L’odio non va coltivato

Posté par atempodiblog le 17 novembre 2015

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“Dobbiamo respingere interiormente questa inciviltà: non possiamo coltivare in noi quell’odio perché altrimenti il mondo non uscirà di un solo passo dalla melma”.

di Etty Hillesum

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Strappar via il marciume

Posté par atempodiblog le 26 janvier 2015

Strappar via il marciume dans Citazioni, frasi e pensieri w0gn4g

…E poi aspettando il tram Jan chiedeva con amarezza: cosa spinge l’uomo a distruggere gli altri? E io: gli uomini, dici – ma ricordati che sei uomo anche tu… Il marciume che c’è negli altri c’è anche in noi e non vedo nessun’altra soluzione, veramente non ne vedo nessun’altra, che quella di raccoglierci in noi stessi e strappar via il marciume. Non credo più che si possa migliorare qualcosa nel mondo esterno senza prima aver fatto la nostra parte dentro di noi”.

Etty Hillesum

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Sapersi perdonare

Posté par atempodiblog le 12 janvier 2015

Sapersi perdonare  dans Citazioni, frasi e pensieri tijm

“Bisogna vivere con noi stessi come con un popolo intero: allora si conoscono tutte le qualità degli uomini, buone e cattive. E se vogliamo perdonare gli altri, dobbiamo prima perdonare a noi stessi i nostri difetti. E’ forse la cosa più difficile: [...] sapersi perdonare i propri difetti e i propri errori. Il che significa anzitutto saperli generosamente accettare”.

Etty Hillesum

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Dipinger poche parole su uno sfondo muto

Posté par atempodiblog le 28 juin 2014

“Bisogna sapere sempre più risparmiare le parole inutili per poter trovare quelle poche che sono necessarie. E questa nuova forma di espressione deve maturare nel silenzio”.

“Detesto gli accumuli di parole. In fondo ce ne vogliono così poche per dire quelle quattro cose che veramente contano nella vita”.

Dipinger poche parole su uno sfondo muto dans Etty Hillesum 25up18p

Oggi pomeriggio ho guardato alcune stampe giapponesi con Glassner. Mi sono resa conto che è così che voglio scrivere: con altrettanto spazio intorno a poche parole. Troppe parole mi danno fastidio. Vorrei scrivere parole che siano organicamente inserite in un gran silenzio, e non parole che esistono solo per coprirlo e disperderlo: dovrebbero accentuarlo, piuttosto. Come in quell’illustrazione con un ramo fiorito nell’angolo in basso: poche, tenere pennellate – ma che resa dei minimi dettagli – e il grande spazio tutt’intorno, non un vuoto, ma uno spazio che si potrebbe piuttosto definire ricco d’anima. Io detesto gli accumuli di parole. In fondo, ce ne vogliono così poche per dir quelle quattro cose che veramente contano nella vita. Se mai scriverò – e chissà poi che cosa? -, mi piacerebbe dipinger poche parole su uno sfondo muto. E sarà più difficile rappresentare e dare un’anima a quella quiete e a quel silenzio che trovare le parole stesse, e la cosa più importante sarà stabilire il giusto rapporto tra parole e silenzio – il silenzio in cui succedono più cose che in tutte le parole affastellate insieme. E in ogni novella, o altro che sia, lo sfondo muto dovrà avere un suo colore e un suo contenuto, come capita appunto in quelle stampe giapponesi. Non sarà un silenzio vago e inafferrabile, ma avrà i suoi contorni i suoi angoli la sua forma: e dunque le parole dovranno servire soltanto a dare al silenzio la sua forma e i suoi controni, e ciascuna di loro sarà come una piccola pietra miliare, o come un piccolo rilievo, lungo strade piane e senza fine o ai margini di vaste pianure. È buffo: potrei riempire dei volumi su come vorrei scrivere, ma può darsi benissimo che a parte le ricette io non scriverò mai nulla. Però le stampe giapponesi mi hanno fatto capire a che cosa io aspiri, e mi piacerebbe camminare un a volta attraverso paesaggi giapponesi, per capirlo ancor meglio. Del resto credo che un viaggio in Oriente lo farò, in futuro – per trovare in quei luoghi, vissute ogni giorno, quelle cose in cui qui ci si sente soli, in dissonanza.

Dal Diario di Hetty Hillesum

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Cercare in sé stessi e non altrove

Posté par atempodiblog le 29 janvier 2014

Cercare in sé stessi e non altrove dans Citazioni, frasi e pensieri tah35c

“Cosa spinge l’essere umano a distruggere gli altri? – Ma ricordati che sei un essere umano anche tu. Io non vedo nessun’altra soluzione, veramente non ne vedo nessun’altra, che quella di raccoglierci in noi stessi e di strappare via il nostro marciume. Non credo più che si possa migliorare qualcosa nel mondo esterno senza aver prima fatto la nostra parte dentro di noi.

È l’unica lezione di questa guerra: dobbiamo cercare in noi stessi, non altrove. Malgrado il dolore e l’ingiustizia, la coscienza che tutti questi orrori non sono come un pericolo misterioso e lontano al di fuori di noi, ma che si trovano vicinissimi e nascono dentro di noi. E perciò sono molto più familiari e assai meno terrificanti.

So che chi odia ha fondati motivi per farlo. Ma perché dovremmo sempre scegliere la strada più corta e più a buon mercato? Laggiù ho potuto toccare con mano come ogni atomo di odio che si aggiunge al mondo lo renda ancora più inospitale”.

Etty Hillesum

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Uno spicchio di cielo

Posté par atempodiblog le 27 janvier 2014

“Ma cosa credete, che non veda il filo spinato, non veda i forni crematori, non veda il dominio della morte? Sì, ma vedo anche uno spicchio di cielo, e in questo spicchio di cielo che ho nel cuore io vedo libertà e bellezza”.

Uno spicchio di cielo dans Citazioni, frasi e pensieri be8v1g

Non ci credete? Invece è così! Il filo spinato, il fumo denso che esce dai comignoli dei forni, le urla degli aguzzini, uomini e donne stremati per i lavori forzati, un odore di morte e un respiro di disperazione. Tutto questo è il lager nazista di Auschwitz. In quella folla di vittime c’è una giovane donna ebrea olandese dotata di una straordinaria intelligenza e di un cuore mistico. Nei fogli sgualciti di un taccuino annota il suo “diario” e il suo sguardo non si perde nel grumo oscuro del male che la avvolge, ma si leva lassù, in quello spicchio di cielo che riesce a intravedere nella baracca in cui è relegata. Ed è in quella contemplazione che «il dominio della morte» circostante scompare e appaiono i campi infiniti del firmamento e la danza delle stelle, e in quei segni brillano la libertà e la bellezza che invano gli oppressori cercano di cancellare sulla terra. Nel cuore fiorisce, allora, la speranza, la pace, la serenità. Noi che, invece, abbiamo tutto spesso non crediamo che questo sia possibile e siamo incupiti, insoddisfatti, agitati. Scriveva ancora questa donna: «La mia vita è un ininterrotto ascoltare “dentro me stessa e gli altri” Dio. In realtà è Dio che ascolta “dentro di me”. Di sera, quando, coricata sul letto, mi raccolgo in te, mio Dio, lacrime di gratitudine mi inondano il volto ed è questa la mia preghiera». Tra le vittime delle camere a gas di Auschwitz del 30 settembre 1943 “secondo un rapporto della Croce Rossa” c’era anche lei, Etty (Ester) Hillesum di 29 anni.

del Card. Gianfranco Ravasi – Avvenire

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Quel pezzetto d’eternità nel lager

Posté par atempodiblog le 15 janvier 2014

Quel pezzetto d’eternità nel lager
di Cara Ronza – La nuova Bussola Quotidiana
Tratto da: Una casa sulla Roccia

Quel pezzetto d’eternità nel lager dans Articoli di Giornali e News 9jn5td

Il 27 gennaio, Giorno della memoria, ricorderemo una delle più grandi tragedie del Novecento: la Shoah, sterminio sistematico del popolo ebraico, con la vergogna delle leggi razziali, l’orrore della persecuzione e della deportazione, il disprezzo dell’uomo a cui ha saputo arrivare la follia nazista.

Di fronte a questa tragedia abnorme, alla violenza inaudita, al dolore incancellabile di chi è sopravvissuto, si accendono sentimenti, emozioni, pensieri. Ci assale l’indignazione, magari un confuso senso di colpa oppure ancora l’angoscia che il male possa produrre altre mostruosità del genere. Ci inchioda la paura di cose da cui non saremmo in grado di difenderci, di fatti che potrebbero stravolgere la nostra esistenza. Ma «non sono i fatti che contano nella vita, conta solo ciò che grazie ai fatti si diventa», scrive Etty Hillesum. E lo fa mentre si trova a Westerbork, il campo di concentramento da dove gli ebrei olandesi partivano per la loro destinazione finale. Roba da matti. Come si fa a dire che i fatti non contano? Ad avere una certezza, una speranza così? «Per sperare, bimba mia, bisogna essere molto felici», direbbe Peguy. Ma come si fa a essere felici in un campo di concentramento?

Bisogna leggere il diario e le lettere di questa giovane donna, morta a 29 anni ad Auschwitz nel 1943, per avere la prova inconfutabile che anche con i piedi piantati nella realtà più maledetta si può vivere una felicità «perfetta e piena». Etty Hillesum sapeva bene ciò che stava accadendo a lei e al suo popolo – «vogliono il nostro totale annientamento» –, eppure considerava il male che le rovinava addosso dall’esterno meno pericoloso dell’odio che poteva nascerle nel cuore. «Le mie battaglie le combatto contro di me, contro i miei propri demoni», nemici di cui comunque non aveva paura. Anche perché era troppo impegnata a fare altro. «Si deve contribuire ad aumentare la scorta d’amore su questa terra. Ogni briciola di odio che si aggiunge all’odio esorbitante che già esiste, rende questo mondo inospitale e invivibile».

Era un’illuminata oppure una visionaria? Bastano poche note biografiche per capire che era una donna più che mai attaccata alla vita, sempre inquieta, affamata di conoscenze e di esperienze. Quando inizia a scrivere il suo diario, l’8 marzo 1941, ha 27 anni, è laureata in Giurisprudenza e studia per prendere una seconda laurea in Lingua e letteratura russa. Viene da una famiglia colta di ebrei non praticanti. Ha già vissuto diverse relazioni, nessuna semplice, qualcuna ardita (con il vedovo Hendrik Wegerif, di 21 anni più vecchio di lei), ma sta per essere travolta da una passione che la porterà più lontano di quanto avrebbe mai potuto immaginare, oltre la possibilità di accontentarsi di qualcosa che finisce.

Si è messa a scrivere su suggerimento di Julius Spier, psicoterapeuta tedesco, allievo di Jung, con cui ha iniziato una terapia per cercare di fare ordine nel «gomitolo aggrovigliato» del suo animo. Spier ha 54 anni, è un uomo affascinante. Etty se ne innamora. Spier è «il cemento che salda i miei frammenti» e soprattutto la ricambia. Per capire l’universo di quel suo amante così elevato e complesso, Etty aggiunge alle sue letture preferite, Rilke e Dostoevskij, anche la Bibbia e a Sant’Agostino. Mentre intorno il mondo crolla, Etty ama, legge, vive. Scopre che Spier prega e che pure lei può pregare, perché nel suo cuore, insieme alla sua inquietudine, ha messo su casa anche Dio. «Un pozzo molto profondo è dentro di me. E Dio c’è in quel pozzo».

Etty ora sa cosa deve fare. Nel luglio 1942 il campo di Westerbork, nel nord est dell’Olanda, diventa “campo di transito di pubblica sicurezza”, luogo di raccolta e smistamento per gli ebrei diretti ad Auschwitz. Il Consiglio Ebraico di Amsterdam, per cui sta lavorando come dattilografa, chiede al comando tedesco di potervi aprire una propria sezione, un “dipartimento di aiuto sociale”. Etty, che più volte avrebbe occasione di mettersi in salvo e di scappare dall’Olanda, si fa trasferire lì, per condividere la sorte del suo popolo, per accompagnare, confortare, offrire con i gesti, quando non può con le parole, l’imprevedibile pienezza che ha nel cuore. «Una volta che l’amore per tutti gli uomini comincia a svilupparsi in noi, diventa infinito», scrive nel suo diario. Nel campo, tra le baracche, spunta un gelsomino. «La vita è meravigliosamente buona», scrive.

Il Diario e le Lettere di Etty Hillesum, pubblicati in Italia da Adelphi, registrano l’avventuroso e ostinato percorso spirituale di questa donna nata cento anni fa, il 15 gennaio 1914, ma che sentiamo così vicina. Forse perché la sua vita è una testimonianza potente dell’irriducibilità dell’animo umano, che porta l’impronta del suo Creatore e solo quando riposa in Lui trova pace.

«Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore. La vita è difficile ma non è grave: dobbiamo cominciare a prendere sul serio il nostro lato serio, il resto verrà da sé. Una pace futura potrà essere veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso; se ogni uomo si sarà liberato dall’odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo; se avrà superato quest’odio e l’avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore, se non è chiedere troppo. È l’unica soluzione possibile. È quel pezzetto d’eternità che ci portiamo dentro. Sono una persona felice e lodo questa vita, nell’anno del Signore 1942, l’ennesimo anno di guerra».

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Odiare distrugge

Posté par atempodiblog le 17 octobre 2013

Il caso Priebke ce lo dimostra
Odiare distrugge
di Marina Corradi – Avvenire

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Le immagini da Albano di una folla che sputa sul feretro del centenario Priebke, e prende a calci il carro funebre che lo trasporta, lasciano addosso un malessere, un’ombra di sgomento a chi le guarda nei telegiornali. Viviamo in un Paese generato da un tessuto antico, e uno dei fili di questa trama è il virgiliano parce sepulto, pietà per chi è morto. E ben sapendo chi era il capitano delle SS Erich Priebke, e che cosa orribilmente ha fatto, e che 335 furono le vittime innocenti alle Fosse Ardeatine, colpisce che settant’anni dopo la rabbia sia tanto viva e cocente da non fermarsi, incontrollabile, davanti a una bara.

Ma per capire i tafferugli di Albano occorre pensare che Erich Priebke, sì, è morto, ma gli ambienti neonazisti a lui vicini volevano usare il suo funerale per far rumore tra i vivi; e che lo stesso capitano delle SS e primo responsabile della strage delle Fosse Ardeatine, si è lasciato dietro una intervista-testamento in cui in sostanza nega l’Olocausto e afferma di volere restare fedele a ciò che è stato. Allora si intuisce come la richiesta di un pubblico funerale in chiesa cercasse non pietà, ma un palcoscenico per una rivendicazione politica, e perché la Chiesa di Roma non abbia acconsentito a questa richiesta.

Saggiamente, si può dire, guardando la gazzarra attorno a un morto, e i saluti fascisti da una parte, e dall’altra la furia della piazza che gridava: «Fatelo benedire a noi». E tra quelli che alzavano una mano nel saluto romano c’erano facce di ragazzi, così fieri, così certi di aver capito la storia; e tra quelli che sputavano sul carro funebre c’erano uomini con i capelli grigi, da cui ti aspetteresti, davanti alla morte, una frazione di istante almeno di silenzio. Chiunque sia il morto, e qualunque cosa abbia fatto, silenzio. Non tanto per lui, quanto per il mistero che ha varcato; e l’arrestarsi delle parole e delle ingiurie, nella certezza che ora chi è morto è davanti a ben altro giudizio.

Invece, quella piazza di Albano è sembrata il teatro di una parallela amnesia.

Proprio alla vigilia dell’anniversario della deportazione degli ebrei romani, oltre mille dei quali non fecero ritorno, una indecente amnesia del vertiginoso male che è stato il nazismo e dell’immane crimine che è stata la Shoah. Ma, dall’altra parte della piazza, pure smemoratezza: dell’anima cristiana, del parce sepulto, dell’antico imperativo di smettere di ingiuriare, quando il nemico è morto.

Che Erich Priebke, classe 1913, nazista a vent’anni, non fosse pentito e anzi rivendicasse con orgoglio la sua storia, lo dimostra il « testamento » con cui sembra volere vivere, e provocare, anche da morto. Accettabile allora che nell’ultimo viaggio al suo feretro abbiano sputato addosso? No, e forse anche quelli che l’hanno fatto, ripensandoci, ne provano una confusa vergogna. In fondo, è un mondo come se Dio non esistesse, quello che ad Albano è stato rappresentato nell’ora di un funerale.

Con uomini che senza timore di Dio inneggiano al male, e altri che si scagliano contro un morto. Il mondo come sarebbe senza Dio e senza più umanità, proprio secondo il disegno di Hitler, dentro a una storia definita solo da uomini testardi nella ferocia e implacabili nell’odio. Ci è venuta in mente, guardando quella scena, una frase di Etty Hillesum, ebrea olandese morta ad Auschwitz a 29 anni, ricordata da Benedetto XVI in una delle sue ultime udienze.

Per le strade di Amsterdam, mentre già le deportazioni erano iniziate, Etty discuteva appassionatamente con un amico, vecchio militante comunista: «Vedi Klaas – dice Etty – non si combina niente con l’odio. Ognuno deve distruggere in se stesso ciò che vorrebbe distruggere negli altri. (…) Ogni atomo di odio che aggiungiamo al mondo lo rende più inospitale». Quei calci, quegli sputi su una bara, di che capacità di violenza raccontano, in una folla di onesti cittadini. E gli altri, con la mano lugubremente alzata nel saluto romano, settant’anni dopo. In una piazza italiana, il dramma di una smemoratezza parallela.

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«L’unico atto degno di un uomo è inginocchiarsi davanti a Dio». Il Diario di Etty Hillesum

Posté par atempodiblog le 21 novembre 2012

Pubblicato il sorprendente Diario di una giovane ebrea morta ad Auschwitz nel ’43. Tempi ve ne parlò già anni fa. Ne riportiamo alcuni stralci, convinti che  sia un’opera da riscoprire
Redazione Tempi.it

«L’unico atto degno di un uomo è inginocchiarsi davanti a Dio». Il Diario di Etty Hillesum dans Articoli di Giornali e News ettyhillesum

È in libreria per Adelphi l’edizione integrale del Diario  (1941-1943) di Etty Hillesum. Chi è questa scrittrice e intellettuale ebrea morta a 29 anni ad Auschwitz e sconosciuta ai più, ma che  meriterebbe di essere riscoperta? Tempi ne parlò già anni fa, in  occasione della pubblicazione (allora parziale) dei suoi scritti. Vi  riproponiamo quegli articoli con alcuni brani tratti dal Diario e dalle Lettere. Per chi voglia ulteriormente approfondire, oggi su Avvenire Marina Corradi ha scritto un articolo su di  lei.

«Otto quaderni fittamente ricoperti da una scrittura minuta e quasi  indecifrabile – e da allora non ho mai distolto la mente da ciò che vi ho  trovato: la vita di Etty Hillesum. Questi quaderni narrano la storia di una  donna di Amsterdam di ventisette anni. Abbracciano tutto il 1941 e il 1942.  Erano gli anni in cui in tutta l’Europa si rappresentava il dramma dello  sterminio. Etty Hillesum era ebrea, e scrisse un contro-dramma». Così  scrive J.G. Gaarlandt nella sua introduzione alla prima edizione inglese (1983)  del Diario della giovane ebrea. Diario che, per tramite  dell’amica Maria Tuinzing, la stessa Etty, poco prima della sua deportazione ad  Auschwitz (dove morirà il 30 novembre 1943, appena due mesi dopo il suo arrivo  al campo di sterminio che inghiottì l’intera famiglia Hillesum: i genitori e un  fratello di Etty vennero trucidati dai nazisti il giorno stesso del loro arrivo  in Polonia, l’altro fratello, Jaap, morì sulla strada del ritorno ad Amsterdam)  aveva affidato allo scrittore Klaas Smelik, che lo studioso olandese Gaarlandt  conobbe nel 1980 e di cui iniziò la pubblicazione in lingua originale l’anno  successivo.
Etty scrisse Diario e Lettere negli anni dell’occupazione nazista  dell’Olanda e durante il suo soggiorno al campo di concentramento di Westerbork,  dove furono internati gli ebrei olandesi. Tutti i costi per la costruzione e il  mantenimento del campo furono sostenuti con la confisca dei beni e delle  proprietà degli ebrei. Da Westerbork transitarono e da lì furono condotti ai  campi di sterminio su 102 treni di deportati, 107mila ebrei olandesi. Ne  sopravvissero 5200.

27 febbraio, venerdì mattina, le dieci…
Mercoledì mattina  presto, quando con un gruppo numeroso ci siamo trovati in quel locale della  Gestapo, i fatti delle nostre vite erano tutti eguali: eravamo tutti nello  stesso ambiente, gli uomini dietro la scrivania, come quelli che venivano  interrogati. Ciò che qualificava la vita di ciascuno era l’atteggiamento  interiore verso quei fatti. Si notava subito un giovane che camminava su e giù  con un’espressione palesemente scontenta, assillato e tormentato. Cercava in  continuazione pretesti per urlare a quei disgraziati ebrei: «Mani fuori dalle  tasche per favore…», ecc. Per me era da compiangere più di coloro a cui stava  urlando; e questi, a loro volta, facevano pena nella misura in cui erano  impauriti. Quando mi sono presentata davanti alla scrivania, mi ha urlato  improvvisamente: «Che ci trova di ridicolo?». Avrei risposto volentieri: «Niente, tranne lei», ma per diplomazia m’è parso meglio lasciar stare. «Lei  ride tutto il tempo», continuava a urlare lui. E io in tutta innocenza: «Non me  ne accorgo proprio, è la mia faccia normale». E lui: «Per favore non dica  scemenze, vada fffuori», con una faccia che voleva dire: tra poco mi sentirai.  Credo che questo fosse il momento psicologico in cui avrei dovuto spaventarmi a  morte, ma quel trucco l’ho capito troppo in fretta. In fondo, io non ho paura.  Non per una forma di temerarietà, ma perché sono cosciente del fatto che ho  sempre a che fare con esseri umani, e che cercherò di capire ogni espressione,  di chiunque sia e fin dove mi sarà possibile. E il fatto storico di quella  mattina non era che un infelice ragazzo della Gestapo si mettesse a urlare  contro di me, ma che francamente io non ne provassi sdegno – anzi, che mi  facesse pena, tanto che avrei voluto chiedergli: hai avuto una giovinezza così  triste, o sei stato tradito dalla tua ragazza? (…)

Di sera, le nove…
Ci è stato proibito di passeggiare sul  Wandelweg, ogni misero gruppetto di due o tre alberi è dichiarato bosco e allora  sulle piante è inchiodato un cartello con la scritta: vietato agli ebrei. Questi  cartelli diventano sempre più numerosi, dappertutto. E ciò nonostante, quanto  spazio in cui si può ancora stare e essere lieti e far musica e volersi bene.  (…)

Mercoledì mattina, le sette e mezzo
È così trascinante e  ardente, il mio Agostino-a-stomaco-vuoto. Un raffreddore di testa ora non mi fa  più perdere completamente l’equilibrio, però non è un piacere. Buon giorno,  scrivania disordinata! (…)

Sabato sera, mezzanotte e mezzo…
Certo che ogni tanto si  può esser tristi e abbattuti per quel che ci fanno, è umano e comprensibile che  sia così. E tuttavia: siamo soprattutto noi stessi a derubarci da soli. Trovo  bella la vita, e mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me come sopra di  me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore. La vita è  difficile, ma non è grave. Dobbiamo cominciare a prendere sul serio il nostro  lato serio, il resto verrà allora da sé: e “lavorare a se stessi” non è proprio  una forma d’individualismo malaticcio. Una pace futura potrà essere veramente  tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso – se ogni uomo si  sarà liberato dell’odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà  superato quest’odio e l’avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla  lunga in amore se non è chiedere troppo. È l’unica soluzione possibile. E così  potrei continuare per pagine e pagine. Quel pezzetto d’eternità che ci portiamo  dentro può essere espresso in una parola come in dieci volumoni. Sono una  persona felice e lodo questa vita, la lodo proprio, nell’anno del Signore 1942,  l’ennesimo anno di guerra. (…)

3 luglio 1942…
Un po’ più tardi. E se anche non avessi  avuto niente da questa giornata – neppure, da ultimo, questo positivo e aperto  confrontarmi con la morte – non dovrei dimenticare quel soldato tedesco kasher  (persona come si deve, per bene, ndt), che si trovava al chiosco col suo sacco  di carote e cavolfiori. Prima, sul tram, le aveva messo in mano un biglietto, e  poi c’era stata quella lettera che dovrò ben leggere una volta: gli ricordava  tanto la figlia di un rabbino che lui aveva potuto ancora assistere giorno e  notte, sul suo letto di morte. E stasera è andato a farle visita. E quando Liesl  me l’ha raccontato, ho saputo all’istante che stasera avrei dovuto pregare anche  per quel soldato tedesco. Una delle tante uniformi ha ora un volto. Ci saranno  ancora altri volti su cui potremo leggere e capire qualcosa. E questo soldato  soffre anche lui. Non ci sono confini tra gli uomini sofferenti, si patisce  sempre da una parte e dall’altra e si deve pregare per tutti. Buona notte.  (…)

Venerdì…
Un giorno pesante, molto pesante. Un “destino di  massa” che si deve imparare a sopportare insieme con gli altri, eliminando tutti  gli infantilismi personali. Chiunque si voglia salvare deve pur sapere che se  non ci va lui, qualcun altro dovrà andare al suo posto. Come se importasse molto  se si tratti proprio di me, o piuttosto di un altro, o di un altro ancora. È  diventato ormai un “destino di massa” e si dev’essere ben chiari su questo  punto. Un giorno molto pesante. Ma ogni volta so ritrovare me stessa in una  preghiera – e pregare mi sarà sempre possibile, anche nello spazio più  ristretto. E, come fosse un fagottino, io mi lego sempre più strettamente sulla  schiena, e porto sempre più come una cosa mia quel pezzetto di destino che sono  in grado di sopportare: con questo fagottino già cammino per le strade. (…)

23 luglio, giovedì sera, le nove
Le mie rose rosse e  gialle si sono completamente schiuse. Mentre ero là, in quell’inferno, hanno  continuato silenziosamente a fiorire. Molti mi dicono: come puoi pensare ancora  ai fiori, di questi tempi. Ieri sera, dopo quella lunga camminata nella pioggia,  e con quella vescica sotto il piede, sono ancora andata a cercare un carretto  che vendesse fiori e così sono arrivata a casa con un gran mazzo di rose. Ed  eccole lì, reali quanto tutta la miseria vissuta in un intero giorno. Nella mia  vita c’è posto per tante cose. E ho così tanto posto, mio Dio. Oggi, mentre  passavo per quei corridoi così affollati, ho sentito improvvisamente un gran  desiderio d’inginocchiarmi sul pavimento di pietra, in mezzo a tutta quella  gente. L’unico atto degno di un uomo che ci sia rimasto di questi tempi è quello  d’inginocchiarci davanti a Dio. (…)

Mercoledì mattina, le nove (aspettando dal dottore)
Spesso, a Westerbork, quando andavo in giro con quei chiassosi, litigiosi e fin  troppo attivi membri del Consiglio Ebraico, mi veniva da pensare: su, lasciatemi  essere un pezzetto della vostra anima. Lasciatemi essere la baracca in cui si  raccoglie la parte migliore, che esiste sicuramente in ognuno di voi. Io non ho  bisogno di far così tanto, io voglio solo esserci. Lasciatemi essere l’anima in  questo corpo. E prima o poi trovavo in ognuno di loro un gesto o uno sguardo più  nobile, di cui credo fossero appena coscienti. E me ne sentivo il  custode.(…)

Domenica sera…
Il mio cuore è una chiusa che ogni volta  arresta un flusso ininterrotto di dolore. (…)
«Dopo la guerra, due correnti  attraverseranno il mondo: una corrente d’umanesimo e un’altra di odio». Allora  ho saputo di nuovo che avrei preso posizione contro quell’odio.

23 settembre…
Vedi, Klaas: quell’uomo era pieno di odio  per quelli che potremmo chiamare i nostri carnefici, ma anche lui avrebbe potuto  essere un perfetto carnefice e persecutore di uomini indifesi. Eppure mi faceva  tanta pena. Riesci a capirci qualcosa? Non aveva mai contatti amichevoli coi  suoi compagni, e se questo succedeva agli altri lui li guardava di sottecchi con  un’espressione così affamata (potevo vederlo e osservarlo in continuazione, in  quel luogo si viveva senza muri). Più tardi, un collega che lo conosceva da anni  mi aveva raccontato alcuni particolari della sua vita. Nei primi giorni della  guerra si era buttato in strada dal terzo piano ma non era riuscito ad  ammazzarsi, come doveva pur essere sua intenzione. In seguito ci aveva  riprovato, questa volta sotto una macchina, ma anche questo tentativo era  fallito. Poi aveva trascorso qualche mese in un istituto per malattie mentali.  Era paura, tutta paura. Era un giurista così brillante e acuto e nelle  discussioni accademiche aveva sempre l’ultima e decisiva parola. Ma nel momento  decisivo era saltato giù dalla finestra. Sua moglie doveva camminare per casa in  punta di piedi e lui faceva delle scenate ai figli atterriti. Ma faceva tanta,  tanta pena. Che vita è mai questa? (…)

12-10-42…
Un’anima è fatta di fuoco e di cristalli di  roccia. È una cosa molto severa e dura in senso vetero-testamentario, ma è anche  dolce come il gesto delicato con cui la punta delle sue dita sfiorava le mie  ciglia. (…)
Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite.
(Qui si  interrompe il Diario di E.H.)

Dalle Lettere di E.H.
A Maria Tuinzing, 2 settembre  1943
…Io scrivo di nuovo un po’ di tutto alla rinfusa e poche cose buone.  Ogni tanto qui si è terribilmente stanchi ed è proprio così che mi sento  stamattina, ma questa lettera deve partire tra poco, quindi scarabocchio ancora  qualcosetta. Potete spedire o recapitare le lettere di Mechanicus che accludo? È  grazie a lui che posso far partire questa mia. Tutta la famiglia di Jopie è ora  in ospedale, si fatica a tenere in vita il bimbetto più piccolo.
Come eravamo  giovani solo un anno fa su questa brughiera, Maria, ora siamo un tantino più  vecchi. Noi stessi non ce ne rendiamo veramente conto: siamo stati marchiati dal  dolore, per sempre. Eppure la vita è meravigliosamente buona nella sua  inesplicabile profondità, Maria – devo ritornare sempre su questo punto. E se  solo facciamo in modo che, malgrado tutto, Dio sia al sicuro nelle nostre mani,  Maria. Qui non sono affatto all’altezza della situazione, non riesco a “far  fronte” a tutte le persone che vogliono coinvolgermi nei fatti loro, spesso sono  troppo, troppo stanca. Per favore, guarda una volta Käthe con occhi amichevoli  da parte mia, e accosta la tua guancia a quella di papà Han, anche da parte mia.  E state ancora bene insieme? E mi saluti la mia cara scrivania, il più bel posto  di questa terra? E Swiep e Wiep e Hesje e Frans e gli altri? Ti guardo un  momento in faccia, mia cara, e non dico più molto.
Etty

A Christine van Nooten, 7 settembre 1943
Christien, apro a caso la Bibbia  e trovo questo: «Il Signore è il mio alto ricetto». Sono seduta sul mio zaino  nel mezzo di un affollato vagone merci. Papà, la mamma e Mischa sono alcuni  vagoni più avanti. La partenza è giunta piuttosto inaspettata, malgrado tutto.  Un ordine improvviso mandato appositamente per noi dall’Aia. Abbiamo lasciato il  campo cantando, mamma e papà molto forti e calmi, e così Mischa. Viaggeremo per  tre giorni. Grazie per tutte le vostre buone cure.
Alcuni amici rimasti a  Westerbork scriveranno ancora a Amsterdam, forse avrai notizie? Anche della mia  ultima lunga lettera? Arrivederci da noi quattro.
Etty

(Questa è l’ultima lettera che si conosca di Etty. Segue la deportazione ad  Auschwitz dell’intera famiglia Hillesum. Papà, mamma e il fratello Mischa  vengono trucidati lo stesso giorno del loro arrivo in Polonia. Secondo  un’informativa della Croce Rossa Internazionale Etty è morta ad Auschwitz il 30  novembre 1943).

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Un pezzetto di cielo…

Posté par atempodiblog le 25 mai 2009

Un pezzetto di cielo... dans Citazioni, frasi e pensieri preghieraz

Si deve essere capaci di vivere senza libri e senza niente. Esisterà pur sempre un pezzetto di cielo da poter guardare, e abbastanza spazio dentro di me per congiungere le mani in una preghiera.

di Etty Hillesum

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