Natale, ogni sacerdote potrà celebrare fino a quattro Messe

Posté par atempodiblog le 18 décembre 2020

Natale, ogni sacerdote potrà celebrare fino a quattro Messe
Per favorire la partecipazione dei fedeli in tempo di Covid, il prefetto della Congregazione del Culto divino, Robert Sarah, ha firmato un decreto che dà ai vescovi la possibilità di consentire ai sacerdoti di celebrare quattro Messe per le solennità di Natale, Maria SS. Madre di Dio ed Epifania. Permesse altre concessioni nei giorni feriali (due Messe), nonché nelle domeniche e feste di precetto (tre Messe).
di Nico Spuntoni – La nuova Bussola Quotidiana

Natale, ogni sacerdote potrà celebrare fino a quattro Messe dans Articoli di Giornali e News Sacerdote

Nelle stesse ore in cui il Governo prepara misure ulteriormente restrittive in vista dei giorni festivi e prefestivi che sembrano spianare la strada ad una sorta di lockdown natalizio tra il 24 dicembre e il 3 gennaio, si muove la Congregazione del Culto divino per agevolare e mettere in sicurezza la partecipazione dei fedeli alla liturgia. In un decreto firmato dal cardinale prefetto, Robert Sarah, e dal segretario, l’arcivescovo Arthur Roche, viene concesso all’«Ordinario del luogo, per motivi del perdurare del contagio generale con il cosiddetto Covid-19, di consentire quest’anno nel periodo natalizio di celebrare quattro Messe nel giorno di Natale, nel giorno di Maria Santissima Madre di Dio e dell’Epifania ai sacerdoti residenti nelle loro diocesi, ogni volta che lo ritengano necessario a beneficio dei fedeli».

Il Codice di Diritto Canonico al canone 905 sancisce che «non è consentito al sacerdote celebrare più di una volta al giorno», affidando all’Ordinario del luogo la facoltà, «nel caso vi sia scarsità di sacerdoti», di «concedere che i sacerdoti, per giusta causa, celebrino due volte al giorno e anche, se lo richiede la necessità pastorale, tre volte nelle domeniche e nelle feste di precetto».

L’Ordinamento Generale del Messale Romano permette che «nel Natale del Signore tutti i sacerdoti» per «motivi particolari, suggeriti o dal significato del rito o dalla solennità della festa» possano «celebrare o concelebrare più volte nello stesso giorno». Fu Papa Alessandro II a decretare il divieto delle celebrazioni ripetute nello stesso giorno, mettendo fine ad una consuetudine inaugurata a partire dal pontificato di Leone III e incontrando il favore di san Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae. Papa Innocenzo III confermò la decisione del suo predecessore, regolandone anche le eccezioni nel giorno della Natività e in caso di gravi necessità: nel 1204, intervenendo su una pratica d’uso antico (se ne parlava già nei sacramentari di San Gelasio e San Gregorio Magno) e comune soprattutto nelle città ma generalmente riservata ai vescovi, prescrisse che ogni sacerdote potesse celebrare tre Messe nel giorno di Natale.

La trinazione della Messa nella solennità del Natale simboleggia la nascita eterna dal Padre, quella terrena da Maria e quella spirituale nel cuore dei giusti per mezzo della carità. Il decreto della Congregazione del Culto divino concede così un’eccezionale deroga al numero massimo di Messe da celebrare il 25 dicembre ma anche l’1 e il 6 gennaio.

L’aumento del numero delle celebrazioni era stata la strada indicata lo scorso marzo dalla Conferenza episcopale polacca per scongiurare il pericolo di assembramenti nelle chiese e, al tempo stesso, per non sospendere il diritto alla libertà di culto come avvenuto altrove. In Italia, nonostante la stretta annunciata dal Governo tra la Vigilia e Capodanno, l’accesso alle funzioni liturgiche non sarà impedito e le disposizioni del cardinale Robert Sarah intendono favorire la partecipazione e la sicurezza dei fedeli in un momento in cui si avverte più che mai il bisogno di immergersi nel Mistero della nascita del Signore.

Publié dans Articoli di Giornali e News, Cardinale Robert Sarah, Coronavirus, Fede, morale e teologia, Riflessioni, Sacramento dell’Ordine, Santo Natale | Pas de Commentaire »

Preti, niente più scuse: da oggi si prega santa Faustina

Posté par atempodiblog le 5 octobre 2020

Preti, niente più scuse: da oggi si prega santa Faustina
A partire da quest’anno, oggi, il giorno del transito della giovane “Segretaria” di Gesù, sarà memoria facoltativa. È passato inosservato il decreto “De celebratione sanctae Faustinae Kowalske…” firmato dal Prefetto del Culto divino Robert Sarah. La santa sarà ricordata nel Messale e nei libri liturgici. Non ci si potrà più “dimenticare” di lei come invece ha fatto in questi anni con una evidente ostilità un certo tipo di clero.
di Maria Alessandra – La nuova Bussola Quotidiana
Tratto da: 
Radio Maria

Preti, niente più scuse: da oggi si prega santa Faustina dans Articoli di Giornali e News Santa-Faustina-e-Ges

Il 18 maggio 2020 Karol Wojtyla, salito al soglio pontificio come Giovanni Paolo II, morto nel 2005 e divenuto Santo nel 2014, avrebbe compiuto cento anni e, come si sa, questa ricorrenza è stata ricordata da tutti i media. Alcuni, anzi, hanno notato la coincidenza per cui, proprio in quella data, quasi un regalo postumo di Papa Wojtyla al gregge che aveva guidato per più di ventisei anni, le Chiese fossero state riaperte alle celebrazioni dopo il lunghissimo lockdown dovuto alla pandemia da Covid 19, che aveva obbligato la maggior parte fedeli ad assistere alla Messa festiva in tv e a rimandare matrimoni e battesimi.

Sembra, invece, passato del tutto inosservato un altro regalo che in occasione del suo genetliaco San Giovanni Paolo II ci ha fatto, o, forse verrebbe da dire, si è fatto: l’iscrizione della celebrazione di santa Faustina Kowalska nel Calendario Romano Generale.

Porta infatti la data del 18 maggio 2020 il Decretum “De celebratione sanctae Faustinae Kowalske, virginis, in Calendario Romano Generali inscribenda” firmato in calce dal Cardinale Robert Sarah e dall’Arcivescovo Arthur Roche, rispettivamente Prefetto e Segretario della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.

Da quest’anno, quindi, il 5 ottobre, giorno del transito della giovane e umilissima suora polacca, al secolo Elena Kowalska, morta a trentatré anni di tubercolosi nel convento della Beata Vergine Maria della Misericordia di Cracovia, non sarà più una festa solo nella natia Polonia, ma sarà memoria facoltativa per tutto il mondo cattolico.

Chi scrive si è più volte lamentata anche dalle pagine di questo giornale che “il 5 ottobre”, passasse “in gran parte inosservata la memoria di santa Faustina Kowalska”, dimenticanza sicuramente dovuta anche all’ostilità di una parte del clero nei confronti dell’Apostola della Divina Misericordia e della rivelazione a lei affidata da Gesù.

Da ora in poi, però, non sarà più così facile per quegli stessi sacerdoti continuare a ignorare suor Faustina, visto che sul Decreto del 18 maggio 2020 si legge, infatti: “.. il Sommo Pontefice Francesco…ha disposto che il nome di santa Maria Faustina (Elena) Kowalska , vergine, sia iscritto nel Calendario Romano Generale e la sua memoria facoltativa sia celebrata da tutti il 5 ottobre. Questa nuova memoria sia inserita in tutti i Calendari e Libri liturgici per la celebrazione della Messa e della Liturgia delle Ore, adottando i testi liturgici allegati al presente decreto che devono essere tradotti, approvati…”.

A questo punto non può non tornare alla mente il secondo dei tre messaggi, una sorta di testamento spirituale, che suor Faustina Kowalska consegnò prima di morire al suo direttore spirituale, don Michele Sopocko, e che riguarda il giudizio della Chiesa: «Se anche si accumulassero le più grandi difficoltà, anche se sembrasse che Dio stesso non lo voglia, non ci si può fermare. Anche se il giudizio della Chiesa a questo riguardo fosse negativo, non ci si può fermare. Anche se mancassero le forze fisiche e morali, non ci si può fermare. Poiché la profondità della Misericordia di Dio è insondabile e non è sufficiente tutta la nostra vita per glorificarla».

La Chiesa ufficiale non si è fermata e sacerdoti che continuano, incredibilmente, a osteggiare santa Faustina e la rivelazione contenuta nel suo Diario, ritenuto una delle opere mistiche più importanti del secolo scorso, devono rassegnarsi: sono vani gli sforzi per bloccare il messaggio della Divina Misericordia dettato per la salvezza delle anime da Gesù alla semianalfabeta suora polacca, da Lui scelta come Segretaria.

Publié dans Articoli di Giornali e News, Fede, morale e teologia, Misericordia, Riflessioni, Sacramento dell’Ordine, Santa Faustina Kowalska, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Genialità pastorale di un mistico del servizio

Posté par atempodiblog le 17 septembre 2020

La figura e l’insegnamento di san Roberto Bellarmino
Genialità pastorale di un mistico del servizio
di Armando Ceccarelli – L’Osservatore Romano

Genialità pastorale di un mistico del servizio dans Articoli di Giornali e News san-roberto-bellarmino

Nei piani di Dio la figura di san Roberto Bellarmino si colloca nel periodo più acceso della Controriforma e della ricerca teologica e scientifica tra la seconda metà del secolo XVI e gli inizi del XVII. Egli è stato una personalità capace di adattarsi alle occupazioni più varie e alle situazioni più diverse. Fu predicatore, professore, scrittore, controversista vivace, e come religioso fu suddito e superiore, ottimo padre spirituale di grandi santi, consultore delle principali congregazioni romane, vescovo e cardinale. Si impegnò in ciascuna di queste attività come se ciascuna di esse fosse la sua specialità. In tutte mostrava una grande semplicità di vita e amabilità. Rispondeva alla prima necessità di quel tempo che era il dialogo e, per come era possibile, il confronto sereno. Per questo è stato chiamato a compenetrarsi con i problemi culturali e spirituali del suo tempo.

Era nato da una famiglia toscana di Montepulciano, nobile per tradizione, ma un po’ decaduta, il 4 ottobre 1542. Sua madre, Cinzia Cervini, era sorella del cardinale Marcello Cervini, che fu molto influente nella preparazione e nei lavori del concilio di Trento e che sarà eletto Papa col nome di Marcello ii nel 1555 per soli trenta giorni. Roberto Bellarmino fu alunno del collegio dei gesuiti a Montepulciano, si mostrò molto portato agli studi letterari e si sentì chiamato a entrare nella Compagnia di Gesù. Il suo ingresso in noviziato si realizzò quando egli ebbe 18 anni, nel 1560. Nonostante la sua parentela con un Pontefice, egli mantenne un atteggiamento umile, riconosciutogli da tutti. La sua vita si conformava in tutto a uno dei suoi libri spirituali preferiti, l’Imitazione di Cristo.

Si formò poi nelle aule del Collegio Romano. Fu condiscepolo di Cristoforo Clavio. Successivamente insegnò materie umanistiche sempre in scuole dei padri gesuiti, prima a Firenze, poi a Mondovì; in questa cittadina piemontese si distinse come predicatore, nonostante non fosse ancora ordinato sacerdote, e si applicò allo studio dei classici latini e greci. Studiò poi sistematicamente la teologia a Padova e subito dopo fu chiamato a insegnare a Lovanio, dove nel 1570 il vescovo Cornelio Giansenio lo ordinò sacerdote nella chiesa di Saint Michel costruita da poco dalla Compagnia di Gesù. È notevole l’interesse che egli riservò alle nuove scoperte scientifiche. Già durante le lezioni di filosofia naturale tenute a Lovanio nel biennio 1570-1572, si era discostato dall’ortodossia tolemaica, dichiarandosi a favore della fluidità dei cieli e del libero moto dei pianeti.

In seguito, tornato a Roma e nominato rettore del Collegio Romano (1592-1595), Bellarmino accolse le richieste del padre Clavio che voleva potenziare l’insegnamento matematico, facendolo impartire agli allievi dotati anche durante il quadriennio teologico. Così si deve anche a lui la formazione della cosiddetta Accademia di Matematica del Collegio che, con il Clavio, fu di alta qualificazione e poté verificare le scoperte galileiane confermandole al Bellarmino stesso.

Nel 1602 Papa Clemente VIII lo consacrò arcivescovo, ricorrendo a lui anche per le questioni scottanti del momento. Bastano due nomi famosi per significare di che si trattava: Giordano Bruno e Galileo Galilei.

La vicenda di Giordano Bruno coinvolse Bellarmino fin dal 1597, da quando fu nominato consultore del Sant’Uffizio. Ebbe alcuni colloqui con il frate domenicano, nei quali tentò di fargli abiurare le molte tesi considerate eretiche, nel probabile tentativo di salvargli la vita, poiché la condanna per eresia era inevitabilmente capitale. La lunga durata del processo fu causata dal fatto che Giordano Bruno non ebbe un comportamento lineare nell’ammettere l’ereticità delle proprie posizioni. Papa Clemente VIII e il Bellarmino si opposero fermamente alla tortura a cui gli inquisitori volevano ricorrere. Durante il processo la congregazione fece esaminare dal Bellarmino una dichiarazione di Giordano Bruno su otto proposizioni che gli erano state contestate come eretiche e il 24 agosto 1599 Bellarmino riferì che il suo assistito aveva ammesso come eretiche sei delle otto proposizioni e sulle altre due la sua posizione non era chiara: «Videtur aliquid dicere, si melius se declararet». La completa ammissione gli avrebbe risparmiato la condanna a morte, ma Giordano Bruno mantenne il suo pensiero. A condanna pronunciata, gli fu concesso ancora un qualche compromesso per evitare la morte, ma Giordano Bruno rifiutò di rinnegare le sue idee e preferì affrontare il rogo, che ebbe luogo a Roma, in Campo de’ Fiori, il 17 febbraio 1600.

Nel tempo in cui la dottrina prevalente era che l’infallibilità della Bibbia fosse letterale, non solo simbolica, Bellarmino fu coinvolto nella questione copernicana fino all’ammonimento a Galileo del 1616. I documenti oggi in nostro possesso mostrano che il cardinale ebbe rapporti cordiali, se non amichevoli, con lo scienziato, sia epistolari sia diretti, anche dopo la denuncia davanti al Sant’Uffizio nel 1615. Allora egli aveva espresso una posizione aperta nei confronti dello scienziato e sosteneva di non poter escludere a priori l’attendibilità della teoria eliocentrica, ma consigliava prudenza, suggerendo di proporla come descrizione fisica solo dopo che se ne fosse avuta la prova concreta e definitiva dal punto di vista matematico. Il 24 maggio 1616 Bellarmino firmò, su richiesta dello stesso Galilei, una dichiarazione nella quale si affermava che non gli era stata impartita nessuna penitenza o abiura per aver difeso la tesi eliocentrica, ma solo una denuncia all’Indice, a riprova del fatto che non c’era stato alcun processo contro di lui. Più tardi, verso il 1630, questa dichiarazione fu falsificata da un grande nemico di Galilei, aggiungendovi minacce di carcere se non ritrattava la teoria eliocentrica. Questo documento falsato, che Bellarmino, ormai morto, non poteva smentire, portò alla condanna di Galilei nel 1633.

Bellarmino trascorse la maggior parte della sua vita come docente, però più che professore era un vero maestro di vita. Scrisse libri scientifici, come le Controversie e la Spiegazione dei Salmi, tenendo sempre una linea mediana ed evitando prese di posizioni molto categoriche. Papa Clemente VIII lo chiamò a far parte della congregazione “De Auxiliis Divinae Gratiae” per ricomporre la controversia teologica sorta tra i Tomisti, guidati da Domingo Bañez e dai domenicani, e i Molinisti, con Luis de Molina e i gesuiti, sui rapporti tra grazia efficace e libertà umana. Sin dall’inizio Bellarmino consigliò di non intervenire autoritativamente su una questione squisitamente dottrinale, ma di lasciarla ancora alla discussione senza che si dessero condanne reciproche di calvinisti (verso i Tomisti) e di pelagiani (verso i Molinisti).

Con lo spirito del dialogo Bellarmino ha sempre espresso un grande amore alla Chiesa come la vera sposa di Cristo e al Sommo Pontefice come suo vicario. Gli attacchi dei luterani contro il Papa avevano una ripercussione profonda nel suo cuore e lo trasformarono in paladino del Pontificato. In materia teologica la definizione da lui data della Chiesa come “Societas perfecta” è stata proposta nell’insegnamento teologico fino al tempo del Vaticano II, fino a quando cioè la Lumen gentium adottò il termine di «Popolo di Dio convocato nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo». Per lui il «fundamentum» dell’unità della fede era la centralità del Pontefice romano.

Scrisse anche sei opere spirituali, tra le quali spicca il De ascensione mentis ad Deum, che formano la quintessenza della sua spiritualità. Esse sono un continuo colloquio con Dio e si muovono con limpidezza nel livello soprannaturale nel quale contemplava Dio negli uomini e gli uomini in Dio. Perciò egli è stato un gran confidente di Dio e degli uomini. Come padre spirituale esercitò un notevole influsso sui giovani studenti del Collegio Romano. Dalla sua guida spirituale furono orientati nel cammino di santità san Luigi Gonzaga, san Giovanni Berchmans, sant’Andrea Bobola e molti altri che divennero missionari importanti, anche se non giunsero agli onori degli altari.

L’amore verso Dio e verso la Chiesa si espresse molto chiaramente nei tre anni trascorsi come arcivescovo di Capua, nei quali poté dedicarsi a tempo pieno al ministero pastorale. Lo si vedeva sempre con i suoi sacerdoti e con i poveri. Distribuiva tutto ciò che aveva ai più bisognosi. Pregava insieme al suo clero nella cattedrale, insegnava personalmente il catechismo, andava nei paesi, accoglieva uno a uno quelli che ricorrevano a lui. Il catechismo per lui è stato il campo in cui ha potuto trasfondere tutta la sua scienza unita alla sua esperienza spirituale. Stando in collegamento stretto con san Pietro Canisio, che operava tra Vienna e le terre luterane tedesche, questi gli comunicò come Lutero avesse scritto un catechismo per diffondere tra il popolo il suo pensiero. A entrambi venne l’idea di fare lo stesso per la Chiesa cattolica. Con uno scambio postale molto stretto tra Bellarmino e Canisio, si formulò un catechismo per aiutare il popolo ad assimilare, fin dall’infanzia, le verità della fede. Ne scaturì un libretto che esponeva tutto il contenuto della nostra fede con domande e risposte, le prime delle quali chiedevano “Chi è Dio?” e “Chi ci ha creato?”, richiamando l’incipit del Principio e Fondamento degli Esercizi Spirituali di sant’Ignazio. Il testo finale stampato in tedesco e in italiano e diffuso in grande quantità, terminava con alcuni esercizi di contemplazione sui misteri della vita del Signore, come l’Incarnazione, l’Annunciazione, la Natività. Questo metodo è stato adottato dalla Chiesa fino agli inizi del 1900, quando Papa san Pio X diffuse il catechismo che ha portato il suo nome fino alla riforma della catechesi degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso.

Un “mistico del servizio”: così lo definisce in un breve profilo il padre Iñacio Iparraguirre, gran conoscitore della spiritualità ignaziana. Infatti san Roberto Bellarmino, nonostante le sue molteplici occupazioni, era alimentato dall’amore di Dio con una preghiera serena, ma continuata nella sua giornata. Il suo spirito si mantenne, come nei grandi mistici, profondamente sereno nel mezzo di una vita piena di lavoro e di preoccupazioni. Niente gli tolse la pace, neppure il “pericolo” di essere nominato Papa, come egli riconosce candidamente nella sua Autobiografia. In virtù di questa forza, che gli veniva dalla sua unione con Dio e dalla sua indole dolce e piena di bontà, poté gettarsi nella mischia delle dispute più importanti del suo tempo. Il suo tempo non era per lui, ma per gli altri, per la Chiesa e per la Compagnia di Gesù. Incarnò i problemi della Chiesa, le sollecitudini del Pontificato e, allo stesso tempo, si sentì vicino a tutti coloro che erano travagliati dai problemi. Così manifestò l’amore di Dio agli uomini. Fu un vero figlio di sant’Ignazio, che diceva che noi possiamo «cercare e trovare Dio e la sua volontà in ogni momento e in ogni cosa».

Raggiunse la casa del Padre il 17 settembre 1621. Ma per essere dichiarato santo bisognò aspettare che Pio XI lo proclamasse tale il 29 giugno 1930, dichiarandolo poi dottore della Chiesa il 17 settembre 1931. Nel 1923 la sua salma è stata riesumata e ricomposta nella cappella vicino a quella di san Luigi Gonzaga, nella chiesa di Sant’Ignazio in Campo Marzio a Roma.

Publié dans Articoli di Giornali e News, Fede, morale e teologia, Riflessioni, Sacramento dell’Ordine, Stile di vita | Pas de Commentaire »

DON ROBERTO MALGESINI UCCISO/ Non un prete di strada ma un santo della porta accanto

Posté par atempodiblog le 16 septembre 2020

DON ROBERTO MALGESINI UCCISO/ Non un prete di strada ma un santo della porta accanto
Don Roberto Malgesini, 51 anni, prete a Como, è stato ucciso ieri mattina a coltellate da un tunisino con problemi psichici che si è poi costituito
di Laura D’Incalci – Il Sussidiario

DON ROBERTO MALGESINI UCCISO/ Non un prete di strada ma un santo della porta accanto dans Articoli di Giornali e News Don-Roberto-Malgesini

Mite, di poche parole, sempre pronto a intercettare il bisogno degli altri, a cercare risposte concrete, a colmare le distanze che creano emarginazioni e solitudini. Molti descrivono così don Roberto Malgesini, il prete accoltellato e ucciso ieri a Como per mano di un immigrato. Alle 7 di mattina, mentre stava preparando l’occorrente per le prime colazioni da portare ai senzatetto, come ogni giorno, è stato colpito da una furia omicida, un gesto di follia (il movente è ancora sconosciuto) commesso da un tunisino di 53 anni, con precedenti penali e più di un decreto di espulsione dall’Italia, che si è poi costituito.

Un fatto drammatico, che ha gettato nell’incredulità e nello sgomento l’intera città: innanzi tutto i suoi amici, un numero incalcolabile di persone che in lui avevano trovato un appoggio, un soccorso immediato, qualcuno persino un accompagnamento paterno per imboccare la strada di un’integrazione sociale possibile.

Ieri il dolore, per molti mescolato a un senso di ribellione per l’uccisione “insensata” del prete di 51 anni, un dolore che sembrava aver improvvisamente contraddetto il bene e la speranza seminati, si è misurato con le storie reali. Tante e variegate vicende sono apparse ancorate a segni luminosi, al ricordo di un’esperienza impastata di compagnia, di una fraternità che resiste nel cuore e nei pensieri, incancellabile. L’immagine di Don Roberto è affiorata così dai ricordi di quanti lo hanno conosciuto, in una dimensione che va oltre la definizione del “prete di strada” che attraversa contraddizioni disperanti e spesso giudicate insanabili, quasi contrapponendosi anche senza volerlo alla vita sociale che scorre in un alveo diverso.

Nel suo agire ininterrotto e infaticabile per strappare dall’abbandono esistenze provate, bisognose di una mensa, di un dormitorio, di una visita medica, di coperte, di un certificato, di un lavoro… don Roberto testimoniava la sua fede, la sua passione per la vita umana, contagiava chi lo incontrava e anche tanti giovani che si aggregavano attorno a qualche sua iniziativa.

“Non era un prete mediatico, non amava mettersi in mostra o fare discorsi da capopopolo sulle contraddizioni sociali, era un sacerdote che svolgeva il suo ministero a servizio dei più poveri, senzatetto, immigrati, prostitute, carcerati” suggerisce don Andrea Messaggi, sottolineando che ogni sua iniziativa era decisa con il consenso e la benedizione del vescovo Oscar Cantoni, fra i primi ieri ad accorrere accanto alla salma di don Roberto. “Non ha mai fondato un’associazione propria, ma entrava in contatto con le attività e opere presenti nel territorio”. “Mi ha sempre colpito la sua fede e la dedizione totale ai poveri che svolgeva con una profonda attenzione alla persona, soprattutto con un’ottica fortemente educativa” ricorda un operatore della Scuola di Cometa Formazione per l’inserimento nel mondo del lavoro. “Ci eravamo sentiti due giorni fa proprio perché voleva farmi incontrare alcuni ragazzi nei quali leggeva il desiderio di imparare l’italiano e di inserirsi in un percorso” aggiunge, notando che “rivelava una particolare sensibilità educativa, non perdeva mai di vista i ragazzi che ci affidava, ma si informava dell’andamento del loro impegno e della partecipazione”.

Ieri sera un gesto di preghiera, la recita del Rosario nella cattedrale di Como, ha reso evidente l’origine di quella fraternità vissuta e comunicata, intrecciata a tante vicende quotidiane. “Io sono convinto che don Roberto è stato ‘un santo della porta accanto’ per la sua semplicità, per l’amorevolezza con cui è andato incontro a tutti… Il suo servizio era rivolto alle singole persone per poter far sperimentare la tenerezza di Dio che si piega e si china su ognuno”: così il vescovo di Como Oscar Cantoni ieri ha richiamato l’insondabile profondità dell’amore divino che si tramette all’umanità. “Don Roberto si è donato a tutti perché mi ripeteva spesso: ‘i poveri sono la vera carne di Cristo’” ha ricordato, invitando a pregare “per don Roberto, per la sua famiglia, ma anche per colui che lo ha ucciso”.

Publié dans Articoli di Giornali e News, Fede, morale e teologia, Riflessioni, Sacramento dell’Ordine, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Madre Teresa e la santa Comunione sulla mano

Posté par atempodiblog le 5 septembre 2020

Madre Teresa e la santa Comunione sulla mano/ Per quanto concerne il ricevere la Santa Comunione nella mano, una chiarificazione sulla presunta dichiarazione di Madre Teresa: “La cosa che più mi rattrista…”
Fonte: Testo © Mother Teresa Center of the Missionaries of Charity

 Madre Teresa e la santa Comunione sulla mano dans Diego Manetti Madre-Teresa

Riguardo al modo di ricevere la Santa Comunione, la Chiesa dichiara: “Nonostante debba essere rispettato il diritto di ogni fedele di ricevere, se lo desidera, la Santa Comunione sulla lingua, se un comunicante desiderasse ricevere il Sacramento della Comunione sulla mano, in circoscrizioni dove la Conferenza Episcopale con il riconoscimento della Santa Sede, ne abbia dato il permesso, l’Ostia Sacra dovrà essere amministrata al richiedente. Comunque, è necessario assicurarsi attentamente che l’Ostia consacrata sia consumata dal comunicante alla presenza del sacerdote, in modo da evitare che qualcuno si allontani con le Specie Eucaristiche nella sua mano. Nel caso esistesse il rischio di una profanazione, la Comunione non deve essere posta sulla mano dei fedeli”. (Dalla CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO E LA DISCIPLINA DEI SACRAMENTI – ISTRUZIONE Redemptionis Sacramentum; in materia di argomenti da osservare o evitare riguardo alla Santissima Eucarestia)

Madre-Teresa dans Fede, morale e teologia

Madre Teresa non avrebbe mai contraddetto i dettami della Chiesa. Riguardo al modo in cui ricevere la Santa Comunione, ha scritto alle sue consorelle: “Questo è come il permesso dei Vescovi dato alcuni anni fa per ricevere la Santa Comunione nella mano. E’ permesso, ma non è un ordine,… come Missionarie della Carità, noi abbiamo scelto di ricevere la Santa Comunione sulla lingua. Se qualcuno vi interroga su questo, non entrate in discussione – “che ogni spirito dia gloria a Dio” – ma preghiamo che tutto sia fatto per la maggior gloria di Dio e il bene della Chiesa”.

Voi riportate questa citazione “Ovunque vada nel mondo intero, la cosa che maggiormente mi rattrista è vedere la gente ricevere la Comunione nella mano.” Questa dichiarazione non ci sembra autentica. Non abbiamo mai sentito Madre Teresa proferire queste parole e nemmeno le abbiamo mai incontrate nei suoi scritti. Una cosa che Madre Teresa soleva ripetere molto spesso era: “…Il più grande distruttore della pace oggigiorno è l’aborto, perché è una guerra contro il bambino, un diretto omicidio di un bambino innocente, ucciso dalla sua stessa madre…il più grande distruttore dell’amore e della pace è l’aborto.”

Divisore dans San Francesco di Sales

Ricorda
Si può dare la comunione in mano ai fedeli? Sì, a condizione che…

Ostia-santa dans Madre Teresa di Calcutta

Non intendo fare alcuna “crociata” contro la pratica di dare la comunione in mano ai fedeli che la richiedano, perché quello che dice la Chiesa, nostra madre, vale. Però non bisogna dimenticare che la Chiesa dice che tu puoi prendere la comunione con la mano e poi devi metterla in bocca, subito lì, davanti al sacerdote. Quindi i sacerdoti devono essere molto vigilanti in questo senso, richiamando eventuali fedeli che non dovessero consumare immediatamente la particola. E’ questo il momento in cui ci deve essere l’osservazione: se si applica la norma liturgica correttamente, il pericolo che un’ostia sia trafugata si riduce sensibilmente, sconfessando con ciò la tesi per cui dare la comunione in mano favorirebbe di per sé i furti di ostie.

Tratto da: L’ora di Satana (L’attacco del Male al mondo contemporaneo) di Padre Livio Fanzaga con Diego Manetti, Ed. Piemme

Publié dans Diego Manetti, Fede, morale e teologia, Madre Teresa di Calcutta, Padre Livio Fanzaga, Riflessioni, Sacramento dell’Ordine | Pas de Commentaire »

Il sacerdote che riscatta i bambini dalle discariche delle Filippine

Posté par atempodiblog le 6 août 2020

Il sacerdote che riscatta i bambini dalle discariche delle Filippine
di Aleteia

Il sacerdote che riscatta i bambini dalle discariche delle Filippine dans Articoli di Giornali e News padre-Mathieu-nelle-Filippine

Li aiuta a vedere la loro dignità personale come figli di Dio e a ottenere nuove e migliori prospettive di vita
Padre Mathieu Dauchez è francese ma lavora a Manila, nelle Filippine, come responsabile della fondazione ANAK-Tnk, che si dedica ai bambini bisognosi di una delle zone più povere della capitale del Paese.

La fondazione accoglie bambini che vivono abbandonati in strada e bambine costrette a prostituirsi. Il sacerdote e i volontari arrivano a cercarli nelle discariche, dove provano a trovare qualcosa da mangiare. È frequente che questi bambini, se non vengono aiutati, cadano vittime della droga e del crimine.

L’ANAK-Tnk li aiuta a prendere coscienza della loro dignità personale come figli di Dio e a ottenere nuove e migliori prospettive di vita. La vita di preghiera è fondamentale nel progetto. Il nome della fondazione significa “figlio” (anak) e “ponte per l’infanzia” (tnk è l’abbreviazione di “tulay ng kabataa” nella lingua tagalog, la più parlata nelle Filippine).

Il lavoro di padre Mathieu è stato messo in luce, oltre che dalla visita di Papa Francesco, anche da un tweet del 2018 diventato virale di padre Patxi Bronchalo, della diocesi spagnola di Getafe, che ha postato sul suo profilo:

“Questo non esce mai sulla stampa.. Impressionante il lavoro di questo sacerdote, che si prende cura dei bambini delle discariche di Manila. Per favore, aiutatemi a condividere questo post perché venga conosciuto. Grazie di cuore”.

Publié dans Articoli di Giornali e News, Fede, morale e teologia, Riflessioni, Sacramento dell’Ordine, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Preti santi alla scuola di Giovanni Maria Vianney

Posté par atempodiblog le 5 août 2020

Preti santi alla scuola di Giovanni Maria Vianney
de L’Osservatore Romano

Preti santi alla scuola di Giovanni Maria Vianney dans Articoli di Giornali e News cardinale-Pietro-Parolin-ad-Ars

«Senza negare il danno provocato dal comportamento deviato di alcuni preti, il Papa ha voluto mettere in evidenza, soprattutto, il buon esempio della maggioranza di quanti, in modo costante e trasparente, si dedicano interamente al bene dell’altro. I momenti di purificazione ecclesiale che stiamo vivendo ci renderanno più felici e semplici, più generosi e più fecondi!». Lo ha sottolineato il cardinale Pietro Parolin, celebrando ad Ars, nel sud-est della Francia, nella mattina di oggi, la messa nella memoria liturgica di san Giovanni Maria Vianney.

Richiamando la lettera di Francesco ai sacerdoti di tutto il mondo, scritta esattamente un anno fa, nel 160° della morte del patrono del clero con cura d’anime che per quarant’anni svolse il suo ministero in un piccolo villaggio allora abitato da poco più di 200 persone, il segretario di Stato ha incentrato l’omelia sul documento in cui il Pontefice si rivolge a quanti oggi, come il Curato d’Ars, lavorano in “trincea”, portando «sulle spalle il peso del giorno e del caldo»; a quanti «esposti a innumerevoli situazioni», ci mettono la faccia quotidianamente e senza darsi «troppa importanza»; a coloro che «in tante occasioni, in maniera inosservata e sacrificata, nella stanchezza o nella fatica, nella malattia o nella desolazione», assumono la missione «come un servizio» scrivendo «le pagine più belle della vita sacerdotale». Perciò, ha commentato il porporato, «illuminati da queste parole, anche noi vogliamo avere come nostra prima intenzione di preghiera i sacerdoti e le vocazioni sacerdotali, che affidiamo alla particolare intercessione del santo Curato d’Ars».

Insieme con il porporato — nel santuario dove riposano le spoglie di Vianney, e che ogni anno accoglie 450 mila pellegrini — hanno concelebrato il vescovo Pascal Roland, di Belley-Ars, e altri presuli e sacerdoti francesi, alla presenza di numerosi diaconi, consacrati, religiose e autorità civili e militari. Rilanciando le parole della monizione di apertura, che esaltano la figura di «ammirevole sacerdote, appassionatamente devoto al suo ministero» del Curato d’Ars, il cardinale Parolin ha offerto una riflessione sulle letture liturgiche: a cominciare dalla prima, tratta da Ezechiele 3, 16-21, in cui emerge la funzione del profeta-sentinella, che — ha spiegato — «lungi dall’essere solo un carisma del passato» è attuale ancora «oggi e per sempre». Del resto «questa era la vocazione di Vianney, che «visse e lavorò in questa parrocchia come un autentico profeta-attento! Senza cercare il proprio o altri interessi che non fossero la conversione e la salvezza dei peccatori». Ed è così, ha aggiunto, «che i suoi contemporanei lo videro, nonostante il rifiuto all’inizio, i molti fraintendimenti e l’incessante lotta contro il Maligno che dovette affrontare». Perché san Giovanni Maria era l’«altoparlante, la voce stessa di Dio, nel condurre una vita consumata in totale fedeltà e coerenza, fino alla fine del suo pellegrinaggio su questa terra, quando poté esclamare — come nel Salmo responsoriale (120) —: “Benedici il Signore, anima mia».

Anche il passo evangelico di Matteo (9, 35-10, 1) è stato riletto dal celebrante alla luce della vita del Curato d’Ars, il quale «ha partecipato al potere taumaturgico del Signore, curando e guarendo completamente le persone». Inoltre, «grazie al suo esempio durante la vita e attraverso la sua intercessione oggi, sono nate e nascono nuove vocazioni al ministero sacerdotale».

La stessa vocazione del cardinale Parolin è legata al santo: «Una figura che mi è sempre stata particolarmente cara — ha confidato — poiché, da chierichetto, ho letto avidamente la sua biografia, che avevo trovato provvidenzialmente nella piccola biblioteca parrocchiale del mio paese». Perciò, ha proseguito, «è con grande emozione che ringrazio il Signore, in quest’anno quarantesimo della mia ordinazione presbiterale, per avermi dato oggi la grazia di fare questa visita nei luoghi di colui che Benedetto XVI definì nel 2010 “un modello del ministero sacerdotale”», a conclusione dello speciale Anno giubilare a lui dedicato. Da qui l’esortazione del segretario di Stato ai sacerdoti e ai vescovi presenti: «Non lasciamoci prendere dallo scoraggiamento; e non dimentichiamo mai che la nostra vocazione è un dono gratuito del Signore, un dono totalmente immeritato… che dobbiamo sapere come accogliere ogni mattina, con umiltà e nella preghiera».

E se il Pontefice emerito — ha fatto notare Parolin — ha messo in guardia dal non ridurre Vianney a un esempio, per quanto ammirevole, della spiritualità devozionale del diciannovesimo secolo, esaltandone il ministero di riconciliazione svolto al confessionale, Papa Bergoglio ne ha rimarcato la vicinanza «a tutti», senza mai rifiutare quanti «sono feriti nella loro esistenza e peccatori nella loro vita spirituale». Ed ecco allora, che se vogliamo essere autentici cristiani, dei santi», occorre imparare «da lui la semplicità, il disinteresse, la purezza nelle intenzioni e nell’azione, l’ascetismo, la fedeltà a Dio e al Vangelo».

In definitiva, ha concluso il cardinale, «Vianney invita a lasciarci plasmare dal significato profondo, dall’incommensurabile bellezza e dalla prodigiosa dignità dei sacramenti dell’Eucaristia e della Penitenza, e a fare affidamento sulla loro forza trasformatrice. Di fronte a risposte inadeguate alla nostra sete di verità, significato e realizzazione, a sistemi incapaci di soddisfare i nostri bisogni più autentici, il Curato d’Ars insegna che l’intima unione personale con Cristo aiuta a conformare i nostri desideri alla volontà di Dio, ci riempie di gioia e felicità, ci aiuta a essere sale e luce del mondo». Insomma insegna che «la santità è possibile per tutti! La santità è accessibile a tutti!».

Nel primo pomeriggio il cardinale Parolin ha tenuto una conferenza incentrata sul tema: «Papa Francesco e i sacerdoti, in cammino con il popolo di Dio». Articolato in otto punti — la preghiera, “uscire”, insegnare, celebrare l’Eucaristia, confessare, accogliere i poveri, la fraternità sacramentale, Maria — l’intervento del porporato ha tracciato alcune linee guida per «il ministero pastorale nel nostro ventunesimo secolo» facendo “dialogare” il Pontefice con il Santo. Riguardo al primo aspetto ha fatto notare come Vianney trascorresse «ore e ore davanti al tabernacolo della sua chiesa, per chiedere al Signore la conversione degli abitanti di Ars». E anche «il Santo Padre si alza presto la mattina e prega fino alla messa alle 7 del mattino. Di sera, interrompe le sue occupazioni e ritorna a lungo in cappella fino a cena». Dunque «la preghiera è necessaria per crescere nella nostra fedeltà». E inoltre ha «un obiettivo pastorale», anche quando si sperimenta «l’ardidità».

Il secondo aspetto della «Chiesa in uscita» trae origine dalla constatazione che «l’azione pastorale si basa sul discernimento: osservare la situazione, guardare con benevolenza, ascoltare con attenzione»; e che in tale contesto «lo Spirito Santo ispira la creatività per trovare il modo migliore per avvicinarsi agli altri». D’altronde san Giovanni Maria uscì dal «presbiterio per incontrare la sua gente. Non la trovò in chiesa perché non ci andava più da molto tempo» a causa della Rivoluzione francese.

Riguardo all’insegnamento — terzo punto — il cardinale Parolin ha chiarito che esso deve rifarsi a una «chiara proposta di fede», come faceva nella sua predicazione il Curato d’Ars. E se il Papa insiste molto sulla qualità delle omelie, il segretario di Stato ha suggerito anche di proporre incontri di formazione a livello parrocchiale. Quanto all’Eucaristia — quarto punto — essa «costituisce il cuore del sacerdote»: al punto che san Giovanni Maria esclamava «Mio Dio! Come deve essere compatito un prete quando la fa come una cosa normale!», e che Bergoglio l’ha definita «l’atto supremo della rivelazione» (Misericordiae vultus, 11 aprile 2015, n. 7).

Per il tema della riconciliazione il cardinale Parolin ha ricordato le decine di migliaia di persone che accorrevano al confessionale dove il curato d’Ars trascorreva dalle quindici alle diciotto ore al giorno, e come esso per il vescovo di Roma — che «ha un acuto senso della tenerezza di Dio che avvolge la fragilità dell’uomo» — rappresenti «il sacramento della misericordia». Purtroppo, ha osservato il relatore, «molti fedeli non si confessano più»: da qui l’«invito a fare di tutto affinché riscoprano questo sacramento essenziale. Ciò richiede una determinata volontà pastorale, una catechesi incessante… e anche un certo coraggio per accettare di accogliere con disponibilità quanti vengono a chiedere, a volte timidamente, questo sacramento dell’amore».

Per la cura dei poveri, il conferenziere ha ricordato come ad Ars dovessero nascondere i vestiti perché sapevano che il curato dava agli indigenti tutto ciò che aveva; con carità creativa ha fondato il collegio Providence per sollevare dalla miseria materiale e morale le ragazze che vivevano per strada. E il Pontefice da parte sua ha parlato a più riprese di opzione preferenziale per i poveri.

Da ultimo il segretario di Stato ha accennato alla «concreta fraternità sacramentale» come a «una grande sfida odierna, perché il ministero è spesso pesante e difficile», e «non possiamo esercitarlo in solitudine»; e al ruolo della Vergine Maria nella spiritualità del santo e del Papa.

Al termine, della giornata il porporato benedice un itinerario — all’interno del santuario di Ars — dedicato al cardinale Emile Biayenda, arcivescovo di Brazzaville morto nel 1977, di cui è in corso la causa di canonizzazione.

Publié dans Articoli di Giornali e News, Fede, morale e teologia, Misericordia, Papa Francesco I, Riflessioni, Sacramento della penitenza e della riconciliazione, Sacramento dell’Ordine, Santo Curato d'Ars, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Il cardinale Stella: “L’Istruzione vaticana? Un’allerta perché le parrocchie non diventino agenzie di servizi”

Posté par atempodiblog le 29 juillet 2020

Il cardinale Stella: “L’Istruzione vaticana? Un’allerta perché le parrocchie non diventino agenzie di servizi”
Il prefetto della Congregazione per il Clero spiega i contenuti del documento del 20 luglio: «L’attenzione sul tema dei laici che celebrano nozze e funerali utile solo a creare titoli ad effetto». «Le parrocchie non sono “aziende” che possono essere dirette da chiunque»
di Salvatore Cernuzio – Vatican Insider

Il cardinale Stella: “L’Istruzione vaticana? Un’allerta perché le parrocchie non diventino agenzie di servizi” dans Articoli di Giornali e News Cardinale-Stella

È trascorsa una settimana dalla pubblicazione dell’Istruzione per le parrocchie redatta dalla Congregazione per il Clero, dal titolo “La conversione pastorale della comunità parrocchiale al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa ».

Acclamato come «una rivoluzione» in ambienti laici, catalizzatore dell’attenzione dei media per la questione «tariffari» per i sacramenti e dei laici che celebrano nozze e funerali, il documento vaticano è finito sotto il fuoco di fila delle critiche di alcuni vescovi, in prima linea quelli della Germania. Per comprendere meglio punti e spunti del documento e come esso non esuli dal solco della tradizione della Chiesa, Vatican Insider ha intervistato il cardinale Beniamino Stella, prefetto della Congregazione per il Clero.

Eminenza, si è parlato di svolta e di rivoluzione per questa istruzione. Nel documento, però, viene specificato che non vi è alcuna novità dal punto di legislativo. Qual è allora la chiave di lettura corretta?
«Per sua natura un’Istruzione non può produrre nuove leggi, bensì aiuta ad applicare meglio quelle esistenti, cercando di renderle più chiare e indicando i procedimenti per eseguirle. Il punto del documento è nel suo titolo. È essenziale richiamare a una conversione missionaria che non sia solo dei singoli fedeli, chierici o laici, o dei “professionisti” della pastorale, ma che invece coinvolga la comunità parrocchiale in quanto tale, con tutte le sue componenti. Occorre quindi che ciascuno riscopra la propria vocazione ecclesiale e si senta corresponsabile dell’unica missione evangelizzatrice, rendendosi disponibile per i servizi e gli incarichi che gli corrispondono all’interno della comunità parrocchiale e soprattutto nell’ambito della missione evangelizzatrice della Chiesa. Una Istruzione, si potrebbe dire, è come lo scriba del Vangelo ed estrae dal tesoro – teologico, pastorale e canonico – della Chiesa “cose nuove e cose antiche” per tradurle nella vita quotidiana del Popolo di Dio».

A livello mediatico ampia attenzione si è concentrata sulla questione dei laici che celebrano nozze e funerali. Reputa riduttiva questa lettura?
«Mi permetta di dire che, sì, trovo riduttiva e utile solo per creare titoli a effetto l’attenzione speciale che è stata data al tema dei laici in relazione a matrimoni e funerali. Infatti, si tratta di norme già esistenti e di possibilità che, in relazione ai matrimoni, possono realizzarsi quando sussista la mancanza di sacerdoti e diaconi, all’interno di un dialogo che coinvolge il vescovo diocesano, la Conferenza episcopale e la Santa Sede».

Può spiegare meglio questo punto?
«Nel matrimonio i ministri del sacramento sono gli sposi, mentre colui che chiede loro di manifestare il proprio consenso – chierico o laico che sia – adempie alla funzione di “teste qualificato” e accoglie a nome della Chiesa il “sì” degli sposi. Allo stesso modo, circa il rito delle esequie, questo può avvenire anche senza la celebrazione della messa, e il Rituale Romano prevede quali parti dei diversi riti possono essere eseguite anche da laici».

Qual è dunque il messaggio che voleva far passare la Congregazione per il Clero affrontando questa tematica?
«Che matrimoni e funerali sono per i sacerdoti occasioni di incontro con i fedeli e anche con persone che abitualmente non frequentano la Chiesa, in circostanze emotivamente forti. Il fatto che ci siano possibili diverse alternative per la celebrazione dei riti non dovrebbe farci cadere in un funzionalismo sganciato dall’esperienza di fede del Popolo di Dio».

Con le nuove indicazioni qualcuno intravede il rischio che i preti finiscano per essere sovraccaricati di amministrazione e burocrazia. È così?
«In realtà è esattamente l’opposto e l’Istruzione ha voluto anche proporre un segnale di allerta rispetto ad una concezione della parrocchia, qua e là esistente, come “agenzia” che eroga servizi di diverso tipo (sacramentali, cultuali, sociali, caritativi) e non come una comunità missionaria, anche una “famiglia” direi, in cui ciascuno contribuisce per la sua parte, secondo vocazione, carisma, disponibilità e competenza. In tale ottica, il sacerdote dovrebbe essere aiutato proprio a non perdersi in amministrazione e burocrazia, ma a concentrarsi piuttosto sulle priorità del suo ministero – l’Eucaristia, l’annuncio della Parola, la direzione spirituale e la confessione, la promozione della carità e la vicinanza ai fedeli, soprattutto i più bisognosi – accompagnato dall’aiuto e stimolato dall’esempio degli altri membri della comunità, chierici, consacrati e laici. Peraltro, è essenziale ricordare che la suddivisione di compiti e ministeri all’interno della comunità deve porsi in un orizzonte missionario e di evangelizzazione, in modo che la parrocchia non lavori unicamente per la propria “sopravvivenza”, magari rimpiangendo i “bei tempi”, ma sia animata in ogni suo membro di un vivo anelito ad annunciare Cristo e a testimoniarLo a chi si è allontanato e a chi non Lo ha mai conosciuto».

Cosa occorre per realizzare questo?
«Che ogni fedele si senta attivamente corresponsabile di tale missione, secondo le sue possibilità concrete. Mi lasci dire invece che la “vocazione” dello spettatore, magari polemico e critico dell’impegno altrui, di certo non viene da Dio e non contribuisce all’evangelizzazione. La parrocchia, sia per chi la vive come singolo che per coloro che vi partecipano come membri di associazioni, movimenti e gruppi, è un luogo di incontro col Signore, di accoglienza, di esperienze di fede vissuta, pur con le fatiche che si sperimentano talvolta anche nelle migliori famiglie».

Il rafforzamento del ruolo del parroco, con l’esplicita indicazione che deve trattarsi sempre e solo di un sacerdote, si può considerare una risposta a certe istanze emerse durante il Sinodo sull’Amazzonia?
«Più che altro l’Istruzione ha inteso confermare la specificità del parroco come “pastore proprio” della comunità, ribadendo la centralità dell’Eucaristia come fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa. In quanto pastore proprio, da sempre e per la natura del suo incarico, il parroco può essere solo un sacerdote, chiamato a rendere Cristo sacramentalmente presente, in special modo nell’Eucaristia e nella Riconciliazione. In questo modo, emerge il tratto identificativo e specifico del ministero sacerdotale che è la carità pastorale, tramite la quale il presbitero vive la propria paternità spirituale, facendo un totale dono di sé come padre alla Chiesa e alla sua comunità. Ciò non significa che il parroco debba fare tutto da solo, senza ascoltare altri o senza lasciare loro margine per una creatività e responsabilità personale. Ma occorre fare attenzione a non ridurre la parrocchia al rango di “filiale” di una “azienda” – in questo caso la diocesi – con la conseguenza di poter essere “diretta” da chiunque, magari anche da gruppi di “funzionari” con diverse competenze».

Publié dans Articoli di Giornali e News, Fede, morale e teologia, Riflessioni, Sacramento dell’Ordine, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Sacerdoti, anelito di santità

Posté par atempodiblog le 19 juin 2020

Sacerdoti, anelito di santità
Nella Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, oggi si celebra anche la Giornata per la Santificazione dei sacerdoti, istituita 25 anni fa da Giovanni Paolo II. Un momento di meditazione e preghiera per ricordare che si è a servizio del popolo di Dio, animati dall’amore di Cristo
di Benedetta Capelli – Vatican News

Sacerdoti, anelito di santità dans Fede, morale e teologia Prete

“Tale Giornata aiuti i sacerdoti a vivere nella conformazione sempre più piena al cuore del Buon Pastore”. Giovanni Paolo II, nella Lettera ai sacerdoti per il Giovedì Santo del 25 marzo 1995, istituiva così l’odierna Giornata mondiale di preghiera per la santificazione del clero, facendola coincidere con la Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù. Una correlazione per ricordare agli uomini di Dio di coltivare nel proprio cuore “un grande anelito di santità”, per percorrere le vie di chi si è fatto simile a Cristo, servendo gli uomini e le donne che gli sono affidati, vivendo la propria vocazione in unione con Maria. “Allora – scriveva Papa Wojtyla – il nostro sacerdozio sarà custodito nelle sue mani, anzi nel suo cuore, e potremo aprirlo a tutti. Sarà in tal modo fecondo e salvifico, in ogni sua dimensione”.

La preghiera crea il sacerdote e il sacerdote si crea attraverso la preghiera
Tra i tanti pronunciamenti sul sacerdozio, nel lungo magistero di San Giovanni Paolo II, c’è un passaggio del libro: “Dono e mistero. Diario di un sacerdote”, pubblicato nel 1996, nel quale si richiama costantemente alla santità del prete, “testimone e strumento di misericordia divina”, e al suo bisogno di preghiera. “La preghiera – sottolineava Papa Wojtyla – sorge dalla santità di Dio e nello stesso tempo è la risposta a questa santità”.

“Cristo ha bisogno di sacerdoti santi! Il mondo di oggi reclama sacerdoti santi! Soltanto un sacerdote santo può diventare, in un mondo sempre più secolarizzato, un testimone trasparente di Cristo e del suo Vangelo”

“I santi della porta accanto”
In questo tempo di pandemia, il pensiero di Papa Francesco è andato più volte ai sacerdoti che hanno perso la vita, spendendosi accanto ai malati di coronavirus, accompagnandoli con una preghiera o una benedizione a distanza ma facendo sentire la loro presenza e quella di Gesù. Nell’omelia della Messa in Coena Domini, il 9 aprile scorso, in piena emergenza coronavirus, il Pontefice aveva avuto per i sacerdoti pensieri affettuosi di padre, esortandoli ad essere coraggiosi, anche nel perdonare.

“I sacerdoti che offrono la vita per il Signore, i sacerdoti che sono servitori. In questi giorni ne sono morti più di sessanta qui, in Italia, nell’attenzione ai malati negli ospedali, e anche con i medici, gli infermieri, le infermiere… Sono “i santi della porta accanto”, sacerdoti che servendo hanno dato la vita”

La santità di oggi
Il 4 agosto 2019, Papa Francesco aveva inviato una Lettera ai sacerdoti in occasione del 160.mo anniversario del santo Curato d’Ars, patrono dei parroci del mondo. “Mi rivolgo a ciascuno di voi – scriveva il Pontefice – che, in tante occasioni, in maniera inosservata e sacrificata, nella stanchezza o nella fatica, nella malattia o nella desolazione, assumete la missione come un servizio a Dio e al suo popolo e, pur con tutte le difficoltà del cammino, scrivete le pagine più belle della vita sacerdotale”. Dolore, gratitudine, coraggio e lode: le parole che scandivano la sua riflessione nella quale non mancava un riferimento all’Esortazione Apostolica Gaudete et Exsultate, incentrata sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo.

Ringraziamo anche per la santità del Popolo fedele di Dio che siamo invitati a pascere e attraverso il quale il Signore pasce e cura anche noi con il dono di poter contemplare questo popolo “nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante”. Rendiamo grazie per ognuno di loro e lasciamoci soccorrere e incoraggiare dalla loro testimonianza; perché “eterna è la sua misericordia”.

Publié dans Fede, morale e teologia, Papa Francesco I, Riflessioni, Sacramento dell’Ordine | Pas de Commentaire »

Enrico Medi, lo scienziato che amava l’Eucaristia

Posté par atempodiblog le 27 mai 2020

Enrico Medi, lo scienziato che amava l’Eucaristia
Il 26 maggio di 46 anni fa moriva Enrico Medi, docente universitario e fisico che commentò in diretta tv lo sbarco dell’uomo sulla Luna. Oggi Servo di Dio, coniugava fede e ragione, argomentando perché «la scienza per natura sua è cristiana». Figlio spirituale di Padre Pio, era molto devoto al Santissimo Sacramento. Pensando all’infinito valore della Messa, rivolse ai sacerdoti parole memorabili e che dicono tanto della dignità e missione sacerdotale.
di Ermes Dovico – La nuova Bussola Quotidiana

Enrico Medi, lo scienziato che amava l’Eucaristia dans Articoli di Giornali e News Enrico-Medi

«La gloria del Signore risplende soprattutto il giorno della nascita dei santi. E il giorno della nascita dei santi è quello che gli uomini chiamano il giorno della morte». Era il 26 settembre 1968 e il professor Enrico Medi, durante i funerali partecipati da circa centomila persone, commentava così la nascita al Cielo del santo di cui era figlio spirituale: Padre Pio da Pietrelcina (†23 settembre 1968).

Se di Padre Pio la Chiesa ha già ‘certificato’ la santità, canonizzandolo, di Enrico Medi (Porto Recanati, 26 aprile 1911 – Roma, 26 maggio 1974), Servo di Dio, è in corso il processo di beatificazione. Fisico, docente universitario e politico, membro dell’Assemblea costituente e due volte deputato, Medi fu un illustre cattolico laico del suo tempo. Ricordarlo oggi, giorno del 46° anniversario della sua morte, può aiutare a inquadrare rettamente il rapporto tra scienza e fede, e insieme gettare luce su quella che dovrebbe essere la vocazione di uno “scienziato”, termine di cui ormai si fa abuso.

I più grandicelli e di buona memoria ricorderanno Medi per il commento scientifico, in diretta tv, allo sbarco del primo uomo sulla Luna. I vecchi video testimoniano la competenza e umiltà mostrate in quei momenti storici, così richiamati da Tito Stagno parlando molti anni dopo alla trasmissione A Sua Immagine: «Il LEM si è appena appoggiato sul Mare della Tranquillità, gli astronauti non sono ancora scesi ma si cominciano a vedere le prime immagini del paesaggio lunare e Medi dice: sì, siamo su un mondo nuovo, meraviglioso, noi chiniamo la testa, proprio in ringraziamento, meditazione e gioia, però sempre con la prudenza che si deve avere quando si affermano cose che non si conoscono. La scienza è fatta di incognite».

Il suo curriculum, in fatto di scienza, ci dice che Medi era un predestinato. A soli 21 anni si laureò in Fisica discutendo la tesi con Enrico Fermi. Nel 1942 vinse la cattedra di Fisica sperimentale all’Università di Palermo. I fatti del 1943 lo costrinsero a stare per mesi nella sua regione di nascita, le Marche, dove un giorno seppe di due uomini che stavano per essere fucilati: si recò al comando di Jesi offrendosi di sostituire i condannati a morte, a cui alla fine venne risparmiata la vita. Nel ’49 divenne presidente dell’Istituto nazionale di geofisica, alla cui guida promosse la rete degli osservatori e si adoperò perché venisse fatta una mappa sismica del Paese. Per un paio di anni fu anche divulgatore scientifico in tv, e nel 1958 fu nominato vicepresidente dell’Euratom. Medi era convinto che l’energia nucleare, usata a fini pacifici, fosse una valida risposta ai problemi energetici. Nel 1965 si dimise dalla vicepresidenza dell’Euratom perché vedeva prevalere gli interessi di enti dei singoli Stati a discapito di un piano comune di ricerca.

Alle molte attività da uomo di scienza, qui accennate a grandi linee, Medi univa la luce della fede: «Se non ci fosse pericolo di essere fraintesi, verrebbe da dire che il cristianesimo è esattamente scientifico; ma la verità è un’altra, è che la scienza per natura sua è cristiana: cioè ricerca della verità, cioè attenta indagine su quella che è la volontà di Dio che si esprime nell’ordine naturale (scienza) e nell’ordine soprannaturale (fede e teologia). Quindi è inconcepibile e assurdo qualsiasi ipotetico contrasto fra fede e scienza, fra vero progresso scientifico e teologia e morale». Medi, che si era pure laureato in teologia alla Gregoriana, spiegava che ogni vera scoperta scientifica non può mai intaccare la fede, bensì fornirle conferme che fanno «gustare meglio alla mente umana la grandezza e la bontà di Dio». In opposizione allo scientismo, che idolatra e falsifica la scienza negando il soprannaturale, Medi spiegava che «la rivelazione e la teologia hanno illuminato e permesso il nascere e lo sviluppo della scienza».

Medi ebbe un rapporto personale con Pio XII, che poté incontrare nel ’46 ricevendo da lui due rosari, uno per la moglie Enrica Zanini e l’altro per la bambina di cui i due coniugi erano allora in dolce attesa. Papa Pacelli imparò a conoscerlo e stimarlo sempre di più, e nel 1955 lo volle a capo della delegazione della Santa Sede alla conferenza di Ginevra sull’energia atomica. Un intenso rapporto lo ebbe pure con Paolo VI, che lo nominò membro della Consulta dei Laici del Vaticano.

Scorrendo tra gli scritti di e su Medi si comprende anche quale amore nutrisse per la famiglia e la centralità che dava all’educazione, che è anzitutto educazione a vivere la volontà di Dio. Aveva sposato Enrica, laureata in Chimica e Farmacia, nel 1938. E da lei aveva avuto sei figlie, sei “Marie” (Maria Beatrice, Maria Chiara, Maria Pia, Maria Grazia, Maria Stella, Maria Emanuela), a testimoniare la devozione verso la Madonna. Per mettere Dio sempre più al centro della vita familiare Medi fece costruire una cappella privata nella sua casa di Torre Gaia, la dedicò alla Sacra Famiglia e ottenne di potervi custodire l’Eucaristia. «In quella cappella – riferiva l’Osservatore Romano negli anni Novanta – iniziava e chiudeva la giornata, soffermandosi in preghiera e in lunghe meditazioni».

Ma dicevamo di Padre Pio. Dopo il primo incontro, fulminante, con il santo da Pietrelcina, Medi aveva voluto approfondirne la conoscenza, andando spesso a trovarlo a San Giovanni Rotondo, sia di sua iniziativa sia su invito diretto del buon frate. Un giorno, ancora padre di 4, appuntava di aver parlato a san Pio delle sue figlie e di aver avuto «la benedizione per Enrica, ma era implicita: è una cosa sola con me…».

L’insegnamento e insieme il dono più grande ricevuto dal santo fu assistere alla Messa da lui celebrata. «La Messa di Padre Pio era rivivere fisicamente tutta l’agonia del Getsemani, del Calvario, della Crocifissione e della morte. Quando assistevamo alla Messa si vedeva l’ansia di una creatura che da una parte era presa da una sofferenza immensa, dall’altra non voleva che questa sofferenza si riversasse sui fratelli che aveva accanto. Come il Signore sul Calvario».

Sarà per questa consapevolezza che Medi, rivolgendosi al clero, diceva parole che continuano a suonare attualissime:

Sacerdoti, io non sono un Prete e non sono mai stato degno neppure di fare il chierichetto. Sappiate che mi sono sempre chiesto come fate voi a vivere dopo aver detto Messa. Ogni giorno avete Dio tra le vostre mani. Come diceva il gran re San Luigi di Francia, avete «nelle vostre mani il re dei Cieli, ai vostri piedi il re della terra». Ogni giorno avete una potenza che Michele Arcangelo non ha. Con le vostre parole trasformate la sostanza di un pezzo di pane in quella del Corpo di Gesù Cristo in persona. Voi obbligate Dio a scendere in terra! Siete grandi! Siete creature immense! Le più potenti che possano esistere.

Chi dice che avete energie angeliche, in un certo senso, si può dire che sbaglia per difetto. Sacerdoti, vi scongiuriamo: Siate santi! Se siete santi voi, noi siamo salvi. Se non siete santi voi, noi siamo perduti! Sacerdoti, noi vi vogliamo ai piedi dell’Altare. A costruire opere, fabbriche, giornali, lavoro, a correre qua e là in Lambretta o in Millecento, siamo capaci noi. Ma a rendere Cristo presente e a rimettere i peccati, siete capaci solo voi! Siate accanto all’Altare. Andate a tenere compagnia al Signore. […] A tutti, anche a noi, ma in particolare a te, sacerdote, dice di continuo: «Tienimi compagnia. Dimmi una parola. Dammi un sorriso. Ricordati che t’amo. Dimmi soltanto “Amore mio, ti voglio bene”: ti coprirò di ogni consolazione e di ogni conforto» [...].

Publié dans Articoli di Giornali e News, Fede, morale e teologia, Padre Pio, Riflessioni, Sacramento dell’Ordine, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Messa e sacramenti, la lezione di un vescovo americano

Posté par atempodiblog le 18 avril 2020

Messa e sacramenti, la lezione di un vescovo americano
“Dobbiamo annunciare la vita eterna in Gesù Cristo. A maggior ragione in questi tempi duri in cui il popolo ha bisogno di speranza e consolazione ». Proprio la morte di due suoi amici preti per coronavirus ha fatto decidere il vescovo Peter Baldacchino a riprendere la celebrazione delle Messe con popolo. Ragioni che servono da guida.
di Angela Pellicciari – La nuova Bussola Quotidiana

Messa e sacramenti, la lezione di un vescovo americano dans Angela Pellicciari Vescovo-Peter-Baldacchino

“Siamo stati chiamati da Cristo e ordinati per servire il popolo della diocesi di Las Cruces (New Mexico), per portare speranza e consolazione in questo tempo difficile”: con queste parole Peter Baldacchino, unico vescovo a farlo negli Usa, ha deciso di tornare a celebrare messe in pubblico e ha sollecitato i preti della sua diocesi a fare altrettanto, naturalmente nel rispetto delle precauzioni previste dallo stato.

Baldacchino non è un incosciente, un ingenuo sprovveduto, che non conosce il dolore distribuito a piene mani dal coronavirus. Tutt’altro. Nella lettera che ha scritto ai fedeli della diocesi, ha specificato che è stato proprio l’eroico sacrificio di due fra i suoi più cari amici preti, morti di coronavirus, a spingerlo a rivedere la sua precedente posizione.

“Mentre è certo che dobbiamo prendere ogni ragionevole precauzione per ridurre il contagio del coronavirus, è altrettanto certo che, come preti, dobbiamo offrire alla popolazione il servizio più importante ed essenziale di tutti. Le passate settimane hanno mostrato come siano molte le conseguenze non previste della politica dello stare a casa”: le richieste di aiuto ai servizi che si occupano di salute mentale sono aumentate dell’891%, mentre sono cresciute a livello esponenziale le violenze praticate all’interno delle mura domestiche.  “Per parlare con schiettezza”, le persone chiuse in casa, con incerte prospettive di lavoro, col terrore di ammalarsi, “hanno soprattutto bisogno di una parola di speranza”.

“Dobbiamo annunciare la vita eterna in Gesù Cristo. È proprio l’urgenza di questa notizia che ha mosso gli apostoli ad evangelizzare, e questa urgenza non è certo diminuita ai nostri giorni. Cristo è vivo e noi siamo i suoi ambasciatori”. Le messe televisive, ha constatato, hanno rappresentato un tentativo per colmare un vuoto, “ma sono sempre più convinto che non siano sufficienti”.

Il vescovo della piccola diocesi di Las Cruces ha poi toccato un punto delicato che non riguarda il singolo stato del New Mexico e nemmeno i soli Stati Uniti: Baldacchino ha ricordato come recentemente lo stato del New Mexico abbia escluso le chiese dal novero dei “servizi essenziali”: “Io dissento con tutta la forza. A me sembra che mentre facciamo il conto giornaliero delle vittime dell’epidemia, ci dimentichiamo di quanti sono quelli che sono morti spiritualmente”. I preti “possono e debbono continuare ad esercitare il loro ministero. I fedeli non debbono essere privati dei sacramenti, in modo particolare quando sono in pericolo di vita”.

Da quando esiste, la Chiesa si confronta col potere temporale. Da quando esiste la Chiesa difende la sua libertà nei confronti del potere temporale. Da quando esiste la Chiesa espone la vita dei propri ministri (e non solo) in difesa della libertà religiosa. In difesa dell’annuncio della vittoria sulla morte.

I cristiani non possono piegarsi supinamente alle disposizioni di quanti considerano la realtà terrena l’unica di cui valga la pena di tenere conto.

Publié dans Angela Pellicciari, Articoli di Giornali e News, Coronavirus, Fede, morale e teologia, Riflessioni, Sacramento dell’Ordine, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Sarah sul Coronavirus: un’opportunità per tornare a Dio

Posté par atempodiblog le 13 avril 2020

Sarah sul Coronavirus: un’opportunità per tornare a Dio
Cosa ci insegna il Coronavirus, nel tempo presente e per il futuro? Come si può leggere, su un piano spirituale, il momento di prova che l’intera umanità sta attraversando?
Interrogato in tal senso dal settimanale francese Actuelles di Valeurs, il cardinale Robert Sarah ha proposto un’analisi ampia e profonda della situazione in cui siamo immersi.
di Giulia Tanel – Il Timone

Sarah sul Coronavirus: un’opportunità per tornare a Dio dans Articoli di Giornali e News Cardinale-Robert-Sarah

DALL’ONNIPOTENZA, ALL’IMPOTENZA. DAL RUMORE, AL SILENZIO
Innanzitutto, secondo quanto riporta il Tagespost, il prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti ha rilevato come il Coronavirus, nella sua infinitesima piccolezza, abbia in poche settimane messo in ginocchio l’Occidente materialista, rilevandone la sua estrema vulnerabilità. L’uomo che si credeva onnipotente, si è risvegliato indifeso e si è (ri)scoperto mortale. E anche quanto fino a un momento fa sembrava essere imprescindibile nella sua importanza, fagocitando la quasi totalità del nostro tempo, si è rivelato «irrilevante e ozioso». In definitiva, insomma, tutto il sistema di pensiero mainstream si è dimostrato essere «incoerente, fragile e privo di contenuti». 

L’UOMO, ESSERE IN RELAZIONE
Oltre a questo, la situazione di isolamento cui la pandemia in atto ci ha costretti ha messo in evidenza il bisogno di relazione proprio dell’uomo. Contro il mito dell’indipendenza, da tutti e da tutto, il Coronavirus ha rimescolato le carte: non solo ha mostrato che l’uomo è dipendente dalle leggi di natura, ma anche non può prescindere dalla relazione con il prossimo e, in ottica di fede, con Dio. La verità, infatti, è che «siamo realmente e specificamente dipendenti l’uno dall’altro. Se tutto si rompe, i legami del matrimonio, della famiglia e dell’amicizia rimangono. Abbiamo riscoperto che come membri di una nazione siamo collegati attraverso connessioni invisibili ma reali. In particolare, abbiamo riscoperto di essere dipendenti da Dio».

L’APPELLO ALLA PREGHIERA, ALLA RELAZIONE CON DIO
Ed è proprio la relazione con Dio che costituisce il punto centrale dell’intervento di Sarah, con un richiamo forte a sfruttare il silenzio in cui siamo costretti per pregare. Solamente stando uniti al Signore, infatti, è possibile vivere nella verità, senza ergersi a padroni del mondo e nel contempo senza farsi abbagliare dalle diverse ideologie. Il Coronavirus passerà, e ci auguriamo che questo succeda presto, ma nulla sarà stato vano se vi avrà permesso di muovere un ulteriore passo nel cammino quotidiano alla conversione.

FAMIGLIA, CHIESA DOMESTICA
Naturalmente, la preghiera non è solo quella personale, bensì anche quella condivisa in famiglia. Perché, domanda il cardinale, non cogliere questa occasione di isolamento e di assenza forzata alla partecipazione alla Santa Messa come un’opportunità per pregare e per «trasformare la nostra famiglia e la nostra casa in una chiesa domestica?». Inoltre, riporta la CNA, «è tempo che i padri imparino a benedire i propri figli. I cristiani, privati ​​dell’Eucaristia, si rendono conto di quanta comunione sia stata una grazia per loro. Li incoraggio a praticare l’adorazione da casa, perché non c’è vita cristiana senza vita sacramentale».

L’IMPORTANZA DEI SACERDOTI E DEI SACRAMENTI
L’uomo è fatto di anima e di corpo. Per questo, ha affermato Sarah, «i sacerdoti devono fare tutto il possibile per rimanere vicini ai fedeli. Devono fare tutto ciò che è in loro potere per aiutare i morenti, senza complicare il compito dei custodi e delle autorità civili». «Ma nessuno», ha continuato, «ha il diritto di privare una persona malata o morente dell’assistenza spirituale di un sacerdote. È un diritto assoluto e inalienabile».

Publié dans Articoli di Giornali e News, Cardinale Robert Sarah, Coronavirus, Fede, morale e teologia, Riflessioni, Sacramento dell’Ordine, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Il Papa ricorda i sacerdoti morti per essere vicini ai malati

Posté par atempodiblog le 9 avril 2020

Il Papa ricorda i sacerdoti morti per essere vicini ai malati
Nell’Ultima cena Gesù istituisce l’Eucaristia e fonda il sacerdozio. E Papa Francesco nella Messa in Coena Domini ricorda la santità di tanti parroci anonimi e coloro che si sono sacrificati soprattutto in questo periodo di pandemia. A tutti raccomanda: sperimentate il perdono di Dio e perdonate con generosità
di Adriana Masotti – Vatican News

Il Papa ricorda i sacerdoti morti per essere vicini ai malati dans Commenti al Vangelo Santo-Padre

Un Giovedì Santo davvero particolare quello di quest’anno a causa delle restrizioni imposte dalla pandemia che ha stravolto in poco tempo la vita di tutti. Anche i giorni del Triduo Pasquale, al centro della calendario liturgico, i più importanti per i cristiani, vedranno le chiese aperte ma le celebrazioni senza la presenza dei fedeli. Sarà così anche per le celebrazioni liturgiche di Papa Francesco. Il Papa non ha presieduto stamattina la Messa del Crisma con i sacerdoti di Roma, ma alle 18, all’altare della Cattedra in San Pietro, celebra la Messa in Coena Domini, che fa memoria dell’istituzione dell’Eucaristia.

La Basilica solo in apparenza vuota
La Basilica vaticana è vuota, con il Papa che indossa i paramenti di colore bianco, solo poche persone: i lettori, i cantori, alcuni sacerdoti e alcune religiose, un vescovo e il cardinale Angelo Comastri, arciprete della Basilica, tutti a distanza di sicurezza. Omesso il tradizionale rito della lavanda dei piedi che gli anni scorsi vedevano Francesco ripetere il gesto di Gesù a carcerati, poveri e rifugiati. L’ultima volta lo aveva fatto nella Casa Circondariale di Velletri o, nel 2018, in quella romana di Regina Coeli. Eppure, tramite i media sono probabilmente molto più numerosi del solito coloro che oggi partecipano alla Messa.

Gesù amò i suoi fino alla fine
Ad aprire la celebrazione è il canto del Gloria. La prima Lettura è tratta dal Libro dell’Esodo e riferisce le prescrizioni date dal Signore al suo popolo, per mezzo di Mosè e Aronne, per la cena pasquale. La seconda è un brano della seconda Lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi che ai fedeli ricorda: “Ogni volta che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché Egli venga”. La pagina del Vangelo secondo Giovanni è la descrizione dell’Ultima cena di Gesù con i suoi che, scrive, “amò fino alla fine”.

Eucaristia, servizio, unzione
Il Papa tiene l’omelia a braccio. Sottolinea tre parole che sono tre realtà al centro del Giovedì Santo: l’Eucaristia, il servizio, l’unzione. Il Signore vuole rimanere con noi, nell’Eucaristia, afferma Francesco, e noi diventiamo il suo tabernacolo. Gesù, continua, arriva a dire che “se non mangiamo il suo corpo e non beviamo il suo sangue, non entreremo nel Regno dei Cieli”. Ma per entrare nel Regno dei Cieli è necessaria anche la dimensione del servizio e Francesco prosegue:

Servire, sì, tutti. Ma il Signore, in quello scambio di parole che ha avuto con Pietro, gli fa capire che per entrare nel Regno dei Cieli dobbiamo lasciare che il Signore ci serva, che sia il Servo di Dio servo di noi. E questo è difficile da capire.

La grazia del sacerdozio
E poi il sacerdozio: il Papa dice che oggi desidera essere vicino a tutti i sacerdoti. Tutti dal primo all’ultimo, dice, siamo unti dal Signore, unti per celebrare l’Eucaristia e per servire. E se non è stato possibile oggi celebrare la Messa crismale con i sacerdoti, in questa di stasera il Papa vuole ricordare i sacerdoti, specie quelli che offrono la vita per il Signore, e che si fanno servitori degli altri. Ricorda le molte decine di sacerdoti che sono morti in Italia a causa del Covid-19, prestando servizio agli ammalati, assieme ai medici e al personale sanitario. “sono i Santi della porta accanto”, capaci di dare la vita. E poi ci sono i sacerdoti che prestano servizio nelle carceri o quelli che vanno lontano per portare il Vangelo e muoiono lì, quindi e prosegue:

Diceva un vescovo che la prima cosa che lui faceva, quando arrivava in questi posti di missione, era andare al cimitero e mettere sulla tomba dei sacerdoti che hanno lasciato la vita lì, giovani, per la peste del posto: non erano preparati, non avevano gli anticorpi, loro; nessuno ne conosce il nome.

Porto all’altare con me tutti i sacerdoti
Tanti i sacerdoti anonimi, i parroci di campagna o nei paesini di montagna, sacerdoti che conoscono la gente. “Oggi vi porto nel mio cuore e vi porto all’altare”, afferma Papa Francesco. E poi ci sono i sacerdoti calunniati che per strada vengono insultati:

Tante volte succede oggi, non possono andare in strada perché dicono loro cose brutte in riferimento al dramma che abbiamo vissuto con la scoperta dei sacerdoti che hanno fatto cose brutte.

Chiedere perdono e perdonare
Cita poi i sacerdoti, i vescovi e lui stesso “che non si dimenticano di chiedere perdono” perché “tutti siamo peccatori”.  E poi i sacerdoti in crisi, nell’oscurità. A tutti raccomanda solo una cosa: “non siate testardi come Pietro. Lasciatevi lavare i piedi. Il Signore è il vostro servo, Lui è vicino a voi per darvi la forza, per lavarvi i piedi”. Dall’essere perdonati a perdonare il peccato degli altri. Papa Francesco raccomanda un “cuore grande di generosità nel perdono” sull’esempio di Cristo.

Lì c’è il perdono di tutti. Siate coraggiosi. Anche nel rischiare nel perdonare, per consolare. E se non potete dare un perdono sacramentale in quel momento, almeno date la consolazione di un fratello che accompagna e lascia la porta aperta perché torni.

Il Papa conclude ringraziando il Signore per il sacerdozio e per i sacerdoti e dice infine: “Gesù vi vuole bene. Soltanto chiede che voi vi lasciate lavare i piedi”.

La preghiera al Signore perché vinca il male
Al momento della preghiera dei fedeli un diacono presenta cinque intenzioni. Si prega per la Chiesa perché “annunci a ogni uomo che solo in te c’è salvezza”; la seconda supplica il Signore di sostenere “le sofferenze dei popoli” e perché “i governanti cerchino il vero bene e le persone ritrovino speranza e pace ». La terza è per i sacerdoti perché siano “un riflesso vivo del sacrificio che celebrano e servano i fratelli con generosa dedizione”. Nella quarta si prega per i giovani, perché il Signore tocchi il loro cuore e loro lo seguano “sulla via della croce”, scoprendo “che solo in te c’è libertà, gioia e vita piena”. Infine si chiede a Dio di consolare l’umanità afflitta “con la certezza della tua vittoria sul male: guarisci i malati, consola i poveri e tutti libera da epidemie, violenze ed egoismi”. Una preghiera quanto mai attuale in mezzo alla ‘tempesta’ in cui stiamo vivendo.

Publié dans Commenti al Vangelo, Coronavirus, Fede, morale e teologia, Misericordia, Papa Francesco I, Perdono, Quaresima, Riflessioni, Sacramento della penitenza e della riconciliazione, Sacramento dell’Ordine, Santa Pasqua | Pas de Commentaire »

Piacenza ai confessori: la misericordia non si ferma

Posté par atempodiblog le 4 avril 2020

Piacenza ai confessori: la misericordia non si ferma
Lettera tratta da: Vatican News

Piacenza ai confessori: la misericordia non si ferma dans Cardinale Mauro Piacenza Card-Mauro-Piacenza

Lettera del cardinale Penitenziere in occasione della Pasqua: nell’emergenza provocata dalla pandemia,“Dio non si distanzia

La misericordia non si ferma. È questo il leitmotiv della lettera che il cardinale Mauro Piacenza ha inviato ai penitenzieri e confessori in occasione della Pasqua.

La riflessione del penitenziere maggiore prende le mosse dalle difficoltà che l’emergenza pandemia provoca anche nella vita delle comunità cristiane, con le attuali restrizioni in atto in moltissimi Paesi per arginare la propagazione del contagio. Ma, sottolinea appunto il cardinale, «la misericordia non si ferma e Dio non si distanzia». Infatti, sottolinea, il distanziamento sociale «richiesto per motivi sanitari, pur necessario», non può, «né deve mai tradursi in distanziamento ecclesiale».

Il cardinale ricorda in proposito che, qualora fosse impossibile «la celebrazione ordinaria del sacramento», i confessori sono chiamati «a pregare, a consolare, a presentare le anime alla divina misericordia», adempiendo al loro «ruolo sacerdotale di intercessori». In questi momenti più che mai, infatti, tutti hanno «bisogno della prossimità e della “carezza” di Gesù».

Il porporato sottolinea lo sforzo di quanti, in questi tempi di epidemia, si impegnano a rendere più creativa la pastorale per cercare di farsi prossimi al «popolo loro affidato, dando testimonianza di fede, di coraggio, di paternità». La misericordia si rende concreta anche nei «piccoli gesti di tenerezza e di amore compiuti verso i più poveri», in particolare «verso i morenti nelle corsie d’ospedale, verso gli operatori sanitari, verso chi è solo ed impaurito, verso chi non ha una casa nella quale trascorrere il tempo della quarantena o chi non riesce ad avere il necessario per sopravvivere».

Tutto ciò è vivificato dal sacrificio della messa, seppure «celebrata senza la presenza fisica del popolo, dalla quale scaturisce ogni grazia per la Chiesa e per il mondo». Grazie alla Croce, sottolinea il porporato, è donata a tutti gli uomini «la possibilità della salvezza e della riconciliazione». In tal senso, nonostante le attuali drammatiche circostanze, si è chiamati a riscoprire ciò che è essenziale nel ministero sacerdotale: «l’opera di Cristo più che la nostra, l’attuazione sacramentale della salvezza, di cui siamo ministri, cioè servi».

Scaturisce da qui quella misericordia che «non si ferma nella celebrazione della sacra liturgia» ma diventa «carità vissuta, che tende la mano amica a quanti soffrono e nel ministero sacerdotale è offerta del perdono di Dio». In questo senso, la misericordia si esprime anche «nella riscoperta dei valori per i quali vale la pena vivere e morire, nella riscoperta del silenzio, della adorazione e della preghiera, nella riscoperta della prossimità dell’altro e, soprattutto, di Dio». Non viene arrestata nemmeno dalla morte: infatti, anche chi è stato chiamato all’eternità «è raggiunto dalla preghiera di suffragio nella certezza pasquale che con la morte non si spezzano i rapporti ma si trasformano, rafforzati, nella comunione dei santi».

Publié dans Cardinale Mauro Piacenza, Coronavirus, Fede, morale e teologia, Misericordia, Riflessioni, Sacramento della penitenza e della riconciliazione, Sacramento dell’Ordine, Santa Pasqua | Pas de Commentaire »

Consacrazione, vescovi italiani: seguite il Portogallo

Posté par atempodiblog le 24 mars 2020

Consacrazione, vescovi italiani: seguite il Portogallo
I vescovi del Portogallo e della Spagna stanno compiendo un atto salvifico epocale con la Consacrazione al Sacro Cuore di Gesù e al Cuore Immacolato di Maria. Supplichiamo i nostri vescovi italiani di imitarli domani. ll Signore sta permettendo, nella sua infinita misericordia, che tocchiamo con mano la grande fragilità dell’uomo, della sua salute, dei suoi sistemi economici, delle sicurezze terrene. E lo sta facendo comprendere al mondo intero. Si tratta di un grande avvertimento, che sarebbe colpevole e foriero di conseguenze funeste non accogliere.
di Luisella Scrosati – La nuova Bussola Quotidiana

Consacrazione, vescovi italiani: seguite il Portogallo dans Articoli di Giornali e News Maria-Immacolata

In Portogallo si conserverà sempre il dogma della fede…”. Sono le ultime parole della seconda parte del segreto di Fatima, parole che da oltre un secolo fanno sì che in qualche modo si debba guardare al Portogallo con particolare attenzione, per cogliere i segnali della direzione da prendere di fronte ai tanti cambiamenti che hanno sconvolto il mondo e scosso la fede di intere nazioni. In Portogallo c’è un fenomeno molto particolare, che si registrava in Italia, ancora ai tempi di don Camillo: si può essere atei, comunisti, mangiapreti, ma quando si tira in ballo Lei, la Santissima Vergine di Fatima, si tira giù il cappello, in segno di rispetto.

Ed anche oggi, mentre c’è trepidazione per quello che sta accadendo a livello sanitario, ma ancor più per le decisioni che sono state prese a livello politico ed ecclesiale, una luce ci viene sempre da lì, dal Portogallo.

Domani, festa dell’Annunciazione della B. V. Maria, il Cardinale D. António Marto, vescovo di Leiria-Fatima, al termine del Santo Rosario che sarà pregato alle 18.30 (19.30 italiane) al Santuario di Fatima (e trasmesso qui), rinnoverà la consacrazione del Portogallo al Sacro Cuore di Gesù ed al Cuore Immacolato di Maria. E con loro ci saranno anche i vescovi spagnoli.

La prima consacrazione risale al 13 maggio del 1931, quando i vescovi, alla presenza di trecentomila fedeli, cercarono rifugio nel Cuore Immacolato per essere risparmiati dalla peste del comunismo, che stava invadendo l’Europa, in particolare la vicina Spagna. E la Madonna non fece mancare la sua speciale protezione: la guerra civile non coinvolse il Portogallo e a questa nazione furono risparmiate le devastazioni della Seconda Guerra Mondiale. La consacrazione venne rinnovata sette anni dopo, per mantenere il voto che i vescovi portoghesi avevano pronunciato nel 1936: essi avevano chiesto di essere risparmiati dai comunisti; “in cambio” avrebbero rinnovato la consacrazione, per far conoscere al mondo intero la potenza della mediazione di Maria Santissima. I vescovi portoghesi avevano preso alla lettera le parole che la Madonna aveva indirizzato a Lucia il 13 giugno 1917: «Non ti scoraggiare, Io non ti abbandonerò mai. Il Mio Cuore Immacolato sarà il tuo rifugio e la via che ti condurrà a Dio»Dio ha stabilito un rifugio, come accadde con Noè, per salvare i suoi dalle tempeste del mondo; chi entra in questo rifugio non perisce.

In quegli anni fu sotto gli occhi di tutti l’eccezionalità del Portogallo, rispetto al resto dell’Europa. Il Cardinale Cerejeira ammise candidamente che “se vediamo i due anni che sono passati dal nostro voto, non si può non riconoscere che la mano invisibile di Dio ha protetto il Portogallo, risparmiandolo dalla furia della guerra e dalla piaga del comunismo ateo”.

Il 2 dicembre 1940, in piena guerra, Suor Lucia confidò in una lettera a Pio XII la ragione per cui il Portogallo veniva preservato dalla strage: “Santo Padre, Nostro Signore concede una speciale protezione al nostro Paese in questa guerra, per via della Consacrazione della Nazione, compiuta dai prelati portoghesi, al Cuore Immacolato di Maria, come prova delle grazie che verrebbero concesse ad altre nazioni se anch’esse si consacrassero a Lei”.

La Madonna ha chiesto questa consacrazione esplicitamente anche all’Italia. Il 19 settembre 1995, sette mesi dopo le lacrimazioni di sangue, la Madonna apparve alla famiglia Gregori, dicendo: “La vostra Nazione è in pericolo… Consacratevi tutti a me, al mio Cuore Immacolato, e io proteggerò la vostra Nazione sotto il mio manto ora pieno di grazie. Ascoltatemi, vi prego, vi supplico! Io sono la vostra Madre celeste, vi prego non mi fate piangere ancora nel vedere tanti miei figli morire per le vostre colpe non accettandomi e permettendo che Satana agisca”.

Quello che leggete, allora, non è un semplice articolo, ma un accorato appello, un misero eco di quel “vi supplico!”, pronunciato dalla Madonna. Il Signore sta permettendo, nella sua infinita misericordia, che tocchiamo con mano la grande fragilità dell’uomo, della sua salute, dei suoi sistemi economici, delle sicurezze terrene. E lo sta facendo comprendere al mondo intero. Si tratta di un grande avvertimento, che sarebbe colpevole e foriero di conseguenze funeste non accogliere. Di fronte a questa situazione, che ci ha colto tutti d’improvviso, Dio ci tende ancora una volta una mano, ci offre un rifugio: il Cuore Immacolato di Sua Madre.

I vescovi del Portogallo stanno compiendo un atto salvifico epocale: chiediamo, supplichiamo i nostri vescovi italiani di imitarli. Al più presto. E’ soprattutto ai nostri Pastori che questo aiuto del Cielo è indirizzato: afferrino questa mano materna, che li potrà trarre fuori dalla situazione difficile in cui ci troviamo e che sta paralizzando la vita della nostra Chiesa italiana. Lasciamo da parte le dispute teologiche e i ragionamenti umani e, con semplicità e candore, obbediamo alla richiesta di nostra Madre.

Uniamoci il 25 marzo alle 19.30 italiane alla preghiera del Santo Rosario che verrà pregato a Fatima e all’atto di consacrazione. Consacriamo noi stessi, le nostre famiglie, le nostre parrocchie, le nostre città e imploriamo la Madonna perché tocchi i cuori e le menti dei nostri Vescovi, perché anche loro compiano questo atto dal quale potrà dipendere la vita e salvezza eterna di milioni di persone.

Cuore Immacolato di Maria, intercedi per noi.

Publié dans Articoli di Giornali e News, Coronavirus, Fede, morale e teologia, Misericordia, Riflessioni, Sacramento dell’Ordine, Sacri Cuori di Gesù e Maria, Stile di vita | Pas de Commentaire »

12345...13