Divorzio breve: la famiglia non va sciolta in un soffio

Posté par atempodiblog le 23 avril 2015

Ma la famiglia non va sciolta in un soffio, abbiamo perso l’eternità del “ti amo”
di Michele Brambilla – La Stampa

Divorzio breve: la famiglia non va sciolta in un soffio dans Articoli di Giornali e News wrb0wg

Se pensiamo a come la legge italiana regolava il matrimonio e la famiglia fino a una cinquantina di anni fa, davvero non possiamo non rallegrarci degli infiniti passi in avanti compiuti. Un tempo il matrimonio non era una storia fortunata, virtuosa e felice, ma un obbligo di legge; l’adulterio era un reato, più grave se commesso da una donna; la violenza carnale poteva restare impunita se il colpevole si impegnava a sposare la vittima.  

Molti non ci crederanno, ma era davvero così e basterebbe questo a far capire quale perverso equivoco ci fosse allora sul valore del matrimonio. Il divorzio era, a quei tempi, possibile secondo le modalità del film di Pietro Germi, cioè accoppando la moglie – solo il marito aveva il diritto di accoppare – dopo averla beccata sul fatto con l’amante. Via via, uno dopo l’altra, tutte queste assurdità sono state per fortuna spazzate via: l’adulterio resta un reato solo nelle teocrazie, il delitto d’onore non c’è più ed è arrivato il divorzio. Fino al divorzio breve, con il quale bastano sei mesi non solo per chiudere per sempre un matrimonio ma anche per contrarne uno nuovo. Credo che nessuno possa avere nostalgia delle leggi e del costume che furono.  

Ma premesso questo, premesso insomma che sicuramente nel cambiamento abbiamo guadagnato, è da conservatori, o peggio ancora da bigotti e reazionari, fermarsi un attimo a pensare anche – e sottolineo anche – che nel tempo abbiamo pure perso qualcosa?  

Non lo dico da un punto di vista della giurisprudenza o della politica. La politica deve legiferare e le leggi devono regolare in gran parte fenomeni che sono già presenti nella società. Così, il divorzio breve è solo una legge che prende atto di come oggi la maggior parte di noi italiani, ma più in generale di noi occidentali, concepisce il matrimonio e la famiglia: come un qualcosa che si può mettere insieme e disfare anche nel giro di un anno, pur con dei figli di mezzo magari, tanto la legge dice che è giusto così. Il rischio di essere fraintesi nel fare discorsi del genere è enorme, ma ri-pongo ugualmente la domanda: siamo sicuri di non avere perso qualcosa? 

Ad esempio l’idea che c’è pure una bellezza nello stare insieme nonostante le difficoltà che la vita inevitabilmente presenta. L’idea dunque che fare una famiglia è anche – pure qui l’anche è sottolineato – una storia di fatica, di sacrifici da compiere, di gesti e parole da perdonare, di rinunce, perfino di sopportazioni. Non è questione di chiedere l’eroismo. È questione di discernere fra il matrimonio-martirio, che nessuno vuole, e il matrimonio banalizzato, il matrimonio che si sta insieme finché si prova quello che si prova nei romanzi di Moccia, in un’eterna adolescenza. Chiunque si innamora prova il desiderio che quel che sta provando non finisca mai: e certo non si può esigere l’eternità dell’amore per legge, ma il «ti amo» dei tempi nostri, cioè a tempo determinato, magari a tutele crescenti, beh insomma, forse un po’ di fascino l’ha perso. Non si vuole ovviamente giudicare nessuno, solo constatare che oggi molto spesso ci si lascia alla prima difficoltà. 

Il divorzio breve, se giudicato in superficie, è certamente una legge utile, che semplifica molte situazioni che altrimenti si trascinerebbero per anni, con il loro codazzo di rancori. Se guardato un po’ più in profondità, è invece anche la spia di come siamo cambiati di fronte appunto a termini come fatica, sacrificio, rinunce, perdono, responsabilità, fedeltà a un impegno preso e a una parola data. Tutte cose che abbiamo smarrito non solo riguardo al matrimonio.

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La «notte illuminata da una luce sconosciuta»

Posté par atempodiblog le 26 janvier 2015

Fatima. Il presagio sulla guerra
Così Speer raccontò la «notte illuminata»
di Michele Brambilla – Corriere della Sera (22/05/2000)

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«Quando vedrete una notte illuminata da una luce sconosciuta, sappiate che quello è il grande segno che Dio vi dà prima di punire il mondo per i suoi crimini, per mezzo della guerra…». Così si legge nella seconda parte del messaggio che suor Lucia dos Santos dice di aver ricevuto dalla Madonna il 13 luglio 1917 a Fatima. La punizione annunciata è la seconda guerra mondiale, e coloro che hanno indagato il «caso Fatima» hanno quasi sempre identificato la «notte illuminata da una luce sconosciuta» con quella tra il 24 e il 25 gennaio 1938, quando il cielo di tutta Europa fu illuminato da un’ eccezionale aurora boreale: meno di due mesi dopo, Hitler avrebbe invaso l’ Austria.

Questa interpretazione dei «fatimologi» è rafforzata dal fatto che nella profezia si sostiene anche che la seconda guerra mondiale sarebbe cominciata «durante il pontificato di Pio XI», quindi non nel 1939. Ma se questa è l’interpretazione «ufficiale», c’è però un fatto che – pur mantenendo, ovviamente, la prudenza dovuta quando si parla di profezie – desta perlomeno curiosità. Nelle sue «Memorie del Terzo Reich», Albert Speer – architetto del nazismo e ministro degli armamenti dal ’42 – così racconta cosa accadde la notte del 22 agosto 1939, poche ore dopo che Goebbels aveva annunciato la firma del patto di non aggressione con l’ Unione Sovietica: «Quella notte ci intrattenemmo con Hitler sulla terrazza del Berghof ad ammirare un raro fenomeno celeste: per circa un’ora, un’intensa aurora boreale illuminò di luce rossa il leggendario Untersberg che ci stava di fronte, mentre la volta del cielo era una tavolozza di tutti i colori dell’ arcobaleno. L’ ultimo atto del ‘Crepuscolo degli dei’ non avrebbe potuto essere messo in scena in modo più efficace. Anche i nostri volti e le nostre mani erano tinti di un rosso innaturale. Lo spettacolo produsse nelle nostre menti una profonda inquietudine. Di colpo, rivolto a uno dei suoi consiglieri militari, Hitler disse: “Fa pensare a molto sangue. Questa volta non potremo fare a meno di usare la forza”».

Il giorno dopo, sul Völkischer Beobachter si leggeva: «Martedì mattina (22 agosto) alle ore 2.45 l’ osservatorio astronomico del Sonnenberg ha notato una gran luce nel cielo settentrionale». All’ alba del 1° settembre, 60 divisioni tedesche entravano in Polonia.

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L’aurora boreale del 25 gennaio 1938
di don Aldo Galli

Lucia ritenne che la straordinaria “aurora boreale” avvenuta nella notte del 25 gennaio 1938 (la “notte illuminata da una luce sconosciuta” descritta dalla Vergine) era il segno di Dio per l’inizio della guerra. In realtà tale fenomeno, descritto come “aurora boreale”, si manifestò come  una strana colorazione del cielo, che divenne – secondo le testimonianze – di color rosso fuoco, come un enorme bagliore di fuoco che si alzava verso il cielo.

Questo fenomeno fu visibile anche in Italia nella notte tra il 25 e il 26 gennaio del 1938 (dalle ore 20,45 all’1,15 con brevi intervalli), evento rarissimo alle latitudini dell’Europa meridionale. In Italia fu soprattutto visibile in Piemonte e si vide addirittura sino a Napoli e tutta la stampa dell’epoca ne parlò. Come sappiamo la seconda guerra mondiale scoppiò l’1/9/1939 a seguito dell’invasione della Polonia da parte della Germania, anche se nel suo discorso al Reichstag del 30/1/1939 Hitler dichiarò di aver deciso l’invasione dell’Austria (l’Anschluss) proprio nel gennaio 1938.

Per approfondire:

2e2mot5 dans Diego Manetti La Madonna a Fatima predisse un grande segno nel cielo prima della II° guerra mondiale
2e2mot5 dans Diego Manetti Quando Hitler vide un segno nel cielo

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Milano e dintorni, dietro al S. Chiodo

Posté par atempodiblog le 12 avril 2014

Milano e dintorni, dietro al S. Chiodo dans Articoli di Giornali e News san_carlo_chiodo

Narra A. Buratti nel suo L’azione pastorale dei Borromeo a Milano e la nuova sistemazione urbanistica della città (Milano 1982) che S. Carlo Borromeo, nella sua promozione della pietà cattolica ad ogni livello, avesse trasformato la capitale del Ducato in un’enorme “città rituale”. “Chiese, parrocchie, monasteri, sedi di congregazioni, croci stazionali facevano della città un grande percorso rituale, quasi una grande chiesa in cui tutta la popolazione avrebbe dovuto rivolgersi a Dio” (p. 53). Lungo questo percorso codificato il santo arcivescovo guidò le sue famose processioni penitenziali, che videro come protagonista il S. Chiodo della croce di Cristo. La reliquia che tutti onoreremo solennemente l’8 maggio 2014 ha tracciato, quindi, una sua precisa geografia all’interno della città, che può essere interessante andare a scoprire.

La prima meta è senza dubbio il Duomo, dove il S. Chiodo è conservato in una grande croce bronzea. Il prezioso reliquiario è decorato con simboli della Passione di Cristo e cotte militari, perché sulla croce il Signore ha portato a termine il suo gloriosus certamen contro il male e la morte. Uno dei celebri quadroni di S. Carlo (XVII sec.), esposti in occasione della festa del compatrono di Milano (4 novembre), illustra proprio la processione con il S. Chiodo: l’arcivescovo, scalzo e con il capo coperto da un saio, conduce la reliquia accompagnato da tutta la popolazione, in ogni ordine e grado. E’ uno dei ritratti più intensi di S. Carlo, in cui egli sembra specchiarsi con commozione nel Chiodo. Il Cerano riesce a rendere con gigantesca forza espressiva il volto rigato dalle lacrime del Borromeo: egli soffre con il suo popolo e si aggrappa all’Albero della Vita. 

Una tappa obbligatoria è certamente, nel centro storico, anche la basilica di S. Ambrogio, legata al S. Chiodo per il fatto che all’epoca del Sacro Romano Impero vi venivano incoronati re d’Italia gli imperatori germanici, utilizzando però l’altro esemplare dei chiodi della croce, quello infisso nella Corona Ferrea di Monza.

Tornando verso il Duomo da via Lanzone e scendendo verso Porta Ticinese, si cammini fino alla basilica di S. Lorenzo, famosa per le sue colonne di spoglio romane. I bivacchi della movida utilizzano spesso come punto di appoggio la statua bronzea dell’imperatore Costantino, che regge una piccola croce tra le mani. Costantino nel 313 diede proprio a partire da Milano ai cristiani di tutto l’impero romano la possibilità di poter esporre quel distintivo pubblicamente, senza pericolo. S. Elena, madre dell’imperatore, portò  i S. Chiodi in Occidente.

Il devoto del S. Chiodo e di S. Carlo non mancherà di fermarsi anche davanti alla chiesetta di S. Carlo al Lazzaretto. Era, infatti, l’antica cappella, aperta sui lati, presso la quale veniva celebrata quotidianamente la Messa a conforto dei tanti degenti del nosocomio. E’ la reliquia più consistente della pestilenza che consentì il ritorno in auge del S. Chiodo nella devozione popolare dopo secoli di oblio.

Sia durante che dopo la peste del 1576 S. Carlo promosse l’edificazione di croci stazionali ai crocicchi delle strade della città e del contado. Le modifiche urbanistiche dell’Illuminismo e dell’Ottocento, nonostante qualche ripristino storicista, hanno indelebilmente devastato il tessuto della Milano borromaica, facendo scomparire la quasi totalità delle croci all’interno della città. Rimane, emblematicamente, la dicitura “Crocetta” per uno slargo servito dalla MM3 e oggi contrassegnato da una statua di S. Calimero vescovo, a cui è dedicata una vicina chiesetta.

Molto più fortunati, da questo punto di vista, gli ambrosiani che vivono nel contado, dove le croci di S. Carlo, a guardia spesso dei locai lazzaretti, sono ancora numerosissime. Ne ricordiamo solo una, quella che domina ancora oggi l’alzaia del naviglio Martesana all’ingresso della cittadina di Gorgonzola. Superbo esempio di come dovevano essere le crocette milanesi, è un’alta colonna in pietra di ordine “dorico” del 1576, che reca sulla sommità una piccola croce bronzea. Una croce “fiorita”, che manifesta, cioè, i frutti della Grazia promananti dalla Passione di Cristo.

La raffigurazione della Madonna con il Figlio morto sulle ginocchia è assai comune nella pietà lombarda. Il catafalco processionale (XIX  sec.) collocato nel santuario dell’Addolorata di Cernusco sul Naviglio è molto caratteristico. Gli angeli recanti gli strumenti della Passione si dispongono a raggiera attorno al Redentore esanime, ma il putto che reca le tenaglie con uno dei chiodi è proteso verso i fedeli. Indica un’evidente predilezione per quello strumento di tortura, divenuto l’emblema della salvezza di Milano.

di Michele Brambilla – Comunità Ambrosiana

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Marija Pavlovic Lunetti risponde alle critiche su Medjugorje

Posté par atempodiblog le 1 mai 2013

Estratto di un’intervista a Marija Pavlovic Lunetti su Medjugorje
Marija Pavlovic Lunetti risponde alle critiche su Medjugorje
Tratta da: 
Sette”, inserto del Corriere della Sera – di Michele Brambilla (22/11/2002)
Fonte: Blog Lourdes

Marija Pavlovic Lunetti risponde alle critiche su Medjugorje dans Medjugorje marijapavloviclunetti

Michele Brambilla: La Chiesa non ha ancora riconosciuto le apparizioni. Per lei è un problema, questo?
Marija: No, perché la Chiesa si è sempre comportata così. Finché le apparizioni continuano, non può pronunciarsi.
M.B: Quanto dura una delle sue apparizioni quotidiane?
Marija: Cinque, sei minuti. L’apparizione più lunga è durata due ore.
M.B: Lei La” vede sempre uguale?
Marija: Sempre uguale. Come una persona normale che mi parla, e che possiamo anche toccare.
M.B: Molti obiettano: i fedeli di Medjugorje seguono i messaggi che voi riferite più delle Sacre Scritture.
Marija: Ma la Madonna nei messaggi ci ha detto proprio questo: mettete le Sacre Scritture bene in vista nelle vostre case, e leggetele tutti i giorni”. Ci dicono anche che adoriamo la Madonna e non Dio. Anche questo è assurdo: la Madonna non fa altro che dirci di mettere Dio al primo posto nella nostra vita. E ci dice di stare nella Chiesa, nelle parrocchie. Chi torna da Medjugorje non diventa un apostolo di Medjugorje: diventa un pilastro delle parrocchie.
M.B: Si obietta anche che i messaggi della Madonna che voi riferite sono piuttosto ripetitivi: pregare, digiunate.
Marija: Evidentemente ci ha trovati con la testa dura. Evidentemente vuole svegliarci, perché oggi preghiamo poco, e nella vita al primo posto non mettiamo Dio, ma altre cose: la carriera, il denaro…
(…)
M.B: Nessuno di voi è diventato prete, o suora. Cinque di voi si sono sposati. Questo vuol forse dire che oggi è importante fare famiglie cristiane?
Marija: Per tanti anni ho pensato che sarei diventata suora. Avevo cominciato a frequentare un convento, il desiderio di entrarvi era fortissimo. Ma la madre superiora mi ha detto: Marija, se tu vuoi venire, sei la benvenuta; ma se il vescovo decide che non devi più parlare di Medjugorje, devi obbedire. A quel punto ho cominciato a pensare che forse la mia vocazione era quella di testimoniare ciò che ho visto e sentito, e che avrei potuto cercare la via della santità anche fuori dal convento.
M.B: Che cos’è per lei la santità?
Marija: Vivere bene la mia vita di tutti i giorni. Diventare una madre migliore, e una sposa migliore.
(…)
M.B:  Che cosa ha provato quando ha visto che i giornali cattolici come Jesus vi hanno attaccati?
Marija: Per me è stato uno choc vedere che un giornalista abbia potuto scrivere certe cose senza cercare di conoscere, di approfondire, di incontrare qualcuno di noi. Eppure io sto a Monza, non avrebbe dovuto fare mille chilometri.
M.B: Ma lei avrà messo in preventivo che non tutti possono crederle, no?
Marija: Certo, è normale che ciascuno sia libero di credere o no. Ma da un giornalista cattolico, vista la prudenza della Chiesa, non mi sarei aspettata un simile comportamento.

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Il sacrificio di don Ivan. Travolto dalla sua chiesa per salvare una statua

Posté par atempodiblog le 30 mai 2012

Il parroco di Rovereto era entrato con i vigili del fuoco per recuperare delle immagini sacre
di Michele Brambilla – La Stampa

Il sacrificio di don Ivan. Travolto dalla sua chiesa per salvare una statua dans Articoli di Giornali e News

Una statua della Madonna? O un’immagine di suo Figlio? Non sappiamo di preciso se l’una o l’altra cosa. Ma sappiamo che, da un punto di vista artistico, non valeva granché.
Eppure don Ivan Martini è morto per quella statua, o per quell’immagine. La Chiesa è fatta anche da uomini così.
Erano le nove e mezza di mattina quando don Ivan, 65 anni, parroco di Rovereto sul Secchia – una frazione di Novi di Modena -, è entrato nella sua chiesa per recuperare quel che era sacro, per lui e per i fedeli. Un sopralluogo concordato con i Vigili del fuoco. Concordato e programmato da tempo.
La chiesa era pericolante dopo il terremoto di dieci giorni fa. Don Ivan è entrato con i pompieri. Hanno cominciato a scappare insieme, quando sembrava suonassero le trombe dell’Apocalisse. Ma lui non ce l’ha fatta. Dicono che forse la veste si è impigliata da qualche parte.
«L’ho raccolto che ancora respirava», mi racconta Gino Galiotti, uno di quelli che frequenta la parrocchia. «Ma si capiva che non ce l’avrebbe fatta. Una trave lo aveva schiacciato. Non c’erano neanche ambulanze, l’ho portato io all’ospedale di Carpi per fare prima. È morto quasi subito. Che cosa vuole che le dica? Era qui da una decina d’anni e gli volevano tutti bene. Si occupava anche dei carcerati, insomma uno di quei preti degli ultimi».
Arrivo a Rovereto sul Secchia in tarda mattinata, giusto in tempo per prendere la seconda forte scossa, che per fortuna quando si va in macchina non si sente, e le altre due del pomeriggio, meno forti. La provinciale da Carpi a qui è una stradina di campagna, piena di casette tutte con il loro giardino e naturalmente il loro posto auto, ma oggi le auto sono tutte fuori, sul bordo della strada, pronte a partire.
Mentre i giardini sono popolati: la gente ha lasciato le stanze e si è trasferita lì, ombrelloni e sdraio come in spiaggia, qualcuno monta anche una tenda. È un trasloco di cui si conosce l’ora d’inizio ma non quella della fine.
Sulla strada incontro un uomo di Novi, Mauro Bellelli, che mi porta alla sua cascina di campagna, completamente crollata. «Anche casa mia è danneggiata», dice, «a Novi è un disastro». Il primo che incontro a Rovereto si chiama Nicola Matrone. Viene verso di me e racconta: «Ho perso tutto, la casa e tutto quello che c’era dentro». Rovereto ha quattromila abitanti e nessuno ha il permesso di dormire a casa sua. Alcune case sono crollate, altre hanno dentro crepe che sembrano fiumi su una carta geografica. Comunque nessuno si fida a stare dentro, anche chi non ha visto crepe. «Sembrava la fine del mondo», mi racconta Tiziana Pivani, che lavora per le Coop e ora sta dando una mano ai soccorsi.
La gente di Rovereto è tutta raggruppata su un grande prato che sta proprio dietro la chiesa crollata. È una tenda che don Ivan aveva fatto tirare su per dir messa in questi giorni seguiti al terremoto dell’altra domenica. Adesso è diventato il rifugio non solo dei peccatori, ma di tutte le anime del paese. Ci sono gli scout, ragazzi commoventi di cui si parla sempre troppo poco, che hanno messo giù le panche per mangiare.
Gino Galiotti, quello che ha tirato fuori il parroco dalle macerie, lo incontro proprio lì mentre mescola gli spaghetti al ragoût in un’enorme pentolone da accampamento militare. «Don Ivan era già d’accordo da giorni con i pompieri per andare a recuperare delle statue e dei quadri all’interno della chiesa», mi dice sua moglie, Rosanna Caffini: «Io ero a casa, lui mi ha telefonato: vieni con me? Io sono arrivata, l’ho visto che si metteva l’elmetto, e che entrava con i vigili del fuoco. Poi, l’apocalisse». Usa anche lei questo termine, «l’Apocalisse»: lo dicono un po’ tutti qui, oggi. Continua il racconto: «Ero nell’angolo del cortile quando ho sentito il boato. Che cosa dovevo fare? Sono scappata nel parcheggio. Ho visto un pezzo di campanile venire giù. Che cosa pensa una persona in quei momenti? Se ha un marito e una figlia, pensa al marito e alla figlia. Sono corsa a casa con il cuore in gola a vedere se erano vivi. Grazie al cielo stavano bene, e Gino è venuto subito qui a cercare di salvare don Ivan».
Camminare per il paese è come percorrere una via crucis. Vedi tante casette a un piano, massimo due, e i loro proprietari tutti fermi sull’uscio ad aspettare chissà che cosa. «Mi hanno detto che la mia casa è a posto», dice Marina Rettilieri, «ma io dormo in auto questa notte».
«Io ci dormirei anche», dice Pietro Ronchetti, «però non ci danno il permesso, dicono che stanno preparando delle tende. D’altra parte è vero che le scosse di oggi sono state tremende». Anche le case più nuove sono segnate, «a Rovereto non c’è nessuno che queste notti avrà il permesso di dormire in casa», dice Giancarlo Luppi. La sua è già stata dichiarata inagibile.
Che cosa si vede sulle facce della gente di questo piccolo paese improvvisamente finito, con altri quattro o cinque, in un girone dell’inferno? La paura è la cosa che traspare di più. Non è neanche più la paura per quello che è successo: è il terrore per quello che può ancora succedere.
Questa è la Bassa che ispira pace solo a guardarla, con le sue pianure sconfinate, i suoi casolari e le sue stalle, i suoi piccoli corsi d’acqua nei campi e lungo le strade, il suo silenzio, il suo caldo d’estate e le sue nebbie d’inverno. Ma chi potrà più sentirsi tranquillo domani, e tra un mese, e tra cinquant’anni quando i ragazzi di oggi saranno i nonni che racconteranno ai bambini del terremoto dell’anno dei Maya, e i bambini penseranno che è una favola?
Eppure. Eppure la paura non vincerà gli emiliani, gente abituata a saper prendere la vita. Si vedono in giro anche tanti sorrisi. Come quello di una giovane mamma che sotto la tenda dietro la chiesa imbocca il suo piccolino e gli dice: «È la prima pasta al ragoût della tua vita, chi avrebbe mai pensato che l’avresti mangiata in un giorno così».
La vita continua, in quella tenda. Sono le cose strane. Tutti stanno trovando rifugio in un’opera che era stata voluta e realizzata dall’unica persona del paese che ha perso la vita. E chissà, forse un cristiano ci vede il rinnovarsi di quello in cui crede, e cioè che c’è qualcuno che muore per la salvezza di tutti.

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Dove sbaglia Adriano

Posté par atempodiblog le 21 février 2012

Dove sbaglia Adriano
di Michele Brambilla – La Stampa

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Se è vero che il Festival di Sanremo è una spia degli umori degli italiani, proviamo a vedere se il «caso Celentano» ha qualcosa da dirci.

Come mai l’ex ragazzo della via Gluck è stato tanto criticato? Non solo dai giornali, ma anche dal pubblico: non si era mai vista all’Ariston una contestazione in diretta come quella dell’altra sera: e chi continua a pensare che si sia trattato di una gazzarra organizzata, non ha capito o peggio non vuol capire (torneremo tra poco sul punto). Dicevamo: come mai tante reazioni negative?

Nei contenuti Celentano ha preso un paio di stecche anche pesanti – gli insulti ad Aldo Grasso e l’invocata chiusura di due giornali ma ha anche lanciato spunti tutt’altro che trascurabili. Quando dice che oggi, nella predicazione del clero, sono quasi scomparsi quelli che una volta si chiamavano «i Novissimi» (morte, giudizio, inferno e paradiso) Celentano ha perfettamente ragione: chiunque abbia frequentazione domenicale con la messa lo sa benissimo; chi legge le prolusioni della Cei ahimè lo sa ancor meglio. Quando poi dice che dobbiamo essere felici di essere nati perché abbiamo un destino di vita eterna, ci dice l’unica cosa di cui in fondo ciascuno di noi ha davvero bisogno, e che è l’essenza di quel Vangelo (che significa: «buona notizia») che i cristiani annunciano da duemila anni.

Celentano avrebbe dovuto dunque appassionare, commuovere, o almeno incuriosire. E invece, ha diviso, urtato, irritato. Non è scaturito, dalle sue parole, un dibattito sul mistero della vita e della morte, sul dilemma tra speranza e disperazione: ma molto più miseramente un polpettone sugli equilibri interni della Rai. Perché?

Perché Celentano ha dimostrato di essere legato a uno schema vecchio, quello secondo cui per proporre bisogna opporre; per parlare di una cosa buona, bisogna mostrarne una cattiva che tende a soverchiare, a soffocare. La sua è la retorica della denuncia, dell’indignazione, dei buoni contro i cattivi, del potere che è sempre marcio. Così si è subito creato un nemico da attaccare. Torno a quanto dicevo prima sulla contestazione: non credo che fosse organizzata, perché quando Celentano è comparso sul palco nessuno lo ha fischiato; poi ha cantato ed è stato applaudito; poi si è messo a parlare della vita eterna e tutti ascoltavano in un (è il caso di dirlo) religioso silenzio. È stato quando ha ri-tirato in ballo Avvenire e Famiglia Cristiana che dal pubblico è partito un collettivo «baaaasta!» che non poteva certo essere preparato. Basta, non ne possiamo più di queste polemiche.

Posso fare un esempio concreto? Quando Roberto Benigni ha portato in tv – anche all’interno di spettacoli «leggeri» – la Divina Commedia, e quindi gli stessi temi del paradiso e dell’eternità, ha infiammato, emozionato, coinvolto anche persone che ostentano agnosticismo se non ateismo. La differenza è che Benigni ha portato in televisione la Bellezza, Celentano la solita logora logica della rissa e della polemica.

Celentano farebbe bene a riflettere sul risultato che ha ottenuto, e che è l’opposto di quello che si prefiggeva. Sbaglia se dà la colpa alla «corporazione dei giornalisti». Ma lui ragiona così, vede un mondo che è governato solo (sottolineiamo il «solo», altrimenti non ci capiamo) da corporazioni, poteri forti, mercanti della guerra, inquinatori, speculazioni edilizie, corruzioni e così via. Non è che tutto questo non ci sia, anzi: c’è eccome. Ma l’Italia e probabilmente il mondo intero oggi – arrivati al fondo di una crisi che non è solo economica, ma è soprattutto morale – hanno bisogno di non piangersi più addosso; hanno bisogno di girare pagina, di trovare motivi di speranza, di qualcuno che indichi non solo il lordume ma anche la pulizia.

Perché c’è anche quella, la pulizia: e non è un caso se l’Ariston e credo tutti gli spettatori in tv hanno applaudito Geppi Cucciari quando ha indicato tra le donne da seguire come esempio quella nostra connazionale che fa la volontaria fra gli ultimi del mondo. E forse non è un caso neppure se a vincere il festival sia stata una canzone che ci dice che sì, c’è la crisi, ma questo non è l’inferno e non bisogna morire ma guardare avanti.

Abbiamo passato di tutto negli ultimi vent’anni: inchieste contro la corruzione, scandali, una politica dell’odio e tante altre schifezze. Abbiamo fatto marce pro e campagne contro. Ma adesso siamo in un momento in cui dobbiamo rialzarci. E con la sola denuncia di quello che non va non ci si rialza, si resta paralizzati.

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La differenza fra un treno e un golpe

Posté par atempodiblog le 4 juillet 2011

La differenza fra un treno e un golpe dans Articoli di Giornali e News tav

Sarebbe fin troppo banale condannare la guerriglia in Val di Susa dicendo che mai e poi mai si può giustificare l’uso della violenza, che una cosa sono le proteste pacifiche e un’altra i lanci di pietre e di bombe carta, eccetera eccetera. Tutte considerazioni ovvie, anche se doverose. Ma questa volta crediamo che si possa dire qualcosa di più, oltre alla solita litania di «sdegno», «indignazione», «ferma condanna» e così via.

Il punto è la distinzione tra la manifestazione del mattino e quella del pomeriggio. La prima è stata pacifica, con famigliole in corteo. La seconda la gazzarra che sappiamo, con i famigerati black bloc in azione. Tra i manifestanti del mattino e quelli del pomeriggio, o se volete tra gli storici comitati No Tav e i professionisti della violenza, c’è dunque una differenza netta. Questa sarebbe appunto la considerazione scontata e banale.

Quella meno scontata e meno banale, invece, riguarda i toni, le dichiarazioni, i discorsi che purtroppo abbiamo sentito anche dai manifestanti non violenti. Abbiamo sentito parlare di militarizzazione della valle, di violenza di Stato, di polizia assassina. Beppe Grillo poi ci ha messo il suo carico da novanta.

Ieri è venuto in Val di Susa e dalla sua arringa abbiamo estrapolato parole come «dittatura», «guerra civile», «rivoluzione», «eroi». Mettendo in ordine queste parole pesanti come pietre, Grillo ha in sostanza detto che in Val di Susa il regime sta facendo prove di dittatura, che siamo ormai alla guerra civile e che i No Tav faranno una rivoluzione che li renderà, appunto, degli eroi.

Ma di che cosa stiamo parlando? Si può pensare ciò che si vuole dell’alta velocità. Ma occorre anche stare ancorati alla realtà, e la realtà è che in Val di Susa si stanno scavando delle gallerie per far passare un treno. Belle o brutte, ma gallerie per un treno. Punto e stop. Dove sono le prove di dittatura? Inoltre, mettendo tutto nel medesimo minestrone, i capi della protesta attribuiscono a Berlusconi il tentato golpe della Tav, che invece è stata decisa da governi precedenti e di diverso colore, che è scolpita in un accordo intergovernativo tra Italia e Francia e rientra tra le grandi reti europee che disegneranno i trasporti per almeno un secolo. Se la Torino-Lione non si farà, un pezzo consistente di Italia sarà tagliato fuori da questa rete e non per quattro o cinque anni, ma per il futuro. È una faccenda che va guardata con un’elementare prospettiva storica, specie nel centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia perché proprio allora si decise il traforo del Fréjus. Cosa sarebbero stati il Piemonte e l’Italia senza quella linea ferroviaria voluta da Cavour? È possibile che un sistema economico sia prigioniero di una minoranza localistica condannata a diventare l’alibi dei professionisti della guerriglia? Che c’entra Berlusconi?

L’altro giorno l’ex sindaco Chiamparino, che certo non è un berlusconiano, ha ricordato l’elementare principio secondo il quale la democrazia ha delle regole, per cui un’opera ormai decisa e deliberata non può essere messa in discussione all’infinito. Oltretutto, prima di dare il via all’opera, ci sono stati centinaia di incontri con i sindaci, variazioni del tracciato, e via dicendo. Insomma non si può dire che non si siano ascoltate anche le ragioni di chi era contrario.

Pure le accuse rivolte alla polizia ci paiono deliranti. Si è parlato di cariche di tipo sudamericano. A noi pare che, a differenza di quanto accadde dieci anni fa a Genova, la polizia sia stata attentissima a non compiere alcun abuso. Si è difesa, certo: non doveva? L’elenco dei feriti però parla chiaro: la stragrande maggioranza sono poliziotti, non manifestanti. E comunque anche qui c’è una sproporzione stupefacente tra la realtà e la sua raffigurazione fornita da alcuni capi della protesta: la polizia ha cercato di garantire l’apertura di un cantiere, non è venuta a reprimere un’espressione di libero pensiero.

Chi guida a viso scoperto la protesta, non mette il passamontagna dei delinquenti e vuole sinceramente mantenere il tutto nell’ambito della manifestazione pacifica, dovrebbe riflettere sull’effetto che certe iperboli hanno sulle teste calde. Si sa che ci sono, le teste calde. Se si continua a far credere che in Val di Susa invece che un treno passerà un golpe, sarà più difficile operare distinzioni nette tra le manifestazioni del mattino e quelle del pomeriggio.

di Michele Brambilla – La Stampa

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Un’indagine sulla morte, il tabù del nostro tempo

Posté par atempodiblog le 3 juillet 2011

Un’indagine sulla morte, il tabù del nostro tempo
di Michele Brambilla

Un'indagine sulla morte, il tabù del nostro tempo dans Articoli di Giornali e News vitamortemiracoli

Se vale il principio secondo il quale nessuno può fare a meno di acquistare un libro che lo riguarda, Stefano Lorenzetto venderà sei miliardi e seicento milioni di copie della sua nuova opera. Sei miliardi e seicento milioni: tante quanti sono gli abitanti della Terra. I quali, nessuno escluso, dovranno prima o poi fare i conti con quelle «cose ultime» di cui Lorenzetto si è occupato.

La morte, la «cosa ultima» per eccellenza, è davvero l’unica certezza nel nostro futuro. Nella sola giornata di oggi – ci dicono le statistiche – sessantamila nostri simili si congederanno da questo mondo. Un mondo nel quale noi vivi – voglio dire noi provvisoriamente vivi – non rappresentiamo che un’esigua minoranza. Siamo più di sei miliardi, d’accordo: ma, solo nei quattromila anni della storia che raccontiamo sui libri, sono almeno cento miliardi i «colleghi» che ci hanno preceduti.

Eppure non c’è evento più rimosso di questo. Strano: viviamo un tempo in cui imperversano i futurologi d’ogni specie, ma dell’unico appuntamento certo è proibito parlare. Superato, e da un pezzo, quello del sesso, il nuovo tabù è la morte: tra gente perbene non se ne parla. Per non pensarci ci riempiamo di cose da fare. Addirittura pianifichiamo imprese di lungo termine anche quando i nostri capelli si sono imbiancati da un pezzo. Ma l’agenda è sempre meno ricca di pagine. Perché, nonostante i progressi della scienza, poco o nulla è cambiato dai tempi in cui il salmista scriveva: «Gli anni della nostra vita sono settanta/ ottanta per i più robusti…/ passano presto e noi ci dileguiamo». Settanta anni: venticinquemila giorni o poco più. Fa specie veder definiti «giovani», sui giornali, i politici cinquantenni: non restano loro che 7.300 giorni, 10.950 se saranno tra i più robusti.

«Ci è capitata una curiosa avventura: abbiamo dimenticato che si deve morire», ha scritto anni fa uno storico francese, Pierre Chaunu. È una delle conseguenze della modernità. Abbandonata la speranza religiosa, sperimentato il fallimento dell’utopia positivista di sconfiggere quell’odiosa Signora, l’uomo non ha trovato altra soluzione al problema che far finta che il problema non esista. Discettiamo ogni giorno di politica, di economia, di ecologia, di sociologia: tutte cose importanti, ma che ci forniscono tutt’al più risposte sulle cose penultime, non sulle ultime. Le «cose ultime» che un tempo la Chiesa chiamava «i Novissimi»: morte, giudizio, inferno e paradiso. Questioni ridicolizzate dai sapienti della nostra epoca, che sostengono di parlare in nome della Ragione. Ma su simili temi l’unico prodotto di questa «ragione» è stato il riempirsi di lavoro per non ragionare: «Meglio oprando obliar senza indagarlo/ questo enorme mister dell’universo», suggeriva il Carducci.

Lorenzetto ha avuto il grande merito di «oprar indagando». Ha messo il suo talento di intervistatore al servizio di quell’unica domanda davvero decisiva: c’è qualcosa al di là di quella porta misteriosa? Il Tutto o il Nulla? Ha interrogato uomini e donne che con il mistero della morte – e della vita: è la stessa cosa – hanno scelto di mescolarsi ogni giorno, oppure hanno dovuto fare i conti prima di quanto avessero desiderato.

Tra queste persone che Lorenzetto ha intervistato ce n’è una a me cara, un’amica che ho frequentato nei miei anni comaschi. È una signora di 105 anni, dalle ancora formidabili energie fisiche e intellettuali. Si chiama Carla Porta Musa. Un pomeriggio di un paio di anni fa, a casa sua, mi disse: «Io non ho paura della morte. Come potrei? È la cosa più naturale che ci sia». Eh no cara Carla: naturale è la vita, non la morte. La morte, questa bastarda, è contro-natura, infatti noi non l’accettiamo mai. Naturale è la speranza di infinito, la ricerca di un senso, insomma il desiderio di vita. Quello che – come mi riferisce un amico di Como – ha portato Carla Porta Musa, ieri mattina alle 8, ad attendere l’apertura di una libreria per essere la prima acquirente del libro di Lorenzetto.

La vita: è la vita, e non la morte, a urlare dentro ciascuno di noi. Nel libro di Lorenzetto ci sono altri due miei amici comaschi, Erasmo e Innocente Figini: due fratelli che hanno lasciato che la loro esistenza venisse sconvolta da qualcosa di più grande. Hanno aperto la loro casa a ottanta «figli»: trenta vivono lì con loro, cinquanta sono in affido diurno. Chi glielo ha fatto fare, se non la certezza che la vita non finirà sotto un metro di terra?

I Figini hanno fede, sono cristiani, credono in quel solo Uomo che – dicono – è tornato vivo dal regno dei morti. Lorenzetto questa fede dice di non averla, ma di cercarla. Voglio sperare – per lui e per noi tutti – che siano vere le parole che Blaise Pascal dice di avere udito da Cristo stesso: «Tu non mi cercheresti se non mi avessi già trovato».

Stefano Lorenzetto, « Vita morte miracoli », Marsilio, pagg. 272, euro 16.

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Cristiani e voodoo, una sola preghiera

Posté par atempodiblog le 15 janvier 2010

Cristiani e voodoo, una sola preghiera dans Articoli di Giornali e News haitih

[...] Ha scritto Eugène Ionesco: «La donna che nessuno ama, l’uomo cui diagnosticano un cancro, il pensionato sulla panchina, l’anonimo o l’illustre che si fa la barba e, guardandosi allo specchio, si chiede che ci fa lì: tutti costoro non furono né mai saranno consolati da alcuna politica». I canti e le preghiere di cristiani e voodoo nella notte di Port-au-Prince sono l’urlo di ciascuno di noi di fronte alla morte; l’urlo di un’umanità che – per quanto si illuda – non può che prendere atto, infine, di non poter bastare a se stessa.

di Michele Brambilla

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Il valore d’una vita senza valore

Posté par atempodiblog le 3 mars 2009

Il valore d’una vita senza valore
di Michele Brambilla

È passata purtroppo inosservata la lettera che David Cameron, leader dei Conservatori inglesi, ha inviato via mail a tutti coloro che hanno espresso solidarietà a lui e a sua moglie Samantha dopo la morte del figlio Ivan, di sei anni. Ieri solo il Corriere della Sera l’ha riportata, a pagina 19. Peccato, perché quella lettera ha molte risposte da dare a quanti in queste settimane hanno avanzato dubbi sul valore della vita di persone gravemente handicappate, oppure in coma. «Ma è vita, quella?», si chiedono in molti, dando per scontata la risposta: no, non è vita. «Vivere così non ha senso», dicono.

Il piccolo Ivan era, dalla nascita, affetto da paralisi cerebrale ed epilessia. Era destinato a una morte certamente prematura, come infatti è avvenuto, e non ha potuto godere nulla delle gioie dell’infanzia: né giochi né corse, né parole né pensieri, almeno nel senso che intendiamo noi per pensieri. Ma quale «senso» abbia avuto la sua breve vita l’ha scritto suo padre, in quella mail, con parole commoventi: «Abbiamo sempre saputo – ha scritto – che Ivan non sarebbe vissuto per sempre, ma non ci aspettavamo di perderlo così giovane e così all’improvviso».

La sua morte, per i genitori, non è stata affatto quella «liberazione» invocata da altri genitori che hanno vissuto drammi simili. «Lascia un vuoto nella nostra vita – ha scritto ancora David Cameron – così grande che le parole non riescono a descriverlo. L’ora di andare a letto, l’ora di fare il bagno, l’ora di mangiare: niente sarà più uguale a prima».

Vado avanti: «Ci consoliamo sapendo che non soffrirà più, che la sua fine è stata veloce, e che è in un posto migliore. Ma, semplicemente, manca a noi tutti disperatamente. Quando ci fu detto per la prima volta quanto fosse grave la disabilità di Ivan, pensai che avremmo sofferto dovendoci prendere cura di luima almeno lui avrebbe tratto beneficio dalle nostre cure. Ora che mi guardo indietro vedo che è stato tutto il contrario. È stato sempre solo lui a soffrire davvero e siamo stati noi – Sam, io, Nancy ed Elwen(la moglie e gli altri figli,ndr) – a ricevere più di quanto io abbia mai creduto fosse possibile ricevere dall’amore per un ragazzo così meravigliosamente speciale e bellissimo».

«Ricevere»: in questo verbo semplice e straordinario c’è tutto il mistero della potenza di uno dei più grandi – forse il più grande – tabù del nostro tempo, la sofferenza. In queste settimane in cui mi sono dovuto occupare del caso di Eluana Englaro, ho ascoltato attentamente le argomentazioni di tutti, politici e filosofi e prelati, ma quella che mi ha convinto di più è contenuta nelle pochissime,scarne parole che mi ha detto, durante una chiacchierata sotto la sede del Giornale, un nostro collega, Felice Manti: «Eluana è stata eliminata perché era Cristo in croce. Era un segno visibile e tangibile dell’ineluttabilità, nella nostra vita, della sofferenza».

La sofferenza è lo scandalo supremo, e di fronte ad essa reagiamo cercando (invano) di espungerla dal nostro orizzonte. Ma David Cameron ci dice ora quello che molti altri hanno sperimentato: e cioè che la sofferenza (oserei dire: forse nulla più della sofferenza) può avere il potere di renderci migliori, più attenti al dolore degli altri; di scoprirci capaci di amare e di sentirci amati. Chi vive situazioni del genere fa spesso esperienza di una fraternità che mai, prima, avrebbe immaginato possibile. Ecco «a che cosa serve» unavita come quella di Ivan Cameron. Una vita lontana anni luce dai criteri di felicità e benessere del nostro tempo: eppure capace di produrre una catena di amore che chissà quando cesserà di dare frutti. Una vita breve.

Ma che cosa è breve e che cosa durevole? «Davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo» (Seconda lettera di Pietro, 3,8).

PS: Ne approfitto per rispondere ai molti lettori che mi hanno criticato, e spesso coperto di insulti che non fanno onore alla causa pro-life, per aver io scritto di essere contrario alla denuncia per omicidio volontario contro il papà di Eluana. Spero capiscano che è con le testimonianze alla David Cameron, e non con la richiesta di mettere in galera chi non ce la fa, che si può rendere un servizio alla vita e all’amore.

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Ma non accusate di omicidio Beppino Englaro

Posté par atempodiblog le 28 février 2009

Ma non accusate di omicidio Beppino Englaro
di Michele Brambilla

Quando Eluana Englaro è morta non abbiamo avuto esitazioni nel titolare, in prima pagina, che era stata «uccisa». Ma non abbiamo esitazioni neppure oggi nel dissentire dalla denuncia per omicidio volontario che è stata presentata contro Beppino Englaro. Il nostro può sembrare un atteggiamento contraddittorio, ma non lo è. Cerchiamo di spiegarci.
Che Eluana sia stata uccisa non è un’opinione: è un dato di fatto. Non era tenuta in vita artificialmente, era solo alimentata, così come sono alimentati i neonati, che da soli non sono in grado di nutrirsi. Eluana è morta perché qualcuno ha smesso di darle nutrimento, e anche sulle sue reali condizioni ci sarebbe molto da dire. Si è voluto credere più alla testimonianza di una giornalista amica del padre (che peraltro ha visto Eluana quando già era stata interrotta l’alimentazione) che non alle Misericordine che l’avevano in cura: mah. La stessa autopsia ha poi confermato che era molto più credibile la versione delle suore.
Tuttavia proprio i cattolici – e a denunciare Beppino Englaro è stata appunto un’associazione di cattolici, anche se non in sintonia, su questa scelta, con la Chiesa – dovrebbero avere ben presente la distinzione «fra peccato e peccatore». Non è detto che in presenza di un omicidio ci sia necessariamente un omicida. Ripeto: proprio i cattolici dovrebbero sapere che quel che conta, più che l’atto, è l’intenzione del cuore. Beppino Englaro ha «voluto» uccidere sua figlia? Non lo crediamo. Crediamo che abbia voluto porre fine a una sofferenza. Non ne condividiamo la scelta, ma non ci sentiamo di considerarlo un «omicida volontario», quale è stato indicato nella denuncia.
Cito un cattolico doc come Vittorio Messori, che parlando di divorzio, aborto e eutanasia nel suo recente libro Perché credo scrive che questi sono, per il mondo liberal, «diritti civili, traguardi di civiltà, progresso benefico», e continua: «Per il cattolico, il contrario: ma sarebbe ingiusto che non riconoscessimo la buona fede nell’abbaglio di chi è convinto di avere ragione, perché guarda da un punto di vista che ben comprendo, perché è stato anche il mio» prima dell’incontro con la fede. «Compito dei credenti nel Vangelo è farsi strumenti», continua Messori, «perché» coloro che sbagliano su questi temi «si convertano». E lo «strumento» più adatto non ci pare certo il ricorso a una Procura della Repubblica: non solo la fede, ma neppure un retto convincimento può essere imposto con le manette. La testimonianza, diceva San Paolo, sia fatta «con dolcezza e rispetto».
Siamo contrari a questa denuncia anche perché darà fiato agli estremisti alla MicroMega. E perché pensiamo che Beppino Englaro ha fatto e detto tante cose sbagliate, ma prima di giudicarlo dovremmo avere anche noi guardato nostra figlia, per diciassette anni, attraverso una vetrata.

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Aiuto, hanno ucciso la maestra (e il papà)

Posté par atempodiblog le 20 février 2009

Aiuto, hanno ucciso la maestra (e il papà)
di Michele Brambilla

Mi fa un certo effetto sentire come i bambini di oggi parlano della loro maestra, anzi delle loro maestre: «La Monica mi insegna questo, la Claudia quest’altro, poi c’è Giovanni che viene in classe il mercoledì». Quando li incontrano li salutano così: «Ciao Monica, ciao Claudia, ciao Giovanni».
Ai nostri tempi c’era una sola maestra, anzi una sola «signora maestra», e ricordo il sacro terrore con cui ci rivolgevamo a lei. Il primo giorno di scuola fui buttato fuori dall’aula. Avevo fatto cadere per terra il calamaio pieno di inchiostro, che allora era fissato a ogni banco. La maestra mi disse che ero brutto e cattivo, all’uscita assicurai a mia mamma che a scuola non ci sarei andato mai e arcimai più. Oggi partirebbe una denuncia alla procura e in sostegno del bambino si attiverebbe un pool di psicologi; ma quel giorno mi sentii rispondere dai miei genitori che avevo sbagliato io a smanettare con il calamaio avvitato sul banco, e che la maestra aveva fatto benissimo a sbattermi fuori.
Quando la signora maestra entrava in classe, noi bambini tutti in grembiule ci alzavamo in piedi, poi c’era la preghiera, ogni tanto dovevamo cantare la bandiera del tricolore, è sempre stata la più bella, noi vogliamo sempre quella, noi vogliam la libertà.
La nostra libertà era stare cinque ore con le braccia incrociate dietro la sedia, in religioso silenzio, ad ascoltare la lezione. Invidiavo mio fratello perché la sua maestra, una sessantottina ante litteram, in una botta di anarchismo aveva lasciato ai bambini un’alternativa: le braccia conserte sul banco invece che dietro la schiena. Per la mia maestra quella era invece una posa da scansafatiche.
E però mai, dico mai, l’ho percepita come un’aguzzina, anzi. Non di rado mi capitava, quando mi rivolgevo a lei precipitosamente, di chiamarla «mamma». Cercavo di recuperare immediatamente: «Mi scusi signora maestra»; lei fingeva di essere scocciata ma si capiva che era contenta del lapsus.
La signora maestra era una presenza fissa, un totem sacro, un perno attorno al quale girava la nostra infanzia, la guida che ci introduceva alla scoperta del mondo: le divisioni a tre cifre e l’eccezione di scienza e coscienza, le guerre puniche e gli Orazi e i Curiazi, gli affluenti del Po e le Cozie e le Graie, che cosa succede in un alveare e la fotosintesi clorofilliana.
L’infanzia ha bisogno di certezze, e la maestra – con le sue regole e la sua separazione chiara tra dovere e piacere – ci ha dato sicurezza, chiarezza, serenità. È stata una bussola, un paracadute, una luce. Ho sempre ritenuto che sia stato un grande errore sostituire la maestra unica con un pool di maestri. Per giustificare la sovrabbondanza di personale, si è inventata la balla della multidisciplinarietà. Ora vedo che ci hanno ripensato: la maestra unica era un punto fermo, un volto destinato a restare impresso per sempre nella nostra memoria e nel nostro cuore.
Io non ho certo dimenticato la mia. È un po’ che non la incontro per strada, non so neanche se sia ancora viva. Ma mi piacerebbe ritrovarla, ricordare con lei di quando mi mandò fuori dalla porta il primo giorno o di quando, sempre per punizione, mi metteva nei banchi tra la femmine (provvedimento anche questo oggi improponibile). Mi piacerebbe ricordare tutto questo con lei, riderci su, e poi abbracciarla e dirle grazie per essere stata la mia «signora maestra» e non aver fatto finta di essere una mia amica.

TU, PRESIDENTE
A proposito del «tu» alla maestra, credo che i bambini siano del tutto incolpevoli: il «lei», in Italia, per una ventina d’anni abbondante è stato bandito come residuo degli ipocriti formalismi d’antan. Non che il darsi del «tu» sia un fatto negativo, però a volte il «lei» serve per riconoscere, se non una distanza, un rispetto per l’autorità.
Una volta era d’obbligo anche tra i rivoluzionari. Un giorno dell’immediato dopoguerra, quando i comunisti aspettavano la «seconda ondata», l’allora segretario del Pci Palmiro Togliatti fu interrotto durante una riunione di una cellula di periferia da un giovane militante che gli eccepì: «Il tuo discorso contiene un errore». Togliatti replicò: «Mi aiuti a ricordare, compagno, quando io e lei ci siamo conosciuti».
Negli anni successivi alla mitica contestazione del Sessantotto si cominciò a dare del tu a tutti: al segretario di partito, al prete dell’oratorio, al capoufficio, al preside. Una storica svolta è dell’inizio degli anni Ottanta e porta la firma di Emilio Fede che, all’epoca telegiornalista Rai, intervistò in diretta il presidente del Consiglio Giovanni Spadolini incalzandolo con un «tu, presidente». Avesse avuto davanti il Papa, ci sarebbe toccato sentire «tu, Santità».
Spadolini dovette abbozzare, subendo lo spirito dei tempi. Eppure, mi raccontavano i vecchi colleghi, quando lo stesso Spadolini si presentò ai giornalisti del Corriere come nuovo direttore (fine anni Sessanta), un cronista rischiò il licenziamento per avergli chiesto: «Direttore, possiamo darci del tu?». «Faccia lei» rispose gelido Spadolini, in stile Togliatti (…).

IL PANDA-PAPÀ
Sarebbe il caso di abolire ufficialmente la festa del papà. Non se la fila più nessuno, ormai nemmeno quelli della pubblicità. Che differenza con la festa della mamma, e ancora di più con quella della donna. L’8 marzo è un’alluvione di mimose e di inchieste giornalistiche; si fa la conta di quante donne ci sono in Parlamento e alla guida di grandi aziende e poi con una certa indignazione ci si chiede: ma non dovrebbero essere di più?
Guai al marito o fidanzato che si dimentichi auguri e regalo, l’8 marzo. A noi papà, invece, di regali non si parla neppure, meno male che qualche suora o qualche maestra si ricorda ancora di suggerire ai bambini delle materne e delle elementari di preparare un lavoretto. Tanto i bambini sono piccoli, non sanno ancora che noi poveri papà siamo gente che non conta più un fico secco, una categoria in via di estinzione come gli stenografi o gli spazzacamini: se ci riunissimo in un partito politico conteremmo più o meno come il Psdi (non ci crederete ma esiste ancora, il Psdi).
Sono d’accordo sulla maggiore attenzione prestata alle mamme: il fardello più pesante lo portano loro, non c’è dubbio. Ma noi papà non solo non contiamo niente, subiamo anche la beffa di essere considerati dei privilegiati. Beati voi che lavorate, beati voi che vi gratificate, beati voi che c’è il calcio.
Oltre alle mogli anche i figli ci mandano a stendere. La Eta Meta Research ha pubblicato uno studio eseguito con un pool di trenta psicologi: sette figli su dieci si dicono insoddisfatti dei propri padri. Forse perché siamo troppo assenti come dice il sociologo di turno? Forse perché passiamo troppo tempo sul lavoro? Neanche per sogno: i pargoli sono insoddisfatti, dice la ricerca, perché caro papà «non sei diventato abbastanza ricco e potente». Il 63 per cento accusa il genitore di «non aver fatto abbastanza carriera», il 58 di «non aver raggiunto una posizione tale da garantire loro un futuro privo di preoccupazioni». Dei bancomat, ecco che cosa siamo diventati. Beffa nella beffa, più della metà (54 per cento) salva la mamma, mentre solo il 9 per cento si dice pienamente soddisfatto del proprio padre.
Invoco un Telefono Grigio che faccia da contrappunto al Telefono Azzurro. Anche perché, diciamo la verità: i papà della mia età sono i migliori mai apparsi sulla Terra.
Fateci caso: fino a questa nostra sciaguratissima generazione, quanti padri hanno lavato un piatto? Sparecchiato un bicchiere? Cambiato un pannolino? Infilato una suppostina? Azionato quel diabolico marchingegno che è un aerosol? Spinto una carrozzina? Cucinato la pappetta, che guai se scotta, e imboccato la creatura? I nostri padri entravano in casa, si mettevano le pantofole e infilavano le gambe sotto il tavolo. Serviti e riveriti. Si diceva: ha già fatto la sua parte portando a casa lo stipendio. Adesso le nostre mogli quando siamo a casa ci riempiono di commissioni e incombenze: ti sei divertito tutto il giorno in ufficio, ora sotto a lavorare.
Il papà una volta era la prima autorità: oggi si cerca di farlo sparire degradandolo al ruolo di vicecolf.
Ho il sospetto che la rimozione sia stata preparata con cura da tempo. La mia generazione è cresciuta con la compagnia di un mondo fantastico popolato di zii, nonni, nipoti, fidanzati e amici: Paperino e Paperone, Topolino e Pippo, Minnie e Paperina, Qui Quo Qua e Tip e Tap, Paperoga, Orazio e Clarabella, Gastone, Nonna Papera. Nessuno si sposava mai, nessuno aveva né figli né (misteriosamente) genitori. Come se avessero voluto prepararci a un futuro senza famiglia.
Dietrologie malate? Può darsi. Sta di fatto che la figura del padre sta per essere eliminata perfino dall’anagrafe. Si potrà scegliere, infatti, tra il cognome del padre e quello della madre. Quando la legge è stata approvata al Senato, sui giornali sono partiti i divertissement: come si chiamerebbero i politici se scegliessero il cognome della mamma? Berlusconi sarebbe Silvio Bossi; Bossi: Umberto Mauri; Fini: Gianfranco Marani; D’Alema: Massimo Modesti; Rutelli: Francesco Gentili; Casini: Pier Ferdinando Vai; Napolitano: Giorgio Bobbio.
Come al solito si parla di progresso, di pari opportunità. Ma credo che le prime a capire la fregatura saranno proprio le donne. Fare un figlio è talmente una faccenda femminile che, se leviamo al nascituro il nome del padre, tutto si riduce a una storia tra lui e sua madre. Così i padri perderanno definitivamente ogni autorità, ma anche ogni responsabilità. E potranno riprendere tranquillamente a far carriera, divertirsi con gli amici e magari anche sparire, lasciando sole le donne con le loro mirabili conquiste civili.

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Il miracolo in cui speriamo

Posté par atempodiblog le 6 février 2009

Il miracolo in cui speriamo
di Michele Brambilla 

Scusate ma c’è una cosa che non capiamo. Se Eluana Englaro «non soffrirà perché è già morta 17 anni fa», come ha detto ieri il primario di anestesia di Udine Amato De Monte, se insomma non avverte nulla perché ormai è «un vegetale», come ha detto sempre lo stesso prof, qual è il beneficio che avrà nel passare dalla clinica di Lecco dov’era curata dalle suore alla tomba? Se davvero non sente né dolori né piaceri, se insomma non soffre perché non ha più alcuna coscienza, dov’è l’atto di pietà nel farla morire? Dov’è l’atto d’amore?
Perché questo dicono coloro che vogliono staccarle il sondino che la alimenta: dicono che è un atto di amore per lei. Ci viene il sospetto che, come in tanti casi di eutanasia, sia chi resta – e non chi se ne va – a cercare nella fine un conforto.
Ma anche qui. Siamo sicuri che Beppino Englaro troverà pace quando finalmente avrà vinto la sua battaglia? Quando sua figlia sarà morta davvero?
Siamo sicuri che non proverà rimorso? Che non sentirà ancor più vuote le sue giornate, finora occupate dalle carte bollate, dai ricorsi, dalle interviste, dall’affannosa ricerca di una clinica che accogliesse la sua richiesta?
Siamo sicuri che non avvertirà un drammatico scarto tra la speranza a lungo coltivata e la realtà che si troverà ad affrontare ogni mattina? Ha detto, Beppino Englaro: «Mia figlia è stata ridotta così dalla medicina e la medicina dovrà porre fine a questo incubo». Siamo sicuri che non si troverà a vivere un incubo ancora peggiore? Che non si sentirà vittima di un grande inganno?
Tra pochi giorni Eluana comincerà la sua terribile agonia. Perché non c’è nessuna spina da staccare, non ci sono cure farmacologiche da sospendere: c’è solo un’alimentazione da interrompere, un’acqua e un cibo da non dare più. L’anestesista dice appunto che «non soffrirà»: a noi vengono in mente le terribili immagini di Terry Schiavo. Perché è così che Eluana morirà.
Inconsapevole strumento di una battaglia che ha ben altri fini rispetto a quelli di «non farla soffrire più», Eluana Englaro resterà nella memoria non come una persona ma come un precedente, un simbolo, una bandiera da sventolare per chi avrà introdotto un principio: quello che permetterà a qualcuno di stabilire che un altro è un «vegetale» e non ha più diritto – naturalmente per il suo bene – di mangiare e di bere.
Morta Eluana, chi potrà decidere quando è lecito staccare il sondino che alimenta e quando no? Quanti pazienti in coma saranno considerati casi del tutto assimilabili a quello di Eluana? E un anziano malato di Alzheimer, non è anch’egli incosciente? Anch’egli incapace di alimentarsi da solo? Anch’egli nutrito da qualche suora? La morte per fame e per sete di Eluana Englaro sarà la prima di tante altre, e ogni volta, caso per caso, gli scrupoli saranno sempre meno rigorosi, le resistenze sempre più fragili.
Noi non abbiamo certezze sul labile confine tra il dovere delle cure e l’accanimento terapeutico. Però avvertiamo – chissà, forse più con il cuore che con la ragione – un brivido sinistro nel seguire questo viaggio da Lecco a Udine, un viaggio che ci appare così lugubre e macabro da non farci capire come possano, in tanti, salutarlo come una «conquista di civiltà»; come possano, in tanti, dire e scrivere che è «un viaggio verso la libertà».
Ecco perché speriamo in un miracolo. Che non è la guarigione di Eluana (magari, accadesse) ma una specie di ripensamento, di un flash che faccia perlomeno sospettare a Beppino Englaro che c’è un qualcosa di invisibile, ma di reale, che fa della stanza delle Misericordine di Lecco un luogo ben più luminoso rispetto alla stanza della «Quiete» di Udine. Un qualcosa che assomiglia molto alla differenza tra l’amore e il nulla.

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Spot involontario

Posté par atempodiblog le 14 janvier 2009

La pubblicità atea sui bus spot involontario per la fede
di Michele Brambilla – Il Giornale

Al giornalista de La Stampa che le ha chiesto se non pensa che qualche genovese potrebbe sentirsi offeso dalla pubblicità atea sugli autobus della città, il sindaco Marta Vincenzi ha risposto «Si può sempre salire sul bus successivo», e in questa battuta c’è tutta la sciatteria e l’incoscienza con la quale il nostro mondo «illuminato» sta affrontando la questione religiosa, e più in generale la questione delle nostre radici, della nostra tradizione, della nostra cultura. Si ritiene del tutto ininfluente che di fronte alle nostre cattedrali si preghi come alla Mecca; che la festa del Natale venga cancellata nelle scuole e negli asili; che nei presepi compaiano moschee o le natiche di una pornostar. Tanto, «di Dio non hai bisogno», come recita la pubblicità che comparirà sui bus genovesi.

La storia si è già incaricata di smentire. E non solo perché – come qualsiasi antropologo può confermare – ogni civiltà di ogni tempo e di ogni luogo ha sempre sentito il bisogno di interrogarsi su Qualcosa che la trascende; ma anche perché c’è stato, e non tanto tempo fa, un sistema politico che ha cercato di estirpare il senso religioso e di creare un «uomo nuovo» finalmente liberato dalle «vecchie superstizioni», e le macerie lasciate dall’impero sovietico sono lì a dimostrare com’è finita.

Non credo che alla campagna scattata con singolare sincronia in diverse città del mondo (Washington, Londra, Barcellona, Genova e presto, forse, anche Roma) la Chiesa debba reagire con toni da crociata. Anzi, penso che faccia bene a reagire con un sorriso di compatimento. In fondo, pagliacciate di questo tipo sono destinate a confortare il credente nella sua fede. Aveva ragione Pascal quando diceva che le ragioni degli atei lo convincono dell’esistenza di Dio più che le ragioni dei credenti. Quale «ragionevolezza» c’è, infatti, nel proselitismo ateista? Se uno è convinto che Dio non c’è, perché dovrebbe affannarsi tanto nel cercare di convincere gli altri della sua stessa idea? Si goda la vita senza perdere troppo tempo, vistoche la vitaè breve, anzi è un soffio come dice la Bibbia, e come l’esperienza conferma.

E proprio questo è scritto sui bus di Barcellona: «Dio non esiste, quindi non preoccuparti e goditi la vita». Paradossalmente, questa esortazione fa cadere la maggiore obiezione che viene posta ai credenti, e cioè che ci si aggrappa all’idea di un Dio per cercare una consolazione. Si crederebbe, insomma, perché fa comodo credere. La pubblicità dei militanti ateisti di mezzo mondo ci fa invece capire, al contrario, che credere è scomodo perché pone Qualcuno e una Legge Morale sopra di noi, e quindi non ci fa sentire totalmente liberi di fare ciò che vogliamo, non ci permette appunto di «goderci la vita». La campagna sui bus ci dimostra insomma che, se è vero che molti vorrebbero credere ma non ci riescono, e per questa assenza provano angoscia, molti altri preferirebbero, e di gran lunga, un cielo vuoto per farsi una morale a proprio uso e consumo. «Se Dio non esiste, tutto è permesso», dice Ivan Karamazov. In un periodo in cui anche tanti preti sono spesso tentati di parlare solo di questioni terrene (la pace,la solidarietà, la crisi economica, l’inquinamento) la campagna ateistica dei pullman arriva quasi provvidenziale, riporta la discussione al nocciolo: Dio esiste oppure no? Ed è provvidenziale pure che, come ai tempi di Pascal, le ragioni di chi nega siano affidate a protagonisti tanto fragili, come a quella Uaar (Unione atei agnostici e razionalisti) di cui è presidente onorario Odifreddi, il matematico di Cuneo che i genitori chiamarono Piergiorgio in onore del beato Frassati, che studiò in seminario per diventare prete, ma che poi cambiò progetto di vita e ora dice (testualmente) che solo un cretino può essere cristiano.

Quante prese di posizione si spiegano più con la psicologia che con la teologia. La Chiesa lo sa, e fa bene a non prendere troppo sul serio l’apostolato al contrario dei mezzi pubblici. Resta la sciatteria di cui dicevamo, quella di un mondo occidentale che sembra aver deciso di chiudere i conti con il cristianesimo, e che crede che a tale scopo tutto faccia brodo,dallepubblicità degliatei all’avanzata dell’islam, considerato alleato strategico contro ilnemicostorico, la Chiesa. Si accorgeranno presto di quanto un musulmano possa apprezzare un autobus che nega quel Dio che, secondo l’islam, solo un pazzo non riconosce nel sole che sorge a mezzogiorno. A differenza dei cristiani, per i quali la fede è una grazia, e che anche per questo sono molto più «laici» nei confronti di chi non crede.

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Storia di una bufala a mezzo stampa

Posté par atempodiblog le 19 décembre 2008

Storia di una bufala a mezzo stampa
di Michele Brambilla – Il Giornale

[...] andrà ad aggiungersi alle tante leggende nere contro la Chiesa cattolica: diranno che il Vaticano vuole che l’omosessualità sia considerata un reato, che i gay finiscano in galera o meglio ancora sul patibolo come succede in certi Paesi islamici di cui Ratzinger (l’immancabile «papa nazista») vuole ora diventare alleato. Già vediamo gli irresistibili sketch di Sabina Guzzanti, la satira di Dario Fo, le poesie incivili di Andrea Camilleri, gli indignati commenti di Augias e di MicroMega. Il voltairiano «calunniate calunniate qualcosa resterà» sarà così, ancora una volta, messo in pratica.

La realtà è ben diversa e la spiega benissimo Andrea Tornielli, alla cui cronaca non c’è nulla da aggiungere. Se non, appunto, la scommessa sul fatto che cronache serie e documentate come la sua verranno cestinate – anzi neppure lette, scartate a priori – da chi ha già deciso che la realtà deve essere un’altra, e cioè che la Chiesa vuole mettere in galera i gay. Noi scommettiamo che sarà così, che passerà questa versione dei fatti: e siamo sicuri di vincere la scommessa non perché siamo prevenuti, ma perché della campagna di disinformazione abbiamo già avuto un assaggio guardando i titoli dei siti web di molti grandi giornali. «Depenalizzazione dell’omosessualità. No del Vaticano alla proposta Onu», era ad esempio quello di Repubblica. Non è che vogliamo dire che c’è malafede: è che è scattato un ritornello, un luogo comune, e noi giornalisti purtroppo andiamo spesso a rimorchio di frasi fatte, di stereotipi, di slogan. D’altra parte anche l’autorevole Ansa, che esiste per dare il più possibile i «fatti separati dalle opinioni», così titolava [...] suo lancio di agenzia: «Vaticano: no a proposta Ue per depenalizzare omosessualità».

Voi che cosa pensereste nel leggere titoli del genere? Che il Vaticano è contrario a che l’omosessualità venga depenalizzata. E quindi vuole che sia considerata reato. Già nel primo pomeriggio di ieri si sono riversate sui computer dei giornali di tutta Italia le vibranti reazioni di Arcigay, parlamentari Pd, radicali e compagnia cantante che parlano di «una Chiesa che vuole la forca», di un Papa boia al pari di Ahmadinejad. Fa niente se lo stesso monsignor Migliore – il prelato cui viene attribuita la volontà di repressione – ha spiegato con chiarezza che la Chiesa è invece fermamente contraria a «ogni marchio di ingiusta discriminazione nei confronti delle persone omosessuali»: quel virgolettato sarà ignorato, resteranno i titoli-killer.

Eppure basterebbe conoscere almeno un poco la storia – non dico la storia del cattolicesimo: la storia – per sapere che chi ha voluto trasformare in reati certi «peccati» si è sempre scontrato con la Chiesa, fino ad uscirne, e ad andare a ingrossare le file degli eretici. Savonarola, ad esempio, che impose alla Firenze di cui era divenuto padrone una dura teocrazia dove la polizia vigilava sui costumi privati a suon di multe, carcere e perfino pena di morte. Calvino, altro esempio, nella cui Ginevra i «concubini» venivano decapitati.

È curioso: sono personaggi, costoro, che vengono sempre citati a modello da chi accusa la Chiesa di ogni nefandezza e oscurantismo. Quanto alle legislazioni degli Stati laici, forse può essere interessante dare un’occhiata all’anno in cui l’attività omosessuale tra adulti consenzienti ha cessato di essere considerata un reato penale. La prima fu la Francia, nel 1810. La seconda l’Italia, nel 1886. La terza la Polonia, nel 1932. Curioso anche questo: sono tre Paesi di lunga tradizione cattolica. Ma andiamo avanti. L’anglicana Gran Bretagna si decise solo nel 1967. La Germania comunista nel 1968. Un altro Paese «socialista», la Jugoslavia, abolì il reato di omosessualità solo nel 1977. La luterana Norvegia nel 1972. Israele nel 1988. Il «no» vaticano di ieri è dovuto ad altri passaggi contenuti nella proposta della Ue all’Onu.

La Chiesa teme che l’annullamento di ogni distinzione per sesso porti ai matrimoni tra gay, e a un’equiparazione di questi con la famiglia tradizionale. Teme anche che con le nuove norme le possa venir contestata una decisione che, paradossalmente, sta per prendere proprio per far fronte a uno scandalo che le viene rimproverato quando si parla di omosessualità; e cioè la decisione di vietare il sacerdozio ai gay perché – anche se la political correctness vieta di dirlo – il 90 per cento dei casi di preti-pedofili riguarda casi di omosessualità.

Si può non essere d’accordo con l’una e con l’altra preoccupazione della Chiesa. Si può anche dissentire su tutta la dottrina cattolica in materia. Ma dire che «il Vaticano si oppone alla depenalizzazione dell’omosessualità» è, molto semplicemente, un falso.

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