Papa Francesco: udienza, appello per “un minuto per la pace” l’8 giugno alle 13

Posté par atempodiblog le 8 juin 2019

Papa Francesco: udienza, appello per “un minuto per la pace” l’8 giugno alle 13
dell’Agenzia SIR

Papa Francesco: udienza, appello per “un minuto per la pace” l’8 giugno alle 13 dans Articoli di Giornali e News Papa-Francesco

“Dedicare ‘un minuto per la pace’ – di preghiera, per i credenti; di riflessione, per chi non crede -: tutti insieme per un mondo più fraterno”. È l’invito rivolto dal Papa, durante i saluti ai fedeli di lingua italiana, che come di consueto concludono l’udienza del mercoledì. Francesco ha lanciato il suo appello ricordando che “sabato prossimo, 8 giugno, ricorrerà il quinto anniversario dell’incontro, qui in Vaticano, dei Presidenti di Israele e di Palestina con me e il Patriarca Bartolomeo”.

“Alle ore 13 – ha proseguito – siamo invitati a dedicare ‘un minuto per la pace’ – di preghiera, per i credenti; di riflessione, per chi non crede -: tutti insieme per un mondo più fraterno. Grazie all’Azione Cattolica internazionale che promuove questa iniziativa”. Tra i fedeli italiani, il Santo Padre ha salutato la delegazione del Pellegrinaggio a piedi da Macerata a Loreto e l’Associazione professionale Polizia locale d’Italia, presente in piazza con una delegazione di oltre 200 persone.

Nel saluto finale ai giovani, agli anziani, agli ammalati e agli sposi novelli, il Papa ha ricordato la solennità della Pentecoste, che celebreremo domenica prossima: “Il Signore vi trovi tutti pronti ad accogliere l’abbondante effusione dello Spirito Santo. La grazia dei suoi doni infondi in voi nuova vitalità alla fede, rinvigorisca la speranza e dia forza operativa alla carità”. E alla festività di Pentecoste Francesco si è rivolto anche durante i saluti agli altri gruppi linguistici. “Apriamo le nostre menti e i nostri cuori all’azione dello Spirito Santo in noi, affinché ci santifichi e ci faccia testimoni di Cristo davanti al mondo, in cui viviamo”, l’invito rivolto ai fedeli polacchi.

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Il Papa: vita umana inviolabile, no a diagnosi prenatale per abortire

Posté par atempodiblog le 25 mai 2019

Il Papa: vita umana inviolabile, no a diagnosi prenatale per abortire
Ricevendo i partecipanti al convegno “Yes to life! Prendersi cura del prezioso dono della vita nella fragilità”, Francesco esorta ad accompagnare le famiglie sia nell’elaborazione del lutto di un bambino che nella cura di un figlio malato. “Uno sforzo – spiega – volto a portare a compimento l’amore di una famiglia”
di Benedetta Capelli – Vatican News

Il Papa: vita umana inviolabile, no a diagnosi prenatale per abortire dans Aborto Papa-Francesco

“Nessun essere umano può essere incompatibile con la vita”. Le parole del Papa non lasciano dubbi e portano consolazione a chi ha scelto di accogliere la debolezza di un bimbo o semplicemente di accompagnarlo in pochi istanti di vita. Nell’udienza ai partecipanti al convegno “Yes to life! Prendersi cura del prezioso dono della vita nella fragilità”, organizzato dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita e dalla Fondazione “Il Cuore in una Goccia”, Francesco ricorda che ogni bimbo cambia la storia della famiglia in cui nasce, che le tecniche di diagnosi prenatale spesso fanno emergere patologie che possono anche essere curate nel grembo materno. L’invito del Pontefice è poi di diffondere un approccio scientifico e pastorale di accompagnamento, un’esortazione ai medici perché si facciano carico delle vite altrui. “L’aborto – afferma – non è mai la risposta” che si cerca.

Ogni bambino è un dono
La cultura dello scarto impone l’idea che i bimbi fragili siano incompatibili con la vita, “condannati a morte”. Non può essere così per la madre che, spiega Francesco, vive “un senso di mistero profondo” appena si scopre in gravidanza. E’ l’inizio di un dialogo reale, intenso che cresce da una parte e dall’altra: il bimbo diventa figlio “muovendo la donna con tutto il suo essere a protendersi verso di lui”.

Ma nessun essere umano può essere mai incompatibile con la vita, né per la sua età, né per le sue condizioni di salute, né per la qualità della sua esistenza. Ogni bambino che si annuncia nel grembo di una donna è un dono, che cambia la storia di una famiglia: di un padre e di una madre, dei nonni e dei fratellini. E questo bimbo ha bisogno di essere accolto, amato e curato. Sempre!

Il grido silenzioso delle famiglie
Il Papa si fa voce delle paure, delle angosce che agitano i cuori delle madri e dei padri dinanzi ad una diagnosi di malattia dei figli, ma ricorda che ci sono delle strade da percorrere per i “piccoli pazienti” e per scongiurare “l’aborto volontario e l’abbandono assistenziale alla nascita di tanti bambini con gravi patologie”. Ci sono “interventi farmacologici, chirurgici e assistenziali straordinari” – spiega Francesco – “le terapie fetali” e “gli Hospice Perinatali” che ottengono risultati sorprendenti, fornendo supporto alle famiglie.

Oggi, le moderne tecniche di diagnosi prenatale sono in grado di scoprire fin dalle prime settimane la presenza di malformazioni e patologie, che a volte possono mettere in serio pericolo la vita del bambino e la serenità della donna. Il solo sospetto della patologia, ma ancor più la certezza della malattia, cambiano il vissuto della gravidanza, gettando le donne e le coppie in uno sconforto profondo. Il senso di solitudine, di impotenza, e la paura della sofferenza del bambino e della famiglia intera emergono come un grido silenzioso, un richiamo di aiuto nel buio di una malattia, della quale nessuno sa predire l’esito certo.

I medici, alleati della vita
Chiaro l’invito di Francesco ai medici perché non solo abbiano come obiettivo la guarigione, ma anche “il valore sacro della vita” e perché siano sostegno per chi è nella difficoltà e nel dolore. Parla del “confort care perinatale”, una modalità di cura che umanizza la medicina, “perché muove ad una relazione responsabile con il bambino malato, che viene accompagnato dagli operatori e dalla sua famiglia in un percorso assistenziale integrato, che non lo abbandona mai, facendogli sentire calore umano e amore”.

La professione medica è una missione, una vocazione alla vita, ed è importante che i medici siano consapevoli di essere essi stessi un dono per le famiglie che vengono loro affidate: medici capaci di entrare in relazione, di farsi carico delle vite altrui, proattivi di fronte al dolore, capaci di tranquillizzare, di impegnarsi a trovare sempre soluzioni rispettose della dignità di ogni vita umana.

Curare per dare compimento all’amore
La cura non è “inutile impiego di risorse” né ulteriore sofferenza per i genitori ma, sottolinea il Papa, il compimento dell’amore della famiglia.

Prendersi cura di questi bambini aiuta, infatti, i genitori ad elaborare il lutto e a concepirlo non solo come perdita, ma come tappa di un cammino percorso insieme. Quel bambino resterà nella loro vita per sempre. Ed essi lo avranno potuto amare. Tante volte, quelle poche ore in cui una mamma può cullare il suo bambino, lasciano una traccia nel cuore di quella donna, che non lo dimentica mai. E lei si sente – permettetemi la parola – realizzata. Si sente mamma.

L’aborto non è la risposta
Non si può abortire un figlio in condizioni di fragilità come “pratica di prevenzione”. “L’aborto – dice il Papa – non è mai la risposta che le donne e le famiglie cercano. Piuttosto sono la paura della malattia e la solitudine a far esitare i genitori”. Forte l’accento del Pontefice sull’aborto che non è una questione di fede ma umana.

Ma l’insegnamento della Chiesa su questo punto è chiaro: la vita umana è sacra e inviolabile e l’utilizzo della diagnosi prenatale per finalità selettive va scoraggiato con forza, perché espressione di una disumana mentalità eugenetica, che sottrae alle famiglie la possibilità di accogliere, abbracciare e amare i loro bambini più deboli. Delle volte noi sentiamo: “Eh, voi cattolici non accettate l’aborto, è il problema della vostra fede”. No: è un problema pre-religioso. Pre. La fede non c’entra. Poi viene, ma non c’entra: è un problema umano. È un problema pre-religioso. Non carichiamo sulla fede una cosa che non le compete dall’inizio. È un problema umano. Soltanto due frasi ci aiuteranno a capire bene questo: due domande. Prima domanda: è lecito far fuori una vita umana per risolvere un problema? Seconda domanda: è lecito affittare un sicario per risolvere un problema? A voi la risposta. Questo è il punto. Non andare sul religioso su una cosa che riguarda l’umano, eh? Non è lecito. Mai, mai, fare fuori una vita umana né affittare un sicario per risolvere un problema.

Reti d’amore
La raccomandazione del Pontefice è anche quella di fornire “azioni pastorali più incisive” per sostenere coloro che accolgono dei figli malati. ”Bisogna creare spazi, luoghi e reti d’amore ai quali le coppie si possano rivolgere, come pure dedicare tempo all’accompagnamento di queste famiglie”.

Grazie, in particolare, a voi famiglie, mamme e papà, che avete accolto la vita fragile – la parola fragilità sottolineata, eh? – perché le mamme, e anche le donne, sono specialista in fragilità: accogliere la vita fragile e che ora siete di sostegno e aiuto per altre famiglie. La vostra testimonianza d’amore è un dono per il mondo.

Le meraviglie della vita
Il pianto dei bimbi in Chiesa è lode a Dio. E’ il concetto che il Papa sottolinea nel corso dell’udienza quando, a braccio, parla del lamento di un piccolo. “Questa – afferma – è una musica che tutti noi dobbiamo ascoltare… Mai, mai, cacciare via un bambino perché piange”.

Toccante poi la storia raccontata dal Papa riguardante una ragazzina down di 15 anni che i genitori volevano far abortire. Francesco racconta della determinazione di un giudice a saperne di più:

Il giudice, un uomo retto sul serio, ha studiato la cosa e ha detto: “Sì, io voglio interrogare la bambina”. “Ma è down, non capisce…”. “No no, che venga”. È andata la ragazzina quindicenne, si è seduta lì, ha incominciato a parlare con il giudice e gli ha detto:
“Ma tu sai cosa ti succede?”;
“Sì, sono malata…”;
“Ah, e com’è la tua malattia?”;
“Eh, mi hanno detto che ho dentro un animale che mi mangia lo stomaco, e per questo devono fare un intervento”;
“No… tu non hai un verme che ti mangia lo stomaco. Tu sai cos’hai lì? Un bambino!”;
E la ragazza down ha fatto: “Ohhh, che bello!”: così.
Con questo solo, il giudice non ha autorizzato l’aborto. La mamma lo vuole. Sono passati gli anni. È nata una bambina. Ha studiato, è cresciuta, è diventata avvocato. Quella bambina, dal momento che ha capito la sua storia perché gliel’hanno raccontata, ogni giorno di compleanno chiamava il giudice per ringraziarlo per il dono della nascita. Le cose della vita. Questa bambina… Il giudice è morto e adesso lei è diventata promotore di giustizia. Ma guarda che cosa bella!
L’aborto non è mai questa risposta che le donne e le famiglie cercano.

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Il Papa: il calcio resti un gioco, per far bene anche a testa e cuore

Posté par atempodiblog le 25 mai 2019

Il Papa: il calcio resti un gioco, per far bene anche a testa e cuore
Papa Francesco incontra in aula Paolo VI 5mila studenti di Lazio e Abruzzo, insieme a molti campioni e allenatori di calcio, riuniti nell’evento “il calcio che amiamo”. Il pallone, spiega, dev’essere un mezzo per condividere amicizie e mettersi alla prova, in quello che, “ma è opinione personale”, è il gioco più bello del mondo
di Alessandro Di Bussolo – Vatican News

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Il calcio è un gioco di squadra che va vissuto come un mezzo “per invitare le persone reali a condividere l’amicizia, a ritrovarsi in uno spazio, a guardarsi in faccia, a sfidarsi per mettere alla prova le proprie abilità”. Così può davvero “far bene anche alla testa e al cuore” in una società che esaspera “la centralità del proprio io, quasi come un principio assoluto”. Papa Francesco parla così del “gioco più bello del mondo”, a 5mila ragazzi protagonisti dell’evento “il calcio che amiamo”, organizzato fin dalla mattina, in aula Paolo VI, dalla Gazzetta dello Sport, in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, la Federazione Italiana Giuoco Calcio e la Lega di Serie A.

Tanti campioni e allenatori, da Eto’o a Mancini
Un momento di festa per cinquemila studenti di Roma, Lazio e Abruzzo, dalle primarie fino alle superiori, invitati a riflettere sul calcio come divertimento, educazione e inclusione, aiutati da campioni come Samuel Eto’o, ex stella camerunese dell’Inter, gli allenatori Arrigo Sacchi e Roberto Mancini, attuale commissario tecnico della Nazionale Italiana, il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti, il presidente della Figc Gabriele Gravina, il presidente della Lega Serie A Gaetano Miccichè, il presidente del Coni Giovanni Malagò, il vicepresidente dell’Inter Javier Zanetti, l’attuale allenatore del Camerun Clarence Seedorf, il tecnico della Roma Claudio Ranieri, l’ambasciatore del Milan Franco Baresi, il dirigente delle giovanili Juve Gianluca Pessotto, la leggenda del calcio femminile italiano Carolina Morace, il capitano della nazionale italiana amputati Francesco Messori. Per salutare il Papa interviene Urbano Cairo, presidente di Rcs MediaGroup.

Dietro a una palla che rotola, i sogni di un ragazzo
E Francesco inizia a parlare ai ragazzi e ai campioni con un sorriso, ricordando “quando ho sentito quell’ohhh (la ola fatta al suo arrivo, n.d.r.) come se io avessi segnato”, e poi facendo memoria di quello che san Giovanni Bosco, l’inventore degli oratori, amava ripetere ai suoi educatori: “Volete i ragazzi? Buttate in aria un pallone e prima che tocchi terra vedrete quanti si saranno avvicinati!”.

Dietro a una palla che rotola c’è quasi sempre un ragazzo con i suoi sogni e le sue aspirazioni, il suo corpo e la sua anima. In un’attività sportiva non sono coinvolti solo i muscoli ma l’intera personalità di un ragazzo, in tutte le sue dimensioni, anche quelle più profonde. Infatti, di qualcuno che si sta impegnando molto, si dice: “sta dando l’anima”.

Lo sport: dare il meglio di sé, ma non da soli
“Lo sport – prosegue il Pontefice – è una grande occasione per imparare a dare il meglio di sé, con sacrificio e impegno, ma soprattutto non da soli”. Oggi, grazie anche alle nuove tecnologie, chiarisce Papa Francesco, “è facile isolarsi, creare legami virtuali con tanti ma a distanza”. Il bello di giocare con un pallone, invece, “è di poterlo fare insieme ad altri, passandoselo in mezzo a un campo, imparando a costruire azioni di gioco, affiatandosi come squadra”.

Cari amici: il calcio è un gioco di squadra, non ci si può divertire da soli! E se è vissuto così, può davvero far bene anche alla testa e al cuore in una società che esaspera il soggettivismo, cioè la centralità del proprio io, quasi come un principio assoluto.

Il calcio è ancora il gioco più bello del mondo?
Se tanti, continua Francesco, definiscono il calcio “il gioco più bello del mondo”, e “lo penso io stesso, ma è un’opinione personale”, spesso purtroppo si sente anche dire: “il calcio non è più un gioco!”. Perché, spiega il Papa, anche nel calcio giovanile “assistiamo a fenomeni che macchiano la sua bellezza”. “Ad esempio – sottolinea – si vedono certi genitori che si trasformano in tifosi ultras, o in manager, in allenatori”. Anche la Federazione italiana, ricorda il Pontefice , si chiama “Federazione Italiana Gioco Calcio”. Ma a volte la parola “gioco” viene dimenticata, e magari sostituita “con altre meno coerenti, se non del tutto contrarie alle finalità”. “Invece – scandisce Papa Francesco – è un gioco e tale deve rimanere! Non dimenticate questo: il calcio è un gioco”.

Rappresentanza-giovanili-del-Torino-in-Vaticano dans Fede, morale e teologia
Una rappresentanza del settore giovanile del Torino in Vaticano per l’evento “Il calcio che amiamo”

Il diritto di ogni ragazzo a non essere un campione
“Giocare rende felici” perché “si può esprimere la propria libertà, si gareggia in modo divertente”, si rincorre un sogno “senza, però, diventare per forza un campione”. E’ sancito dalla Carta dei Diritti dei Ragazzi allo sport, ricorda Francesco, il diritto di ogni ragazzo di “non essere un campione”.

Cari genitori, vi esorto a trasmettere ai vostri figli questa mentalità: il gioco, la gratuità, la socialità… A incoraggiarli nei momenti difficili, specialmente dopo una sconfitta… E ad aiutarli a capire che la panchina non è un’umiliazione, ma un’occasione per crescere e un’opportunità per qualcun altro. Che abbiano sempre il gusto di dare il massimo, perché al di là della partita c’è la vita che li aspetta.

Genitori alleati degli allenatori per l’educazione
Il Papa invita i genitori “a cercare alleanza con la società sportiva dei vostri figli, soprattutto con gli allenatori”, perché “allenare è una sorta di accompagnamento, come un guidare verso un di più e un meglio”. E voi allenatori, aggiunge il Pontefice “vi trovate ad essere dei punti di riferimento autorevoli per i ragazzi che allenate: con voi passano tanto tempo, in un’attività che a loro piace e li gratifica” “Tutto ciò che dite e fate, il modo in cui lo dite e lo fate – chiarisce Papa Francesco – diventa insegnamento per i vostri atleti, cioè lascerà un segno indelebile nella loro vita, in bene o in male”.

Vi chiedo di non trasformare i sogni dei vostri ragazzi in facili illusioni destinate a scontrarsi presto con i limiti della realtà; a non opprimere la loro vita con forme di ricatto che bloccano la loro libertà e fantasia; a non insegnare scorciatoie che portano solo a perdersi nel labirinto della vita. Possiate invece essere sempre complici del sorriso dei vostri atleti!

Campioni: incoraggiate i giovani a diventare “grandi nella vita”
Infine Francesco si rivolge ai grandi campioni del calcio, “a cui si ispirano questi giovani atleti”. Non dimenticate da dove siete partiti, dice il Papa “quel campo di periferia, quell’oratorio, quella piccola società”. Vi auguro “di sentire sempre la gratitudine per la vostra storia fatta di sacrifici, di vittorie e sconfitte”.

E di sentire anche la responsabilità educativa, da attuare attraverso una coerenza di vita e la solidarietà con i più deboli, per incoraggiare i più giovani a diventare grandi dentro, e magari anche campioni nella vita. Grandi nella vita: questa è la vittoria di noi tutti, è la vostra vittoria che giocate a calcio. E ai dirigenti: per favore, custodite sempre la amatorialità, che è una mistica… è una mistica. Che non finisca la bellezza del calcio in un do ut des dei negozi finanziari.

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Papa Francesco: La pace di Gesù, l’umorismo in mezzo alle persecuzioni

Posté par atempodiblog le 21 mai 2019

Papa Francesco: La pace di Gesù, l’umorismo in mezzo alle persecuzioni
Alla messa nella casa santa Marta, papa Francesco dice che la pace si può vivere anche nelle “tribolazioni”, come indica l’ottava beatitudine: “Beati voi quando vi insulteranno…”. Il “dono della pace” – diverso dagli “ansiolitici” – porta con sé la fortezza, la capacità di “sopportare” tutto. E fa « sorridere il cuore ».
della Redazione di AsiaNews

Papa Francesco: La pace di Gesù, l’umorismo in mezzo alle persecuzioni dans Commenti al Vangelo Papa-Francesco-messa-a-Casa-santa-Marta

La “pace di Gesù”, donata da Gesù, ha il potere di far vivere dentro una vita “di persecuzione, di tribolazione”, senza perdere mai “il senso dell’umorismo”. Lo ha detto papa Francesco questa mattina nella sua omelia alla messa in Casa santa Marta.

Commentando le due letture di oggi – Atti 14, 19-28, in cui si parla delle difficoltà vissute da san Paolo a Listra, e il vangelo, Giov. 14, 27-31, in cui Gesù dona la “sua” pace ai discepoli – il pontefice ha sottolineato che “tribolazioni” e “pace” possono andare insieme, come suggerito dalla “ultima beatitudine”: “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia”.

“La pace di Gesù – ha detto – va con questa vita di persecuzione, di tribolazione…. Una pace che nessuno può togliere, una pace che è un dono, come il mare che nel profondo è tranquillo e nella superficie ci sono le ondate. Vivere in pace con Gesù è avere questa esperienza dentro, che rimane durante tutte le prove, tutte le difficoltà, tutte le tribolazioni”.

Il “dono della pace” – diverso dagli “ansiolitici” – porta con sé la fortezza, la capacità di “sopportare” tutto, di “portare sulle spalle”: “Sopportare: una parola che noi non capiamo bene cosa vuol dire, una parola molto cristiana, è portare sulle spalle. Sopportare: portare sulle spalle la vita, le difficoltà, il lavoro, tutto, senza perdere la pace. Anzi portare sulle spalle e avere il coraggio di andare avanti. Questo soltanto si capisce quando c’è lo Spirito Santo dentro che ci dà la pace di Gesù”.

Questo “dono promesso da Gesù”, ha concluso papa Francesco, fa « sorridere il cuore »: “La persona che vive questa pace mai perde il senso dell’umorismo. Sa ridere di sé stessa, degli altri, anzi della propria ombra, si ride di tutto… Questo senso dell’umorismo che è tanto vicino alla grazia di Dio. La pace di Gesù nella vita quotidiana, la pace di Gesù nelle tribolazioni e con quel pochino di senso dell’umorismo che ci fa respirare bene. Che il Signore ci dia questa pace che viene dallo Spirito Santo, questa pace che è propria di Lui e che ci aiuta a sopportare, portare su, tante difficoltà nella vita”.

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Medjugorje, la fede mariana e la decisione del Pastore

Posté par atempodiblog le 13 mai 2019

Medjugorje, la fede mariana e la decisione del Pastore
L’autorizzazione dei pellegrinaggi è un segno di riconoscimento del bene che accade nella parrocchia-santuario, dove tante persone si riavvicinano ai sacramenti
di Andrea Tornielli – Vatican News

Medjugorje, la fede mariana e la decisione del Pastore dans Andrea Tornielli Pellegrini-a-Medjugorje

Per comprendere le ragioni e il significato profondo della decisione di autorizzare i pellegrinaggi a Medjugorje da parte di Francesco è utile rileggere alcuni passi dell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, il documento che traccia la rotta del suo pontificato. Il Papa in quel testo ricordava che «nella pietà popolare si può cogliere la modalità in cui la fede ricevuta si è incarnata in una cultura e continua a trasmettersi». E ricordava pure, citando le parole del documento finale della conferenza dei vescovi latinoamericani ad Aparecida, che «il camminare insieme verso i santuari e il partecipare ad altre manifestazioni della pietà popolare, portando con sé anche i figli o invitando altre persone, è in sé stesso un atto di evangelizzazione». «Non coartiamo né pretendiamo di controllare questa forza missionaria!», concludeva il Pontefice.

È un dato di fatto che milioni di pellegrini in questi anni abbiano vissuto una significativa esperienza di fede recandosi a Medjugorje: lo attestano le lunghe file ai confessionali e le adorazioni eucaristiche serali nella grande chiesa parrocchiale senza un metro quadrato libero da fedeli inginocchiati.
«Credo» che «a Medjugorje ci sia la grazia. Non si può negare. C’è gente che si converte», aveva detto il Papa dialogando nel 2013 con padre Alexandre Awi Mello mariologo e oggi segretario del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita. In quella intervista, trasformata in un libro (È mia madre. Incontri con Maria, edizioni Città Nuova), Francesco metteva certo in guardia dal protagonismo dei veggenti e dal moltiplicarsi di messaggi e segreti. Ma senza mai disconoscere i frutti positivi dell’esperienza dei pellegrinaggi. Nella prefazione a quel libro, il teologo argentino Carlos María Galli aveva scritto: «Per Francesco la cosa più importante è la fede mariana del “santo popolo fedele di Dio”, che ci insegna ad amare Maria oltre la riflessione teologica. In quanto figlio e membro, come qualsiasi altro, del Popolo di Dio, Bergoglio – Francesco – partecipa del sensus fidei fidelium e si identifica con la profonda pietà mariana del popolo cristiano».

È proprio per questo che, continuando a studiare il fenomeno Medjugorje e senza che vi sia un pronunciamento sull’autenticità delle apparizioni, il Papa ha inteso prendersi cura di chi affronta i disagi del viaggio per recarsi a pregare in quel luogo. Per questo aveva voluto un suo inviato permanente, un vescovo dipendente dalla Santa Sede, incaricato proprio della cura pastorale dei pellegrini. E sempre per questo adesso stabilisce di andare oltre quanto dichiarato più vent’anni fa dalla Congregazione per la dottrina della fede, che permetteva i pellegrinaggi a Medjugorje ma solo «in maniera privata». Ora invece le diocesi e le parrocchie potranno organizzare e guidare quei pellegrinaggi espressione della pietà mariana del popolo di Dio.

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‘Cristo vive’: l’annuncio ai giovani per il bene del mondo

Posté par atempodiblog le 3 avril 2019

‘Cristo vive’: l’annuncio ai giovani per il bene del mondo
L’esortazione apostolica di papa Francesco, seguita al Sinodo dei giovani è stata diffusa oggi. Il mondo dei giovani ha dei nemici che li rendono “schiavi”: pubblicità, la bellezza come apparenza, la divisione col mondo degli adulti, una globalizzazione che “omogenizza”. L’annuncio cristiano è il modo più efficace per mettere le basi ad un rinnovamento profondo della società. Una “pastorale giovanile popolare” che accoglie ed accompagna anche chi non vive la fede.
di padre Bernardo Cervellera – AsiaNews

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L’esortazione apostolica “Cristo vive”, resa pubblica oggi da papa Francesco, a conclusione del Sinodo sui giovani dello scorso ottobre è un annuncio forte e deciso che solo in Gesù Cristo si trova la risposta alle inquietudini, alle contraddizioni e al desiderio di felicità in cui sono immersi i giovani oggi. Ed è anche affermato con chiarezza che essendo i giovani “l’adesso di Dio”, l’attenzione verso di loro è il modo più efficace per mettere le basi ad un rinnovamento profondo della società. Il lunghissimo documento (53 pagine; 299 paragrafi) spazia dalla condizione giovanile nel mondo contemporaneo al modo con cui una Chiesa “vecchia” e “chiusa” li guarda; dal valore che ha l’annuncio di Cristo, ai pericoli a cui i giovani sono sottoposti nel nostro mondo contemporaneo che li sfrutta, li condiziona, li usa, li oppone al mondo degli adulti; fino al risvegliare nella Chiesa l’accompagnamento non solo dei giovani cristiani, ma di ogni giovane, perché scopra la sua vocazione come persona nel lavoro, nel matrimonio fra uomo e donna, nell’impegno sociale, in una speciale consacrazione.

Nel testo si susseguono parti scritte come una lettera rivolta a un “tu”, a parti rivolte a tutti; sezioni piene di lirismo (come quelle sull’amore di Dio e di Cristo per la persona del giovane) ad altre più analitiche (come quelle sul discernimento).

Il cap. IV, “Il grande annuncio per tutti i giovani” mi sembra essere il più importante. Anche il papa dice che in quelle pagine vuole annunciare “la cosa più importante”, quella che “non dovrebbe mai essere taciuta”. Questa verità è l’amore di Dio, paragonato a quello di una madre, di un padre, di un innamorato, e l’amore di Cristo che dando sé stesso per noi, ci fa comprendere che “non abbiamo prezzo”. Insieme alla preghiera allo Spirito Santo, questa parte fa piazza pulita di una certa pastorale giovanile in cui si nasconde l’identità cristiana e per facilitare l’incontro coi giovani riduce e annacqua ogni proposta. Invece – ed è un altro punto molto importante – papa Francesco invita ogni giovane ad essere missionario, ad “andare e portare Cristo in ogni ambiente” (n. 177).

I capitoli 5 e 6 mostrano che il mondo dei giovani ha dei nemici che li rendono “schiavi”: è l’enfasi che nella nostra società si mette sui giovani per usarli come oggetto di desiderio nella pubblicità, nella riduzione della bellezza ad apparenza; nel coltivare una perenne adolescenza senza decisioni e responsabilità; in una globalizzazione che “omogenizza” ogni persona e non la fa essere se stessa; nell’opporre il mondo dei giovani a quello degli adulti. Da questo punto di vista si comprende che questa esortazione apostolica – e il Sinodo correlato – non sono solo un modo perché la Chiesa recuperi il mondo giovanile che sembra aver perduto, ma contribuisca a liberare i giovani da modelli falsi che annientano la capacità di “inquietudine” e di progetto per avvilirli in una filosofia da “divano”: “Non confondete la felicità con un divano e non passate tutta la vostra vita davanti a uno schermo. Non riducetevi nemmeno al triste spettacolo di un veicolo abbandonato. Non siate auto parcheggiate, lasciate piuttosto sbocciare i sogni e prendete decisioni. Rischiate, anche se sbaglierete. Non sopravvivete con l’anima anestetizzata e non guardate il mondo come se foste turisti. Fatevi sentire! Scacciate le paure che vi paralizzano, per non diventare giovani mummificati. Vivete!” (n. 143). In questo modo la fede diventa non un’opzione fra tante, ma l’opzione per risvegliare i veri frutti della giovinezza.

Un ultimo aspetto che trovo fondamentale è la proposta di una “pastorale giovanile popolare” (nn. 230-segg). In essa non si radunano solo i giovani cattolici, già introdotti nella fede, ma si raccolgono e si accompagnano giovani contraddittori, alla ricerca, “con i loro dubbi, traumi, problemi e la loro ricerca di identità, con i loro errori, storie, esperienze del peccato e tutte le loro difficoltà” (n. 234).

Infine, è importante la sottolineatura dell’orizzonte in cui far vivere il discernimento vocazionale: nella ricerca di ciò a cui mi chiama il Signore (come lavoro, nel matrimonio o nella verginità), è messa in luce sempre la dimensione sociale, il fatto che la propria felicità non è staccata dal bene per il mondo: “La tua vocazione ti orienta a tirare fuori il meglio di te stesso per la gloria di Dio e per il bene degli altri” (n. 257). Insomma, essere cristiani non è una carriera, ma è più efficace della carriera.

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Carlo Acutis. Mons. Sorrentino (Assisi): “Un vero maestro della rete del bene”

Posté par atempodiblog le 3 avril 2019

Carlo Acutis. Mons. Sorrentino (Assisi): “Un vero maestro della rete del bene”
Sabato 6 aprile il corpo del ragazzo, morto a 15 anni per una leucemia fulminante, sarà traslato nel santuario della Spogliazione di Assisi. Nell’esortazione apostolica post-sinodale, “Christus vivit”, Papa Francesco lo indica ai giovani come modello per un uso positivo dei nuovi mezzi di comunicazione. Al vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino, che ha scritto il libro “Originali non fotocopie, Carlo Acutis e Francesco d’Assisi”, chiediamo di parlarci di questi due testimoni di santità, di epoche diverse, ma accomunati dall’amore per l’Eucaristia e i poveri e dalla capacità di conquistare i cuori
di Gigliola Alfaro – Agenzia SIR

Carlo Acutis. Mons. Sorrentino (Assisi): “Un vero maestro della rete del bene” dans Articoli di Giornali e News Venerabile-Carlo-Acutis

“Essere sempre unito a Gesù, ecco il mio programma di vita. Sono contento di morire perché ho vissuto la mia vita senza sciupare neanche un minuto di essa in cose che non piacciono a Dio”. Queste alcune delle frasi più note di Carlo Acutis, il giovane venerabile morto a soli 15 anni per una leucemia fulminante, il cui corpo, sabato 6 aprile, sarà sepolto nel santuario della Spogliazione ad Assisi. Papa Francesco, nell’esortazione apostolica post-sinodale “Christus vivit”, offre ai giovani Carlo Acutis come modello per un uso positivo dei nuovi mezzi di comunicazione. Sul ragazzo e San Francesco mons. Domenico Sorrentino, vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino, ha scritto il libro “Originali non fotocopie, Carlo Acutis e Francesco d’Assisi”. A lui chiediamo di parlarci di questi due testimoni di santità.

Eccellenza, il corpo di Carlo sarà traslato dal cimitero di Assisi al santuario della Spogliazione: come mai questa scelta?
Il santuario della Spogliazione è legato al gesto del giovane Francesco che si spogliò di tutto fino alla nudità per esprimere il suo amore a Cristo e mettersi al servizio ai poveri. Per giungere a quella scelta radicale il giovane assisano non era stato solo. Il suo vescovo Guido lo aveva consigliato e guidato. Davvero una bella esperienza di accompagnamento. Proprio per questo, scrivendomi in occasione dell’erezione del nuovo santuario, Papa Francesco lo qualificò “luogo propizio per il discernimento vocazionale dei giovani”. Mi è sembrato che la presenza delle spoglie mortali di Carlo in questo santuario potesse essere di grande incoraggiamento ai giovani. Li aiuta a porsi l’interrogativo sul senso della vita e ad affrontare coraggiosamente il problema della vocazione.

San Francesco e Carlo Acutis sono due testimoni di epoche molto diverse. Cosa li accomuna?
In realtà, la distanza e la diversità tra San Francesco e Carlo sono notevoli. Non avrei immaginato nemmeno di poterli mettere a confronto, se non me lo avesse suggerito il fatto che il corpo di Carlo giunge in un luogo tanto segnato dalla presenza di Francesco. Ancor più mi ha convinto a parlarne congiuntamente un’esperienza che mi capitò l’estate scorsa a Seattle con alcuni giovani americani. Volendo presentare la bellezza di Gesù e del Vangelo, mi servii di san Francesco, ma anche di Carlo. E mi venne spontaneo cercare il “filo” che li univa. Ricordo l’interesse di quei giovani. È vero, le diversità tra i due sono tante. Ma c’è anche tanto che li accomuna. Li unisce certamente l’amore per l’Eucaristia.

Francesco si estasiava di fronte al mistero del Figlio di Dio che ogni giorno – com’egli diceva – scende dal suo “trono regale” sui nostri poveri altari. Il giovane Carlo faceva di tutto per non mancare alla messa e all’adorazione quotidiana. Ideò una mostra sui “miracoli eucaristici”. Diceva dell’Eucaristia che era la sua “autostrada per il cielo”. Altro elemento è l’amore per i poveri: se Francesco di Assisi li mise al centro del suo cuore, Carlo Acutis, per quanto possibile alla sua età, non si limitò a fare delle elemosine, ma considerò i poveri dei veri amici. Al suo funerale se ne presentarono tanti e la stessa mamma se ne meravigliò. Carlo li aveva amati e serviti senza metterlo in mostra. Un amore sincero, discreto, operoso, come dev’essere l’amore secondo il Vangelo.

San Francesco ci offre un modello di santità radicale, che può sembrare difficile da raggiungere. Carlo, invece, ci mostra “la santità della porta accanto”: secondo Lei è più alla portata dei giovani di oggi questo santo dei “nativi digitali”?
Chi guarda Francesco non può non ammirarlo. Non a caso tanti – talvolta anche non credenti – si inchinano al suo genio, che illumina tanti aspetti dell’esistenza. Magari si dimentica che egli fu innamorato di Cristo, ma lo si ammira per il suo messaggio sulla pace, sulla custodia del creato, sul rispetto degli altri. È il Santo che seppe dialogare con il sultano in tempo di crociate. Una santità davvero straordinaria. Carlo imboccò la strada di una santità del quotidiano, vivendo come un normalissimo giovane del nostro tempo, ma con la limpidezza degli occhi e del cuore, mettendo in tutte le cose il sapore del Vangelo. Nel mio libro, riferendomi al lettore – ma lo dico anche a me stesso! –, rivolgo un invito: se non sai fare come Francesco, almeno fa’ come Carlo!

Papa Francesco, nell’esortazione apostolica post-sinodale dedicata ai giovani “Christus vivit”, porta l’esempio del venerabile Carlo Acutis, che, in modo creativo e geniale, “ha saputo usare le nuove tecniche di comunicazione per trasmettere il Vangelo, per comunicare valori e bellezza”. Quanto Carlo può aiutare a parlare di Gesù ai ragazzi dell’era dei social network?
Carlo è un trascinatore. Specie dei giovani. È incredibile come, in poco tempo, sia ormai conosciuto in tutto il mondo. Proprio il suo essere un “nativo digitale”, con un grande talento per l’informatica, affascina. I giovani abituati a smanettare con i telefonini lo sentono uno di loro. Al tempo stesso, colgono la differenza. Hanno in Carlo un testimone di come si possa vivere nel mondo di internet senza esserne travolti, governando la rete e non subendola. Facendone anzi una rete di bontà, posta ad arginare quell’inondazione di negatività che purtroppo miete tante vittime. Internet, di per sé, è neutrale. Si presta al bene e al male. Carlo è un vero maestro di una rete del bene.

Il Papa, mettendo in guardia dal rischio dell’omologazione, frutto dei meccanismi del consumo e dello stordimento, ricorda una frase di Carlo: “Tutti nascono come originali, ma molti muoiono come fotocopie”. Quanto Carlo, nella sua breve vita, ha saputo, in modo originale, seguire la sua strada verso la santità?
L’originalità di Carlo è nella sua stessa santità. Il suo è un modo semplice, feriale, di fare il bene. Egli spiega così che la santità non è fatta di cose straordinarie. Giustamente mette in guardia dal rischio di arrendersi al “così fanno tutti”.

Il Vangelo non intrappola, non incatena, al contrario lascia che si sprigionino i desideri più profondi, quelli che hanno a che fare non con l’effimero, ma con l’eterno. I desideri che ci portano verso una vera libertà. E, dunque, ci fanno essere profondamente noi stessi, davvero “originali”, capaci di una vita bella, autentica, generosa.

Carlo amava dire: “Non io, ma Dio”. In un mondo che cerca di accantonare Dio e mettere noi, con il nostro smisurato ego, davanti a tutto, quanto un ragazzino morto a soli 15 anni insegna a tutti?
Impressionante la maturità spirituale di Carlo. La sua scelta radicale di Dio riecheggia quella di Francesco d’Assisi nell’atto della spogliazione: “Non più padre Pietro di Bernardone ma Padre nostro che sei nei cieli”. Francesco non aveva più nulla, ma aveva ormai frate sole, sora luna, sora acqua, frate focu… Aveva tutto, perché aveva Dio. Carlo, senza gesti clamorosi, fece altrettanto. Entrambi si spogliarono di sé e si riempirono di Dio. Oggi insieme, nel santuario della Spogliazione, si fanno educatori dei giovani, proponendo Gesù come segreto della vita.

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Papa: La famiglia di Nazareth è santa perché ‘centrata su Gesù’

Posté par atempodiblog le 31 décembre 2018

Papa: La famiglia di Nazareth è santa perché ‘centrata su Gesù’
All’Angelus, papa Francesco sottolinea “lo stupore e l’angoscia” vissuti da Maria e Giuseppe nella ricerca del loro Figlio. “Stupirsi è il contrario del dare tutto per scontato”. “Dovremmo provare angoscia quando per più di tre giorni ci dimentichiamo di Gesù”. La preghiera per tutte le famiglie del mondo, specie quelle dove “mancano la pace e l’armonia”. Un’Ave Maria per la Repubblica democratica del Congo.
della Redazione di AsiaNews

Papa: La famiglia di Nazareth è santa perché ‘centrata su Gesù’ dans Commenti al Vangelo Papa-Francesco-e-l-albero-di-Natale

“La famiglia di Nazareth è santa: perché era centrata su Gesù, a Lui erano rivolte tutte le attenzioni e le sollecitudini di Maria e di Giuseppe”: così papa Francesco ha riassunto il senso della festa di oggi, della Santa Famiglia, nella domenica fra Natale e Capodanno. Parlando ai numerosi pellegrini in piazza san Pietro, il pontefice ha anzitutto citato il vangelo di oggi (Lc 2,41-52), del ritrovamento di Gesù fra i dottori del tempio, dopo tre giorni di ricerca.

“Alla vista del Figlio – ha spiegato il papa – Maria e Giuseppe «restarono stupiti» (v. 48) e la Madre gli manifestò la loro apprensione dicendo: «Tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo» (ibid.)”.

“Lo stupore e l’angoscia sono i due elementi sui quali vorrei richiamare la vostra attenzione. Nella famiglia di Nazareth non è mai venuto meno lo stupore, neanche in un momento drammatico come lo smarrimento di Gesù: è la capacità di stupirsi di fronte alla graduale manifestazione del Figlio di Dio. È lo stesso stupore che colpisce anche i dottori del tempio, ammirati «per la sua intelligenza e le sue risposte» (v. 47)”.

“Stupirsi e meravigliarsi è il contrario del dare tutto per scontato, è il contrario dell’interpretare la realtà che ci circonda e gli avvenimenti della storia solo secondo i nostri criteri. Stupirsi è aprirsi agli altri, comprendere le ragioni degli altri: questo atteggiamento è importante per sanare i rapporti compromessi tra le persone, ed è indispensabile anche per guarire le ferite aperte nell’ambito familiare”.

“Quando ci sono i problemi nelle famiglie, diamo per scontato che abbiamo ragione noi e chiudiamo la porta agli altri… Quando avete dei problemi con qualcuno in famiglia, pensate alle cose buone che ha la persona con cui avete i problemi e questo aiuterà a guarire le ferite nell’ambito familiare”.

“Il secondo elemento che vorrei cogliere dal Vangelo è l’angoscia che sperimentarono Maria e Giuseppe quando non riuscivano a trovare Gesù. Questa angoscia manifesta la centralità di Gesù nella Santa Famiglia. La Vergine e il suo sposo avevano accolto quel Figlio, lo custodivano e lo vedevano crescere in età, sapienza e grazia in mezzo a loro, ma soprattutto Egli cresceva dentro il loro cuore; e, a poco a poco, aumentavano il loro affetto e la loro comprensione nei suoi confronti. Ecco perché la famiglia di Nazareth è santa: perché era centrata su Gesù, a Lui erano rivolte tutte le attenzioni e le sollecitudini di Maria e di Giuseppe”.

“Quell’angoscia che essi provarono nei tre giorni dello smarrimento di Gesù, dovrebbe essere anche la nostra angoscia quando siamo lontani da Lui. Dovremmo provare angoscia quando per più di tre giorni ci dimentichiamo di Gesù, senza pregare, senza leggere il Vangelo, senza sentire il bisogno della sua presenza e della sua consolante amicizia.

E tante volte passano i giorni senza che io ricordi Gesù… Maria e Giuseppe lo cercarono e lo trovarono nel tempio mentre insegnava: anche noi, è soprattutto nella casa di Dio che possiamo incontrare il divino Maestro e accogliere il suo messaggio di salvezza. Nella celebrazione eucaristica facciamo esperienza viva di Cristo; Egli ci parla, ci offre la sua Parola che illumina il nostro cammino, ci dona il suo Corpo nell’Eucaristia da cui attingiamo vigore per affrontare le difficoltà di ogni giorno”.

“Torniamo a casa – ha ribadito – con queste due parole: stupore e angoscia”.

“Preghiamo per tutte le famiglie del mondo, specialmente quelle in cui, per vari motivi, mancano la pace e l’armonia. E le affidiamo alla protezione della Santa Famiglia di Nazareth”.

Dopo la preghiera dell’Angelus, Francesco ha chiesto a tutti i presenti di recitare un’Ave Maria per la Repubblica democratica del Congo, segnata da violenze prima delle elezioni, che si tengono oggi, e da un’epidemia di ebola, che non permetterà ad alcune zone di votare.

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Santi e Beati del 2018: doni dell’amore di Dio alla Chiesa

Posté par atempodiblog le 31 décembre 2018

Santi e Beati del 2018: doni dell’amore di Dio alla Chiesa
L’anno che sta per chiudersi è stato prodigo dell’amore di Dio che ha donato alla Chiesa molti nuovi Santi e Beati, chiamati con il loro esempio a illuminare le vite di ognuno di noi. Ben 19 le cerimonie di beatificazione nel 2018 e 7 i nuovi Santi canonizzati il 14 ottobre scorso in piazza San Pietro
Roberta Barbi – Vatican News

Santi e Beati del 2018: doni dell’amore di Dio alla Chiesa dans Fede, morale e teologia I-Beati-martiri-di-Algeria
I Beati martiri di Algeria

La fine di un anno è tradizionalmente tempo di bilanci, di riflessione su quello che c’è stato – o non c’è stato – di buono, su quello che si può fare meglio e su quello che si può iniziare a fare. È anche il tempo della raccolta dei doni dell’amore del Signore alla Sua Chiesa, che si è arricchita di nuovi Beati e di 7 Santi: tra loro un Papa, molti sacerdoti e religiose, ma anche tanti laici, a dimostrazione che la santità è davvero alla portata di tutti, come ricorda Papa Francesco nell’esortazione apostolica Gaudete et exsultate:

“Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante. Questa è tante volte la santità “della porta accanto”, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio, o, per usare un’altra espressione, ‘la classe media della santità’”.

Ripercorriamo quindi insieme quest’anno, facendoci guidare dagli insegnamenti di tante splendide figure e dalle immagini delle cerimonie: un modo in più per ringraziare il Signore di quanto ricevuto e facciamoci accompagnare in questo viaggio nella santità dalle parole di Papa Francesco.

I Martiri di guerra, quando dall’odio nasce l’amore
“Santo Stefano fu il primo a seguire le orme del divino Maestro con il martirio; morì come Gesù affidando la propria vita a Dio e perdonando i suoi persecutori. Due atteggiamenti: affidava la propria vita a Dio e perdonava. Mentre veniva lapidato disse: «Signore Gesù, accogli il mio spirito» (At 7,59). Sono parole del tutto simili a quelle pronunciate da Cristo in croce: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito (Lc 23, 46). L’atteggiamento di Stefano che imita fedelmente il gesto di Gesù, è un invito rivolto a ciascuno di noi ad accogliere con fede dalle mani del Signore ciò che la vita ci riserva di positivo e anche di negativo”. (Angelus Solennità Santo Stefano 26 dicembre 2018)

Il 2018 si è aperto con la Beatificazione, il 3 febbraio, di Teresio Olivelli, ucciso “in odium fidei” dai nazisti nel campo di Hersbruck. Durante la Seconda Guerra Mondiale, al fronte si adoperò per soccorrere i commilitoni fisicamente e spiritualmente, scrivendo la preghiera “Facci liberi”. Durante la rivoluzione in Madagascar, invece, venne ucciso Luciano Botovasoa, terziario francescano che durante le persecuzioni alla chiesa volle restare accanto ai missionari francesi. È stato beatificato il 15 aprile nell’isola. Era stato ordinato solo due anni prima, Janos Brenner, il sacerdote ungherese beatificato il 1° maggio, e che fu ucciso dal regime comunista locale in un’imboscata mentre portava l’Eucaristia a un malato. Due le cerimonie di beatificazione collettive: quella del 10 novembre a Barcellona di Teodoro Del Olmo e di 15 compagni - tra sacerdoti della Congregazione di San Pietro in Vincoli e laici solidali – annoverati tra le vittime cristiane della guerra civile spagnola; e quella dell’8 dicembre scorso di Pietro Claverie, vescovo di Oran, e 18 compagni, più noti come i Martiri di Algeria che, negli anni più bui del fondamentalismo islamico nel Paese, scelsero di non abbandonare la propria gente.

I Missionari: come gli apostoli inviati nelle periferie del mondo
“Ambienti umani, culturali e religiosi ancora estranei al Vangelo di Gesù e alla presenza sacramentale della Chiesa rappresentano le estreme periferie, gli “estremi confini della terra”, verso cui, fin dalla Pasqua di Gesù, i suoi discepoli missionari sono inviati, nella certezza di avere il loro Signore sempre con sé (cfr Mt 28,20; At 1,8). In questo consiste ciò che chiamiamo missio ad gentes. La periferia più desolata dell’umanità bisognosa di Cristo è l’indifferenza verso la fede o addirittura l’odio contro la pienezza divina della vita”. (Messaggio Giornata Missionaria mondiale 20 maggio 2018)

Il 26 maggio è stata beatificata una piccola religiosa dal cuore grande: così chiamavano Leonella Sgorbati nella missione di Mogadiscio (Somalia) dove trascorse molti anni. In quella terra martoriata, il tabernacolo nella casa delle suore era l’unica presenza viva di Cristo nel Paese. Morì da martire perdonando il suo assassino. Fu a lungo missionaria in Bolivia anche Santa Nazaria Ignazia March Mesa, fondatrice delle Suore Missionarie Crociate della Chiesa, che dedicò la vita alla preghiera per la perseveranza dei religiosi e per lo spirito apostolico dei sacerdoti. Il 27 ottobre sono diventati Beati Tullio Maruzzo, sacerdote dei Frati minori missionario in Guatemala, e il suo catechista Luis Obdulio. Furono uccisi in un agguato nella foresta nel corso dell’ondata di violenza che colpì il Paese per l’indipendenza dalla Spagna.

La cura dei malati, il vero volto della tenerezza di Dio
“Le cure che sono prestate in famiglia sono una testimonianza straordinaria di amore per la persona umana e vanno sostenute con adeguato riconoscimento e con politiche adeguate. Pertanto, medici e infermieri, sacerdoti, consacrati e volontari, familiari e tutti coloro che si impegnano nella cura dei malati, partecipano a questa missione ecclesiale. È una responsabilità condivisa che arricchisce il valore del servizio quotidiano di ciascuno”. (Messaggio Giornata Mondiale Malato 26 novembre 2017)

Infermiera e scrittrice, inventò per prima nella sua Polonia l’assistenza domiciliare dei malati anche da un punto di vista spirituale: queste le virtù di Anna Chrzanowska, amica di Giovanni Paolo II, beatificata il 28 aprile. Hanno condiviso, invece, l’esperienza della malattia facendone la propria croce da offrire al Signore altri due nuovi Santi e una nuova Beata. Quest’ultima è Carmen Rendíles Martínez, fondatrice delle Suore Ancelle di Gesù, beatificata il 16 giugno. Era nata priva del braccio sinistro ma non di forza e vitalità che la portarono a incarnare il modello della vera santità quotidiana. C’è poi San Francesco Spinelli, toccato dalla grazia di Dio che lo ha guarito miracolosamente da una lesione alla colonna vertebrale mentre era in preghiera. Da allora si occupò nel suo ministero quasi esclusivamente dei malati più sofferenti cui portava la Parola e la carezza del Signore. Infine, San Nunzio Sulprizio, deceduto a 19 anni per un cancro alle ossa. Nella sua breve vita, che trascorse quasi interamente in ospedale, insegnò catechismo ai piccoli ricoverati assieme a lui e pregò molto offrendo il proprio dolore per la conversione dei peccatori.

Le martiri della purezza, gigli bianchi macchiati di sangue
“Tutti noi nella vita siamo passati per momenti in cui questa virtù è molto difficile, ma è proprio la via di un amore genuino, di un amore che sa dare la vita, che non cerca di usare l’altro per il proprio piacere. È un amore che considera sacra la vita dell’altra persona: io ti rispetto, io non voglio usarti, io non voglio usarti”. (Discorso ai giovani durante visita pastorale a Torino 21 giugno 2015)

Ci sono anche due novelle Santa Maria Goretti tra i Beati del 2018. La slovacca Anna Kolesárová, beatificata il Primo settembre, fu uccisa in casa davanti alla sua famiglia da un soldato del regime che avrebbe voluto approfittare di lei; la romena Veronica Antal, beatificata il 22 settembre, fu uccisa da un fanatico che voleva violare una suora: tale, infatti, si considerava lei pur in un Paese in cui erano stati soppressi tutti gli ordini religiosi. Oggi è venerata da cattolici e ortodossi.

I Beati “immagini di Cristo per questo mondo”
“La nostra storia ha bisogno di ‘mistici’: di persone che rifiutano ogni dominio, che aspirano alla carità e alla fraternità. Uomini e donne che vivono accettando anche una porzione di sofferenza, perché si fanno carico della fatica degli altri. Ma senza questi uomini e donne il mondo non avrebbe speranza”. (Udienza generale 21 giugno 2017)

Ci sono poi due nuove Beate che ebbero un contatto particolarmente ravvicinato con il Signore anche durante la vita terrena. Maria Crocifissa del Divino Amore (beatificata il 2 giugno), figlia spirituale di Padre Pio attraverso il quale il Signore le parlò e la portò a fondare la Congregazione delle Suore Apostole del Sacro Cuore. Si occupava, in particolare, dell’insegnamento ai giovani. Alfonsa Maria Eppinger, beatificata il 9 settembre, aveva estasi molto lunghe e prostranti, visioni sulla politica e sul futuro della Chiesa. Fondò le Suore del Santissimo Salvatore. Il religioso lituano Michaľ Giedrojć, vissuto nel 1400, aveva, invece, frequenti attacchi del demonio e visioni del futuro. Papa Francesco ne ha riconosciuto le virtù eroiche e la conferma del culto da tempo immemorabile (Beatificazione equipollente) il 7 novembre.

I sacerdoti, uomini dell’incontro con Gesù
“I consacrati e le consacrate sono chiamati innanzitutto ad essere uomini e donne dell’incontro. La vocazione, infatti, non prende le mosse da un nostro progetto pensato “a tavolino”, ma da una grazia del Signore che ci raggiunge, attraverso un incontro che cambia la vita. Chi incontra davvero Gesù non può rimanere uguale a prima. Egli è la novità che fa nuove tutte le cose”. (Giubileo Vita consacrata 2 febbraio 2016)

C’è un Papa tra i nuovi Santi del 2018: Paolo VI, pontefice sobrio e misurato, grande difensore della vita nascente, che non dimenticava mai di essere “un sacerdote, innanzitutto”. Poi mons. Oscar Arnolfo Romero Galdámez, amico dei poveri e della pace, e per questo inviso al partito nazionalista del Salvador che lo fece uccidere durante la Messa. Ma sono molti i sacerdoti santi, anche meno conosciuti, come San Vincenzo Romano che nella Napoli di primo Ottocento era noto come il “prete faticatore”: andava a caccia dei covi dove si nascondevano i malviventi e predicava per strada con croce e campanello. Oppure Jean-Baptiste Foque, beatificato il 30 settembre, che tanto fece per la sua Marsiglia fondando addirittura l’ospedale di San Giuseppe, ancora oggi fiore all’occhiello della sanità francese. Infine ricordiamo Tiburcio Arnáiz Muñoz (beatificato il 20 ottobre), il gesuita che nelle periferie spagnole proponeva gli esercizi spirituali di Sant’Ignazio anche a poveri e analfabeti.

Le suore, protagoniste della storia unica e originale che Dio scrive
“Alla fine dei Vangeli c’è un altro incontro con Gesù che può ispirare la vita consacrata: quello delle donne al sepolcro. Erano andate a incontrare un morto, il loro cammino sembrava inutile. Anche voi andate nel mondo controcorrente: la vita del mondo facilmente rigetta la povertà, la castità e l’obbedienza. Ma, come quelle donne, andate avanti, nonostante le preoccupazioni per le pesanti pietre da rimuovere (cfr Mc 16,3). E come quelle donne, per primi incontrate il Signore risorto e vivo, lo stringete a voi (cfr Mt 28,9) e lo annunciate subito ai fratelli, con gli occhi che brillano di gioia grande (cfr v. 8). Siete così l’alba perenne della Chiesa”. (Omelia Concelebrazione eucaristica per i consacrati 2 febbraio 2018)

Ricevette in sogno il Bambino Gesù che la chiamava a occuparsi dei poveri, Clara Fey, che a questo apostolato dedicò l’intera vita, fondando ad Aquisgrana, in Germania, anche la Congregazione delle Suore del Povero Bambino Gesù. È stata beatificata il 5 maggio. Fondò, invece, le Figlie di Maria Immacolata – le Marianiste –Maria della Concezione, di origini nobili e di famiglia ricca, si spogliò di tutto fin da piccola portando la Parola di Dio ai contadini con la sua “piccola società”. La sua beatificazione è del 10 giugno. Anche Clelia Merloni, beatificata il 3 novembre, fu una madre superiora che iniziò ad avvicinarsi alla vita monacale con alcune amiche con cui educava i bambini alla gioia. Fondò, poi, l’Istituto delle Suore Apostole del Sacro Cuore di Gesù. Santa Maria Caterina Kasper, fondatrice delle Povere Ancelle di Gesù, invece, aveva il carisma di occuparsi dei poveri perché era stata povera anch’essa, tanto da dover essere aiutata economicamente dai parrocchiani per fondare il nuovo istituto. Continuò a coltivare i campi fino alla morte. Fu una semplice suora dell’Ordine delle Carmelitane Scalze, infine, Maria Felicia di Gesù Sacramentato, beatificata il 23 giugno dopo una vita dedita alla cura di bambini e anziani: il suo “cammino della perfezione”, la sua personale via verso la santità. Quella che anche ognuno di noi è chiamato a trovare e seguire. Magari, possiamo iniziare proprio nel 2019.

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Il Papa: servono profeti di speranza come La Pira

Posté par atempodiblog le 24 novembre 2018

Il Papa: servono profeti di speranza come La Pira
Francesco ha ricevuto in udienza i membri della Fondazione “Giorgio La Pira”
de La Redazione di Avvenire

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L’esempio di Giorgio La Pira «è prezioso specialmente per quanti operano nel settore pubblico, i quali sono chiamati ad essere vigilanti verso quelle situazioni negative che san Giovanni Paolo II ha definito “strutture di peccato”». Lo ha detto papa Francesco stamani ricevendo in udienza i membri della Fondazione “Giorgio La Pira” in occasione del loro quinto convegno nazionale. 2e2mot5 dans Diego Manetti IL TESTO INTEGRALE

Per Francesco, tali strutture di peccato nella vita politica rappresentano «la somma di fattori che agiscono in senso contrario alla realizzazione del bene comune e al rispetto della dignità della persona. Si cede a tali tentazioni quando, ad esempio, si ricerca l’esclusivo profitto personale o di un gruppo piuttosto che l’interesse di tutti; quando il clientelismo prevarica sulla giustizia; quando l’eccessivo attaccamento al potere sbarra di fatto il ricambio generazionale e l’accesso alle nuove leve». In merito il Papa ha citato lo stesso La Pira, il sindaco di Firenze per il quale è in corso il processo di beatificazione, sottolineando che «la politica è un impegno di umanità e di santità».

La politica, ha scandito Francesco indicando l’esempio di La Pira, «è quindi una via esigente di servizio e di responsabilità per i fedeli laici, chiamati ad animare cristianamente le realtà temporali». «Oggi – ha poi aggiunto a braccio – ci vuole una primavera, profeti di speranza, ci vogliono rondini, siate voi».

«La Pira assunse una linea politica aperta alle esigenze del cattolicesimo sociale e sempre schierata dalla parte degli ultimi e delle fasce più fragili della popolazione. Si impegnò altresì in un grande programma di promozione della pace sociale e internazionale, con l’organizzazione di convegni internazionali “per la pace e la civiltà cristiana” e con vibranti appelli contro la guerra nucleare. Per lo stesso motivo compì uno storico viaggio a Mosca nell’agosto 1959. Sempre più incisivo diventava il suo impegno politico-diplomatico: nel 1965 convocò a Firenze un simposio per la pace nel Vietnam, recandosi poi personalmente ad Hanoi, dove poté incontrare Ho Chi Min e Phan Van Dong», ha ricordato Francesco rilevando che La Pira «diede vita a varie opere caritative, quali la Messa del Povero presso San Procolo e la Conferenza di San Vincenzo Beato Angelico». Dal 1936, ha ricostruito il Papa, La Pira «dimorò nel convento di San Marco, dove si diede allo studio della patristica, curando anche la pubblicazione della rivista Principi, in cui non mancavano critiche al fascismo. Ricercato dalla polizia di quel regime si rifugiò in Vaticano, dove per un periodo soggiornò nell’abitazione del Sostituto monsignor Montini, che nutriva per lui grande stima». Un dettaglio poco conosciuto ma importante per capire come i due grandi profeti del cattolicesimo italiano fossero in dialogo tra loro.

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Papa Francesco: Continuate a studiare gli scritti di papa Benedetto XVI

Posté par atempodiblog le 18 novembre 2018

Papa Francesco: Continuate a studiare gli scritti di papa Benedetto XVI
In occasione del conferimento del Premio Ratzinger 2018, papa Francesco esalta il papa emerito e il “dialogo costruttivo con la cultura di oggi”. Premiati Marianne Schlosser, teologa cattolica all’Università di Vienna, e Mario Botta, architetto svizzero, che ha costruito diverse chiese. Apprezzamenti per il contributo femminile nella teologia e per la costruzione di “spazio sacro nella città degli uomini”.
della Redazione di AsiaNews

Papa Francesco: Continuate a studiare gli scritti di papa Benedetto XVI dans Fede, morale e teologia Papa-Francesco-e-Benedetto-XVI

L’incoraggiamento a “continuare a studiare” gli scritti di papa Benedetto XVI, l’apprezzamento per il contributo femminile nella teologia e alle “arti cristianamente ispirate”: sono i temi sottolineati da papa Francesco stamane, ricevendo in udienza i membri della “Fondazione vaticana Joseph Ratzinger-Benedetto XVI”, in occasione del conferimento del Premio Ratzinger 2018, giunto alla sua ottava edizione.

I vincitori di quest’anno sono: Marianne Schlosser, teologa cattolica tedesca, medievista specialista di San Bonaventura, ordinario di Teologia della spiritualità nella Facoltà di teologia cattolica dell’università di Vienna dal 2004; e Mario Botta, architetto svizzero, che ha costruito numerosi edifici sacri e diverse chiese.

Rivolgendo il suo “pensiero affettuoso e grato al papa emerito Benedetto XVI”, Francesco ha detto che “il suo è uno spirito che guarda con consapevolezza e con coraggio ai problemi del nostro tempo, e sa attingere dall’ascolto della Scrittura nella tradizione viva della Chiesa la sapienza necessaria per un dialogo costruttivo con la cultura di oggi”.

A proposito del premio Ratzinger conferito a una donna, egli ha commentato: “è molto importante che venga riconosciuto sempre di più l’apporto femminile nel campo della ricerca teologica scientifica e dell’insegnamento della teologia, a lungo considerati territori quasi esclusivi del clero. È necessario che tale apporto venga incoraggiato e trovi spazio più ampio, coerentemente con il crescere della presenza femminile nei diversi campi di responsabilità della vita della Chiesa, in particolare, e non solo nel campo culturale”.

“L’impegno dell’architetto creatore di spazio sacro nella città degli uomini – ha detto poi riferendosi all’impegno di Mario Botta – è di valore altissimo, e va riconosciuto e incoraggiato dalla Chiesa, in particolare quando si rischia l’oblio della dimensione spirituale e la disumanizzazione degli spazi urbani”.

“Sullo sfondo e nel contesto dei grandi problemi del nostro tempo – ha concluso – la teologia e l’arte devono… continuare ad essere animate ed elevate dalla potenza dello Spirito, sorgente di forza, di gioia e di speranza… Ringrazio i teologi e gli architetti che ci aiutano ad alzare il capo e a rivolgere i nostri pensieri verso Dio. Auguri a tutti voi per il vostro nobile lavoro, perché sia sempre indirizzato a questo fine”.

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Il mariologo. Così il Rosario è «forza» per vincere il maligno

Posté par atempodiblog le 9 octobre 2018

Il mariologo. Così il Rosario è «forza» per vincere il maligno
Maggioni spiega l’invito del Papa a pregare Maria per proteggere la Chiesa dalle divisioni. «La missione del diavolo è gettare scompiglio»
di Giacomo Gambassi – Avvenire

Il mariologo. Così il Rosario è «forza» per vincere il maligno dans Articoli di Giornali e News Maria_Madre_di_Misericordia
Un’immagine di Maria madre della Misericordia

Il Rosario come “argine” per proteggere la Chiesa dalle divisioni del maligno. Ne è persuaso papa Francesco che lo scorso 29 settembre ha esortato i fedeli di tutto il mondo a pregare per l’intero mese di ottobre con la preghiera mariana che Pio XII aveva definito il “compendio di tutto quanto il Vangelo”. «Da sempre la Chiesa deve misurarsi con divisioni e peccati, anche se oggi assistiamo a modi che suscitano smarrimento poiché uno non se li aspetterebbe. Quando si fanno più evidenti i tentativi diabolici di fare strappi nella veste della Sposa di Cristo, occorre ricorrere alla preghiera, che è sorgente di comunione e di pace. E il Rosario è una forma collaudata di preghiera, sia personale che comunitaria», afferma il monfortano padre Corrado Maggioni. Sottosegretario alla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti – nomina voluta da Francesco –, è docente alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum e al Pontificio Istituto Liturgico Sant’Anselmo di Roma. E alla Madonna ha dedicato numerose pubblicazioni.

Ad Avvenire il religioso spiega il senso dell’iniziativa lanciata da Bergoglio. «Che il Papa indichi un’intenzione particolare di preghiera, specie per l’ottobre del Rosario, è una prassi conosciuta. Quest’anno Francesco ha raccomandato di ricorrere all’aiuto della Madre di Dio e di san Michele Arcangelo al fine di non restare intrappolati nei tranelli del diavolo “che sempre mira a dividerci da Dio e tra di noi”. Le divisioni nella Chiesa fanno sempre il gioco del diavolo, parola greca che vuol dire “colui che divide”. La missione del diavolo, infatti, è proprio quella di portare scompiglio, distorcere la visione delle cose, gettare discredito, insinuare l’ombra dove splende la luce».

L’invito del Pontefice si inserisce all’interno del mese del Rosario per eccellenza, ottobre appunto. Infatti il 7 ottobre si celebra la memoria liturgica della “Beata Vergine Maria del Rosario”. «Questo legame ci porta al secolo scorso – chiarisce padre Maggioni –. A seguito delle apparizioni a Lourdes (1858), in cui Maria si mostrò con la corona del Rosario tra le mani, si fece strada l’uso di recitarlo ogni giorno di ottobre a motivo del coincidente ricordo in questo mese della Vergine del Rosario, celebrata oggi il 7 ottobre. Questo uso, lodato dal beato Pio IX che vi annesse delle indulgenze, si diffuse in tutta la Chiesa con Leone XIII, che lo rese obbligatorio nei giorni di ottobre in tutte le chiese, indicando la recita del Rosario quale via sicura per implorare da Dio, con la potente intercessione di Maria, serenità e pace per la Chiesa e per la società. Fu questo il periodo in cui la recita del Rosario, a partire dal mese di ottobre, si estese regolarmente nelle famiglie più ferventi come preghiera serale quotidiana».

E in questo scorcio del 2018 la preghiera, in particolare il Rosario, è proposta da papa Francesco come forza per vincere il “grande accusatore”. «Certo – sottolinea il mariologo della Compagnia di Maria, congregazione conosciuta più comunemente come dei monfortani – , la preghiera è forza poiché permette di ricevere la forza dello Spirito di Cristo, vincitore del maligno. Secondo la parola di Gesù, lo Spirito Santo è il nostro avvocato, il difensore sicuro, colui che impedisce all’accusatore, che è il diavolo appunto, di girare per il mondo mietendo vittime». E padre Maggioni tiene a far sapere: «Oggi le news diaboliche, ossia volte a dividere, fanno il giro del mondo in pochi minuti, avvelenando i cuori. La preghiera è il modo che abbiamo di connetterci con lo Spirito di Dio che lavora per unire, suscitare concordia, creare armonia. Sicuramente, anzitutto la Messa della domenica ci permette di rifornirci dello Spirito di Cristo. Alla sua luce, anche il Rosario, con la ripetizione di “Padre nostro”, “Ave Maria” e “Gloria al Padre”, meditando i misteri della vita di Cristo, aiuta a custodire l’unione con lui e a sfuggire alla presa del “grande accusatore”».

Dal Papa arriva anche un ulteriore suggerimento. Bergoglio chiede, alla fine della recita del Rosario, di rivolgersi alla Vergine con l’invocazione Sub tuum praesidium. «È la più antica preghiera mariana, diffusa in Oriente e Occidente, rinvenuta nel 1927 su un papiro egiziano della fine del secolo III, che dice: “Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, santa Madre di Dio” – osserva il sottosegretario alla Congregazione per il culto divino –. È rilevante il suo valore dottrinale poiché compare il titolo Theotokos, ossia Madre di Dio, prima del suo riconoscimento al Concilio di Efeso nel 431. È evidente anche il valore cultuale, poiché è una supplica rivolta direttamente a Maria. Se ignoriamo quale prova l’abbia ispirata, è chiaro il comune ricorso dei fedeli alla Madre di Dio, certi di essere da lei soccorsi a motivo della sua divina maternità. Ricercare la protezione di Maria non contraddice il rifugiarsi in Dio, anzi, lo facilita. Dove incontrare Dio se non in colei che ce lo ha donato come salvatore e liberatore dal maligno? Maria è la casa in cui Dio stesso ha preso dimora. Si cerca rifugio da lei per non ingannarsi, rischiando di cercare il liberatore dove non si trova. Da qui si leva l’accorata invocazione: “Non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova e liberaci da ogni pericolo”. Si supplica la “Vergine gloriosa e benedetta” sicuri che, per quanto lei conta nella nostra liberazione dal male, non può non esaudire e soccorrere chi la invoca. Il Papa ci chiama dunque a chiedere a Maria di porre la Chiesa sotto il suo manto “per preservarla dagli attacchi del maligno, renderla più consapevole delle colpe, degli errori e degli abusi commessi, e impegnata a combattere senza nessuna esitazione affinché il male non prevalga”».

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Ottobre mariano: il Papa invita i fedeli di tutto il mondo a pregare il Rosario

Posté par atempodiblog le 30 septembre 2018

Ottobre mariano: il Papa invita i fedeli di tutto il mondo a pregare il Rosario
di Veronica Giacometti – ACI Stampa

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Papa Francesco ha deciso di invitare tutti i fedeli, di tutto il mondo, a pregare il Santo Rosario ogni giorno, durante l’intero mese mariano di ottobre; e “a unirsi così in comunione e in penitenza, come popolo di Dio, nel chiedere alla Santa Madre di Dio e a San Michele Arcangelo di proteggere la Chiesa dal diavolo, che sempre mira a dividerci da Dio e tra di noi”.

A comunicare la decisione del Pontefice una nota ufficiale della Sala Stampa della Santa Sede. Nei giorni scorsi, prima della sua partenza per i Paesi Baltici, il Papa ha incontrato padre Fréderic Fornos, direttore internazionale della Rete Mondiale di Preghiera per il Papa; e gli ha chiesto di diffondere in tutto il mondo questo suo appello a tutti i fedeli, invitandoli a concludere la recita del Rosario con l’antica invocazione “Sub Tuum Praesidium”, e con la preghiera a San Michele Arcangelo che ci protegge e aiuta nella lotta contro il male.

L’invocazione “Sub Tuum Praesidium” recita così: “Sub tuum praesidium confugimus Sancta Dei Genitrix. Nostras deprecationes ne despicias in necessitatibus, sed a periculis cunctis libera nos semper, Virgo Gloriosa et Benedicta”.

[Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio. Non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, ma liberaci da ogni pericolo, o Vergine Gloriosa e Benedetta].

“Con questa richiesta di intercessione il Santo Padre chiede ai fedeli di tutto il mondo di pregare perché la Santa Madre di Dio, ponga la Chiesa sotto il suo manto protettivo: per preservarla dagli attacchi del maligno, il grande accusatore, e renderla allo stesso tempo sempre più consapevole delle colpe, degli errori, degli abusi commessi nel presente e nel passato e impegnata a combattere senza nessuna esitazione perché il male non prevalga”, riporta ancora il comunicato.

Il Pontefice ha chiesto anche che la recita del Santo Rosario durante il mese di ottobre si concluda con la preghiera scritta da Leone XIII:

“Sancte Michael Archangele, defende nos in proelio; contra nequitiam et insidias diaboli esto praesidium. Imperet illi Deus, supplices deprecamur: tuque, Princeps militiae caelestis, Satanam aliosque spiritus malignos, qui ad perditionem animarum pervagantur in mundo, divina virtute, in infernum detrude. Amen”.

[San Michele Arcangelo, difendici nella lotta: sii il nostro aiuto contro la malvagità e le insidie del demonio. Supplichevoli preghiamo che Dio lo domini e Tu, Principe della Milizia Celeste, con il potere che ti viene da Dio, incatena nell’inferno satana e gli spiriti maligni, che si aggirano per il mondo per far perdere le anime. Amen].

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Rwanda: dal genocidio ad una speranza per l’Africa

Posté par atempodiblog le 7 avril 2018

Rwanda: dal genocidio ad una speranza per l’Africa
Intervista con Françoise Kankindi, presidente della onlus Bene-Rwanda. Il racconto della barbara uccisione di almeno 800 mila persone, perlopiù tutsi, per mano degli estremisti hutu e la storia della rinascita di un Paese
di Giada Aquilino – Vatican News

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Un’immagine in ricordo delle vittime del genocidio in Rwanda

Il “perdono delle offese” e la “riconciliazione autentica”. E’ l’auspicio che esprimeva Papa Francesco nell’aprile 2014, ricevendo i presuli della Conferenza episcopale del Rwanda, ricordando che vent’anni prima era cominciato il terribile genocidio nel Paese africano. Secondo l’Onu, almeno 800 mila persone, principalmente della comunità tutsi, vennero barbaramente uccise. Con l’abbattimento dell’aereo su cui viaggiava l’allora Presidente hutu Juvénal Habyarimana, il 6 aprile 1994, il massacro perpetrato da milizie hutu, estremisti e gruppi armati si prolungò dal 7 aprile fino alla metà di luglio.

Mancanze della Chiesa hanno “deturpato” il suo volto
L’anno scorso, incontrando in Vaticano Paul Kagame, attuale capo di Stato rwandese, il Pontefice ha rinnovato “l’implorazione di perdono a Dio per i peccati e le mancanze della Chiesa e dei suoi membri” negli anni Novanta, mancanze che “hanno deturpato il volto della Chiesa”. Oggi, 24 anni dopo, “dal genocidio che rase al suolo il nostro Paese è rinato – con molte difficoltà – un Rwanda nuovo, ma ogni 7 aprile riemerge tutto l’orrore che abbiamo vissuto nel 1994. È difficile cancellare quegli eventi dai nostri cuori”, racconta Françoise Kankindi, nata da genitori rwandesi, rifugiati in Burundi, trasferitasi a studiare in Italia nel ’92. È la presidente della onlus Bene-Rwanda.

Nessuna traccia dei parenti
Nei tre mesi del genocidio, 100 giorni, è stato calcolato un omicidio ogni dieci secondi: “i vicini hanno massacrato gli altri vicini, uno sterminio scientifico di una parte della popolazione – i tutsi – sotto gli occhi della comunità internazionale”, aggiunge Françoise. “Avevo la famiglia di mio padre e di mia madre a Butare. Provo una tristezza profonda – dice commossa – perché i corpi dei miei zii sono ancora in qualche latrina sulle colline del Rwanda. Ce li portiamo nella coscienza. Mia madre è ritornata in Rwanda nel 1995, perché eravamo profughi in Burundi: non ha trovato più nessuno su quella collina”.

I tribunali ‘Gacaca’
“Contrariamente a quanto è avvenuto per la Shoa – spiega la presidente della onlus – il genocidio dei tutsi in Rwanda è stato diverso. Il giorno dopo, i carnefici erano presenti davanti agli occhi dei pochi sopravvissuti, con i machete con i quali avevano ucciso tutte le famiglie. Quindi, dal giorno dopo, i tutsi in Rwanda hanno dovuto sopravvivere e convivere con gli assassini delle loro famiglie. Il Paese ha dovuto prendere atto di quanto accaduto e i rwandesi hanno scelto di costruire insieme. Per cui si è insistito molto su una Commissione di riconciliazione nazionale, ci sono stati i ‘Gacaca’, i tribunali che hanno fatto incontrare le persone sui prati. Sulla copertina del libro che ho scritto con Daniele Scaglione: ‘Rwanda, la cattiva memoria’, c’è una seduta di questi tribunali. Da lì, i rwandesi si sono confrontati: coloro che hanno ammazzato, hanno chiesto perdono alle famiglie tutsi sopravvissute. Da questo gesto il Rwanda si è potuto ricostruire”.

Dal sangue sui muri alla rinascita
Si è trattato di una ricostruzione di tutto il tessuto sociale. “Andai a Kigali nel 1995, l’anno dopo il genocidio. I miei – aggiunge Françoise Kankindi – abitavano in una casa: i muri erano pieni di sangue dei vicini che ci avevano vissuto. Ricordo la scena terribile, mi sono sentita così persa: ho toccato con la mia mano la ferocia che ancora si vedeva nella strade. Sono tornata due anni dopo. E poi ogni estate e ogni volta constatavo questa rinascita, questa voglia di riscatto, di buttarsi alle spalle la bruttura del genocidio. Oggi il Rwanda è veramente un Paese che dà speranza a tutta l’Africa”.

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Papa Francesco: Il Lunedì dell’Angelo e la fraternità

Posté par atempodiblog le 3 avril 2018

Papa Francesco: Il Lunedì dell’Angelo e la fraternità
Al Regina Caeli, papa Francesco spiega che “per comunicare una realtà così sconvolgente” come la resurrezione di Gesù, occorreva “un’intelligenza superiore a quella umana”. “Gesù ha abbattuto il muro di divisione tra gli uomini e ha ristabilito la pace, cominciando a tessere la rete di una nuova fraternità”. Ripetere spesso: “Davvero il Signore è risorto!”. La Giornata mondiale della consapevolezza sull’autismo.
della Redazione di AsiaNews

Papa Francesco: Il Lunedì dell’Angelo e la fraternità dans Commenti al Vangelo Santo_Padre_Francesco

Per pronunciare “per la prima volta… le parole: ‘È risorto’… non era sufficiente una parola umana”. Per questo il primo annuncio della risurrezione è stato affidato a un angelo. Prima della recita del Regina Caeli con i pellegrini radunati in piazza san Pietro, papa Francesco ha spiegato così la tradizione di definire il lunedì dopo Pasqua come “Lunedì dell’Angelo”. Subito dopo egli si è soffermato sulla “fraternità”, come uno dei frutti più preziosi della resurrezione di Cristo.

“Gli evangelisti – ha detto Francesco – ci riferiscono che questo primo annuncio [del Risorto] fu dato dagli angeli, cioè messaggeri di Dio. Vi è un significato in questa presenza angelica: come ad annunciare l’Incarnazione del Verbo era stato un angelo, Gabriele, così anche ad annunciare per la prima volta la Risurrezione non era sufficiente una parola umana. Ci voleva un essere superiore per comunicare una realtà così sconvolgente, talmente incredibile, che forse nessun uomo avrebbe osato pronunciarla. Dopo questo primo annuncio, la comunità dei discepoli comincia a ripetere: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone» (Lc 24,34), ma il primo annuncio richiedeva un’intelligenza superiore a quella umana”.

“Quello di oggi – ha continuato – è un giorno di festa e di convivialità vissuto di solito con la famiglia. Dopo aver celebrato la Pasqua si avverte il bisogno di riunirsi ancora con i propri cari e con gli amici per fare festa. Perché la fraternità è il frutto della Pasqua di Cristo che, con la sua morte e risurrezione, ha sconfitto il peccato che separava l’uomo da Dio, l’uomo da sé stesso, l’uomo dai suoi fratelli. Gesù ha abbattuto il muro di divisione tra gli uomini e ha ristabilito la pace, cominciando a tessere la rete di una nuova fraternità. È tanto importante in questo nostro tempo riscoprire la fraternità, così come era vissuta nelle prime comunità cristiane. Non ci può essere una vera comunione e un impegno per il bene comune e la giustizia sociale senza la fraternità e la condivisione. Senza condivisione fraterna non si può realizzare un’autentica comunità ecclesiale o civile: esiste solo un insieme di individui mossi dai propri interessi.

La Pasqua di Cristo ha fatto esplodere nel mondo la novità del dialogo e della relazione, novità che per i cristiani è diventata una responsabilità. Infatti Gesù ha detto: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35). Ecco perché non possiamo rinchiuderci nel nostro privato, nel nostro gruppo, ma siamo chiamati a occuparci del bene comune, a prenderci cura dei fratelli, specialmente quelli più deboli ed emarginati. Solo la fraternità può garantire una pace duratura, può sconfiggere le povertà, può spegnere le tensioni e le guerre, può estirpare la corruzione e la criminalità”.

Il pontefice ha spesso interrotto il suo discorso per invitare la folla a ripetere la frase: “Davvero il Signore è risorto!”.

Dopo la preghiera mariana del tempo pasquale, il pontefice ha chiesto a tutti i presenti di cogliere “ogni buona occasione per essere testimoni della pace del Signore risorto specialmente nei riguardi delle persone più fragili e svantaggiate”. “A questo proposito – ha aggiunto – desidero assicurare una speciale preghiera per la Giornata mondiale della consapevolezza sull’autismo, che si celebra oggi”.

Il papa ha poi invocato “il dono della pace per tutto il mondo, specialmente per le popolazioni che più soffrono a causa dei conflitti in atto” e ha rivolto un appello “affinché le persone sequestrate o ingiustamente private della libertà siano rilasciate e possano tornare alle loro case”.

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