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Sant’Anna nell’arte

Posté par atempodiblog le 26 juillet 2017

Sant’Anna nell’arte
Leonardo e la riflessione sull’origine
di Rodolfo Papa – Zenit (7 aprile 2014)

Sant’Anna nell’arte dans Articoli di Giornali e News Leonardo_da_Vinci_Sant_Anna_Mus_e_du_Louvre

La scorsa settimana ho avuto occasione di tornare a riflettere sulla figura di Sant’Anna nell’arte, perché sono stato invitato al Castello Ventimiglia di Castelbuono, in Sicilia, incastonato nelle Madonie, a tenere una conferenza su questo tema. Infatti, nel castello si conservano le preziose reliquie di sannt’Anna, giunte li nel XIV secolo. La cappella palatina del castello Ventimiglia, fu in seguito decorata dai Serpotta, unico caso tra le loro opere, in cui viene usato il fondo a foglia d’oro a piena parete, che in seguito la bottega abbandonerà per una scelta di purezza cromatica legata ai toni di bianco, così come li conosciamo nella più famosa cappella palermitana dell’Oratorio di San Lorenzo. In questa occasione analizzando tutta l’iconografia maturata tra l’VIII-IX secolo e il XV, ancora una volta ho potuto “meravigliarmi” della peculiare capacità di Leonardo nell’affrontare, in modo antico e nuovo,  questo tema. Leonardo, infatti, è come tutti i grandi artisti all’interno del “sistema d’arte cristiano” è capace di elaborare un segno pregno di significati uniti e desunti dalla tradizione, ma nel contempo totalmente innovativo, tanto da influenzare iconograficamente grandi artisti dei secoli successivi, come Caravaggio.

Nella produzione pittorica di Leonardo constatiamo una particolare sensibilità nell’affrontare il mistero dell’Incarnazione. In opere quali  l’Annunciazione o la Vergine delle Rocce, Leonardo riesce, infatti, ad interpretare l’iconografia tradizionale, producendo composizioni originali, in cui l’umanità e la divinità di Cristo vengono mostrate mediante il linguaggio proprio della pittura, con sublime poesia e profondità teologica.

Questa peculiare cifra spirituale appare espressa in modo eccellente nel cartone di Burlington House, Sant’Anna, la Vergine e il Bambino ora alla National Gallery di Londra e nell’olio su tavola Sant’Anna, la Madonna e il Bambino con l’Agnellino, conservato al Louvre di Parigi. Le due opere sono simili per tema e trattazione, ma presentano alcune differenze compositive. Nella tavola conservata a Parigi, la Vergine siede sulle ginocchia di sua madre sant’Anna, ed è abbassata in avanti, cosicché Anna si impone come la figura più alta; Maria ha le braccia protese verso Gesù Bambino, che sembra voler salire per gioco su un agnellino, voltandosi verso la Madre. Il gruppo si staglia su uno sperone di roccia, su una zolla di terra, geologicamente connotata. Nel cartone conservato a Londra, i volti delle due donne sono invece vicini e Maria ha in braccio Gesù Bambino, proteso verso San Giovannino.

Vasari nelle sue Vite descrive un cartone che è forse una prima versione perduta, e che sembra essere la sintesi delle due opere che possediamo, in quanto vi sarebbero presenti sant’Anna, Maria, Gesù Bambino, san Giovannino e un “pecorino”; soprattutto Vasari fin dalla prima edizione delle Vite sottolinea l’ammirazione provata da tutti verso tale mirabile opera, in cui vengono magnificamente rappresentati i sentimenti dei santi protagonisti, in particolare di Maria: «Fece un cartone dentrovi una Nostra Donna et una Santa Anna, con un Cristo, la quale non pure fece maravigliare tutti gli artefici, ma finita ch’ella fu, nella stanza durarono dui giorni di andare a vederla gli uomini e le donne, i giouani et i vecchi come si va a le feste solenni, per vedere le maraviglie di Lionardo, che fecero stupire tutto quel popolo. Si vedeva nel viso di quella Nostra Donna tutto quello che di semplice e di bello può con semplicità e bellezza dare grazia a una madre di Cristo; volendo mostrare quella modestia e quella umiltà che in una vergine contentissima di allegrezza del vedere la bellezza del suo figliuolo, che con tenerezza sosteneva in grembo; e mentre che ella con onestissima guardatura a basso scorgeva un santo Giovanni piccol fanciullo che si andava trastullando con un pecorino, non senza un ghigno d’una Santa Anna che, colma di letizia, vedeva la sua progenie terrena esser divenuta celeste. Considerazioni veramente dallo intelletto et ingegno di Lionardo».

Si tratta realmente di una composizione pittorica estremamente significativa. Infatti, l’intreccio delle figure, fisicamente legate, risulta immagine della genealogia umana di Gesù, che è veramente figlio di Maria, che è veramente figlia di Anna. Questa genealogia umana poggia sulla terra: la descrizione pittorica della terra naturale su cui si ergono le figure sottolinea la reale umanità di Gesù.

Nel dipinto la testa di sant’Anna sovrasta Maria, e la sua figura, dalla testa fino al piede sinistro, costituisce l’asse centrale dell’intera composizione. Con questa costruzione, Leonardo si colloca in maniera originale nella tradizione iconografica tre-quattrocentesca che rappresenta Sant’Anna come progenitrice; per esempio nei  dipinti di Lorenzo da Sanseverino, di Masolino, di Masaccio, di Beccafumi e di Memling, Anna sovrasta Maria in una posizione e in una dimensione più alta, in quanto madre e in quanto anziana. Ma pur essendo più anziana e in qualche modo dominante, sant’Anna viene sempre rappresentata come colei che contempla la figlia Maria, con amore di madre e fede di santa. Nel dipinto di Leonardo, sant’Anna ha lo sguardo abbassato verso Maria, la quale guarda negli occhi Gesù. In questo modo appare veramente espresso quanto poeticamente scritto da Dante nel XXXII canto del Paradiso nella Divina Commedia: «Di contr’a Pietro vedi seder Anna / tanto contenta di mirar sua figlia / che non move occhio per cantare osanna». Il volto di sant’Anna dipinto da Leonardo esprime una grande gioia: ella gioisce della propria discendenza, vedendo nella propria storia l’attuarsi della storia della salvezza.

Alle spalle delle donne, nel dipinto leonardiano c’è un paesaggio di monti che si perdono all’orizzonte. Spesso Leonardo associa i significati simbolici e spirituali della montagna e della caverna alla figura di Maria, madre di Gesù Cristo.

Proseguendo il cammino già avviato con la più giovanile tavola dell’Annunciazione, Leonardo sembra fare propri i simboli iconografici della tradizione pittorica, rivivendoli in modo originale, secondo le proprie esperienze conoscitive e contemplative.

Nella Sant’Anna, la Madonna e il Bambino con l’Agnellino il tema non facile, in quanto non narrativo e privo di una fonte diretta nelle Sacre Scritture, viene trattato con estrema ampiezza, in quanto appare collocato in una dimensione cosmica, universale. Il paesaggio che avvolge le figure traccia un ordine complesso ma unitario: dall’orizzonte tra cielo e montagne fino alle profondità della terra. Al centro, il gruppo delle sante persone appare quasi emergente dalla terra e svettante verso il cielo, nella luce che emana dal sorriso di Maria, a sua volta resa luminosa dallo sguardo di Gesù.

La poesia con cui Leonardo tratteggia il volto di Maria, nel suo relazionarsi alla madre e al Figlio, trova analogia nel sonetto 366 delle Rime di Petrarca, dedicato a Maria: «Tre dolci e cari nomi ha in te raccolti, madre, figliuola e sposa».

Sicuramente, la soluzione di Leonardo è all’origine della composizione proposta da Caravaggio nella Madonna dei Palafrenieri, opera anch’essa capace di esprimere con il linguaggio della pittura profondi significati teologici; Caravaggio aggiunge anche il segno del serpente, che viene  schiacciato da Maria per mezzo di Gesù ed inoltre sostituisce il paesaggio con una porta, a sottolineare in modo diverso il mistero dell’Incarnazione.

Di fronte alla tavola ed anche al cartone dedicati da Leonardo alla Vergine con sant’Anna e il Bambino, si nota una particolare abilità poetica nella rappresentazione del volto di Maria. Sembra che l’artista abbia prestato una particolare delicatezza ed attenzione nel tratteggiare una donna bellissima, di evidente virtù e di immensa vitalità: come animata dall’amore. Il volto di Maria esprime infatti una cura infinita per il piccolo Gesù, e i suoi gesti annunciano i sentimenti della sua anima: il suo essere completamente protesa verso di lui, in un gesto insieme di cura e di sequela.

Leonardo ha dedicato molte opere pittoriche a Maria; le più famose sono senz’altro l’Annunciazione, l’Adorazione dei Magi, la Vergine delle Rocce e la Vergine con sant’Anna.  L’insieme di queste opere mostra un profondo impegno di Leonardo su questo versante. Una profonda mariologia è prodotta da una corretta cristologia: e questo è quello che notiamo in Leonardo, dove la lode a Maria sembra sempre essere profondamente inscritta nella sua relazione al mistero della Trinità e del Verbo Incarnato. Maria è, infatti, la terra che accoglie lo Spirito del Signore, Maria è la caverna in cui fiorisce il Nazareo, Maria è la montagna che conduce alla contemplazione di Dio. Nel volto di Maria appare dipinta la sintesi di cielo e terra, perché è madre di Gesù Cristo. Lo sguardo di Maria fissato negli occhi di Gesù, nella tela che stiamo analizzando, è un segno preciso e intenso della relazione umana e divina tra Maria ed il Verbo Incarnato.

Sembra che Leonardo, per la capacità di mostrare la vera bellezza di Maria,  sia animato da una ispirazione simile a quella espressa da Dante, all’inizio dell’ultimo canto della Divina Commedia: «Vergine madre, figlia del tuo figlio / umile e alta più che creatura, / termine fisso d’eterno consiglio / tu se’ colei che l’umana natura / nobilitasti sì, che ‘l suo fattore / non disdegnò di farsi sua fattura».

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“Il fantasy cattolico ha una marcia in più”

Posté par atempodiblog le 16 juillet 2017

“Il fantasy cattolico ha una marcia in più”
Lo scrive il gesuita Guy J. Consolmagno su «Civiltà cattolica»: «Superman è una noia, Frodo ci piace perchè sa soffrire»
di Raffaella Silipo – La Stampa

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Superman? «Alla fin fine è una noia». Vuoi mettere con Frodo, «che può soffrire e fallire e alla fine trionfare»? Gli scrittori cattolici di fantascienza e di fantasy, sostiene Guy J. Consolmagno (scienziato e gesuita appassionato di fantascienza, che proprio grazie a essa è divenuto uno scienziato) su «Civiltà cattolica», hanno una marcia in più. John R. R. Tolkien e Gene Wolfe sono soltanto gli esempi più eclatanti, ma tra i più noti e amati scrittori di fantascienza ci sono «insospettabilmente» tanti cattolici. Perché? «Ad esempio, la concezione cattolica di un’umanità peccatrice comporta la presenza di personaggi che possono essere amati anche quando commettono errori e si comportano male».

L’articolo dal titolo «La fantascienza e la sensibilità cattolica», che apparirà sul prossimo fascicolo della rivista, sostiene che gli scrittori cattolici sono avvantaggiati dalla loro fede anche dal punto di vista narrativo. D’altronde già Tolkien lo sosteneva, in una lettera al gesuita Padre Robert Murray: «Il signore degli anelli è fondamentalmente un’opera religiosa e cattolica: l’elemento religioso è radicato nella storia e nel simbolismo». Un altro credente convinto – anche se non cattolico ma anglicano – era Clive Staples Lewis, amico e collega di Tolkien, che ha riempito di simbologia cristiana le sue «Cronache di Narnia»

Mentre Gilbert K. Chesterton scriveva: «Le favole non danno al bambino la prima idea di uno spirito cattivo. Ciò che le favole danno al bambino è la prima chiara idea della possibile sconfitta dello spirito cattivo. Il bambino conosce dal profondo il drago, fin da quando riesce ad immaginare. Ciò che la favola gli fornisce è che esiste un San Giorgio che uccide il drago»

Il cattolicesimo in questo caso «è un insieme di princìpi circa l’universo, al di là di ciò che possono dirci gli astronomi. E le buone storie vengono spesso dallo scontro tra visioni del mondo contrapposte. Essere cattolici in un mondo laico significa vivere quella tensione: si è già a buon punto». La sfida è sempre quella: la battaglia del bene contro il male, sentimenti grandi e nobili, un senso ultimo delle cose e soprattutto l’aspirazione alla grandezza, «promuovere un’immagine che sia davvero abbastanza grande da essere universale». In questo senso, l’obiettivo degli scrittori cattolici «sembra essere, in fondo, quello di trovare nuovi modi per dire Dio, pur restando fedeli a quello vero».

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Adorazione del Santissimo per bambini? Esperienze sorprendenti

Posté par atempodiblog le 11 juillet 2017

Adorazione del Santissimo per bambini? Esperienze sorprendenti
Se Dio è un “mistero”, lo è anche l’incontro che un bimbo di 7 anni può avere con Lui in cappella
Tratto da:  Aleteia
[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

Adorazione del Santissimo per bambini? Esperienze sorprendenti dans Articoli di Giornali e News Adorazione_del_Santissimo_per_bambini

L’adorazione eucaristica sta tornando ad essere un aspetto centrale della vita cristiana. Dopo decenni in cui era stata messa da parte in molti luoghi, sono moltissime le parrocchie che hanno recuperato l’esposizione pubblica del Santissimo.

Questa diffusione dell’adorazione, che secondo molte testimonianze dà tanti frutti, raggiunge anche i bambini, e viene introdotta sempre più nelle celebrazioni con i piccoli, anche se in modo adattato alla loro età.

Bambini adoratori?
Molti si possono chiedere se serva a qualcosa che bambini di sei o sette anni siano “adoratori” e preghino o restino davanti a Cristo Eucaristia quando non hanno ancora una coscienza formata su cosa sia. La risposta la dà Famille Chretienne in un reportage centrato proprio sull’adorazione e i bambini.

In Francia, in alcuni luoghi l’esperienza con i bambini si svolge da più di 15 anni, e i frutti sono favolosi, sostengono gli organizzatori, al punto che si sta estendendo in altre zone. Se Dio è un “mistero”, lo è anche l’incontro che un piccolo di 7 anni può avere con Lui in cappella.

Per chi ha l’messo in pratica e ne sta vedendo ora i frutti, il culto porta i bambini molto piccoli in modo naturale all’intimità con Cristo, e li fa familiarizzare direttamente con il cuore di Dio.

Connessione diretta tra i bambini e il Signore: “Hanno il wi-fi”
Uno dei gruppi di bambini adoratori è quello della città francese di Rouen, dove una delle madri parla ai piccoli dai sei agli otto anni di Gesù prima di entrare in cappella per stare con Lui. Lì tutti si inginocchiano in silenzio, e in modo naturale posano gli occhi su “Gesù nascosto”.

“Venti minuti sono troppi?”, hanno chiesto a Jules, di otto anni, che ha risposto con un grande sorriso: “Oh, no!”.

Una delle domande che pongono più spesso i sacerdoti e i laici che accompagnano questi bambini è come siano capaci di stare in preghiera quando molti adulti non riescono a stare in silenzio davanti al Santissimo per più di due minuti. “C’è una connessione diretta tra il cuore dei bambini e il Signore. Hanno un wi-fi”, afferma Cécile, madre di un bambino adoratore a Parigi.

In base alla sua esperienza, i bambini di questa età hanno il cuore molto più aperto e vi accolgono Gesù.

Un tempo adatto all’età dei bambini
Evidentemente, per arrivare a questo punto serve pazienza perché non smettono di essere bambini ed è poco realista immaginare trenta bambini che pregano in silenzio per un’ora. Il tempo si adatta all’età, e i più piccoli possono rimanerci quindici o venti minuti, anche se a volte non c’è un silenzio totale. Ad ogni modo, questo atteggiamento di adorazione entra in loro.

Florence Schlienger, responsabile di uno di questi gruppi a Versailles, riconosce che sia lui che ogni adulto che si imbarca in questa avventura particolare seminano senza sapere cosa raccoglieranno, e ricorda il caso di un bambino che dava le spalle all’altare per tutto il tempo e che tuttavia il mese dopo parlava continuamente a sua madre dell’amore di Dio.

“È un’educazione alla vita interiore in cui non vediamo immediatamente i frutti, si vedono dopo”, dicono anche le mamme. “Prima si impara a pregare, più rapidamente diventa una cosa naturale”. Anche padre Thibaud Labesse, cappellano di uno di questi gruppi di bambini, insiste su quest’ultimo aspetto. Le mamme colgono questo fatto soprattutto nel comportamenti che i bambini hanno poi a Messa, perché captano il “mistero” della presenza di Cristo nel tabernacolo.

La sorella Beata aiuta le Missionarie dell’Eucaristia in questo apostolato e riferisce in cosa consistono queste sessioni. Leggono con loro il Vangelo, lo spiegano e poi realizzano disegni da colorare su questi insegnamenti. Poi arriva il momento in cui in gruppi per età si organizzano turni di adorazione in cui si cantano anche delle canzoni e si offrono intenzioni di preghiera.

I piccoli di 4 anni adorano il Santissimo dieci minuti e quelli di otto arrivano già a 25, con intervalli più lunghi di silenzio.

Fucina di vocazioni
Gli organizzatori sottolineano anche che la presenza del sacerdote è importante, e che questi prega con loro. “Nell’adorazione, il bambino entra in intimità con Cristo, in un riflesso dell’amore con il Signore che è un brodo di coltura per le vocazioni”, dice Florence Schlienger, che segue questa missione da 15 anni e ha già visto molti bambini diventare adulti adoratori.

“L’introduzione della presenza di Dio nella vita personale è quello che li porterà alla Chiesa, più che un corso di Teologia”, ha osservato.

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“L’evangelizzazione non può essere presuntuosa”

Posté par atempodiblog le 13 avril 2017

“L’evangelizzazione non può essere presuntuosa”
Il Papa invita a fare omelie brevi e afferma: nessuno separi «queste tre grazie del Vangelo: la sua verità non negoziabile, la sua misericordia incondizionata, e la sua gioia inclusiva»
di Andrea Tornielli – Vatican Insider

“L’evangelizzazione non può essere presuntuosa” dans Andrea Tornielli Papa_Francesco

«Che nessuno cerchi di separare queste tre grazie del Vangelo: la sua verità non negoziabile, la sua misericordia incondizionata con tutti i peccatori, e la sua gioia intima e inclusiva». Papa Francesco celebra la messa crismale del Giovedì Santo in San Pietro, durante la quale viene benedetto l’olio che sarà usato per amministrare i sacramenti lungo l’anno, e spiega che «Non può essere presuntuosa l’evangelizzazione. Non può essere rigida l’integrità della verità». Con il Vescovo di Roma concelebrano i preti della diocesi, che rinnovano le promesse fatte al momento dell’ordinazione.

Nell’omelia, il Papa ha insistito sul «lieto annuncio ai poveri» che Gesù ha portato. «Gioioso della gioia evangelica: di chi è stato unto nei suoi peccati con l’olio del perdono e unto nel suo carisma con l’olio della missione, per ungere gli altri.

E, al pari di Gesù, il sacerdote rende gioioso l’annuncio con tutta la sua persona. Quando predica l’omelia – breve, se possibile – lo fa con la gioia che tocca il cuore della sua gente mediante la Parola con cui il Signore ha toccato lui nella sua preghiera».

«Come ogni discepolo missionario, il sacerdote rende gioioso l’annuncio con tutto il suo essere. E, d’altra parte, sono proprio i particolari più piccoli – tutti lo abbiamo sperimentato – quelli che meglio contengono e comunicano la gioia: il particolare di chi fa un piccolo passo in più e fa sì che la misericordia trabocchi nelle terre di nessuno; il particolare di chi si decide a concretizzare e fissa giorno e ora dell’incontro; il particolare di chi lascia, con mite disponibilità, che usino il suo tempo…».

Il lieto annuncio, sottolinea Francesco, «non è un oggetto, è una missione». E in una sola parola, Vangelo, nell’atto di essere comunicato «diventa gioiosa e misericordiosa verità. Che nessuno cerchi di separare queste tre grazie del Vangelo: la sua Verità – non negoziabile –, la sua Misericordia – incondizionata con tutti i peccatori – e la sua Gioia – intima e inclusiva».

Bergoglio sottolinea che «mai la verità del lieto Annuncio potrà essere solo una verità astratta, di quelle che non si incarnano pienamente nella vita delle persone perché si sentono più comode nella lettera stampata dei libri. Mai la misericordia del lieto Annuncio potrà essere una falsa commiserazione, che lascia il peccatore nella sua miseria perché non gli dà la mano per alzarsi in piedi e non lo accompagna a fare un passo avanti nel suo impegno. Mai potrà essere triste o neutro l’Annuncio, perché è espressione di una gioia interamente personale. La gioia di un Padre che non vuole che si perda nessuno dei suoi piccoli, la gioia di Gesù nel vedere che i poveri sono evangelizzati e che i piccoli vanno ad evangelizzare».

Francesco ha quindi detto che «le gioie del Vangelo» sono «speciali» e «vanno messe in otri nuovi». Ha quindi presentato tre icone di otri nuovi. La prima è quella delle anfore di pietra delle nozze di Cana. «Maria è l’otre nuovo della pienezza contagiosa. Lei è la Madonna della prontezza», e «senza la Madonna non possiamo andare avanti nel sacerdozio!». Lei «ci permette di superare la tentazione della paura: quel non avere il coraggio di farsi riempire fino all’orlo, quella pusillanimità di non andare a contagiare di gioia gli altri».

La seconda icona del lieto Annuncio è la brocca che portava sulla testa la Samaritana al pozzo, il mezzo con cui la donna attinge l’acqua per dissetare Gesù. «Un otre nuovo con questa concretezza inclusiva il Signore ce l’ha regalato nell’anima “samaritana” che è stata Madre Teresa di Calcutta. Lui la chiamò e le disse: ho sete. “Piccola mia, vieni, portami nei buchi dei poveri. Vieni, sii mia luce. Non posso andare da solo. Non mi conoscono, per questo non mi vogliono. Portami da loro”. E lei, cominciando da uno concreto, con il suo sorriso e il suo modo di toccare con le mani le ferite, ha portato il lieto Annuncio a tutti». Le «carezze sacerdotali ai malati ai disperati del sacerdote uomo della tenerezza».

Infine, la terza icona del lieto Annuncio è «l’otre immenso del Cuore trafitto del Signore: integrità mite, umile e povera, che attira tutti a sé. Da Lui dobbiamo imparare che annunciare una grande gioia a coloro che sono molto poveri non si può fare se non in modo rispettoso e umile fino all’umiliazione».

Per questo Francesco ha spiegato che «non può essere presuntuosa l’evangelizzazione. Non può essere rigida l’integrità della verità. Perché la verità si è fatta carne, tenerezza, si è fatta bambino, si è fatta uomo, si è fatta peccato in croce. Lo Spirito annuncia e insegna tutta la verità e non teme di farla bere a sorsi. Lo Spirito ci dice in ogni momento quello che dobbiamo dire ai nostri avversari e illumina il piccolo passo avanti che in quel momento possiamo fare. Questa mite integrità dà gioia ai poveri, rianima i peccatori, fa respirare coloro che sono oppressi dal demonio».

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Incontro con Gianna Jessen a La Spezia

Posté par atempodiblog le 29 mars 2017

Incontro con Gianna Jessen a La Spezia
della redazione di La Spezia Cronaca4

Gianna Jessen

Grande partecipazione ieri sera al teatro Palmaria del Canaletto, gremito di oltre quattrocento persone, per l’incontro con Gianna Jessen, la giovane donna americana sopravvissuta ad un aborto.

Era stata concepita da ventinove settimane e mezzo, e pesava poco più di un chilo. «Io sono viva grazie al potere di Gesù Cristo – racconta ad un pubblico attento e partecipe -. Non mi vergogno di essere cristiana. Gesù non è popolare, specialmente quando si tratta di parlare di Lui nello spazio pubblico. La classe intellettuale non lo trova sofisticato. Se non sono considerata sofisticata, va bene. Preferisco scegliere la saggezza. Non vedo perché dovrei raccontare una storia miracolosa e poi vergognarmi del Dio che ha compiuto il miracolo». L’aborto salino avviene per corrosione e il bambino viene espulso dal corpo della madre entro ventiquattr’ore dall’iniezione. Caso molto raro, Gianna non era morta quando venne alla luce. «Erano le sei di mattina, e il medico abortista di Planet Parenthood non c’era ancora. Così l’infermiera chiamò l’ambulanza. Ho un debito di gratitudine per l’infermiera!».

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Era solo l’inizio di una grande avventura. «Quando pesavo due chili dicevano che sarei morta. Ma io non muoio. Persino allora dicevano che quella bambina piccola aveva un incredibile desiderio di vivere. Fui poi trasferita ad una struttura affidataria, con persone orribili. Mi rinchiudevano in una stanza, che è molto traumatizzante per un bambino, perché non ha ancora la percezione del tempo. Mezz’ora può sembrare un anno. Finalmente, fui trasferita presso una persona bellissima, Penny. Avevo 17 mesi, pesavo 15 Kg. e mi era stata diagnosticata una paralisi cerebrale, causata dalla mancanza di ossigeno al cervello durante la procedura dell’aborto».

«Le femministe radicali dicono che l’aborto riguarda i diritti delle donne. Ma se conta solo questo, dove erano i miei diritti? Perché i diritti delle donne valgono solo se abortiste? Perché non vengo invitata alle marce per le donne in USA? Perché non vogliono sentire parlare una donna che non odia gli uomini?».

«E se il figlio è disabile? Questo argomento si sente spesso, a proposito dell’aborto. Ma è la più alta manifestazione di arroganza. Chi sei tu, persona sana, che si permette di giudicare? Come puoi tu decidere della mia qualità della vita? Che ne sai, che sono infinitamente più felice di chi ha tutte le capacità umane? Trovo anche interessante il fatto che non sarei disabile se non fossi stata sottoposta ad aborto…»

«Considero la paralisi un grande dono. Ho avuto problemi neurologici, specie negli ultimi anni, con grandi difficoltà di equilibrio. Sembra sia effetto diretto del trauma al cervello durante la nascita. Cammino zoppicando, ma in USA vivo una vita normale, guido la macchina, etc. Per camminare ho bisogno di tenermi al braccio di qualcuno, perché è come se il mio cervello mi dicesse “fermati”. Non so se si può guarire. Ma non mi arrenderò mai. Non mi importa se dovrò gattonare fino in cielo».

«E’ un grande onore gattonare fino in paradiso appoggiandomi al braccio forte di Gesù. Voi siete capaci di alzarvi e camminare liberamente? Allora fatemi un favore, non lamentatevi. Il senso dell’equilibrio ha così tanti effetti. Vi è stato dato un grande dono, riconosctelo! Grazie Gesù! Non è popolare parlare di Gesù. Ma se la gente non riesce a capire perché sei felice nonostante abbia sempre bisogno del braccio di qualcuno, questo significa che vogliono sentire parlare di Gesù. Se devo attraversare tutto questo affinché una sola persona debba conoscere Gesù, rifarei tutto dall’inizio. E’ un onore».

«Quando mi diagnosticarono la paralisi, dissero alla cara Penny che sarei rimasta paralizzata tutta la vita. Ma sottovalutavano il potere di una donna buona. E a Dio niente è impossibile. Penny pregava per me e faceva fisioterapia per me tre volte al giorno. Cominciai a tenere su il collo sulla testa. “Farà solo quello”, dicevano. Poi cominciai a gattonare, poi a camminare. Dieci anni fa, ho corso due maratone. Non sono un atleta. Ma non è questo il punto, il punto è completarle. Ci misi sette ore, a Londra otto. Erano rimasti solo i servizi medici. Ora vorrei scalare una montagna. Non contemplo la sconfitta. Se continuo a considerare la cima della montagna nella mia mente, vinco».

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«Poi venni adottata dalla figlia della madre affidataria. Così, molto inusualmente, Penny diventò mia nonna. Ma rimasi legata a lei come madre. Credo che Dio sapeva che il mio spirito si sarebbe infranto se mi fossi staccata da Penny. Per il resto, la mia adozione è stata una sfida. Già da bambina ero incompresa. Non veniva apprezzata la mia forte volontà. Era considerata sfidante. Ma ero abbastanza dolce, se posso dirlo di me stessa. Ci vuole una volontà forte per sopravvivere ad un aborto, imparare a camminare e re-imparere, dopo un’operazione alla spina dorsale a dieci anni, viaggiare, raccontare questa storia, parlare di Gesù. Se avete un bambino con una volontà forte, non rimproveratelo, ma educatelo. Di fronte ad una forte pressione, gran parte delle persone scappano, chi ha volontà forte resiste».

«Mi chiedono sempre: “Hai mai incontrato tua madre? E’ stato un incontro commovente, come in un film? Stavo nel mezzo di un evento come questo. Mentre salutavo tutti, una donna si avvicinò, senza preavviso. “Ciao, sono tua madre”, disse. Immediatamente iniziai a pregare tra me. “Aiutami Gesù!”. Sentivo come se l’universo mi stesse cadendo addosso. Ma sapevo che la mia battaglia non è contro di lei, come so che la mia battaglia non è contro una donna che ha avuto uno o più aborti, o contro un uomo che ha pagato per un aborto. Se volete essere liberi da un aborto fatto, pregate Gesù. Lui è morto sulla croce anche per quell’aborto. Perché non accettare questa possibilità di misericordia? Se avete avuto un aborto, non interpretate la mia voce come una condanna. Sarebbe una voce sbagliata. Dovete invece ascoltarla come voce della grazia, che è Gesù. Tornando all’incontro con mia madre, le risposi: “Sono cristiana e ti perdono”. “Non voglio il tuo perdono”, replicò la madre, aggiungendo: “sei una disgrazia per la mia famiglia” e iniziò a parlar male di mio padre, adirata. In quel momento, Dio mi disse che cosa fare. “Sono cristiana e ti perdono, ma non ti permetterò di parlarmi oltre in quel modo”, dissi. Me ne alzai e andai via. Perché vi racconto questo? Perché non possiamo essere definiti dalla nostra origine. Forse avete avuto una vita difficile. Ma non siete obbligati a essere vittime. Il vittimismo porta ad una prigione interiore. Tu puoi essere il primo della tua famiglia a fare qualcosa. E’ Gesù che mi definisce. Sta a voi scegliere, oggi, se volete vivere come vittime o nella vittoria».

«Chiedo scusa a tutti gli uomini da parte delle femministe, che vi dipingono come cattivi solo perché uomini. Certo, siamo uguali in valore e dignità, ma anche differenti. Questo è ovvio, ma, per qualche motivo, oggi bisogna parlare anche di cose ovvie, perché non tutti le percepiscono. Ci sono tante donne che hanno piacere a essere donne. Credo che il fatto di non permettere alle donne di essere tali e agli uomini di essere tali abbia creato molti problemi. Non mi dà fastidio se un uomo mi aiuta in quanto donna. Le donne sono fatte per essere adorate. Alcune delle donne più arrabbiate che ho incontrato sono semplicemente arrabbiate con un solo uomo, che non ha avuto cura di lei, tipicamente il padre. Perché era passivo o non coraggioso o violento o negligente o rimaneva in silenzio quando non doveva. Per questo, hanno voluto punire gli uomini».

«Uomini, voi siete fatti per essere coraggiosi, non passivi. Siete fatti per difendere uomini e bambini, non per usarci e abbandonarci. Potreste considerare di sposare una donna prima di andare a letto con lei. Non voglio essere usata e dimenticata. Voglio un uomo d’onore. E’ possibile guardare le donne con un cuore puro. Forse siete stati promiscui, o dipendenti dalla pornografia. Ma, se non volete essere questo tipo di uomo, chiedetelo a Gesù. Parlategli di tutto questo, ditegli che non riuscite a essere l’uomo che vorreste. Chiedetegli cuore puro e mente pura. Ve li darà. C’è molto più potere nella purezza che nell’impurezza».

«Giovani donne, non serve andare dietro ai ragazzi, mendicando la loro attenzione e approvazione. E’ lui che dovrebbe portarvi in giro, pagarvi quello che mangiate, essere fantastico. E’ lui che deve cacciarci. E’ nel suo sangue, gli dovete solo dare la chance di essere uomo. Forse state pensando che non so quello che dico. Potete prendere questa verità o ignorarla, ma non potrete dire che non vi è stato detto. Forse queste cose non sono popolari. Ma non sono sopravvissuta all’aborto per essere popolare. Ho attraversato l’inferno, posso sopportare anche qualcosa in più».

Rispondendo ad una domanda di Giorgio Celsi, presidente nazionale e fondatore dell’associazione “Ora et labora per la vita”, che organizza veglie di preghiera all’esterno di ospedali dove si praticano aborti, la Jessen ha incoraggiato alla testimonianza pubblica, «pacifica e gentile. Credo sia cruciale l’avvicinarsi in spirito di amore, dignità e grazia alle persone che sono in crisi, tra cui quelle sull’orlo di un aborto. Ascoltare è fondamentale. Durante una contro-manifestazione ad una marcia per la vita, alcune gridavano per i diritti donne. Ho iniziato anch’io a gridare verso di loro: “Non capite quanto siete amate da Gesù? Non importa quello che è successo, Gesù vi ama ancora!”. Le ho choccate. Si aspettavano che le insultassi a mia volta».

Prima di Gianna Jessen ha parlato il dottor Paolo Migliorini, già primario di ostetricia e ginecologia all’ospedale di Massa. Negli anni ’70, dopo l’approvazione della legge sull’aborto, «per superficialità ed opportunismo», divenne medico abortista, conforme alla moda radical-chic. «Iniziai a pormi la questione morale, ma con molta pigrizia. Poi ebbi la fortuna/sfortuna di fare un taglio cesareo su cadavere e il bambino che ho estratto dal ventre materno ora ha trentatre anni. Mia moglie mi regalò un libro: “Ipotesi su Gesù”. Mi fece riflettere e capire che la strada per avere un perdono era molto difficile, ma era solo quella della misericordia di Dio». «L’attacco all’obiezione di coscienza c’è sempre stato. Ma adesso probabilmente la politica e la lobby abortista hanno acquisito consapevolezza che i medici sempre più frequentemente smetteranno di fare aborti. Chi fa aborti fa un’esperienza devastante, che alla lunga lo costringere a smettere. Si potrebbe proporre che ai sostenitori della legge abortista venga insegnato come si fa, e poi gli aborti li fanno loro. Per questo sono molto preoccupati». «Un episodio particolare? Riguarda una studentessa universitaria che abortì anche per mia responsabilità. Lei non voleva, ma tutti attorno a lei volevano che abortisse. Dopo alcuni mesi, la madre mi chiese aiuto perché la figlia aveva problemi psichiatrici. Mi fece leggere una lettera che la ragazza aveva scritto a se stessa, con la grafia e gli errori di ortografia di un bambino delle elementari: “Cara mamma, sono molto dispiaciuto che non ci siamo potuti conoscere, ma sono ancor più dispiaciuto che non ci potremo mai incontrare, perché, dove sono io, le mamme che uccidono i propri bambini non possono venire”».

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Introdotta dal presidente Mario Polleschi, una volontaria del Centro di Aiuto alla Vita della Spezia, Anna, ha letto la lettera scritta nel 2013 da una signora spezzina, che non se l’è sentita di venire a portare la propria testimonianza dal vivo. Rimasta incinta del quarto figlio e avendo perso il lavoro un anno prima, Paola sembrava non avere alternative all’aborto, specie secondo l’opinione dei suoi conoscenti. Però era titubante. Trovò un opuscolo del CAV e rimase stupita della tempestività con cui una volontaria rispose alla sua richiesta di aiuto, anche materiale. “Spiegai in breve la mia situazione – dice la lettera -, e vedevo che lei capiva. I miei dubbi, però rimasero. Il giorno fissato per l’aborto chimico utilizzando la pillola RU486, mi recai in ospedale e, per una serie di coincidenze fortunate – o forse il Signore mise la sua mano -, ebbi modo di prendere coscienza della mia volontà. Con mia sorpresa mi senti meglio, allora capii… Il medico arrivò in ritardo, e questo mi diede modo di pensare. L’infermiera mi diede la pastiglia per la “revisione”, il modo in cui i medici chiamano l’aborto. Dietro sua insistenza, la misi in bocca. Mi chiese di bere l’acqua davanti a lei e me lo chiese insistentemente. Non ci riuscii e la sputai. In una frazione di secondo, io ed il mio bambino avevamo deciso per la vita . Fu un momento forte, definibile come istinto di sopravvivenza di mio figlio, già presente”.

A trarre la riflessione finale è stato don Franco Pagano, rettore del seminario, che ha portato i saluti del vescovo Luigi Ernesto Palletti. «Viviamo di messaggi rapidi, di risposte senza radici. Viviamo di emozioni che non ci permettono di cambiare noi, figurarsi il mondo. Portiamo nel cuore, senza giungere a conclusioni affrettate, quanto abbiamo ascoltato oggi! In ogni situazione Dio ci vuole lasciare un messaggio. Da sacerdote, non di rado incontro persone che sono state coinvolte in un aborto. Si può sempre vedere la presenza del Signore, che dà un’opportunità di grazia anche per chi ha vissuto un’esperienza di morte. Il male non si vince opponendo altre male, ma costruendo il bene. Approfittiamo di questa opportunità di riflessione, davvero ricca, che ci è stata data proprio in Quaresima per dare nuova forza al nostro cammino!».

Due giovani volontari dell’associazione ProVita hanno presentato un filmato sulla settima Marcia nazionale per la vita, a cui parteciperà anche Gianna Jessen. Si terrà a Roma sabato 20 maggio, e un pullman verrà organizzato in partenza anche dalla Spezia.

L’incontro è stato presentato da Simona Amabene, giovane originaria di Roverano, che ha fondato la “Costola Rosa”, opera di evangelizzazione orientata ad aiutare le donne a fare esperienza dell’amore di Dio.

Al termine, una lunga fila si è creata verso il palco per poter parlare personalmente con Gianna Jessen, che si è intrattenuta a lungo in teatro.

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ARTE/ Annibale Carracci e quel pastore che davanti al Bimbo pensò a Claudel

Posté par atempodiblog le 30 décembre 2016

ARTE/ Annibale Carracci e quel pastore che davanti al Bimbo pensò a Claudel
di Francesco Baccanelli – Il Sussidiario.net

ARTE/ Annibale Carracci e quel pastore che davanti al Bimbo pensò a Claudel dans Articoli di Giornali e News Annibale_Carracci_Adorazione_dei_pastori_parti

Sarà che le dimensioni contenute aiutano l’intimità della scena, sarà per le ampie possibilità di giocare con le luci e le ombre, sarà per la sua vocazione narrativa, sta di fatto che l’incisione, fin dai tempi di Schongauer e Dürer, è una delle tecniche artistiche più efficaci per la rappresentazione della nascita di Cristo. Il Seicento, in particolare, ci ha regalato prove di grande fascino, ricche di sentimento e di delicatezza, e molto originali nelle soluzioni iconografiche. 

Un esempio (risalente ai primissimi anni di quel secolo) è la “Adorazione dei pastori” di Annibale Carracci. La scena è divisa in due da un tronco d’albero che fa da sostegno al tetto della stalla: a sinistra la parte “profana”, con quattro pastori; a destra quella sacra, con il Bambino, Maria, Giuseppe e due angioletti. Il Bambino, scorciato dal basso come il “Cristo morto” di Mantegna, ha il volto realistico di un neonato insonnolito che fatica a tenere gli occhi aperti. Maria è in preghiera, al pari dei due angioletti; Giuseppe, senza distogliere gli occhi dal Bambino, dà da mangiare all’asino. I pastori riempiono completamente la parte sinistra del foglio. Quello appoggiato al tronco porta in dono un agnello; è sbalordito, non gli sembra vero di poter essere spettatore di un evento così grande. Alle sue spalle, uno più vecchio, anche lui con un agnello. Più indietro, un pastore poco più che adolescente, eccitato e confuso: il ritratto della felicità. Chiude la scena un vecchio; non sembra sentirsi degno di avvicinarsi alla mangiatoia e non ha niente da offrire; ci piace immaginare che la voce rotta dall’emozione, dagli anni, dalle fatiche, dalle delusioni, dalle occasioni sprecate, dai peccati reciti qualcosa di simile ai più umili versi della poesia religiosa di Paul Claudel: «Se vi occorrono delle vergini, Signore, se vi occorrono dei coraggiosi sotto i vostri stendardi (…), ecco Domenico e Francesco, Signore, ecco san Lorenzo e santa Cecilia! Ma se per caso aveste bisogno di un pigro e di un imbecille, se vi occorresse un orgoglioso e un vile, se vi occorresse un ingrato e un impuro, un uomo il cui cuore fosse chiuso e il cui volto fosse duro (…), vi resterò sempre io! ».

Del tutto diversa dal presepe di Annibale Carracci è la “Natività con Dio Padre e angeli” incisa da Giovanni Benedetto Castiglione nel 1647. In questa estrosa e visionaria acquaforte l’artista genovese mette da parte le soluzioni iconografiche più tradizionali. Giuseppe è assente; al suo posto c’è il Padre Eterno, che bagna di luce il Bambino. Più che una rappresentazione della nascita di Cristo è un meditare sul Verbo che si è fatto carne. Particolare è anche l’ambientazione: Maria e il Bambino non sono all’interno di una grotta o di una stalla, ma all’aperto, circondati dalle rovine di un tempio, evidente richiamo alla vittoria del cristianesimo sui culti pagani. 

Passiamo a Rembrandt e alla sua “Adorazione dei pastori” completamente immersa nella notte. Databile intorno al 1652, l’opera si presenta come un instancabile infittirsi di linee. Il buio è protagonista: l’osservatore deve armarsi di pazienza e provare a leggere i pochi particolari toccati dalla luce. Non rimarrà deluso. Scoprirà, infatti, volti di pastori (c’è chi parlotta, chi osserva senza capire, chi si leva il cappello in segno di riverenza, c’è chi si è portato con sé il proprio figlioletto) e animali e angoli di stalla. E, soprattutto, scoprirà una delicatissima rappresentazione della Sacra Famiglia: Gesù, infagottato dalla testa ai piedi, dorme sulla paglia; Maria è distesa accanto, avvolta nella stessa coperta, e osserva; Giuseppe, seduto, legge un libro. Un’istantanea di vita familiare, tanto ordinaria quanto commovente. La poesia migliore, del resto, si fa con la realtà. 

Per concludere, un’altra incisione di Rembrandt: la “Adorazione dei pastori” eseguita nel 1654. Qui la luce non manca, e i particolari si moltiplicano. I pastori venuti in visita ricevono una calorosa accoglienza. Maria solleva una parte del proprio mantello e mostra Gesù, mentre Giuseppe racconta, con fare disponibile, ciò che è successo. Un suonatore di cornamusa, una coppia di pastori con il loro bimbo e una coppia senza figli ascoltano pieni di emozione. Difficile non pensare a Renoir, che diceva di riuscire a entrare nello spirito dell’arte di Rembrandt solo ricordando quando, da ragazzo, cantava nel coro della chiesa di Saint-Eustache e, nel buio della prima messa, la luce dei ceri lasciava intravedere macellai, facchini, lattaie: «Volti d’uomini il cui mestiere è quello di uccidere, corpi abituati a portare pesi, uomini e donne che conoscono la vita e che non vengono alla messa per mostrare l’abito della festa o per motivi sentimentali. Fu lì, nel freddo di una mattina d’inverno, che compresi Rembrandt!».

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I “Santi Innocenti” del Vangelo e quelli di oggi

Posté par atempodiblog le 28 décembre 2016

I “Santi Innocenti” del Vangelo e quelli di oggi
La Chiesa commemora i bambini di Betlemme fatti uccidere da Erode per eliminare il neonato Gesù. Così simili ai tanti minori violentati da guerre e manipolazioni scatenate dagli adulti. Papa Francesco ha parlato diffusamente anche di loro, nell’omelia per la notte di Natale. Mentre il Patriarca ecumenico Bartolomeo chiede che il 2017 diventi sia proclamato «Anno della sacralità dell’infanzia»
di Gianni Valente – Vatican Insider

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La Chiesa commemora i bambini di Betlemme fatti uccidere da Erode per eliminare il neonato Gesù, così simili ai tanti minori violentati da guerre e manipolazioni scatenate dagli adulti

Oggi la liturgia della Chiesa cattolica fa memoria dei santi innocenti. Sono le vittime della strage degli innocenti, i i bambini sotto i due anni che secondo il Vangelo Erode fece ammazzare nella regione di Betlemme, per essere sicuro di eliminare tra loro anche Gesù, appena nato. La Chiesa li celebra tre giorni dopo il Natale, per sottolineare che la loro vicenda tragica ha un legame misterioso con la promessa di salvezza entrata nel mondo con la nascita di Cristo. 

Ci sono tanti santi innocenti anche oggi. Le foto e i filmati dagli scenari di guerra li mostrano mentre magari giocano tra le macerie delle loro case o quando riescono a divertirsi perfino tuffandosi nelle nei crateri creati dalle bombe che si sono riempiti d’acqua, che loro usano come se fossero piccole piscine. 

Non c’è niente di più umanamente insostenibile del dolore dei bambini. E non c’è niente di più diabolico del dolore provocato ai bambini. Ne hanno accennato, nelle loro parole per il Natale, sia Papa Francesco sia Bartolomeo, il Patriarca ecumenico di Costantinopoli, con una sincronia eloquente. Il Successore di Pietro, nella omelia della notte di Natale, guardando al mistero della nascita di Gesù, ha invitato a lasciarsi interpellare «anche dai bambini che, oggi, non sono adagiati in una culla e accarezzati dall’affetto di una madre e di un padre, ma giacciono nelle squallide “mangiatoie di dignità”: nel rifugio sotterraneo per scampare ai bombardamenti, sul marciapiede di una grande città, sul fondo di un barcone sovraccarico di migranti». I bambini «che non vengono lasciati nascere», quelli «che piangono perché nessuno sazia la loro fame», quelli «che non tengono in mano giocattoli, ma armi». 

Il Patriarca ecumenico Bartolomeo I, nella sua lettera enciclica per il Natale 2016, ha chiesto di proclamare il 2017 come Anno della sacralità dell’infanzia. «I bambini e le bambine di oggi – ha rimarcato il Successore di Andrea nel suo appello natalizio – non sono solo vittime delle guerre e delle migrazioni forzate», ma sono minacciati anche nei Paesi economicamente sviluppati e politicamente stabili, dove vengono manipolati dalla televisione e da internet, e da un’economia che mira solo a trasformarli «fin dalla giovane età in consumatori». Nella sua Lettera natalizia, il Primus inter pares tra i primati delle Chiese ortodosse ha riproposto le frasi del Vangelo in cui si condensa la predilezione di Gesù per i bambini: «Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli»; e «chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso». Dio – scrive Bartolomeo nella sua ultima Lettera enciclica – si rivela al mondo col «cuore puro e la semplicità di un bambino», e i bambini «comprendono verità che sfuggono alle persone sapienti». Nel suo messaggio, il Patriarca ecumenico cita anche il poeta greco Odisseas Elytis: «Si può costruire Gerusalemme solo coi bambini!» 

I Santi Innocenti del Vangelo sono i primi ad essere uccisi a causa di Cristo, anzi al posto di Cristo, senza neanche saperlo. Sono il fiore dei martiri, come scrive il poeta francese Charles Péguy nel suo Il Mistero dei Santi Innocenti. La sofferenza degli innocenti, che altri scrittori – a cominciare da Albert Camus – vedono come l’emblema del male invincibile e la prova dell’inesistenza di Dio, per Péguy può essere abbracciata solo nel mistero di una salvezza donata e ricevuta gratuitamente. Così, i Santi innocenti vanno in Paradiso senza aver avuto neanche il tempo di fare del bene. E Péguy se li immagina che giocano anche lì, usando le corone del martirio per il gioco dei cerchietti, sorprendendo e allietando così il cuore stesso di Dio. 

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Papa Francesco: rigidità e mondanità, un disastro per i sacerdoti

Posté par atempodiblog le 10 décembre 2016

Papa Francesco: rigidità e mondanità, un disastro per i sacerdoti
I sacerdoti siano mediatori dell’amore di Dio, non intermediari che pensano al proprio interesse. E’ il monito di Papa Francesco nell’omelia alla Messa mattutina a Casa Santa Marta, tutta incentrata sulle tentazioni che possono mettere a rischio il servizio dei sacerdoti. Il Papa ha messo in guardia dai “rigidi” che caricano sui fedeli cose che loro non portano. Ancora, ha denunciato la tentazione della mondanità che trasforma il sacerdote in un funzionario e lo porta ad essere “ridicolo”.
di Alessandro Gisotti – Radio Vaticana

Papa Francesco: rigidità e mondanità, un disastro per i sacerdoti dans Commenti al Vangelo Papa_Francesco

Sono come bambini ai quali offri una cosa e non gli piace, gli offri il contrario e non va bene lo stesso. Papa Francesco ha preso spunto dalle parole di Gesù che, nel Vangelo odierno, sottolinea l’insoddisfazione del popolo, mai contento. Anche oggi, ha subito osservato il Pontefice, “ci sono cristiani insoddisfatti – tanti – che non riescono a capire cosa il Signore ci ha insegnato, non riescono a capire il nocciolo proprio della rivelazione del Vangelo”. Quindi, si è soffermato sui preti “insoddisfatti” che, ha avvertito, “fanno tanto male”. Vivono insoddisfatti cercano sempre nuovi progetti, “perché il loro cuore è lontano dalla logica di Gesù” e per questo “si lamentano o vivono tristi”.

No ai sacerdoti intermediari, sì a sacerdoti mediatori dell’amore di Dio
La logica di Gesù, ha ripreso, dovrebbe dare invece “piena soddisfazione” a un sacerdote. “E’ la logica del mediatore”. “Gesù – ha sottolineato – è il mediatore fra Dio e noi. E noi dobbiamo prendere questa strada di mediatori”, “non l’altra figura che assomiglia tanto ma non è la stessa: intermediari”. L’intermediario, infatti, “fa il suo lavoro e prende la paga”, “lui mai perde”. Totalmente diverso è il mediatore:

“Il mediatore perde se stesso per unire le parti, dà la vita, se stesso, il prezzo è quello: la propria vita, paga con la propria vita, la propria stanchezza, il proprio lavoro, tante cose, ma – in questo caso il parroco – per unire il gregge, per unire la gente, per portarla a Gesù. La logica di Gesù come mediatore è la logica di annientare se stesso. San Paolo nella Lettera ai Filippesi è chiaro su questo: ‘Annientò se stesso, svuotò se stesso’ ma per fare questa unione, fino alla morte, morte di croce. Quella è la logica: svuotarsi, annientarsi”.

Il sacerdote autentico, ha soggiunto, “è un mediatore molto vicino al suo popolo”, l’intermediario invece fa il suo lavoro ma poi ne prende un altro “sempre come funzionario”, “non sa cosa significhi sporcarsi le mani” in mezzo alla realtà. Ed è per questo, ha ribadito, che quando “il sacerdote cambia da mediatore a intermediario non è felice, è triste”. E cerca un po’ di felicità “nel farsi vedere, nel far sentire l’autorità”.

La rigidità porta ad allontanare le persone che cercano consolazione
Agli intermediari del suo tempo, ha aggiunto, “Gesù diceva che piaceva loro passeggiare per le piazze” per farsi vedere e onorare:

“Ma anche per rendersi importanti, i sacerdoti intermediari prendono il cammino della rigidità: tante volte, staccati dalla gente, non sanno che cos’è il dolore umano; perdono quello che avevano imparato a casa loro, col lavoro del papà, della mamma, del nonno, della nonna, dei fratelli… Perdono queste cose. Sono rigidi, quei rigidi che caricano sui fedeli tante cose che loro non portano, come diceva Gesù agli intermediari del suo tempo. La rigidità. Frusta in mano col popolo di Dio: ‘Questo non si può, questo non si può…’. E tanta gente che si avvicina cercando un po’ di consolazione, un po’ di comprensione viene cacciata via con questa rigidità”.

Quando il sacerdote rigido e mondano diventa funzionario finisce nel ridicolo
Tuttavia, ha ammonito, la rigidità “non si può mantenere tanto tempo, totalmente. E fondamentalmente è schizoide: finirai per apparire rigido ma dentro sarai un disastro”. E con la rigidità, la mondanità. “Un sacerdote mondano, rigido – ha detto Francesco – è uno insoddisfatto perché ha preso la strada sbagliata”:

“Su rigidità e mondanità, è successo tempo fa che è venuto da me un anziano monsignore della curia, che lavora, un uomo normale, un uomo buono, innamorato di Gesù e mi ha raccontato che era andato all’Euroclero a comprarsi un paio di camicie e ha visto davanti allo specchio un ragazzo – lui pensa non avesse più di 25 anni, o prete giovane o (che stava) per diventare prete – davanti allo specchio, con un mantello, grande, largo, col velluto, la catena d’argento e si guardava. E poi ha preso il ‘saturno’, l’ha messo e si guardava. Un rigido mondano. E quel sacerdote – è saggio quel monsignore, molto saggio – è riuscito a superare il dolore, con una battuta di sano umorismo e ha aggiunto: ‘E poi si dice che la Chiesa non permette il sacerdozio alle donne!’. Così che il mestiere che fa il sacerdote quando diventa funzionario finisce nel ridicolo, sempre”.

Un buon sacerdote si riconosce se sa giocare con un bambino
“Nell’esame di coscienza – ha detto poi il Papa – considerate questo: oggi sono stato funzionario o mediatore? Ho custodito me stesso, ho cercato me stesso, la mia comodità, il mio ordine o ho lasciato che la giornata andasse al servizio degli altri?”. Una volta, ha raccontato, una persona mi “diceva che lui riconosceva i sacerdoti dall’atteggiamento con i bambini: se sanno carezzare un bambino, sorridere a un bambino, giocare con un bambino… E’ interessante questo perché significa che sanno abbassarsi, avvicinarsi alle piccole cose”. Invece, ha affermato, “l’intermediario è triste, sempre con quella faccia triste o troppo seria, faccia scura. L’intermediario ha lo sguardo scuro, molto scuro! Il mediatore – ha ripreso – è aperto: il sorriso, l’accoglienza, la comprensione, le carezze”.

Policarpo, San Francesco Saverio, San Paolo: tre icone di sacerdoti mediatori
Nella parte finale dell’omelia il Papa ha quindi proposto, tre “icone” di “sacerdoti mediatori e non intermediari”. Il primo è il “grande” Policarpo che “non negozia la sua vocazione e va coraggioso alla pira e quando il fuoco viene intorno a lui, i fedeli che erano lì, hanno sentito l’odore del pane”. “Così – ha detto – finisce un mediatore: come un pezzo di pane per i suoi fedeli”.

L’altra icona è San Francesco Saverio, che muore giovane sulla spiaggia di San-cian, “guardando la Cina” dove voleva andare ma non potrà perché il Signore lo prende a Sé.

E poi, l’ultima icona: l’anziano San Paolo alle Tre Fontane. “Quella mattina presto – ha rammentato – i soldati sono andati da lui, l’hanno preso, e lui camminava incurvato”. Sapeva benissimo che questo accadeva per il tradimento di alcuni all’interno della comunità cristiana ma lui ha lottato tanto, tanto, nella sua vita, che si offre al Signore come un sacrificio”.

I sacerdoti e il desiderio di terminare la vita in croce
“Tre icone – ha concluso – che possono aiutarci. Guardiamo lì: come voglio finire la mia vita di sacerdote? Come funzionario, come intermediario o come mediatore, cioè in croce?”.

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La Basilica di Sant’Antonio a Padova

Posté par atempodiblog le 31 août 2016

La casa del Santo
La Basilica di Sant’Antonio a Padova
di Anna Roda – CulturaCattolica.it

La Basilica di Sant’Antonio a Padova dans Fede, morale e teologia Tomba_sant_Antonio

Nessuna città, forse, si è mai identificata così completamente con un santo come Padova con sant’Antonio (1195-1231), il frate francescano che in pochissimi mesi, con la sua veemente predicazione contro il malcostume e le sopraffazioni, suscitò una devozione così profonda e un culto così radicato da essere divenuto per i padovani il “Santo”.
I lavori di costruzione della grande basilica, costruita per custodire il corpo di sant’Antonio, iniziarono già l’anno successivo alla sua morte, nel 1232, inglobando la piccola chiesetta di Santa Maria Mater Domini, nella quale lo stesso santo aveva espresso il desiderio di essere sepolto, dopo il suo decesso presso il convento dell’Arcella, a nord di Padova.
Non si sa chi sia stato l’ideatore dell’imponente costruzione. Alcuni affermano che autori del progetto siano stati i magistri comacini, altri propongono il nome di Nicola Pisano (1220-1284), altri, molto più semplicemente frate Elia, lo stesso a cui si deve la basilica di Assisi.

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La grande basilica
L’attuale basilica è in gran parte l’esito a cui si è giunti attraverso tre ricostruzioni che si sono succedute nell’arco di una settantina d’anni tra il 1238 e il 1310, con interventi anche nel 1400, 1700 e 1800.

La facciata è costruita su quattro arcate cieche strombate a sesto acuto, con galleria sommitale e timpano conclusivo, nel quale è aperto un rosone, oltre il timpano si innalza un campaniletto rotondo cuspidato.
L’esterno della chiesa è estremamente originale e ricorda le chiese bizantine: sette cupole emisferiche con croci sulla sommità, la centrale conico-piramidale con l’angelo segna-vento in cima e due campanile ottagonali a coronamento nell’area del presbiterio, che paiono dei minareti. Questa commistione di stili si spiega forse con la vicinanza della basilica di San Marco di Venezia. Probabilmente gli architetti hanno voluto accostare la figura di sant’Antonio con quella di san Marco, mentre l’ottava cupola a “pan di zucchero” ricorda certamente il Santo Sepolcro di Gerusalemme e quindi avvicinare sant’Antonio a Gesù, così come Francesco fu dettoalter Christus.
L’interno della basilica è a tre navate, con corto transetto e varie cappelle.
Se ci si porta, oltre l’ingresso, al centro ella navata maggiore, si noterà subito come l’architettura, pur sempre gotica nell’alzato, si distingue nettamente in due parti: quella delle navate e quella dell’abside e del transetto.
L’area delle navate appare di più ampia spazialità, ritmata sa entrambi i lati da due calme e solenni campate sopra le quali corre un matroneo, il quale continua anche nel presbiterio.

La cappella di San Giacomo
Le cappelle sono molto numerose, molte contengono ancora la decorazione originaria, molte altre hanno avuto diverse fasi decorative, alcune anche moderne, come la cappella delle benedizioni affrescata da Pietro Annigoni (1980), che peraltro ha affrescato anche la contro-facciata con Sant’Antonio che predica dal noce (1985).

Vale la pena fermarsi però nella terza cappella di destra dedicata a San Giacomo. Essa fu voluta da Bonifacio Lupi, marchese di Soragna (Pr), che ebbe importanti incarichi diplomatici e militari presso i Carraresi, signori di Padova.
L’elegante cappella è di origine gotica, edificata negli anni ‘70 del Trecento dall’architetto veneziano Andriolo de Santi. Attraverso cinque arcate trilobate si accede alla cappella completamente affrescata. Al centro si staglia una grande e drammatica Crocefissione, capolavoro di Altichiero da Zevio (notizie dal 1369 al 1384), dipinta attorno al 1370.
Il resto della cappella è decorata con le Storie di San Giacomo desunte dalla Legenda Aurea di Jacopo da Varazze, opera sempre di Altichiero con la collaborazione di Jacopo Avanzi, bolognese.
Altra cappella di grande importanza è quella del Tesoro, opera barocca del Parodi, allievo di Bernini: un trionfo di marmi, linee sinuose, decorazioni, statue; il tutto per rendere degno onore ad alcune insigni memorie del Santo.
In preziose teche si possono ammirare alcune reliquie di sant’Antonio, tra cui la laringe e la lingua.
Ovviamente, centro della devozione popolare è la cappella della tomba di sant’Antonio, chiamata fin dalle origini “Arca”. La cappella presenta ad altezza d’uomo il sepolcro del santo dietro al quale sfilano i pellegrini in processione; l’architettura dell’insieme è cinquecentesca, opera forse di Tullio Lombardo

Il presbiterio
Nell’area del presbiterio altre opere d’arte ornano la basilica.

Tra il 1447 e il 1454 l’ormai anziano Donatello (1386-1466) realizzava i bronzi dell’altar maggiore: Maria in trono con il Bambino, il Crocefisso e i santi Antonio, Francesco, Giustina, Ludovico, Daniele e Prosdocimo, santi protettori di Padova. Statue drammatiche, dal forte modellato, che bene evidenziano la forza e decisione di Antonio e dei francescani, dalla resa concreta e fisica, soprattutto del Cristo in croce, dallo splendido e muscoloso corpo, il vero lottatore per la salvezza dell’uomo. Queste opere di Donatello furono determinanti per lo sviluppo dell’arte quattrocentesca a Padova e in tutta l’Italia settentrionale; artisti come Mantenga guardarono con attenzione alla lezione dello scultore fiorentino per la loro formazione umanistica.

Il convento
Il convento si articola intorno a quattro chiostri. Il più antico è il Chiostro del Capitolo, detto anche Chiostro della Magnolia risalente al 1433; da qui si accede al chiostro Grande del 1435, opera di Cristoforo da bolzano, così detto perché su di esso vi si affacciavano le stanze del Generale dell’ordine in visita alla basilica. Accanto ad essi abbiamo inoltre il Chiostro del noviziato, realizzato nella seconda metà del Quattrocento in stile gotico, caratterizzato da proporzioni ampie e slanciate, e il Chiostro del beato Luca Belludi, grande amico di Antonio e ministro provinciale dell’ordine nel 1239; quest’ultimo chiostro venne realizzato alla fine del Quattrocento.

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Il beato Claudio e la sua Piccola Lourdes

Posté par atempodiblog le 11 août 2016

Beato Claudio (Riccardo) Granzotto Francescano
Santa Lucia di Piave, Treviso, 23 agosto 1900 – Chiampo, Vicenza, 15 agosto 1947
Memoria liturgica: 15 agosto
di Paolo Risso – Santiebeati

Il beato Claudio e la sua Piccola Lourdes dans Apparizioni mariane e santuari grotta_di_lourdes_beato_claudio

Nel giorno della solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, la Chiesa ricorda il Beato Claudio. Nasce a Santa Lucia di Piave (Treviso) il 23 agosto 1900, da umile famiglia. Studia all’Accademia di Venezia, dedicandosi alla scultura. Nel 1930 vince il concorso per la statua del Giocatore di palla da collocare nel Foro Mussolini di Roma, opera però mai realizzata perché il Granzotto rifiuta di iscriversi al partito fascista. Alcuni suoi lavori si trovano nel paese natale, in particolare nella chiesa parrocchiale di S. Lucia e nella gipsoteca a lui dedicata, ma anche a Vittorio Veneto, a Cavalier in provincia di Treviso e a Chiampo (VI), nel cui museo sono conservati gessi originali e oggetti appartenuti al beato. Nel 1935 entra nell’ordine dei Frati Minori. La Congregazione per le Cause dei Santi nel 1993 riconosce l’autenticità del primo miracolo fatto da fra’ Claudio ad un bambino di Verona affetto da peridacriocistite, guarito improvvisamente e senza postumi. È beatificato da Giovanni Paolo II nel 1994. (Avvenire)

Martirologio Romano: A Padova, beato Claudio (Riccardo) Granzotto, religioso dell’Ordine dei Frati Minori, che unì l’esercizio della professione religiosa al suo mestiere di scultore e raggiunse in pochi anni la perfezione nell’imitazione di Cristo.

Nell’ottobre 1997, durante una seria malattia di mia madre, mi imbattei in una foto del B. Claudio Granzotto. Sopra vi era scritto un breve cenno biografico e la sua promessa: “Aiuterò e consolerò tutti!”. Lo pregai intensamente e la mamma guarì assai bene. Da allora diventai suo amico. Ne sperimentai la potenza d’intercessione presso Dio, diverse altre volte. Diventò mio amico, insieme agli altri santi del mio “Paradiso personale”.
Ne lessi gli scritti, le biografie. Ne rimasi incantato, e rileggere la sua vita è una meraviglia sempre maggiore ogni volta.

Solo 47 anni
Riccardo Granzotto nacque il 23 agosto 1900 a S. Lucia di Piave (Treviso) da umilissima famiglia. Pochi studi elementari, poi il lavoro insieme al fratello maggiore, che faceva il muratore.
Il servizio militare, verso la fine della 1a guerra mondiale, protratto a lungo. È un giovane cristiano buono e estroso. Disegna assai bene e modella figure bellissime. Inclinato all’arte.
Congedato, comincia a scolpire. Con l’aiuto della famiglia, frequenta l’accademia di Venezia e ottiene a pieni voti il diploma di scultore. In pochi anni, crea una bellissima serie di opere ammirate da molti. Gli brilla davanti un avvenire splendido di artista.
Ma Riccardo, a un certo punto della sua giovinezza, sente il fascino straordinario di Gesù, che è la Verità, l’Amore, la Bellezza infinita, assoluta e eterna.

Questo Gesù, l’Uomo-Dio, ecco la scoperta mirabile – è vivo, proprio Lui, nell’Eucaristia, offerto in sacrificio sull’altare, presente e operante nel Tabernacolo. Riccardo chiede al suo parroco di poter passare le notti in preghiera, prostrato davanti al Gesù Eucaristico: mai sazio di adorazione e di preghiera, di stare con Lui: “perché se Gesù è lì ed è tutto, tu dove vuoi andare?”.

A 33 anni, entra nell’Ordine Francescano, come “fratello”, declinando l’invito dei superiori a accedere al sacerdozio. Veste il saio dei Minori e diventa fra Claudio.
Può continuare la sua opera di artista e realizza opere meravigliose di scultura sacra: immagini di Gesù, della Madonna, dei santi che lui sembra aver visto in Paradiso, come diceva il Beato Angelico (+1455) dei suoi dipinti. Di questo però lasciamo parlare ai competenti di arte, anche perché il capolavoro più sublime, realizzato da lui, in risposta a Dio, è la sua vita.

Sempre mite, umile, sorridente, vive nella preghiera, preferendo gli uffici più umili e nascosti. Si esercita in aspre penitenze, dimostra grande amore ai poveri e, per sfamarli, durante la guerra, rinuncia molto spesso al proprio cibo.

Il suo amore, il suo tesoro, la sua passione assoluta è Gesù eucaristico. Assai oltre le preghiere stabilite dalla regola, il suo tempo, gran parte delle notti, dopo giornate faticose, lo passa davanti a Lui, a intercedere per i peccatori, per la santificazione dei sacerdoti, per la Chiesa e per tutte le anime.

Offerta a Dio la sua vita, per ottenere tempi e costumi migliori, spira il giorno dell’Assunta, il 15 agosto 1947, come aveva predetto. Un’esistenza breve, intensa, solo di 47 anni, percorsa da un fuoco che lo consuma, il medesimo fuoco che Gesù ha portato sulla terra: una passione incontenibile, bruciante per Lui, Gesù, Sacerdote e Ostia del suo sacrificio.

Beato_Claudio_Riccardo_Granzotto dans Fede, morale e teologia

“Ho visto Gesù”
Occorre un libro intero per illustrare questa passione eucaristica, ma dobbiamo limitarci a pochi frammenti che cogliamo tali quali dalla sua biografia. Tutti sanno, nei conventi dove è passato, da Vittorio Veneto a Barbana, a Chiampo, che fra Claudio ha un rapporto straordinario con il Signore, che passa le notti in preghiera ed è rapito dall’estasi per Lui.

Un giorno, fra Epifanio Urbani gli domanda: “Hai mai visto il Signore?”. Fra Claudio, candidamente, gli risponde: “Sì, una volta, ho visto Gesù. Era maestoso. Una lunga veste bianca gli cadeva fino ai piedi. Gli occhi… oh, gli occhi non li so descrivere. Com’era bello! Lo guardavo e Egli pure mi guardava. Mi invitò a seguirlo… Io sono andato con Lui”.

Il medesimo fra Epifanio gli domanda ancora: “Quanti libri bisogna leggere per scoprire il segreto della preghiera?”. Fra Claudio risponde: “Un libro solo: il Crocifisso”. Poi, indicando il Tabernacolo, continua: “Nell’Eucaristia c’è la sorgente della vera pace. Quanta gioia darebbero a Gesù i sacerdoti, i religiosi, i fedeli, se fossero spesso in adorazione davanti al Tabernacolo! Quale felicità ne avrebbero! Quale divino potere hanno gli uomini: amare Dio!”.

Man mano che l’ascesa spirituale avvicina fra Claudio a Gesù, il colloquio con Lui si fa più intimo. Nulla gli è più gioioso che stare davanti a Lui, nel Tabernacolo, meglio ancora quando è esposto solennemente sull’altare.
L’adorazione eucaristica è la sua vera ricchezza e modella la sua fisionomia a immagine di Gesù.
Tutti notano che lo fa alla maniera dei santi. Tutti vedono il suo volto che si illumina, quando adora.
Chi lo guarda, anche solo una volta, deve cambiare vita e dare la vita a Dio, totalmente. Un esperto maestro di spirito, il P. Fuin, nota dapprima nei suoi lineamenti la tensione di chi si concentra, cui segue l’abbandono in una pace che è vera beatitudine. Allora nessuno e niente lo distrae: “c’è Gesù e Lui basta, perché Lui è tutto”.

Neppure le inclemenze del tempo lo ostacolano. Il freddo intenso dell’inverno, in chiese gelide, non lo distoglie un minuto dalla sua preghiera, neppure dall’adorazione notturna. Chi lo vede immobile davanti all’altare nella morsa del gelo, sente un brivido in tutte le membra. Per fra Claudio però il gelo non esiste: c’è solo il fuoco dell’amore che lo inchioda a Gesù Eucaristico.

Nell’ultima malattia, il tumore gli tortura il cervello. Incapace di fissare il Tabernacolo, prega con gli occhi chiusi. Il dolore non gli spegne la pietà dell’anima ormai prossima all’incontro con Lui.

“Dalla Messa, la salvezza del mondo”
Davanti al Tabernacolo, un giorno pensa che pur non avendo studiato teologia, tuttavia nulla gli impedisce di spiccare il volto verso il suo Dio. “Quando sarò preparato – ha scritto già quando era novizio – chiederò a Dio di essere crocifisso nel corpo e nell’anima in un supremo martirio di amore”.
Così, quando Gesù lo ispira, offre la sua vita a Dio per espiare i peccati del mondo e per la salvezza delle anime. Salirà l’altare non come sacerdote, ma come vittima.

Dopo una lunga preparazione spirituale, con il consenso del confessore, nel modo di un sacro rito, fra Claudio chiede a Dio di soffrire e di morire in totale abbandono alla divina volontà come Gesù sulla croce. In breve, ha i segni che Dio ha accettato la sua offerta.

Il Sacrifico di Gesù, consumato sul Calvario, si perpetua nella Santa Messa. Fra Claudio penetra il mistero della Messa e desidera essere coinvolto nel dramma della Passione salvifica del Cristo. Con questo segreto nel cuore, partecipa a tutte le Messe possibili, servendo all’altare e rinnovando la sua offerta vittimale – infine il suo olocausto – al Signore.

I confratelli sacerdoti lo ammirano e lo invidiano santamente. I fedeli guardano a lui come a modello per crescere nella fede.
Ora che sta per dare tutto, fra Claudio ha acquistato un aspetto jeratico come un antico sacerdote, e mansueto come una vittima che attende l’ora del sacrificio supremo di adorazione e di amore. Tutto si compie in quei giorni di agosto 1947, nella novena dell’Assunta, quando Maria SS.ma, la Madre Corredentrice, lo configura totalmente al suo Figlio Gesù, per chiamarlo a Sé, proprio il giorno della sua gloria.
La morte, quasi come un’assunzione.

Tra le sue note d’anima, allora si ritrova anche un foglietto dimenticato su cui fra Claudio ha scritto: “Sacerdote, quanto è grande la tua dignità. Celebra devotamente la Messa. Dalla Messa, dipende la salvezza del mondo”.
L’olocausto, come desiderava, è accolto: “Tutto è compiuto”.

La data di culto è stata fissata nel Martyrologium Romanum al 15 agosto, mentre l’Ordine dei Frati Minori e la diocesi di Vicenza lo ricordano il 2 settembre.

Tomba_Beato_Claudio dans Riflessioni

La grotta della Piccola Lourdes del beato Claudio
Tratto da: Santuario di Chiampo

La Grotta è il fulcro di tutto il grande movimento religioso-mariano, nato dalla volontà dei Frati Minori di ripresentare qui a Chiampo l’ambiente e il messaggio di Lourdes.

Edificata in cemento e ferro nel 1935 dal Beato Claudio Granzotto con devozione e competenza, è copia fedele di quella dei Pirenei in Francia.

La statua dell’Immacolata – in marmo di Carrara – fu scolpita dal Beato, che infuse nel marmo la sua profonda venerazione alla Vergine.


Durante la costruzione della grotta, quando sembrava venir interrotta da contrarietà insormontabili e restare un sogno infranto, il beato Claudio profetizzò: “Questa grotta diventerà un luogo di preghiera e qui verrà tanta gente…”.

Inaugurata il 29 Settembre 1935, si può considerare a pieno titolo come “Icona” ovvero una riproduzione che incorpora in se, per fedeltà e precisione d’esecuzione, lo spirito dell’originale.

Ai piedi della Grotta c’è la tomba del Beato Claudio, dove il devoto si ferma a parlare con il beato e sperimentare la sua promessa: “aiuterò e consolerò tutti”.

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Pregare lasciando che Dio ci guardi

Posté par atempodiblog le 2 juillet 2016

Pregare lasciando che Dio ci guardi
«Mi metto davanti al Signore, e non dico niente». Un testo di Albino Luciani vescovo di Vittorio Veneto. La sintonia con le parole di Francesco
di Andrea Tornielli – Vatican Insider

Pregare lasciando che Dio ci guardi dans Andrea Tornielli Albino_Luciani

«La prima cosa per un discepolo è stare con il maestro, ascoltarlo, imparare da Lui. È un cammino che dura tutta la vita. È uno stare alla presenza del Signore, lasciarci guardare da Lui. Lasciarci guardare dal Signore. Questa è una maniera di pregare. È un po’ noioso, ti fa addormentare? Addormentati, lui ti guarderà lo stesso. Ma sei sicuro che Lui ti guarda».

Queste parole pronunciate da Francesco nel settembre 2013 nel corso di un’udienza per i catechisti rappresentano un leit-motiv nella sua predicazione e suggeriscono, ispirandosi agli scritti e alle testimonianze di alcuni santi della storia della Chiesa, un modo di pregare che lasci a Dio tutta l’iniziativa.

Nel 2003 il mensile 30Giorni pubblicava una conversazione tenuta da Albino Luciani sulla preghiera quando era vescovo di Vittorio Veneto. 

Rileggendola, colpisce la profonda sintonia tra colui che sarebbe diventato Papa Giovanni Paolo I, e il suo terzo successore. Luciani, dopo aver parlato del «senso di adorazione, di stupore davanti a Dio», suggerendo di sentirsi «sempre piccoli, miseri, davanti» a Lui, aggiungeva:

«Bisogna aiutarli, i fedeli, ad adorare, a ringraziare il Signore. Nessuno è grande davanti a Dio. Davanti a Dio anche la Madonna s’è sentita guardata, piccola. È importantissimo sentirci guardati da Dio. Sentirci oggetto dell’amore che Dio ci porta. San Bernardo, quand’era piccolissimo, in una notte di Natale, s’è addormentato in chiesa e ha sognato. Gli è parso di vedere Gesù bambino che diceva, additandolo: “Eccolo là, il mio piccolo Bernardo, il mio grande amico”. S’è svegliato, ma l’impressione di quella notte non si è più cancellata e ha avuto un’enorme influenza sulla sua vita.Sentiamoci piccoli, perché siamo piccoli. Se non ci sentiamo piccoli è impossibile la fede. Chi alza la cresta, chi si vanta troppo, non ha fiducia in Dio. Tu sei grandissimo, Signore, io, di fronte a te, piccolissimo. Non mi vergogno di dirlo. E farò volentieri quello che mi chiedi».

L’allora vescovo di Vittorio Veneto spiegava di non essere un mistico. «Santa Teresa, che era una donna molto esperta, dice: “Io ho conosciuto dei santi, dei veri santi, che non erano contemplativi, e ho conosciuto dei contemplativi che avevano grazie di orazione superiore, che però non erano santi”. Il che vuol dire che, “salvo meliore iudicio”, non sarebbe necessaria la contemplazione alla santità. Sulla contemplazione quindi non posso perciò intrattenervi, perché sinceramente non me ne intendo, anche se ho letto qualche libro. Perciò mi fermo alla semplice orazione, quella umile, quella delle anime semplici».

«Io mi spiego di solito – aggiungeva Luciani – con un esempio molto semplice e pratico. Sentite: c’è il papà che festeggia l’onomastico: in casa hanno organizzato un po’ di festicciola. Arriva il momento: lui sa già di che si tratta, e dice: “Adesso vediamo cosa mi fanno di bello!”. Per primo viene il più piccolo dei suoi bambini: gli hanno insegnato la poesia a memoria. Povero piccolo! È lì di fronte al papà, recita la sua poesia. “Bravo!”, dice il papà, “ho tanto piacere, ti sei fatto onore, grazie, caro”. A memoria. Va via il piccolino, e si presenta il secondo figliolo, che fa già le medie. Ah, non si è mica degnato di imparare una poesiola a memoria; ha preparato un discorsetto, roba sua, farina del suo sacco. Magari breve, ma si impanca da oratore. “Non avrei mai creduto”, il papà, “che tu fossi così bravo a far discorsi, caro”. È contento il papà: ma guarda che bei pensieri!… Non sarà un capolavoro, ma… Terza, la signorina, la figliola. Questa ha preparato semplicemente un mazzetto di garofani rossi. Non dice niente. Va davanti al papà, neanche una parola: però è commossa, è così rossa che non si sa se sia più rossa lei o i garofani. E il papà le dice: “Si vede che mi vuoi bene, sei così emozionata”. Ma neanche una parola. Però i fiori li gradisce, specialmente perché la vede tanto commossa e così piena di affetto. Poi c’è la mamma, c’è la sposa. Non dà niente. Lei guarda suo marito e lui guarda lei: semplicemente uno sguardo. Sanno tante cose. Quello sguardo rievoca tutto un passato, tutta una vita. Il bene, il male, le gioie, i dolori della famiglia. Non c’è altro».

«Sono i quattro tipi di orazione – spiegava il vescovo di Vittorio Veneto – Il primo è l’orazione vocale: quando dico il rosario con attenzione, quando dico il Pater noster, l’Ave Maria; allora siamo dei bambini. Il secondo, il discorsetto, è la meditazione. Penso io e faccio il mio discorso col Signore: bei pensieri e anche profondi affetti, intendiamoci. Il terzo, il mazzo di garofani, è l’orazione affettiva. La ragazzina tanto emozionata e tanto affettuosa. Qui non occorrono molti pensieri, basta lasciar parlare il cuore. “Mio Dio, ti amo”. Se uno fa anche solo cinque minuti di orazione affettiva, fa meglio che la meditazione. Quarto, la sposa, è l’orazione della semplicità o di semplice sguardo, come si dice. Mi metto davanti al Signore, e non dico niente. In qualche maniera lo guardo. Sembra che valga poco, questa preghiera, invece può essere superiore alle altre».

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Consanguinei di Gesù

Posté par atempodiblog le 16 juin 2016

Consanguinei di Gesù
di Pippo Corigliano

Consanguinei di Gesù dans Fede, morale e teologia cuore_di_Ges_e_di_Maria

Il mese di giugno è in singolare sintonia con il tema del Giubileo della Misericordia anche perché le feste del Cuore di Gesù e di Maria ci riportano all’amore misericordioso di Dio.

Sant’Agostino (De sancta virginitate,6) dice che «Maria cooperò col suo amore alla nascita nella Chiesa dei fedeli, membra di quel Capo di cui ella è madre secondo il corpo». E’ un motivo in più per considerarci «consanguinei» di Gesù, come diceva San Josemaría Escrivá: «Figli miei sapete perché vi voglio così bene? Perché vedo scorrere in voi lo stesso sangue di Gesù».

Questa «fisicità» del considerarci figli di Maria e fratelli di Gesù ci aiuta nell’identificazione con Cristo. Lo Spirito Santo è l’ autore di questa identificazione. Quello stesso Spirito che ha inondato l’anima e il corpo di Maria per farci pervenire Gesù. «Lo Spirito come il vento, soffia dove vuole» (Gv. 3,8) vien detto a Nicodemo: a me tocca non frapporre ostacoli e tenere le finestre del mio animo ben aperte a questa benefica corrente.

La lettura quotidiana del Vangelo e di un libro spirituale, la frequente confessione e la santa comunione, l’orazione mentale e la recita del rosario, assieme alle altre pratiche sono le finestre spalancate, sono l’alimento del bambino che sono io che ha bisogno di pasti frequenti. Tanto più frequenti quanto più piccolo è il bambino.

Nella mia corsa forsennata nell’impiegare inutilmente il tempo, queste pratiche sono il rimedio che non me lo fa sprecare e agevolano l’identificazione con Cristo.

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Papa: è eretico dire “questo o niente”, Gesù insegna sano realismo

Posté par atempodiblog le 9 juin 2016

Papa: è eretico dire “questo o niente”, Gesù insegna sano realismo
Volere “questo o niente” non è cattolico, è “eretico”. E’ il monito di Francesco nella Messa mattutina a Casa Santa Marta tutta incentrata sul “sano realismo” che il Signore ha insegnato ai suoi discepoli. Il Papa ha messo l’accento sul male che arrecano al popolo di Dio gli uomini di Chiesa che fanno il contrario di ciò che dicono. Quindi, ha esortato a liberarsi da un idealismo rigido che non permette di riconciliarci tra noi.
di Alessandro Gisotti – Radio Vaticana

Gesù Sacerdote

“La vostra giustizia deve superare quella degli scribi e dei farisei”. Papa Francesco ha preso spunto da questa esortazione di Gesù, nel Vangelo del giorno, per soffermarsi sull’importanza del realismo cristiano. Il popolo, ha affermato il Pontefice, era “un po’ sbandato” perché “quelli che insegnavano la legge non erano coerenti” nella loro “testimonianza di vita”. Gesù chiede dunque di superare questo, di “andare in su”. Prende dunque come esempio il primo Comandamento: “Amare Dio e amare il prossimo”. E sottolinea che chiunque si adira con suo fratello dovrà essere sottoposto al giudizio.

Insultare il fratello è come dare uno schiaffo alla sua anima
“Questo – ha detto il Papa – fa bene sentirlo, in questo tempo dove noi siamo tanto abituati ai qualificativi e abbiamo un vocabolario tanto creativo per insultare gli altri”.

Questo, ha ripreso, “è peccato”, è “uccidere, perché è dare uno schiaffo all’anima del fratello”, alla sua “dignità”. E con amara ironia ha aggiunto che spesso diciamo tante parolacce “con molta carità, ma le diciamo agli altri”.

Ancora il Papa, riferendosi alla presenza dei bambini a Messa, ha esortato a rimanere “tranquilli”, “perché la predica di un bambino in chiesa è più bella di quella del prete, di quella del vescovo e di quella del Papa”. Lasciarlo fare, è stato il suo invito, “che è la voce dell’innocenza che ci fa bene a tutti”.

Dà scandalo un uomo di Chiesa che fa il contrario di ciò che dice
Gesù, ha poi affermato il Papa, a “questo popolo disorientato” chiede di guardare “in su” e andare “avanti”. Ma non manca di rilevare quanto male faccia al popolo la contro-testimonianza dei cristiani:

“Quante volte noi nella Chiesa sentiamo queste cose: quante volte! ‘Ma, quel prete, quell’uomo, quella donna dell’Azione Cattolica, quel vescovo, quel Papa ci dicono: ‘Dovete fare così!’, e lui fa il contrario. Quello è lo scandalo che ferisce il popolo e non lascia che il popolo di Dio cresca, che vada avanti. Non libera.

Anche, questo popolo aveva visto la rigidità di questi scribi e farisei e anche quando veniva un profeta che dava loro un po’ di gioia lo perseguitavano e anche lo ammazzavano: non c’era posto, per i profeti, lì. E Gesù dice a loro, ai farisei: ‘Voi avete ucciso i profeti, avete perseguitato i profeti: quelli che portavano l’aria nuova’”.

Seguire il sano realismo della Chiesa, no a idealismi e rigidità
“La generosità, la santità”, che ci chiede Gesù, “è uscire ma sempre, semprein su. Uscire in su”. Questa, ha detto Francesco, è la “liberazione” dalla “rigidità della legge e anche dagli idealismi che non ci fanno bene”. Gesù, ha poi commentato, “ci conosce bene”, “conosce la nostra natura”. Ci esorta dunque a metterci d’accordo quando abbiamo un contrasto con l’altro. “Gesù – ha detto il Papa – ci insegna anche un sano realismo”. “Tante volte – ha soggiunto – non si può arrivare alla perfezione, ma almeno fate quello che potete, mettetevi d’accordo”:

“Questo sano realismo della Chiesa cattolica: la Chiesa cattolica mai insegna ‘o questo, o questo’. Quello non è cattolico. La Chiesa dice: ‘Questo e questo’. ‘Fai la perfezione: riconciliati con tuo fratello. Non insultarlo. Amalo. Ma se c’è qualche problema, almeno mettiti d’accordo, perché non scoppi la guerra’. Questo sano realismo del cattolicesimo. Non è cattolico ‘o questo, o niente’: quello non è cattolico. Quello è eretico.

Gesù sempre sa camminare con noi, ci dà l’ideale, ci accompagna verso l’ideale, ci libera da questo ingabbiamento della rigidità della legge e ci dice: ‘Ma, fate fino al punto che potete fare’. E lui ci capisce bene. E’ questo il nostro Signore, è questo quello che insegna a noi”.

Riconciliarsi tra noi, è la “santità piccolina” del negoziato
Il Signore, ha detto ancora, ci chiede di non essere ipocriti: di non andare a lodare Dio con la stessa lingua con la quale si insulta il fratello. “Fate quello che potete”, ha soggiunto, “è l’esortazione di Gesù”, “almeno evitate la guerra fra di voi, mettetevi d’accordo”:

“E mi permetto di dirvi questa parola che sembra un po’ strana: è la santità piccolina del negoziato. ‘Ma, non posso tutto, ma voglio fare tutto, ma mi metto d’accordo con te, almeno non ci insultiamo, non facciamo la guerra e viviamo tutti in pace’. Gesù è un grande! Ci libera di tutte le nostre miserie. Anche da quell’idealismo che non è cattolico

Chiediamo al Signore che ci insegni, primo, a uscire da ogni rigidità, ma uscire in su, per poter adorare e lodare Dio; che ci insegni a riconciliarci fra noi; e anche, che ci insegni a metterci d’accordo fino al punto che noi possiamo farlo”.

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La bellezza incantevole e la dolcezza ineffabile della Sapienza incarnata

Posté par atempodiblog le 22 mai 2016

La bellezza incantevole e la dolcezza ineffabile della Sapienza incarnata
Da: ‘L’amore dell’eterna Sapienza’ di  San Luigi Maria Grignon de Montfort

Montfort

La Sapienza s’è fatta uomo solo per attirare i cuori degli uomini alla sua amicizia ed alla sua imitazione. Ecco perché s’è compiaciuta di adornarsi di tutte le amabilità e dolcezze umane più incantevoli e sensibili, senza difetti né brutture.

I) La Sapienza è dolce nelle sue origini
Se noi la consideriamo nelle sue origini, essa è soltanto bontà e dolcezza. È dono dell’amore del Padre ed effetto di quello dello Spirito Santo. È data a noi dall’amore ed è formata dall’amore: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito». È dunque tutta amore, anzi è l’amore stesso del Padre e dello Spirito Santo.

È nata dalla madre più dolce, affettuosa e bella, dalla divina Maria. Volete spiegarmi la dolcezza di Gesù? Spiegatemi prima la dolcezza di Maria sua madre, alla quale egli somiglia nella soavità del temperamento. Gesù è figlio di Maria e, perciò, in lui non si trova né fierezza né rigore né bruttezza e ancora infinitamente meno che nella madre, perché è la Sapienza eterna, la dolcezza e la bellezza stessa.

II) È dolce, secondo i profeti
I profeti, ai quali venne rivelata in anticipo la Sapienza incarnata, la chiamano pecorella e agnello mansueto. Predicono che per la sua dolcezza non spezzerà una canna incrinata, e non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta, cioè che avrà tanta bontà che quando un povero peccatore sarà mezzo affranto, accecato, perduto per le proprie colpe e quasi con un piede nell’inferno, non lo lascerà perdersi del tutto, a meno ch’egli stesso non la costringa.

San Giovanni Battista, che per quasi trent’anni restò nel deserto a meritarsi con le sue austerità la conoscenza e l’amore della Sapienza incarnata, appena la vide, additandola ai discepoli, esclamò: «Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo!». Non disse infatti come sembra avrebbe dovuto: «Ecco l’Altissimo, ecco il Re della gloria, ecco l’Onnipotente…». Conoscendola però a fondo più di qualsiasi altro uomo del passato o del futuro, disse: «Ecco l’agnello di Dio! Ecco la Sapienza eterna che per inebriare i cuori e rimettere i nostri peccati ha unito in sé tutte le dolcezze di Dio e dell’uomo, del cielo e della terra!».

III) È dolce nel nome
Ma che cosa ci dice il nome di Gesù, il nome proprio della Sapienza incarnata, se non carità ardente, amore infinito e dolcezza incantevole?

Gesù, Salvatore, colui che salva l’uomo, colui del quale è prerogativa amare e salvare l’uomo! «Nulla si canta di più soave, nulla si ascolta di più giocondo, nulla si pensi di più dolce di Gesù, il Figlio di Dio!»
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Oh, quanto è dolce all’orecchio ed al cuore di un’anima predestinata il nome di Gesù! «È miele sulla bocca, melodia nell’orecchio, giubilo nel cuore!».

IV) È dolce nel volto
«Gesù è dolce nel volto, dolce nelle parole, dolce nelle azioni».

L’amabilissimo Salvatore aveva un volto così dolce e buono, che invaghiva i cuori e gli occhi di quanti lo vedevano. I pastori che vennero a trovarlo nella stalla furono attratti dalla dolcezza e soavità del suo viso, tanto che restavano giorni interi come rapiti fuori di sé a guardarlo. I re, anche i più fieri, non appena conobbero le dolci attrattive di questo bel bambino, deposta ogni fierezza, caddero senza difficoltà ai piedi della sua culla.

Quante volte si dissero l’un l’altro: «Amici, com’è dolce star qui! Non si trovano nei nostri palazzi gaudii simili a quelli che si gustano in questa stalla alla vista di questo Dio-bambino!».

Quando Gesù era giovanissimo, le persone afflitte ed i bambini venivano da tutti i paesi vicini per vederlo e gioire con lui. Si dicevano a vicenda: «Andiamo a vedere il piccolo Gesù, il bel bambino di Maria». La bellezza e la maestà del suo volto, diceva san Giovanni Crisostomo, erano così dolci ed al tempo stesso così imponenti, che quanti lo videro non poterono non amarlo.

Qualche re molto distante dalla sua terra, alla fama della sua bellezza volle averne il ritratto, e si racconta che nostro Signore medesimo lo abbia inviato al re Abgar in segno di speciale benevolenza.

Alcuni autori assicurano che i soldati romani ed i giudei gli velarono il volto per maltrattarlo e schiaffeggiarlo con maggior libertà, perché dai suoi occhi e dal viso gli traspariva uno splendore di bellezza così dolce ed incantevole che disarmava i più crudeli.

V) È dolce nelle parole
Gesù è dolce nelle parole. Mentre viveva in terra, conquistava tutti con la dolcezza delle parole, e non lo si udì mai alzare troppo la voce né discutere con animosità, proprio come avevano predetto i profeti: «Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce».

Chi l’ascoltava spassionatamente era colpito dalle parole di vita che uscivano dalla sua bocca, tanto da esclamare: «Mai un uomo ha parlato come parla quest’uomo!». E chi lo odiava, molto sorpreso dall’eloquenza e sapienza delle sue parole, si chiedeva: «Da dove mai viene a costui questa sapienza?».

Parecchie migliaia di umili persone abbandonarono le case e le famiglie per andarlo ad ascoltare fin nell’interno del deserto, trascorrendo diversi giorni senza bere e senza mangiare, solo sazi della soavità della sua parola.

E con la dolcezza del parlare, quasi come un’esca, attrasse gli apostoli alla sua sequela, guarì gli ammalati più incurabili, consolò i più afflitti. A Maria Maddalena, desolata, disse soltanto «Maria!» e la colmò di gioia e di dolcezza.

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La Madonna insegna a pregare

Posté par atempodiblog le 16 avril 2016

La Madonna insegna a pregare
Tratto da: Medjugorje. Il cielo sulla terra— Padre Livio Fanzaga, ed. PIEMME

La Madonna insegna a pregare dans Fede, morale e teologia Gospa+Medjugorje

[…] Bisogna sentire col cuore i gesti e le parole della preghiera. La preghiera del cuore non è una scuola per iniziati. Non necessita di maestri come le tecniche di meditazione orientale. Quando parliamo con una persona che ci sta a cuore, non lo facciamo distrattamente e col pensiero altrove. La guardiamo negli occhi e siamo consapevoli di quello che diciamo. Parliamo ed ascoltiamo nello scambio di pensieri e sentimenti. Ciò vale infinitamente di più quando preghiamo, perché ci apriamo a Colui che non è fuori di noi, ma in noi, più intimamente di quanto lo sia qualsiasi altra persona. Per ottenere questo risultato la Gospa dà dei suggerimenti che si trovano già nella tradizione ascetica e mistica. Non si tratta di nulla di particolare, ma semplicemente di quelle regole elementari che valgono per qualsiasi attività ben fatta, la quale richiede attenzione e concentrazione. Nel campo della preghiera il consiglio unanime della tradizione, perché non si riduca a uno spreco di parole, è quello di mettersi alla divina presenza. Solo così la preghiera diviene un dialogo intimo con Dio. Al riguardo la Gospa ha dato un messaggio concreto ed efficace:

“Cari figli, anche oggi vi invito a pregare. Voi, cari figli, non siete in grado di comprendere quanto valore ha la preghiera, finché non dite da voi stessi: Adesso è il tempo della preghiera. Adesso null’altro è importante per me. Adesso per me nessuna persona è importante all’infuori di Dio” (02-10- 1986).

La veggente Vicka ama ripetere ai pellegrini che la preghiera del cuore non la si impara sui libri, ma con l’impegno di praticarla ogni giorno. Si impara a pregare pregando. Si cresce nella misura in cui il cuore si apre a Dio. Si avanza nella preghiera del cuore attraverso la perseveranza e l’accompagnamento della Madre, come un bambino che impara a camminare. All’inzio i passi sono incerti, poi diventano più spediti e infine corre veloce senza incertezze. La Madonna non esclude affatto le preghiere spontanee sia dei singoli come nelle celebrazioni liturgiche. Ne è un esempio l’adorazione eucaristica che a Medjugorje è il culmine della preghiera del cuore, per il silenzio e il raccoglimento dei pellegrini e le invocazioni del celebrante. Tuttavia la Gospa mira piuttosto ad animare dall’interno la preghiera liturgica, specialmente quella centrata sui sacramenti. Per questo insiste perché la Santa Messa divenga un’esperienza di Dio.

“Cari figli, vi invito a vivere la S. Messa. Molti di voi ne hanno sperimentato la bellezza, ma ci sono anche coloro che non vengono volentieri. Io vi ho scelto, cari figli, e Gesù nella S. Messa vi dà le sue grazie. Perciò, vivete coscientemente la S. Messa e la vostra venuta sia piena di gioia. Venite con amore ed accogliete in voi la S. Messa.” (03-04-1986).

Questa fonte di tutte le grazie non solo deve essere vissuta col cuore, ma divenire un appuntamento quotidiano irrinunciabile: “La S. Messa, figlioli, non sia per voi un’abitudine, ma vita; vivendo ogni giorno la S. Messa sentirete il bisogno della santità” (25-01-1998).

Ogni vera preghiera deve essere fatta col cuore. Se non sgorga dal sacrario interiore non può arrivare fino al cielo, ma ci ricade addosso. Quando, al termine delle nostre preghiere, siamo nella medesima situazione spirituale in cui abbiamo incominciato, significa che abbiamo sprecato parole. Per pregare col cuore è necessario aprirsi a Dio e ricevere la Sua luce e la Sua grazia. Proprio per questo non è solo opera nostra, ma un dono dello Spirito Santo. E’ lo Spirito infatti che prega in noi con gemiti inenarrabili. La Gospa lo sa bene e ce lo ricorda:

“Volgete i vostri cuori alla preghiera e chiedete che lo Spirito Santo si effonda su di voi” (16-05-1985). “Rinnovate la vostra preghiera personale e in modo particolare pregate lo Spirito Santo affinché vi aiuti a pregare col cuore” (25-05-2003).

La preghiera nello Spirito non è l’appannaggio di alcuni gruppi, ma l’essenza stessa della preghiera cristiana. E’ il dono che la Gospa fa alla Chiesa perché si rinnovi ogni giorno di più nei cuori dei suoi fedeli.

Publié dans Fede, morale e teologia, Libri, Medjugorje, Padre Livio Fanzaga, Riflessioni, Stile di vita | Pas de Commentaires »

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