• Accueil
  • > Recherche : gesù bambino

Résultats de votre recherche

La catechesi e la bellezza di Dio

Posté par atempodiblog le 16 février 2020

La catechesi e la bellezza di Dio
+ Bruno Forte Arcivescovo Metropolita di Chieti-Vasto

La catechesi e la bellezza di Dio dans Fede, morale e teologia Maria-e-il-Bambin-Ges
Madonna del Latte, XVIII sec., Santa Maria Maggiore, Vasto

Messaggio per la Quaresima e la Pasqua 2020

Dedico questo messaggio per la Quaresima 2020 alla catechesi, attività che impegna tutte le nostre comunità parrocchiali e che raggiunge la quasi totalità dei nostri ragazzi, in un contesto profondamente diverso rispetto anche a pochi anni fa, perché tante sono le sfide nuove (basti pensare all’oceano rappresentato dalla “rete” e alla sua presa sui giovani), mentre non pochi tendono ancora a fare catechesi come se nulla fosse cambiato. Ne consegue spesso una difficoltà comunicativa, dovuta anche alla notevole diversità di linguaggi fra chi fa catechesi e i ragazzi cui essa è rivolta, non senza una certa frustrazione per alcuni catechisti. Essere catechisti, però, è bello e può dare tanta gioia, perché vuol dire generare ed educare alla fede molti ragazzi, che potranno ricordare per la vita quanto sapremo loro trasmettere della bellezza di Dio e dell’amicizia con Gesù. Perciò vale la pena riflettere e verificarci insieme su questo compito, arduo e significativo. Risponderò a poche domande essenziali, confidando nello sviluppo e nell’approfondimento che i catechisti potranno fare dei vari punti con l’aiuto dei loro parroci e dell’Ufficio Catechistico Diocesano. Aiuti tutti noi in questo impegno la Vergine Maria, che come Madre tenerissima diede al Figlio, divino bambino, il latte per la crescita umana e quello prezioso della conoscenza delle Scritture…

1. Che cos’è la catechesi? La catechesi è l’azione con cui la Chiesa attua l’iniziazione alla fede e l’educazione ad essa dei battezzati, introducendoli alla celebrazione dei divini misteri e all’esperienza dell’amore di Dio in Gesù Cristo, per illuminare così e interpretare alla luce della rivelazione la loro vita e la storia. Rivolta a chi ha già ricevuto il primo annuncio della fede, la catechesi promuove e alimenta i cammini di iniziazione, crescita e maturazione nella fede. Come il suo stesso nome indica (il verbo greco “katechéin” vuol dire “risuonare”, “far risuonare”) la catechesi fa risuonare la Parola di Dio in coloro che hanno già accolto la fede, hanno cominciato il loro cammino di continua conversione al Signore e intendono approfondirlo. Scopo della catechesi è, dunque, formare i credenti ad ascoltare e vivere il Vangelo di Gesù, per esprimerlo sempre più nella testimonianza della fede, della speranza e della carità. In quanto educazione alla vita in Cristo e nella Chiesa, la catechesi riguarda tutte le dimensioni dell’esistenza, dall’adesione personale al Dio vivente all’accoglienza sempre più consapevole e fruttuosa dei contenuti della rivelazione. Essa ha la sua fonte nella Parola di Dio, trasmessa attraverso la vita e la voce della Chiesa e suscitatrice della fede, poiché «la fede viene dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo» (Rm 10,17). Attraverso la Parola di Dio è lo Spirito Santo a insegnare, rendendo possibile l’incontro con il Signore Gesù.
Ci chiediamo allora: l’idea e la pratica della catechesi che ci sforziamo di vivere corrispondono a ciò che la catechesi è chiamata ad essere secondo l’insegnamento della Chiesa?

2. Quali sono le fonti della catechesi? Se è alla Parola di Dio che la catechesi si alimenta, un ruolo peculiare nella fedele trasmissione e interpretazione di essa lo riveste il magistero della Chiesa, sotto la cui guida, «il popolo di Dio aderisce indefettibilmente alla fede trasmessa ai santi una volta per tutte» (Concilio Vaticano II, Lumen Gentium 12). La liturgia è parimenti una fonte essenziale della catechesi, non soltanto per i contenuti che offre, ma anche e in modo peculiare per l’esperienza del Mistero che fa vivere: «La catechesi è intrinsecamente collegata con tutta l’azione liturgica e sacramentale, perché è nei sacramenti e, soprattutto, nell’Eucaristia che Gesù Cristo agisce in pienezza per la trasformazione degli uomini» (Giovanni Paolo II, Catechesi Tradendae 23). Far prendere coscienza della ricchezza offerta nelle azioni liturgiche è compito della “mistagogia”, che è il cammino catechetico vissuto a partire dall’esperienza degli eventi sacramentali e dell’azione della Grazia divina in essi, per fare propri i doni ricevuti e trarne pieno frutto per la vita. Con la Parola di Dio e il Magistero ecclesiale, possono essere fonte feconda di catechesi gli esempi, le vite e gli scritti dei santi e dei martiri di ogni lingua e popolo. La teologia porta a sua volta un contributo importante al cammino catechetico mediante l’intelligenza critica dei contenuti della fede, approfonditi e ordinati sistematicamente. Anche la “via della bellezza”, attraverso tutte le possibili espressioni artistiche ispirate dalla fede, costituisce un prezioso accesso al dono del Padre fatto nel suo Figlio, “il bel pastore” (Gv 10,11), sotto l’azione dello Spirito Consolatore: si pensi all’incidenza catechetica dell’arte cristiana, sia figurativa, che letteraria o musicale.
Attingiamo i contenuti della nostra catechesi alla Parola di Dio, trasmessa e interpretata dal magistero della Chiesa, sotto la guida dei pastori e con l’aiuto di esperti biblisti, teologi e catecheti? Facciamo tesoro del nugolo di testimoni e di testimonianze che ci viene dalla storia della fede attraverso i secoli?

3. Quali i contenuti centrali della catechesi? Al centro di ogni itinerario di catechesi ci sono la persona e il messaggio di Gesù Cristo, principi unificatori e totalizzanti della vita dei credenti. Si può dire che «lo scopo definitivo della catechesi è di mettere non solo in contatto, ma in comunione, in intimità con Gesù Cristo: egli solo può condurre all’amore del Padre nello Spirito e può farci partecipare alla vita della santa Trinità» (Catechesi tradendae 5). La comunione con Cristo è il centro della vita cristiana e, di conseguenza, il centro dell’azione catechistica. La conoscenza credente del mistero di Cristo conduce alla confessione di fede nella Trinità Santa, unico Dio, che è Amore (1 Gv 4, 8.16), nell’unità del Padre, fonte dell’amore, del Figlio, che riceve e ricambia l’amore, e dello Spirito Santo, amore personale, donato e ricevuto nella reciprocità della relazione fra il Padre e il Figlio nella Trinità divina, unico Dio, eterno Amore. Chi per il primo annuncio accoglie Gesù Cristo e lo riconosce come Signore, inizia un processo, aiutato dalla catechesi, teso a sfociare nella confessione esplicita della Trinità. Sull’esempio di quanto ha fatto Gesù al fine di formare i suoi discepoli, la catechesi intende condurre alla conoscenza e alla pratica della fede rivelata in Cristo, insegnando a pregare e a celebrare i divini misteri, formando all’imitazione del Signore, mite e umile di cuore, e iniziando i discepoli alla vita di comunione con Lui e tra loro e alla missione verso l’intera famiglia umana. L’attenzione ai destinatari della catechesi esige poi che la presentazione del messaggio sia adattata alle diverse fasi della loro crescita.
È la nostra catechesi attenta a trasmettere fedelmente tutti i contenuti fondamentali della fede della Chiesa necessari alla salvezza offertaci in Gesù Cristo? È tale da adattarsi alle diverse fasi della crescita dei ragazzi cui ci rivolgiamo?

4. Per una formazione integrale del cristiano. La catechesi può definirsi, dunque, come «una formazione cristiana integrale, aperta a tutte le componenti della vita cristiana. In virtù della sua stessa dinamica interna, la fede esige di essere conosciuta, celebrata, vissuta e fatta preghiera. La catechesi deve coltivare ciascuna di queste dimensioni. La fede, però, si vive nella comunità cristiana e si annuncia nella missione: è una fede condivisa e annunciata. Pure queste dimensioni devono essere favorite dalla catechesi» (Benedetto XVI, Esortazione apostolica post-sinodale Sacramentum Caritatis, 22 febbraio 2007, 17). In questa prospettiva si comprende l’importanza del coinvolgimento della famiglia nella catechesi dei figli, in quanto essa è chiamata ad essere per loro la prima scuola di umanità, di socialità, di vita ecclesiale e di fede: una catechesi rivolta alle famiglie per meglio responsabilizzarle nell’educazione cristiana dei figli appare quanto mai necessaria, anche se tante difficoltà si riscontrano nei tentativi di realizzarla adeguatamente. Non sarà mai abbastanza sottolineato il fatto che «l’approfondimento nella conoscenza della fede illumina cristianamente l’esistenza umana, alimenta la vita di fede e abilita altresì a rendere ragione di essa nel mondo. La consegna del simbolo, compendio della Scrittura e della fede della Chiesa, esprime la realizzazione di questo compito» (Congregazione per il Clero, Direttorio Generale per la Catechesi, 15 agosto 1997, 85). È quanto ci sforziamo di vivere nella nostra Chiesa diocesana attraverso l’opera generosa di tanti catechisti, impegnati nella trasmissione della fede: a significare questo sforzo veramente corale celebriamo la giornata della “traditio Symboli”, in cui il Vescovo a nome di tutta la comunità ecclesiale consegna ai cresimandi dell’anno il Simbolo degli Apostoli, confessione di fede “breve e grande”, come la definiva Sant’Agostino.
Ci chiediamo allora: viene vissuta fra noi la catechesi come formazione integrale alla vita cristiana in tutti gli aspetti che essa comporta, a partire dalla professione di fede accolta e confessata nella tradizione apostolica della Chiesa, testimoniata dalla comunità cristiana nel suo insieme?

5. L’impegno del catechista nella comunità tutta evangelizzante. Condurre alla conoscenza della fede non è un’operazione solo mentale: essa implica la testimonianza e il coinvolgimento personale del catechista, perché è solo credendo e amando che fede e carità possono essere trasmesse agli altri, specie a coloro che sono impegnati nel percorso catechetico. Sant’Agostino nel De catechizandis rudibus (Catechesi dei principianti) afferma: “Non c’è invito più grande ad amare che prevenire nell’amore” (4,7: “Nulla maior est ad amorem invitatio quam praevenire amando”). È amando che si insegna ad amare, è credendo e sperando che si comunicano la fede e la speranza. Per questo chi vive il servizio della catechesi deve essere anzitutto una persona dalla fede viva, nutrita di preghiera e attiva nella carità, che parla prima con l’eloquenza della vita e poi con le parole e si forma con impegno e dedizione al compito da svolgere, preparandosi con lo studio e la preghiera agli incontri di catechesi, vivendo un’intensa vita ecclesiale nella fedeltà a Cristo, alla Chiesa e ai suoi pastori, e camminando insieme con tutto il popolo di Dio, nell’apertura al respiro cattolico della comunione ecclesiale. Risulta, poi, di fondamentale importanza che i catechisti abbiano a cuore la comunione fra loro, superando rivalità, tensioni, gelosie, che possono essere sempre in agguato. La responsabilità di tutta la comunità cristiana in ordine alla catechesi va continuamente richiamata ed educata, per far sì che quanto in essa viene appreso dai ragazzi possa essere sperimentato nell’accoglienza di comunità vive nella fede e operose nella testimonianza del Vangelo e della carità vissuta. Anche le diverse aggregazioni ecclesiali devono sentirsi coinvolte in questo compito, in piena sintonia con l’azione pastorale delle parrocchie e della Chiesa diocesana.
Chiedo perciò ai nostri catechisti: vivete la vostra vita di fede in una intensa partecipazione alla vita ecclesiale, in piena comunione col Vescovo e i pastori da lui inviati nelle comunità parrocchiali?

6. La formazione permanente dei catechisti. La formazione permanente è un aiuto prezioso e necessario per chi vuole attuare al meglio questi compiti e deve essere costantemente promossa dal Vescovo, primo catechista della Chiesa diocesana, e dai suoi collaboratori, richiesta e seguita da chi è chiamato al servizio della catechesi. Essa deve coniugare momenti di preghiera e di spiritualità, aggiornamento teologico e pastorale, esperienze di vita ecclesiale sia nell’ambito catechetico, che in quello caritativo e di evangelizzazione. Il catechista si immedesimerà nella figura dei discepoli di Emmaus, che si lasciano illuminare dalla parola del divino Viandante, lo riconoscono alla mensa condivisa con Lui e vanno ad annunciare con entusiasmo che Lui è risorto e che essi lo hanno incontrato. In particolare, è importante che il catechista trasmetta la fede parlando con il cuore, come ci ha ricordato Papa Francesco al numero 144 della Evangelii Gaudium: “Parlare con il cuore implica mantenerlo non solo ardente, ma illuminato dall’integrità della Rivelazione e dal cammino che la Parola di Dio ha percorso nel cuore della Chiesa e del nostro popolo fedele lungo il corso della storia. L’identità cristiana, che è quell’abbraccio battesimale che ci ha dato da piccoli il Padre, ci fa anelare, come figli prodighi – e prediletti in Maria -, all’altro abbraccio, quello del Padre misericordioso che ci attende nella gloria. Far sì che il nostro popolo si senta come in mezzo tra questi due abbracci, è il compito difficile ma bello di chi predica il Vangelo”.
Ci chiediamo allora: viene promossa e attuata fra noi la formazione permanente dei catechisti? Viene partecipata con impegno dai catechisti, consapevoli di quanto essa sia necessaria sia sul piano dei metodi catechetici, che su quello dei contenuti da conoscere e approfondire sempre più e sempre meglio? Facendo catechesi ci sforziamo di parlare con il cuore, con ardore di fede e conoscenza illuminata, vivendo con sincera partecipazione la comunione ecclesiale?

7. Preghiera del catechista. Chiediamo tutto questo al Signore, con le parole del vescovo don Tonino Bello, catecheta irradiante della gioia cristiana, che ci accompagna dal cielo con la sua intercessione:

“Chiamato ad annunciare la tua Parola, aiutami, Signore, a vivere di Te e ad essere strumento della tua pace. Assistimi con la tua luce, perché i ragazzi che la comunità mi ha affidato trovino in me un testimone credibile del Vangelo. Toccami il cuore e rendimi trasparente la vita, perché le parole, quando veicolano la tua, non suonino false sulle mie labbra. Esercita su di me un fascino così potente che io abbia a pensare come te, ad amare la gente come te, a giudicare la storia come te. Concedimi il gaudio di lavorare in comunione e inondami di tristezza ogni volta che, isolandomi dagli altri, pretendo di fare la mia corsa da solo. Infondi in me una grande passione per la verità, e impediscimi di parlare in tuo nome se prima non ti ho consultato con lo studio e non ho tribolato nella ricerca. Salvami dalla presunzione di sapere tutto. Dal rigore di chi non perdona debolezze… Trasportami, dal Tabor della contemplazione, alla pianura dell’impegno quotidiano. E se l’azione inaridirà la mia vita, riconducimi sulla montagna del silenzio. Dalle alture… il mio sguardo missionario arriverà più facilmente agli estremi confini della terra. Affidami a tua Madre. Dammi la gioia di custodire i miei ragazzi come Lei custodì Giovanni. E quando, come Lei, anch’io sarò provato dal martirio, fa’ che ogni tanto possa trovare riposo reclinando il capo sulla sua spalla. Amen!” (Dio scommette su di noi. Pregare con Don Tonino Bello, Paoline, Roma 2019, 162-164).

+ Bruno
Padre Arcivescovo

Publié dans Fede, morale e teologia, Monsignor Bruno Forte, Predicazione, Quaresima, Riflessioni, Santa Pasqua, Stile di vita | Pas de Commentaires »

«Così la Madonna e mia moglie mi hanno salvato»

Posté par atempodiblog le 16 février 2020

«Così la Madonna e mia moglie mi hanno salvato»
Antonio ha raccontato alla Nuova Bussola Quotidiana di quando «bestemmiavo la Madonna, consigliavo l’aborto, tradivo e spingevo gli amici a tradire». Finché sua moglie, tornata da Medjugorje, cominciò a pregare tutto il giorno, a digiunare due volte alla settimana, a partecipare alla Messa e a confessarsi: «Era cambiata: nonostante fossi stato nel letto di un’altra, mi chiedeva se doveva stirarmi una camicia o se volevo il caffè». La pace che irradiava spinse Antonio in Erzegovina: «Arrivai che volevo bruciare tutto, tornai che amavo Dio e la mia famiglia».
di Benedetta Frigerio – La nuova Bussola Quotidiana

«Così la Madonna e mia moglie mi hanno salvato» dans Articoli di Giornali e News Antonio-di-Napoli

Antonio e Mariele, originari della provincia di Napoli, si sposarono ventenni a marzo del 1999 dopo 5 anni di fidanzamento. «Il matrimonio fu in Chiesa perché dalle nostre parti è d’usanza, ma né io né lei provenivamo da famiglie praticanti». D’altra parte, spiega Antonio alla Nuova Bussola Quotidiana, «volevo sposare una brava ragazza per poi vivere da “uomo vero” che comanda e va alla conquista di altre donne, motivo per cui l’avevo già tradita durante il fidanzamento: avevo una doppia vita, due schede di cellulare e due maschere, di cui lei non sapeva nulla. Anzi mi aveva sempre dato molta fiducia». I coniugi si trasferirono in provincia di Reggio Emilia, dove Antonio era abilissimo a recitare la parte del «marito affettuoso, mentre fuori ero tutt’altro. Volevo sempre di più: cercavo le donne sposate, fino ai locali per scambisti». Era convinto di dominare la situazione ma «quando ti avvicini al fuoco alla fine ti bruci: il peccato si impossessa di te». Perciò nel 2007 «volevo la mia totale libertà, dissi tutto a mia moglie e me ne andai, sebbene avessimo due figli di 8 e 5 anni per cui a Mariele crollò il mondo addosso».

Antonio viveva solo «nella lussuria, anche se poi andavo a casa a mettere a posto la coscienza: facevo il papà part-time per non sentirmi proprio tremendo. E così me ne stavo tranquillo nel mio male. Nella mia testa mi sentivo felice, libero finalmente». Ma accadde qualcosa di imprevisto, di cui solo più tardi comprese il motivo. «Il quarto mese in cui ero fuori casa, cominciai ad avere dei pensieri suicidi: se guidavo pensavo ad andare fuori strada». Nel frattempo la moglie era venuta a conoscenza di un luogo «in cui la Madonna stava apparendo». Sebbene non fosse una donna di fede «Mariele andò a chiedere la grazia della mia conversione». Non disse a nessuno dove sarebbe andata ma «quando tornò capii che era completamente cambiata: prima mi rispondeva quando litigavamo e se doveva urlare parolacce lo faceva, anche perché io negli ultimi tempi avevo alzato le mani. Dopo quel viaggio però non rispondeva più, taceva, subiva tutto. Ma non passivamente: era piena di una pace inspiegabile, che poi capii essere soprannaturale». La cosa sconvolgente, però, era che «nonostante tornassi a casa dopo essere stato nel letto di un’altra, pur sapendolo lei mi chiedeva se doveva stirarmi una camicia o se volevo il caffè. E lo faceva con una dolcezza pazzesca».

Scoprendo la moglie a pregare e a leggere la Bibbia, «la mia violenza peggiorò: avevo un’avversione tremenda per il sacro (una volta le sputai in faccia mentre recitava il Rosario) ma lei non demordeva. Ne avevo quasi paura, ma nello stesso tempo mi faceva stare così bene che le chiesi dove fosse andata». Anche perché la depressione peggiorava: «Volevo andare là non certo per tornare con lei ma per uscire dal mio malessere e poi continuare a vivere la mia vita libertina». Finalmente Antonio ebbe la risposta: «Sono andata a Medjugorje, dove appare la Madonna dal 1981».

In realtà, grazie alle preghiere della moglie, stava vivendo una lotta interiore: «Ero un bestemmiatore incallito, ogni cinque minuti insultavo la Madonna (non posso ripetere cosa dicevo). Consigliavo l’aborto, spingevo gli amici a tradire le mogli, perciò, anche senza saperlo, ero un servo importante del demonio». Ma il fatto che «mia moglie avesse incominciato a seguire tutto quello che la Madonna chiede a Medjugorje (i cinque sassi: Eucarestia settimanale, Confessione mensile, lettura della Bibbia e Rosario quotidiani, digiuno) fece scendere in campo Dio». Mariele diceva ben 10 Rosari al giorno: «Iniziava la mattina presto finché, stremata, andava a letto. Poi andava a Messa la mattina per me e il pomeriggio per sé stessa, digiunava a pane e acqua mercoledì e venerdì (e continua a farlo), si confessava continuamente». E non c’era impegno che tenesse: «Si svegliava prima, pregava in strada, sotto la doccia, mentre faceva i mestieri. Poi seppi che faceva benedire l’acqua, il pane e il sale che io mangiavo… Mia moglie era in guerra e decise di usare ogni arma del cielo».

Così, nell’ottobre 2007 Antonio partì per Medjugorje chiedendo alla moglie di accompagnarlo, perché «in lei vedevo l’unica persona che mi poteva davvero aiutare. Non ero più il marito da riconquistare, ma un’anima da salvare e questo mi attraeva a lei». Ma la lotta drammatica fra Maria e il diavolo fu confermata dal fatto che «in quei mesi avevo sognato una notte il demonio sul mio letto che mi fissava (mi svegliai in una pozza di sudore) e un’altra Medjugorje (un bambino di nome Raffaele che mi accompagna in chiesa, due colline piene di persone, i sacerdoti che pregavano il Rosario, gente che piangeva davanti alla statua della Madonna)» e «quando arrivai lì ricordai il sogno». Messo piede a Medjugorje, «dopo aver passato il viaggio con le cuffie e la musica a tutto volume, chiedendo a mia moglie di tenermi lontano i sacerdoti, perché altrimenti li avrei picchiati, mi portarono subito in chiesa». Ma le migliaia di preghiere recitate in tante lingue fecero infuriare Antonio: «Dopo cinque minuti cominciai a bestemmiare, uscii dalla chiesa. Volevo scappare perché stavo impazzendo. Ma non c’erano mezzi per andarsene. Fumavo, fumavo, fumavo, finché mia moglie venne fuori consigliandomi di tornare in chiesa a pregare, perché sarei stato meglio». Di fronte al suo “no”, Mariele gli parlò della Confessione, «ma fuori dai confessionali c’era la fila e quindi cominciai ad insultare tutti dicendo: “Stupidi, cosa fate qui? Siete ridicoli”».

A quel punto «mia moglie mi disse che ero libero di andarmene ma che lei sarebbe tornata a pregare. Stavo malissimo, non potendo nemmeno fuggire, allora mi dissi: “Ok, ho chiesto io di venire”. E qui lanciai una sfida alla Madonna: “Se è vero che appari io faccio tutto quello che dici, ma tu devi farmi vedere che è vero. Altrimenti spacco e brucio tutto”». Eppure, «per me le donne erano esseri inferiori, figurati la Madonna, ma a quel punto ci provai e cominciai dalla Confessione». Per Antonio era la prima volta dopo la Prima Comunione: «Non dissi tutto ma fui assolto e in effetti la rabbia diminuì».

Il gruppo partecipò poi ad una Messa celebrata da padre Jozo «che ci fece leggere la preghiera di consacrazione alla Madonna». Antonio si commuove ancora pensando a quando ripetevo il «totus tuus, che fu l’inizio della mia liberazione». In ginocchio, a terra, piangeva senza capire il perché, «però mi sentivo così leggero che cominciai a pregare con gli altri. Anche se avevo ancora vergogna di stare con il rosario in mano». In questo caso però l’orgoglio lo aiutò: «Avevo detto che avrei fatto tutto e così dissi le mie prime “Ave Maria”. Poi vidi le colline del sogno per cui chiesi chi fosse Raffaele: mi risposero che era l’arcangelo, il medico che accompagna i malati da Dio. E qui cominciai a credere…».

Il giorno successivo il gruppo partecipò all’apparizione della Madonna a uno dei veggenti: «Rimasi tutto il tempo in ginocchio con la testa a terra. In quel momento mi entrò un fuoco dentro, caldo, e quella pace che trasmetteva mia moglie avvolse anche me. Piansi così tanto che non riuscivo ad alzarmi da terra». Quando si riprese, però, «decisi di confessare tutto il mio passato e il sacerdote mi diede dieci Rosari di penitenza». Antonio, non capendo ancora cosa fosse un Rosario, disse che avrebbe pregato: «Con l’aiuto degli altri cominciai. E più pregavo più ero felice, perciò domandavo a tutti cos’altro la Madonna chiedesse». Prima di partire la moglie consigliò ad Antonio di partecipare all’Adorazione eucaristica spiegandogli che lì c’è Gesù in persona: «Mi addormentai davanti a Lui in pace. Poi sognai che uscivo dal santuario e mia figlia piccola mi diceva: “Papà basta litigare con mamma, vieni a casa con noi”. Per non farla piangere dissi di sì, ma poi domandai a Maria: “Tu mi hai fatto veder tutto e anche di più, ma spiegami che senso ha questo sogno”». Durante l’ultima Messa, allo scambio della pace, mi sentii tirare la maglia. Comparve una bimba simile alla mia che prese la mano solo a me. Poi se ne andò sotto la statua della Madonna dove il padre soddisfatto le diede una pacca sulla spalla. Infine uscirono dalla chiesa anche se la Messa non era finita». Antonio capì poi che era la risposta della Madonna: «Se volevo la pace dovevo tornare a casa come voleva mia figlia. Così chiesi a Maria di darmi l’amore per la mia famiglia e poi domandai perdono anche a loro. Ero felice perché ero stato il peggiore dei peccatori ma ero stato perdonato. Tanto che dissi a Dio: “Ora che ti ho conosciuto posso anche morire”».

Il ritorno fu un trauma per gli altri, non per lui: «Quando mi chiamavano le donne dicevo loro che avevo incontrato Dio, lo stesso dicevo agli amici e ai parenti che mi vedevano pregare in continuazione». L’effetto fu che, dal trascinare decine di persone nella perdizione, Antonio divenne il tramite per la conversione «della mia famiglia intera (mio papà era un bestemmiatore), genitori, cugini, zii e degli amici. Nessuno credeva ai propri occhi, tutti volevano sapere. Tanti tornarono con me a Medjugorje e cominciarono a credere». A confermare che dove sovrabbondò il peccato ora sovrabbonda la grazia.

Ma il demonio ci riprovò: «Il secondo giorno dal ritorno da Medjugorje una zia mi chiese di andare a raccontarle tutto. In macchina avevo una busta di rosari da regalare, ma venni fermato da due prostitute che mi sbarrarono la strada: aprirono le porte della macchina, una mi salì davanti e una dietro. Cercavano qualcosa. Quella davanti provò a prendere il mio rosario, l’altra voleva la busta dei rosari. Riuscii a sottrarli dalle loro mani. Allora, con una voce tremenda, una mi disse: “Non mi toccare che ti ammazzo”. In quel momento capii che avevo a che fare con il demonio. Guardai il crocifisso appeso alla macchina e le dissi di andarsene. A quel punto se ne andarono. Fu lì che capii che satana era infuriato».

Ci sono state persone che ascoltando questa testimonianza si sono convertite, «anche se molti, quando mia moglie spiega che basta vivere i “cinque sassi”, trovano delle scuse: “Non riesco a digiunare, devo lavorare, eccetera”. Così non farai mai nulla. E non è che devi fare per ottenere, ma per abbandonarti completamente a Dio se vuoi vederlo all’opera». Come dice la Madonna: “Cari figli, dedicate il tempo solo a Gesù, e Lui vi darà tutto ciò che cercate, Lui vi si rivelerà in pienezza ». «Penso sempre a mia moglie che prima ancora di partire per Medjugorje, distrutta e bisognosa economicamente, trovò lavoro a tempo indeterminato. Il datore le disse: “O i cinque giorni via o il contratto”». Sappiamo cosa scelse Mariele… «fu così che io, maltrattarore di donne e bestemmiatore della più grande fra loro, fui salvato da due femmine».

Publié dans Articoli di Giornali e News, Fede, morale e teologia, Medjugorje, Stile di vita | Pas de Commentaires »

Commento al Vangelo: La Presentazione del Signore

Posté par atempodiblog le 2 février 2020

Commento al Vangelo: La Presentazione del Signore
Vangelo della Festa della Presentazione del Signore (Ciclo A) e commento al Vangelo.
Tratto da: OPUS DEI

Commento al Vangelo: La Presentazione del Signore dans Commenti al Vangelo Presentazione-di-Ges-al-Tempio

Vangelo (Lc 2, 22-40)

Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, come è scritto nella Legge del Signore: Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore; e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la Legge del Signore.

Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto d’Israele; lo Spirito Santo, che era sopra di lui, gli aveva preannunziato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Messia del Signore. Mosso dunque dallo Spirito, si recò al tempio; e mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per adempiere la Legge, lo prese tra le braccia e benedisse Dio:

– Ora lascia, o Signore, che il tuo servo

vada in pace secondo la tua parola;

perché i miei occhi han visto la tua salvezza,

preparata da te davanti a tutti i popoli,

luce per illuminare le genti

e gloria del tuo popolo Israele.

Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui.

Simeone li benedisse e parlò a Maria, sua madre:

– Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima.

C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto col marito sette anni dal tempo in cui era ragazza, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.

Quando ebbero tutto compiuto secondo la Legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nazaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui.


Commento

Il Vangelo della quarta domenica del tempo ordinario coincide con quello della festa della Presentazione del Signore che viene celebrata il 2 febbraio. San Luca ci racconta che Maria e Giuseppe salirono al Tempio di Gerusalemme “quando venne il tempo della loro purificazione”. Secondo le varie prescrizioni della Legge di Mosè (cfr. Lv 12, 1-8), da quando una donna israelita dava alla luce un maschio, dovevano passare un totale di 40 giorni prima di presentarsi al Tempio per compiere una cerimonia di purificazione rituale. La cerimonia includeva due offerte da sacrificare. Se la famiglia non aveva risorse sufficienti, poteva presentare un paio di tortore o di colombe.

La Sacra Famiglia, inoltre, approfittava della salita al Tempio per presentare il bambino al Signore e riscattarlo. Infatti la Legge di Mosè stabiliva che ogni primogenito di Israele apparteneva a Dio. Egli stesso aveva detto: “nel paese d’Egitto io mi riservai in Israele tutti i primogeniti degli uomini e degli animali; essi saranno miei” (Nm 3, 13). Pertanto era necessario presentarli al Signore e pagare per essi un riscatto (cfr. Es 13, 1-13), che consisteva in un certo numero di monete (cfr. Nm 18, 16).

Benché Gesù fosse il Figlio di Dio incarnato e la sua nascita fosse stata verginale, Maria e Giuseppe adempiono con riverenza e docilità tutte queste prescrizioni della Legge. Con loro stupore (cfr. v. 33), la scena e le vicende che accadono appaiono piene di un profondo significato. Le parole di Simeone riguardanti il bambino e sua madre sono rivestite di mistero. Il bambino che l’anziano prende fra le braccia è la salvezza di Dio incarnata (da qui il nome che gli è stato imposto: “Gesù”, Dio salva). Una salvezza che sarà luce per i pagani e gloria per Israele.

Poi Simeone fa due vaticini su Gesù e su Maria. Del bambino dice che sarà “segno di contraddizione”, perché l’incarnazione del Figlio di Dio è un segno che richiede a ogni persona una risposta impegnativa. In quanto, poi, all’annuncio della spada che trapasserà l’anima di Maria, Beda il Venerabile dice che Simone “si riferiva al dolore della Vergine per la passione del Signore. Benché Gesù Cristo muoia per propria volontà (come Figlio di Dio) e benché Ella non dubiti che avrebbe sconfitto la morte, tuttavia non avrebbe potuto assistere alla crocifissione del Figlio delle proprie viscere senza un sentimento di dolore”[1].

Il Catechismo della Chiesa condensa il mistero di tutta questa scena così: “La Presentazione di Gesù al Tempio (cfr. Lc 2, 22-39) lo mostra come il Primogenito che appartiene al Signore (cfr. Es 13, 2. 12-13). In Simeone e Anna è tutta l’attesa di Israele che viene all’Incontro con il suo Salvatore (la tradizione bizantina chiama così questo avvenimento). Gesù è riconosciuto come il Messia tanto a lungo atteso, ‘luce delle genti’ e ‘gloria di Israele’, ma anche ‘segno di contraddizione’, La spada di dolore predetta a Maria annunzia l’altra offerta, perfetta e unica, quella della croce, la quale darà la salvezza ‘preparata da Dio davanti a tutti i popoli’”[2].

San Josemaría invitava a meditare il passo della Presentazione rivivendolo come un personaggio che si fosse trovato lì ed era molto interessato a tutto ciò che stava succedendo: “E questa volta sarai tu, piccolo amico, a portare la gabbia delle tortore. Vedi? Lei – l’Immacolata – si sottomette alla Legge come se fosse impura. Bambino mio, imparerai anche tu da questo esempio a non essere sciocco e a compiere la Santa Legge di Dio nonostante tutti i sacrifici che richiede? Purificarsi! Noi due sì che abbiamo bisogno di purificazione! – Espiare, per trovare aldilà dell’espiazione, l’Amore. Un amore che cauterizzi, che bruci le scorie della nostra anima, che sia fuoco che accende di fiamma divina la miseria del nostro cuore”[3].

Pablo M. Edo


[1] Catena Aurea, in loc.

[2] Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 529.

[3] San Josemaría, Santo Rosario, quarto mistero gaudioso, La purificazione della Madonna.

Publié dans Commenti al Vangelo, Fede, morale e teologia, San Josemaria Escriva' de Balaguer | Pas de Commentaires »

La fede di Kobe, un fatto che dà speranza (di vera gloria)

Posté par atempodiblog le 28 janvier 2020

La morte del campione
La fede di Kobe, un fatto che dà speranza (di vera gloria)
di Ermes Dovico – La nuova Bussola Quotidiana

La fede di Kobe, un fatto che dà speranza (di vera gloria) dans Articoli di Giornali e News Kobe-e-Gianna-Maria

L’ex cestista americano, 41 anni, la figlia tredicenne e altre 7 vittime in un incidente in elicottero. “Non si può morire così”, scrivono alcuni. Tra fiumi d’inchiostro, pressoché ignorato il rapporto di Kobe con la fede cattolica. Che pure è stato decisivo nella sua vita terrena, come rivelò lui stesso, e richiama a ciò che conta davvero: l’eternità

Sono passate meno di 48 ore dalla notizia dell’incidente mortale di Kobe Bryant, 41 anni, e degli altri otto passeggeri del suo elicottero, compresa la tredicenne Gianna Maria, una delle quattro figlie del fuoriclasse della pallacanestro. Meno di 48 ore, ma si è già detto e scritto di tutto. All’incredulità e allo sgomento iniziali si sono aggiunte tante domande sul perché di una tragedia così, sulle sue cause. Si sono ricordati successi, record, aneddoti personali su Kobe, nonché i sogni della giovanissima figlia, un astro nascente del basket femminile.

Il Sikorsky S-76B su cui viaggiavano le nove vittime, decollate pochi minuti dopo le 9 di domenica 26 gennaio, era diretto alla Mamba Academy (l’accademia cestistica fondata da Bryant, detto “the Black Mamba”), proprio per un torneo a cui avrebbe dovuto giocare Gianna Maria. C’è chi, anche sui giornali, ha parlato di morte “assurda”, che non si può morire così, nel pieno della vita. Eppure si muore così e in mille altri modi che sfuggono alle possibilità di controllo di ogni essere umano. Povero o ricco, bambino o anziano, vip o sconosciuto, giusto o ingiusto, perché non sappiamo «né il giorno né l’ora» (Mt 25, 13), come disse Gesù nella parabola delle dieci vergini, invitando a vegliare in vista dell’incontro con lo Sposo. L’importante è allora come ci si è preparati per quell’incontro, che vale il luogo dove passeremo la nostra eternità.

La gloria terrena di Kobe è cosa nota. A livello di squadra, cinque titoli Nba con i Los Angeles Lakers e due ori olimpici con la nazionale statunitense. A livello individuale, una quantità enorme di allori. Per esempio: due volte miglior marcatore della stagione, due volte miglior giocatore delle finali, una volta miglior giocatore della stagione regolare, 11 volte nel miglior team di tutta l’Nba, il più giovane giocatore dell’All-Star Game (19 anni e 175 giorni), più tiri da 3 messi a segno in un tempo (8), l’unico giocatore nella storia della Nba ad aver segnato 60 punti nella sua ultima gara da professionista (a quasi 38 anni), 33.643 punti totali, il quarto di tutti i tempi nella storia dell’Nba: LeBron James gli ha soffiato il terzo posto pochi giorni fa e lui si era congratulato con l’amico via Twitter proprio la domenica dello schianto.

I giornali di casa nostra si sono soffermati anche sullo speciale rapporto che legava il campione all’Italia, dove Kobe ha vissuto dai 6 ai 13 anni, seguendo con la famiglia gli spostamenti del padre Joe, cestista anche lui, che giocò per le squadre di Rieti, Reggio Calabria, Pistoia e Reggio Emilia. Di qui, l’italiano fluente di Kobe e i nomi dati alle sue figlie: Natalia Diamante (2003), Gianna Maria (2006-2020), Bianka Bella (2016) e l’ultimogenita Capri Kobe (2019).

Molto meno conosciuto è invece il suo rapporto con la fede, anche in queste ore ignorato dal grande sistema mediatico, fatta salva qualche eccezione, prevalentemente di area cristiana.

Kobe era cresciuto in una famiglia cattolica e nella stessa fede ha voluto educare le sue figlie, nate dal matrimonio con Vanessa, cattolica anche lei e di quattro anni più giovane, sposata nel 2001 nella chiesa di Sant’Edoardo, a Dana Point (California).

Due anni più tardi, nel 2003, la nascita della primogenita ma anche uno scandalo che rischiava di travolgere per sempre la stella dell’Nba: una dipendente diciannovenne di un hotel del Colorado, dove Kobe aveva soggiornato, accusò il campione di averla stuprata. Seguì l’arresto, e la liberazione su cauzione. Bryant chiese pubblicamente perdono alla moglie, ammise l’adulterio, ma negò l’accusa dello stupro, sostenendo che si fosse trattato di un rapporto consensuale. Alcuni dei suoi maggiori sponsor rescissero il contratto con lui. Nel processo penale le accuse furono a un certo punto archiviate, mentre la causa civile venne risolta con un accordo tra le parti. Kobe aveva intanto fatto una dichiarazione pubblica di scuse alla ragazza e a tutte le persone offese dalla vicenda, sostenendo la linea del fraintendimento. Per lo stress dell’intera vicenda, la moglie Vanessa patì l’aborto spontaneo del loro secondo figlio.

In quella bufera personale e familiare, acuita dalla sovraesposizione mediatica, Kobe trovò la sua àncora di salvezza nella fede cattolica. Come spiegò in un’intervista a GQ nel 2015: «Avevo paura di andare in prigione? Sì. Amico, avevo 25 anni. Ero terrorizzato. L’unica cosa che mi ha davvero aiutato in quel processo – sono cattolico, sono cresciuto cattolico, i miei bambini sono cattolici – è stata parlare con un prete. In realtà è stato in qualche modo divertente. Lui mi guarda e dice: “L’hai fatto?”. E io dico: “Certo che no”. Poi chiede: “Hai un buon avvocato?”. E io: “Oh, sì, è fenomenale”. Allora lui mi disse solo: “Lascia correre, vai avanti. Dio non ti darà nulla che tu non possa affrontare, e ora è nelle Sue mani. Questo non è qualcosa che tu puoi controllare, quindi lascia correre”. E quello fu il punto di svolta».

Se l’affidamento a Dio lo salvò in quella circostanza, tuttavia le difficoltà e presumibilmente i vizi negli anni successivi riemersero, specie nel rapporto con la moglie. Nel 2011 Vanessa chiese il divorzio, parlando di “inconciliabili differenze”, come riferisce sempre GQ, ma il divorzio non si concretizzò e 13 mesi più tardi i due si riconciliarono, grazie anche alla volontà di Kobe di preservare il matrimonio: «Non ho intenzione di dire che il nostro matrimonio è perfetto […]. Noi lottiamo ancora, proprio come ogni coppia sposata. Ma sai, la mia reputazione di atleta è che sono estremamente determinato e che mi faccio un mazzo così. Come potrei farlo nella mia vita professionale se non fossi così nella mia vita personale, quando questa colpisce i miei figli? Non avrebbe alcun senso».

Kobe e sua moglie, come riporta la CNA, frequentavano regolarmente una parrocchia nella contea di Orange (California). E non solo per la Messa domenicale. La cantante Cristina Ballestero ha scritto un lungo post su Instagram sia per ricordare nella preghiera lui e la sua famiglia, sia per raccontare la sorpresa che ebbe nel vedere a Messa e ricevere l’Eucaristia, in un giorno infrasettimanale, Kobe Bryant.

Insieme alla moglie, il cestista ha dato vita a una fondazione per assistere in vari modi giovani senzatetto e dare una possibilità di crescita attraverso lo sport. Parlando di quest’opera nel 2012, spiegava di non voler un giorno guardare indietro e adagiarsi al pensiero: «Bene, ho avuto una carriera di successo perché ho vinto così tanti campionati e segnato così tanti punti», ma di voler lasciare un’eredità diversa, dicendosi: «Devi fare qualcosa che abbia un po’ più di peso, un po’ più di significato, un po’ più di scopo».

Padre David Barnes ha scritto su Twitter di aver saputo che domenica mattina, prima di prendere l’elicottero, Kobe è stato visto a Messa. E il sacerdote ha ricordato che «la Messa è adorazione di Dio. Il Paradiso è adorazione di Dio». Sa Dio dove si trova adesso Kobe. Per il resto, quel che è certo è che ora non serve chiedersi “perché” e rinchiudere lo sguardo dentro la sola prospettiva terrena, bensì offrire preghiere e suffragi per lui, gli altri defunti e per i loro cari rimasti quaggiù. Perché tutto cambia se si entra o no nell’unica ed eterna gloria, quella di Dio. Kobe, lo abbiamo visto, ci pensava. E si può credere che meditasse su questo passo: «Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dove è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore» (Mt 6, 19-21).

Publié dans Articoli di Giornali e News, Fede, morale e teologia, Riflessioni, Sport, Stile di vita | Pas de Commentaires »

Crepaldi e la verità: una normalità che fa notizia

Posté par atempodiblog le 11 janvier 2020

Crepaldi e la verità: una normalità che fa notizia
Ormai basta poco nella Chiesa per attirare l’attenzione del web e della stampa: basta dire qualcosa di normale e persino di ovvio. L’arcivescovo Crepaldi ha stigmatizzato i numerosi attacchi al cristianesimo di questi ultimi giorni. E i giornali si sono scatenati. La domanda da porsi, quindi, non è tanto perché abbia parlato il vescovo Crepaldi, ma perché non abbiano parlato gli altri.
di Stefano Fontana – La nuova Bussola Quotidiana

Crepaldi e la verità: una normalità che fa notizia dans Articoli di Giornali e News Padre-Crepaldi

Ormai basta poco nella Chiesa per attirare l’attenzione del web e della stampa: basta dire qualcosa di normale e persino di ovvio. Una cosa di questo genere è successa a Trieste il giorno dell’Epifania.

Breve antefatto del poema: a Roma un manifesto – poi ritirato – presentava un Cristo pedofilo. Una immagine diffusa da Roberto Saviano faceva vedere San Giuseppe che estraeva dall’utero di Maria a gambe aperte il Bambino Gesù. Dacia Maraini aveva scritto che se Gesù fosse venuto al mondo oggi sarebbe una “Sardina”. Poi c’erano stati gli incendi dei presepi in varie chiese, i danneggiamenti e le profanazioni. Questo il prologo, il poema inizia quando nel tempio triestino di Sant’Antonio Taumaturgo, al Porto Rosso, davanti allo spettacolare canale fatto aprire dalla regina Maria Teresa, il vescovo Giampaolo Crepaldi scende all’ambone e tiene la sua omelia.

Dopo aver ricordato e onorato le verità salvifiche rivelate da Dio all’uomo nell’Epifania con al centro la regalità e signoria del Bambino venerato dai Magi, il vescovo dice che queste verità hanno subito un’“attacco senza precedenti” verificatosi “durante le feste natalizie” che “è andato dispiegandosi in varie forme volgari e blasfeme”: dalla “identificazione della persona [di Cristo] con l’essere gay, pedofilo e “sardina”, fino a più sofisticate interpretazioni dei testi scritturistici che lo hanno privato della natura divina”, da parte di “intellettuali liberal convinti di essere i depositari di non si sa quale arcana verità”, “sempre loro e sempre quelli, ogni anno a spararla più grossa, spacciando patacche cristologiche in nome del progresso”.

D’un colpo queste parole così schiette sono rimbalzate su Facebook, giornali laici come Il Gazzettino, Il Giornale, Libero le hanno riprese e commentare, insieme a tanti blog e agenzie di informazione. Se Il Giornale dice che “Monsignor Crepaldi si è distinto per essere uno dei pochi consacrati a rispondere agli attacchi subiti dai fedeli in queste settimane”, nel suo Blog Aldo Maria Valli parla di lui come “un vescovo che non si nasconde”.

Ricordiamo che il 13 giugno 2019, l’arcivescovo Crepaldi, in un’altra famosa omelia, aveva fortemente criticato il gay pride FVG tenutosi in quei giorni aTriete: “Questo nostro incontro di preghiera vuole riparare le offese che sono state fatte a Dio e al popolo cristiano sabato 8 giugno nella nostra Città di Trieste durante la manifestazione denominata “Pride FVG”. Soprattutto con cartelli allusivi alle preghiere del Padre nostro e della Salve Regina si è colpito al cuore il nucleo più prezioso della nostra fede nel Cristo Signore e la nostra devozione alla Vergine Maria. Al di là dei linguaggi volgari utilizzati, è bene rimarcare un punto: quello che voleva essere un evento di lotta contro le discriminazioni, si è tradotto in un evento discriminatorio contro il popolo cristiano”.

I riflettori si sono puntati sull’ambone dove mons. Crepaldi teneva l’omelia dell’Epifania, e non invece su tutti gli altri vescovi italiani da cui non è venuta una parola sui tragici fatti. Nemmeno se Netflix programma un film con Gesù gay i vescovi si espongono? Fare le cose normali nella Chiesa di oggi diventa una notizia. È talmente strano che un vescovo dica queste cose da essere certamente vero e buono quanto egli dice.

La domanda da porsi, quindi, non è tanto perché abbia parlato il vescovo Crepaldi, ma perché non abbiano parlato gli altri. Una prima risposta è che probabilmente non vogliono fastidi: bandiere tricolori sotto il vescovado, articoli di condanna per intolleranza sui quotidiani locali, accuse di insensibilità pastorale, critiche di medievalismo. Oggi si dice che bisogna di tenere aperte le porte con tutti perché nessuno si senta escluso dall’amore materno della Chiesa. Di fatto, però, a sentirsi esclusi sono proprio i fedeli che non vengono protetti nelle cose in cui credono. Crepaldi ha difeso le verità della fede e della morale e, così facendo, ha difeso il popolo cattolico, dato che la Chiesa non è un raggruppamento qualunquista e indifferente alla verità delle cose.

Evitare fastidi non vuol dire solo evitare noie personali, ma anche evitare impedimenti pastorali all’annuncio. Un fattore oggi immobilizzante un vescovo è che senza una presa di posizione della Conferenza episcopale regionale egli non si avventura a dire nulla di proprio. Un altro impedimento è che non si deve anteporre nulla al dialogo, nemmeno il rispetto per “le cose supreme” in cui la Chiesa crede e che deve custodire e difendere come un deposito prezioso. Nulla può fermare il dialogo dato che qualsiasi verità deve emergere da esso e non precederlo. Un terzo impedimento è che niente deve danneggiare l’idillica conciliazione col mondo. Si tende a stare zitti o semmai a denunciare le cose che anche Repubblica, il TG1 o Fabio Fazio denunciano. Questo però significa la resa senza condizioni. E senza applausi, perché il mondo, quando ti sei inginocchiato, non ti applaude, ma passa oltre sulla sua strada.

Publié dans Articoli di Giornali e News, Fede, morale e teologia, Riflessioni, Stile di vita | Pas de Commentaires »

Epifania, il Santo Padre: Adorare è un gesto d’amore che cambia la vita

Posté par atempodiblog le 6 janvier 2020

SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DELL’EPIFANIA DEL SIGNORE
CAPPELLA PAPALE
OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
Basilica Vaticana
Lunedì, 6 gennaio 2020

[Multimedia]

Epifania, il Santo Padre: Adorare è un gesto d’amore che cambia la vita dans Commenti al Vangelo Adorazione



Nel Vangelo (
Mt 2,1-12) abbiamo sentito che i Magi esordiscono manifestando le loro intenzioni: «Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo» (v. 2). Adorare è il traguardo del loro percorso, la meta del loro cammino. Infatti, quando, giunti a Betlemme, «videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono» (v. 11). Se perdiamo il senso dell’adorazione, perdiamo il senso di marcia della vita cristiana, che è un cammino verso il Signore, non verso di noi. È il rischio da cui ci mette in guardia il Vangelo, presentando, accanto ai Magi, dei personaggi che non riescono ad adorare.

C’è anzitutto il re Erode, che utilizza il verbo adorare, ma in modo ingannevole. Chiede infatti ai Magi che lo informino sul luogo dove si trovava il Bambino «perché – dice – anch’io venga ad adorarlo» (v. 8). In realtà, Erode adorava solo sé stesso e perciò voleva liberarsi del Bambino con la menzogna. Che cosa ci insegna questo? Che l’uomo, quando non adora Dio, è portato ad adorare il suo io. E anche la vita cristiana, senza adorare il Signore, può diventare un modo educato per approvare sé stessi e la propria bravura: cristiani che non sanno adorare, che non sanno pregare adorando. È un rischio serio: servirci di Dio anziché servire Dio. Quante volte abbiamo scambiato gli interessi del Vangelo con i nostri, quante volte abbiamo ammantato di religiosità quel che ci faceva comodo, quante volte abbiamo confuso il potere secondo Dio, che è servire gli altri, col potere secondo il mondo, che è servire sé stessi!

Oltre a Erode, ci sono altre persone nel Vangelo che non riescono ad adorare: sono i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo. Essi indicano a Erode con estrema precisione dove sarebbe nato il Messia: a Betlemme di Giudea (cfr v. 5). Conoscono le profezie, le citano esattamente. Sanno dove andare – grandi teologi, grandi! –, ma non vanno. Anche da questo possiamo trarre un insegnamento. Nella vita cristiana non basta sapere: senza uscire da sé stessi, senza incontrare, senza adorare non si conosce Dio. La teologia e l’efficienza pastorale servono a poco o nulla se non si piegano le ginocchia; se non si fa come i Magi, che non furono solo sapienti organizzatori di un viaggio, ma camminarono e adorarono. Quando si adora ci si rende conto che la fede non si riduce a un insieme di belle dottrine, ma è il rapporto con una Persona viva da amare. È stando faccia a faccia con Gesù che ne conosciamo il volto. Adorando, scopriamo che la vita cristiana è una storia d’amore con Dio, dove non bastano le buone idee, ma bisogna mettere Lui al primo posto, come fa un innamorato con la persona che ama. Così dev’essere la Chiesa, un’adoratrice innamorata di Gesù suo sposo.

All’inizio dell’anno riscopriamo l’adorazione come esigenza della fede. Se sapremo inginocchiarci davanti a Gesù, vinceremo la tentazione di tirare dritto ognuno per la sua strada. Adorare, infatti, è compiere un esodo dalla schiavitù più grande, quella di sé stessi. Adorare è mettere il Signore al centro per non essere più centrati su noi stessi. È dare il giusto ordine alle cose, lasciando a Dio il primo posto. Adorare è mettere i piani di Dio prima del mio tempo, dei miei diritti, dei miei spazi. È accogliere l’insegnamento della Scrittura: «Il Signore, Dio tuo, adorerai» (Mt 4,10). Dio tuo: adorare è sentire di appartenersi a vicenda con Dio. È dargli del “tu” nell’intimità, è portargli la vita permettendo a Lui di entrare nelle nostre vite. È far discendere la sua consolazione sul mondo. Adorare è scoprire che per pregare basta dire: «Mio Signore e mio Dio!» (Gv 20,28), e lasciarci pervadere dalla sua tenerezza.

Adorare è incontrare Gesù senza la lista delle richieste, ma con l’unica richiesta di stare con Lui. È scoprire che la gioia e la pace crescono con la lode e il rendimento di grazie. Quando adoriamo permettiamo a Gesù di guarirci e cambiarci. Adorando diamo al Signore la possibilità di trasformarci col suo amore, di illuminare le nostre oscurità, di darci forza nella debolezza e coraggio nelle prove. Adorare è andare all’essenziale: è la via per disintossicarsi da tante cose inutili, da dipendenze che anestetizzano il cuore e intontiscono la mente. Adorando, infatti, si impara a rifiutare quello che non va adorato: il dio denaro, il dio consumo, il dio piacere, il dio successo, il nostro io eretto a dio. Adorare è farsi piccoli al cospetto dell’Altissimo, per scoprire davanti a Lui che la grandezza della vita non consiste nell’avere, ma nell’amare. Adorare è riscoprirci fratelli e sorelle davanti al mistero dell’amore che supera ogni distanza: è attingere il bene alla sorgente, è trovare nel Dio vicino il coraggio di avvicinare gli altri. Adorare è saper tacere davanti al Verbo divino, per imparare a dire parole che non feriscono, ma consolano.

Adorare è un gesto d’amore che cambia la vita. È fare come i Magi: è portare al Signore l’oro, per dirgli che niente è più prezioso di Lui; è offrirgli l’incenso, per dirgli che solo con Lui la nostra vita si eleva verso l’alto; è presentargli la mirra, con cui si ungevano i corpi feriti e straziati, per promettere a Gesù di soccorrere il nostro prossimo emarginato e sofferente, perché lì c’è Lui. Di solito noi sappiamo pregare – chiediamo, ringraziamo il Signore –, ma la Chiesa deve andare ancora più avanti con la preghiera di adorazione, dobbiamo crescere nell’adorazione. È una saggezza che dobbiamo imparare ogni giorno. Pregare adorando: la preghiera di adorazione.

Cari fratelli e sorelle, oggi ciascuno di noi può chiedersi: “Sono un cristiano adoratore?”. Tanti cristiani che pregano non sanno adorare. Facciamoci questa domanda. Troviamo tempi per l’adorazione nelle nostre giornate e creiamo spazi per l’adorazione nelle nostre comunità. Sta a noi, come Chiesa, mettere in pratica le parole che abbiamo pregato oggi al Salmo: “Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra”. Adorando, scopriremo anche noi, come i Magi, il senso del nostro cammino. E, come i Magi, proveremo «una gioia grandissima» (Mt 2,10).

Tratto da: La Santa Sede

Publié dans Commenti al Vangelo, Fede, morale e teologia, Papa Francesco I, Riflessioni, Santo Natale, Stile di vita | Pas de Commentaires »

La visione e i segreti della notte santa di Natale

Posté par atempodiblog le 31 décembre 2019

La visione e i segreti della notte santa di Natale
La fondatrice delle Clarisse del Corpus Domini di Bologna ebbe una vita stracolma di doni celesti, che oggi elargisce generosa ai fedeli. Tra questi, l’eccezionale visione della Madre di Dio con in braccio il Bambinello, che le insegna come vivere santamente la Notte di Natale e le svela un particolarissimo segreto sulla nascita del Salvatore.
di Costanza Signorelli – La nuova Bussola Quotidiana

La visione e i segreti della notte santa di Natale dans Fede, morale e teologia Santa-Caterian-da-Bologna

La vita di Santa Caterina da Bologna (1413 – 1463) fu talmente traboccante di prodigi e di manifestazioni divine che doverne fare una piccola selezione a beneficio del lettore arreca un certo imbarazzo.

Per intuirne la portata, basti sapere che il corpo non sigillato della Santa, presso il monastero del Corpus Domini a Bologna, da oltre 500 anni accoglie i devoti seduto in posizione eretta: si mise così dopo la riesumazione, obbedendo al comando della badessa persino da morta. Inoltre, la profumatissima sostanza che ancor oggi emana dalle sue membra incorrotte ha comprovati effetti taumaturgici, oltre a renderne necessario il periodico cambio d’abiti, come a persona viva.

Ancora. Amatissima da papa Benedetto XVI, specialmente per le sue “Sette armi spirituali” capaci di illuminare chiunque intenda lottare contro il Maligno, Caterina Vigri fu una penna finissima nel tradurre in scritti, le sue innumerevoli visioni celesti e infusioni di scienza.

Ma il vero motivo per cui oggi, a ridosso del Santo Natale, raccontiamo di questa religiosa, fondatrice delle Clarisse del Corpus Domini, è il suo specialissimo legame con Gesù Bambino, che si creò miracolosamente proprio la notte del 25 dicembre 1445.

LA PIA PRATICA
“Era venuta la notte di Natale di Nostro Signore, notte di grandissima divozione appresso tutti i Cristiani, ma singolarmente da Santa Caterina sempre, con istraordinario apparecchio, celebrata”. Inizia così, nella biografia originale del 1652, a cura di padre Giacomo Grassetti, il racconto di quella notte prodigiosa.

La monaca, come era solita fare, decise di trascorrere la vigilia di Natale “tutta in orazione e contemplazione ». Quella notte però, in via del tutto eccezionale, Caterina ottenne dalla badessa il permesso di uscire dal dormitorio, per recarsi a pregare in Chiesa: se ne andò perciò nel coro per stare più raccolta, e lì iniziò a recitare le sue mille Ave Maria, “in onore del parto della gloriosissima Regina degli Angeli, meditando il giubilo della Vergine”. Restò così, dalla sera alla mattina, in adorazione di “tutti gli amorosissimi misteri di quella dolcissima solennità”.

Ebbene, dopo gli straordinari prodigi che si verificheranno quella notte, la personale devozione, nata nel cuore di Caterina, entrerà per sempre nel prezioso patrimonio di tutta la Chiesa orante. E, infatti, le mille Ave Maria di santa Caterina – l’equivalente di 20 Rosari - sono pregate ancora oggi durante la Notte Santa: non solo dalle clarisse del monastero del Corpus Domini, ma anche da centinaia di fedeli sparsi in tutta Italia, che in comunione con le monache e la santa patrona in Cielo, recitano questa devozione nell’intimo delle loro case.

La possibilità di recitare tale preghiera si è inoltre estesa, in forma diurna o notturna, in occasione della vigilia delle più importanti feste mariane ed anche ogniqualvolta i figli di Maria ne intendano implorare specialissimi favori celesti.

LA VISIONE  
Poiché ogni preghiera, che si possa definire tale, nasce dal cuore come espressione dell’amore più profondo, fu così che Caterina, con la sua fede, arrivò a vedere il Volto stesso di tale amore.

All’improvviso, infatti, mentre la Santa era immersa da ore nell’orazione, una grandissima luce irruppe nella stanza e dinnanzi a lei apparve “la Vergine gloriosa col suo dilettissimo Figliolo fra le braccia, fasciato esattamente come si usa per gli altri piccoli quando nascono”. La Madonna, poi, le si avvicinò e le pose il Bambinello sul suo grembo, “con somma cortesia e benignità”.

Caterina, sicura di avere tra le braccia “il vero Figlio dell’eterno Padre, dolcemente lo strinse a sé, viso a viso; e tutto, intorno, pareva dileguarsi come cera al fuoco”. A questo punto, è il racconto stesso della Santa che ci fa gustare con i sensi dello spirito, ciò che l’umano intelletto non può in alcun modo comprendere: “Nessuna mente può essere così gentile da immaginare e nessuna lingua può narrare il soave odore della purissima carne di Gesù benedetto; e del bellissimo e delicato viso del Figliolo di Dio, quando anche ne dicessi tutto ciò che si può dire, sarebbe niente e lo lascio alla immaginazione di ciascuno. Ma ben mi sento di esclamare: - Cuore insensato e più duro di tutte le cose create, come non ti spezzasti o non ti sciogliesti come neve al sole nel vedere, gustare e abbracciare lo splendore della paterna gloria? - perché non fu sogno, né immaginazione, né eccesso mentale; ma realtà aperta, manifesta e senza alcuna fantasia”.

Dopo che Caterina ebbe accostato il proprio viso a quello del Bambinello, subito la visione svanì. A quel punto, la religiosa rimase talmente ricolma di contentezza e beatitudine, che non solo il suo cuore ma tutte le sue membra parevano gioire e per moltissimo tempo ella non provò più alcuna tristezza.

IL SEGRETO
S’è detto che la preghiera è amore. S’è detto anche che, se fatta con il cuore, la preghiera non è mai a beneficio di un solo individuo, ma si inserisce nel cuore stesso della Chiesa. Ebbene, c’è ancora un altro insegnamento che la Santa di Bologna ci regala nella sua straordinaria esperienza di quella Santa Notte di Natale.

Pregando intensamente, Caterina aveva più volte desiderato e chiesto di sapere quale fosse l’ora precisa della nascita del Salvatore. Accadde, sempre quella notte, che la rapì “un intensissimo desiderio e, siccome ella era disposta a star sempre attenta alle interne ispirazioni del Signore, riconobbe facilmente che quello era un invito con il quale il suo Eterno Sposo la stimolava a domandare con grande affetto quella grazia. Perciò moltiplicando l’orazione e i gemiti, ottenne finalmente il suo desiderio”.

Ecco come la Santa ci insegna quale sia il vero atteggiamento dell’anima orante: invocare, accogliere e abbandonarsi allo Spirito Santo che desidera pregare in lei. Non è Caterina ad essere capace di desiderare, ma è lo “Sposo” che ispira in lei un “intensissimo desiderio”; non è Caterina ad essere forte e perseverante, ma è il “Signore” che la infiamma d’amore e “la stimola” continuamente all’orazione.

La Santa seppe così che “alla quarta ora della notte” nacque il Salvatore: infatti fu esattamente durante quell’ora di preghiera, che a Caterina apparve una “splendidissima luce ed, accompagnata da una infinita moltitudine di Angeli, la gloriosissima Vergine Maria, con il suo dilettissimo Figliuolo in braccio, in forma di bambino fasciato, come se poco prima fosse nato”.

Con questa splendida visione del Divin Bambino, ci affidiamo agli insegnamenti di questa grande innamorata di Dio per vivere in pienezza la venuta del Signore, a Natale come in ogni giorno della nostra vita. Ella infatti ce ne svela il segreto: è alla Madre di Dio che, prima di tutto, dobbiamo guardare. È Lei che vuol fa nascere Gesù dentro di noi ed è sempre Lei che ci vuole preparare il cuore ad accogliere le grazie che Suo Figlio ci vuole regalare venendo ad abitare in mezzo a noi.

Publié dans Fede, morale e teologia, Riflessioni, Santo Natale | Pas de Commentaires »

Cristo luce per la nostra vita

Posté par atempodiblog le 26 décembre 2019

Natale è il Dio che viene verso di noi perché noi possiamo vivere di Lui!
Cristo luce per la nostra vita
Omelia del giorno di Natale del 2019. Trasmessa dalla Cappella della Medaglia Miracolosa in Rue du Bac a Parigi
Tradizione di Claudio Forti
Trasmessa da Radio Maria Francia e da France Culture

Cristo luce per la nostra vita dans Commenti al Vangelo Buon-Natale

La Messa, trasmessa da RADIO MARIA FRANCIA – è quella in cui viene letto il famoso prologo al Vangelo di San Giovanni 1, 1-18.

In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta. Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Egli non era la luce, ma doveva render testimonianza alla luce. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe. Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto. A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità. Giovanni gli rende testimonianza e grida: «Ecco l’uomo di cui io dissi: Colui che viene dopo di me mi è passato avanti, perché era prima di me». Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia. Perché la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato.

Botti di Capodanno, l'appello dei medici degli ospedali: “E' una tradizione negativa e pericolosa” dans Articoli di Giornali e News Santo-Natale

Lorenza era qui qualche giorno fa per celebrare il Signore. Ella era aiutata da una guida. Lorenza ci vede pochissimo. All’uscita dalla celebrazione il suo viso era luminoso. Mi chiese di benedirla assieme alla sua guida. Lei non era credente, per questo la sua domanda mi ha sconvolto. Molti fedeli presenti erano impreparati a questa benedizione inattesa e luminosa.

Fratelli e sorelle, questa recente scena si inscrive nel mistero della nostra umanità. Oggi l’umanità cerca la luce. Chi glie la potrà donare? «Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto levarsi una grande luce. Tu hai portato la gioia…», diceva il profeta Isaia. Ma noi, abbiamo riconosciuto il Cristo? Abbiamo accolto il Messia, il Bambino Gesù, l’Emmanuele? (Quali luci ci attraggono – mi verrebbe da chiedere -: quella effimera degli schermi TV o dei cellulari? Ndt).

Il Signore Gesù verrà presto solo se lo aspetteremo molto. Il Signore Gesù non verrà presto se la sua attesa non sarà forte in noi. Era davvero atteso il Dio che è nato stanotte? Era molto atteso? Era desiderato intensamente? Siamo convinti con tutto il nostro essere che attraverso Gesù si è manifestata la grazia di Dio, e che questa venuta era per la salvezza di tutti gli uomini?

Voi avete ascoltato dalla liturgia di questa mattina che “Dio ci ha parlato per mezzo di Suo Figlio”. «Il Verbo è la luce vera. La luce vera che illumina il cammino di ogni uomo che viene nel mondo». Per i credenti Betlemme non è dunque solo il luogo di una nascita, ma la certezza che tutto ciò che esiste è venuto all’esistenza per Gesù.

Fratelli e sorelle, guardiamo alla nostra vita. Molte cose vorrebbero giungere a maturazione; molte dimensioni sono ancora in cammino; molti progetti sono ancora in attesa. Tu non conosci il tempo in cui si adempiranno. Ma tu, per come Dio ti vede, non sembri dare la stessa importanza che Egli dà ad essi. Come potremo allora fare discernimento? Quante volte cercheremo di mettere in atto ciò che sarà in grado di donarci una gioia profonda, una pace duratura, una giustizia per tutti?

È Cristo una luce per la nostra vita? È una luce per la nostra fede? È Lui la via nelle nostre decisioni? Col Natale tutto riceve nuova vita, ma ciò dipende dalla nostra umiltà. Lasciamo perciò perdere i miraggi che trasformano il Natale in una serie di emozioni superficiali, in un consumismo che non nutre i desideri profondi della nostra anima, o gli aspetti meravigliosi (della tecnica e della scienza moderne) Ndt), che non riescono a renderci più fraterni! Il Natale non è quell’immagine che spesso ci viene presentata. Natale è il Dio che viene verso di noi perché noi possiamo vivere di Lui!

Lorenza, di cui vi ho parlato prima, non ha ricevuto tutto ciò attraverso la vista, che è tanto flebile in lei. Il Vangelo ci parla di ciechi che vedono l’ineffabile bellezza dell’Assoluto. (Un grande francese, Antoine de Saint-Exupéry, nel suo “Il piccolo principe”, parla di un’altra “vista” quando dice «Non si vede che con il cuore». E la Bibbia definisce come «sapienza del cuore», la sapienza umana illuminata dalla fede. Ndt). Il Vangelo ci parla di questa comprensione degli umili. Essi comprendono ciò che Dio deve ancora rivelare ai sapienti.

Fratelli e sorelle, fino a quando i nostri occhi (del cuore) rimarranno bendati dalla nostra sufficienza (orgoglio e supponenza), la grazia del Natale non entrerà in noi. La gioia del Natale è come un fuoco nel caminetto. Se voi osservate quel fuoco sentirete i crepitii che sono come il gioioso annuncio del Natale Divino. Ma, a causa degli ostacoli posti dalla nostra rugosità, dal nostro correre e affannarci, la brace non ha ancora preso fuoco e il fumo causato da questa resistenza è ancora troppo denso.

Gesù, da Betlemme, Gesù, fuoco d’amore, vuole renderci ardenti d’amore nel progetto di Suo Padre! È Natale, ed è importante e urgente vivere il vero Natale, di cui l’uomo è davvero degno. «Allontànati dal tumulto», diceva Sant’Anselmo. Tieniti lontano dal tumulto (e dalla confusione). È tempo di fuggire dalle occupazioni superficiali! Scendi nel segreto della tua anima. Conserva in te ciò che può aiutarti a cercare il Salvatore!

Cari ascoltatori di France Culture, a voi rivolgo un pensiero particolare, specialmente per coloro che in questi giorni vivono in una grande solitudine. E a voi tutti qui presenti, a voi e alle vostre famiglie, auguro una Santa e gioiosa Natività. La gioia del Natale vuol risplendere nei nostri cuori!

Publié dans Commenti al Vangelo, Fede, morale e teologia, Riflessioni, Santo Natale, Stile di vita | Pas de Commentaires »

Chiediamo a Giuseppe di preparare il nostro Natale

Posté par atempodiblog le 23 décembre 2019

Chiediamo a Giuseppe di preparare il nostro Natale
Tratto da: Le vie del cuore. Vangelo per la vita quotidiana. Commento ai vangeli festivi Anno A, di Padre Livio Fanzaga. Ed. PIEMME

Chiediamo a Giuseppe di preparare il nostro Natale dans Avvento Santa-Famiglia

Non temere di prendere con te Maria
Giuseppe temeva di prendere con sé Maria come sua sposa. Il mistero di santità e di grazia che avvolgeva la Vergine Madre lo sovrastava e lo intimoriva. In lui non c’era il dubbio, ma quel timore santo che il soprannaturale incute ogni volta che si manifesta. L’invito dell’Angelo di non temere a prendere con sé Maria, lo rinfranca e lo incoraggia sulla via dell’accoglienza della volontà di Dio.

Questo invito dell’Angelo conserva una validità permanente, fino alla fine dei tempi. È un invito a ogni cristiano a non temere di accogliere Maria nella propria vita. Abbiamo forse paura che, prendendo con noi Maria, lasciamo da parte il Signore? Quale stoltezza in questo dubbio diabolico.

Rifletti, caro amico. Non è forse vero che Giuseppe prendendo con sé Maria come sua sposa, ha accolto anche Gesù? Non è forse che attraverso Maria è diventato padre putativo di Gesù? E per mezzo della Madre che abbiamo in dono il Figlio. A volte noi dimentichiamo la più evidente delle verità, e cioè che è stata Maria a concepire, a portare nel grembo e a donare al mondo il Figlio di Dio. Anche la Chiesa, come Giuseppe, accoglie il Salvatore dalle mani di Maria.

Verso il Natale con Giuseppe
Giuseppe ha avuto la missione specialissima di preparare il primo Natale. È Lui che conduce Maria nel lungo viaggio, mentre il bimbo divino nel grembo attende impaziente il momento di aprire gli occhi sul mondo degli uomini. È lui che cerca ansioso un alloggio adatto per loro. È lui che conduce Maria nella grotta, rifugio di animali, la pulisce e la riscalda. È 
lui che accoglie i pastori, mostrando loro il Bambino e la Madre.

Questo compito Giuseppe lo svolge volentieri per la Chiesa tutta e per ognuno di noi. Chiediamo a Giuseppe di preparare il nostro Natale. Lui ci aiuterà a mettere Maria e Gesù al centro dei nostri cuori e delle nostre famiglie. Chiediamo a Giuseppe di proteggere dal maligno la pace e la gioia che il Natale porterà ancora una volta a questo mondo triste e inquieto.

Chiediamo anche a Giuseppe di aprire il cuore a tanti padri, perché scoprano il grande dono e la responsabilità della paternità. Come Giuseppe, anche i padri siano custodi della fede e della santità delle loro famiglie.

Publié dans Avvento, Commenti al Vangelo, Fede, morale e teologia, Libri, Padre Livio Fanzaga, San Giuseppe, Santo Natale | Pas de Commentaires »

Il natale di Gesù nella mia vita

Posté par atempodiblog le 15 décembre 2019

Il mirabile segno del presepe dans Avvento Presepio

Ecco ci è nato un Bambino, ci è stato dato un Figlio! Dalla Vergine Maria immacolata divenuta vera Madre di Dio, ci è nato un Bambino, un Figlio! Dal Signore Dio , il Padre altissimo, l’Eterno ci è stato dato. O santa Maria, Madre di Dio, ottienimi, perenne, il natale di Gesù nella mia vita! O Dio Padre, concedimi perennemente il dono del tuo Figlio!

Beato Giustino Maria della Santissima Trinità Russolillo

Botti di Capodanno, l'appello dei medici degli ospedali: “E' una tradizione negativa e pericolosa” dans Articoli di Giornali e News Santo-Natale

Prepariamoci ad accogliere Gesù/ Domani inizia la novena di Natale (da recitarsi dal 16 al 24 dicembre)
Vi segnalo quella del Beato Giustino Maria Russolillo, per recitarla cliccare  Freccia dans Riflessioni Novena di Natale

Publié dans Avvento, Citazioni, frasi e pensieri, Don Giustino Maria Russolillo, Santo Natale | Pas de Commentaires »

Come fare attenzione ai segni di Dio in questo Avvento

Posté par atempodiblog le 10 décembre 2019

Come fare attenzione ai segni di Dio in questo Avvento
Le persone tendono a interpretarlo come castigo, ma tutto dev’essere visto come un segno dell’amore di Dio
Monsignor Antônio Carlos Rossi Keller/Aleteia Brasil – Aleteia

Predica d'Avvento, Cantalamessa: Gesù desidera nascere nei cuori dans Avvento Avvento-bimba

Monsignor Antônio Carlos Rossi Keller, vescovo di Frederico Westphalen, nello Stato brasiliano di Rio Grande do Sul, ha condiviso con i fedeli della sua diocesi una riflessione semplice e profonda sull’inizio di questo Avvento, che riportiamo volentieri.

Attenzione ai segni
“Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa”, abbiamo ascoltato nel Vangelo della Prima Domenica d’Avvento (Matteo 24, 37-44).

Nelle parole di Gesù ci sono un richiamo all’attenzione nei confronti dei segni che il Signore ci invia e un invito a sforzarci di decifrarli. La chiave di lettura di questo passo è la filiazione divina. Siamo figli di Dio, ed Egli ci ama alla follia.

Tutto quello che ci accade in questa vita non è mai un segno di castigo, ma d’amore. Le persone tendono a interpretare come una punizione tutto ciò che non è conforme a quello che apprezzano: una malattia, un contrattempo economico, la morte di un familiare… Tutto dev’essere esaminato partendo dal principio secondo il quale tutto quello che accade nella nostra vita e nella vita del mondo implica in qualche modo un segno dell’amore di Dio.

Dobbiamo implorare l’aiuto dello Spirito Santo, con i suoi sette doni, per decifrare correttamente questi segni che il Signore ci invia: sono messaggi di un innamorato, di un Padre che ci ama alla follia.

Dobbiamo manifestare al Signore la nostra profonda riconoscenza e pensare, alla Sua presenza, come potremo corrispondere a tanto amore, e cos’è che ci chiede in concreto attraverso il segno che ci invia.

La vigilanza è una virtù raccomandata da Gesù nel Vangelo. Egli ricorre ai costumi dell’epoca in cui ha vissuto la sua vita mortale tra noi per spiegarci in cosa consiste la vigilanza: stare con i reni stretti – le persone legavano una cintura per sollevare la tunica, di modo che non impedisse loro di camminare –, il bastone in mano e le lampade accese, in attesa del minimo segno per intraprendere il cammino.

La vigilanza cristiana non è un’attesa timorosa di quello che potrà accadere quando si verificherà il nostro incontro con il Signore, ma piuttosto l’aspettativa di due persone innamorate che aspettano con gioia e quasi con impazienza l’incontro con chi amano.

Approfittiamo di questo tempo sacro dell’Avvento per intensificare la nostra intimità con il Signore attraverso la preghiera. Chiediamo al Signore di non irritarsi di fronte alla nostra indigenza. La nostra anima dev’essere un giardino di fiori, di virtù, ma spesso è un deserto, o un campo non coltivato.

Il periodo liturgico dell’Avvento è più che altro un’opportunità che il Signore ci offre per metterci in un atteggiamento positivo di vigilanza e attenzione nei confronti delle cose di Dio. Imitiamo la Madonna, che in profondo raccoglimento, senza trascurare i suoi doveri di moglie e donna di casa, ha atteso con gioia la nascita del Bambino che portava nel suo grembo virginale.

Publié dans Avvento, Fede, morale e teologia, Riflessioni, Santo Natale | Pas de Commentaires »

Il mirabile segno del presepe

Posté par atempodiblog le 1 décembre 2019

LETTERA APOSTOLICA

Admirabile signum

DEL SANTO PADRE
FRANCESCO

SUL SIGNIFICATO E IL VALORE DEL PRESEPE

Cammino di Avvento dans Avvento Pregare-accanto-al-presepe

 1. Il mirabile segno del presepe, così caro al popolo cristiano, suscita sempre stupore e meraviglia. Rappresentare l’evento della nascita di Gesù equivale ad annunciare il mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio con semplicità e gioia. Il presepe, infatti, è come un Vangelo vivo, che trabocca dalle pagine della Sacra Scrittura. Mentre contempliamo la scena del Natale, siamo invitati a metterci spiritualmente in cammino, attratti dall’umiltà di Colui che si è fatto uomo per incontrare ogni uomo. E scopriamo che Egli ci ama a tal punto da unirsi a noi, perché anche noi possiamo unirci a Lui.

Con questa Lettera vorrei sostenere la bella tradizione delle nostre famiglie, che nei giorni precedenti il Natale preparano il presepe. Come pure la consuetudine di allestirlo nei luoghi di lavoro, nelle scuole, negli ospedali, nelle carceri, nelle piazze… È davvero un esercizio di fantasia creativa, che impiega i materiali più disparati per dare vita a piccoli capolavori di bellezza. Si impara da bambini: quando papà e mamma, insieme ai nonni, trasmettono questa gioiosa abitudine, che racchiude in sé una ricca spiritualità popolare. Mi auguro che questa pratica non venga mai meno; anzi, spero che, là dove fosse caduta in disuso, possa essere riscoperta e rivitalizzata.

2. L’origine del presepe trova riscontro anzitutto in alcuni dettagli evangelici della nascita di Gesù a Betlemme. L’Evangelista Luca dice semplicemente che Maria «diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio» (2,7). Gesù viene deposto in una mangiatoia, che in latino si dice praesepium, da cui presepe.

Entrando in questo mondo, il Figlio di Dio trova posto dove gli animali vanno a mangiare. Il fieno diventa il primo giaciglio per Colui che si rivelerà come «il pane disceso dal cielo» (Gv 6,41). Una simbologia che già Sant’Agostino, insieme ad altri Padri, aveva colto quando scriveva: «Adagiato in una mangiatoia, divenne nostro cibo» (Serm. 189,4). In realtà, il presepe contiene diversi misteri della vita di Gesù e li fa sentire vicini alla nostra vita quotidiana.

Ma veniamo subito all’origine del presepe come noi lo intendiamo. Ci rechiamo con la mente a Greccio, nella Valle Reatina, dove San Francesco si fermò venendo probabilmente da Roma, dove il 29 novembre 1223 aveva ricevuto dal Papa Onorio III la conferma della sua Regola. Dopo il suo viaggio in Terra Santa, quelle grotte gli ricordavano in modo particolare il paesaggio di Betlemme. Ed è possibile che il Poverello fosse rimasto colpito, a Roma, nella Basilica di Santa Maria Maggiore, dai mosaici con la rappresentazione della nascita di Gesù, proprio accanto al luogo dove si conservavano, secondo un’antica tradizione, le tavole della mangiatoia.

Le Fonti Francescane raccontano nei particolari cosa avvenne a Greccio. Quindici giorni prima di Natale, Francesco chiamò un uomo del posto, di nome Giovanni, e lo pregò di aiutarlo nell’attuare un desiderio: «Vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello».[1] Appena l’ebbe ascoltato, il fedele amico andò subito ad approntare sul luogo designato tutto il necessario, secondo il desiderio del Santo. Il 25 dicembre giunsero a Greccio molti frati da varie parti e arrivarono anche uomini e donne dai casolari della zona, portando fiori e fiaccole per illuminare quella santa notte. Arrivato Francesco, trovò la greppia con il fieno, il bue e l’asinello. La gente accorsa manifestò una gioia indicibile, mai assaporata prima, davanti alla scena del Natale. Poi il sacerdote, sulla mangiatoia, celebrò solennemente l’Eucaristia, mostrando il legame tra l’Incarnazione del Figlio di Dio e l’Eucaristia. In quella circostanza, a Greccio, non c’erano statuine: il presepe fu realizzato e vissuto da quanti erano presenti.[2]

È così che nasce la nostra tradizione: tutti attorno alla grotta e ricolmi di gioia, senza più alcuna distanza tra l’evento che si compie e quanti diventano partecipi del mistero.

Il primo biografo di San Francesco, Tommaso da Celano, ricorda che quella notte, alla scena semplice e toccante s’aggiunse anche il dono di una visione meravigliosa: uno dei presenti vide giacere nella mangiatoia Gesù Bambino stesso. Da quel presepe del Natale 1223, «ciascuno se ne tornò a casa sua pieno di ineffabile gioia».[3]

3. San Francesco, con la semplicità di quel segno, realizzò una grande opera di evangelizzazione. Il suo insegnamento è penetrato nel cuore dei cristiani e permane fino ai nostri giorni come una genuina forma per riproporre la bellezza della nostra fede con semplicità. D’altronde, il luogo stesso dove si realizzò il primo presepe esprime e suscita questi sentimenti. Greccio diventa un rifugio per l’anima che si nasconde sulla roccia per lasciarsi avvolgere nel silenzio.

Perché il presepe suscita tanto stupore e ci commuove? Anzitutto perché manifesta la tenerezza di Dio. Lui, il Creatore dell’universo, si abbassa alla nostra piccolezza. Il dono della vita, già misterioso ogni volta per noi, ci affascina ancora di più vedendo che Colui che è nato da Maria è la fonte e il sostegno di ogni vita. In Gesù, il Padre ci ha dato un fratello che viene a cercarci quando siamo disorientati e perdiamo la direzione; un amico fedele che ci sta sempre vicino; ci ha dato il suo Figlio che ci perdona e ci risolleva dal peccato.

Comporre il presepe nelle nostre case ci aiuta a rivivere la storia che si è vissuta a Betlemme. Naturalmente, i Vangeli rimangono sempre la fonte che permette di conoscere e meditare quell’Avvenimento; tuttavia, la sua rappresentazione nel presepe aiuta ad immaginare le scene, stimola gli affetti, invita a sentirsi coinvolti nella storia della salvezza, contemporanei dell’evento che è vivo e attuale nei più diversi contesti storici e culturali.

In modo particolare, fin dall’origine francescana il presepe è un invito a “sentire”, a “toccare” la povertà che il Figlio di Dio ha scelto per sé nella sua Incarnazione. E così, implicitamente, è un appello a seguirlo sulla via dell’umiltà, della povertà, della spogliazione, che dalla mangiatoia di Betlemme conduce alla Croce. È un appello a incontrarlo e servirlo con misericordia nei fratelli e nelle sorelle più bisognosi (cfr Mt 25,31-46).

4. Mi piace ora passare in rassegna i vari segni del presepe per cogliere il senso che portano in sé. In primo luogo, rappresentiamo il contesto del cielo stellato nel buio e nel silenzio della notte. Non è solo per fedeltà ai racconti evangelici che lo facciamo così, ma anche per il significato che possiede. Pensiamo a quante volte la notte circonda la nostra vita. Ebbene, anche in quei momenti, Dio non ci lascia soli, ma si fa presente per rispondere alle domande decisive che riguardano il senso della nostra esistenza: chi sono io? Da dove vengo? Perché sono nato in questo tempo? Perché amo? Perché soffro? Perché morirò? Per dare una risposta a questi interrogativi Dio si è fatto uomo. La sua vicinanza porta luce dove c’è il buio e rischiara quanti attraversano le tenebre della sofferenza (cfr Lc 1,79).

Una parola meritano anche i paesaggi che fanno parte del presepe e che spesso rappresentano le rovine di case e palazzi antichi, che in alcuni casi sostituiscono la grotta di Betlemme e diventano l’abitazione della Santa Famiglia. Queste rovine sembra che si ispirino alla Legenda Aurea del domenicano Jacopo da Varazze (secolo XIII), dove si legge di una credenza pagana secondo cui il tempio della Pace a Roma sarebbe crollato quando una Vergine avesse partorito. Quelle rovine sono soprattutto il segno visibile dell’umanità decaduta, di tutto ciò che va in rovina, che è corrotto e intristito. Questo scenario dice che Gesù è la novità in mezzo a un mondo vecchio, ed è venuto a guarire e ricostruire, a riportare la nostra vita e il mondo al loro splendore originario.

5. Quanta emozione dovrebbe accompagnarci mentre collochiamo nel presepe le montagne, i ruscelli, le pecore e i pastori! In questo modo ricordiamo, come avevano preannunciato i profeti, che tutto il creato partecipa alla festa della venuta del Messia. Gli angeli e la stella cometa sono il segno che noi pure siamo chiamati a metterci in cammino per raggiungere la grotta e adorare il Signore.

«Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere» (Lc 2,15): così dicono i pastori dopo l’annuncio fatto dagli angeli. È un insegnamento molto bello che ci proviene nella semplicità della descrizione. A differenza di tanta gente intenta a fare mille altre cose, i pastori diventano i primi testimoni dell’essenziale, cioè della salvezza che viene donata. Sono i più umili e i più poveri che sanno accogliere l’avvenimento dell’Incarnazione. A Dio che ci viene incontro nel Bambino Gesù, i pastori rispondono mettendosi in cammino verso di Lui, per un incontro di amore e di grato stupore. È proprio questo incontro tra Dio e i suoi figli, grazie a Gesù, a dar vita alla nostra religione, a costituire la sua singolare bellezza, che traspare in modo particolare nel presepe.

6. Nei nostri presepi siamo soliti mettere tante statuine simboliche. Anzitutto, quelle di mendicanti e di gente che non conosce altra abbondanza se non quella del cuore. Anche loro stanno vicine a Gesù Bambino a pieno titolo, senza che nessuno possa sfrattarle o allontanarle da una culla talmente improvvisata che i poveri attorno ad essa non stonano affatto. I poveri, anzi, sono i privilegiati di questo mistero e, spesso, coloro che maggiormente riescono a riconoscere la presenza di Dio in mezzo a noi.

I poveri e i semplici nel presepe ricordano che Dio si fa uomo per quelli che più sentono il bisogno del suo amore e chiedono la sua vicinanza. Gesù, «mite e umile di cuore» (Mt 11,29), è nato povero, ha condotto una vita semplice per insegnarci a cogliere l’essenziale e vivere di esso. Dal presepe emerge chiaro il messaggio che non possiamo lasciarci illudere dalla ricchezza e da tante proposte effimere di felicità. Il palazzo di Erode è sullo sfondo, chiuso, sordo all’annuncio di gioia. Nascendo nel presepe, Dio stesso inizia l’unica vera rivoluzione che dà speranza e dignità ai diseredati, agli emarginati: la rivoluzione dell’amore, la rivoluzione della tenerezza. Dal presepe, Gesù proclama, con mite potenza, l’appello alla condivisione con gli ultimi quale strada verso un mondo più umano e fraterno, dove nessuno sia escluso ed emarginato.

Spesso i bambini – ma anche gli adulti! – amano aggiungere al presepe altre statuine che sembrano non avere alcuna relazione con i racconti evangelici. Eppure, questa immaginazione intende esprimere che in questo nuovo mondo inaugurato da Gesù c’è spazio per tutto ciò che è umano e per ogni creatura. Dal pastore al fabbro, dal fornaio ai musicisti, dalle donne che portano le brocche d’acqua ai bambini che giocano…: tutto ciò rappresenta la santità quotidiana, la gioia di fare in modo straordinario le cose di tutti i giorni, quando Gesù condivide con noi la sua vita divina.

7. Poco alla volta il presepe ci conduce alla grotta, dove troviamo le statuine di Maria e di Giuseppe. Maria è una mamma che contempla il suo bambino e lo mostra a quanti vengono a visitarlo. La sua statuetta fa pensare al grande mistero che ha coinvolto questa ragazza quando Dio ha bussato alla porta del suo cuore immacolato. All’annuncio dell’angelo che le chiedeva di diventare la madre di Dio, Maria rispose con obbedienza piena e totale. Le sue parole: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38), sono per tutti noi la testimonianza di come abbandonarsi nella fede alla volontà di Dio. Con quel “sì” Maria diventava madre del Figlio di Dio senza perdere, anzi consacrando grazie a Lui la sua verginità. Vediamo in lei la Madre di Dio che non tiene il suo Figlio solo per sé, ma a tutti chiede di obbedire alla sua parola e metterla in pratica (cfr Gv 2,5).

Accanto a Maria, in atteggiamento di proteggere il Bambino e la sua mamma, c’è San Giuseppe. In genere è raffigurato con il bastone in mano, e a volte anche mentre regge una lampada. San Giuseppe svolge un ruolo molto importante nella vita di Gesù e di Maria. Lui è il custode che non si stanca mai di proteggere la sua famiglia. Quando Dio lo avvertirà della minaccia di Erode, non esiterà a mettersi in viaggio ed emigrare in Egitto (cfr Mt 2,13-15). E una volta passato il pericolo, riporterà la famiglia a Nazareth, dove sarà il primo educatore di Gesù fanciullo e adolescente. Giuseppe portava nel cuore il grande mistero che avvolgeva Gesù e Maria sua sposa, e da uomo giusto si è sempre affidato alla volontà di Dio e l’ha messa in pratica.

8. Il cuore del presepe comincia a palpitare quando, a Natale, vi deponiamo la statuina di Gesù Bambino. Dio si presenta così, in un bambino, per farsi accogliere tra le nostre braccia. Nella debolezza e nella fragilità nasconde la sua potenza che tutto crea e trasforma. Sembra impossibile, eppure è così: in Gesù Dio è stato bambino e in questa condizione ha voluto rivelare la grandezza del suo amore, che si manifesta in un sorriso e nel tendere le sue mani verso chiunque.

La nascita di un bambino suscita gioia e stupore, perché pone dinanzi al grande mistero della vita. Vedendo brillare gli occhi dei giovani sposi davanti al loro figlio appena nato, comprendiamo i sentimenti di Maria e Giuseppe che guardando il bambino Gesù percepivano la presenza di Dio nella loro vita.

«La vita infatti si manifestò» (1 Gv 1,2): così l’apostolo Giovanni riassume il mistero dell’Incarnazione. Il presepe ci fa vedere, ci fa toccare questo evento unico e straordinario che ha cambiato il corso della storia, e a partire dal quale anche si ordina la numerazione degli anni, prima e dopo la nascita di Cristo.

Il modo di agire di Dio quasi tramortisce, perché sembra impossibile che Egli rinunci alla sua gloria per farsi uomo come noi. Che sorpresa vedere Dio che assume i nostri stessi comportamenti: dorme, prende il latte dalla mamma, piange e gioca come tutti i bambini! Come sempre, Dio sconcerta, è imprevedibile, continuamente fuori dai nostri schemi. Dunque il presepe, mentre ci mostra Dio così come è entrato nel mondo, ci provoca a pensare alla nostra vita inserita in quella di Dio; invita a diventare suoi discepoli se si vuole raggiungere il senso ultimo della vita.

9. Quando si avvicina la festa dell’Epifania, si collocano nel presepe le tre statuine dei Re Magi. Osservando la stella, quei saggi e ricchi signori dell’Oriente si erano messi in cammino verso Betlemme per conoscere Gesù, e offrirgli in dono oro, incenso e mirra. Anche questi regali hanno un significato allegorico: l’oro onora la regalità di Gesù; l’incenso la sua divinità; la mirra la sua santa umanità che conoscerà la morte e la sepoltura.

Guardando questa scena nel presepe siamo chiamati a riflettere sulla responsabilità che ogni cristiano ha di essere evangelizzatore. Ognuno di noi si fa portatore della Bella Notizia presso quanti incontra, testimoniando la gioia di aver incontrato Gesù e il suo amore con concrete azioni di misericordia.

I Magi insegnano che si può partire da molto lontano per raggiungere Cristo. Sono uomini ricchi, stranieri sapienti, assetati d’infinito, che partono per un lungo e pericoloso viaggio che li porta fino a Betlemme (cfr Mt 2,1-12). Davanti al Re Bambino li pervade una gioia grande. Non si lasciano scandalizzare dalla povertà dell’ambiente; non esitano a mettersi in ginocchio e ad adorarlo. Davanti a Lui comprendono che Dio, come regola con sovrana sapienza il corso degli astri, così guida il corso della storia, abbassando i potenti ed esaltando gli umili. E certamente, tornati nel loro Paese, avranno raccontato questo incontro sorprendente con il Messia, inaugurando il viaggio del Vangelo tra le genti.

10. Davanti al presepe, la mente va volentieri a quando si era bambini e con impazienza si aspettava il tempo per iniziare a costruirlo. Questi ricordi ci inducono a prendere sempre nuovamente coscienza del grande dono che ci è stato fatto trasmettendoci la fede; e al tempo stesso ci fanno sentire il dovere e la gioia di partecipare ai figli e ai nipoti la stessa esperienza. Non è importante come si allestisce il presepe, può essere sempre uguale o modificarsi ogni anno; ciò che conta, è che esso parli alla nostra vita. Dovunque e in qualsiasi forma, il presepe racconta l’amore di Dio, il Dio che si è fatto bambino per dirci quanto è vicino ad ogni essere umano, in qualunque condizione si trovi.

Cari fratelli e sorelle, il presepe fa parte del dolce ed esigente processo di trasmissione della fede. A partire dall’infanzia e poi in ogni età della vita, ci educa a contemplare Gesù, a sentire l’amore di Dio per noi, a sentire e credere che Dio è con noi e noi siamo con Lui, tutti figli e fratelli grazie a quel Bambino Figlio di Dio e della Vergine Maria. E a sentire che in questo sta la felicità. Alla scuola di San Francesco, apriamo il cuore a questa grazia semplice, lasciamo che dallo stupore nasca una preghiera umile: il nostro “grazie” a Dio che ha voluto condividere con noi tutto per non lasciarci mai soli.

Dato a Greccio, nel Santuario del Presepe, 1° dicembre 2019, settimo del pontificato.

FRANCESCO

 


[1] Tommaso da Celano, Vita Prima, 84: Fonti francescane (FF), n. 468.

[2] Cf. ibid., 85: FF, n. 469.

[3] Ibid., 86: FF, n. 470.

Publié dans Avvento, Fede, morale e teologia, Papa Francesco I, Riflessioni, Santo Natale, Stile di vita | Pas de Commentaires »

Papa Francesco: Se si offendono i deboli…

Posté par atempodiblog le 24 novembre 2019

Papa Francesco: Se si offendono i deboli…
Tratto da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVIII, n.005, 09/01/2018

Papa Francesco: Se si offendono i deboli... dans Commenti al Vangelo Dolcezza-Papa-Francesco

Aggredire e disprezzare la persona più debole, perché straniera o disabile, è una «traccia del peccato originale» e dell’«opera di Satana». Ed è impressionante constatare che oggi gravi episodi di bullismo avvengono anche nelle scuole, e vedono protagonisti bambini e ragazzi. Papa Francesco — nella messa celebrata lunedì 8 gennaio a Santa Marta — ha chiesto di non cedere alla crudeltà e alla malvagità di prendersela con i più deboli, ai quali invece bisogna stare vicini con la compassione autentica. E ha anche voluto condividere un toccante ricordo personale di quando era bambino a Buenos Aires.

Nella «prima lettura incomincia la storia di Samuele — ha fatto subito notare Francesco nell’omelia, riferendosi al passo biblico tratto proprio dal primo libro di Samuele (1, 1-8) — e c’è una cosa che attira l’attenzione: quest’uomo, che sarà il papà di Samuele, è un uomo — si chiamava Elkanà — e aveva due mogli. Una aveva dei figli, l’altra, no. E questa che aveva dei figli, Peninnà si chiamava; l’altra si chiamava Anna, che sarebbe la mamma di Samuele, non ne aveva, era sterile». Ma Peninnà, ha spiegato il Papa, «invece di aiutarla o consolarla, l’affliggeva con durezza. La maltrattava e umiliava: “Tu sei sterile”. Si faceva beffa».

«Lo stesso accade — ha osservato il Pontefice — con Agar e Sara, le mogli di Abramo, la schiava e la moglie. Agar aveva un figlio, Sara era sterile e Agar la insultava, la maltrattava, la prendeva in giro. Perché non avevano una ricchezza, che è un figlio». E ancora: «Possiamo pensare anche, per non pensare soltanto ai peccati delle donne, come Golia, quel soldato grande che aveva tutto, tutte le possibilità di vincere, era il più forte, quando vide Davide lo disprezzò». In pratica Golia «si faceva beffa del debole». Inoltre, ha proseguito Francesco, «possiamo anche pensare alla moglie di Giobbe», a «come vedendolo ammalato, umiliato, lo disprezzò, lo maltrattò». Lo stesso «anche la moglie di Tobia».

Davanti a queste realtà, ha detto il Papa, «io mi domando: cosa c’è dentro queste persone? Cosa c’è dentro di noi, che ci porta a disprezzare, a maltrattare, a farci beffa dei più deboli?». In effetti «si capisce, al limite, che uno se la prenda con uno che è più forte: può essere l’invidia che ti porta». Ma perché prendersela con «i più deboli? Cosa c’è dentro che ci porta a comportarci così?». Si tratta di «una cosa che è abituale, come se io avessi bisogno di disprezzare l’altro per sentirmi sicuro. Come una necessità».

A questo proposito Francesco ha voluto condividere un episodio della sua vita. «Io ricordo — questo succede anche tra i bambini — da bambino, avrò avuto sette anni: nel quartiere c’era una donna, sola, un po’ mattocca. E lei tutta la giornata camminava per il quartiere, salutava, diceva stupidaggini e nessuno capiva cosa dicesse, non faceva del male a nessuno. Le donne del quartiere le davano da mangiare, qualcuna anche qualche vestito. Viveva da sola. Girava tutta la giornata e poi andava nella sua stanza, viveva in una stanzina povera, lì».

Quella donna, ha ricordato ancora il Pontefice, «si chiamava Angiolina, e noi bambini la prendevamo in giro. Uno dei giochi che noi avevamo era: “andiamo a cercare la Angiolina per divertirci un po’”. Ancora, quando penso a questo, penso: “Ma quanta malvagità anche nei bambini! Prendersela con il più debole!”. E oggi lo vediamo continuamente, nelle scuole, con il fenomeno del bullying: aggredire il debole, perché tu sei grasso o perché tu sei così o tu sei straniero o perché tu sei nero, per questo aggredire, aggredire. I bambini, i ragazzi». Dunque, non se la sono presa con i più deboli «solo Peninnà o Agar o le mogli di Tobia e di Giobbe»; lo fanno «anche i bambini».

«Questo significa che c’è qualcosa dentro di noi che ci porta a questo, all’aggressione del debole» ha affermato il Pontefice. E «credo che sia una delle tracce del peccato originale, perché questo — aggredire il debole — è stato l’ufficio di Satana dall’inizio: lo ha fatto con Gesù e lo fa con noi, con le nostre debolezze». Ma «noi lo facciamo con gli altri. Non c’è compassione in Satana: non c’è posto per la compassione. E quando si aggredisce il debole, manca compassione. Sempre c’è bisogno di sporcare l’altro, di aggredire l’altro, come faceva questa donna» nel brano biblico proposto dalla liturgia.

«Si tratta di un’aggressione che viene da dentro e vorrebbe annientare l’altro perché è debole» ha rilanciato il Papa. «Gli psicologi daranno spiegazioni buone, profonde — ha aggiunto — ma io soltanto dico» che lo fanno «anche i bambini»; e «questa è una delle tracce del peccato originale, questa è opera di Satana». Così «come quando abbiamo un buon desiderio di fare un’opera buona, un’opera di carità, diciamo: “È lo Spirito Santo che mi ispira a fare questo”. Quando noi ci accorgiamo che abbiamo dentro di noi questo desiderio di aggredire quello perché è debole, non dubitiamo: c’è il diavolo, lì. Perché questa è opera del diavolo, aggredire il debole».

In conclusione il Papa ha suggerito di chiedere «al Signore che ci aiuti a vincere questa crudeltà», consapevoli «che tutti noi abbiamo la possibilità di farla: tutti noi!». E ha auspicato anche che il Signore «ci dia la grazia della compassione, quella è di Dio: Dio che ha compassione di noi, patisce con noi e ci aiuta a camminare».

Publié dans Commenti al Vangelo, Fede, morale e teologia, Papa Francesco I, Riflessioni, Stile di vita | Pas de Commentaires »

La festa dei santi: milioni e milioni di amici, intercessori, modelli di vita

Posté par atempodiblog le 1 novembre 2019

La festa dei santi: milioni e milioni di amici, intercessori, modelli di vita
Festa in cielo; festa sulla terra; festa di famiglia; festa di milioni e milioni di nostri fratelli e sorelle; amici, intercessori, modelli di vita. Ci dicono che la santità è possibile; il vangelo è vivibile.
di Fra’ Samuele Duranti – Toscana Oggi

La festa dei santi: milioni e milioni di amici, intercessori, modelli di vita dans Fede, morale e teologia Tutti-i-santi

La santità non consiste nel fare miracoli, ma nell’attuare la volontà di Dio. E la volontà di Dio è la nostra santificazione. Siate santi perché Io sono santo. La santità è una chiamata universale; rivolta a ciascuno. Nessuno escluso. Anche noi siamo chiamati alla santità.

Chi sono i santi? Quanti sono? Qual è la strada della santità?

Lasciamoci guidare dalla Parola di Dio. Giovanni nell’Apocalisse scrive: sono una moltitudine immensa, sterminata, che nessuno poteva contare. Vengono tutti dalla grande tribolazione. Hanno superato la prova; tant’è che tengono in mano la palma della vittoria. Hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello, per questo sono immacolate. Sono i redenti. Cantano un inno di lode e di gratitudine a Dio e all’Agnello, che li ha salvati. Il vangelo delle beatitudini indica la strada percorsa per raggiungere la santità. i santi infatti sono «biografie» del Vangelo. In ciascuna beatitudine c’è posto per un santo. Le beatitudini sono la carta d’identità del discepolo-seguace di Gesù, che tende a conformarsi a Lui. I santi sono i capolavori dello Spirito Santo. Si sono lasciati amare; si sono lasciati modellare. Scolpire. Ho visto un blocco di marco e un uomo che lo scolpiva con forti martellate. Scaglie cadevano a terra. Dopo dei giorni sono tornato e ho visto un angelo. Non sapevo che dentro quel blocco di marmo ci fosse un angelo! E però era proprio così! «Quanto devo acquistare!», diceva Celina alla sorella santa Teresa di Gesù Bambino. E Teresa: «Quanto hai da perdere! Da togliere! Da buttar via!»

Invito vivamente a leggere e meditare l’Esortazione apostolica sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo di papa Francesco. Da vero scriba toglie fuori cose vecchie e cose nuove e di grande attualità. Ci dona molti spunti di riflessione. Scrive fra l’altro: «La santità è il volto più bello della Chiesa. È una vocazione per tutti; per ciascuno. Ognuno sulla strada che Dio gli ha tracciata. Nel suo stato di vita: famiglia, religiosa, ministeriale… È tessuta di piccoli gesti. La santità feriale, del fratello/sorella della porta accanto. Tessuta di pazienza, di generosità, di attenzioni; di cura e premura; di dono di sé: del tempo, delle energie di mente e di cuore».

Lo Spirito Santo riversa santità dappertutto; a ogni età; in ogni condizione di vita; in ogni periodo della storia della salvezza.

I santi non sono nati santi. Tantissimi sono i convertiti; anzi, tutti hanno avuto bisogno di conversione. La parola «santità» ci spaventa perché pensiamo che i santi siano quelli che fanno miracoli. Assolutamente! Talvolta il Signore ha concesso anche questo, per manifestare la loro santità, ma la santità non consiste affatto nel fare miracoli, ma nel fare il più possibile la volontà del Signore: quello che Lui ogni giorno ci chiede.

Termino, per farmi capire: la vita cristiana in fondo corre su un binario. La rotaia della fede e la rotaia dell’amore. La rotaia della fede ti fa leggere negli avvenimenti di ogni giorno la volontà di Dio; nel mio dovere c’è il suo volere (magari ogni tanto me lo ricordo: «Ecco, ora il Signore mi vuole qui, a fare questo!»). La rotaia dell’amore ti fa intridere d’amore, appunto, tutto ciò che fai, che così diventa gradito al cuore di Dio, prezioso ai suoi occhi. Fa così e diventerai santo! Scrisse Leon Bloy: «Nella vita non c’è che una tristezza…quella di non essere santi». Riempiamo la vita di gioia!

Publié dans Fede, morale e teologia, Festa dei Santi e dei fedeli defunti, Riflessioni, Stile di vita | Pas de Commentaires »

Il Papa a Santa Marta: nella lotta interiore tra bene e male, scegliamo la salvezza

Posté par atempodiblog le 25 octobre 2019

Il Papa a Santa Marta: nella lotta interiore tra bene e male, scegliamo la salvezza
Soffermandosi sulla Lettera di San Paolo ai Romani, Francesco constata come in tutti noi ci sia una costante lotta tra la grazia e il peccato e invita a chiedersi se le nostre decisioni vengano “dal Signore” o siano dettate “dal diavolo”. Facendo a fine giornata una pausa per scrutarci nel cuore
Giada Aquilino – Vatican News

Il Papa a Santa Marta: nella lotta interiore tra bene e male, scegliamo la salvezza dans Commenti al Vangelo Papa-Francesco

Chiediamo al Signore la “luce” per “conoscere bene” cosa succede “dentro” di noi. Questa l’invocazione di Papa Francesco alla Messa mattutina a Casa Santa Marta. Riflettendo sull’odierna Prima Lettura, tratta dalla Lettera di San Paolo ai Romani, il Pontefice si sofferma sulla “lotta interiore” e “continua” dell’Apostolo delle genti “fra il desiderio di fare il bene » e il non essere capace « di attuarlo”, una vera e propria “guerra” che “è dentro di lui”.

Una lotta di tutti noi
Qualcuno – dice Francesco – potrà chiedersi se, compiendo “il male che non vuole”, San Paolo sia “all’inferno”, sia “uno sconfitto”: eppure, ricorda, “è un santo”, perché “anche i santi sentono questa guerra dentro se stessi”. È “una legge per tutti”, “una guerra di tutti i giorni”.

È una lotta tra il bene e il male; ma non un bene astratto e un male astratto: fra il bene che ci ispira lo Spirito Santo di fare e il male che ci ispira il cattivo spirito di fare. È una lotta. È una lotta di tutti noi. Se qualcuno di noi dicesse: “Ma, io non sento questo, io sono un beato, vivo tranquillo, in pace, non sento …”, io direi: “Tu non sei beato: tu sei un anestetizzato, che non capisce cosa succede”.

Una vita di strada
In questa lotta quotidiana, aggiunge, oggi ne “vinciamo” una, domani ce ne sarà “un’altra” e dopodomani un’altra ancora, “fino alla fine”. Il Papa pensa anche ai martiri, che “hanno dovuto lottare fino alla fine per mantenere la fede”. E ai Santi, come Teresina del Bambino Gesù, per la quale “la lotta più dura era il momento finale”, sul letto di morte, perché sentiva che “il cattivo spirito” voleva sottrarla al Signore. Ci sono dei momenti “straordinari di lotta” – constata il Papa – ma anche “dei momenti ordinari, di tutti i giorni”. Qui Francesco evoca il Vangelo di Luca, in cui Gesù dice alle folle e al contempo “a tutti noi”: « Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo: come mai, questo tempo non sapete valutarlo? ».

Tante volte noi cristiani siamo indaffarati in molte cose, anche buone; ma cosa succede dentro di te? Chi ti ispira questo? Qual è la tua tendenza spirituale, di questo? Chi ti porta a fare questo? La vita nostra abitualmente è come una vita di strada: andiamo per la strada della vita … quando andiamo in strada, soltanto guardiamo le cose che ci interessano; le altre, non le guardiamo.

Grazia e peccato
La lotta, spiega Francesco, “è sempre tra la grazia e il peccato, tra il Signore che vuole salvarci e tirarci fuori da questa tentazione e il cattivo spirito che sempre ci butta giù”, per “vincerci”. L’invito del Papa è dunque a chiederci se ciascuno di noi sia “una persona di strada che va e viene senza accorgersi di cosa succede” e se le nostre decisioni vengano “dal Signore” o siano dettate dal nostro “egoismo”, “dal diavolo”.

È importante conoscere cosa succede dentro di noi. È importante vivere un po’ dentro, e non lasciare che la nostra anima sia una strada dove passano tutti. “E come si fa, Padre, questo?”. Prima di finire la giornata, prenditi due-tre minuti: cosa è successo oggi di importante dentro di me? Oh, sì, ho avuto un po’ di odio lì e ho sparlato lì; ho fatto quell’opera di carità… Chi ti ha aiutato a fare queste cose, sia le brutte, sia le buone? E farci queste domande, per conoscere cosa succede dentro di noi. Alle volte, con quell’anima chiacchierona che tutti abbiamo, sappiamo cosa succede nel quartiere, cosa succede nella casa dei vicini, ma non sappiamo cosa succede dentro di noi. 

Publié dans Commenti al Vangelo, Fede, morale e teologia, Papa Francesco I, Riflessioni, Stile di vita | Pas de Commentaires »

12345...20