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Il santo curato d’Ars

Posté par atempodiblog le 4 août 2019

Il santo curato d’Ars
Tratto da: Pellegrino a quattro ruote — Padre Livio Fanzaga
Fonte: Rivista In Camper, n.154 del 2013

Il santo curato d’Ars dans Fede, morale e teologia Santo-Curato-d-Ars

“IO TI INSEGNERÒ LA STRADA DEL CIELO”
[…] Il Santo Curato è stato proclamato “celeste patrono di tutti i parroci dell’universo” (1929) e un’immersione in quel frammento di cielo che, grazie a lui, è divenuto un anonimo villaggio di campagna, è una medicina corroborante di straordinaria efficacia. In un tempo in cui si discute sull’identità del sacerdote e sul significato della sua missione, che cosa di meglio che vedere questo sublime ideale incarnato nella vita di un parroco il quale, senza inventare nulla di straordinario, ha fatto quello che ogni sacerdote è chiamato a fare (S. Messa, Catechismo, Confessioni) con una tale forza di fede e di convinzione da attirare pellegrini anche dai paesi più lontani; mentre, dispiace dirlo, montava l’insofferenza e l’ostilità nei suoi confronti dei sacerdoti della regione. […]

“SEMBRAVA AVESSE SCELTO LA CHIESA COME DOMICILIO”
[…] Il Santo Curato ha compreso come pochi l’importanza della chiesa parrocchiale come centro propulsore della vita cristiana. Essa è il cuore che batte incessantemente e che tiene viva la fede a coloro che la frequentano, mentre richiama con la sua sola presenza quelli che la disertano. È strano, ma entrando in Ars ho avuto questa grazia di cogliere improvvisamente l’importanza della chiesa come dimora di Dio in mezzo a noi. Questo pensiero non mi era venuto neppure a Medjugorje, dove, per altro, la Madonna al riguardo aveva dato un messaggio particolare, nel quale diceva che “la Chiesa è la casa di Dio… dove Dio, che si è fatto uomo, sta dentro di essa giorno e notte”. S. Giovanni Maria Vianney attribuiva una grande importanza a tutto quello che si riferiva al culto divino e ben presto la piccola chiesa malandata della sua nuova parrocchia diviene l’oggetto di una ricostruzione energica.

[…] Qui si trova il campo di battaglia dove l’uomo di Dio, con una sapiente strategia, ha disposto le postazioni dalle quali lanciare i suoi strali micidiali contro la serpe infernale. Infatti, le cappelle laterali sono per lo più concepite in funzione del sacramento della penitenza che, per lo zelante sacerdote, era il momento della liberazione e della rinascita delle anime. I fedeli si preparavano alla confessione nella cappella dell’”Ecce Homo”, che il Curato aveva fatto ristrutturare nel 1834 per questo scopo, abbellendola con decorazioni che ricordano la passione di Gesù.

[…] Guardo con emozione quelle assi di legno sgualcito, dove un’antica stola color viola è lì ancora a testimoniare la presenza viva di quel guerriero di Dio. Il Cielo solo conosce le grandi battaglie dello spirito che lì sono state combattute e il numero delle anime strappate dalle fauci fameliche del dragone infernale.

Quasi a sostenerlo in questo epico duello ecco la cappella di S. Filomena, la santa che egli prediligeva e che era solito chiamare “la sua incaricata d’affari presso Dio”, e quella dedicata ai Santi Angeli, con le statue degli Arcangeli Michele e Gabriele e dell’Angelo custode che accompagna un’anima rappresentata da un bambino. L’aiuto più efficace egli lo aspetta però dalla Santa Vergine, nella cui cappella si trova il quadro che fece dipingere in occasione della consacrazione della parrocchia alla sua Immacolata Concezione. Successivamente, dopo l’apparizione della Medaglia Miracolosa nel 1830, compera una statua della Vergine di legno dorato e fa cesellare un cuore in argento dorato sul quale sono incisi tutti i nomi dei suoi parrocchiani. La Madonna, afferma il Santo Curato “è la mia più vecchia passione” e “l’ho amata prima ancora di conoscerla”.

Mi rendo conto, mentre mi muovo in quegli spazi ristretti, di leggere un trattato scritto dallo stesso dito di Dio sulla dignità e la missione del sacerdote. In particolare mi colpisce il rilievo dato alla confessione, dove S. Giovanni Maria Vianney vedeva la manifestazione della divina misericordia, che guarisce l’uomo da quel male assoluto che è il peccato.

“Se non fossi stato prete, non avrei mai saputo che cos’è il peccato… Non c’è che Dio che sappia cos’è il peccato”, affermava; poi precisava: “Non è il peccatore che ritorna a Dio per chiedergli perdono, ma è Dio che corre dietro al peccatore e lo fa ritornare a lui”. “Il Buon Dio – soleva ripetere – vuol farci felici e noi non lo vogliamo… Una persona che è nel peccato è sempre triste. Ha un bel darsi da fare, è disgustata, annoiata da tutto. Questi poveri peccatori saranno dunque sempre infelici, in questo mondo e nell’altro”. E tuttavia è l’infinito amore di Dio per le anime che non si stanca di sottolineare: “Quando il prete dà l’assoluzione – spiega – non bisogna pensare che a una sola cosa: che il sangue del Buon Dio scorre sulla nostra anima per lavarla e renderla bella com’era dopo il battesimo… Non si parlerà più di peccati perdonati. Sono cancellati, non esistono più… Non c’è niente che offenda tanto il Buon Dio come la mancanza di speranza nella sua misericordia”.

Mi chiedo se l’uomo d’oggi, apparentemente così evoluto rispetto a quei semplici contadini dell’Ottocento, voglia sentire parole diverse da queste. Il vangelo, quando è autentico, è eterno, dico a me stesso mentre guardo i due modesti ma efficacissimi pulpiti dai quali il Santo Curato si rivolgeva alla gente. Da quello più alto ogni domenica rivolgeva la parola ai fedeli, prendendo lo spunto per l’omelia dal vangelo del giorno. A quella gente che lavorava la campagna, amava parlare della bellezza della natura, invitandola a benedire e ad amare Dio creatore. Usava per i suoi uditori un linguaggio comprensibile, semplice e concreto, con immagini tratte dalla vita quotidiana, come quello delle parabole evangeliche. “Colui che non prega – disse una volta – è come una gallina o un tacchino che non può innalzarsi nell’aria. Se volano un po’, ricadono subito e, razzolando nella terra, vi affondano, vi si coprono e sembrano trarre piacere solo da questo”. Dall’altra parte del pulpito, sotto la nicchia della Vergine col Bambino, vi è la “cattedra del catechismo delle ore 11”, attorno alla quale ogni giorno facevano ressa i bambini della “Provvidenza” e i pellegrini.

Il confessionale e il pulpito dunque, ma soprattutto l’altare e il tabernacolo. È questa la triade entro la quale S. Giovanni Maria spendeva gran parte della sua giornata. Non si stancava di parlare della Santa Eucaristia e ne faceva accenno in tutte le lezioni dicatechismo. “Egli è là e vi ascolta”, diceva mentre si voltava verso il tabernacolo, con un’espressione che era ancora più eloquente delle sue parole. Quando recitava il breviario, di tanto in tanto lo vedevano guardare il tabernacolo col volto inondato di una gioia misteriosa.

“Invece di fare chiasso sui giornali, fatene alla porta del tabernacolo” affermò in un’occasione, e mi chiedo se questa raccomandazione non sia sufficiente a guarire la Chiesa da tutti i mali che la affliggono in questi tempi travagliati. Uno potrebbe sostare anche un giorno intero nello spazio angusto della vecchia chiesa di Ars senza affatto stancarsi e lì apprenderebbe assai più che durante un anno presso una facoltà di teologia. Così, infatti, avviene quando è lo Spirito che istruisce le anime.

LA CANONICA MUSEO
[…] “Oh, figli miei, – diceva ai suoi parrocchiani – com’è triste! Tre quarti dei cristiani lavorano solo per soddisfare questo cadavere che presto marcirà sotto terra. Mancano di spirito e di buon senso!” Filosofia estremamente realistica, che persino un ateo potrebbe sottoscrivere.

È interessante sottolineare al riguardo che il Santo Curato non era affatto un prete ignorante, come a volte si pensa, a causa delle difficoltà incontrate in seminario, soprattutto a causa del latino. Lo dimostra la sua notevole biblioteca ricca di 246 monumentali volumi, per metà ereditati da Don Balley, suo maestro. Egli aveva un grande interesse per la lettura e lo studio, vi dedicava tutto il tempo necessario per la preparazione delle sue omelie e per meditare sugli esempi dei santi.

Dalla camera alla chiesa e viceversa la sua giornata era tutta protesa alla ricerca della comunione con Dio e al suo servizio. In evidenza su un tavolo il breviario e il rosario con i quali alimentava la sua vita spirituale. Oggi le esigenze della vita moderna e la molteplicità degli impegni sembrano dettare ai sacerdoti altri ritmi e una diversa distribuzione del tempo.

In realtà S. Giovanni Maria Vianney ricorda a tutti i sacerdoti del mondo che senza preghiera rischiano di essere dei cembali squillanti. Essa è l’anima di ogni apostolato. “L’anima che smette di pregare muore di fame”, ammoniva. “Se all’inferno si potesse pregare – affermava – l’inferno non esisterebbe più”. Ma questo uomo di preghiera era anche santo dalle iniziative sociali. Lo dimostra, accanto alla canonica, un edificio sulla facciata del quale ancora oggi si legge l’iscrizione “La Providence”.

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Il Preziosissimo Sangue, sovrabbondanza dell’Amore

Posté par atempodiblog le 2 juillet 2019

Il Preziosissimo Sangue, sovrabbondanza dell’Amore
Fin dall’antichità, Dio ha istruito gli uomini circa il valore del sangue. Il sangue degli animali nell’Antica Alleanza non poteva aprire le porte del Paradiso. A liberarci dalla schiavitù del peccato è stato invece il Sangue di Gesù, prezzo della nostra Redenzione. Dio ha voluto che il Figlio versasse il suo Sangue fino all’ultima goccia, per dimostrarci quanto abbia a cuore la nostra salvezza e suscitare anche in noi l’amore verso di Lui.
di Giorgio Maria Faré – La nuova Bussola Quotidiana

Il Preziosissimo Sangue, sovrabbondanza dell’Amore dans Fede, morale e teologia Corpo-e-Sangue-di-Ges
“Il sangue di Cristo è un formidabile scudo che ci libera dagli assalti del nemico, dalle tentazioni, dai rimorsi, dalle colpe, dal peccato, dal mondo, dalla morte, dall’Inferno” (San Gaspare del Bufalo).

Origine della festa
Le prime celebrazioni della festa del Preziosissimo Sangue si tennero a partire dal XVIII secolo nella chiesa di San Nicola in Carcere a Roma per onorare una reliquia lì custodita. Secondo la tradizione, quando il centurione colpì con la lancia il costato di Cristo, il Sangue e Acqua da esso scaturiti bagnarono un lembo del suo mantello. Il centurione, convertito, tagliò dal mantello il prezioso lembo e lo custodì. Esso fu tramandato di generazione in generazione fino a quando una famiglia nobile di Roma, nel 1708, ne fece dono alla chiesa di San Nicola.

Iniziò così la celebrazione annuale della festa del Preziosissimo Sangue nella prima domenica di giugno, limitatamente alla chiesa di San Nicola in Carcere. Nel 1808, centenario della donazione, il canonico Francesco Albertini fondò una pia associazione in onore del Preziosissimo Sangue. San Gaspare del Bufalo, uno dei suoi più stretti collaboratori, fondò nel 1815 la Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue.

L’istituzione della festa liturgica del Preziosissimo Sangue si deve all’ardore apostolico del Venerabile don Giovanni Merlini, Missionario del Preziosissimo Sangue e discepolo di San Gaspare. La sua saggezza e prudenza erano tanto note che perfino Papa Pio IX lo interpellava per avere consigli. Durante l’esilio di Pio IX a Gaeta fu proprio Merlini a predirgli la fine dell’esilio qualora avesse esteso la festa a tutta la Chiesa. Il Papa ottemperò e, con il decreto Redempti sumus del 10 agosto 1849, estese alla Chiesa universale la festa del Preziosissimo Sangue.

Pio X, successivamente, la fissò al 1° luglio e Pio XI la innalzò al grado di Solennità nel 1939. Paolo VI, con la riforma del Calendario entrata in vigore nel 1969, la unì alla festa del Corpus Domini, che da allora si celebra in tutta la Chiesa come “Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo”. Le congregazioni legate alla spiritualità del Sangue di Cristo celebrano ancora la solennità del Preziosissimo Sangue il 1° luglio e così pure il calendario liturgico della Forma straordinaria del Rito Romano.

Significato
Sebbene la festa liturgica sia relativamente recente, le origini di questa devozione sono molto remote, tanto da potersi dire che tutta la storia della Chiesa è la storia della devozione al Preziosissimo Sangue.

Fin dall’antichità, Dio ha istruito gli uomini circa il valore del sangue. Sono diverse le prescrizioni dell’Antico Testamento che sottolineano la preziosità del sangue a motivo del suo legame con la vita.[1] Nell’Antica Alleanza, i sacrifici di espiazione e di riparazione richiedevano lo spargimento di sangue degli animali immolati. Quando Dio sterminò i primogeniti d’Egitto, chiese di contrassegnare col sangue degli agnelli gli stipiti delle porte degli Israeliti.

Tuttavia, il sangue degli animali non poteva rimettere i peccati e aprire le porte del Regno eterno. Tali sacrifici erano solo prefigurazione del sacrificio pasquale dell’unico vero Agnello ed erano graditi a Dio solo in virtù del suo Preziosissimo Sangue.

Il Sangue di Cristo effuso sulla Croce ha avuto finalmente il potere di cancellare i peccati. “Dopo il sacrificio della Croce la sua espiazione e la nostra redenzione sono cosa acquisita definitivamente per l’eternità. Il suo sangue, veicolo della sua vita, purifica non soltanto il nostro corpo, ma la nostra stessa anima, il centro della nostra vita; distrugge in noi le opere di peccato, espia, riconcilia, sigilla e consacra la nuova alleanza e, una volta purificati, una volta riconciliati, ci fa adorare e servire Dio mediante un culto degno di lui”.[2]

“L’oggetto primario del culto al Preziosissimo Sangue è la persona adorabile di Gesù, l’oggetto secondario è il suo Sangue. Il motivo generale è come per il Sacro Cuore: la dignità divina di Cristo, a cui quel Sangue appartiene; mentre il motivo speciale del culto al Preziosissimo Sangue sta nel fatto che Dio ha voluto che quel Sangue fosse il prezzo della nostra redenzione”.[3]

“Per quanto siano gravi i vostri peccati, tutto dovete sperare dai meriti del Sangue Preziosissimo e dall’intercessione di Maria Santissima!”, predicava San Gaspare del Bufalo. Nelle sue missioni condotte in tutta Italia per restaurare la fede dopo le persecuzioni napoleoniche, san Gaspare insegnava che il Sangue di Cristo non solo ci ha riscattati, ma che è anche il prezzo di ogni grazia divina. Egli affermava che la devozione al Preziosissimo Sangue avrebbe salvato gli uomini dai castighi meritati per i peccati commessi. Celebre è la sua giaculatoria: “Eterno Padre, io vi offro il Sangue Preziosissimo di Gesù Cristo in isconto dei miei peccati, per i bisogni della Santa Chiesa, in suffragio delle anime del Purgatorio”.

Citando le parole dell’Apocalisse, “essi lo hanno vinto per il sangue dell’Agnello” (Ap 12, 11), San Gaspare sottolineava che la devozione al Preziosissimo Sangue è l’arma più potente per vincere le tentazioni del diavolo, perché il Sangue dell’Agnello di Dio ha già vinto il potere di satana. Il Sangue di Cristo è l’armatura della quale ricoprirsi per essere protetti da Dio. “La devozione al sangue di Cristo – scriveva – apre le porte della divina misericordia; se i popoli ritornano nelle braccia della misericordia e si mondano nel sangue di Gesù Cristo, tutto il rimanente facilmente si accomoda”.[4]

La solennità del Preziosissimo Sangue, pur rimandando strettamente al sacrificio del Golgota, non ha carattere penitenziale: in questo giorno non siamo chiamati a unirci con mestizia alla Passione, bensì a celebrare con esultanza il trionfo di Cristo che con l’efficacia del suo Sangue opera la nostra redenzione. Il Sangue sparso non è sinonimo di morte ma di vita, fonte di speranza per ogni peccatore, che abbeverandosi a questa sorgente può purificarsi e tornare a Dio.

La liturgia della Forma straordinaria nella solennità del Preziosissimo Sangue prevede lo stesso Vangelo della solennità del Sacro Cuore; questo perché, come spiega Dom Prosper Guéranger: “C’è un’intima relazione tra il Cuore e il Sangue, non solo perché dal Cuore di Gesù, trafitto dalla lancia, sgorgò acqua e Sangue, ma anche perché il primo calice nel quale quel Sangue Divino fu consacrato e vivificato, fu proprio il Cuore del Verbo incarnato”.[5]

Così come nel giorno del Sacro Cuore siamo nuovamente chiamati a meditare la sovrabbondanza dell’amore di Dio: la Redenzione avrebbe potuto avere luogo anche senza Incarnazione, oppure solo tramite le prime lacrime di Gesù Bambino, o grazie al valore infinito di ciascuna delle gocce di sangue versate all’atto della sua circoncisione. Eppure Dio ha deciso l’immolazione totale del suo Figlio, lo spargimento di tutto il suo Sangue fino all’ultima goccia. Non finiremo mai di meditare l’infinita Bontà di Dio che ha voluto a tal punto dimostrarci quanto abbia a cuore la nostra salvezza per suscitare anche in noi l’amore verso di Lui.


[1] Cfr. ad esempio Dt 12, 23.

[2] Dom Paul Delatte, Epîtres de Saint Paul, II, 388.

[3] Dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico.

[4] San Gaspare del Bufalo, Scritti spirituali.

[5] Dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico.

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Maria Ausiliatrice

Posté par atempodiblog le 24 mai 2019

Maria Ausiliatrice
Tratto da: La nuova Bussola Quotidiana

Maria Ausiliatrice dans Apparizioni mariane e santuari Maria-Ausiliatrice

San Giovanni Bosco è colui che notoriamente ha fatto di più per propagare la devozione alla Madonna con il titolo di Maria Ausiliatrice, ma il diretto riferimento al soccorso prestato da Maria ai suoi figli era già diffuso nella cristianità di lingua greca dei primi secoli, come mostrano antiche iscrizioni in cui la Beata Vergine, oltre che con titoli celebri come Theotókos (in breve, “Madre di Dio”) e Panaghia (“Tutta Santa”), era invocata come Boetheia, che sta per “aiuto”. San Giovanni Crisostomo si riferì così alla Madre celeste in un’omelia del 345, imitato da diversi altri santi del primo millennio, come per esempio Germano di Costantinopoli (c. 634-733), il quale diceva: “Noi, allontanatici da Dio nella moltitudine dei peccati, attraverso di te abbiamo ricercato Dio e lo abbiamo trovato; e avendolo trovato, siamo stati salvati. Perciò potente è il tuo aiuto per la salvezza, o Madre di Dio”.

In seguito alla vittoriosa battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571 (le navi della Lega Santa sconfissero la flotta dell’Impero Ottomano, fermando l’espansione musulmana), che indusse san Pio V a istituire la festa di Santa Maria della Vittoria (oggi Beata Vergine Maria del Rosario), l’invocazione Auxilium christianorum, “Aiuto dei cristiani”, venne inserita nelle Litanie lauretane. Oltre due secoli più tardi, il 15 settembre 1815, Pio VII stabilì la celebrazione della festa di “Maria, Aiuto dei cristiani” al 24 maggio, anniversario del suo ritorno trionfale a Roma (24 maggio 1814) dopo i quasi cinque anni di prigionia sotto Napoleone. In origine la festa, già diffusa tra i Servi di Maria fin dal XVII secolo, era limitata alla diocesi di Roma, ma poi si è estesa in altri luoghi della cristianità, pur senza essere inserita nel Calendario Romano Generale.

Don Bosco aveva appena trent’anni quando nel 1845 la Vergine gli apparve nel rione torinese di Valdocco (toponimo che tradizionalmente sta per Vallis occisorum, “Valle degli uccisi”), ordinandogli la costruzione di una chiesa nel punto esatto del martirio dei santi Avventore e Ottavio, due soldati del III secolo, ritenuti i primi martiri di Torino e celebrati insieme al compagno d’armi san Solutore, decapitato ad alcuni chilometri di distanza dai due. “In questo luogo – disse la Madonna – dove i gloriosi martiri di Torino Avventore e Ottavio soffrirono il loro martirio, su queste zolle che furono bagnate e santificate dal loro sangue, io voglio che Dio sia onorato in modo specialissimo”. Mentre diceva queste parole, trascritte da don Bosco nelle sue Memorie, Maria “avanzava un piede posandolo sul luogo ove avvenne il martirio e me lo indicò con precisione”. Vent’anni più tardi fu posata la prima pietra e il 9 giugno 1868 avvenne la consacrazione del Santuario di Maria Ausiliatrice.

Il santo educatore commissionò inoltre a Tommaso Lorenzone la pala dell’altare maggiore, che raffigura Maria con Gesù Bambino nel braccio sinistro e lo scettro, terminante con un globicino sormontato dalla croce, nella mano destra, con attorno gli apostoli, gli evangelisti e degli angioletti, e in alto l’irradiazione dello Spirito Santo, rappresentato da una colomba. L’immagine ricevette l’incoronazione canonica nel 1903, sotto Leone XIII, per mezzo dell’arcivescovo Agostino Richelmy. Il titolo di Ausiliatrice venne poi riportato nella Lumen Gentium, la costituzione del Vaticano II sulla Chiesa, che ne sottolineò la speciale cooperazione alla Redenzione operata dal divin Figlio, a beneficio di quanti Lo amano: “Questa maternità di Maria nell’economia della grazia perdura senza soste dal momento del consenso prestato nella fede al tempo dell’Annunciazione, e mantenuto senza esitazioni sotto la croce, fino al perpetuo coronamento di tutti gli eletti. […] Per questo la Beata Vergine è invocata nella Chiesa con i titoli di Avvocata, Ausiliatrice, Soccorritrice, Mediatrice” (LG 62).

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Maria Santissima Madre di Dio

Posté par atempodiblog le 1 janvier 2019

Maria Santissima Madre di Dio
Desiderio d’infinito. Vangelo per la vita quotidiana, di Padre Livio Fanzaga. Ed. PIEMME

Maria Santissima Madre di Dio dans Citazioni, frasi e pensieri Maria-Madre-di-Dio

L’inizio del nuovo anno è posto sotto la grande luce che emana da Gesù e da Maria. La festività di Maria Santissima Madre di Dio riguarda nel medesimo tempo il Figlio e la Madre. Siamo innanzitutto invitati a guardare a quel Bambino che Maria ci dona.

Egli non è un semplice bambino come gli altri, ma è il Figlio di Dio fatto uomo. Attraverso la maternità di Maria Egli è venuto a noi, vero Dio e vero uomo.

Maria è Madre di Dio non nel senso che ha generato Dio. Anche lei è una creatura come noi che l’Onnipotente ha tratto dal nulla.Di lei però possiamo dire che è Madre di Dio perché quel Bimbo che ha concepito per opera dello Spirito Santo, che ha portato in grembo per nove mesi e poi ha donato al mondo, è il Verbo eterno di Dio uguale al Padre nella divinità, uguale a noi nell’umanità.

Quando i Padri del Concilio di Efeso, fra il tripudio del popolo, proclamarono Maria Theotokos”, cioè Madre di Dio, hanno additato a tutte le generazioni, fino alla fine dei secoli, il cuore stesso della fede cristiana, che è la divinità di Gesù Cristo. Sei cristiano, caro amico, se credi che Gesù, il Figlio di Maria, è Dio.

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Santi e Beati del 2018: doni dell’amore di Dio alla Chiesa

Posté par atempodiblog le 31 décembre 2018

Santi e Beati del 2018: doni dell’amore di Dio alla Chiesa
L’anno che sta per chiudersi è stato prodigo dell’amore di Dio che ha donato alla Chiesa molti nuovi Santi e Beati, chiamati con il loro esempio a illuminare le vite di ognuno di noi. Ben 19 le cerimonie di beatificazione nel 2018 e 7 i nuovi Santi canonizzati il 14 ottobre scorso in piazza San Pietro
Roberta Barbi – Vatican News

Santi e Beati del 2018: doni dell’amore di Dio alla Chiesa dans Fede, morale e teologia I-Beati-martiri-di-Algeria
I Beati martiri di Algeria

La fine di un anno è tradizionalmente tempo di bilanci, di riflessione su quello che c’è stato – o non c’è stato – di buono, su quello che si può fare meglio e su quello che si può iniziare a fare. È anche il tempo della raccolta dei doni dell’amore del Signore alla Sua Chiesa, che si è arricchita di nuovi Beati e di 7 Santi: tra loro un Papa, molti sacerdoti e religiose, ma anche tanti laici, a dimostrazione che la santità è davvero alla portata di tutti, come ricorda Papa Francesco nell’esortazione apostolica Gaudete et exsultate:

“Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante. Questa è tante volte la santità “della porta accanto”, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio, o, per usare un’altra espressione, ‘la classe media della santità’”.

Ripercorriamo quindi insieme quest’anno, facendoci guidare dagli insegnamenti di tante splendide figure e dalle immagini delle cerimonie: un modo in più per ringraziare il Signore di quanto ricevuto e facciamoci accompagnare in questo viaggio nella santità dalle parole di Papa Francesco.

I Martiri di guerra, quando dall’odio nasce l’amore
“Santo Stefano fu il primo a seguire le orme del divino Maestro con il martirio; morì come Gesù affidando la propria vita a Dio e perdonando i suoi persecutori. Due atteggiamenti: affidava la propria vita a Dio e perdonava. Mentre veniva lapidato disse: «Signore Gesù, accogli il mio spirito» (At 7,59). Sono parole del tutto simili a quelle pronunciate da Cristo in croce: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito (Lc 23, 46). L’atteggiamento di Stefano che imita fedelmente il gesto di Gesù, è un invito rivolto a ciascuno di noi ad accogliere con fede dalle mani del Signore ciò che la vita ci riserva di positivo e anche di negativo”. (Angelus Solennità Santo Stefano 26 dicembre 2018)

Il 2018 si è aperto con la Beatificazione, il 3 febbraio, di Teresio Olivelli, ucciso “in odium fidei” dai nazisti nel campo di Hersbruck. Durante la Seconda Guerra Mondiale, al fronte si adoperò per soccorrere i commilitoni fisicamente e spiritualmente, scrivendo la preghiera “Facci liberi”. Durante la rivoluzione in Madagascar, invece, venne ucciso Luciano Botovasoa, terziario francescano che durante le persecuzioni alla chiesa volle restare accanto ai missionari francesi. È stato beatificato il 15 aprile nell’isola. Era stato ordinato solo due anni prima, Janos Brenner, il sacerdote ungherese beatificato il 1° maggio, e che fu ucciso dal regime comunista locale in un’imboscata mentre portava l’Eucaristia a un malato. Due le cerimonie di beatificazione collettive: quella del 10 novembre a Barcellona di Teodoro Del Olmo e di 15 compagni - tra sacerdoti della Congregazione di San Pietro in Vincoli e laici solidali – annoverati tra le vittime cristiane della guerra civile spagnola; e quella dell’8 dicembre scorso di Pietro Claverie, vescovo di Oran, e 18 compagni, più noti come i Martiri di Algeria che, negli anni più bui del fondamentalismo islamico nel Paese, scelsero di non abbandonare la propria gente.

I Missionari: come gli apostoli inviati nelle periferie del mondo
“Ambienti umani, culturali e religiosi ancora estranei al Vangelo di Gesù e alla presenza sacramentale della Chiesa rappresentano le estreme periferie, gli “estremi confini della terra”, verso cui, fin dalla Pasqua di Gesù, i suoi discepoli missionari sono inviati, nella certezza di avere il loro Signore sempre con sé (cfr Mt 28,20; At 1,8). In questo consiste ciò che chiamiamo missio ad gentes. La periferia più desolata dell’umanità bisognosa di Cristo è l’indifferenza verso la fede o addirittura l’odio contro la pienezza divina della vita”. (Messaggio Giornata Missionaria mondiale 20 maggio 2018)

Il 26 maggio è stata beatificata una piccola religiosa dal cuore grande: così chiamavano Leonella Sgorbati nella missione di Mogadiscio (Somalia) dove trascorse molti anni. In quella terra martoriata, il tabernacolo nella casa delle suore era l’unica presenza viva di Cristo nel Paese. Morì da martire perdonando il suo assassino. Fu a lungo missionaria in Bolivia anche Santa Nazaria Ignazia March Mesa, fondatrice delle Suore Missionarie Crociate della Chiesa, che dedicò la vita alla preghiera per la perseveranza dei religiosi e per lo spirito apostolico dei sacerdoti. Il 27 ottobre sono diventati Beati Tullio Maruzzo, sacerdote dei Frati minori missionario in Guatemala, e il suo catechista Luis Obdulio. Furono uccisi in un agguato nella foresta nel corso dell’ondata di violenza che colpì il Paese per l’indipendenza dalla Spagna.

La cura dei malati, il vero volto della tenerezza di Dio
“Le cure che sono prestate in famiglia sono una testimonianza straordinaria di amore per la persona umana e vanno sostenute con adeguato riconoscimento e con politiche adeguate. Pertanto, medici e infermieri, sacerdoti, consacrati e volontari, familiari e tutti coloro che si impegnano nella cura dei malati, partecipano a questa missione ecclesiale. È una responsabilità condivisa che arricchisce il valore del servizio quotidiano di ciascuno”. (Messaggio Giornata Mondiale Malato 26 novembre 2017)

Infermiera e scrittrice, inventò per prima nella sua Polonia l’assistenza domiciliare dei malati anche da un punto di vista spirituale: queste le virtù di Anna Chrzanowska, amica di Giovanni Paolo II, beatificata il 28 aprile. Hanno condiviso, invece, l’esperienza della malattia facendone la propria croce da offrire al Signore altri due nuovi Santi e una nuova Beata. Quest’ultima è Carmen Rendíles Martínez, fondatrice delle Suore Ancelle di Gesù, beatificata il 16 giugno. Era nata priva del braccio sinistro ma non di forza e vitalità che la portarono a incarnare il modello della vera santità quotidiana. C’è poi San Francesco Spinelli, toccato dalla grazia di Dio che lo ha guarito miracolosamente da una lesione alla colonna vertebrale mentre era in preghiera. Da allora si occupò nel suo ministero quasi esclusivamente dei malati più sofferenti cui portava la Parola e la carezza del Signore. Infine, San Nunzio Sulprizio, deceduto a 19 anni per un cancro alle ossa. Nella sua breve vita, che trascorse quasi interamente in ospedale, insegnò catechismo ai piccoli ricoverati assieme a lui e pregò molto offrendo il proprio dolore per la conversione dei peccatori.

Le martiri della purezza, gigli bianchi macchiati di sangue
“Tutti noi nella vita siamo passati per momenti in cui questa virtù è molto difficile, ma è proprio la via di un amore genuino, di un amore che sa dare la vita, che non cerca di usare l’altro per il proprio piacere. È un amore che considera sacra la vita dell’altra persona: io ti rispetto, io non voglio usarti, io non voglio usarti”. (Discorso ai giovani durante visita pastorale a Torino 21 giugno 2015)

Ci sono anche due novelle Santa Maria Goretti tra i Beati del 2018. La slovacca Anna Kolesárová, beatificata il Primo settembre, fu uccisa in casa davanti alla sua famiglia da un soldato del regime che avrebbe voluto approfittare di lei; la romena Veronica Antal, beatificata il 22 settembre, fu uccisa da un fanatico che voleva violare una suora: tale, infatti, si considerava lei pur in un Paese in cui erano stati soppressi tutti gli ordini religiosi. Oggi è venerata da cattolici e ortodossi.

I Beati “immagini di Cristo per questo mondo”
“La nostra storia ha bisogno di ‘mistici’: di persone che rifiutano ogni dominio, che aspirano alla carità e alla fraternità. Uomini e donne che vivono accettando anche una porzione di sofferenza, perché si fanno carico della fatica degli altri. Ma senza questi uomini e donne il mondo non avrebbe speranza”. (Udienza generale 21 giugno 2017)

Ci sono poi due nuove Beate che ebbero un contatto particolarmente ravvicinato con il Signore anche durante la vita terrena. Maria Crocifissa del Divino Amore (beatificata il 2 giugno), figlia spirituale di Padre Pio attraverso il quale il Signore le parlò e la portò a fondare la Congregazione delle Suore Apostole del Sacro Cuore. Si occupava, in particolare, dell’insegnamento ai giovani. Alfonsa Maria Eppinger, beatificata il 9 settembre, aveva estasi molto lunghe e prostranti, visioni sulla politica e sul futuro della Chiesa. Fondò le Suore del Santissimo Salvatore. Il religioso lituano Michaľ Giedrojć, vissuto nel 1400, aveva, invece, frequenti attacchi del demonio e visioni del futuro. Papa Francesco ne ha riconosciuto le virtù eroiche e la conferma del culto da tempo immemorabile (Beatificazione equipollente) il 7 novembre.

I sacerdoti, uomini dell’incontro con Gesù
“I consacrati e le consacrate sono chiamati innanzitutto ad essere uomini e donne dell’incontro. La vocazione, infatti, non prende le mosse da un nostro progetto pensato “a tavolino”, ma da una grazia del Signore che ci raggiunge, attraverso un incontro che cambia la vita. Chi incontra davvero Gesù non può rimanere uguale a prima. Egli è la novità che fa nuove tutte le cose”. (Giubileo Vita consacrata 2 febbraio 2016)

C’è un Papa tra i nuovi Santi del 2018: Paolo VI, pontefice sobrio e misurato, grande difensore della vita nascente, che non dimenticava mai di essere “un sacerdote, innanzitutto”. Poi mons. Oscar Arnolfo Romero Galdámez, amico dei poveri e della pace, e per questo inviso al partito nazionalista del Salvador che lo fece uccidere durante la Messa. Ma sono molti i sacerdoti santi, anche meno conosciuti, come San Vincenzo Romano che nella Napoli di primo Ottocento era noto come il “prete faticatore”: andava a caccia dei covi dove si nascondevano i malviventi e predicava per strada con croce e campanello. Oppure Jean-Baptiste Foque, beatificato il 30 settembre, che tanto fece per la sua Marsiglia fondando addirittura l’ospedale di San Giuseppe, ancora oggi fiore all’occhiello della sanità francese. Infine ricordiamo Tiburcio Arnáiz Muñoz (beatificato il 20 ottobre), il gesuita che nelle periferie spagnole proponeva gli esercizi spirituali di Sant’Ignazio anche a poveri e analfabeti.

Le suore, protagoniste della storia unica e originale che Dio scrive
“Alla fine dei Vangeli c’è un altro incontro con Gesù che può ispirare la vita consacrata: quello delle donne al sepolcro. Erano andate a incontrare un morto, il loro cammino sembrava inutile. Anche voi andate nel mondo controcorrente: la vita del mondo facilmente rigetta la povertà, la castità e l’obbedienza. Ma, come quelle donne, andate avanti, nonostante le preoccupazioni per le pesanti pietre da rimuovere (cfr Mc 16,3). E come quelle donne, per primi incontrate il Signore risorto e vivo, lo stringete a voi (cfr Mt 28,9) e lo annunciate subito ai fratelli, con gli occhi che brillano di gioia grande (cfr v. 8). Siete così l’alba perenne della Chiesa”. (Omelia Concelebrazione eucaristica per i consacrati 2 febbraio 2018)

Ricevette in sogno il Bambino Gesù che la chiamava a occuparsi dei poveri, Clara Fey, che a questo apostolato dedicò l’intera vita, fondando ad Aquisgrana, in Germania, anche la Congregazione delle Suore del Povero Bambino Gesù. È stata beatificata il 5 maggio. Fondò, invece, le Figlie di Maria Immacolata – le Marianiste –Maria della Concezione, di origini nobili e di famiglia ricca, si spogliò di tutto fin da piccola portando la Parola di Dio ai contadini con la sua “piccola società”. La sua beatificazione è del 10 giugno. Anche Clelia Merloni, beatificata il 3 novembre, fu una madre superiora che iniziò ad avvicinarsi alla vita monacale con alcune amiche con cui educava i bambini alla gioia. Fondò, poi, l’Istituto delle Suore Apostole del Sacro Cuore di Gesù. Santa Maria Caterina Kasper, fondatrice delle Povere Ancelle di Gesù, invece, aveva il carisma di occuparsi dei poveri perché era stata povera anch’essa, tanto da dover essere aiutata economicamente dai parrocchiani per fondare il nuovo istituto. Continuò a coltivare i campi fino alla morte. Fu una semplice suora dell’Ordine delle Carmelitane Scalze, infine, Maria Felicia di Gesù Sacramentato, beatificata il 23 giugno dopo una vita dedita alla cura di bambini e anziani: il suo “cammino della perfezione”, la sua personale via verso la santità. Quella che anche ognuno di noi è chiamato a trovare e seguire. Magari, possiamo iniziare proprio nel 2019.

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Gli uomini del Natale

Posté par atempodiblog le 30 décembre 2018

Gli uomini del Natale
Tratto da: Le vie del cuore. Vangelo per la vita quotidiana. Commento ai vangeli festivi Anno A, di Padre Livio Fanzaga. Ed. PIEMME

Buon Natale a tutti!!! dans Amicizia zldkdi

“Pace in terra agli uomini che Dio ama”. La luce, la gioia, e la pace. Sono le parole chiave del vangelo di Natale. Sono i doni di Dio agli uomini. Il Bambino Gesù li deporrà nel tuo cuore natalizio. Gusterai la pace celeste, se sarai in pace con la tua coscienza. Per questo hai bisogno di chiedere il perdono a Dio e di ottenerlo. Il sacramento della confessione, se ti accosterai con cuore sincero, ti darà la pace. Sentire che Dio è un padre compassionevole ci dà una grande pace. Guarda al Bambino Gesù come ti sorride e ti tende le mani. Certamente lo sa che sei un peccatore. Tuttavia ti allarga le braccia: corri verso di Lui. E’ Gesù la nostra pace. Il suo perdono, la sua comprensione, la sua misericordia sono un balsamo per il nostro cuore inquieto e pieno di paure.

Guardati intorno e fatti carico di questo mondo senza pace. Quante famiglie divise e lacerate! Quanto odio, vendette, sopraffazioni e prepotenze! Quante maldicenze, invidie e gelosie! In un mondo dove Dio è sempre meno presente, anche l’amore è sempre più raro. Quando Dio diminuisce, l’io umano cresce, con tutti i suoi egoismi, le sue brame e le sue pretese. Senza amore, la vita sulla terra sta diventando un gelido inverno. I più forti divorano i più deboli. L’uomo è lupo all’uomo.

Chi salverà il mondo? Gli uomini del Natale!

Coloro che porteranno nel cuore la luce, la gioia, la pace e l’amore. E’ questo l’esercito della speranza. E’ questo l’esercito della speranza. E’ questo l’esercito della vittoria. Anche tu diventa in questo Natale un soldato dell’armata celeste della pace e dell’amore.

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Il Mistero del Natale nelle parole dei santi e dei mistici

Posté par atempodiblog le 27 décembre 2018

Il Mistero del Natale nelle parole dei santi e dei mistici
Pensieri e riflessioni nell’Ottava di Natale. Dai primi cristiani e dai Padri della Chiesa, fino ai santi contemporanei e ai mistici, le meditazioni più significative e poetiche sull’Incarnazione del Verbo. « Volle farsi pargolo, volle farsi bimbo, perché tu possa divenire uomo perfetto » (S. Ambrogio)
di Fabio Piemonte  – La nuova Bussola Quotidiana

Il Mistero del Natale nelle parole dei santi e dei mistici dans Articoli di Giornali e News El-greco-Adorazione-dei-pastori

“Il mondo intero, o Signore, ha sete del giorno della tua nascita; questo giorno beato racchiude in sé i secoli futuri; esso è uno e molteplice. Sia dunque anche quest’anno simile a te, e porti la pace fra il cielo e la terra”. Esprime così il desiderio del Natale del Signore Efrem il Siro, un poeta del IV secolo.

“Gesù posto nella mangiatoia è il cibo dei giumenti che siamo noi”, scrive invece il cantore del desiderio di Dio Sant’Agostino, che conclude un suo discorso sull’Incarnazione del Verbo ricordandone il significato profondo: “Voi siete il prezzo dell’incarnazione del Signore”.

Soffermandosi sul paradosso di un Dio uomo anche Sant’Ambrogio evidenzia con grande lirismo che Gesù Bambino “volle farsi pargolo, volle farsi bimbo, perché tu possa divenire uomo perfetto; fu avvolto in pochi panni perché tu venissi sciolto dai lacci di morte; giacque nella mangiatoia per collocare te sugli altari; scese in terra per elevare te alle stelle; non trovò posto in quell’albergo perché tu potessi avere il tuo nella patria celeste. Da ricco che era, si fece povero per voi – dice l’apostolo – perché per la sua povertà voi diventaste ricchi. Quella povertà è dunque la mia ricchezza, la debolezza del Signore è la mia forza. Volle per sé ristrettezze e per noi tutti l’abbondanza”.

Sono queste alcune delle meditazioni più significative e poetiche dei Padri, di santi, mistici e Dottori della Chiesa sul mistero mirabile dell’Incarnazione del Verbo raccolte dal noto angelologo Marcello Stanzione nel volume Il Natale nella vita e negli scritti di mistici e santi (Mimep-docete).

“Che ogni nuovo Natale ci trovi sempre più simili a colui che, in questo tempo, è divenuto un bambino per amor nostro – scrive  John Henry Newman – che si convertì dall’anglicanesimo al cattolicesimo nel desiderio di “riaffermare la centralità e la realtà dell’Incarnazione per ricordare all’essere umano la sua dignità, all’uomo insidiato dall’idolatria e dalle ideologie materialistiche, positivistiche e immanentistiche”.

A meditare sul mistero del Verbo fatto carne non sono infatti soltanto i Padri della Chiesa, ma ne hanno contemplato e cantato la bellezza anche numerosi santi e mistici del nostro tempo. Tra costoro vi è Luisa Piccarreta (1865-1947), una mistica che si nutrì per molti anni soltanto dell’Eucarestia, la quale in una delle sue visioni della Natività racconta di un tripudio di luce nella grotta di Betlemme: “Chi può dire la bellezza del Bambinello che in quei felici momenti spargeva anche esternamente i raggi della Divinità? Chi può dire la bellezza della Madre che restava tutta assopita in quei raggi divini? E S. Giuseppe mi pareva che non fosse presente nell’atto del parto, ma se ne stava in un altro canto della spelonca tutto assorto in quel profondo Mistero e se non vide con gli occhi del corpo, vide benissimo cogli occhi dell’anima, perché se ne stava rapito in estasi sublime”.

Un invito alla gioia viene invece dalle parole del sacerdote santo Guido Maria Conforti (1865-1931): “Oh! Si rallegrino pure gli uomini nel Signore come la terra si rallegra ogni mattina quando sorge il sole a liberarla dalle tenebre. Il Natale è la grande aurora della nostra liberazione”.

Ne era consapevole già a 8 anni il  giovane Giuseppe Moscati, il medico santo, che in una lettera ai suoi genitori così scrive: “Io prego Gesù Bambino, affinché vi conceda quella pace, che egli promise agli uomini di buona volontà ed ogni altro bene in questa vita e nell’altra”.

In Avvicinandosi il Natale, una delle poesie più struggenti legate agli ultimi giorni della sua vita, il rosminiano Clemente Rebora invoca per sé un nuovo ‘natale’: “Se ancor quaggiù mi vuoi, un giorno e un giorno, / con la tua Passion che vince il male/ Gesù Signore, dammi il Tuo Natale / di fuoco interno nell’umano gelo”.

Una figlia spirituale di Padre Pio, Lucia Iadanza, racconta di aver assistito a una delle diverse volte in cui Gesù Bambino veniva a visitare il santo frate: “Vidi apparire tra le sue braccia Gesù Bambino. Il volto del Padre era trasfigurato, i suoi occhi guardavano quella figura di luce con le labbra aperte in un sorriso stupito e felice”. Il frate di Pietrelcina desiderava augurare anche ai fedeli tale esperienza del Verbo: “Il celeste Bambino faccia sentire anche al vostro cuore tutte quelle sante emozioni che de’ sentire a me nella beata notte, allorché venne deposto nella povera capannuccia”.

In un suo pensiero sul mistero del Natale un altro santo del nostro tempo, il fondatore dell’Opus Dei, José Maria Escrivà de Balaguer, invita caldamente così ciascun figlio di Dio: “Spingiti fino a Betlemme, avvicinati al Bambino, cullalo, digli tante cose ardenti, stringitelo al cuore. Non parlo di bambinate: parlo di amore! E l’amore si manifesta con i fatti: nell’intimità della tua anima, lo puoi ben abbracciare!”. Sia questo l’augurio più bello per ogni persona che attende con fiduciosa speranza ed esultanza un altro Natale del Signore nella propria vita.

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Il mistero del Natale

Posté par atempodiblog le 24 décembre 2018

L’avvenimento centrale della storia
Il mistero del Natale
“Sì, esiste un senso, e il senso non è una protesta impotente contro l’assurdo. Il Senso ha potere: è Dio. Un Dio che si è fatto nostro prossimo e ci è molto vicino. E’ mai possibile una cosa del genere?”
di Benedetto XVI  (Roma, piazza San Pietro, 17 dicembre 2008)
Tratto da: Il Foglio (24 Dicembre 2018)

Incoraggiamo le tradizioni natalizie dans Fede, morale e teologia w06oas

Cari fratelli e sorelle! Iniziano proprio oggi i giorni dell’Avvento che ci preparano immediatamente al Natale del Signore: siamo nella Novena di Natale che in tante comunità cristiane viene celebrata con liturgie ricche di testi biblici, tutti orientati ad alimentare l’attesa per la nascita del Salvatore. La Chiesa intera in effetti concentra il suo sguardo di fede verso questa festa ormai vicina predisponendosi, come ogni anno, ad unirsi al cantico gioioso degli angeli, che nel cuore della notte annunzieranno ai pastori l’evento straordinario della nascita del Redentore, invitandoli a recarsi nella grotta di Betlemme. Là giace l’Emmanuele, il Creatore fattosi creatura, avvolto in fasce e adagiato in una povera mangiatoia (cfr Lc 2,13-14).

Per il clima che lo contraddistingue, il Natale è una festa universale. Anche chi non si professa credente, infatti, può percepire in questa annuale ricorrenza cristiana qualcosa di straordinario e di trascendente, qualcosa di intimo che parla al cuore. E’ la festa che canta il dono della vita. La nascita di un bambino dovrebbe essere sempre un evento che reca gioia; l’abbraccio di un neonato suscita normalmente sentimenti di attenzione e di premura, di commozione e di tenerezza. Il Natale è l’incontro con un neonato che vagisce in una misera grotta. Contemplandolo nel presepe come non pensare ai tanti bambini che ancora oggi vengono alla luce in una grande povertà, in molte regioni del mondo? Come non pensare ai neonati non accolti e rifiutati, a quelli che non riescono a sopravvivere per carenza di cure e di attenzioni? Come non pensare anche alle famiglie che vorrebbero la gioia di un figlio e non vedono colmata questa loro attesa? Sotto la spinta di un consumismo edonista, purtroppo, il Natale rischia di perdere il suo significato spirituale per ridursi a mera occasione commerciale di acquisti e scambi di doni! In verità, però, le difficoltà, le incertezze e la stessa crisi economica che in questi mesi stanno vivendo tantissime famiglie, e che tocca l’intera l’umanità, possono essere uno stimolo a riscoprire il calore della semplicità, dell’amicizia e della solidarietà, valori tipici del Natale. Spogliato delle incrostazioni consumistiche e materialistiche, il Natale può diventare così un’occasione per accogliere, come regalo personale, il messaggio di speranza che promana dal mistero della nascita di Cristo.

Tutto questo però non basta per cogliere nella sua pienezza il valore della festa alla quale ci stiamo preparando. Noi sappiamo che essa celebra l’avvenimento centrale della storia: l’Incarnazione del Verbo divino per la redenzione dell’umanità. San Leone Magno, in una delle sue numerose omelie natalizie, così esclama: “Esultiamo nel Signore, o miei cari, ed apriamo il nostro cuore alla gioia più pura. Perché è spuntato il giorno che per noi significa la nuova redenzione, l’antica preparazione, la felicità eterna. Si rinnova infatti per noi nel ricorrente ciclo annuale l’alto mistero della nostra salvezza, che, promesso, all’inizio e accordato alla fine dei tempi, è destinato a durare senza fine” (Homilia XXII). Su questa verità fondamentale ritorna più volte san Paolo nelle sue lettere. Ai Galati, ad esempio, scrive: “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge…perché ricevessimo l’adozione a figli” (4,4). Nella Lettera ai Romani evidenzia le logiche ed esigenti conseguenze di questo evento salvifico: “Se siamo figli (di Dio), siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria” (8,17). Ma è soprattutto san Giovanni, nel Prologo del quarto Vangelo, a meditare profondamente sul mistero dell’Incarnazione. Ed è per questo che il Prologo fa parte della liturgia del Natale fin dai tempi più antichi: in esso si trova infatti l’espressione più autentica e la sintesi più profonda di questa festa e del fondamento della sua gioia. San Giovanni scrive: “Et Verbum caro factum est et habitavit in nobis / E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14).

A Natale dunque non ci limitiamo a commemorare la nascita di un grande personaggio; non celebriamo semplicemente ed in astratto il mistero della nascita dell’uomo o in generale il mistero della vita; tanto meno festeggiamo solo l’inizio della nuova stagione. A Natale ricordiamo qualcosa di assai concreto ed importante per gli uomini, qualcosa di essenziale per la fede cristiana, una verità che san Giovanni riassume in queste poche parole: “il Verbo si è fatto carne”. Si tratta di un evento storico che l’evangelista Luca si preoccupa di situare in un contesto ben determinato: nei giorni in cui fu emanato il decreto per il primo censimento di Cesare Augusto, quando Quirino era già governatore della Siria (cfr Lc 2,1-7). E’ dunque in una notte storicamente datata che si verificò l’evento di salvezza che Israele attendeva da secoli. Nel buio della notte di Betlemme si accese realmente una grande luce: il Creatore dell’universo si è incarnato unendosi indissolubilmente alla natura umana, sì da essere realmente “Dio da Dio, luce da luce” e al tempo stesso uomo, vero uomo. Quel che Giovanni, chiama in greco “ho logos” – tradotto in latino “Verbum” e in italiano “il Verbo” – significa anche “il Senso”. Quindi potremmo intendere l’espressione di Giovanni così: il “Senso eterno” del mondo si è fatto tangibile ai nostri sensi e alla nostra intelligenza: ora possiamo toccarlo e contemplarlo (cfr 1Gv 1,1). Il “Senso” che si è fatto carne non è semplicemente un’idea generale insita nel mondo; è una “Parola” rivolta a noi. Il Logos ci conosce, ci chiama, ci guida. Non è una legge universale, in seno alla quale noi svolgiamo poi qualche ruolo, ma è una Persona che si interessa di ogni singola persona: è il Figlio del Dio vivo, che si è fatto uomo a Betlemme.

A molti uomini, ed in qualche modo a noi tutti, questo sembra troppo bello per essere vero. In effetti, qui ci viene ribadito: sì, esiste un senso, ed il senso non è una protesta impotente contro l’assurdo. Il Senso ha potere: è Dio. Un Dio buono, che non va confuso con un qualche essere eccelso e lontano, a cui non sarebbe mai dato di arrivare, ma un Dio che si è fatto nostro prossimo e ci è molto vicino, che ha tempo per ciascuno di noi e che è venuto per rimanere con noi. E’ allora spontaneo domandarsi: “E’ mai possibile una cosa del genere? E’ cosa degna di Dio farsi bambino?”. Per cercare di aprire il cuore a questa verità che illumina l’intera esistenza umana, occorre piegare la mente e riconoscere la limitatezza della nostra intelligenza. Nella grotta di Betlemme, Dio si mostra a noi umile “infante” per vincere la nostra superbia. Forse ci saremmo arresi più facilmente di fronte alla potenza, di fronte alla saggezza; ma Lui non vuole la nostra resa; fa piuttosto appello al nostro cuore e alla nostra libera decisione di accettare il suo amore. Si è fatto piccolo per liberarci da quell’umana pretesa di grandezza che scaturisce dalla superbia; si è liberamente incarnato per rendere noi veramente liberi, liberi di amarlo.

Cari fratelli e sorelle, il Natale è un’opportunità privilegiata per meditare sul senso e sul valore della nostra esistenza. L’approssimarsi di questa solennità ci aiuta a riflettere, da una parte, sulla drammaticità della storia nella quale gli uomini, feriti dal peccato, sono perennemente alla ricerca della felicità e di un senso appagante del vivere e del morire; dall’altra, ci esorta a meditare sulla bontà misericordiosa di Dio, che è venuto incontro all’uomo per comunicargli direttamente la Verità che salva, e per renderlo partecipe della sua amicizia e della sua vita. Prepariamoci, pertanto, al Natale con umiltà e semplicità, disponendoci a ricevere in dono la luce, la gioia e la pace, che da questo mistero si irradiano. Accogliamo il Natale di Cristo come un evento capace di rinnovare oggi la nostra esistenza. L’incontro con il Bambino Gesù ci renda persone che non pensano soltanto a se stesse, ma si aprono alle attese e alle necessità dei fratelli. In questa maniera diventeremo anche noi testimoni della luce che il Natale irradia sull’umanità del terzo millennio. Chiediamo a Maria Santissima, tabernacolo del Verbo incarnato, e a san Giuseppe, silenzioso testimone degli eventi della salvezza, di comunicarci i sentimenti che essi nutrivano mentre attendevano la nascita di Gesù, in modo che possiamo prepararci a celebrare santamente il prossimo Natale, nel gaudio della fede e animati dall’impegno di una sincera conversione.

Buon Natale a tutti!

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Dylan si svegliò poco prima che staccassero la spina. Oggi è guarito

Posté par atempodiblog le 5 avril 2018

Dylan si svegliò poco prima che staccassero la spina. Oggi è guarito
Dylan Askin si era risvegliato poco prima che gli staccassero la spina. Oggi, dopo due anni, è stato dichiarato completamente guarito
di Francesca Bernasconi – Il Giornale

Dylan si svegliò poco prima che staccassero la spina. Oggi è guarito dans Articoli di Giornali e News Dylan_Askin

Dylan Askin, il bambino che si svegliò dal coma poco prima che i medici gli staccassero la spina, è stato dichiarato guarito.

Dylan era stato ricoverato al Derby Royal Hospital il giorno di Natale del 2015, a causa di problemi respiratori e i medici gli avevano trovato un polmone collassato. Successivi esami avevano portato alla luce un’istiocitosi polmonare, un tipo molto raro di cancro che colpisce solitamente i bambini. Nonostante la situazione sembrò inizialmente migliorare, una polmonite lasciò il bambino con poche speranze di vita, se non quelle che potevano garantirgli le macchine cui era attaccato. Dopo mesi di sofferenza, i genitori, Mike e Kerry, decisero di staccare la spina del piccolo Dylan. Era il 25 marzo del 2016, Venerdì Santo, quando convocarono i parenti per battezzare il bimbo e salutarlo un’ultima volta. Ma Dylan non sembrava essere d’accordo con la decisione presa dai medici e dai genitori e iniziò a dare dei segnali di ripresa, tanto forti da far cambiare idea anche ai medici sulle possibili speranze di sopravvivenza. In pochi giorni il piccolo Askin si riprese completamente e il 16 maggio fu dimesso dall’ospedale.

Due giorni fa, a due anni di distanza, nella domenica di Pasqua, Dylan è stato dichiarato completamente guarito. La madre Kerry ha dichiarato, come riportato da Il Messaggero, “Non sono particolarmente credente, ma credo che mio figlio sia il nostro miracolo pasquale. A mio figlio Bryce ho detto che Dylan ha fatto come Gesù: a Pasqua è tornato a vivere”.

Un ritorno alla vita che non coinvolge solamente il piccolo Dylan, ma la sua famiglia intera.

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L’invenzione dell’universo

Posté par atempodiblog le 9 mars 2018

L’invenzione dell’universo
La creazione è un fatto logico e Dio c’entra eccome. Parla Guy Consolmagno, l’astronomo del Papa
di Matteo Matzuzzi – Il Foglio

L'invenzione dell'universo dans Articoli di Giornali e News I_Pilastri_della_Creazione
I “Pilastri della Creazione”: colonne di gas interstellare e polveri visibili nella Nebulosa Aquila, riprese nel 1995 dal telescopio spaziale Hubble

“Ciò che di Dio si può conoscere è agli uomini manifesto; Dio stesso lo ha manifestato loro. Infatti le sue perfezioni invisibili, ossia la sua eterna potenza e divinità, vengono contemplate e comprese dalla creazione del mondo attraverso le opere da lui compiute” (san Paolo, Lettera ai Romani 1, 19-20)

“La prima cosa che vedo quando guardo la notte è la bellezza delle stelle, come del resto può fare chiunque abbia gli occhi e possa alzare lo sguardo al cielo notturno. Ma subito dopo cerco di identificare tra quelle stelle i miei amici, chiamandoli per nome”, dice al Foglio Guy Consolmagno, sessantacinquenne gesuita di Detroit e direttore della Specola vaticana dal 2015. E’ un astronomo, ha studiato al Mit di Boston e insegnato a Harvard. Esperto di fama mondiale nel campo dei meteoriti, a lui è stata intitolata perfino un asteroide, il “4597 Consolmagno”. Si divide tra l’Italia e l’Arizona, nel cui deserto può trovare quel buio pesto che gli consente di ammirare lo splendore della volta celeste. Mica come qua, dove è le luci delle città disturbano ovunque: “L’inquinamento luminoso è un peccato contro il Creatore!”, ci tiene a sottolineare. Dopotutto ne va anche del suo lavoro.

Consolmagno ha coltivato la passione per le stelle fin dalla tenera età, quando componeva puzzle a tema e rimase folgorato da un libro: “Mi regalarono un volume meraviglioso sulle costellazioni scritto da H. A. Rey (meglio conosciuto come Curious George) che tra l’altro è stato recentemente tradotto in italiano con il titolo Trova le costellazioni che mi ha mostrato le costellazioni collegando le stelle da punto a punto”. Più avanti, la vocazione e l’idea, corroborata dal tempo e dall’esperienza, che scienza e religione debbano camminare insieme. “Mio padre, quando ero bambino, mi insegnò quali fossero le stelle più luminose – lui aveva prestato servizio nell’aeronautica durante la Seconda guerra mondiale, e si servì proprio delle stelle per orientarsi in una spedizione di bombardieri americani alle Hawaii e poi in Inghilterra. Quindi, quando vedo le stelle, penso anche a lui, che ad aprile compirà cent’anni. Le stelle sono davvero come vecchi amici, per me. Quando andai in Africa con il Corpo di pace statunitense, le stelle mi hanno impedito di essere nostalgico, ricordandomi che sono davvero a casa ovunque io possa vederle. Ma penso anche alla scienza che sta dietro a quello che vedo, stelle luminose come la Betelgeuse, o piccoli gruppi come le Pleiadi. Io studio i pianeti e le loro lune, e i pianeti sono facili da individuare anche a occhio nudo. Per cui è davvero divertente guardare Giove e poter dire che quel punto luminoso è l’argomento di quanto sto studiando chiuso nel mio ufficio. Ed è allora che capisco davvero la gloria di Dio nei cieli. Non solo – dice Consolmagno – lui ha fatto le stelle, ma ci creati in modo tale che potessimo vederle e persino capirle. Dio ci ha invitato a condividere la gioia e l’amore che c’è nella sua creazione. E questo mi dà ancora più gioia”.

Eppure spesso si sente ripetere che la scienza, considerata la più alta espressione del razionalismo, non può contemplare la presenza di Dio, che viene ridotto a pura idea, a superstizione. Il direttore della Specola sorride: “Chi dice questo – inclusi diversi scienziati – ovviamente non sa cosa sia in realtà la scienza. Come funziona la ragione? Per essere in grado di affrontare ogni domanda in modo razionale è necessario partire con gli assiomi e le ipotesi. Bisogna avere fede in tali ipotesi e riconoscere che una o l’altra potrebbero anche essere sbagliate o incomplete. Bisogna avere anche fiducia nel fatto che si è svolto correttamente il ragionamento, avendo l’umiltà di ammettere che l’errore è possibile. Ecco perché testiamo le nostre conclusioni con ulteriori osservazioni e nuovi esperimenti. In altre parole – aggiunge Consolmagno – la scienza e quindi il ragionamento si basano sulla fede. E’ un’occupazione molto umana, piena di ogni sorta di emozioni umane, gioie e paure. Perché scegliamo di essere scienziati anziché agricoltori o banchieri? Perché scegliamo di lavorare in questo campo della scienza e non in un altro? Perché scegliamo di studiare un problema e non uno diverso? Tutte queste scelte sono fatte sulla base di una meravigliosa miscela di ipotesi e intuizioni basate sull’esperienza, sia la nostra sia quella dei grandi scienziati che ci hanno preceduto. Non ci sono due scienziati che fanno le stesse scelte”.

Ma come si decide quale scelta compiere? “Proprio con l’atto della contemplazione. Con un po’ di fortuna si trova un momento di calma per decidere dove ci stanno guidando le nostre intuizioni e per riflettere in modo profondo su ciò che stiamo tentando di fare. La buona scelta richiede la contemplazione”. Tuttavia, non è infrequente che il senso del contemplare sia equivocato e frainteso, “ed è anche abbastanza comune che le persone fraintendano cosa sia la religione. Ogni esperienza religiosa inizia proprio con un’esperienza, contattando cioè un determinato settore della realtà. E’ un evento, un ‘punto-dati’, se si vuole. Qualcosa di reale è successo, una vera scelta che dobbiamo fare ci attende. E poi cerchiamo di dare un senso a quell’esperienza, con la nostra ragione. E come vediamo, la ragione si basa su ipotesi elaborate in base a ‘criteri di fede’, informati dall’esperienza. Non solo la nostra esperienza, ma l’esperienza di noi stessi e di coloro di cui ci fidiamo”.

Secondo il direttore della Specola vaticana, “la scienza è un modo per incontrare Dio come creatore: è come una preghiera”. Bisogna chiedersi “chi sta realizzando questo incontro e dove si svolge? Io sono colui che sperimenta questo incontro, che sta avvenendo in questo universo fisico. Per parafrasare una vecchia canzone, io sono un ragazzo materialista che vive in un mondo materialista”. Ma – aggiunge – “se considero uno dei presupposti dai quali ero partito, il pensiero che questo mondo (e io in esso) sia il risultato di un atto deliberato di creazione da parte del Dio che sto cercando di incontrare, allora proprio come riesco a riconoscere Dylan o Dante dal modo in cui ha scritto il suo poema, allo stesso modo posso conoscere Dio dal modo in cui ha composto la poesia dell’universo”.

Precisa subito, Guy Consolmagno, che non sono idee sue: “San Paolo, cominciando la Lettera ai Romani, scrive che sin dal principio Dio si è rivelato nelle cose che ha creato. Si noti che sto parlando di poesia. La poesia è il modo in cui cerchiamo di esprimere qualcosa di più grande di quanto le parole possano contenere o esprimere: amore, paura, desiderio, gioia. Ogni documento scientifico è un’opera di poesia. Che cos’è, d’altra parte, un’equazione scientifica se non una metafora dei frammenti di realtà che si sta tentando di descrivere?”.

E a proposito di opere poetiche, il direttore-astronomo cita la Genesi, il suo inizio, “uno dei grandi poemi su Dio e la Creazione. Ovviamente questo non è un libro di testo scientifico… la scienza non era ancora stata inventata quando la Genesi fu scritta. Questo libro ci dice cose meravigliose sulla Creazione. Innanzitutto, ci dice che Dio decise di creare un universo. Insomma, non è accaduto per errore, a differenza di quello che pensavano i babilonesi. E’ fatto in modo logico, passo dopo passo, giorno dopo giorno. E la prima cosa creata è stata la luce, così che nulla di quanto realizzato resti nell’oscurità”. Qui il nostro interlocutore si ferma e scandisce bene le parole: “Dio ama la logica. Nell’incipit del Vangelo di Giovanni noi leggiamo ‘in principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio’. Verbo in greco si dice logos, la radice di logica. Dio è quindi identificato con la Ragione”. Il culmine di tutto, però, si raggiunge al settimo giorno, “quando noi ci fermiamo a contemplare questo universo nel quale siamo stati messi. La contemplazione potrebbe essere poesia o preghiera. O anche scienza”.

A proposito di scienza e di scienziati, è d’obbligo la domanda sull’assunto di Stephen Hawking, secondo cui – dopo aver per un attimo tentennato dinnanzi all’ipotesi dell’esistenza divina – le prove a disposizione dicono che l’universo non ha bisogno di alcun creatore, che il Big Bang deriva da null’altro se non dalle leggi della fisica. Consolmagno accetta la sfida e confuta scientificamente: “Consideriamo l’idea di Hawking in modo logico. Lui dice che il Big Bang potrebbe essere il risultato di una fluttuazione quantistica dello spazio-tempo, una fluttuazione quantistica della gravità. Assume quindi che le persone religiose identifichino l’origine dell’universo intesa come Big Bang con l’atto di creazione divina. Quindi conclude che non esiste alcun Dio. Ma se si segue il suo stesso ragionamento, si capisce che non è vero. Se Dio è la cosa che inizia il Big Bang e la cosa che inizia il Big Bang è la gravità, allora deve concludere che la gravità è Dio”.

Il fatto è che, spiega ancora Consolmagno, Hawking “fraintende due concetti. Pensa che la creazione sia solo il punto di partenza, e pensa che dio sia la cosa che dà il via a tutto. Ma un dio responsabile del Big Bang universale non sarebbe altro che un dio della natura, come Giove o Cerere, che scagliavano fulmini o propiziavano la crescita dei raccolti. Insomma, un’altra forza accanto alla gravità e all’elettromagnetismo. Hawking ha ragione a non credere in un tale dio. Nessun cristiano dovrebbe farlo, abbiamo respinto le divinità della natura degli antichi romani e greci (soffrendo le persecuzioni) e dobbiamo respingere anche quell’idea di dio. Neanche io ci credo, così come non credo a tante altre idee di dio che circolano nel mondo. Insomma, io e Hawking sul punto non siamo così distanti. Ma il Dio della Genesi è colui che è già presente prima che lo spazio e il tempo fossero creati. Sì, ci sono le leggi della fisica da usare per spiegare come funzionano le cose. Dio però è fuori dal tempo e l’atto di volontà che ha reso possibile l’esistenza di questo universo è un atto che non è circoscrivibile ad alcun luogo o momento. La creazione avviene in ogni momento, sempre. Ogni secondo che esiste in modo che possiamo essere consapevoli della sua esistenza è un miracolo. Non c’è ragione alcuna, all’interno della natura stessa, per spiegare perché la natura possa esistere”.

Complicato? “Questo – osserva il direttore della Specola vaticana – è un fondamento classico della filosofia e anche della ragione, legato all’idea che ogni atto razionale debba partire da assiomi che sono al di fuori del campo della ragione, provandoli o confutandoli. Il significato di questo universo, insomma, non può essere trovato nell’universo”.

Guy Consolmagno a questo punto ci tiene ad aprire una parentesi, un inciso neanche troppo marginale che riguarda Georges Lemaître, l’astrofisico belga che per primo, negli anni Venti, avanzò la teoria del Big Bang, venendo schernito da buona parte della comunità scientifica perché lui era un prete cattolico: pensavano che volesse dimostrare la storia della creazione della Genesi. “Lemaître – il quale è stato ricordato nel 2016 con convegni, pubblicazioni e studi a cinquant’anni dalla morte avvenuta a Lovanio, ndr – aveva capito bene questo fatto e infatti si rifiutò di identificare il punto d’origine del Big Bang con l’atto della creazione divina. Naturalmente, a differenza di Stephen Hawking, Georges Lemaître aveva anche studiato teologia e filosofia. Era un prete, oltre che uno scienziato con dottorato in matematica e astrofisica”.

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Maria, donna in grado di essere per l’Altro

Posté par atempodiblog le 8 mars 2018

Maria, donna in grado di essere per l’Altro
Rileggere con l’arte sacra la festa della donna. Superando ogni barriera Caravaggio ci offre una straordinaria icona della donna, diversa dagli stereotipi cui siamo abituati. La Maria caravaggesca è una donna vera, regale, umile, risoluta e premurosa, accogliente e stimolante.
di suor Maria Gloria Riva – La nuova Bussola Quotidiana
Tratto da: 
Radio Maria

Maria, donna in grado di essere per l'Altro dans Articoli di Giornali e News caravaggio-madonna-dei-pellegrini

Una festa, quella della donna, che più d’ogni altra ha il potere di mettere in luce la povertà di senso che ci circonda. Non tanto per l’origine della festa in sé quanto per il modo di celebrarla. Vien da chiedersi, infatti, a quale donna guardare, quali modelli offre oggi l’orizzonte quotidiano. Forse la donna efficientissima e di successo? O la donna sex symbol, la donna spregiudicata, la donna manager, la donna snob, la donna intellettuale, la donna politica? Quale donna?

Viene alla mente una donna poco gettonata, certo controcorrente, ma che, forse, davvero unica merita il titolo di Ma-donna, cioè donna per eccellenza; archetipo femmineo assoluto:  donna, vergine e madre. Maria.

Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, un artista che con le donne ebbe un rapporto tormentato, un po’ conflittuale, seppe dare della Madonna un’immagine bella, fresca, risoluta. Come doveva essere lei, Maria di Nazaret.

Un quadro, in particolare, mi sorprende ogni volta che lo guardo, per come riesce a render vere e nuove le straordinarie parole del poeta: Donna se’ tanto grande e tanto vali che qual vuol grazia ed a te non ricorre sua disïanza vuol volar sanz’ali. Con tali versi Dante propone un modo per orientarsi verso mete più alte e più vere (la grazia cui si anela) attraverso di lei, la Donna che tanto grande e tanto vale.

L’opera del Caravaggio in questione è la cosiddetta Madonna dei Pellegrini situata nella chiesa di Sant’Agostino a Roma. Il Merisi la dipinge prendendo le mosse da una statua, vista probabilmente tra la ricca collezione di Ferdinando de Medici, quella di Thusnelda; una principessa germanica che, fatta prigioniera mentre era in attesa di un figlio, portò a termine la gravidanza e rimase fedele al marito il quale, a sua volta, mai la dimenticò rifiutando di risposarsi.

Anche Maria è immortalata così, statuaria e regale, tiene fra le braccia il Bimbo, come un trofeo. Così del resto aveva fatto l’eroina germanica ostendendo il figlio durante il trionfo del nemico.

Sì, Maria è regina, nobile nel portamento, ma è anche modesta, umile, compassionevole come il luogo dove appare. Lo stipite di una porta e un muro leggermente scrostato è, del resto, tutto quanto ci è consentito vedere della casa di Nazareth. Da qui Maria ostende il figlio spinta non da fierezza indomita, ma dalla sua misericordia.

Questa vergine regale non riceve i pellegrini dentro casa, seduta su un trono, mandando i servi ad aprire la porta. No, esce lei stessa, va incontro ai visitatori e li attende sull’uscio, pronta ad invitarli ad entrare. Questa donna non ha trono, lei stessa è trono del divin figlio che tiene in braccio.  Lo sguardo, rivolto ai due poveri inginocchiati, è premuroso e attento.

Gesù è nudo: ha la nudità dell’innocenza, la nudità di quel corpo che Maria prenderà in braccio, ancora per l’ultima volta, sotto la croce per deporlo nel sepolcro. Un lenzuolo, infatti, in cui già s’adombra il telo sindonico, avvolge il corpo del Bimbo.

Quella che ci offre Caravaggio insomma è l’immagine controcorrente di una donna che vive pienamente quell’«essere-per» cui fu destinata fin dall’eternità. Essere per l’altro, essere per l’uomo, per ogni uomo, in una donazione gratuita che edifica la donna che la attua.

Così comprendiamo meglio l’abbandono sicuro del divino Bambino dentro l’abbraccio materno. Da quel trono, così saldo, Cristo solleva leggermente il capo e benedice i due fedeli. Li benedice e insieme li indica: siamo così costretti a guardarli bene e a considerare l’umiltà della loro foggia, ad osservare i loro piedi testimoni eloquenti della strada che han percorso, polverosa e aspra.

Su quei piedi si sono scritti intere pagine, alcuni critici vicini all’epoca dell’artista (Baglione nel 1642 e l’abate Bellori nel 1672) hanno lasciato note non del tutto benevole, facendo addirittura velatamente credere che per il sudiciume di quelle estremità il dipinto fu rifiutato e deriso. In realtà i due pellegrini sono stati identificati con due nobili: il marchese Ermete Cavalletti e sua Madre. Furono loro a volere l’opera: devoti alla Vergine lauretana, essi vollero identificarsi con i molti che, approdando all’umile casa di Nazareth, van cercando da secoli luce e conforto. Il Cavalletti e la madre erano seguaci di una corrente nota come il pauperismo borromaico ed oratoriano, la quale, pur comprendendo prelati e altolocati, si proponeva uno stile di vita umile e dimesso, tutto teso alle cose del Cielo.

Così in questi due cenciosi ci è possibile vedere l’umanità tutta e nella donna anziana un insegnamento per noi. Forse per aver perso molte delle preoccupazioni e delle baldanze giovanili è lei a guardare più decisamente verso la Vergine, Novella Thusnelda, e ad indicarci con lo sguardo, dove orientare il desiderio.

Thusnelda  significa «a forma di stella»: nutrire desideri alti, puntare verso le stelle per avere quella forma che è la forma di Maria, la Stella maris, è l’auspicio che ci viene da questa nobildonna del seicento.

Così superando ogni barriera di tempo e di cultura Caravaggio ci offre una straordinaria icona della donna, diversa dagli stereotipi cui siamo abituati. La Maria caravaggesca è una donna vera, regale, eppure umile, risoluta e insieme premurosa; accogliente ma nel contempo stimolante. Maria, sembra dirci Caravaggio,  ti trova dove sei ma non ti lascia come sei: porta alto il tuo desiderio, ti conduce verso quella misura alta della vita che ti fa pienamente uomo e pienamente donna.

Davanti a questa donna, ci sentiamo allora davvero come i due nobili cenciosi e sale anche al nostro labbro la dantesca invocazione: Donna se’ tanto grande e tanto vali che qual vuol grazia ed a te non ricorre sua disïanza vuol volar sanz’ali.

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Buon Natale di cuore a tutti!

Posté par atempodiblog le 25 décembre 2017

Buon Natale di cuore a tutti! dans Fede, morale e teologia Nativit_di_Giotto

«Nel racconto della nascita di Gesù, quando gli angeli annunciano ai pastori che è nato il Redentore dicono loro: “Questo sarà per voi il segno, troverete un bambino appena nato avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia…”. Questo è il segno: l’abbassamento totale di Dio.

Il segno è che, questa notte, Dio si è innamorato della nostra piccolezza e si è fatto tenerezza, tenerezza verso ogni fragilità, verso ogni sofferenza, verso ogni angoscia, verso ogni ricerca, verso ogni limite.

Il segno è la tenerezza di Dio e il messaggio che cercavano tutti coloro che sentivano disorientati, anche quelli che erano nemici di Gesù e lo cercavano dal profondo dell’anima, era questo: cercavano la tenerezza di Dio. Dio fatto tenerezza, Dio che accarezza la nostra miseria, Dio innamorato della nostra piccolezza».

Jorge Mario Bergoglio – Omelia della veglia di Natale (24 dicembre 2004)

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Silenzio, adorazione, preghiera. La lezione dei bambini

Posté par atempodiblog le 21 novembre 2017

Silenzio, adorazione, preghiera. La lezione dei bambini
di Aldo Maria Valli
Tratto da: Aldo Maria Valli Blog

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Oggi Santa Subito mi ha raccontato una bella esperienza con i suoi bambini del secondo anno di catechismo.

I ragazzini sono tredici, di nove anni. L’argomento affrontato è «La chiamata». Prima nel Vecchio Testamento, poi nel Nuovo.

Dopo aver approfondito la conoscenza della storia di Abramo, è il turno di Mosè: la sua origine, la vita, i problemi di balbuzie, l’episodio dell’uccisione di un sorvegliante che picchiava uno schiavo ebreo. E poi Mosè chiamato da Dio, che si manifesta come fuoco nel roveto ardente.

Mosè accetta di avvicinarsi mosso prima di tutto dalla meraviglia e dalla curiosità. Il roveto arde misteriosamente e lui vuole capire perché. Dio si presenta, spiega di essere il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe, e Mosè, che si sente inadeguato, prova paura, tanto che si copre il volto, come è naturale in un simile frangente.

Il racconto ci riguarda, spiegano le catechiste ai bambini, perché dimostra che Dio, per manifestarsi, può scegliere anche un uomo tutt’altro che esemplare, un pastore che ha un sacco di difetti, si è reso responsabile di un omicidio, ha problemi nell’esprimersi e, cresciuto con gli egiziani, non conosce il Dio del suo popolo. C’è anche un faraone che se la prende con gli ebrei e li perseguita, il che dimostra che certe difficoltà di convivenza non sono poi una novità.

E che cosa chiede Dio a Mosè? Di togliersi i sandali, perché è su terreno sacro.

E lo stesso fanno le catechiste. Portano i bambini in cappella, dove, davanti al tabernacolo, è stato steso un tappeto. Invitano a togliersi le scarpe che, è stato spiegato, rappresentano le sicurezze. Raccomandano anche silenzio assoluto e dignità nel comportamento: niente mani in tasca, niente bocche che masticano chewing gum, niente giochi e dispetti.

Ed ecco la sorpresa: i bambini, che in genere faticano a mantenere il silenzio e a rispettare le regole, capiscono immediatamente che la situazione è speciale, che lo spazio e il tempo nei quali stanno entrando non sono quelli usuali, e fanno come le catechiste hanno chiesto.

Ai bambini in precedenza è stato spiegato che Mosè, nel rapporto con Dio, sviluppa con lui una familiarità. Con Dio noi possiamo parlare, perché non è un’entità lontana e imperscrutabile, ma è Padre. E quando parliamo con Dio? Quando preghiamo, risponde un bambino. Bravo!

Quattro le preghiere insegnate ai bambini: mio Dio, aiutami a sentirti; aiutami a seguirti; aiutami a capire; aiutami a diventare grande, a conoscerti sempre meglio.

Ogni bambino ha scelto una preghiera ed ora, nella cappella, davanti al tabernacolo, sul tappeto, senza scarpe e in ginocchio, è il momento di rivolgerla a Dio. Lì c’è la lucina rossa: vuol dire che Gesù è presente. Lui ci ascolta e ci accoglie.

I bambini, prima di recarsi in cappella per un momento tanto speciale, hanno lasciato tutto in aula: lo zainetto, la cartelletta che contiene il «book in progress» realizzato con le catechiste, il giubbotto. Per andare lì, in quel luogo speciale, non occorre nulla e nulla ci deve distrarre.

Ed ecco la seconda sorpresa: i bambini si trasferiscono dall’aula alla cappellina con parecchio disordine, ma una volta entrati, vedendo il gruppo che li precede in preghiera, cambiano atteggiamento. Arriva il loro momento, si tolgono le scarpe, si inginocchiano sul tappeto davanti all’altare e restano silenziosi e concentrati. Ciascuno di loro sussurra la propria preghiera, senza disturbare gli altri. Capiscono che stanno vivendo un momento diverso da tutti gli altri, un momento straordinario. Capiscono che lo spazio e il tempo del sacro richiedono un atteggiamento che non può essere il solito.

Con lo sguardo rivolto al tabernacolo, la preghiera è sussurrata più volte: mio Dio… mio Dio…

Poi, a un cenno della catechiste, si esce. Di nuovo in silenzio, scalzi, si torna in classe. Ecco i genitori, arrivati per prelevare i loro bambini. Ma nessuno dei ragazzini si mette a correre e a schiamazzare, come avviene di solito. L’«effetto-sacro», se vogliamo chiamarlo così, è ancora operante. I bambini sono consapevoli di aver vissuto attimi di una qualità straordinaria.

E infine un’altra sorpresa. C’è un bambino che piange. Che succede? Perché? Le catechiste chiedono, e lui risponde: sta bene, non ha paura, non è triste. «Mi sono emozionato», spiega con candore.

Ma questi sono gli stessi bambini che di solito fanno chiasso, si concentrano con difficoltà, si distraggono? Sì! Nessuno li ha sostituiti! Tra loro c’è anche un bimbo iperattivo. Eppure hanno capito molto bene che il tempo e lo spazio del sacro sono un’altra cosa, che c’è un atteggiamento consono alla preghiera e all’adorazione. Hanno capito molto bene la richiesta di togliersi le scarpe, di stare in silenzio e in ginocchio, di rivolgersi a Dio con la preghiera personale, soltanto sussurrata ma fortissima perché proveniente dal cuore.

«Davvero non immaginavo – dice Santa Subito – che avremmo ottenuto questo risultato. Pensavo che mantenere il silenzio sarebbe stato difficile e che la richiesta di pregare si sarebbe trasformata in occasione per l’ennesimo gioco. Invece i bambini hanno risposto dimostrando di avere in loro una naturale predisposizione al sacro, al dialogo con Dio, all’adorazione».

E in tutto questo c’è una lezione.

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Manuel, il bambino che parlava con Gesù Eucarestia

Posté par atempodiblog le 29 octobre 2017

Manuel, il bambino che parlava con Gesù Eucarestia
di Costanza Signorelli – La nuova Bussola Quotidiana

Manuel, il bambino che parlava con Gesù Eucarestia dans Articoli di Giornali e News Manuel_il_bambino_che_parlava_con_Ges_Eucarestia

Anche se nella sua giovanissima vita non avesse parlato a tu per tu con Gesù, la storia di Manuel resterebbe senza alcun dubbio un prodigio meraviglioso. Un bambino che a soli quattro anni affronta la malattia come fosse un’inesauribile storia d’Amore con il suo Gesù. Un piccoletto che offre il suo dolore innocente sino al sangue per «convertire più anime possibili». Un fanciullo che a 9 anni nasce al Cielo in festa, così sicuro del Paradiso tanto da non vedere più i confini tra Cielo e terra. Ecco, entrare nella storia di questo mistero basterebbe a sciogliere anche i cuori più induriti, «quelli che – dice Manuel - non conoscono il Tuo amore». E però quel bambino di Calatafimi, in quel paesello di 6 mila anime disperso fra le colline sicule dell’agro segestano, quel piccolo bambino, con il suo Gesù, ci parlava per davvero.

Certo, servirebbe narrare degli oltre 30 cicli di chemioterapia, del trapianto, delle operazioni e trasfusioni di sangue, delle metastasi diffuse, degli inenarrabili dolori sofferti nel dolce corpicino, ma neppure i racconti più dettagliati basterebbero per comprendere la Via Crucis che Manuel ha percorso per cinque anni, da quella mattina del 2005 in cui il piccolo si sveglia con un forte dolore alla gamba destra e una fastidiosa febbriciattola che gli toglie l’appetito. La diagnosi arriverà una manciata di giorni più tardi presso l’ospedale pediatrico di Palermo, dove Manuel viene trasportato d’urgenza per un tracollo repentino delle condizioni di salute: i referti medici parlano di “un’infiltrazione massiva di neuroblastoma di IV stadio che ha intaccato le creste iliache del bacino”. In una parola: tumore. A soli 4 anni. Eppure, leggendo le pagine del diario che mamma Enza ha ricomposto con le lettere del figlioletto e i racconti dei suoi testimoni, non si può che faticosamente arrendersi a quella che per il bambino restava una “semplice” evidenza: la battaglia di Manuel è stata gioiosa e gloriosa. In quella battaglia contro il male, combattuta con un fortezza dell’Altro mondo, in quella battaglia in cui è caduto e andato a morire, davvero Manuel ha vinto tra le potenti braccia di Dio Padre.

C’è un reale imbarazzo nel dover selezionare alcuni stralci dell’esistenza di Manuel essendo la sua vita uno sterminato campo di spiritualità incarnata, in cui si possono raccoglie i fiori più preziosi. Una spiritualità così profonda sin nella sua più tenera età. Come racconta suor Prisca, in servizio presso l’ospedale di Palermo, dove il bambino viene subito sottoposto all’operazione di asportazione del tumore e ai primi cicli di chemioterapia: «Era piccolissimo, ma prima di fare la terapia veniva sempre in cappella e incontrandomi mi diceva: « Suor Prisca, portami in sacrestia, perché voglio vedere Gesù in Croce! ». Poi teneramente le prendevo in braccio e gli mettevo la testolina vicino al tabernacolo. Era felicissimo perché voleva essere il più caro amico di Gesù. E poi recitavamo insieme il Santo Rosario e con emozione lo ascoltavo ripetere le litanie a memorie». Il racconto della sorella francescana del Vangelo, che appartiene alle prime tappe di Manuel sulla via della Croce, è rivelatore di quello che accadrà al frugoletto nei tempi a venire: attraverso la recita assidua del Santo Rosario, la Madre Celeste lo condurrà per mano da Suo figlio. La ricezione di Gesù Eucarestia diventerà l’unico vero centro della sua esistenza, sino ad arrivare – negli ultimi tempi di vita terrena – a nutrirsi del solo corpo di Cristo.

E’ infatti la Mamma Celeste che dai primissimi giorni di malattia entra nei racconti del bambino in modo insistente. Dapprima perché – dice Manuel – le Ave Maria lo fanno «stare meglio»: chiede spesso di recitarle specialmente nei momenti di dolore perché «lo fanno passare» o in quelli di paura perché «donano la forza e la pace». Ma più passa il tempo, più i racconti di quella Madre speciale prendono corpo, si fanno vividi, quasi palpabili. Come in quel pomeriggio di settembre. Manuel è esausto nel corpo per le interminabili terapie e affranto nell’animo per non poter raggiungere gli amici all’apertura dell’anno scolastico, il piccolo chiede allora alla Madonnina una consolazione speciale. Un tripudio di fuochi d’artificio imprevisti si accenderà nel cuore della notte, sotto gli occhi increduli di mamma Enza che fissa il cielo sbigottita dalla finestra dell’ospedale: solo qualche ora prima aveva teneramente compatito quel figlio così sicuro che annunciav«Questa notte ci saranno i fuochi. La Madonnina mi farà questo favore, ne ho bisogno!»Sono incalcolabili le volte in cui il bambino, ricorrendo alla Sua santa protezione, viene esaudito sopra ogni aspettativa ed è altrettanto incalcolabile l’amore che Manuel nutre per la Regina del Cielo. Ancora: il 13 ottobre 2007, sarà proprio la Lei ad aiutare il figliolo ad incontrare per la prima volta il suo grande Amico Gesù. E’ il giorno della Prima Comunione: Manuel ha solo 6 anni, ma date le allarmanti condizioni di salute ed il suo inestimabile desiderio di ricevere il Corpo di Cristo, il piccolo ottiene dal vescovo il permesso di anticipare il Sacramento dell’Eucarestia che riceverà dal cappellano, padre Mario, presso la piccola chiesa del nosocomio. La giornata tanto attesa però non promette bene, al risveglio il bambino è visitato da pesanti dolori alla gamba tanto da non potersi alzare dal letto, teme perciò di non riuscire a recarsi in cappella. Verso mezzogiorno e contro ogni previsione il male sparisce. Manuel lo spiega così: «La Madonna ha detto: “Non può Manuel prendere Gesù zoppicando”. E così ha fatto la magia e mi ha fatto guarire. Grazie, Madonnina del mio cuore!».

Ed è proprio con l’Eucarestia che iniziano gli assidui colloqui con Gesù. Ogni qual volta il bambino riceve il Corpo di Cristo cade in profonda contemplazione: se in chiesa si sdraia sul tappeto ai piedi dell’altare, se costretto a letto dalle terapie o dai dolori si copre tutto col lenzuolo, sino in viso. Quando riemerge, il fanciullo riferisce con massimo riserbo alla mamma o ai due padri spirituale – padre Ignazio Vazzana e il carmelitano fra Giuseppe – i suoi colloqui con Gesù, che negli ultimi tempi si fanno sempre più assidui e raggiungono livelli impressionanti. Difficili da decifrare e perfino da credere possibili in un bambino così piccolo. Eppure sono accaduti. Come il dopo-Comunione di una mattina di agosto: Manuel ha appena ricevuto l’Ostia consacrata da Piero, il ministro dell’Eucarestia. Dopo il ringraziamento, dice alla mamma: «Gesù nella Comunione mi ha detto una frase bellissima: “Il tuo cuore non è tuo, ma il mio ed io vivo in te».Poi aggiunge: «Non ho capito bene queste parole, me le puoi spiegare?». La mamma non sa cosa rispondere, con la testa che viene bombardata da mille interrogativi. Che cosa sta succedendo a suo figlio? In quell’istante non gli riesce che di recitare l’illuminante frase di san Paolo: «Io vivo, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (Gal. 2,20). Il bisogno di stare con Gesù si fa totalizzante tanto da spingere Manuel a supplicare il vescovo di Trapani così: «Vescovo. Desidero tanto avere Gesù Eucarestia a casa mia! Così posso adorarlo quando voglio! Non ti preoccupare, il posto dove fare il tabernacolo c’è!». Nonostante l’insistenza, la richiesta non potrà essere esaudita, ma Manuel troverà consolazione nell’ «immensa felicità di poter servire la Messa» nella cappella della Curia, vestito con la tunica della prima Comunione. Qualche tempo più tardi la supplica al vescovo si trasformerà in un accorata disposizione: «Vescovo, per favore, puoi dire ai tuoi sacerdoti di abituare tutti ad almeno cinque minuti di silenzio per poter parlare e ascoltare Gesù nel proprio cuore? Pensa all’ultima persona che fa la Comunione, non ha nemmeno il tempo di dire “Ciao” a Gesù!»Il perché lo spiegherà in un’altra lettera che il piccoletto sentirà l’urgenza di scrivere a tutti, amici e non, con la sapienza di un teologo e l’autorità di un uomo di Dio: «Gesù è presente nell’Eucarestia. Lui si fa vedere e sentire nella santa Comunione. Non ci crederete? Provate a concentrarvi, senza distrarvi. Chiudete gli occhi, pregate e parlate perché Gesù vi ascolterà e parlerà al vostro cuore. Non aprite subito gli occhi perché questa comunicazione si interrompe e non torna mai più! Imparate a stare in silenzio e qualcosa di meraviglioso succederà! Una BOMBA DI GRAZIA!».

Cardinali, vescovi, sacerdoti, consacrate o semplici laici, chiunque sia innamorato di Gesù e sente parlare di Manuel desidera conoscerlo e trascorrere un po’ di tempo in sua compagnia. La casa e l’ospedale diventano un via-vai di amici e interi conventi alzano al Cielo suppliche e lodi per questo piccolo gigante della fede. Senza dubbio uno degli aspetti che più sconvolge e converte chi gli sta intorno, è il modo in cui Manuel vive la sofferenza: è un fiore sbocciato ai piedi della Croce per adorare e abbracciare Gesù. Una Croce in cui Manuel vede con inenarrabile chiarezza la sua missione«Mamma davvero esistono persone che non amano Gesù? Dobbiamo portare a Lui più anime possibili». Amore, sacrificio e offerta di sé sono realtà inscindibili per Manuel, come spiegherà candidamente un giorno alla sua mamma: «Per amare Gesù devi pregare molto, lavorare bene, studiare e fare sacrifici per offrirli a Gesù». Scarifici? Chiederà spiegazione la madre. «Per esempio - replica il bambino - non vuoi mangiare pasta con le zucchine e tu la mangi lo stesso e lo offri per amore di Gesù»Ecco cosa racconta don Ignazio che, dall’età di 7 anni sino alla fine, lo ha seguito come padre spirituale: «Manuel mi diceva sempre che Gesù gli aveva donato la sofferenza e che aveva bisogno di essa perché insieme dovevano salvare il mondo (dal momento che Gesù lo aveva proclamato GUERRIERO DELLA LUCE). Manuel ha sempre lottato come un vero guerriero, ad imitazione di Cristo, fino al dono di tutta la sua vita per la salvezza e la conversione di tutti. Ricordo ancora in maniera viva la grande capacità di sopportazione della sofferenza che aveva, solo per amore di Gesù. Diverse volte mi chiamava la mamma dicendomi di convincere Manuel a prendere almeno la Tachipirina per alleviare i dolori grandi che aveva. Lui mi rispondeva che voleva aspettare ancora un po’ di tempo prima di prenderla perché Gesù aveva di bisogno della sua sofferenza in quel giorno per salvare le anime. Verso la fine, quando dopo la scintigrafia, i medici si accorgono di due masse tumorali in testa, Manuel ci rivela un dono grande che Gesù gli aveva fatto. Manuel in quei giorni aveva forti dolori di testa e non sapeva cosa avesse realmente. Dopo una Comunione scoppia in pianto e confida alla mamma e poi a me ciò che Gesù gli aveva detto. Noi gli abbiamo chiesto cosa avesse, dato che piangeva, e lui ci disse che Gesù gli aveva fatto un regalo speciale ed essendo felice piangeva per questo: Gesù gli aveva donato due spine della sua corona e queste le aveva ora sul suo capo. Io sono rimasto scioccato nel sentire ciò, perché questo è umanamente inspiegabile. C’è stata una coincidenza perfetta dei fatti: due masse tumorali in testa e le due spine della corona di Gesù che le erano state donate sul capo».

E però, nonostante grandi dolori e sofferenze, gli amici quasi mai lo sentono lamentarsi, a tutti ripete che sta bene e – anche nelle peggiori condizioni – trova sempre un motivo per ringraziare. Il bambino emana gioia, speranza, lode e amore per la vita, combatte con il sorriso. Eppure è sulla Croce. Arrivano gli ultimi giorni, l’agonia. I valori dell’emoglobina scendono ai minimi storici. I medici sospendono anche le trasfusioni: è il segnale della capitolazione totale. Ciò nonostante il cuore del guerriero riesce a battere ancora per quattro giorni, con meraviglia dei medici. La mamma capisce subito: “Manuel, hai fatto un altro patto con Gesù vero?”. Il piccolo fa cenno di sì: evidentemente sta offrendo le sue ultime gocce di vita per qualcuno di cui nessuno conoscerà mai il nome. Alla madre avrà disposto ogni dettaglio: in quel giorno indosserà la tunica della Prima Comunione e al posto del cuscino la sua testa dovrà poggiare sulla Bibbia al passo di Geremia (17,14) dove sta scritto: «Guariscimi, Signore, e io sarò guarito; salvami e io sarò salvato, poiché tu sei il mio vanto». Le dice anche che ella non piangerà, anzi che nessuno dovrà perdersi in pianti e schiamazzi, ma che tutti insieme dovranno raccogliersi in preghiera, sicché i suoi funerali potranno rispecchiare la grande festa che lui vivrà nei Cieli. Quei Cieli che in terra sono più aperti di quanto non si possa immaginare. Il 20 luglio 2010 Manuel nasce in Paradiso.

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Nostra Signora tra le Rivoluzioni: Fatima ci salva

Posté par atempodiblog le 12 octobre 2017

Nostra Signora tra le Rivoluzioni: Fatima ci salva
di Riccardo Barile – La nuova Bussola Quotidiana
Tratto da: Radio Maria

Nostra Signora tra le Rivoluzioni: Fatima ci salva dans Apparizioni mariane e santuari Fatima

Tantissimo si può scrivere su Fatima, beninteso restando nei limiti delle apparizioni o rivelazioni «permesse come da credere piamente con fede solo umana, secondo la tradizione che veicolano, confermata da idonee testimonianze e documenti» (Congregazione dei Riti 12.5.1877). Va da sé che il sottoscritto “ci crede” e scrive per quelli che “ci credono”.

La ricorrenza quest’anno del centenario della Rivoluzione di Ottobre sollecita a cogliere il fatto che Fatima si incastona tra due rivoluzioni: del Portogallo prima e della Russia poi. Infatti all’inizio delle apparizioni il Portogallo era giunto al culmine di un processo politico che ne prevedeva la scristianizzazione; a sua volta un mese dopo l’apparizione conclusiva ebbe luogo in Russia la Rivoluzione di Ottobre con gli stessi intenti, ma con maggior incidenza internazionale. E forse la Madonna non scelse a caso le date delle apparizioni.

TRA DUE RIVOLUZIONI

In Portogallo dal 1833 il partito liberale si fece sempre più forte. Il 5 ottobre 1910 cadde la monarchia con Manuele II, nipote della regina Maria Pia di Savoia. Nello stesso anno fu emanata la legge della separazione della Chiesa dallo Stato a firma di Afonso Augusto da Costa (1871-1937), ministro della giustizia e poi tre volte primo ministro. Nel 1911 Costa dichiarò che in pochi decenni sarebbe scomparso dal paese ogni influsso religioso cristiano.

Il 24 maggio 1911 san Pio X intervenne con l’Enciclica Iamdudum in Lusitania (Già da tempo in Portogallo) denunciando un «odio implacabile verso la religione cattolica», che di fatto comportava: separazione della Chiesa dallo stato; persecuzione di vescovi ed espulsione di religiosi; eliminazione di festività religiose e dell’insegnamento cristiano nelle scuole con programmi atei; difficoltà burocratiche nell’aiutare economicamente le parrocchie e organizzazioni laiche per la gestione delle stesse; intromissioni nella educazione e nei programmi di scuola dei seminaristi; difficoltà a far circolare i documenti papali o romani; benefici per i preti che si fossero sposati e per le rispettive mogli e figli ecc. (EE 4/346-353).

Nel 1917 Afonso Augusto da Costa era di nuovo al governo, un terzo mandato che curiosamente quasi coincise con il periodo delle apparizioni: queste coprirono il lasso di tempo dal 13 maggio al 13 ottobre e nello stesso anno Costa fu primo ministro dal 25 aprile all’8 dicembre. Poi, dopo un nuovo colpo di stato, fu esiliato a Parigi dove morì.

In Russia invece la Rivoluzione di ottobre seguì di un mese l’ultima apparizione del 13 ottobre 1917, quando con l’insurrezione del 7-8 novembre (25-26 ottobre secondo il calendario giuliano vigente in Russia) i bolscevichi inaugurarono il governo rivoluzionario sotto la presidenza di Vladimir Lenin († 1924), governo che, dopo una guerra civile, si consolidò definitivamente nel 1921-1922. E cominciarono anni di ateismo civile e culturale con persecuzioni ai cristiani: sotto Lenin, sebbene nel febbraio 1922 il Patriarca Tykhon avesse invitato a consegnare gli oggetti di valore delle chiese per soccorrere la popolazione, furono messi a morte 2691 preti, 1962 monaci, 3447 monache, 2 metropoliti e 40 vescovi; sotto Josif Stalin († 1953) furono chiuse tantissime chiese di campagna e nel 1932 fu varato un piano quinquennale che prevedeva: «Con il 1° maggio 1937 la nozione stessa di Dio sarà cancellata dalla mente del popolo»; sotto Nikita Kruscev († 1971) fu instaurato un clima di controllo statale che portò alla chiusura di circa 15.000 chiese, 5 seminari, 55 monasteri.

I BAMBINI VEGGENTI E LA POLITICA

Aljustrel, paese natale di Lucia, Giacinta e Francesco, era uno sperduto villaggio dove i fermenti culturali e politici arrivavano attutiti. La presenza del governo era avvertita solo quando i giovani venivano prelevati per andare in guerra con il rischio di morirvi. Molti bambini, e all’inizio i veggenti con loro, erano analfabeti. Lucia farà difficoltà a datare certi avvenimenti dell’infanzia «perché in quel tempo io non sapevo ancora nemmeno il giorno dei mesi» (Lettera del 18.5.1941). Dalle testimonianze sembra che i veggenti non avvertissero la politica massonica e anticristiana del governo e neppure sapessero dov’era la Russia.

Di fatto i veggenti sperimentarono l’arresto e la reclusione da parte del sindaco di Vila Nova de Ourém Artur de Oliveira Santos a metà agosto 1917 e Lucia nel 1918 o 1919 fu impedita di recarsi a Cova da Iria da due militari a cavallo in quanto «il governo non vedeva di buon occhio lo svolgersi degli avvenimenti»; sempre Lucia mentre si trovava a Lisbona sospettò di essere ricercata dal governo (II Memoria): questi pochi cenni si limitano a constatare l’opposizione a Fatima, ma non raggiungono la percezione di una politica massonica anticristiana più vasta. Anche quando il 25.3.1997 – a 80 anni dalle apparizioni – Lucia firma il libro Scritti e ricordi (Ed. Vaticana 2017), la descrizione del paese d’infanzia (pp. 23-33) è cristianamente idilliaca e senza il minimo cenno alla situazione politica. Per cui, se la Madonna apparendo toccò questo tasto, si trattò veramente di una iniziativa sua e non dei veggenti.

LA MADONNA INTERVIENE

Le apparizioni della Madonna furono precedute da tre apparizioni di un angelo nel 1916. Nella seconda l’angelo chiese ai veggenti preghiera e sacrifici per uno scopo: «Attirate così la pace sulla vostra patria. Io sono il suo Angelo custode, l’angelo del Portogallo». L’angelo riprese la categoria degli “angeli delle nazioni” (Dn 10,13), insinuando ai veggenti che le sorti della loro nazione non erano solo nelle mani dei governanti di turno. Nello stesso senso il 13 luglio 1917 la Madonna promise: «In Portogallo si conserverà sempre il tesoro della fede ecc.» (IV Memoria), promessa che supponeva un pericolo reale per la fede. E furono il pellegrinaggio e la fede suscitati a Fatima che cambiarono in meglio la situazione (alcuni però leggono il “ecc.” come premessa di qualcosa che non è ancora stato manifestato).

Nella stessa apparizione del 13 luglio, quella del “segreto” (reso pubblico dalla Santa Sede: EV 19/986-989) la Madonna citò la Russia: «verrò a chiedere la consacrazione della Russia», la quale «si convertirà e (gli uomini) avranno pace; se no, spargerà i suoi errori per il mondo, promovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa» (EV 19/988). Era la “politica” della Madonna per la Rivoluzione di ottobre e il suo seguito! Pio XII consacrò la Russia con la Lettera apostolica Sacro vergente anno (7.7.1952: EE 6/1990-2009) e Giovanni Paolo II con un Affidamento del 1981, ripetuto nel 1982 e 1984 (EV 19/981-982). A detta di mons. Bertone, «Suor Lucia confermò personalmente che tale atto solenne e universale di consacrazione corrispondeva a quanto voleva nostra Signora» (EV 19/983), ma ad oggi non tutti sono d’accordo.

La Madonna preannunciò una seconda guerra mondiale e mostrò una processione verso una Croce con l’uccisione di un vescovo vestito di bianco e altri sacerdoti e fedeli (EV 18/989).

COME E PERCHÉ LA MADONNA INTERVENNE

Come mai la Madonna intervenne? Perché l’uomo è sociale e se una società, la sua cultura, il suo governo ecc. contrastano la fede, la fede di molti rischia di spegnersi. Ora, nel momento in cui le forme di governo cambiano, il rischio è di allontanare Dio e così capitò quando il popolo chiese un re e Dio disse a Samuele: «Ascolta la voce del popolo, qualunque cosa ti dicano, perché non hanno rigettato te, ma hanno rigettato me, perché io non regni più su di loro» (1Sam 8,7). Certi profondi cambiamenti politici sono opportuni e talvolta necessari, ma è proprio qui che si insinua la concupiscenza umana (1Gv 2,16) come desiderio di dominio e oppressione (Mt 20,25) producendo anche sugli altri una «affermazione di sé contro gli imperativi della ragione» (CCC 377). Ed ancora è qui che si insinua l’azione del demonio.

La Madonna non sponsorizzò nessun sistema politico, ma chiese atteggiamenti contrari e correttivi verso quanto sopra. Chiese la comunione riparatrice ai primi sabati del mese e, «in modo sorprendente per persone provenienti dall’ambito culturale anglosassone e tedesco», la consacrazione della Russia al suo Cuore Immacolato e a tutti la devozione a questo stesso Cuore, nel quale volontà di Dio «diviene il centro informante di tutta quanta l’esistenza» (Card. J. Ratzinger, Commento teologico: EV 19/1012). Chiese la penitenza e la preghiera per i peccatori.

In questo modo la società poteva cambiare assetto politico, ma conservando il riferimento a Dio. Soprattutto si evitava di assolutizzare il cambiamento e mentre esso avveniva i cuori restavano fissi dove è la vera gioia: «ibi nostra fixa sint corda, ubi vera sunt gaudia» (Domenica XXI ordinario). Senza dimenticare di pregare e sacrificarsi, perché «molte anime vanno all’inferno perché non hanno nessuno che si sacrifichi e preghi per loro» (IV Memoria).

FATIMA UN MESSAGGIO DI SVENTURA?

Anche se le rivoluzioni produssero sventure, c’è in Fatima una positività.

La positività stessa che la Madonna interviene nella nostra storia anche politica, certo non di suo ma per iniziativa divina e per ricondurre al Padre per Cristo nello Spirito.

La positività della apparizione finale (13 ottobre 1917), quando san Giuseppe e Gesù Bambino e poi adulto – nostro Signore – «parevano benedire il mondo» (IV Memoria).

La positività del “segreto” (13 luglio 1917), che, dopo la visione delle sofferenze e dei martiri sotto un grande Croce, così termina: «sotto i due bracci della Croce c’erano due angeli ognuno con un innaffiatoio di cristallo nella mano, nei quali raccoglievano il sangue dei martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavano a Dio» (EV 19/989). L’allora card. Ratzinger, nel già citato Commento teologico, ne traeva la conclusione che «nessuna sofferenza è vana, e proprio una Chiesa sofferente, una Chiesa dei martiri, diviene segno indicatore per la ricerca di Dio da parte dell’uomo (…): dalla sofferenza dei testimoni deriva una forza di purificazione e di rinnovamento, perché essa è attualizzazione della stessa sofferenza di Cristo e trasmette nel presente la sua efficacia salvifica» (EV 19/1019).

Tutto questo all’interno delle rivoluzioni, ma vissute con il messaggio di Fatima.

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