Il Papa: il nostro valore non dipende dal successo ma dalla bellezza agli occhi di Dio

Posté par atempodiblog le 21 avril 2024

Il Papa: il nostro valore non dipende dal successo ma dalla bellezza agli occhi di Dio
Nella Domenica dedicata a Gesù Buon Pastore, al Regina Caeli Francesco si sofferma sul senso del “dare la vita” per le proprie pecore. Il Pontefice insiste sul fatto che, per Cristo, ciascuno è insostituibile e non si tratta solo di un modo di dire. “Quante volte si finisce per buttarsi via per cose da poco!”, osserva, invitando a mettersi alla presenza di Gesù e lasciarsi accogliere da Lui
di Antonella Palermo – Vatican News

Il Papa: il nostro valore non dipende dal successo ma dalla bellezza agli occhi di Dio dans Commenti al Vangelo Ges-buon-Pastore

Non determinare la propria autostima sulla base del giudizio altrui o degli obiettivi che si riesce a raggiungere, ma considerando l’amore di Dio per ciascuno, riscoperto ogni giorno mettendosi alla sua presenza. È quanto ricorda Papa Francesco nella catechesi del Regina Caeli della quarta domenica di Pasqua dedicata al Buon Pastore.

Il Buon pastore sacrifica la vita
Per tre volte nel Vangelo di Giovanni al capitolo 10 si ripete che il pastore dà la propria vita per le pecore. “Gesù  spiega il Papa  non è solo un bravo pastore che condivide la vita del gregge; è il Buon Pastore, che per noi ha sacrificato la vita e, risorto, ci ha dato il suo Spirito”. La precisazione riguarda il contesto storico del tempo del Messia:

Essere pastore, specialmente al tempo di Cristo, non era solo un mestiere, era tutta una vita: non si trattava di avere un’occupazione a tempo, ma di condividere le intere giornate, e pure le nottate, con le pecore, di vivere in simbiosi con loro. Gesù infatti spiega di non essere un mercenario, a cui non importa delle pecore (cfr v. 13), ma colui che le conosce (cfr v. 14). Lui conosce le pecore. È così: Lui ci conosce, ognuno di noi, ci chiama per nome e, quando ci smarriamo, ci cerca finché ci ritrova (cfr Lc 15,4-5).

L’amore di Gesù non è uno slogan
Gesù non è solo la guida, dunque, il Capo del gregge, ma soprattutto è chi pensa a ciascuno di noi come all’amore della sua vita. Così precisa ancora Francesco che aggiunge:

Pensiamo a questo: io per Cristo sono importante, lui mi pensa, sono insostituibile, valgo il prezzo infinito della sua vita. Non è un modo di dire: Lui ha dato veramente la vita per me, è morto e risorto per me, perché mi ama e trova in me una bellezza che io spesso non vedo. 

Lasciarsi accogliere dal Padre
La preoccupazione del Papa va a quelle persone, tante, che oggi si ritengono inadeguate o persino sbagliate. “Quante volte si pensa che il nostro valore dipenda dagli obiettivi che riusciamo a raggiungere, dal successo agli occhi del mondo, dai giudizi degli altri!”, esclama il Pontefice. “Quante volte si finisce per buttarsi via per cose da poco!”. E poi l’invito, per riscoprire il segreto della vita, a dedicare ogni giorno un tempo alla preghiera, a lasciarsi guardare con lo sguardo amorevole di Dio, nella raccomandazione a Maria affinché “ci aiuti a trovare in Gesù l’essenziale per vivere”:

Oggi Gesù ci dice che noi per Lui valiamo tanto e sempre. E allora, per ritrovare noi stessi, la prima cosa da fare è metterci alla sua presenza, lasciarci accogliere e sollevare dalle braccia amorevoli del nostro Buon Pastore.

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Pensiero Spirituale sulla partecipazione alla Santa Messa

Posté par atempodiblog le 13 mars 2024

Pensiero Spirituale sulla partecipazione alla Santa Messa
di Padre Livio Fanzaga
Tratto da: Blog di p. Livio – Direttore di Radio Maria

Pensiero Spirituale sulla partecipazione alla Santa Messa dans Fede, morale e teologia Partecipare-alla-Santa-Messa

Cari amici, alla luce di un report recentemente pubblicato sulla partecipazione degli italiani alla Santa Messa festiva, è bene fare una riflessione. In questa statistica è stato evidenziato un netto calo della presenza settimanale alla Santa Messa; certamente la secolarizzazione si estende ovunque, perfino nelle grandi città africane, gli effetti ricadono soprattutto sulla pratica dei Comandamenti e dei Sacramenti.

La secolarizzazione, ovvero la visione della vita mondana che esclude la legge morale che viene da Dio Creatore, in occidente è talmente diffusa e i venti del modernismo soffiano forte mietendo vittime, tanti perdono la fede, infatti, e la pratica religiosa è sempre più abbandonata.

La Regina della pace vede come lavora il demonio e ci avverte prima che i danni causati dal diavolo siano irreversibili.

Diversamente da altre apparizioni, la Madonna a Medjugorje non ha chiesto la costruzione di una chiesa ma, dopo aver scelto i sei veggenti nel 1981, dopo tre anni ha scelto la Parrocchia: «Cari figli, io ho scelto in modo speciale questa parrocchia ed è mio desiderio guidarla. Con amore la proteggo e desidero che tutti siano miei. Grazie per essere venuti qui, questa sera. Desidero che vi troviate sempre più numerosi con me e con mio Figlio. Ogni giovedì darò un messaggio particolare per voi» (1 marzo 1984).

Da allora la Madonna ha agito come se fosse Lei stessa il parroco e da allora i parroci di Medjugorje sono sempre stati molto ligi alle indicazioni della Madonna, perfino il vescovo che inizialmente era un po’ scettico ha dato ascolto alle indicazioni della Gospa.

La Madonna a Medjugorje ha scandito i momenti di preghiera a partire dalla Santa Messa, preceduta da due Rosari che a loro volta precedevano le apparizioni. Le apparizioni e i Rosari erano come un viatico, una preparazione alla Santa Messa quotidiana, alla quale partecipavano in massa tutti i parrocchiani, specialmente nei primi tempi.

La prima volta che sono andato a Medjugorje, il 15 marzo 1985, sono rimasto molto colpito nel trovare la chiesa gremita di parrocchiani, erano le cinque del pomeriggio. Era già buio, pioveva a dirotto ma la chiesa era piena di gente della parrocchia, non c’erano pellegrini.

Per frenare la perdita della fede la Madonna ha chiamato la gente innanzitutto a partecipare alla Santa Messa quotidiana. La Messa della sera, a Medjugorje, è diventata il clou della giornata e non c’è differenza fra Messa feriale e festiva perché la partecipazione è la stessa da parte dei parrocchiani a cui si aggiungono i numerosi pellegrini. La Celebrazione Eucaristica della sera, a Medjugorje, è molto partecipata sia dai parrocchiani, che dai pellegrini, ma anche dai numerosi sacerdoti che concelebrano.

La Madonna ha spiegato questa sua strategia dicendo chiaramente che la Chiesa «è indistruttibile, perché mio Figlio le ha dato un cuore: l’Eucaristia» (2 dicembre 2015). Cristo è realmente presente nell’Eucarestia con corpo, sangue e anima e questo rende la Chiesa indistruttibile.

È tempo di scuotere le anime dal loro sonno stanco nel quale satana le ha imbrigliate, le ha cloroformizzate, le ha avvelenate, le ha rese sterili: «La zizzania ha preso molti cuori e sono diventati sterili» (25 febbraio 2024). Questo messaggio è una sentenza di morte, è una costatazione oltremodo vera alla quale la Madonna ha aggiunto un raggio di luce: «perciò voi, figlioli, siate luce, amore e le mie mani tese in questo mondo che anela a Dio che è amore».

Dobbiamo essere trainanti anche su questo punto fondamentale del Cristianesimo che è l’Eucarestia, cuore della fede, totalità della fede. La Santa Messa è la fonte di grazia per tutti i Sacramenti e per tutte le grazie che vengono diffuse nel mondo. Tutto passa attraverso il sacrificio della Croce e la gloriosa Resurrezione di Cristo il quale, dopo essere risorto, è apparso nel Cenacolo e ha detto: «Ricevete lo Spirito Santo» (Gv 20,19).

Lo Spirito Santo viene dall’Eucarestia. Il dono dello Spirito Santo, che è l’amore di Dio, viene dalla Resurrezione di Cristo. Lo Spirito Santo rimette i peccati, ci trasfigura, ci eleva, ci divinizza, è l’opera della santificazione che ci fa figli di Dio, eredi della vita eterna.

Dopo la Confessione i parroci dovrebbero dare un impegno che il penitente può mantenere, una cosa semplice ma spiritualmente edificante. Nella mia lunga esperienza di confessore, dopo il pentimento e il proposito di vita nuova, ho sempre dato come indicazione concreta di mai mancare alla Messa domenicale. È lì che il fedele trova la fonte della grazia, la Parola di Dio, l’Eucarestia ed è proprio perché per ricevere l’Eucarestia bisogna essere in grazia di Dio che ci si confessa, ci si prepara spiritualmente.

Cari amici, per dirci cristiani e per essere attivi nel coltivare la nostra fede e ravvivarla, dobbiamo tenere vivo l’impegno di partecipare alla Santa Messa festiva. Il nostro proposito a Gesù e a Maria sia di non mancare mai alla Santa Messa, accostandoci alla Comunione sempre in grazia di Dio.

Chi attinge alla fonte della grazia non perde mai la fede e man mano viene introdotto da Dio alla comprensione di questo mistero immenso che è l’Eucarestia, cioè la celebrazione dell’evento della nostra salvezza. Cristo è veramente presente nell’Eucarestia.

Partecipando alla Santa Messa moriamo al peccato e risorgiamo con Cristo a vita nuova, diventiamo sempre più assimilati a Cristo figli nel Figlio, eredi della vita eterna.

Torniamo al fervore della fede vissuta, della partecipazione alla Santa Messa. Dobbiamo essere Cristiani militanti, appassionati, decisi, innamorati di Cristo, veri figli della Madonna e fratelli nell’unica Chiesa Cattolica.

Facciamo dell’Eucarestia il perno della nostra vita e, possibilmente, anche della nostra giornata.

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Pensiero spirituale sulla necessità di avere uno sguardo di fede sulla Chiesa

Posté par atempodiblog le 9 janvier 2024

Pensiero spirituale sulla necessità di avere uno sguardo di fede sulla Chiesa
di Padre Livio Fanzaga
Tratto da: Blog di p. Livio – Direttore di Radio Maria

Pensiero spirituale sulla necessità di avere uno sguardo di fede sulla Chiesa dans Fede, morale e teologia Pensiero-Spirituale-sulla-necessit-di-avere-uno-sguardo-di-fede-sulla-Chiesa

Cari amici, è necessario avere uno sguardo di fede sulla Chiesa, alla quale apparteniamo, di cui siamo figli. La Chiesa è nostra Madre perché ci ha donato la fede, ci ha nutrito e ci ha cresciuto. Verso la Chiesa abbiamo molti motivi di gratitudine, di rispetto, di amore e di servizio.

Siccome i mass-media e il mondo escludono la dimensione soprannaturale della Chiesa e la guardano unicamente come istituzione religiosa e quindi nella sua dimensione visibile e tangibile, anche noi cristiani rischiamo di guardare la Chiesa con lo sguardo del mondo, per cui non ne cogliamo la natura profonda di mistero e la sua dimensione divina. Ne consegue che il nostro atteggiamento nei confronti della Chiesa è il medesimo rispetto a quello nei confronti del potere politico, ovvero non ci esimiamo da critiche e attacchi senza esclusione di colpi.

Questa mentalità mondana rischia di condizionarci nel nostro sguardo nei confronti della Chiesa che è una istituzione divina perché è stata istituita da Gesù Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, che nella sua grande condiscendenza nei confronti del genere umano, ha scommesso che mettendo la Chiesa nelle loro mani, potessero portare a buon fine (insieme a Lui) la grande opera della Creazione e della Redenzione.

Proprio perché c’è questo pericolo di vedere la Chiesa come istituzione umana e quindi rapportarci a essa come ci si rapporta alle istituzioni umane, sono convinto che sia necessaria una riflessione sulla dimensione divina della Chiesa. La Chiesa è il prolungamento di Gesù Cristo nella Storia. «La Chiesa è Gesù Cristo, ma Gesù Cristo diffuso e comunicato» diceva Bossuet nel suo bellissimo libro Meditazioni sulla Chiesa.

Il mistero di Cristo è il Verbo che si è fatto carne, che ha assunto la natura umana ma è stato generato dal Padre, è uguale al Padre. Cristo, assumendo una natura umana dal grembo della Vergine Maria, ha assunto una natura umana nella sua massima perfezione, cioè senza traccia di peccato e l’ha elevata in grazia. Con il Sacramento del Battesimo veniamo associati alla Santa umanità di Cristo; quindi, formiamo la Chiesa come membra del corpo mistico di Cristo.

Cristo ha costruito una Chiesa proprio con gli uomini del suo tempo, in una dimensione divina e umana. Ha scelto gente semplice, pescatori, uomini per bene ma pur sempre esseri umani imperfetti che hanno avuto bisogno della grazia dello Spirito Santo prima di essere in grado di professare la loro fede.

Cristo, fra i tanti discepoli che aveva, ne ha scelti dodici dopo una lunga preghiera e ne ha scelto uno come pietra di questa Chiesa, del Collegio Apostolico. Era la nuova istituzione che sostituiva le dodici tribù di Israele, ecco perché il numero dodici.

Nella Chiesa, allora, c’è una dimensione divina che è quella di Cristo, la Sua grazia e lo Spirito Santo di cui è ricolma; c’è poi una umanità che è la nostra, la quale è debole, è affetta dal peccato originale, è una umanità come quella degli Apostoli i quali, pur avendo avuto come Maestro Gesù Cristo per tre anni, nel momento della Passione hanno avuto paura e sono fuggiti.

Sulla scommessa di Gesù di fondare la sua Chiesa su uomini che portano con sé le ferite del peccato originale, che ovviamente devono fare di tutto per essere all’altezza del compito, dobbiamo guardare la Chiesa nella sua totalità cioè nella dimensione umana, che ovviamente è legata alle persone e al loro modo di essere, ma anche in quella soprannaturale.

Accade, purtroppo, che ci soffermiamo unicamente all’aspetto umano; non vediamo Colui che queste persone che Cristo ha scelto nella Chiesa, rappresentano. C’è una “causa strumentale” per dirla in termini filosofici; Dio sceglie degli uomini che sono comunque dei peccatori. Non dimentichiamo che “in Adamo tutti abbiamo peccato” e sono ben pochi quelli che riescono ad arrivare al termine della loro vita senza macchiare la loro anima di peccati personali.

Gesù Cristo ha scelto dei peccatori per rappresentarlo, l’inganno del diavolo è quello di farci considerare la Chiesa un’istituzione umana e quindi applicare a essa i metodi che si applicano nell’agone sociale e politico. Dobbiamo invece avere uno sguardo di contemplazione e di fede per cui, al di là delle persone che operano al servizio di Cristo, vediamo Colui che li sostiene con la sua grazia e che li ha scelti come suoi rappresentanti.
I pastori operano “Ex opere operato”, questa espressione latina della dottrina cattolica dei Sacramenti significa letteralmente “per il fatto stesso di aver fatto la cosa” e si riferisce al fatto che nei Sacramenti il peccato del ministro non può inficiare il risultato dell’azione sacramentale.

Perdendo lo sguardo di fede sulla Chiesa, succede che non riusciamo più a vedere il mistero di Misericordia di Dio che ci dà la sua grazia attraverso canali che sono umani, che sono imperfetti. Ovviamente ci sono dei santi sacerdoti la cui santità è aggiuntiva all’opera della grazia, basti pensare a San Giovanni Bosco, San Pio da Pietrelcina, il Santo Curato d’Ars. Indubbiamente si tratta di figure eccezionali ma non dobbiamo dimenticare che nella normalità qualsiasi sacerdote rappresenta Gesù Cristo.

La Regina della pace ci invita a riflettere su cosa potremmo fare senza i nostri pastori, è solo attraverso le loro mani che ci arriva la grazia della salvezza, in particolare la salvezza dei Sacramenti.

Lo sguardo di fede sulla Chiesa è, allora, una necessità assoluta altrimenti l’occhio rimane offuscato e si limita a guardarla nella sua dimensione umana.

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Pensiero spirituale sul valore della Chiesa/ L’importanza del Sacerdote

Posté par atempodiblog le 6 octobre 2023

Pensiero spirituale sul valore della Chiesa/ L’importanza del Sacerdote
Tratto da: Blog di p. Livio – Direttore di Radio Maria

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Apparizione e messaggio della Madonna di Medjugorje ad Ivan alla Croce Blu (02/10/2023)

Ivan Dragicevic: «Cari sacerdoti, cari amici in Cristo. Anche questa sera desidero brevemente descrivere questo incontro con la Madonna.
Anche questa sera la Madonna è venuta a noi gioiosa e felice.
Ci saluta tutti col suo saluto materno: “Sia lodato Gesù, cari figli miei”.
Poi la Madonna alza il suo sguardo su tutti noi;

con le mani distese prega sopra tutti noi,
particolarmente prega sopra voi malati presenti, sopra voi sacerdoti presenti a questo incontro.
Poi la Madonna si sofferma in tempo prolungato, particolarmente pregando per la fede forte dei sacerdoti,
per la perseveranza dei sacerdoti, per la santità dei sacerdoti.

Poi la Madonna benedice tutti con la sua benedizione materna.
Altrettanto benedice tutti noi.
Ho raccomandato tutti voi i vostri bisogni, le vostre famiglie, in modo particolare tutti voi sacerdoti e voi malati presenti.
Poi la Madonna per un periodo di tempo continua a pregare sopra tutti noi.
In questa preghiera se n’è andata nel segno della Luce e della Croce, con il saluto: “Andate in pace cari figli miei”».

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Pensiero spirituale sul valore della Chiesa
di Padre Livio Fanzaga

Cari amici, dall’inizio delle apparizioni il veggente Ivan ha avuto dalla Madonna il compito di guidare un gruppo di preghiera formato da ragazzi di Medjugorje, al quale nel corso degli anni si sono aggiunte altre persone. Fin dall’inizio, dopo l’apparizione consueta delle 17.40 (18.40 ora legale), la Madonna ha dato “appuntamento” a Ivan al lunedì e al venerdì per un’apparizione speciale per il gruppo di preghiera. Queste apparizioni avvenivano alla Croce blu o sulla Collina delle apparizioni. Così è avvenuto per molti anni, poi la Regina della pace ha lasciato che a questi appuntamenti potessero partecipare, oltre al gruppo di Ivan – che animava la serata con preghiere e canti – anche i pellegrini.

La Collina delle apparizioni, il Krizevac e la Croce blu sono gli unici posti che la Madonna ha indicato a Medjugorje come luoghi delle apparizioni per il gruppo di preghiera di Ivan e per i pellegrini. È inutile, allora, cercare di santificare altri posti. La Madonna stessa ha santificato La Collina delle apparizioni, il Krizevac e la Croce blu. Ultimamente c’è una tendenza assai discutibile a promuovere altri posti, ma è sbagliato, i luoghi santi sono quelli che la Madonna stessa ha indicato e santificato.

Ivan fa sempre un resoconto lungo e dettagliato sull’apparizione. In questo ultimo resoconto Ivan ha detto che la Madonna ha pregato per i sacerdoti presenti e poi ha allargato la preghiera per la fede forte dei sacerdoti, la loro perseveranza e la loro santità. Questa è la risposta della Madonna alla crisi delle vocazioni, in un certo senso e alla crisi sull’identità del sacerdote, sulla sua importanza fondamentale grazie al Sacramento dell’Ordine. Inoltre, nella prospettiva nella Madonna, i sacerdoti da ora e per tutto il tempo dei Segreti saranno come un ponte sul quale i fedeli potranno camminare per superare il tempo della grande prova rimanendo forti e saldi nella fede.

È chiaro, allora, perché la Madonna chiama così tanti sacerdoti a Medjugorje. Dobbiamo riflettere sull’importanza del sacerdote e sul fatto che la Chiesa è stata costruita su persone che Gesù ha scelto come suoi Apostoli, con a capo Pietro; successivamente essa si è articolata nei tre gradi del Sacramento dell’Ordine (diaconato, sacerdozio, episcopato).

Sappiamo quale risalto ha voluto dare Gesù a quello che Lui stesso ha scelto come rappresentante particolare, come pietra su cui edificare la sua Chiesa.   Gesù ha cambiato il nome di Simone in Pietro, proprio perché in lui si identificasse il suo ruolo: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa» (Mt 16,18)

Gesù stesso ha costituito e organizzato la Chiesa, con il collegio episcopale a capo del quale c’è il Santo Padre. Cristo esercita la sua regalità sulla Chiesa e, attraverso i vescovi e i sacerdoti, viene distribuita la grazia della Redenzione. Dove non c’è il sacerdote non c’è il Sacramento della Penitenza, non c’è l’assoluzione dei peccati, non c’è la Santa Messa.

Se c’è qualcosa a cui Gesù si è applicato per tre anni nella sua missione, se c’è un’attenzione precisa, è proprio la Chiesa. Non dimentichiamo che Gesù ha scelto tra i discepoli dodici Apostoli, in comunione con il Padre e dopo una notte di preghiera. Dopo averli scelti fra tanti, li ha formati per tre anni, ha fatto in modo che superassero i limiti dei loro vacillamenti della fede, che si riprendessero e che annunciassero il Regno di Dio con coraggio; non dimentichiamo che gli Apostoli sono morti tutti martiri. Da quei Dodici si sono susseguiti tutti coloro che hanno predicato il Vangelo, testimoniato Cristo, vissuto la Croce consacrandosi nel Sacramento dell’Ordine, senza dimenticare che Dio ha scelto Maria come Madre del Verbo e Madre della Chiesa.   
Dobbiamo allora meditare su questa meraviglia che è la formazione della Chiesa e che è stata fatta dalla volontà di Cristo stesso. Sarà la Chiesa che ci ha dato Cristo a trionfare dopo il momento della prova.

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Padre Andrasz, verso gli altari un altro confessore di santa Faustina Kowalska

Posté par atempodiblog le 23 novembre 2022

Padre Andrasz, verso gli altari un altro confessore di santa Faustina Kowalska
Dopo il beato Michał Sopoćko, anche per padre Józef Andrasz è iniziato il processo di beatificazione in Polonia. È stato il primo direttore spirituale della santa della Misericordia e anche l’ultimo, molto citato da suor Faustina nel suo famoso Diario. È stato una figura importante per la diffusione del culto della Divina Misericordia. Parla il vicepostulatore padre Mariusz Balcerak.
di Wlodzimierz Redzioch – La nuova Bussola Quotidiana

Padre Andrasz, verso gli altari un altro confessore di santa Faustina Kowalska dans Articoli di Giornali e News Padre-J-zef-Andrasz

È ben conosciuta la figura del beato Michał Sopoćko, confessore di suor Faustina Kowalska, ma è molto meno conosciuto padre Józef Andrasz SI (1891 – 1963) che ebbe un ruolo importantissimo nella vita della futura santa. Questo gesuita fu il suo primo direttore spirituale nel noviziato e anche l’ultimo, nell’ultimo anno e mezzo della sua vita. Suor Faustina si confessò con lui anche il giorno della sua morte. Allora non è un caso che santa Faustina nel suo “Diario” ne parli per ben 59 volte.

Nella regione di Nowy Sacz, nella parte sud-orientale della Polonia, da dove proveniva il gesuita, dal 2015 è attivo un movimento di laici che diffondono il suo culto, fanno conoscere la sua figura e pregano per la sua intercessione. L’iniziativa è partita da un gruppo di uomini che si riunivano per l’adorazione di una copia dell’immagine di Gesù Misericordioso, in quel periodo peregrinante nella diocesi di Tarnów.

Recentemente è cominciata a Cracovia la fase diocesana del processo di beatificazione del confessore di santa Faustina, di cui vicepostulatore è padre Mariusz Balcerak SI, teologo, viceprefetto della Basilica del Sacro Cuore di Gesù a Cracovia. Abbiamo chiesto a lui di presentare la figura di p. Andrasz.

Perché padre Andrasz ebbe un ruolo così importante nella vita di santa Faustina?
Per capirlo, bisogna ricordare i fatti. Quando suor Faustina venne a Łagiewniki, p. Andrasz era il confessore “trimestrale” della Congregazione di Nostra Signora della Misericordia, cioè veniva una volta a trimestre per confessare le suore. Faustina si confessò per la prima volta da lui durante gli esercizi spirituali nell’aprile 1933, prima dei voti perpetui. Gli aprì il cuore perché era convinta che questo prete l’avrebbe capita. P. Andrasz, già durante la prima confessione, assicurò suor Faustina che tutto quanto stava vivendo veniva da Dio: prima lei aveva dei dubbi a riguardo. Le sue parole la tranquillizzarono.

Allora giovanissima, suor Faustina aveva dei dubbi su come poter realizzare le richieste di Gesù?
All’inizio suor Faustina giunse alla conclusione che l’intera faccenda, specialmente dipingere l’immagine di Gesù Misericordioso, fosse troppo grande per lei. Perciò cercava aiuto da padre Andrasz, ma lui disse decisamente: “Non la sciolgo da nulla, sorella, e non le è permesso sottrarsi a queste ispirazioni interiori…”. In questo senso il suo ruolo fu decisivo. Suor Faustina trattava padre Andrasz come un’autorità e, poiché era umile e obbediente, gli obbediva. In seguito scrisse: “Adesso Iddio Stesso, tramite padre Andrasz, aveva tolto ogni difficoltà. Il mio spirito era stato indirizzato verso il sole e sbocciò ai suoi raggi per Lui Stesso”. E ancora: “Mi erano state sciolte le ali per il volo e cominciai a volteggiare verso l’ardore del sole e non tornerò in basso fino a quando riposerò in Colui, nel Quale è annegata la mia anima per l’eternità”.

Che ruolo ha avuto padre Andrasz nello sviluppo del culto della Divina Misericordia?
Ancora durante la II guerra mondiale, padre Andrasz, con attenzione e prudenza (poiché il culto non era ancora ufficialmente approvato), iniziò la pratica di pregare la Divina Misericordia tra le suore di Łagiewniki. Ha incoraggiato le suore ad affidarsi a Gesù Misericordioso e a recitare la coroncina. Dopo la guerra, vedendo l’enormità della distruzione materiale, spirituale e morale, ha sostenuto la Chiesa nel suo rinnovamento, dando speranza alle persone e incoraggiandole a credere che Gesù le ama e si prende cura di loro. Inoltre, padre Andrasz ha scritto un libro intitolato Misericordia di Dio, confidiamo in te, pubblicato per la prima volta nel 1947. In esso, descrisse la missione di Suor Faustina e le rivelazioni, spiegò il significato dell’Immagine e cosa significhi aver fiducia in Gesù Misericordioso.

Ma chi era p. Andrasz?
Direi che era un uomo contemplativo in azione. Orante, immerso nella preghiera e nell’amore per Gesù – ma nello stesso tempo molto attivo. Aveva buoni studi, conosceva quattro lingue: latino, greco, francese e tedesco. Condusse ritiri per congregazioni religiose, soprattutto femminili, e per seminaristi; ha scritto per il Messaggero del Cuore di Gesù; è stato direttore della casa editrice L’Apostolato della Preghiera; ha tradotto diversi libri sulla spiritualità, ha partecipato alla promozione del culto del Sacro Cuore di Gesù, era impegnato nella Compagnia Mariana e, inoltre, era impegnato nel lavoro pastorale. Poiché era un buon confessore e direttore spirituale, una buona fama lo circondava a Cracovia. Era un uomo di profonda vita spirituale: frequentò i ritiri ignaziani e li tenne lui stesso. In lui si rifletteva questa “Caritas discreta”, o amore prudente, di cui parla S. Ignazio di Loyola.

Per questo motivo tante persone gli chiedevano di essere una guida spirituale per loro?
Sì. Padre Andrasz svolse un ruolo importante non solo nella vita di suor Faustina, ma anche nella vita di diverse persone, anche beate (la beata Aniela Salawa, madre Paula Tajber, suor Kaliksta Piekarczyk, suor Emanuela Kalb).

Potrebbe essere un esempio e patrono delle guide spirituali?
Potrebbe essere un ottimo patrono dei confessori e dei direttori spirituali, di cui abbiamo tanto bisogno oggi.

Divisore dans San Francesco di Sales

Freccia dans Viaggi & Vacanze Padre Andrasz caro a Dio perché devoto della Madonna


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Il Papa telefona a don Michele, il prete dj dei rave in chiesa: bravo

Posté par atempodiblog le 7 août 2022

Il Papa telefona a don Michele, il prete dj dei rave in chiesa: bravo
Il colloquio, tenuto riservato dal sacerdote di Montesanto, è avvenuto il 4 agosto. Il Pontefice si è informato sulle attività innovative che avvicinano i giovani alla chiesa
di Marco Santoro – Corriere del Mezzogiorno

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«Pronto, non è uno scherzo, sono il Papa». Così il Pontefice ha esordito chiamando don Michele Madonna, 48 anni, parroco napoletano della comunità di Santa Maria di Montesanto, ex disc jockey, noto per le sue innovative attività di pastorale giovanile come il «rave» di un mese fa cui hanno partecipato centinaia di ragazzi, ballando tutta la notte musica cristiana remixata in chiave disco alternata con momenti di preghiera comunitaria. La telefonata è avvenuta giovedì 4 agosto, ma don Michele  attivissimo sui social  non ha voluto finora raccontare in pubblico l’episodio, trapelato oggi dalla ristretta cerchia di collaboratori che ne sono venuti a conoscenza.

«Voglio restare informato»
Papa Francesco ha conversato con il parroco, chiedendogli dettagli sulle sue attività  che nei mesi scorsi hanno avuto ampia eco sui media, non solo cattolici  e raccomandandogli di tenerlo informato anche in futuro sul suo lavoro. Don Michele Madonna, nato nel 1974, è diventato sacerdote a 30 anni. Figlio del proprietario di una discoteca, fino a 23 anni ha fatto il dj e ora rivolge ai giovani e a quanti si sentono “lontani” dalla chiesa molte iniziative pastorali fuori dagli schemi tradizionali, come le confessioni svolte lungo le strade del quartiere, proprio per andare incontro a coloro che non frequentano abitualmente i luoghi di culto. Il suo territorio è popoloso e difficile: nel rione di Montesanto, il mese scorso, ha fatto scalpore l’episodio della 12enne sfregiata al volto dall’ex fidanzatino di 16 anni.

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Trattare le anime con estrema delicatezza

Posté par atempodiblog le 23 avril 2022

Gesù a santa Faustina Kowalska:

“Desidero che la festa della Misericordia sia di riparo e rifugio per tutte le anime e specialmente per i poveri peccatori. In quel giorno sono aperte le viscere della Mia Misericordia, riverserò tutto un mare di grazie sulle anime che si avvicinano alla sorgente della Mia Misericordia. L’anima che si accosta alla confessione ed alla santa Comunione, riceve il perdono totale delle colpe e delle pene. In quel giorno sono aperti tutti i canali attraverso i quali scorrono le grazie divine. Nessuna anima abbia paura di accostarsi a Me, anche se i suoi peccati fossero come lo scarlatto. La Mia Misericordia è talmente grande che nessuna mente, né umana né angelica, riuscirà a sviscerarla pur impegnandovisi per tutta l’eternità”.

“Figlia Mia, non desistere dal diffondere la Mia Misericordia, con ciò procurerai refrigerio al Mio Cuore, che arde del fuoco della compassione per i peccatori. Di’ ai Miei sacerdoti che i peccatori induriti si inteneriranno alle loro parole, quando essi parleranno della Mia sconfinata Misericordia e della compassione che ho per loro nel Mio Cuore. Ai sacerdoti che proclameranno ed esalteranno la Mia Misericordia, darò una forza meravigliosa, unzione alle loro parole e commuoverò i cuori ai quali parleranno”.

Trattare le anime con estrema delicatezza dans Fede, morale e teologia Padre-Livio-Fanzaga-Radio-Maria-Misericordia-dei-Sacerdoti

Trattare le anime con estrema delicatezza
da Preti Misericordiosi – Siamo tutti peccatori, di Padre Livio Fanzaga

Per confessarmi sceglievo i preti che mi incoraggiavano. Magari c’era un prete che era una santa persona, ma se non dava la parola d’incoraggiamento non lo sceglievo. Anch’io ho avuto questa sensazione che è molto comune tra i fedeli… quando confessavo i peccati cercavo qualcuno che mi incoraggiasse e non che mi facesse la predica. Per molti anni sono andato a confessarmi da un sacerdote carmelitano per il quale c’erano file lunghissime di penitenti. Facevo volentieri la fila per confessarmi da lui perché, a dire il vero, arrivava addirittura a scusarti… cercava di capire le tue debolezze, le tue miserie ma nel medesimo tempo ti dava la parola d’incoraggiamento, per cui uno usciva in pace e rafforzato, spronato nella voglia di fare meglio. Questa è una grazia speciale. Se tu fai la predica a uno e poi dai l’assoluzione quello va via depresso, a volte anche contrariato. Ci vuole un’arte speciale che è un’arte sublime di trattare le anime con estrema delicatezza. Uno va volentieri a confessarsi se sente l’abbraccio fraterno se uno non sente questo fa fatica a confessarsi e poi non ci va più. La gente non cerca sconti. Se va a confessarsi è perché vuole liberarsi dal male, ma vuole sentire l’amore di Dio sul peccatore. Il più delle volte la gente che viene a confessarsi è molto più severa con se stessa di quanto non sia severo il confessore, quindi non è che si assolva tanto facilmente.

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Padre Andriy Zelinskyy: “Porto la luce di Cristo nella guerra delle trincee ucraine”

Posté par atempodiblog le 30 janvier 2022

Padre Andriy Zelinskyy: “Porto la luce di Cristo nella guerra delle trincee ucraine”
Mentre il mondo guarda col fiato sospeso l’escalation di tensione nel Paese dell’Europa orientale, padre Andriy Zelinskyy, cappellano militare della Chiesa greco-cattolica, racconta la sua azione pastorale tra i soldati che temono l’allargamento del conflitto: “Anche nella guerra, la Parola di Dio può accendere speranza”. Il grazie a Papa Francesco per la Giornata di preghiera per la pace che si è celebrata ieri: “Proviamo profonda gratitudine. Ora non ci sentiamo più soli”
di Federico Piana – Vatican News

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La croce di legno sopra il giubbotto antiproiettile, il fango delle trincee sotto gli scarponi, il Vangelo in una tasca della tuta mimetica. Non è facile essere cappellano militare in Ucraina quando spirano violenti venti di guerra. “La nostra missione è quella di stare accanto ai soldati e portare a loro un pezzo di Cielo in modo che non sia pregiudicata la loro capacità di scegliere il bene, di cercare la verità, di proteggere la giustizia e perfino di contemplare la bellezza”, sussurra padre Andriy Zelinskyy.

Dolore per gli sviluppi internazionali
Lui, sacerdote gesuita della Chiesa greco-cattolica ucraina, prova profondo dolore per la tempesta che si agita nei cuori di quei ragazzi che imbracciano un fucile, spaventati da un’escalation della tensione al confine orientale del Paese. Da quando, nel 2014, sono iniziati i primi scontri armati, ha cercato di portare conforto e amore nelle zone più colpite, come quella di Pisky, di Scerokino, di Avdiyivka e di Vodiane. “In otto anni, abbiamo perso 14.000 persone. Questa può essere davvero definita una guerra ibrida, una guerra che, di fatto, già è in corso ma che in molti hanno voluto ignorare” spiega padre Zelinskyy.

Ascolto nelle trincee
C’è un osservatorio privilegiato dal quale padre Zelinskyy riesce a comprendere meglio il vero valore della vita umana: le trincee. Quei fossati, scavati dai soldati ucraini per resistere agli attacchi dei nemici,  si rivelano postazioni preziose per sondare le profondità del cuore umano. “Nel tempo – racconta il cappellano militare  proprio qui ho capito che non ci sono risposte facili da dare a chi ha perso un fratello, un amico, un compagno, in un conflitto che il mondo non riesce a vedere. Bisogna saper ascoltare e cercare di far incontrare il Signore della pace attraverso la preghiera comune”.

Aiuti anche alle famiglie
Il timore per un allargamento del conflitto ha spinto la Chiesa greco-cattolica ucraina ad intensificare gli aiuti anche nei confronti delle famiglie dei militari fornendo assistenza materiale e spirituale: ad esempio, le madri che hanno perduto un figlio condividono il loro dolore attraverso momenti di orazione mentre i bambini che hanno perso i loro padri in battaglia vengono integrati in momenti di svago e ricreativi. “La fede  dice padre Zelinskyy  aiuta a trovare la strada nelle tenebre della violenza. Anche nella guerra, la Parola di Dio può accendere una luce di speranza”.

Grati per l’intervento del Papa
Dalle famiglie dei militari e dagli stessi soldati giunge un grazie a Papa Francesco per i suoi forti appelli alla pacificazione, tra questi quello pronunciato nel post Angelus di domenica scorsa durante il quale il Pontefice aveva annunciato anche una giornata di preghiera per la pace, in programma per ieri, mercoledì 26 gennaio. Se ne fa portavoce proprio il cappellano militare: “Proviamo profonda gratitudine per tutto quello che il Papa sta facendo per l’Ucraina. Ci siamo accorti che non siamo soli e questo ci provoca un’emozione ricca e profonda. Tutti dobbiamo pregare insieme con il Santo Padre per la pace non solo per il nostro Paese ma per il mondo intero e per ogni cuore umano”.

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Segreto, psicologo e assoluzione: 3 consigli per una corretta Confessione

Posté par atempodiblog le 16 octobre 2021

Segreto, psicologo e assoluzione: 3 consigli per una corretta Confessione
I suggerimenti del cardinale Mauro Piacenza, Penitenziere Maggiore di Santa Romana Chiesa rilanciano un sacramento a volte bistrattato dagli stessi religiosi che lo praticano
di Gelsomino Del Guercio – Aleteia

Segreto, psicologo e assoluzione: 3 consigli per una corretta Confessione dans Cardinale Mauro Piacenza Sacramento-confessione-Sigillo-scaramentale

Mai violare il segreto della confessione, mai confondere questo sacramento con consigli degni di uno psicologo, e sopratutto mai negare l’assoluzione, a patto che il penitente rifletta sul suo agire.

Sono i tre suggerimenti del cardinale Mauro Piacenza, Penitenziere Maggiore di Santa Romana Chiesa, per un’efficace sacramento della Confessione. Il cardinale ne ha parlato con Angela Ambrogetti di Aci Stampa (15 ottobre).

Il peccatore incontra il Padre Misericordioso
«La natura del sacramento della Riconciliazione – spiega il cardinale Piacenza – consiste nell’incontro personale del peccatore con il Padre Misericordioso. L’oggetto del sacramento è il perdono dei peccati, la riconciliazione con Dio e con la Chiesa e la restituzione della dignità filiale in forza della redenzione operata da Gesù Cristo. L’insegnamento della Chiesa circa la Confessione è sinteticamente presentato nel Catechismo della Chiesa Cattolica che, al n. 1422 riprende il n. 11 della Lumen Gentium del Vaticano II e dal canone 959 del Codice di Diritto Canonico».

Nessuna confusione
Il cardinale Piacenza premette che la confessione non ha nulla a che vedere con una seduta dallo psicologo. «E’essenziale sottolineare che il sacramento della Riconciliazione. Essendo un atto di culto, non può e non deve essere confuso con una seduta psicologica o una forma di counselling. In quanto atto sacramentale, tale sacramento deve essere tutelato in nome della libertà di religione e ogni ingerenza deve essere ritenuta illegittima e lesiva dei diritti della coscienza».

Il segreto della Confessione
Per essere tutelato, il sacramento deve muoversi intorno ad un “patto segreto” tra il confessore e il confessato.

«Tutto quanto detto in confessione – afferma Penitenziere Maggiore – cioè dal momento in cui ha inizio questo atto di culto con il segno della croce e il momento in cui termina o con la assoluzione, o con la assoluzione negata, è sotto sigillo assolutamente inviolabile. Tutte le informazioni riferite in confessione sono “sigillate” perché date a Dio solo, per cui non sono nella disponibilità del sacerdote confessore (cf canoni 983-984 CIC; 733-734 CCEO). Anche nel caso specifico in cui, durante la confessione, per esempio un minore riveli di aver subito abusi, il colloquio deve rimanere, per sua natura, sempre e comunque sigillato. Ciò non toglie che il confessore  raccomandi vivamente al minore stesso di denunciare l’abuso ai genitori, agli educatori, alla polizia».

L’assoluzione a patto che…
L’assoluzione, prosegue il cardinale Piacenza, non va negata. Ci sono però alcuni aspetti da considerare.

«Se il confessore non ha alcun dubbio sulle disposizioni del penitente e questi chiede la assoluzione – dichiara il cardinale ad Aci Stampa – essa non può essere negata né differita (cf can. 980). Esiste certamente il dovere di riparare ad una ingiustizia perpetrata e di impegnarsi sinceramente ad evitae che l’abuso si ripeta, ricorrendo, se necessario, ad un aiuto competente. Ma questi doveri gravi legati al percorso di conversione non comportano la autodenuncia. Il confessore dovrà comunque invitare il penitente ad una riflessione più profonda e a valutare le conseguenze del suo agire, soprattutto quando un’altra persona sia stata sospettata o condannata ingiustamente».

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Preghiera affinché i sacerdoti possano essere protetti dalle tentazioni mondane

Posté par atempodiblog le 23 juillet 2021

Preghiera affinché i sacerdoti possano essere protetti dalle tentazioni mondane
Recitate questa preghiera perché tutti i sacerdoti possano essere circondati dall’amore di Dio
di Philip Kosloski – Aleteia

Preghiera affinché i sacerdoti possano essere protetti dalle tentazioni mondane dans Preghiere Sacerdoti-figli-prediletti-di-Maria

Come leader spirituali, i sacerdoti vengono spesso attaccati da varie tentazioni del demonio. Non dovrebbe sorprendere che Satana cerchi attivamente la rovina di tutti i sacerdoti, rendendo la loro vocazione assai difficile.

I presbiteri, però, possono essere aiutati dalle nostre preghiere e dal nostro sostegno.

Ecco una preghiera di San Pietro Giuliano Eymard per chiedere a Dio di circondare il sacerdote con il Suo amore e di tenerlo lontano dalle tentazioni:

O Gesù, eterno Sommo Sacerdote, tieni i tuoi servi al sicuro protetti dal Tuo Sacro Cuore, dove nessuno possa far loro del male. Fa’ che le loro mani, che toccano ogni giorno il Tuo sacro Corpo, restino senza macchia.

Rendi incontaminate le loro labbra, arrossate dal Tuo preziosissimo Sangue. Fa’ che il loro cuore, sigillato con il carattere sublime del Tuo sacerdozio, sia puro e santo.

Fa’ che il Tuo santo amore li circondi e li protegga dal contagio del mondo.

Benedici il loro lavoro con frutti abbondanti e duraturi. Fa’ che le persone che servono siano per loro gioia e consolazione qui sulla Terra e splendida corona e gloria eterna in Cielo.

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I 3 Sacerdoti morti sul Titanic per salvare le anime dei passeggeri

Posté par atempodiblog le 20 juin 2021

I 3 Sacerdoti morti sul Titanic per salvare le anime dei passeggeri
E’ davvero una storia incredibile quella dei 3 Sacerdoti morti sul Titanic per salvare le anime dei passeggeri!
Fonte: ChurchPOP

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Un utente di Twitter ha recentemente pubblicato le foto di tre eroici sacerdoti che hanno offerto la loro vita per stare vicino ai passeggeri a bordo del Titanic, prima che la nave affondasse nelle prime ore del mattino del 15 aprile 1912.

Il Testo del Tweet
Il tweet riporta il seguente testo: “I tre sacerdoti cattolici a bordo dell’RMS Titanic che hanno rifiutato i posti sulle scialuppe di salvataggio, scegliendo invece di dare la vita ai passeggeri rimasti bloccati sulla nave”.

I tre sacerdoti erano Padre Thomas Byles (42 anni) dell’Inghilterra, Padre Josef Benedikt Peruschitz, O.S.B. (41 anni) della Baviera, e Padre Juozas Montvila (27 anni) della Lituania. Tutti e tre sono morti sulla nave, nessuno dei corpi è stato recuperato.

Sul sito dedicato a Padre Byles, i sopravvissuti hanno spiegato le loro esperienze con il sacerdote sulla nave, nel mentre che quest’ultima stava affondando. Papa Pio X ha descritto Padre Byles come un “martire” per la fede.

La Testimonianza di Miss Helen Mary Mocklare, passeggera di terza classe
“Quando c’è stato lo schianto siamo stati sbalzati fuori dalle nostre cuccette… Leggermente vestiti, ci siamo preparati a scoprire cosa fosse successo. Scendendo dal passaggio, abbiamo visto davanti a noi, con la mano alzata, Padre Byles. Lo conoscevamo perché ci aveva visitato più volte a bordo e aveva celebrato la Messa per noi quella mattina stessa. ‘Sii calmo, mio buon popolo’, disse, e poi andò in avanti come guida impartendo assoluzioni e benedizioni…

Alcuni intorno a noi si sono agitati molto, il sacerdote però ha alzato di nuovo la mano e all’istante si sono calmati. I passeggeri sono rimasti subito colpiti dall’assoluto autocontrollo del sacerdote. Ha iniziato la recita del Rosario. Le preghiere di tutti, indipendentemente dal credo, si mescolavano e tutte le risposte, ‘Santa Maria’, erano davvero forti”.

Un’altra Testimonianza sui Sacerdoti del Titanic
“Quando l’agitazione divenne spavento, tutti i cattolici a bordo desideravano l’assistenza dei sacerdoti con il più grande fervore. Entrambi i sacerdoti hanno incoraggiato i ‘condannati a morte’ a recitare atti di contrizione e a prepararsi per incontrare il volto di Dio. Hanno guidato il Rosario e vari hanno partecipato. Il suono della recita irritava alcuni passeggeri, altri ridicolizzavano coloro che pregavano e iniziavano una danza ad anello intorno a loro.

I due sacerdoti erano impegnati continuamente impartendo l’assoluzione generale a coloro che stavano per morire. Alcune donne si rifiutarono di essere separate dai loro mariti, preferendo morire con loro. Infine, quando non erano rimaste più donne, alcuni uomini sono stati ammessi nelle barche. A padre Peruschitz fu offerto un posto, ma lui ha rifiutato”.

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Natale, ogni sacerdote potrà celebrare fino a quattro Messe

Posté par atempodiblog le 18 décembre 2020

Natale, ogni sacerdote potrà celebrare fino a quattro Messe
Per favorire la partecipazione dei fedeli in tempo di Covid, il prefetto della Congregazione del Culto divino, Robert Sarah, ha firmato un decreto che dà ai vescovi la possibilità di consentire ai sacerdoti di celebrare quattro Messe per le solennità di Natale, Maria SS. Madre di Dio ed Epifania. Permesse altre concessioni nei giorni feriali (due Messe), nonché nelle domeniche e feste di precetto (tre Messe).
di Nico Spuntoni – La nuova Bussola Quotidiana

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Nelle stesse ore in cui il Governo prepara misure ulteriormente restrittive in vista dei giorni festivi e prefestivi che sembrano spianare la strada ad una sorta di lockdown natalizio tra il 24 dicembre e il 3 gennaio, si muove la Congregazione del Culto divino per agevolare e mettere in sicurezza la partecipazione dei fedeli alla liturgia. In un decreto firmato dal cardinale prefetto, Robert Sarah, e dal segretario, l’arcivescovo Arthur Roche, viene concesso all’«Ordinario del luogo, per motivi del perdurare del contagio generale con il cosiddetto Covid-19, di consentire quest’anno nel periodo natalizio di celebrare quattro Messe nel giorno di Natale, nel giorno di Maria Santissima Madre di Dio e dell’Epifania ai sacerdoti residenti nelle loro diocesi, ogni volta che lo ritengano necessario a beneficio dei fedeli».

Il Codice di Diritto Canonico al canone 905 sancisce che «non è consentito al sacerdote celebrare più di una volta al giorno», affidando all’Ordinario del luogo la facoltà, «nel caso vi sia scarsità di sacerdoti», di «concedere che i sacerdoti, per giusta causa, celebrino due volte al giorno e anche, se lo richiede la necessità pastorale, tre volte nelle domeniche e nelle feste di precetto».

L’Ordinamento Generale del Messale Romano permette che «nel Natale del Signore tutti i sacerdoti» per «motivi particolari, suggeriti o dal significato del rito o dalla solennità della festa» possano «celebrare o concelebrare più volte nello stesso giorno». Fu Papa Alessandro II a decretare il divieto delle celebrazioni ripetute nello stesso giorno, mettendo fine ad una consuetudine inaugurata a partire dal pontificato di Leone III e incontrando il favore di san Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae. Papa Innocenzo III confermò la decisione del suo predecessore, regolandone anche le eccezioni nel giorno della Natività e in caso di gravi necessità: nel 1204, intervenendo su una pratica d’uso antico (se ne parlava già nei sacramentari di San Gelasio e San Gregorio Magno) e comune soprattutto nelle città ma generalmente riservata ai vescovi, prescrisse che ogni sacerdote potesse celebrare tre Messe nel giorno di Natale.

La trinazione della Messa nella solennità del Natale simboleggia la nascita eterna dal Padre, quella terrena da Maria e quella spirituale nel cuore dei giusti per mezzo della carità. Il decreto della Congregazione del Culto divino concede così un’eccezionale deroga al numero massimo di Messe da celebrare il 25 dicembre ma anche l’1 e il 6 gennaio.

L’aumento del numero delle celebrazioni era stata la strada indicata lo scorso marzo dalla Conferenza episcopale polacca per scongiurare il pericolo di assembramenti nelle chiese e, al tempo stesso, per non sospendere il diritto alla libertà di culto come avvenuto altrove. In Italia, nonostante la stretta annunciata dal Governo tra la Vigilia e Capodanno, l’accesso alle funzioni liturgiche non sarà impedito e le disposizioni del cardinale Robert Sarah intendono favorire la partecipazione e la sicurezza dei fedeli in un momento in cui si avverte più che mai il bisogno di immergersi nel Mistero della nascita del Signore.

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Preti, niente più scuse: da oggi si prega santa Faustina

Posté par atempodiblog le 5 octobre 2020

Preti, niente più scuse: da oggi si prega santa Faustina
A partire da quest’anno, oggi, il giorno del transito della giovane “Segretaria” di Gesù, sarà memoria facoltativa. È passato inosservato il decreto “De celebratione sanctae Faustinae Kowalske…” firmato dal Prefetto del Culto divino Robert Sarah. La santa sarà ricordata nel Messale e nei libri liturgici. Non ci si potrà più “dimenticare” di lei come invece ha fatto in questi anni con una evidente ostilità un certo tipo di clero.
di Maria Alessandra – La nuova Bussola Quotidiana
Tratto da: 
Radio Maria

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Il 18 maggio 2020 Karol Wojtyla, salito al soglio pontificio come Giovanni Paolo II, morto nel 2005 e divenuto Santo nel 2014, avrebbe compiuto cento anni e, come si sa, questa ricorrenza è stata ricordata da tutti i media. Alcuni, anzi, hanno notato la coincidenza per cui, proprio in quella data, quasi un regalo postumo di Papa Wojtyla al gregge che aveva guidato per più di ventisei anni, le Chiese fossero state riaperte alle celebrazioni dopo il lunghissimo lockdown dovuto alla pandemia da Covid 19, che aveva obbligato la maggior parte fedeli ad assistere alla Messa festiva in tv e a rimandare matrimoni e battesimi.

Sembra, invece, passato del tutto inosservato un altro regalo che in occasione del suo genetliaco San Giovanni Paolo II ci ha fatto, o, forse verrebbe da dire, si è fatto: l’iscrizione della celebrazione di santa Faustina Kowalska nel Calendario Romano Generale.

Porta infatti la data del 18 maggio 2020 il Decretum “De celebratione sanctae Faustinae Kowalske, virginis, in Calendario Romano Generali inscribenda” firmato in calce dal Cardinale Robert Sarah e dall’Arcivescovo Arthur Roche, rispettivamente Prefetto e Segretario della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.

Da quest’anno, quindi, il 5 ottobre, giorno del transito della giovane e umilissima suora polacca, al secolo Elena Kowalska, morta a trentatré anni di tubercolosi nel convento della Beata Vergine Maria della Misericordia di Cracovia, non sarà più una festa solo nella natia Polonia, ma sarà memoria facoltativa per tutto il mondo cattolico.

Chi scrive si è più volte lamentata anche dalle pagine di questo giornale che “il 5 ottobre”, passasse “in gran parte inosservata la memoria di santa Faustina Kowalska”, dimenticanza sicuramente dovuta anche all’ostilità di una parte del clero nei confronti dell’Apostola della Divina Misericordia e della rivelazione a lei affidata da Gesù.

Da ora in poi, però, non sarà più così facile per quegli stessi sacerdoti continuare a ignorare suor Faustina, visto che sul Decreto del 18 maggio 2020 si legge, infatti: “.. il Sommo Pontefice Francesco…ha disposto che il nome di santa Maria Faustina (Elena) Kowalska , vergine, sia iscritto nel Calendario Romano Generale e la sua memoria facoltativa sia celebrata da tutti il 5 ottobre. Questa nuova memoria sia inserita in tutti i Calendari e Libri liturgici per la celebrazione della Messa e della Liturgia delle Ore, adottando i testi liturgici allegati al presente decreto che devono essere tradotti, approvati…”.

A questo punto non può non tornare alla mente il secondo dei tre messaggi, una sorta di testamento spirituale, che suor Faustina Kowalska consegnò prima di morire al suo direttore spirituale, don Michele Sopocko, e che riguarda il giudizio della Chiesa: «Se anche si accumulassero le più grandi difficoltà, anche se sembrasse che Dio stesso non lo voglia, non ci si può fermare. Anche se il giudizio della Chiesa a questo riguardo fosse negativo, non ci si può fermare. Anche se mancassero le forze fisiche e morali, non ci si può fermare. Poiché la profondità della Misericordia di Dio è insondabile e non è sufficiente tutta la nostra vita per glorificarla».

La Chiesa ufficiale non si è fermata e sacerdoti che continuano, incredibilmente, a osteggiare santa Faustina e la rivelazione contenuta nel suo Diario, ritenuto una delle opere mistiche più importanti del secolo scorso, devono rassegnarsi: sono vani gli sforzi per bloccare il messaggio della Divina Misericordia dettato per la salvezza delle anime da Gesù alla semianalfabeta suora polacca, da Lui scelta come Segretaria.

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Genialità pastorale di un mistico del servizio

Posté par atempodiblog le 17 septembre 2020

La figura e l’insegnamento di san Roberto Bellarmino
Genialità pastorale di un mistico del servizio
di Armando Ceccarelli – L’Osservatore Romano

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Nei piani di Dio la figura di san Roberto Bellarmino si colloca nel periodo più acceso della Controriforma e della ricerca teologica e scientifica tra la seconda metà del secolo XVI e gli inizi del XVII. Egli è stato una personalità capace di adattarsi alle occupazioni più varie e alle situazioni più diverse. Fu predicatore, professore, scrittore, controversista vivace, e come religioso fu suddito e superiore, ottimo padre spirituale di grandi santi, consultore delle principali congregazioni romane, vescovo e cardinale. Si impegnò in ciascuna di queste attività come se ciascuna di esse fosse la sua specialità. In tutte mostrava una grande semplicità di vita e amabilità. Rispondeva alla prima necessità di quel tempo che era il dialogo e, per come era possibile, il confronto sereno. Per questo è stato chiamato a compenetrarsi con i problemi culturali e spirituali del suo tempo.

Era nato da una famiglia toscana di Montepulciano, nobile per tradizione, ma un po’ decaduta, il 4 ottobre 1542. Sua madre, Cinzia Cervini, era sorella del cardinale Marcello Cervini, che fu molto influente nella preparazione e nei lavori del concilio di Trento e che sarà eletto Papa col nome di Marcello ii nel 1555 per soli trenta giorni. Roberto Bellarmino fu alunno del collegio dei gesuiti a Montepulciano, si mostrò molto portato agli studi letterari e si sentì chiamato a entrare nella Compagnia di Gesù. Il suo ingresso in noviziato si realizzò quando egli ebbe 18 anni, nel 1560. Nonostante la sua parentela con un Pontefice, egli mantenne un atteggiamento umile, riconosciutogli da tutti. La sua vita si conformava in tutto a uno dei suoi libri spirituali preferiti, l’Imitazione di Cristo.

Si formò poi nelle aule del Collegio Romano. Fu condiscepolo di Cristoforo Clavio. Successivamente insegnò materie umanistiche sempre in scuole dei padri gesuiti, prima a Firenze, poi a Mondovì; in questa cittadina piemontese si distinse come predicatore, nonostante non fosse ancora ordinato sacerdote, e si applicò allo studio dei classici latini e greci. Studiò poi sistematicamente la teologia a Padova e subito dopo fu chiamato a insegnare a Lovanio, dove nel 1570 il vescovo Cornelio Giansenio lo ordinò sacerdote nella chiesa di Saint Michel costruita da poco dalla Compagnia di Gesù. È notevole l’interesse che egli riservò alle nuove scoperte scientifiche. Già durante le lezioni di filosofia naturale tenute a Lovanio nel biennio 1570-1572, si era discostato dall’ortodossia tolemaica, dichiarandosi a favore della fluidità dei cieli e del libero moto dei pianeti.

In seguito, tornato a Roma e nominato rettore del Collegio Romano (1592-1595), Bellarmino accolse le richieste del padre Clavio che voleva potenziare l’insegnamento matematico, facendolo impartire agli allievi dotati anche durante il quadriennio teologico. Così si deve anche a lui la formazione della cosiddetta Accademia di Matematica del Collegio che, con il Clavio, fu di alta qualificazione e poté verificare le scoperte galileiane confermandole al Bellarmino stesso.

Nel 1602 Papa Clemente VIII lo consacrò arcivescovo, ricorrendo a lui anche per le questioni scottanti del momento. Bastano due nomi famosi per significare di che si trattava: Giordano Bruno e Galileo Galilei.

La vicenda di Giordano Bruno coinvolse Bellarmino fin dal 1597, da quando fu nominato consultore del Sant’Uffizio. Ebbe alcuni colloqui con il frate domenicano, nei quali tentò di fargli abiurare le molte tesi considerate eretiche, nel probabile tentativo di salvargli la vita, poiché la condanna per eresia era inevitabilmente capitale. La lunga durata del processo fu causata dal fatto che Giordano Bruno non ebbe un comportamento lineare nell’ammettere l’ereticità delle proprie posizioni. Papa Clemente VIII e il Bellarmino si opposero fermamente alla tortura a cui gli inquisitori volevano ricorrere. Durante il processo la congregazione fece esaminare dal Bellarmino una dichiarazione di Giordano Bruno su otto proposizioni che gli erano state contestate come eretiche e il 24 agosto 1599 Bellarmino riferì che il suo assistito aveva ammesso come eretiche sei delle otto proposizioni e sulle altre due la sua posizione non era chiara: «Videtur aliquid dicere, si melius se declararet». La completa ammissione gli avrebbe risparmiato la condanna a morte, ma Giordano Bruno mantenne il suo pensiero. A condanna pronunciata, gli fu concesso ancora un qualche compromesso per evitare la morte, ma Giordano Bruno rifiutò di rinnegare le sue idee e preferì affrontare il rogo, che ebbe luogo a Roma, in Campo de’ Fiori, il 17 febbraio 1600.

Nel tempo in cui la dottrina prevalente era che l’infallibilità della Bibbia fosse letterale, non solo simbolica, Bellarmino fu coinvolto nella questione copernicana fino all’ammonimento a Galileo del 1616. I documenti oggi in nostro possesso mostrano che il cardinale ebbe rapporti cordiali, se non amichevoli, con lo scienziato, sia epistolari sia diretti, anche dopo la denuncia davanti al Sant’Uffizio nel 1615. Allora egli aveva espresso una posizione aperta nei confronti dello scienziato e sosteneva di non poter escludere a priori l’attendibilità della teoria eliocentrica, ma consigliava prudenza, suggerendo di proporla come descrizione fisica solo dopo che se ne fosse avuta la prova concreta e definitiva dal punto di vista matematico. Il 24 maggio 1616 Bellarmino firmò, su richiesta dello stesso Galilei, una dichiarazione nella quale si affermava che non gli era stata impartita nessuna penitenza o abiura per aver difeso la tesi eliocentrica, ma solo una denuncia all’Indice, a riprova del fatto che non c’era stato alcun processo contro di lui. Più tardi, verso il 1630, questa dichiarazione fu falsificata da un grande nemico di Galilei, aggiungendovi minacce di carcere se non ritrattava la teoria eliocentrica. Questo documento falsato, che Bellarmino, ormai morto, non poteva smentire, portò alla condanna di Galilei nel 1633.

Bellarmino trascorse la maggior parte della sua vita come docente, però più che professore era un vero maestro di vita. Scrisse libri scientifici, come le Controversie e la Spiegazione dei Salmi, tenendo sempre una linea mediana ed evitando prese di posizioni molto categoriche. Papa Clemente VIII lo chiamò a far parte della congregazione “De Auxiliis Divinae Gratiae” per ricomporre la controversia teologica sorta tra i Tomisti, guidati da Domingo Bañez e dai domenicani, e i Molinisti, con Luis de Molina e i gesuiti, sui rapporti tra grazia efficace e libertà umana. Sin dall’inizio Bellarmino consigliò di non intervenire autoritativamente su una questione squisitamente dottrinale, ma di lasciarla ancora alla discussione senza che si dessero condanne reciproche di calvinisti (verso i Tomisti) e di pelagiani (verso i Molinisti).

Con lo spirito del dialogo Bellarmino ha sempre espresso un grande amore alla Chiesa come la vera sposa di Cristo e al Sommo Pontefice come suo vicario. Gli attacchi dei luterani contro il Papa avevano una ripercussione profonda nel suo cuore e lo trasformarono in paladino del Pontificato. In materia teologica la definizione da lui data della Chiesa come “Societas perfecta” è stata proposta nell’insegnamento teologico fino al tempo del Vaticano II, fino a quando cioè la Lumen gentium adottò il termine di «Popolo di Dio convocato nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo». Per lui il «fundamentum» dell’unità della fede era la centralità del Pontefice romano.

Scrisse anche sei opere spirituali, tra le quali spicca il De ascensione mentis ad Deum, che formano la quintessenza della sua spiritualità. Esse sono un continuo colloquio con Dio e si muovono con limpidezza nel livello soprannaturale nel quale contemplava Dio negli uomini e gli uomini in Dio. Perciò egli è stato un gran confidente di Dio e degli uomini. Come padre spirituale esercitò un notevole influsso sui giovani studenti del Collegio Romano. Dalla sua guida spirituale furono orientati nel cammino di santità san Luigi Gonzaga, san Giovanni Berchmans, sant’Andrea Bobola e molti altri che divennero missionari importanti, anche se non giunsero agli onori degli altari.

L’amore verso Dio e verso la Chiesa si espresse molto chiaramente nei tre anni trascorsi come arcivescovo di Capua, nei quali poté dedicarsi a tempo pieno al ministero pastorale. Lo si vedeva sempre con i suoi sacerdoti e con i poveri. Distribuiva tutto ciò che aveva ai più bisognosi. Pregava insieme al suo clero nella cattedrale, insegnava personalmente il catechismo, andava nei paesi, accoglieva uno a uno quelli che ricorrevano a lui. Il catechismo per lui è stato il campo in cui ha potuto trasfondere tutta la sua scienza unita alla sua esperienza spirituale. Stando in collegamento stretto con san Pietro Canisio, che operava tra Vienna e le terre luterane tedesche, questi gli comunicò come Lutero avesse scritto un catechismo per diffondere tra il popolo il suo pensiero. A entrambi venne l’idea di fare lo stesso per la Chiesa cattolica. Con uno scambio postale molto stretto tra Bellarmino e Canisio, si formulò un catechismo per aiutare il popolo ad assimilare, fin dall’infanzia, le verità della fede. Ne scaturì un libretto che esponeva tutto il contenuto della nostra fede con domande e risposte, le prime delle quali chiedevano “Chi è Dio?” e “Chi ci ha creato?”, richiamando l’incipit del Principio e Fondamento degli Esercizi Spirituali di sant’Ignazio. Il testo finale stampato in tedesco e in italiano e diffuso in grande quantità, terminava con alcuni esercizi di contemplazione sui misteri della vita del Signore, come l’Incarnazione, l’Annunciazione, la Natività. Questo metodo è stato adottato dalla Chiesa fino agli inizi del 1900, quando Papa san Pio X diffuse il catechismo che ha portato il suo nome fino alla riforma della catechesi degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso.

Un “mistico del servizio”: così lo definisce in un breve profilo il padre Iñacio Iparraguirre, gran conoscitore della spiritualità ignaziana. Infatti san Roberto Bellarmino, nonostante le sue molteplici occupazioni, era alimentato dall’amore di Dio con una preghiera serena, ma continuata nella sua giornata. Il suo spirito si mantenne, come nei grandi mistici, profondamente sereno nel mezzo di una vita piena di lavoro e di preoccupazioni. Niente gli tolse la pace, neppure il “pericolo” di essere nominato Papa, come egli riconosce candidamente nella sua Autobiografia. In virtù di questa forza, che gli veniva dalla sua unione con Dio e dalla sua indole dolce e piena di bontà, poté gettarsi nella mischia delle dispute più importanti del suo tempo. Il suo tempo non era per lui, ma per gli altri, per la Chiesa e per la Compagnia di Gesù. Incarnò i problemi della Chiesa, le sollecitudini del Pontificato e, allo stesso tempo, si sentì vicino a tutti coloro che erano travagliati dai problemi. Così manifestò l’amore di Dio agli uomini. Fu un vero figlio di sant’Ignazio, che diceva che noi possiamo «cercare e trovare Dio e la sua volontà in ogni momento e in ogni cosa».

Raggiunse la casa del Padre il 17 settembre 1621. Ma per essere dichiarato santo bisognò aspettare che Pio XI lo proclamasse tale il 29 giugno 1930, dichiarandolo poi dottore della Chiesa il 17 settembre 1931. Nel 1923 la sua salma è stata riesumata e ricomposta nella cappella vicino a quella di san Luigi Gonzaga, nella chiesa di Sant’Ignazio in Campo Marzio a Roma.

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DON ROBERTO MALGESINI UCCISO/ Non un prete di strada ma un santo della porta accanto

Posté par atempodiblog le 16 septembre 2020

DON ROBERTO MALGESINI UCCISO/ Non un prete di strada ma un santo della porta accanto
Don Roberto Malgesini, 51 anni, prete a Como, è stato ucciso ieri mattina a coltellate da un tunisino con problemi psichici che si è poi costituito
di Laura D’Incalci – Il Sussidiario

DON ROBERTO MALGESINI UCCISO/ Non un prete di strada ma un santo della porta accanto dans Articoli di Giornali e News Don-Roberto-Malgesini

Mite, di poche parole, sempre pronto a intercettare il bisogno degli altri, a cercare risposte concrete, a colmare le distanze che creano emarginazioni e solitudini. Molti descrivono così don Roberto Malgesini, il prete accoltellato e ucciso ieri a Como per mano di un immigrato. Alle 7 di mattina, mentre stava preparando l’occorrente per le prime colazioni da portare ai senzatetto, come ogni giorno, è stato colpito da una furia omicida, un gesto di follia (il movente è ancora sconosciuto) commesso da un tunisino di 53 anni, con precedenti penali e più di un decreto di espulsione dall’Italia, che si è poi costituito.

Un fatto drammatico, che ha gettato nell’incredulità e nello sgomento l’intera città: innanzi tutto i suoi amici, un numero incalcolabile di persone che in lui avevano trovato un appoggio, un soccorso immediato, qualcuno persino un accompagnamento paterno per imboccare la strada di un’integrazione sociale possibile.

Ieri il dolore, per molti mescolato a un senso di ribellione per l’uccisione “insensata” del prete di 51 anni, un dolore che sembrava aver improvvisamente contraddetto il bene e la speranza seminati, si è misurato con le storie reali. Tante e variegate vicende sono apparse ancorate a segni luminosi, al ricordo di un’esperienza impastata di compagnia, di una fraternità che resiste nel cuore e nei pensieri, incancellabile. L’immagine di Don Roberto è affiorata così dai ricordi di quanti lo hanno conosciuto, in una dimensione che va oltre la definizione del “prete di strada” che attraversa contraddizioni disperanti e spesso giudicate insanabili, quasi contrapponendosi anche senza volerlo alla vita sociale che scorre in un alveo diverso.

Nel suo agire ininterrotto e infaticabile per strappare dall’abbandono esistenze provate, bisognose di una mensa, di un dormitorio, di una visita medica, di coperte, di un certificato, di un lavoro… don Roberto testimoniava la sua fede, la sua passione per la vita umana, contagiava chi lo incontrava e anche tanti giovani che si aggregavano attorno a qualche sua iniziativa.

“Non era un prete mediatico, non amava mettersi in mostra o fare discorsi da capopopolo sulle contraddizioni sociali, era un sacerdote che svolgeva il suo ministero a servizio dei più poveri, senzatetto, immigrati, prostitute, carcerati” suggerisce don Andrea Messaggi, sottolineando che ogni sua iniziativa era decisa con il consenso e la benedizione del vescovo Oscar Cantoni, fra i primi ieri ad accorrere accanto alla salma di don Roberto. “Non ha mai fondato un’associazione propria, ma entrava in contatto con le attività e opere presenti nel territorio”. “Mi ha sempre colpito la sua fede e la dedizione totale ai poveri che svolgeva con una profonda attenzione alla persona, soprattutto con un’ottica fortemente educativa” ricorda un operatore della Scuola di Cometa Formazione per l’inserimento nel mondo del lavoro. “Ci eravamo sentiti due giorni fa proprio perché voleva farmi incontrare alcuni ragazzi nei quali leggeva il desiderio di imparare l’italiano e di inserirsi in un percorso” aggiunge, notando che “rivelava una particolare sensibilità educativa, non perdeva mai di vista i ragazzi che ci affidava, ma si informava dell’andamento del loro impegno e della partecipazione”.

Ieri sera un gesto di preghiera, la recita del Rosario nella cattedrale di Como, ha reso evidente l’origine di quella fraternità vissuta e comunicata, intrecciata a tante vicende quotidiane. “Io sono convinto che don Roberto è stato ‘un santo della porta accanto’ per la sua semplicità, per l’amorevolezza con cui è andato incontro a tutti… Il suo servizio era rivolto alle singole persone per poter far sperimentare la tenerezza di Dio che si piega e si china su ognuno”: così il vescovo di Como Oscar Cantoni ieri ha richiamato l’insondabile profondità dell’amore divino che si tramette all’umanità. “Don Roberto si è donato a tutti perché mi ripeteva spesso: ‘i poveri sono la vera carne di Cristo’” ha ricordato, invitando a pregare “per don Roberto, per la sua famiglia, ma anche per colui che lo ha ucciso”.

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