La Pasqua spiegata da Pinocchio

Posté par atempodiblog le 3 avril 2018

La Pasqua spiegata da Pinocchio
Che qualcuno ci venga a prendere è il grande miracolo della vita. Il mistero della Resurrezione attraverso una pagina del libro di Franco Nembrini dedicato al burattino di Collodi
Redazione Tempi.it

La Pasqua spiegata da Pinocchio dans Articoli di Giornali e News Pinocchio

Tutti conoscono Pinocchio, uno dei libri più popolari della storia, ma non tutti si sono resi conto che Collodi ha scritto una delle più belle parabole della condizione umana. In L’avventura di Pinocchio. Rileggere Collodi e scoprire che parla della vita di tutti (ed. Centocanti, 192 pagine) Franco Nembrini prende molto sul serio un’intuizione del cardinal Giacomo Biffi per rileggere l’avventura del celebre burattino, mostrando, passo dopo passo, come questa riproponga il dramma della vita, così come lo presenta la tradizione cristiana: la paternità, la fuga da casa, la libertà ferita, l’incontro con una possibile salvezza, la morte e la resurrezione. Pochi sanno infatti che verso la fine del 1880, Collodi mandò al suo amico Fernandino Martini, redattore capo di un giornale per ragazzi, un pacco di manoscritti che definì «una bambinata» e accompagnò da una missiva, «fanne quello che ti pare; ma, se la stampi, pagamela bene, per farmi venire voglia di seguitarla». Il 7 luglio 1881 sul Giornale per i bambini uscì la prima puntata della Storia di un burattino, il 27 ottobre l’ottava, che si concludeva con la morte di Pinocchio.

Nelle intenzioni di Collodi Pinocchio era infatti morto davvero, la storia era finita, e invece la redazione del giornale venne subissata di lettere di protesta inviate da bambini di tutta Italia che rivolevano il loro eroe. Martini rintracciò Collodi: «Guarda che la storia deve andare avanti!», «Come, andare avanti?. È morto! Come faccio?». «E tu fallo risorgere!». E Collodi, racconta Nembrini, lo fece risorgere. Ecco uno dei passi più belli del libro, nel cui ultimo capitolo è raccontata l’avventura della salvezza, l’avvenimento della salvezza. Che avviene nel fondo degli inferi, nell’oscurità assoluta del ventre del Pesce-cane, dove Pinocchio trova un compagno di sventura, un Tonno.

Riportiamo di seguito un passo del libro di Nembrini, che inizia con una citazione di Collodi.

«- Ed ora, che cosa dobbiamo fare qui al buio?…
– Rassegnarsi e aspettare che il Pesce-cane ci abbia digeriti tutt’e due!…
Ma io non voglio esser digerito! – urlò Pinocchio, ricominciando a piangere.
– Neppure io vorrei esser digerito, – soggiunse il Tonno – ma io sono abbastanza filosofo e mi consolo pensando che, quando si nasce Tonni, c’è più dignità a morir sott’acqua che sott’olio!…
– Scioccherie! – gridò Pinocchio.
– La mia è un’opinione – replicò il Tonno – e le opinioni, come dicono i Tonni politici, vanno rispettate!
 Insomma… io voglio andarmene di qui… io voglio fuggire…
– Fuggi, se ti riesce!…

Il Tonno è un cinico, un disilluso, un rassegnato. Un uomo di oggi, per il quale «i fatti non esistono, esistono solo interpretazioni», e tutte le opinioni sono equivalenti; forse un accenno di autoritratto di Collodi, con quel riferimento ai «Tonni politici», alla speranza che lo ha deluso…

Nel tempo che faceva questa conversazione al buio, parve a Pinocchio di vedere, lontano lontano, una specie di chiarore.
 Che cosa sarà mai quel lumicino lontano lontano? – disse Pinocchio.
– Sarà qualche nostro compagno di sventura, che aspetterà, come noi, il momento di esser digerito!…
– Voglio andare a trovarlo. Non potrebbe darsi il caso che fosse qualche vecchio pesce capace di insegnarmi la strada per fuggire?

In qualsiasi circostanza, anche la più dura, la più cattiva, quella che senti più estranea, più nemica di te, quello sguardo, quel tenerti d’occhio di Dio fa in modo che sempre un lumicino da qualche parte ci sia. Il Tonno, cinico, alza le spalle, non si aspetta più niente. Pinocchio invece di quel lumino si fida. Sai mai che là dove vedo la luce possa incontrare qualcuno capace di insegnarmi la strada, che quest’ombra che non so nemmeno distinguere – come il Virgilio di Dante, «qual che tu sii, od ombra od omo certo!» – sia proprio la guida venuta a prendermi per insegnarmi la strada?
Non importa se il Tonno lo avvisa che il Pesce-cane «è lungo più di un chilometro, senza contare la coda», che è come dire: “Non farti illusioni, è troppo lontano, non ci arriverai mai”. Pinocchio ha imparato ad avere il coraggio di guardare la realtà per quello che è, per i segni positivi che manda, attraverso i quali attrae e sollecita in qualche modo la libertà; perciò decide, fidandosi di un segnale così tenue, di percorrere il corpo del Pesce-cane per andare a vedere. Ed è per questo coraggio, per questa libera decisione di andare a vedere che l’ultima parola non sarà la morte, non sarà la vittoria del male, ma del bene. L’ultima parola della vita dell’uomo, così come della vicenda di Pinocchio, sarà la parola misericordia. Perché questi ultimi capitoli sono le pagine in cui la natura di Dio, e perciò in qualche modo anche la nostra, perché partecipiamo della natura di Dio, si svela come misericordia.

Pinocchio appena che ebbe detto addio al suo buon amico Tonno, si mosse brancolando in mezzo a quel bujo, e camminando a tastoni dentro il corpo del Pesce-cane, si avviò un passo dietro l’altro verso quel piccolo chiarore che vedeva baluginare lontano lontano. E nel camminare sentì che i suoi piedi sguazzavano in una pozzanghera d’acqua grassa e sdrucciolona.

Non è magari un’autostrada, il cammino sarà anche faticoso, ma bisogna guardare là. Viene in mente il finale del bellissimo film Le ali della libertà,quando il protagonista riesce a fuggire dal carcere strisciando nel condotto di una fogna: la strada può essere ripugnante, ma vale la pena farla.

E più andava avanti, e più il chiarore si faceva rilucente e distinto: finché, cammina cammina, alla fine arrivò: e quando fu arrivato… che cosa trovò? Ve lo do a indovinare in mille: trovò una piccola tavola apparecchiata, con sopra una candela accesa infilata in una bottiglia di cristallo verde, e seduto a tavola un vecchiettino tutto bianco, come se fosse di neve o di panna montata, il quale se ne stava lì biascicando alcuni pesciolini vivi, ma tanto vivi, che alle volte mentre li mangiava, gli scappavano perfino di bocca.
A quella vista il povero Pinocchio ebbe un’allegrezza così grande e così inaspettata, che ci mancò un ette non cadesse in delirio. Voleva ridere, voleva piangere, voleva dire un monte di cose; e invece mugolava confusamente e balbettava delle parole tronche e sconclusionate. Finalmente gli riuscì di cacciar fuori un grido di gioja, e spalancando le braccia e gettandosi al collo del vecchietto, cominciò a urlare:
– Oh! babbino mio! finalmente vi ho ritrovato! Ora poi non vi lascio più, mai più, mai più!

In fondo all’inferno, in fondo al nostro male, Dio ci viene a prendere. Viene in mente veramente la notte di Pasqua, il buio orrendo del venerdì santo e del sabato santo, la morte di Dio, il punto più fosco, più terribile della storia dell’umanità; ma da lì la Chiesa quella notte fa gridare: «Felice colpa, che ci ha meritato un così grande Redentore!». Che nel momento in cui noi siamo più lontani dal nostro bene qualcuno ci venga a prendere è il grande miracolo della vita. (…) E Pinocchio giustamente esulta perché è tornato a casa. Tornare alla casa del padre, tornare a consistere del rapporto che ti fa essere: questa è la salvezza. Capiamo allora l’entusiasmo di Pinocchio; ma più sconvolgente e più straordinaria ancora è la battuta successiva:

– Dunque gli occhi mi dicono il vero? – replicò il vecchietto, stropicciandosi gli occhi – Dunque tu se’ proprio il mi’ caro Pinocchio?
 Sì, sì, sono io, proprio io! E voi mi avete digià perdonato, non è vero?

La sintesi di tutto il bisogno che abbiamo, di tutta la domanda con cui ci alziamo al mattino, è: c’è qualcuno che può perdonarmi? C’è qualcuno che darebbe la vita per me adesso senza chiedermi di cambiare? E se Dio si mostra come Dio, si mostra per questo. Il sospetto di avere incrociato in qualche modo il Padreterno, il sospetto che questo avvenimento che hai davanti agli occhi abbia a che fare con Dio, viene quando senti la misericordia operante, quando ti senti guardato in quel modo. Perché quest’opera, il perdono, la fa solo Dio, e chi vive come Lui».

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Il silenzio del Sabato Santo

Posté par atempodiblog le 31 mars 2018

Il silenzio del Sabato Santo
di Don Corrado Bruno SDB – Rivista Maria Ausiliatrice
Tratto da: Salesiani don Bosco

Il silenzio del Sabato Santo dans Fede, morale e teologia Gerusalemme_Deposizione_Santo_Sepolcro

Il Sabato Santo, incastonato tra il dolore della Croce e la gioia della Pasqua, si colloca al centro della nostra fede. È un giorno denso di sofferenza, di attesa e di speranza; segnato da un profondo silenzio.

I discepoli hanno ancora nel cuore le immagini dolorose della morte di Gesù che segna la fine dei loro sogni messianici. In quel giorno sperimentano il silenzio di Dio, la pesantezza della sua apparente sconfitta, la disperazione dovuta all’assenza del Maestro prigioniero della morte.

C’è stato, a partire dalla cena pasquale, un succedersi vorticoso di fatti imprevedibili, che li ha sorpresi e ammutoliti. Le anticipazioni sulla sua passione più volte fatte da Gesù, i segni rassicuranti e miracolosi che le avevano sostenute, l’amore mostrato nell’Ultima Cena… tutto, in questo giorno, sembra svanito.

I discepoli hanno l’impressione che Dio sia divenuto muto e che non suggerisca più linee interpretative della storia.

A ciò si aggiunge la vergogna d’essere fuggiti e d’aver rinnegato il Signore: si sentono traditori, incapaci di far fronte al presente e senza prospettiva di futuro, non vedono come uscire da una situazione di crollo delle illusioni, mancando ancora quei segni che incominceranno a scuoterli a partire dal mattino della Domenica con il racconto del sepolcro vuoto e le apparizioni del Risorto.

Tuttavia, i discepoli, proprio attraverso la porta del Sabato Santo, ci aiutano a riflettere sul senso del nostro tempo e a leggere il passaggio dei nostri giorni, riconoscendo nel loro disorientamento, le nostalgie e le paure che caratterizzano la nostra vita di credenti nello scenario che s’appresta all’inizio di questo millennio.

La presenza di Maria
Ma questo giorno è anche il Sabato di Maria. Ella lo vive nelle lacrime unite alla forza della fede. Veglia nell’attesa fiduciosa e paziente; sa che le promesse di Dio si avverano per la potenza divina che risuscita i morti. Così Maria con la sua forza d’animo sorregge la fragile speranza dei discepoli amareggiati e delusi.

Con la Madonna del Sabato Santo, anche noi leggeremo la nostra attesa e le nostre speranze, la fede vissuta come continuo e faticoso cammino verso il mistero, per rispondere con verità, speranza ed amore alle domande che ci portiamo dentro: “Chi siamo e dove siamo diretti? Dove va il cristianesimo e la Chiesa che amiamo?”.

Anche nel sabato del tempo in cui ci troviamo è necessario riscoprire l’importanza dell’attesa. L’assenza di speranza è forse la malattia mortale delle coscienze di oggi.

Siamo nel sabato del tempo, è vero, un sabato che indica quasi assenza di direzione, tempo sospeso ma pur sempre un tempo santificato dall’azione di Dio, anche se un Dio silente, che tace e si nasconde.

Verrà quindi per tutti il giorno ottavo, il giorno del ritorno del Signore Gesù, non fuori, ma dentro le contraddizioni della storia. Per questo, dobbiamo lasciarci ispirare dalla Pasqua e riflettere sulla gioia degli apostoli quando incontrano Gesù vivente e risorto: “E i discepoli gioirono al vedere il Signore”.

All’indifferenza, alla frustrazione e alla delusione senza attese di futuro, deve opporsi come antidoto soltanto la speranza, non quella fondata su calcoli, ma sull’unico fondamento della promessa di Dio.

La Madonna del Sabato Santo getta luce sul compito che ci aspetta e che ci è reso possibile dal dono dello Spirito del Risorto. Si tratta di irradiare attorno a noi, con gli atti semplici della vita quotidiana, e senza forzature, la gioia interiore e la pace, frutti della consolazione dello Spirito. Perché credere in Cristo, morto e risorto, per noi significa essere testimoni, con la parola e con la vita, della speranza che non muore.

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La benedizione delle famiglie. Se il Signore «bussa» alla porta di casa

Posté par atempodiblog le 27 mars 2018

La benedizione delle famiglie. Se il Signore «bussa» alla porta di casa
La benedizione pasquale delle famiglie resta ancora oggi un “rito” che da Nord a Sud dell’Italia unisce le parrocchie nel tempo di Quaresima
di Giacomo Gambassi – Avvenire

La benedizione delle famiglie. Se il Signore «bussa» alla porta di casa dans Benedizione delle famiglie Benedizione_famiglie

È una tradizione già contemplata dal Concilio di Trento. Ma al tempo stesso può essere considerata un prezioso momento per declinare nel quotidiano l’impegno a essere Chiesa “in uscita”, secondo l’intuizione di papa Francesco. La benedizione pasquale delle famiglie resta ancora oggi un “rito” che da Nord a Sud dell’Italia unisce le parrocchie nel tempo di Quaresima. Come vuole una prassi consolidata dai secoli, i sacerdoti programmano fin da dopo le festività natalizie le “benedizioni”, come vengono popolarmente chiamate, che catalizzeranno gran parte delle loro già fitte agende. Del resto, «uno dei compiti principali della loro azione pastorale» è la «cura di visitare le famiglie per recare l’annuncio di pace di Cristo», spiega il Benedizionale, ossia il libro che contiene le formule di benedizione per le diverse circostanze. E così nelle settimane che portano alla Pasqua il prete passa di casa in casa.

«E tutto ciò va visto come una vera e propria occasione di evangelizzazione delle famiglie accompagnata dalla preghiera», spiega don Gianni Cavagnoli, parroco di Cremona ma anche docente di liturgia all’Istituto “Santa Giustina” di Padova e direttore della Rivista Liturgica. Che subito aggiunge: «Se leggiamo questo capitolo ecclesiale alla luce dell’attuale magistero pontificio, possiamo dire che è espressione di una comunità ecclesiale estroversa che sa andare verso la gente e ha un rinnovato slancio missionario». Guai, però, a parlare di benedizione delle case. «Non è certamente un gesto scaramantico – tiene a precisare il sacerdote –. Ecco perché al centro ci deve essere sempre la persona e l’abitazione va intesa come luogo in cui la famiglia si riunisce. Non per nulla oggi nelle visite il prete raccoglie le confidenze del popolo di Dio che gli è stato affidato e tocca con mano anche le sue povertà: da quelle sociali, come la mancanza di lavoro, a quelle umane, che possono comprendere le crisi dei matrimoni o le incomprensioni nei rapporti con i figli. E, attraverso l’abbraccio che si realizza con questa pratica antica, il pastore se ne fa carico». Altrettanto da evitare è ogni accenno “economico”.

«Se papa Francesco ha ribadito con forza che la Messa non si paga – afferma don Cavagnoli –, è quanto mai necessario cancellare ogni ombra di lucro dalle benedizioni pasquali». Eppure non mancano le difficoltà. «Per due ragioni essenzialmente – sottolinea il liturgista –. La prima è legata al numero di sacerdoti che si sta riducendo. Allora la benedizione pasquale rischia di trasformarsi in una sorta di maratona del parroco, segnata dalla fretta. Inoltre succede che una famiglia possa ricevere la benedizione ogni due o tre anni, come testimoniano i casi di grandi parrocchie di città. In secondo luogo è cambiato il contesto sociale. Si fa fatica a trovare in casa una famiglia al mattino o al pomeriggio. Sicuramente qualcuno non vuole aprire la porta in modo intenzionale, ma in molti casi la porta resta chiusa perché i coniugi o i figli non ci sono a quel determinato orario. Abbiamo famiglie che chiedono un nuovo appuntamento, ma gli intensi ritmi di lavoro che accomunano comunità cittadine e rurali sono una variante ormai imprescindibile».

Il “rito” affonda le sue radici nelle parole di Gesù che si trovano nel Vangelo di Luca: “In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa”. «La shalombiblica è il complesso di ogni bene. A livello fisico si tratta della salute, del lavoro, del cibo. Dal punto di vista spirituale rimanda all’armonia. Perciò dire pace significa augurare l’unità in una società marcata dalle divisioni e dai contrasti». Poi c’è l’aspersione con l’acqua. «È il richiamo al Battesimo. L’acqua esprime sia il fatto che come famiglia siamo inseriti in Cristo, sia il bisogno di purificazione, cioè di perdono. E il perdono è una dimensione quanto mai importante e da riscoprire anche fra le mura domestiche ». La benedizione delle famiglie avviene per lo più in Quaresima. «Perché viene portato l’annuncio di Pasqua – chiarisce il liturgista –. È come se Cristo Risorto venisse in mezzo a noi, nelle nostre abitazioni, attraverso la persona del sacerdote». Ma può essere un laico a compiere questa prassi? «Certamente, purché lo faccia a nome della comunità. Anzi, è bene che nelle famiglie ci siano anche altre occasioni di benedizione comune come può essere prima di un pasto. E i sussidi per proporle non mancano».

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Per approfondire 2e2mot5 dans Diego Manetti  “In punta di piedi”, con discrezione e rispetto

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Domenica delle Palme

Posté par atempodiblog le 25 mars 2018

Domenica delle Palme
La Domenica delle Palme segna l’inizio della Settimana Santa, come ben ricorda la monizione che precede la liturgia e introduce la processione: “Gesù entra in Gerusalemme per dare compimento al mistero della morte e Resurrezione”.
di Mons. Luigi Negri– La nuova Bussola Quotidiana

Domenica delle Palme dans Commenti al Vangelo maesta-duccio-ingresso-a-gerusalemme

La Domenica delle Palme segna l’inizio della Settimana Santa, come ben ricorda la monizione che precede la liturgia e introduce la processione: “Gesù entra in Gerusalemme per dare compimento al mistero della morte e Resurrezione”. Già queste parole ci consentono di entrare nel cuore della celebrazione, che ha come suo punto d’inizio il ricordo dell’ingresso messianico di Cristo a Gerusalemme, il Re di tutti i secoli e Nostro Signore che entra nella Città Santa sul dorso di un’umilissima asina, adempiendo così la profezia di Zaccaria: “Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina” (Zc 9, 9).

I rami e i mantelli che la folla stese sulla strada sono il segno di un popolo che acclama il suo re, senza tuttavia immaginare che la regalità di Cristo avrebbe trovato il suo compimento sul Calvario. È la logica di Dio, così sorprendente e scandalosa per il mondo, è il mistero della croce che è già contenuto in quello che per la logica umana ha l’apparenza di un ossimoro: il Re su un asino. Un Re al quale i fanciulli cantano “Osanna al figlio di Davide”, che sconcerta chi detiene una qualche forma di potere terreno (“non senti quello che dicono?”, domandano sdegnati gli increduli scribi e sommi sacerdoti), a cui Gesù ricorda la necessità di farsi piccoli per entrare nel Regno dei Cieli, rievocando il Salmo 8: “Sì, non avete mai letto: Dalla bocca dei bambini e dei lattanti ti sei procurata una lode?”.

Ecco perché il culmine della liturgia odierna non può che essere la Passione. Tutte le letture mostrano il commovente legame tra l’Antica e la Nuova Alleanza che si realizza in Cristo, il divin Verbo che ama ciascuno di noi e perciò abbassatosi fino a noi per mantenere le promesse di salvezza, ossia la liberazione dal peccato e dalla schiavitù a cui ci assoggetta Satana con i suoi inganni. Solo Cristo è la risposta al male, solo dalla sua croce – che ogni cristiano è chiamato a portare – passano la vittoria sulla morte e la gloria eterna, e non per nulla la liturgia della Parola si apre con un’altra profezia avverata, riprendendo un passo cristologico di Isaia, noto come Terzo canto del Servo: “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba, non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi” (Is 50, 6). Il Servo cantato da Isaia è la prefigurazione di Gesù sofferente e obbediente in tutto alla volontà del Padre, per espiare i nostri peccati e realizzare il disegno salvifico.

La processione che precede la liturgia è documentata a Gerusalemme fin dal IV secolo, presto estesasi in altri centri della cristianità come la Siria e l’Egitto. Con il tempo la processione accrebbe la sua importanza, arricchendosi di inni sacri e della rituale benedizione delle palme, attestata dal VII secolo. In quest’epoca operò tra gli altri un celebre innografo e teologo come sant’Andrea di Creta (c. 650-740), che sulla Domenica delle Palme scrisse: “Corriamo anche noi insieme a Colui che si affretta verso la Passione e imitiamo coloro che gli andarono incontro. Non però per stendere davanti a Lui lungo il suo cammino rami d’olivo o di palme, tappeti e altre cose del genere, ma come per stendere in umile prostrazione e in profonda adorazione dinanzi ai Suoi piedi le nostre persone. […] Agitando i rami spirituali dell’anima, anche noi ogni giorno, assieme ai fanciulli, acclamiamo santamente: Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele”.

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IL SEGNO. Benedizione delle famiglie gesto che crea comunità

Posté par atempodiblog le 26 février 2018

IL SEGNO. Benedizione delle famiglie gesto che crea comunità
Da sempre in Quaresima e durante il Tempo pasquale i parroci benedicono le famiglie Un modo per rinnovare la fede e consolidare la fraternità e la comunione sul territorio
di Giacomo Gambassi – Avvenire

IL SEGNO. Benedizione delle famiglie gesto che crea comunità dans Benedizione delle famiglie Benedizione_famiglie

Affonda le sue radici nell’eredità del Concilio di Trento la tradizione di benedire le famiglie nel tempo di Quaresima e di Pasqua che, a distanza di quasi cinquecento anni, marca ancora la vita di una parte consistenze delle parrocchie italiane in queste settimane. Quando era nata, la benedizione annuale dei nuclei familiari rappresentava un momento per consolidare la comunità e preservarla dalle correnti ereticali.

Oggi il Benedizionale la definisce un’«occasione preziosa» che i sacerdoti e i loro collaboratori devono avere «particolarmente a cuore» per «avvicinare e conoscere tutte le famiglie» di un territorio.

Certo, ha scritto il docente di liturgia e parroco nella diocesi di Alessandria, don Silvano Sirboni, «in un contesto multireligioso come il nostro, segnato da sistemi e ritmi di lavoro che costringono alla mobilità svuotando o quasi durante il giorno interi quartieri, questa attività pastorale trova non poche difficoltà, specie nei centri urbani». Eppure, resta come un punto fermo nelle agende parrocchiali: non solo in quelle dei piccoli paesi ma anche delle grandi città. Che comunque va liberata dal tratto – dominante soprattutto in passato – che riduceva il tutto a un gesto esteriore vicino all’ambito della superstizione. Ecco perché sempre il Benedizionale tiene a precisare che «non si deve fare la benedizione delle case senza la presenza di coloro che vi abitano».

Del resto il significato di questa consuetudine può essere compreso dalle parole con cui il sacerdote introduce il rito: «Con la visita del pastore – afferma appena varcato il portone d’ingresso –, è Gesù stesso che entra in questa casa e vi porta la sua gioia e la sua pace». Proprio l’annuncio della «pace» di Cristo è il cuore di questa iniziativa.

Non è un caso che la Chiesa inviti i parroci a considerare «uno dei compiti privilegiati della loro azione pastorale la cura di visitare le famiglie», fedeli al mandato del Signore che ai discepoli raccomandava: «In qualunque casa entriate, prima dite “pace” a questa casa». Ed ecco che il primo saluto del sacerdote è oggi: «Pace a questa casa e ai suoi abitanti».

I fondamenti si trovano nella Scrittura. Perché il Dio della liberazione del popolo d’Israele dalla schiavitù dell’Egitto e della Risurrezione del suo Figlio «passa» nel luogo principale della vita ordinaria, l’abitazione, per sostenere nel cammino quotidiano. Lo sottolineano anche le intenzioni di preghiera in cui si chiede al Signore di riempire la casa della sua «dolce presenza» con «la potenza dello Spirito».

Inoltre l’incontro del presbitero con le famiglie diventa opportunità per un «discreto annuncio del Vangelo». Così il rito unisce la preghiera all’ascolto della Parola che viene proposta attraverso brevi passi biblici. E la benedizione annuale è anche un richiamo a riconosce nel Signore «il principio e il fondamento sul quale si basa e si consolida l’unità della famiglia». Come icona viene indicata quella della Sacra Famiglia nel cui grembo Cristo, insieme con Maria e Giuseppe, «ha santificato la vita domestica».

Segno concreto è l’aspersione con l’acqua benedetta. Tanto che, in alcune aree della Penisola, la benedizione delle famiglie continua ad essere chiamata l’«acqua santa». Si tratta di un’occasione per fare memoria del Battesimo con il quale il Signore «aggrega la società domestica alla grande famiglia dello Spirito» e per «rinnovare» l’adesione a Cristo, dice il sacerdote mentre compie il rito.

Da ricordare che la benedizione annuale è un impulso a rinsaldare i legami con la parrocchia e a riflettere sul percorso comunitario. Ma vuol essere anche una possibilità per tastare il polso della vita spirituale fra le mura domestiche in modo da individuare le difficoltà e le sfide che una parrocchia è chiamata ad affrontare.

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Gesù non ha lasciato la terra e i suoi

Posté par atempodiblog le 30 mars 2016

Gesù non ha lasciato la terra e i suoi dans Citazioni, frasi e pensieri m75njo

Il vero senso della Risurrezione ci è dato dal salmo di cui la divina liturgia si serve per l’introito della santa Messa di Pasqua: resurrexi et adhuc tecum sum – sono risorto ed eccomi ancora con te. Oltre la divina immensità, oltre la divina eucaristia, c’è una presenza sentita e sensibile del Signore Gesù, l’uomo-Dio, poiché è risorto!

Oltre la sua presenza nel cielo alla destra del Padre, alla visione degli angeli e dei santi c’è la sua presenza nel mondo e alle anime peregrinanti per il mondo. Ascendendo al Padre e prendendo il primo posto di gloria alla destra di Lui, non ha lasciato la terra e i suoi, è presente ai suoi sulla terra, poiché è risorto.

Come credo alla Trinità inabitante nell’anima voglio credere all’umanità divina di Gesù circumstante all’uomo e specie al discepolo di Cristo e sposa di Dio. Non relimquam vos orfanos, vado et venio ad vos – Non vi lascio orfani, vado e vengo a voi. Non mi pare si possa spiegare meglio in altro senso. Modicum et non videbitis et modicum et videbitis – Tra poco non mi vedrete più; e tra un altro poco mi vedrete, similmente si possono solo spiegare bene della risurrezione del Signore. Alleluja.

Beato Giustino M. Russolillo

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Pasqua: la gioia della Resurrezione anche sulle nostre tavole

Posté par atempodiblog le 28 mars 2016

Pasqua: la gioia della Resurrezione anche sulle nostre tavole
di Pane e focolare

Pasqua: la gioia della Resurrezione anche sulle nostre tavole dans Cucina e dintorni

Eccoci arrivati alla Pasqua: la solennità più importante di tutto l’Anno Liturgico. In occasione di questa festa si regalano ai bambini le uova di cioccolato e si compra la colomba; chi vive all’ombra del Vesuvio cucina la pastiera con la ricetta di famiglia (conservata gelosamente), chi invece vive sotto la Lanterna mette in tavola la torta Pasqualina.

Anche chi non è credente deve arrendersi all’evidenza: il Cristianesimo ha profondamente influenzato la cultura della nostra nazione e non avremmo la gioia della festa e i relativi piaceri della tavola se quella lontana Domenica di 2000 anni fa alcune donne non si fossero trovate davanti ad un Sepolcro vuoto. Da quell’avvenimento senza precedenti è uscita una civiltà cristiana che ha lasciato il segno, anche a tavola.

I cattolici si lasciano alle spalle la Quaresima, i digiuni, le astinenze, e adesso non solo possono ma anzi devono fare festa anche a tavola. Digiunare di domenica è una colpa grave, come dice Cesario di Arles (VI sec.): “Se qualcuno digiuna di domenica, pecca”. Il principio vale a maggior ragione per quella che è la Domenica per antonomasia, il giorno della gioia perché la promessa di salvezza si è realizzata.

Se il colore del Natale è il rosso, quello della Pasqua è il giallo: ma qualunque colore scegliate, in ogni apparecchiatura della tavola di Pasqua deve esserci allegria, luce e tanti fiori colorati. Fortunati coloro che possono finalmente pranzare all’aria aperta, godendo della primavera.

Ci sono tanti cibi tipici della Pasqua, tutti con bellissime simbologie.

 dans Santa Pasqua

Cominciamo dalle uova: di cioccolato, di zucchero, oppure uova sode con il guscio dipinto con artistica fantasia. Simbolo della vita già in epoche pagane, è ripreso dal cristianesimo. La festività pasquale cade in primavera e prende il posto di feste antiche che segnavano il passaggio dall’inverno alla stagione del risveglio della natura: l’uovo è simbolo di fertilità, di vita. Diventa quindi anche simbolo della Resurrezione di Cristo: il guscio è il sepolcro dal quale uscirà la vita.

In molte località c’è la bella tradizione di portare le uova in chiesa e alla fine della Santa Messa il sacerdote le benedice.

E veniamo all’agnello: ci ricorda le parole di San Giovanni Battista, che nell’indicare Gesù ai discepoli lo chiama: “Ecco l’Agnello di Dio” (Giovanni 1, 29). Ci ricorda il Suo sacrificio in Croce, la Sua Passione, perché fu immolato “come un agnello condotto al macello” (Isaia 53,7). Era un cibo già presente nella cena della Pasqua ebraica (Gesù ha mangiato l’agnello nell’Ultima Cena) ed è diventato il cibo tipico anche della mensa pasquale cristiana.

La pastiera, dolce tipico di Napoli, è un’istituzione sulla tavola di questa festa. Le leggende legate alla sua nascita sono tante. Alcune parlano della sirena Partenope, ma la ricetta attuale viene attribuita alle suore dell’antico monastero di san Gregorio Armeno, che vollero creare un dolce che fosse pieno di simboli di Cristo e della Resurrezione. Infatti usano le uova, l’acqua di fiori d’arancio che ricorda l’arrivo della primavera e il grano, ricchissimo di simboli: dal grano si ricava la farina, con la quale si fa il pane (che richiama l’Eucarestia). Ma il grano è simbolo di Cristo anche perché viene macinato nella mola, e questo ricorda la sofferenza di Gesù durante la Passione (a questo proposito, potete dare un’occhiata anche al testo che ho pubblicato il Giovedì Santo sul Cristo del Torchio). La tradizione vuole che la pastiera si prepari il Giovedì Santo, perché è un dolce che col passare dei giorni migliora. I miei amici napoletani che sono followers di questo blog sapranno sicuramente dirmi di più: se poi mi spediscono una fetta della loro pastiera, li ringrazio.

A Milano e non solo, ma soprattutto nel Nord Italia, ecco la colomba: simbolo di pace e salvezza, immagine dell’offerta di Cristo e icona dello Spirito Santo. Ci sono, come capita spesso, tante leggende su questo dolce: una di esse parla di san Colombano e della Regina Teodolinda. Siamo intorno all’anno 612, il santo abate irlandese Colombano, dopo il suo lungo peregrinare per l’Europa, arriva in Italia e si reca a Pavia, dove viene invitato a pranzo dalla regina longobarda, insieme con i suoi monaci. E’ Quaresima e Colombano rifiuta una ricca portata di selvaggina, per rispettare il precetto di astinenza dalle carni. La regina Teodolinda non capisce e si offende: allora l’abate le dice che avrebbe consumato le carni solo dopo averle benedette. Mentre San Colombano alza la mano destra in segno di croce, avviene il miracolo: le pietanze di carne si trasformano in candide colombe di pane bianco.

Se ci spostiamo a Genova, troviamo la torta pasqualina, con il ripieno di bietole, che a primavera germogliano, e uova, che come vedete ricorrono sempre nelle preparazioni pasquali. Secondo la tradizione i fogli di pasta sfoglia devono essere 33, come gli anni di Gesù.

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Buona Pasqua a tutti!

Posté par atempodiblog le 27 mars 2016

Cristo è risorto! Alleluja!

Resurrezione Giotto

Buona Pasqua a tutti! Che il Signore vi benedica e la Madonna vi custodisca!

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O Croce di Cristo!

Posté par atempodiblog le 26 mars 2016

Preghiera scritta e letta da Papa Francesco al termine della Via Crucis al Colosseo
Tratta da: News.va

Papa Via Crucis

O Croce di Cristo!

O Croce di Cristo, simbolo dell’amore divino e dell’ingiustizia umana, icona del sacrificio supremo per amore e dell’egoismo estremo per stoltezza, strumento di morte e via di risurrezione, segno dell’obbedienza ed emblema del tradimento, patibolo della persecuzione e vessillo della vittoria.

O Croce di Cristo, ancora oggi ti vediamo eretta nelle nostre sorelle e nei nostri fratelli uccisi, bruciati vivi, sgozzati e decapitati con le spade barbariche e con il silenzio vigliacco.

O Croce di Cristo, ancora oggi ti vediamo nei volti dei bambini, delle donne e delle persone, sfiniti e impauriti che fuggono dalle guerre e dalle violenze e spesso non trovano che la morte e tanti Pilati con le mani lavate.

O Croce di Cristo, ancora oggi ti vediamo nei dottori della lettera e non dello spirito, della morte e non della vita, che invece di insegnare la misericordia e la vita, minacciano la punizione e la morte e condannano il giusto.

O Croce di Cristo, ancora oggi ti vediamo nei ministri infedeli che invece di spogliarsi delle proprie vane ambizioni spogliano perfino gli innocenti della propria dignità.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei cuori impietriti di coloro che giudicano comodamente gli altri, cuori pronti a condannarli perfino alla lapidazione, senza mai accorgersi dei propri peccati e colpe.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei fondamentalismi e nel terrorismo dei seguaci di qualche religione che profanano il nome di Dio e lo utilizzano per giustificare le loro inaudite violenze.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi in coloro che vogliono toglierti dai luoghi pubblici ed escluderti dalla vita pubblica, nel nome di qualche paganità laicista o addirittura in nome dell’uguaglianza che tu stesso ci hai insegnato.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei potenti e nei venditori di armi che alimentano la fornace delle guerre con il sangue innocente dei fratelli e danno ai loro figli da mangiare il pane insanguinato.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei traditori che per trenta denari consegnano alla morte chiunque.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei ladroni e nei corrotti che invece di salvaguardare il bene comune e l’etica si vendono nel misero mercato dell’immoralità.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi negli stolti che costruiscono depositi per conservare tesori che periscono, lasciando Lazzaro morire di fame alle loro porte.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei distruttori della nostra “casa comune” che con egoismo rovinano il futuro delle prossime generazioni.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi negli anziani abbandonati dai propri famigliari, nei disabili e nei bambini denutriti e scartati dalla nostra egoista e ipocrita società.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nel nostro Mediterraneo e nel mar Egeo divenuti un insaziabile cimitero, immagine della nostra coscienza insensibile e narcotizzata.

O Croce di Cristo, immagine dell’amore senza fine e via della Risurrezione, ti vediamo ancora oggi nelle persone buone e giuste che fanno il bene senza cercare gli applausi o l’ammirazione degli altri.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei ministri fedeli e umili che illuminano il buio della nostra vita come candele che si consumano gratuitamente per illuminare la vita degli ultimi.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei volti delle suore e dei consacrati – i buoni samaritani – che abbandonano tutto per bendare, nel silenzio evangelico, le ferite delle povertà e dell’ingiustizia.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei misericordiosi che trovano nella misericordia l’espressione massima della giustizia e della fede.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nelle persone semplici che vivono gioiosamente la loro fede nella quotidianità e nell’osservanza filiale dei comandamenti.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei pentiti che sanno, dalla profondità della miseria dei loro peccati, gridare: Signore ricordati di me nel Tuo regno!

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei beati e nei santi che sanno attraversare il buio della notte della fede senza perdere la fiducia in te e senza pretendere di capire il Tuo silenzio misterioso.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nelle famiglie che vivono con fedeltà e fecondità la loro vocazione matrimoniale.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei volontari che soccorrono generosamente i bisognosi e i percossi.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei perseguitati per la loro fede che nella sofferenza continuano a dare testimonianza autentica a Gesù e al Vangelo.

O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei sognatori che vivono con il cuore dei bambini e che lavorano ogni giorno per rendere il mondo un posto migliore, più umano e più giusto.

In te Santa Croce vediamo Dio che ama fino alla fine, e vediamo l’odio che spadroneggia e acceca i cuori e le menti di coloro preferiscono le tenebre alla luce.

O Croce di Cristo, Arca di Noè che salvò l’umanità dal diluvio del peccato, salvaci dal male e dal maligno! O Trono di Davide e sigillo dell’Alleanza divina ed eterna, svegliaci dalle seduzioni della vanità! O grido di amore, suscita in noi il desiderio di Dio, del bene e della luce.

O Croce di Cristo, insegnaci che l’alba del sole è più forte dell’oscurità della notte. O Croce di Cristo, insegnaci che l’apparente vittoria del male si dissipa davanti alla tomba vuota e di fronte alla certezza della Risurrezione e dell’amore di Dio che nulla può sconfiggere od oscurare o indebolire.

Amen!

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Gesù: “Io mi sono ripetuto i vostri nomi”

Posté par atempodiblog le 25 mars 2016

Gesù: “Io mi sono ripetuto i vostri nomi” dans Citazioni, frasi e pensieri ok7a8h

15 febbraio 1944
Dice Gesù a Maria Valtorta:

Ecco perché l’angelo del mio dolore mi ha prospettato la speranza di tutti i salvati per il mio sacrificio come medicina al mio morire.

I vostri nomi! Ognuno m’è stato una stilla di farmaco infuso nelle vene per ridare loro tono e funzione, ognuno m’è stato vita che torna, luce che torna, forza che torna. Nelle inumane torture, per non urlare il mio dolore di Uomo, e per non disperare di Dio e dire che Egli era troppo severo e ingiusto verso la sua Vittima, Io mi sono ripetuto i vostri nomi. Io vi ho visti. Io vi ho benedetti da allora. Da allora vi ho portati nel cuore. E quando è per voi venuta la vostra ora di essere sulla Terra, Io mi sono proteso dai Cieli ad accompagnare la vostra venuta, giubilando al pensiero che un nuovo fiore di amore era nato nel mondo e che avrebbe vissuto per Me.

Oh! miei benedetti! Conforto del Cristo morente! La Madre, il Discepolo, le Donne pietose erano intorno al mio morire, ma voi pure c’eravate. I miei occhi morenti vedevano, insieme al volto straziato della Mamma mia, i vostri visi amorosi, e si sono chiusi così, beati di chiudersi perché vi avevano salvati, o voi che meritate il Sacrificio di un Dio.

Tratto da: L’Evangelo come mi è stato rivelato
Opera di Maria Valtorta.

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Papa: il Triduo pasquale, giorni di misericordia e silenzio

Posté par atempodiblog le 23 mars 2016

Papa: il Triduo pasquale, giorni di misericordia e silenzio
Il Triduo Pasquale “è tutto un grande mistero di amore e di misericordia”. È la definizione che Papa Francesco ha dato, all’udienza generale in Piazza San Pietro, dei “momenti forti” della Passione e morte di Cristo, nei quali da domani si immergerà la Chiesa. Il Papa l’ha invitata a vivere questo periodo liturgico in un atteggiamento di particolare “silenzio” e con fede mariana, che “non dubita” ma “spera”.
di Alessandro De Carolis – Radio Vaticana

Papa: il Triduo pasquale, giorni di misericordia e silenzio dans Fede, morale e teologia 2j4abg3

I tre giorni della misericordia. Queste sono le ore in cui si consumano gli ultimi momenti di Gesù sulla terra. Misericordia, afferma Papa Francesco, che “rende visibile fino a dove può giungere l’amore di Dio”.

Il Triduo Pasquale è memoriale di un dramma d’amore
Francesco parla in una mattina in cui un cielo color metallo riflette i sentimenti di tristezza che sono del Papa stesso e dei 30 mila in Piazza San Pietro, blindata perché anche i fatti di Bruxelles hanno tragicamente ricordato che l’Europa vive sotto minaccia. E allora, la riflessione di Francesco sul Triduo Pasquale – esperienza di morte che prelude a una vita che non finisce – suona come un messaggio di speranza che si riverbera sul mondo oltre i confini della fede:

“Il Mistero che adoriamo in questa Settimana Santa è una grande storia d’amore che non conosce ostacoli. La Passione di Gesù dura fino alla fine del mondo, perché è una storia di condivisione con le sofferenze di tutta l’umanità e una permanente presenza nelle vicende della vita personale di ognuno di noi. Insomma, il Triduo Pasquale è memoriale di un dramma d’amore che ci dona la certezza che non saremo mai abbandonati nelle prove della vita”.

Gesù si dona a noi perché noi possiamo donarci agli altri
I tre giorni della misericordia iniziano il giovedì, il giorno di Dio che si fa cibo nell’Eucaristia e si fa servo ai piedi degli Apostoli. Con un significato ulteriore che il Papa tiene a sottolineare:

“Nel darsi a noi come cibo, Gesù attesta che dobbiamo imparare a spezzare con altri questo nutrimento perché diventi una vera comunione di vita con quanti sono nel bisogno. Lui si dona a noi e ci chiede di rimanere in Lui per fare altrettanto”.

Dio tace per amore
Venerdì Santo è il giorno dell’amore al suo culmine, quello che Sant’Agostino definì, ricorda il Papa, un amore che “va alla fine senza fine” e che, assicura Francesco, “intende abbracciare tutti, nessuno escluso”. Infine, il Sabato Santo, il giorno di Dio nel sepolcro. “Il giorno – sottolinea Francesco – del silenzio di Dio”:

“Dio tace, ma per amore. In questo giorno l’amore – quell’amore silenzioso – diventa attesa della vita nella risurrezione. Pensiamo, il Sabato Santo: ci farà bene pensare al silenzio della Madonna, ‘la credente’, che in silenzio era in attesa della Resurrezione. La Madonna dovrà essere l’icona, per noi, di quel Sabato Santo. Pensare tanto come la Madonna ha vissuto quel Sabato Santo; in attesa. È l’amore che non dubita, ma che spera nella parola del Signore, perché diventi manifesta e splendente il giorno di Pasqua”.

Gesù dice ad ognuno di noi: ‘Se potessi soffrire di più per te, lo farei’
Francesco conclude la catechesi ricordando Giuliana di Norwich, mistica inglese del Medioevo che, pur analfabeta, descrisse le visioni della Passione offrendo di esse, in modo “profondo e intenso”, il senso “dell’amore misericordioso di Cristo. Citando un dialogo in cui la Beata ringrazia Gesù per l’offerta delle sue sofferenze, il Papa ripete la risposta di Cristo alla mistica: “L’aver sofferto la passione per te è per me una gioia, una felicità, un gaudio eterno; e se potessi soffrire di più lo farei”:

“Questo è il nostro Gesù, che a ognuno di noi dice: ‘Se potessi soffrire di più per te, lo farei’. Come sono belle queste parole! Ci permettono di capire davvero l’amore immenso e senza confini che il Signore ha per ognuno di noi”.

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Il Velo di Manoppello

Posté par atempodiblog le 9 février 2016

Indizi della risurrezione di Gesù
Il Velo di Manoppello
È in Abruzzo dal XVII secolo la “Veronica” romana, “vera icona” di Cristo “non fatta da mani d’uomo”. Un’immagine che mostra il volto di una persona reale
di Lorenzo Bianchi – 30 Giorni

San Michele Arcangelo a Manopello
San Michele Arcangelo a Manoppello, chiesa edificata nel 1630 che dal 1638 ospita il Velo del Volto Santo. Negli anni Sessanta del secolo scorso è stata praticamente rifatta; la facciata risale a questo periodo

«Nel tempo di Giulio II, pontefice romano, circa gli anni del Signore 1506, [...] viveva in Manoppello, terra molto civile e ben situata, di tutte le cose necessarie all’umano vivere ricca e opulenta, nell’Abruzzo Citeriore, provincia del regno di Napoli, Giacom’Antonio Leonelli, dottore fisico [...]. Se ne stava un giorno Giacom’Antonio Leonelli in pubblica piazza e quasi sulla porta della chiesa matrice il cui titolo è di San Nicola di Bari, in onesta conversazione con altri suoi pari; nel più bello del discorso vi arrivò un pellegrino da nessuno conosciuto, d’aspetto religioso e molto venerando, il quale, salutato che ebbe una così bella corona di cittadini, disse con termini di creanza e umanità al Dottor Giacom’Antonio Leonelli di dovergli parlare di una cosa segreta e a lui di molto gusto, utile e profitto. Tiratoselo così da parte sin dentro i liminari di essa chiesa di San Nicola, gli diede un fardelletto e, senza svolgerlo, gli disse che si tenesse molto cara quella devozione, perché Dio gli avrebbe fatto molti favori e avrebbe sempre prosperato e nelle cose temporali e quelle spirituali. Preso Giacom’Antonio il fardelletto, appartatosi verso il fonte dell’acqua benedetta, cominciò ad aprirlo. Vista quella Sacratissima Immagine del Volto di Cristo Signore nostro, restò, a prima vista, alquanto spaventato, prorompendo in tenerissime lacrime che poi raffreddò per non apparire così ai suoi amici. Ringraziando Dio di un tanto dono, riavvolse l’immagine come era prima, si rivolse poi allo sconosciuto pellegrino per ringraziarlo e accoglierlo nella sua casa, ma non lo vide più. Spaventato, quasi balbettando, domandò agli amici, i quali affermarono di averlo veduto entrare con lui in chiesa, ma non averlo visto uscire da essa. Pieno di meraviglia, lo fece diligentemente cercare dentro e fuori di Manoppello, ma non fu possibile rintracciarlo, onde tutti giudicarono quell’uomo sotto l’aspetto di pellegrino essere un Angelo del cielo o altro Santo del Paradiso».
Così è raccontato, con tratti a tutta evidenza leggendari, l’arrivo a Manoppello del Velo del Volto Santo nella Relatione historica di padre Donato da Bomba, composta tra il 1640 e il 1646. Da qui in poi quanto detto nella Relatione è storicamente certa: validità storica: nel 1618 Marzia Leonelli, figlia ed erede di Giacom’Antonio, vendette il velo a Donat’Antonio de Fabritiis, che a sua volta nel 1638 lo donò ai Cappuccini insediati a Manoppello. Nel 1646 un atto notarile autentica la donazione. Il Velo, molto danneggiato e sfilacciato, viene ripulito, ritagliato e sistemato in una cornice, come ancora dice la Relatione: «l’istesso padre Clemente, pigliate le forbici, tagliò via tutti quelli stracciarelli d’intorno, e purificando molto bene la Santissima Immagine dalle polveri, tignuole e altre immondizie, la ridusse alla fine come adesso appunto si trova. Il sopraddetto Donat’Antonio, desideroso di godersi quella Santissima Immagine con maggior devozione la fece stendere in un telaio di legno, con cristalli dall’una e dall’altra parte, ornata con certe cornicette e lavori di noce da un nostro frate cappuccino chiamato frate Remigio da Rapino (non fidandosi di altri maestri secolari)».
Cornice e vetri sono gli stessi che tuttora compongono l’ostensorio che contiene il Velo del Volto Santo, esposto all’interno del santuario che lo ospita, poco fuori Manoppello (in provincia di Pescara ma nella diocesi di Chieti).

Un’immagine unica
Le caratteristiche del Velo e dell’immagine che vi appare sopra sono uniche. Il Velo, delle dimensioni di 17,5 per 24 centimetri (ma originariamente più grande, come ci dice la Relatione; quanto fosse più grande però non lo sappiamo), è fabbricato con tessitura finissima (anche se si percepiscono alcune imperfezioni nella trama) con fili di circa un millimetro e un intervallo di spazio tra l’uno e l’altro di circa due millimetri; appare di colore bruno dorato, a seconda della prospettiva di visuale e dell’illuminazione, ed è trasparente. Si è fatta l’ipotesi, per via del colore e della trasparenza, che sia fabbricato con bisso marino, cioè formato dai filamenti lavorati di un mollusco denominato Pinna nobilis. Il bisso marino è un tessuto finissimo dallo splendore simile a quello della seta, alla quale si rassomiglia anche al tatto, risultando di leggerezza quasi impalpabile. L’ipotesi sul tessuto è stata sostenuta nel 2004 da Chiara Vigo, una delle ultime tessitrici di questo materiale, ma attende ancora una definitiva conferma, che potrà essere data, se non dal diretto esame tattile (ora non possibile a causa della sistemazione del velo tra due vetri), da indagini morfologiche e strutturali compiute con strumentazione adeguata.
Sul Velo è impresso un volto dalla fronte alta, con i capelli che cadono fin sulle spalle, con baffi radi e barba bipartita. Gli occhi hanno una posizione particolare: guardano leggermente in alto mostrando il bianco del globo oculare sotto la pupilla. Il volto non è visibile osservando il velo in trasparenza, ma solo ponendolo contro uno sfondo; e, cosa singolare, l’immagine appare specularmente e con la medesima intensità di colore da entrambi i lati da cui lo si può osservare, fronte e retro. Si comporta all’apparenza, insomma, come una pellicola fotografica positiva. Il volto è chiaramente asimmetrico, con un lato maggiormente rigonfio; e si distinguono delle macchie che potrebbero essere interpretate come sangue, in particolare presso la bocca e il naso, che appare come tumefatto. Tali macchie sono bidimensionali e senza riferimenti al rilievo del volto.

Sindone e Velo Manopello
A – il volto della Sindone di Torino;
B – sovrapposizione del volto del Velo di Manoppello sul volto della Sindone;
C – il volto del Velo di Manoppello
(Blandina Paschalis Schlömer)

Ricerche iconografiche e storiche
La tradizione popolare ha per più di quattrocento anni venerato come una reliquia il Volto Santo di Manoppello, attribuendogli il carattere di acheiropoietos(termine greco che vuol dire “non fatto da mano d’uomo”), ma solamente negli ultimi anni del secolo scorso sono state avviate indagini sull’oggetto. E queste indagini hanno dato finora risultati sicuramente ancora molto parziali, ma certo anche sorprendenti, che investono la storia e la natura stessa dell’immagine del Volto Santo.
Negli studi di suor Blandina Paschalis Schlömer, allo stesso tempo pittrice e studiosa di icone, si sostiene lo strettissimo rapporto tra l’immagine del Velo di Manoppello e il volto impresso sulla Sindone (un’immagine, quest’ultima, determinata dalla ossidazione delle più superficiali fibrille del lino di cui il lenzuolo è composto, e di cui le indagini scientifiche svolte nel corso degli ultimi cento anni non sono ancora riuscite, come è noto, a determinare la causa). Un rapporto talmente stretto da permettere la totale compatibilità in sovrapposizione del Volto Santo con il volto della Sindone (e, in aggiunta, una piena compatibilità anche con le macchie di sangue del Sudario di Oviedo), secondo una numerosa serie di punti di contatto. Nello stesso tempo, esistono due fondamentali differenze tra le due immagini: innanzitutto la Sindone presenta gli occhi chiusi e il volto appare più rigido e ossuto, mentre il Volto Santo ha gli occhi aperti e appare più disteso; in secondo luogo, non tutte le ferite che appaiono sulla Sindone appaiono anche sul Volto Santo, e quelle che vi appaiono hanno dimensioni geometriche minori e sembrano comunque più sfumate.
L’osservazione di questa corrispondenza tra le due immagini ha innanzitutto condotto a riconsiderare la storia della trasmissione iconografica del volto di Cristo, in Oriente e in Occidente, oltre che di individuare il percorso del Volto Santo nei secoli precedenti il suo improvviso e misterioso arrivo a Manoppello. Il 31 maggio del 1999, il gesuita professor Heinrich Pfeiffer, uno dei massimi esperti di arte cristiana (insegna Storia dell’arte presso la Pontificia Università Gregoriana a Roma), dopo anni di verifiche comunicò, presso l’Associazione della Stampa estera a Roma, il risultato delle sue ricerche, che cioè era stata ritrovata la Veronica romana, la famosa immagine del volto di Cristo acheiropoietos, nota a Roma tra XII e XVII secolo quando, custodita nella Basilica Vaticana, veniva periodicamente esposta alla venerazione dei fedeli. Immagine che una tradizione attribuiva all’episodio della donna – chiamata appunto Veronica, nome da interpretarsi probabilmente come la corruzione dei termini vera icona, “vera immagine” – che avrebbe asciugato con un panno il volto di Gesù durante la salita al Calvario.

L’icona del Sancta Sanctorum al Laterano, nota dalle fonti antiche come “acheropsita”. Dall’VIII al XII secolo vi era sovrapposto, secondo l’ipotesi di padre Heinrich Pfeiffer, il velo attualmente conservato a Manoppello, noto poi a Roma come la “Veronica” (“vera icona”)
L’icona del Sancta Sanctorum al Laterano, nota dalle fonti antiche come “acheropsita”. Dall’VIII al XII secolo vi era sovrapposto, secondo l’ipotesi di padre Heinrich Pfeiffer, il velo attualmente conservato a Manoppello, noto poi a Roma come la “Veronica” (“vera icona”)

«Il Volto Santo è la Veronica romana»
Sulle ragioni di questa identificazione con la reliquia un tempo più famosa della stessa Sindone, padre Pfeiffer ha già scritto anche su queste pagine (H. Pfeiffer, Ma la “Veronica” è a Manoppello, in 30Giorni, n. 5, maggio 2000, pp. 78-79), sostenendo con argomentazioni più che convincenti che la Veronica – che ci viene descritta dalle fonti medievali come un telo finissimo trasparente con l’immagine visibile da entrambi i lati – venne trafugata in una data imprecisata da Roma all’inizio del XVII secolo (un’altra ipotesi, fatta in base a documentazione d’archivio e considerazioni storiche da Saverio Gaeta retrodaterebbe questo passaggio all’occasione del Sacco di Roma del 1527, lasciando comunque inalterata la sostanza delle cose), comparendo a Manoppello tra 1608 e 1618, in accordo con la documentazione storica locale depurata dai tratti leggendari.
Riassumiamo brevemente alcuni dati fondamentali proposti da Pfeiffer per questa identificazione. Innanzitutto la Veronica che tuttora si conserva in San Pietro in Vaticano non mostra più alcuna immagine: i pochi studiosi del passato che poterono osservarla da vicino, come il De Waal e il Wilpert (ricordiamo che dal XVII secolo il telo presente a Roma non viene più esposto al pubblico), vi videro solo qualche macchia brunastra; anche chi ha potuto recentemente osservarla (ivi compreso il pontefice Giovanni Paolo II) non vi ha trovato traccia di immagine.
In secondo luogo il telo attualmente a Roma non è affatto trasparente, mentre il reliquiario del 1350 che conteneva la Veronica a Roma, tuttora conservato nel tesoro della Basilica Vaticana, costituito da due vetri di cristallo di rocca, era destinato evidentemente a un oggetto che poteva essere esposto da entrambi i lati. Questo reliquiario, di forma quadrata e dalle dimensioni compatibili con il velo di Manoppello, del quale è di poco più grande (ma abbiamo visto che il velo fu ritagliato) fu poi sostituito prima da un altro, alla metà del XVI secolo (ora perduto), e poi da quello attuale: un documento ci testimonia della solenne nuova collocazione della reliquia – cioè, come si ipotizza, del falso che la sostituisce – il 21 marzo 1606 in una nicchia ricavata all’interno del pilone della cupola detto appunto “della Veronica”. Come si legge in un elenco dell’archivista di San Pietro Giacomo Grimaldi datato 1618, il reliquiario del 1350 ha i vetri rotti: e un residuo, interpretato come vetro, si nota tuttora incollato sul bordo inferiore del velo di Manoppello. Similmente a quanto si è già detto a proposito delle indagini sulla natura fisica del tessuto con cui è fabbricato il velo, l’attuale impossibilità di rimuoverlo dall’ostensorio che ora lo contiene non ha ancora potuto fornire la certezza dell’identità materica di questo frammento con quanto resta del reliquario vaticano del 1350.
In terzo luogo la Veronica mostrava un volto con gli occhi aperti, come appare in tutte le sue rappresentazioni anteriori al 1616, mentre una copia fatta in quell’anno mostra un volto con gli occhi chiusi. Paolo V di lì a poco vieterà ulteriori copie della reliquia, sotto la pena della scomunica; Urbano VIII nel 1628 ordinerà infine che tutte le copie esistenti, fatte negli ultimi anni, siano distrutte.

Il volto di una persona reale
Ma padre Pfeiffer giunge ancora più oltre con le sue ricerche, che ci permettono di ritenere con grandissima probabilità che il Volto Santo di Manoppello, cioè la Veronica romana, sia uno dei due prototipi, cioè modelli fondamentali, per l’immagine di Cristo. Il secondo modello è la Sindone di Torino. Egli rimarca in particolare che le guance delle immagini del tipo classico di Cristo sono quasi sempre, come avviene per la Sindone e per il Volto Santo, disuguali: il volto è perciò asimmetrico, contrariamente a quanto accade per tutte le raffigurazioni delle divinità antiche, che presentano invece un volto ideale e simmetrico. Il Cristo classico ha dunque un volto personale e individuale; e di questo volto, per la struttura fortemente asimmetrica il modello è la Sindone, o la Sindone insieme con il Volto Santo (le due reliquie, probabilmente, per un certo periodo dovettero, come pensa Pfeiffer, circolare unite); per gli occhi e tutti gli aspetti più vitali, l’unico modello è costituito dal Volto Santo.
Dunque, concludiamo noi, un volto esistito, concreto, reale; non un modello astratto, magari preso a prestito dalla iconografia del filosofo, come spesso capita di leggere o ascoltare da storici dell’arte, cristianisti e anche teologi. Il volto di un uomo di carne, non di un’idea.
La ricerca iconografica porta infine padre Pfeiffer a sostenere l’identificazione, da molti condivisa, della Sindone di Torino con il Mandylion di Edessa, noto in questa città nel 544 al tempo dell’assedio dei Persiani, traslato a Costantinopoli nel 944, da qui scomparso nel 1204 e poi giunto in Occidente; e l’identificazione del Volto Santo di Manoppello con l’immagine del volto di Cristo trasferita da Kamulia (Cappadocia) a Costantinopoli nel 574, di qui sparita verso il 705, al tempo del secondo periodo di regno dell’imperatore Giustiniano II; questo telo finissimo, trasparente, giunto a Roma fu nascosto (forse attaccato sopra l’icona detta “acheropsita” del Sancta Sanctorum del Laterano), quindi sotto Innocenzo III (1198-1216) staccato e portato in San Pietro, con il nome di Veronica.
È ferma convinzione di padre Pfeiffer che il Volto Santo sia un’immagine acheiropoietos: «Prendendo le mosse dalla perfetta sovrapponibilità del volto della Sindone di Torino con il volto di Manoppello, si è indotti ad ammettere che sia l’immagine sul velo sia quella sulla Sindone si siano formate nello stesso tempo. Vale a dire nei tre giorni che vanno dalla sepoltura di Gesù alla sua resurrezione, all’interno del sepolcro. Il Sudario di Manoppello e la Sindone sono le uniche due vere immagini del volto di Cristo dette “acheropite” cioè non realizzate da mani d’uomo» (H. Pfeiffer in P. Baglioni, Bernini o no, è un capolavoro, in 30Giorni, n. 9, settembre 2004, pp. 67-69).
Esiste qualche indizio fisico che possa fare ritenere che, come l’immagine della Sindone è stata prodotta non artificialmente, così anche sia avvenuto per l’immagine del Volto Santo di Manoppello?

Velo Volto Santo
Il Velo del Volto Santo di Manoppello all’interno del reliquiario che attualmente lo contiene

Indagini scientifiche in corso
Nel 1998-1999 alcune prime indagini di carattere scientifico sul Volto Santo di Manoppello vennero compiute da Donato Vittore, professore nella Facoltà di Medicina dell’Università di Bari. Il Velo fu indagato con uno scanner digitale ad alta risoluzione; il risultato dichiarato da Vittore fu che nell’interspazio tra il filo dell’ordito e il filo della trama non si evidenziavano residui di colore. Questo gli permise di escludere che il Volto Santo fosse il risultato di una pittura a olio, data l’assenza di deposito di colore, e anche di una pittura ad acquerello, risultando i contorni dell’immagine molto netti nell’occhio e nella bocca e non riscontrandosi sbavature nel disegno come sarebbe avvenuto se il tessuto fosse stato intriso dalla pittura. Di queste indagini si attende ancora una pubblicazione sistematica, ma l’autore le ha illustrate, presentando diverse immagini di dettaglio, in vari convegni, l’ultimo dei quali a Lecce nel marzo 2007.
Stando così le cose, se si rivelasse confermata l’ipotesi, fatta nel 2004, che il tessuto sia composto di bisso marino, fibra liscia e impermeabile, occorrerebbe anche considerare che un simile tessuto è di fatto tecnicamente non pitturabile, poiché il colore tenderebbe a scivolare formando delle croste, che invece sulla tela non appaiono; mentre modifiche del colore potrebbero ottenersi su un simile tessuto per decolorazione (ma certo non con risultati di precisione di disegno simile a quella che si riscontra sul Velo di Manoppello).
Altre indagini in microscopia e spettroscopia sono state poi compiute da Giulio Fanti, professore di Ingegneria meccanica e termica presso l’Università di Padova. L’analisi in luce ultravioletta con la lampada di Wood ha confermato una prova che già era stata svolta nel 1971: né il tessuto né l’immagine del Volto mostrano una fluorescenza apprezzabile, come sarebbe da attendersi in presenza di sostanze di amalgama dei colori, mentre una spiccata fluorescenza appare dove sono evidenti segni di restauro, in corrispondenza degli angoli superiori destro e sinistro. Purtuttavia tracce di sostanze (pigmenti?) sembrano presenti anche su altre parti del Velo. L’analisi in luce infrarossa ha però mostrato anche l’assenza di una bozza preventiva sottostante l’immagine, e l’assenza di correzioni. Una restituzione in 3-D delle immagini acquisite ha mostrato ulteriori punti di corrispondenza tra l’immagine del Velo e quella della Sindone; si è notato infine che, al contrario dell’apparenza, le due immagini (anteriore e posteriore) del Velo non sono perfettamente speculari: ci sono singolari e difficilmente spiegabili differenze in alcuni particolari, tra fronte e retro, dal segno talmente sottile che l’idea che si possa in questo caso parlare di pittura è tecnicamente davvero problematica.
Altre indagini scientifiche sono tuttavia ancora in corso; si attende che possano fornire dati ulteriori in ordine a tre problemi fondamentali: il primo, la precisazione del rapporto di relazione del Velo con la Sindone; il secondo, la modalità di formazione dell’immagine sul Velo; il terzo, se siano due i momenti di questa formazione, uno riferito alle macchie di sangue (se si riveleranno davvero tali), l’altro al volto: la bidimensionalità delle supposte macchie ematiche, svincolate da un riferimento ai tratti a rilievo del volto, postulerebbe infatti due diversi momenti di impressione, esattamente come le indagini hanno dimostrato essere accaduto per la Sindone.
Rileggiamo il Vangelo di Giovanni: potrebbe essere proprio questo velo, “il sudario”, che Pietro e Giovanni videro nel sepolcro, «che gli era stato posto sul capo», e che apparve ai due Apostoli, «non disteso con i teli [cioè con la Sindone], ma, al contrario, avvolto in una posizione unica» (Gv20, 7). Rimasto, cioè, in posizione rilevata nel posto in cui era stato messo, sopra la Sindone e a contatto con essa, coprendo la zona del capo e del volto di Gesù. E Giovanni, «vide e credette» (Gv20, 8).

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Tempo di Pasqua, tempo di Misericordia

Posté par atempodiblog le 8 avril 2015

Gesù a santa Faustina:

«Voglio che l’immagine, che dipingerai con il pennello, venga solennemente benedetta nella prima domenica dopo Pasqua; questa domenica deve essere la festa della Misericordia. Desidero che i sacerdoti annuncino la Mia grande Misericordia per le anime dei peccatori. Il peccatore non deve aver paura di avvicinarsi a Me. Le fiamme della Misericordia Mi divorano; voglio riversarle sulle anime degli uomini».

Domenica 12 Aprile: Festività della Divina Misericordia

La domenica dopo Pasqua si celebra la festa della Divina Misericordia istituita da Giovanni Paolo II. Nell’omelia i sacerdoti devono parlare dell’infinita misericordia che zampilla dal Cuore divino del Salvatore. I fedeli possono ottenere l’indulgenza plenaria alle solite condizioni.

Tratto da: Radio Maria

Tempo di Pasqua, tempo di Misericordia dans Fede, morale e teologia z282t

Insieme di don Antonio Rizzolo
Tempo di Pasqua, tempo di Misericordia
Tratto da: Credere

Cari amici lettori, la seconda domenica di Pasqua è detta anche della Divina Misericordia. Così ha voluto Giovanni Paolo II, a partire dall’anno 2000. Ed è proprio questa l’occasione scelta da papa Francesco per indire ufficialmente l’Anno santo della Misericordia.

In questa cerimonia, che si svolge sabato 11 aprile, viene resa pubblica la bolla d’indizione, di cui si leggono alcuni brani davanti alla Porta santa della basilica di San Pietro. Seguono i Primi Vespri della festa della Divina Misericordia, presieduti dal Papa.

Nella bolla d’indizione di un Giubileo sono indicati i tempi, le date di apertura e di chiusura e le principali modalità di svolgimento del grande evento. Soprattutto, però, il Papa spiega lo spirito con cui ha indetto l’Anno santo, le intenzioni e i frutti da lui sperati. Il tema della misericordia di Dio sta molto a cuore a Francesco, è il centro del suo pontificato. Ma è anche il messaggio fondamentale del tempo di Pasqua che, come ogni anno, stiamo vivendo dopo il Triduo della passione, morte e risurrezione del Signore. Che cos’è infatti la Pasqua? La parola significa passaggio e ricorda, appunto, il passaggio di Cristo dalla morte alla vita. Egli, Figlio eterno del Padre ma anche uomo come noi, è il primo ad aver superato l’abisso della morte.

Ha così aperto anche per noi la via verso la vita eterna. La Pasqua di Cristo diventa così la nostra: un passaggio dalla morte alla vita che avverrà sì nell’ultimo giorno, nella risurrezione finale, ma inizia fin d’ora con il nostro passaggio dal peccato alla vita nuova in Cristo, dall’egoismo all’amore, dalla vendetta alla misericordia. Nella sua Pasqua Gesù ci rivela il vero volto di Dio: un Padre misericordioso che sempre perdona, che ci ha amato a tal punto da consegnare suo Figlio alla morte di croce per salvarci. Cristo ci ha amato fino alla fine (cfr Giovanni 13,1), fino a dare la vita. Essere cristiani non è seguire una morale o una filosofia, ma fare esperienza di questo amore, lasciarci commuovere e trasformare da un Dio che ci ama così follemente da lavare i nostri piedi, da farsi servo, da morire per noi.

È la grande scoperta di san Paolo: «Vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Galati 2,20). Essere cristiani vuol dire lasciarci amare da Dio, riconoscerci peccatori e accogliere il suo perdono, diventare misericordiosi come lui è misericordioso (cfr Luca 6,26). È il passaggio, la Pasqua, che siamo chiamati a fare nella nostra vita, giorno per giorno. Cari amici, viviamo così questo tempo pasquale. Buona festa della Misericordia a tutti.

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Buona Pasqua

Posté par atempodiblog le 5 avril 2015

“Chi ci potrà mai parlare dell’amore all’uomo proprio di Cristo, traboccante di pace? Grazie ad esso noi impariamo a non essere più in guerra con noi stessi, né fra di noi, né con gli angeli, ma a realizzare con essi le cose divine secondo la nostra possibilità, secondo la provvidenza di Gesù che opera tutto in tutti e che produce una pace ineffabile e predeterminata fin dall’eternità e che ci riconcilia a Lui nello Spirito e attraverso di Lui e in Lui al Padre”.

Dionigi l’Areopagita

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Raffaello Sanzio, “Cristo benedicente”, 1506 circa, Brescia, Pinacoteca Tosio Martinengo

«“Pace a voi!” (Gv 20,19.20). Questo è il primo saluto del Risorto ai discepoli; saluto che quest’oggi ripete al mondo intero. O buona novella tanto attesa e desiderata! O annuncio consolante per chi è oppresso sotto il peso del peccato e delle sue molteplici strutture! Per tutti, specialmente per i piccoli e i poveri, proclamiamo oggi la speranza della pace, della pace vera, fondata sui solidi pilastri dell’amore e della giustizia, della verità e della libertà».

Giovanni Paolo II

Buona Pasqua a tutti!

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Solo la Madonna attendeva la Risurrezione

Posté par atempodiblog le 4 avril 2015

Solo la Madonna attendeva la Risurrezione dans Fede, morale e teologia dzjzbo

“Quando Giuseppe e Nicodemo ebbero degnamente compiuto il servizio della sepoltura lasciarono il sepolcro, tanto loro quanto gli altri che erano con loro. Ma la santa ed immacolata Madre del Signore rimase là, sola; guardava attentamente con gli occhi vigili dell’anima e del corpo; prostrandosi in ginocchio pregava senza posa ed interruzione; lo chiamava attendendo che sorgesse la dolce luce della Risurrezione”.

San Massimo il Confessore

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