Chiediamo a Giuseppe di preparare il nostro Natale

Posté par atempodiblog le 23 décembre 2019

Chiediamo a Giuseppe di preparare il nostro Natale
Tratto da: Le vie del cuore. Vangelo per la vita quotidiana. Commento ai vangeli festivi Anno A, di Padre Livio Fanzaga. Ed. PIEMME

Chiediamo a Giuseppe di preparare il nostro Natale dans Avvento Santa-Famiglia

Non temere di prendere con te Maria
Giuseppe temeva di prendere con sé Maria come sua sposa. Il mistero di santità e di grazia che avvolgeva la Vergine Madre lo sovrastava e lo intimoriva. In lui non c’era il dubbio, ma quel timore santo che il soprannaturale incute ogni volta che si manifesta. L’invito dell’Angelo di non temere a prendere con sé Maria, lo rinfranca e lo incoraggia sulla via dell’accoglienza della volontà di Dio.

Questo invito dell’Angelo conserva una validità permanente, fino alla fine dei tempi. È un invito a ogni cristiano a non temere di accogliere Maria nella propria vita. Abbiamo forse paura che, prendendo con noi Maria, lasciamo da parte il Signore? Quale stoltezza in questo dubbio diabolico.

Rifletti, caro amico. Non è forse vero che Giuseppe prendendo con sé Maria come sua sposa, ha accolto anche Gesù? Non è forse che attraverso Maria è diventato padre putativo di Gesù? E per mezzo della Madre che abbiamo in dono il Figlio. A volte noi dimentichiamo la più evidente delle verità, e cioè che è stata Maria a concepire, a portare nel grembo e a donare al mondo il Figlio di Dio. Anche la Chiesa, come Giuseppe, accoglie il Salvatore dalle mani di Maria.

Verso il Natale con Giuseppe
Giuseppe ha avuto la missione specialissima di preparare il primo Natale. È Lui che conduce Maria nel lungo viaggio, mentre il bimbo divino nel grembo attende impaziente il momento di aprire gli occhi sul mondo degli uomini. È lui che cerca ansioso un alloggio adatto per loro. È lui che conduce Maria nella grotta, rifugio di animali, la pulisce e la riscalda. È 
lui che accoglie i pastori, mostrando loro il Bambino e la Madre.

Questo compito Giuseppe lo svolge volentieri per la Chiesa tutta e per ognuno di noi. Chiediamo a Giuseppe di preparare il nostro Natale. Lui ci aiuterà a mettere Maria e Gesù al centro dei nostri cuori e delle nostre famiglie. Chiediamo a Giuseppe di proteggere dal maligno la pace e la gioia che il Natale porterà ancora una volta a questo mondo triste e inquieto.

Chiediamo anche a Giuseppe di aprire il cuore a tanti padri, perché scoprano il grande dono e la responsabilità della paternità. Come Giuseppe, anche i padri siano custodi della fede e della santità delle loro famiglie.

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“O Gesù, vivente in Maria”

Posté par atempodiblog le 22 décembre 2019

“O Gesù, vivente in Maria” dans Avvento Maria-Madre-di-Dio

O Gesù, vivente in Maria, vieni e vivi in noi, nel tuo spirito di santità, nella pienezza dei tuoi doni, nella perfezione delle tue vie, nella verità delle tue virtù, nella comunione dei tuoi misteri. Domina in me su tutte le potenze nemiche, il mondo, il demonio, la carne, nella virtù del tuo Spirito, alla gloria del Padre.

Preghiera in uso nei seminari sulpiziani dovuta al venerabile Jean-Jacques Olier che afferma di averla ricevuta da padre Charles De Condren

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Con san Giuseppe verso il Santo Natale/ Preghiera per l’inizio della novena di Natale

Posté par atempodiblog le 16 décembre 2019

Con san Giuseppe verso il Santo Natale/ Preghiera per l’inizio della novena di Natale
Tratta da: Radio Maria Fb

Con san Giuseppe verso il Santo Natale/ Preghiera per l'inizio della novena di Natale dans Avvento Maria-e-Giuseppe

O san Giuseppe, che hai accolto in maniera mirabile il Salvatore, fa che anche noi possiamo accogliere il Signore che viene in ogni tempo.

Aiutaci col tuo esempio e la tua intercessione a prepararGli dentro di noi e nelle nostre comunità il luogo giusto dove possa prendere stabile dimora, e camminare nella via giusta alla Sua presenza.

Buon-Natale dans Preghiere
Freccia dans Riflessioni Novena di Natale

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Il natale di Gesù nella mia vita

Posté par atempodiblog le 15 décembre 2019

Il mirabile segno del presepe dans Avvento Presepio

Ecco ci è nato un Bambino, ci è stato dato un Figlio! Dalla Vergine Maria immacolata divenuta vera Madre di Dio, ci è nato un Bambino, un Figlio! Dal Signore Dio , il Padre altissimo, l’Eterno ci è stato dato. O santa Maria, Madre di Dio, ottienimi, perenne, il natale di Gesù nella mia vita! O Dio Padre, concedimi perennemente il dono del tuo Figlio!

Beato Giustino Maria della Santissima Trinità Russolillo

Botti di Capodanno, l'appello dei medici degli ospedali: “E' una tradizione negativa e pericolosa” dans Articoli di Giornali e News Santo-Natale

Prepariamoci ad accogliere Gesù/ Domani inizia la novena di Natale (da recitarsi dal 16 al 24 dicembre)
Vi segnalo quella del Beato Giustino Maria Russolillo, per recitarla cliccare  Freccia dans Riflessioni Novena di Natale

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Come fare attenzione ai segni di Dio in questo Avvento

Posté par atempodiblog le 10 décembre 2019

Come fare attenzione ai segni di Dio in questo Avvento
Le persone tendono a interpretarlo come castigo, ma tutto dev’essere visto come un segno dell’amore di Dio
Monsignor Antônio Carlos Rossi Keller/Aleteia Brasil – Aleteia

Predica d'Avvento, Cantalamessa: Gesù desidera nascere nei cuori dans Avvento Avvento-bimba

Monsignor Antônio Carlos Rossi Keller, vescovo di Frederico Westphalen, nello Stato brasiliano di Rio Grande do Sul, ha condiviso con i fedeli della sua diocesi una riflessione semplice e profonda sull’inizio di questo Avvento, che riportiamo volentieri.

Attenzione ai segni
“Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa”, abbiamo ascoltato nel Vangelo della Prima Domenica d’Avvento (Matteo 24, 37-44).

Nelle parole di Gesù ci sono un richiamo all’attenzione nei confronti dei segni che il Signore ci invia e un invito a sforzarci di decifrarli. La chiave di lettura di questo passo è la filiazione divina. Siamo figli di Dio, ed Egli ci ama alla follia.

Tutto quello che ci accade in questa vita non è mai un segno di castigo, ma d’amore. Le persone tendono a interpretare come una punizione tutto ciò che non è conforme a quello che apprezzano: una malattia, un contrattempo economico, la morte di un familiare… Tutto dev’essere esaminato partendo dal principio secondo il quale tutto quello che accade nella nostra vita e nella vita del mondo implica in qualche modo un segno dell’amore di Dio.

Dobbiamo implorare l’aiuto dello Spirito Santo, con i suoi sette doni, per decifrare correttamente questi segni che il Signore ci invia: sono messaggi di un innamorato, di un Padre che ci ama alla follia.

Dobbiamo manifestare al Signore la nostra profonda riconoscenza e pensare, alla Sua presenza, come potremo corrispondere a tanto amore, e cos’è che ci chiede in concreto attraverso il segno che ci invia.

La vigilanza è una virtù raccomandata da Gesù nel Vangelo. Egli ricorre ai costumi dell’epoca in cui ha vissuto la sua vita mortale tra noi per spiegarci in cosa consiste la vigilanza: stare con i reni stretti – le persone legavano una cintura per sollevare la tunica, di modo che non impedisse loro di camminare –, il bastone in mano e le lampade accese, in attesa del minimo segno per intraprendere il cammino.

La vigilanza cristiana non è un’attesa timorosa di quello che potrà accadere quando si verificherà il nostro incontro con il Signore, ma piuttosto l’aspettativa di due persone innamorate che aspettano con gioia e quasi con impazienza l’incontro con chi amano.

Approfittiamo di questo tempo sacro dell’Avvento per intensificare la nostra intimità con il Signore attraverso la preghiera. Chiediamo al Signore di non irritarsi di fronte alla nostra indigenza. La nostra anima dev’essere un giardino di fiori, di virtù, ma spesso è un deserto, o un campo non coltivato.

Il periodo liturgico dell’Avvento è più che altro un’opportunità che il Signore ci offre per metterci in un atteggiamento positivo di vigilanza e attenzione nei confronti delle cose di Dio. Imitiamo la Madonna, che in profondo raccoglimento, senza trascurare i suoi doveri di moglie e donna di casa, ha atteso con gioia la nascita del Bambino che portava nel suo grembo virginale.

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«TUTTA BELLA SEI MARIA»

Posté par atempodiblog le 8 décembre 2019

Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria (8 dicembre)
Tratto da: Le vie del cuore. Vangelo per la vita quotidiana. Commento ai vangeli festivi Anno A, di Padre Livio Fanzaga. Ed. PIEMME

«TUTTA BELLA SEI MARIA» (Gn 3, 9-15. 20; Ef 1, 3-6. 11-12; Lc 1, 26-38)

«TUTTA BELLA SEI MARIA» dans Avvento Hail-Mary

Maria è immacolata perché madre di Dio
La festività dell’Immacolata Concezione è un sole di purissima luce soprannaturale che risplende in questo periodo di Avvento e che illumina i nostri passi sulla via del Natale. Non è un caso che questa festa sia collocata in un periodo liturgico nel quale ci disponiamo ad adorare il Bambino divino che Maria ha dato alla luce e donato al mondo.

Infatti come avrebbe potuto il Figlio di Dio farsi uomo se non nel grembo verginale di una creatura che mai, neppure nel primo istante del suo concepimento, era stata sfiorata dall’impero del male? Non si comprende il privilegio di Maria di essere concepita senza macchia di peccato originale se non in vista della sua divina maternità. Non è un caso che la santa Vergine a Lourdes abbia atteso il 25 marzo, giorno dell’Annunciazione e dell’Incarnazione del Verbo, per rivelare il suo nome di Immacolata Concezione.

E’ in vista dell’Incarnazione e per realizzare il suo piano di salvezza che Dio preserva Maria dalla legge universale del peccato originale, che tocca tutti i figli di Adamo. La Madre di Dio non poteva che essere la tutta santa. Questa è la convinzione che il popolo cristiano ha avuto fin dalle origini e che ha strenuamente difeso lungo il corso dei secoli, fino alla solenne proclamazione del dogma da parte del Papa Pio IX.

L’angelo Gabriele la chiama “Piena di Grazia” proprio nel momento in cui sta per divenire Madre di Dio. Colei che fu profetizzata essere nemica strenua del serpente infernale, non poteva certo portare  il veleno del male nel suo sangue. L’inimicizia tra Maria e Satana non poteva ammettere nessun compromesso e nessuna violazione della sua sublime santità. […]

Anche Maria ha fatto un cammino di santità
Maria è la “Tutta Santa” fin dal momento in cui viene creata. Ma anche di lei occorre dire che ha fatto un cammino di Santità. Il Figlio di Dio non cresceva forse in sapienza, età e grazia? I grandi privilegi di Maria non devono offuscare i suoi meriti. Se non avesse meritato non avrebbe cooperato all’opera di redenzione.

Maria ha fatto crescere nel suo cuore i semi di grazia di cui era ricolma, fino a portarli a una pienezza e a una perfezione assolute. Maria è andata crescendo nella grazia perché corrispondeva alla grazia. Dio poteva riversare nel suo cuore grazia su grazia perché la Vergine di Nazareth era un abisso di umiltà. L’umilissima non montava in superbia per i doni ricevuti e tanto meno se ne appropriava.

Anche Maria è stata tentata, ma l’avversario non ha mai potuto neppure sfiorare la sua anima splendente di luce fulgidissima. Chi può comprendere quale fu la fede di Maria, la sua speranza, la sua carità, il suo zelo, il suo coraggio, la sua obbedienza, la sua fortezza, la sua generosità? Tutte le sue virtù crebbero in Maria fino a una perfezione irraggiungibile, alimentate dal fuoco ardente dell’amore e radicate nel terreno profondo dell’umiltà.

La santità di Maria è dono e merito. E’ grazia smisurata e corrispondenza perfetta.

Maria è il segno della vittoria sul male
La “Tutta Santa” è un invito alla santità che Dio rivolge agli uomini attraverso di Lei. A questo mondo che giace nelle tenebre e nell’ombra di morte è stato dato un segno di speranza. Il male non è onnipotente, il male non è l’ultima parola, il male è stato vinto. Il vincitore del demonio è Cristo e il primo e più grande frutto della sua vittoria si chiama Maria.

In Maria risplende in tutto il suo fulgore la potenza della grazia sul fango del peccato. A noi, che gemiamo sotto l’oppressione del potere delle tenebre sono date di nuovo la forza e la speranza. Maria è il segno celeste del riscatto, Maria è l’Alleluia del trionfo, è l’amen che suggella la sconfitta di Satana.

A Lourdes l’Immacolata è apparsa in una grotta rifugio di animali. Dall’alto illuminava col suo candore celeste un antro oscuro e immondo come il nostro cuore peccatore. Come non vedere in questa immagine un invito a lasciare una vita di peccato, per iniziare un cammino di conversione e di santità, lasciandoci guidare da Colei che è lo “Splendore di grazia”?

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Predica di Avvento, padre Cantalamessa: entriamo nella scia di Maria

Posté par atempodiblog le 7 décembre 2019

Predica di Avvento, padre Cantalamessa: entriamo nella scia di Maria
“Crediamo anche noi – ha detto padre Raniero Cantalamessa nella prima predica di Avvento alla presenza del Papa – perché quel che si avverò in Lei si avveri anche in noi”
di Amedeo Lomonaco – Vatican News

Predica di Avvento, padre Cantalamessa: entriamo nella scia di Maria dans Avvento Padre-Cantalamessa

È “Maria nell’Annunciazione” il fulcro della prima predica di Avvento di padre Raniero Cantalamessa, nella Cappella Redemptoris Mater del Palazzo Apostolico, alla presenza di Papa Francesco. La Beata Vergine, sottolinea il predicatore della Casa Pontificia, ha vissuto l’Avvento “nella sua carne”. Sa cosa significa essere “in attesa” e può aiutare “anche noi ad attendere, in senso forte ed esistenziale, la venuta del nostro Redentore”.

L’importanza della fede
Maria “è la prima di coloro che hanno creduto senza aver ancora visto”. Dice il suo sì a Dio. Il suo atto di fede è “suscitato dalla grazia dello Spirito Santo”. L’immensa “scia dei credenti che formano la Chiesa” – sottolinea padre Cantalamessa – comincia con la fede di Maria. Essere nella sua scia significa comprendere che “la fede è la base di tutto”, “la prima e la più ‘buo­na’ delle opere da compiere”. La grazia infatti “non può operare, se non tro­va la fede ad accoglierla”.

La fede è così importante perché è l’unica che mantiene alla grazia la sua gratuità. Grazia e fede: sono i due pilastri della sal­vezza; sono i due piedi per camminare o le due ali per volare. Non si tratta però di due cose parallele, quasi che da Dio venisse la grazia e da noi la fede, e la salvezza dipendesse così, in parti eguali, da Dio e da noi.

“[Per grazia siete salvi mediante la fede e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio perché nessuno possa vantarsene. (San Paolo)]”

La fede di Maria
Gli aspetti della fede di Maria, sottolinea padre Cantalamessa, “possono aiutare la Chiesa di oggi a cre­dere più pienamente”. Il suo atto di fede è “personale, unico, irrepetibile”. “È un fidarsi di Dio e un affidarsi completamente a Dio”. E un rapporto da persona a persona. Questo si chiama fede soggettiva: l’accento è “sul fatto di credere, più che sulle cose credute”. Ma la fede di Maria è anche quanto mai oggettiva, comunitaria. Maria “non crede in un Dio soggettivo, personale” che si rivela “solo a lei nel segreto”. Crede invece “al Dio dei Padri, al Dio del suo popo­lo”.

Non ba­sta avere una fede solo soggettiva, una fede che sia un abban­donarsi a Dio nell’intimo della propria coscienza. È tanto facile, per questa strada, rimpicciolire Dio alla propria misura. Questo avviene quando ci si fa una propria idea di Dio, basata su una propria interpretazione personale della Bibbia, o su l’interpreta­zione del proprio ristretto gruppo, e poi si aderisce ad essa con tutte le forze, magari anche con fanatismo, senza accorgersi che ormai si sta credendo in sé stessi più che in Dio e che tutta quella incrollabile fiducia in Dio, altro non è che una incrollabile fiducia in se stessi. Non basta però neppure una fede solo oggettiva e dommati­ca, se questa non realizza l’intimo, personale contatto, da io a tu, con Dio. Essa diventa facilmente una fede morta, un credere per interposta persona o per interposta istituzione, che crolla non appena entra in crisi la fiducia in quella istituzione, nella Chiesa.

Credere
Non ba­sta dunque una fede solo soggettiva o soltanto oggettiva. “Bisogna credere personalmente, ma nella Chiesa; credere nella Chiesa, ma personalmente”. “La fede dommatica della Chiesa – spiega il predicatore della Casa Pontificia – non mortifica l’atto personale e la spontaneità del credere, ma anzi lo preserva e permette di conoscere e abbracciare un Dio immensamente più grande di quello della mia povera esperienza”. “Nessuna creatura infatti è capace di abbracciare, con il suo atto di fede, tutto quello che, di Dio, si può conoscere. La fede della Chiesa è come il grande angolare che permette di cogliere e fotografare, di un panorama, una porzione molto più vasta del semplice obiettivo”.

Il mondo è solcato, come il mare, dalla scia di un bel vascello, che è la scia di fede aperta da Maria. Entria­mo in questa scia. Crediamo anche noi perché quel che si avve­rò in Lei si avveri anche in noi. Invochiamo la Madonna con il dolce titolo di Virgo fidelis: Vergine credente, prega per noi!

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Il mirabile segno del presepe

Posté par atempodiblog le 1 décembre 2019

LETTERA APOSTOLICA

Admirabile signum

DEL SANTO PADRE
FRANCESCO

SUL SIGNIFICATO E IL VALORE DEL PRESEPE

Cammino di Avvento dans Avvento Pregare-accanto-al-presepe

 1. Il mirabile segno del presepe, così caro al popolo cristiano, suscita sempre stupore e meraviglia. Rappresentare l’evento della nascita di Gesù equivale ad annunciare il mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio con semplicità e gioia. Il presepe, infatti, è come un Vangelo vivo, che trabocca dalle pagine della Sacra Scrittura. Mentre contempliamo la scena del Natale, siamo invitati a metterci spiritualmente in cammino, attratti dall’umiltà di Colui che si è fatto uomo per incontrare ogni uomo. E scopriamo che Egli ci ama a tal punto da unirsi a noi, perché anche noi possiamo unirci a Lui.

Con questa Lettera vorrei sostenere la bella tradizione delle nostre famiglie, che nei giorni precedenti il Natale preparano il presepe. Come pure la consuetudine di allestirlo nei luoghi di lavoro, nelle scuole, negli ospedali, nelle carceri, nelle piazze… È davvero un esercizio di fantasia creativa, che impiega i materiali più disparati per dare vita a piccoli capolavori di bellezza. Si impara da bambini: quando papà e mamma, insieme ai nonni, trasmettono questa gioiosa abitudine, che racchiude in sé una ricca spiritualità popolare. Mi auguro che questa pratica non venga mai meno; anzi, spero che, là dove fosse caduta in disuso, possa essere riscoperta e rivitalizzata.

2. L’origine del presepe trova riscontro anzitutto in alcuni dettagli evangelici della nascita di Gesù a Betlemme. L’Evangelista Luca dice semplicemente che Maria «diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio» (2,7). Gesù viene deposto in una mangiatoia, che in latino si dice praesepium, da cui presepe.

Entrando in questo mondo, il Figlio di Dio trova posto dove gli animali vanno a mangiare. Il fieno diventa il primo giaciglio per Colui che si rivelerà come «il pane disceso dal cielo» (Gv 6,41). Una simbologia che già Sant’Agostino, insieme ad altri Padri, aveva colto quando scriveva: «Adagiato in una mangiatoia, divenne nostro cibo» (Serm. 189,4). In realtà, il presepe contiene diversi misteri della vita di Gesù e li fa sentire vicini alla nostra vita quotidiana.

Ma veniamo subito all’origine del presepe come noi lo intendiamo. Ci rechiamo con la mente a Greccio, nella Valle Reatina, dove San Francesco si fermò venendo probabilmente da Roma, dove il 29 novembre 1223 aveva ricevuto dal Papa Onorio III la conferma della sua Regola. Dopo il suo viaggio in Terra Santa, quelle grotte gli ricordavano in modo particolare il paesaggio di Betlemme. Ed è possibile che il Poverello fosse rimasto colpito, a Roma, nella Basilica di Santa Maria Maggiore, dai mosaici con la rappresentazione della nascita di Gesù, proprio accanto al luogo dove si conservavano, secondo un’antica tradizione, le tavole della mangiatoia.

Le Fonti Francescane raccontano nei particolari cosa avvenne a Greccio. Quindici giorni prima di Natale, Francesco chiamò un uomo del posto, di nome Giovanni, e lo pregò di aiutarlo nell’attuare un desiderio: «Vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello».[1] Appena l’ebbe ascoltato, il fedele amico andò subito ad approntare sul luogo designato tutto il necessario, secondo il desiderio del Santo. Il 25 dicembre giunsero a Greccio molti frati da varie parti e arrivarono anche uomini e donne dai casolari della zona, portando fiori e fiaccole per illuminare quella santa notte. Arrivato Francesco, trovò la greppia con il fieno, il bue e l’asinello. La gente accorsa manifestò una gioia indicibile, mai assaporata prima, davanti alla scena del Natale. Poi il sacerdote, sulla mangiatoia, celebrò solennemente l’Eucaristia, mostrando il legame tra l’Incarnazione del Figlio di Dio e l’Eucaristia. In quella circostanza, a Greccio, non c’erano statuine: il presepe fu realizzato e vissuto da quanti erano presenti.[2]

È così che nasce la nostra tradizione: tutti attorno alla grotta e ricolmi di gioia, senza più alcuna distanza tra l’evento che si compie e quanti diventano partecipi del mistero.

Il primo biografo di San Francesco, Tommaso da Celano, ricorda che quella notte, alla scena semplice e toccante s’aggiunse anche il dono di una visione meravigliosa: uno dei presenti vide giacere nella mangiatoia Gesù Bambino stesso. Da quel presepe del Natale 1223, «ciascuno se ne tornò a casa sua pieno di ineffabile gioia».[3]

3. San Francesco, con la semplicità di quel segno, realizzò una grande opera di evangelizzazione. Il suo insegnamento è penetrato nel cuore dei cristiani e permane fino ai nostri giorni come una genuina forma per riproporre la bellezza della nostra fede con semplicità. D’altronde, il luogo stesso dove si realizzò il primo presepe esprime e suscita questi sentimenti. Greccio diventa un rifugio per l’anima che si nasconde sulla roccia per lasciarsi avvolgere nel silenzio.

Perché il presepe suscita tanto stupore e ci commuove? Anzitutto perché manifesta la tenerezza di Dio. Lui, il Creatore dell’universo, si abbassa alla nostra piccolezza. Il dono della vita, già misterioso ogni volta per noi, ci affascina ancora di più vedendo che Colui che è nato da Maria è la fonte e il sostegno di ogni vita. In Gesù, il Padre ci ha dato un fratello che viene a cercarci quando siamo disorientati e perdiamo la direzione; un amico fedele che ci sta sempre vicino; ci ha dato il suo Figlio che ci perdona e ci risolleva dal peccato.

Comporre il presepe nelle nostre case ci aiuta a rivivere la storia che si è vissuta a Betlemme. Naturalmente, i Vangeli rimangono sempre la fonte che permette di conoscere e meditare quell’Avvenimento; tuttavia, la sua rappresentazione nel presepe aiuta ad immaginare le scene, stimola gli affetti, invita a sentirsi coinvolti nella storia della salvezza, contemporanei dell’evento che è vivo e attuale nei più diversi contesti storici e culturali.

In modo particolare, fin dall’origine francescana il presepe è un invito a “sentire”, a “toccare” la povertà che il Figlio di Dio ha scelto per sé nella sua Incarnazione. E così, implicitamente, è un appello a seguirlo sulla via dell’umiltà, della povertà, della spogliazione, che dalla mangiatoia di Betlemme conduce alla Croce. È un appello a incontrarlo e servirlo con misericordia nei fratelli e nelle sorelle più bisognosi (cfr Mt 25,31-46).

4. Mi piace ora passare in rassegna i vari segni del presepe per cogliere il senso che portano in sé. In primo luogo, rappresentiamo il contesto del cielo stellato nel buio e nel silenzio della notte. Non è solo per fedeltà ai racconti evangelici che lo facciamo così, ma anche per il significato che possiede. Pensiamo a quante volte la notte circonda la nostra vita. Ebbene, anche in quei momenti, Dio non ci lascia soli, ma si fa presente per rispondere alle domande decisive che riguardano il senso della nostra esistenza: chi sono io? Da dove vengo? Perché sono nato in questo tempo? Perché amo? Perché soffro? Perché morirò? Per dare una risposta a questi interrogativi Dio si è fatto uomo. La sua vicinanza porta luce dove c’è il buio e rischiara quanti attraversano le tenebre della sofferenza (cfr Lc 1,79).

Una parola meritano anche i paesaggi che fanno parte del presepe e che spesso rappresentano le rovine di case e palazzi antichi, che in alcuni casi sostituiscono la grotta di Betlemme e diventano l’abitazione della Santa Famiglia. Queste rovine sembra che si ispirino alla Legenda Aurea del domenicano Jacopo da Varazze (secolo XIII), dove si legge di una credenza pagana secondo cui il tempio della Pace a Roma sarebbe crollato quando una Vergine avesse partorito. Quelle rovine sono soprattutto il segno visibile dell’umanità decaduta, di tutto ciò che va in rovina, che è corrotto e intristito. Questo scenario dice che Gesù è la novità in mezzo a un mondo vecchio, ed è venuto a guarire e ricostruire, a riportare la nostra vita e il mondo al loro splendore originario.

5. Quanta emozione dovrebbe accompagnarci mentre collochiamo nel presepe le montagne, i ruscelli, le pecore e i pastori! In questo modo ricordiamo, come avevano preannunciato i profeti, che tutto il creato partecipa alla festa della venuta del Messia. Gli angeli e la stella cometa sono il segno che noi pure siamo chiamati a metterci in cammino per raggiungere la grotta e adorare il Signore.

«Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere» (Lc 2,15): così dicono i pastori dopo l’annuncio fatto dagli angeli. È un insegnamento molto bello che ci proviene nella semplicità della descrizione. A differenza di tanta gente intenta a fare mille altre cose, i pastori diventano i primi testimoni dell’essenziale, cioè della salvezza che viene donata. Sono i più umili e i più poveri che sanno accogliere l’avvenimento dell’Incarnazione. A Dio che ci viene incontro nel Bambino Gesù, i pastori rispondono mettendosi in cammino verso di Lui, per un incontro di amore e di grato stupore. È proprio questo incontro tra Dio e i suoi figli, grazie a Gesù, a dar vita alla nostra religione, a costituire la sua singolare bellezza, che traspare in modo particolare nel presepe.

6. Nei nostri presepi siamo soliti mettere tante statuine simboliche. Anzitutto, quelle di mendicanti e di gente che non conosce altra abbondanza se non quella del cuore. Anche loro stanno vicine a Gesù Bambino a pieno titolo, senza che nessuno possa sfrattarle o allontanarle da una culla talmente improvvisata che i poveri attorno ad essa non stonano affatto. I poveri, anzi, sono i privilegiati di questo mistero e, spesso, coloro che maggiormente riescono a riconoscere la presenza di Dio in mezzo a noi.

I poveri e i semplici nel presepe ricordano che Dio si fa uomo per quelli che più sentono il bisogno del suo amore e chiedono la sua vicinanza. Gesù, «mite e umile di cuore» (Mt 11,29), è nato povero, ha condotto una vita semplice per insegnarci a cogliere l’essenziale e vivere di esso. Dal presepe emerge chiaro il messaggio che non possiamo lasciarci illudere dalla ricchezza e da tante proposte effimere di felicità. Il palazzo di Erode è sullo sfondo, chiuso, sordo all’annuncio di gioia. Nascendo nel presepe, Dio stesso inizia l’unica vera rivoluzione che dà speranza e dignità ai diseredati, agli emarginati: la rivoluzione dell’amore, la rivoluzione della tenerezza. Dal presepe, Gesù proclama, con mite potenza, l’appello alla condivisione con gli ultimi quale strada verso un mondo più umano e fraterno, dove nessuno sia escluso ed emarginato.

Spesso i bambini – ma anche gli adulti! – amano aggiungere al presepe altre statuine che sembrano non avere alcuna relazione con i racconti evangelici. Eppure, questa immaginazione intende esprimere che in questo nuovo mondo inaugurato da Gesù c’è spazio per tutto ciò che è umano e per ogni creatura. Dal pastore al fabbro, dal fornaio ai musicisti, dalle donne che portano le brocche d’acqua ai bambini che giocano…: tutto ciò rappresenta la santità quotidiana, la gioia di fare in modo straordinario le cose di tutti i giorni, quando Gesù condivide con noi la sua vita divina.

7. Poco alla volta il presepe ci conduce alla grotta, dove troviamo le statuine di Maria e di Giuseppe. Maria è una mamma che contempla il suo bambino e lo mostra a quanti vengono a visitarlo. La sua statuetta fa pensare al grande mistero che ha coinvolto questa ragazza quando Dio ha bussato alla porta del suo cuore immacolato. All’annuncio dell’angelo che le chiedeva di diventare la madre di Dio, Maria rispose con obbedienza piena e totale. Le sue parole: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38), sono per tutti noi la testimonianza di come abbandonarsi nella fede alla volontà di Dio. Con quel “sì” Maria diventava madre del Figlio di Dio senza perdere, anzi consacrando grazie a Lui la sua verginità. Vediamo in lei la Madre di Dio che non tiene il suo Figlio solo per sé, ma a tutti chiede di obbedire alla sua parola e metterla in pratica (cfr Gv 2,5).

Accanto a Maria, in atteggiamento di proteggere il Bambino e la sua mamma, c’è San Giuseppe. In genere è raffigurato con il bastone in mano, e a volte anche mentre regge una lampada. San Giuseppe svolge un ruolo molto importante nella vita di Gesù e di Maria. Lui è il custode che non si stanca mai di proteggere la sua famiglia. Quando Dio lo avvertirà della minaccia di Erode, non esiterà a mettersi in viaggio ed emigrare in Egitto (cfr Mt 2,13-15). E una volta passato il pericolo, riporterà la famiglia a Nazareth, dove sarà il primo educatore di Gesù fanciullo e adolescente. Giuseppe portava nel cuore il grande mistero che avvolgeva Gesù e Maria sua sposa, e da uomo giusto si è sempre affidato alla volontà di Dio e l’ha messa in pratica.

8. Il cuore del presepe comincia a palpitare quando, a Natale, vi deponiamo la statuina di Gesù Bambino. Dio si presenta così, in un bambino, per farsi accogliere tra le nostre braccia. Nella debolezza e nella fragilità nasconde la sua potenza che tutto crea e trasforma. Sembra impossibile, eppure è così: in Gesù Dio è stato bambino e in questa condizione ha voluto rivelare la grandezza del suo amore, che si manifesta in un sorriso e nel tendere le sue mani verso chiunque.

La nascita di un bambino suscita gioia e stupore, perché pone dinanzi al grande mistero della vita. Vedendo brillare gli occhi dei giovani sposi davanti al loro figlio appena nato, comprendiamo i sentimenti di Maria e Giuseppe che guardando il bambino Gesù percepivano la presenza di Dio nella loro vita.

«La vita infatti si manifestò» (1 Gv 1,2): così l’apostolo Giovanni riassume il mistero dell’Incarnazione. Il presepe ci fa vedere, ci fa toccare questo evento unico e straordinario che ha cambiato il corso della storia, e a partire dal quale anche si ordina la numerazione degli anni, prima e dopo la nascita di Cristo.

Il modo di agire di Dio quasi tramortisce, perché sembra impossibile che Egli rinunci alla sua gloria per farsi uomo come noi. Che sorpresa vedere Dio che assume i nostri stessi comportamenti: dorme, prende il latte dalla mamma, piange e gioca come tutti i bambini! Come sempre, Dio sconcerta, è imprevedibile, continuamente fuori dai nostri schemi. Dunque il presepe, mentre ci mostra Dio così come è entrato nel mondo, ci provoca a pensare alla nostra vita inserita in quella di Dio; invita a diventare suoi discepoli se si vuole raggiungere il senso ultimo della vita.

9. Quando si avvicina la festa dell’Epifania, si collocano nel presepe le tre statuine dei Re Magi. Osservando la stella, quei saggi e ricchi signori dell’Oriente si erano messi in cammino verso Betlemme per conoscere Gesù, e offrirgli in dono oro, incenso e mirra. Anche questi regali hanno un significato allegorico: l’oro onora la regalità di Gesù; l’incenso la sua divinità; la mirra la sua santa umanità che conoscerà la morte e la sepoltura.

Guardando questa scena nel presepe siamo chiamati a riflettere sulla responsabilità che ogni cristiano ha di essere evangelizzatore. Ognuno di noi si fa portatore della Bella Notizia presso quanti incontra, testimoniando la gioia di aver incontrato Gesù e il suo amore con concrete azioni di misericordia.

I Magi insegnano che si può partire da molto lontano per raggiungere Cristo. Sono uomini ricchi, stranieri sapienti, assetati d’infinito, che partono per un lungo e pericoloso viaggio che li porta fino a Betlemme (cfr Mt 2,1-12). Davanti al Re Bambino li pervade una gioia grande. Non si lasciano scandalizzare dalla povertà dell’ambiente; non esitano a mettersi in ginocchio e ad adorarlo. Davanti a Lui comprendono che Dio, come regola con sovrana sapienza il corso degli astri, così guida il corso della storia, abbassando i potenti ed esaltando gli umili. E certamente, tornati nel loro Paese, avranno raccontato questo incontro sorprendente con il Messia, inaugurando il viaggio del Vangelo tra le genti.

10. Davanti al presepe, la mente va volentieri a quando si era bambini e con impazienza si aspettava il tempo per iniziare a costruirlo. Questi ricordi ci inducono a prendere sempre nuovamente coscienza del grande dono che ci è stato fatto trasmettendoci la fede; e al tempo stesso ci fanno sentire il dovere e la gioia di partecipare ai figli e ai nipoti la stessa esperienza. Non è importante come si allestisce il presepe, può essere sempre uguale o modificarsi ogni anno; ciò che conta, è che esso parli alla nostra vita. Dovunque e in qualsiasi forma, il presepe racconta l’amore di Dio, il Dio che si è fatto bambino per dirci quanto è vicino ad ogni essere umano, in qualunque condizione si trovi.

Cari fratelli e sorelle, il presepe fa parte del dolce ed esigente processo di trasmissione della fede. A partire dall’infanzia e poi in ogni età della vita, ci educa a contemplare Gesù, a sentire l’amore di Dio per noi, a sentire e credere che Dio è con noi e noi siamo con Lui, tutti figli e fratelli grazie a quel Bambino Figlio di Dio e della Vergine Maria. E a sentire che in questo sta la felicità. Alla scuola di San Francesco, apriamo il cuore a questa grazia semplice, lasciamo che dallo stupore nasca una preghiera umile: il nostro “grazie” a Dio che ha voluto condividere con noi tutto per non lasciarci mai soli.

Dato a Greccio, nel Santuario del Presepe, 1° dicembre 2019, settimo del pontificato.

FRANCESCO

 


[1] Tommaso da Celano, Vita Prima, 84: Fonti francescane (FF), n. 468.

[2] Cf. ibid., 85: FF, n. 469.

[3] Ibid., 86: FF, n. 470.

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Nella mitezza e nell’umiltà

Posté par atempodiblog le 1 décembre 2019

Nella mitezza e nell'umiltà dans Avvento Vergine-dell-attesa

Trascorrerò questo Avvento secondo le indicazioni datemi dalla Madonna: nella mitezza e nell’umiltà. Trascorro dei momenti con la SS.ma Vergine. Attendo con ardente nostalgia la venuta del Signore.

I miei desideri sono grandi. Desidero che tutti i popoli conoscano il Signore; desidero preparare tutte le nazioni a ricevere il Verbo Incarnato.

O Gesù, fa’ che la sorgente della Tua Misericordia scaturisca con maggiore abbondanza, poiché l’umanità è molto malata, e perciò ha più che mai bisogno della Tua compassione. Tu sei un mare sconfinato di Misericordia per noi peccatori e maggiore è la nostra miseria, maggiore è il diritto che abbiamo alla Tua Misericordia.

Tu sei la sorgente che rende felice ogni creatura per mezzo della Tua infinita Misericordia.

Santa Faustina Kowalska

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Il mistero del Natale

Posté par atempodiblog le 24 décembre 2018

L’avvenimento centrale della storia
Il mistero del Natale
“Sì, esiste un senso, e il senso non è una protesta impotente contro l’assurdo. Il Senso ha potere: è Dio. Un Dio che si è fatto nostro prossimo e ci è molto vicino. E’ mai possibile una cosa del genere?”
di Benedetto XVI  (Roma, piazza San Pietro, 17 dicembre 2008)
Tratto da: Il Foglio (24 Dicembre 2018)

Il mistero del Natale dans Avvento Papa-Benedetto-XVI

Cari fratelli e sorelle! Iniziano proprio oggi i giorni dell’Avvento che ci preparano immediatamente al Natale del Signore: siamo nella Novena di Natale che in tante comunità cristiane viene celebrata con liturgie ricche di testi biblici, tutti orientati ad alimentare l’attesa per la nascita del Salvatore. La Chiesa intera in effetti concentra il suo sguardo di fede verso questa festa ormai vicina predisponendosi, come ogni anno, ad unirsi al cantico gioioso degli angeli, che nel cuore della notte annunzieranno ai pastori l’evento straordinario della nascita del Redentore, invitandoli a recarsi nella grotta di Betlemme. Là giace l’Emmanuele, il Creatore fattosi creatura, avvolto in fasce e adagiato in una povera mangiatoia (cfr Lc 2,13-14).

Per il clima che lo contraddistingue, il Natale è una festa universale. Anche chi non si professa credente, infatti, può percepire in questa annuale ricorrenza cristiana qualcosa di straordinario e di trascendente, qualcosa di intimo che parla al cuore. E’ la festa che canta il dono della vita. La nascita di un bambino dovrebbe essere sempre un evento che reca gioia; l’abbraccio di un neonato suscita normalmente sentimenti di attenzione e di premura, di commozione e di tenerezza. Il Natale è l’incontro con un neonato che vagisce in una misera grotta. Contemplandolo nel presepe come non pensare ai tanti bambini che ancora oggi vengono alla luce in una grande povertà, in molte regioni del mondo? Come non pensare ai neonati non accolti e rifiutati, a quelli che non riescono a sopravvivere per carenza di cure e di attenzioni? Come non pensare anche alle famiglie che vorrebbero la gioia di un figlio e non vedono colmata questa loro attesa? Sotto la spinta di un consumismo edonista, purtroppo, il Natale rischia di perdere il suo significato spirituale per ridursi a mera occasione commerciale di acquisti e scambi di doni! In verità, però, le difficoltà, le incertezze e la stessa crisi economica che in questi mesi stanno vivendo tantissime famiglie, e che tocca l’intera l’umanità, possono essere uno stimolo a riscoprire il calore della semplicità, dell’amicizia e della solidarietà, valori tipici del Natale. Spogliato delle incrostazioni consumistiche e materialistiche, il Natale può diventare così un’occasione per accogliere, come regalo personale, il messaggio di speranza che promana dal mistero della nascita di Cristo.

Tutto questo però non basta per cogliere nella sua pienezza il valore della festa alla quale ci stiamo preparando. Noi sappiamo che essa celebra l’avvenimento centrale della storia: l’Incarnazione del Verbo divino per la redenzione dell’umanità. San Leone Magno, in una delle sue numerose omelie natalizie, così esclama: “Esultiamo nel Signore, o miei cari, ed apriamo il nostro cuore alla gioia più pura. Perché è spuntato il giorno che per noi significa la nuova redenzione, l’antica preparazione, la felicità eterna. Si rinnova infatti per noi nel ricorrente ciclo annuale l’alto mistero della nostra salvezza, che, promesso, all’inizio e accordato alla fine dei tempi, è destinato a durare senza fine” (Homilia XXII). Su questa verità fondamentale ritorna più volte san Paolo nelle sue lettere. Ai Galati, ad esempio, scrive: “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge…perché ricevessimo l’adozione a figli” (4,4). Nella Lettera ai Romani evidenzia le logiche ed esigenti conseguenze di questo evento salvifico: “Se siamo figli (di Dio), siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria” (8,17). Ma è soprattutto san Giovanni, nel Prologo del quarto Vangelo, a meditare profondamente sul mistero dell’Incarnazione. Ed è per questo che il Prologo fa parte della liturgia del Natale fin dai tempi più antichi: in esso si trova infatti l’espressione più autentica e la sintesi più profonda di questa festa e del fondamento della sua gioia. San Giovanni scrive: “Et Verbum caro factum est et habitavit in nobis / E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14).

A Natale dunque non ci limitiamo a commemorare la nascita di un grande personaggio; non celebriamo semplicemente ed in astratto il mistero della nascita dell’uomo o in generale il mistero della vita; tanto meno festeggiamo solo l’inizio della nuova stagione. A Natale ricordiamo qualcosa di assai concreto ed importante per gli uomini, qualcosa di essenziale per la fede cristiana, una verità che san Giovanni riassume in queste poche parole: “il Verbo si è fatto carne”. Si tratta di un evento storico che l’evangelista Luca si preoccupa di situare in un contesto ben determinato: nei giorni in cui fu emanato il decreto per il primo censimento di Cesare Augusto, quando Quirino era già governatore della Siria (cfr Lc 2,1-7). E’ dunque in una notte storicamente datata che si verificò l’evento di salvezza che Israele attendeva da secoli. Nel buio della notte di Betlemme si accese realmente una grande luce: il Creatore dell’universo si è incarnato unendosi indissolubilmente alla natura umana, sì da essere realmente “Dio da Dio, luce da luce” e al tempo stesso uomo, vero uomo. Quel che Giovanni, chiama in greco “ho logos” – tradotto in latino “Verbum” e in italiano “il Verbo” – significa anche “il Senso”. Quindi potremmo intendere l’espressione di Giovanni così: il “Senso eterno” del mondo si è fatto tangibile ai nostri sensi e alla nostra intelligenza: ora possiamo toccarlo e contemplarlo (cfr 1Gv 1,1). Il “Senso” che si è fatto carne non è semplicemente un’idea generale insita nel mondo; è una “Parola” rivolta a noi. Il Logos ci conosce, ci chiama, ci guida. Non è una legge universale, in seno alla quale noi svolgiamo poi qualche ruolo, ma è una Persona che si interessa di ogni singola persona: è il Figlio del Dio vivo, che si è fatto uomo a Betlemme.

A molti uomini, ed in qualche modo a noi tutti, questo sembra troppo bello per essere vero. In effetti, qui ci viene ribadito: sì, esiste un senso, ed il senso non è una protesta impotente contro l’assurdo. Il Senso ha potere: è Dio. Un Dio buono, che non va confuso con un qualche essere eccelso e lontano, a cui non sarebbe mai dato di arrivare, ma un Dio che si è fatto nostro prossimo e ci è molto vicino, che ha tempo per ciascuno di noi e che è venuto per rimanere con noi. E’ allora spontaneo domandarsi: “E’ mai possibile una cosa del genere? E’ cosa degna di Dio farsi bambino?”. Per cercare di aprire il cuore a questa verità che illumina l’intera esistenza umana, occorre piegare la mente e riconoscere la limitatezza della nostra intelligenza. Nella grotta di Betlemme, Dio si mostra a noi umile “infante” per vincere la nostra superbia. Forse ci saremmo arresi più facilmente di fronte alla potenza, di fronte alla saggezza; ma Lui non vuole la nostra resa; fa piuttosto appello al nostro cuore e alla nostra libera decisione di accettare il suo amore. Si è fatto piccolo per liberarci da quell’umana pretesa di grandezza che scaturisce dalla superbia; si è liberamente incarnato per rendere noi veramente liberi, liberi di amarlo.

Cari fratelli e sorelle, il Natale è un’opportunità privilegiata per meditare sul senso e sul valore della nostra esistenza. L’approssimarsi di questa solennità ci aiuta a riflettere, da una parte, sulla drammaticità della storia nella quale gli uomini, feriti dal peccato, sono perennemente alla ricerca della felicità e di un senso appagante del vivere e del morire; dall’altra, ci esorta a meditare sulla bontà misericordiosa di Dio, che è venuto incontro all’uomo per comunicargli direttamente la Verità che salva, e per renderlo partecipe della sua amicizia e della sua vita. Prepariamoci, pertanto, al Natale con umiltà e semplicità, disponendoci a ricevere in dono la luce, la gioia e la pace, che da questo mistero si irradiano. Accogliamo il Natale di Cristo come un evento capace di rinnovare oggi la nostra esistenza. L’incontro con il Bambino Gesù ci renda persone che non pensano soltanto a se stesse, ma si aprono alle attese e alle necessità dei fratelli. In questa maniera diventeremo anche noi testimoni della luce che il Natale irradia sull’umanità del terzo millennio. Chiediamo a Maria Santissima, tabernacolo del Verbo incarnato, e a san Giuseppe, silenzioso testimone degli eventi della salvezza, di comunicarci i sentimenti che essi nutrivano mentre attendevano la nascita di Gesù, in modo che possiamo prepararci a celebrare santamente il prossimo Natale, nel gaudio della fede e animati dall’impegno di una sincera conversione.

Buon Natale a tutti!

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Confessori, un ministero che “non fa rumore ma fa miracoliˮ

Posté par atempodiblog le 5 décembre 2017

Confessori, un ministero che “non fa rumore ma fa miracoliˮ
La lettera del cardinale Piacenza ai penitenzieri delle Basiliche papali e a tutti i sacerdoti che confessano: la vostra «è un’opera realmente al servizio dell’ecologia dell’uomo»
di Andrea Tornielli – La Stampa

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«Il vostro ministero, cari amici confessori, non fa rumore ma fa miracoli! Nessuno nota ma Dio vede, ed è questo che conta!». Lo scrive il cardinale Mauro Piacenza, Penitenziere maggiore, nella lettera inviata in occasione dell’inizio dell’Avvento ai penitenzieri delle Basiliche papali e a tutti i confessori.

«Mentre procediamo verso la mangiatoia di Betlemme – scrive il cardinale – prepariamo il cuore alla venuta del Dio-Uomo, che continuamente “viene” nel tempo della Chiesa, per liberarci con la sua misericordia, e che verrà alla fine dei tempi, nello splendore della verità, per giudicare gli uomini secondo la loro fede operante nella carità».

«Questo “giudizio finale” – aggiunge Piacenza nella lettera – appare sempre più estraneo ad una cultura contemporanea dominata dalla “dittatura dell’istante” e sempre meno disponibile, se non apertamente ostile, nei confronti del trascendente. Eppure, noi confessori siamo testimoni privilegiati di come tale giudizio ultimo venga, in realtà, mirabilmente anticipato ogni giorno, per la salvezza di tutti gli uomini, attraverso il sacramento della misericordia».

Chi «esercita con fedeltà il ministero della riconciliazione» ha la «grazia immensa» di «potersi offrire al Dio-Uomo per la salvezza di ogni fratello, chinandosi teneramente sull’umana povertà, raggiungendo quella periferia del peccato nella quale Uno soltanto ha la forza di addentrarsi, e vedendo ciascuno risollevato dalla spirituale indigenza ed immediatamente arricchito di ciò che abbiamo più caro nel cristianesimo: Cristo stesso!».

Quella del confessore, infatti, nota ancora il cardinale, «è un’opera realmente al servizio della tanto invocata “ecologia dell’uomo”» citata dal Papa nell’enciclica Laudato si’ dalla quale «trae un invisibile, ma efficacissimo beneficio l’intera umana società. Il vostro ministero, cari amici confessori, non fa rumore ma fa miracoli! Nessuno nota ma Dio vede, ed è questo che conta!».

«Riservate sempre un ruolo privilegiato – conclude Piacenza – al servizio silenzioso, e umanamente non sempre gratificante, della confessione. Fra l’altro mi permetto di ricordare che, col sacramento della penitenza, non solo cancellate i peccati, ma dovete avviare i penitenti sulla via della santità, esercitando su di essi, in una forma convincente, un vero e proprio insegnamento, un ministero di guida e di accompagnamento».

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Natale, dal Marocco una lezione ai laicisti italiani

Posté par atempodiblog le 30 novembre 2017

Natale, dal Marocco una lezione ai laicisti italiani
di Souad Sbai – La nuova Bussola Quotidiana

Natale, dal Marocco una lezione ai laicisti italiani dans Articoli di Giornali e News marocco-3

Dove non arriva la forza delle parole, di sicuro arriva quella delle immagini. Non per chi è libero e non ha bisogno del politicamente corretto per orientarsi nella vita, ma di sicuro per chi di questo aberrante concetto fa abuso. Succede che alcune istantanee di un mio breve soggiorno in Marocco, Paese per chi non lo sapesse a maggioranza islamica, facciano il giro dei social e solo perché dietro di me ci sono degli alberi di Natale, strade addobbate e aria di festa.

Lo ripeto e lo riscrivo: Marocco. Non passa un minuto dopo la pubblicazione delle foto sui miei profili social che il paradosso appare in tutta la sua gigantesca portata: qui in Italia nelle scuole si vietano presepe e canti di Natale, a Rabat come a Casablanca il Natale non solo si mostra ma addirittura ti acceca.

Ogni Natale, e in questo purtroppo so di non dire una cosa nuova, si sentono i servi del pensiero unico dire che sarebbe ora di abolire ogni festa religiosa dalle scuole, che se si festeggia il Natale qualche bimbo si sentirebbe umiliato perché la sua religione verrebbe ad essere, per così dire, offesa. E leggo, anche su ‘autorevolissimi’ giornali che si vantano di combattere le fake news del web ma ne sfornano almeno altrettante, che è arrivato il momento di laicizzare tutto, di essere “neutri” rispetto alla religione. Buonismo delirante all’ennesima potenza, che è esso stesso un paradosso prima ancora del modo con cui tratta certi temi.

Ora faccio una domanda e sfido chiunque stia leggendo questa mia riflessione a tirare fuori un nome: al netto di pagliacci, pagine fake e fenomeni da baraccone, avete mai sentito una persona di religione islamica (che sa di cosa si parli) chiedere l’abolizione dei canti di Natale? Ecco, rispondere a questa domanda ci porta diretti alla fonte del paradosso vergognoso a cui assistiamo: e cioé che sono solo i buonisti italiani a chiedere che questo accada. Perché i bimbi, di qualsiasi religione siano, non chiedono laicismo ma solo di giocare con i propri compagni e comprendere la realtà attorno a loro.
Perché l’estremismo, questo lo ripeto da anni, ha fatto più breccia (con mezzi e risorse che conosciamo) nella mente di una certa elite salottiera, che si fa paladina di diritti che nemmeno i presunti destinatari hanno mai richiesto.

Gli alberi di Natale pieni di luci e di palline colorate in Marocco sono l’esempio più lampante della clamorosa mistificazione che questi signori chiamano rispetto politicamente corretto del multiculturalismo. E tutto questo, ovviamente, sulla pelle di chi non può difendersi e non può replicare, come i bambini. Lo ripeto, di qualsiasi etnia o religione siano. Che vengono strumentalizzati senza vergogna per l’ossequio al pensiero unico che strappa via radici e distrugge, questo sì, ogni diritto. La potenza delle immagini, di ciò che non si può confutare ad arte: la verità.

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Predica d’Avvento, Cantalamessa: Gesù desidera nascere nei cuori

Posté par atempodiblog le 24 décembre 2016

Predica d’Avvento, Cantalamessa: Gesù desidera nascere nei cuori
Quarta e ultima predica di Avvento stamani nella Cappella Redemptoris Mater in Vaticano del predicatore della Casa Pontificia, padre Raniero Cantalamessa, alla presenza di Papa Francesco e della Curia Romana. Nel ciclo “Beviamo, sobri, l’ebbrezza dello Spirito”, la predica odierna è stata dedicata al tema “Incarnato per opera dello Spirito Santo da Maria Vergine”.
di Giada Aquilino – Radio Vaticana

Predica d'Avvento, Cantalamessa: Gesù desidera nascere nei cuori dans Avvento Avvento-bimba

È Gesù stesso a desiderare di nascere “nel nostro cuore”. Questa l’atmosfera del Natale nelle parole di padre Raniero Cantalamessa, ripercorrendo l’evento di Betlemme, il “più importante” di tutti i tempi. Il mondo in cui si muovono Maria e Giuseppe, osserva, “non era meno agitato di oggi”:

“Le notizie di atti di terrorismo, di guerre, di masse costrette, come allora, a lasciare le proprie case e per le quali, come per Maria e Giuseppe, ‘non c’è posto nell’albergo’, si accavallano e ci raggiungono ormai in tempo reale”.

Solo chi sarà “capace di mettere a tacere tutto”, fuori e dentro di sé e, “con la grazia dello Spirito Santo”, prenderà coscienza – spiega il predicatore della Casa Pontificia – di quello che ricordiamo nel giorno della natività di Cristo, potrà dire di aver “fatto” Natale: si tratta di una celebrazione che esige di essere “compresa nel suo significato per noi”.

San Leone Magno, ricorda il cappuccino, spiegava che “i figli della Chiesa sono stati generati con Cristo nella sua nascita, come sono stati crocifissi con lui nella passione e risuscitati con lui nella risurrezione”. All’origine di tutto, c’è il dato biblico, compiutosi in Maria: la Vergine diventa Madre di Gesù “per opera dello Spirito Santo”:

“Tale mistero storico, come tutti i fatti della salvezza, si prolunga a livello sacramentale nella Chiesa, nella liturgia, nell’Eucaristia; e a livello morale nella singola anima credente. Maria, Vergine e Madre, che genera il Cristo per opera dello Spirito Santo, appare così il ‘tipo’, o l’esemplare, la figura perfetta, della Chiesa e dell’anima credente”.

Nel Vaticano II si riprende tale visione, soprattutto nei capitoli che la Costituzione ‘Lumen Gentium’ dedica alla Madonna: Ella è “esemplare e modello della Chiesa”, chiamata ad essere “nella fede” vergine e madre e l’anima credente, imitando le virtù di Maria, “fa nascere e crescere Gesù nel suo cuore e nel cuore dei fratelli”.

Padre Cantalamessa si sofferma sul ruolo dello Spirito Santo che “agì nel cuore di Maria, illuminandolo e infiammandolo di Cristo, prima ancora che nel seno di Maria, riempiendolo di Cristo”:

“Lo Spirito che scende su Maria è, dunque, lo Spiritus creator, che miracolosamente forma dalla Vergine la carne di Gesù; ma è anche di più, e cioè: acqua viva, fuoco, amore e unzione spirituale”.

L’incarnazione fu vissuta da Maria come un evento “carismatico” che, spiega il predicatore della Casa Pontificia, la rese il modello dell’anima “fervente nello Spirito”: sperimentò, “per prima”, “la sobria ebbrezza dello Spirito”: l’umiltà della Vergine dopo l’incarnazione appare come “uno dei miracoli più grandi della grazia divina” che introduce al concetto di “maternità divina” di Maria, cioè all’essere “madre di Dio”. Una maternità fisica, metafisica – cioè, come spiegava Sant’Ignazio di Antiochia, Gesù è “Figlio di Dio e di Maria” – e spirituale, quindi “del cuore, oltre che del corpo”. Ed è lo Spirito Santo a invitarci a ritornare proprio “al cuore”, per celebrare in esso un Natale “più intimo e più vero”, che renda “vero” anche il Natale che celebriamo all’esterno, nei riti e nelle tradizioni:

“Gesù stesso desidera nascere nel nostro cuore più, infinitamente di più, di quanto noi desideriamo che nasca: desidera nascere. Anzi, in questi ultimi giorni di Avvento, dobbiamo nella fede – se ci crediamo – pensarlo proprio così, immaginare Gesù così. Come quando, nell’imminenza del Natale, i suoi genitori bussavano di porta in porta per cercare un posto dove nascere. E Lui sta dicendo anche a noi: ‘Ecco, io sono alla porta e busso, mi farai nascere’?”.

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La gioia dell’Avvento

Posté par atempodiblog le 27 novembre 2016

La gioia dell’Avvento
Padre Livio Fanzaga – Radio Maria

La gioia dell'Avvento dans Avvento Avvento-bimba

L’Avvento è un tempo di grazia che viene vissuto nell’attesa della nascita del Signore. E’ un’attesa piena di speranza, che alimenta nel cuore una fonte segreta di gioia. Come sarebbe triste l’inverno se non ci fosse la luce del Natale a illuminarlo e a riscaldarlo. Come sarebbe angosciante la notte se i cieli non si fossero aperti e gli angeli non avessero cantato il loro augurio di pace. Come sarebbe logorante il nostro cammino se fosse un vagare senza una meta. Invece davanti a noi c’è una stella che ci guida verso un mistero di amore.

In una capanna, adagiato su un po’ di paglia, ci attende il Signore. Quel Bambino che tende le braccia è l’Onnipotente, che ha creato il cielo e la terra. Nella sua umiltà viene a noi per essere “il Dio con noi”, nostro compagno di viaggio nel buio della notte del tempo. Camminiamo verso il Natale con la gioia nel cuore, più forte di ogni amarezza. Quella capanna è la nostra casa, quella Famiglia è la nostra famiglia, quel Bambino è il tesoro della nostra vita.

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Papa Francesco: Dio cambia il mondo facendosi piccolo come un bambino

Posté par atempodiblog le 18 décembre 2015

Papa Francesco: Dio cambia il mondo facendosi piccolo come un bambino
Sostando davanti al Presepe, contemplate la misericordia divina. Papa Francesco ha preso spunto dall’udienza ai donatori del Presepio e dell’Albero di Natale che oggi pomeriggio verranno inaugurati in Piazza San Pietro, per ricordare che Dio non ama le rivoluzioni dei potenti, ma tocca i nostri cuori con la sua umile bontà. Il Pontefice ha quindi sottolineato che, seguendo l’intenzione di San Francesco, nel Presepe possiamo cogliere la tenerezza di Dio che si china verso chi ha bisogno. Quest’anno l’Albero è stato donato dalla Baviera, mentre il Presepe è stato allestito dalla Provincia Autonoma e dall’arcidiocesi di Trento. Gli addobbi sono opera della “Fondazione Lene Thun”.
di Alessandro Gisotti – Radio Vaticana

Papa Francesco: Dio cambia il mondo facendosi piccolo come un bambino dans Avvento Santo-Natale

“Il Presepe ci ricorda questo: Dio, per la sua grande misericordia, è disceso verso di noi per rimanere stabilmente con noi”. Papa Francesco ha messo l’accento sul significato più profondo del Presepe, di quello in Piazza San Pietro come di quello che trova ospitalità nelle nostre case nel periodo natalizio.

Dio non ama le rivoluzioni dei potenti, la sua forza è la mitezza
“Il Presepe – ha avvertito ancora il Papa – ci dice inoltre che Egli non si impone mai con la forza. Per salvarci, non ha cambiato la storia compiendo un miracolo grandioso. È invece venuto in tutta semplicità, umiltà, mitezza”.

“Dio non ama le imponenti rivoluzioni dei potenti della storia e non utilizza la bacchetta magica per cambiare le situazioni. Si fa invece piccolo, si fa bambino, per attirarci con amore, per toccare i nostri cuori con la sua bontà umile; per scuotere, con la sua povertà, quanti si affannano ad accumulare i falsi tesori di questo mondo”.

Queste, ha soggiunto, erano anche le intenzioni di San Francesco, quando inventò il Presepe. Il Poverello d’Assisi, infatti, desiderava fare memoria della nascita del Bambino di Betlemme per poter “intravedere” i “disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato”.

Nel Presepe, cogliamo la misericordia di Dio che si china su di noi
Di qui l’invito “a sostare davanti al Presepe, perché lì la tenerezza di Dio ci parla”. Lì, infatti, “si contempla la misericordia divina, che si è fatta carne umana e può intenerire i nostri sguardi”. Soprattutto, però, ha ribadito, “desidera smuovere i nostri cuori”:

“È bello che sia presente in questo Presepe una figura, che coglie subito il mistero del Natale. È quel personaggio che compie un’opera di bene, chinandosi per porgere aiuto ad un anziano. Egli non soltanto guarda Dio, ma anche lo imita, perché, come Dio, si china con misericordia verso chi ha bisogno”.

Ai bimbi che hanno decorato l’albero: Michelangelo ha iniziato così
Francesco non ha poi mancato di rivolgere un pensiero speciale ai bambini che hanno decorato l’albero, definiti dal Papa “piccoli artisti”:

“Siete ancora molto giovani, ma esponete già le vostre opere in Piazza San Pietro. E questo è bello eh! Coraggio, avanti! Michelangelo ha incominciato così eh!”.

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