Il potere della preghiera

Posté par atempodiblog le 1 mai 2021

Al via la “maratona” orante con i santuari mariani del mondo voluta dal Papa
Il potere della preghiera
di Giovanni Battista Re (Decano del collegio cardinalizio)
Fonte: L’Osservatore Romano

Il potere della preghiera dans Articoli di Giornali e News Il-potere-della-preghiera

Questo momento tribolato e difficile per il dramma della perdurante pandemia e molto preoccupante per le sfide economiche e sociali, che la ripresa dopo il Covid-19 comporterà, ci fa sentire il bisogno di un aiuto dall’alto. L’esperienza della nostra fragilità e dei nostri limiti di fronte a questa tragica situazione ci spinge a ritrovare la fiducia in Dio ed a bussare alla sua porta con la preghiera affinché la sua mano ci venga in aiuto.

È pertanto con viva gioia che viene salutata nel mondo l’annunciata iniziativa di una singolare “maratona” o “staffetta” di preghiere trasmessa in video dai principali santuari del mondo durante il prossimo mese di maggio. Attesi i profondi bisogni e le rilevanti criticità del nostro tempo, da diverse istanze si auspicava una speciale iniziativa di preghiere. Si avverte infatti la necessità di un supplemento di aiuto superiore che venga in soccorso di una duplice esigenza: porre fine alla pandemia che continua a mietere vittime e poi superare le enormi sfide che la ripresa dopo il Covid-19 dovrà affrontare.

Perché ricorrere ad una più intensa e corale preghiera nei momenti di difficoltà?

Soprattutto perché ce l’ha insegnato Gesù stesso nel Vangelo: «Chiedete e vi sarà dato, cercate e otterrete, bussate e vi sarà aperto» (Mt 7, 7). Inoltre perché avvertiamo la necessità che Dio ci dia una mano. L’uomo e la donna, grazie anche ai mirabili progressi della scienza e della tecnica, possono decidere e fare molte cose, ma poi vi è sempre qualche elemento o qualche dimensione che travalica le nostre possibilità ed i nostri piani, con ostacoli e imprevisti che è arduo calcolare, come imprevedibile era la tempesta scatenata nel mondo da un piccolo virus che ha cambiato la nostra vita.

Che mediante la preghiera noi possiamo ottenere e realizzare quello che con le sole nostre forze ci è impossibile, lo spiega bene san Tommaso, il quale, in una sua lunga “quaestio” sulla preghiera (Somma teologica II a- II ae, q.83) dice che, nella sua Provvidenza, Dio ha disposto che sia in nostro potere realizzare alcune cose, ma che altre possano essere da noi operate soltanto se lo chiediamo a chi può più di noi, cioè a Dio per il quale nulla è impossibile. In altri termini, mediante la preghiera noi possiamo cooperare affinché Dio operi qualche cosa che sta al di là delle nostre capacità.

La ragione profonda va ricercata nel disegno di Dio, che ci ha creati intelligenti e liberi e che, in coerenza con la grande dignità conferitaci, ci vuole suoi collaboratori e non ama agire senza di noi. Mediante la preghiera noi possiamo ottenere che lui compia quel che noi, uomini e donne, con le sole nostre forze non potremmo mai conseguire.

Blaise Pascal si chiedeva: «Perché Dio ha istituito la preghiera?» E rispondeva: «Per comunicare alle sue creature la possibilità di cooperare alle sue opere» (Pensieri, 513).

Chiedere l’aiuto di Dio ovviamente non dispensa dall’agire. Preghiera e impegno umano non si escludono, ma si implicano vicendevolmente.

Per questo san Francesco di Sales soleva raccomandare: «Prega come se tutto dipendesse da Dio, e impegnati come se tutto dipendesse da te», perché tutto dipende da Dio e insieme tutto dipende dall’uomo, ma a diverso e misterioso titolo.

I protagonisti e gli artefici di quanto avviene nella storia sono sempre due: l’uomo e Dio, l’uomo che nella sua libertà decide e opera, e Dio, che è onnipotente e la sorgente di tutto e per il quale non esiste passato e futuro, ma tutto Gli è presente.

Per noi che abbiamo fede non è il caso o l’influsso delle stelle a determinare il nostro destino o il corso degli avvenimenti, ma è — da un lato — l’uomo con le sue libere scelte e — dall’altro lato — Dio che veglia sulla grande storia del mondo e sulla piccola storia di ciascuno di noi; un Dio che sa scrivere dritto anche sulle righe storte e che con la sua mano può fare quello che va ben al di là delle possibilità umane.

La fede ci dà la certezza non solo di una mano che sta al di sopra di noi, ma anche di un cuore che agisce e guida nel profondo gli eventi e le coincidenze.

Così quando Monica, la madre di sant’Agostino, supplica Dio nel pianto perché suo figlio ritrovi la fede, non elude il suo impegno di madre, perché come madre aveva fatto tutto quello che riteneva di poter fare, ma senza aver ottenuto quanto desiderava.

Ma con la sua preghiera ottenne che Dio agisse nel profondo della coscienza di Agostino, perché è lì, nell’intimità del cuore, dove liberamente l’uomo gioca il suo destino, che si svolge il mistero dell’azione di Dio: la forza della preghiera di Monica toccò il cuore di Agostino che si convertì.

È l’insegnamento di Gesù che sostiene la nostra fiducia di ottenere dall’alto ciò che supera le nostre forze. Il Vangelo infatti ci dice che senza il Signore non possiamo realizzare nulla di buono (cfr. Gv 15, 5) e ci assicura anche: «Se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà» (Mt 18, 19).

Il salmo 126 ci ricorda che «se il Signore non costruisce la casa, invano lavorano i costruttori. Se la città non è custodita dal Signore, invano veglia il custode».

Lo esprimeva a suo mondo anche un poeta del 1700, Pietro Metastasio: Per compiere le belle imprese, / l’arte giova e il senno ha parte, / ma vaneggian il senno e l’arte / se amico il Ciel non è.

Pregare — diceva san Giovanni Paolo II — è scegliere di affrontare la realtà delle varie situazioni non da soli, ma con la forza che ha la sua sorgente in Dio. Nella preghiera fatta con fede risiede il segreto per affrontare con successo le emergenze ed i problemi personali e sociali (cfr. Angelus dell’8 settembre 2002).

La presente drammatica situazione ci spinge a invocare con fiducia l’aiuto di Dio. E per arrivare al cuore di Dio, nel mese di maggio, ricorriamo alla Madonna, che come madre misericordiosa ci è vicina e comprende le nostre necessità; in pari tempo è in cielo vicino a Dio e può efficacemente intercedere per noi e soccorrerci in questo immane flagello.

Publié dans Articoli di Giornali e News, Coronavirus, Fede, morale e teologia, Mese di maggio con Maria, Papa Francesco I, Riflessioni, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Sub tuum praesidium, invocare Maria nel tempo della prova

Posté par atempodiblog le 1 mai 2021

Storia di una preghiera
Sub tuum praesidium, invocare Maria nel tempo della prova
Nata in un periodo in cui i cristiani erano duramente perseguitati, Sub tuum praesidium è la più antica preghiera a Maria conosciuta, risalente al III secolo. Essa ricorda l’importanza di invocare la Madonna, Madre di Dio e Madre nostra. E risulta particolarmente opportuna per i tempi di prova che viviamo. All’inizio del mese di Maria, vi raccontiamo la sua storia.
di Aurelio Porfiri – La nuova Bussola Quotidiana

Sub tuum praesidium, invocare Maria nel tempo della prova dans Articoli di Giornali e News Maria-coprici-con-il-tuo-manto

In un suo libro chiamato Le più grandi preghiere a Maria, Anthony M. Buono chiede retoricamente di citare la più antica preghiera alla Vergine Maria. Lui afferma che la gran parte delle persone risponderebbero l’Ave Maria, ma sbaglierebbero, in quanto questa preghiera prende la forma attuale in epoca rinascimentale. In realtà la preghiera più antica è Sub tuum praesidium (Sotto la tua protezione) che risale al III secolo. Questa preghiera è meno nota di altre antifone mariane ma è molto bella e, per i tempi che viviamo, molto opportuna.

La preghiera nacque in un periodo in cui il cristianesimo era perseguitato, probabilmente sotto l’imperatore Settimio Severo (†211) o Decio (†251). Nacque in Egitto per poi diffondersi in tutto il mondo cattolico. Le parole, in una versione italiana, sono queste:

«Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio: non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, ma liberaci da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta».

Pier Luigi Guiducci sintetizza la storia di questa antifona nel modo seguente: «Nei primi secoli, ci si rivolgeva alla Vergine con brevi formule, o con una prece scritta in Egitto. Quest’ultima, dalle prime parole della successiva traduzione in latino, venne indicata con il titolo: Sub tuum praesidium (“Sotto la tua protezione”). Tale preghiera si diffuse poi in Oriente (liturgia bizantina, armena, siro-antiochena, siro-caldea e malarabica, maronita, etiopica…), e in Occidente (liturgia romana, ambrosiana…). Ogni comunità fece una propria traduzione. Purtroppo, gli studiosi non ebbero la possibilità di conoscere subito il testo primitivo, quello egiziano. Per tale motivo, si ritenne il Sub tuum praesidium uno scritto medievale (periodo carolingio, 800-888), usato, con più variazioni, nelle Chiese locali. Nel 1917, però, un ricercatore inglese ebbe modo di acquisire in Egitto un lotto di papiri. Tra questi, ne era incluso uno in greco con il testo dell’antica preghiera. Ciò dimostrò l’origine della prece. Il reperto, che è conservato nel Regno Unito, è catalogato Papyrus Rylands 470» (storico.org).

Il papiro Rylands 470 è stato oggetto di vari studi per la datazione, specie in ambito inglese; alcuni studiosi tendono a collocarlo al IV secolo piuttosto che al III, proprio per l’invocazione di Maria come “Madre di Dio”, Theotókos, che sarebbe stata considerata come prematura nel III secolo (il relativo dogma fu solennemente proclamato nel 431). Ma poi il consenso degli studiosi andò per una datazione al III secolo, considerando anche alcuni dati paleografici.

Questa antifona è breve ma possiede una grande ricchezza. Nel 2018 papa Francesco invitò alla recita di questa antica preghiera per impetrare la protezione della Vergine Maria, Madre di Dio, perché le nostre suppliche nel tempo della prova trovino ascolto presso Colui che può intervenire e liberarci da ogni pericolo. Un testo reso disponibile dal monastero carmelitano “Janua Coeli” così commenta la preghiera:

«La bellezza del termine praesidium valica la connotazione del lessico militare e significa esattamente “luogo difeso da presidio” ma nell’accezione più ampia indica il tutelare, proteggere, custodire. La Vergine Maria è considerata presidio potente dei cristiani, è la Madre a cui potersi rivolgere per essere accolti e sostenuti lungo i momenti difficili del cammino, è Lei che intercede per ognuno presso il Figlio. È Lei la Vergine Madre santa, “sola pura”, e “benedetta”. Questa antica preghiera allude alla totale Santità di Maria e alla perpetua verginità. Proprio alla Virgo Purissima si rivolge la supplica del fedele che vive nel pericolo e nella prova» (monasterocarmelitane.it).

Un canto in cui si allude alla maternità di Maria, ma anche alla sua verginità, dunque. La melodia con cui è conosciuta questa preghiera nel repertorio gregoriano ci suona soave e confidente, quasi a denunciare la fiducia certa che accompagna le richieste del fedele cristiano. Melodia semplice e memorizzabile con grande facilità. Naturalmente esistono anche numerose versioni polifoniche di questa antifona.

Come non pensare ad una preghiera del genere in un tempo in cui tutto il mondo è sotto una terribile prova? Come non desiderare una protezione più intensa da parte di Maria Madre di Dio? Quanto sentiamo parlare in questi tempi di proteggerci dal virus, proteggerci dall’infezione! Certamente tutti cerchiamo di essere prudenti e di non esporci a questa malattia, ma proprio per questo non sarà sbagliato affidarsi sempre più all’aiuto soprannaturale che ci offre la nostra fede. Ricordiamo che nella famosa preghiera di san Bernardo alla Vergine viene detto: “Ricordati, o piissima Vergine Maria, non essersi mai udito al mondo che alcuno abbia ricorso al tuo patrocinio, implorato il tuo aiuto, chiesto la tua protezione e sia stato abbandonato”. Questa è la nostra consolazione e speranza.

Publié dans Articoli di Giornali e News, Fede, morale e teologia, Libri, Mese di maggio con Maria, Papa Francesco I, Riflessioni, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Per la prima volta Medjugorje entra in un’iniziativa di preghiera del Vaticano

Posté par atempodiblog le 30 avril 2021

Per la prima volta Medjugorje entra in un’iniziativa di preghiera del Vaticano
Il 15 maggio il santuario della Regina della Pace ospiterà la maratona del rosario voluta dal Papa
di Gelsomino Del Guercio – Aleteia

 Anche-Medjugorje-ospiter-la-maratona-del-Rosario-voluta-da-Papa-Francesco

Per la prima volta Madjugorje rientra in una iniziativa di preghiera ufficialmente organizzata dal Vaticano.

Nella maratona di preghiera voluta da Papa Francesco per il mese mariano (maggio), ogni giorno si recita il Rosario dai principali Santuari del mondo. Tra questi è stato inserito anche il santuario della Regina della Pace a Medjugorje, che non è ancora riconosciuto ufficialmente come santuario mariano. Ma la scelta del Vaticano di inserirlo nel mese di preghiera mariano, è un segno di vicinanza e di riconoscenza della presenza della Vergine in quel luogo.

Come seguire il rosario da Medjugorje
Il 15 maggio la recita del Santo Rosario sarà trasmessa dal santuario della Regina della Pace di Medjugorje alle ore 18:00. E andrà in onda, in diretta, sui canali ufficiali del Vaticano.

La Santa Messa internazionale da Medjugorje sarà, quindi, spostata alle ore 19, fa sapere il portale La Luce di Maria.

Le indicazioni ufficiali della Commissione vaticana
La scelta del Vaticano di coinvolgere Medjugorje nel mese mariano arriva un anno dopo che la Commissione internazionale d’inchiesta, creata dal Vaticano, ha dato delle indicazioni favorevoli per i pellegrinaggi e la preghiera al santuario della Regina della Pace.

“Spiritualità che si manifesta attraverso Maria”
Il territorio di Medjugorje, si legge nella Relazione della Commissione del Vaticano, «è divenuto un luogo di pellegrinaggi, di preghiera e di scoperta o riscoperta della fede cristiana, con una sua propria spiritualità che si manifesta attraverso Maria che invita a rivolgersi umilmente a Cristo e a vivere con radicale coerenza il dono di Dio, promuovendo così la pace interiore e anche sociale».

I francescani assicurano a Medjugorje «una buona cura pastorale, che ha bisogno però di essere integrata e potenziata (se necessario con un maggior apporto anche di non francescani), sia per il numero degli addetti sia per le loro competenze».

Le confessioni sacramentali
Speciale importanza, sottolinea la Commissione, «hanno le confessioni sacramentali, che a Medjugorje avvengono in grandissimo numero. Vanno quindi aumentati i confessionali, garantendo le condizioni anche esterne per il rispetto del segreto».

La santa messa
La celebrazione della santa Messa «è vissuta in modo raccolto e devoto. Il grande numero di pellegrini che vi partecipano rende assai auspicabile un ampliamento delle dimensioni della chiesa parrocchiale. Anche l’Adorazione eucaristica e la recita del Rosario sono molto ben condotte e partecipate. Potrebbero però essere arricchite attraverso la lectio della Sacra Scrittura».

I pellegrinaggi
La Commissione incentiva i pellegrinaggi offrono infatti «grandi opportunità pastorali, dato che i pellegrini sono per lo più in una disposizione di apertura d’animo che li rende pronti a rileggere la propria storia personale, dandole un nuovo orientamento cristiano» (Aleteia, 24 febbraio 2020).

L’inviato del Papa
Il coinvolgimento nella maratona di preghiera voluta dal Papa e le conclusioni della Commissione del Vaticano su Medjugorje, seguono le indicazioni dell’arcivescovo polacco Henryk Hoser.

Quest’ultimo è stato inviato di papa Francesco nella parrocchia balcanica conosciuta in tutto il mondo per le presunte apparizioni mariane cominciate il 26 giugno 1981 (sono state ufficialmente riconosciute le prime sette).

“Medjugorje non è più un luogo sospetto”
«Medjugorje – aveva detto l’inviato del Papa – non è più un luogo “sospetto”. Sono stato inviato dal Papa per valorizzare l’attività pastorale in questa parrocchia, che è molto ricca di fermenti, vive di un’intensa religiosità popolare, costituita, da una parte da riti tradizionali, come il Rosario, l’adorazione eucaristica, i pellegrinaggi, la Via Crucis; dall’altra dal profondo radicamento di importanti Sacramenti come, ad esempio, la Confessione», le dichiarazioni di Hoser, che, per prime, hanno “scongelato” il clima di diffidenza del Vaticano nei confronti di Medjugorje.

Publié dans Apparizioni mariane e santuari, Articoli di Giornali e News, Fede, morale e teologia, Medjugorje, Mese di maggio con Maria, Mons. Henryk Hoser, Papa Francesco I, Preghiere, Riflessioni, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Pandemia. Il 1° maggio il Papa apre un mese di rosario per superare il Covid

Posté par atempodiblog le 22 avril 2021

Pandemia. Il 1° maggio il Papa apre un mese di rosario per superare il Covid
de La Redazione Internet di Avvenire

Pandemia. Il 1° maggio il Papa apre un mese di rosario per superare il Covid dans Apparizioni mariane e santuari santo-padre-Francesco

Saranno coinvolti 30 santuari in tutto il mondo. A chiudere il mese di preghiera mariana sarà sempre Francesco, il 31 maggio
Il mese di maggio sarà dedicato a una “maratona” di preghiera per invocare la fine della pandemia. L’iniziativa, voluta da Papa Francesco, coinvolgerà trenta santuari nel mondo.

“L’iniziativa coinvolgerà in modo speciale tutti i santuari del mondo, perché si facciano promotori presso i fedeli, le famiglie e le comunità della recita del rosario per invocare la fine della pandemia. Trenta santuari rappresentativi, sparsi in tutto il mondo, guideranno la preghiera mariana, che verrà trasmessa in diretta sui canali ufficiali della Santa Sede alle ore 18 ogni giorno”, informa il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione.

Papa Francesco aprirà la preghiera il 1° maggio e la concluderà il 31 maggio.

Publié dans Apparizioni mariane e santuari, Articoli di Giornali e News, Coronavirus, Fede, morale e teologia, Mese di maggio con Maria, Papa Francesco I, Preghiere, Riflessioni, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Persona, non personaggio

Posté par atempodiblog le 26 mars 2021

La quarta predica di Quaresima tenuta dal cardinale Cantalamessa
Persona, non personaggio
Fonte: L’Osservatore Romano

Persona, non personaggio dans Articoli di Giornali e News Ges-di-Nazaret

«Fra una settimana sarà il Venerdì santo e subito dopo la Domenica di risurrezione. Risorgendo, Gesù non è tornato alla vita di prima come Lazzaro, ma a una vita migliore, libera da ogni affanno. Speriamo che sia così anche per noi. Che dal sepolcro in cui ci ha tenuti rinchiusi per un anno la pandemia, il mondo — come ci va ripetendo continuamente il Santo Padre — esca migliore, non lo stesso di prima». Con questa speranza il cardinale Raniero Cantalamessa ha concluso, venerdì mattina 26 marzo, la quarta e ultima predica di Quaresima che ha tenuto nell’aula Paolo VI , alla presenza di Papa Francesco.

Una meditazione centrata sul fatto che tutto gira ancora intorno a «un certo Gesù» — come si legge negli Atti degli apostoli — che il mondo ritiene morto e la Chiesa proclama essere vivo. «Gesù di Nazareth — ha testimoniato il predicatore della Casa Pontificia — è vivo! Non è una memoria del passato, non è solo un personaggio, ma una persona. Vive “secondo lo Spirito”, certo, ma questo è un modo di vivere più forte di quello “secondo la carne”, perché gli permette di vivere dentro di noi, non fuori o accanto».

«Nella nostra rivisitazione del dogma — ha spiegato con un’attenta analisi storica — siamo giunti al nodo che unisce i due capi». Gesù “vero uomo” e Gesù “vero Dio”, infatti, «sono come i due lati di un triangolo, il cui vertice è Gesù, “una persona”». Del resto, ha puntualizzato, il dogma è «una struttura aperta: cresce e si arricchisce, nella misura in cui la Chiesa, guidata dallo Spirito Santo, si trova a vivere nuove problematiche e in nuove culture».

La Chiesa, da parte sua, «è in grado di leggere la Scrittura e il dogma in modo sempre nuovo, perché essa stessa è resa sempre nuova dallo Spirito Santo». Non a caso, lo storico Jaroslav Pelikan affermava che «la tradizione è la viva fede dei morti» (cioè «la fede dei Padri che continua a vivere») mentre «il tradizionalismo è la morta fede dei viventi».

Secondo il cardinale Cantalamessa, oggi è opportuno «scoprire e proclamare che Gesù Cristo non è un’idea, un problema storico e neppure soltanto un personaggio, ma una persona e una persona vivente! Questo infatti è ciò che è carente e di cui abbiamo estremo bisogno per non lasciare che il cristianesimo si riduca a ideologia, o semplicemente a teologia».

Partendo anche dalla sua esperienza personale di studio, il predicatore ha riproposto il «più celebre “incontro personale” con il Risorto che mai sia accaduto sulla faccia della terra: quello dell’apostolo Paolo». Scrivendo di questo a Filemone, Paolo dice espressamente: «Perché io possa conoscere lui». Ma proprio «quel semplice pronome “lui” (auton) contiene su Gesù più verità che interi trattati di cristologia», ha insistito il cardinale. «Lui», infatti, «vuol dire Gesù Cristo “ in carne ed ossa”». L’esperienza da vivere è quella di «incontrare una persona dal vivo dopo avere conosciuto per anni la sua fotografia».

«Riflettendo sul concetto di persona nell’ambito della Trinità — ha continuato il predicatore — sant’Agostino e dopo di lui san Tommaso d’Aquino, sono arrivati alla conclusione che “persona”, in Dio, significa relazione». E «il pensiero moderno ha confermato questa intuizione: essere persona è “essere-in-relazione”».

E così, ha fatto presente Cantalamessa, «non si può conoscere Gesù come persona se non entrando in un rapporto personale, da io a tu, con lui. Non possiamo accontentarci di credere nella formula “una persona”, dobbiamo raggiungere la persona stessa e, mediante la fede e la preghiera, “toccarla”».

Gesù, per ciascuno, deve essere «persona, non solamente un personaggio: c’è una grande differenza tra le due cose». Insomma, con figure insigni del passato come Giulio Cesare, Leonardo da Vinci, Napoleone «è impossibile parlare». Dunque, attenzione, a «relegare Gesù al passato» senza «farsi riscaldare il cuore con un relazione esistenziale con lui». Papa Francesco lo scrive chiaramente all’inizio della sua esortazione apostolica Evangelii gaudium, al numero 3: «Invito ogni cristiano, in qualsiasi luogo e situazione si trovi, a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta. Non c’è motivo per cui qualcuno possa pensare che questo invito non è per lui». Dunque, ha aggiunto il cardinale, «la vita di ogni persona, si divide esattamente come si divide la storia universale: “avanti Cristo” e “dopo Cristo”, prima dell’incontro personale con Cristo e in seguito a esso».

Come fare allora? «Solo per opera dello Spirito Santo — ha risposto il predicatore — che non aspetta altro che glielo chiediamo: “Fa’ che per mezzo tuo conosciamo il Padre e conosciamo anche il Figlio”. Che lo conosciamo di questa conoscenza intima e personale che cambia la vita».

Ma il cardinale ha invitato anche a «fare un passo avanti» per arrivare alla comprensione che «Dio è amore, il mistero più grande e più inaccessibile alla mente umana». In realtà «si potrebbero passare ore intere a ripetere dentro di sé questa parola, senza finire mai di stupirsi: Dio, ha amato me, creatura da nulla e ingrata! Ha dato se stesso — la sua vita, il suo sangue — per me. Singolarmente per me! È un abisso nel quale ci si perde». Il nostro rapporto personale con Cristo è dunque essenzialmente «un rapporto di amore». E «consiste nell’essere amati da Cristo e amare Cristo. Questo vale per tutti, ma assume un significato particolare per i pastori della Chiesa», perché «l’ufficio del pastore trae la sua forza segreta dall’amore per Cristo».

Per andare al sodo, il cardinale ha suggerito il significato della meditazione sulla vita personale di ciascuno, «in un momento di grande tribolazione per tutta l’umanità». Ed è ancora Paolo a far da riferimento, quando nella Lettera ai Romani scrive: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo?». L’apostolo «passa in rassegna nella sua mente tutte le prove attraversate», ma «constata che nessuna di esse è così forte da reggere al confronto con il pensiero dell’amore di Cristo».

Paolo «ci suggerisce un metodo di guarigione interiore basato sull’amore. Ci invita a portare a galla — ha affermato il predicatore — le angosce che si annidano nel nostro cuore, le tristezze, le paure, i complessi, quel difetto fisico o morale che non ci fa accettare serenamente noi stessi, quel ricordo penoso e umiliante, quel torto subito, la sorda opposizione da parte di qualcuno. Esporre tutto ciò alla luce del pensiero che Dio mi ama, e troncare ogni pensiero negativo, dicendo a noi stessi, come l’apostolo: “Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?”».

Infine, ha concluso, l’apostolo «ci invita a guardare con occhi di fede il mondo che ci circonda e che ci fa ancora più paura ora che l’uomo ha acquisito il potere di sconvolgerlo con le sue armi e le sue manipolazioni». Quello che «Paolo chiama l’“altezza” e la “profondità” sono per noi — nell’accresciuta conoscenza delle dimensioni del cosmo — l’infinitamente grande sopra di noi e l’infinitamente piccolo sotto di noi». E in questo momento, ha osservato Cantalamessa, quell’«infinitamente piccolo» è «il coronavirus che da un anno tiene in ginocchio l’intera umanità».

Publié dans Articoli di Giornali e News, Commenti al Vangelo, Coronavirus, Fede, morale e teologia, Misericordia, Padre Raniero Cantalamessa, Papa Francesco I, Quaresima, Riflessioni, Santa Pasqua, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Il Papa: Dante, profeta di speranza e poeta della misericordia

Posté par atempodiblog le 25 mars 2021

Il Papa: Dante, profeta di speranza e poeta della misericordia
Nella Lettera apostolica “Candor lucis aeternae”, pubblicata oggi, Francesco ricorda il VII centenario della morte di Dante Alighieri, sottolineando l’attualità, la perennità e la profondità di fede della “Divina Commedia”
di Isabella Piro – Vatican News

Il Papa: Dante, profeta di speranza e poeta della misericordia dans Articoli di Giornali e News Sommo-poeta-Dante-Alighieri

A 700 anni dalla sua morte, avvenuta nel 1321 a Ravenna, in doloroso esilio dall’amata Firenze, Dante ci parla ancora. Parla a noi, uomini e donne di oggi, e ci chiede di essere non solo letto e studiato, ma anche e soprattutto ascoltato e imitato nel suo cammino verso la felicità, ovvero l’Amore infinito ed eterno di Dio. Così scrive Papa Francesco nella Lettera apostolica “Candor lucis aeternae – Splendore della vita eterna”, pubblicata oggi, 25 marzo, Solennità dell’Annunciazione del Signore. La data non è casuale: il mistero dell’Incarnazione, scaturito dall’”Eccomi” di Maria, è infatti – spiega il Pontefice – “il vero centro ispiratore e il nucleo essenziale” di tutta la “Divina Commedia” che realizza “la divinizzazione” ovvero “il prodigioso scambio” tra Dio che “entra nella nostra storia facendosi carne” e l’umanità che “è assunta in Dio, nel quale trova la felicità vera”.

Il pensiero dei Papi su Dante
Suddivisa in nove paragrafi, la Lettera apostolica si apre con un breve excursus che Francesco fa del pensiero di diversi Pontefici su Dante: nel 1921, Benedetto XV gli dedica l’Enciclica “In praeclara summorum” e rivendica l’appartenenza del poeta fiorentino alla Chiesa, tanto da definirlo “nostro Dante”, poiché la sua opera trae “poderoso slancio d’ispirazione” dalla fede cristiana. Nel 1965, San Paolo VI scrive la Lettera apostolica “Altissimi cantus” e sottolinea quanto la “Commedia” sia “universale”, perché “abbraccia cielo e terra, eternità e tempo” ed ha un fine “trasformante”, ovvero “in grado di cambiare radicalmente l’uomo e di portarlo dal peccato alla santità”. Papa Montini sottolinea anche “l’ideale della pace” espresso nell’opera dantesca, insieme alla “conquista della libertà” che, affrancando l’uomo dal male, lo conduce verso Dio. Vent’anni dopo, nel 1985, San Giovanni Paolo II richiama un altro termine-chiave della “Divina Commedia”: il verbo “transumanare” che permette all’uomo e al divino di non annullarsi a vicenda. La prima Enciclica di Benedetto XVI, poi, la “Deus caritas est”, nel 2005, mette in luce l’originalità del poema di Dante, cioè “la novità di un amore che ha spinto Dio ad assumere un volto ed un cuore umano”. Francesco ricorda anche la sua prima Enciclica, “Lumen fidei”, diffusa nel 2013, in cui il Sommo Poeta viene citato per descrivere la luce della fede come “favilla, fiamma e stella in cielo” che scintilla nell’uomo.

“Divina Commedia”, patrimonio di valori sempre attuali
Quindi, il Papa si sofferma sulla vita di Dante, definendola “paradigma della condizione umana” e sottolineando “l’attualità e la perennità” della sua opera che “ha saputo esprimere, con la bellezza della poesia, la profondità del mistero di Dio e dell’amore”. Essa, infatti, è “parte integrante della nostra cultura – scrive Francesco – ci rimanda alle radici cristiane dell’Europa e dell’Occidente, rappresenta il patrimonio di ideali e di valori” proposti anche oggi dalla Chiesa e dalla società civile come “base della convivenza umana” per poterci e doverci “riconoscere tutti fratelli”. Padre della lingua e della letteratura italiana, l’Alighieri vive la sua vita con “la struggente malinconia” di pellegrino ed esule, sempre in cammino, non solo esteriormente perché costretto all’esilio, ma anche interiormente, alla ricerca della meta. Ed è qui che emergono i due assi portanti della “Divina Commedia” – spiega Francesco – ossia il punto di partenza rappresentato dal “desiderio, insito nell’animo umano” e il punto di arrivo, ovvero “la felicità, data dalla visione dell’Amore che è Dio”.

Cantore del desiderio umano di felicità
Dante non si rassegna mai e per questo è “profeta di speranza”: perché con la sua opera spinge l’umanità a liberarsi dalla “selva oscura” del peccato per ritrovare “la diritta via” e raggiungere, così, “la pienezza della vita nella storia” e “la beatitudine eterna in Dio”. La sua è dunque “una missione profetica” che non risparmia denunce e critiche contro quei fedeli e quei Pontefici che corrompono la Chiesa e la trasformano in uno strumento di intesse personale. Ma in quanto “cantore del desiderio umano” di felicità, l’Alighieri sa scorgere “anche nelle figure più abiette ed inquietanti” l’aspirazione di ciascuno a porsi in cammino “finché il cuore non trovi riposo e pace in Dio”.

Poeta della misericordia di Dio
Il cammino indicato da Dante – spiega ancora Papa Francesco – è “realistico e possibile” per tutti, perché “la misericordia di Dio offre sempre la possibilità di cambiare e di convertirsi”. In questo senso, l’Alighieri è “poeta della misericordia di Dio” ed è anche cantore “della libertà umana”, della quale si fa “paladino”, perché essa rappresenta “la condizione fondamentale delle scelte di vita e della stessa fede”. La libertà di chi crede in Dio quale Padre misericordioso, aggiunge, è “il maggior dono” che il Signore fa all’uomo perché “possa raggiungere la meta ultima”.

L’importanza delle donne nella “Commedia”
La Lettera apostolica “Candor lucis aeternae” dà, inoltre, la rilevanza a tre figure femminili tratteggiate nella “Divina Commedia”: Maria, Madre di Dio, emblema della carità; Beatrice, simbolo della speranza, e Santa Lucia, immagine della fede. Queste tre donne, che richiamano le tre virtù teologali, accompagnano Dante in diverse fasi del suo peregrinare, a dimostrazione del fatto che “non ci si salva da soli”, ma che è necessario l’aiuto di chi “può sostenerci e guidarci con saggezza e prudenza”. A muovere Maria, Beatrice e Lucia, infatti, è sempre l’amore divino, “l’unica sorgente che può donarci la salvezza”, “il rinnovamento di vita e la felicità”. Un ulteriore paragrafo, poi, il Pontefice lo dedica a San Francesco, che nell’opera dantesca è raffigurato nella “candida rosa dei beati”. Tra il Poverello di Assisi e il Sommo Poeta, il Papa scorge “una profonda sintonia”: entrambi, infatti, si sono rivolti al popolo, il primo “andando tra la gente”, il secondo scegliendo di usare non il latino, bensì il volgare, “la lingua di tutti”. Entrambi, inoltre, si aprono “alla bellezza e al valore” del Creato, specchio del suo Creatore.

Precursore della cultura multimediale
Artista geniale, il cui umanesimo “è ancora valido ed attuale”, l’Alighieri è anche – afferma Francesco – “un precursore della nostra cultura multimediale”, perché nella sua opera si fondono “parole e immagini, simboli e suoni” che formano “un unico messaggio” che ha quasi il sapore della “provocazione”: egli, infatti, vuole renderci “pienamente consapevoli di ciò che siamo nella tensione interiore e continua verso la felicità” rappresentata dall’Amore infinito ed eterno di Dio. Di qui, l’appello che il Pontefice lancia affinché l’opera dantesca sia fatta conoscere ancor di più e resa “accessibile e attraente” non solo agli studiosi, ma anche a tutti coloro che “vogliono vivere il proprio itinerario di vita e di fede in maniera consapevole”, accogliendo “il dono e l’impegno della libertà”.

Portare Dante a tutti, fuori da scuole e Università
Congratulandosi, in particolare, con gli insegnanti che riescono a “comunicare con passione il messaggio di Dante e il tesoro culturale, religioso e morale” della sua opera, Francesco chiede però che questo “patrimonio” non rimanga rinchiuso nelle aule scolastiche e universitarie, ma venga conosciuto e diffuso grazie all’impegno delle comunità cristiane, delle istituzioni accademiche e delle associazioni culturali. Anche gli artisti sono chiamati in causa: Francesco li incoraggia a “dare forma alla poesia di Dante lungo la via della bellezza”, così da diffondere “messaggi di pace, libertà e fraternità”. Un compito quanto mai rilevante in questo momento storico segnato da ombre, degrado e mancanza di fiducia nel futuro, sottolinea il Papa. Il Sommo Poeta – conclude la Lettera apostolica – può quindi “aiutarci ad avanzare con serenità e coraggio nel pellegrinaggio della vita e della fede, finché il nostro cuore non avrà trovato la vera pace e la vera gioia”, ossia “l’amor che move il sole e l’altre stelle”.

Publié dans Articoli di Giornali e News, Fede, morale e teologia, Misericordia, Papa Francesco I, Riflessioni, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Il Papa sul messaggio della Divina Misericordia: apriamo il cuore a Gesù

Posté par atempodiblog le 21 février 2021

Il Papa sul messaggio della Divina Misericordia: apriamo il cuore a Gesù
Francesco ha ricordato che sono passati novanta anni dalla rivelazione dell’immagine di Gesù Misericordioso. “Quel messaggio – ha detto- è giunto al mondo intero, e non è altro che il Vangelo di Gesù Cristo, morto e risorto, che ci dona la misericordia del Padre”
di Amedeo Lomonaco – Vatican News

Domenica della Divina Misericordia dans Beato Michele Sopocko Ges-Misericordioso

È rivolto alla Polonia, al Santuario di Płock il pensiero di Papa Francesco dopo l’Angelus. Salutando in particolare i fedeli polacchi pronuncia queste parole:

Novant’anni fa il Signore Gesù si manifestò a Santa Faustina Kowalska, affidandole uno speciale messaggio della Divina Misericordia. Mediante San Giovanni Paolo II, quel messaggio è giunto al mondo intero, e non è altro che il Vangelo di Gesù Cristo, morto e risorto, che ci dona la misericordia del Padre. Apriamogli il cuore, dicendo con fede: “Gesù, confido in Te”.

È il 22 Febbraio del 1931. Il Signore Gesù si manifesta a santa Faustina Kowalska Kowalska che si trova nella cella del convento di Płock della Congregazione delle Suore della Beata Vergine Maria della Misericordia in Stary Rynek. “La sera, stando nella mia cella – scrive santa suor Faustina nel suo “Diario” – vidi il Signore Gesù vestito di una veste bianca: una mano alzata per benedire, mentre l’altra toccava sul petto la veste, che ivi leggermente scostata lasciava uscire due grandi raggi, rosso l’uno e l’altro pallido. Muta tenevo gli occhi fissi sul Signore; l’anima mia era presa da timore, ma anche da gioia grande. Dopo un istante, Gesù mi disse: Dipingi un’immagine secondo il modello che vedi, con sotto scritto: Gesù, confido in Te. Desidero che questa immagine venga venerata prima nella vostra cappella, e poi nel mondo intero”. La prima immagine di Gesù Misericordioso fu dipinta a Vilnius, sotto la guida della stessa suor Faustina. L’immagine più conosciuta è custodita nel Santuario della Divina Misericordia a Cracovia-Łagiewniki. Fu creata secondo le istruzioni della guida spirituale dell’Apostola della Divina Misericordia, padre Józef Andrasz Domani, alle ore 17.00, si terrà in Polonia una Messa nel Santuario della Divina Misericordia a Płoc. Si può seguire la celebrazione sul canale Youtube del Santuario.

Publié dans Fede, morale e teologia, Misericordia, Papa Francesco I, Riflessioni, Santa Faustina Kowalska, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Francesco: mai dialogare con il diavolo

Posté par atempodiblog le 21 février 2021

Francesco: mai dialogare con il diavolo
“Tutto il ministero di Cristo è una lotta contro il Maligno nelle sue molteplici manifestazioni”. All’Angelus il Papa ricorda i quaranta giorni vissuti da Gesù nel “luogo della prova e della tentazione”
di Davide Dionisi – Vatican News

Francesco: mai dialogare con il diavolo dans Anticristo Santo-Padre-Francesco

“Lo Spirito Santo sospinse Gesù nel deserto”. All’Angelus, recitato dalla finestra del Palazzo Apostolico, nella prima domenica di Quaresima, il Papa evoca il Vangelo delle Tentazioni per indicare “la strada per vivere in maniera fruttuosa i quaranta giorni che conducono alla celebrazione annuale della Pasqua”.

Il deserto, luogo della tentazione e della prova
La riflessione di Francesco parte dal deserto, luogo naturale e simbolico, importante nella Bibbia “dove Dio parla al cuore dell’uomo, e dove sgorga la risposta della preghiera”. Ma, aggiunge, “è anche il luogo della prova e della tentazione, dove il Tentatore, approfittando della fragilità e dei bisogni umani, insinua la sua voce menzognera, alternativa a quella di Dio, una voce alternativa che ti fa vedere un’altra strada, la strada dell’inganno. Il Tentatore seduce”.

L’inizio del duello
Il Papa fissa nei quaranta giorni vissuti nel deserto il momento iniziale del “duello” tra Gesù e il diavolo, che si concluderà con la Passione e la Croce. Ma la sua morte rappresenterà l’ultimo deserto che libererà definitivamente l’uomo.

Dopo la prima fase in cui Gesù dimostra di parlare e agire con la potenza di Dio, sembra che il diavolo abbia la meglio, quando il Figlio di Dio viene rifiutato, abbandonato e, infine, catturato e condannato a morte. Ha vinto il diavolo, sembra. Sembra che il vincitore sia lui. In realtà, proprio la morte era l’ultimo “deserto” da attraversare per sconfiggere definitivamente Satana e liberare tutti noi dal suo potere. E così Gesù ha vinto nel deserto della morte per vincere nella Risurrezione.

Essere consapevoli della presenza del Male
Il Papa osserva che ogni anno, all’inizio della Quaresima, questo passo del Vangelo di Marco ricorda che la vita del cristiano, sulle orme del Signore, è un combattimento contro lo spirito del male. “Ci mostra che Gesù ha affrontato volontariamente il Tentatore e lo ha vinto; e al tempo stesso ci rammenta che al diavolo è concessa la possibilità di agire anche su di noi con le tentazioni”. Per questo, Francesco esorta a coltivare l’abitudine alla consapevolezza della presenza del Male nelle nostre vite.

Dobbiamo essere consapevoli della presenza di questo nemico astuto, interessato alla nostra condanna eterna, al nostro fallimento, e prepararci a difenderci da lui e a combatterlo. La grazia di Dio ci assicura, con la fede, la preghiera e la penitenza, la vittoria sul nemico.

Non si dialoga con il diavolo
“Vorrei sottolineare una cosa”, prosegue Francesco. “Nelle tentazioni Gesù non dialoga mai con il diavolo. O lo caccia via, o lo condanna, o fa vedere la sua malizia. Nel deserto sembra ci sia un dialogo perché il diavolo gli fa tre proposte e Gesù risponde. Ma Gesù non risponde con le sue parole, ma con la Parola di Dio”. Lo stesso, per il Papa, deve avvenire per tutti noi perché quando si avvicina il Maligno, ci seduce, così come è accaduto con Eva. “Se noi entriamo in dialogo con il diavolo saremo sconfitti. Con il diavolo mai si dialoga, non c’è dialogo possibile” ha affermato.

Non avere paura del deserto
Come Gesù, osserva Francesco, anche noi saremo spinti dallo Spirito Santo ad entrare nel deserto. “Non si tratta”, specifica, “di un luogo fisico, ma di una dimensione esistenziale in cui fare silenzio, metterci in ascolto della parola di Dio”. Il Papa esorta a “non avere paura del deserto” e a “cercare momenti di più preghiera e di silenzio”. Infine un appello a camminare sui sentieri di Dio, rinnovando le promesse del nostro Battesimo: “Rinunciare a Satana, a tutte le sue opere e a tutte le sue seduzioni”. Anche perché “Il nemico è lì accovacciato” e bisogna prestare attenzione.

Publié dans Anticristo, Fede, morale e teologia, Papa Francesco I, Quaresima, Riflessioni, Stile di vita | Pas de Commentaire »

“Maria e la Chiesa a 25 anni dalle lacrime della Madonna di Civitavecchia”

Posté par atempodiblog le 2 février 2021

Una riflessione del teologo Stephen Walford sulla Vergine e il mondo sconvolto dalla pandemia
“Maria e la Chiesa a 25 anni dalle lacrime della Madonna di Civitavecchia”
di Stephen Walford* – Vatican Insder

“Maria e la Chiesa a 25 anni dalle lacrime della Madonna di Civitavecchia” dans Apparizioni mariane e santuari La-Madonna-di-Civitavecchia

Il 2 febbraio 1995 nella città portuale di Civitavecchia, nel Lazio, a pochi chilometri da Roma, un nuovo capitolo della profetica “era mariana” fu scritto dalla Beata Vergine Maria. Una vicenda famosa in tutto il mondo che pose la famiglia Gregori al centro di un intervento divino con conseguenze diffuse per la Chiesa e per il mondo.

La storia iniziò alcuni mesi prima, nel settembre 1994, quando il parroco di Sant’Agostino a Pantano, don Pablo Martin, partì in pellegrinaggio per Medjugorje con l’intenzione di portare una statua della Beata Vergine in regalo alla famiglia di Fabio Gregori. Il sacerdote disse che, mentre si trovava nella cittadina bosniaca, fu guidato da San Pio da Pietrelcina (morto nel 1968) ad acquistare una statua particolare e che il famoso frate cappuccino gli suggerì che «l’evento più bello della sua vita» sarebbe stato proprio il risultato di questa decisione.

Nello stesso periodo una figlia spirituale del famoso esorcista padre Gabriele Amorth lo informò che una «Madoninna avrebbe pianto a Civitavecchia» e che «non sarebbe stato di buon auspicio per l’Italia». Il vescovo di Civitavecchia dell’epoca, monsignor Girolamo Grillo, raccontò nel suo diario che padre Amorth gli telefonò il 13 marzo 1995 per fornirgli queste informazioni. Ma il vescovo non gli credette.

Le lacrime
Il 2 febbraio 1995, alle 16.20, mentre i Gregori si preparavano per andare a messa, la piccola Jessica, cinque anni, vide per la prima volta lacrime di sangue fluire dall’occhio sinistro fino al cuore della statua della Madonna, posta nella grotta del giardino. Suo padre Fabio assistette anche lui alla scena. Lo stesso fenomeno si verificò nei giorni seguenti con altri testimoni, ma il vescovo Grillo rimase a lungo scettico. La statua pianse altre tredici volte prima che una grazia straordinaria cambiasse l’opinione del vescovo. Il 15 marzo, alle 8.15, dopo la messa in episcopio, la sorella del presule, Grazia, espresse il desiderio di pregare davanti alla statua dopo aver ricordato le parole di padre Amorth. Monsignor Grillo accolse la richiesta e, insieme a molti altri presenti, iniziarono a recitare il “Salve Regina”. Quando raggiunsero le parole «Orsù dunque, avvocata nostra, rivolgi a noi gli occhi tuoi misericordiosi», la statua cominciò a piangere lacrime di sangue per la quattordicesima volta, e questa volta nelle mani del vescovo stesso.

Padre Amorth in seguito confessò che la sua figlia spirituale che l’aveva informato nell’estate del ’94 del futuro evento miracoloso, lo aveva anche avvertito che se non fosse stata fatta molta preghiera e penitenza, l’Italia avrebbe dovuto affrontare una guerra civile e un terribile spargimento di sangue. A causa di questo pericolo, la donna si offrì come vittima in riparazione per i peccati dell’Italia e presto si ammalò gravemente. Il vescovo Grillo nel frattempo si era anche impegnato a chiedere a tutti i conventi e monasteri di clausura di pregare ardentemente per il Paese.

Il presule, ormai fermamente convinto della vera natura degli eventi che si svolgevano nella sua diocesi, portò la statua a Roma per fare in modo che due diverse équipe mediche analizzassero le lacrime. Entrambi tornarono con lo stesso risultato: il sangue proveniva da un maschio di circa trent’anni, ma rivelava anche forti caratteristiche femminili.

Sorprendentemente, il professor Giancarlo Umani Ronchi, il principale medico di Medicina legale dell’Università La Sapienza, dichiarò apertamente che durante le prove era emerso un aspetto soprannaturale dalla statua. Le scansioni eseguite da diverse agenzie insieme alla Chiesa cattolica dimostrarono che non erano presenti dispositivi o meccanismi nascosti all’interno della statua che avrebbero potuto permettere l’uscita di sangue. Per coloro che guardavano con gli occhi della fede a tale evento miracoloso – incluso il vescovo inizialmente scettico – il sangue era quello di Cristo, e le forti caratteristiche femminili potevano essere spiegate dal fatto che Gesù non aveva un padre terreno, quindi tutto derivava dalla madre Maria.

Non mancarono le controversie, tali da portare l’Ufficio della Procura della Repubblica di Civitavecchia a confiscare la statua per ulteriori indagini. Cosa che causò un tumulto tra i fedeli. A questo punto fu coinvolto il Vaticano, il quale mostrò un sostegno tangibile per la famiglia Gregori. Papa Giovanni Paolo II inviò, il 10 aprile 1995, il suo grande amico cardinale Andrej Maria Deskur (il porporato che offrì le sofferenze causate da un ictus per il Papa all’alba del suo pontificato) per regalare ai Gregori una replica della statua fatta dallo stesso uomo che realizzò l’originale.

Fu un dono personale del Papa polacco e presto, inspiegabilmente, iniziò ad emettere un olio profumato nei giorni di festa liturgica, nell’anniversario delle lacrime, e anche in molte occasioni di fronte a semplici pellegrini che invocavano l’aiuto della Madonnina. La statua pianse anche lacrime umane il 2 aprile 2005, il giorno della morte di San Giovanni Paolo II, e il 31 marzo 2006, quando il vescovo Grillo vide personalmente il pianto e lo rese noto.

Le apparizioni
Per quanto incredibili fossero questi eventi nella primavera del 1995, furono solo l’inizio della chiamata divina, poiché in pochi mesi Fabio, sua moglie Annamaria, Jessica e il loro figlio più giovane Davide iniziarono ad avere apparizioni della Vergine e di Gesù. A partire dal 2 luglio e terminando il 17 maggio 1996, durante queste apparizioni furono lasciati 93 messaggi pubblici su una serie di temi; ancora prima, la madre Annamaria disse di aver ricevuto delle rivelazioni sotto forma di sogni. Chiaramente l’intenzione della Madonna era di attirare l’attenzione sull’importanza vitale della famiglia cristiana.

Quando arrivarono al vescovo Grillo le notizie di queste apparizioni, il vecchio scetticismo tornò. Interrogò Jessica nel settembre 1995 accusandola di aver mentito, ma la ragazza rimase ferma, rivelando anche in un secondo incontro che la Beata Vergine le aveva detto che il vescovo «ha un cuore di pietra». A questo punto, il presule mise alla prova Jessica: le chiese di riferire un fatto su sé stesso che solo lui sapeva. In seguito Jessica tornò non con uno, ma con diversi fatti riguardanti la sua persona. Chiaramente colpito dai dettagli sorprendenti e veritieri, il vescovo si ammalò, ma da quel momento tutti i dubbi svanirono e divenne di grande supporto ai piani della Beata Vergine per Civitavecchia e la famiglia Gregori. Al vescovo fu consegnato anche un segreto della Vergine con dettagli su eventi futuri della sua vita; poco prima della sua morte nel 2016, monsignor Grillo ha rivelato pubblicamente che i contenuti del segreto si erano avverati.

Uno degli aspetti più belli delle apparizioni era la tenerezza e l’umiltà mostrata dalla Vergine Maria. Ad esempio raccontarono che, quando apparve, la Madonna si sarebbe scusata per aver tolto il tempo alla famiglia. In un’occasione Davide fu abbracciato dalla Madonna mentre le tirava la corda intorno alla cintola. Fabio riferì di essere stato inizialmente incredulo all’idea che la Beata Vergine apparisse ai figli Jessica e Davide, ma poi quando vide la Madonna «Ella mi ha dato un bacio sulla fronte. Ho sentito il calore e la carne». Jessica e sua madre Annamaria parlarono entrambe con Gesù in Chiesa. Il Signore uscì fuori dall’immagine della Divina Misericordia e si avvicinò ad Annamaria e le tenne la mano. Sebbene i messaggi pubblici fossero terminati nel maggio 1996, le apparizioni proseguirono in modo privato. Manuel, nato nel 2002, disse di aver visto la Madonna all’età di sette anni, in un momento di particolare sofferenza per la famiglia, e più di recente, nel dicembre 2018, la Madonna è apparsa a Fabio e Annamaria durante la messa. Jessica ha continuato ad avere apparizioni anche negli anni successivi.

I messaggi
Se consideriamo i messaggi, ci permettono di capire il motivo delle lacrime di sangue. Descrivono alla Chiesa in modo profetico e apocalittico i pericoli che incombono sull’umanità: apostasia dalla vera fede, un attacco satanico alla famiglia, una terza guerra mondiale, l’importanza della devozione al Cuore Immacolato di Maria e un avvertimento che la visione del terzo segreto di Fatima si sarebbe iniziata a compiere alla fine del secondo millennio. La Madonna parlò anche dell’imminente vittoria finale sul male con il ritorno nella gloria del Signore.

In termini di «grande apostasia» della vera Fede, come la descrisse la Madonna, l’avvertimento fu severo: «Figli, la Chiesa è entrata nel periodo di grande prova e in molti di voi la fede diventerà instabile». In un’altra occasione disse: «Satana si sta impadronendo di tutta l’umanità, e ora sta cercando di distruggere la Chiesa di Dio tramite molti sacerdoti. Non permettetelo! Aiutate il Santo Padre!». Ancora: «A Roma le tenebre stanno scendendo sempre di più sulla roccia che mio figlio Gesù vi ha lasciato per edificare, educare e far crescere spiritualmente i suoi figli».

Gli avvertimenti di apostasia si trovano anche nel magistero dei Papi recenti. Giovanni Paolo II si riferiva specificatamente ad una «apostasia silenziosa» nella sua Esortazione apostolica Ecclesia in Europa, mentre Benedetto XVI riprese la profezia di San Paolo a Timoteo riguardante il giorno «in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole» (2 Tm 4,3). Papa Francesco in innumerevoli occasioni ha messo in guardia dal pericolo rappresentato dalla mondanità spirituale che è «la tentazione più perfida che minaccia la Chiesa».

La Beata Vergine implorava l’unità nella Chiesa attraverso l’obbedienza di tutti i vescovi al Papa. «La sua forza conferma che la vera Verità Evangelica è soltanto nella Chiesa di Gesù affidata al Papa e a tutti i vescovi uniti a lui nell’obbedienza». I vescovi sono anche invitati a «tornare ad essere un solo cuore pieno di vera fede e di umiltà».

Un messaggio centrale trasmesso alla famiglia Gregori attraverso i vari segni soprannaturali riguardava la distruzione del matrimonio e della famiglia. Ad esempio, la Madonna si presentò come «Regina della Chiesa e Regina della famiglia»; i messaggi parlavano di «atti d’amore» all’interno della famiglia che «salvano le anime da Satana». Il 16 luglio 1996, la Beata Vergine dichiarò anche che «Satana vuole distruggere la famiglia» e veniva proposto il Rosario come mezzo per sconfiggere il diavolo. Jessica sentì la chiamata al matrimonio piuttosto che alla vita consacrata proprio perché capì che la volontà di Dio per lei era quella di essere testimone della bellezza del matrimonio, in un’epoca in cui le forze del male desideravano distruggerla.

Il legame tra Fatima e Civitavecchia
Uno degli aspetti più profetici dei messaggi riguardava inoltre il vincolo di Civitavecchia con Fatima. Ci sono diverse ragioni per questo. Anzitutto il fatto che la Madonna menzionò specificamente Fatima: «Figli miei, le tenebre di Satana stanno ormai oscurando tutto il mondo e stanno oscurando anche la Chiesa di Dio. Preparatevi a vivere quanto io avevo svelato alle mie piccole figlie di Fatima». Poi che la Madonna rivelò il terzo segreto di Fatima a Jessica il 27 agosto 1995. La ragazza visitò anche suor Lucia nel 1996 e insieme discussero del segreto.

Sembrano esserci diversi elementi dal significato profondo che legano Fatima e Civitavecchia dal punto di vista storico, geografico ed escatologico, ma convergono tutti su una questione: le sofferenze del Papa e della Chiesa. Fatima ha annunciato che le sofferenze sarebbero arrivate all’inizio del secolo, mentre a Civitavecchia alla fine del secolo. Sappiamo che ora siamo entrati in quei tempi predetti e che «sono imminenti gli anni del trionfo del mio Cuore Immacolato».

In termini geografici, dobbiamo vedere che Civitavecchia si trova vicino a Roma e questo suggerisce che lo sguardo della Madonna è incentrato sulla vita e sul ministero del Papa e sui pericoli che minacciano lui e il suo ministero di proteggere il gregge dai lupi dentro e fuori.

Da un punto di vista escatologico, è significativo l’aver affidato il terzo segreto a Jessica, cinque anni prima della sua pubblicazione nel 2000. Non sappiamo se alla ragazza fosse stata data una interpretazione precisa della visione, ma c’è chiaramente un motivo per cui le è stato detto. In ogni caso, Civitavecchia sembrerebbe indicare due realtà mostrate nella visione originale: in primo luogo, la distruzione di una città in cui il Papa prega per i morti. Ciò rappresenterebbe una punizione per l’umanità in generale. In secondo luogo, il martirio del Papa e di quei vescovi, sacerdoti, religiosi e laici davanti alla Croce in cima alla montagna. Questo senza dubbio rappresenta una persecuzione universale della Chiesa che sembrerebbe indicare la prova finale prima della seconda venuta del Signore (CCC 675). Anche le lacrime di sangue della statua originale appartenente alla famiglia Gregori potrebbero essere interpretate in questa luce: rappresentano profeticamente la sofferenza che deriverà dalla mancata conversione dell’umanità. Maria piange per tutti i suoi figli, ma rappresenta la Chiesa nella sua sofferenza.

Fatima non si è conclusa con la promessa di fallimento, ma piuttosto con la promessa di un trionfo definitivo contro Satana. Ecco perché a Civitavecchia come a San Nicolas, in Argentina, e Kibeho, in Ruanda, la Madre e il Figlio annunciano un messaggio di grande gioia. A Fabio Gregori, il Signore disse: «Ti manderò un angelo per mostrarti ciò che deve accadere tra breve. Beato chi avrà custodito e predicato le parole profetiche della Chiesa di Dio, nostro Padre, che tramite la nostra mamma celeste, la Madonna, ci prepara la strada per intercedere presso nostro Padre, Dio. Non abbandonare mai i sacramenti, la Confessione, la preghiera, il digiuno e il corpo di Cristo Gesù nella Santa Messa, perché la mia venuta sarà molto presto».

In un’altra occasione la Madonna avrebbe detto: «Aprite il cuore e le braccia con lo stesso modo e amore con cui si abbraccia il proprio figlio, per essere pronti ad abbracciare il Cristo nello splendore della sua gloria, perché il suo grande avvento sta per arrivare. Pregate e non stancatevi mai di pregare. Dolci figli miei, amatevi, perché l’amore in Cristo mio figlio è la vostra chiave per entrare in quella porta piccola che conduce al Regno di Dio».

Naturalmente messaggi di questo tipo sono aperti ad essere sensazionalizzati e persino fraintesi. Il punto è certamente che sono una chiamata a rispondere al Vangelo nel modo più autentico e radicale possibile. Ci invitano a vivere ogni giorno nello spirito dell’Avvento, non rinunciando alla vita ma abbracciandola, e di vivere ogni giorno al servizio degli altri.

L’altro collegamento principale tra Fatima e Civitavecchia è il desiderio della Madonna che la devozione al suo Cuore Immacolato fosse diffusa. Chiede la consacrazione del mondo al suo Cuore Immacolato e che gli individui facciano lo stesso. Questo perché, con una consacrazione, si pone sotto la diretta protezione della Madre spirituale di tutti i popoli: è trovare rifugio dalla tempesta spirituale nel rifugio più sicuro.

La posizione della Chiesa su Civitavecchia
A questo punto, è importante osservare quale fu l’atteggiamento della Chiesa nei confronti dei vari fenomeni qui descritti. Possiamo dire che c’è stata un’approvazione? Poco dopo che gli eventi iniziarono a svolgersi nella sua diocesi, il vescovo Grillo creò una commissione teologica diocesana per studiare i fatti. Furono scelti undici membri di cui due rappresentanti del Vaticano. Tra il 1995 e il 1996 si incontrarono in varie occasioni e, alla fine, la maggioranza votò a favore della soprannaturalità dell’evento (7/11). Alcuni di quelli che sospesero il giudizio fino a quando non fossero state condotte ulteriori indagini, hanno poi successivamente confermato l’autenticità degli eventi. Secondo don Flavio Ubodi, vicepresidente della commissione, il vescovo Grillo approvò le apparizioni e i risultati della commissione. Tuttavia, il vescovo desiderava che il Vaticano prima rispondesse (anche se il documento del 1978 della Congregazione per la Dottrina della Fede afferma che è l’ordinario locale in primo grado ad aver competenza su casi come Civitavecchia). Fu istituita una Commissione sotto la guida del cardinale Camillo Ruini, in seguito sciolta senza mai rilasciare alcuna dichiarazione. Nel 2005, il vescovo Grillo pubblicò il dossier diocesano che affermava chiaramente la sua posizione secondo cui gli eventi avevano un carattere soprannaturale. Più tardi, pubblicando il proprio diario, ribadì la stessa conclusione. Il presule si espresse a favore anche in omelie pubbliche, come quella durante la consacrazione della sua diocesi e della città di Civitavecchia al Cuore Immacolato, l’8 dicembre 1996, o quando innalzò la parrocchia allo status di Santuario per la venerazione della statua.

Già nel 2005 il vescovo riconobbe i numerosi frutti di Civitavecchia nel primo decennio. Cosa che ha comportato la presenza continua di confessori al Santuario per ascoltare migliaia di pellegrini. Ci furono molte gravidanze in coppie dichiarate non fertili dopo aver pregato davanti alla Statua, come anche oltre mille matrimoni che dicono di essere stati salvati per intercessione di «Nostra Signora Regina della Famiglia».

Il riconoscimento degli eventi soprannaturali non si fermò solo a livello locale, ma arrivò fino a San Pietro. Al tempo degli eventi, come abbiamo visto dal dono della seconda statua, Giovanni Paolo II mostrò sollecitudine paterna alla famiglia Gregori. Invitò il vescovo Grillo a mettere da parte il suo scetticismo, mentre scherzava sulla testa dura dei vescovi italiani. Disse al pastore che desiderava venerare la statua nel 1995 e incoronarla, e così Grillo portò in obbedienza la Madonnina al Palazzo Apostolico in segreto, poiché il Papa non voleva essere visto e così influenzare la commissione diocesana. Questo episodio è stato rivelato in una lettera scritta l’8 ottobre 2000 e raccontato personalmente dal Papa il 20 ottobre dello stesso anno.

Proprio l’8 ottobre 2000 fu un giorno molto importante nell’anno del Grande Giubileo. Era il Giubileo dei Vescovi e Papa Wojtyla decise di compiere un “Atto di affidamento” a Maria con tutti i presuli presenti. Quello che non si sapeva a quel tempo è che tale gesto fu fatto in risposta ad una richiesta della Madonna. Il santo Pontefice polacco visitò pure Civitavecchia due volte.

Il 30 maggio 2005, solo poche settimane dopo essere stato eletto Papa, Benedetto XVI incontrò la Conferenza episcopale italiana e raccontò della devozione di Giovanni Paolo II a Nostra Signora di Civitavecchia, dicendo al vescovo Grillo: «La Vergine di Civitavecchia farà grandi cose!».

Un appello personale a Papa Francesco
A conclusione di questo excursus degli eventi che circondano la Madonna di Civitavecchia, e considerando i gravi pericoli che minacciano l’umanità in questo momento di tribolazione, desidererei fare umilmente una petizione al nostro caro Papa Francesco per considerare di proclamare un nuovo Anno Mariano che potrebbe essere celebrato in tutta la Chiesa e nel mondo. E, come possibile momento culminante di quell’anno, rinnovare la consacrazione del 1984 fatta da Giovanni Paolo II del mondo al Cuore Immacolato di Maria, invitando nuovamente ogni vescovo ad unirsi nell’atto di preghiera.

Sono passati 33 anni dall’ultimo Anno mariano, il 1987, e forse potremmo ricordare la grande gioia che quell’anno ha regalato alla Chiesa in preparazione al Grande Giubileo del 2000. Ora siamo alla stessa distanza dalla commemorazione della Redenzione nel 2033, e sembra che la Chiesa abbia grande bisogno di un momento di speranza che possa preparare i cuori per il futuro. Il Papa ha recentemente e benevolmente aggiunto tre nuovi titoli alla Litania di Loreto, e uno in particolare, mi sembra essenziale e profetico: «Madre della speranza».

Non possiamo non capire perché il mondo ha talmente bisogno della speranza: una terza guerra mondiale combattuta «a pezzi» come Papa Francesco ci ha ricordato in varie occasioni, la costante crisi dei rifugiati, la pandemia di coronavirus, il selvaggio crollo del famiglia, l’aborto, la disoccupazione, la fame e la persecuzione sempre crescente di cristianesimo e gruppi minoritari in tutto il mondo. Nella Chiesa vediamo disunità, scandali, abusi sessuali, ipocrisia di massa e il desiderio di coloro che vorrebbero ridurre il potere del Vangelo annacquando le dottrine del Magistero. Molti stanno anche combattendo un’eroica battaglia quotidiana contro le forze del male nella propria vita spirituale.

Non possiamo negare che stiamo vivendo momenti intensi apparentemente apocalittici. I Papi ne hanno spesso parlato, ma possiamo e dobbiamo respingere la narrativa diffusa da alcuni cattolici che sembra nutrirsi di paura e divisione e sostituisce la verità teologica con l’ideologia politica. In questa narrazione c’è anche poco spazio per la speranza. La Vergine Maria per questo ci insegna sempre il rimedio al pessimismo senza fine: è pentirsi, vivere il Vangelo alla lettera e raggiungere coloro che sono nel bisogno.

Un Anno Mariano guidato dallo Spirito Santo potrebbe servire a ricordare alla Chiesa che, come Maria pregava nel Cenacolo con gli Apostoli in attesa dell’unità che sarebbe venuta dallo Spirito Santo, ora può fare lo stesso per aiutare a guarire la disunità all’interno del Chiesa. Ricordo la predicazione di Benedetto XVI sui due principi, Mariano e Petrino. Il Papa affermava che il principio mariano è persino più fondamentale di quello petrino: «Tutto nella Chiesa, ogni istituzione e ministero, anche quello di Pietro e dei suoi successori, è “compreso” sotto il manto della Vergine, nello spazio pieno di grazia del suo “sì” alla volontà di Dio».

In un’altra occasione Ratzinger disse: «Maria è così intrecciata nel grande mistero della Chiesa che lei e la Chiesa sono inseparabili come sono inseparabili lei e Cristo. Maria rispecchia la Chiesa, la anticipa nella sua persona e, in tutte le turbolenze che affliggono la Chiesa sofferente e faticante, ne rimane sempre la stella della salvezza. È lei il suo vero centro di cui ci fidiamo, anche se tanto spesso la sua periferia ci pesa sull’anima».

Non vanno dimenticate poi le parole della Madonna pronunciate a Civitavecchia durante il pontificato di Wojtyla: «A Roma le tenebre stanno scendendo sempre di più sulla Roccia che mio Figlio Gesù vi ha lasciato per edificare, educare e far crescere spiritualmente i suoi figli». Oggi vediamo quanto fossero profetiche quelle parole. L’oscurità è causata da coloro che minacciano lo scisma, che vorrebbero ridurre l’autorità del Papa e che si sono stabiliti come giudici del suo magistero.

Un Anno Mariano potrebbe aiutare a ricordare alla Chiesa che Maria insegna sempre l’obbedienza al Papa, e quindi incoraggiare una nuova umiltà ad accettare i suoi insegnamenti alla luce della Tradizione che rimane viva e feconda oggi.

Con la massima fiducia e speranza nel Signore, un Anno Mariano porterebbe certamente grazie alla Chiesa e un aumento della santità. Servirebbe ad invitare molti ad accrescere il loro amore e la loro devozione per la Madre che insegnerà loro la speranza escatologica, che li istruirà su come evitare le insidie del diavolo e li condurrà a trascorrere le loro vite al servizio degli altri. A livello universale, aiuterà a preparare la Chiesa a vivere più coraggiosamente gli anni di difficoltà che ci attendono. Quelli da cui Benedetto XVI mise in guardia nel suo viaggio a Fatima nel 2010: un Kairos di grazia nel pellegrinaggio verso il trionfo del Cuore Immacolato.

*Stephen Walford è un teologo e vive a Southampton, in Inghilterra, con sua moglie Paula e cinque bambini. Ha studiato alla Bristol University e ha scritto due libri: “Heralds of the Second Coming: Our Lady, the Divine Mercy, and the Popes of the Marian Era from Bl Pius IX to Benedict XVI” (Angelico Press), e “Communion of Saints: The Unity of Divine Love in the Mystical Body of Christ” (Angelico Press). È autore di diversi articoli e pubblicazioni su temi escatologici e mariologici. È anche un insegnante e un pianista

Publié dans Apparizioni mariane e santuari, Articoli di Giornali e News, Coronavirus, Fatima, Fede, morale e teologia, Medjugorje, Padre Pio, Papa Francesco I, Riflessioni | Pas de Commentaire »

Natale, il giorno giusto per ricordare i cristiani perseguitati nel mondo

Posté par atempodiblog le 26 décembre 2020

Natale, il giorno giusto per ricordare i cristiani perseguitati nel mondo
Cina e Corea del nord tra i paesi più a rischio. Ma sono il medio oriente e l’Africa i luoghi più sensibili ai soprusi e agli eccidi: là dove predica e agisce l’islamismo fondamentalista. Un appunto per la prossima visita del Papa in Iraq
di Claudio Cerasa – Il Foglio
Tratto da: Radio Maria

Natale, il giorno giusto per ricordare i cristiani perseguitati nel mondo dans Articoli di Giornali e News Ges

E’ una domanda cruda ma è una domanda che in un giorno come questo occorre purtroppo porsi: il mondo si è dimenticato dei cristiani? Timothy Dolan, lo sapete, è il cardinale di New York e qualche giorno fa, sulle pagine del Wall Street Journal, ha scritto un articolo importante per denunciare un fatto che, complice il dramma della pandemia, i giornali di tutto il mondo quest’anno si sono spesso dimenticati di denunciare: la persecuzione dei cristiani nel mondo. Il governo americano, ha scritto Dolan, ha impedito a milioni di americani, per la prima volta nella loro vita, di fare quello che centinaia di migliaia di cristiani nel mondo non possono più fare, ovvero andare in chiesa, non per questioni legate alle strette anti pandemia, ma per questioni legate alla persecuzione del loro credo. Per milioni di cristiani perseguitati in tutto il mondo, ha scritto Dolan, l’impossibilità di andare in chiesa non è un’eccezione ma è una costante drammatica della loro esistenza.

I numeri sono impressionanti. Ogni mese, nei 50 paesi più a rischio in giro per il mondo, ci sono circa 300 cristiani che vengono imprigionati ingiustamente. In un paese come la Nigeria ogni anno ci sono più di 220 fedeli che vengono rapiti e imprigionati ingiustamente da gruppi di miliziani jihadisti. In un paese come l’Eritrea in questo momento ci sono più di 1.000 fedeli cristiani ingiustamente detenuti. In un paese come il Pakistan ogni anno si verificano circa 1.000 casi di conversioni forzate di ragazze e giovani donne cristiane e indù. In Eritrea il patriarca della Chiesa ortodossa, Abune Antonios, si trova agli arresti domiciliari dal 2007, senza che vi sia alcuna accusa provata nei suoi confronti. In Turchia, da anni, Recep Tayyip Erdogan ha scelto di ridurre lo spazio di libertà per i cristiani, trasformando per di più in moschee cattedrali e chiese come “Hagia Sophia” e “Chora”. In Cina il vescovo di Baoding, James Su Zhimin, è stato in carcere per quasi un quarto di secolo senza processo. In un paese come la Corea del nord si stima che vi siano circa 50.000 cristiani in questo momento nei campi di lavoro. In Nigeria, secondo la fondazione Gregory Stanton di Genocide Watch, sono più di 27.000 i cristiani uccisi dal 2009 a oggi per mano dei miliziani islamici.

Nel 1900 in tutto il medio oriente, come ricordato qualche settimana fa da Vincenzo Nigro su Repubblica, i cristiani erano il 12,7 per cento della popolazione: oggi sono il 4,2 per cento, e verso il 2050 scenderanno al 3,7 per cento. “Siria, Nigeria, Pakistan – ha detto in una recente intervista Athanasius Schneider, vescovo ausiliare di Maria Santissima in Astana – rappresentano per noi cristiani tre scenari diversi uniti da un trait d’union tragico: i cristiani perseguitati. In alcuni casi si tratta della persecuzione dei cristiani da parte di gruppi terroristici islamici (Siria, Nigeria), in un altro caso si tratta di un islam intollerante politicizzato (Pakistan). Ci sono certamente anche persecuzioni di cristiani da parte di sistemi politici comunisti come in Corea del nord e in Cina. Il mondo non si è dimenticato dei cristiani. Il mondo di oggi purtroppo odia i cristiani”.

Tra pochi mesi, a marzo, Papa Francesco sfiderà la pandemia e tornerà a viaggiare andando a visitare alcune città in Iraq: Baghdad, Erbil, Mosul, Qaraqosh. In Iraq, come denunciato giorni fa dall’arcivescovo caldeo Bashar Warda e come sa bene Papa Francesco, prima del 2003 c’erano oltre un milione e trecentomila cristiani, oggi ne sono rimasti meno di trecentomila. Marzo è lontano ma da qui a quell’appuntamento sarebbe prezioso se i vertici della chiesa decidessero di fare una piccola operazione verità provando a trovare un modo per ricordare che i cristiani perseguitati in medio oriente non sono perseguitati a causa dell’ineluttabile fato ma sono perseguitati a causa della violenza portata avanti dall’islamismo fondamentalista. Non sarà sufficiente denunciare questo fatto per permettere ai cristiani perseguitati di passare un buon Natale ma sarà necessario trovare un modo per farlo per ricordare al mondo che il fondamentalismo islamista non è un virus meno fatale di quello che tutto il mondo ha combattuto nel 2020.

Publié dans Articoli di Giornali e News, Fede, morale e teologia, Papa Francesco I, Riflessioni, Santo Natale | Pas de Commentaire »

Il senso radicale di questo Natale

Posté par atempodiblog le 25 décembre 2020

Il senso radicale di questo Natale
Noi non aspettiamo qualcosa: aspettiamo qualcuno. Questa differenza è decisiva, radicalmente decisiva, lungo tutta la nostra vita
di Angelo Scola (Arcivescovo emerito di Milano, Cardinale di Santa Romana Chiesa del titolo dei Santi XII Apostoli) – Il Foglio
Tratto da: Radio Maria

Il senso radicale di questo Natale dans Articoli di Giornali e News Natale-di-Ges

La pandemia ci sta costringendo a ri-immettere nella nostra vita in termini seri la questione delle questioni. Con quali occhi potremo guardare al futuro?

La dolcezza del Dio che si fa bambino riporta tutti noi all’età dell’innocenza, cioè agli anni della prima infanzia. In proposito mi è rimasto impresso un episodio accadutomi a Venezia. Vicino a San Marco c’è una scuola materna. La suora che allora la guidava mi aveva più volte invitato a visitarla per farmi incontrare i bambini e, tenace, rinnovava continuamente l’invito. Un giorno dal mio studio dove stavo ricevendo, sento un gran vociare salire dal cortile del patriarchìo. Scendo giù e trovo la suora, tutta contenta, attorniata da almeno un centinaio di bimbi seduti per terra. Uno di loro, deciso, mi chiama vicino con un cenno della mano e mi pone una domanda del tipo: Cosa fa un vescovo? Poi a occhi sgranati per la meraviglia, mi ascolta con estrema serietà. Ecco cos’è l’innocenza, pensai. Sintesi mirabile di stupore e di serietà.

“Diversamente dai bambini, noi adulti, nel nostro modo di muoverci quotidiano, siamo abituati a separare lo stupore dalla serietà”

Riandando poi a quell’incontro, ho fatto una considerazione. Diversamente dai bambini, noi adulti per svariati motivi, nel nostro modo di muoverci quotidiano, siamo abituati a separare lo stupore dalla serietà. Nel momento in cui veniamo presi, attratti da qualcuno o qualcosa che desta la nostra meraviglia, abbandoniamo quella serietà che l’impegno con la realtà sempre comporta. Al contrario, quando dobbiamo essere seri perché la circostanza lo esige, perdiamo ogni senso di meraviglia. La nostra è, di solito, un’esperienza di divisione a livello affettivo; quel livello cioè che precede la scelta, ma mette in campo la modalità di giudicare e di agire in ogni aspetto della nostra esistenza.

Per capire il Natale bisogna anzitutto subirne l’attrattiva. Bisogna lasciarsi colpire dal dato, dall’avvenimento che esso è. Andando poi fino in fondo e con serietà a quello che implica. Se Natale ci propone il dato di Dio che si fa Bambino, noi non possiamo ridurlo a cose che sono dell’ordine delle conseguenze. Per dirlo con il cardinal Biffi, non possiamo celebrare la festa rimuovendo il Festeggiato. A Natale – scrissi un anno nella tradizionale Lettera che l’Arcivescovo di Milano manda ai bambini – noi non aspettiamo qualcosa (i regali, i dolci ecc.) ma aspettiamo qualcuno. E mi riferii ad esperienze a loro molto familiari, come l’attesa del papà o della mamma la sera, al ritorno dal lavoro. O all’attesa gioiosa dell’arrivo di un fratellino…

Questa differenza tra l’attesa di qualcosa o di qualcuno è altrettanto decisiva, radicalmente decisiva, anche per noi adulti, lungo tutta la nostra vita. Perché? Pensiamo per un istante al grave travaglio dovuto alla pandemia che stiamo vivendo, ma pensiamo alla tragedia delle guerre dimenticate, in Africa come nel Medio oriente, in atto in questo momento. Pensiamo alla crescita esponenziale del numero dei poveri, anche tra noi: debolezza di solidarietà e vanificazione della sussidiarietà. O al dolore straziante delle centinaia di persone morte in solitudine e a quello dei loro familiari…

“Per dirlo con il cardinal Biffi, non possiamo celebrare la festa rimuovendo il Festeggiato”

Tutto dentro e intorno a noi grida il bisogno di un senso. Anche se normalmente dai pulpiti della televisione o dei new media la questione viene silenziata. Anche se di fronte a una prova che mette in gioco le cose ultime il senso non può non essere – lo si sappia o meno, e lo si voglia o meno – domanda religiosa. Con un’immagine molto suggestiva George Steiner, l’agnostico pensatore ebreo recentemente scomparso, paragona la notte oscura dei valori che le società del primo mondo stanno vivendo al venerdì e al sabato santo. Viviamo la tragedia del venerdì e la lunga attesa del sabato; ma molti sono convinti che il messia non verrà e il sabato continua.

Riformuliamo il grido parafrasando san Paolo: “Chi ci libererà da questo sapore di morte che sta attraversando questo nostro tempo?” Con quali occhi noi potremo guardare al futuro? La pandemia ci sta costringendo a ri-immettere nella nostra vita in termini seri la questione delle questioni. La storia dell’Occidente – ma si può dire la storia di ogni popolo – è sempre stata mossa ed è tuttora mossa, magari in forma idolatrica, dal reperimento della X con la maiuscola che possa trasformare ogni circostanza, anche la più negativa, in una occasione di lavoro su noi stessi e sulla vita sociale. Ecco chi aspettiamo a Natale. Aspettiamo un Dio che si fa bimbo, riunifica la nostra esperienza vitale, coniugando sapientemente meraviglia e serietà. Un bimbo che è venuto per amore e, da adulto, per amore ha sfidato una passione terribile e una morte ignominiosa, sulla croce dei malfattori. Un uomo che, essendo figlio di Dio, ha voluto soffrire su di sé ogni nostro peccato per restituirci quella prospettiva di eternità inscritta nel nostro essere ad immagine di Dio. La relazione con Dio, costitutiva di ogni uomo, inesorabilmente ci parla di immortalità e di risurrezione della carne. Proprio perché abbiamo questo legame con Dio, noi siamo destinati a durare in eterno.

“George Steiner paragona la notte oscura dei valori che le società del primo mondo stanno vivendo al venerdì e al sabato santo”

Per la fede cristiana la vita eterna incomincia dal battesimo, ricevuto magari nella primissima infanzia e poi progressivamente rimosso dalla memoria, per terminare in quello che la grande tradizione cristiana ha sempre chiamato “il Cielo”, dove i rapporti con Dio, con gli altri e con noi stessi saranno stabilmente rigenerati dentro un’esperienza di amore ricevuto e donato. “Fratelli tutti” ci ha ricordato Papa Francesco. Essere amati, per poter a nostra volta amare ed affrontare la vita di quaggiù che, pur nell’inevitabile dialettica di luce e di ombre, è caparra di eternità.

“Io, ma non più io: è questa la formula dell’esistenza cristiana fondata nel Battesimo, la formula della risurrezione dentro al tempo”: Benedetto XVI ha sintetizzato con una potente inarrivabile espressione l’esperienza cui il Natale ci abilita. Contemplare nel Natale il mistero dell’Incarnazione significa immergere occhi e cuore in un Dio che si fa bambino per condividere la nostra esperienza fino in fondo, fino a dare la vita e a inabissarsi negli “inferi” gustando l’amaro dello svuotamento totale. Proprio per questo egli ora ci sta attirando con la forza della sua risurrezione nel luogo del bene, della giustizia, della verità e della pace.

Mai come quest’anno sentiamo vere le parole di Eliot nel suo Viaggio dei Magi: “…Ci trascinammo per tutta quella strada per una Nascita o una Morte? Vi fu una Nascita, certo, ne avemmo prova e non avemmo dubbio. […] per noi questa Nascita fu come un’aspra ed amara sofferenza. Tornammo ai… nostri regni… fra un popolo straniero che è rimasto aggrappato ai propri idoli. Io sarei lieto di un’altra morte.

Publié dans Articoli di Giornali e News, Cardinale Giacomo Biffi, Coronavirus, Fede, morale e teologia, Papa Francesco I, Riflessioni, Santo Natale, Stile di vita, Thomas Stearns Eliot | Pas de Commentaire »

Ci vuole la consolazione di un Dio-con-noi

Posté par atempodiblog le 25 décembre 2020

Ci vuole la consolazione di un Dio-con-noi
La grazia è che nella vita e nella storia, come in questo Natale, si aprono brecce attraverso le quali può finalmente entrare il mare della consolazione del Dio-con-noi
di Dom Mauro-Giuseppe Lepori OCist – Il Sussidiario

Ci vuole la consolazione di un Dio-con-noi dans Articoli di Giornali e News Adorazione

“Consolate, consolate il mio popolo!” (Is 40,1): cosa possiamo chiedere al Natale, alla fine di un anno come questo, se non la consolazione del Dio-con-noi, l’Emmanuele, nel mezzo delle prove della vita?

Nel suo profondo libro sulla veggente di Lourdes, Franz Werfel dice che fino al momento in cui vide la Bella Signora, nella grotta di Massabielle, Bernadette “non sapeva che aveva bisogno di consolazione” (Il canto di Bernadette, capitolo 7). La miseria obbligava lei e la sua famiglia a cercare ogni giorno una soluzione ai problemi immediati. Sopravvivere era il grande successo di ogni giornata. Ma alla luce dello sguardo della Vergine Maria, Bernadette ha scoperto quello che il suo animo puro già percepiva: il cuore non si sazia di soluzioni, ma di una Presenza che ti guarda e sta con te, che ti riempie dentro, e ti rende soggetto della tua vita. Un bisogno più profondo dei nostri mille bisogni ci salva dal divenirne schiavi. I bisogni ci spingono a sopravvivere; il desiderio di Dio ci dà di vivere.

Ma ci vuole la consolazione di una Presenza, di un Dio-con-noi, altrimenti anche il desiderio di Dio rischiamo di confonderlo con gli altri, o di sentirlo meno urgente degli altri. L’istinto di sopravvivenza si impone con un’urgenza che ci prende alla gola; non è come il Signore mite ed umile di cuore che, pur essendo tutto ciò di cui abbiamo veramente bisogno, se ne sta dietro la porta a bussare discretamente, aspettando che troviamo la voglia e il tempo di aprirgli. Riduciamo spesso Dio a un passatempo, a un hobby per il tempo libero, Lui, l’Alfa e l’Omega, l’Origine e il Destino del cosmo e della storia. La grazia è che nella vita e nella storia, come ora, si aprono brecce attraverso le quali può finalmente entrare il mare della consolazione di Dio. Allora, come Bernadette, capiamo che non avevamo bisogno d’altro.

La consolazione di Dio non viene però a censurare le necessità della vita, non viene a disprezzare tutto quello che viene a mancare, come il pane, il lavoro, la salute, la sicurezza di una famiglia, l’educazione dei figli, l’accompagnamento degli anziani e dei malati. La consolazione di Dio è Cristo che nel Vangelo vediamo preoccuparsi dei bisogni umani fino al dettaglio: “Sento compassione per la folla; ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare. Se li rimando digiuni alle loro case, verranno meno lungo il cammino; e alcuni di loro sono venuti da lontano” (Mc 8,2-3). Le proposte religiose o spirituali che censurano l’umano, soprattutto l’umano degli altri, dei più poveri, sono sempre alienanti. Ma lo sono anche le proposte sociali e politiche che censurano il bisogno di Dio. Cristo consola il bisogno profondo del cuore nell’atto di prendersi cura di ogni dettaglio della nostra fame, della nostra sete, del nostro essere stranieri, nudi, malati, prigionieri… Ci rivela nella Sua persona una Salvezza che abbraccia tutta la nostra umanità.

Proprio per questo la sua venuta a consolarci comporta una sorpresa a cui, troppo intenti ai nostri bisogni, spesso non pensiamo. Cristo ci rivela il bisogno degli altri. Anzi: il Suo bisogno negli altri: “Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40). Il bisogno dell’altro è in realtà il bisogno di Gesù. Questa rivelazione ci svela però anche il nostro bisogno più profondo e come esso si soddisfa in Cristo. Il nostro cuore ha bisogno di amare, ha bisogno di sperimentare la sua natura e vocazione ad essere misericordioso come il Padre, ad amare come Dio. La venuta di Cristo nella nostra carne, nella nostra umanità, ci rivela che siamo fatti per amare Dio amando come Lui ama. Rispondendo al bisogno del fratello, è la sete del mio cuore che soddisfo, che è sete non solo di Dio, ma di essere come Lui, di essere Lui, identificandomi, per grazia Sua, al Suo essere dono, dono divino che umanamente si è espresso in Gesù Cristo, dalla mangiatoia di Betlemme alla Croce.

Il paradosso cristiano è che la vita non è salvata da quello che si guadagna, ma da quello che si dona, perché Dio si è donato per noi, senza misura. Anche quando donarsi è un perdersi. Nulla unifica e pacifica l’esistenza più della fede che tutto in essa, assolutamente tutto, è chiamato ad amare l’amore di Cristo, la sua presenza che risponde al desiderio del cuore facendosi prossimo da amare in ogni istante e occasione.

Dopo aver trasmesso l’invito di Dio a consolare il popolo, Isaia ci chiede di gridare: «Una voce dice: “Grida!” e io rispondo: “Che devo gridare?”» (Is 40,6). La tentazione del profeta, come per noi, è di limitarsi a gridare un lamento, di gridare solo per maledire quello che non va. Dio invece invita a gridare un annuncio, la Buona Novella di una presenza che salva: «Alza la voce, non temere; annunzia alle città di Giuda: “Ecco il vostro Dio! (…) Come un pastore egli fa pascolare il gregge e il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce pian piano le pecore madri”» (Is 40,9-11).

L’annuncio, il Vangelo da gridare senza timore è la venuta di un Pastore forte e tenero ad un tempo: Cristo che ci accompagna attraverso tutte le valli oscure della vita e della storia, donandoci l’esperienza che ciò che rende bella e sicura la vita è la comunione con Lui, la tenerezza di questo suo portarci in braccio, sul suo petto, come agnellini.

Il Papa ci dona un anno specialmente consacrato a san Giuseppe, proprio per aiutarci a vivere come lui all’ombra e alla luce della paternità di Dio, con una coscienza di fede che cambia il volto della realtà, anche la più negativa. “La nostra vita – scrive Papa Francesco – a volte sembra in balia dei poteri forti, ma il Vangelo ci dice che ciò che conta Dio riesce sempre a salvarlo, a condizione che usiamo lo stesso coraggio creativo del carpentiere di Nazareth, il quale sa trasformare un problema in un’opportunità anteponendo sempre la fiducia nella Provvidenza” (Lettera Apostolica Patris corde, 5). È così che anche il Figlio di Dio ha vissuto in mezzo a noi, e che vuole continuare a vivere in noi, nel suo Corpo ecclesiale che attraversa il corso della storia generandola, passo dopo passo, all’eternità. Il Natale di Cristo fa rinascere il mondo.

Publié dans Articoli di Giornali e News, Fede, morale e teologia, Lourdes, Misericordia, Papa Francesco I, Riflessioni, Santa Bernadette Soubirous, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Il bene nascosto

Posté par atempodiblog le 24 décembre 2020

A proposito di san Giuseppe
Il bene nascosto
di Andrea Monda – L’Osservatore Romano

Il bene nascosto dans Andrea Monda San-Giuseppe

Gesù, il Verbo incarnato di Dio, nasce in una grotta. [...] celebrando il Natale 2020, lo ricorderanno nel mondo oltre due miliardi di cristiani. Il numero fa impressione ma non si deve cadere nella trappola di una visione “muscolare” della fede, il cristianesimo non ha mai avuto buoni rapporti con i grandi numeri. A Betlemme Gesù nasce “fuori casa” perché l’imperatore Augusto, all’epoca l’uomo più potente del mondo, aveva indetto un censimento, voleva cioè contare tutti i suoi sudditi. È sempre la logica di Babele: gli uomini come mattoni, sudditi che “contano” solo se possono essere contati, calcolati, misurati (ed eventualmente scartati). È la logica esattamente opposta a quella del Dio della Bibbia che si china su ciascuno dei suoi figli, che lascia il grande numero, 99, per andare a cercare quell’unica (e insostituibile) pecorella che ha smarrito la strada. Quella pecora è piccola, non si vede, si trova come in un cono d’ombra, ma è proprio lei che spinge il Signore della Storia a muoversi, a operare meraviglie, a compiere il miracolo della salvezza.

Questo stile piccolo e nascosto di Dio splende anche nella scena di Betlemme, un’immagine piena di ombra, come si addice a una grotta. È lì che Dio ha scelto di nascere, di diventare uomo, anzi bambino, per ripercorrere tutte le esperienze che rendono l’esistenza veramente umana: vero Dio e vero uomo. E se l’uomo ha vissuto su questo mondo abitando per migliaia di anni nelle caverne, allora è giusto ripartire proprio da lì, dall’ombra fredda e inospitale di una grotta. Tutto di quella vicenda rivela lo stile discreto di Dio che non mostra i muscoli al centro della scena ma si presenta piccolo e fragile ai margini della storia, nelle periferie del mondo. La Palestina, piccola provincia ai confini dell’impero, Maria la giovane vergine di Nazaret («cosa di buono può venire da lì?» Esclama l’apostolo Natanaele) e ora Betlemme, «il più piccolo capoluogo di Giuda» (Mt 2, 6) e poi i pastori, i primi a incontrare Gesù e infine la piccola famiglia, Maria e, soprattutto Giuseppe, il più in ombra di tutti. Un uomo che per lo più fa due cose: tacere e sognare (e prestare fede ai suoi sogni).

Centocinquanta anni fa il Papa Pio IX ha dichiarato san Giuseppe patrono della Chiesa universale e l’8 dicembre scorso, in occasione dell’anniversario, Papa Francesco ha pubblicato e donato al mondo una intensa, profonda lettera apostolica, intitolata Patris corde, “con cuore di padre”, un testo da leggere e approfondire perché rivela molto del fenomeno della paternità ma, ancora di più, spiega agli uomini, attraverso la figura del falegname di Nazaret, molti aspetti del mistero dell’esistenza umana. Lo dice chiaramente il Papa all’inizio della lettera quando scrive che vuole condividere con il lettore «alcune riflessioni personali su questa straordinaria figura, tanto vicina alla condizione umana di ciascuno di noi». Questo desiderio, dice il Papa, è cresciuto durante i mesi di pandemia e, citando il discorso pronunciato il 27 marzo durante la Statio Orbis in piazza San Pietro, Francesco ci ha ricordato come abbiamo potuto sperimentare, proprio in questi tempi drammatici, che «le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni — solitamente dimenticate — che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. […] Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti». Tutte queste persone sono “tanti san Giuseppe” e, dice il Papa, nel padre putativo di Gesù «possono trovare in San Giuseppe, l’uomo che passa inosservato, l’uomo della presenza quotidiana, discreta e nascosta, un intercessore, un sostegno e una guida nei momenti di difficoltà. San Giuseppe ci ricorda che tutti coloro che stanno apparentemente nascosti o in “seconda linea” hanno un protagonismo senza pari nella storia della salvezza».

Questo tema della “santità della porta accanto”, o “della classe media della santità”, espressione che il Papa prende in prestito dal romanziere francese Joseph Malègue (e dal suo capolavoro Augustin) è molto caro a Francesco che spesso ne fa accenno, ma appunto in modo discreto, tra le righe dei suoi discorsi e dei suoi gesti. Al ritorno del viaggio del febbraio 2019 ad Abu Dhabi parlando con i giornalisti fece notare che non si era trattato di un viaggio “storico”, un momento “grande” della storia, perché ogni vita umana è grande, anche quella dell’ultimo della terra, e possiede una dignità immensa e immortale. Il fatto è che Papa Bergoglio è convinto che la storia degli uomini è sospinta ed elevata non dai “grandi” della storia, ma dalla «gente meccanica e di piccolo affare» come direbbe Manzoni o come intuisce Edith Stein nel cuore del momento più buio del XX secolo quando scrive: «Nella notte più oscura sorgono i più grandi profeti e i santi. Tuttavia, la corrente vivificante della vita mistica rimane invisibile. Sicuramente gli avvenimenti decisivi della storia del mondo sono stati essenzialmente influenzati da anime sulle quali nulla viene detto nei libri di storia. E quali siano le anime che dobbiamo ringraziare per gli avvenimenti decisivi della nostra vita personale, è qualcosa che sapremo soltanto nel giorno in cui tutto ciò che è nascosto sarà svelato».

Il più bel film di questo duro 2020 che volge al termine è senz’altro La vita nascosta di Terrence Malick dedicato alla figura di Franz Jagerstatter, contadino austriaco, beatificato nel 2007, un “san Giuseppe” del Novecento che pagò con la vita la sua personale, silenziosa, resistenza al nazismo. Il titolo del film è preso da una frase della scrittrice inglese George Eliot che esprime in modo efficace questo pensiero che il vero bene è quello che spesso non si vede, non fa clamore, ma esiste e resiste: «Il bene a venire del mondo — scrive la Eliot — dipende in parte da azioni di portata non storica; e se le cose per voi e per me non vanno così male come sarebbe stato possibile lo dobbiamo in parte a tutti quelli che vissero con fede una vita nascosta e riposano in tombe che nessuno visita».

È la logica degli Hobbit del capolavoro di Tolkien, Il signore degli anelli, per cui il piccolo Merry, un personaggio apparentemente “minore” del romanzo, ad un certo punto afferma: «Il terreno nella Contea è profondo. Tuttavia ci sono cose ancora più profonde e più alte; e se non fosse per loro, un giardiniere non potrebbe curare il suo giardino in quella che lui chiama pace», intuendo che la pace nel mondo è assicurata non dalle grande potenze ma dall’operare nascosto di tante piccole mani, le stesse mani che un altro personaggio del libro, Elrond, celebra con queste parole: «Spesso questo è il corso degli eventi che muovono le ruote del mondo: sono piccole mani a metterli in movimento, perché vi sono costrette, mentre gli occhi dei grandi stanno guardando da un’altra parte». Erode il Grande cercava nel posto sbagliato perché il suo cuore era distorto e accecato dalla logica della forza e del potere, mentre lo sguardo dei pastori e dei magi si lascia guidare dalle stelle e trova la “grandissima gioia” (Mt 2, 11) in una piccola grotta alle porte di Betlemme.

Esiste una rete misteriosa del bene che sorregge il mondo e anche se ogni tanto può accadere che attorno ad alcuni personaggi o eventi, questa rete affiori e si mostri, per un attimo, visibile, in realtà per lo più essa si dipana e opera nell’oscurità, al contrario del male che è sempre fragoroso e ha bisogno del clamore ma poi finisce per non resistere e si consuma nel momento stesso in cui si mostra. Questo è un discorso che sottolinea in modo evidente la grande responsabilità che grava sulle spalle di chi è chiamato al delicato compito dell’informazione soprattutto nel mondo contemporaneo sempre alla ricerca di “eventi” che in quanto tali, fagocitano se stessi. Quale rete tra le due, quella del bene o quella del male, è giusto raccontare, illustrare, illuminare? Quale telegiornale avrebbe inviato una troupe per raccontare la nascita di Gesù nella grotta di Betlemme? La “grandiosa” rete del male infatti sembra più facile da raccontare, si impone da sé, mentre il bene deve essere intuito, ricercato, scoperto. Il problema è che la speranza è senz’altro più faticosa della disperazione. La strada della speranza è più impegnativa, richiede creatività, ma è anche la strada per permette una lettura e un racconto della realtà più corretta, come ha ricordato il Papa nel discorso alla Curia del 21 dicembre: «Una lettura della realtà senza speranza non si può chiamare realistica», questo può scontrarsi con la mentalità di tanta informazione secondo la quale «i problemi vanno a finire subito sui giornali, questo è di tutti i giorni, invece i segni di speranza fanno notizia solo dopo molto tempo, e non sempre». Il bene va quindi intuito come un barlume che resiste anche nel buio; ci vuole speranza e la consapevolezza che anche la crisi si sviluppa all’interno dell’azione dello Spirito Santo, allora, dice il Papa «anche davanti all’esperienza del buio, della debolezza, della fragilità, delle contraddizioni, dello smarrimento, non ci sentiremo più schiacciati, ma conserveremo costantemente un’intima fiducia che le cose stanno per assumere una nuova forma, scaturita esclusivamente dall’esperienza di una Grazia nascosta nel buio».

Nascosta nel buio della grotta di Betlemme, splende la grazia del Natale, ai cristiani il compito di abbeverarsi a quella luce e trasmetterla, raccontarla, possibilmente senza guastarne la freschezza, svilirne la forza, disperderne il profumo. Edith Stein parlava di profeti e di santi. Forse a questi si possono aggiungere i poeti: di queste persone, umili strumenti di “qualcosa” più grande, abbiamo bisogno per cogliere il bene che opera nel mondo e raccontarlo, rimettendolo in circolo. È quello che ha fatto san Giuseppe, l’oscuro falegname, poeta e sognatore, di Nazaret.

Publié dans Andrea Monda, Articoli di Giornali e News, Fede, morale e teologia, John Ronald Reuel Tolkien, Papa Francesco I, Riflessioni, Santo Natale, Stile di vita | Pas de Commentaire »

L’augurio del Papa per questo Natale: “Fatevi stupire dal sorriso di Dio”

Posté par atempodiblog le 13 décembre 2020

L’augurio del Papa per questo Natale: “Fatevi stupire dal sorriso di Dio”
Il Papa ci spiega cosa intende per “farsi stupire”. E aggiunge: “Portate questo augurio ai vostri cari a casa, specialmente ai malati e ai più anziani: che sentano la carezza del vostro sorriso”
di Gelsomino Del Guercio – Aleteia

L’augurio del Papa per questo Natale: “Fatevi stupire dal sorriso di Dio” dans Articoli di Giornali e News papa-francesco-natale

Lasciamoci accarezzare da un sorriso, il sorriso di Dio. Per questo Natale così diverso da tutti gli altri, Papa Francesco ci consegna un augurio speciale. Lo annuncia nel libro ‘Ti auguro il sorriso per tornare alla gioia‘ (edito da Libreria pienogiorno in collaborazione con l’Editrice Vaticana).

«Carissimi – esordisce il Papa – scambiamoci questo augurio, che vale per sempre: a Natale, partecipando alla Liturgia, e anche contemplando il presepio, lasciamoci stupire dal sorriso di Dio, che Gesù è venuto a portare. È Lui stesso, questo sorriso».

Il “regalo” che ci ha consegnato Gesù
Come Maria, come Giuseppe e i pastori di Betlemme, «accogliamolo, lasciamoci purificare, e potremo anche noi portare agli altri un umile e semplice sorriso. Portate questo augurio ai vostri cari a casa – è il pensiero di Natale che rivolge a tutti noi Papa Francesco – specialmente ai malati e ai più anziani: che sentano la carezza del vostro sorriso. È una carezza. Sorridere è accarezzare, accarezzare con il cuore, accarezzare con l’anima. E rimaniamo uniti nella preghiera».

Il sorriso più “potente” del Bambino Gesù
Il sorriso di Dio è un tutt’uno con la Natività. Quando guardiamo un neonato, osserva il Papa, «siamo portati a sorridergli, e se anche sul suo piccolo viso sboccia un sorriso, allora proviamo un’emozione semplice, ingenua. Il bambino risponde al nostro sguardo, ma il suo è un sorriso molto più “potente”, perché è nuovo, è puro, come acqua di sorgente, e in noi adulti risveglia un’intima nostalgia d’infanzia».

Questo è avvenuto «in modo unico» tra Maria e Giuseppe e Gesù. «La Vergine e il suo sposo, con il loro amore, hanno fatto sbocciare il sorriso sulle labbra del loro bambino appena nato. Ma quando ciò è accaduto, i loro cuori sono stati riempiti di una gioia nuova, venuta dal Cielo. E la piccola stalla di Betlemme si è come illuminata».

La difficoltà di sorridere
Gesù, sottolinea Papa Francesco, «è il sorriso di Dio. È venuto a rivelarci l’amore del Padre, la sua bontà, e il primo modo in cui l’ha fatto è stato sorridere ai suoi genitori, come ogni neonato di questo mondo»: è questa l’essenza dell’augurio che il Papa ci consegna per questo Natale. 2020.

«A volte diventa difficile sorridere, per tanti motivi – conclude Francesco -. Allora abbiamo bisogno del sorriso di Dio: Gesù, solo Lui ci può aiutare. Solo Lui è il Salvatore, e a volte ne facciamo esperienza concreta nella nostra vita».

Publié dans Articoli di Giornali e News, Avvento, Fede, morale e teologia, Libri, Papa Francesco I, Riflessioni, Santo Natale, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Papa Francesco ha indetto uno speciale Anno di San Giuseppe da oggi all’8 dicembre 2021

Posté par atempodiblog le 8 décembre 2020

Papa Francesco ha indetto uno speciale Anno di San Giuseppe da oggi all'8 dicembre 2021 dans Articoli di Giornali e News San-Giuseppe

Papa Francesco ha indetto uno speciale Anno di San Giuseppe da oggi all’8 dicembre 2021

“Al fine di perpetuare l’affidamento di tutta la Chiesa al potentissimo patrocinio del Custode di Gesù, Papa Francesco ha stabilito che, dalla data odierna, anniversario del Decreto di proclamazione nonché giorno sacro alla Beata Vergine Immacolata e Sposa del castissimo Giuseppe, fino all’8 dicembre 2021, sia celebrato uno speciale Anno di San Giuseppe, nel quale ogni fedele sul suo esempio possa rafforzare quotidianamente la propria vita di fede nel pieno compimento della volontà di Dio”.

Freccia dans Viaggi & Vacanze Lettera apostolica “Patris Corde”
Freccia dans Viaggi & Vacanze Testo del Decreto

Tratto da:  CEI – Conferenza Episcopale Italiana

Publié dans Articoli di Giornali e News, Fede, morale e teologia, Papa Francesco I, Riflessioni, San Giuseppe, Stile di vita | Pas de Commentaire »

12345...40