Schönborn: “Amoris laetitia è in linea con il Catechismo di Wojtyla”

Posté par atempodiblog le 12 octobre 2017

Schönborn: “Amoris laetitia è in linea con il Catechismo di Wojtyla”
Il cardinale arcivescovo di Vienna è stato segretario di redazione del testo approvato da Giovanni Paolo II esattamente 25 anni fa
di Jacopo Scaramuzzi – Vatican Insder

Schönborn: “Amoris laetitia è in linea con il Catechismo di Wojtyla” dans Cardinale Christoph Schönborn Cardinale_Christoph_Sch_nborn

Con la sua esortazione apostolica sulla famiglia Amoris laetitia «Papa Francesco è totalmente in linea con il Catechismo». Lo afferma il cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna e figura-chiave dei due Sinodi sulla famiglia (2014-2015), in un passaggio di una intervista a Kathpress in occasione dei 25 anni della approvazione del Catechismo della Chiesa cattolica da parte di Giovanni Paolo II (11 ottobre 1992), testo del quale il porporato è stato «segretario di redazione».

Schönborn, che il Papa ha più volte citato come riferimento teologico sullaAmoris laetitia e che nei mesi scorsi è già intervenuto a commento dei dubbi («dubia», in latino) indirizzati da quattro cardinali alla esortazione apostolica del Papa sulla famiglia , risponde ad una domanda relativa al fatto che gli ultimi 25 anni hanno portato sviluppi, ad esempio tramite i due sinodi sulla famiglia, la riscoperta del «Dio misericordioso» e, appunto, la Amoris laetitia.

«Vale la pena notare – afferma Schönborn– che la terza parte del Catechismo, che tratta della morale, fornisce esattamente i presupposti che Papa Francesco fa valere nella Amoris laetitia: egli cita a più riprese il Catechismo, la sezione del Catechismo sulla morale, dove accanto alla chiara formulazione delle norme viene anche rivolto lo sguardo alla vita della persona, alla natura condizionata del comportamento umano, alla libertà della persona, alla responsabilità della persona, alle condizioni di vita e alla situazione concreta nella quale ha luogo l’azione morale della persona. È stato un grande passo, direi quasi una svolta, il fatto che il Catechismo qui abbia dedicato una più forte attenzione al soggetto che concretamente agisce, alla persona in azione, e non solo alla oggettività delle norme».

«Penso che il dibattito sulla Amoris laetitia sarebbe molto più pacifico se i critici studiassero approfonditamente la morale fondamentale del Catechismo, che è totalmente orientata a Tommaso d’Aquino: vale a dire che ogni azione morale accade in una storia, nella storia di una persona concreta, con le specificità, le possibilità, le premesse, le circostanze di vita, i limiti e le possibilità della propria libertà. Guardare da vicino ad essa e renderla visibile e percepibile quale spazio vitale concreto in cui si deve realizzare l’ideale concreto del matrimonio cristiano: questo, io credo, è l’importante contributo della Amoris laetitia, che si fonda totalmente sulla prima sezione della terza parte del Catechismo che tratta delle condizioni dell’agire umano. Suggerisco vivamente – conclude l’arcivescovo di Vienna – di leggere questa parte del Catechismo come introduzione della Amoris laetitia. In tal modo si comprenderà velocemente che Papa Francesco è totalmente in linea con il Catechismo».

Nell’intervista a Kathpress Schönborn si rammarica tra l’altro del fatto che nel mondo germanofono persistano antichi pregiudizi attorno al Catechismo. È un testo, afferma, che «spesso – grazie a Dio non dovunque – viene guardato un po’ dall’alto in basso. Con un po’ di ironia e con un antico e ripetuto pregiudizio secondo il quale è preconciliare. Ma l’idea stessa del catechismo non è un’idea preconciliare. Siamo nell’anno di Lutero. Il grande successo di Lutero è stato decisamente il “Piccolo Catechismo” e anche il “Grande Catechismo”. L’idea geniale di Lutero è stata di riassumere la fede in brevi dichiarazioni e poi presentarla in un catechismo più grande per coloro che dovevano trasmettere la fede in modo più elaborato. Ma perché nel mondo tedesco il catechismo non sia più ricevuto, per me appartiene ai “Mysteria”, i segreti che non posso spiegare, ma che mi dispiacciono».

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Teologia del peccato che nessuno sa più che cosa è

Posté par atempodiblog le 11 octobre 2017

Teologia del peccato che nessuno sa più che cosa è
di Matteo Matzuzzi – Il Foglio
Tratto da: 
Radio Maria

Teologia del peccato che nessuno sa più che cosa è dans Articoli di Giornali e News Confessione

“Oh, come sarebbe stato felice se avesse potuto sentirsi colpevole! Avrebbe allora sopportato tutto, anche la vergogna, anche il disonore. Ma, sottoposta a un esame severissimo la propria coscienza, non aveva scoperto nel suo passato nessuna colpa specialmente orrenda, all’infuori del suo fiasco, cosa che poteva accadere a chiunque” (Fëdor Dostoevskij – “Delitto e castigo”).

Dicono i preti, in buon numero per farne un campione statistico di rilievo, che chi va a confessarsi non sa che dire. O meglio, c’è la suocera che parla male della nuora e viceversa, c’è quello che se la prende col Papa o con il mondo, quello che si mette a contare le messe perse in un periodo di tempo più o meno ampio. Il problema è che non si sa più cosa sia il peccato, trattandosi ormai, come diceva Benedetto XVI, di una “affermazione non affatto scontata”, tanto che “la stessa parola peccato da molti non è accettata, perché presuppone una visione religiosa del mondo e dell’uomo”. Visione che, per l’appunto, è abbastanza sbiadita, offuscata dalle nebbie perenni della secolarizzazione e – spesso – da un bon vivre che allontana da sé la colpa e il pentimento. Servirebbe, diceva un sacerdote romano, ripassare un po’ i russi, dove per russi si intendono i grandi scrittori dell’Ottocento.

“Scorrendo quelle pagine, soffermandosi a pensare su quegli immortali dialoghi, si capirebbe il senso del peccato, come questa parola abbia ancora molto da dire all’uomo contemporaneo”. Sarebbe un buon esercizio, a patto di “partire da Puskin e non dal più ovvio Dostoevskij”, dice al Foglio Serena Vitale, slavista, scrittrice, traduttrice. “E’ un concetto che agli stranieri, soprattutto agli occidentali, sfugge sempre. Puskin e non Dostoevskij. Si pensi alle piccole tragedie, dal Convitato di pietra al Cavaliere avaro, fino a Mozart e Salieri. Ciascuno di questi racconti è dedicato a un peccato, ad almeno tre dei sette peccati capitali. In Puskin, per la prima volta, si configura il rimorso che accompagna il peccato e che appare sempre sotto forma di incubo, di fantasmi, di sogni e ombre che mai se ne vanno”.

Si entra qui nella specificità russa, che poi avrebbe sviluppato Dostoevskij, perché è con lui che il tema si amplia. “Prendiamo Raskol’nikov, il protagonista di Delitto e castigo. E’ l’idea napoleonica che lo porta a uccidere; cioè l’idea, il pensiero filosofico giunti dall’occidente. Il credente russo non
pensa, è legato direttamente alla figura di Cristo”, aggiunge Vitale. E’ nello scontro tra est e ovest, tra Asia ed Europa, che si fa largo il travaglio di Raskol’nikov: “E’ il delitto legato a un’idea, a un qualcosa che nell’Ottocento avrebbero definito una sovrastruttura ideologica. Con l’atto dell’uccidere, e cioè con il compimento del massimo peccato, in Dostoevskij si perde la libertà. Il peccato contiene già la sua punizione”.

Non se ne capacita Miguel Mañara, il protagonista dell’omonimo capolavoro di Oscar Milosz, mentre cinge le ginocchia dell’abate da cui poi andrà ogni giorno a elencare le malefatte d’una vita intera, urlando e piangendo. Miguel ha fatto di tutto, ha ucciso e stuprato, disonorato il padre e la madre, offeso Dio. “Non ho fatto opera alcuna, ho mentito, ho rubato l’innocenza, le mie vittime sono nere del mio peccato davanti al volto di Dio e lorde della loro lussuria, la mia”. E però, già redento in vita dalla sciagura più grande che potesse capitargli, la morte della giovane sposa che l’aveva folgorato con quella domanda che gli aveva cambiato l’esistenza – se ami i fiori, perché li recidi? – resterà pietrificato dalla risposta che gli darà l’abate: “Il fatto è che tu pensi a cose che non sono più”. Perché l’unica cosa che c’è, eterna, è Dio. Parole nel marmo, con Mañara che quasi resta stordito, “ho paura della vostra grande compassione, padre. Mi sento totalmente avvolto, stretto dalla dolcezza. Non bisogna essere così dolci, padre. Mi sento struggere per la vostra cara tenerezza. Ho vergogna. Non mi avevano mai parlato così”.

Il buon vivere contemporaneo ha liquidato la “colpa” a illusione, complesso. L’idea del bene e del male ridotta a un mero dato statistico.
Grazia Deledda, Nobel per la letteratura nel 1926, scriveva ne L’Edera che “la coscienza del peccato che si accompagna al tormento della colpa e alla necessità dell’espiazione e del castigo, la pulsione primordiale delle passioni e l’imponderabile portata dei suoi effetti, l’ineluttabilità dell’ingiustizia e la fatalità del suo contrario, segnano l’esperienza del vivere di una umanità primitiva, malfatata e dolente, gettata in un mondo unico, incontaminato, di ancestrale e paradisiaca bellezza, spazio del mistero e dell’esistenza assoluta”. Pare di vedere i jabots di Mañara anche scorrendo le pagine de La porta stretta, altra opera di Deledda. Maxia, per espiare la colpa dell’assassinio di suo fratello, scappa dal paese natio e si consacra alla vita religiosa. Non
per vocazione, ma per espiazione.

Ha scritto a proposito di recente Angela Mattei sull’Osservatore Romano che “padre Maxia rifiuta qualsiasi accenno di spensieratezza, vede in ogni gesto, anche il più ingenuo e spontaneo, un pericolo”. Da punire, da castigare. Oggi si fa fatica a parlare di punizioni, di pena da scontare per il peccato commesso. Certo, san Tommaso avvertiva che “la giustizia senza castigo è utopia e il castigo senza misericordia è crudeltà” e il va’ e non peccare più che Gesù intima alla samaritana dopo averla perdonata, in uno dei passi più celebri del Vangelo, può essere letto in questa direzione. Ma è la prospettiva, oggi, a essere diversa.

Diceva Joseph Ratzinger che “di fronte al male morale, l’atteggiamento di Dio è quello di opporsi al peccato e salvare il peccatore. Dio non tollera il male, perché è amore, giustizia, fedeltà. E proprio per questo non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva”. Lo ricordava anche Papa Francesco, quando commentava il passo evangelico in cui la peccatrice, vedendo Gesù, scoppia a piangere bagnandogli i piedi che poi asciugherà con i capelli.

“Entrando in relazione con la peccatrice, Gesù pone fine a quella condizione di isolamento a cui il giudizio impietoso del fariseo e dei suoi concittadini la condannava: I tuoi peccati sono perdonati. La donna ora può dunque andare in pace. Il Signore ha visto la sincerità della sua fede e della sua conversione; perciò davanti a tutti proclama la tua fede ti ha salvata”.

Dostoevskij, a modo suo, ne fa romanzo. Ci arriva perché doveva scrivere per vivere, certo, ma insiste sull’antitesi est-ovest: “Al tutto permesso che gli sembrava essere l’ideologia della riflessione occidentale, si oppone quello che è il dettato della religione ortodossa: tutto è possibile solo con lui, Cristo”, spiega Serena Vitale. Non è bigottismo, quello dell’autore dei Demoni. Era un uomo pieno di dubbi, che s’arrovellava appena lasciava le sue amate case da gioco.

In Delitto e castigo emerge a tutta forza la ricerca affannata della libertà intesa soltanto come affermazione dell’io, scavalcando ogni legge morale, ogni principio assoluto. E per affermare se stessi e la propria libertà apparentemente senza limiti, è chiaro a Dostoevskij che bisogna fare a meno di Dio, sbarazzandosene. Una volta tolto di mezzo il Creatore, non si fa altro che sostituirlo con il proprio io. Ricadendo, ancora, nel peccato, su cui però “oggi regna un perfetto silenzio”, scriveva Ratzinger nel saggio In principio Dio creò il cielo e la terra (Lindau, 2006).

“La predicazione religiosa – osservava – cerca di evitarlo accuratamente. Il teatro e la cinematografia utilizzano il termine in senso ironico o come tema di intrattenimento. La sociologia e la psicologia cercano di smascherarlo come un’illusione o un complesso. Persino il diritto tenta di fare sempre più a meno della nozione di colpa e preferisce servirsi di una terminologia sociologica, che riduce l’idea del bene e del male a un dato statistico e si limita a distinguere tra comportamento normale e comportamento deviante”.

Il risultato, la conseguenza, è che “le proporzioni statistiche possono anche capovolgersi”, e “quel che oggi è la deviazione può un giorno diventare la regola, anzi, forse bisogna addirittura tendere a fare della deviazione la norma. Riducendo così tutto alla quantità, la nozione di moralità scompare”. E allora torna in mente Raskol’nikov, quando si rileggono le parole di Ratzinger sull’uomo odierno che “non conosce alcuna misura, non vuole riconoscerne alcuna, perché vede in essa una minaccia alla propria libertà”. Raskol’nikov “espia il proprio peccato già in vita, ed è terribile quello che passa, che vive”, dice Vitale.

Nel mondo d’oggi, così fluido – liquido, direbbe Zygmunt Bauman – è scaduta anche l’immagine della peccatrice, che peraltro è di derivazione biblica e che è stata tramandata in opere che hanno segnato la storia della letteratura, basti ricordare la confessione piena di vergogna che Lucia fa a fra Cristoforo, nei “Promessi sposi” manzoniani. Donne che hanno sempre avuto una parte importantissima nella discussione sul peccato in Russia: “Pensiamo a Tolstoj, al sofianesimo della religione ortodossa, a Solov’ev. Le donne, peccatrici, che però o si fermano poco prima di commetterlo, il peccato o finiscono male. In monastero, sotto un treno, mandate da qualche parte”, spiega Vitale.

Il peccato legato all’amore, un tema che torna sempre. Tatiana dice a Onegin: “Io vi amo, ma sono stata data a un altro, e gli sarò per sempre fedele”. A darla a un altro non è stato il padre, ma il padre eterno. Dio. Sono le donne a dimostrare agli uomini che non tutto è permesso. Sono tutte “incarnazioni di sofja”, di questa saggezza femminile che è “purezza del non pensiero”. Per affermare se stessi e la propria libertà apparentemente senza limiti, a Dostoevskij è chiaro che bisogna fare a meno di Dio, sbarazzandosene

Eccolo il marianesimo che ha plasmato per secoli la cultura e la società russe, la grande madre Russia il cui cuore è rappresentato dalla santa religione ortodossa, mai messa in dubbio dagli invasori orientali ma sempre dagli occidentali, dai “bianchi” che hanno tentato contaminazioni napoleoniche. La donna al centro di tutto, che non pensa ma che pecca. Anche padre Maxia, ne era convinto: nelle donne vive perenne “un desiderio di peccato irrefrenabile” che va represso e controllato, quasi che l’intelletto debba avere la meglio sulla morale, a qualunque costo. Ecco il peccato di Raskol’nikov: aver pensato, uccidendo la vecchia usuraia, che la ragione potesse risolvere tutti i problemi esistenziali. Sempre.

E’ lo stesso errore che avrebbe commesso Ivan Karamazov. La loro è l’etica degli atei, dei nichilisti. Uomini che, come scriveva il filosofo Remo Cantoni, pretendono di poter sostituire con la sola forza della ragione l’Infinito che governa l’universo.

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Abusi sui minori. Joanna Schields: vi spiego perché i vostri figli hanno paura di parlare di web

Posté par atempodiblog le 10 octobre 2017

Abusi sui minori. Joanna Schields: vi spiego perché i vostri figli hanno paura di parlare di web
Gap crescente tra adulti e ragazzi. Da una parte, genitori e insegnanti ignorano i misteri immensi della Rete, dall’altra i ragazzi ne fanno un uso costante ma di quello che lì dentro vivono e sperimentano non ne parlano con nessuno. Perché si vergognano o temono di non essere capiti. Intervista alla boronessa Jaonna Schields, ministro del governo Uk per la sicurezza su Internet e fondatrice della Rete, “WEprotect”
di M. Chiara Biagioni – Agenzia SIR

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Il vero problema è che il mondo degli adulti non è sufficientemente consapevole di quanto tempo i ragazzi passano navigando nel mondo digitale, di cosa fanno una volta varcata la soglia del digital world e soprattutto quali contenuti, immagini, proposte trovano. Un gap di conoscenze, esperienze e utilizzo dei mezzi che si sta sviluppando nel momento sbagliato perché mai come adesso i ragazzi hanno bisogno dell’aiuto e del supporto degli adulti. La baronessa Joanna Schields ha dedicato la sua vita ad esplorare questo mondo e a prendersene cura sia come ministro del governo britannico per la sicurezza su Internet sia fondando nel 2014 WePROTECT che nel tempo è diventata una delle maggiori piattaforme di azione per combattere ogni forma di abuso e sfruttamento on line. È stata co-promotrice insieme al Centre for Child Protection della Pontificia Università Gregoriana del primo congresso globale su “La protezione dei minori nel mondo digitale” che, dal 3 al 6 ottobre, ha riunito a Roma i maggiori esperti del settore, medici, psicologi, studiosi delle nuove tecnologie ma anche rappresentanti di governo e di religioni.

Cosa vi preoccupa di più?
La cosa importante che è emersa da questo congresso è l’impatto che il mondo digitale ha sulla vita e la crescita dei bambini. Prendiamo però la pornografia e la pornografia estrema. Abbiamo visto come l’esposizione sul web ad immagini estreme abbiano un impatto grave sull’idea che i giovani si stanno costruendo della sessualità. Alcuni esperti ci hanno mostrato come il cervello dei teenager non è ancora del tutto sviluppato, si sta evolvendo verso il pensiero complesso, sono ancora nella fase di crescita, forse la più importante e decisiva per il loro futuro. Esporli ad immagini di violenza estrema, alla pornografia come pure a idee radicali, sebbene le reazioni possono essere diverse, significa comunque stimolarli a realtà che avranno un impatto definitivo dal punto di vista sia emozionale sia fisiologico.

Il mondo degli adulti ne è consapevole?
Ogni nuova innovazione porta con sé novità, evoluzioni e conseguenze sulla vita delle persone che solo con il tempo verranno studiati e analizzati. È certo che i bambini presentano oggi una capacità di interagire con i nuovi mezzi tecnologici che è molto più sviluppata rispetto sia ai loro genitori sia ai loro insegnanti. E questo gap tra il mondo degli adulti e il mondo dei nostri ragazzi si sta evolvendo proprio nel momento meno opportuno. Perché è proprio adesso che i nostri bambini hanno bisogno del nostro supporto e la maggior parte di noi non ha né la conoscenza né la preparazione né i mezzi necessari per supportarli.

Noi non abbiamo nemmeno l’idea a cosa i ragazzi possono essere esposti una volta varcata la soglia del web e a causa di questa ignoranza, loro hanno paura di parlarne con i genitori. Hanno paura di parlarne anche con gli insegnanti, perché si vergognano, magari non vogliono essere giudicati, sanno che quello che hanno visto o fatto è sbagliato e per questo non si confidano con nessuno.

Soluzioni?
Faccio parte del governo britannico come ministro per la Sicurezza in Internet. La gente spesso ci chiede: che cosa intendente fare? Le nuove tecnologie informatiche aprono ad un mondo che non conosce frontiere tra i Paesi. Questo fa sì che nessun governo può pensare di legiferare e, quindi, controllare ciò che succede nel cyber spazio.

Abbiamo pertanto bisogno di un approccio coordinato per un’azione globale di protezione dei minori sul web, che prenda dentro governi, compagnie, organizzazioni non governative, società civile. Ed è proprio quello che questo congresso ha cercato di fare, mettere insieme tutti i soggetti coinvolti, far emergere le sfide, cercare soluzioni.

Lei ha partecipato al congresso anche come rappresentante del governo britannico. Che impressione le fa collaborare e partecipare ad una iniziativa che è stata promossa e ospitata dalla Chiesa cattolica?
Penso che sia una cosa meravigliosa. La Chiesa sta cercando di dire: “Abbiamo anche noi un ruolo da svolgere e vogliamo essere parte di questo progetto, vogliamo essere parte della soluzione”.

La Chiesa, come lei sa benissimo, ha conosciuto purtroppo al suo interno fatti gravissimi di abusi sessuali. 
Sì, certo. Credo però che il fatto di essersi impegnata su questo fronte, il fatto di sentirsi così fortemente coinvolta sia parte del suo processo di guarigione. È importante che oggi la Chiesa senta e viva questo lavoro di protezione e sicurezza dei minori, come un impegno e una responsabilità per il futuro. È segno di una Chiesa non ripiegata sul suo passato, ma aperta a costruire un futuro nuovo.

E cosa pensa del ruolo di papa Francesco. 
Il Papa è molto impegnato nel mondo digitale. Ne fa anche un suo intelligente, per esempio utilizzando twitter per diffondere il suo messaggio ma è anche consapevole di ciò di cui hanno bisogno i bambini nel mondo digitale. Ha parlato spesso delle nuove tecnologie, sottolineandone sempre le potenzialità e chiedendo che siano sempre più inclusive perché alle opportunità che offrono, possono accedere tutti.

Ma se, da una parte, le nuove tecnologie aprono possibilità straordinarie; dall’altra, devono garantire protezione per tutti. Ed è per questo che siamo qui. Mettere insieme questi due aspetti, promozione delle nuove tecnologie e protezione dei giovani perché al centro della rivoluzione digitale ci siano benessere e sicurezza.

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Il Papa: “Chi governa preghi, se è ateo si confronti”

Posté par atempodiblog le 19 septembre 2017

Il Papa: “Chi governa preghi, se è ateo si confronti”
Francesco a S. Marta: «Non stia solo col gruppetto del partito». I cristiani sono chiamati ad accompagnare i governanti con la preghiera, non farlo è peccato
di Domenico Agasso Jr. – Vatican Insder

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Bisogna pregare per chi governa. Anche se sbaglia. Non farlo è peccato. Allo stesso tempo, i governanti non devono tralasciare la preghiera, altrimenti restano solo col «gruppetto» del loro partito. Chi è ateo o agnostico, «si confronti». È l’appello di papa Francesco rivolto questa mattina nell’omelia della Messa a Casa Santa Marta, riportata da Radio Vaticana.

La riflessione del Pontefice si basa sulla Prima Lettura e sul Vangelo odierni. Oggi si legge rispettivamente che san Paolo consiglia a Timoteo di recitare preghiere per i governanti, e di un governante che prega: è il centurione che ha un servo malato.

Osserva il Vescovo di Roma: «Quest’uomo sentì il bisogno della preghiera», non soltanto perché «amava» ma anche perché «aveva la coscienza di non essere il padrone di tutto, non essere l’ultima istanza». È consapevole che su di lui c’è un altro che comanda; ha dei subalterni, i soldati, ma egli stesso è un subalterno. E lo sa bene. Perciò, prega.

Se il governante non prega, «si chiude nella propria autoreferenzialità o in quella del suo partito, in quel circolo dal quale non può uscire; è un uomo chiuso in se stesso. Ma quando vede i veri problemi, ha questa coscienza di subalternità, che c’è un altro che ha più potere di lui». Ma «chi ha più potere di un governante? Il popolo, che gli ha dato il potere, e Dio, dal quale viene il potere tramite il popolo. Quando un governante ha questa coscienza di subalternità, prega».

Papa Bergoglio evidenzia, quindi, l’importanza della preghiera del governante, «perché è la preghiera per il bene comune del popolo che gli è stato affidato».

Francesco cita il colloquio avuto proprio con un governante che tutti i giorni trascorreva due ore in silenzio davanti a Dio, sebbene fosse indaffarato.

Ovviamente, un amministratore deve domandare al Signore la saggezza e la grazia di poter governare bene.

Ribadisce il Papa: è «tanto importante che i governanti preghino» e chiedano a Dio di non togliere loro «la coscienza di subalternità» dal Signore e dal popolo: «Che la mia forza si trovi lì e non nel piccolo gruppetto o in me stesso».

E a chi è agnostico o ateo, Francesco dice: «Se non puoi pregare, confrontati, con la tua coscienza», con «i saggi del tuo popolo»; l’importante è «non rimanere da solo con il piccolo gruppetto del tuo partito», perché «questo è autoreferenziale».

Francesco ricorda che quando un politico compie qualche azione o scelta che non piace, viene criticato; al contrario, è lodato; in ogni caso – dice il Pontefice – è lasciato solo con il suo partito, con il Parlamento. Nota il Papa: «“No, io l’ho votato – l’ho votato dal mio” – “Io non l’ho votato, faccia il suo”. No, noi non possiamo lasciare i governanti da soli: dobbiamo accompagnarli con la preghiera. I cristiani devono pregare per i governanti. “Ma, Padre, come vado a pregare per questo, che fa tante cose brutte?” – “Ha più bisogno ancora. Prega, fa penitenza per il governante”. La preghiera d’intercessione – è tanto bello questo che dice Paolo – è per tutti i re, per tutti quelli che stanno al potere. Perché? “Perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla”». Infatti, quando «il governante è libero e può governare in pace – assicura – tutto il popolo approfitta [beneficia] di questo».

Francesco termina esortando a un esame di coscienza: «Io vi chiedo un favore: ognuno di voi prenda oggi cinque minuti, non di più. Se è governante, si domandi: “Io prego a quello che mi ha dato il potere tramite il popolo?”. Se non è governante, “io prego per i governanti? Sì, per questo e per quello sì, perché mi piace; per quelli, no”. E hanno più bisogno quelli di questo! “Prego per tutti i governanti?”. E se voi trovate, quando fate l’esame di coscienza per confessarvi, che non avete pregato per i governanti, portate questo in confessione. Perché non pregare per i governanti è un peccato».

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“Disperdere le tenebre di vendetta e mancato rispetto per la vita”

Posté par atempodiblog le 8 septembre 2017

“Disperdere le tenebre di vendetta e mancato rispetto per la vita”
Un milione di persone alla messa nel Parco Simón Bolívar di Bogotà: Francesco cita quanti si sono impegnati per favorire il processo di pace, che hanno «preso il largo» come Pietro. A fine celebrazione, incontro con cardinali e vescovi del Venezuela
di Andrea Tornielli – La Stampa

“Disperdere le tenebre di vendetta e mancato rispetto per la vita” dans Andrea Tornielli Santo_Padre_Francesco_in_Colombia

Una pioggia battente ha irrigato in modo abbondante il Parco Simón Bolívar dove Papa Francesco celebra la sua prima messa colombiana, nello stesso luogo dove la celebrò 31 anni fa san Giovanni Paolo II e dove lo hanno atteso 1 milione di fedeli. È la messa votiva per la pace e la giustizia, che corona la prima densa giornata interamente trascorsa a Bogotà. Una giornata che ha avuto proprio la pace e la riconciliazione al centro. Come già accaduto ieri e come si è ripetuto stamane, tantissime persone sono scese in strada per salutare Francesco al suo passaggio: l’accoglienza è stata calorosa e straordinaria.

Dopo aver percorso i vari settori a bordo della papamobile, Bergoglio nei pressi della sacrestia è stato accolto da un gruppo di disabili. Quindi ha avuto inizio la liturgia. Nell’omelia il Papa ha commentato il brano evangelico dove si racconta di Gesù che predica sul Mar di Galilea. «Tutti vengono ad ascoltarlo; la parola di Gesù – dice Francesco – ha qualcosa di speciale che non lascia indifferente nessuno; ha il potere di convertire i cuori, di cambiare piani e progetti. È una parola confermata dall’azione, non sono conclusioni scritte a tavolino, espressioni fredde e staccate dal dolore della gente, e perciò è una Parola che serve sia per la sicurezza della riva sia per la fragilità del mare».

Bergoglio suggerisce quindi una similitudine: «Questa amata città, Bogotá, e questo bellissimo Paese, la Colombia, presentano molti degli scenari umani descritti nel Vangelo. Qui si trovano moltitudini che anelano a una parola di vita, che illumini con la sua luce tutti gli sforzi e mostri il senso e la bellezza dell’esistenza umana». Ma ci sono anche le tenebre, avverte Francesco. «Anche qui, come in altre parti del mondo, ci sono fitte tenebre che minacciano e distruggono la vita: le tenebre dell’ingiustizia e dell’inequità sociale; le tenebre corruttrici degli interessi personali o di gruppo, che consumano in modo egoista e sfrenato ciò che è destinato al benessere di tutti; le tenebre del mancato rispetto per la vita umana che miete quotidianamente l’esistenza di tanti innocenti, il cui sangue grida al cielo; le tenebre della sete di vendetta e di odio che macchia di sangue umano le mani di coloro che si fanno giustizia da soli; le tenebre di coloro che si rendono insensibili di fronte al dolore di tante vittime».

Parole che fotografano le piaghe purtroppo presenti nel Paese. «Tutte queste tenebre, Gesù le disperde e le distrugge con il suo comando sulla barca di Pietro: “Prendi il largo”». «Noi possiamo – continua Francesco – invischiarci in discussioni interminabili, fare la conta dei tentativi falliti ed elencare gli sforzi finiti nel nulla; come Pietro, sappiamo cosa significa l’esperienza di lavorare senza nessun risultato». Il Papa ricorda che anche la Colombia ha conosciuto questa realtà, quando per un periodo di sei anni ebbe 16 presidenti e «pagò caro le sue divisioni» e «anche la Chiesa in Colombia ha fatto esperienza di impegni pastorali vani e infruttuosi…, però come Pietro, siamo anche capaci di confidare nel Maestro, la cui parola suscita fecondità».

Il comando di gettare le reti, spiega ancora il Papa, «non è rivolto soltanto a Simon Pietro; a lui è toccato di prendere il largo, come quelli che nella vostra Patria hanno per primi riconosciuto quello che più urge, quelli che hanno preso iniziative di pace, di vita. Gettare le reti comporta responsabilità. A Bogotá e in Colombia si trova in cammino un’immensa comunità, che è chiamata a diventare una rete robusta che raccolga tutti nell’unità, lavorando per la difesa e la cura della vita umana, particolarmente quando è più fragile e vulnerabile: nel seno materno, nell’infanzia, nella vecchiaia, nelle condizioni di disabilità e nelle situazioni di emarginazione sociale. Anche le moltitudini che vivono a Bogotà e in Colombia possono diventare vere comunità vive, giuste e fraterne se ascoltano e accolgono la Parola di Dio».

«C’è bisogno – conclude Francesco – di chiamarci gli uni gli altri, di mandarci dei segni, come i pescatori, di tornare a considerarci fratelli, compagni di strada, soci di questa impresa comune che è la patria». Al termine della messa il Papa ha salutato i cardinali e alcuni vescovi del Venezuela, intrattenendosi con loro a parlare della situazione del Paese. Prima della fine del viaggio molti si attendono qualche parola di Francesco sulla grave situazione venezuelana.

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Ci mancava “la guerra dei papi”

Posté par atempodiblog le 28 juillet 2017

Ci mancava “la guerra dei papi”
L’editoriale di Claudio Mésoniat sull’accanimento mediatico che vuole schierare a tutti i costi Benedetto XVI contro Francesco.
di Claudio Mésoniat – Il giornale del popolo

Ci mancava “la guerra dei papi” dans Articoli di Giornali e News Abbraccio_tra_Papa_Francesco_e_Benedetto_XVI
Abbraccio tra il papa emerito Benedetto XVI e papa Francesco. © EPA

“Benedetto contro Francesco”. Ci siamo: è scoppiata, finalmente, la “guerra dei Papi”. Non dev’essere sembrato vero ai “grandi” giornali, ai siti scafati e a qualche vaticanista in tuta mimetica ormai da mesi, la notiziona di un necrologio firmato da Ratzinger in memoria dell’amico cardinal Meisner, da poco scomparso. Meisner era uno dei quattro cardinali che avevano sottoposto a papa Francesco i cinque dubia su un passaggio dell’Amoris Laetitia. Ecco dunque Ratzinger che si schiera; tanto più che il Papa emerito usa nel suo breve testo l’immagine della barca nella tempesta per descrivere la situazione della Chiesa, di oggi come di ciascuno dei 20 secoli passati (barca, aggiunge Benedetto, che Cristo non abbandona mai, con riferimento all’episodio evangelico che ha dato la stura a infinite riprese dell’immagine nautica). Quanto basta, ai narratori di questa quarta guerra mondiale tra Papi, per intercettare una chiara allusione del Papa emerito all’attuale comandante della nave, che sta conducendo la Chiesa al naufragio. Peccato che a poche ore da questa montatura mediatica intervenga il segretario di Benedetto a smentire tutto, denunciando la “strumentalizzazione” delle parole del vecchio pontefice. Ma non è finita qui. Dopo un paio di giorni esce il rapporto sugli abusi perpetrati da alcuni sacerdoti nel collegio dei Cantori di Ratisbona (orrori da cui peraltro il fratello di Ratzinger è pienamente scagionato) e subito uno stuolo di complottisti cerca di connettere grottescamente i due episodi per lasciare intendere che il secondo sia conseguente al primo «quasi potesse trattarsi della contromossa di una spectre “bergogliana” contro i resistenti “ratzingeriani”» (Tornielli).

Come sappiamo, il giornalismo estivo si arrampica anche sulle pareti di sesto grado pur di mettere qualcosa sotto i denti della rotativa. Mi chiedo tuttavia perché tanto accanimento nel voler schierare a tutti costi Benedetto e Francesco l’un contro l’altro armati. Accanimento che non credo si debba imputare primariamente al mondo laico e anticlericale. Siamo in gioco noi, cattolici: ammettiamolo. E neppure secondo una dialettica di fazioni (ci sono anche quelle, soprattutto tra i “professionisti” della fede, ecclesiastici e teologi). C’è una faglia che ci attraversa tutti nel profondo, ciascuno di noi a tratti è “bergogliano” e a momenti “ratzingeriano”, secondo accezioni riduttive nelle quali i due protagonisti non si riconoscerebbero affatto. L’appello al Papa “nuovo” ci serve per autorizzare una nostra adesione selettiva alla dottrina e alla morale,  mentre il Papa “della tradizione” ci serve per scansare il pressante invito di Francesco a una conversione di cui non riusciamo a capire il significato o non vogliamo affrontare il rischio. In realtà Bergoglio non ha come obbiettivo quello di una rivoluzione dottrinale. E Ratzinger non ha mai proposto un cristianesimo come affermazione di principi e difesa di valori che i credenti hanno in tasca e gli altri dovrebbero solo riconoscere.

Per entrambi i Papi l’ordine del giorno è uno solo: testimoniare una fede vissuta in un momento storico contrassegnato da un cambiamento d’epoca. Cos’è una fede vissuta? Incontro e rapporto con Cristo, sorgente di pace e di letizia, per usare parole care a entrambi. Ci dicono qualcosa? Questa, a buon conto, è la conversione. E i valori che hanno fatto grande la civiltà occidentale? La libertà, la solidarietà, la famiglia, il lavoro, la vita stessa? Non c’è più evidenza condivisa, c’è grande confusione in proposito. Vanno riscoperti, questi valori, in un cammino comune nel quale i cristiani hanno da proporre, prima di una teologia e di una filosofia, la carne della loro umanità trasformata dalla fede. Nessuno meglio di Ratzinger ci ha fatto prendere coscienza di questo “cambiamento d’epoca” (la fine drammatica del grande progetto illuminista) di cui Bergoglio continua a parlarci. Ma nessuno meglio di papa Francesco ha preso sul serio, alla lettera, la “lezione” di Benedetto. E volendo indicare alla sua Chiesa una via nuova per riguadagnare la grande eredità del proprio passato, ha inaugurato uno stile nuovo –e rischioso- nell’interpretare il proprio ruolo di Papa. Per temperamento più vicino a Giovanni Paolo che a Benedetto, Francesco ha deciso di abbattere gli ultimi muretti e colonnati che isolavano la figura ieratica del successore di Pietro dal suo popolo. La sua povertà consiste nel “vivere alla giornata” convinto che l’incontro con un barbone o con un ricco giornalista in crisi esistenziale (alludo all’ex direttore di Repubblica) possa offrire spunti decisivi alla propria personale conversione non meno dei colloqui, cui non si sottrae affatto, con un presidente degli Stati Uniti o un cardinale prefetto di congregazione; ma mezz’ora a Trump e mezz’ora ai bambini di una parrocchia periferica di Roma, pieni di domande per il Papa. Io penso che Benedetto si stia godendo lo spettacolo di questo suo successore e discepolo. Senza dover negare le differenze che la storia e la cultura del primo Papa non europeo stanno facendo venire a galla. Ma di questo, che non è affatto causa di dissidio ma fonte di ricchezza, parleremo un’altra volta.

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La festa. Il Perdono di Assisi, perenne «giubileo» della misericordia

Posté par atempodiblog le 22 juillet 2017

La festa. Il Perdono di Assisi, perenne «giubileo» della misericordia
Il 1° e 2 agosto la solennità legata all’indulenza plenaria nella chiesetta della Porziuncola. La chiusura dell’ottavo centenario del Perdono con la Messa del cardinale Parolin
di Giacomo Gambassi – Avvenire

La festa. Il Perdono di Assisi, perenne «giubileo» della misericordia dans Articoli di Giornali e News Porziuncola
La Porziuncola ad Assisi

«Voglio mandarvi tutti in Paradiso». Così gridò san Francesco annunciando al popolo di Assisi l’indulgenza plenaria concessa da papa Onorio III e legata alla piccola chiesa della Porziuncola che il mondo conosce come il Perdono di Assisi. Era il 2 agosto del 1216. E proprio fra il 1° e il 2 agosto di ogni anno viene celebrata la festa del Perdono che ha come fulcro la Basilica di Santa Maria degli Angeli, ai piedi della città di Assisi, meta di milioni di pellegrini che varcano la “porta sempre aperta” in perenne Giubileo per immergersi nella Porziuncola. L’indulgenza plenaria di Santa Maria degli Angeli – che anticipò il primo Anno Santo indetto da Bonifacio VIII nel 1300 – si può ottenere ogni giorno entrando nella Porziuncola (che significa “piccola porzione di terra”). E per la festa del Perdono di Assisi l’indulgenza si estende alle chiese parrocchiali e francescane di tutto il mondo.

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Papa Francesco lo scorso anno alla Porziuncola per gli ottocento anni del Perdono di Assisi

Si avvicina, quindi, la festa del Perdono di Assisi 2017 che quest’anno assume un significato particolare: si concludono infatti le celebrazioni dell’ottavo centenario del Perdono di Assisi inaugurato lo scorso 2 agosto dal cardinale Gualtiero Bassetti e impreziosito dal pellegrinaggio privato di papa Francesco alla Porziuncola due giorni dopo, il 4 agosto 2016. La Messa solenne di chiusura del giubileo del Perdono si terrà alle 11 del 2 agosto e sarà presieduta dal cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano. L’Eucarestia verrà trasmessa in diretta da Padre Pio TV (visibile sul digitale terrestre nazionale al canale 145 e sulla piattaforma gratuita Tivùsat al canale 445) e con diffusione mondiale grazie all’emittente web Maria Vision Italia. Altra particolarità di quest’anno, che evidenzia il legame di tutta la Famiglia francescana con la festa, sarà il triduo di preparazione predicato dai ministri generali dei tre Ordini maschili (per i Frati Minori Cappuccini presiederà il vicario generale). Una condivisione che è in continuità con il cammino culminato nel Capitolo generalissimo celebrato insieme dalle Famiglie francescane.

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La Basilica di Santa Maria degli Angeli ad Assisi

La solennità del Perdono di Assisi sarà aperta alle 11 del 1° agosto da padre Michael Perry, ministro generale dei Frati Minori, il quale presiederà la solenne celebrazione eucaristica che terminerà con la processione di “Apertura del Perdono” perché da quel momento, cioè dalle 12 del 1° agosto fino alle 24 del 2 agosto, l’indulgenza plenaria concessa alla Porziuncola quotidianamente si estende a tutte le chiese parrocchiali sparse nel mondo, e anche a tutte le chiese francescane. Nel pomeriggio del 1° agosto sono in programma i primi Vespri presieduti, al termine del pellegrinaggio della diocesi di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino, dall’arcivescovo Domenico Sorrentino. Seguirà, come di consueto, l’offerta dell’incenso da parte del sindaco di Assisi, Stefania Proietti. La Veglia di preghiera serale, con la processione aux flambeaux, sarà guidata dall’arcivescovo José Rodriguez Carballo, segretario della Congregazione per gli istituti di vita consacrata.

Marcia_francescana dans Papa Francesco I
La Marcia francescana

Il 2 agosto sarà il giorno della grande festa. Le celebrazioni eucaristiche sono previste quasi ad ogni ora, tra cui quelle presiedute dal cardinale Parolin, dall’arcivescovo Sorrentino e da padre Claudio Durighetto, ministro provinciale dei Frati Minori dell’Umbria. In giornata è in programma anche l’arrivo di migliaia di giovani che partecipano alla XXXVII Marcia francescana sul tema “Un passo oltre”. Nella serata, alle 20, il concerto della banda della Gendarmeria Vaticana in piazza a cui seguirà lo spettacolo pirotecnico.

Il programma dettagliato è disponibile sul sito www.assisiofm.it. Dal 23 luglio al 15 settembre può essere visitata anche la mostra di arte contemporanea di Arturo Casanova e Rossella Vasta a cura di Barbara Rose dal titolo “A due a due. Kenosis e perdono” che sarà ospitata nel museo della Porziuncola.

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Appropriazione della vigna del Signore/ Il Papa profondamente addolorato per le vicende della diocesi di Ahiara

Posté par atempodiblog le 10 juin 2017

Appropriazione della vigna del Signore/ “Chi si è opposto alla presa di possesso del Vescovo Mons. Okpaleke vuole distruggere la Chiesa”
Il Papa profondamente addolorato per le vicende della diocesi di Ahiara

Appropriazione della vigna del Signore/ Il Papa profondamente addolorato per le vicende della diocesi di Ahiara dans Articoli di Giornali e News Il_Papa_addolorato_per_le_vicende_della_diocesi

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – Il Santo Padre Francesco ha ricevuto ieri in udienza privata una delegazione della diocesi di Ahiara, in Nigeria, che vive da anni una dolorosa situazione (vedi Fides 8/6/2017). I membri della Delegazione erano accompagnati dal Card. J.O. Onaiyekan, Arcivescovo di Abuja e Amministratore Apostolico di Ahiara, dagli Ecc.mi A.J. Obinna, Arcivescovo Metropolita di Owerri, I.A. Kaigama, Arcivescovo di Jos e Presidente della Conferenza Episcopale della Nigeria, da S.E. Mons. P.E. Okpaleke, Vescovo di Ahiara. Erano inoltre presenti all’incontro il Cardinale Segretario di Stato, il Prefetto e i Superiori della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli. Della Delegazione hanno fatto parte i Rev.di Sacerdoti C. O. Ebii, J. N. Uwalaka e U. I.Olekamma; inoltre, Suor B. O. Ezeyi e S.A.R. P. Iwu, Capo Tradizionale per conto dei religiosi e dei fedeli laici.

L’incontro, caratterizzato dal dialogo e dall’ascolto, si è concluso con una preghiera a Maria e la benedizione del Papa. Di seguito riportiamo il testo del Santo Padre Francesco.

“Saluto cordialmente la Delegazione e ringrazio per essere venuti dalla Nigeria con spirito di pellegrinaggio. Per me, è una consolazione questo incontro, perché sono molto triste per la vicenda della Chiesa in Ahiara.

La Chiesa, infatti (e mi scuso per la parola), è come in stato di vedovanza per aver impedito al Vescovo di andarvi. Tante volte mi è venuta in mente la parabola dei vignaioli assassini, di cui parla il Vangelo (cfr. Mt 21, 33-44)…che vogliono appropriarsi dell’eredità. In questa situazione la Diocesi di Ahiara è come senza sposo, ed ha perso la sua fecondità e non può dare frutto.

Chi si è opposto alla presa di possesso del Vescovo Mons. Okpaleke vuole distruggere la Chiesa; ciò non è permesso; forse non se ne accorge, ma la Chiesa sta soffrendo e il Popolo di Dio in essa. Il Papa non può essere indifferente.

Conosco molto bene le vicende che da anni si trascinano nella Diocesi e ringrazio per l’atteggiamento di grande pazienza del Vescovo; dico di santa pazienza da lui dimostrata. Ho ascoltato e riflettuto molto, anche sull’idea di sopprimere la Diocesi; ma poi ho pensato che la Chiesa è madre e non può lasciare tanti figli come voi. Ho un grande dolore verso questi sacerdoti che sono manipolati, forse anche dall’estero e da fuori Diocesi.

Ritengo che qui non si tratti di un caso di tribalismo, ma di appropriazione della vigna del Signore. La Chiesa è madre e chi la offende compie un peccato mortale, è grave. Perciò ho deciso di non sopprimere la Diocesi. Tuttavia, desidero dare alcune indicazioni da comunicare a tutti: anzitutto va detto che il Papa è profondamente addolorato, pertanto, chiedo che ogni sacerdote o ecclesiastico incardinato nella Diocesi di Ahiara, sia residente, sia che lavori altrove, anche all’estero, scriva una lettera a me indirizzata in cui domanda perdono; tutti, devono scrivere singolarmente e personalmente; tutti dobbiamo avere questo comune dolore.

Nella lettera
1. si deve chiaramente manifestare totale obbedienza al Papa, e
2. chi scrive deve essere disposto ad accettare il Vescovo che il Papa invia e il Vescovo nominato.
3. La lettera deve essere spedita entro 30 giorni a partire da oggi fino al 9 luglio p.v. Chi non lo farà ipso facto viene sospeso a divinis e decade dal suo ufficio.

Questo sembra molto duro, ma perché il Papa fa questo? Perché il Popolo di Dio è scandalizzato. Gesù ricorda che chi scandalizza, deve portarne le conseguenze. Forse qualcuno è stato manovrato senza una piena cognizione della ferita inferta alla comunione ecclesiale.

A voi, fratelli e sorelle, manifesto vivo ringraziamento per la vostra presenza; così pure al Cardinale Onaiyekan per la sua pazienza e al Vescovo Okpaleke, di cui ho ammirato oltre la pazienza anche l’umiltà. Grazie a tutti”.

Successivamente il Card. Onaiyekan ha ringraziato il Santo Padre. Il Cardinale Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, Card. Fernando Filoni, ha chiesto al Santo Padre, il Quale ha accettato, che, a conclusione di questa vicenda, la Diocesi di Ahiara, con il suo Vescovo, compiano un pellegrinaggio a Roma e incontrino il Santo Padre. (Agenzia Fides 9/6/2017)

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Il Santo Padre e  la  non accettabilità della situazione in Ahiara
Pugno di ferro di Papa Bergoglio contro i preti ribelli nigeriani che, nella diocesi di Ahiara, in Nigeria, da quattro anni fanno il bello e il brutto tempo creando divisioni, sollevando liti, esacerbando animi pur di non accettare il vescovo designato legittimamente dal Vaticano. Per rimettere in riga la comunità Bergoglio ha preparato provvedimenti draconiani e inediti.

di Franca Giansoldati – Il Mattino

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Papa Francesco: sa congedarsi il pastore che non si crede il centro della storia

Posté par atempodiblog le 2 juin 2017

Don Giustino [Russolillo] riteneva necessari per i Vocazionisti tre oggetti, l’orologio per la santificazione del tempo, la penna per scrivere le divine ispirazioni del momento, e la valigia per ricordarci che dobbiamo sempre essere pronti a partire dove l’obbedienza ci chiama.

Tratto da: Libro dell’anima (parte I). Ed. Vocazioniste

Papa Francesco: sa congedarsi il pastore che non si crede il centro della storia dans Commenti al Vangelo Prete_con_valigia

Papa Francesco: sa congedarsi il pastore che non si crede il centro della storia
Il vero pastore sa congedarsi bene dalla sua Chiesa, perché sa di non essere il centro della storia, ma un uomo libero, che ha servito senza compromessi e senza appropriarsi del gregge: è quanto ha detto il Papa nella Messa del mattino a Casa Santa Marta.
di Sergio Centofanti – Radio Vaticana

Un pastore deve essere pronto a congedarsi bene, non a metà
Al centro dell’omelia è la prima Lettura tratta dagli atti degli Apostoli, che si può intitolare – sottolinea Francesco – “Il congedo di un vescovo”. Paolo si congeda dalla Chiesa di Efeso, che lui aveva fondato. “Adesso deve andarsene”:

“Tutti i pastori dobbiamo congedarci. Arriva un momento dove il Signore ci dice: vai da un’altra parte, vai di là, va di qua, vieni da me. E uno dei passi che deve fare un pastore è anche prepararsi per congedarsi bene, non congedarsi a metà. Il pastore che non impara a congedarsi è perché ha qualche legame non buono col gregge, un legame che non è purificato per la Croce di Gesù”.

Pastori senza compromessi
Paolo, dunque, chiama tutti i presbiteri di Efeso e in una sorta di “consiglio presbiteriale” si congeda. Il Papa sottolinea “tre atteggiamenti” dell’apostolo. Innanzitutto afferma di non essersi mai tirato indietro: “Non è un atto di vanità”, “perché lui dice che è il peggiore dei peccatori, lo sa e lo dice”, ma semplicemente “racconta la storia”. E “una delle cose che darà tanta pace al pastore quando si congeda – spiega il Papa – è ricordarsi che mai è stato un pastore di compromessi”, sa “che non ha guidato la Chiesa con i compromessi. Non si è tirato indietro”. “E ci vuole coraggio per questo”.

Pastori che non si appropriano del gregge
Secondo punto. Paolo dice che si reca a Gerusalemme “costretto dallo Spirito”, senza sapere ciò che là gli accadrà”. Obbedisce allo Spirito. “Il pastore sa che è in cammino”:

“Mentre guidava la Chiesa era con l’atteggiamento di non fare compromessi; adesso lo Spirito gli chiede di mettersi in cammino, senza sapere cosa accadrà. E continua perché lui non ha cosa propria, non ha fatto del suo gregge un’appropriazione indebita. Ha servito.

‘Adesso Dio vuole che io me ne vada? Me ne vado senza sapere cosa mi accadrà. So soltanto – lo Spirito gli aveva fatto sapere quello – che lo Spirito santo di città in città mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni’. Quello lo sapeva. Non vado in pensione. Vado altrove a servire altre Chiese. Sempre il cuore aperto alla voce di Dio: lascio questo, vedrò cosa il Signore mi chiede. E quel pastore senza compromessi è adesso un pastore in cammino”.

Pastori che non si ritengono il centro della storia
Il Papa spiega perché non si è appropriato del gregge. Terzo punto. Paolo dice: “Non ritengo in nessun modo preziosa la mia vita”: non è “il centro della storia, della storia grande o della storia piccola”, non è il centro, è “un servitore”. Francesco cita un detto popolare: “Come si vive, si muore; come si vive, ci si congeda”. E Paolo si congeda con una “libertà senza compromessi” e in cammino. “Così si congeda un pastore”:

“Con questo esempio tanto bello preghiamo per i pastori, per i nostri pastori, per i parroci, per i vescovi, per il Papa, perché la loro vita sia una vita senza compromessi, una vita in cammino, e una vita dove loro non si credano che sono al centro della storia e così imparino a congedarsi. Preghiamo per i nostri pastori”.

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Il pensiero di Diego Manetti sulle esternazioni di Papa Francesco su Medjugorje

Posté par atempodiblog le 16 mai 2017

Il pensiero di Diego Manetti sulle esternazioni di Papa Francesco su Medjugorje

“QUESTE MIE APPARIZIONI QUI A MEDJUGORJE SONO LE ULTIME PER L’UMANITÀ. AFFRETTATEVI A CONVERTIRVI” (Messaggio di Medjugorje del 17 aprile 1982)

Il pensiero di Diego Manetti sulle esternazioni di Papa Francesco su Medjugorje dans Apparizioni mariane e santuari Madonna_di_Medjugorje

Dopo le esternazioni di PAPA FRANCESCO SU MEDJUGORJE nel corso della conferenza stampa in aereo di ritorno da Fatima per il centenario delle apparizioni (13 maggio 1917 – 2017) molti mi hanno chiesto che cosa pensassi. Ecco di seguito il mio pensiero.

Anzitutto è bene ricordare – come ha fatto Francesco – che le apparizioni mariane (vere o presunte) sono una forma di rivelazione privata che nulla aggiunge alla rivelazione della fede e pertanto la Chiesa non obbliga a credervi, benché le riconosca come prezioso ausilio per approfondire la fede stessa.

Il Papa ha quindi sottolineato due realtà positive su Medjugorje. 
La prima sono i frutti spirituali, ovvero le molte CONVERSIONI sincere e autentiche che a Medjugorje sono nate, sempre più numerose negli ultimi anni.

La seconda realtà che il Papa ha sottolineato sono le APPARIZIONI della prima fase, quando i veggenti erano ragazzi, per le quali il rapporto della Commissione presieduta dal Card. Ruini dice che è bene investigare ancora. Una apertura positiva e importante sulle apparizioni stesse, dunque, ben oltre il giudizio pastoralmente positivo che già un mese fa aveva espresso mons. HOSER a Medjugorje sottolineando la fede cristocentrica che là si respira.

Poi il Papa ha espresso perplessità sulla fase delle apparizioni attuali, precisando però che si tratta di una sua OPINIONE PERSONALE.

In merito, credo sia sufficiente considerarla come tale. Sapendo che l’opinione personale del vescovo di Roma non è certamente paragonabile al futuro pronunciamento ufficiale del Papa – cui Francesco stesso ha alluso al termine del suo intervento. Quale che sia questo pronunciamento, da figlio obbediente della Chiesa ben volentieri mi atterrò ad esso.

Ma, nell’attesa, posso ancora precisare che:

1. Se la prima fase delle apparizioni è considerata positivamente, per cui si dà credito almeno ai primi 3 anni delle apparizioni (dal 24 giugno 1981 al marzo 1984, allorché iniziano i messaggi del giovedì per la parrocchia, cui fanno seguito quelli mensili del 25, a partire dal gennaio 1987), bisogna tenere presente che in questo periodo sono compresi già i dieci SEGRETI DI MEDJUGORJE, rivelati per prima a Mirjana il 25 dicembre 1982. Quando si realizzeranno, dopo esser stati svelati con 3 giorni di anticipo, e quando verrà dato il SEGNO SULLA COLLINA, anche chi dubita crederà.

2. Nella prima fase rientra anche il messaggio del 17 aprile 1982 in cui la Regina della Pace indica Medjugorje come LE SUE ULTIME APPARIZIONI. Alla luce di questo messaggio, non possono esserci apparizioni mariane nel mondo dopo Medjugorje. Ora, poiché la Chiesa ha riconosciuto nel 2001 le apparizioni della Vergine dei Dolori di KIBEHO in Ruanda, che hanno avuto luogo dal 1981 al 1989, va da sé che occorre considerare come autentiche le apparizioni di Medjugorje almeno fino al 1989. A meno di dover considerare falso il messaggio del 17 aprile 1982 e dunque dubitare della prima fase delle apparizioni. Cosa che però la Commissione e le parole di papa Francesco paiono escludere.
Se si considerano autentiche (almeno) le apparizioni fino a tutto il 1989, ne segue che si accolgono come autentici i messaggi settimanali (1984-1987) e i primi 3 anni almeno di quelli mensili del 25 alla parrocchia. Messaggi che vengono dati a scadenze precise, secondo lo stile di Maria che a Bernadette ha dato appuntamento per 15 giorni nello stesso posto e che a Fatima hai chiesto ai pastorelli di tornare il 13 del mese a mezzogiorno. 
Se sono autentiche le apparizioni fino al 1989, e se le conversioni continuano ancora oggi, perché dubitare che sia tutto vero?

3. Infine, desidero precisare che CREDO ALLA PRESENZA DI MARIA A MEDJUGORJE e sono grato a Dio per aver incontrato quella oasi di pace che mi ha fatto vivere una fede più profonda e sperimentare l’amore di Gesù e Maria. 
E sono onorato, nel mio piccolo, di poter servire la Regina della Pace con libri, catechesi, apostolato e testimonianza di vita.

Amen, alleluja.

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Il Papa: «Abbiamo una Madre, aggrappati a Lei come dei figli»

Posté par atempodiblog le 13 mai 2017

Il Papa: «Abbiamo una Madre, aggrappati a Lei come dei figli»
I due pastorelli di Fatima, Giacinta e Francesco, sono santi. Papa Francesco, nella Messa per la loro canonizzazione, ricorda che, come i tre veggenti, anche noi dobbiamo essere segno – per chi è abbandonato, povero, malato, emarginato – dell’amore di Dio e della sua misericordia. «Contro l’indifferenza che ci raggela il cuore».  E Bergoglio ha ricordato ancora una volta che la Chiesa dev’essere missionaria, «ricca di cuore e povera di mezzi».
di Annachiara Valle  Famiglia Cristiana

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Malati, disoccupati, migranti, anziani. Papa Francesco canonizza Francesco e Giacinta ricordando, alla folla che ha vegliato tutta la notte in preghiera, il senso del messaggio della Madonna apparsa a Fatima 100 anni fa: quello di una Madre in pena per l’umanità. Una Madre che vuole ricoprire e proteggere tutti con il suo manto. Che vuole essere «come un’ancora» che sostiene la nostra speranza.

Pellegrino di pace, Francesco ricorda Giacinta e Francesco, che oggi canonizza e le parole di suor Lucia, la terza dei tre pastorelli, morta nel 2005 e della quale, nel 2008, si è aperto il processo di beatificazione. Ricorda la visione in cui Maria dice a Giacinta: «Non vedi tante strade, tanti sentieri e campi pieni di persone che piangono per la fame e non hanno niente da mangiare? E il Santo Padre in una chiesa, davanti al Cuore Immacolato di Maria, in preghiera? E tanta gente in preghiera con lui?». E proprio pensando a queste parole Bergoglio invita tutti a pregare con lui e affida a Maria «i suoi figli e figlie. Sotto il suo manto non si perdono; dalle sue braccia verrà la speranza e la pace di cui hanno bisogno e che io supplico per tutti i miei fratelli nel Battesimo e in umanità, in particolare per i malati e i disabili, i detenuti e i disoccupati, i poveri e gli abbandonati».

A margine della messa papa Francesco aveva incontrato una famiglia palestinese già conosciuta in Italia, lo scorso anno, al Cara di Castelnuovo di Porto. Una famiglia profuga dal dopoguerra, passata per l’Iraq, la Siria, la Libia, Lampedusa e – grazie al progetto di ricollocazione europea – accolta oggi in Portogallo. Una famiglia musulmana devotissima alla Madonna. Pensa a loro Francesco, ai militari malati che ha incontrato nella base di Monte Real, appena sceso dall’aereo, agli altri malati che ha incontrato a Fatima prima e dopo la messa, ai bambini. E chiede a ciascuno di abbandonarsi nelle braccia di Maria e di essere, a nostra volta, speranza per gli altri.  «Carissimi fratelli», dice ancora nell’omelia, «preghiamo Dio con la speranza che ci ascoltino gli uomini; e rivolgiamoci agli uomini con la certezza che ci soccorre Dio. Egli infatti ci ha creati come una speranza per gli altri, una speranza reale e realizzabile secondo lo stato di vita di ciascuno. Nel “chiedere” ed “esigere” da ciascuno di noi l’adempimento dei doveri del proprio stato, il cielo mette in moto qui una vera e propria mobilitazione generale contro questa indifferenza che ci raggela il cuore e aggrava la nostra miopia. Non vogliamo essere una speranza abortita! La vita può sopravvivere solo grazie alla generosità di un’altra vita».

Anche il cardinale Piero Parolin, nella messa celebrata durante la veglia della notte, aveva sottolineato quanto sia indispensabile questa generosità, l’essere disposti a pagare un prezzo per arrestare il male e costruire la pace. Come quando si riceve una banconota falsa, aveva detto come esempio il segretario di Stato, e si è vittime innocenti del male. E quel male lo si arresta soltanto «caricandosi in qualche modo di quella banconota». La «reazione spontanea, e persino ritenuta logica, sarebbe di passarla a qualcun altro. In questo si vede come siamo tutti inclini a cadere in una logica perversa che ci domina e spinge a propagare il male. Se mi comporto secondo questa logica, la mia situazione cambia: io ero vittima innocente quando ho ricevuto la banconota contraffatta; il male degli altri è caduto su di me. Nel momento, però, in cui coscientemente passo la banconota falsa a un altro, io non sono più innocente: sono stato vinto dalla forza e dalla seduzione del male, provocando una nuova vittima; mi sono fatto trasmettitore del male, sono diventato responsabile e colpevole. L’alternativa è quella di fermare l’avanzata del male; ma ciò è possibile solo pagando un prezzo, restando cioè io con la banconota falsa e liberando così l’altro dall’avanzata del male».

Come ha fatto Gesù, dice, nella messa di oggi, il Papa, che ha portato la croce prima di noi, caricandosi del male del mondo. Il Signore, ha concluso papa Francesco, «sempre ci precede. Quando passiamo attraverso una croce, Egli vi è già passato prima. Così non saliamo alla croce per trovare Gesù; ma è stato Lui che si è umiliato ed è sceso fino alla croce per trovare noi e, in noi, vincere le tenebre del male e riportarci verso la Luce. Sotto la protezione di Maria, siamo nel mondo sentinelle del mattino che sanno contemplare il vero volto di Gesù Salvatore, quello che brilla a Pasqua, e riscoprire il volto giovane e bello della Chiesa, che risplende quando è missionaria, accogliente, libera, fedele, povera di mezzi e ricca di amore».

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“Dio può intenerire chi conosce solo il linguaggio della condanna”

Posté par atempodiblog le 2 mai 2017

“Dio può intenerire chi conosce solo il linguaggio della condanna”
Il Papa a Santa Marta: il Signore può togliere un cuore di pietra e metterne uno di carne. Bisogna ascoltare la Sua parola e la «testimonianza dell’obbedienza» del Figlio
di Domenico Agasso Jr. – Vatican Insder

“Dio può intenerire chi conosce solo il linguaggio della condanna” dans Commenti al Vangelo Papa_Francesco

Il Signore, con la Sua tenerezza, può intenerire i cuori duri, quelli che condannano tutto ciò che è fuori dalla Legge. Gli stessi inconsapevoli che la tenerezza di Dio è capace di togliere un cuore di pietra e metterne al suo posto uno di carne. Lo afferma Papa Francesco nella Messa di questa mattina a Casa Santa Marta.

Il Pontefice – come riporta Radio Vaticana - definisce santo Stefano «un testimone di obbedienza», come Gesù che esegue le volontà del Padre fino alla morte, e proprio per questo motivo viene perseguitato. Il Vescovo di Roma parte dalla Prima Lettura di oggi, appunto il martirio di Stefano: le persone che lo lapidano non comprendono la Parola di Dio, e il Primo Martire della storia cristiana li ha chiamati «testardi», «incirconcisi nel cuore e nelle orecchie», e dire a qualcuno «incirconciso», spiega il Papa, è come dargli del «pagano».

Papa Bergoglio invita dunque a pensare ai vari modi di non capire la Parola del Signore. Per esempio: Cristo chiama i discepoli di Emmaus «stolti»: non è una lode, ovviamente, ma non è un’espressione così dura come quella che utilizza Stefano, essi infatti non capiscono, hanno paura perché non vogliono problemi, sono timorosi ma «erano buoni, aperti alla verità». E quando il Figlio di Dio li rimprovera, lasciano entrare le Sue parole e il loro cuore si riscalda. Invece quelli che lapidano Stefano, «erano furibondi», non vogliono ascoltare.

Ecco, questa è la tragedia della «chiusura del cuore: il cuore duro», rileva il Pontefice. Ne parla il Salmo 94, in cui si legge del Signore che ammonisce il popolo esortando a non indurire il cuore, e poi, con il Profeta Ezechiele, compie una «promessa bellissima»: cambiare il cuore di pietra con uno di carne, ossia un cuore «che sappia ascoltare» e «ricevere la testimonianza dell’obbedienza».

La durezza e chiusura di mente e di animo «fa soffrire tanto, tanto, la Chiesa - dichiara – i cuori chiusi, i cuori di pietra, i cuori che non vogliono aprirsi, che non vogliono sentire; i cuori che soltanto conoscono il linguaggio della condanna: sanno condannare; non sanno dire: “Ma, spiegami, perché tu dici questo? Perché questo? Spiegami…”. No: sono chiusi. Sanno tutto. Non hanno bisogno di spiegazioni», osserva con amarezza il Papa.

Un cuore chiuso non permette allo Spirito Santo di entrare, «invece, la Lettura di oggi ci dice che Stefano, pieno di Spirito Santo, aveva capito tutto: era testimone dell’obbedienza del Verbo fatto carne, e questo lo fa lo Spirito Santo. Era pieno»; al contrario, «un cuore chiuso, un cuore testardo, un cuore pagano non lascia entrare lo Spirito e si sente sufficiente in se stesso».

Papa Bergoglio sottolinea che i due discepoli di Emmaus «siamo noi, con tanti dubbi, tanti peccati», che spesso «vogliamo allontanarci dalla Croce, dalle prove», ma poi «facciamo spazio per sentire Gesù che ci riscalda il cuore». All’altro gruppo, a coloro che sono «chiusi nella rigidità della legge», Cristo parla tanto, pronunciando loro parole «più brutte» di quelle dette da Stefano.

Francesco esorta a guardare la «tenerezza di Gesù: il testimone dell’obbedienza, il Grande Testimone, Gesù, che ha dato la vita, ci fa vedere la tenerezza di Dio in confronto a noi, ai nostri peccati, alle nostre debolezze. Entriamo – è l’appello papale – in questo dialogo e chiediamo la grazia che il Signore ammorbidisca un po’ il cuore di questi rigidi, di quella gente che è chiusa sempre nella Legge e condanna tutto quello che è fuori da quella Legge. Non sanno che il Verbo è venuto in carne, che il Verbo è testimone di obbedienza. Non sanno - conclude - che la tenerezza di Dio è capace di spostare un cuore di pietra e mettere al suo posto un cuore di carne».

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Il Papa ai salesiani: “Attenti a chi entra in seminario perché incapace di cavarsela nel mondo”

Posté par atempodiblog le 2 mai 2017

Il Papa ai salesiani: “Attenti a chi entra in seminario perché incapace di cavarsela nel mondo”
Francesco riceve un gruppo di novizi e prenovizi a Santa Marta. L’incontro rivelato da una diretta live su Facebook. Nel colloquio, tutto a braccio, di 50 minuti, viene ricordato padre Tom Uzhunnalil rapito in Yemen. «In periferia, i superiori ci mandino i migliori»
di Salvatore Cernuzio – Vatican Insider

Il Papa ai salesiani: “Attenti a chi entra in seminario perché incapace di cavarsela nel mondo” dans Fede, morale e teologia Papa_e_gruppo_di_novizi_e_prenovizi

«Attenti all’ipocrisia nella Chiesa: è una peste!». E attenti pure a tutti quei giovani che «vogliono entrare in seminario perché sentono che sono incapaci di cavarsela da soli nel mondo». Se sono particolarmente «diplomatici» o «bugiardi» meglio invitarli a tornare sui loro passi. «I migliori», invece, «i superiori li mandino in periferia». Quello è il loro posto.

Sono alcuni flash del lungo colloquio di oggi di Papa Francesco con un gruppo di novizi e prenovizi salesiani, incontrati privatamente nella Casa Santa Marta intorno alle 12. L’incontro non figurava nell’agenda del Pontefice, ma è stato rivelato sul social network Facebook con una “diretta live” da uno degli ospiti presenti nella domus vaticana.

Il gruppo era nutrito: i novizi provenivano, oltre che dall’Italia, anche da Albania, Croazia, Malta. E c’era anche un “dono” dalla Siria: Michel, novizio che, in ginocchio, ha ricevuto dal Pontefice la benedizione per «l’amata e martoriata Siria». A presentarli tutti è stato don Guido Enrico, incaricato della formazione in Italia, che ha ringraziato il Papa per aver accettato la proposta di questo incontro che «si lega idealmente» alla visita che Francesco fece ai salesiani a Valdocco, nella Basilica di Santa Maria Ausiliatrice, durante la tappa a Torino del 2015. In dono, don Guido ha consegnato al Vescovo di Roma una medaglia fatta coniare nel 1885 dal primo successore di don Bosco.

«Grazie di essere venuti. Quando ho visto questa richiesta ho detto: “I salesiani? Fateli venire!”», ha esordito il Papa prima di avviare il dialogo tutto a braccio, durato circa 50 minuti e scandito da alcune domande dei presenti. «Non so cosa dirvi, meglio che facciate domande per non dire qualche stupidaggine», scherza Francesco. Che rammenta la sua giovinezza e la scuola elementare in un Collegio di salesiani «dove ho imparato l’amore alla Madonna», poi gli studi di chimica all’università «che la mamma voleva che finissi» ma che invece ha interrotto inseguendo la vocazione sacerdotale: «Papà, invece, era più contento». A proposito di famiglia, Bergoglio non dimentica i parenti piemontesi: «Siamo molto legati. Loro sono venuti in Argentina noi siamo andati a trovarli. Quando venivo per i Sinodi o le riunioni in Vaticano facevo un salto per andarli a trovare e visitavo le due basiliche», racconta.

Risponde quindi alle domande. Ad esempio quella del siciliano don Marcello che chiede alcuni suggerimenti per il «delicato compito di accompagnare i giovani nel discernimento vocazionale». Il Papa risponde diretto: «I criteri siano normali. State attenti a quei giovani con faccia di immaginetta - dice - A quelli io non chiedo neppure il Padre Nostro. Gioiosi, sportivi, normali. Che sappiano lavorare, se studiano che sappiano studiare, che prendano le loro responsabilità».

Ciò che è importante è «accompagnare» questi giovani, perché «nel cammino ci sono tante sorprese di Dio o che non sono di Dio. Bisogna stare attenti e aiutarli a guardare in faccia queste sorprese. Se sono difficoltà, guardarle in faccia. E aiutarli ad allontanare ogni forma di ipocrisia. Questa è una peste: l’ipocrisia nella Chiesa, l’ipocrisia del dico una cosa e ne faccio un’altra… L’ipocrisia della mediocrità, di quelli che vogliono entrare in seminario perché sentono che sono incapaci di cavarsela da soli nel mondo». «Se tu trovi uno che è un po’ troppo diplomatico stai attento. Se trovi uno che è un bugiardo, invitalo a tornare a casa». Attenti anche «a come pregano», raccomanda il Pontefice: non servono preghiere lunghe e artificiose, ma una preghiera «semplice», come «quella che hai imparato a casa tua, alla prima comunione», «una preghiera normale, ma fiduciosa». «“Ma padre, sono arrabbiato con Dio”. Anche quella è una preghiera», esclama il Papa.

Con Luigi da Salerno («I salernitani sono i più gioiosi d’Italia, lo sai?»), Francesco ricorda il periodo del noviziato: «Era un’altra epoca: prima del Concilio… rigido… si usava la disciplina, con tante tracce pelagiane. Era una cosa che per quel tempo andava bene, oggi non va. Anche se ci sono piccoli gruppi che vorrebbero tornare a quello. Se li avessi invitati oggi sarebbero venuti con la talare, magari anche col saturno», scherza il Papa tra le risate dei suoi ospiti. Ai quali dice, tra le altre cose, che le situazioni difficili vanno affrontate «coi pantaloni», cioè «da uomini, come tuo papà, come tuo nonno».

A Giorgio, da Torino, che chiede una «parola sulla santità», spiega invece: «Molto semplice la santità: “Cammina nella mia presenza e sii irreprensibile”. Punto. Questa è la migliore definizione. Sai chi l’ha fatta? Dio ad Abramo. Aggiornando un po’ la cosa, credo che anche oggi si può essere santi. Ci sono tanti nella Chiesa, tanti. Gente eroica, genitori, nonni, giovani. I santi nascosti, come quelli che appartengono alla “classe media della santità”, che non si vede ma ci sono».

Con Andrea, della ispettoria sicula, il Papa torna a parlare di giovani. Il novizio domandava «cosa portare» ai ragazzi e alle ragazze di oggi e come incoraggiarli, specie quelli che abitano nelle «periferie». «Quando parlo di periferie parlo di tutte le periferie, anche delle periferie del pensiero», spiega il Papa. «Parlare con i non credenti, agnostici, quella è una periferia, eh! Poi ci sono le periferie “sociali”, dei poveri…». L’invito, comunque, è sempre il medesimo: «Andare lì», esorta Francesco.

E rivolge una parola ai Superiori: «Scegliete bene chi inviare nelle periferie, soprattutto quelle più pericolose. I migliori devono andare lì! “Ma questo può studiare, fare un dottorato…”. No, manda questo. “Lì c’è la mafia”. Manda lui. Nelle periferie bisogna mandare i migliori», rimarca il Pontefice.

Riguardo ai giovani sollecita invece ad «organizzare attività» concrete che non si limitino al «mondo virtuale» e ad «insegnargli ad aiutare gli altri, i valori umani dell’amicizia, della famiglia, del rispetto per i nonni». In particolare «il rispetto per i nonni» che, confida Francesco, «è una cosa che ho tanto nel cuore». «Credo – prosegue – che siamo nel momento in cui la storia ci chiede di più che i giovani parlino con i nonni. È un ponte… Siamo in una cultura dello scarto e i nonni sono scartati. Oggi tutto quello che non serve viene scartato, si vive nella cultura dell’“usa e getta”, no?». E non solo gli anziani, ma anche «tanti giovani sono scartati», rimarca Papa Francesco, ricordando come in Italia – giusto per fare un clamoroso esempio – il 40% di ragazzi e ragazze non hanno lavoro.

«I giovani, però, hanno tanta forza» che non sanno dove incanalare. Essa si controbilancia con la «saggezza» dei loro nonni. Per questo è necessario creare questo «ponte», insiste il Papa. Ed elenca tra le virtù necessarie pure quella della «creatività» che, afferma, è «una grazia da chiedere allo Spirito Santo» per «dire la parola giusta al momento giusto». Poi ai giovani, aggiunge il Pontefice rispondendo sempre al novizio, «bisogna anche lasciarli con un po’ di fame perché dopo tornino a fare un’altra domanda».

A conclusione dell’incontro, don Guido Enrico ha ricordato i diversi «fronti» in cui la Congregazione salesiana «viene sfidata, provata». Non solo in Siria, dove i seguaci di don Bosco operano attivamente, ma anche in altre zone piagate da guerra e terrorismo. Lo Yemen, ad esempio, dove lo scorso anno è stato rapito padre Tom Uzhunnalil, durante il brutale assassinio di quattro Missionarie della Carità. Il religioso indiano aveva celebrato la messa con le suore e dopo è stato sequestrato. Da allora non si hanno più sue notizie, salvo qualche video comparso sul web: «Non sappiamo se sia vivo o morto», dice Enrico al Papa. Che risponde assicurando la sua preghiera e ricordando che «oggi nella chiesa ci sono più martiri che nei secoli scorsi».

L’incontro si è concluso con il canto del Regina Coeli e una preghiera alla Vergine, insieme alla consueta richiesta: «Non dimenticate di pregare per me».

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Sacerdote sotterraneo: Il rinnovamento della Pasqua, con due giorni interi di confessioni

Posté par atempodiblog le 21 avril 2017

Sacerdote sotterraneo: Il rinnovamento della Pasqua, con due giorni interi di confessioni
Seguendo il Messaggio di Papa Francesco per la Quaresima, i sacerdoti hanno proposto catechesi, ritiri, adorazione eucaristica, Via Crucis, opere di carità. Il rinnovamento per sé, la famiglia, la parrocchia, la società.
di AsiaNews

Sacerdote sotterraneo: Il rinnovamento della Pasqua, con due giorni interi di confessioni dans Fede, morale e teologia Fedeli

Due giorni interi, dalla mattina alla sera tardi, per confessare centinaia di fedeli. Nella diocesi del sacerdote che scrive ad AsiaNews – che non citiamo per questioni di sicurezza – almeno il 95% dei fedeli si è accostata al sacramento della riconciliazione. Questo è il primo passo per il rinnovamento di sè, delle proprie famiglie, della Chiesa e della società. La testimonianza del cammino quaresimale e pasquale da parte di un sacerdote sotterraneo.

La Quaresima è un nuovo inizio, ma il suo scopo specifico è un cammino che porta a Pasqua, a Cristo che ha sconfitto la morte. Noi siamo chiamati alla conversione e alla penitenza.

Dio chiede ai cristiani di andare da Lui con tutto il cuore (Gioele 2,12), rifiutare la mediocrità, promuovere l’amicizia con il Signore. Questi sono alcuni passaggi del Messaggio che Papa Francesco ci ha inviato in occiasione di questa Quaresima 2017.

Le parole del Papa ci ispirano nel vivere la penitenza e la conversione e a partecipare al mistero della Pasqua.

Noi viviamo il rinnovamento delle famiglie e delle parrocchie della nostra diocesi attraverso una serie di attività pastorali proposte durante la Quaresima fino a Pasqua. Tempo fa, ho aiutato a celebrare il sacramento della riconciliazione in due parrocchie, insieme al parroco. Almeno il 95% dei fedeli hanno ricevuto il sacramento per riconciliarsi con se stessi, con gli altri e con Dio. Per una giornata intera, per otto ore, ho ascoltato confessioni insieme a un altro sacerdote. Ma non avendo finito, dato che vi erano molti fedeli in attesa, abbiamo continuato a confessare anche per il giorno successivo.

Durante questo periodo, alcuni sacerdoti hanno offerto speciali lezioni di catechesi, predicato ritiri annuali, proposto adorazione dell’eucarestia anche nella notte, la Via Crucis. In alcune parrocchie vi era una “scatola della carità”, dove si fa un’offerta e si inserisce anche un’intenzione di preghiera al Padre e a Gesù sulla croce.

Durante la Settimana santa vi è stata la preparazione alla Pasqua da parte del parroco, del gruppo dei leader della comunità, da parte del coro.

Ogni anno i sacerdoti lavorano sodo durante la Settimana Santa e nel giorno di Pasqua. Ma è un lavoro che si fa con gioia perché si sperimenta il rinnovamento di sè, quello delle famiglie, delle parrocchie e della società, grazie anche a molte opera di carità.

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“L’evangelizzazione non può essere presuntuosa”

Posté par atempodiblog le 13 avril 2017

“L’evangelizzazione non può essere presuntuosa”
Il Papa invita a fare omelie brevi e afferma: nessuno separi «queste tre grazie del Vangelo: la sua verità non negoziabile, la sua misericordia incondizionata, e la sua gioia inclusiva»
di Andrea Tornielli – Vatican Insider

“L’evangelizzazione non può essere presuntuosa” dans Andrea Tornielli Papa_Francesco

«Che nessuno cerchi di separare queste tre grazie del Vangelo: la sua verità non negoziabile, la sua misericordia incondizionata con tutti i peccatori, e la sua gioia intima e inclusiva». Papa Francesco celebra la messa crismale del Giovedì Santo in San Pietro, durante la quale viene benedetto l’olio che sarà usato per amministrare i sacramenti lungo l’anno, e spiega che «Non può essere presuntuosa l’evangelizzazione. Non può essere rigida l’integrità della verità». Con il Vescovo di Roma concelebrano i preti della diocesi, che rinnovano le promesse fatte al momento dell’ordinazione.

Nell’omelia, il Papa ha insistito sul «lieto annuncio ai poveri» che Gesù ha portato. «Gioioso della gioia evangelica: di chi è stato unto nei suoi peccati con l’olio del perdono e unto nel suo carisma con l’olio della missione, per ungere gli altri.

E, al pari di Gesù, il sacerdote rende gioioso l’annuncio con tutta la sua persona. Quando predica l’omelia – breve, se possibile – lo fa con la gioia che tocca il cuore della sua gente mediante la Parola con cui il Signore ha toccato lui nella sua preghiera».

«Come ogni discepolo missionario, il sacerdote rende gioioso l’annuncio con tutto il suo essere. E, d’altra parte, sono proprio i particolari più piccoli – tutti lo abbiamo sperimentato – quelli che meglio contengono e comunicano la gioia: il particolare di chi fa un piccolo passo in più e fa sì che la misericordia trabocchi nelle terre di nessuno; il particolare di chi si decide a concretizzare e fissa giorno e ora dell’incontro; il particolare di chi lascia, con mite disponibilità, che usino il suo tempo…».

Il lieto annuncio, sottolinea Francesco, «non è un oggetto, è una missione». E in una sola parola, Vangelo, nell’atto di essere comunicato «diventa gioiosa e misericordiosa verità. Che nessuno cerchi di separare queste tre grazie del Vangelo: la sua Verità – non negoziabile –, la sua Misericordia – incondizionata con tutti i peccatori – e la sua Gioia – intima e inclusiva».

Bergoglio sottolinea che «mai la verità del lieto Annuncio potrà essere solo una verità astratta, di quelle che non si incarnano pienamente nella vita delle persone perché si sentono più comode nella lettera stampata dei libri. Mai la misericordia del lieto Annuncio potrà essere una falsa commiserazione, che lascia il peccatore nella sua miseria perché non gli dà la mano per alzarsi in piedi e non lo accompagna a fare un passo avanti nel suo impegno. Mai potrà essere triste o neutro l’Annuncio, perché è espressione di una gioia interamente personale. La gioia di un Padre che non vuole che si perda nessuno dei suoi piccoli, la gioia di Gesù nel vedere che i poveri sono evangelizzati e che i piccoli vanno ad evangelizzare».

Francesco ha quindi detto che «le gioie del Vangelo» sono «speciali» e «vanno messe in otri nuovi». Ha quindi presentato tre icone di otri nuovi. La prima è quella delle anfore di pietra delle nozze di Cana. «Maria è l’otre nuovo della pienezza contagiosa. Lei è la Madonna della prontezza», e «senza la Madonna non possiamo andare avanti nel sacerdozio!». Lei «ci permette di superare la tentazione della paura: quel non avere il coraggio di farsi riempire fino all’orlo, quella pusillanimità di non andare a contagiare di gioia gli altri».

La seconda icona del lieto Annuncio è la brocca che portava sulla testa la Samaritana al pozzo, il mezzo con cui la donna attinge l’acqua per dissetare Gesù. «Un otre nuovo con questa concretezza inclusiva il Signore ce l’ha regalato nell’anima “samaritana” che è stata Madre Teresa di Calcutta. Lui la chiamò e le disse: ho sete. “Piccola mia, vieni, portami nei buchi dei poveri. Vieni, sii mia luce. Non posso andare da solo. Non mi conoscono, per questo non mi vogliono. Portami da loro”. E lei, cominciando da uno concreto, con il suo sorriso e il suo modo di toccare con le mani le ferite, ha portato il lieto Annuncio a tutti». Le «carezze sacerdotali ai malati ai disperati del sacerdote uomo della tenerezza».

Infine, la terza icona del lieto Annuncio è «l’otre immenso del Cuore trafitto del Signore: integrità mite, umile e povera, che attira tutti a sé. Da Lui dobbiamo imparare che annunciare una grande gioia a coloro che sono molto poveri non si può fare se non in modo rispettoso e umile fino all’umiliazione».

Per questo Francesco ha spiegato che «non può essere presuntuosa l’evangelizzazione. Non può essere rigida l’integrità della verità. Perché la verità si è fatta carne, tenerezza, si è fatta bambino, si è fatta uomo, si è fatta peccato in croce. Lo Spirito annuncia e insegna tutta la verità e non teme di farla bere a sorsi. Lo Spirito ci dice in ogni momento quello che dobbiamo dire ai nostri avversari e illumina il piccolo passo avanti che in quel momento possiamo fare. Questa mite integrità dà gioia ai poveri, rianima i peccatori, fa respirare coloro che sono oppressi dal demonio».

Publié dans Andrea Tornielli, Articoli di Giornali e News, Commenti al Vangelo, Fede, morale e teologia, Misericordia, Papa Francesco I, Predicazione, Sacramento dell’Ordine | Pas de Commentaire »

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