutti coloro che compongono la Fraternità di San Giovanni Rotondo, quel ricordo rappresenta uno stimolo, più che alla commemorazione, all’impegno.

L’impegno è a custodire l’eredità che ci ha lasciato Padre Pio. E questa eredità – ci disse Benedetto XVI durante la sua visita pastorale del 21 giugno 2009 – «è la santità». Ciò significa che dobbiamo sentire come trasmessa a noi la «missione grandissima» che Dio ha affidato al nostro santo Confratello quando gli ha chiesto: «Santificati e santifica» (cfr. Epist. III, pp. 1009-1010). Siamo chiamati, dunque, non solo noi frati, ma tutti coloro che si definiscono e vogliono essere davvero devoti di san Pio da Pietrelcina, a seguire le sue orme sulla strada della vita virtuosa, ben sapendo che il nostro esempio di coerenza evangelica è il metodo più efficace – molto più delle parole, anche di quelle di uomini dotti o dal linguaggio accattivante – per ottenere che anche altri ci seguano nel cammino che conduce all’eterna beatitudine.

Lo espresse molto bene Paolo VI, anch’egli santo, nell’esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi: «L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni» (41). E ce lo fa capire anche lo stesso Padre Pio, quando citando san Paolo scrive: «Mi sforzerò, colla divina grazia, di esser un buon sacerdote religioso, da arrivare un giorno a poter dire coll’apostolo, senza tema di mentire: Imitatores mei estote sicut et ego Christi» (Epist. I, p. 556).

Sentiamo come diretta a ciascuno di noi questa esortazione e sforziamoci di ripeterla, con lo stile di vita, a quanti si aspettano di vedere in noi la gioia di essere «nel mondo», ma non «del mondo» (cfr. Gv 17,13-14), ricordando che «nessuno si salva da solo, come individuo isolato, ma Dio ci attrae tenendo conto della complessa trama di relazioni interpersonali che si stabiliscono nella comunità umana» (Francesco, Gaudete et exultate, 6).

Non spaventiamoci per questo compito a cui tutti siamo chiamati. Non temiamo di essere provocati e di lasciarci coinvolgere dalla parola “santità”. Giovanni Paolo II, canonizzato dalla Chiesa che ha servito come pastore universale, ci incoraggia e ci rincuora: «Questo ideale di perfezione non va equivocato come se implicasse una sorta di vita straordinaria, praticabile solo da alcuni “geni” della santità. Le vie della santità sono molteplici, e adatte alla vocazione di ciascuno» (Novo millennio ineunte, 31).

Ecco perché Papa Francesco ci invita a guardare agli esempi, molto più imitabili, che provengono dalla cosiddetta «santità “della porta accanto”», che lui vede «nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere» (Gaudete et exultate, 7).

Diventare anche noi «santi della porta accanto» è il modo migliore per onorare Padre Pio, per essere suoi fedeli confratelli o suoi autentici devoti.

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Nora e Paola, catechiste con disabilità cognitive e vere testimoni di fede

Posté par atempodiblog le 13 juin 2022

Nora e Paola, catechiste con disabilità cognitive e vere testimoni di fede
di Annalisa Teggi – Aleteia

Nora e Paola, catechiste con disabilità cognitive e vere testimoni di fede dans Articoli di Giornali e News Nora-e-Paola-catechiste-con-disabilit-cognitive-e-vere-testimoni-di-fede

In una chiesa della diocesi di Milano è stato accolto l’invito di Papa Francesco: “La partecipazione attiva alla catechesi delle persone con disabilità costituisce una grande ricchezza per la vita di tutta la parrocchia”.

Catechiste, per donare agli altri il bene ricevuto

La fede ci chiede di essere testimoni, di mostrare con la nostra presenza la compagnia di un Dio – Padre – che ci ha tolto dal buio. Non è dunque questione di competenze, ma di esperienza. E chi di noi potrebbe mai sentirsi all’altezza di spiegare la Buona Novella, se fosse questione di argomentazioni, di condotta irreprensibile, di purezza intellettuale?Eppure spesso è questo l’inciampo, finiamo per ridurre proprio quella fede, che sinceramente professiamo, a una materia oggetto di dissertazione più che di esperienza. Proprio per questo è davvero benvenuta l’iniziativa  della parrocchia di Sant’Antonio Maria Zaccaria nel quartiere Chiesa Rossa a Sud di Milano che ha chiesto a due persone con disabilità cognitive di essere catechiste. E la formulazione di quest’ultima frase ha un senso preciso.Il passo non è stato quello del “vogliamo includervi”, ma del “volete aiutarci?”. E tra l’una e l’altra prospettiva c’è un abisso, l’abisso della libertà della persona che non deve sentirsi semplicemente tirata dentro, ma guardata per l’unicità preziosa del contributo che può portare.

Nora Buccheri e Paola Colombo hanno detto sì a questa proposta, da un anno sono catechiste della classe 5 elementare. Perché hanno accettato?

Sono contenta di fare la catechista perché posso trasmettere ai bambini le cose importanti che quando ero piccola hanno affascinato anche me.
Paola Colombo – intervistata da Radio Marconi

Imparare coi bambini
Paola e Nora, entrambe affette da disabilità cognitive, fanno parte da molti anni dell’associazione Fede e Luce che, si potrebbe semplificare, si occupa di inclusione sociale delle persone con disabilità. Ma l’esperienza di questa comunità è soprattutto quella di un’amicizia tra famiglie,

Fede e Luce è sorta con l’intento di sottrarre le famiglie a questa tentazione di isolarsi, di tagliarsi fuori dalla vita “normale”, perché pian piano scoprano che proprio il loro figlio più fragile può essere fonte di solidarietà e di unione con gli altri. Per questo mi piace chiamare Fede e Luce un “cammino” di persone molto diverse fra loro (genitori, persone disabili e amici di ogni età e di ogni ceto) che si fanno prossime le une alle altre, senza distinzione fra chi dà e chi riceve, perché tutti danno e ricevono allo stesso tempo.
Mariangela Bertolini – da Fede e Luce

La referente milanese di questa associazione è Liliana Ghiringhelli che conosce Nora e Paola da tantissimi anni. E’ stata lei a proporre loro di fare le catechiste. All’inizio, l’impatto coi bambini le ha ‘sconvolte’ – aggettivo scelto da Paola, cioé è stato un assalto tumultuoso di vivacità. Dopo un anno di affiancamento con una catechista esperta, oggi Nora e Paola seguono la loro classe del catechismo in piena autonomia. Nelle parole prima riportate, Paola ha ricordato che la fede passa da cuore a cuore (dono agli altri qualcosa che ha cambiato me). Nora aggiunge a questo orizzonte un altro tassello essenziale:

Sto vivendo questi mesi con gioia, come un dono del Signore e lo sto facendo perché sto crescendo anche io, perché insegnare ai bambini da anche a me la carica di imparare.
Nora Buccheri intervistata da Radio Marconi

Sintetica e centrata. Nel vivo del compito educativo anche l’educatore cresce. Vale per la scuola (ogni bravo insegnante torna a casa avendo imparato qualcosa di inaspettato dai suoi alunni). Ma nel caso della fede ha un valore ancora più essenziale. Ci si tiene desti a vicenda, ci si fa compagnia a vicenda nel vivere la compagnia di Dio, nell’andarci a fondo.

Accolto l’invito di Papa Francesco
A quanto pare la classe del catechismo di Nora e Paola è quella in cui i bambini ascoltano in modo più disciplinato. E forse questo significa che la presenza di queste due donne che visibilmente mostrano le proprie fragilità ai bambini è motivo di vero incontro. (Quel tipo di incontro da cui sgorga un paragone con le proprie fragilità interiori). Tra adulti ci si può accontentare di un discorso ben argomentato sull’inclusività, l’infanzia è un tempo di sguardo spudorato sulla realtà e sugli altri. La diversità incuriosisce subito il bambino, che è capace di domande poco accomodanti.

L’orizzonte strettamente meritocratico, di eccellenza ed efficienza, che prevale in altri contesti, salta per aria col cristianesimo che è accoglienza senza riserve. La persona è un bene totale, cioé vale tutto di lei, anche i sui inciampi. Ed è questo che nella classe di Nora e Paola evidentemente si vive e non ha bisogno di essere spiegato. Liliana Ghiringhelli, colei che ha azzardato l’ipotesi di questo progetto di inclusione, ha spiegato che la scintilla le è venuta dal modo in cui Papa Francesco ha ribaltato la prospettiva dell’accoglienza dei disabili nella Chiesa.

«In virtù del Battesimo ricevuto, ogni membro del Popolo di Dio è diventato discepolo missionario. Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione» (Evangelii Gaudium, 120). Perciò anche le persone con disabilità, nella società come nella Chiesa, chiedono di diventare soggetti attivi della pastoralee non solo destinatari. «Tante persone con disabilità sentono di esistere senza appartenere e senza partecipare.

Ci sono ancora molte cose che impediscono loro una cittadinanza piena. L’obiettivo è non solo assisterli, ma la loro partecipazione attiva alla comunità civile ed ecclesiale. È un cammino esigente e anche faticoso, che contribuirà sempre più a formare coscienze capaci di riconoscere ognuno come persona unica e irripetibile» (Fratelli tutti, 98). Infatti, la partecipazione attiva alla catechesi delle persone con disabilità costituisce una grande ricchezza per la vita di tutta la parrocchia. Esse infatti, innestate in Cristo nel Battesimo, condividono con Lui, nella loro particolare condizione, il ministero sacerdotale, profetico e regale, evangelizzando attraversocon e nella Chiesa.

Pertanto, anche la presenza di persone con disabilità tra i catechisti, secondo le loro proprie capacità, rappresenta una risorsa per la comunità.(Dal Messaggio del Santo Padre in occasione della giornata internazionale delle persone con disabilità – 2020)

Si può dire, senza timore di smentita, che il mondo non sta ancora al passo coraggioso della visione comunitaria che la Chiesa testimonia. Certo, anche dentro la Chiesa molti passi devono essere fatti perché queste parole di Papa Francesco si traducano in opere reali.

Ma Nora e Paola ci sono. Nel loro piccolo spazio educativo dissodano una fetta arida di terra, ammorbidiscono le zolle dure con la loro voce semplice che dice l’essenziale senza fronzoli: vieni a conoscere Gesù, vieni a vedere chi sei incontrando Chi ti ha amato da sempre.

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Il Papa: “La vecchiaia ha una bellezza unica: camminiamo verso l’Eterno”

Posté par atempodiblog le 10 juin 2022

Il Papa: “La vecchiaia ha una bellezza unica: camminiamo verso l’Eterno”
Udienza Generale del Papa. “Nicodemo. Come può un uomo nascere quando è vecchio?”.
di Veronica Giacometti – ACI Stampa

Il Papa: “La vecchiaia ha una bellezza unica: camminiamo verso l’Eterno” dans Commenti al Vangelo Papa-Francesco

Il Papa, continua il ciclo di catechesi sulla Vecchiaia, incentrando la sua riflessione sul tema ‘Nicodemo’. “Come può un uomo nascere quando è vecchio?”. Da una Piazza San Pietro calda e assolata il Pontefice commenta: “Tra le figure di anziani più rilevanti nei Vangeli c’è Nicodemo. Nel colloquio di Gesù con Nicodemo emerge il cuore della rivelazione di Gesù e della sua missione redentrice”.

Gesù dice a Nicodemo che per “vedere il regno di Dio” bisogna “nascere dall’alto”. “Non si tratta di ricominciare daccapo a nascere, di ripetere la nostra venuta al mondo, sperando che una nuova reincarnazione riapra la nostra possibilità di una vita migliore. Questa ripetizione è priva di senso. Anzi, essa svuoterebbe di ogni significato la vita vissuta, cancellandola come fosse un esperimento fallito, un valore scaduto, un vuoto a perdere. No, non è questo. Questa vita è preziosa agli occhi di Dio: ci identifica come creature amate da Lui con tenerezza », dice Francesco.

“Nicodemo fraintende questa nascita, e chiama in causa la vecchiaia come evidenza della sua impossibilità: l’essere umano invecchia inevitabilmente, il sogno di una eterna giovinezza si allontana definitivamente, la consumazione è l’approdo di qualsiasi nascita nel tempo”, continua Papa Francesco.

“L’obiezione di Nicodemo è molto istruttiva per noi  ne è convinto il Papa  Possiamo infatti rovesciarla, alla luce della parola di Gesù, nella scoperta di una missione propria della vecchiaia. Infatti, essere vecchi non solo non è un ostacolo alla nascita dall’alto di cui parla Gesù, ma diventa il tempo opportuno per illuminarla, sciogliendola dall’equivoco di una speranza perduta. La nostra epoca e la nostra cultura, che mostrano una preoccupante tendenza a considerare la nascita di un figlio come una semplice questione di produzione e di riproduzione biologica dell’essere umano, coltivano poi il mito dell’eterna giovinezza come l’ossessione – disperata – di una carne incorruttibile. Perché la vecchiaia è – in molti modi – disprezzata? Perché porta l’evidenza inconfutabile del congedo di questo mito, che vorrebbe farci ritornare nel grembo della madre, per ritornare sempre giovani nel corpo”.

Per il Papa “in attesa di sconfiggere la morte, possiamo tenere in vita il corpo con la medicina e la cosmesi, che rallentano, nascondono, rimuovono la vecchiaia. Naturalmente, una cosa è il benessere, altra cosa è l’alimentazione del mito. Non si può negare, però, che la confusione tra i due aspetti ci sta creando una certa confusione mentale”. « Tanti interventi chirurgici per apparire più giovani”. Il Papa cita anche la Magnani quando dice che le rughe sono un simbolo di esperienza, maturità. « Si diventa solo giovani di faccia, ma quello che conta è il cuore », dice il Papa a braccio.

“La vita nella carne mortale è una bellissima ‘incompiuta’: come certe opere d’arte che proprio nella loro incompiutezza hanno un fascino unico. Perché la vita quaggiù è “iniziazione”, non compimento: veniamo al mondo proprio così, come persone reali, per sempre. Ma la vita nella carne mortale è uno spazio e un tempo troppo piccolo per custodire intatta e portare a compimento la parte più preziosa della nostra esistenza nel tempo del mondo”, dice il Papa durante questa catechesi.

Per Francesco “la vecchiaia ha una bellezza unica: camminiamo verso l’Eterno”. Il Papa poi sottolinea in ultimo “la tenerezza” dei vecchi, Dio è così, sa “accarezzare” e la vecchiaia ci aiuta a capire la tenerezza di Dio. “Andiamo avanti e guardiamo i vecchi, messaggeri di una vita vissuta”.

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Partecipare alla diffusione del Vangelo nel mondo

Posté par atempodiblog le 22 mai 2022

Oggi pomeriggio, a Lione, sarà beatificata Paolina Maria Jaricot, fondatrice dell’Opera della Propagazione della Fede, per il sostegno alle missioni. Questa fedele laica, vissuta nella pima metà dell’Ottocento, è stata una donna coraggiosa, attenta ai cambiamenti dei tempi con una visione universale della missione della Chiesa. Il suo esempio susciti in tutti il desiderio di partecipare, con la preghiera e la carità, alla diffusione del Vangelo nel mondo. Un applauso alla nuova Beata!

Papa Francesco

Partecipare alla diffusione del Vangelo nel mondo dans Beata Pauline Marie Jaricot Pauline-Marie-JARICOT

Pauline Mare Jaricot aveva Gesù Cristo come “il migliore amico”

Lyon (Agenzia Fides– Suor Pauline, della Famiglia Missionaria di Nostra Signora, fa parte della comunità che abita e vive nella casa di Pauline Jaricot, la Maison de Lorette, oggi luogo per scoprire la vita della fondatrice dell’Opera per la Propagazione della Fede ma anche e soprattutto luogo di preghiera che custodisce il carisma della prossima beata.

Qual è la spiritualità di Pauline Jaricot?
Ci sarebbero mote cose da dire. Fin da piccola amava pregare nelle chiese, davanti a Gesù Eucarestia: a lei piaceva andare a parlargli in modo molto semplice, come se fosse il suo miglior amico. Tra l’altro, da qui possiamo vedere la chiesa di san Nizier, dove lei andava spesso a pregare: lì Gesù le ha addirittura parlato, lei sentiva la sua voce. Gesù l’ha aiutata molto.

Pauline quanti anni aveva in quel momento?
Tutto ciò è avvenuto dopo la sua conversione. Lei si è convertita a 17 anni. Andava spesso a pregare nella cappella di Fourvière. La basilica attuale non esisteva ancora, c’era solamente una piccola cappella con una statua dorata della Vergine, installata nel 1852. Quando Pauline aveva 17 anni non c’era neppure questa statua, ma lei andava spesso a pregarci nella cappella in cui lei si è consacrata a Gesù. Lei ha fatto voto di castità e si è consacrata anche alla Vergine Maria a 17 anni, dopo la sua conversione.

Meditava molto?
Sì, lei contemplava. Contemplava Gesù e Maria perché poi possa viverne anche lei, perché passi nella sua vita. E questo per lei era molto importante.

Per Pauline cosa significava l’Eucarestia?
Pauline ha scritto un libretto quando aveva circa 20 anni sull’ “Amore infinito nella Divina Eucarestia” in cui mostra il suo amore per l’Eucarestia e il suo amore per la Chiesa e per i sacerdoti, per far comprendere loro la grande missione che hanno davanti a Gesù. L’Eucarestia… Per lei si trattava di avere più fiducia. Gesù non lo vediamo, è nascosto nell’ostia consacrata. Non lo vediamo. Lui può anche comunicarsi a noi senza che noi sentiamo la sua voce ma può ispirarci delle buone azioni da fare, delle buone idee. Ed è importante questo dialogo, questo incontro con Gesù, che è presente e che può guidarci. Che vuole guidarci nella nostra vita.

Come Gesù parlava a Pauline attraverso l’Eucarestia? Come lei sentiva questa presenza?
Quando entriamo in una chiesa non è difficile, basta fare silenzio in sé e pensare a Gesù che è presente davanti a noi, pregarlo semplicemente e di dirgli quello che abbiamo nel nostro cuore, quello che abbiamo voglia di condividere con Lui, come a un amico. E poi… a volte è un po’ misterioso. Restiamo nel silenzio e poi a volte Gesù… abbiamo l’impressione che non succeda nulla… e a volte Gesù agisce in modo invisibile nella nostra vita. Ed è questo che Pauline sentiva in modo così intenso, è per questo che le piaceva passare del tempo in chiesa.

Qual era il ruolo di Maria in tutto questo?
Maria è quella che ci conduce fino a Gesù, più concretamente, possiamo dire, perché è una creatura umana, anche se è l’Immacolata Concezione, è veramente umana come noi. Lei ci guida verso Gesù per aiutarci a conoscerlo meglio, ad amarlo meglio. È veramente nostra madre, che ci accompagna passo a passo per avvicinarci.

Cos’era la felicità per Pauline?
Penso che la felicità per Pauline fosse fare la volontà di Dio: in ogni cosa – come tutti i santi – ha voluto lasciarsi guidare da Lui. Lei aveva molte idee, era molto intraprendente, ma al tempo stesso chiedeva sempre aiuto per poter fare veramente quello che Dio voleva, per fare quello che Lui aspettava da lei.

E quindi lei ha passato molto tempo nella sua vita a cercare di unificare la sua personalità e le sue capacità con la volontà di Dio?
Esattamente, quello che Dio si aspettava da lei. D’altra parte, è così che troviamo la pace, perché siamo sicuri di ricoprire una missione che Dio ci affida. Su questa terra non siamo che di passaggio, siamo fatti per il cielo e l’obiettivo è di amare come Dio, di lasciarsi guidare da lui per quanto più bene possibile perché è per questo che siamo stati creati. Questo le ha permesso di mantenere una grande pace in mezzo a tutte le prove che ha vissuto, perché Pauline ha sofferto molto e ha incontrato molto contraddizioni. Il fatto di avere consapevolezza che aveva chiesto aiuto e che voleva fare la volontà di Dio e che aveva fatto del suo meglio, le dava una grande pace e le ha anche permesso di perdonare tutti quelli che l’hanno fatta soffrire, perché sapeva che era permesso da Dio e che nulla accade senza il suo permesso.

(CD/EG)  (Agenzia Fides)

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Santità: Il primato di Dio sull’io

Posté par atempodiblog le 15 mai 2022

SANTA MESSA E CANONIZZAZIONE DEI BEATI
Titus Brandsma – Lazzaro, detto Devasahayam – César de Bus – Luigi Maria Palazzolo – Giustino Maria Russolillo -
Charles de Foucauld - Maria Rivier – Maria Francesca di Gesù Rubatto – Maria di Gesù Santocanale – Maria Domenica Mantovani

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
Santità: Il primato di Dio sull’io

Piazza San Pietro
Domenica, 15 maggio 2022

[Multimedia]

Santità: Il primato di Dio sull’io dans Beato Charles de Foucauld Canonizzazione-don-Giustino-Maria-Russolillo


Abbiamo ascoltato alcune parole che Gesù consegna ai suoi prima di passare da questo mondo al Padre, parole che dicono che cosa significa essere cristiani: «Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13,34). Questo è il testamento che Cristo ci ha lasciato, il criterio fondamentale per discernere se siamo davvero suoi discepoli oppure no: il comandamento dell’amore. Fermiamoci sui due elementi essenziali di questo comandamento: l’amore di Gesù per noi – come io ho amato voi – e l’amore che Lui ci chiede di vivere – così amatevi gli uni gli altri.

Anzitutto come io ho amato voi. Come ci ha amato Gesù? Fino alla fine, fino al dono totale di sé. Colpisce vedere che pronuncia queste parole in una notte tenebrosa, mentre il clima che si respira nel cenacolo è carico di emozione e preoccupazione: emozione perché il Maestro sta per dare l’addio ai suoi discepoli, preoccupazione perché annuncia che proprio uno di loro lo tradirà. Possiamo immaginare quale dolore Gesù portasse nell’animo, quale oscurità si addensava sul cuore degli apostoli, e quale amarezza vedendo Giuda che, dopo aver ricevuto il boccone intinto dal Maestro per lui, usciva dalla stanza per inoltrarsi nella notte del tradimento. E, proprio nell’ora del tradimento, Gesù conferma l’amore per i suoi. Perché nelle tenebre e nelle tempeste della vita questo è l’essenziale: Dio ci ama.

Fratelli, sorelle, che questo annuncio sia centrale nella professione e nelle espressioni della nostra fede: «non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi» (1 Gv 4,10). Non dimentichiamolo mai. Al centro non ci sono la nostra bravura, i nostri meriti, ma l’amore incondizionato e gratuito di Dio, che non abbiamo meritato. All’inizio del nostro essere cristiani non ci sono le dottrine e le opere, ma lo stupore di scoprirsi amati, prima di ogni nostra risposta. Mentre il mondo vuole spesso convincerci che abbiamo valore solo se produciamo dei risultati, il Vangelo ci ricorda la verità della vita: siamo amati. E questo è il nostro valore: siamo amati. Così ha scritto un maestro spirituale del nostro tempo: «prima ancora che qualsiasi essere umano ci vedesse, siamo stati visti dagli amorevoli occhi di Dio. Prima ancora che qualcuno ci sentisse piangere o ridere, siamo stati ascoltati dal nostro Dio che è tutto orecchie per noi. Prima ancora che qualcuno in questo mondo ci parlasse, la voce dell’amore eterno già ci parlava» (H. Nouwen, Sentirsi amati, Brescia 1997, 50). Lui ci ha amato per primo, Lui ci ha aspettato. Lui ci ama, Lui continua ad amarci. E questa è la nostra identità: amati da Dio. Questa è la nostra forza: amati da Dio.

Questa verità ci chiede una conversione sull’idea che spesso abbiamo di santità. A volte, insistendo troppo sul nostro sforzo di compiere opere buone, abbiamo generato un ideale di santità troppo fondato su di noi, sull’eroismo personale, sulla capacità di rinuncia, sul sacrificarsi per conquistare un premio. È una visione a volte troppo pelagiana della vita, della santità. Così abbiamo fatto della santità una meta impervia, l’abbiamo separata dalla vita di tutti i giorni invece che cercarla e abbracciarla nella quotidianità, nella polvere della strada, nei travagli della vita concreta e, come diceva Teresa d’Avila alle consorelle, “tra le pentole della cucina”.  Essere discepoli di Gesù e camminare sulla via della santità è anzitutto lasciarsi trasfigurare dalla potenza dell’amore di Dio. Non dimentichiamo il primato di Dio sull’io, dello Spirito sulla carne, della grazia sulle opere. A volte noi diamo più peso, più importanza all’io, alla carne e alle opere. No: il primato di Dio sull’io, il primato dello Spirito sulla carne, il primato della grazia sulle opere.

L’amore che riceviamo dal Signore è la forza che trasforma la nostra vita: ci dilata il cuore e ci predispone ad amare. Per questo Gesù dice – ecco il secondo aspetto – «come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri». Questo così non è solo un invito a imitare l’amore di Gesù; significa che possiamo amare solo perché Lui ci ha amati, perché dona ai nostri cuori il suo stesso Spirito, lo Spirito di santità, amore che ci guarisce e ci trasforma. Per questo possiamo fare scelte e compiere gesti di amore in ogni situazione e con ogni fratello e sorella che incontriamo, perché siamo amati e abbiamo la forza di amare. Così come io sono amato, posso amare. Sempre, l’amore che io compio è unito a quello di Gesù per me: “così”. Così come Lui mi ha amato, così io posso amare. È così semplice la vita cristiana, è così semplice! Noi la rendiamo più complicata, con tante cose, ma è così semplice.

E, in concreto, che cosa significa vivere questo amore? Prima di lasciarci questo comandamento, Gesù ha lavato i piedi ai discepoli; dopo averlo pronunciato, si è consegnato sul legno della croce. Amare significa questo: servire e dare la vitaServire, cioè non anteporre i propri interessi; disintossicarsi dai veleni dell’avidità e della competizione; combattere il cancro dell’indifferenza e il tarlo dell’autoreferenzialità, condividere i carismi e i doni che Dio ci ha donato. Nel concreto, chiedersi “che cosa faccio per gli altri?” Questo è amare, e vivere le cose di ogni giorno in spirito di servizio, con amore e senza clamore, senza rivendicare niente.

E poi dare la vita, che non è solo offrire qualcosa, come per esempio alcuni beni propri agli altri, ma donare sé stessi. A me piace domandare alle persone che mi chiedono consiglio: “Dimmi, tu dai l’elemosina?” – “Sì, Padre, io do l’elemosina ai poveri” – “E quando tu dai l’elemosina, tocchi la mano della persona, o butti l’elemosina e fai così per pulirti?”. E diventano rossi: “No, io non tocco”. “Quando tu dai l’elemosina, guardi negli occhi la persona che aiuti, o guardi da un’altra parte?” – “Io non guardo”. Toccare e guardare, toccare e guardare la carne di Cristo che soffre nei nostri fratelli e nelle nostre sorelle. È molto importante, questo. Dare la vita è questo. La santità non è fatta di pochi gesti eroici, ma di tanto amore quotidiano. Sei una consacrata o un consacrato? – ce ne sono tanti, oggi, qui – Sii santo vivendo con gioia la tua donazione. Sei sposato o sposata? Sii santo e santa amando e prendendoti cura di tuo marito o di tua moglie, come Cristo ha fatto con la Chiesa. Sei un lavoratore, una donna lavoratrice? Sii santo compiendo con onestà e competenza il tuo lavoro al servizio dei fratelli, e lottando per la giustizia dei tuoi compagni, perché non rimangano senza lavoro, perché abbiano sempre lo stipendio giusto. Sei genitore o nonna o nonno? Sii santo insegnando con pazienza ai bambini a seguire Gesù. Dimmi, hai autorità? – e qui c’è tanta gente che ha autorità – Vi domando: hai autorità? Sii santo lottando a favore del bene comune e rinunciando ai tuoi interessi personali» (Cfr Esort. ap. Gaudete et exsultate, 14). Questa è la strada della santità, così semplice! Sempre guardare Gesù negli altri.

Servire il Vangelo e i fratelli, offrire la propria vita senza tornaconto – questo è un segreto: offrire senza tornaconto –, senza ricercare alcuna gloria mondana: a questo siamo chiamati anche noi. I nostri compagni di viaggio, oggi canonizzati, hanno vissuto così la santità: abbracciando con entusiasmo la loro vocazione – di sacerdote, alcuni, di consacrata, altre, di laico – si sono spesi per il Vangelo, hanno scoperto una gioia che non ha paragoni e sono diventati riflessi luminosi del Signore nella storia. Questo è un santo o una santa: un riflesso luminoso del Signore nella storia. Proviamoci anche noi: non è chiusa la strada della santità, è universale, è una chiamata per tutti noi, incomincia con il Battesimo, non è chiusa. Proviamoci anche noi, perché ognuno di noi è chiamato alla santità, a una santità unica e irripetibile. La santità è sempre originale, come diceva il beato Carlo Acutis: non c’è santità di fotocopia, la santità è originale, è la mia, la tua, di ognuno di noi. È unica e irripetibile. Sì, il Signore ha un progetto di amore per ciascuno, ha un sogno per la tua vita, per la mia vita, per la vita di ognuno di noi. Cosa volete che vi dica? Portatelo avanti con gioia. Grazie.


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Il cardinale Semeraro: per essere santi serve semplicità e purezza di cuore

Posté par atempodiblog le 14 mai 2022

“Ogni vita di santo ci fa conoscere meglio Gesù, poiché è insieme una pagina della vita di Gesù, il quale vive nei santi suoi”.
di San Giustino Maria della Santissima Trinità Russolillo

Il cardinale Semeraro: per essere santi serve semplicità e purezza di cuore dans Articoli di Giornali e News Nuovi-santi

Il cardinale Semeraro: per essere santi serve semplicità e purezza di cuore
La diversità delle biografie dei 10 beati, che verranno canonizzati domani in Piazza San Pietro, conferma che la santità rappresenta semplicemente la risposta alla chiamata di Gesù, sebbene in modalità e tempi differenti. Lo ribadisce il prefetto della Congregazione delle cause dei santi
di Eugenio Bonanata  – Vatican News

Numerosi i fedeli e i pellegrini in arrivo a Roma per partecipare alla celebrazione di domani in Piazza San Pietro per la canonizzazione di 10 beati. “Ciascuno di loro è il riflesso del volto di Cristo”, afferma il cardinale Marcello Semeraro, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, che a Telepace ricorda come tutti i nuovi santi abbiano vissuto in epoche e regioni geografiche diverse. Citando Benedetto XVI, il porporato ribadisce che c’è un solo filo che unisce la santità: “è sempre la risposta a Gesù, che avviene in tempi e modi differenti”. Nell’elenco – prosegue – figurano grandi biografie e persone umili se non addirittura “impotenti”. E questo vuol dire “che la chiamata alla santità non è spinta né dal clamore né dalla potenza, bensì dalla semplicità e dalla purezza di cuore di cui si parla nelle beatitudini”.

La chiamata del popolo di Dio
Visto l’alto numero dei canonizzati c’era da aspettarsi una massiccia partecipazione. Secondo il cardinale questa è la reazione del popolo di Dio che esprime così il suo cuore e la sua preghiera al cospetto del Signore. “Papa Francesco ci tiene tanto alla pietà popolare”: una dimensione dove è importante il corpo, il canto e lo stare insieme. “La santità – spiega Semeraro – è qualcosa che germoglia sul terreno della Chiesa, non viene coronata dall’alto. E me ne sono accorto recandomi nelle Chiese particolari per presiedere a nome del Santo Padre i riti di beatificazione”. Quella di domenica, dunque, è un’autentica espressione di fede radicata nella dimensione locale.

La fama di santità
Per altri versi è anche il punto di arrivo di un lungo lavoro svolto dalla Congregazione. Un percorso fondato soprattutto sull’ascolto delle testimonianze, teso essenzialmente ad appurare la fama di santità. Un concetto da spiegare – afferma il cardinale – che non deve essere confuso con la pubblicità o la notorietà, tipica di quanti hanno ad esempio una intensa esposizione sui media che poi svanisce di colpo. “Invece – precisa – bisogna discernere osservando anche se attorno a queste figure si sviluppa una risposta da parte del popolo di Dio, in termini di preghiere e di richieste di intercessione, che spesso è spontanea e inattesa”.

Tutto pronto per la celebrazione
Intanto, lo sguardo dalla finestra dello studio del cardinale, che si affaccia su Piazza San Pietro, riporta ai preparativi del rito. Uno scenario tipico di questi ultimi giorni, caratterizzato dalla mobilitazione di mezzi e di dipendenti vaticani impegnati a completare l’allestimento dell’altare e la sistemazione delle sedie sul sagrato. “Anche sotto l’aspetto logistico questi eventi sono molto impegnativi per la Santa Sede”, dice il porporato che sottolinea l’importanza di accogliere adeguatamente i pellegrini. Una dimensione che include anche i prossimi appuntamenti in calendario nei mesi a venire, a cominciare dalla beatificazione di Papa Luciani del 4 settembre. “Ancora non è stato deciso se la celebrazione avverrà in basilica o in piazza”, afferma Semeraro che in conclusione rassicura sulle condizioni di salute del Santo Padre. “Sono buone, basta sentirlo parlare: ha sempre la stessa verve, come dimostra anche nelle udienze. Ci auguriamo che la difficoltà fisica possa essere presto superata. Ma, scherzando un po’, dico che per guarire dal disturbo al ginocchio occorre stare fermi. E il Papa è un po’ difficile tenerlo fermo”.

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Il Papa: camminiamo insieme alle persone con autismo

Posté par atempodiblog le 2 avril 2022

Il Papa: camminiamo insieme alle persone con autismo
Francesco su Twitter ricorda l’iniziativa prevista nella Giornata mondiale della consapevolezza dell’autismo. Tanti monumenti si accenderanno oggi con una luce blu per ricordare le difficoltà che vivono bambini e adulti ma anche le loro famiglie. Il dottor Giovanni Valeri dell’Ospedale Bambino Gesù: “Dobbiamo prenderci cura anche dei genitori”
di Eliana Astorri – Vatican News

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“Oggi ricorre la Giornata Mondiale della consapevolezza dell’Autismo. Camminiamo insieme alle persone con autismo: non solo per loro, ma prima di tutto con loro!”. È il tweet di Papa Francesco sul suo account @Pontifex, nel giorno di oggi, 2 aprile, in cui ricorre la Giornata mondiale della consapevolezza dell’autismo, un disturbo che compromette le aree dell’interazione sociale e della comunicazione, caratterizzato da modelli ripetitivi e stereotipati di comportamento, interessi e attività. L’isolamento dovuto alla pandemia unito alla difficile condizione delle persone autistiche ha complicato la vita di circa 500mila famiglie italiane, come denunciano varie associazioni.

Dati e iniziative
La prevalenza del disturbo riguarda uno su 54 tra i bambini di 8 anni negli Stati Uniti, 1 su 160 in Danimarca e in Svezia, 1 su 86 in Gran Bretagna, in Italia uno su 77 nella fascia di età 7-9 anni. Istituita nel 2007 dall’Assemblea Generale dell’Onu, la Giornata richiama l’attenzione sui diritti delle persone nello spettro autistico. “Light It Up Blue” è l’iniziativa alla quale in Italia aderiranno molti monumenti ma anche il Quirinale e Palazzo Madama. Domenica a Roma la decima edizione della Run for Autism promossa dal Progetto Filippide, che porterà sulle strade della capitale oltre 400 ragazzi autistici da tutta Italia, per testimoniare il ruolo dello sport nell’inclusione sociale.

Non una malattia
È importante dunque tornare a parlare di questa condizione con il dottor Giovanni Valeri, responsabile per i disturbi dello spettro autistico dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù:

Una “condizione”, non una malattia l’autismo. Perché?
“Condizione” è il termine che si usa sempre più spesso perché sono delle caratteristiche della personalità del bambino, dell’adolescente e dell’adulto con autismo. C’è una particolare modalità di interagire e di percepire gli stimoli del mondo. Questa condizione può diventare un disturbo dello spettro autistico quando comporta una compromissione funzionale. Quindi dobbiamo essere molto attenti nel sapere rilevare con attenzione quelli che sono i segni, le caratteristiche dell’autismo, e questo crea la condizione autistica, e poi valutare attentamente quanto questa condizione comporti una compromissione funzionale degli apprendimenti nel lavoro, nelle relazioni, e a quel punto è corretto chiamarlo disturbo dell’autismo - disorder diseases, in inglese – e assolutamente giustificato e necessario un intervento terapeutico.

In questo campo rientra una serie di disturbi che sono diversi da bambino a bambino, da adolescente ad adolescente, a secondo della gravità?
Attualmente si parla di disturbo dello spettro autistico proprio per indicare il fatto che da una parte alcune caratteristiche nucleari che troviamo in tutte queste condizioni-disturbo sono delle compromissioni a livello sociale e comunicativo associati a comportamenti e interessi ripetitivi ristretti che ritroviamo in tutti; però, poi c’è una variabilità legata a tre fattori principalmente: alla gravità sintomatologica che può essere una condizione lieve, media o grave, alla eventuale associazione di una compromissione cognitiva – dobbiamo ricordarci che il 40- 50% delle persone con disturbo dello spettro autistico hanno anche una disabilità intellettiva e queste sono le condizioni in cui la compromissione è più grave. E il terzo elemento è il livello linguistico: abbiamo situazioni che vanno da persone completamente non verbali a persone che usano solo parole singole a persone che hanno un linguaggio fluente. Quindi gravità, livello cognitivo e livello delle competenze linguistiche ci permettono di capire all’interno dello spettro dove si situa la persona.

Una volta capito questo, la riabilitazione cognitiva e comportamentale è una priorità per il trattamento dell’autismo?
Assolutamente sì. Abbiamo detto che nel momento in cui si individua un disturbo dello spettro delle caratteristiche che si verificano è assolutamente urgente avviare una terapia che deve avere un’evidenza scientifica. È utile riferirsi alla linea guida sull’autismo, che attualmente è in vigore in Italia, del Ministero della Salute, che individua quattro famiglie di interventi che hanno delle evidenze scientifiche: due sono raccomandati, cioè hanno prove di efficacia sufficientemente solide e sono in primo luogo gli interventi mediati dai genitori, importantissimi, in cui il terapeuta aiuta il genitore a trovare le migliori strategie interattive per promuovere le competenze del bambino. L’altra famiglia di interventi raccomandati sono gli interventi comportamentali intensivi. È importante che venga precisato però che non per tutti i bambini è utile fare questo tipo di interventi intensivi, è un’opzione importante. Gli altri due, che sono quelli consigliati, sono gli interventi a supporto della comunicazione come per esempio l’uso sistematico degli ausili visivi, gli interventi di comunicazione aumentativa alternativa, quindi le persone non verbali o poco verbali possono comunicare anche in modo incredibilmente efficace con delle immagini, e infine l’ultimo, gli interventi psico-educativi basati sulla strutturazione dell’ambiente, cioè rendere l’ambiente prevedibile. Ecco, per queste persone il progetto di presa in carico terapeutica che sia basato su evidenze scientifiche dovrebbe in qualche modo far riferimento a queste quattro famiglie di interventi.

Vicino al bambino e all’adolescente con autismo e, ovviamente, quando questo diventa adulto, ci sono anche dei genitori che devono essere supportati. Cosa è possibile fare per loro, anche secondo l’esperienza del vostro Centro dedicato?
Assolutamente non si può pensare di prendere in carico una persona con autismo, un bambino, senza prendersi cura anche delle persone che gli sono intorno. È fondamentale fare un’attenta valutazione dei bisogni di queste persone, capire se hanno necessità che possono essere di vario tipo: possono essere sostegni psicologici, a volte sostegni sociali. È importantissimo, ad esempio, con queste persone organizzare quelli che noi chiamiamo “programmi di emergenza”, cioè cosa c’è da fare nell’eventualità in cui il ragazzo, il bambino o l’adulto con autismo possa avere delle crisi comportamentali, ma deve essere chiaro, scritto, deve essere un programma di emergenza. Poi, altra cosa molto importante, prevedere dei momenti di “break”, cioè dei momenti in cui i familiari di persone con autismo, soprattutto autismo grave e con associata disabilità intellettiva possono prendersi del riposo. Ma questo è possibile farlo solo se loro sentono di poter affidare, per esempio per un fine settimana, il loro figlio ad operatori di cui si fidano, che sanno come lavorano con il loro figlio. Io mi ricordo sempre un’esperienza molto bella che feci diversi anni fa in cui, in una situazione con adolescenti tutti molto gravi con autismo, si è riusciti a costruire una casa delle autonomie in cui i ragazzi passavano a turno un fine settimana e i genitori potevano permettersi appunto questo break. Ricordo che una mamma mi ha detto che il figlio aveva 17 anni e che quella era la prima volta che con il marito era potuta andare a mangiare in un ristorante oppure a vedere un film con tranquillità. Quindi dobbiamo prenderci cura dei genitori in questo modo articolato con una valutazione attenta dei bisogni di sostegno, su come affrontare le situazioni d’emergenza e poi prevedere dei momenti di break in modo che loro possono riprendersi e fare anche delle esperienze che tutti sappiamo quanto siano importanti.

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La Madonna ha detto che l’umanità è giunta al bivio: bisogna scegliere

Posté par atempodiblog le 26 mars 2022

La Madonna ha detto che l’umanità è giunta al bivio: bisogna scegliere
di Padre Livio Fanzaga
Tratto da: Blog di p. Livio – Direttore di Radio Maria

La Madonna ha detto che l'umanità è giunta al bivio: bisogna scegliere dans Apparizioni mariane e santuari Messaggio-di-Medjugorje-del-25-marzo-2022

Cari amici,
mentre il Santo Padre, in comunione con tutta la Chiesa, consacrava l’umanità e in particolare l’Ucraina e la Russia, al Cuore Immacolato di Maria, per una felice coincidenza celeste la Regina della pace dava il suo Messaggio a Medjugorje.

Alle invocazioni e alle preghiere che si sono elevate da ogni parte del mondo per i pericoli che incombono, comprese le minacce di armi nucleari, la Madre si è affrettata a rispondere dicendo per prima cosa che ascolta il nostro grido e le preghiere per la pace.
Era quello che volevamo sentire, consapevoli che stiamo vivendo il momento più drammatico della storia nel quale l’uomo, a causa della superbia, dell’arroganza e dell’odio di cui i cuori sono pieni, è persino disposto a innescare una guerra dalle conseguenze inimmaginabili.

La Madonna ha voluto rispondere a questa mobilitazione spirituale che, grazie alla determinazione del Santo Padre, ha coinvolto la Chiesa intera: Vescovi, Sacerdoti, Fedeli. Non vi è dubbio che, fra le molteplici Consacrazioni fatte al Cuore Immacolato di Maria, questa è stata la più corale e la più sentita.
La gente ha compreso che dinanzi a eventi di questo genere, solo La Donna vestita di sole e coronata di dodici stelle può affrontare satana sciolto dalle catene.

Tuttavia la Madonna ha subito provveduto a spegnere gli entusiasmi troppo facili per una situazione che potrebbe trovare una temporanea soluzione.
Innanzi tutto ci ha ricordato che “da anni satana lotta per la guerra” ed è per questo che Dio l’ha inviata per guidarci e proteggerci.
Poi ha ribadito che siamo giunti a un bivio: quello della vita e quello della morte. Bisogna scegliere e nessuno potrà evitarlo.

La Madre ci ha ancora una volta invitati a scegliere la strada del ritorno a Dio e dell’osservanza dei Comandamenti. Seguendola su questa strada potremo “stare bene su questa terra” e uscire “da questa crisi” nella quale siamo entrati.

Tocca a noi prendere una decisione. Quale strada sceglierà l’umanità? La Madonna ci ha rivelato fin dai primi anni che entreremo in un tempo di tribolazioni e di scelte radicali, nel quale crollerà il mondo senza Dio che l’umanità sta costruendo. E’ il tempo dei segreti che nel momento stabilito da Dio verranno rivelati.

Attraverso questa “grande tribolazione”, nella quale però la Madonna sarà presente con apparizioni quotidiane e con i suoi messaggi, si aprirà una nuova fase della storia, il tempo della pace e della “vita nuova” qui sulla terra.
Nel frattempo, cari amici, molti nella Chiesa, quasi improvvisamente hanno compreso la grazia immensa della presenza della Regina della pace. Come ha detto S. Giovanni Paolo II: “Medjugorje è la speranza del mondo”.

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Rinnoviamo la consacrazione ai Sacri Cuori

Posté par atempodiblog le 23 mars 2022

Rinnoviamo la consacrazione ai Sacri Cuori di Gesù e di Maria, nostro sicuro rifugio nel tempo della tribolazione
di Padre Livio Fanzaga
Tratto da: Blog di p. Livio – Direttore di Radio Maria

Rinnoviamo la consacrazione ai Sacri Cuori dans Fede, morale e teologia NXXE9682

Cari amici,
alla Consacrazione della Russia e dell’Ucraina al Cuore Immacolato di Maria che il Santo Padre compie venerdì 25 marzo, solennità dell’Annunciazione, dobbiamo unire anche la nostra, insieme a quella di tutta la Chiesa.
In particolare la Regina della pace ci esorta alla Consacrazione ai Sacri Cuori, nel tempo in cui satana è sciolto dalle catene: “In modo speciale adesso in cui satana è libero dalle catene. Io vi invito a consacrarvi al mio Cuore e al Cuore di mio Figlio ” (1 gennaio 2001).

La Consacrazione può essere fatta con una formula classica o con parole molto semplici insieme alle preghiere del mattino e della sera.

“All’inizio (o al termine) di questa giornata, Madre mia, rinnovo la mia Consacrazione al tuo Cuore Immacolato e al Cuore Sacratissimo di tuo Figlio Gesù”.

La consacrazione, per essere efficace, esige in cammino interiore, che ha come centro il nostro cuore, in modo tale che lo conduca ad essere una cosa sola con i Cuori di Gesù e di Maria.

Il primo passo, che la Madonna ci richiede innumerevoli volte, è quello di aprire il cuore, come quando apriamo la porta di casa per fare entrare una persona di cui ci fidiamo.
Si tratta di accogliere Gesù e Maria nella nostra vita, in modo tale da viverla con loro in ogni momento, cosi che la possano guidare, proteggere e rendere ricca di opere buone.
Per fare questo è necessario vivere in grazia di Dio e confessarci ogni volta che, per disgrazia, dovessimo compiere dei peccati gravi.

Il secondo passo che la Madonna ci chiede è quello di purificare il cuore, perché sia sempre più degno di essere la dimora di Gesù e Maria.
Si tratta di un lavorio quotidiano sui nostri difetti, sulle nostre debolezze, sui nostri vizi e comportamenti, in modo tale da essere sempre più una immagine viva di Gesù e Maria.
E’ come il lavoro che facciamo in giardino quando ad una ad una strappiamo tutte le erbe infestanti che cercano di prevalere.

Il terzo passo al quale la Madonna ci esorta è quello di donarLe il Cuore, in modo tale che sia tutto suo e di suo Figlio Gesù.
In questo modo Gesù e Maria diventano l’amore della nostra vita, come ci ha testimoniato S. Giovanni Paolo II, il Papa “Totus tuus”.
Grazie alla Consacrazione ai Sacri Cuori avremo la luce e la forza per superare le difficoltà , i pericoli e gli inganni di questo tempo di prove.

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Medjugorje: la voce dei profughi ucraini, “scelti per portare questa Croce”. La festa dei bambini

Posté par atempodiblog le 20 mars 2022

Medjugorje: la voce dei profughi ucraini, “scelti per portare questa Croce”. La festa dei bambini
Una settimana fa sono arrivati a Medjugorje circa 200 profughi ucraini, tutte donne con figli tra 1 e 15 anni. I primi in tutta la Bosnia-Erzegovina. Altri ne arriveranno nelle prossime settimane. La città mariana ha aperto le sue porte e ha avviato un cammino di accoglienza materiale e spirituale. Domenica è stata una giornata di festa. Questo il racconto del Sir.
di Daniele Rocchi – Agenzia SIR
Tratto da: 
Toscana Oggi

Medjugorje: la voce dei profughi ucraini, “scelti per portare questa Croce”. La festa dei bambini dans Articoli di Giornali e News Medjugorje-la-voce-dei-profughi

(Medjugorje) “Cari bambini, mi chiamo Zlatko, un nome insolito, per questo tutti mi chiamano Zlaya. Vado in quarta elementare. Mi dispiace molto per quello che vi è successo. Sappiamo tutti che la vita è piena di ostacoli, ma io so che ce la farete a superarli. Prego tutti i giorni che la guerra finisca il prima possibile così che possiate fare rientro nelle vostre case e nelle vostre scuole. Vi voglio bene”. Poche righe scritte a mano su un foglio dove campeggiano la bandiera ucraina e quella bosniaca, in mezzo un cuore rosso. Così il piccolo Zlatko, un bambino della parrocchia di Siroki Brijeg, non distante da Medjugorie, ha voluto salutare i suoi coetanei ucraini accolti, con madri e sorelle, nel centro noto al mondo per le apparizioni mariane. La guerra in Ucraina ha raggiunto la Bosnia-Erzegovina, che proprio in questi giorni ricorda i 30 anni dello scoppio della guerra e dell’assedio di Sarajevo. Circa 200 profughi, infatti, sono giunti una settimana fa nel santuario dove si venera Maria, Regina della Pace. Un ulteriore motivo per sentirsi al sicuro e per pregare per i loro uomini rimasti in patria a combattere contro i russi.

Vivere in guerra. “Si tratta solo di donne e bambini dagli 1 ai 15 anni che arrivano da gran parte dell’Ucraina sotto attacco, Kiev esclusa – racconta al Sir Davor Ljubic, uno dei promotori dell’accoglienza -. Al momento ci sono oltre 200 ucraini qui a Medjugorje, la gran parte è registrata presso la Croce Rossa che così fornisce cure e assistenza medica, insieme alla vaccinazione anti Covid-19. Tanti abitanti del posto hanno messo a loro disposizione delle stanze e appartamenti. Noi bosniaci sappiamo bene che significa vivere in guerra e questo è il minimo che possiamo fare per dare aiuto a chi sta soffrendo la perdita di tutto”. A Medjugorje gli scampati dalla guerra in Ucraina trovano anche assistenza spirituale e pastorale. “Il loro pensiero è rivolto ai congiunti rimasti in Patria a combattere – spiega al Sir, padre Arturo, giovane sacerdote pallottino, di origini polacche che parla molto bene ucraino – il mettersi nelle mani di Dio e di Maria dona loro sollievo. Da parte nostra cerchiamo di ascoltarli molto e di dare loro conforto attraverso colloqui personali, l’amministrazione dei Sacramenti. Facciamo ogni cosa che serve ad aprire il cuore alla speranza”.

“Scelti per portare la croce”. Domenica 13 è  stato un giorno di festa perché i bambini delle parrocchie, anche quelle vicine a Medjugorje, hanno voluto preparare dei regali per i loro amici ucraini. In cerchio hanno cantato canzoni delle rispettive tradizioni, i bambini ucraini intonato un canto popolare ucraino sui versi di Taras Hryhorovyč Ševčenko, uno dei più grandi poeti ucraini. Dalla sua penna sono usciti versi patriottici come: “…Crederemo ancora un po’ alla libertà, Poi cominceremo a vivere Tra la gente, come la gente. E finché sarà così, Amatevi, fratelli miei, Amate l’Ucraina, E pregate il Signore Per lei”. Mentre i piccoli cantavano i volti degli adulti si rigavano di lacrime, scattavano foto da mandare al fronte, cercavano un contatto con chi è rimasto a casa per condividere un po’ di festa. Per tranquillizzarli ed esorcizzare la paura. La fatica, è il racconto Daryna (nome di fantasia), “è quella di non far trapelare nulla ai nostri figli del peggioramento della situazione in Ucraina. Abbiamo notizie che parlano di combattimenti e di attacchi a zone che finora erano state risparmiate dalla guerra”. Olia viene da Ternopiľ, una città dell’Ucraina occidentale. A lei fanno riferimento le madri del gruppo arrivato a Medjugorje. Olia conosce bene Medjugorje perché qui è venuta molte volte in pellegrinaggio prima della guerra: “Lasciare il nostro Paese è stata una scelta molto difficile. Uscire è stato molto complicato dal punto di vista logistico, ci muovevamo solo di notte. Finché siamo rimaste in Ucraina evitavamo di guardare la televisione per non pensare sempre alla guerra. Per questo il tempo che avevamo lo dedicavamo ad aiutare persone in difficoltà o che non potevano muoversi”.

“I momenti peggiori erano quando di notte suonavano gli allarmi antiaerei. Non sapevamo cosa fare, dove andare a nasconderci. Allora ci mettevamo seduti sul pavimento a recitare il Rosario”.

Ora il Rosario lo recita mentre sale sul monte delle Apparizioni, un cammino per lei familiare. Come la Via Crucis. “Molto del nostro tempo – ancora parole della donna – lo trascorriamo pregando. Preghiamo per chiedere di tornare presto a casa, preghiamo per la pace e salvezza di tutti”. Una lunga e continua preghiera di intercessione per la pace che parte da Medjugorje e che arriva dentro le città martiri ucraine. “Siamo grati al mondo per la solidarietà e a Papa Francesco per la sua continua vicinanza. Abbiamo capito che siamo stati scelti per portare questa Croce ed è ciò che facciamo”.

Tempo di sperare. Intanto il biglietto di Zlatko è passato di mano in mano come i regali, palloni, giochi di società, dolcetti, peluche, dvd, bambole e costruzioni. Chi lo legge lo rimette nello scatolone dei regali, così che tutti possano vederlo e leggerlo. Una bambina si tiene stretto un peluche – “ne aveva uno simile a casa in Ucraina, un regalo del papà” ci fa capire la mamma –. Nel prato due piccole squadre di calcio miste, bambini ucraini e bosniaci insieme. Giacche a vento a delimitare le porte. Questo è il tempo di giocare e di sperare.

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