Confessori, un ministero che “non fa rumore ma fa miracoliˮ

Posté par atempodiblog le 5 décembre 2017

Confessori, un ministero che “non fa rumore ma fa miracoliˮ
La lettera del cardinale Piacenza ai penitenzieri delle Basiliche papali e a tutti i sacerdoti che confessano: la vostra «è un’opera realmente al servizio dell’ecologia dell’uomo»
di Andrea Tornielli – La Stampa

Contrizione e confessione dans Fede, morale e teologia 346t5wj

«Il vostro ministero, cari amici confessori, non fa rumore ma fa miracoli! Nessuno nota ma Dio vede, ed è questo che conta!». Lo scrive il cardinale Mauro Piacenza, Penitenziere maggiore, nella lettera inviata in occasione dell’inizio dell’Avvento ai penitenzieri delle Basiliche papali e a tutti i confessori.

«Mentre procediamo verso la mangiatoia di Betlemme – scrive il cardinale – prepariamo il cuore alla venuta del Dio-Uomo, che continuamente “viene” nel tempo della Chiesa, per liberarci con la sua misericordia, e che verrà alla fine dei tempi, nello splendore della verità, per giudicare gli uomini secondo la loro fede operante nella carità».

«Questo “giudizio finale” – aggiunge Piacenza nella lettera – appare sempre più estraneo ad una cultura contemporanea dominata dalla “dittatura dell’istante” e sempre meno disponibile, se non apertamente ostile, nei confronti del trascendente. Eppure, noi confessori siamo testimoni privilegiati di come tale giudizio ultimo venga, in realtà, mirabilmente anticipato ogni giorno, per la salvezza di tutti gli uomini, attraverso il sacramento della misericordia».

Chi «esercita con fedeltà il ministero della riconciliazione» ha la «grazia immensa» di «potersi offrire al Dio-Uomo per la salvezza di ogni fratello, chinandosi teneramente sull’umana povertà, raggiungendo quella periferia del peccato nella quale Uno soltanto ha la forza di addentrarsi, e vedendo ciascuno risollevato dalla spirituale indigenza ed immediatamente arricchito di ciò che abbiamo più caro nel cristianesimo: Cristo stesso!».

Quella del confessore, infatti, nota ancora il cardinale, «è un’opera realmente al servizio della tanto invocata “ecologia dell’uomo”» citata dal Papa nell’enciclica Laudato si’ dalla quale «trae un invisibile, ma efficacissimo beneficio l’intera umana società. Il vostro ministero, cari amici confessori, non fa rumore ma fa miracoli! Nessuno nota ma Dio vede, ed è questo che conta!».

«Riservate sempre un ruolo privilegiato – conclude Piacenza – al servizio silenzioso, e umanamente non sempre gratificante, della confessione. Fra l’altro mi permetto di ricordare che, col sacramento della penitenza, non solo cancellate i peccati, ma dovete avviare i penitenti sulla via della santità, esercitando su di essi, in una forma convincente, un vero e proprio insegnamento, un ministero di guida e di accompagnamento».

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Curato d’Ars, Filoni: umiltà e preghiera, le colonne di un santo

Posté par atempodiblog le 5 août 2017

Curato d’Ars, Filoni: umiltà e preghiera, le colonne di un santo
di Elvira Ragosta – Radio Vaticana

Curato d'Ars, Filoni: umiltà e preghiera, le colonne di un santo dans Fede, morale e teologia Curato_d_Ars

“Il Curato d’Ars nella sua vita sacerdotale non trascurò mai la propria vita spirituale di buon cristiano; egli sapeva bene che, per essere un buon pastore, era anzitutto necessario vivere e camminare nella grazia santificante”. Così, il card. Fernando Filoni, prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, nell’omelia per la Messa presieduta in occasione della memoria liturgica di San Giovanni Maria Vianney.

Nella parrocchia del villaggio francese dove, a partire dal 1818 e per oltre quarant’anni, il curato D’Ars ha svolto la sua opera pastorale e dove riposano le sue spoglie, il card. Filoni, ricorda la figura del Santo: “In questo luogo, come cristiano e sacerdote, egli si è santificato nella preghiera, nella penitenza e nell’umiltà; qui, ancora, uomini e donne alla ricerca di Dio cercavano e cercano pace e conforto interiore, ben sapendo che egli non ha esaurito, anzi continua la sua missione spirituale; qui innumerevoli sacerdoti vengono a trovare ispirazione per la propria vita sacerdotale”.

Di origini contadine e proveniente da una famiglia povera e numerosa, Giovanni Maria Vianney nasce nel 1786 a Dardilly, vicino a Lione. Il card. Filoni ricorda “la sua infanzia difficile al tempo della Rivoluzione, le sue difficoltà negli studi e la sua pietà semplice e profonda alla scuola prima di sua madre e poi di don Balley, che come padre spirituale lo incoraggiò e accompagnò nei primi anni di vita pastorale”.

L’umiltà, la povertà, l’obbedienza e la castità sono le quattro solide colonne, aggiunge il prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, su cui il Curato d’Ars si era costruito una «casa»: “Queste virtù furono costanti compagne di vita; con esse dialogava e da esse fu aiutato nel suo itinerario umano lungo 73 anni, mai venendo meno alla loro amicizia e alla loro compagnia”.

Inoltre, ricorda il card. Filoni, “l’amicizia con Gesù, mite e umile di cuore, fu la dimensione costante di tutta la sua vita; dall’insegnamento di Cristo trasse lezioni e ispirazione di vita durante i suoi quarant’anni di ministero sacerdotale come Curato di questo villaggio; la preghiera, poi, era semplice e profonda, come totale fu il filiale amore a Maria”.

L’opera pastorale di San Giovanni Maria Vianney è diventata modello di santità sacerdotale. A canonizzarlo nel 1925 è Papa Pio XI, che quattro anni dopo lo definirà “patrono dei parroci”.

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Benedetto XVI: “La Chiesa ha bisogno di pastori che resistano alla dittatura dello spirito del tempo”

Posté par atempodiblog le 18 juillet 2017

Benedetto XVI: “La Chiesa ha bisogno di pastori che resistano alla dittatura dello spirito del tempo”
Lungo messaggio inviato da Joseph Ratzinger ai solenni funerali dell’amico Joachim Meisner, cardinale e arcivescovo emerito di Colonia, morto improvvisamente
di Matteo Matzuzzi – Il Foglio

Benedetto XVI: “La Chiesa ha bisogno di pastori che resistano alla dittatura dello spirito del tempo” dans Articoli di Giornali e News Benedetto_XVI

E’ stato mons. Georg Gaenswein a leggere, nella cattedrale di Colonia, il lungo messaggio che il Papa emerito Benedetto XVI ha scritto per ricordare il cardinale Joachim Meisner, per venticinque anni arcivescovo della città sul Reno e, soprattutto, suo grande amico. Ai solenni funerali erano presenti diversi porporati, tra cui i cardinali Gerhard Ludwig Müller , Dominik Duka, Reinhard Marx e Péter Erdo, che ha tenuto l’omelia. A presiedere il rito, l’attuale arcivescovo di Colonia, il cardinale Rainer Maria Woelki, già segretario dello stesso Meisner.

“Quando mercoledì scorso ho appresto, da una telefonata, la notizia della morte del cardinale Meisner, in un primo momento non ci ho creduto”, ha scritto Joseph Ratzinger, ricordando che solo il giorno prima i due si erano sentiti, parlando anche della felicità dell’arcivescovo emerito di Colonia defunto per aver potuto partecipare solo il 25 giugno, a Vilnius, alla beatificazione di mons. Mautolionis. “Aveva un grande amore per le chiese dell’Europa dell’est che tanto soffrirono la persecuzione comunista”, prosegue il Papa emerito: “Quello che mi ha colpito particolarmente nei recenti colloqui con il cardinale defunto sono state la serenità, la gioia interiore e la fiducia che aveva trovato. Sappiamo che era un pastore appassionato, e l’ufficio di pastore è difficile, proprio in un momento in cui la Chiesa ha bisogno di pastori convincenti che sappiano resistere alla dittatura dello spirito del tempo e sappiano decisamente vivere con fede e ragione. Mi ha commosso anche il fatto che ha vissuto in questo ultimo periodo della sua vita sempre di più con la certezza profonda che il Signore non abbandona la sua Chiesa, anche se a volte la barca si è riempita fino quasi a capovolgersi”.

Due cose negli ultimi tempi gli piaceva ricordare, ha aggiunto Benedetto XVI a proposito di Meisner: “la profonda gioia gioia di vivere il sacramento della penitenza” e qui c’è il rimando alla Giornata mondiale della gioventù del 2005 che si tenne proprio a Colonia, con il Papa emerito a sottolineare che “alcuni esperti di pastorale e liturgia credevano che il silenzio non potesse essere raggiunto agli occhi del Signore con un gran numero di persone” e alcuni – osserva ancora Ratzinger – “credevano che l’adorazione eucaristica fosse datata in quanto tale, perché il Signore dovrebbe essere ricevuto nel pane eucaristico e non in modo diverso”.

Quindi, le ultime parole di ricordo: “Quando il cardinale Meisner non è andato alla messa, l’ultima mattina, è stato trovato morto nella sua stanza. Il breviario gli era scivolato dalle mani: stava pregando, morto, davanti al Signore, parlando con Lui. Il genere di morte che gli è stato dato dimostra ancora una volta come ha vissuto alla presenza del Signore e in conversazione con lui con Lui”.

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San Josemaría Escrivá: “…siate uomini di orazione…”

Posté par atempodiblog le 25 juin 2017

San Josemaría Escrivá de Balaguer/ Accadde Oggi
25.6.1944

San Josemaría Escrivá: “...siate uomini di orazione...” dans Beato Álvaro del Portillo San_josemaria

Si ordinano sacerdoti i primi tre fedeli dell’Opus Dei: Álvaro del Portillo, José Luis Múzquiz e José María Hernández de Garnica.

Quel giorno commenta: «Vi chiederanno: che cosa vi disse il Padre il giorno dell’ordinazione dei primi tre sacerdoti? Allora voi risponderete: “Ci disse: siate uomini di orazione, uomini di orazione, uomini di orazione”».

Tratto da: josemariaescriva.info

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Appropriazione della vigna del Signore/ Il Papa profondamente addolorato per le vicende della diocesi di Ahiara

Posté par atempodiblog le 10 juin 2017

Appropriazione della vigna del Signore/ “Chi si è opposto alla presa di possesso del Vescovo Mons. Okpaleke vuole distruggere la Chiesa”
Il Papa profondamente addolorato per le vicende della diocesi di Ahiara

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Città del Vaticano (Agenzia Fides) – Il Santo Padre Francesco ha ricevuto ieri in udienza privata una delegazione della diocesi di Ahiara, in Nigeria, che vive da anni una dolorosa situazione (vedi Fides 8/6/2017). I membri della Delegazione erano accompagnati dal Card. J.O. Onaiyekan, Arcivescovo di Abuja e Amministratore Apostolico di Ahiara, dagli Ecc.mi A.J. Obinna, Arcivescovo Metropolita di Owerri, I.A. Kaigama, Arcivescovo di Jos e Presidente della Conferenza Episcopale della Nigeria, da S.E. Mons. P.E. Okpaleke, Vescovo di Ahiara. Erano inoltre presenti all’incontro il Cardinale Segretario di Stato, il Prefetto e i Superiori della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli. Della Delegazione hanno fatto parte i Rev.di Sacerdoti C. O. Ebii, J. N. Uwalaka e U. I.Olekamma; inoltre, Suor B. O. Ezeyi e S.A.R. P. Iwu, Capo Tradizionale per conto dei religiosi e dei fedeli laici.

L’incontro, caratterizzato dal dialogo e dall’ascolto, si è concluso con una preghiera a Maria e la benedizione del Papa. Di seguito riportiamo il testo del Santo Padre Francesco.

“Saluto cordialmente la Delegazione e ringrazio per essere venuti dalla Nigeria con spirito di pellegrinaggio. Per me, è una consolazione questo incontro, perché sono molto triste per la vicenda della Chiesa in Ahiara.

La Chiesa, infatti (e mi scuso per la parola), è come in stato di vedovanza per aver impedito al Vescovo di andarvi. Tante volte mi è venuta in mente la parabola dei vignaioli assassini, di cui parla il Vangelo (cfr. Mt 21, 33-44)…che vogliono appropriarsi dell’eredità. In questa situazione la Diocesi di Ahiara è come senza sposo, ed ha perso la sua fecondità e non può dare frutto.

Chi si è opposto alla presa di possesso del Vescovo Mons. Okpaleke vuole distruggere la Chiesa; ciò non è permesso; forse non se ne accorge, ma la Chiesa sta soffrendo e il Popolo di Dio in essa. Il Papa non può essere indifferente.

Conosco molto bene le vicende che da anni si trascinano nella Diocesi e ringrazio per l’atteggiamento di grande pazienza del Vescovo; dico di santa pazienza da lui dimostrata. Ho ascoltato e riflettuto molto, anche sull’idea di sopprimere la Diocesi; ma poi ho pensato che la Chiesa è madre e non può lasciare tanti figli come voi. Ho un grande dolore verso questi sacerdoti che sono manipolati, forse anche dall’estero e da fuori Diocesi.

Ritengo che qui non si tratti di un caso di tribalismo, ma di appropriazione della vigna del Signore. La Chiesa è madre e chi la offende compie un peccato mortale, è grave. Perciò ho deciso di non sopprimere la Diocesi. Tuttavia, desidero dare alcune indicazioni da comunicare a tutti: anzitutto va detto che il Papa è profondamente addolorato, pertanto, chiedo che ogni sacerdote o ecclesiastico incardinato nella Diocesi di Ahiara, sia residente, sia che lavori altrove, anche all’estero, scriva una lettera a me indirizzata in cui domanda perdono; tutti, devono scrivere singolarmente e personalmente; tutti dobbiamo avere questo comune dolore.

Nella lettera
1. si deve chiaramente manifestare totale obbedienza al Papa, e
2. chi scrive deve essere disposto ad accettare il Vescovo che il Papa invia e il Vescovo nominato.
3. La lettera deve essere spedita entro 30 giorni a partire da oggi fino al 9 luglio p.v. Chi non lo farà ipso facto viene sospeso a divinis e decade dal suo ufficio.

Questo sembra molto duro, ma perché il Papa fa questo? Perché il Popolo di Dio è scandalizzato. Gesù ricorda che chi scandalizza, deve portarne le conseguenze. Forse qualcuno è stato manovrato senza una piena cognizione della ferita inferta alla comunione ecclesiale.

A voi, fratelli e sorelle, manifesto vivo ringraziamento per la vostra presenza; così pure al Cardinale Onaiyekan per la sua pazienza e al Vescovo Okpaleke, di cui ho ammirato oltre la pazienza anche l’umiltà. Grazie a tutti”.

Successivamente il Card. Onaiyekan ha ringraziato il Santo Padre. Il Cardinale Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, Card. Fernando Filoni, ha chiesto al Santo Padre, il Quale ha accettato, che, a conclusione di questa vicenda, la Diocesi di Ahiara, con il suo Vescovo, compiano un pellegrinaggio a Roma e incontrino il Santo Padre. (Agenzia Fides 9/6/2017)

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Il Santo Padre e  la  non accettabilità della situazione in Ahiara
Pugno di ferro di Papa Bergoglio contro i preti ribelli nigeriani che, nella diocesi di Ahiara, in Nigeria, da quattro anni fanno il bello e il brutto tempo creando divisioni, sollevando liti, esacerbando animi pur di non accettare il vescovo designato legittimamente dal Vaticano. Per rimettere in riga la comunità Bergoglio ha preparato provvedimenti draconiani e inediti.

di Franca Giansoldati – Il Mattino

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Papa Francesco: sa congedarsi il pastore che non si crede il centro della storia

Posté par atempodiblog le 2 juin 2017

Don Giustino [Russolillo] riteneva necessari per i Vocazionisti tre oggetti, l’orologio per la santificazione del tempo, la penna per scrivere le divine ispirazioni del momento, e la valigia per ricordarci che dobbiamo sempre essere pronti a partire dove l’obbedienza ci chiama.

Tratto da: Libro dell’anima (parte I). Ed. Vocazioniste

Papa Francesco: sa congedarsi il pastore che non si crede il centro della storia dans Commenti al Vangelo Prete_con_valigia

Papa Francesco: sa congedarsi il pastore che non si crede il centro della storia
Il vero pastore sa congedarsi bene dalla sua Chiesa, perché sa di non essere il centro della storia, ma un uomo libero, che ha servito senza compromessi e senza appropriarsi del gregge: è quanto ha detto il Papa nella Messa del mattino a Casa Santa Marta.
di Sergio Centofanti – Radio Vaticana

Un pastore deve essere pronto a congedarsi bene, non a metà
Al centro dell’omelia è la prima Lettura tratta dagli atti degli Apostoli, che si può intitolare – sottolinea Francesco – “Il congedo di un vescovo”. Paolo si congeda dalla Chiesa di Efeso, che lui aveva fondato. “Adesso deve andarsene”:

“Tutti i pastori dobbiamo congedarci. Arriva un momento dove il Signore ci dice: vai da un’altra parte, vai di là, va di qua, vieni da me. E uno dei passi che deve fare un pastore è anche prepararsi per congedarsi bene, non congedarsi a metà. Il pastore che non impara a congedarsi è perché ha qualche legame non buono col gregge, un legame che non è purificato per la Croce di Gesù”.

Pastori senza compromessi
Paolo, dunque, chiama tutti i presbiteri di Efeso e in una sorta di “consiglio presbiteriale” si congeda. Il Papa sottolinea “tre atteggiamenti” dell’apostolo. Innanzitutto afferma di non essersi mai tirato indietro: “Non è un atto di vanità”, “perché lui dice che è il peggiore dei peccatori, lo sa e lo dice”, ma semplicemente “racconta la storia”. E “una delle cose che darà tanta pace al pastore quando si congeda – spiega il Papa – è ricordarsi che mai è stato un pastore di compromessi”, sa “che non ha guidato la Chiesa con i compromessi. Non si è tirato indietro”. “E ci vuole coraggio per questo”.

Pastori che non si appropriano del gregge
Secondo punto. Paolo dice che si reca a Gerusalemme “costretto dallo Spirito”, senza sapere ciò che là gli accadrà”. Obbedisce allo Spirito. “Il pastore sa che è in cammino”:

“Mentre guidava la Chiesa era con l’atteggiamento di non fare compromessi; adesso lo Spirito gli chiede di mettersi in cammino, senza sapere cosa accadrà. E continua perché lui non ha cosa propria, non ha fatto del suo gregge un’appropriazione indebita. Ha servito.

‘Adesso Dio vuole che io me ne vada? Me ne vado senza sapere cosa mi accadrà. So soltanto – lo Spirito gli aveva fatto sapere quello – che lo Spirito santo di città in città mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni’. Quello lo sapeva. Non vado in pensione. Vado altrove a servire altre Chiese. Sempre il cuore aperto alla voce di Dio: lascio questo, vedrò cosa il Signore mi chiede. E quel pastore senza compromessi è adesso un pastore in cammino”.

Pastori che non si ritengono il centro della storia
Il Papa spiega perché non si è appropriato del gregge. Terzo punto. Paolo dice: “Non ritengo in nessun modo preziosa la mia vita”: non è “il centro della storia, della storia grande o della storia piccola”, non è il centro, è “un servitore”. Francesco cita un detto popolare: “Come si vive, si muore; come si vive, ci si congeda”. E Paolo si congeda con una “libertà senza compromessi” e in cammino. “Così si congeda un pastore”:

“Con questo esempio tanto bello preghiamo per i pastori, per i nostri pastori, per i parroci, per i vescovi, per il Papa, perché la loro vita sia una vita senza compromessi, una vita in cammino, e una vita dove loro non si credano che sono al centro della storia e così imparino a congedarsi. Preghiamo per i nostri pastori”.

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Il Papa ai salesiani: “Attenti a chi entra in seminario perché incapace di cavarsela nel mondo”

Posté par atempodiblog le 2 mai 2017

Il Papa ai salesiani: “Attenti a chi entra in seminario perché incapace di cavarsela nel mondo”
Francesco riceve un gruppo di novizi e prenovizi a Santa Marta. L’incontro rivelato da una diretta live su Facebook. Nel colloquio, tutto a braccio, di 50 minuti, viene ricordato padre Tom Uzhunnalil rapito in Yemen. «In periferia, i superiori ci mandino i migliori»
di Salvatore Cernuzio – Vatican Insider

Il Papa ai salesiani: “Attenti a chi entra in seminario perché incapace di cavarsela nel mondo” dans Fede, morale e teologia Papa_e_gruppo_di_novizi_e_prenovizi

«Attenti all’ipocrisia nella Chiesa: è una peste!». E attenti pure a tutti quei giovani che «vogliono entrare in seminario perché sentono che sono incapaci di cavarsela da soli nel mondo». Se sono particolarmente «diplomatici» o «bugiardi» meglio invitarli a tornare sui loro passi. «I migliori», invece, «i superiori li mandino in periferia». Quello è il loro posto.

Sono alcuni flash del lungo colloquio di oggi di Papa Francesco con un gruppo di novizi e prenovizi salesiani, incontrati privatamente nella Casa Santa Marta intorno alle 12. L’incontro non figurava nell’agenda del Pontefice, ma è stato rivelato sul social network Facebook con una “diretta live” da uno degli ospiti presenti nella domus vaticana.

Il gruppo era nutrito: i novizi provenivano, oltre che dall’Italia, anche da Albania, Croazia, Malta. E c’era anche un “dono” dalla Siria: Michel, novizio che, in ginocchio, ha ricevuto dal Pontefice la benedizione per «l’amata e martoriata Siria». A presentarli tutti è stato don Guido Enrico, incaricato della formazione in Italia, che ha ringraziato il Papa per aver accettato la proposta di questo incontro che «si lega idealmente» alla visita che Francesco fece ai salesiani a Valdocco, nella Basilica di Santa Maria Ausiliatrice, durante la tappa a Torino del 2015. In dono, don Guido ha consegnato al Vescovo di Roma una medaglia fatta coniare nel 1885 dal primo successore di don Bosco.

«Grazie di essere venuti. Quando ho visto questa richiesta ho detto: “I salesiani? Fateli venire!”», ha esordito il Papa prima di avviare il dialogo tutto a braccio, durato circa 50 minuti e scandito da alcune domande dei presenti. «Non so cosa dirvi, meglio che facciate domande per non dire qualche stupidaggine», scherza Francesco. Che rammenta la sua giovinezza e la scuola elementare in un Collegio di salesiani «dove ho imparato l’amore alla Madonna», poi gli studi di chimica all’università «che la mamma voleva che finissi» ma che invece ha interrotto inseguendo la vocazione sacerdotale: «Papà, invece, era più contento». A proposito di famiglia, Bergoglio non dimentica i parenti piemontesi: «Siamo molto legati. Loro sono venuti in Argentina noi siamo andati a trovarli. Quando venivo per i Sinodi o le riunioni in Vaticano facevo un salto per andarli a trovare e visitavo le due basiliche», racconta.

Risponde quindi alle domande. Ad esempio quella del siciliano don Marcello che chiede alcuni suggerimenti per il «delicato compito di accompagnare i giovani nel discernimento vocazionale». Il Papa risponde diretto: «I criteri siano normali. State attenti a quei giovani con faccia di immaginetta - dice - A quelli io non chiedo neppure il Padre Nostro. Gioiosi, sportivi, normali. Che sappiano lavorare, se studiano che sappiano studiare, che prendano le loro responsabilità».

Ciò che è importante è «accompagnare» questi giovani, perché «nel cammino ci sono tante sorprese di Dio o che non sono di Dio. Bisogna stare attenti e aiutarli a guardare in faccia queste sorprese. Se sono difficoltà, guardarle in faccia. E aiutarli ad allontanare ogni forma di ipocrisia. Questa è una peste: l’ipocrisia nella Chiesa, l’ipocrisia del dico una cosa e ne faccio un’altra… L’ipocrisia della mediocrità, di quelli che vogliono entrare in seminario perché sentono che sono incapaci di cavarsela da soli nel mondo». «Se tu trovi uno che è un po’ troppo diplomatico stai attento. Se trovi uno che è un bugiardo, invitalo a tornare a casa». Attenti anche «a come pregano», raccomanda il Pontefice: non servono preghiere lunghe e artificiose, ma una preghiera «semplice», come «quella che hai imparato a casa tua, alla prima comunione», «una preghiera normale, ma fiduciosa». «“Ma padre, sono arrabbiato con Dio”. Anche quella è una preghiera», esclama il Papa.

Con Luigi da Salerno («I salernitani sono i più gioiosi d’Italia, lo sai?»), Francesco ricorda il periodo del noviziato: «Era un’altra epoca: prima del Concilio… rigido… si usava la disciplina, con tante tracce pelagiane. Era una cosa che per quel tempo andava bene, oggi non va. Anche se ci sono piccoli gruppi che vorrebbero tornare a quello. Se li avessi invitati oggi sarebbero venuti con la talare, magari anche col saturno», scherza il Papa tra le risate dei suoi ospiti. Ai quali dice, tra le altre cose, che le situazioni difficili vanno affrontate «coi pantaloni», cioè «da uomini, come tuo papà, come tuo nonno».

A Giorgio, da Torino, che chiede una «parola sulla santità», spiega invece: «Molto semplice la santità: “Cammina nella mia presenza e sii irreprensibile”. Punto. Questa è la migliore definizione. Sai chi l’ha fatta? Dio ad Abramo. Aggiornando un po’ la cosa, credo che anche oggi si può essere santi. Ci sono tanti nella Chiesa, tanti. Gente eroica, genitori, nonni, giovani. I santi nascosti, come quelli che appartengono alla “classe media della santità”, che non si vede ma ci sono».

Con Andrea, della ispettoria sicula, il Papa torna a parlare di giovani. Il novizio domandava «cosa portare» ai ragazzi e alle ragazze di oggi e come incoraggiarli, specie quelli che abitano nelle «periferie». «Quando parlo di periferie parlo di tutte le periferie, anche delle periferie del pensiero», spiega il Papa. «Parlare con i non credenti, agnostici, quella è una periferia, eh! Poi ci sono le periferie “sociali”, dei poveri…». L’invito, comunque, è sempre il medesimo: «Andare lì», esorta Francesco.

E rivolge una parola ai Superiori: «Scegliete bene chi inviare nelle periferie, soprattutto quelle più pericolose. I migliori devono andare lì! “Ma questo può studiare, fare un dottorato…”. No, manda questo. “Lì c’è la mafia”. Manda lui. Nelle periferie bisogna mandare i migliori», rimarca il Pontefice.

Riguardo ai giovani sollecita invece ad «organizzare attività» concrete che non si limitino al «mondo virtuale» e ad «insegnargli ad aiutare gli altri, i valori umani dell’amicizia, della famiglia, del rispetto per i nonni». In particolare «il rispetto per i nonni» che, confida Francesco, «è una cosa che ho tanto nel cuore». «Credo – prosegue – che siamo nel momento in cui la storia ci chiede di più che i giovani parlino con i nonni. È un ponte… Siamo in una cultura dello scarto e i nonni sono scartati. Oggi tutto quello che non serve viene scartato, si vive nella cultura dell’“usa e getta”, no?». E non solo gli anziani, ma anche «tanti giovani sono scartati», rimarca Papa Francesco, ricordando come in Italia – giusto per fare un clamoroso esempio – il 40% di ragazzi e ragazze non hanno lavoro.

«I giovani, però, hanno tanta forza» che non sanno dove incanalare. Essa si controbilancia con la «saggezza» dei loro nonni. Per questo è necessario creare questo «ponte», insiste il Papa. Ed elenca tra le virtù necessarie pure quella della «creatività» che, afferma, è «una grazia da chiedere allo Spirito Santo» per «dire la parola giusta al momento giusto». Poi ai giovani, aggiunge il Pontefice rispondendo sempre al novizio, «bisogna anche lasciarli con un po’ di fame perché dopo tornino a fare un’altra domanda».

A conclusione dell’incontro, don Guido Enrico ha ricordato i diversi «fronti» in cui la Congregazione salesiana «viene sfidata, provata». Non solo in Siria, dove i seguaci di don Bosco operano attivamente, ma anche in altre zone piagate da guerra e terrorismo. Lo Yemen, ad esempio, dove lo scorso anno è stato rapito padre Tom Uzhunnalil, durante il brutale assassinio di quattro Missionarie della Carità. Il religioso indiano aveva celebrato la messa con le suore e dopo è stato sequestrato. Da allora non si hanno più sue notizie, salvo qualche video comparso sul web: «Non sappiamo se sia vivo o morto», dice Enrico al Papa. Che risponde assicurando la sua preghiera e ricordando che «oggi nella chiesa ci sono più martiri che nei secoli scorsi».

L’incontro si è concluso con il canto del Regina Coeli e una preghiera alla Vergine, insieme alla consueta richiesta: «Non dimenticate di pregare per me».

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Il desiderio di Gesù di celebrare la festa della Divina Misericordia quale rifugio di tutte le anime

Posté par atempodiblog le 23 avril 2017

Il desiderio di Gesù di celebrare la festa della Divina Misericordia quale rifugio di tutte le anime
Il Signore vuole che i sacerdoti in quel giorno parlino nell’omelia della Divina Misericordia e dimostrino l’inconcepibile Misericordia di Gesù
di Monsignor Józef Bart

Il desiderio di Gesù di celebrare la festa della Divina Misericordia quale rifugio di tutte le anime dans Fede, morale e teologia Divina_Misericordia

La festa della Divina Misericordia […] occupa nel Diario di Suor Faustina un posto centrale. Infatti Gesù già nella prima rivelazione ha fatto conoscere a Faustina la Sua volontà di istituire questa festa e di celebrarla la prima Domenica dopo Pasqua. La scelta di questa Domenica indica chiaramente che nei piani di Dio esiste uno stretto legame tra il mistero pasquale della Redenzione e questa festa dedicata a far capire l’aspetto della Misericordia compreso nel mistero della nostra Redenzione.

Gesù richiede che questa festa sia preceduta dalla Novena che consiste nella recita della Coroncina alla Misericordia. Il Signore acclude a questa Novena la promessa: “Durante questa novena elargirà alle anime grazie di ogni genere” (Quaderni…, II, 197).

Gesù chiede che durante la Festa della Misericordia venga solennemente benedetta I’Immagine che rappresenta la stessa Divina Misericordia e chiede la venerazione pubblica di tale Immagine in quel giorno.

Oltre a questo, il Signore vuole che i sacerdoti in quel giorno parlino nell’omelia della Divina Misericordia e dimostrino alle anime l’inconcepibile Misericordia di Gesù nella sua Passione e in tutta l’opera della Redenzione.

La Festa della Divina Misericordia, secondo l’intenzione di Gesù, deve essere il giorno di riparazione e di rifugio per tutte le anime e specialmente per quelle dei poveri peccatori. In questo giorno, infatti, l’immensa generosità di Gesù si spande completamente sulle anime infondendo grazie di ogni genere e grado, senza alcun limite, anche le più impensabili.

Ne è la prova la grazia particolarissima che Gesù ha legato alla festa della Misericordia. Essa consiste nella totale remissione dei peccati che non sono stati ancora rimessi e di tutte le pene derivanti da questi peccati. La grandezza di questa grazia è in grado di ravvivare in noi la fiducia illimitata che Gesù desidera offrirci in questa giornata della Misericordia.

La peculiarità della festa della Divina Misericordia che la distingue da tutte le altre feste e da tutte le altre forme di culto sta:

1) Nell’universalità dell’offerta di Dio a tutti gli uomini, anche a quelli che fino a questo momento non hanno mai praticato il culto alla Divina Misericordia e cioè anche i peccatori che si sono convertiti. Essi sono chiamati a partecipare a tutte le grazie che Gesù ha promesso di elargire il giorno della Festa.

2) La perfezione e la straordinarietà della festa della Misericordia si rivela nel fatto che durante questa giornata vengono offerti agli uomini tutti i generi di grazie, sia spirituali che corporali, sia per i singoli, per le comunità e per l’umanità intera.

3) Infine tutti i gradi della grazia sono in questo giorno alla portata di tutti, “In quel giorno sono aperti tutti i canali attraverso i quali scorrono le grazie divine” ( Quaderni…, II, 138). Proprio tale generosità di Gesù estesa contemporaneamente a tutte le anime è il motivo che permette di supplicare la Divina Misericordia con una grande ed illimitata fiducia per tutti i doni della Grazia che il Signore vuole distribuire durante questa festa.

Infatti, è proprio questa fiducia che apre a noi i tesori della misericordia. Ora è chiara la portata universale del desiderio di Gesù di celebrare questa festa quale rifugio di tutte le anime.

[...] ai sacerdoti che parleranno della Misericordia di Dio Gesù ha promesso che i peccatori induriti si inteneriranno alle loro parole. Questo vuol dire che le omelie incentrate sulla Divina Misericordia hanno un’efficacia straordinaria per la conversione dei peccatori.

315fyfr dans Fede, morale e teologia

2e2mot5 dans Diego Manetti 23 aprile 2017: Festa della Divina Misericordia

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Sacerdote sotterraneo: Il rinnovamento della Pasqua, con due giorni interi di confessioni

Posté par atempodiblog le 21 avril 2017

Sacerdote sotterraneo: Il rinnovamento della Pasqua, con due giorni interi di confessioni
Seguendo il Messaggio di Papa Francesco per la Quaresima, i sacerdoti hanno proposto catechesi, ritiri, adorazione eucaristica, Via Crucis, opere di carità. Il rinnovamento per sé, la famiglia, la parrocchia, la società.
di AsiaNews

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Due giorni interi, dalla mattina alla sera tardi, per confessare centinaia di fedeli. Nella diocesi del sacerdote che scrive ad AsiaNews – che non citiamo per questioni di sicurezza – almeno il 95% dei fedeli si è accostata al sacramento della riconciliazione. Questo è il primo passo per il rinnovamento di sè, delle proprie famiglie, della Chiesa e della società. La testimonianza del cammino quaresimale e pasquale da parte di un sacerdote sotterraneo.

La Quaresima è un nuovo inizio, ma il suo scopo specifico è un cammino che porta a Pasqua, a Cristo che ha sconfitto la morte. Noi siamo chiamati alla conversione e alla penitenza.

Dio chiede ai cristiani di andare da Lui con tutto il cuore (Gioele 2,12), rifiutare la mediocrità, promuovere l’amicizia con il Signore. Questi sono alcuni passaggi del Messaggio che Papa Francesco ci ha inviato in occiasione di questa Quaresima 2017.

Le parole del Papa ci ispirano nel vivere la penitenza e la conversione e a partecipare al mistero della Pasqua.

Noi viviamo il rinnovamento delle famiglie e delle parrocchie della nostra diocesi attraverso una serie di attività pastorali proposte durante la Quaresima fino a Pasqua. Tempo fa, ho aiutato a celebrare il sacramento della riconciliazione in due parrocchie, insieme al parroco. Almeno il 95% dei fedeli hanno ricevuto il sacramento per riconciliarsi con se stessi, con gli altri e con Dio. Per una giornata intera, per otto ore, ho ascoltato confessioni insieme a un altro sacerdote. Ma non avendo finito, dato che vi erano molti fedeli in attesa, abbiamo continuato a confessare anche per il giorno successivo.

Durante questo periodo, alcuni sacerdoti hanno offerto speciali lezioni di catechesi, predicato ritiri annuali, proposto adorazione dell’eucarestia anche nella notte, la Via Crucis. In alcune parrocchie vi era una “scatola della carità”, dove si fa un’offerta e si inserisce anche un’intenzione di preghiera al Padre e a Gesù sulla croce.

Durante la Settimana santa vi è stata la preparazione alla Pasqua da parte del parroco, del gruppo dei leader della comunità, da parte del coro.

Ogni anno i sacerdoti lavorano sodo durante la Settimana Santa e nel giorno di Pasqua. Ma è un lavoro che si fa con gioia perché si sperimenta il rinnovamento di sè, quello delle famiglie, delle parrocchie e della società, grazie anche a molte opera di carità.

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“L’evangelizzazione non può essere presuntuosa”

Posté par atempodiblog le 13 avril 2017

“L’evangelizzazione non può essere presuntuosa”
Il Papa invita a fare omelie brevi e afferma: nessuno separi «queste tre grazie del Vangelo: la sua verità non negoziabile, la sua misericordia incondizionata, e la sua gioia inclusiva»
di Andrea Tornielli – Vatican Insider

“L’evangelizzazione non può essere presuntuosa” dans Andrea Tornielli Papa_Francesco

«Che nessuno cerchi di separare queste tre grazie del Vangelo: la sua verità non negoziabile, la sua misericordia incondizionata con tutti i peccatori, e la sua gioia intima e inclusiva». Papa Francesco celebra la messa crismale del Giovedì Santo in San Pietro, durante la quale viene benedetto l’olio che sarà usato per amministrare i sacramenti lungo l’anno, e spiega che «Non può essere presuntuosa l’evangelizzazione. Non può essere rigida l’integrità della verità». Con il Vescovo di Roma concelebrano i preti della diocesi, che rinnovano le promesse fatte al momento dell’ordinazione.

Nell’omelia, il Papa ha insistito sul «lieto annuncio ai poveri» che Gesù ha portato. «Gioioso della gioia evangelica: di chi è stato unto nei suoi peccati con l’olio del perdono e unto nel suo carisma con l’olio della missione, per ungere gli altri.

E, al pari di Gesù, il sacerdote rende gioioso l’annuncio con tutta la sua persona. Quando predica l’omelia – breve, se possibile – lo fa con la gioia che tocca il cuore della sua gente mediante la Parola con cui il Signore ha toccato lui nella sua preghiera».

«Come ogni discepolo missionario, il sacerdote rende gioioso l’annuncio con tutto il suo essere. E, d’altra parte, sono proprio i particolari più piccoli – tutti lo abbiamo sperimentato – quelli che meglio contengono e comunicano la gioia: il particolare di chi fa un piccolo passo in più e fa sì che la misericordia trabocchi nelle terre di nessuno; il particolare di chi si decide a concretizzare e fissa giorno e ora dell’incontro; il particolare di chi lascia, con mite disponibilità, che usino il suo tempo…».

Il lieto annuncio, sottolinea Francesco, «non è un oggetto, è una missione». E in una sola parola, Vangelo, nell’atto di essere comunicato «diventa gioiosa e misericordiosa verità. Che nessuno cerchi di separare queste tre grazie del Vangelo: la sua Verità – non negoziabile –, la sua Misericordia – incondizionata con tutti i peccatori – e la sua Gioia – intima e inclusiva».

Bergoglio sottolinea che «mai la verità del lieto Annuncio potrà essere solo una verità astratta, di quelle che non si incarnano pienamente nella vita delle persone perché si sentono più comode nella lettera stampata dei libri. Mai la misericordia del lieto Annuncio potrà essere una falsa commiserazione, che lascia il peccatore nella sua miseria perché non gli dà la mano per alzarsi in piedi e non lo accompagna a fare un passo avanti nel suo impegno. Mai potrà essere triste o neutro l’Annuncio, perché è espressione di una gioia interamente personale. La gioia di un Padre che non vuole che si perda nessuno dei suoi piccoli, la gioia di Gesù nel vedere che i poveri sono evangelizzati e che i piccoli vanno ad evangelizzare».

Francesco ha quindi detto che «le gioie del Vangelo» sono «speciali» e «vanno messe in otri nuovi». Ha quindi presentato tre icone di otri nuovi. La prima è quella delle anfore di pietra delle nozze di Cana. «Maria è l’otre nuovo della pienezza contagiosa. Lei è la Madonna della prontezza», e «senza la Madonna non possiamo andare avanti nel sacerdozio!». Lei «ci permette di superare la tentazione della paura: quel non avere il coraggio di farsi riempire fino all’orlo, quella pusillanimità di non andare a contagiare di gioia gli altri».

La seconda icona del lieto Annuncio è la brocca che portava sulla testa la Samaritana al pozzo, il mezzo con cui la donna attinge l’acqua per dissetare Gesù. «Un otre nuovo con questa concretezza inclusiva il Signore ce l’ha regalato nell’anima “samaritana” che è stata Madre Teresa di Calcutta. Lui la chiamò e le disse: ho sete. “Piccola mia, vieni, portami nei buchi dei poveri. Vieni, sii mia luce. Non posso andare da solo. Non mi conoscono, per questo non mi vogliono. Portami da loro”. E lei, cominciando da uno concreto, con il suo sorriso e il suo modo di toccare con le mani le ferite, ha portato il lieto Annuncio a tutti». Le «carezze sacerdotali ai malati ai disperati del sacerdote uomo della tenerezza».

Infine, la terza icona del lieto Annuncio è «l’otre immenso del Cuore trafitto del Signore: integrità mite, umile e povera, che attira tutti a sé. Da Lui dobbiamo imparare che annunciare una grande gioia a coloro che sono molto poveri non si può fare se non in modo rispettoso e umile fino all’umiliazione».

Per questo Francesco ha spiegato che «non può essere presuntuosa l’evangelizzazione. Non può essere rigida l’integrità della verità. Perché la verità si è fatta carne, tenerezza, si è fatta bambino, si è fatta uomo, si è fatta peccato in croce. Lo Spirito annuncia e insegna tutta la verità e non teme di farla bere a sorsi. Lo Spirito ci dice in ogni momento quello che dobbiamo dire ai nostri avversari e illumina il piccolo passo avanti che in quel momento possiamo fare. Questa mite integrità dà gioia ai poveri, rianima i peccatori, fa respirare coloro che sono oppressi dal demonio».

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“24 ore per il Signore”: chiese aperte di notte per le confessioni

Posté par atempodiblog le 24 mars 2017

“24 ore per il Signore”: chiese aperte di notte per le confessioni
“Invito tutte le comunità a vivere con fede l’appuntamento del 24 e 25 marzo per riscoprire il Sacramento della Riconciliazione: ‘24 ore per il Signore’”. Lo ha detto il Papa nel corso dell’udienza generale di mercoledì scorso. “Auspico che anche quest’anno tale momento privilegiato di grazia del cammino quaresimale, ha proseguito Francesco, sia vissuto in tante chiese del mondo per sperimentare l’incontro gioioso con la misericordia del Padre, che tutti accoglie e perdona ». L’iniziativa “24 ore per il Signore”, promossa dal Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, ha per tema quest’anno: “Misericordia io voglio” e prevede l’apertura straordinaria di molte chiese, dalla sera di oggi fino a notte inoltrata, per consentire a quante più persone possibile la partecipazione all’Adorazione eucaristica e alla confessione. A Roma resteranno aperte la chiesa di Santa Maria in Trastevere e la chiesa delle Stimmate di S. Francesco. Per saperne di più Adriana Masotti ha intervistato, per Radio Vaticana, mons. José Octavio Ruiz Arenas, segretario del Dicastero vaticano per la Nuova Evangelizzazione:

Dio perdona tutto e dimentica dans Fede, morale e teologia 5eis7s

R. – Questa iniziativa è nata in occasione dell’Anno della Fede nel 2013 ed è nata come un’iniziativa locale qui, a Roma. In quel momento si invitavano alcune chiese ad aprire le porte per le confessioni durante tutta la notte. Poi negli ultimi due anni questa iniziativa è stata seguita un po’ dappertutto e abbiamo anche ricevuto diverse testimonianze dagli Stati Uniti, dalla Francia, dalla Russia, dall’Argentina, dal Messico che dicevano che molti sacerdoti avevano preso sul serio questa iniziativa e pian piano molta gente si è avvicinata a ricevere questo Sacramento in spirito di adorazione al Signore, di riconciliazione e anche di capire che è un’opportunità per cambiare vita e accogliere questo dono che ci dà il Signore della sua misericordia e della sua tenerezza.

D.  – Questa opportunità è rivolta a tutti ma in particolare ai giovani?
R. – Sì, è una proposta per tutte le persone ma ci sono tanti giovani che hanno accolto l’invito e soprattutto ci sono molti giovani che ci hanno aiutato soprattutto qui a Roma a invitare nelle strade, nelle piazze, nelle vicinanze delle chiese che sono aperte, tanta gente che passava ad avvicinarsi al sacramento. Quindi è stata un’esperienza molto ricca che è servita anche per sviluppare questo senso missionario da parte dei giovani.

D. – Quanti sacerdoti saranno impegnati in questa iniziativa?
R. – E’ impossibile sapere perché non sappiamo in tutto il mondo quante parrocchie e quante diocesi accolgono veramente questa iniziativa ma qui a Roma, per esempio, nella chiesa di Santa Maria in Trastevere saranno presenti circa 18 sacerdoti per confessare e anche nella Chiesa delle Santissime Stimmate a Largo Argentina ci sarà un gruppo di più di 15 sacerdoti per offrire questa opportunità alla gente.

D. – Il Papa all’udienza di mercoledì ha invitato tanti ad approfittare di questa occasione per riscoprire e per sperimentare il Sacramento della Riconciliazione…
R. – Sì, certamente. Siamo adesso in un mondo nel quale purtroppo si è perso il senso del peccato e perdendo il senso del peccato si perde anche il bisogno di avvicinarsi al Sacramento della Riconciliazione. Quindi è un momento per pensare che il Sacramento della Riconciliazione non è soltanto per cancellare i peccati, ma è soprattutto aprire il cuore alla misericordia del Signore e tutti noi abbiamo bisogno della misericordia del Signore: non siamo di fronte a un giudice ma soprattutto siamo di fronte a Qualcuno che ci ama veramente. Quindi quello che dice il Papa è molto, molto vero.

D. – Il tema che orienterà la riflessione quest’anno è “Misericordia io voglio”. E’ come se ora, dopo aver sperimentato la misericordia di Dio, ad esempio durante il tempo del Giubileo, si volesse passare a vivere la misericordia noi con gli altri perché è questo che Dio vuole…
R. – Certo. Il tema di quest’anno ci ricorda che ognuno di noi deve aspirare a sentire il bisogno della misericordia divina per poi esprimere quella misericordia nella carità e nell’amore agli altri. Quest’impegno è un impegno che noi dobbiamo sentire in ogni momento della nostra vita, nel nostro lavoro, nella famiglia, nella strada. In una situazione di tanta violenza, ingiustizia e corruzione, oggi più che mai abbiamo  bisogno di ricordare che il Signore ci chiede soprattutto di offrire il nostro cuore, la nostra vita che si esprime con l’amore a Dio e agli altri.

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Papa Francesco: Gesù ama i confessori che fanno largo uso della misericordia

Posté par atempodiblog le 18 mars 2017

Papa Francesco: Gesù ama i confessori che fanno largo uso della misericordia
I buoni confessori non hanno orari, confessano ogni volta che i fedeli lo chiedono, e sono veri amici di Gesù, che si compiace se fanno largo uso della misericordia: è quanto ha detto il Papa ai partecipanti al corso promosso dalla Penitenzieria Apostolica sulla Confessione.
di Sergio Centofanti – Radio Vaticana

Perché alcuni peccati li assolve solo il Papa? dans Fede, morale e teologia 90204g

Quello della Penitenzieria – dice subito il Papa – “è il tipo di Tribunale che mi piace” perché è un “tribunale della misericordia”. Quindi indica tre punti per essere buoni confessori. Innanzitutto bisogna essere veri amici di Gesù, che significa essere immersi nella preghiera. Questo “eviterà quelle asprezze e incomprensioni che, talvolta, si potrebbero generare anche nell’incontro sacramentale”. Gesù – spiega Papa Francesco – “si compiacerà certamente se faremo largo uso della sua misericordia”:

“Un confessore che prega sa bene di essere lui stesso il primo peccatore e il primo perdonato. Non si può perdonare nel Sacramento senza la consapevolezza di essere perdonato prima. E dunque la preghiera è la prima garanzia per evitare ogni atteggiamento di durezza, che inutilmente giudica il peccatore e non il peccato.

Nella preghiera è necessario implorare il dono di un cuore ferito, capace di comprendere le ferite altrui e di sanarle con l’olio della misericordia, quello che il buon samaritano versò sulle piaghe di quel malcapitato, per il quale nessuno aveva avuto pietà (cfr Lc 10,34)”.

Secondo punto. Il buon confessore è un uomo dello Spirito, un uomo del discernimento. “Quanto male viene alla Chiesa – esclama il Papa – dalla mancanza di discernimento!”. “Lo Spirito – osserva – permette di immedesimarci” con quanti “si avvicinano al confessionale e di accompagnarli con prudente e maturo discernimento e con vera compassione delle loro sofferenze, causate dalla povertà del peccato”.

“Il confessore – precisa – non fa la propria volontà e non insegna una dottrina propria. Egli è chiamato a fare sempre e solo la volontà di Dio, in piena comunione con la Chiesa, della quale è ministro, cioè servo”:

“Il discernimento permette di distinguere sempre, per non confondere, e per non fare mai ‘di tutta l’erba un fascio’. Il discernimento educa lo sguardo e il cuore, permettendo quella delicatezza d’animo tanto necessaria di fronte a chi ci apre il sacrario della propria coscienza per riceverne luce, pace e misericordia”.

Il Papa ricorda che chi si avvicina al confessionale “può provenire dalle più disparate situazioni”, potrebbe avere anche “veri e propri disturbi spirituali” e in questi casi non bisogna “esitare a fare riferimento a coloro che, nella diocesi, sono incaricati di questo delicato e necessario ministero, vale a dire gli esorcisti. Ma questi devono essere scelti con molta cura e molta prudenza ».Tuttavia, sottolinea, tali disturbi “possono anche essere in larga parte psichici, e ciò deve essere verificato attraverso una sana collaborazione con le scienze umane”.

Terzo punto, il confessionale è anche un luogo di evangelizzazione e di formazione, perché fa incontrare il vero volto di Dio, che è quello della misericordia. “Nel pur breve dialogo che intesse con il penitente, il confessore è chiamato a discernere che cosa sia più utile e che cosa sia addirittura necessario al cammino spirituale di quel fratello o di quella sorella” e “talvolta si renderà necessario ri-annunciare le più elementari verità di fede”. “Si tratta di un’opera di pronto e intelligente discernimento, che può fare molto bene ai fedeli”:

« Il confessore, infatti, è chiamato quotidianamente e recarsi nelle ‘periferie del male e del peccato’ … questa è una brutta periferia!  … e la sua opera rappresenta un’autentica priorità pastorale, eh? Confessare è priorità pastorale. Per favore, che non ci siano quei cartelli: ‘Si confessa soltanto lunedì, mercoledì da tale ora a tale ora’. Si confessa ogni volta che te lo chiedono. E se tu stai lì pregando, stai con il confessionale aperto, che è il cuore di Dio aperto ».

Infine, il Papa ricorda un antico racconto popolare che parla di Pietro, a guardia della porta del Paradiso per vagliare l’ingresso delle anime dei defunti. E la Madonna, quando vede un ladro, “gli fa segnale di nascondersi”. Poi, di notte, lo chiama e lo fa entrare dalla finestra:

“E’ un racconto popolare; ma è tanto bello perdonare con la mamma accanto; perdonare con la Madre. Perché questa donna, quest’uomo che viene al confessionale, ha una madre in cielo che gli aprirà le porte o lo aiuterà al momento di entrare in Cielo. Sempre la Madonna, perché la Madonna anche ci aiuta a noi nell’esercizio della misericordia”.

Poi, dopo la benedizione, Papa Francesco ha concluso tra le risate dei presenti: “Non dite che i ladri vanno in cielo, non dite questo!”.

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Napoli. Don Peppino, don Angelo & gli altri: grazie a voi, preti delle periferie

Posté par atempodiblog le 29 janvier 2017

Napoli. Don Peppino, don Angelo & gli altri: grazie a voi, preti delle periferie
di don Maurizio Patriciello – Avvenire

Napoli. Don Peppino, don Angelo & gli altri: grazie a voi, preti delle periferie dans Articoli di Giornali e News Santissimo_Sacramento

Ho avuto modo di conoscere e apprezzare don Giuseppe Carmelo, prete della diocesi di Napoli. Ci siamo formati nello stesso seminario, studiato nella stessa facoltà teologica. Abbiamo sognati gli stessi sogni. Dopo l’ordinazione sacerdotale le strade si dividono, ognuno va dove la Provvidenza e l’obbedienza lo invia. Con gioia e trepidazione. Coscienti dei propri limiti e dei bisogni enormi del popolo che gli viene affidato. In seminario imparammo a fidarci di Dio e delle sue sorprese. Davanti a noi si aprivano orizzonti immensi e non vedevamo l’ora di gettarci nel lavoro pastorale.

Ingenuamente pensammo di avere la chiave per risolvere i problemi. Ci pensò la vita a farci ritornare con i piedi per terra. Gesù non elimina le croci, ma le assume e chiede a noi, che liberamente abbiamo scelto di seguirlo, di fare la stessa cosa. Imparammo presto a coniugare preghiera e sete di giustizia, annuncio e denuncia, azione e contemplazione. Imparammo a distinguere il peccato che va sempre condannato dal peccatore che va sempre amato. Imparammo a non essere “imparziali” ma a stare con i più poveri. Abbiamo imparato a essere preti toccando con mano la miseria e la grandezza umana. Non è stato e ancora non è facile.

Don Giuseppe è parroco al Pallonetto di Santa Lucia, il quartiere dove pochi giorni fa sono stati arrestati diversi camorristi. Un fatto di routine a Napoli se a fare scalpore non fosse stata la scoperta di una ragazzina di otto anni impegnata a confezionare bustine di droga. Qualcuno gridò allo scandalo. Fingendo di stupirsi. Scandalosa la notizia lo era, ma non destava meraviglia. Che i bambini a Napoli vengano impiegati per simili servizi lo sappiamo e lo denunciamo da sempre. I parroci che li hanno avuti al catechismo e all’oratorio cercano in tutti i modi di strapparli a questo avvilente destino.

Don Giuseppe si dà da fare al Pallonetto, don Angelo a Forcella, don Antonio alla Sanità. Alle Salicelle c’è don Ciro, a San Pietro a Patierno don Franco, a Crispano, Comune sciolto per infiltrazioni camorristiche, don Adriano. Ringraziamo Dio per questi preti e le loro comunità che portano una sciabolata di luce dove il buio incombe. La gente vuole bene ai suoi preti. Anche chi continua a delinquere, anche quando le loro parole bruciano più della brace sulla pelle. Sanno bene che per il bene dei loro figli si farebbero ammazzare. In segreto li apprezzano, a modo loro li “proteggono”. Se solo accettassero qualche piccolo servizio impazzirebbero dalla gioia… prima di perdere per sempre la stima che hanno nei loro confronti.

Non è facile spiegare il rapporto di odio – amore – rispetto – sospetto che i camorristi hanno con i parroci dei quartieri dove “comandano”. Don Giuseppe giovedì ha chiuso la chiesa ed è andato a celebrare la Messa nei vicoli. La foto che lo ritrae con il Santissimo tra le mani nell’antico borgo di pescatori è suggestiva. Sembra che stia sussurrando al Dio nascosto: «Solo tu, Signore, puoi aiutarci. Fallo, per amore di questo popolo che hai voluto affidarmi».

Non solo preghiera, non solo Messa, non solo processione e litanie. Don Peppino ha voluto, ancora una volta, richiamare l’attenzione sul vero dramma della sua parrocchia, tanto simile al mio e a quello di decine di confratelli. Ha ricordato a chi ci governa che la mancanza di lavoro e di alternative non lascia intravedere un futuro migliore. Che la repressione non basta per migliorare il territorio.

«Dio solo sa quanto io desideri la conversione di chi ha scelto la strada dell’illegalità», dice il sacerdote pensando soprattutto ai ragazzi che fino a pochi anni fa frequentavano la parrocchia, prima che la sirena della mano nera li ammaliasse. Prima che la rassegnazione li costringesse a dire: «Questa è la nostra strada. Don Peppino, lasciaci stare, tu non puoi capire». E da quella volta hanno preso a voltare la faccia dall’altra parte quando lo vedono passare. Salvo poi mandarlo a chiamare quando vengono ingoiati dal carcere.

A questi preti delle periferie, geografiche ed esistenziali, vogliamo dire grazie. Invitarli a non demordere e assicurare loro la preghiera di tutta la Chiesa.

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Papa Francesco: rigidità e mondanità, un disastro per i sacerdoti

Posté par atempodiblog le 10 décembre 2016

Papa Francesco: rigidità e mondanità, un disastro per i sacerdoti
I sacerdoti siano mediatori dell’amore di Dio, non intermediari che pensano al proprio interesse. E’ il monito di Papa Francesco nell’omelia alla Messa mattutina a Casa Santa Marta, tutta incentrata sulle tentazioni che possono mettere a rischio il servizio dei sacerdoti. Il Papa ha messo in guardia dai “rigidi” che caricano sui fedeli cose che loro non portano. Ancora, ha denunciato la tentazione della mondanità che trasforma il sacerdote in un funzionario e lo porta ad essere “ridicolo”.
di Alessandro Gisotti – Radio Vaticana

Papa Francesco: rigidità e mondanità, un disastro per i sacerdoti dans Commenti al Vangelo Papa_Francesco

Sono come bambini ai quali offri una cosa e non gli piace, gli offri il contrario e non va bene lo stesso. Papa Francesco ha preso spunto dalle parole di Gesù che, nel Vangelo odierno, sottolinea l’insoddisfazione del popolo, mai contento. Anche oggi, ha subito osservato il Pontefice, “ci sono cristiani insoddisfatti – tanti – che non riescono a capire cosa il Signore ci ha insegnato, non riescono a capire il nocciolo proprio della rivelazione del Vangelo”. Quindi, si è soffermato sui preti “insoddisfatti” che, ha avvertito, “fanno tanto male”. Vivono insoddisfatti cercano sempre nuovi progetti, “perché il loro cuore è lontano dalla logica di Gesù” e per questo “si lamentano o vivono tristi”.

No ai sacerdoti intermediari, sì a sacerdoti mediatori dell’amore di Dio
La logica di Gesù, ha ripreso, dovrebbe dare invece “piena soddisfazione” a un sacerdote. “E’ la logica del mediatore”. “Gesù – ha sottolineato – è il mediatore fra Dio e noi. E noi dobbiamo prendere questa strada di mediatori”, “non l’altra figura che assomiglia tanto ma non è la stessa: intermediari”. L’intermediario, infatti, “fa il suo lavoro e prende la paga”, “lui mai perde”. Totalmente diverso è il mediatore:

“Il mediatore perde se stesso per unire le parti, dà la vita, se stesso, il prezzo è quello: la propria vita, paga con la propria vita, la propria stanchezza, il proprio lavoro, tante cose, ma – in questo caso il parroco – per unire il gregge, per unire la gente, per portarla a Gesù. La logica di Gesù come mediatore è la logica di annientare se stesso. San Paolo nella Lettera ai Filippesi è chiaro su questo: ‘Annientò se stesso, svuotò se stesso’ ma per fare questa unione, fino alla morte, morte di croce. Quella è la logica: svuotarsi, annientarsi”.

Il sacerdote autentico, ha soggiunto, “è un mediatore molto vicino al suo popolo”, l’intermediario invece fa il suo lavoro ma poi ne prende un altro “sempre come funzionario”, “non sa cosa significhi sporcarsi le mani” in mezzo alla realtà. Ed è per questo, ha ribadito, che quando “il sacerdote cambia da mediatore a intermediario non è felice, è triste”. E cerca un po’ di felicità “nel farsi vedere, nel far sentire l’autorità”.

La rigidità porta ad allontanare le persone che cercano consolazione
Agli intermediari del suo tempo, ha aggiunto, “Gesù diceva che piaceva loro passeggiare per le piazze” per farsi vedere e onorare:

“Ma anche per rendersi importanti, i sacerdoti intermediari prendono il cammino della rigidità: tante volte, staccati dalla gente, non sanno che cos’è il dolore umano; perdono quello che avevano imparato a casa loro, col lavoro del papà, della mamma, del nonno, della nonna, dei fratelli… Perdono queste cose. Sono rigidi, quei rigidi che caricano sui fedeli tante cose che loro non portano, come diceva Gesù agli intermediari del suo tempo. La rigidità. Frusta in mano col popolo di Dio: ‘Questo non si può, questo non si può…’. E tanta gente che si avvicina cercando un po’ di consolazione, un po’ di comprensione viene cacciata via con questa rigidità”.

Quando il sacerdote rigido e mondano diventa funzionario finisce nel ridicolo
Tuttavia, ha ammonito, la rigidità “non si può mantenere tanto tempo, totalmente. E fondamentalmente è schizoide: finirai per apparire rigido ma dentro sarai un disastro”. E con la rigidità, la mondanità. “Un sacerdote mondano, rigido – ha detto Francesco – è uno insoddisfatto perché ha preso la strada sbagliata”:

“Su rigidità e mondanità, è successo tempo fa che è venuto da me un anziano monsignore della curia, che lavora, un uomo normale, un uomo buono, innamorato di Gesù e mi ha raccontato che era andato all’Euroclero a comprarsi un paio di camicie e ha visto davanti allo specchio un ragazzo – lui pensa non avesse più di 25 anni, o prete giovane o (che stava) per diventare prete – davanti allo specchio, con un mantello, grande, largo, col velluto, la catena d’argento e si guardava. E poi ha preso il ‘saturno’, l’ha messo e si guardava. Un rigido mondano. E quel sacerdote – è saggio quel monsignore, molto saggio – è riuscito a superare il dolore, con una battuta di sano umorismo e ha aggiunto: ‘E poi si dice che la Chiesa non permette il sacerdozio alle donne!’. Così che il mestiere che fa il sacerdote quando diventa funzionario finisce nel ridicolo, sempre”.

Un buon sacerdote si riconosce se sa giocare con un bambino
“Nell’esame di coscienza – ha detto poi il Papa – considerate questo: oggi sono stato funzionario o mediatore? Ho custodito me stesso, ho cercato me stesso, la mia comodità, il mio ordine o ho lasciato che la giornata andasse al servizio degli altri?”. Una volta, ha raccontato, una persona mi “diceva che lui riconosceva i sacerdoti dall’atteggiamento con i bambini: se sanno carezzare un bambino, sorridere a un bambino, giocare con un bambino… E’ interessante questo perché significa che sanno abbassarsi, avvicinarsi alle piccole cose”. Invece, ha affermato, “l’intermediario è triste, sempre con quella faccia triste o troppo seria, faccia scura. L’intermediario ha lo sguardo scuro, molto scuro! Il mediatore – ha ripreso – è aperto: il sorriso, l’accoglienza, la comprensione, le carezze”.

Policarpo, San Francesco Saverio, San Paolo: tre icone di sacerdoti mediatori
Nella parte finale dell’omelia il Papa ha quindi proposto, tre “icone” di “sacerdoti mediatori e non intermediari”. Il primo è il “grande” Policarpo che “non negozia la sua vocazione e va coraggioso alla pira e quando il fuoco viene intorno a lui, i fedeli che erano lì, hanno sentito l’odore del pane”. “Così – ha detto – finisce un mediatore: come un pezzo di pane per i suoi fedeli”.

L’altra icona è San Francesco Saverio, che muore giovane sulla spiaggia di San-cian, “guardando la Cina” dove voleva andare ma non potrà perché il Signore lo prende a Sé.

E poi, l’ultima icona: l’anziano San Paolo alle Tre Fontane. “Quella mattina presto – ha rammentato – i soldati sono andati da lui, l’hanno preso, e lui camminava incurvato”. Sapeva benissimo che questo accadeva per il tradimento di alcuni all’interno della comunità cristiana ma lui ha lottato tanto, tanto, nella sua vita, che si offre al Signore come un sacrificio”.

I sacerdoti e il desiderio di terminare la vita in croce
“Tre icone – ha concluso – che possono aiutarci. Guardiamo lì: come voglio finire la mia vita di sacerdote? Come funzionario, come intermediario o come mediatore, cioè in croce?”.

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Il Papa: «I fedeli non paghino le nevrosi dei preti»

Posté par atempodiblog le 25 novembre 2016

Il Papa: «I fedeli non paghino le nevrosi dei preti»
Papa Francesco ricorda le doti di un buon sacerdote nell’udienza alla Congregazione per il Clero, afferma che il prete non è un rigido “professionista della pastorale”, ma un uomo sempre vicino al “popolo”, di cui è padre e fratello, e soprattutto un “apostolo di gioia” del Vangelo. Poi lancia un appello: «Occhio alle ammissioni dei seminaristi», ha detto, «ci sono ragazzi che sono psichicamente malati e cercano strutture forti che li difendono» come «la polizia, l’esercito e il clero»
di Annachiara Valle – Famiglia Cristiana

Il Papa: «I fedeli non paghino le nevrosi dei preti» dans Fede, morale e teologia

«I preti hanno una storia, non sono “funghi” che spuntano improvvisamente in Cattedrale nel giorno della loro ordinazione». Papa Francesco si rivolge ai partecipanti al Convegno promosso dalla Congregazione per il clero in occasione del 50esimo anniversario dei decreti conciliari Optatam totius Presbyterorum ordinis per ricordare cosa deve essere un sacerdote. “Sommo sacerdote”, “servo” e “buon pastore”, per usare le immagini di Cristo come riferimento. E dunque “allo stesso modo vicino a Dio e agli uomini”, “che lava i piedi e si fa prossimo ai più deboli”, “che ha sempre come fine la cura del gregge”. 

«Il sacerdote è un uomo che nasce in un certo contesto umano», dice Bergoglio ricordando l’importanza della famiglia, chiesa domestica, «lì apprende i primi valori, assorbe la spiritualità del popolo, si abitua alle relazioni. Anche i preti hanno una storia, non sono “funghi” che spuntano improvvisamente in Cattedrale nel giorno della loro ordinazione. È importante che i formatori e i preti stessi ricordino questo e sappiano tenere conto di tale storia personale lungo il cammino della formazione. Occorre che essa sia personalizzata, perché è la persona concreta ad essere chiamata al discepolato e al sacerdozio, tenendo in ogni caso conto che è solo Cristo il Maestro da seguire e a cui configurarsi. Mi piace in questo senso ricordare quel fondamentale “centro di pastorale vocazionale” che è la famiglia, chiesa domestica e primo e fondamentale luogo di formazione umana, dove può germinare nei giovani il desiderio di una vita concepita come cammino vocazionale, da percorrere con impegno e generosità. In famiglia e in tutti gli altri contesti comunitari – scuola, parrocchia, associazioni, gruppi di amici – impariamo a stare in relazione con persone concrete, ci facciamo modellare dal rapporto con loro, e diventiamo ciò che siamo anche grazie a loro».

Il Papa chiede ai sacerdoti di non dimenticarsi «della mamma e della nonna, perché siete stati presi dal gregge». E ancora: «Non si può fare il prete pensando che uno è stato formato in laboratorio, no, comincia in famiglia». Papa Francesco spiega dunque che «un buon prete, dunque, è prima di tutto un uomo con la sua propria umanità, che conosce la propria storia, con le sue ricchezze e le sue ferite, e che ha imparato a fare pace con essa, raggiungendo la serenità di fondo, propria di un discepolo del Signore».

Un prete deve essere «un uomo pacificato», capace di «diffondere serenità intorno a sé, anche nei momenti faticosi, trasmettendo la bellezza del rapporto col Signore. Non è normale invece che un prete sia spesso triste, nervoso o duro di carattere; non va bene e non fa bene, né al prete, né al suo popolo». E a braccio aggiunge: «Se tu hai una malattia, sei nevrotico, vai dal medico. Ti darà pastiglie che ti faranno bene, anche due, ma per favore che i fedeli non paghino le nevrosi del prete, non bastonare i fedeli, vicinanza di cuore». E riprende: «Noi sacerdoti siamo apostoli della gioia, annunciamo il Vangelo, cioè la “buona notizia” per eccellenza». 

Un prete «non può perdere le sue radici, resta sempre un uomo del popolo e della cultura che lo hanno generato; le nostre radici ci aiutano a ricordare chi siamo e dove Cristo ci ha chiamati. Noi sacerdoti non caliamo dall’alto, ma siamo chiamati da Dio, che ci prende « fra gli uomini », per costituirci « in favore degli uomini »». E dunque bisogna essere «autorevoli e non autoritari, fermi ma non duri, gioiosi ma non superficiali, insomma, pastori, non funzionari. Il popolo di Dio e l’umanità intera sono destinatari della missione dei sacerdoti, a cui tende tutta l’opera della formazione». Ricordando che «il prete è sempre “in mezzo agli altri uomini”, non è un professionista della pastorale o dell’evangelizzazione, che arriva e fa ciò che deve – magari bene, ma come fosse un mestiere – e poi se ne va a vivere una vita separata. Si diventa preti per stare in mezzo alla gente. Il bene che i preti possono fare nasce soprattutto dalla loro vicinanza e da un tenero amore per le persone. Non sono filantropi o funzionari, ma padri e fratelli. Vicinanza, viscere di misericordia, sguardo amorevole: con questa testimonianza di vita possiamo evangelizzare, far sperimentare la bellezza di una vita vissuta secondo il Vangelo e l’amore di Dio che si fa concreto anche attraverso i suoi ministri». 

Serve un buon esame di coscienza, serve chiedersi: «Se il Signore tornasse oggi, dove mi troverebbe? “Dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore” (Mt 6,21). E il mio cuore dov’è? In mezzo alla gente, pregando con e per la gente, coinvolto con le loro gioie e sofferenze, o piuttosto in mezzo alle cose del mondo, agli affari terreni, ai miei “spazi” privati? La risposta a questa domanda può aiutare ogni prete a orientare la sua vita e il suo ministero verso il Signore».

Infine ha lanciato un appello: «Occhi aperti nell’ammissione ai seminari» dei giovani che vogliono diventare preti. «Ci sono ragazzi che sono psichicamente malati e cercano strutture forti che li difendono» come «la polizia, l’esercito e il clero».

Il Papa ha raccontato a braccio un episodio di quando era maestro dei novizi nella Compagnia di Gesù. Un ragazzo «buono» non passò il test della psichiatra che disse a Bergoglio: «Questi ragazzi vanno bene fino a quando non si sono stabiliti, fino a quando non si sentono pienamente sicuri, poi cominciano i problemi. Padre – ha detto quel medico, secondo quanto oggi raccontato ai sacerdoti dallo stesso Papa Francesco – si è mai chiesto perché ci sono poliziotti torturatori?». Il Papa ha detto di non fidarsi quando un giovane «è troppo sicuro, rigido fondamentalista». Di qui l’invito a tenere gli «occhi aperti» nelle ammissioni ai seminari.

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