Enrico Medi, lo scienziato che amava l’Eucaristia

Posté par atempodiblog le 27 mai 2020

Enrico Medi, lo scienziato che amava l’Eucaristia
Il 26 maggio di 46 anni fa moriva Enrico Medi, docente universitario e fisico che commentò in diretta tv lo sbarco dell’uomo sulla Luna. Oggi Servo di Dio, coniugava fede e ragione, argomentando perché «la scienza per natura sua è cristiana». Figlio spirituale di Padre Pio, era molto devoto al Santissimo Sacramento. Pensando all’infinito valore della Messa, rivolse ai sacerdoti parole memorabili e che dicono tanto della dignità e missione sacerdotale.
di Ermes Dovico – La nuova Bussola Quotidiana

Enrico Medi, lo scienziato che amava l’Eucaristia dans Articoli di Giornali e News Enrico-Medi

«La gloria del Signore risplende soprattutto il giorno della nascita dei santi. E il giorno della nascita dei santi è quello che gli uomini chiamano il giorno della morte». Era il 26 settembre 1968 e il professor Enrico Medi, durante i funerali partecipati da circa centomila persone, commentava così la nascita al Cielo del santo di cui era figlio spirituale: Padre Pio da Pietrelcina (†23 settembre 1968).

Se di Padre Pio la Chiesa ha già ‘certificato’ la santità, canonizzandolo, di Enrico Medi (Porto Recanati, 26 aprile 1911 – Roma, 26 maggio 1974), Servo di Dio, è in corso il processo di beatificazione. Fisico, docente universitario e politico, membro dell’Assemblea costituente e due volte deputato, Medi fu un illustre cattolico laico del suo tempo. Ricordarlo oggi, giorno del 46° anniversario della sua morte, può aiutare a inquadrare rettamente il rapporto tra scienza e fede, e insieme gettare luce su quella che dovrebbe essere la vocazione di uno “scienziato”, termine di cui ormai si fa abuso.

I più grandicelli e di buona memoria ricorderanno Medi per il commento scientifico, in diretta tv, allo sbarco del primo uomo sulla Luna. I vecchi video testimoniano la competenza e umiltà mostrate in quei momenti storici, così richiamati da Tito Stagno parlando molti anni dopo alla trasmissione A Sua Immagine: «Il LEM si è appena appoggiato sul Mare della Tranquillità, gli astronauti non sono ancora scesi ma si cominciano a vedere le prime immagini del paesaggio lunare e Medi dice: sì, siamo su un mondo nuovo, meraviglioso, noi chiniamo la testa, proprio in ringraziamento, meditazione e gioia, però sempre con la prudenza che si deve avere quando si affermano cose che non si conoscono. La scienza è fatta di incognite».

Il suo curriculum, in fatto di scienza, ci dice che Medi era un predestinato. A soli 21 anni si laureò in Fisica discutendo la tesi con Enrico Fermi. Nel 1942 vinse la cattedra di Fisica sperimentale all’Università di Palermo. I fatti del 1943 lo costrinsero a stare per mesi nella sua regione di nascita, le Marche, dove un giorno seppe di due uomini che stavano per essere fucilati: si recò al comando di Jesi offrendosi di sostituire i condannati a morte, a cui alla fine venne risparmiata la vita. Nel ’49 divenne presidente dell’Istituto nazionale di geofisica, alla cui guida promosse la rete degli osservatori e si adoperò perché venisse fatta una mappa sismica del Paese. Per un paio di anni fu anche divulgatore scientifico in tv, e nel 1958 fu nominato vicepresidente dell’Euratom. Medi era convinto che l’energia nucleare, usata a fini pacifici, fosse una valida risposta ai problemi energetici. Nel 1965 si dimise dalla vicepresidenza dell’Euratom perché vedeva prevalere gli interessi di enti dei singoli Stati a discapito di un piano comune di ricerca.

Alle molte attività da uomo di scienza, qui accennate a grandi linee, Medi univa la luce della fede: «Se non ci fosse pericolo di essere fraintesi, verrebbe da dire che il cristianesimo è esattamente scientifico; ma la verità è un’altra, è che la scienza per natura sua è cristiana: cioè ricerca della verità, cioè attenta indagine su quella che è la volontà di Dio che si esprime nell’ordine naturale (scienza) e nell’ordine soprannaturale (fede e teologia). Quindi è inconcepibile e assurdo qualsiasi ipotetico contrasto fra fede e scienza, fra vero progresso scientifico e teologia e morale». Medi, che si era pure laureato in teologia alla Gregoriana, spiegava che ogni vera scoperta scientifica non può mai intaccare la fede, bensì fornirle conferme che fanno «gustare meglio alla mente umana la grandezza e la bontà di Dio». In opposizione allo scientismo, che idolatra e falsifica la scienza negando il soprannaturale, Medi spiegava che «la rivelazione e la teologia hanno illuminato e permesso il nascere e lo sviluppo della scienza».

Medi ebbe un rapporto personale con Pio XII, che poté incontrare nel ’46 ricevendo da lui due rosari, uno per la moglie Enrica Zanini e l’altro per la bambina di cui i due coniugi erano allora in dolce attesa. Papa Pacelli imparò a conoscerlo e stimarlo sempre di più, e nel 1955 lo volle a capo della delegazione della Santa Sede alla conferenza di Ginevra sull’energia atomica. Un intenso rapporto lo ebbe pure con Paolo VI, che lo nominò membro della Consulta dei Laici del Vaticano.

Scorrendo tra gli scritti di e su Medi si comprende anche quale amore nutrisse per la famiglia e la centralità che dava all’educazione, che è anzitutto educazione a vivere la volontà di Dio. Aveva sposato Enrica, laureata in Chimica e Farmacia, nel 1938. E da lei aveva avuto sei figlie, sei “Marie” (Maria Beatrice, Maria Chiara, Maria Pia, Maria Grazia, Maria Stella, Maria Emanuela), a testimoniare la devozione verso la Madonna. Per mettere Dio sempre più al centro della vita familiare Medi fece costruire una cappella privata nella sua casa di Torre Gaia, la dedicò alla Sacra Famiglia e ottenne di potervi custodire l’Eucaristia. «In quella cappella – riferiva l’Osservatore Romano negli anni Novanta – iniziava e chiudeva la giornata, soffermandosi in preghiera e in lunghe meditazioni».

Ma dicevamo di Padre Pio. Dopo il primo incontro, fulminante, con il santo da Pietrelcina, Medi aveva voluto approfondirne la conoscenza, andando spesso a trovarlo a San Giovanni Rotondo, sia di sua iniziativa sia su invito diretto del buon frate. Un giorno, ancora padre di 4, appuntava di aver parlato a san Pio delle sue figlie e di aver avuto «la benedizione per Enrica, ma era implicita: è una cosa sola con me…».

L’insegnamento e insieme il dono più grande ricevuto dal santo fu assistere alla Messa da lui celebrata. «La Messa di Padre Pio era rivivere fisicamente tutta l’agonia del Getsemani, del Calvario, della Crocifissione e della morte. Quando assistevamo alla Messa si vedeva l’ansia di una creatura che da una parte era presa da una sofferenza immensa, dall’altra non voleva che questa sofferenza si riversasse sui fratelli che aveva accanto. Come il Signore sul Calvario».

Sarà per questa consapevolezza che Medi, rivolgendosi al clero, diceva parole che continuano a suonare attualissime:

Sacerdoti, io non sono un Prete e non sono mai stato degno neppure di fare il chierichetto. Sappiate che mi sono sempre chiesto come fate voi a vivere dopo aver detto Messa. Ogni giorno avete Dio tra le vostre mani. Come diceva il gran re San Luigi di Francia, avete «nelle vostre mani il re dei Cieli, ai vostri piedi il re della terra». Ogni giorno avete una potenza che Michele Arcangelo non ha. Con le vostre parole trasformate la sostanza di un pezzo di pane in quella del Corpo di Gesù Cristo in persona. Voi obbligate Dio a scendere in terra! Siete grandi! Siete creature immense! Le più potenti che possano esistere.

Chi dice che avete energie angeliche, in un certo senso, si può dire che sbaglia per difetto. Sacerdoti, vi scongiuriamo: Siate santi! Se siete santi voi, noi siamo salvi. Se non siete santi voi, noi siamo perduti! Sacerdoti, noi vi vogliamo ai piedi dell’Altare. A costruire opere, fabbriche, giornali, lavoro, a correre qua e là in Lambretta o in Millecento, siamo capaci noi. Ma a rendere Cristo presente e a rimettere i peccati, siete capaci solo voi! Siate accanto all’Altare. Andate a tenere compagnia al Signore. […] A tutti, anche a noi, ma in particolare a te, sacerdote, dice di continuo: «Tienimi compagnia. Dimmi una parola. Dammi un sorriso. Ricordati che t’amo. Dimmi soltanto “Amore mio, ti voglio bene”: ti coprirò di ogni consolazione e di ogni conforto» [...].

Publié dans Articoli di Giornali e News, Fede, morale e teologia, Padre Pio, Riflessioni, Sacramento dell’Ordine, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Messa e sacramenti, la lezione di un vescovo americano

Posté par atempodiblog le 18 avril 2020

Messa e sacramenti, la lezione di un vescovo americano
“Dobbiamo annunciare la vita eterna in Gesù Cristo. A maggior ragione in questi tempi duri in cui il popolo ha bisogno di speranza e consolazione ». Proprio la morte di due suoi amici preti per coronavirus ha fatto decidere il vescovo Peter Baldacchino a riprendere la celebrazione delle Messe con popolo. Ragioni che servono da guida.
di Angela Pellicciari – La nuova Bussola Quotidiana

Messa e sacramenti, la lezione di un vescovo americano dans Angela Pellicciari Vescovo-Peter-Baldacchino

“Siamo stati chiamati da Cristo e ordinati per servire il popolo della diocesi di Las Cruces (New Mexico), per portare speranza e consolazione in questo tempo difficile”: con queste parole Peter Baldacchino, unico vescovo a farlo negli Usa, ha deciso di tornare a celebrare messe in pubblico e ha sollecitato i preti della sua diocesi a fare altrettanto, naturalmente nel rispetto delle precauzioni previste dallo stato.

Baldacchino non è un incosciente, un ingenuo sprovveduto, che non conosce il dolore distribuito a piene mani dal coronavirus. Tutt’altro. Nella lettera che ha scritto ai fedeli della diocesi, ha specificato che è stato proprio l’eroico sacrificio di due fra i suoi più cari amici preti, morti di coronavirus, a spingerlo a rivedere la sua precedente posizione.

“Mentre è certo che dobbiamo prendere ogni ragionevole precauzione per ridurre il contagio del coronavirus, è altrettanto certo che, come preti, dobbiamo offrire alla popolazione il servizio più importante ed essenziale di tutti. Le passate settimane hanno mostrato come siano molte le conseguenze non previste della politica dello stare a casa”: le richieste di aiuto ai servizi che si occupano di salute mentale sono aumentate dell’891%, mentre sono cresciute a livello esponenziale le violenze praticate all’interno delle mura domestiche.  “Per parlare con schiettezza”, le persone chiuse in casa, con incerte prospettive di lavoro, col terrore di ammalarsi, “hanno soprattutto bisogno di una parola di speranza”.

“Dobbiamo annunciare la vita eterna in Gesù Cristo. È proprio l’urgenza di questa notizia che ha mosso gli apostoli ad evangelizzare, e questa urgenza non è certo diminuita ai nostri giorni. Cristo è vivo e noi siamo i suoi ambasciatori”. Le messe televisive, ha constatato, hanno rappresentato un tentativo per colmare un vuoto, “ma sono sempre più convinto che non siano sufficienti”.

Il vescovo della piccola diocesi di Las Cruces ha poi toccato un punto delicato che non riguarda il singolo stato del New Mexico e nemmeno i soli Stati Uniti: Baldacchino ha ricordato come recentemente lo stato del New Mexico abbia escluso le chiese dal novero dei “servizi essenziali”: “Io dissento con tutta la forza. A me sembra che mentre facciamo il conto giornaliero delle vittime dell’epidemia, ci dimentichiamo di quanti sono quelli che sono morti spiritualmente”. I preti “possono e debbono continuare ad esercitare il loro ministero. I fedeli non debbono essere privati dei sacramenti, in modo particolare quando sono in pericolo di vita”.

Da quando esiste, la Chiesa si confronta col potere temporale. Da quando esiste la Chiesa difende la sua libertà nei confronti del potere temporale. Da quando esiste la Chiesa espone la vita dei propri ministri (e non solo) in difesa della libertà religiosa. In difesa dell’annuncio della vittoria sulla morte.

I cristiani non possono piegarsi supinamente alle disposizioni di quanti considerano la realtà terrena l’unica di cui valga la pena di tenere conto.

Publié dans Angela Pellicciari, Articoli di Giornali e News, Coronavirus, Fede, morale e teologia, Riflessioni, Sacramento dell’Ordine, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Sarah sul Coronavirus: un’opportunità per tornare a Dio

Posté par atempodiblog le 13 avril 2020

Sarah sul Coronavirus: un’opportunità per tornare a Dio
Cosa ci insegna il Coronavirus, nel tempo presente e per il futuro? Come si può leggere, su un piano spirituale, il momento di prova che l’intera umanità sta attraversando?
Interrogato in tal senso dal settimanale francese Actuelles di Valeurs, il cardinale Robert Sarah ha proposto un’analisi ampia e profonda della situazione in cui siamo immersi.
di Giulia Tanel – Il Timone

Sarah sul Coronavirus: un’opportunità per tornare a Dio dans Articoli di Giornali e News Cardinale-Robert-Sarah

DALL’ONNIPOTENZA, ALL’IMPOTENZA. DAL RUMORE, AL SILENZIO
Innanzitutto, secondo quanto riporta il Tagespost, il prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti ha rilevato come il Coronavirus, nella sua infinitesima piccolezza, abbia in poche settimane messo in ginocchio l’Occidente materialista, rilevandone la sua estrema vulnerabilità. L’uomo che si credeva onnipotente, si è risvegliato indifeso e si è (ri)scoperto mortale. E anche quanto fino a un momento fa sembrava essere imprescindibile nella sua importanza, fagocitando la quasi totalità del nostro tempo, si è rivelato «irrilevante e ozioso». In definitiva, insomma, tutto il sistema di pensiero mainstream si è dimostrato essere «incoerente, fragile e privo di contenuti». 

L’UOMO, ESSERE IN RELAZIONE
Oltre a questo, la situazione di isolamento cui la pandemia in atto ci ha costretti ha messo in evidenza il bisogno di relazione proprio dell’uomo. Contro il mito dell’indipendenza, da tutti e da tutto, il Coronavirus ha rimescolato le carte: non solo ha mostrato che l’uomo è dipendente dalle leggi di natura, ma anche non può prescindere dalla relazione con il prossimo e, in ottica di fede, con Dio. La verità, infatti, è che «siamo realmente e specificamente dipendenti l’uno dall’altro. Se tutto si rompe, i legami del matrimonio, della famiglia e dell’amicizia rimangono. Abbiamo riscoperto che come membri di una nazione siamo collegati attraverso connessioni invisibili ma reali. In particolare, abbiamo riscoperto di essere dipendenti da Dio».

L’APPELLO ALLA PREGHIERA, ALLA RELAZIONE CON DIO
Ed è proprio la relazione con Dio che costituisce il punto centrale dell’intervento di Sarah, con un richiamo forte a sfruttare il silenzio in cui siamo costretti per pregare. Solamente stando uniti al Signore, infatti, è possibile vivere nella verità, senza ergersi a padroni del mondo e nel contempo senza farsi abbagliare dalle diverse ideologie. Il Coronavirus passerà, e ci auguriamo che questo succeda presto, ma nulla sarà stato vano se vi avrà permesso di muovere un ulteriore passo nel cammino quotidiano alla conversione.

FAMIGLIA, CHIESA DOMESTICA
Naturalmente, la preghiera non è solo quella personale, bensì anche quella condivisa in famiglia. Perché, domanda il cardinale, non cogliere questa occasione di isolamento e di assenza forzata alla partecipazione alla Santa Messa come un’opportunità per pregare e per «trasformare la nostra famiglia e la nostra casa in una chiesa domestica?». Inoltre, riporta la CNA, «è tempo che i padri imparino a benedire i propri figli. I cristiani, privati ​​dell’Eucaristia, si rendono conto di quanta comunione sia stata una grazia per loro. Li incoraggio a praticare l’adorazione da casa, perché non c’è vita cristiana senza vita sacramentale».

L’IMPORTANZA DEI SACERDOTI E DEI SACRAMENTI
L’uomo è fatto di anima e di corpo. Per questo, ha affermato Sarah, «i sacerdoti devono fare tutto il possibile per rimanere vicini ai fedeli. Devono fare tutto ciò che è in loro potere per aiutare i morenti, senza complicare il compito dei custodi e delle autorità civili». «Ma nessuno», ha continuato, «ha il diritto di privare una persona malata o morente dell’assistenza spirituale di un sacerdote. È un diritto assoluto e inalienabile».

Publié dans Articoli di Giornali e News, Cardinale Robert Sarah, Coronavirus, Fede, morale e teologia, Riflessioni, Sacramento dell’Ordine, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Il Papa ricorda i sacerdoti morti per essere vicini ai malati

Posté par atempodiblog le 9 avril 2020

Il Papa ricorda i sacerdoti morti per essere vicini ai malati
Nell’Ultima cena Gesù istituisce l’Eucaristia e fonda il sacerdozio. E Papa Francesco nella Messa in Coena Domini ricorda la santità di tanti parroci anonimi e coloro che si sono sacrificati soprattutto in questo periodo di pandemia. A tutti raccomanda: sperimentate il perdono di Dio e perdonate con generosità
di Adriana Masotti – Vatican News

Il Papa ricorda i sacerdoti morti per essere vicini ai malati dans Commenti al Vangelo Santo-Padre

Un Giovedì Santo davvero particolare quello di quest’anno a causa delle restrizioni imposte dalla pandemia che ha stravolto in poco tempo la vita di tutti. Anche i giorni del Triduo Pasquale, al centro della calendario liturgico, i più importanti per i cristiani, vedranno le chiese aperte ma le celebrazioni senza la presenza dei fedeli. Sarà così anche per le celebrazioni liturgiche di Papa Francesco. Il Papa non ha presieduto stamattina la Messa del Crisma con i sacerdoti di Roma, ma alle 18, all’altare della Cattedra in San Pietro, celebra la Messa in Coena Domini, che fa memoria dell’istituzione dell’Eucaristia.

La Basilica solo in apparenza vuota
La Basilica vaticana è vuota, con il Papa che indossa i paramenti di colore bianco, solo poche persone: i lettori, i cantori, alcuni sacerdoti e alcune religiose, un vescovo e il cardinale Angelo Comastri, arciprete della Basilica, tutti a distanza di sicurezza. Omesso il tradizionale rito della lavanda dei piedi che gli anni scorsi vedevano Francesco ripetere il gesto di Gesù a carcerati, poveri e rifugiati. L’ultima volta lo aveva fatto nella Casa Circondariale di Velletri o, nel 2018, in quella romana di Regina Coeli. Eppure, tramite i media sono probabilmente molto più numerosi del solito coloro che oggi partecipano alla Messa.

Gesù amò i suoi fino alla fine
Ad aprire la celebrazione è il canto del Gloria. La prima Lettura è tratta dal Libro dell’Esodo e riferisce le prescrizioni date dal Signore al suo popolo, per mezzo di Mosè e Aronne, per la cena pasquale. La seconda è un brano della seconda Lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi che ai fedeli ricorda: “Ogni volta che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché Egli venga”. La pagina del Vangelo secondo Giovanni è la descrizione dell’Ultima cena di Gesù con i suoi che, scrive, “amò fino alla fine”.

Eucaristia, servizio, unzione
Il Papa tiene l’omelia a braccio. Sottolinea tre parole che sono tre realtà al centro del Giovedì Santo: l’Eucaristia, il servizio, l’unzione. Il Signore vuole rimanere con noi, nell’Eucaristia, afferma Francesco, e noi diventiamo il suo tabernacolo. Gesù, continua, arriva a dire che “se non mangiamo il suo corpo e non beviamo il suo sangue, non entreremo nel Regno dei Cieli”. Ma per entrare nel Regno dei Cieli è necessaria anche la dimensione del servizio e Francesco prosegue:

Servire, sì, tutti. Ma il Signore, in quello scambio di parole che ha avuto con Pietro, gli fa capire che per entrare nel Regno dei Cieli dobbiamo lasciare che il Signore ci serva, che sia il Servo di Dio servo di noi. E questo è difficile da capire.

La grazia del sacerdozio
E poi il sacerdozio: il Papa dice che oggi desidera essere vicino a tutti i sacerdoti. Tutti dal primo all’ultimo, dice, siamo unti dal Signore, unti per celebrare l’Eucaristia e per servire. E se non è stato possibile oggi celebrare la Messa crismale con i sacerdoti, in questa di stasera il Papa vuole ricordare i sacerdoti, specie quelli che offrono la vita per il Signore, e che si fanno servitori degli altri. Ricorda le molte decine di sacerdoti che sono morti in Italia a causa del Covid-19, prestando servizio agli ammalati, assieme ai medici e al personale sanitario. “sono i Santi della porta accanto”, capaci di dare la vita. E poi ci sono i sacerdoti che prestano servizio nelle carceri o quelli che vanno lontano per portare il Vangelo e muoiono lì, quindi e prosegue:

Diceva un vescovo che la prima cosa che lui faceva, quando arrivava in questi posti di missione, era andare al cimitero e mettere sulla tomba dei sacerdoti che hanno lasciato la vita lì, giovani, per la peste del posto: non erano preparati, non avevano gli anticorpi, loro; nessuno ne conosce il nome.

Porto all’altare con me tutti i sacerdoti
Tanti i sacerdoti anonimi, i parroci di campagna o nei paesini di montagna, sacerdoti che conoscono la gente. “Oggi vi porto nel mio cuore e vi porto all’altare”, afferma Papa Francesco. E poi ci sono i sacerdoti calunniati che per strada vengono insultati:

Tante volte succede oggi, non possono andare in strada perché dicono loro cose brutte in riferimento al dramma che abbiamo vissuto con la scoperta dei sacerdoti che hanno fatto cose brutte.

Chiedere perdono e perdonare
Cita poi i sacerdoti, i vescovi e lui stesso “che non si dimenticano di chiedere perdono” perché “tutti siamo peccatori”.  E poi i sacerdoti in crisi, nell’oscurità. A tutti raccomanda solo una cosa: “non siate testardi come Pietro. Lasciatevi lavare i piedi. Il Signore è il vostro servo, Lui è vicino a voi per darvi la forza, per lavarvi i piedi”. Dall’essere perdonati a perdonare il peccato degli altri. Papa Francesco raccomanda un “cuore grande di generosità nel perdono” sull’esempio di Cristo.

Lì c’è il perdono di tutti. Siate coraggiosi. Anche nel rischiare nel perdonare, per consolare. E se non potete dare un perdono sacramentale in quel momento, almeno date la consolazione di un fratello che accompagna e lascia la porta aperta perché torni.

Il Papa conclude ringraziando il Signore per il sacerdozio e per i sacerdoti e dice infine: “Gesù vi vuole bene. Soltanto chiede che voi vi lasciate lavare i piedi”.

La preghiera al Signore perché vinca il male
Al momento della preghiera dei fedeli un diacono presenta cinque intenzioni. Si prega per la Chiesa perché “annunci a ogni uomo che solo in te c’è salvezza”; la seconda supplica il Signore di sostenere “le sofferenze dei popoli” e perché “i governanti cerchino il vero bene e le persone ritrovino speranza e pace ». La terza è per i sacerdoti perché siano “un riflesso vivo del sacrificio che celebrano e servano i fratelli con generosa dedizione”. Nella quarta si prega per i giovani, perché il Signore tocchi il loro cuore e loro lo seguano “sulla via della croce”, scoprendo “che solo in te c’è libertà, gioia e vita piena”. Infine si chiede a Dio di consolare l’umanità afflitta “con la certezza della tua vittoria sul male: guarisci i malati, consola i poveri e tutti libera da epidemie, violenze ed egoismi”. Una preghiera quanto mai attuale in mezzo alla ‘tempesta’ in cui stiamo vivendo.

Publié dans Commenti al Vangelo, Coronavirus, Fede, morale e teologia, Misericordia, Papa Francesco I, Perdono, Quaresima, Riflessioni, Sacramento della penitenza e della riconciliazione, Sacramento dell’Ordine, Santa Pasqua | Pas de Commentaire »

Piacenza ai confessori: la misericordia non si ferma

Posté par atempodiblog le 4 avril 2020

Piacenza ai confessori: la misericordia non si ferma
Lettera tratta da: Vatican News

Piacenza ai confessori: la misericordia non si ferma dans Cardinale Mauro Piacenza Card-Mauro-Piacenza

Lettera del cardinale Penitenziere in occasione della Pasqua: nell’emergenza provocata dalla pandemia,“Dio non si distanzia

La misericordia non si ferma. È questo il leitmotiv della lettera che il cardinale Mauro Piacenza ha inviato ai penitenzieri e confessori in occasione della Pasqua.

La riflessione del penitenziere maggiore prende le mosse dalle difficoltà che l’emergenza pandemia provoca anche nella vita delle comunità cristiane, con le attuali restrizioni in atto in moltissimi Paesi per arginare la propagazione del contagio. Ma, sottolinea appunto il cardinale, «la misericordia non si ferma e Dio non si distanzia». Infatti, sottolinea, il distanziamento sociale «richiesto per motivi sanitari, pur necessario», non può, «né deve mai tradursi in distanziamento ecclesiale».

Il cardinale ricorda in proposito che, qualora fosse impossibile «la celebrazione ordinaria del sacramento», i confessori sono chiamati «a pregare, a consolare, a presentare le anime alla divina misericordia», adempiendo al loro «ruolo sacerdotale di intercessori». In questi momenti più che mai, infatti, tutti hanno «bisogno della prossimità e della “carezza” di Gesù».

Il porporato sottolinea lo sforzo di quanti, in questi tempi di epidemia, si impegnano a rendere più creativa la pastorale per cercare di farsi prossimi al «popolo loro affidato, dando testimonianza di fede, di coraggio, di paternità». La misericordia si rende concreta anche nei «piccoli gesti di tenerezza e di amore compiuti verso i più poveri», in particolare «verso i morenti nelle corsie d’ospedale, verso gli operatori sanitari, verso chi è solo ed impaurito, verso chi non ha una casa nella quale trascorrere il tempo della quarantena o chi non riesce ad avere il necessario per sopravvivere».

Tutto ciò è vivificato dal sacrificio della messa, seppure «celebrata senza la presenza fisica del popolo, dalla quale scaturisce ogni grazia per la Chiesa e per il mondo». Grazie alla Croce, sottolinea il porporato, è donata a tutti gli uomini «la possibilità della salvezza e della riconciliazione». In tal senso, nonostante le attuali drammatiche circostanze, si è chiamati a riscoprire ciò che è essenziale nel ministero sacerdotale: «l’opera di Cristo più che la nostra, l’attuazione sacramentale della salvezza, di cui siamo ministri, cioè servi».

Scaturisce da qui quella misericordia che «non si ferma nella celebrazione della sacra liturgia» ma diventa «carità vissuta, che tende la mano amica a quanti soffrono e nel ministero sacerdotale è offerta del perdono di Dio». In questo senso, la misericordia si esprime anche «nella riscoperta dei valori per i quali vale la pena vivere e morire, nella riscoperta del silenzio, della adorazione e della preghiera, nella riscoperta della prossimità dell’altro e, soprattutto, di Dio». Non viene arrestata nemmeno dalla morte: infatti, anche chi è stato chiamato all’eternità «è raggiunto dalla preghiera di suffragio nella certezza pasquale che con la morte non si spezzano i rapporti ma si trasformano, rafforzati, nella comunione dei santi».

Publié dans Cardinale Mauro Piacenza, Coronavirus, Fede, morale e teologia, Misericordia, Riflessioni, Sacramento della penitenza e della riconciliazione, Sacramento dell’Ordine, Santa Pasqua | Pas de Commentaire »

Consacrazione, vescovi italiani: seguite il Portogallo

Posté par atempodiblog le 24 mars 2020

Consacrazione, vescovi italiani: seguite il Portogallo
I vescovi del Portogallo e della Spagna stanno compiendo un atto salvifico epocale con la Consacrazione al Sacro Cuore di Gesù e al Cuore Immacolato di Maria. Supplichiamo i nostri vescovi italiani di imitarli domani. ll Signore sta permettendo, nella sua infinita misericordia, che tocchiamo con mano la grande fragilità dell’uomo, della sua salute, dei suoi sistemi economici, delle sicurezze terrene. E lo sta facendo comprendere al mondo intero. Si tratta di un grande avvertimento, che sarebbe colpevole e foriero di conseguenze funeste non accogliere.
di Luisella Scrosati – La nuova Bussola Quotidiana

Consacrazione, vescovi italiani: seguite il Portogallo dans Articoli di Giornali e News Maria-Immacolata

In Portogallo si conserverà sempre il dogma della fede…”. Sono le ultime parole della seconda parte del segreto di Fatima, parole che da oltre un secolo fanno sì che in qualche modo si debba guardare al Portogallo con particolare attenzione, per cogliere i segnali della direzione da prendere di fronte ai tanti cambiamenti che hanno sconvolto il mondo e scosso la fede di intere nazioni. In Portogallo c’è un fenomeno molto particolare, che si registrava in Italia, ancora ai tempi di don Camillo: si può essere atei, comunisti, mangiapreti, ma quando si tira in ballo Lei, la Santissima Vergine di Fatima, si tira giù il cappello, in segno di rispetto.

Ed anche oggi, mentre c’è trepidazione per quello che sta accadendo a livello sanitario, ma ancor più per le decisioni che sono state prese a livello politico ed ecclesiale, una luce ci viene sempre da lì, dal Portogallo.

Domani, festa dell’Annunciazione della B. V. Maria, il Cardinale D. António Marto, vescovo di Leiria-Fatima, al termine del Santo Rosario che sarà pregato alle 18.30 (19.30 italiane) al Santuario di Fatima (e trasmesso qui), rinnoverà la consacrazione del Portogallo al Sacro Cuore di Gesù ed al Cuore Immacolato di Maria. E con loro ci saranno anche i vescovi spagnoli.

La prima consacrazione risale al 13 maggio del 1931, quando i vescovi, alla presenza di trecentomila fedeli, cercarono rifugio nel Cuore Immacolato per essere risparmiati dalla peste del comunismo, che stava invadendo l’Europa, in particolare la vicina Spagna. E la Madonna non fece mancare la sua speciale protezione: la guerra civile non coinvolse il Portogallo e a questa nazione furono risparmiate le devastazioni della Seconda Guerra Mondiale. La consacrazione venne rinnovata sette anni dopo, per mantenere il voto che i vescovi portoghesi avevano pronunciato nel 1936: essi avevano chiesto di essere risparmiati dai comunisti; “in cambio” avrebbero rinnovato la consacrazione, per far conoscere al mondo intero la potenza della mediazione di Maria Santissima. I vescovi portoghesi avevano preso alla lettera le parole che la Madonna aveva indirizzato a Lucia il 13 giugno 1917: «Non ti scoraggiare, Io non ti abbandonerò mai. Il Mio Cuore Immacolato sarà il tuo rifugio e la via che ti condurrà a Dio»Dio ha stabilito un rifugio, come accadde con Noè, per salvare i suoi dalle tempeste del mondo; chi entra in questo rifugio non perisce.

In quegli anni fu sotto gli occhi di tutti l’eccezionalità del Portogallo, rispetto al resto dell’Europa. Il Cardinale Cerejeira ammise candidamente che “se vediamo i due anni che sono passati dal nostro voto, non si può non riconoscere che la mano invisibile di Dio ha protetto il Portogallo, risparmiandolo dalla furia della guerra e dalla piaga del comunismo ateo”.

Il 2 dicembre 1940, in piena guerra, Suor Lucia confidò in una lettera a Pio XII la ragione per cui il Portogallo veniva preservato dalla strage: “Santo Padre, Nostro Signore concede una speciale protezione al nostro Paese in questa guerra, per via della Consacrazione della Nazione, compiuta dai prelati portoghesi, al Cuore Immacolato di Maria, come prova delle grazie che verrebbero concesse ad altre nazioni se anch’esse si consacrassero a Lei”.

La Madonna ha chiesto questa consacrazione esplicitamente anche all’Italia. Il 19 settembre 1995, sette mesi dopo le lacrimazioni di sangue, la Madonna apparve alla famiglia Gregori, dicendo: “La vostra Nazione è in pericolo… Consacratevi tutti a me, al mio Cuore Immacolato, e io proteggerò la vostra Nazione sotto il mio manto ora pieno di grazie. Ascoltatemi, vi prego, vi supplico! Io sono la vostra Madre celeste, vi prego non mi fate piangere ancora nel vedere tanti miei figli morire per le vostre colpe non accettandomi e permettendo che Satana agisca”.

Quello che leggete, allora, non è un semplice articolo, ma un accorato appello, un misero eco di quel “vi supplico!”, pronunciato dalla Madonna. Il Signore sta permettendo, nella sua infinita misericordia, che tocchiamo con mano la grande fragilità dell’uomo, della sua salute, dei suoi sistemi economici, delle sicurezze terrene. E lo sta facendo comprendere al mondo intero. Si tratta di un grande avvertimento, che sarebbe colpevole e foriero di conseguenze funeste non accogliere. Di fronte a questa situazione, che ci ha colto tutti d’improvviso, Dio ci tende ancora una volta una mano, ci offre un rifugio: il Cuore Immacolato di Sua Madre.

I vescovi del Portogallo stanno compiendo un atto salvifico epocale: chiediamo, supplichiamo i nostri vescovi italiani di imitarli. Al più presto. E’ soprattutto ai nostri Pastori che questo aiuto del Cielo è indirizzato: afferrino questa mano materna, che li potrà trarre fuori dalla situazione difficile in cui ci troviamo e che sta paralizzando la vita della nostra Chiesa italiana. Lasciamo da parte le dispute teologiche e i ragionamenti umani e, con semplicità e candore, obbediamo alla richiesta di nostra Madre.

Uniamoci il 25 marzo alle 19.30 italiane alla preghiera del Santo Rosario che verrà pregato a Fatima e all’atto di consacrazione. Consacriamo noi stessi, le nostre famiglie, le nostre parrocchie, le nostre città e imploriamo la Madonna perché tocchi i cuori e le menti dei nostri Vescovi, perché anche loro compiano questo atto dal quale potrà dipendere la vita e salvezza eterna di milioni di persone.

Cuore Immacolato di Maria, intercedi per noi.

Publié dans Articoli di Giornali e News, Coronavirus, Fede, morale e teologia, Misericordia, Riflessioni, Sacramento dell’Ordine, Sacri Cuori di Gesù e Maria, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Don Gabriele e la Messa che il Coronavirus non fermerà

Posté par atempodiblog le 24 février 2020

Don Gabriele e la Messa che il Coronavirus non fermerà
«Ieri, dinanzi al tabernacolo e alla statua dell’Assunta, anch’io ho pianto. Quando sentirete suonare le campane della Messa, unitevi al sacerdote che offrirà il Sacrificio del Signore per tutti. Uscirò sul sagrato della parrocchiale benedicendo con Santissimo Sacramento tutta la parrocchia e tutto il paese». La toccante lettera del parroco di Castiglione d’Adda ai “fedeli nella prova”: continua a celebrare nonostante la sospensione e offre il sacrificio per la sua gente.
di Andrea Zambrano – La nuova Bussola Quotidiana
Tratto da: Radio Maria

Don Gabriele e la Messa che il Coronavirus non fermerà dans Articoli di Giornali e News Don-Gabriele-e-la-Messa-che-il-Coronavirus-non-fermer

Dopo il lodigiano e il cremonese anche nella Diocesi di Milano il vescovo ha disposto la sospensione delle Messe con concorso di popolo a causa dell’epidemia di Coronavirus. Si tratta di misure gravi e clamorose alle quali i fedeli devono sottostare con pazienza e fede. Ma se le Messe pubbliche sono sospese e si è sollevati dal precetto (ma si tratta comunque di un provvedimento discutibile, leggi QUA), è bene ricordare che questo non significa che i preti non possano e non debbano comunque celebrare le Sante Messe anche senza fedeli.

In quest’ottica, sta facendo il giro delle chat di Whatsapp un messagio audio di don Gabriele Bernardelli, parroco di Castiglione d’Adda, che ha scritto un messaggio ai suoi fedeli nel quale ha detto loro che continuerà a celebrare Messa e a benedirli sul sagrato della chiesa con il Santissimo. Si tratta di un gesto di grande fede che dà il valore della Messa, che non è un servizio da togliere a piacimento a seconda delle evenienze.

È un gesto commovente che richiama alla memoria una celebre scena del film “Don Camillo e Peppone” che rievoca l’alluvione del ’51 quando la Bassa reggiana e parmense, fino al Polesine, furono allagate. Nel corso del film, la popolazione fugge dalle case all’arrivo dell’acqua e si rifiugia oltre l’argine dove si accampa in attesa che le acque si ritirino. Con Brescello completamente allagata, la chiesa sottosopra invasa dalle acque e Peppone nella piazza del paese che va in barca, va in scena una delle immagini più commoventi della serie nata dalla penna di Giovannino Guareschi. 

Don Camillo ha appena finito di celebrare Messa e dispone gli altoparlanti in modo che i suoi fedeli possano ascoltare al di là del fiume. E dice così: «Fratelli, sono addolorato di non poter celebrare l’ufficio divino con voi, ma sono vicino a voi per elevare una preghiera nell’alto dei Cieli. Non è la prima volta che il fiume invade le nostre case, un giorno però le acque si ritireranno ed il sole ritornerà a splendere. E allora con la fratellanza che ci ha unito in queste ore terribili, con la tenacia che Dio ci ha dato, ricominceremo a lottare perché il sole sia più splendente, perché i fiori siano più belli e perché la miseria sparisca dai nostri Paesi e dai nostri villaggi. Dimenticheremo le discordie e quando avremo voglia di morte cercheremo di sorridere così tutto sarà più facile e il nostro Paese diventerà un piccolo paradiso in terra. Andate fratelli, io rimango qui per salutare il primo sole che porterà a voi lontani, con la voce delle nostre campane, il lieto annuncio del risveglio».

Le parole di don Gabriele ci richiamano la stessa intensità e la stessa drammaticità. Ma anche la stessa certezza che il Signore della vita può portare il sole dove oggi c’è angoscia e timore.

E ci ricordano che la Messa si fa per Dio, quindi la presenza o meno dei fedeli è subordinata a questo. Sarebbe un dramma se i preti intendessro queste disposizioni come un tana liberi tutti, una vacanza inaspettata dai propri doveri che sono primariamente il culto di Dio. 

Ecco le parole di don Gabriele, le pubblichiamo perché siano da sprone ad altri parroci colpiti dalle misure interdittive a fare altrettanto e a non spezzare la catena che ci lega al Cielo attraverso il Santo Sacrificio dell’altare per continuare a chiedere protezione e salvezza.  

AI MIEI FEDELI NELLA PROVA
Cari fratelli e sorelle, nessuno di noi, forse, avrebbe mai pensato di trovarsi nella situazione nella quale, invece, siamo venuti a trovarci. Il nostro animo è frastornato, l’emergenza sembrava così lontana. Invece è qui, in casa nostra. Anche questo fatto ci porta a considerare come nel mondo siamo ormai un’unica grande famiglia. Ora ci dobbiamo attenere alle indicazioni che le autorità preposte hanno stabilito, tra cui la cessazione della celebrazione della Santa Messa. È facile, in questa situazione, lasciarsi andare spiritualmente, diventando apatici nei confronti della preghiera, ritenuta inutile.

Vi invito, invece, cari fratelli e sorelle, ad incrementare la preghiera, che sempre apre le situazioni a Dio. Ci rendiamo conto, in congiunture come la presente, della nostra impotenza, perciò gridiamo a Dio la nostra sorpresa, la nostra sofferenza, il nostro timore. Mi è venuto in mente, ieri, il brano che si legge il Mercoledì delle Ceneri, tratto dal profeta Gioele, laddove si dice: «Tra il vestibolo e l’altare, piangano i sacerdoti, ministri del Signore, e dicano: “Perdona, Signore, al tuo popolo”». Non ho vergogna a dirvi che ieri, dinanzi al tabernacolo e alla statua dell’Assunta, anch’io ho pianto. E vi chiedo di innalzare con me al Signore il grido della nostra preghiera. Pregare significa già sperare. Vi ricordo tutti nell’Eucaristia quotidiana e con me don Manuel, don Gino e don Abele.

Quando sentirete suonare le campane della Messa, unitevi al sacerdote che offrirà il Sacrificio del Signore per tutti. Domani mattina, dopo la Messa che celebrerò alle 11.00, uscirò sul sagrato della parrocchiale benedicendo con il Santissimo Sacramento tutta la parrocchia e tutto il paese. Ricordiamo soprattutto quanti sono stati contagiati dal virus e i loro familiari, affinché non si scoraggino, ma anche tutti gli operatori sanitari che si stanno spendendo per far fronte al contagio.
Stiamo uniti nella preghiera. Il vostro parroco, don Gabriele.

Publié dans Articoli di Giornali e News, Coronavirus, Giovannino Guareschi, Riflessioni, Sacramento dell’Ordine, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Perché è necessario opporsi ai preti sposati. Firmato: Benedetto XVI

Posté par atempodiblog le 14 février 2020

Perché è necessario opporsi ai preti sposati. Firmato: Benedetto XVI
Papa Francesco non ha cambiato la tradizione sul celibato sacerdotale. Nel libro con Sarah, Ratzinger spiega perché è la decisione giusta.
di Leone Grotti – Tempi

Perché è necessario opporsi ai preti sposati. Firmato: Benedetto XVI dans Articoli di Giornali e News Bendetto-XVI

IL DIBATTITO AL SINODO E L’ESORTAZIONE DEL PAPA
Lo scorso autunno l’attenzione al Sinodo era stata catalizzata proprio da questa possibile apertura, esplicitamente richiesta nel documento finale: i padri sinodali avevano infatti chiesto di «ordinare sacerdoti uomini idonei e riconosciuti dalla comunità, i quali, pur avendo una famiglia legittimamente costituita e stabile, abbiano un diaconato permanente fecondo e ricevano una formazione adeguata per il presbiterato al fine di sostenere la vita della comunità cristiana attraverso la celebrazione dei sacramenti».

LA RIBELLIONE DEI VESCOVI TEDESCHI
Il Papa però, nell’esortazione consegnata lo scorso 27 dicembre, prima quindi dell’uscita del libro del cardinale Robert Sarah e di Benedetto XVI, ha chiuso le porte allo stravolgimento della tradizione. A conferma che per molti l’unico obiettivo del Sinodo era portare all’ordinazione di uomini sposati, i vescovi tedeschi sono insorti: «Il Papa non trova il coraggio di attuare vere riforme. Ci dispiace moltissimo che abbia rafforzato le posizioni esistenti della Chiesa romana in termini di accesso al sacerdozio e di partecipazione delle donne ai ministeri», scrive il Comitato centrale dei laici tedeschi. Deluso anche il vescovo di Stoccarda, monsignor Gebbard Furst: «Le dichiarazioni del Papa sono deludenti. Dobbiamo parlarne in particolare nel nostro Sinodo tedesco».

Il Sinodo «vincolante» (parola che puzza di scisma) per la Chiesa di Germania è stato lanciato dal cardinale Reinhard Marx (che ha appena dichiarato che non si ricandiderà alla guida della Conferenza episcopale tedesca) e ha l’obiettivo esplicito di aggiornare la dottrina e la pastorale su morale, sesso, famiglia, donne, celibato sacerdotale. Non si parlerà invece del vero cancro della Chiesa tedesca: come ha spiegato al Corriere pochi giorni fa monsignor Massimo Camisasca, «è profondamente segnata dalla terribile contraddizione di essere una Chiesa ricca ma senza fedeli e ora pensa di recuperarli inseguendo la logica del mondo». È lo stesso giudizio che traspare dalle pagine della nostra rivista, che proprio alla Chiesa tedesca ha dedicato un approfondimento sul numero di marzo. Il titolo è “Una Chiesa così perfetta che Cristo è un optional”.

IL SAGGIO MAGISTRALE DI BENEDETTO XVI
Le ragioni profonde della decisione di papa Francesco di confermare la tradizione della Chiesa in merito al celibato sacerdotale, nonostante le enormi pressioni, le ha spiegate Benedetto XVI nel suo magistrale saggio contenuto nel testo Dal profondo del nostro cuore. Scrive il Papa emerito tornando «alle radici del problema», offrendo una «interpretazione cristologica dell’Antico Testamento» e una corretta «teologia del sacerdozio» (estratti selezionati e traduzione nostra dal francese):

«La Croce di Gesù Cristo è l’atto d’amore radicale nel quale trova realmente compimento la riconciliazione tra Dio e il mondo segnato dal peccato. Attraverso la Croce, il corpo di Cristo diviene il nuovo Tempio con la Risurrezione. Pertanto un nuovo culto viene istituito allo stesso tempo. Gli Atti degli apostoli evocano l’eccessivo carico di lavoro degli apostoli che, oltre al compito dell’annuncio e della preghiera della Chiesa, devono anche assumere la piena responsabilità della cura dei poveri. Gli apostoli decisero allora di consacrarsi interamente alla preghiera e al servizio della Parola. I nuovi ministeri [rispetto a Israele] non riposano più sull’appartenenza a una famiglia, ma su una vocazione donata da Dio. Di più, questa chiamata deve essere riconosciuta e accettata dal suo destinatario.

«MATRIMONIO E SACERDOZIO INCOMPATIBILI»
«Molto presto, la celebrazione regolare, quotidiana, dell’Eucaristia è diventata essenziale per la Chiesa. Questo ha avuto una conseguenza importante che, precisamente, si ritrova oggi nella Chiesa. Nella coscienza comune di Israele, i preti erano tenuti rigorosamente a rispettare l’astinenza sessuale nel periodo in cui esercitavano il culto ed erano dunque in contatto con il mistero divino. La relazione tra l’astinenza sessuale e il culto divino fu assolutamente chiara nella coscienza comune di Israele. Ma poiché i sacerdoti dell’Antico Testamento non dovevano consacrarsi al culto che durante periodi determinati, il matrimonio e il sacerdozio erano compatibili. Ma a causa della celebrazione eucaristica regolare e spesso quotidiana, la situazione dei sacerdoti della Chiesa di Gesù Cristo si trova radicalmente cambiata. Ormai, la loro vita intera è in contatto con il mistero divino. Questo esige da parte loro l’esclusività nei confronti di Dio. Questo esclude di conseguenza gli altri legami che, come il matrimonio, abbracciano tutta la vita.

«Dalla celebrazione quotidiana dell’Eucaristia nacque spontaneamente l’impossibilità del legame matrimoniale. Si può dire che l’astinenza sessuale che era funzionale si è trasformata in una astinenza ontologica. Lo stato coniugale riguarda l’uomo nella sua totalità, ma anche il servizio del Signore esige ugualmente il dono totale dell’uomo e non sembra possibile realizzare simultaneamente le due vocazioni.

«I SACERDOTI COME I LEVITI VIVONO DI E PER DIO»
Tutte le tribù di Israele, come anche ogni famiglia, rappresentava l’eredità della promessa di Dio ad Abramo. Questa si esprimeva concretamente nel fatto che ogni famiglia otteneva in eredità una porzione della Terra promessa, di cui diventata proprietaria. Il possesso di una parte della Terra santa dava a ogni famiglia la certezza di partecipare alla promessa. La tribù di Levi aveva questo di particolare: era l’unica tribù che non possedeva terra in eredità. Il levita restava privo di terra ed era dunque deprivato di una sussistenza immediata. Egli viveva solamente di Dio e per Dio. In pratica, questo implica che doveva vivere, secondo norme precise, delle offerte sacrificali che Israele riservava a Dio. Questa figura veterotestamentaria si realizza nei sacerdoti della Chiesa in maniera nuova e più profonda: essi devono vivere solo di Dio e per Lui. Nel Vecchio Testamento, i leviti rinunciano a possedere una terra. Nel Nuovo testamento, questa privazione si trasforma e si rinnova: i preti, poiché sono radicalmente consacrati a Dio, rinunciano al matrimonio e alla famiglia. Entrare nel clero significa rinunciare al proprio centro di vita e non accettare che Dio solo come sostegno e garante della propria vita. Il vero fondamento della vita del sacerdote, il sale della sua esistenza, la terra della sua vita è Dio stesso. Il celibato non può essere compreso e vissuto in definitiva se non su questo fondamento.

«L’uomo diventa santo nella misura in cui comincia a essere con Dio. Essere con Dio significa rimuovere ciò che è soltanto mio e diventare uno con il tutto della volontà di Dio. Questa liberazione da me può rivelarsi molto dolorosa e non è mai compiuta una volta per tutte. Con il termine “santificarsi” si può anche comprendere in modo molto concreto l’ordinazione sacerdotale, nel senso che questa implica che il Dio vivente rivendichi radicalmente un uomo per farlo entrare al suo servizio.

«IL CAMMINO PERCORSO PER TUTTA LA MIA VITA»
«Alla vigilia della mia ordinazione si è impresso profondamente nella mia anima ciò che significa l’essere ordinati sacerdoti, al di là di tutti gli aspetti cerimoniali: significa che noi dobbiamo di continuo essere purificati e invasi da Cristo perché sia Lui che parla e agisce in noi e sempre meno noi stessi. Mi è apparso chiaro che questo processo che consiste nel diventare una cosa sola con lui e a rinunciare a ciò che appartiene a noi dura tutta la vita e include in continuazione liberazioni e rinnovi dolorosi. In questo senso le parole di Giovanni 17, 17 mi hanno indicato il cammino che ho percorso durante tutta la mia vita».

Publié dans Articoli di Giornali e News, Cardinale Robert Sarah, Fede, morale e teologia, Riflessioni, Sacramento dell’Ordine | Pas de Commentaire »

L’invito del Cardinale De Donatis a pregare per le vocazioni e per i sacerdoti

Posté par atempodiblog le 13 février 2020

L’invito del Cardinale De Donatis a pregare per le vocazioni e per i sacerdoti
Una lettera del Cardinale De Donatis ai parroci di Roma: l’invito alla preghiera per le vocazioni
della Redazione di ACI Stampa

L'invito del Cardinale De Donatis a pregare per le vocazioni e per i sacerdoti dans Discernimento vocazionale Il-Cardinale-Angelo-De-Donatis-Vicario-Generale-di-Sua-Santit

Il Cardinale Vicario della diocesi di Roma, Angelo De Donatis, scrive una lettera ai parroci della diocesi di Roma invitandoli a pregare per le vocazioni e per i sacerdoti. E istituisce una giornata speciale, il giovedì, per presentare al Signore queste particolari intenzioni.  Lo comunica il sito del Vicariato di Roma.

“Se per ciascun cristiano – si legge nella lettera – la preghiera è il respiro dell’anima, per una diocesi essa rappresenta il respiro di una città intera che, anche inconsapevolmente, ha necessità del Soffio di Dio per vivere”.
Ed ecco l’invito: “Siamo tutti consapevoli che andiamo incontro a tempi in cui i sacerdoti saranno sempre meno. Rimaniamo tutti amareggiati quando sappiamo che un sacerdote è in crisi o abbandona il ministero. Spesso ci lamentiamo che in seminario sono in pochi, che mancano i preti, o che non hanno tempo per tutti. Ma quanto preghiamo per loro? Ti chiedo allora di pregare con me, con tutto il presbiterio diocesano e con tutta la tua comunità affinché il Signore ci renda sacerdoti innamorati del Vangelo e perché mandi nuovi operai per la sua messe”.

Ai parroci viene inviato anche uno schema preciso di preghiera. “Il primo giovedì del mese è il giorno in cui da tanto tempo, a partire da una tradizione del Seminario Romano Maggiore, si prega per le vocazioni – ricorda il cardinale De Donatis – dedicando anche il tempo della notte tra il giovedì e il venerdì con l’adorazione eucaristica (o altre forme di preghiera) per questa intenzione. Il secondo giovedì del mese vi invito a pregare per i sacerdoti anziani e per quelli malati, rendendo grazie al Signore per la testimonianza che ci hanno donato e che ci continuano a dare, anche con l’offerta delle loro sofferenze. Il terzo giovedì del mese vi invito a pregare per la santificazione dei sacerdoti. Il quarto giovedì del mese pregheremo per i sacerdoti che vivono un momento di prova e di difficoltà”.

Publié dans Discernimento vocazionale, Fede, morale e teologia, Riflessioni, Sacramento dell’Ordine, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Dio abita nel Lager, quei sacerdoti internati a Dachau

Posté par atempodiblog le 27 janvier 2020

IL GIORNO DELLA MEMORIA
Dio abita nel Lager, quei sacerdoti internati a Dachau
La storia della “baracca dei preti del Blocco 26 del campo di Dachau dove vennero imprigionati 2.720 sacerdoti e uccisi 1054. Sperimentarono il furore anticristiano delle SS naziste. San Paolo VI ricevette i superstiti e lodò la loro fedeltà al sacerdozio. La loro presenza costituiva la presenza di Dio in una situazione dove sembrava assente.
di Nico Spuntoni – La nuova Bussola Quotidiana

Dio abita nel Lager, quei sacerdoti internati a Dachau dans Articoli di Giornali e News Baracca-dei-preti

Non è molto conosciuta la storia della “baracca dei preti, quel Blocco 26 del campo di Dachau dove vennero imprigionati 2.720 sacerdoti (i cattolici erano 2.579) e uccisi 1054. Il regime nazista temeva il carattere universale del cattolicesimo e rese difficile la vita di religiosi e fedeli sin dall’inizio: nel 1937 la politica di “deconfessionalizzazione” della Germania portò alla cifra record di 108.000 cattolici apostati. In quello stesso anno Pio XI promulgò l’enciclica “Mit brennender Sorge” (Con cocente preoccupazione) nella quale veniva denunciata la “violenza tanto illegale quanto inumana » a cui erano sottoposti i cattolici nella società del Terzo Reich e che venne letta dai pulpiti delle parrocchie la domenica delle Palme. L’encliclica intensificò il clima persecutorio: la Gestapo confiscò 12 tipografie ed arrestò in tutto il Paese molti sacerdoti e laici per la sua diffusione clandestina.

Dachau, primo campo di concentramento voluto dal regime nazionalsocialista ed attivo già dal 1933 per gli oppositori politici, divenne la “diocesi più grande d’Europa” a partire dal dicembre del 1940, quando Heinrich Himmler, capo della polizia, dispose proprio in quel lager il trasferimento di tutti i preti internati. La nazionalità più rappresentata era quella polacca: vi trovarono la morte 868 sacerdoti polacchi, eliminati anche per dare seguito al piano di distruzione completa dell’intellighenzia di quella terra. 28, invece, i preti italiani internati: a Dachau morì padre Giuseppe Girotti a soli 40 anni. Il domenicano piemontese, proclamato beato da papa Francesco nel 2014, venne trasferito nel lager da Bolzano dove era stato imprigionato per aver assistito un uomo che credeva essere un partigiano ferito e che in realtà si rivelò essere un delatore. Il religioso veniva tenuto sotto controllo da tempo per aver aiutato alcuni ebrei a fuggire in Svizzera, attività per la quale nel 1995 gli è stato conferito il riconoscimento di Giusto fra le Nazioni.

Da Bolzano arrivò a Dachau il 9 ottobre 1944 insieme a don Angelo Damasso, anch’egli accusato di aver supportato gli uomini della Resistenza e con il quale condivise la tragica esperienza nel lager durata cinque mesi, prima della morte provocata da un carcinoma che ne aveva iniziato a divorare il fisico a causa delle dure condizioni di lavoro a cui era sottoposto. E’ forte il sospetto, inoltre, che il decesso del domenicano sia stato anticipato dai medici nazisti con un’iniezione letale.

La vita del Blocco 26 ruotava attorno la cappella aperta nel gennaio del 1940 e nella quale poteva essere celebrata soltanto una messa al giorno, proibita ai prigionieri laici del campo. I locali erano piccoli, appena nove metri per venti, ma venivano tenuti puliti e curati quotidianamente dai sacerdoti: l’altare era formato da una tavola di legno, il tabernacolo veniva illuminato da una lampada rossa, c’erano dei quadri per riprodurre le stazioni della Via Crucis. Qui celebravano le loro liturgie anche ortodossi e protestanti; la solidarietà tra compagni di prigionia fece sì che il Blocco 26 divenisse una sorta di “palestra » di dialogo ecumenico, come testimoniato dall’esperienza stessa di padre Girotti che proprio dal confronto quotidiano con un pastore luterano sulla Bibbia trasse l’ispirazione per scrivere un commento al libro del profeta Geremia.

I sacerdoti detenuti a Dachau sperimentarono sulla loro pelle tutto il furore anticristiano delle SS naziste: invitati con la forza a spogliarsi dei loro abiti ecclesiastici, venivano costretti a bestemmiare o torturati sadicamente con una corona di filo spinato in testa per deridere la Crocifissione di Gesù. Il sovraffollamento era tale, specialmente con l’avanzata tedesca nell’Europa occidentale e il conseguente arrivo di sacerdoti di altre nazionalità, che dovevano dormire in tre in una cuccetta, alle prese con i pidocchi e all’esposizione a malattie come il tifo, diarrea e tubercolosi che spesso risultavano fatali.

Non pochi morivano tra atroci sofferenze, poi, a causa degli esperimenti a cui erano sottoposti dai medici militari. I sacerdoti più coraggiosi, incuranti del pericolo di contagio e dei divieti dei guardiani, si recavano clandestinamente fuori dal Blocco a portare i sacramenti ai prigionieri laici. L’identità sacerdotale, nonostante le proibizioni e le violenze, non venne scalfita ed uscì persino rafforzata dalla vita nel lager, come si può ricavare dalla testimonianze dei superstiti. Un aspetto che San Paolo VI, ricevendo 200 di loro in udienza nella Sala del Concistoro il 16 ottobre del 1975, volle sottolineare con forza, lodando la fedeltà dimostrata al sacerdozio in quelle terribili circostanze. La celebrazione della Messa e le preghiere comunitarie erano i veri momenti di consolazione per i prigionieri del Blocco 26 ( e di quello 28, in parte riservato al clero polacco), quelli da cui trovavano la forza per andare avanti nonostante tutta la disumanità attorno a loro.

Il comando nazista lo sapeva e per questo non esitò ad adottare, nel settembre del 1941, anche un provvedimento odioso come il divieto di accedere alla cappella per i sacerdoti polacchi. Per impedire a costoro di assistere da lontano alla liturgia, il comandante del campo fece addirittura dipingere con vernice bianca le finestre della cappella. Questo non impedì al clero polacco del Blocco 28 di celebrare segretamente la Messa grazie all’aiuto dei sacerdoti tedeschi che passarono loro ostie e vino di nascosto. I rosari vennero sequestrati, ma i prigionieri si arrangiarono costruendone dei modelli rudimentali con pezzi di legno.

Le violazioni delle regole esponevano i prigionieri a gravi rischi come in occasione di un Venerdì Santo quando i nazisti torturarono 60 sacerdoti con le catene, provocando la morte di alcuni e lasciando invalidi gli altri. Pur privi del loro abito e costretti a celebrare con pezzi di stoffa addosso, i prigionieri continuarono ad onorare il loro sacerdozio, non rinunciarono all’adorazione eucaristica durante il lavoro nelle piantagioni alternandosi nel tenere in mano una scatola con dentro la Sacra Particola.

Nonostante la fame e le condizioni igieniche disperate degli alloggi, mantennero fede alla loro missione rinunciando spesso alle porzioni di cibo per far mangiare i più malati e difesero la cappella quando, a causa del sovraffollamento, il comando nazista pensò di rimuoverla per far posto a nuovi dormitori. Come ha scritto il gesuita Lorenzo Girardi in un articolo su “La Civiltà Cattolica” dedicato proprio alla storia dei religiosi a Dachau: “La presenza dei sacerdoti, con le loro parole di incoraggiamento e gli atti di carità materiale, se non sacramentale, costituiva la presenza di Dio in una situazione dove sembrava fosse completamente assente”.

Publié dans Articoli di Giornali e News, Fede, morale e teologia, Riflessioni, Sacramento dell’Ordine, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Celibato, interviene la Santa Sede: “Per il Papa è un dono prezioso, la sua posizione è nota”

Posté par atempodiblog le 14 janvier 2020

Celibato, interviene la Santa Sede: “Per il Papa è un dono prezioso, la sua posizione è nota”
Il portavoce vaticano Matteo Bruni e il direttore editoriale dei media vaticani Andrea Tornielli dopo le anticipazioni del libro di Benedetto XVI e del cardinale Sarah: Francesco come Paolo VI che diceva di preferire di dare la vita prima di cambiare la legge sul celibato
di Salvatore Cernuzio – Vatican Insider

Celibato, interviene la Santa Sede: “Per il Papa è un dono prezioso, la sua posizione è nota” dans Andrea Tornielli Santo-Padre-Francesco

«La posizione del Santo Padre sul celibato è nota». Ed è quella ricalcata da tutti gli ultimi Pontefici, a cominciare da Paolo VI dal quale Francesco ha mutuato la nota frase: «Preferisco dare la vita prima di cambiare la legge del celibato». Mentre incalza il dibattito – fragoroso sul web a colpi di tweet e post, più felpato nelle voci scambiate nei corridoi della Curia romana – per le anticipazioni sul libro di Benedetto XVI e il cardinale Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il Culto divino, la Santa Sede è intervenuta per chiarire alcuni punti fondamentali. A cominciare dalla «posizione», appunto, del Papa – il regnante, Francesco – su una questione controversa che ha animato le discussioni negli ultimi cinquant’anni, ancor più il Sinodo sull’Amazzonia con la proposta dei “viri probati”.

Una posizione certamente non aperturista, quella di Jorge Mario Bergoglio, come dimostrano i vari interventi sul tema riassunti in una breve nota del direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Matteo Bruni, e in un’accurata analisi del direttore editoriale dei media vaticani, Andrea Tornielli.

Due pubblicazioni che non vogliono costituire una memoria difensiva del Pontefice – dato che, fino a prova contraria, non gli viene imputata alcuna colpa -, ma uno strumento per ridimensionare l’acceso dibattito venutosi a creare con il nuovo intervento del Papa emerito. Lo stesso Pontefice che aveva promesso silenzio e nascondimento dopo le sue dimissioni, ma che per la terza volta in questi sette anni ha reso pubbliche le sue posizioni su una problematica spinosa (l’ultima era, l’aprile scorso, con gli “appunti” sugli abusi). Un gesto indubbiamente animato dal profondo amore alla verità e all’unità della Chiesa – come ribadisce nel nuovo volume edito da Fayard presentandosi, insieme a Sarah, come un vescovo in «filiale obbedienza a Papa Francesco» -, ma che, al di là di ogni intenzione, va ad alimentare la narrativa di un doppio pontificato o di un «pontificato condiviso» (tesi avvalorata da alcuni membri dell’entourage di Ratzinger), di gran voga ultimamente dopo l’uscita del film Netflix “I due Papi”, e a prestare il fianco agli oppositori del pontificato bergogliano che approfittano di ogni persona – fosse anche il predecessore – e situazione per delegittimare il Papa in carica.

Nel suo comunicato il portavoce Bruni ricorda un importante intervento di Francesco sul celibato che è la risposta offerta ai giornalisti sul volo che lo riportava, nel gennaio 2019, da Panama a Roma. «È possibile pensare che nella Chiesa cattolica, seguendo il rito orientale, Lei permetterà a degli uomini sposati di diventare preti?», domandava al Papa una giornalista francese. Il Vescovo di Roma ha risposto così: «Mi viene alla mente una frase di San Paolo VI: “Preferisco dare la vita prima di cambiare la legge del celibato”. Mi è venuta in  mente e voglio dirla, perché è una frase coraggiosa, in un momento più difficile di questo, 1968/1970… Personalmente penso che il celibato sia un dono per la Chiesa. Io non sono d’accordo di permettere il celibato opzionale, no. Soltanto rimarrebbe qualche possibilità nelle località più remote – penso alla Isole del Pacifico… Quando c’è necessità pastorale, lì, il pastore deve pensare ai fedeli».

Proprio una «necessità pastorale» sta alla radice della proposta dei vescovi della Regione Panamazzonica, presentata ai padri riuniti nel Sinodo dello scorso ottobre, di ordinare uomini sposati di comprovata fede per distribuire i sacramenti in quelle comunità indigene che vivono in luoghi sperduti della foresta dove i sacerdoti, a causa delle lunghe distanze (in Perù e in Brasile, ad esempio, si parla anche di otto giorni di viaggio) o della carenza di clero, celebrano messa una volta ogni due mesi. Al termine del Sinodo i padri hanno approvato l’ipotesi con una maggioranza dei due terzi, in una soluzione forse più “soft”: ordinare sacerdoti diaconi permanenti sposati. Più che «preti sposati», «sposi spretati», volendo usare il gioco di parole di un vaticanista di lungo corso.

La questione è ora al vaglio del Pontefice, il quale si pronuncerà in merito nella esortazione apostolica post-sinodale che sembra possa essere pubblicata già nelle prossime settimane. Qualcuno ha già previsto scenari apocalittici come l’abolizione definitiva del celibato e la conseguente scomparsa della stessa Chiesa (alcune espressioni del cardinale Sarah, che nel libro arriva a definire «una catastrofe pastorale, una confusione ecclesiologica e un oscuramento della comprensione del sacerdozio» l’eventuale possibilità di ordinare uomini sposati, sembrano muoversi in questo senso), nella certezza assoluta che il Papa argentino dia il suo placet alla proposta.

Nell’attesa bisognerebbe ripartire dai fatti concreti e dalle parole già pronunciate, come quelle del Papa nel discorso finale del Sinodo il 26 ottobre. Come fa notare Tornielli nel suo editoriale, Bergoglio, dopo aver seguito in aula tutti i lavori, non ha menzionato in alcun modo il tema dell’ordinazione di uomini sposati, «neanche di sfuggita». Ha invece ricordato le quattro dimensioni del Sinodo: quella relativa all’inculturazione, quella ecologica, quella sociale e infine la dimensione pastorale, che «le include tutte».

«In quello stesso discorso – sottolinea il direttore editoriale -, il Pontefice ha parlato della creatività nei nuovi ministeri e del ruolo della donna e riferendosi alla scarsità di clero in certe zone di missione, ha ricordato che ci sono tanti sacerdoti di un Paese che sono andati nel primo mondo – Stati Uniti ed Europa – “e non ce ne sono per inviarli alla zona amazzonica di quello stesso Paese”». Nient’altro. Anzi, il Papa ha espresso il proprio compiacimento nel vedere che i partecipanti all’assise non siano «caduti prigionieri di questi gruppi selettivi che del Sinodo vogliono vedere solo che cosa è stato deciso su questo o su quell’altro punto intra-ecclesiastico, e negano il corpo del Sinodo che sono le diagnosi che abbiamo fatto nelle quattro dimensioni». Un rischio che sembra invece paventarsi ora, a tre mesi dalla chiusura del Sinodo.

Sempre Tornielli nell’articolo pubblicato sul sito Vatican News e su L’Osservatore Romano ricorda anche un punto fondamentale nelle discussioni sul celibato, il fatto che esso non è e non mai stato un «dogma», bensì una «disciplina ecclesiastica della Chiesa latina» che tutti i Papi hanno sempre considerato un «dono prezioso».

La Chiesa cattolica di rito orientale prevede infatti la possibilità di ordinare sacerdoti uomini sposati ed eccezioni sono state ammesse anche per la Chiesa latina proprio da Benedetto XVI nella Costituzione apostolica “Anglicanorum coetibus” (la vera “svolta” sul celibato) dedicata agli anglicani che chiedono la comunione con la Chiesa cattolica, dove si prevede «di ammettere caso per caso all’Ordine Sacro del presbiterato anche uomini coniugati, secondo i criteri oggettivi approvati dalla Santa Sede».

Ora Benedetto, in coppia con Sarah che rimarca il «legame ontologico-sacramentale tra sacerdozio e celibato», riflette sull’argomento risalendo alle radici ebraiche del cristianesimo per affermare che sacerdozio e celibato sono uniti dall’inizio della «nuova alleanza» di Dio con l’umanità, stabilita da Gesù. E ricorda che già «nella Chiesa antica», cioè nel primo millennio, «gli uomini sposati potevano ricevere il sacramento dell’ordine solo se si erano impegnati a rispettare l’astinenza sessuale».

Tutta questa tradizione «ha un peso e una validità». Così diceva Papa Francesco, ancora cardinale, dialogando con l’amico rabbino Abraham Skorka nel libro “Il cielo e la terra”. Nella conversazione l’allora arcivescovo di Buenos Aires spiegava di essere favorevole al mantenimento del celibato «con tutti i pro e i contro che comporta, perché sono dieci secoli di esperienze positive più che di errori».

Publié dans Andrea Tornielli, Articoli di Giornali e News, Cardinale Robert Sarah, Fede, morale e teologia, Papa Francesco I, Riflessioni, Sacramento dell’Ordine, Stile di vita | Pas de Commentaire »

«Distruggere un principio è un pericolo per tutta la Chiesa»

Posté par atempodiblog le 14 janvier 2020

«Distruggere un principio è un pericolo per tutta la Chiesa»
Corriere Della Sera, 14 Gennaio 2020

«Distruggere un principio è un pericolo per tutta la Chiesa» dans Articoli di Giornali e News Papa-Francesco-e-Benedetto-XVI

Eminenza, ma non c’è il rischio di confusione tra due magisteri, quello del Papa e quello dell’emerito?
«Ma no, nessuna confusione. Non abbiamo due papi, esiste solo un Papa, Francesco. Si dice “Papa emerito” per una forma di cortesia, in realtà Benedetto XVI è un vescovo emerito…». Il cardinale Gerhard Ludwig Müller, 72 anni, teologo e curatore dell’opera omnia di Ratzinger, fu nominato da Benedetto XVI prefetto dell’ex Sant’Uffizio ed è rimasto in carica fino al 2017.

C’è chi vede nel fatto che Benedetto XVI pubblichi lettere e saggi una sorta di interferenza…
«Il Papa ha il primato ed è principio di unità, ma tutti i vescovi, anche gli emeriti, partecipano in quanto tali del magistero della Chiesa e hanno insieme la responsabilità del depositum fidei. Nulla di strano…».

Perché il tema del celibato è così importante?
«Il Sinodo ha discusso la possibilità di ordinare uomini sposati, ma i vescovi amazzonici rappresentano solo una piccola parte dell’episcopato mondiale. Qui ne va del sacerdozio cattolico. Alcuni, come in Germania, cominciano a dire: perché non altrove? E questo è un grande pericolo per la Chiesa. Se si distrugge un principio, poi cade tutto».

Quale principio?
«Noi cattolici non siamo come i protestanti che interpretano il ministero solo come una funzione nella Chiesa. I preti per noi sono rappresentanti di Gesù Cristo, Buon pastore e sommo sacerdote».

Però lo stesso Benedetto XVI ha accolto gli ex anglicani sposati…
«Anche nella mia diocesi, in Germania, ci sono dieci sacerdoti sposati, ex pastori evangelici. Pensi che uno ha un figlio che è diventato un prete celibe, una volta hanno concelebrato con me! Ma sono eccezioni in nome del valore superiore dell’unità della Chiesa. Non significa abolire il principio».

Come si spiega le polemiche?
«C’è tanto opportunismo. Quando Ratzinger era Papa, sono venuti in tanti a visitarlo e adularlo. Adesso gli stessi non lo visitano, non lo ascoltano, arrivano a frenare la pubblicazione delle sue opere in italiano. Gli opportunisti sono i più grandi nemici della credibilità della Chiesa»

Publié dans Articoli di Giornali e News, Fede, morale e teologia, Papa Francesco I, Riflessioni, Sacramento dell’Ordine, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Benedetto XVI: Celibato dei sacerdoti indispensabile, non posso tacere

Posté par atempodiblog le 13 janvier 2020

Benedetto XVI: Celibato dei sacerdoti indispensabile, non posso tacere
Il monito di Raztinger dopo il Sinodo sull’Amazzonia che apre alla possibilità di ordinare preti persone sposate. L’anticipazione di un libro scritto con il cardinale Sarah
di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera
Tratto da: 
Radio Maria

Benedetto XVI: Celibato dei sacerdoti indispensabile, non posso tacere dans Articoli di Giornali e News Benedetto-XVI

«Silere non possum! Non posso tacere!». Il Papa emerito Benedetto XVI, insieme con il cardinale Robert Sarah, cita Sant’Agostino per dire che il celibato dei preti è «indispensabile» e chiedere di fatto al successore Francesco di non permettere l’ordinazione sacerdotale di uomini sposati, proposta in ottobre dal Sinodo dei vescovi sull’Amazzonia per compensare la carenza di clero: «Viviamo con tristezza e sofferenza questi tempi difficili e travagliati. Era nostro preciso dovere richiamare la verità sul sacerdozio cattolico. Con esso, infatti, si trova messa in discussione tutta la bellezza della Chiesa. La Chiesa non è soltanto un’istituzione umana. È un mistero. È la Sposa mistica di Cristo. È quanto il nostro celibato sacerdotale non cessa di rammentare al mondo. È urgente, necessario, che tutti, vescovi, sacerdoti e laici, non si facciano più impressionare dai cattivi consiglieri, dalle teatrali messe in scena, dalle diaboliche menzogne, dagli errori alla moda che mirano a svalutare il celibato sacerdotale».

Il libro
Così si legge nel libro Dal profondo del nostro cuore, firmato Benedetto XVI e da Sarah, che esce mercoledì in Francia da Fayard (in Italia sarà pubblicato a fine mese da Cantagalli) e del quale il quotidiano Le Figaro ha anticipato ieri alcuni estratti. I due autori — Raztinger si firma con il nome da pontefice — dicono di presentare le loro riflessioni «in quanto vescovi», «in obbedienza filiale a papa Francesco» e con «uno spirito d’amore per l’unità della Chiesa». Scrivono di volersi tenere «lontani» da ciò che divide, «le offese personali, le manovre politiche, i giochi di potere, le manipolazioni ideologiche e le critiche piene di acredine fanno il gioco del diavolo, colui che divide, il padre della menzogna». Ma certo l’operazione editoriale crea una situazione che non ha precedenti nella storia della Chiesa, come del resto non ha precedenti la presenza di un «emerito» accanto al Papa eletto.

Il Sinodo
Nei prossimi mesi, forse settimane, è attesa infatti l’«Esortazione apostolica» nella quale papa Francesco tirerà le somme del Sinodo. Il 26 ottobre l’assemblea ha approvato un testo che, nell’articolo più controverso (128 sì, 41 no), proponeva di «stabilire criteri e disposizioni» «per ordinare sacerdoti uomini idonei e riconosciuti dalla comunità, che abbiano un diaconato permanente fecondo e ricevano una formazione adeguata per il presbiterato, potendo avere una famiglia costituita e stabile, per sostenere la vita della comunità attraverso la predicazione della Parola e la celebrazione dei sacramenti nelle zone più remote della regione amazzonica».

L’Amazzonia
In Amazzonia lo chiedevano da anni, ma era la prima volta che la «proposta» compariva nero su bianco in un testo ufficiale della Chiesa. Alla fine sarà il Papa a decidere. Già il cardinale Christoph Schönborn, vicino a Francesco, invitava alla «prudenza» e spiegava al Corriere della Sera: «Prima si deve cominciare con i diaconi permanenti, poi si vedrà». Ma intanto ora interviene il Papa emerito, con tutto il peso del suo nome e della sua autorità teologica. Nell’introduzione, gli autori scrivono: «Ci siamo incontrati in questi ultimi mesi, mentre il mondo rimbombava del frastuono provocato da uno strano sinodo dei media che aveva preso il sopravvento sul Sinodo reale. Ci siamo confidati le nostre idee e le nostre preoccupazioni. Abbiamo pregato e meditato in silenzio». Il cardinale Sarah scrive che «parlare di eccezione sarebbe un abuso di linguaggio o una menzogna» e «non si può proporre all’Amazzonia dei preti di “seconda classe”».

«Un’astinenza ontologica»
Nel suo saggio sul «sacerdozio cattolico», Ratzinger risale alle radici teologiche della scelta celibataria, parla di «un’astinenza ontologica» che non significa «un giudizio negativo della corporeità e della sessualità» e aggiunge, netto: «La chiamata a seguire Gesù non è possibile senza questo segno di libertà e di rinuncia a qualsiasi compromesso». Per Benedetto XVI e il cardinale Sarah ne va del futuro della Chiesa, insieme firmano introduzione e conclusioni: «È urgente, necessario, che tutti, vescovi, sacerdoti e laici, ritrovino uno sguardo di fede sulla Chiesa e sul celibato sacerdotale che protegge il suo mistero. Tale sguardo sarà il miglior baluardo contro lo spirito di divisione, contro lo spirito partitico, ma anche contro l’indifferenza e il relativismo».

Publié dans Articoli di Giornali e News, Cardinale Christoph Schönborn, Cardinale Robert Sarah, Fede, morale e teologia, Libri, Riflessioni, Sacramento dell’Ordine, Stile di vita | Pas de Commentaire »

San Giovanni della Croce e la guida spirituale

Posté par atempodiblog le 14 décembre 2019

San Giovanni della Croce e la guida spirituale
Parlando dell’ascesa dell’anima a Dio, in “Fiamma viva d’Amore” e “Salita al Monte Carmelo”, san Giovanni della Croce approfondisce il tema della direzione spirituale. Tutti i suoi consigli partono da un presupposto: è lo Spirito Santo a condurre le anime. Il confessore deve essere solo un umile tramite: saggio, discreto ed esperto. Perciò il santo non esita ad accusare di temerarietà quei direttori inesperti che tengono legate a sé anime che non è compito loro dirigere.
di  don Giorgio Maria Faré (Sacerdote e Carmelitano Scalzo) – La nuova Bussola Quotidiana

 San Giovanni della Croce e la guida spirituale dans Fede, morale e teologia San-Giovanni-della-Croce

San Giovanni della Croce, vissuto in Spagna tra il 1542 e il 1591, fu, insieme a Santa Teresa di Gesù (Teresa d’Avila), co-fondatore dell’ordine dei Carmelitani Scalzi. Conobbe Santa Teresa nell’anno della propria ordinazione sacerdotale, a soli 25 anni, e subito fu affascinato dalla riforma che la Santa stava già attuando nel ramo femminile, per un ritorno alla regola carmelitana primitiva, priva delle attenuazioni che erano state via via concesse nei secoli.

Decise così di partecipare alla fondazione del primo convento riformato a Duruelo e, nonostante S. Teresa avesse quasi trent’anni più di lui, tra loro si strinse un’amicizia spirituale profonda e fruttuosa tanto che la Santa arrivò a definirlo “padre della sua anima”.

San Giovanni della Croce scrisse diverse opere che gli valsero il titolo di Dottore della Chiesa. Inoltre, i suoi componimenti poetici sono considerati tra i migliori della letteratura spagnola. In due di questi, “Fiamma viva d’Amore” e “Salita al Monte Carmelo”, affrontando il tema dell’ascesa dell’anima a Dio nella vita contemplativa, si dilunga a trattare il tema della direzione spirituale, in particolare mette in guardia da quali siano i rischi di una direzione malfatta. Sebbene qui S. Giovanni tratti espressamente di anime religiose e dei gradi di orazione più elevati,[1] i suoi ammonimenti si possono applicare anche alla direzione spirituale delle anime che seguono la via ordinaria.

Tutti i consigli di S. Giovanni partono dal presupposto che sia Dio a condurre le anime e che il direttore debba essere solo un tramite. Perciò scrive: “Queste persone che guidano le anime ricordino e considerino che il principale agente e guida di queste, non sono loro, bensì lo Spirito Santo, che non tralascia mai di prendersene cura; e che loro sono solo strumenti per indirizzarle alla perfezione per mezzo della fede e legge di Dio, secondo lo spirito che Dio concede a ciascuna di loro. E così tutta la loro preoccupazione non sia nel rendere le anime conformi al loro modo e alla loro condizione, ma nel sapere dove Dio le vuole condurre, e se non lo sanno le lascino andare senza perturbarle”.[2]

Ammonisce le anime: “Conviene all’anima che vuole progredire nel raccoglimento e nella perfezione guardare in quali mani si affida, poiché il discepolo sarà uguale al maestro, così come il figlio al padre”[3]. Pertanto, una guida, “oltre a essere saggia e discreta, è necessario che sia esperta. Poiché per guidare lo spirito, sebbene siano fondamentali la scienza e il discernimento, se non vi è esperienza di ciò che è puro e vero spirito, non sarà possibile condurvi l’anima quando Dio lo concederà, e neppure si potrà capirlo”.[4]

Cosa si intende per esperienza? S. Giovanni definisce inesperti quei direttori che, non conoscendo le vie dello Spirito, obbligano le anime a seguire le vie che loro stessi preferiscono, anziché quelle per le quali Dio le vuole guidare. Le anime, così costrette, “da una parte non progrediscono e dall’altra soffrono inutilmente”.[5] Con questi direttori inesperti S. Giovanni è severissimo. Li paragona ad artisti maldestri che con la loro mano rozza rovinano un volto dipinto delicatamente dalla mano di un artista più capace.[6]

Non li scusa affatto per la loro imperizia e ignoranza, anzi, li accusa di temerarietà, di non voler ammettere la propria incapacità e di voler ostinatamente tenere legate a sé anime che non è compito loro dirigere. “Ed è cosa importante e grave colpa far perdere a un’anima beni inestimabili e a volte lasciarla lacerata a causa di consigli temerari. E così colui che sbaglia per essere temerario dovrebbe sapere, come deve ognuno nel suo officio, che sarà punito in proporzione al danno compiuto. Perché le cose di Dio devono essere trattate con molta attenzione e a occhi aperti, soprattutto in un caso così importante e in una questione così sublime come è quella di queste anime, dove c’è la possibilità di avere un guadagno infinito se si trova la via giusta e una perdita altrettanto infinita se si sbaglia”.[7]

L’invito di S. Giovanni è, sostanzialmente, un invito all’umiltà del confessore, che deve conoscere i propri limiti: “Poiché non tutti sono preparati per tutti i casi e per tutte le mete esistenti nel cammino spirituale, né hanno uno spirito così perfetto da sapere come l’anima deve essere guidata e retta in qualsiasi stato della vita spirituale, nessuno deve credere di possedere tutti i requisiti, né che Dio non voglia condurre più avanti un’anima”.[8] “I maestri spirituali devono, dunque, lasciare libere le anime, anzi sono obbligati a mostrare loro buon viso quando esse volessero cercare qualcosa di meglio. Poiché non sanno per quali sentieri Dio vorrà condurre tali anime, soprattutto quando non provano più gusto per la loro dottrina, il che è segno che non ne hanno più vantaggio, o perché Dio le conduce oltre o per un altro cammino rispetto a quello del maestro, o perché quest’ultimo ha cambiato metodo. E questi maestri glielo devono consigliare, mentre qualsiasi altro comportamento nasce da superbia, presunzione o da qualche altra pretesa”.[9]

Leggendo S. Giovanni della Croce si comprende quanto equilibrio sia richiesto ai direttori. Ad esempio, parlando di anime graziate di comunicazioni mistiche, invita fermamente i confessori a non rivolgere troppo l’attenzione a questi fenomeni, affinché “le anime rifuggano prudentemente da queste manifestazioni soprannaturali”[10] e si radichino nel distacco e nell’umiltà. Tuttavia, spiega che non si deve cadere nell’estremo opposto: “Avendo insistito tanto perché tali fenomeni vengano respinti e i confessori impediscano alle anime di fare discorsi su questo argomento, non si creda che i direttori spirituali debbano mostrare a loro riguardo disgusto, avversione o disprezzo, altrimenti indurrebbero queste anime a chiudersi, così da non avere più il coraggio di manifestarli”.[11] “Piuttosto è opportuno procedere con molta bontà e calma, per incoraggiare tali anime e sollecitarle a parlarne”.[12]

Dotato di talenti naturali ma soprattutto corroborato da una fervente vita di contemplazione e di austera ascesi, mistico egli stesso, S. Giovanni fu una figura eccezionale e resta ai tempi nostri un fondamentale riferimento per tutti coloro che desiderano percorrere la via della santità.


[1] “Del resto, mio scopo principale non è rivolgermi a tutti, ma solo ad alcune persone della nostra santa religione del primitivo Ordine del Monte Carmelo, sia frati che monache, che mi hanno chiesto di farlo” (Salita al Monte Carmelo, prologo, n. 9).
[2] Fiamma viva d’Amore, 46.
[3] Fiamma, 30.
[4] Fiamma, 30.
[5] Fiamma, 53.
[6] Cfr. Fiamma, 42.
[7] Fiamma, 56.
[8] Fiamma, 57.
[9] Fiamma, 61.
[10] Salita al Monte Carmelo, cap. 19, n. 14.
[11] Salita, cap. 22, n. 19.
[12] Salita, cap. 22, n. 19.

Publié dans Fede, morale e teologia, Riflessioni, Sacramento della penitenza e della riconciliazione, Sacramento dell’Ordine, San Giovanni della Croce, Santa Teresa d'Avila | Pas de Commentaire »

Terremoto, Betori in Mugello: «Ho trovato i parroci molto coraggiosi. I preti punto di riferimento per la popolazione»

Posté par atempodiblog le 9 décembre 2019

Terremoto, Betori in Mugello: «Ho trovato i parroci molto coraggiosi. I preti punto di riferimento per la popolazione»
Dopo il sisma che ha colpito questa notte il Mugello l’Arcivescovo di Firenze, card. Giuseppe Betori si è recato subito sul territorio per visitare le parrocchie e portare la sua vicinanza ai sacerdoti e rendersi conto personalmente della situazione. «Sono andato in tutte le parrocchie del Mugello e ho parlato con tutti i sacerdoti. Ho trovato i parroci molto coraggiosi, pronti ad affrontare la problematica e a rimboccarsi le maniche facendo qualche sacrificio»
di Riccardo Bigi – Toscana Oggi

Terremoto, Betori in Mugello: «Ho trovato i parroci molto coraggiosi. I preti punto di riferimento per la popolazione» dans Articoli di Giornali e News Terremoto-Betori-in-Mugello-Ho-trovato-i-parroci-molto-coraggios

«Le maggiori difficoltà – afferma Betori – sono a Barberino, ho visto una lunga fila di persone alla tenda della Protezione Civile immagino per la richiesta di sopralluoghi nelle case, anche se i segni esterni tipici del terremoto non sono visibili sugli edifici» ha detto il card. Betori. «Ho trovato i parroci molto coraggiosi, pronti ad affrontare la problematica e a rimboccarsi le maniche facendo qualche sacrificio» ha proseguito. I due sacerdoti di Barberino, ha affermato, si trasferiranno dai parenti a Firenze per dormire e durante la giornata saranno ospitati nella sede della Misericordia per non gravare sulla Protezione Civile.

«I sacerdoti come sempre sono un punto di riferimento umano, ma al momento non ci sono situazioni tali della popolazione da richiedere da parte loro un intervento diretto, stasera si avrà forse un quadro più certo della condizione delle case e delle necessità delle persone – ha proseguito il card. Betori. La popolazione è comprensibilmente spaventata, ma ho visto tranquillità e molto ordine. Voglio rassicurare la gente, la situazione è sotto controllo, la macchina dei soccorsi si è mossa in maniera tempestiva ed efficace, le istituzioni sono attive e tutto è supervisionato dalla Prefettura. Ho parlato stamattina con il Prefetto prima di partire per il Mugello e rifarò un punto nel pomeriggio quando celebrerò la messa proprio per la Prefettura per la festa di Sant’Ambrogio».

Per quanto riguarda le chiese della diocesi, afferma Betori, «abbiamo un problema serio proprio a Barberino di Mugello dove la chiesa vede lesionato il portico e distaccata la facciata dal corpo principale. Si stanno portando via le opere d’arte contenute nella chiesa insieme alla Sovrintendenza ai beni artistici. Anche la canonica è stata lesionata dal sisma e come la chiesa è stata dichiarata inagibile dai Vigili del fuoco. I tempi per rendere la chiesa nuovamente agibile saranno lunghi e dovremo trovare una soluzione per la comunità e per le celebrazioni della domenica nel paese».

«Danni ingenti – prosegue Betori – si sono verificati anche in una chiesa ex parrocchiale che la diocesi ha affidato da un po’ di tempo alla comunità rumeno-ortodossa in località Torre Petrona, a Scarperiadove è crollato il controsoffitto. Per fortuna tutto è accaduto nella notte perché proprio ieri avevano celebrato la loro divina liturgia. Qui credo che la chiusura sarà molto lunga perché essendo venuta giù la volta la chiesa è completamente inagibile.

Le altre chiese della diocesi sul territorio non sembrano avere particolari problemi, ma ho chiesto a tutti i sacerdoti di far verificare la fruibilità degli edifici da parte dei Vigili del fuoco prima che si svolgano le celebrazioni di domenica prossima. Sembrava esserci una criticità sul campanile della chiesa di Cavallina, ma il parroco mi ha assicurato che non ha subito danni particolari».

Publié dans Articoli di Giornali e News, Riflessioni, Sacramento dell’Ordine, Stile di vita | Pas de Commentaire »

12345...12