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Santa Filomena da Mugnano del Cardinale

Posté par atempodiblog le 13 août 2022

Santa Filomena da Mugnano del Cardinale
di Vatican News

Santa Filomena da Mugnano del Cardinale dans Beata Pauline Marie Jaricot Santa-Filomena

Filomena martire cristiana?
Il culto di Santa Filomena e anche tutti gli interrogativi sulla sua identità hanno origine a Roma il 25 maggio del 1802 durante gli scavi nella Catacomba di Priscilla sulla via Salaria, quando vengono scoperte le ossa di una giovane di tredici o quattordici anni e un vasetto contenente un liquido ritenuto sangue della Santa. Il loculo era chiuso da tre tegole di terracotta su cui era inciso: “LUMENA PAX TE CUM FI”. Si credette che, per inavvertenza, fosse stato invertito l’ordine dei tre frammenti risalenti tra il III e il IV sec d.C. e che si dovesse leggere: « PAX TE / CUM FI / LUMENA” cioé: « La pace sia con te, Filomena ». I diversi segni decorativi intorno al nome inoltre – soprattutto la palma e le lance – portarono ad attribuire queste ossa ad una martire cristiana dei primi secoli. All’epoca, infatti, si riteneva che la maggior parte dei corpi presenti nelle Catacombe risalissero alle persecuzioni dell’epoca apostolica.

Santa-Filomena-da-Avellino dans Fede, morale e teologia

Le reliquie e i prodigi a Mugnano del Cardinale
Furono queste reliquie ad essere in seguito portate, per richiesta del sacerdote nolano Francesco De Lucia, a Mugnano del Cardinale, in provincia di Avellino, nella chiesa dedicata alla Madonna delle Grazie, dove sono tuttora. Qui i primi miracoli raccontati proprio da mons. De Lucia. Attirato da quanto succedeva Papa Leone XII concesse al Santuario la lapide originaria che Pio VII aveva fatto trasferire nel lapidario Vaticano. Nel 1833, in questo contesto, si inserì la « Rivelazione » di suor Maria Luisa di Gesù che contribuì a diffondere il culto di Santa Filomena in Europa e in America. Personaggi noti come Paolina Jaricot, fondatrice dell’Opera della Propagazione della Fede e del Rosario vivente, e il santo Curato d’Ars ricevettero la guarigione completa dei loro mali per intercessione della santa e ne divennero ferventi devoti.

La biografia secondo Suor M. Luisa di Gesù
E’ proprio il racconto di suor Maria Luisa a svelare la storia della Santa. La suora affermò che la vita di Filomena le era stata narrata per “rivelazione” dalla santa stessa. Filomena sarebbe stata figlia di un re della Grecia convertitosi al cristianesimo e per questo divenuto padre. A 13 anni consacrò a Dio con voto la sua castità verginale. Fu allora che l’imperatore Diocleziano dichiarò guerra a suo padre: la famiglia si vide costretta allora a trasferirsi a Roma per trattare la pace. L’imperatore si innamorò della fanciulla, ma al suo rifiuto la sottopose ad una serie di tormenti da cui sempre fu salvata fino alla definitiva decapitazione. Due ancore, tre frecce, una palma e un fiore sono i simboli, raffigurati sulle tegole del cimitero di Priscilla, che furono interpretati come simboli del martirio. Ma uno studio più approfondito dei reperti archeologici attestò l’assenza della scritta martyr e fece decadere la possibilità della morte per martirio; inoltre nell’ampolla trovata accanto ai resti si provò che non vi fosse sangue ma profumi tipici delle sepolture dei primi cristiani. In definitiva il corpo era di una fanciulla morta nel IV secolo sul cui sepolcro erano state utilizzate tegole con iscrizioni di un precedente sepolcro. La Sacra Congregazione dei Riti nella Riforma Liturgica degli anni ’60 tolse allora dal calendario il nome di Filomena. Ma il culto rimase.

La Devozione resta
La “Santina” del Curato D’Ars, come molti chiamano Santa Filomena, fu venerata in particolare da San Pio da Pietrelcina sin da bambino. La chiamava “la principessina del Paradiso” e a chi osava mettere in discussione la sua esistenza, rispondeva che i dubbi erano frutto del demonio e ripeteva: “Può pure darsi che non si chiami Filomena! Ma questa Santa ha fatto dei miracoli e non è stato il nome che li ha fatti!”. Tutt’oggi Filomena intercede per molte anime e numerosi fedeli si recano a pregare davanti alle sue spoglie. E’ considerata la protettrice degli afflitti e dei giovani sposi e molte volte ha donato la gioia della maternità a madri sterili.

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La devozione mariana in sant’Ignazio

Posté par atempodiblog le 30 juillet 2022

La devozione mariana in sant’Ignazio
Quando si pensa a sant’Ignazio di Loyola, la memoria corre subito ai suoi Esercizi spirituali. Poca, invece, è la fama della sua devozione alla Vergine Maria. Eppure, di “tracce mariane”, ne troviamo non poche: come nella vita, così anche nei suoi scritti.
di Antonio Tarallo – La nuova Bussola Quotidiana

La devozione mariana in sant'Ignazio dans Fede, morale e teologia Sant-Ignazio-di-Loyola-e-la-Madonna-della-strada

Quando si pensa a Sant’Ignazio di Loyola, la memoria corre subito ai suoi Esercizi spirituali, fonte inesauribile per la meditazione, testo-simbolo della sua avventura terrena. E il termine “avventura” è davvero quello che meglio si addice alla sua biografia: Ignazio, il condottiero spagnolo, che troverà- poi – in Dio l’unico vero duce non solo delle sue battaglie, ma dell’intera sua esistenza. Coraggioso e dal fine intelletto, il fondatore dei Gesuiti – del quale domani ricorre la memoria liturgica – rappresenta uno dei più famosi santi che la Chiesa annovera. Tanti libri su di lui sono stati scritti; tante pagine raccontano di come il militare degli uomini sia diventato uno dei più importanti “militi del Signore”.

Poca, invece, è la fama della sua devozione alla Vergine Maria. Eppure di “tracce mariane”, ne troviamo non poche: come nella vita, così anche nei suoi scritti. Infatti, l’espressione con riferimento a Maria che più frequentemente appare negli Esercizi Spirituali è Madre y Señora nuestra (Madre e Signora nostra): espressione ricca di contenuto teologico e, al contempo, di grande carica emotiva, di “filiale affetto” si potrebbe dire.

E Ignazio provava una devozione del tutto particolare per la Mamma Celeste, per la Signora: proprio a Lei si sentirà legato fin da quella famosa battaglia di Pamplona che gli cambierà la vita, definitivamente. Era il 1521. All’epoca il fondatore gesuita non si chiamava ancora Ignazio ma Iñigo, e non aveva ancora trent’anni. Durante la battaglia fu colpito duramente alla gamba, ma ciò non lo ferì comunque mortalmente. Inizia per lui il periodo della convalescenza, lungo e tortuoso. Nasce così la sua passione per due letture che gli cambieranno l’esistenza: Vita Christi del certosino Ludolfo di Sassonia e Le vite dei santi di Jacopo da Varagine, vescovo di Genova e frate domenicano. E proprio di questo periodo,  nella sua Autobiografia,  troviamo un racconto in cui la Vergine è protagonista: Sant’Ignazio “vide chiaramente un’immagine di nostra Signora con il santo bambino Gesù [e] poté contemplarla a lungo provandone grandissima consolazione”. Questa visione ebbe come effetto una profonda “trasformazione che si era compiuta dentro la sua anima”. Dopo lunghi mesi di lettura e studio, avverrà, poi, il pellegrinaggio al benedettino monastero “de Montserrat”: qui, l’incontro con la Vergine, o meglio, con la “Moreneta”, una scultura di legno (XIII secolo) che raffigura la Vergine. Si narra che proprio di fronte a questa effige, Iñigo deporrà la spada di guerra per imbracciare il Crocifisso dell’Amore. Il passato si chiude per aprirgli la porta di un nuovo cammino: quello verso Dio, verso la carità, verso il Paradiso. La Vergine lo aveva ormai attratto a sé, e Iñigo diventerà Ignazio.

La presenza della Madre di Dio sarà una costante nella sua vita perché anche a Roma, città fondamentale per il cammino personale di Ignazio e di quello della Compagnia da lui fondata, incontra un’altra immagine che rimarrà scolpita nel suo cuore: è la Madonna della Strada che si trovava nella chiesa che all’epoca aveva nome Santa Maria degli Astalli per poi prendere il nome, appunto, di Madonna della Strada.

Annus Domini 1641. Sul soglio di Pietro regna Papa Paolo III, lo stesso pontefice che l’anno prima aveva approvato la Compagnia di Gesù; il Santo Padre consegna la chiesa, abbattuta e ricostruita nel 1569, a Sant’Ignazio di Loyola. Davanti a questa miracolosa immagine si narra – tra l’altro – che furono molti i santi che si fermarono in preghiera: da Pierre Favre a Carlo Borromeo, fino a giungere a Filippo Neri. Ma qual è la storia di questo affresco così delicato, tenero e dolce? La sua storia si intreccia con quella del guerriero di Dio, Ignazio: infatti, quel dipinto, era stato sempre lì, precedentemente alla sua venuta a Roma; infatti, l’effige della Madonna col Bambino in braccio, si trovava in angolo della chiesa di Santa Maria della Strada; e il santo spagnolo si era imbattuto nell’affresco in occasione del suo primo viaggio nella Città Eterna, nel 1540. Il dato più lontano nel tempo riguardante l’edificio sacro al cui interno era stata affrescata l’immagine della Madonna della Strada risale al 1192, anno in cui compare la prima indicazione di una chiesa dal nome Santa Maria de Astariis, appellativo che ritorna anche in un catalogo di chiese romane redatto intorno al 1230; mentre in un codice del 1320 – conservato presso la Biblioteca Nazionale di Torino – si legge che questa chiesetta era retta da un solo sacerdote e al suo interno si facevano seppellire i membri della famiglia romana degli Astalli. Nei documenti successivi, invece, il nome dell’edificio sacro muta in “Santa Maria de scinda” e in  “Santa Maria de stara”, per poi mutarsi nuovamente in “Santa Maria della Strada”. È comunque importante specificare che la superficie dove sorgeva questa chiesa occupava una piccola parte dell’area circoscritta da quelle vie che sono le attuali via degli Astalli, via del Plebiscito e piazza del Gesù. Ciò che vediamo oggi, lo dobbiamo alla decisione del cardinale Alessandro Farnese di costruire – nel 1568 – la Chiesa del Gesù.  E solo nel 1575, l’affresco venne posto nella cappella della nuova chiesa dove i Gesuiti prendevano i voti.

Chi entra, oggi, nella Chiesa del Gesù, non può non rimanerne colpito da questa immagine della Madonna della Strada: rimane affascinato dalla sua grazia, dalla sua bellezza misteriosa. La Vergine è rappresentata a mezzo busto, con in braccio sinistro il Bambino; la mano destra, invece, è aperta, rivolta ai fedeli. Ha il capo coronato circondato dal nimbo; lo sguardo frontale; e tutta la figura è avvolta da un manto color oro. Anche il Bambino ha una luminosa aureola, e presenta la postura del Pantocratore; ha lo sguardo frontale che infonde al fedele una serenità austera; con la sinistra tiene un libro e alza la destra nel gesto della benedizione. Nell’insieme, l’effige mariana sembra evocare la tipologia della Madre mediatrice di Grazia; e, inoltre, con il suo sguardo che penetra nel cuore di ogni fedele, sembra davvero che inviti alla fiducia nel Figlio.

La storia di questa immagine ha visto una tappa fondamentale nel 2006, quando è stata sottoposta a un restauro che ne ha mostrato un nuovo volto, del tutto inedito: infatti, l’immagine si è rivelata di oltre due secoli più antica di quello che si pensava. Il lavoro di restauro ha dissolto secoli di sporcizia, depositi minerali, vernice e sopraverniciatura dalla superficie dell’immagine; e, così, i colori brillanti hanno iniziato a farsi strada, tanto da dare alla luce una nuova Madonna della Strada. Gli esperti che hanno supervisionato il lavoro di restauro, alla fine, hanno concordato sul fatto di datare l’opera al XIII o al XIV secolo.

La Madonna della Strada, nulla di più attuale. Proprio oggi che molti sembrano aver smarrito la via, guardare a questa effige vuol dire non solo entrare nella spiritualità ignaziana, ma anche chiedere alla Vergine la giusta direzione. Ignazio di Loyola, a distanza di secoli, grazie ai suoi scritti, alla sua testimonianza, sembra quasi offrirci il “google map” per trovare l’Infinito di Dio. E le parole della preghiera dedicata alla Madonna della Strada, ci offrono la possibilità di revisionare anche noi il nostro cammino e di guardare al Cielo, così come fece quel guerriero di Dio dal nome Ignazio di Loyola:

“O Maria, Madonna della Strada, accompagnaci sulle vie del mondo tu che hai camminato: sui monti della Giudea, portando, sollecita, Gesù e la sua gioia; sulla strada da Nazareth a Betlemme dove è nato Gesù, il nostro Redentore; sul cammino dell’esilio per proteggere il Figlio dell’Altissimo; sulla via del Calvario per ricevere la maternità della Chiesa. Continua, ti preghiamo, a camminare accanto a tutti noi sulle strade del mondo affinché possiamo vivere e testimoniare il Vangelo di salvezza. Proteggi in particolare quanti hanno la strada come luogo di lavoro, d’impegno, di viaggio e di pellegrinaggio, e che sono alla ricerca dei beni più grandi per una vita degna e benedetta”.

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I tre passi della consacrazione al Cuore Immacolato di Maria

Posté par atempodiblog le 25 juin 2022

I tre passi della consacrazione al Cuore Immacolato di Maria
di Padre Livio Fanzaga
Tratto da: Blog di p. Livio – Direttore di Radio Maria

I tre passi della consacrazione al Cuore Immacolato di Maria dans Fede, morale e teologia Sacro-Cuore-di-Maria

Caro amico, per  comprendere il significato dell’affidamento a Maria e il valore della consacrazione al suo Cuore Immacolato devi guardare alla Madonna come a quella madre che Gesù ti ha donato e accettarla come guida e ispiratrice della tua vita.

Su questa via è necessario che tu compia tre passi decisi, ognuno dei quali rappresenta una tappa fondamentale sulla strada della perfezione.

Perseverando lungo questo cammino, realizzerai quella appartenenza totale a Maria che è racchiusa nella bella espressione “Totus tuus”.

Infatti al dono che la santa Vergine ti fa del suo cuore materno deve corrispondere il dono del tuo cuore. L’amore della Madre deve essere contraccambiato dall’amore del figlio.

Il primo passo che devi compiere è quello di aprire il tuo cuore. E’ senza dubbio quello più importante, senza il quale la Madonna non può entrare nella tua vita ed è impossibilitata a svolgere verso di te il  suo compito  materno.

Aprire il cuore significa fare lo sforzo di avvicinarsi al suo amore materno, anche se sei impantanato nel male e schiavo delle tue passioni, del mondo e del demonio.

Anche se tu fossi il più grande peccatore della terra, affermano concordemente i grandi dottori mariani, non devi temere di accorrere presso il cuore della Madre, la quale è sempre pronta a perdonare, a confortare e a rialzare.

Lo sguardo del peccatore verso il cuore materno di Maria è l’inizio della sua resurrezione e della sua salvezza. L’indifferenza, l’ostinazione, o, peggio ancora, il disprezzo, le bestemmie e le offese alla Madonna sono indice di quella chiusura interiore che porta alla perdizione eterna.

Aprendo il cuore alla grazia che la Madonna ti ha ottenuto, tu le dai la possibilità di esercitare verso di te la sua sollecitudine e il suo tenerissimo amore.

La Madonna ti prende per mano e ti rialza; ti cura le ferite, versando l’olio della sua dolcezza; ti insegna a farei i primi passi sulla via della salvezza; apre il tuo cuore alla speranza mostrandoti la grandezza e la bellezza della vita.

E’ quella tappa del cammino lungo la quale Maria ti insegna a purificare il cuore, sostenendoti nel combattimento spirituale contro il male che ti assedia e che fermenta in te.

Quanti lungo questa tappa si sono stancati e, dopo aver messo mano all’aratro, sono tornati indietro! Questo è anche il tuo pericolo se non terrai fortemente per mano la Madonna, come il bambino che, non essendo ancora capace di camminare, si aggrappa alla madre e non se ne vuole mai allontanare.

Se tu sarai perseverante e tenace sulla via dell’umiltà, della fiducia e della buona volontà, la Madonna ti porterà così vicino al suo cuore che potrai comprendere e gustare sempre di più l’acqua pura e viva del suo immenso amore.

Entrando nel Cuore Immacolato della Madre e immergendoti nel mare sconfinato della sua pienezza di grazia, entrerai nella tappa più luminosa del cammino spirituale.

La santa Vergine ti rivestirà della veste della sua santità e ti presenterà al Figlio suo come una vergine sposa adorna per il suo sposo. Allora, poiché sei tutto di Maria, sarai tutto di Gesù.

Aprire il cuore, purificare il cuore, donare il cuore: sono i tre passi che devi compiere sulla via dell’affidamento e della consacrazione.

La meta finale è l’intima unione dell’anima con il Verbo Incarnato. Egli infatti è la vera vite e noi siamo i tralci. Egli è il Capo e noi siamo le membra del suo mistico Corpo. La via che ci conduce alla meta è Maria.

Affidandoti al Cuore Immacolato  il cammino spirituale si compie nel segno dell’amore. Accogliere e sperimentare l’amore di Dio, per poi donarlo al prossimo,  è l’essenza stessa del cristianesimo.

I sacri cuori di Gesù e di Maria ci fanno toccare con mano che Dio è amore.

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Nora e Paola, catechiste con disabilità cognitive e vere testimoni di fede

Posté par atempodiblog le 13 juin 2022

Nora e Paola, catechiste con disabilità cognitive e vere testimoni di fede
di Annalisa Teggi – Aleteia

Nora e Paola, catechiste con disabilità cognitive e vere testimoni di fede dans Articoli di Giornali e News Nora-e-Paola-catechiste-con-disabilit-cognitive-e-vere-testimoni-di-fede

In una chiesa della diocesi di Milano è stato accolto l’invito di Papa Francesco: “La partecipazione attiva alla catechesi delle persone con disabilità costituisce una grande ricchezza per la vita di tutta la parrocchia”.

Catechiste, per donare agli altri il bene ricevuto

La fede ci chiede di essere testimoni, di mostrare con la nostra presenza la compagnia di un Dio – Padre – che ci ha tolto dal buio. Non è dunque questione di competenze, ma di esperienza. E chi di noi potrebbe mai sentirsi all’altezza di spiegare la Buona Novella, se fosse questione di argomentazioni, di condotta irreprensibile, di purezza intellettuale?Eppure spesso è questo l’inciampo, finiamo per ridurre proprio quella fede, che sinceramente professiamo, a una materia oggetto di dissertazione più che di esperienza. Proprio per questo è davvero benvenuta l’iniziativa  della parrocchia di Sant’Antonio Maria Zaccaria nel quartiere Chiesa Rossa a Sud di Milano che ha chiesto a due persone con disabilità cognitive di essere catechiste. E la formulazione di quest’ultima frase ha un senso preciso.Il passo non è stato quello del “vogliamo includervi”, ma del “volete aiutarci?”. E tra l’una e l’altra prospettiva c’è un abisso, l’abisso della libertà della persona che non deve sentirsi semplicemente tirata dentro, ma guardata per l’unicità preziosa del contributo che può portare.

Nora Buccheri e Paola Colombo hanno detto sì a questa proposta, da un anno sono catechiste della classe 5 elementare. Perché hanno accettato?

Sono contenta di fare la catechista perché posso trasmettere ai bambini le cose importanti che quando ero piccola hanno affascinato anche me.
Paola Colombo – intervistata da Radio Marconi

Imparare coi bambini
Paola e Nora, entrambe affette da disabilità cognitive, fanno parte da molti anni dell’associazione Fede e Luce che, si potrebbe semplificare, si occupa di inclusione sociale delle persone con disabilità. Ma l’esperienza di questa comunità è soprattutto quella di un’amicizia tra famiglie,

Fede e Luce è sorta con l’intento di sottrarre le famiglie a questa tentazione di isolarsi, di tagliarsi fuori dalla vita “normale”, perché pian piano scoprano che proprio il loro figlio più fragile può essere fonte di solidarietà e di unione con gli altri. Per questo mi piace chiamare Fede e Luce un “cammino” di persone molto diverse fra loro (genitori, persone disabili e amici di ogni età e di ogni ceto) che si fanno prossime le une alle altre, senza distinzione fra chi dà e chi riceve, perché tutti danno e ricevono allo stesso tempo.
Mariangela Bertolini – da Fede e Luce

La referente milanese di questa associazione è Liliana Ghiringhelli che conosce Nora e Paola da tantissimi anni. E’ stata lei a proporre loro di fare le catechiste. All’inizio, l’impatto coi bambini le ha ‘sconvolte’ – aggettivo scelto da Paola, cioé è stato un assalto tumultuoso di vivacità. Dopo un anno di affiancamento con una catechista esperta, oggi Nora e Paola seguono la loro classe del catechismo in piena autonomia. Nelle parole prima riportate, Paola ha ricordato che la fede passa da cuore a cuore (dono agli altri qualcosa che ha cambiato me). Nora aggiunge a questo orizzonte un altro tassello essenziale:

Sto vivendo questi mesi con gioia, come un dono del Signore e lo sto facendo perché sto crescendo anche io, perché insegnare ai bambini da anche a me la carica di imparare.
Nora Buccheri intervistata da Radio Marconi

Sintetica e centrata. Nel vivo del compito educativo anche l’educatore cresce. Vale per la scuola (ogni bravo insegnante torna a casa avendo imparato qualcosa di inaspettato dai suoi alunni). Ma nel caso della fede ha un valore ancora più essenziale. Ci si tiene desti a vicenda, ci si fa compagnia a vicenda nel vivere la compagnia di Dio, nell’andarci a fondo.

Accolto l’invito di Papa Francesco
A quanto pare la classe del catechismo di Nora e Paola è quella in cui i bambini ascoltano in modo più disciplinato. E forse questo significa che la presenza di queste due donne che visibilmente mostrano le proprie fragilità ai bambini è motivo di vero incontro. (Quel tipo di incontro da cui sgorga un paragone con le proprie fragilità interiori). Tra adulti ci si può accontentare di un discorso ben argomentato sull’inclusività, l’infanzia è un tempo di sguardo spudorato sulla realtà e sugli altri. La diversità incuriosisce subito il bambino, che è capace di domande poco accomodanti.

L’orizzonte strettamente meritocratico, di eccellenza ed efficienza, che prevale in altri contesti, salta per aria col cristianesimo che è accoglienza senza riserve. La persona è un bene totale, cioé vale tutto di lei, anche i sui inciampi. Ed è questo che nella classe di Nora e Paola evidentemente si vive e non ha bisogno di essere spiegato. Liliana Ghiringhelli, colei che ha azzardato l’ipotesi di questo progetto di inclusione, ha spiegato che la scintilla le è venuta dal modo in cui Papa Francesco ha ribaltato la prospettiva dell’accoglienza dei disabili nella Chiesa.

«In virtù del Battesimo ricevuto, ogni membro del Popolo di Dio è diventato discepolo missionario. Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione» (Evangelii Gaudium, 120). Perciò anche le persone con disabilità, nella società come nella Chiesa, chiedono di diventare soggetti attivi della pastoralee non solo destinatari. «Tante persone con disabilità sentono di esistere senza appartenere e senza partecipare.

Ci sono ancora molte cose che impediscono loro una cittadinanza piena. L’obiettivo è non solo assisterli, ma la loro partecipazione attiva alla comunità civile ed ecclesiale. È un cammino esigente e anche faticoso, che contribuirà sempre più a formare coscienze capaci di riconoscere ognuno come persona unica e irripetibile» (Fratelli tutti, 98). Infatti, la partecipazione attiva alla catechesi delle persone con disabilità costituisce una grande ricchezza per la vita di tutta la parrocchia. Esse infatti, innestate in Cristo nel Battesimo, condividono con Lui, nella loro particolare condizione, il ministero sacerdotale, profetico e regale, evangelizzando attraversocon e nella Chiesa.

Pertanto, anche la presenza di persone con disabilità tra i catechisti, secondo le loro proprie capacità, rappresenta una risorsa per la comunità.(Dal Messaggio del Santo Padre in occasione della giornata internazionale delle persone con disabilità – 2020)

Si può dire, senza timore di smentita, che il mondo non sta ancora al passo coraggioso della visione comunitaria che la Chiesa testimonia. Certo, anche dentro la Chiesa molti passi devono essere fatti perché queste parole di Papa Francesco si traducano in opere reali.

Ma Nora e Paola ci sono. Nel loro piccolo spazio educativo dissodano una fetta arida di terra, ammorbidiscono le zolle dure con la loro voce semplice che dice l’essenziale senza fronzoli: vieni a conoscere Gesù, vieni a vedere chi sei incontrando Chi ti ha amato da sempre.

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Maria ottiene ed elargisce i doni dello Spirito

Posté par atempodiblog le 5 juin 2022

Maria ottiene ed elargisce i doni dello Spirito dans Fede, morale e teologia Maria-e-lo-Spirito-Santo

Maria è dolce e buona:
Tutto in Lei è dolcezza;
senza respingere alcuno
a tutti dona grazia.
Gesù suo figlio m’incita
ad amarla teneramente,
lo vuole il mio interesse,
posso non far così?

Ella è la Regina
di tutto l’universo
e tiene in suo potere
Cielo ed Inferno.
Ella ha tra le mani
la grazia del suo Figlio,
ottiene ed elargisce
i doni dello Spirito.

Ella è il tabernacolo
in cui Dio si fe’ bambino
Ella è il gran prodigio
del braccio di Dio potente,
Ella è figlia del Padre
Madre di Gesù Cristo
e per mistero altissimo
tempio dello Spirito.

Tratto da: ‘Cantici Mariani di San Luigi Maria Grignion de Montfort

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Il Papa: camminiamo insieme alle persone con autismo

Posté par atempodiblog le 2 avril 2022

Il Papa: camminiamo insieme alle persone con autismo
Francesco su Twitter ricorda l’iniziativa prevista nella Giornata mondiale della consapevolezza dell’autismo. Tanti monumenti si accenderanno oggi con una luce blu per ricordare le difficoltà che vivono bambini e adulti ma anche le loro famiglie. Il dottor Giovanni Valeri dell’Ospedale Bambino Gesù: “Dobbiamo prenderci cura anche dei genitori”
di Eliana Astorri – Vatican News

Il Papa: camminiamo insieme alle persone con autismo dans Articoli di Giornali e News Giornata-mondiale-autismo

“Oggi ricorre la Giornata Mondiale della consapevolezza dell’Autismo. Camminiamo insieme alle persone con autismo: non solo per loro, ma prima di tutto con loro!”. È il tweet di Papa Francesco sul suo account @Pontifex, nel giorno di oggi, 2 aprile, in cui ricorre la Giornata mondiale della consapevolezza dell’autismo, un disturbo che compromette le aree dell’interazione sociale e della comunicazione, caratterizzato da modelli ripetitivi e stereotipati di comportamento, interessi e attività. L’isolamento dovuto alla pandemia unito alla difficile condizione delle persone autistiche ha complicato la vita di circa 500mila famiglie italiane, come denunciano varie associazioni.

Dati e iniziative
La prevalenza del disturbo riguarda uno su 54 tra i bambini di 8 anni negli Stati Uniti, 1 su 160 in Danimarca e in Svezia, 1 su 86 in Gran Bretagna, in Italia uno su 77 nella fascia di età 7-9 anni. Istituita nel 2007 dall’Assemblea Generale dell’Onu, la Giornata richiama l’attenzione sui diritti delle persone nello spettro autistico. “Light It Up Blue” è l’iniziativa alla quale in Italia aderiranno molti monumenti ma anche il Quirinale e Palazzo Madama. Domenica a Roma la decima edizione della Run for Autism promossa dal Progetto Filippide, che porterà sulle strade della capitale oltre 400 ragazzi autistici da tutta Italia, per testimoniare il ruolo dello sport nell’inclusione sociale.

Non una malattia
È importante dunque tornare a parlare di questa condizione con il dottor Giovanni Valeri, responsabile per i disturbi dello spettro autistico dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù:

Una “condizione”, non una malattia l’autismo. Perché?
“Condizione” è il termine che si usa sempre più spesso perché sono delle caratteristiche della personalità del bambino, dell’adolescente e dell’adulto con autismo. C’è una particolare modalità di interagire e di percepire gli stimoli del mondo. Questa condizione può diventare un disturbo dello spettro autistico quando comporta una compromissione funzionale. Quindi dobbiamo essere molto attenti nel sapere rilevare con attenzione quelli che sono i segni, le caratteristiche dell’autismo, e questo crea la condizione autistica, e poi valutare attentamente quanto questa condizione comporti una compromissione funzionale degli apprendimenti nel lavoro, nelle relazioni, e a quel punto è corretto chiamarlo disturbo dell’autismo - disorder diseases, in inglese – e assolutamente giustificato e necessario un intervento terapeutico.

In questo campo rientra una serie di disturbi che sono diversi da bambino a bambino, da adolescente ad adolescente, a secondo della gravità?
Attualmente si parla di disturbo dello spettro autistico proprio per indicare il fatto che da una parte alcune caratteristiche nucleari che troviamo in tutte queste condizioni-disturbo sono delle compromissioni a livello sociale e comunicativo associati a comportamenti e interessi ripetitivi ristretti che ritroviamo in tutti; però, poi c’è una variabilità legata a tre fattori principalmente: alla gravità sintomatologica che può essere una condizione lieve, media o grave, alla eventuale associazione di una compromissione cognitiva – dobbiamo ricordarci che il 40- 50% delle persone con disturbo dello spettro autistico hanno anche una disabilità intellettiva e queste sono le condizioni in cui la compromissione è più grave. E il terzo elemento è il livello linguistico: abbiamo situazioni che vanno da persone completamente non verbali a persone che usano solo parole singole a persone che hanno un linguaggio fluente. Quindi gravità, livello cognitivo e livello delle competenze linguistiche ci permettono di capire all’interno dello spettro dove si situa la persona.

Una volta capito questo, la riabilitazione cognitiva e comportamentale è una priorità per il trattamento dell’autismo?
Assolutamente sì. Abbiamo detto che nel momento in cui si individua un disturbo dello spettro delle caratteristiche che si verificano è assolutamente urgente avviare una terapia che deve avere un’evidenza scientifica. È utile riferirsi alla linea guida sull’autismo, che attualmente è in vigore in Italia, del Ministero della Salute, che individua quattro famiglie di interventi che hanno delle evidenze scientifiche: due sono raccomandati, cioè hanno prove di efficacia sufficientemente solide e sono in primo luogo gli interventi mediati dai genitori, importantissimi, in cui il terapeuta aiuta il genitore a trovare le migliori strategie interattive per promuovere le competenze del bambino. L’altra famiglia di interventi raccomandati sono gli interventi comportamentali intensivi. È importante che venga precisato però che non per tutti i bambini è utile fare questo tipo di interventi intensivi, è un’opzione importante. Gli altri due, che sono quelli consigliati, sono gli interventi a supporto della comunicazione come per esempio l’uso sistematico degli ausili visivi, gli interventi di comunicazione aumentativa alternativa, quindi le persone non verbali o poco verbali possono comunicare anche in modo incredibilmente efficace con delle immagini, e infine l’ultimo, gli interventi psico-educativi basati sulla strutturazione dell’ambiente, cioè rendere l’ambiente prevedibile. Ecco, per queste persone il progetto di presa in carico terapeutica che sia basato su evidenze scientifiche dovrebbe in qualche modo far riferimento a queste quattro famiglie di interventi.

Vicino al bambino e all’adolescente con autismo e, ovviamente, quando questo diventa adulto, ci sono anche dei genitori che devono essere supportati. Cosa è possibile fare per loro, anche secondo l’esperienza del vostro Centro dedicato?
Assolutamente non si può pensare di prendere in carico una persona con autismo, un bambino, senza prendersi cura anche delle persone che gli sono intorno. È fondamentale fare un’attenta valutazione dei bisogni di queste persone, capire se hanno necessità che possono essere di vario tipo: possono essere sostegni psicologici, a volte sostegni sociali. È importantissimo, ad esempio, con queste persone organizzare quelli che noi chiamiamo “programmi di emergenza”, cioè cosa c’è da fare nell’eventualità in cui il ragazzo, il bambino o l’adulto con autismo possa avere delle crisi comportamentali, ma deve essere chiaro, scritto, deve essere un programma di emergenza. Poi, altra cosa molto importante, prevedere dei momenti di “break”, cioè dei momenti in cui i familiari di persone con autismo, soprattutto autismo grave e con associata disabilità intellettiva possono prendersi del riposo. Ma questo è possibile farlo solo se loro sentono di poter affidare, per esempio per un fine settimana, il loro figlio ad operatori di cui si fidano, che sanno come lavorano con il loro figlio. Io mi ricordo sempre un’esperienza molto bella che feci diversi anni fa in cui, in una situazione con adolescenti tutti molto gravi con autismo, si è riusciti a costruire una casa delle autonomie in cui i ragazzi passavano a turno un fine settimana e i genitori potevano permettersi appunto questo break. Ricordo che una mamma mi ha detto che il figlio aveva 17 anni e che quella era la prima volta che con il marito era potuta andare a mangiare in un ristorante oppure a vedere un film con tranquillità. Quindi dobbiamo prenderci cura dei genitori in questo modo articolato con una valutazione attenta dei bisogni di sostegno, su come affrontare le situazioni d’emergenza e poi prevedere dei momenti di break in modo che loro possono riprendersi e fare anche delle esperienze che tutti sappiamo quanto siano importanti.

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Maria, il primo trono che si è scelto la Misericordia

Posté par atempodiblog le 6 janvier 2022

Maria, il primo trono che si è scelto la Misericordia dans Beata Pauline Marie Jaricot Epifania-del-Signore

Meditando il Rosario. “Se noi siamo fedeli nel contemplare Gesù nei misteri della sua vita mortale, ritroveremo con gioia lo stesso Bambino divino che vennero ad adorare i pastori e i magi tra le braccia di Maria, il primo trono che si è scelto la Misericordia”.

Beata Pauline Marie Jaricot

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Papa Francesco: impariamo dai magi in cammino verso Betlemme il desiderio di Dio

Posté par atempodiblog le 6 janvier 2022

Papa Francesco: impariamo dai magi in cammino verso Betlemme il desiderio di Dio
A che punto è il viaggio della mia fede? All’omelia nella Messa per la solennità dell’Epifania del Signore, Papa Francesco indica nei magi, che vanno in cerca del Signore, l’immagine di chi non si accontenta di una vita apatica, “appiattita sul consumo” ma si lascia interrogare mettendosi in gioco. I magi, che ritornano per un’altra strada, “ci provocano a percorrere strade nuove”, afferma il Papa, per portare il Vangelo a tutti
di Adriana Masotti – Vatican News

Papa Francesco: impariamo dai magi in cammino verso Betlemme il desiderio di Dio dans Commenti al Vangelo Epifania-del-Signore

La Chiesa celebra oggi l’Epifania del Signore, il giorno cioè della sua manifestazione al mondo tramite la testimonianza di tre personaggi che alla grotta di Betlemme arrivano da lontano. Nell’omelia alla Messa nella Basilica vaticana, Papa Francesco si lascia interrogare dai magi, sapienti e astrologi, e sollecita tutti noi a porci domande a partire da quel loro pellegrinaggio verso Gesù, sotto la guida della stella. A concelebrare con Francesco sono 21 cardinali, 19 vescovi, circa 150 sacerdoti. Ridotto, invece, a causa della pandemia, il numero dei fedeli presenti.

I magi, uomini dal cuore inquieto
Che cosa ha spinto “questi uomini d’Oriente a mettersi in viaggio?”. Potevano starsene tranquilli nelle loro sicurezze, afferma il Papa, “invece si lasciano inquietare da una domanda e da un segno” nel cielo: “Dov’è colui che è nato?

Il loro cuore non si lascia intorpidire nella tana dell’apatia, ma è assetato di luce; non si trascina stanco nella pigrizia, ma è acceso dalla nostalgia di nuovi orizzonti. I loro occhi non sono rivolti alla terra, ma sono finestre aperte sul cielo. Come ha affermato Benedetto XVI, erano “uomini dal cuore inquieto. […] Uomini in attesa, che non si accontentavano del loro reddito assicurato e della loro posizione sociale […]. Erano ricercatori di Dio”.

La vita non è “tutta qui
Il loro segreto, prosegue Francesco, è il desiderio. Desiderare significa infatti “cercare oltre l’immediato, oltre il visibile”.

È accogliere la vita come un mistero che ci supera, come una fessura sempre aperta che invita a guardare oltre, perché la vita non è “tutta qui”, è anche “altrove”. È come una tela bianca che ha bisogno di ricevere colore. Proprio un grande pittore, Van Gogh, scriveva che il bisogno di Dio lo spingeva a uscire di notte per dipingere le stelle. Sì, perché Dio ci ha fatti così: impastati di desiderio. Così ci ha fatti Dio: impastati di desiderio; orientati, come i magi, verso le stelle.

Abbiamo bisogno di ritrovare il desiderio di Dio
Sono i desideri, dice ancora il Papa, a farci andare oltre le abitudini consolidate, “oltre una fede ripetitiva e stanca”. Il nostro viaggio della vita e della fede ha bisogno di desiderio, “di slancio interiore”. E si domanda:

Non siamo da troppo tempo bloccati, parcheggiati dentro una religione convenzionale, esteriore, formale, che non scalda più il cuore e non cambia la vita? Le nostre parole e i nostri riti innescano nel cuore della gente il desiderio di muoversi incontro a Dio oppure sono “lingua morta”, che parla solo di sé stessa e a sé stessa?

L’analisi di Papa Francesco non fa sconti quando descrive tanti di noi e tante nostre comunità alle prese con la crisi della fede dovuta alla “scomparsa del desiderio di Dio”.

Ci siamo ripiegati troppo sulle mappe della terra e ci siamo scordati di alzare lo sguardo verso il Cielo; siamo sazi di tante cose, ma privi della nostalgia di ciò che ci manca. Nostalgia di Dio… Ci siamo fissati sui bisogni, su ciò che mangeremo e di cui ci vestiremo, lasciando evaporare l’anelito per ciò che va oltre. E ci troviamo nella bulimia di comunità che hanno tutto e spesso non sentono più niente nel cuore. Persone chiuse, comunità chiuse, vescovi chiusi, preti chiusi, consacrati chiusi perché la mancanza di desiderio porta alla tristezza, e all’indifferenza. Comunità tristi. Preti tristi. Vescovi tristi.

Gli insegnamenti dei magi
Il Papa suggerisce a ciascuno di noi di interrogarsi oggi, chiedendosi come va « il viaggio della nostra fede ». E di andare dai magi per imparare “ad alimentare il desiderio”. Da loro possiamo trarre alcuni insegnamenti:

Essi in primo luogo partono al sorgere della stella: ci insegnano che bisogna sempre ripartire ogni giorno, nella vita come nella fede, perché la fede non è un’armatura che ingessa, ma un viaggio affascinante, un movimento continuo e inquieto, sempre alla ricerca di Dio, sempre con il discernimento, in quel cammino.

I magi, poi, chiedono dov’è il Bambino Gesù. E’ necessario, infatti, porsi degli interrogativi e ascoltare le domande che Dio e le persone del nostro tempo ci rivolgono. I magi ci insegnano ad aver una fede coraggiosa che non ha “paura di sfidare le logiche oscure del potere e diventi seme di giustizia e di fraternità”. Infine, afferma ancora il Papa, essi ritornano percorrendo un’altra strada:

È la creatività dello Spirito, che fa sempre cose nuove. È anche, in questo momento, uno dei compiti del Sinodo che noi stiamo facendo: camminare insieme in ascolto, perché lo Spirito ci suggerisca vie nuove, strade per portare il Vangelo al cuore di chi è indifferente, lontano, di chi ha perduto la speranza ma cerca quello che i magi trovarono, “una gioia grandissima”. Uscire « oltre », andare avanti…

Adorare per lasciarci trasformare
Ma c’è un momento cruciale del loro viaggio, osserva Francesco, ed è quando, arrivando a destinazione, i magi “adorano il Bambino”. Il Papa sottolinea l’importanza dell’adorazione cioè dello stare alla presenza di Dio e dice: “Solo se recuperiamo il gusto dell’adorazione, si rinnova il desiderio”. Il desiderio di Dio “cresce solo stando davanti a Dio”, perché solo Gesù può trasformare il nostro cuore.

E nell’andare cos’, ogni giorno, lì avremo la certezza, come i magi, che anche nelle notti più oscure brilla una stella. È la stella del Signore, che viene a prendersi cura della nostra fragile umanità. Mettiamoci in cammino verso di Lui. Non diamo all’apatia e alla rassegnazione il potere di inchiodarci nella tristezza di una vita piatta. Prendiamo l’inquietudine dello Spirito, cuori inquieti. Il mondo attende dai credenti uno slancio rinnovato verso il Cielo.

Papa Francesco, infine, invita ciascuno di noi ad essere come i magi “aperti alle sorprese di Dio”. E conclude con tre consegne: “sogniamo, cerchiamo, adoriamo”.

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Una somiglianza che dice tutto

Posté par atempodiblog le 3 janvier 2022

Una somiglianza che dice tutto

Una somiglianza che dice tutto dans Fede, morale e teologia Maria-e-Suo-Figlio

Marija ci ha detto quattro particolari che a me sembrano molto importanti: prima di tutto ha detto di che i capelli di Gesù sono né biondi né neri, a mezza strada, poi ha detto che gli occhi di Gesù sono azzurri come quelli di sua Madre. Sono particolari molto belli, molto interessanti. Ma a mio parere la cosa più bella che ha detto Marija è che i due si assomigliano molto, cioè il volto di Gesù bambino e quello di Sua Madre si assomigliano molto, tanto che la Madonna sembra il prolungamento di Gesù e Gesù sembra il prolungamento di Sua Madre. Questa è una cosa meravigliosa che ha detto Marija, che non so come dire… che dice tutto! Una somiglianza che dice tutto.

Poi la tenerezza con cui la Madonna tiene il Bambino, lo copre col velo, pur facendo vedere la faccina e gli occhi. Tutto questo quadro è circonvulso di una luce così luminosa e così meravigliosa che non si può descrivere, un quadro divino meraviglioso, estasiante. Si capisce perché Marija ho dovuto pressarla, lei è molto riservata quando racconta le sue apparizioni. Ma la cosa unica, a mio parere, è che Gesù Bambino ha dato la benedizione insieme con la Madre: “la benedizione che vi diamo”.

di Padre Livio Fanzaga – Radio Maria

Divisore dans San Francesco di Sales

Cliccare per approfondire:

Freccia dans Viaggi & Vacanze Commento al messaggio del 25 Dicembre 2021 alla veggente Marija

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Madre di Dio e Madre di ogni uomo

Posté par atempodiblog le 1 janvier 2022

Madre di Dio e Madre di ogni uomo
La festa odierna di Maria Madre di Dio ci ricorda che solo in Gesù, Dio fatto uomo, c’è la salvezza. In Lui c’è anche la pienezza del tempo, entrando nella storia dell’uomo. La nuova Bussola Quotidiana pubblica ampi stralci dell’omelia che san Giovanni Paolo II ha tenuto il 1° gennaio 1997.

Madre di Dio e Madre di ogni uomo dans Commenti al Vangelo Maria-e-giovanni-paolo-ii

1. “Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù” (Lc 1, 31). Gesù vuol dire “Dio che salva”.Gesù, nome dato da Dio stesso, sta a dire che “in nessun altro c’è salvezza” (At 4, 12) se non in Gesù di Nazaret, nato da Maria Vergine. In Lui Dio si è fatto uomo, venendo incontro così ad ogni essere umano.

“Dio . . . aveva già parlato nei tempi antichi molte volte . . . ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio” (Eb 1, 1). Questo Figlio è il Verbo eterno, della stessa sostanza del Padre, fatto uomo per rivelarci il Padre e per renderci possibile la comprensione di tutta la verità su di noi. Ci ha parlato con parole umane, ed anche con le sue opere e con la sua stessa vita: dalla nascita alla morte di croce e alla risurrezione.

Tutto ciò sin dall’inizio provoca meraviglia. Già i pastori giunti a Betlemme si stupirono di quanto avevano visto, e gli altri restarono attoniti ascoltando ciò che essi raccontavano del Neonato (cfr Lc 2, 18). Guidati dall’intuizione della fede, essi riconobbero il Messia nel bambino giacente nella mangiatoia e la povera nascita a Betlemme del Figlio di Dio li spinse a proclamare con gioia la gloria dell’Altissimo.

2. Il nome Gesù apparteneva sin dall’inizio a colui che fu chiamato così l’ottavo giorno dopo la nascita. In un certo senso, Egli portò con sé venendo al mondo questo nome, che esprime in modo mirabile l’essenza e la missione del Verbo incarnato.

Egli è venuto nel mondo per salvare l’umanità. Quando, dunque, gli fu imposto questo nome, fu rivelato al tempo stesso chi era e quale sarebbe stata la sua missione. Molti in Israele avevano questo nome, ma Lui lo portò in un modo unico, realizzandone in pienezza il significato: Gesù di Nazaret, Salvatore del mondo.

3. San Paolo, come abbiamo ascoltato nella seconda Lettura, scrive: “. . . quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio nato da donna, nato sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli” (Gal 4, 4-5). Il tempo è congiunto al nome di Gesù sin dall’inizio. Questo nome Lo accompagna nella sua vicenda terrena immersa nel tempo, ma senza che Egli sia ad essa soggetto, poiché in Lui c’è la pienezza del tempo. Anzi nel tempo umano Dio ha recato la pienezza, entrando con essa nella storia dell’uomo. Non è entrato come un concetto astratto. È entrato come Padre che dà la vita, – una vita nuova, la vita divina – ai suoi figli adottivi. Per opera di Gesù Cristo noi tutti possiamo partecipare alla vita divina: figli nel Figlio, destinati alla gloria dell’eternità.

San Paolo approfondisce poi questa verità: “E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!” (Gal 4, 6). In noi, uomini, la divina figliolanza proviene da Cristo e si attua per opera dello Spirito Santo. Lo Spirito viene per insegnarci che siamo figli e allo stesso tempo per rendere effettiva in noi questa figliolanza divina. Il Figlio è colui che con tutto il suo essere dice a Dio: “Abbà, Padre”.

Stiamo toccando qui il culmine del mistero della nostra vita cristiana. Il nome “cristiano” indica in effetti un nuovo modo di essere: esistere a somiglianza del Figlio di Dio. Come figli nel Figlio, partecipiamo alla salvezza, la quale non è soltanto liberazione dal male, ma è, prima di tutto, pienezza del bene: del sommo bene della figliolanza di Dio. Ed è lo Spirito di Dio a rinnovare la faccia della terra (cfr Sal 103[104], 30). Nel primo giorno dell’anno nuovo la Chiesa ci invita a prendere consapevolezza sempre più profonda di questo. Ci invita a considerare in tale luce il tempo umano.

4. La liturgia odierna celebra la solennità della Madre di Dio. Maria è Colei che è stata prescelta per essere Madre del Redentore condividendone intimamente la missione. Nella luce del Natale, si illumina il mistero della sua divina maternità. Maria, Madre di Gesù che nasce nella Grotta di Betlemme, è anche Madre di ogni uomo che viene nel mondo. Come non affidare a Lei l’anno che inizia, per implorare che sia un tempo di serenità e di pace per l’intera umanità? Nel giorno in cui si apre questo nuovo anno sotto lo sguardo benedicente della Madre di Dio, invochiamo per ciascuno e per tutti il dono della pace.

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Visitiamo Gesù in questa novena

Posté par atempodiblog le 19 décembre 2021

Visitiamo Gesù in questa novena dans Avvento Santa-Famiglia

Ecco l’amabilissimo Gesù che sta per nascere nella nostra commemorazione delle prossime feste; e poiché nasce per visitarci da parte dell’Eterno Padre, e i pastori e i Re verranno reciprocamente a visitarlo nella sua culla, visitatelo voi pure in questa novena, carezzatelo, alloggiatelo nel vostro cuore, adoratelo frequentemente, imitate la sua umiltà, la sua povertà, la sua obbedienza e mansuetudine: pigliate una delle sue care lacrime e mettetela sul vostro cuore, affinché il vostro cuore non senta più altra tristezza che quella che rallegra questo Bambino.

San Francesco di Sales. Negli insegnamenti e negli esempi
Diario Sacro estratto dalla sua vita e dalle sue opere per cura delle “Visitandine di Roma”.
Libreria Editrice F. Ferrari

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A 7 Anni Joseph Ratzinger ha chiesto a Gesù 3 regali di Natale!

Posté par atempodiblog le 10 décembre 2021

A 7 Anni Joseph Ratzinger ha chiesto a Gesù 3 regali di Natale!
Nel 1934 il futuro Papa Benedetto XVI ha scritto una lettera a Gesù Bambino. Ecco che cosa gli ha chiesto!
Tratto da: ChurchPOP

A 7 Anni Joseph Ratzinger ha chiesto a Gesù 3 regali di Natale! dans Fede, morale e teologia joseph-ratzinger-benedict-xvii
HO | ERZBISTUM MUENCHEN UND FREISING | AFP

La lettera era così singolare che la sorella Maria aveva deciso di custodirla. È stata ritrovata durante i lavori di ristrutturazione della casa di Ratzinger a Pentling, in Baviera, oggi trasformata in un Museo. All’inaugurazione del Museo, Mons. Georg Gänswein aveva riferito che la scoperta della lettera “ha molto rallegrato il Papa e il suo contenuto lo ha fatto sorridere”.

“Caro Bambino Gesù, presto scenderai sulla terra. Porterai gioia ai bambini. Anche a me porterai gioia. Vorrei il Volks-Schott, un vestito per la messa verde e un Cuore di Gesù. Sarò sempre bravo. Cari saluti da Joseph Ratzinger”.

Quello che colpisce di più della lettera è che il piccolo Joseph non chiede giocattoli o dolci. Chiede lo Schott, ovvero uno dei primi libri di preghiere con il messale in lingua tedesca con testo a fronte in latino. Poi, chiede un paramento per celebrare la messa. Non c’è da stupirsi, perché i fratelli Ratzinger facevano spesso il “gioco del parroco”. “Si celebrava la messa, aveva raccontato il fratello Georg in una intervista ad Inside the Vatican, e avevamo delle casule fatte dalla sarta della mamma proprio per noi. E una volta a turno eravamo il ministrante o il chierichetto”. Infine, il piccolo Joseph chiede un “Cuore di Gesù”, ovvero una immagine del Sacro Cuore cui era molto devota tutta la famiglia.

Scritte su un unico foglio, (la famiglia Ratzinger non era ricca) ci sono le lettere degli altri fratelli. Georg, di dieci anni, voleva la partitura di una canzone. La passione per la musica lo portò poi a diventare direttore dei Domspatzen, il famoso coro dei bambini di Ratisbona. Inoltre desiderava una pianeta bianca, un altro paramento sacro, anche lui presumibilmente per giocare al “parroco”. Maria invece, di 13 anni, sognava un libro pieno di disegni.

Approfondimento:

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Chesterton e Il paradosso della grotta

Posté par atempodiblog le 10 décembre 2021

Chesterton e Il paradosso della grotta
di Fabio Trevisan – L’Uomo Vivo
Tratto da: Radio Maria FB

Chesterton e Il paradosso della grotta dans Avvento Natale-con-Chesterton

A Natale si contempla il paradosso della grotta, ovvero di un Dio Signore dei Cieli e della Terra che si è fatto Uomo piccolo, nascosto e protetto nel grembo santissimo di Maria, senza guardie del corpo né sontuosi troni regali. Il pagliericcio pregno di umori animali fa da cuscino al suo capo sotto lo sguardo tenero e apprensivo di San Giuseppe: così indifeso, così incapace se non di piangere, è un Dio che si affida alle cure terrene dell’uomo come un qualsiasi bambino. Come ricorda suggestivamente Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) nel saggio L’Uomo eterno, il bambino Gesù riassume lo scherzo paradossale di un Dio le cui mani che avevano fatto il sole e le stelle erano troppo piccole per arrivare alle grosse teste degli animali (il bue e l’asinello nell’iconografia ideale del presepe). Come è potuto accadere questo ? Come questo mistero incarnato sia potuto passare attraverso un mirabile e santo Fiat di una Sua creatura? Difficile penetrare ed esaurire razionalmente questo potente mistero: la ragione, senza tuttavia smettere di argomentare, non può che farsi illuminare dalla luce della fede come una fiaccola in una caverna a Betlemme portata innanzi dagli umili pastori. Un Dio così umile, così infinitamente piccolo rivela in questo modo strabiliante la Sua grandezza e propone così, in questo modo apparentemente banale e semplicemente terreno, la Sua àncora di salvezza. Non è così naturale ed immediato, se non con l’avvento di Gesù, mettere in relazione Dio con un infante. Faceva notare ancora Chesterton che l’onnipotenza e l’impotenza, la divinità e l’infanzia, formano in definitiva una sorta di epigramma che un milione di ripetizioni non farà diventare banale. Non è sragionato chiamarlo unico. Betlemme è superlativamente il luogo in cui gli estremi si toccano.

Noi fedeli cristiani chiediamo a Natale di poter scorgere i tratti di questo Uomo chiamato Cristo e lo chiediamo alla Madre, a Maria con il beneplacito di Giuseppe suo sposo. Molti Santi più degnamente di noi lo hanno chiesto e qualcuno di loro è stato esaudito al punto che la premurosa Madre ha acconsentito di metterLo nelle loro braccia e di poterLo cullare e contemplare. Questo è potuto accadere poiché, citando ancora Chesterton, non potete visitare il figlio senza visitare la madre; non potete, nella comune vita umana, avvicinare il bambino senza avvicinare la madre. Dobbiamo o lasciare Cristo fuori del Natale, o il Natale fuori di Cristo, o dobbiamo ammettere che quelle sante teste son troppo vicine perché le aureole non debbano insieme confondersi e sovrapporre. Il centro della nostra attenzione, Gesù bambino, assume un angolo visivo più allargato che l’immaginazione cattolica ha colto in ogni particolare presepe: quel piccolo Essere divino nella culla ci fa abbracciare l’intera umanità dei poveri peccatori che implorano in adorazione il perdono e credono in quel potente paradosso avvenuto nella grotta. Possiamo e dobbiamo aggiungere qualcosa di autentico e di personale nella nostra rappresentazione sacra del presepe poiché noi tutti siamo chiamati a rendere presente quel Santo mistero nella nostra vita. Lo dobbiamo fare con solerzia e solenne tranquillità, consci che quella che sarà la nostra proiezione natalizia avrà una felice ripercussione, un riverbero del Bene che abbiamo ricevuto visitando quella povera stalla, stando davanti a quei piccoli piedi ed a quelle piccole mani che tanto hanno amato il Creato. Sarà un fantastico e prodigioso incanto che potrà liberare un mondo che si è costruito con l’illusione di poter fare a meno di Lui e che ne ha pagato le tristi conseguenze anche sociali. Gesù bambino, con la Sua divina umanità, ci sorprende ancora ed attende che noi umilmente ci prostriamo ai Suoi piedi per poter cogliere quel Suo Regale abbassamento, aprendoci così alla prospettiva di un vero mondo nuovo. Come espresse efficacemente lo scrittore londinese citato precedentemente: “Cristo non soltanto era nato allo stesso livello dell’umanità, ma anche più basso. Il primo atto del dramma divino non solo non fu recitato su nessun palco posto al di sopra degli spettatori, ma in un oscuro palco col sipario calato… nel Mistero di Betlemme era il cielo che stava sotto la terra”.

In questo straordinario mondo capovolto dove la prospettiva celeste si coglie abbassando umilmente lo sguardo, lo spettacolo della Sacra Famiglia non avviene sul palcoscenico mondano. I Santi Attori di questa Sacra Rappresentazione non si dispongono in alto, sopra i nostri occhi, come in una comune pièce teatrale, per ricevere il nostro plauso ammirato. Se ci sediamo, come a teatro, aspettando che il Miracolo di Betlemme venga rappresentato su un palcoscenico attendiamo invano come degli spettatori ingenui e sprovveduti. La nostra posizione e disposizione d’animo deve essere, come nella prospettiva cristiana del Natale, capovolta. Capovolta come Colui che ha voluto capovolgere il mondo, confondendo i sapienti che attendevano il trionfo del Re sul palcoscenico del mondo. Con lo scrittore di Beaconsfield possiamo ancora affermare il paradosso della caverna che, mentre ci suscita emozioni di una fanciullesca semplicità permette che i nostri pensieri possano abbracciare una complessità senza fine … Il Natale è diventato una cosa, in un certo senso, semplicissima ma, come tutte le verità della tradizione cristiana esso è, in un altro senso, una cosa assai complessa. La sua unica nota è che esso tocca simultaneamente molte note: umiltà, gaiezza, gratitudine, paura mistica, e anche attesa drammatica … C’è in questa divinità sotterranea come un’idea di minare il mondo; c’è in questa strana storia come l’erompere del cielo: d’ora innanzi le idee più alte non potranno agire che dal basso. Apprestiamoci ad assaporare il lieto annuncio facendoci sorprendere come i bambini, lasciandoci confondere dal paradosso della grotta in cui il Re divino ha scelto liberamente di presentarsi al mondo nascondendosi: nascondendosi nelle pieghe delle vesti della Madre, nel mantello del Suo Custode San Giuseppe. Invano sarebbe attenderLo in altro modo, invano sarebbe cercarLo, come nel teatro mondano, su palcoscenici umani dove sarebbe impossibile trovarLo. Il cristiano che, come i pastori o i Magi, cerca qualcosa a Betlemme non dimentica mai che sta combattendo. Proclama la pace in terra, ma giammai dimentica perché ci fu guerra in cielo.

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Il Giappone cristiano tra santi, martiri e samurai

Posté par atempodiblog le 13 novembre 2021

Il Giappone cristiano tra santi, martiri e samurai
Dall’arrivo di san Francesco Saverio ai martiri di Nagasaki, dai due secoli e mezzo di epopea dei cristiani nascosti fino ai giorni nostri con i missionari di padre Kolbe e la venerabile “Maria delle Formiche”. Gabriele Di Comite ripercorre la storia del Giappone cristiano nel saggio Santi, martiri e samurai.
di Fabio Piemonte – La nuova Bussola Quotidiana

Il Giappone cristiano tra santi, martiri e samurai dans Articoli di Giornali e News santi-martiri-e-samurai-storia-del-Giappone-cristiano

Il Giappone è una terra di santi, martiri e samurai. Il cristianesimo comincia ad affermarsi nell’isola soltanto dal 1549 con l’arrivo di san Francesco Saverio (†1552) e di altri missionari che, giunti contestualmente alle navi dei commercianti portoghesi, in pochi decenni e pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane, contribuiscono alla conversione alla fede cattolica di oltre 600.000 persone, tra le quali anche signori feudali, guerrieri e monaci buddisti. Seguono due secoli e mezzo di atroci persecuzioni che causano la morte di oltre 5.000 credenti, durante i quali si forma il popolo dei “cristiani nascosti”, custodi in clandestinità di una fede senza sacerdoti, né chiese, né sacramenti.

La storia del Giappone cristiano è raccontata in maniera avvincente e attraverso una narrazione particolarmente documentata da Gabriele Di Comite nel suo recente saggio Santi, martiri e samurai (La Fontana di Siloe 2021, pp. 308).

«Io mi sento animato da un tal sentimento nel cuore circa l’andata al Giappone, che non sarei per mutar pensiero, né pur quando di certo sapessi di dovermi trovar in pericoli assai maggiori […]. Tanta è la speranza che […] Iddio stesso m’ha posta in cuore di propagare la Religion Cristiana». Francesco Saverio scrive così a Ignazio di Loyola riguardo al suo zelo apostolico nel Paese del Sol Levante. Egli si muove in un contesto difficile sia per la lingua particolarmente ostica, sia per le lotte intestine tra i signori feudali (daimyō) dei diversi territori. Eppure riesce, attraverso la strada della bellezza, ossia donando un dipinto di una Madonna con il Bambino a uno di costoro, a ottenere l’autorizzazione per predicare il Vangelo a Kagoshima. Di lì, poi, la città di Yamaguchi diventerà la sede generalizia dei gesuiti. Questo non senza essere osteggiato dai bonzi buddhisti, la cui predicazione era tanto radicata sul territorio quanto lontana dalla dottrina cattolica sul piano teologico.

Alessandro Valignano, altro missionario gesuita, constata che per convertire i giapponesi bisogna conoscere e rispettare le loro usanze, adattarsi alle abitudini locali e parlare la loro lingua. Era opportuno insomma che anche i missionari mangiassero su tavoli bassi, seduti su stuoie di tatami e avessero nelle proprie case la sala per la cerimonia del tè. Allievo di Valignano, Matteo Ricci sposa il suo metodo d’inculturazione della fede.

Accanto ai gesuiti vi sono anche diversi samurai, guerrieri che arrivano a sostituirsi all’aristocrazia nel controllo delle province per la loro forza militare, tra i quali Takayama Ukon. Egli, rinunciando ai privilegi feudali, si adopera in prima persona per la costruzione di chiese, orfanatrofi, ospedali, cimiteri e la diffusione della fede, anche attraverso la trasformazione della stanza della cerimonia zen del tè in eremo cristiano, la fondazione di scuole teologiche e del seminario di Azuchi. «Io non cerco la mia salvezza con le armi ma con la pazienza e l’umiltà, in accordo con la dottrina di Gesù Cristo che io professo», scrive in un messaggio a chi gli veniva incontro in armi, prima di salpare esule nel 1614 per l’attività missionaria nelle Filippine, alla cui comunità dona una statua della Madonna del Rosario. Soprannominato “Giusto Takayama” e “samurai di Cristo”, è stato un vero martire della fede, riconosciuto come tale già da sant’Alfonso. È stato infatti poi beatificato nel 2017.

Verso la fine del Cinquecento giungono sull’isola anche missionari francescani, domenicani e agostiniani. Il diffondersi della fede cristiana preoccupa però i daimyō, per cui diverse ordinanze ne proibiscono il culto. Ne derivano punizioni esemplari per chi le infrange. Così san Paolo Miki e altri 25 fratelli nella fede, religiosi e laici, spagnoli, portoghesi e giapponesi sono crocifissi a Nagasaki.

Altri cristiani vengono indotti ad apostatare, costretti a calpestare immagini sacre (fumi-e), pena le torture più atroci, «infilzando aghi di metallo sotto le unghie» del reo o calandone il corpo in una fossa a testa in giù dove viene lasciato per giorni, fino alla crocifissione. «Con l’editto del 1641 inizia il periodo del Sakoku», ossia il Giappone diviene un Paese blindato per duecento anni e ai cristiani non resta che professare la propria fede in clandestinità. «Alla scoperta di un cristiano occulto, sarebbe stato punito tutto il villaggio». Di qui, a parte il tentativo isolato di riportare il Vangelo in Giappone del sacerdote siciliano Giovanni Battista Sidoti, per due secoli il Paese rimane senza l’ombra di un sacerdote. Relativamente a tale periodo di bando del cristianesimo, la documentazione storica racconta di 5000 martiri, anche se sono stati di fatto sicuramente molte migliaia di più.

Poi il Giappone conosce l’occidentalizzazione, implementa la rete ferroviaria e il progresso tecnologico, ma vive altresì l’orrore delle due bombe atomiche. Eppure ancora una volta non mancano mirabili testimonianze di fede. I cristiani escono gradualmente dalla clandestinità; soltanto nel 1947 la Costituzione del Paese esplicita la libertà religiosa. Tra le maggiori figure di rilievo del XX secolo basti ricordare il missionario polacco Fra Zeno della Milizia dell’Immacolata di san Massimiliano Kolbe che, insieme alla venerabile Satoko “Maria delle Formiche”, si prodiga per sottrarre gli orfani a un destino di povertà e miseria estrema tra cumuli d’immondizia.

Insomma, sebbene attualmente i cristiani in Giappone siano l’1% e i cattolici lo 0,5% (500.000, di cui solo a Nagasaki il 4,5%), il sangue dei martiri, tra i quali 42 santi e 396 beati, continua a essere seme di nuovi cristiani, «capace di rinnovare e far ardere continuamente lo zelo evangelizzatore» (Papa Francesco).

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Corona dei 7 dolori di Maria Santissima chiesta dalla Madre del Verbo

Posté par atempodiblog le 6 novembre 2021

La diffusione della Coroncina dei sette dolori della Beata Vergine Maria
di Padre Livio Fanzaga – Radio Maria

Le apparizioni di Nostra Signora dei Dolori a Kibeho (Rwanda) dans Apparizioni mariane e santuari KIbeho

Recentemente Nathalie, una delle veggenti di Kibeho (Rwanda  Africa), che abita nei pressi del Santuario e che è affezionata Radio Maria, ci ha rivolto la preghiera di diffondere attraverso Radio Maria la Coroncina dei sette dolori della Beata Vergine Maria. Nei suoi messaggi la Madonna ha detto fra l’altro:

“Questo mondo è sull’orlo di una catastrofe. Meditate sulle sofferenze di Nostro Signore Gesù e sul profondo dolore di Sua Madre”.

“Ciò che vi chiedo è il pentimento. Se reciterete questa coroncina meditando, allora avrete al forza di pentirvi. Oggigiorno molti non sanno più chiedere perdono. Essi mettono di nuovo il Figlio di Dio sulla croce. Per questo ho voluto venire a ricordarvelo, soprattutto qui in Ruanda, perché qui ci sono ancora persone umili che non sono attaccate alla ricchezza e ai soldi” (31.5.1982).

“Ti chiedo di insegnarla al mondo intero…, pur restando qui, perché la mia grazia è onnipotente” (15.8.1982).

Le apparizioni di Kibeho sono iniziate il 28 Novembre del 1981. La Chiesa le ha riconosciute come autentiche il 29 Giugno 2001.

Raccomando ai Direttori di inserire questa Coroncina nelle preghiere devozionali di Radio Maria (ad esempio una volta alla settimana), anche come segno di comunione con le numerose Radio Maria in Africa che hanno nel santuario di Kibeho un centro di irradiazione mariana.

kibeho

Corona dei 7 dolori di Maria Santissima chiesta dalla Madre del Verbo
Tratta da: Radio Maria FB

La Madonna nelle apparizioni a Kibeho chiede la Corona dei sette dolori:
“Se reciterete questo rosario, meditandolo, allora avrete la forza di pentirvi. Oggi molti non sanno più chiedere perdono. Essi mettono di nuovo il Figlio di Dio sulla croce. Per questo ho voluto venire a ricordarvelo, soprattutto qui in Rwanda, perché qui ci sono ancora persone umili, che non sono attaccate alla ricchezza e ai soldi”.

Come si recita

PRIMO DOLORE: Maria nel tempio ascolta la profezia di Simeone
Simeone li benedisse e parlò a Maria, sua madre: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, se-gno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima» (Lc 2, 34-35).

“Madre di misericordia, ricordaci ogni giorno la Passione di Gesù”.

7 Ave Maria.

SECONDO DOLORE: Maria fugge in Egitto per salvare Gesù
Un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo». Giuseppe, destatosi, prese con sé il bambino e sua madre nel-la notte e fuggì in Egitto. (Mt 2, 13-14). Morto Erode, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nel paese d’Israele; perché sono morti coloro che insidiavano la vita del bambino». (Mt 2, 19-20).

“Madre di misericordia, ricordaci ogni giorno la Passione di Gesù” .

7 Ave Maria.

TERZO DOLORE: Maria smarrisce e ritrova Gesù
Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendolo nella carovana, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava. Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». (Lc 2, 43-44, 46, 48).

“Madre di misericordia, ricordaci ogni giorno la Passione di Gesù”.

7 Ave Maria.

QUARTO DOLORE: Maria incontra Gesù che porta la croce
Voi tutti che passate per la via, considerate e osservate se c’è un dolore simile al mio dolore. (Lm 1, 12). «Gesù vide sua Madre lì presente» (Gv 19, 26).

“Madre di misericordia, ricordaci ogni giorno la Passione di Gesù”.

7 Ave Maria.

QUINTO DOLORE: Maria è presente alla crocifissione e morte di Gesù
Quando giunsero al luogo detto Cranio, là crocifissero lui e i due malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla Croce; vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei» (Lc 23, 33; Gv 19, 19). E dopo aver ricevuto l’aceto, Gesù disse: «Tutto è compiuto!» E, chinato il capo, spirò. (Gv 19, 30).

“Madre di misericordia, ricordaci ogni giorno la Passione di Gesù”.

7 Ave Maria.

SESTO DOLORE: Maria riceve sulle braccia Gesù deposto dalla croce
Giuseppe d’Arimatèa, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anche lui il regno di Dio, andò coraggiosamente da Pilato per chiedere il corpo di Gesù. Egli allora, comprato un lenzuolo, lo calò giù dalla croce e, avvoltolo nel lenzuolo, lo depose in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare un masso contro l’entrata del sepolcro. Maria di Màgdala e Maria madre di Ioses osservare dove veniva deposto. (Mc 15, 43, 46-47).

“Madre di misericordia, ricordaci ogni giorno la Passione di Gesù”.

7 Ave Maria.

SETTIMO DOLORE: Maria accompagna Gesù alla sepoltura
Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Magdàla. Gesù allora, vedendo la madre e lìaccanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa. (Gv 19, 25-27).

“Madre di misericordia, ricordaci ogni giorno la Passione di Gesù”.

7 Ave Maria.

Preghiamo:
«Irradia, o Maria, su tutta l’umanità la luce di grazia della tua Fiamma d’Amore, ora e nell’ora della nostra morte. Per Cristo nostro Signore. Amen».

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