Rwanda: dal genocidio ad una speranza per l’Africa

Posté par atempodiblog le 7 avril 2018

Rwanda: dal genocidio ad una speranza per l’Africa
Intervista con Françoise Kankindi, presidente della onlus Bene-Rwanda. Il racconto della barbara uccisione di almeno 800 mila persone, perlopiù tutsi, per mano degli estremisti hutu e la storia della rinascita di un Paese
di Giada Aquilino – Vatican News

Rwanda: dal genocidio ad una speranza per l’Africa dans Articoli di Giornali e News Rwanda
Un’immagine in ricordo delle vittime del genocidio in Rwanda

Il “perdono delle offese” e la “riconciliazione autentica”. E’ l’auspicio che esprimeva Papa Francesco nell’aprile 2014, ricevendo i presuli della Conferenza episcopale del Rwanda, ricordando che vent’anni prima era cominciato il terribile genocidio nel Paese africano. Secondo l’Onu, almeno 800 mila persone, principalmente della comunità tutsi, vennero barbaramente uccise. Con l’abbattimento dell’aereo su cui viaggiava l’allora Presidente hutu Juvénal Habyarimana, il 6 aprile 1994, il massacro perpetrato da milizie hutu, estremisti e gruppi armati si prolungò dal 7 aprile fino alla metà di luglio.

Mancanze della Chiesa hanno “deturpato” il suo volto
L’anno scorso, incontrando in Vaticano Paul Kagame, attuale capo di Stato rwandese, il Pontefice ha rinnovato “l’implorazione di perdono a Dio per i peccati e le mancanze della Chiesa e dei suoi membri” negli anni Novanta, mancanze che “hanno deturpato il volto della Chiesa”. Oggi, 24 anni dopo, “dal genocidio che rase al suolo il nostro Paese è rinato – con molte difficoltà – un Rwanda nuovo, ma ogni 7 aprile riemerge tutto l’orrore che abbiamo vissuto nel 1994. È difficile cancellare quegli eventi dai nostri cuori”, racconta Françoise Kankindi, nata da genitori rwandesi, rifugiati in Burundi, trasferitasi a studiare in Italia nel ’92. È la presidente della onlus Bene-Rwanda.

Nessuna traccia dei parenti
Nei tre mesi del genocidio, 100 giorni, è stato calcolato un omicidio ogni dieci secondi: “i vicini hanno massacrato gli altri vicini, uno sterminio scientifico di una parte della popolazione – i tutsi – sotto gli occhi della comunità internazionale”, aggiunge Françoise. “Avevo la famiglia di mio padre e di mia madre a Butare. Provo una tristezza profonda – dice commossa – perché i corpi dei miei zii sono ancora in qualche latrina sulle colline del Rwanda. Ce li portiamo nella coscienza. Mia madre è ritornata in Rwanda nel 1995, perché eravamo profughi in Burundi: non ha trovato più nessuno su quella collina”.

I tribunali ‘Gacaca’
“Contrariamente a quanto è avvenuto per la Shoa – spiega la presidente della onlus – il genocidio dei tutsi in Rwanda è stato diverso. Il giorno dopo, i carnefici erano presenti davanti agli occhi dei pochi sopravvissuti, con i machete con i quali avevano ucciso tutte le famiglie. Quindi, dal giorno dopo, i tutsi in Rwanda hanno dovuto sopravvivere e convivere con gli assassini delle loro famiglie. Il Paese ha dovuto prendere atto di quanto accaduto e i rwandesi hanno scelto di costruire insieme. Per cui si è insistito molto su una Commissione di riconciliazione nazionale, ci sono stati i ‘Gacaca’, i tribunali che hanno fatto incontrare le persone sui prati. Sulla copertina del libro che ho scritto con Daniele Scaglione: ‘Rwanda, la cattiva memoria’, c’è una seduta di questi tribunali. Da lì, i rwandesi si sono confrontati: coloro che hanno ammazzato, hanno chiesto perdono alle famiglie tutsi sopravvissute. Da questo gesto il Rwanda si è potuto ricostruire”.

Dal sangue sui muri alla rinascita
Si è trattato di una ricostruzione di tutto il tessuto sociale. “Andai a Kigali nel 1995, l’anno dopo il genocidio. I miei – aggiunge Françoise Kankindi – abitavano in una casa: i muri erano pieni di sangue dei vicini che ci avevano vissuto. Ricordo la scena terribile, mi sono sentita così persa: ho toccato con la mia mano la ferocia che ancora si vedeva nella strade. Sono tornata due anni dopo. E poi ogni estate e ogni volta constatavo questa rinascita, questa voglia di riscatto, di buttarsi alle spalle la bruttura del genocidio. Oggi il Rwanda è veramente un Paese che dà speranza a tutta l’Africa”.

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Papa Francesco: Il Lunedì dell’Angelo e la fraternità

Posté par atempodiblog le 3 avril 2018

Papa Francesco: Il Lunedì dell’Angelo e la fraternità
Al Regina Caeli, papa Francesco spiega che “per comunicare una realtà così sconvolgente” come la resurrezione di Gesù, occorreva “un’intelligenza superiore a quella umana”. “Gesù ha abbattuto il muro di divisione tra gli uomini e ha ristabilito la pace, cominciando a tessere la rete di una nuova fraternità”. Ripetere spesso: “Davvero il Signore è risorto!”. La Giornata mondiale della consapevolezza sull’autismo.
della Redazione di AsiaNews

Papa Francesco: Il Lunedì dell’Angelo e la fraternità dans Commenti al Vangelo Santo_Padre_Francesco

Per pronunciare “per la prima volta… le parole: ‘È risorto’… non era sufficiente una parola umana”. Per questo il primo annuncio della risurrezione è stato affidato a un angelo. Prima della recita del Regina Caeli con i pellegrini radunati in piazza san Pietro, papa Francesco ha spiegato così la tradizione di definire il lunedì dopo Pasqua come “Lunedì dell’Angelo”. Subito dopo egli si è soffermato sulla “fraternità”, come uno dei frutti più preziosi della resurrezione di Cristo.

“Gli evangelisti – ha detto Francesco – ci riferiscono che questo primo annuncio [del Risorto] fu dato dagli angeli, cioè messaggeri di Dio. Vi è un significato in questa presenza angelica: come ad annunciare l’Incarnazione del Verbo era stato un angelo, Gabriele, così anche ad annunciare per la prima volta la Risurrezione non era sufficiente una parola umana. Ci voleva un essere superiore per comunicare una realtà così sconvolgente, talmente incredibile, che forse nessun uomo avrebbe osato pronunciarla. Dopo questo primo annuncio, la comunità dei discepoli comincia a ripetere: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone» (Lc 24,34), ma il primo annuncio richiedeva un’intelligenza superiore a quella umana”.

“Quello di oggi – ha continuato – è un giorno di festa e di convivialità vissuto di solito con la famiglia. Dopo aver celebrato la Pasqua si avverte il bisogno di riunirsi ancora con i propri cari e con gli amici per fare festa. Perché la fraternità è il frutto della Pasqua di Cristo che, con la sua morte e risurrezione, ha sconfitto il peccato che separava l’uomo da Dio, l’uomo da sé stesso, l’uomo dai suoi fratelli. Gesù ha abbattuto il muro di divisione tra gli uomini e ha ristabilito la pace, cominciando a tessere la rete di una nuova fraternità. È tanto importante in questo nostro tempo riscoprire la fraternità, così come era vissuta nelle prime comunità cristiane. Non ci può essere una vera comunione e un impegno per il bene comune e la giustizia sociale senza la fraternità e la condivisione. Senza condivisione fraterna non si può realizzare un’autentica comunità ecclesiale o civile: esiste solo un insieme di individui mossi dai propri interessi.

La Pasqua di Cristo ha fatto esplodere nel mondo la novità del dialogo e della relazione, novità che per i cristiani è diventata una responsabilità. Infatti Gesù ha detto: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35). Ecco perché non possiamo rinchiuderci nel nostro privato, nel nostro gruppo, ma siamo chiamati a occuparci del bene comune, a prenderci cura dei fratelli, specialmente quelli più deboli ed emarginati. Solo la fraternità può garantire una pace duratura, può sconfiggere le povertà, può spegnere le tensioni e le guerre, può estirpare la corruzione e la criminalità”.

Il pontefice ha spesso interrotto il suo discorso per invitare la folla a ripetere la frase: “Davvero il Signore è risorto!”.

Dopo la preghiera mariana del tempo pasquale, il pontefice ha chiesto a tutti i presenti di cogliere “ogni buona occasione per essere testimoni della pace del Signore risorto specialmente nei riguardi delle persone più fragili e svantaggiate”. “A questo proposito – ha aggiunto – desidero assicurare una speciale preghiera per la Giornata mondiale della consapevolezza sull’autismo, che si celebra oggi”.

Il papa ha poi invocato “il dono della pace per tutto il mondo, specialmente per le popolazioni che più soffrono a causa dei conflitti in atto” e ha rivolto un appello “affinché le persone sequestrate o ingiustamente private della libertà siano rilasciate e possano tornare alle loro case”.

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Il Vaticano: Eugenio Scalfari si è inventato l’intervista con il Papa

Posté par atempodiblog le 29 mars 2018

Il Vaticano: Eugenio Scalfari si è inventato l’intervista con il Papa
Per la Sala stampa “quanto riferito dall’autore nell’articolo odierno è frutto della sua ricostruzione”. Secondo il fondatore di Repubblica, Bergoglio avrebbe negato l’esistenza dell’Inferno e teorizzato la “scomparsa delle anime non pentite”
di Matteo Matzuzzi – Il Foglio
Tratto da: Radio Maria

Il Vaticano: Eugenio Scalfari si è inventato l'intervista con il Papa dans Articoli di Giornali e News Papa_Francesco

Eugenio Scalfari si è inventato l’intervista con il Papa. Almeno così fa sapere la Sala Stampa vaticana, che con un comunicato diffuso poco dopo le 15 ha smentito il contenuto di quanto riportato questa mattina su Repubblica. Il fondatore, 94 anni tra pochi giorni, aveva attribuito a Francesco frasi che – a quanto par di capire – il Papa mai ha pronunciato. Qualche esempio: “Le anime cattive non vengono punite, quelle che si pentono ottengono il perdono di Dio e vanno tra le fila delle anime che lo contemplano, ma quelle che non si pentono e non possono quindi essere perdonate scompaiono. Non esiste un inferno, esiste la scomparsa delle anime peccatrici”. E ancora, secondo la ricostruzione di Scalfari, Bergoglio avrebbe spiegato che “il Creatore, cioè il Dio nell’alto dei cieli, ha creato l’universo intero e soprattutto l’energia che è lo strumento con il quale il nostro Signore ha creato la terra, le montagne, il mare, le stelle, le galassie e le nature viventi e perfino le particelle e gli atomi e le diverse specie che la natura divina ha messo in vita. Ciascuna specie dura migliaia o forse miliardi di anni, ma poi scompare. L’energia ha fatto esplodere l’universo che di tanto in tanto si modifica”.

Secondo quanto recita il comunicato della Sala stampa, “il Santo Padre Francesco ha ricevuto recentemente il fondatore del quotidiano La Repubblica in un incontro privato in occasione della Pasqua, senza però rilasciargli alcuna intervista. Quanto riferito dall’autore nell’articolo odierno è frutto della sua ricostruzione, in cui non vengono citate le parole testuali pronunciate dal Papa. Nessun virgolettato del succitato articolo deve essere considerato quindi come una fedele trascrizione delle parole del Santo Padre”.

Non è la prima volta che Eugenio Scalfari viene smentito dal Vaticano. Già nel 2014 fu necessario l’intervento dell’allora direttore padre Federico Lombardi per chiarire che quanto scritto dal fondatore di Repubblica non corrispondeva alle esatte parole papali: “Come già in precedenza in una circostanza analoga, bisogna far notare che ciò che Scalfari attribuisce al Papa, riferendo fra virgolette le sue parole, è frutto della sua memoria di esperto giornalista, ma non di trascrizione precisa di una registrazione e tantomeno di revisione da parte dell’interessato, a cui le affermazioni vengono attribuite. Non si può e non si deve quindi parlare in alcun modo di un’intervista nel senso abituale del termine, come se si riportasse una serie di domande e di risposte che rispecchiano con fedeltà e certezza il pensiero preciso dell’interlocutore”.

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La benedizione delle famiglie. Se il Signore «bussa» alla porta di casa

Posté par atempodiblog le 27 mars 2018

La benedizione delle famiglie. Se il Signore «bussa» alla porta di casa
La benedizione pasquale delle famiglie resta ancora oggi un “rito” che da Nord a Sud dell’Italia unisce le parrocchie nel tempo di Quaresima
di Giacomo Gambassi – Avvenire

La benedizione delle famiglie. Se il Signore «bussa» alla porta di casa dans Benedizione delle famiglie Benedizione_famiglie

È una tradizione già contemplata dal Concilio di Trento. Ma al tempo stesso può essere considerata un prezioso momento per declinare nel quotidiano l’impegno a essere Chiesa “in uscita”, secondo l’intuizione di papa Francesco. La benedizione pasquale delle famiglie resta ancora oggi un “rito” che da Nord a Sud dell’Italia unisce le parrocchie nel tempo di Quaresima. Come vuole una prassi consolidata dai secoli, i sacerdoti programmano fin da dopo le festività natalizie le “benedizioni”, come vengono popolarmente chiamate, che catalizzeranno gran parte delle loro già fitte agende. Del resto, «uno dei compiti principali della loro azione pastorale» è la «cura di visitare le famiglie per recare l’annuncio di pace di Cristo», spiega il Benedizionale, ossia il libro che contiene le formule di benedizione per le diverse circostanze. E così nelle settimane che portano alla Pasqua il prete passa di casa in casa.

«E tutto ciò va visto come una vera e propria occasione di evangelizzazione delle famiglie accompagnata dalla preghiera», spiega don Gianni Cavagnoli, parroco di Cremona ma anche docente di liturgia all’Istituto “Santa Giustina” di Padova e direttore della Rivista Liturgica. Che subito aggiunge: «Se leggiamo questo capitolo ecclesiale alla luce dell’attuale magistero pontificio, possiamo dire che è espressione di una comunità ecclesiale estroversa che sa andare verso la gente e ha un rinnovato slancio missionario». Guai, però, a parlare di benedizione delle case. «Non è certamente un gesto scaramantico – tiene a precisare il sacerdote –. Ecco perché al centro ci deve essere sempre la persona e l’abitazione va intesa come luogo in cui la famiglia si riunisce. Non per nulla oggi nelle visite il prete raccoglie le confidenze del popolo di Dio che gli è stato affidato e tocca con mano anche le sue povertà: da quelle sociali, come la mancanza di lavoro, a quelle umane, che possono comprendere le crisi dei matrimoni o le incomprensioni nei rapporti con i figli. E, attraverso l’abbraccio che si realizza con questa pratica antica, il pastore se ne fa carico». Altrettanto da evitare è ogni accenno “economico”.

«Se papa Francesco ha ribadito con forza che la Messa non si paga – afferma don Cavagnoli –, è quanto mai necessario cancellare ogni ombra di lucro dalle benedizioni pasquali». Eppure non mancano le difficoltà. «Per due ragioni essenzialmente – sottolinea il liturgista –. La prima è legata al numero di sacerdoti che si sta riducendo. Allora la benedizione pasquale rischia di trasformarsi in una sorta di maratona del parroco, segnata dalla fretta. Inoltre succede che una famiglia possa ricevere la benedizione ogni due o tre anni, come testimoniano i casi di grandi parrocchie di città. In secondo luogo è cambiato il contesto sociale. Si fa fatica a trovare in casa una famiglia al mattino o al pomeriggio. Sicuramente qualcuno non vuole aprire la porta in modo intenzionale, ma in molti casi la porta resta chiusa perché i coniugi o i figli non ci sono a quel determinato orario. Abbiamo famiglie che chiedono un nuovo appuntamento, ma gli intensi ritmi di lavoro che accomunano comunità cittadine e rurali sono una variante ormai imprescindibile».

Il “rito” affonda le sue radici nelle parole di Gesù che si trovano nel Vangelo di Luca: “In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa”. «La shalombiblica è il complesso di ogni bene. A livello fisico si tratta della salute, del lavoro, del cibo. Dal punto di vista spirituale rimanda all’armonia. Perciò dire pace significa augurare l’unità in una società marcata dalle divisioni e dai contrasti». Poi c’è l’aspersione con l’acqua. «È il richiamo al Battesimo. L’acqua esprime sia il fatto che come famiglia siamo inseriti in Cristo, sia il bisogno di purificazione, cioè di perdono. E il perdono è una dimensione quanto mai importante e da riscoprire anche fra le mura domestiche ». La benedizione delle famiglie avviene per lo più in Quaresima. «Perché viene portato l’annuncio di Pasqua – chiarisce il liturgista –. È come se Cristo Risorto venisse in mezzo a noi, nelle nostre abitazioni, attraverso la persona del sacerdote». Ma può essere un laico a compiere questa prassi? «Certamente, purché lo faccia a nome della comunità. Anzi, è bene che nelle famiglie ci siano anche altre occasioni di benedizione comune come può essere prima di un pasto. E i sussidi per proporle non mancano».

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Per approfondire 2e2mot5 dans Diego Manetti  “In punta di piedi”, con discrezione e rispetto

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Benedetto XVI: “Francesco privo di particolare formazione teologica? Uno stolto pregiudizioˮ

Posté par atempodiblog le 13 mars 2018

Benedetto XVI: “Francesco privo di particolare formazione teologica? Uno stolto pregiudizioˮ
Lettera del Papa emerito per la presentazione della collana LEV sulla teologia del successore: Bergoglio «è un uomo di profonda formazione filosofica e teologica», c’è «continuità interiore tra i due pontificati»
di Andrea Tornielli – Vatican Insider

Benedetto XVI: “Francesco privo di particolare formazione teologica? Uno stolto pregiudizioˮ dans Andrea Tornielli Lettera_del_Papa_emerito_Benedetto_XVI
La lettera del Papa emerito Benedetto XVI per la presentazione della collana LEV sulla teologia del successore Francesco

Uno «stolto pregiudizio». Con queste parole decise Benedetto XVI dal suo eremo in Vaticano bolla l’affermazione secondo la quale il suo successore non avrebbe statura teologica mentre lui, Papa teologo, sarebbe stato soltanto un teorico senza comprendere la vita del cristiano di oggi. Le affermazioni del Papa emerito, che sottolinea anche la «continuità interiore» dei due pontificati, sono contenute in una lettera inviata al Prefetto della Segreteria per la comunicazione Dario Edoardo Viganò, che ne ha letto alcuni passaggi durante la presentazione della collana “La Teologia di Papa Francesco”, edita dalla Libreria Editrice Vaticana (LEV), avvenuta la sera di lunedì 12 marzo presso la Sala Marconi di Palazzo Pio.

«Plaudo a questa iniziativa – scrive Benedetto XVI – che vuole opporsi e reagire allo stolto pregiudizio per cui Papa Francesco sarebbe solo un uomo pratico privo di particolare formazione teologica o filosofica, mentre io sarei stato unicamente un teorico della teologia che poco avrebbe capito della vita concreta di un cristiano oggi».

Ratzinger ringrazia di aver ricevuto in dono gli undici libri scritti da altrettanti teologi di fama internazionale che compongono la collana curata da don Roberto Repole, Presidente dell’Associazione Teologica Italiana. «I piccoli volumi – aggiunge Benedetto XVI - mostrano a ragione che Papa Francesco è un uomo di profonda formazione filosofica e teologica e aiutano perciò a vedere la continuità interiore tra i due pontificati, pur con tutte le differenze di stile e di temperamento».

Non è la prima volta che il Papa emerito fa sentire la sua voce manifestando sintonia con il successore, anche se mai l’aveva fatto con questa forza. Nell’ottobre 2015 si tenne a Roma un convegno teologico sulla dottrina della giustificazione.

In quell’occasione venne letto dall’arcivescovo Georg Gänswein il testo di un’intervista con Ratzinger realizzata dal teologo gesuita Jacques Servais su «cosa è la fede e come si arriva a credere», nella quale Papa Benedetto citava Francesco parlando diffusamente della misericordia: «L’uomo di oggi ha in modo del tutto generale la sensazione che Dio non possa lasciar andare in perdizione la maggior parte dell’ umanità. In questo senso la preoccupazione per la salvezza tipica di un tempo è per lo più scomparsa. Tuttavia, a mio parere, continua a esistere, in altro modo, la percezione che noi abbiamo bisogno della grazia e del perdono. Per me è un “segno dei tempi” il fatto che l’idea della misericordia di Dio diventi sempre più centrale e dominante – a partire da suor Faustina (Kowalska, santa, ndr), le cui visioni in vario modo riflettono in profondità l’immagine di Dio propria dell’uomo di oggi e il suo desiderio della bontà divina».

«Papa Giovanni Paolo II – continuava Ratzinger – era profondamente impregnato da tale impulso, anche se ciò non sempre emergeva in modo esplicito. Ma non è di certo un caso che il suo ultimo libro, che ha visto la luce proprio immediatamente prima della sua morte, parli della misericordia di Dio. A partire dalle esperienze nelle quali fin dai primi anni di vita egli ebbe a constatare tutta la crudeltà degli uomini, egli afferma che la misericordia è l’unica vera e ultima reazione efficace contro la potenza del male. Solo là dove c’è misericordia finisce la crudeltà, finiscono il male e la violenza».

«Papa Francesco – continuava Benedetto XVI citando il suo successore – si trova del tutto in accordo con questa linea. La sua pratica pastorale si esprime proprio nel fatto che egli ci parla continuamente della misericordia di Dio. È la misericordia quello che ci muove verso Dio, mentre la giustizia ci spaventa al suo cospetto. A mio parere ciò mette in risalto che sotto la patina della sicurezza di sé e della propria giustizia l’uomo di oggi nasconde una profonda conoscenza delle sue ferite e della sua indegnità di fronte a Dio. Egli è in attesa della misericordia».

Benedetto, nel breve saluto finale, era tornato a parlare della misericordia: «Grazie soprattutto a lei, Santo Padre! La sua bontà, dal primo momento dell’elezione, in ogni momento della mia vita qui, mi colpisce, mi porta realmente, interiormente. Più che nei Giardini Vaticani, con la loro bellezza, la sua bontà è il luogo dove abito: mi sento protetto. Grazie anche della parola di ringraziamento, di tutto. E speriamo che lei potrà andare avanti con noi tutti su questa via della Misericordia Divina, mostrando la strada di Gesù, verso Gesù, verso Dio».

Alla presentazione del volume, presso la Sala Marconi, dopo l’intervento introduttivo di monsignor Viganò, il cardinale Walter Kasper ha illustrato la teologia profetica di Papa Francesco, sottolineando che il suo magistero «da una parte incontra la resistenza del conservatorismo fondamentalista, dall’altra delude molti riformisti liberali in Occidente, perché il suo programma non è liberale, ma radicale» e, «come ogni profezia, molto resta aperto». Il prefetto della congregazione per la Dottrina della fede, il gesuita Luis Francisco Ladaria, assente per una piccola indisposizione, ha inviato il suo discorso, che è stato letto dal sottosegretario del dicastero, don Matteo Visioli. Il testo ha ruotato attorno al concetto teologico di misericordia, partendo dalla considerazione che nell’antropologia biblica il cuore, sede dei pensieri e dei sentimenti, «può essere trasformato e purificato solo da Dio» liberando l’uomo dal peccato e dalla morte con «una vera e propria ricreazione». In questo senso la misericordia è l’aspetto più radicale del manifestarsi di Dio, «perché non si rivolge solo a chi lo merita, ma anche a chi se ne era reso positivamente indegno». Ladaria nel suo testo ha sottolineato che «solo conoscendo il peso del peccato possiamo conoscere il peso ancora più grande della grazia divina», e, in particolare, «nel costato trafitto di Gesù la pietà e la fede dei cristiani scoprono la misericordia che il suo cuore aperto rivela». Don Roberto Repole, presidente dell’Associazione Teologica Italiana e curatore della collana presentata oggi, ha concluso la tavola rotonda sottolineando il «forte stimolo» per i teologi di oggi rappresentato dal pensiero teologico di Papa Francesco, un pensiero capace di evitare il «fissismo che non è veramente tradizionale» da un lato e l’adattamento ai tempi dall’altro. L’incontro è stato concluso dal direttore della Lev fra Giulio Cesareo.

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“Il confessore uomo dell’ascolto, non padrone delle coscienze”

Posté par atempodiblog le 9 mars 2018

“Il confessore uomo dell’ascolto, non padrone delle coscienze”
Il Papa riceve i partecipanti al Corso sul Foro Interno concluso oggi a Roma al Palazzo della Cancelleria: «Il sacerdote non è la fonte della Misericordia, ma uno strumento»
di Salvatore Cernuzio – Vatican Insider

“Il confessore uomo dell’ascolto, non padrone delle coscienze” dans Discernimento vocazionale Confessione

«Medico e giudice», «pastore e padre», «maestro ed educatore». E anche «martire», nel senso di testimone. Il profilo del confessore è chiaro. Eppure è abbastanza ricorrente per chi amministra questo importante sacramento il rischio di diventare «padroni delle coscienze» dei penitenti. Specialmente delle coscienze dei giovani «la cui personalità è ancora in formazione e, perciò, molto più facilmente influenzabile». Per questo Papa Francesco, nel suo discorso ai partecipanti al XXIX Corso sul Foro Interno - aperto il 5 marzo con una lectio del Penitenziere maggiore, il cardinale Mauro Piacenza , e che si conclude oggi pomeriggio presso il Palazzo della Cancelleria – chiarisce subito quale sia il ruolo del sacerdote nelle quattro mura del confessionale: «Strumenti». Niente più.

«Il sacerdote confessore non è la fonte della Misericordia: ne è certo l’indispensabile strumento, ma sempre solo strumento!», afferma Bergoglio che proprio oggi pomeriggio presiederà una celebrazione penitenziale nella Basilica di San Pietro. «Ricordare di essere, e dover essere, solo strumenti della Riconciliazione è il primo requisito per assumere un atteggiamento di umile ascolto dello Spirito Santo, che garantisce un autentico sforzo di discernimento», sottolinea. «Essere strumenti non è una diminuzione del ministero, ma, al contrario, ne è la piena realizzazione, poiché nella misura in cui scompare il sacerdote ed appare più chiaramente Cristo sommo ed eterno Sacerdote, si realizza la nostra vocazione di “servi inutili”».

La consapevolezza di questa «dimensione strumentale» – come la definiva San Tommaso – della riconciliazione favorisce «un’attenta vigilanza sul rischio di diventare i “padroni delle coscienze”, soprattutto nel rapporto con i giovani, la cui personalità è ancora in formazione e, perciò, molto più facilmente influenzabile», annota il Pontefice. Da una parte i confessori hanno «il vantaggio di essere giovani» e dunque «di poter vivere il sacramento della Riconciliazione come “giovani tra i giovani”». «Non di rado, la vicinanza nell’età favorisce il dialogo anche sacramentale, per una naturale affinità di linguaggi», osserva il Papa.

D’altro canto la “condizione giovanile” non è «priva di limiti e perfino di rischi, perché – spiega Francesco ai giovani preti – siete all’inizio del vostro ministero e dunque dovete ancora acquisire tutto quel bagaglio di esperienza che un “confessore consumato” ha, dopo decenni di ascolto dei penitenti».

A maggior ragione non bisogna abbassare la guardia né perdere l’umiltà. Il primo passo, sollecita il Papa, è «saper ascoltare le domande, prima di offrire le risposte. Dare risposte, senza essersi preoccupati di ascoltare le domande dei giovani e, laddove necessario, senza aver cercato di suscitare domande autentiche, sarebbe un atteggiamento sbagliato».

Il confessore è infatti un «uomo dell’ascolto»: ascolto «umano» del penitente e ascolto «divino» dello Spirito Santo. «Ascoltando davvero il fratello nel colloquio sacramentale, noi ascoltiamo Gesù stesso, povero ed umile – afferma il Papa -; ascoltando lo Spirito Santo ci poniamo in attenta obbedienza, diventiamo uditori della Parola e dunque offriamo il più grande servizio ai nostri giovani penitenti: li mettiamo in contatto con Gesù stesso».

E «ogni giovane dovrebbe poter udire la voce di Dio sia nella propria coscienza, sia attraverso l’ascolto della Parola». Solo così, aggiunge Papa Bergoglio, essi possono avviarsi verso «quel cammino prudente e orante che è il discernimento vocazionale», il quale deve essere necessariamente «sostenuto dall’accompagnamento sapiente del confessore, che talvolta può anche diventare – su richiesta dei giovani stessi e mai autoproponendosi – padre spirituale».

Il colloquio della confessione può diventare, quindi, «occasione privilegiata di incontro, per porsi entrambi, penitente e confessore, in ascolto della volontà di Dio, scoprendo quale possa essere il suo progetto, indipendentemente dalla forma della vocazione». Infatti, precisa il Papa, «la vocazione non coincide, né può mai coincidere, con una forma! Questo porterebbe al formalismo! La vocazione è il rapporto stesso con Gesù: rapporto vitale e imprescindibile».

In tal senso il confessore è chiamato ad essere soprattutto «un testimone», cioè a «com-patire per i peccati dei fratelli» e rendere «più efficace l’esperienza della misericordia, spalancando ai fedeli un orizzonte nuovo e grande». Quell’orizzonte «che solo Dio può dare all’uomo».

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Il Papa: le vocazioni sacerdotali non si creano, ma si può testimoniare la chiamata di Dio

Posté par atempodiblog le 9 mars 2018

Il Papa: le vocazioni sacerdotali non si creano, ma si può testimoniare la chiamata di Dio
Francesco riceve i partecipanti alla Conferenza dei rettori di Seminari di lingua tedesca: «Usciamo dal nostro “io” e rivolgiamoci a chi è nel bisogno»
della Redazione di Vatican Insider

Il Papa: le vocazioni sacerdotali non si creano, ma si può testimoniare la chiamata di Dio dans Discernimento vocazionale Sacerdoti

«Le vocazioni noi non le possiamo creare. Possiamo, invece, essere testimoni della chiamata di Dio misericordioso rivolta a noi». Così Francesco nel suo discorso ai partecipanti alla Conferenza dei rettori di Seminari di lingua tedesca, ricevuti in mattinata in Vaticano.

Parlando di vocazioni, il Papa ha sottolineato che Dio «ci chiama, affinché usciamo dal nostro “io” e ci rivolgiamo al “tu”. Questo “tu” è la persona concreta del bisognoso, di chi ha necessità della vicinanza degli uomini e della vicinanza di Dio».

«Su questo vogliamo sensibilizzare anche i giovani che si preparano al sacerdozio», ha affermato il Pontefice. Specialmente alla luce di queste «nuove e diverse forme culturali» che «stanno nascendo» e che «non rientrano nei modelli» già noti.

Bergoglio incoraggia a spogliarsi «di alcune abitudini a cui siamo attaccati» ed impegnarsi «con ciò che è ancora sconosciuto», sempre rivolgendo «lo sguardo verso Gesù che ha sofferto, è morto ed è risorto». Nelle sue ferite, «come anche in quelle del mondo, possiamo riconoscere i segni della Risurrezione», ha detto il Papa. Per questo, ha concluso, dobbiamo metterci «sempre in cammino come testimoni della speranza».

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Venerdì il Papa dà il via a “24 ore per il Signore”

Posté par atempodiblog le 7 mars 2018

Venerdì il Papa dà il via a “24 ore per il Signore”
Il prossimo venerdì, 9 marzo, alle ore 17:00, nella Basilica di San Pietro, Papa Francesco presiederà la Celebrazione Penitenziale di apertura delle  “24 ore per il Signore”, promossa dal Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione
Debora Donnini – Vatican News

Venerdì il Papa dà il via a “24 ore per il Signore” dans Articoli di Giornali e News Papa_Francesco

Sarà la Celebrazione penitenziale presieduta da Papa Francesco, venerdì prossimo nella Basilica di San Pietro, a dare il via all’iniziativa “24 ore per il Signore”, nata a Roma 5 anni fa, che si è rapidamente diffusa nei cinque Continenti. Anche quest’anno, dunque, in ogni Diocesi almeno una chiesa rimarrà aperta per 24 ore consecutive in modo da offrire a tutti la possibilità della preghiera di adorazione e di confessarsi. Filo conduttore saranno le parole del Salmo 103, “Presso di te è il perdono”.

Mons. Fisichella: occasione non usuale per incontrare la misericordia
Promossa dal Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, l’iniziativa costituisce un’occasione di incontro personale con la misericordia di Dio. “L’obiettivo – ha dichiarato infatti il presidente del Dicastero, l’arcivescovo mons. Rino Fisichella – è quello di offrire a tutti, soprattutto a quanti sentono ancora disagio all’idea di entrare in una chiesa, di cercare l’abbraccio misericordioso di Dio, un’occasione al di fuori degli usuali tempi e modi per fare ritorno al Padre”.

L’iniziativa coinvolge anche le carceri
Mons. Fisichella spiega, poi, di aver ricevuto proprio in questi giorni una lettera dell’Ispettore generale delle Carceri, che conteneva la proposta di vivere “24 ore per il Signore” anche nei penitenziari: “i cappellani sono allertati per vivere questa esperienza e questo momento di perdono: un momento, questo, che è stato pensato, voluto e atteso”.

Invito nel Messaggio per la Quaresima
Lo stesso Pontificio Consiglio ha curato un apposito Sussidio pastorale, in diverse lingue, per accompagnare questo momento di preghiera. Alcune edizioni del Sussidio sono disponibili sul sito www.pcpne.va. Proprio nel Messaggio per la Quaresima 2018, il Papa aveva invitato tutti i fedeli a vivere come “occasione propizia l’iniziativa che invita a celebrare il Sacramento della Riconciliazione in un contesto di Adorazione Eucaristica”.

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Mons. Nykiel: educare i sacerdoti novelli alla confessione

Posté par atempodiblog le 6 mars 2018

Mons. Nykiel: educare i sacerdoti novelli alla confessione
Educare i novelli sacerdoti, i diaconi e i seminaristi prossimi all’Ordinazione alla bellezza della Riconciliazione e alla dedizione a questo Sacramento. E’ questo lo scopo con cui la Penitenzieria Apostolica promuove annualmente, nel tempo di Quaresima, il Corso sul Foro interno
Fabio Colagrande – Vatican News

Mons. Nykiel: educare i sacerdoti novelli alla confessione dans Articoli di Giornali e News Sacramento_della_Riconciliazione

Sulle finalità di questo appuntamento, in programma dal 5 al 9 marzo a Roma presso il Palazzo della Cancelleria e giunto quest’anno alla 29ma edizione, abbiamo sentito mons. Krzysztof Nykiel, reggente della Penitenzieria Apostolica

R.  Desideriamo aiutare i sacerdoti a prendere coscienza della grandezza e sublimità del Sacramento della Riconciliazione che oggi più che mai dovrebbe ritrovare il suo posto centrale nella vita cristiana e quindi nell’agire pastorale della Chiesa. La sua celebrazione richiede un’adeguata preparazione teologica, giuridica e pastorale perché, come ha più volte ribadito Papa Francesco, “non ci si improvvisa confessori”.

Quali caratteristiche, dunque, deve avere un buon confessore?
R.  Incessanti sono i richiami del Papa sugli atteggiamenti di accoglienza, prossimità e tenerezza che dovrebbero guidare i ministri consacrati nel loro agire pastorale, sul modello del Padre misericordioso. Ricordo in particolare le indicazioni rivolte ai partecipanti al Corso dell’anno passato, nelle quali egli ha sottolineato tre aspetti.

Il buon confessore come vero amico di Gesù Buon Pastore deve coltivare un ministero della Riconciliazione “fasciato di preghiera”, preghiera con il Signore per il dono della carità pastorale e preghiera per i fedeli che gli si pongono alla ricerca della misericordia di Dio; consapevole di essere lui stesso il primo peccatore perdonato e capace di comprendere quindi le ferite altrui.

Il buon confessore è in secondo luogo uomo dello Spirito, uomo di discernimento e di compassione. Il Santo Padre ha ricordato che il sacerdote è così chiamato all’ascolto umile della volontà di Dio perché, nella celebrazione del sacramento della Penitenza, non è padrone, ma ministro, cioè servo. Quindi nel confessionale occorre avere l’atteggiamento di Gesù di fronte ai nostri peccati, l’atteggiamento di chi non minaccia, ma chiama con dolcezza, dando fiducia.

Infine, il buon confessore è anche un evangelizzatore, perché non c’è evangelizzazione più autentica che l’incontro con la misericordia, vero volto di Dio.

Che importanza ha il Sacramento della Riconciliazione nella vita spirituale e nel discernimento vocazionale dei giovani?
R.  Da quando Papa Francesco ha annunciato che la XV Assemblea generale del Sinodo dei Vescovi, in programma il prossimo ottobre, avrebbe avuto come tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”, la Penitenzieria Apostolica si è impegnata a fornire il proprio contributo alla riflessione ecclesiale richiamando il ruolo centrale della Riconciliazione nello sviluppo della fede e nel discernimento dei giovani cristiani. Non dimentichiamo che lo stesso Jorge Mario Bergoglio ha raccontato come, all’età di 17 anni, avvertì così intensamente la presenza amorosa di Dio durante una confessione che proprio in quell’occasione capì che il Signore lo chiamava alla vita religiosa nella Compagnia di Gesù. Proprio perché consapevole dell’importanza del Sacramento della Confessione per il discernimento vocazionale dei giovani, vi anticipo che la Penitenzieria Apostolica intende promuovere nei giorni 26 e 27 aprile prossimi un convegno pastorale che sarà dedicato proprio a questo tema.

Il prossimo 13 marzo ricorre il quinto anniversario dall’elezione di Papa Francesco. Perché il tema della misericordia è costantemente presente fin dall’inizio nei suoi interventi?
R.  Certamente il perdono è la dimostrazione più evidente dell’onnipotenza e dell’amore di Dio Padre, che Gesù ha rivelato nell’intera sua vicenda terrena. Ponendosi in continuità con il magistero della Chiesa, Papa Francesco ama ripetere insistentemente, fin dai primi giorni del suo pontificato, come la misericordia divina sia il cuore pulsante del Vangelo, anzi, l’essenza stessa di Dio, di un Dio che non si stanca mai di perdonarci.

Proviamo a pensare a quante migliaia di persone in questi ultimi anni, mossi dallo Spirito e grazie anche all’appello del Santo Padre, hanno potuto riconciliarsi con Dio e con la Chiesa, specialmente in occasione del grande Giubileo Straordinario della Misericordia!

D’altra parte, guardando a questi cinque anni di pontificato, sono convinto che i fedeli si lascino guidare dalle parole di Papa Francesco soprattutto perché lo riconoscono credibile e convincente. Egli vive anzitutto su di sé, in prima persona, l’azione dell’amore di Dio, per poi trasmettere alla gente con abbracci, carezze e azioni concrete di solidarietà e prossimità la misericordia ricevuta.

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Il Papa istituisce nel calendario la festa di Maria madre della Chiesa

Posté par atempodiblog le 3 mars 2018

Il Papa istituisce nel calendario la festa di Maria madre della Chiesa
Un decreto del cardinale Sarah, prefetto del Culto divino, stabilisce la memoria obbligatoria nel rito romano per il lunedì dopo Pentecoste
di Andrea Tornielli – Vatican Insider

Il Papa istituisce nel calendario la festa di Maria madre della Chiesa dans Andrea Tornielli Affresco_di_Maria_Theotok_s_nel_Monastero_di_Visoki_Decani
Affresco di Maria Theotokós nel Monastero di Visoki Decani

«Il Sommo Pontefice Francesco, considerando attentamente quanto la promozione di questa devozione possa favorire la crescita del senso materno della Chiesa nei Pastori, nei religiosi e nei fedeli, come anche della genuina pietà mariana, ha stabilito che la memoria della beata Vergine Maria, madre della Chiesa, sia iscritta nel calendario romano nel lunedì dopo Pentecoste e celebrata ogni anno». È quanto si legge nel decreto pubblicato sabato 3 marzo 2018 e firmato dal cardinale prefetto della Congregazione del Culto divino, Robert Sarah. Il decreto porta la data dello scorso 11 febbraio, centosessantesimo anniversario della prima apparizione di Lourdes.

Insieme al decreto sono stati pubblicati i relativi testi liturgici, in latino, per la messa, l’Ufficio divino e il Martirologio romano. Le Conferenze episcopali provvederanno ora ad approvare la traduzione dei testi. Il motivo della celebrazione, spiega in una nota di commento alla decisione papale il cardinale Sarah, è legato alla «maturazione della venerazione liturgica riservata a Maria a seguito di una migliore comprensione della sua presenza “nel mistero di Cristo e della Chiesa”, come ha spiegato il capitolo VIII della Lumen gentium del Concilio Vaticano II».

Nel promulgare la costituzione conciliare sulla Chiesa, il 21 novembre 1964, Paolo VI «volle solennemente riconoscere a Maria il titolo di “Madre della Chiesa”» . Una decisione accolta dall’applauso dell’aula. «Il sentire del popolo cristiano – spiega Sarah – in due millenni di storia, aveva in vario modo colto il legame filiale che unisce strettamente i discepoli di Cristo alla sua santissima Madre».

«L’acqua e il sangue sgorgati dal cuore di Cristo sulla croce, segno della totalità della sua offerta redentiva – si legge ancora nel commento del porporato Prefetto del Culto – continuano sacramentalmente a dar vita alla Chiesa attraverso il Battesimo e l’Eucaristia. In questa mirabile comunione, sempre da alimentare tra il Redentore e i redenti, Maria santissima ha la sua missione materna da svolgere». Una messa votiva dedicata a Maria madre della Chiesa era stata approvata dalla Congregazione nel 1973, in vista dell’Anno Santo del 1975.

Durante il pontificato di Giovanni Paolo II vi era stata concessa la possibilità alle Conferenze episcopali di aggiungere il titolo di “Madre della Chiesa” nelle Litanie lauretane che si recitano al termine del Rosario. Inoltre nel corso degli anni era stato anche approvato l’inserimento della celebrazione della “Madre della Chiesa” nel calendario proprio di alcuni Paesi, come la Polonia e l’Argentina, proprio nel lunedì dopo Pentecoste. In altre date si celebrava in luoghi peculiari, come la Basilica di San Pietro, dove era avvenuta la proclamazione da parte di Paolo VI, come pure in alcuni ordini e congregazioni religiose.

Ora Papa Francesco ha stabilito che, il lunedì dopo Pentecoste, la memoria di Maria Madre della Chiesa diventi obbligatoria per tutta la Chiesa di rito romano. «È evidente – osserva Sarah – il nesso tra la vitalità della Chiesa della Pentecoste e la sollecitudine materna di Maria nei suoi confronti… L’auspicio è che questa celebrazione, estesa a tutta la Chiesa, ricordi a tutti i discepoli di Cristo che, se vogliamo crescere e riempirci dell’amore di Dio, bisogna radicare la nostra vita su tre realtà: la croce, l’ostia e la Vergine».

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Benedetto XVI e la lettera al Corriere: «Sono in pellegrinaggio verso Casa»

Posté par atempodiblog le 7 février 2018

Benedetto XVI e la lettera al Corriere: «Sono in pellegrinaggio verso Casa»
Il Papa emerito ha risposto ai tanti lettori, che chiedevano come stesse, in una missiva consegnata a mano alla sede romana del nostro giornale: «Sento scemare delle forze»
di Massimo Franco – Corriere della Sera
Tratto da: Radio Maria

Benedetto XVI e la lettera al Corriere: «Sono in pellegrinaggio verso Casa» dans Articoli di Giornali e News LETTERA_BENEDETTO_XVI_Corriere

La lettera, «Urgente a mano», è arrivata ieri mattina alla sede romana del Corriere dal «Monastero Mater Ecclesiae, V-120 Città del Vaticano»: l’eremo dentro le Sacre Mura dove il Papa emerito Benedetto XVI si è ritirato da quando si dimise, esattamente cinque anni fa. Ma sembrava arrivata da un altro mondo, molto più distante dei pochi chilometri che segnano la distanza fisica da quel luogo. Forse perché la busta conteneva un cartoncino ripiegato, e dentro un’altra busta sigillata, con un messaggio di nove righe. Ma soprattutto perché trasmetteva parole forti, vere, non formali: un gesto di squisita attenzione nei confronti di quanti, ultimamente, chiedevano sempre più spesso come stesse «Papa Benedetto»; come vivesse quello che lui stesso chiama, nel testo, «quest’ultimo periodo della mia vita».

Canale riservato
Qualche giorno fa, attraverso un canale riservato, avevamo rivolto la domanda a lui, confidando di ricevere una risposta. Dopo cinque anni in cui era praticamente scomparso dall’orizzonte pubblico, incontrando pochi amici, e diradando perfino le sue passeggiate nei giardini vaticani, aiutandosi con un deambulatore, forse pensava di essere stato dimenticato. Non sapeva che la sua figura rimane molto presente, con la suggestione epocale di un periodo in cui convivono «due Papi», espressione non proprio ortodossa ma abituale. Anzi, il mistero dei suoi giorni senza eco pubblica, con immagini sfuocate e apparizioni sempre più rare in qualche cerimonia alla quale era invitato da Francesco, ne hanno affilato e insieme ingigantito il profilo.

Quella firma a mano
Benedetto «c’è», aleggia senza volerlo. Anzi, forse è radicato nella memoria dell’opinione pubblica proprio perché ha cercato di dissolversi in un limbo esistenziale per lasciare l’intera scena al successore: quel cardinale Jorge Mario Bergoglio «che ha la calligrafia più piccola della mia», ha notato una volta Joseph Ratzinger. Ma la sua, a penna, in calce alla lettera, ormai è minuscola: quasi si rimpicciolisse insieme alle sue energie fisiche, evidenziando la difficoltà perfino a scrivere. Raccontano che in privato lo dica con una punta di tristezza: non riesce più a dedicare abbastanza tempo per costruire quei testi di grande finezza teologica che hanno tracciato per anni il percorso della Chiesa cattolica. Eppure accetta la propria fragilità. Nelle sue parole, che sono un ringraziamento e al tempo stesso quasi un commiato, se ne coglie più di un accenno.

Cinque anni dopo
Quel riferimento al «lento scemare delle forze fisiche», la confessione di essere «interiormente in pellegrinaggio verso Casa», con la c maiuscola, e il «grazie» ai «tanti lettori» del Corriere che continuano a chiedere di lui: sono poche parole misurate, che però trasmettono una grande profondità. Forse, nell’ammirazione e in una punta di nostalgia per Benedetto XVI che qui e là si avverte in alcuni settori del mondo cattolico, si indovina il trauma non del tutto digerito delle sue dimissioni, l’11 febbraio del 2013: una svolta epocale. Ma c’è anche il riconoscimento di una condotta esemplare tra lui e papa Francesco in questi cinque anni. Una convivenza non regolata da nessuna legge; affidata soltanto al carattere di questi due personaggi così diversi, nonostante una sottolineatura, a tratti un po’ d’ufficio, della continuità tra i loro pontificati.

I due Papi
Non era scontato che «due Papi» in Vaticano riuscissero a mantenere una personalità così distinta, senza per questo sovrapporsi o, peggio, trasmettere messaggi di divisione. Se per caso esistessero delle differenze, sono rimaste un segreto custodito tra di loro: come se entrambi sapessero che la cosa importante è cercare di tenere unita una Chiesa percorsa da mille tensioni. È un segno di forza spirituale e di umiltà, che sublima quando, rivolto a quanti continuano a interessarsi a lui, saluta con un tono quasi familiare: «Non posso fare altro che ringraziare».

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Messaggio Cei. Il senso della vita. Ecco perché iscriversi all’ora di religione

Posté par atempodiblog le 12 janvier 2018

Messaggio Cei. Il senso della vita. Ecco perché iscriversi all’ora di religione
Un’occasione formativa importante per arricchire il percorso di crescita e conoscere le radici cristiane della nostra cultura e della nostra società. Risposte alle tante domande di oggi sulla vita.
di Avvenire

Messaggio Cei. Il senso della vita. Ecco perché iscriversi all'ora di religione dans Articoli di Giornali e News In_classe_Avvenire_-_ANSA

L’invito è rivolto ai genitori come agli studenti. Nel Messaggio in cui riflette sull’importanza di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica (Irc) per il prossimo anno scolastico, la presidenza della Cei sottolinea che si tratta «di un’occasione formativa importante» per arricchire il percorso di crescita e «conoscere le radici cristiane della nostra cultura e della nostra società».

Al tempo stesso i contenuti dell’ora di religione mentre accompagnano i cambiamenti culturali e sociali in atto sono in grado di rispondere efficacemente «alle domande più profonde degli alunni di ogni età, dalla scuola dell’infanzia alla secondaria di secondo grado». E i numeri stanno lì a dimostrarlo.

Nell’anno scolastico 2016-2017 la percentuale degli studenti che si sono avvalsi dell’Irc è stata complessivamente dell’87,1% con punte del 90,7% nella scuola primaria. Il Messaggio arriva alla viglia delle iscrizioni al prossimo anno scolastico, possibili da martedì 16 gennaio all’8 febbraio.

Di seguito il testo integrale del Messaggio della Presidenza della Conferenza episcopale italiana in vista della scelta di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica nell’anno scolastico 2018-2019.

Cari studenti e cari genitori, nelle prossime settimane si svolgeranno le iscrizioni on-line al primo anno dei percorsi scolastici che avete scelto.
Insieme alla scelta della scuola e dell’indirizzo di studio, sarete chiamati ad effettuare anche la scelta di avvalersi o non avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica. È proprio su quest’ultima decisione che richiamiamo la vostra attenzione, perché si tratta di un’occasione formativa importante che vi viene offerta per arricchire la vostra esperienza di crescita e per conoscere le radici cristiane della nostra cultura e della nostra società.
Anche se ormai questa procedura è divenuta abituale, vogliamo invitarvi a riflettere sull’importanza della scelta di una disciplina che nel tempo si è confermata come una presenza significativa nella scuola, condivisa dalla stragrande maggioranza di famiglie e studenti.

A voi genitori desideriamo ricordare soprattutto il fatto che in questi ultimi anni l’Irc ha continuato a rispondere in maniera adeguata e apprezzata ai grandi cambiamenti culturali e sociali che coinvolgono tutti i territori del nostro bel Paese.
I contenuti di questo insegnamento, declinati da specifiche Indicazioni didattiche, appaiono adeguati a rispondere efficacemente anche oggi alle domande più profonde degli alunni di ogni età, dalla scuola dell’infanzia alla secondaria di secondo grado. La domanda religiosa è un’insopprimibile esigenza della persona umana e l’insegnamento della religione cattolica intende aiutare a riflettere nel modo migliore su tali questioni, nel rispetto più assoluto della libertà di coscienza di ciascuno, in quanto principale valore da tutelare e promuovere per una vita aperta all’incontro con l’altro e gli altri. Anche papa Francesco nei giorni scorsi ha ricordato che «questa è la missione alla quale è orientata la famiglia: creare le condizioni favorevoli per la crescita armonica e piena dei figli, affinché possano vivere una vita buona, degna di Dio e costruttiva per il mondo» (Angelus nella Festa della Sacra Famiglia, 31 dicembre 2017).

A voi studenti desideriamo ricordare il diffuso apprezzamento che da anni accompagna la scelta di tale insegnamento. I vostri insegnanti di religione cattolica si sforzano ogni giorno per lavorare con passione e generosità nelle scuole italiane, sia statali che paritarie, sostenuti da un lato dal rigore degli studi compiuti e dall’altro dalla stima dei colleghi e delle famiglie che ad essi affidano i loro figli.
Per tutti questi motivi, desideriamo rinnovare l’invito ad avvalervi dell’insegnamento della religione cattolica, sicuri che durante queste lezioni potrete trovare docenti e compagni di classe che vi sapranno accompagnare lungo un percorso di crescita umana e culturale, decisivo e fondamentale anche per il resto della vostra vita.
La presidenza della Conferenza episcopale italiana

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Buon Natale di cuore a tutti!

Posté par atempodiblog le 25 décembre 2017

Buon Natale di cuore a tutti! dans Fede, morale e teologia Nativit_di_Giotto

«Nel racconto della nascita di Gesù, quando gli angeli annunciano ai pastori che è nato il Redentore dicono loro: “Questo sarà per voi il segno, troverete un bambino appena nato avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia…”. Questo è il segno: l’abbassamento totale di Dio.

Il segno è che, questa notte, Dio si è innamorato della nostra piccolezza e si è fatto tenerezza, tenerezza verso ogni fragilità, verso ogni sofferenza, verso ogni angoscia, verso ogni ricerca, verso ogni limite.

Il segno è la tenerezza di Dio e il messaggio che cercavano tutti coloro che sentivano disorientati, anche quelli che erano nemici di Gesù e lo cercavano dal profondo dell’anima, era questo: cercavano la tenerezza di Dio. Dio fatto tenerezza, Dio che accarezza la nostra miseria, Dio innamorato della nostra piccolezza».

Jorge Mario Bergoglio – Omelia della veglia di Natale (24 dicembre 2004)

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Il Papa e la Madonna: dieci cose da sapere

Posté par atempodiblog le 9 décembre 2017

Il Papa e la Madonna: dieci cose da sapere
La devozione mariana accompagna il pontificato di Francesco sin dal suo esordio. Nel giorno del suo quinto atto di venerazione della statua dell’Immacolata in piazza di Spagna, ne ripercorriamo l’intensità e la profondità in dieci immagini.
di M. Michela Nicolais – Agenzia SIR

Il Papa e la Madonna: dieci cose da sapere dans Fatima Omaggio_all_Immacolata

Papa Francesco compie il suo quinto atto di venerazione davanti alla statua dell’Immacolata in piazza di Spagna, a Roma. La sua devozione mariana ha radici profonde: proviamo a ripercorrerla in dieci tappe.

Maria Immacolata. “Abbiamo bisogno delle tue mani immacolate, per accarezzare con tenerezza, per toccare la carne di Gesù nei fratelli poveri, malati, disprezzati, per rialzare chi è caduto e sostenere chi vacilla”. È un passo della preghiera pronunciata un anno fa, l’8 dicembre, in piazza di Spagna. All’omaggio all’Immacolata, appuntamento molto sentito dai romani, il Papa ha aggiunto la sua cifra personale visitando anche la basilica di Santa Maria Maggiore e l’icona della Salus Populi Romani, che Francesco venera anche prima della partenza per ogni viaggio apostolico e, quando possibile, anche al suo rientro. È lì, davanti al quadro della Madonna attribuito dalla tradizione a San Luca, che il Papa ha sostato il 14 marzo del 2013, il giorno dopo la sua elezione al soglio di Pietro.

La Madonna di Lujan. È stata nonna Rosa – personaggio largamente presente negli aneddoti della sua vita personale che il Papa cita spesso come esempio ai fedeli – ad introdurre il piccolo Jorge Mario Bergoglio all’amore per la Madonna. Da sacerdote e da vescovo, Francesco ha sempre celebrato i riti legati alle feste mariane. Da cardinale e arcivescovo, Bergoglio ha presieduto ogni 8 maggio le celebrazioni di Nostra Signora di Lujan, la Madonna più amata in Argentina. Nel suo stemma vescovile, cardinalizio e papale, figura in basso a sinistra una stella, simbolo della madre di Cristo e della Chiesa.

La Madonna che scioglie i nodi. Anche se devotissimo alle icone sudamericane della Vergine, è ad Augusta, in Germania, che Bergoglio ha scoperto l’immagine che avrebbe caratterizzato il suo culto mariano: la Madonna che scioglie i nodi. Nel 1986 vede un quadro, ex voto per la ricomposizione di un matrimonio in crisi, con Maria che schiaccia la testa al serpente mentre con le mani scioglie i nodi – simboli di unione coniugale – sorretta da due angeli. Nasce così la decisione di introdurre questa immagine in Argentina: nel 1996 ne incorona una riproduzione nella chiesa di San José del Talar a Buenos Aires.

Nostra Signora di Aparecida. Nel luglio 2013, in occasione del suo primo viaggio internazionale, incontrando l’episcopato brasiliano, la storia di Aparecida diventa la chiave di lettura per la missione della Chiesa. Dai tre pescatori che trovano l’immagine dell’Immacolata Concezione, secondo il Papa, si può imparare che “le reti della Chiesa sono fragili, forse rammendate; la barca della Chiesa non ha la potenza dei grandi transatlantici che varcano gli oceani. E tuttavia Dio vuole manifestarsi proprio attraverso i nostri mezzi, mezzi poveri”, come quelli della gente semplice.

La Madonna di Lourdes. Ai fedeli raccolti nei giardini vaticani per la recita del Rosario, a conclusione del mese di maggio, Papa Francesco ha suggerito un nuovo titolo con il quale rivolgersi alla Madonna. “Vergine della Prontezza”, l’ha chiamata il 30 ottobre 2014, raccogliendosi in preghiera davanti all’edicola votiva che riproduce il luogo dell’apparizione della Vergine a Lourdes. Il riferimento è il mettersi in cammino “in fretta” di Maria per far visita alla cugina Elisabetta: “Non ha perso tempo, è andata subito a servire”.

La Vergine del Rosario. In un tweet di qualche tempo fa, Francesco aveva confessato: “Il Rosario è la preghiera che accompagna sempre la mia vita; è anche la preghiera dei semplici e dei santi, è la preghiera del mio cuore”. Per il Papa, il Rosario è anche “una sintesi della Divina misericordia”, come ha spiegato al termine dell’anno giubilare. A tutte le persone che incontra, nelle udienze pubbliche e private, il Papa regala una corona del Rosario e alla preghiera del Rosario Francesco invita spesso i giovani. Contenevano un Rosario anche le “misericordine” fatte distribuire in piazza San Pietro nel novembre 2013, per una medicina che fa bene al cuore.

La Madonna di Guadalupe. “Il mio desiderio più intimo è fermarmi davanti alla Madonna di Guadalupe”. Francesco lo aveva confessato già sul volo di andata per l’Avana, in occasione del suo viaggio a Cuba e in Messico. Una volta entrato nel Santuario dedicato alla Vergine meticcia, il Papa ha sostato davanti alla sua immagine venti minuti in preghiera, da solo, prima della Messa.

La Madonna delle Lacrime. È il 5 maggio 2016, il giorno della Veglia per asciugare le lacrime, novità assoluta del calendario giubilare. Per l’occasione, a San Pietro, viene esposto il reliquiario della Madonna delle lacrime di Siracusa. Maria, assicura il Papa, “con il suo manto asciuga le nostre lacrime” e “ci accompagna nel cammino della speranza”.

La Madonna di Fatima. Circa dieci minuti, in piedi, in silenzio davanti alla statua della “Signora”. È una delle istantanee più commoventi del viaggio del Papa a Fatima, per proclamare santi i primi bambini non martiri della storia della Chiesa. La devozione per la Madonna di Fatima risale, del resto, all’inizio del ministero petrino di Francesco: al termine della Messa in occasione della Giornata mariana, il 13 ottobre 2013, il Papa ha affidato il suo pontificato alla Madonna di Fatima.

Madre della speranza. Se c’è un’immagine ricorrente nel pontificato di Francesco, e declinata con gli accenti della tenerezza, è quella di Maria “madre della speranza”, come l’ha definita nell’udienza del 10 maggio scorso. Il suo è un “istinto di madre che semplicemente soffre, ogni volta che c’è un figlio che attraversa una passione”. “Non siamo orfani: abbiamo una madre in cielo”, che “ci insegna la virtù dell’attesa, anche quando tutto sembra privo di senso”.

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“L’aborto è un crimine come la mafia”. Non è don Francesco ma Papa Francesco

Posté par atempodiblog le 21 novembre 2017

“L’aborto è un crimine come la mafia”. Non è don Francesco ma Papa Francesco
“Shock” per le parole del parroco bolognese che ha accostato Totò Riina a Emma Bonino. Ma anche il Papa ha detto più o meno le stesse cose a febbraio dello scorso anno
della Redazione de Il Foglio

“L'aborto è un crimine come la mafia”. Non è don Francesco ma Papa Francesco dans Aborto No_all_aborto

La tempistica scelta da don Francesco Pieri, il parroco (e teologo) bolognese che sui social ha domandato se abbia “più morti innocenti sulla coscienza Totò Riina o Emma Bonino”, non è forse opportuna, ma le reazioni ancora meno. Il parroco è stato subito subissato di accuse e a un commento su Facebook in cui un utente scrive “sicuramente la Bonino”, don Pieri ha risposto questo “non rende certo migliore Riina, ma dice qualcosa sulle nostre ipocrisie diffuse”. Sui giornali, online e cartacei, è stato un diluvio di “shock”, di proteste per le parole del sacerdote, reo di aver accostato la militante radicale a un ergastolano condannato al 41 bis.

Non era stato rilevato però l’analogo “shock” quando a dire più o meno le stesse cose fu Papa Francesco, nel corso della conferenza stampa pronunciata il 18 febbraio del 2016 su volo di ritorno dal Messico. All’epoca, la conferenza stampa del Papa passò alla storia solo per la frase su Trump – “una persona che pensa soltanto a fare muri, sia dove sia, e non a fare ponti, non è cristiana” – mentre nulla si disse su quanto Francesco sottolineò a proposito dell’aborto. “L’aborto non è un ‘male minore’. E’ un crimine. E’ fare fuori uno per salvare un altro. E’ quello che fa la mafia. E’ un crimine, è un male assoluto”.

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