Sacerdote sotterraneo: Il rinnovamento della Pasqua, con due giorni interi di confessioni

Posté par atempodiblog le 21 avril 2017

Sacerdote sotterraneo: Il rinnovamento della Pasqua, con due giorni interi di confessioni
Seguendo il Messaggio di Papa Francesco per la Quaresima, i sacerdoti hanno proposto catechesi, ritiri, adorazione eucaristica, Via Crucis, opere di carità. Il rinnovamento per sé, la famiglia, la parrocchia, la società.
di AsiaNews

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Due giorni interi, dalla mattina alla sera tardi, per confessare centinaia di fedeli. Nella diocesi del sacerdote che scrive ad AsiaNews – che non citiamo per questioni di sicurezza – almeno il 95% dei fedeli si è accostata al sacramento della riconciliazione. Questo è il primo passo per il rinnovamento di sè, delle proprie famiglie, della Chiesa e della società. La testimonianza del cammino quaresimale e pasquale da parte di un sacerdote sotterraneo.

La Quaresima è un nuovo inizio, ma il suo scopo specifico è un cammino che porta a Pasqua, a Cristo che ha sconfitto la morte. Noi siamo chiamati alla conversione e alla penitenza.

Dio chiede ai cristiani di andare da Lui con tutto il cuore (Gioele 2,12), rifiutare la mediocrità, promuovere l’amicizia con il Signore. Questi sono alcuni passaggi del Messaggio che Papa Francesco ci ha inviato in occiasione di questa Quaresima 2017.

Le parole del Papa ci ispirano nel vivere la penitenza e la conversione e a partecipare al mistero della Pasqua.

Noi viviamo il rinnovamento delle famiglie e delle parrocchie della nostra diocesi attraverso una serie di attività pastorali proposte durante la Quaresima fino a Pasqua. Tempo fa, ho aiutato a celebrare il sacramento della riconciliazione in due parrocchie, insieme al parroco. Almeno il 95% dei fedeli hanno ricevuto il sacramento per riconciliarsi con se stessi, con gli altri e con Dio. Per una giornata intera, per otto ore, ho ascoltato confessioni insieme a un altro sacerdote. Ma non avendo finito, dato che vi erano molti fedeli in attesa, abbiamo continuato a confessare anche per il giorno successivo.

Durante questo periodo, alcuni sacerdoti hanno offerto speciali lezioni di catechesi, predicato ritiri annuali, proposto adorazione dell’eucarestia anche nella notte, la Via Crucis. In alcune parrocchie vi era una “scatola della carità”, dove si fa un’offerta e si inserisce anche un’intenzione di preghiera al Padre e a Gesù sulla croce.

Durante la Settimana santa vi è stata la preparazione alla Pasqua da parte del parroco, del gruppo dei leader della comunità, da parte del coro.

Ogni anno i sacerdoti lavorano sodo durante la Settimana Santa e nel giorno di Pasqua. Ma è un lavoro che si fa con gioia perché si sperimenta il rinnovamento di sè, quello delle famiglie, delle parrocchie e della società, grazie anche a molte opera di carità.

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“L’evangelizzazione non può essere presuntuosa”

Posté par atempodiblog le 13 avril 2017

“L’evangelizzazione non può essere presuntuosa”
Il Papa invita a fare omelie brevi e afferma: nessuno separi «queste tre grazie del Vangelo: la sua verità non negoziabile, la sua misericordia incondizionata, e la sua gioia inclusiva»
di Andrea Tornielli – Vatican Insider

“L’evangelizzazione non può essere presuntuosa” dans Andrea Tornielli Papa_Francesco

«Che nessuno cerchi di separare queste tre grazie del Vangelo: la sua verità non negoziabile, la sua misericordia incondizionata con tutti i peccatori, e la sua gioia intima e inclusiva». Papa Francesco celebra la messa crismale del Giovedì Santo in San Pietro, durante la quale viene benedetto l’olio che sarà usato per amministrare i sacramenti lungo l’anno, e spiega che «Non può essere presuntuosa l’evangelizzazione. Non può essere rigida l’integrità della verità». Con il Vescovo di Roma concelebrano i preti della diocesi, che rinnovano le promesse fatte al momento dell’ordinazione.

Nell’omelia, il Papa ha insistito sul «lieto annuncio ai poveri» che Gesù ha portato. «Gioioso della gioia evangelica: di chi è stato unto nei suoi peccati con l’olio del perdono e unto nel suo carisma con l’olio della missione, per ungere gli altri.

E, al pari di Gesù, il sacerdote rende gioioso l’annuncio con tutta la sua persona. Quando predica l’omelia – breve, se possibile – lo fa con la gioia che tocca il cuore della sua gente mediante la Parola con cui il Signore ha toccato lui nella sua preghiera».

«Come ogni discepolo missionario, il sacerdote rende gioioso l’annuncio con tutto il suo essere. E, d’altra parte, sono proprio i particolari più piccoli – tutti lo abbiamo sperimentato – quelli che meglio contengono e comunicano la gioia: il particolare di chi fa un piccolo passo in più e fa sì che la misericordia trabocchi nelle terre di nessuno; il particolare di chi si decide a concretizzare e fissa giorno e ora dell’incontro; il particolare di chi lascia, con mite disponibilità, che usino il suo tempo…».

Il lieto annuncio, sottolinea Francesco, «non è un oggetto, è una missione». E in una sola parola, Vangelo, nell’atto di essere comunicato «diventa gioiosa e misericordiosa verità. Che nessuno cerchi di separare queste tre grazie del Vangelo: la sua Verità – non negoziabile –, la sua Misericordia – incondizionata con tutti i peccatori – e la sua Gioia – intima e inclusiva».

Bergoglio sottolinea che «mai la verità del lieto Annuncio potrà essere solo una verità astratta, di quelle che non si incarnano pienamente nella vita delle persone perché si sentono più comode nella lettera stampata dei libri. Mai la misericordia del lieto Annuncio potrà essere una falsa commiserazione, che lascia il peccatore nella sua miseria perché non gli dà la mano per alzarsi in piedi e non lo accompagna a fare un passo avanti nel suo impegno. Mai potrà essere triste o neutro l’Annuncio, perché è espressione di una gioia interamente personale. La gioia di un Padre che non vuole che si perda nessuno dei suoi piccoli, la gioia di Gesù nel vedere che i poveri sono evangelizzati e che i piccoli vanno ad evangelizzare».

Francesco ha quindi detto che «le gioie del Vangelo» sono «speciali» e «vanno messe in otri nuovi». Ha quindi presentato tre icone di otri nuovi. La prima è quella delle anfore di pietra delle nozze di Cana. «Maria è l’otre nuovo della pienezza contagiosa. Lei è la Madonna della prontezza», e «senza la Madonna non possiamo andare avanti nel sacerdozio!». Lei «ci permette di superare la tentazione della paura: quel non avere il coraggio di farsi riempire fino all’orlo, quella pusillanimità di non andare a contagiare di gioia gli altri».

La seconda icona del lieto Annuncio è la brocca che portava sulla testa la Samaritana al pozzo, il mezzo con cui la donna attinge l’acqua per dissetare Gesù. «Un otre nuovo con questa concretezza inclusiva il Signore ce l’ha regalato nell’anima “samaritana” che è stata Madre Teresa di Calcutta. Lui la chiamò e le disse: ho sete. “Piccola mia, vieni, portami nei buchi dei poveri. Vieni, sii mia luce. Non posso andare da solo. Non mi conoscono, per questo non mi vogliono. Portami da loro”. E lei, cominciando da uno concreto, con il suo sorriso e il suo modo di toccare con le mani le ferite, ha portato il lieto Annuncio a tutti». Le «carezze sacerdotali ai malati ai disperati del sacerdote uomo della tenerezza».

Infine, la terza icona del lieto Annuncio è «l’otre immenso del Cuore trafitto del Signore: integrità mite, umile e povera, che attira tutti a sé. Da Lui dobbiamo imparare che annunciare una grande gioia a coloro che sono molto poveri non si può fare se non in modo rispettoso e umile fino all’umiliazione».

Per questo Francesco ha spiegato che «non può essere presuntuosa l’evangelizzazione. Non può essere rigida l’integrità della verità. Perché la verità si è fatta carne, tenerezza, si è fatta bambino, si è fatta uomo, si è fatta peccato in croce. Lo Spirito annuncia e insegna tutta la verità e non teme di farla bere a sorsi. Lo Spirito ci dice in ogni momento quello che dobbiamo dire ai nostri avversari e illumina il piccolo passo avanti che in quel momento possiamo fare. Questa mite integrità dà gioia ai poveri, rianima i peccatori, fa respirare coloro che sono oppressi dal demonio».

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Critiche al Papa, se s’indigna il popolo

Posté par atempodiblog le 12 avril 2017

Critiche al Papa, se s’indigna il popolo
Il popolo di Dio, a messa in parrocchia, ha tutto il diritto di indignarsi e di gridare un liberante “Basta!” se il prete usa il pulpito per sparlare del Papa
di Andrea Tornielli – Sacri Palazzi

Critiche al Papa, se s'indigna il popolo dans Andrea Tornielli Papa_Francesco

L’episodio in sé non va certo enfatizzato. Domenica scorsa, nel giorno della celebrazione delle Palme, un viceparroco di origini indiane in una parrocchia di Montesilvano, in provincia di Pescara, ha criticato dal pulpito Papa Francesco. Non era la prima volta che accadeva. Don Edward Pushparaj, invece di commentare il Vangelo della Passione, si è prima lamentato del fatto che il Pontefice fin dal suo primo Giovedì Santo abbia incluso una donna e una donna musulmana (in un carcere minorile) tra le persone alle quali ha lavato i piedi, facendo memoria del gesto compiuto da Gesù. Com’è noto, con un apposito decreto della Congregazione del Culto divino la possibilità (non certo l’obbligo) di includere delle donne è stata ufficializzata dalla Santa Sede.

Il sacerdote non si è limitato a questo ma ha aggiunto che “in questi quattro anni Francesco ha fatto solo del male alla Chiesa”. Ora, nel web di preti che criticano il Papa – l’attuale e i predecessori – se ne trovavano e se ne trovano anche diversi. Don Edward però lo ha fatto dal pulpito, durante l’omelia della messa delle Palme in parrocchia.

La notizia – ed è il motivo per cui vi dedico queste righe – è però un’altra. La gente, i fedeli presenti a messa non hanno sopportato in silenzio come accade spesso durante le celebrazioni. Non ce l’hanno fatta a sopportare e hanno cominciato a contestare il prete contestatore chiedendogli di smettere. Alcuni si sono alzati e sono usciti dalla Chiesa.

Certo, non è mai bello che una celebrazione liturgica venga interrotta. Ma il troppo è troppo. E anche il “santo popolo fedele di Dio”, come lo chiama Papa Francesco, ha diritto di indignarsi un po’ e di chiedere al prete di non scandalizzare i semplici fedeli usando l’omelia per attaccare il Pontefice. E’ una piccola notizia che dà speranza. Sì, perché di fronte a certe elucubrazioni, a certe campagne mediatiche, ai complottismi senza ritorno ormai di stampo blasfemo messi nero su bianco da chi faceva l’iper-papista fino a quattro anni fa; di fronte all’insistenza con cui si cerca di confondere la gente per poi dire – dopo aver seminato confusione – che le persone sono confuse, l’unica vera risposta è una reazione pacata ma ferma. Una reazione sdrammatizzante dal basso. Servono a poco o a nulla le controdeduzioni sul web o sui social, il batti e ribatti nei circoli autoreferenziali di chi vive occupandosi esclusivamente di quale cartuccia mediatica sparare contro il Papa. Nel caso di don Edward non si è trattato di tifoserie manipolate o “gestite” da qualcuno, non erano truppe cammellate venute lì per contestare un povero prete “resistente”.

No, era gente comune, che andando a messa la Domenica delle Palme non ha tollerato di sentire un prete che dal pulpito attaccava il Papa. L’arcivescovo di Pescara, Tommaso Valentinetti, ha invitato il sacerdote a prendersi qualche giorno di riposo lontano dalla parrocchia. E pare gli abbia espresso un pensiero riassumibile in questo modo: io sono nato quando il Papa era Pio XII. A me hanno insegnato a voler bene al Papa e ho voluto bene a Pio XII, a Giovanni XXIII, a Paolo VI, a Giovanni Paolo I, a Giovanni Paolo II, a Benedetto XVI e ora a Francesco.

Un prete ha tutto il diritto di avere delle obiezioni su questa o quella decisione dell’attuale Vescovo di Roma come dei suoi predecessori. Ha diritto di esprimerle, di scriverle, etc. Ma il popolo di Dio, a messa in parrocchia, ha tutto il diritto di indignarsi e di gridare un liberante “Basta!” se il prete usa il pulpito per sparlare del Papa. Un liberante “Basta!” dei semplici fedeli ci salverà.

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La carezza della bimba che non vede

Posté par atempodiblog le 1 avril 2017

La carezza della bimba che non vede
C’erano cinquanta bimbi che non vedono dalla nascita, o divenuti ciechi per malattie gravissime, ad accogliere Francesco ieri pomeriggio. È Sophie, nove anni, ad alzarsi in piedi per conoscere al tatto il volto del Papa.
di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera

La carezza della bimba che non vede dans Articoli di Giornali e News Papa_e_bimba_non_vedente

«Ti voglio bene». La bambina si alza sulle punte e tende le braccia fino a sfiorare il viso di Francesco, ne percorre attenta i tratti con i polpastrelli, il capo chino, mentre il Papa la guarda come fosse lui a ricevere la benedizione, «ti voglio bene anch’io». La visita a sorpresa al centro per ciechi e ipovedenti «Sant’AlessioMargherita di Savoia» di Roma è l’immagine della misericordia che Bergoglio ha messo al centro del suo pontificato.

C’erano cinquanta bimbi che non vedono dalla nascita, o divenuti ciechi per malattie gravissime, ad accogliere Francesco ieri pomeriggio. Li hanno chiamati «Venerdì della misericordia», le visite agli esclusi che il Papa ha deciso di proseguire oltre il Giubileo. La misericordia come «realtà concreta» nella quale «Dio rivela il suo amore come un padre o una madre che si commuovono fin dal profondo delle viscere per il proprio figlio», spiegava: il verbo che nel greco dei Vangeli dice la compassione di Gesù, splanchnízomai, viene da splánchna, l’utero materno. E Francesco, accompagnato dall’arcivescovo Rino Fisichella, si avvicina ai bambini, li abbraccia e li carezza e li bacia sulla fronte, uno ad uno. È Sophie, nove anni, ad alzarsi in piedi per conoscere al tatto il volto del Papa. «L’amore condiviso, le parole», scriveva in «Elogio dell’ombra» un grande poeta cieco amico di Bergoglio, Jorge Luis Borges. Le mamme non trattengono le lacrime, Francesco ha gli occhi lucidi, «io prego per voi e voi pregate per me». Al piano di sopra ci sono 37
anziani, nella cappella ancora tanti ragazzini spesso affetti da disabilità plurime. Nessun discorso. «Francesco “tocca” la vita di persone delle quali la nostra società, oggi, neppure conosce l’esistenza», mormora monsignor Fisichella.

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“24 ore per il Signore”: chiese aperte di notte per le confessioni

Posté par atempodiblog le 24 mars 2017

“24 ore per il Signore”: chiese aperte di notte per le confessioni
“Invito tutte le comunità a vivere con fede l’appuntamento del 24 e 25 marzo per riscoprire il Sacramento della Riconciliazione: ‘24 ore per il Signore’”. Lo ha detto il Papa nel corso dell’udienza generale di mercoledì scorso. “Auspico che anche quest’anno tale momento privilegiato di grazia del cammino quaresimale, ha proseguito Francesco, sia vissuto in tante chiese del mondo per sperimentare l’incontro gioioso con la misericordia del Padre, che tutti accoglie e perdona ». L’iniziativa “24 ore per il Signore”, promossa dal Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, ha per tema quest’anno: “Misericordia io voglio” e prevede l’apertura straordinaria di molte chiese, dalla sera di oggi fino a notte inoltrata, per consentire a quante più persone possibile la partecipazione all’Adorazione eucaristica e alla confessione. A Roma resteranno aperte la chiesa di Santa Maria in Trastevere e la chiesa delle Stimmate di S. Francesco. Per saperne di più Adriana Masotti ha intervistato, per Radio Vaticana, mons. José Octavio Ruiz Arenas, segretario del Dicastero vaticano per la Nuova Evangelizzazione:

Dio perdona tutto e dimentica dans Fede, morale e teologia 5eis7s

R. – Questa iniziativa è nata in occasione dell’Anno della Fede nel 2013 ed è nata come un’iniziativa locale qui, a Roma. In quel momento si invitavano alcune chiese ad aprire le porte per le confessioni durante tutta la notte. Poi negli ultimi due anni questa iniziativa è stata seguita un po’ dappertutto e abbiamo anche ricevuto diverse testimonianze dagli Stati Uniti, dalla Francia, dalla Russia, dall’Argentina, dal Messico che dicevano che molti sacerdoti avevano preso sul serio questa iniziativa e pian piano molta gente si è avvicinata a ricevere questo Sacramento in spirito di adorazione al Signore, di riconciliazione e anche di capire che è un’opportunità per cambiare vita e accogliere questo dono che ci dà il Signore della sua misericordia e della sua tenerezza.

D.  – Questa opportunità è rivolta a tutti ma in particolare ai giovani?
R. – Sì, è una proposta per tutte le persone ma ci sono tanti giovani che hanno accolto l’invito e soprattutto ci sono molti giovani che ci hanno aiutato soprattutto qui a Roma a invitare nelle strade, nelle piazze, nelle vicinanze delle chiese che sono aperte, tanta gente che passava ad avvicinarsi al sacramento. Quindi è stata un’esperienza molto ricca che è servita anche per sviluppare questo senso missionario da parte dei giovani.

D. – Quanti sacerdoti saranno impegnati in questa iniziativa?
R. – E’ impossibile sapere perché non sappiamo in tutto il mondo quante parrocchie e quante diocesi accolgono veramente questa iniziativa ma qui a Roma, per esempio, nella chiesa di Santa Maria in Trastevere saranno presenti circa 18 sacerdoti per confessare e anche nella Chiesa delle Santissime Stimmate a Largo Argentina ci sarà un gruppo di più di 15 sacerdoti per offrire questa opportunità alla gente.

D. – Il Papa all’udienza di mercoledì ha invitato tanti ad approfittare di questa occasione per riscoprire e per sperimentare il Sacramento della Riconciliazione…
R. – Sì, certamente. Siamo adesso in un mondo nel quale purtroppo si è perso il senso del peccato e perdendo il senso del peccato si perde anche il bisogno di avvicinarsi al Sacramento della Riconciliazione. Quindi è un momento per pensare che il Sacramento della Riconciliazione non è soltanto per cancellare i peccati, ma è soprattutto aprire il cuore alla misericordia del Signore e tutti noi abbiamo bisogno della misericordia del Signore: non siamo di fronte a un giudice ma soprattutto siamo di fronte a Qualcuno che ci ama veramente. Quindi quello che dice il Papa è molto, molto vero.

D. – Il tema che orienterà la riflessione quest’anno è “Misericordia io voglio”. E’ come se ora, dopo aver sperimentato la misericordia di Dio, ad esempio durante il tempo del Giubileo, si volesse passare a vivere la misericordia noi con gli altri perché è questo che Dio vuole…
R. – Certo. Il tema di quest’anno ci ricorda che ognuno di noi deve aspirare a sentire il bisogno della misericordia divina per poi esprimere quella misericordia nella carità e nell’amore agli altri. Quest’impegno è un impegno che noi dobbiamo sentire in ogni momento della nostra vita, nel nostro lavoro, nella famiglia, nella strada. In una situazione di tanta violenza, ingiustizia e corruzione, oggi più che mai abbiamo  bisogno di ricordare che il Signore ci chiede soprattutto di offrire il nostro cuore, la nostra vita che si esprime con l’amore a Dio e agli altri.

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Papa Francesco: siamo “cattolici atei” se abbiamo il cuore duro

Posté par atempodiblog le 24 mars 2017

Papa Francesco: siamo “cattolici atei” se abbiamo il cuore duro
Ascoltare la Parola di Dio per evitare il rischio che il cuore si indurisca. E’ quanto affermato da Francesco nella Messa mattutina a Casa Santa Marta. Il Papa ha sottolineato che, quando ci allontaniamo da Dio e diventiamo sordi alla sua Parola, diventiamo cattolici infedeli o perfino “cattolici atei”.
di Alessandro Gisotti – Radio Vaticana

Papa Francesco: siamo “cattolici atei” se abbiamo il cuore duro dans Commenti al Vangelo Papa_Francesco

Quando il popolo non ascolta la voce di Dio, gli volta le spalle e alla fine si allontana da Lui. Papa Francesco ha preso spunto dalla Prima Lettura, un passo tratto dal Libro del Profeta Geremia, per sviluppare una meditazione sull’ascolto della Parola di Dio. “Quando noi non ci fermiamo per ascoltare la voce del Signore – ha sottolineato il Pontefice – finiamo per allontanarci, ci allontaniamo da Lui, voltiamo le spalle. E se non si ascolta la voce del Signore, si ascoltano altre voci”.

Se non ascoltiamo la Parola di Dio, alla fine ascoltiamo gli idoli del mondo
Alla fine, ha constatato amaramente, a forza di chiudere le orecchie, “diventiamo sordi: sordi alla Parola di Dio”.

“E tutti noi, se oggi ci fermiamo un po’ e guardiamo il nostro cuore, vedremo quante volte – quante volte! – abbiamo chiuso le orecchie e quante volte siamo diventati sordi. E quando un popolo, una comunità, ma diciamo anche una comunità cristiana, una parrocchia, una diocesi, chiude le orecchie e diventa sorda alla Parola del Signore, cerca altre voci, altri signori e va a finire con gli idoli, gli idoli che il mondo, la mondanità, la società gli offrono. Si allontana dal Dio vivo”.

Se il cuore si indurisce, diventiamo “cattolici pagani” perfino “cattolici atei”
Quando ci si allontana dal Signore, ha proseguito, il nostro cuore si indurisce. Quando “non si ascolta – ha ripreso – il cuore diviene più duro, più chiuso in se stesso ma duro e incapace di ricevere qualcosa; non solo chiusura: durezza di cuore”. Vive allora “in quel mondo, in quell’atmosfera che non gli fa bene. Lo allontana ogni giorno di più da Dio”:

“E queste due cose – non ascoltare la Parola di Dio e il cuore indurito, chiuso in se stesso – fanno perdere la fedeltà. Si perde il senso della fedeltà. Dice la prima Lettura, il Signore, lì: ‘La fedeltà è sparita’, e diventiamo cattolici infedeli, cattolici pagani o, più brutto ancora, cattolici atei, perché non abbiamo un riferimento di amore al Dio vivente. Non ascoltare e voltare le spalle – che ci fa indurire il cuore – ci porta su quella strada della infedeltà”.

“Questa infedeltà, come si riempie?”, si è dunque chiesto il Papa. “Si riempie in un modo di confusione, non si sa dove è Dio, dove non è, si confonde Dio con il diavolo”. Francesco ha fatto così riferimento al Vangelo odierno ed ha annotato che “a Gesù, che fa dei miracoli, che fa tante cose per la salvezza e la gente è contenta, è felice, gli dicono: ‘E questo lo fa perché è un figlio del diavolo. Fa il potere di Belzebù’”.

Domandiamoci se ascoltiamo davvero la Parola di Dio o induriamo il cuore
“Questa – ha detto il Papa – è la bestemmia. La bestemmia è la parola finale di questo percorso che incomincia con il non ascoltare, che indurisce il cuore”, che “porta alla confusione, ti fa dimenticare la fedeltà e, alla fine, bestemmi”. Guai, ha soggiunto, a quel popolo che dimentica lo stupore del primo incontro con Gesù:

“Ognuno di noi oggi può chiedersi: ‘Mi fermo per ascoltare la Parola di Dio, prendo la Bibbia in mano, e mi sta parlando a me? Il mio cuore si è indurito? Mi sono allontanato dal Signore? Ho perso la fedeltà al Signore e vivo con gli idoli che mi offre la mondanità di ogni giorno? Ho perso la gioia dello stupore del primo incontro con Gesù?’. Oggi è una giornata per ascoltare. ‘Ascoltate, oggi, la voce del Signore’, abbiamo pregato. ‘Non indurite il vostro cuore’. Chiediamo questa grazia: la grazia di ascoltare perché il nostro cuore non si indurisca”.

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Papa Francesco: la speranza è “sicura”, fondata sul fatto che Dio è sempre accanto a ognuno di noi

Posté par atempodiblog le 16 février 2017

Papa Francesco: la speranza è “sicura”, fondata sul fatto che Dio è sempre accanto a ognuno di noi
E’ “un dono straordinario del quale siamo chiamati a farci ‘canali’, con umiltà e semplicità, per tutti”. “Siamo invitati a vantarci dell’abbondanza della grazia di cui siamo pervasi in Gesù Cristo” e “il nostro vanto più grande sarà quello di avere come Padre un Dio che non fa preferenze, che non esclude nessuno, ma che apre la sua casa a tutti gli esseri umani, a cominciare dagli ultimi e dai lontani”.
di AsiaNews

Papa Francesco: la speranza è “sicura”, fondata sul fatto che Dio è sempre accanto a ognuno di noi dans Commenti al Vangelo Papa_Francesco

La speranza cristiana “non delude”, è “sicura” perché si fonda sul fatto che Dio ci ama e ci è sempre accanto, non ci lascia soli nemmeno un attimo della nostra vita. La speranza, allora, è “un dono straordinario del quale siamo chiamati a farci ‘canali’, con umiltà e semplicità, per tutti”. La speranza non delude è stato l’argomento del quale papa Francesco ha parlato oggi alle settemila persone presenti nell’aula Paolo VI, in Vaticano, per l’udienza generale.

Proseguendo nel ciclo di catechesi dedicato al tema della speranza cristiana, infatti, il Papa si è soffermato sul concetto espresso da san Paolo che nella Lettera ai romani esorta a vantarci. “Fin da piccoli – ha detto Francesco – ci viene insegnato che non è una bella cosa vantarsi. Ed è giusto, perché vantarsi di quello che si è o di quello che si ha, oltre a una certa superbia, tradisce anche una mancanza di rispetto nei confronti degli altri, specialmente verso coloro che sono più sfortunati di noi. In questo passo della Lettera ai Romani, però, l’Apostolo Paolo ci sorprende, in quanto per ben due volte ci esorta a vantarci. Vuole che facciamo i pavoni? Di cosa allora è giusto vantarsi? E come è possibile fare questo, senza offendere, senza escludere qualcuno? Nel primo caso, siamo invitati a vantarci dell’abbondanza della grazia di cui siamo pervasi in Gesù Cristo, per mezzo della fede. Paolo vuole farci capire che, se impariamo a leggere ogni cosa con la luce dello Spirito Santo, ci accorgiamo che tutto è grazia! Se facciamo attenzione, infatti, ad agire – nella storia, come nella nostra vita – non siamo solo noi, ma è anzitutto Dio. È Lui il protagonista assoluto, che crea ogni cosa come un dono d’amore, che tesse la trama del suo disegno di salvezza e che lo porta a compimento per noi, mediante il suo Figlio Gesù. A noi è richiesto di riconoscere tutto questo, di accoglierlo con gratitudine e di farlo diventare motivo di lode, di benedizione e di grande gioia. Se facciamo questo, siamo in pace con Dio e facciamo esperienza della libertà. E questa pace si estende poi a tutti gli ambiti e a tutte le relazioni della nostra vita: siamo in pace con noi stessi, siamo in pace in famiglia, nella nostra comunità, al lavoro e con le persone che incontriamo ogni giorno sul nostro cammino”.

“Paolo però ci esorta a vantarci anche nelle tribolazioni. Questo non è facile da capire, ci risulta più difficile e può sembrare che non abbia niente a che fare con la condizione di pace appena descritta. Invece ne costituisce il presupposto più autentico, più vero. Infatti, la pace che ci offre e ci garantisce il Signore non va intesa come l’assenza di preoccupazioni, di delusioni, di mancanze, di motivi di sofferenza. Se fosse così, nel caso in cui riuscissimo a stare in pace, quel momento finirebbe presto e cadremmo inevitabilmente nello sconforto. La pace che scaturisce dalla fede è invece un dono: è la grazia di sperimentare che Dio ci ama e che ci è sempre accanto, non ci lascia soli nemmeno un attimo della nostra vita. E questo, come afferma l’Apostolo, genera la pazienza, perché sappiamo che, anche nei momenti più duri e sconvolgenti, la misericordia e la bontà del Signore sono più grandi di ogni cosa e nulla ci strapperà dalle sue mani e dalla comunione con Lui”.

“Ecco allora perché la speranza cristiana è solida, ecco perché non delude. Mai delude. Non è fondata su quello che noi possiamo fare o essere, e nemmeno su ciò in cui noi possiamo credere. Il suo fondamento è ciò che di più fedele e sicuro possa esserci, vale a dire l’amore che Dio stesso nutre per ciascuno di noi. E’ facile dire: Dio ci ama. Tutti lo diciamo. Ma pensate un po’: ognuno di noi è capace di dire: sono sicuro, sono sicuro che Dio mi ama? Non è tanto facile dirlo. Ma è vero. E’ un buon esercizio, questo, dire a se stessi: Dio mi ama. Dio mi ama. E questa è la radice della nostra sicurezza, la radice della speranza. E il Signore ha effuso abbondantemente nei nostri cuori lo Spirito, lo Spirito Santo che è l’amore di Dio, come artefice, come garante, proprio perché possa alimentare dentro di noi la fede e mantenere viva questa speranza. E questa sicurezza: Dio mi ama. ‘Ma in questo momento brutto?’ – Dio mi ama. ‘E a me, che ho fatto questa cosa brutta e cattiva?’ – Dio mi ama. Quella sicurezza non ce la toglie nessuno. E dobbiamo ripeterlo come preghiera: Dio mi ama. Sono sicuro che Dio mi ama. Sono sicura che Dio mi ama”.

“Adesso comprendiamo perché l’Apostolo Paolo ci esorta a vantarci sempre di tutto questo. Io mi vanto dell’amore di Dio, perché mi ama. La speranza che ci è stata donata non ci separa dagli altri, né tanto meno ci porta a screditarli o emarginarli. Si tratta invece di un dono straordinario del quale siamo chiamati a farci ‘canali’, con umiltà e semplicità, per tutti. E allora il nostro vanto più grande sarà quello di avere come Padre un Dio che non fa preferenze, che non esclude nessuno, ma che apre la sua casa a tutti gli esseri umani, a cominciare dagli ultimi e dai lontani, perché come suoi figli impariamo a consolarci e a sostenerci gli uni gli altri. E non dimenticatevi: la speranza non delude. D’accordo? La speranza non delude”.

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“Se solo i fedeli sapessero che padre Joël mi stupra costantemente”

Posté par atempodiblog le 15 février 2017

“Se solo i fedeli sapessero che padre Joël mi stupra costantemente”
Pubblicato in Francia un libro su una storia di pedofilia. Papa Francesco ne ha scritto la prefazione. Al fondo un’intervista del prete che si definisce “mostruoso stupratore”
di Leonardo Martinelli – La Stampa

“Se solo i fedeli sapessero che padre Joël mi stupra costantemente” dans Articoli di Giornali e News Daniel_Pittet

Era il 15 agosto 1971. Daniel Pittet se lo ricorda bene: aveva appena 12 anni. Era a Friburgo, la sua città natale, in Svizzera. Assisteva alla messa, come sempre. E all’omelia il sacerdote, padre Joël, stava parlando appassionatamente della Madonna. «Era così bello quello che diceva – ha raccontato Daniel al quotidiano francese «Le Parisien» – che tanti fedeli piangevano. Il divario era terribile. Mi sono detto: ma se solo tutti loro sapessero che padre Joël mi stupra costantemente». Perché erano già tre anni che quel prete, del vicino convento dei cappuccini, lo faceva. Ecco, in quel momento Daniel ha avuto un’illuminazione. Ha deciso di perdonare il suo torturatore. «Lui non ci può fare nulla – ha bisbigliato -: è solo una persona malata. È un poveraccio». Sì, è stata quella la prima volta che lo ha perdonato.

Daniel Pittet ha scritto un libro sulla sua triste storia. In Francia è pubblicato dalla casa editrice Philippe Rey: il titolo è «Mon père, je vous pardonne». «Padre mio, la perdono». Papa Francesco ha deciso di scriverne la prefazione. E alla fine del testo è stata inserita un’intervista a padre Joël, nella quale lui stesso, che oggi ha 76 anni, si definisce «un pedofilo mostruoso». Dopo quel giorno di ferragosto, così lontano, continuò a stuprare il piccolo Daniel, che era il figlio di un padre violento, finito in un ospedale psichiatrico, e di una madre depressiva. Ancora un anno di calvario, quattro in tutto. E più di 200 volte: Daniel, malgrado il perdono, si ricorda di tutto, perché «niente cancella le ferite, né le sofferenze inflitte». Non prova odio «perché non si odiano i malati e i poveri di spirito». E poi, «se si vuole vivere, bisogna perdonare. Altrimenti ci si suicida e basta».

Oggi Daniel è padre di sei figli e dice: «Prego ogni momento per colui che ha abusato di me». A differenza di tante persone, che hanno vissuto la sua stessa tragedia, non ha perso la fede cattolica. Anche se, alle spalle, ha diciotto anni di psicoanalisi. E conserva di quell’esperienza «una fragilità psichica ma anche fisica». «Nel momento in cui vivo una situazione troppo impegnativa dal punto di vista emotivo – ha raccontato a «Le Parisien» -, mi ammalo». Ha avuto già due attacchi di meningite molto forti, soffre regolarmente di polmoniti e di cervicale, prende medicinali per gestire le proprie angosce. A un certo momento è riuscito a denunciare quello che aveva subito da padre Joël alla gerarchia ecclesiastica e, nel 2003, la Chiesa e la congregazione alla quale il religioso appartiene l’hanno riconosciuto come vittima e l’hanno pure indennizzato. Ma padre Joël non è mai stato sottoposto a un procedimento giudiziario, perché il reato era ormai prescritto.

Lo scorso 12 novembre, 44 anni dopo le ultime sevizie (non si erano più visti), Daniel ha avuto il coraggio di affrontare padre Joël. Lui, a un certo momento, era stato spostato dai cappuccini in Francia, prima a Lione e poi a Grenoble, ma ora vive in un convento in Svizzera, vicino a San Gallo. «L’ho visto arrivare davanti a me con un deambulatore – ha raccontato Daniel –: era un vecchietto, tutto ricurvo, pronto a morire. Gli ho detto: ciao Joël. Gli ho anche offerto dei cioccolatini tipici di Friburgo. Ma lui all’inizio non mi ha riconosciuto. Oggi sono alto un metro e 94 e peso 120 chili. Alla fine, però, ha ammesso: finirò al’inferno. E io gli ho detto: se domandi perdono, andrai in paradiso come me».

Il primo incontro fra Daniel e il papa, invece, risale al 2014, nella residenza di Santa Marta a Roma. Daniel aveva scrito un libro sui religiosi e le religiose della Svizzera francofona (dal titolo «Amare è solo dare»). Chiedeva una prefazione al pontefice. «Mi ha messo la mano sulla spalla e mi ha chiesto chi fossi – ha raccontato Daniel -. Ho risposto : non sono niente, sono uno scemo qualsiasi. E lui, con il suo solito senso della battuta, ha detto : quello lo sapevamo già». Si sono rivisti per caso nel 2015 e Francesco gli ha chiesto a bruciapelo: «Ma tutta questa forza dove la trovi?». Daniel gli ha raccontato la verità, il suo segreto. «Il papa aveva capito che in fondo ero uno fragile. È rimasto senza parlare. Mi ha chiesto perdono. Ha detto che avrebbe pregato sempre per me». Qualche mese più tardi Daniel gli ha inviato il suo libro. Francesco glielo ha rimandato con la sua prefazione.

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Papa Francesco: fermare subito i piccoli risentimenti, distruggono fratellanza nel mondo

Posté par atempodiblog le 13 février 2017

Papa Francesco: fermare subito i piccoli risentimenti, distruggono fratellanza nel mondo
La distruzione delle famiglie e dei popoli inizia dalle piccole gelosie e invidie, bisogna fermare all’inizio i risentimenti che cancellano la fratellanza: è quanto ha detto il Papa nella Messa del mattino a Casa Santa Marta. Una Messa che ha voluto offrire per padre Adolfo Nicolás, preposito generale della Compagnia di Gesù dal 2008 al 2016, che dopodomani torna in Oriente per il suo lavoro. “Che il Signore – ha detto Francesco – retribuisca tutto il bene fatto e lo accompagni nella nuova missione. Grazie, padre Nicolás”. Hanno partecipato alla celebrazione i membri del Consiglio dei Nove Cardinali, in Vaticano per la loro 18.ma riunione.
di Sergio Centofanti – Radio Vaticana

Papa Francesco: fermare subito i piccoli risentimenti, distruggono fratellanza nel mondo dans Commenti al Vangelo Papa_a_Santa_Marta

Fratellanza distrutta dalle piccole cose
Al centro dell’omelia del Papa, la prima Lettura, tratta dalla Genesi, che parla di Caino e Abele. Per la prima volta nella Bibbia “si dice la parola fratello”. E’ la storia “di una fratellanza che doveva crescere, essere bella e finisce distrutta”. Una storia – osserva il Papa – che comincia “con una piccola gelosia”: Caino è irritato perché il suo sacrificio non è gradito a Dio e inizia a coltivare quel sentimento dentro di sé. Potrebbe controllarlo ma non lo fa:

“E Caino preferì l’istinto, preferì cucinare dentro di sé questo sentimento, ingrandirlo, lasciarlo crescere. Questo peccato che farà dopo, che è accovacciato dietro il sentimento. E cresce. Cresce. Così crescono le inimicizie fra di noi: cominciano con una piccola cosa, una gelosia, un’invidia e poi questo cresce e noi vediamo la vita soltanto da quel punto e quella pagliuzza diventa per noi una trave, ma la trave l’abbiamo noi, ma è là. E la nostra vita gira intorno a quello e quello distrugge il legame di fratellanza, distrugge la fraternità”.

Il risentimento non è cristiano
Pian piano si diventa “ossessionati, perseguitati” da quel male, che cresce sempre di più:

“E così cresce, cresce l’inimicizia e finisce male. Sempre. Io mi distacco da mio fratello, questo non è mio fratello, questo è un nemico, questo dev’essere distrutto, cacciato via … e così si distrugge la gente, così le inimicizie distruggono famiglie, popoli, tutto! Quel rodersi il fegato, sempre ossessionato con quello. Questo è accaduto a Caino, e alla fine ha fatto fuori il fratello. No: non c’è fratello. Sono io soltanto. Non c’è fratellanza. Sono io soltanto. Questo che è successo all’inizio, accade a tutti noi, la possibilità; ma questo processo dev’essere fermato subito, all’inizio, alla prima amarezza, fermare. L’amarezza non è cristiana. Il dolore sì, l’amarezza no. Il risentimento non è cristiano. Il dolore sì, il risentimento no. Quante inimicizie, quante spaccature”.

Il sangue di tanta gente nel mondo grida a Dio dal suolo
Alla Messa a Santa Marta ci sono alcuni nuovi parroci, e il Papa dice: “Anche nei nostri presbiteri, nei nostri collegi episcopali: quante spaccature incominciano così! Ma perché a questo hanno dato quella sede e non a me? E perché questo? E … piccole cosine … spaccature … Si distrugge la fratellanza”. E Dio domanda: “Dov’è Abele, tuo fratello?”.  La risposta di Caino “è ironica”: “Non so: sono forse io il custode di mio fratello?”. “Sì, tu sei il custode di tuo fratello”. E il Signore dice: “La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo”. Ognuno di noi – afferma il Papa, e anche lui si mette nella lista – può dire di non aver mai ucciso nessuno:  ma “se tu hai un sentimento cattivo verso tuo fratello, lo hai ucciso; se tu insulti tuo fratello, lo hai ucciso nel tuo cuore. L’uccisione è un processo che incomincia dal piccolo”.  Così, sappiamo “dove sono quelli che sono bombardati” o “che sono cacciati” ma “questi non sono fratelli”:

“E quanti potenti della Terra possono dire questo … ‘A me interessa questo territorio, a me interessa questo pezzo di terra, questo altro … se la bomba cade e uccide 200 bambini, ma, non è colpa mia: è colpa della bomba. A me interessa il territorio …’. E tutto incomincia da quel sentimento che ti porta a staccarti, a dire a l’altro: ‘Questo è fulano [tizio], questo è così, ma non è fratello …’, e finisce nella guerra che uccide. Ma tu hai ucciso all’inizio. Questo è il processo del sangue, e il sangue oggi di tanta gente nel mondo grida a Dio dal suolo. Ma è tutto collegato, eh? Quel sangue là ha un rapporto – forse un piccolo goccetto di sangue – che con la mia invidia, la mia gelosia ho fatto io uscire, quando ho distrutto una fratellanza”.

Una lingua che distrugge il prossimo
Il Signore – è la preghiera conclusiva del Papa – oggi ci aiuti a ripetere questa sua domanda: « Dov’è tuo fratello? », ci aiuti a pensare a quelli che “distruggiamo con la lingua” e “a tutti quelli che nel mondo sono trattati come cose e non come fratelli, perché è più importante un pezzo di terra che il legame della fratellanza”.

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Papa: governi combattano tratta, crimine vergognoso. Appello per i Rohinya

Posté par atempodiblog le 8 février 2017

Papa: governi combattano tratta, crimine vergognoso. Appello per i Rohinya
Oggi, nella memoria di Giuseppina Bakhita, la schiava sudanese diventata santa, si celebra la Giornata di preghiera e riflessione contro la tratta di persone, quest’anno dedicata in particolare a bambini e adolescenti. Il Papa lo ha ricordato all’udienza generale.
di Sergio Centofanti – Radio Vaticana

Papa: governi combattano tratta, crimine vergognoso. Appello per i Rohinya dans Fede, morale e teologia Bakhita

Papa Francesco lancia un appello forte, incoraggiando “tutti coloro che in vari modi aiutano i minori schiavizzati e abusati a liberarsi da tale oppressione”:

“Auspico che quanti hanno responsabilità di governo combattano con decisione questa piaga, dando voce ai nostri fratelli più piccoli, umiliati nella loro dignità. Occorre fare ogni sforzo per debellare questo crimine vergognoso e intollerabile”.

Pregare S. Giusepppina Bakhita per tutti i migranti
Papa Francesco ha quindi parlato di Santa Giuseppina Bakhita, che da bambina fu vittima della tratta:

“Questa ragazza schiavizzata in Africa, sfruttata, umiliata non ha perso la speranza e portò avanti la fede e finì per arrivare come migrante in Europa. E lì sentì la chiamata del Signore e si fece suora.

Preghiamo Santa Giuseppina Bakhita per tutti, per tutti i migranti, i rifugiati, gli sfruttati che soffrono tanto, tanto”.

Appello per i Rohinya
Parlando “di migranti cacciati via, sfruttati”, Francesco prega “in modo speciale per i nostri fratelli e sorelle Rohinya”, “cacciati via dal Myanmar, che vanno da una parte all’altra perché non li vogliono”:

“E’ gente buona, gente pacifica … non sono cristiani, sono buoni, sono fratelli e sorelle nostri. E’ da anni che soffrono: sono stati torturati, uccisi, semplicemente per portare avanti le loro tradizioni, la loro fede musulmana … Preghiamo per loro e vi invito a pregare per loro il nostro Padre che è nei Cieli, tutti insieme, per i nostri fratelli e sorelle Rohinya”.

Grazie al Comitato della Giornata contro la tratta
Il Papa chiede un applauso a Santa Giuseppina Bakhita e saluta il Comitato della Giornata mondiale di preghiera contro la tratta delle persone, presente in Aula Paolo VI:

“Grazie per quello che fate!”.

Nessuno resti indifferente al grido dei bambini schiavizzati
Infine, invita i giovani a imitare Giuseppina Bakhita: il suo esempio – dice – accresca in voi “l’attenzione per i vostri coetanei più svantaggiati e in difficoltà”. Ieri in un tweet, il Papa ha affermato: “Ascoltiamo il grido di tanti bambini schiavizzati. Nessuno resti indifferente al loro dolore”.

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Un cristiano non può dire: me la pagherai

Posté par atempodiblog le 8 février 2017

Udienza generale. Un cristiano non può dire: me la pagherai. Ampia sintesi di Radio Vaticana
Papa Francesco ha tenuto stamane l’udienza generale in Aula Paolo VI proseguendo la catechesi sulla speranza cristiana. “Mercoledì scorso – ha detto – abbiamo visto che san Paolo, nella Prima Lettera ai Tessalonicesi, esorta a rimanere radicati nella speranza della risurrezione (cfr 5,4-11), con quella bella parola ‘saremo sempre con il Signore’. Nello stesso contesto, l’Apostolo mostra che la speranza cristiana non ha solo un respiro personale, individuale, ma comunitario, ecclesiale. Tutti noi speriamo. Tutti noi abbiamo speranza, ma anche comunitariamente”.

Un cristiano non può dire: me la pagherai dans Commenti al Vangelo Papa_Francesco

Sostenersi nella speranza
“Per questo, lo sguardo viene subito allargato da Paolo a tutte le realtà che compongono la comunità cristiana, chiedendo loro di pregare le une per le altre e di sostenersi a vicenda. Aiutarci a vicenda. Ma non solo aiutarci nei bisogni, nei tanti bisogni della vita quotidiana, ma aiutarci nella speranza, sostenerci nella speranza.

E non è un caso che cominci proprio facendo riferimento a coloro ai quali è affidata la responsabilità e la guida pastorale. Sono i primi ad essere chiamati ad alimentare la speranza, e questo non perché siano migliori degli altri, ma in forza di un ministero divino che va ben al di là delle loro forze. Per tale motivo, hanno quanto mai bisogno del rispetto, della comprensione e del supporto benevolo di tutti quanti”.

Vicinanza a chi è scoraggiato
“L’attenzione poi viene posta sui fratelli che rischiano maggiormente di perdere la speranza, di cadere nella disperazione. Ma noi sempre abbiamo notizie di gente che cade nella disperazione e fa cose brutte, no? La ‘dis-speranza’ li porta a tante cose brutte… Il riferimento è a chi è scoraggiato, a chi è debole, a chi si sente abbattuto dal peso della vita e delle proprie colpe e non riesce più a sollevarsi. In questi casi, la vicinanza e il calore di tutta la Chiesa devono farsi ancora più intensi e amorevoli, e devono assumere la forma squisita della compassione, che non è avere pietà: la compassione è patire con l’altro, soffrire con l’altro, avvicinarmi a quello che soffre con una parola, una carezza, ma che venga dal cuore, eh? Quella è la compassione! Hanno bisogno del conforto e della consolazione. Questo è quanto mai importante: la speranza cristiana non può fare a meno della carità genuina e concreta.

Lo stesso Apostolo delle genti, nella Lettera ai Romani, afferma con il cuore in mano: «Noi, che siamo i forti – che abbiamo la fede, la speranza o non abbiamo tante difficoltà – abbiamo il dovere di portare le infermità dei deboli, senza compiacere noi stessi» (15,1). Portare, eh? Portare le debolezze altrui. Questa testimonianza poi non rimane chiusa dentro i confini della comunità cristiana: risuona in tutto il suo vigore anche al di fuori, nel contesto sociale e civile, come appello a non creare muri ma ponti, a non ricambiare il male col male, a vincere il male con il bene, l’offesa con il perdono: il cristiano mai può dire: me la pagherai. Mai! Questo non è un gesto cristiano! L’offesa si vince con il perdono; a vivere in pace con tutti. Questa è la Chiesa! E questo è ciò che opera la speranza cristiana, quando assume i lineamenti forti e al tempo stesso teneri dell’amore. E l’amore è forte e tenero. E’ bello”.

Nessuno impara a sperare da solo
“Si comprende allora che non si impara a sperare da soli. Nessuno impara a sperare da solo. Non è possibile. La speranza, per alimentarsi, ha bisogno necessariamente di un “corpo”, nel quale le varie membra si sostengono e si ravvivano a vicenda. Questo allora vuol dire che, se speriamo, è perché tanti nostri fratelli e sorelle ci hanno insegnato a sperare e hanno tenuto viva la nostra speranza. E tra questi, si distinguono i piccoli, i poveri, i semplici, gli emarginati. Sì, perché non conosce la speranza chi si chiude nel proprio benessere: spera soltanto nel suo benessere e quello non è speranza: è sicurezza relativa; non conosce la speranza chi si chiude nel proprio appagamento, chi si sente sempre a posto… A sperare sono invece coloro che sperimentano ogni giorno la prova, la precarietà e il proprio limite. Sono questi nostri fratelli a darci la testimonianza più bella, più forte, perché rimangono fermi nell’affidamento al Signore, sapendo che, al di là della tristezza, dell’oppressione e della ineluttabilità della morte, l’ultima parola sarà la sua, e sarà una parola di misericordia, di vita e di pace. Chi spera, spera di sentire un giorno questa parola: ‘Vieni, vieni da me, fratello; vieni, vieni da me, sorella, per tutta l’eternità’”.

Senza lo Spirito Santo non si può avere speranza
“Cari amici, se — come abbiamo detto — la dimora naturale della speranza è un “corpo” solidale, nel caso della speranza cristiana questo corpo è la Chiesa, mentre il soffio vitale, l’anima di questa speranza è lo Spirito Santo. Senza lo Spirito Santo non si può avere speranza. Ecco allora perché l’Apostolo Paolo ci invita alla fine a invocarlo continuamente. Se non è facile credere, tanto meno lo è sperare. E’ più difficile sperare che credere, eh? E’ più difficile. Ma quando lo Spirito Santo abita nei nostri cuori, è Lui a farci capire che non dobbiamo temere, che il Signore è vicino e si prende cura di noi; ed è Lui a modellare le nostre comunità, in una perenne Pentecoste, come segni vivi di speranza per la famiglia umana. Grazie”.

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Papa: “Se nelle nostre comunità ci fossero più poveri in spirito, ci sarebbero meno divisioni, contrasti e polemiche!”

Posté par atempodiblog le 31 janvier 2017

Papa: “Se nelle nostre comunità ci fossero più poveri in spirito, ci sarebbero meno divisioni, contrasti e polemiche!”
“La felicità dei poveri in spirito ha una duplice dimensione: nei confronti dei beni e nei confronti di Dio. Riguardo ai beni materiali questa povertà in spirito è sobrietà: non necessariamente rinuncia, ma capacità di gustare l’essenziale, di condivisione; capacità di rinnovare ogni giorno lo stupore per la bontà delle cose, senza appesantirsi nell’opacità della consumazione vorace: più ho più voglio”.
di AsiaNews

Papa: sono con i cristiani perseguitati di Mosul e del Medio Oriente dans Commenti al Vangelo 2v3j6zt

“Il povero in spirito è il cristiano che non fa affidamento su sé stesso, sulle sue ricchezze materiali, non si ostina sulle proprie opinioni, ma ascolta con rispetto e si rimette volentieri alle decisioni altrui”. Nella domenica nella quale il Vangelo propone il discorso delle Beatitudini, papa Francesco ha voluto sottolineare in particolare il senso della beatitudine dei poveri in spirito, commentando anche che “se nelle nostre comunità ci fossero più poveri in spirito, ci sarebbero meno divisioni, contrasti e polemiche!”.

Alle 30mila persone presenti in piazza san Pietro per la recita dell’Angelus, il Papa ha infatti ricordato che “la liturgia di questa domenica ci fa meditare sulle Beatitudini (cfr Mt 5,1-12a), che aprono il grande discorso detto ‘della montagna’, la ‘magna charta’ del Nuovo Testamento. Gesù manifesta la volontà di Dio di condurre gli uomini alla felicità. Questo messaggio era già presente nella predicazione dei profeti: Dio è vicino ai poveri e agli oppressi e li libera da quanti li maltrattano. Ma in questa sua predicazione Gesù segue una strada particolare: comincia con il termine «beati», cioè felici; prosegue con l’indicazione della condizione per essere tali; e conclude facendo una promessa. Il motivo della beatitudine, cioè della felicità, non sta nella condizione richiesta – per esempio «poveri in spirito», «afflitti», «affamati di giustizia», «perseguitati»… – ma nella successiva promessa, da accogliere con fede come dono di Dio. Si parte dalla condizione di disagio per aprirsi al dono di Dio e accedere al mondo nuovo, il «regno» annunciato da Gesù. Non è un meccanismo automatico questo, ma un cammino di vita al seguito del Signore, per cui la realtà di disagio e di afflizione viene vista in una prospettiva nuova e sperimentata secondo la conversione che si attua. Non si è beati se non si è convertiti, in grado di apprezzare e vivere i doni di Dio”.

“Mi soffermo sulla prima beatitudine: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (v. 4). Il povero in spirito è colui che ha assunto i sentimenti e l’atteggiamento di quei poveri che nella loro condizione non si ribellano, ma sanno essere umili, docili, disponibili alla grazia di Dio. La felicità dei poveri in spirito ha una duplice dimensione: nei confronti dei beni e nei confronti di Dio. Riguardo ai beni materiali questa povertà in spirito è sobrietà: non necessariamente rinuncia, ma capacità di gustare l’essenziale, di condivisione; capacità di rinnovare ogni giorno lo stupore per la bontà delle cose, senza appesantirsi nell’opacità della consumazione vorace: più ho più voglio. Questa è la consumazione vorace e questo uccide l’anima”. “Nei confronti di Dio è lode e riconoscimento che il mondo è benedizione e che alla sua origine sta l’amore creatore del Padre. Ma è anche apertura a Lui, è Lui il Signore, non io, è docilità alla sua signoria, che ha voluto il mondo per tutti gli uomini nella loro condizione di pochezza e di limite”.

“Il povero in spirito è il cristiano che non fa affidamento su sé stesso, sulle sue ricchezze materiali, non si ostina sulle proprie opinioni, ma ascolta con rispetto e si rimette volentieri alle decisioni altrui. Se nelle nostre comunità ci fossero più poveri in spirito, ci sarebbero meno divisioni, contrasti e polemiche! L’umiltà, come la carità, è una virtù essenziale per la convivenza nelle comunità cristiane. I poveri, in questo senso evangelico, appaiono come coloro che tengono desta la meta del Regno dei cieli, facendo intravedere che esso viene anticipato in germe nella comunità fraterna, che privilegia la condivisione al possesso. Questo vorrei sottolinearlo, privilegiare la comunione al possesso. La Vergine Maria, modello e primizia dei poveri in spirito perché totalmente docile alla volontà del Signore, ci aiuti ad abbandonarci a Dio, ricco di misericordia, affinché ci ricolmi dei suoi doni, specialmente dell’abbondanza del suo perdono”.

Anche quest’anno, dopo la recita della preghiera mariana, accanto a Francesco si sono affacciati due ragazzi dell’Azione cattolica delle parrocchie e delle scuole cattoliche di Roma. I ragazzi, a conclusione della ‘Carovana della Pace’, il cui slogan è Circondati di Pace, hanno letto un messaggio a favore della pace, dopo il quale dalla piazza sono stati lanciati dei palloncini colorati.

Il Papa ha infine ricordato che si celebra oggi la Giornata mondiale dei malati di lebbra. “Questa malattia, pur essendo in regresso, è ancora tra le più temute e colpisce i più poveri ed emarginati. È importante lottare contro questo morbo, ma anche contro le discriminazioni che esso genera. Incoraggio quanti sono impegnati nel soccorso e nel reinserimento sociale delle persone colpite dalla lebbra, per le quali assicuriamo la nostra preghiera”.

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Papa ai media: “Non macinate zizzania. Male spettacolarizzato anestetizza coscienze”

Posté par atempodiblog le 24 janvier 2017

Papa ai media: “Non macinate zizzania. Male spettacolarizzato anestetizza coscienze”
Il messaggio di Francesco per la 51esima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali
di Salvatore Cernuzio – Zenit

Papa ai media: “Non macinate zizzania. Male spettacolarizzato anestetizza coscienze” dans Articoli di Giornali e News Santo_Padre

Grano o zizzania. La mente umana, dicevano i Padri della Chiesa, è “una macina da mulino” che non si ferma mai e che “non può cessare di macinare ciò che riceve”. Tuttavia chi è “incaricato del mulino” ha la possibilità di decidere cosa macinarvi: il grano o la zizzania. Appunto. Parte da questa metafora tratta dall’antica tradizione ecclesiale, il messaggio di Papa Francesco per la 51esima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, che si celebra il prossimo 28 maggio sul tema «Non temere, perché io sono con te» (Is 43,5). Comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo.

Bergoglio parla in prima persona a tutti coloro che “ogni giorno ‘macinano’ tante informazioni” per incoraggiarli ad offrire un “pane fragrante e buono a coloro che si alimentano dei frutti della loro comunicazione”. Specialmente nel tempo moderno in cui “l’accesso ai mezzi di comunicazione, grazie allo sviluppo tecnologico, è tale che moltissimi soggetti hanno la possibilità di condividere istantaneamente le notizie e diffonderle in modo capillare”.

Queste notizie “possono essere belle o brutte, vere o false”: “Sta a noi decidere quale materiale fornire”, rimarca Francesco. Che esorta tutti “ad una comunicazione costruttiva che, nel rifiutare i pregiudizi verso l’altro, favorisca una cultura dell’incontro, grazie alla quale si possa imparare a guardare la realtà con consapevole fiducia”.

In particolare, secondo il Vescovo di Roma, c’è bisogno di “spezzare il circolo vizioso dell’angoscia e arginare la spirale della paura, frutto dell’abitudine a fissare l’attenzione sulle ‘cattive notizie’ (guerre, terrorismo, scandali e ogni tipo di fallimento nelle vicende umane). Certo – osserva – non si tratta di promuovere una disinformazione in cui sarebbe ignorato il dramma della sofferenza, né di scadere in un ottimismo ingenuo che non si lascia toccare dallo scandalo del male”.

Anzi, al contrario – sottolinea il Papa -, tutti dovremmo cercare di “oltrepassare quel sentimento di malumore e di rassegnazione che spesso ci afferra, gettandoci nell’apatia, ingenerando paure o l’impressione che al male non si possa porre limite. Del resto, in un sistema comunicativo dove vale la logica che una buona notizia non fa presa e dunque non è una notizia, e dove il dramma del dolore e il mistero del male vengono facilmente spettacolarizzati, si può essere tentati di anestetizzare la coscienza o di scivolare nella disperazione”.

Papa Bergoglio indica pertanto un preciso stile comunicativo: “aperto e creativo”, “mai disposto a concedere al male un ruolo da protagonista”, ma che “cerchi di mettere in luce le possibili soluzioni, ispirando un approccio propositivo e responsabile nelle persone a cui si comunica la notizia”.

“Vorrei invitare tutti a offrire agli uomini e alle donne del nostro tempo narrazioni contrassegnate dalla logica della ‘buona notizia’”, scrive il Pontefice. “La vita dell’uomo non è solo una cronaca asettica di avvenimenti, ma è storia, una storia che attende di essere raccontata attraverso la scelta di una chiave interpretativa in grado di selezionare e raccogliere i dati più importanti”.

Inoltre, “la realtà non ha un significato univoco”. Tutto dipende dallo “sguardo” con cui viene colta, dagli “occhiali” – dice il Papa – con cui scegliamo di guardarla: “cambiando le lenti, anche la realtà appare diversa”. E l’occhiale adeguato per decifrare la realtà, almeno per i cristiani, “non può che essere quello della buona notizia, a partire da la Buona Notizia per eccellenza”: il Vangelo.

Esso non è solo “un’informazione su Gesù”, ma è piuttosto “la buona notizia che è Gesù stesso”. Una notizia che “non è buona perché priva di sofferenza, ma perché anche la sofferenza è vissuta in un quadro più ampio”. In Cristo “anche le tenebre e la morte diventano luogo di comunione con la Luce e la Vita”, scrive il Papa. “Nasce così una speranza, accessibile a chiunque, proprio nel luogo in cui la vita conosce l’amarezza del fallimento”.

In questa luce, “ogni nuovo dramma che accade nella storia del mondo diventa anche scenario di una possibile buona notizia, dal momento che l’amore riesce sempre a trovare la strada della prossimità e a suscitare cuori capaci di commuoversi, volti capaci di non abbattersi, mani pronte a costruire”.

A costruire quel “Regno di Dio” che “è già in mezzo a noi, come un seme nascosto allo sguardo superficiale e la cui crescita avviene nel silenzio”. “Chi ha occhi resi limpidi dallo Spirito Santo riesce a vederlo germogliare e non si lascia rubare la gioia del Regno a causa della zizzania sempre presente”, afferma il Papa. Che parla invece di speranza, quella “fondata sulla buona notizia che è Gesù ci fa alzare lo sguardo” e allarga gli orizzonti. Una speranza che “è la più umile delle virtù, perché rimane nascosta nelle pieghe della vita”, ma che “è simile al lievito che fa fermentare tutta la pasta”.

“Noi – sottolinea il Santo Padre – la alimentiamo leggendo sempre di nuovo la Buona Notizia, quel Vangelo che è stato ‘ristampato’ in tantissime edizioni nelle vite dei santi, uomini e donne diventati icone dell’amore di Dio. Anche oggi è lo Spirito a seminare in noi il desiderio del Regno, attraverso tanti ‘canali’ viventi, attraverso le persone che si lasciano condurre dalla Buona Notizia in mezzo al dramma della storia, e sono come dei fari nel buio di questo mondo, che illuminano la rotta e aprono sentieri nuovi di fiducia e speranza”.

“Attraverso la forza dello Spirito Santo possiamo essere testimoni e comunicatori di un’umanità nuova, redenta, fino ai confini della terra”, conclude Papa Francesco. Tale fiducia “ci rende capaci di operare – nelle molteplici forme in cui la comunicazione oggi avviene – con la persuasione che è possibile scorgere e illuminare la buona notizia presente nella realtà di ogni storia e nel volto di ogni persona”.

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“La missione non è proselitismo, no ad ogni arroganza”

Posté par atempodiblog le 9 janvier 2017

“La missione non è proselitismo, no ad ogni arroganza”
All’Angelus il Papa esorta ad «annunciare il Vangelo con mitezza, senza imposizione»

di Giacomo Galeazzi – La Stampa

“La missione non è proselitismo, no ad ogni arroganza” dans Commenti al Vangelo Angelus_di_Papa_Francesco

Appello di Francesco ad «annunciare il Vangelo con mitezza e fermezza, senza arroganza o imposizione». Conclusa la messa con l’amministrazione del battesimo ad un gruppo di bambini nella Cappella Sistina, alle 12 Francesco si affaccia alla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico per recitare l’Angelus con i fedeli ed i pellegrini riuniti numerosi in piazza San Pietro anche in una delle giornate più fredde dell’anno. Poi aggiunge a braccio:

«In questi giorni di tanto freddo penso e vi invito a pensare a tutte le persone che vivono per la strada, colpite dal freddo e tante volte dall’indifferenza. Purtroppo alcuni non ce l’hanno fatta. Preghiamo per loro e chiediamo al Signore di scaldarci il cuore per poterli aiutare».

«Questa festa ci fa riscoprire il dono e la bellezza di essere un popolo di battezzati, cioè di peccatori salvati dalla grazia di Cristo, inseriti realmente, per opera dello Spirito Santo, nella relazione filiale di Gesù con il Padre, accolti nel seno della madre Chiesa, resi capaci di una fraternità che non conosce confini e barriere – sostiene Jorge Mario Bergoglio. La Vergine Maria aiuti tutti noi cristiani a conservare una coscienza sempre viva e riconoscente del nostro Battesimo e a percorrere con fedeltà il cammino inaugurato da questo Sacramento della nostra rinascita».

Il Papa ricorda che «la vera missione non è mai proselitismo ma attrazione a Cristo, a partire dalla forte unione con Lui nella preghiera, nell’adorazione e nella carità concreta, che è servizio a Gesù presente nel più piccolo dei fratelli». Perciò, ribadisce il Pontefice, «ad imitazione di Gesù, pastore buono e misericordioso, e animati dalla sua grazia, siamo chiamati a fare della nostra vita una testimonianza gioiosa che illumina il cammino, che porta speranza e amore».

Francesco sottolinea che «nel contesto della festa del Battesimo del Signore, stamattina ho battezzato un bel gruppo di neonati». Ed esorta i fedeli a pregare per loro e per le loro famiglie: «Ieri pomeriggio – confida – ho battezzato un giovane catecumeno. Vorrei estendere la mia preghiera a tutti i genitori che in questo periodo si stanno preparando al Battesimo di un loro figlio, o lo hanno appena celebrato – afferma.

Invoco lo Spirito Santo su di loro e sui bambini, perché questo Sacramento, così semplice e nello stesso tempo così importante, sia vissuto con fede e con gioia. Vorrei inoltre invitare ad unirsi alla Rete Mondiale di Preghiera del Papa, che diffonde, anche attraverso le reti sociali, le intenzioni di preghiera che propongo ogni mese a tutta la Chiesa. Così si porta avanti l’apostolato della preghiera e si fa crescere la comunione».

Francesco commenta la liturgia della parola. «Oggi, festa del Battesimo di Gesù, il Vangelo ci presenta la scena avvenuta presso il fiume Giordano: in mezzo alla folla penitente che avanza verso Giovanni il Battista per ricevere il battesimo c’è anche Gesù – afferma il Papa -; Giovanni vorrebbe impedirglielo dicendo: “Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te”. Il Battista infatti è consapevole della grande distanza che c’è tra lui e Gesù». Ma Gesù, sottolinea il Papa, «è venuto proprio per colmare la distanza tra l’uomo e Dio: se Egli è tutto dalla parte di Dio, è anche tutto dalla parte dell’uomo, e riunisce ciò che era diviso».

Per questo «chiede a Giovanni di battezzarlo, perché si adempia ogni giustizia, cioè si realizzi il disegno del Padre che passa attraverso la via dell’obbedienza e della solidarietà con l’uomo fragile e peccatore, la via dell’umiltà e della piena vicinanza di Dio ai suoi figli».

Quindi, prosegue Jorge Mario Bergoglio, «nel momento in cui Gesù, battezzato da Giovanni, esce dalle acque del fiume Giordano, la voce di Dio Padre si fa sentire dall’alto: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento”. E nello stesso tempo lo Spirito Santo, in forma di colomba, si posa su Gesù, che dà pubblicamente avvio alla sua missione di salvezza».

Una missione, evidenzia il Papa, «caratterizzata dallo stile del servo umile e mite, munito solo della forza della verità, come aveva profetizzato Isaia: “Non griderà, né alzerà il tono, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta; proclamerà il diritto con verità”; ecco lo stile missionario dei discepoli di Cristo».

Dopo la preghiera mariana Francesco saluta «tutti voi, fedeli di Roma e pellegrini italiani e di vari Paesi, in particolare il gruppo di giovani di Cagliari, che incoraggio a proseguire il cammino iniziato con il Sacramento della Confermazione e li ringrazio perché mi offrono l’occasione di sottolineare che la Confermazione o Cresima non è solo un punto di arrivo, ma anche e soprattutto un punto di partenza nella vita cristiana. Avanti, con la gioia del Vangelo».

Infine augura «a tutti una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci».

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La sua forza e il suo potere si chiama Misericordia

Posté par atempodiblog le 7 janvier 2017

La sua forza e il suo potere si chiama Misericordia dans Citazioni, frasi e pensieri Ges_Bambino

“Scoprire che lo sguardo di questo Re sconosciuto – ma desiderato – non umilia, non schiavizza, non imprigiona.

Scoprire che lo sguardo di Dio rialza, perdona, guarisce.

Scoprire che Dio ha voluto nascere là dove non lo aspettavamo, dove forse non lo vogliamo. O dove tante volte lo neghiamo.

Scoprire che nello sguardo di Dio c’è posto per gli ultimi, feriti, gli affaticati, i maltrattati e gli abbandonati: che la sua forza e il suo potere si chiama Misericordia.

Com’è lontana, per alcuni, Gerusalemme da Betlemme!”.

Papa Francesco

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