Dies Irae

Posté par atempodiblog le 13 mars 2016

Dies Irae
di don Luigi Giussani - Scuola di Comunità, Comunione e Liberazione
Fonte: Tracce

L'accusatrice dei fratelli

La presentazione di don Giussani del film di C.T. Dreyer, pubblicata nel 1996 nel libro Le mie letture della collana Bur “I libri dello spirito cristiano”

La drammaticità che introduce nella vita il senso religioso, così come la vediamo documentata in Dio ha bisogno degli uomini diventa tragedia per l’uomo pensoso, capace di riflettere su di sé veramente: questo è il messaggio amaro, tremendo, grandioso di questo film (Dies Irae; ndr).

Potenza artistica di dizione, di comunicazione di questo film. Un film che comincia come silenzio, le prime battute colme di silenzio segnano il tono dominante di tutto il film. Tutte le parole del film si potrebbero riassumere in tre o quattro pagine di quaderno. Eppure non c’è film che più di questo parli con bordate potenti al cuore.


Le prime sequenze colme di silenzio sono rotte da una frase della strega: «Grande è la potenza del male»: è il titolo reale del film. Grande è la potenza del male che si insinua nella illusione cui è proclive il cuore del singolo, che penetra dentro il tenore normale della folla immediatamente pronta alla violenza contro ciò che non corrisponde alla propria immagine ideale: la strega, appunto. Ma che si insinua e domina anche nel cuore della grande figura del pastore protestante: il protagonista del film, il detentore, il proclamatore e l’amatore della legge. Del resto, tutto questo non gli ha impedito di scegliersi come sposa, già anziano, una giovanissima ragazza; non ha tenuto in considerazione il capestro che le metteva, il destino soffocante cui la costringeva e il prezzo di questa scelta, vale a dire l’eccezione alla regola.

Infatti, avrebbe dovuto condannare, secondo le sue regole, la madre di questa ragazza che era una strega, ma non la condanna contravvenendo alla sua coscienza. Grande è la potenza del male, che perturba dapprima e corrompe la freschezza giovanile della giovane moglie, che investe la volontà e i sensi del figlio del pastore. Anche la moglie dimostrerà di possedere lo spirito malefico della strega sua madre. La giovane moglie del pastore, piena di vitalità, angustiata e imprigionata da quel rapporto, cercherà di liberarsi con il figlio. Però è nel sangue il male, ha ereditato dalla madre il potere magico della stregoneria.

La donna che si vede al principio è un’amica della madre, e al contrario di quella sarà condannata al rogo, e dice al pastore: «La mia amica non l’avete condannata; come hai fatto eccezione per lei, così falla per me».

Grande è la potenza del male: e infatti il desiderio della giovane moglie, carico di questo potere strano, farà morire il pastore.

Che cosa può un uomo di fronte a questa potenza del male? Ecco, allora, il vero significato del film: la drammaticità del senso religioso diventa tragedia nell’uomo pensoso. Il soggetto di questo messaggio, il personaggio che mostra questa tragedia è l’incarnazione del protestantesimo: l’interpretazione più profonda che la coscienza umana abbia dato del senso religioso è senza dubbio l’interpretazione protestante.

Contro il male l’uomo non può fare nulla. Può irarsi fino a reagire con violenza (bruciare la strega), ma non può niente. E l’umiliazione che porta nel cuore per tutta la vita il pastore protestante, in fondo consapevole dell’errore cui ha aderito e cui aderisce, nonostante le parole e il suo ruolo pieno di dignità, di guida del popolo, è una dimostrazione di questa impossibilità dell’uomo a resistere al male. È una documentazione di quello che la tradizione della Chiesa chiama «peccato originale», questa sorgente amara e ambigua che sta alla radice di ogni nostra azione, alla radice di ogni vita.

Però Cristo è venuto per questo male, Dio è venuto a liberarci da questo male. Come? Secondo la visione protestante, ponendo la speranza nell’aldilà, in una realtà senza connessione con il presente, senza rapporto con il presente, come incombenza astratta, come nuvole sulle cose umane. Ecco, questo è l’unico sollievo che può venire all’uomo pensoso che scopre in sé la tragedia del male: la speranza nell’aldilà, nell’aldilà dove c’è la misericordia.

La strega, poco prima di essere condannata al rogo, si rivolge al pastore e dice: «Liberami, come hai liberato la madre di tua moglie!». E il pastore le ripete: «Coraggio, tra poco sarai libera», cioè dopo il fuoco, nell’aldilà. «Ma è nell’aldiqua che io voglio vivere!» dice la strega, giustamente, umanamente. Ma non ottiene risposta.

Il culmine del film è l’ultima sequenza, quando, dopo la morte improvvisa del pastore, sua madre, l’arcigna custode del giusto, accusa, durante il funerale, davanti al popolo, come causa della morte del figlio, la nuora. L’accusa di essere una strega come sua madre. E la parola conclusiva, l’ultima del film, è l’espressione del viso della giovane moglie del pastore che, con gli occhi pieni di lacrime, dice: «I miei occhi sono pieni di lacrime e nessuno me le asciuga».

Così è spiegata la contraddizione con l’episodio del film in cui lei piange nel vedere la morte della strega sul rogo e il figlio del pastore accorre da lei e, vedendola tra le lacrime, le dice: «Io te le asciugo». La sostanza della vita non è così: quella è solo una breve compagnia illusoria. Il senso della vita come emerge in questo film è più esatto nell’ultima espressione: «I miei occhi sono pieni di lacrime e nessuno me le asciuga».

Un cristianesimo, dunque, che incombe sulla vita moralisticamente, perché indica solo l’aldilà. Si ha così una proclamazione della legge che fa venire a galla più chiaro, potente, il senso del peccato, la coscienza del male che è in noi, il senso dell’ambiguità, dell’impostura, della menzogna che è in noi. Perché senza legge, come dice anche san Paolo, l’uomo si accorgerebbe di meno di questa impostura che è in lui. Un cristianesimo così incombe su questo mondo, grava soltanto come comunicazione di leggi morali, che esaltano il senso del male, ma per cui non c’è nessun rimedio.

Il rimedio sta in un aldilà che alla nostra vita quotidiana, alla nostra aspirazione e al nostro dolore quotidiano non ha nulla da dire. È solo una proposta di fuga. Tu, strega che stai per essere bruciata, pensa all’aldilà.

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Per essere amico di un altro…

Posté par atempodiblog le 23 décembre 2015

Amicizia

“E non è necessario, per essere amico di un altro,
che lui scopra che quello che dici tu è vero e venga con te.
Non è necessario, vado io con lui,
per quel tanto di limatura di vero che ha”.

don Luigi Giussani
Tratto da: Lo Straniero Fb

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Don Giussani: Il Pioppo di Rebora, simbolo del mistero

Posté par atempodiblog le 29 juin 2015

Una volta stavo riflettendo sulla SS. Trinità, sull’Essenza di Dio. Volevo assolutamente approfondire e conoscere chi è questo Dio… In un istante il mio spirito venne come rapito in un altro mondo. Vidi un bagliore inaccessibile e in esso come tre sorgenti di luce, che non riuscii a comprendere. E da quella luce uscivano parole sotto forma di fulmini, che si aggiravano attorno al cielo ed alla terra. Non comprendendo nulla di questo, mi rattristai molto.
Improvvisamente dal mare di luce inaccessibile usci il nostro amato Salvatore, di una bellezza inconcepibile, con le Piaghe sfavillanti: E da quella luce si udì questa voce: «Qual è Dio nella Sua essenza, nessuno potrà sviscerarlo, né la mente angelica, né umana». Gesù mi disse: «Procura di conoacere Dio attraverso la meditazione dei Suoi attributi». Un momento dopo Gesù tracciò con la mano il segno della croce e scomparve.

Santa Faustina Kowalska

Don Giussani: Il Pioppo di Rebora, simbolo del mistero dans Citazioni, frasi e pensieri v475vk

“Se dunque l’umana situazione porta ad intuire l’esistenza del divino, l’uomo non può però dire che cosa Egli sia in se stesso. Perciò non possiamo che usare termini negativi per Lui (Infinito, Immenso, Ineffabile, Incomprensibile, ecc.) o termini totalitari, che anch’essi in fondo, negano condizioni di essere a noi note (Onnipotente, Onnisciente, Onnipresente).  Ed anche gli attributi postivi che diamo a Lui (bontà, giustizia, bellezza, fedeltà, potenza, ecc.) non sono tanto definizioni, quanto introduzioni, dal nostro limitato e vario punto di vista, alla ricchezza di quell’Essere per noi inconcepibile”.

“Una bella poesia di Clemente Rebora intitolata Il Pioppo crea un simbolo pieno di evidenza del rapporto tra la realtà sperimentabile e la sua nascosta e ultima ragione.

‘Vibra nel vento con tutte le sue foglie / il pioppo severo; / spasima l’aria in tutte le sue doglie / nell’ansia del pensiero: / dal tronco in rami per fronde si esprime/ tutte al ciel tese con raccolte cime: / fermo rimane il tronco del mistero, / e il tronco s’inabissa ov’è più vero’.

La ‘pianta’ del mondo, il ‘tronco’ della realtà affonda le sue radici (cioè trae la sua ragione d’essere) ad un livello per noi inafferrabile, dentro un abisso a noi insondabile: è il livello del divino, del mistero”.

“Il significato della poesia confluisce nella affermazione di Gabriel Marcel: «Il mistero [...] è chiarificatore».
Il mistero non è un limite alla ragione, ma è la scoperta più grande cui può arrivare la ragione: l’esistenza di qualcosa incommensurabile con se stessa”.

Don Luigi Giussani

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La carezza della misericordia

Posté par atempodiblog le 8 mars 2015

La carezza della misericordia
Francesco a Cl: carisma è fuoco vivo di Dio non un’etichetta
Tenete vivo il fuoco del vostro incontro con la misericordia di Gesù e non pensate al carisma che condividete come a “un museo dei ricordi”. Sono due delle indicazioni che Papa Francesco ha dato ai membri di Comunione e Liberazione, incontrati in massa in Piazza San Pietro, a 60 anni dall’inizio del Movimento fondato da don Luigi Giussani.
di Alessandro De Carolis – Radio Vaticana

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Un fuoco scoppiettante e non uno strato di nobile cenere, da conservare con cura. Papa Francesco usa questa e un’altra mezza dozzina di immagini per spiegare che un carisma – in quanto dono di Dio – è e sarà sempre un dono che produce vita, anche a distanza di anni, e mai un polveroso monumento alla memoria, sbiadito e inerte.

Una Persona, non un’idea
Il carisma in questione è quello che condividono le almeno 80 mila persone, aderenti al Movimento Comunione e Liberazione, che riempiono Piazza San Pietro e danno calore a una mattina che della primavera ha ancora solo la luce. Francesco fa un lungo giro in papamobile tra la Piazza e Via della Conciliazione prima di mettersi in piedi davanti alla folla e confidare subito il “bene” che don Giussani ha fatto alla sua persona e al suo sacerdozio. In particolare, per quel suo insistere sull’esperienza dell’“incontro”, “non con un’idea, ma con una Persona”, con la “carezza della misericordia di Gesù”:

“La morale cristiana non è lo sforzo titanico, volontaristico, di chi decide di essere coerente e ci riesce, una sorta di sfida solitaria di fronte al mondo. No. Questa non è la morale cristiana, è un’altra cosa questa. La morale cristiana è risposta, è la risposta commossa di fronte a una misericordia sorprendente, imprevedibile, addirittura ‘ingiusta’ secondo i criteri umani, di Uno che mi conosce, conosce i miei tradimenti e mi vuole bene lo stesso, mi stima, mi abbraccia, mi chiama di nuovo, spera in me, attende da me”.

“Essere decentrati”
Francesco batte a lungo sull’essenza di un carisma che 60 anni fa accese in don Giussani “l’urgenza” di “ritornare agli aspetti elementari del cristianesimo”, creando così un corpo ecclesiale innervato dal Vangelo:

“Dopo sessant’anni, il carisma originario non ha perso la sua freschezza e vitalità. Però, ricordate che il centro non è il carisma, il centro è uno solo, è Gesù: Gesù Cristo! Quando metto al centro il mio metodo spirituale, il mio cammino spirituale, il mio modo di attuarlo, io esco di strada. Tutta la spiritualità, tutti i carismi nella Chiesa devono essere ‘decentrati’: al centro c’è solo il Signore!”.

Né guide da museo né adoratori di ceneri
E poi, osserva il Papa, “il carisma non si conserva in una bottiglia di acqua distillata” e fedeltà al carisma “non vuol dire ‘pietrificarlo’”, giacché – ribadisce – è solo “il diavolo quello che ‘pietrifica’”:

“Il riferimento all’eredità che vi ha lasciato Don Giussani non può ridursi a un museo di ricordi, di decisioni prese, di norme di condotta. Comporta certamente fedeltà alla tradizione ma fedeltà alla tradizione – diceva Mahler – ‘significa tenere vivo il fuoco,  e non adorare le ceneri’. Don Giussani non vi perdonerebbe mai che perdeste la libertà e vi trasformaste in guide da museo o adoratori di ceneri. Tenete vivo il fuoco della memoria di quel primo incontro e siate liberi!”.

Sinceri e “in uscita”
E da questa libertà, conclude Francesco, nascono “braccia, mani, piedi”, mente e cuori a servizio “di una Chiesa ‘in uscita’”:

“‘Uscire’ significa anche respingere l’autoreferenzialità, in tutte le sue forme, significa saper ascoltare chi non è come noi, imparando da tutti, con umiltà sincera. Quando siamo schiavi dell’autoreferenzialità finiamo per coltivare una ‘spiritualità di etichetta’: ‘Io sono CL’ questa è l’etichetta; e poi cadiamo nelle mille trappole che ci offre il compiacimento autoreferenziale, quel guardarci allo specchio che ci porta a disorientarci e a trasformarci in meri impresari di una Ong”.

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L’Epifania è la festa missionaria per eccellenza

Posté par atempodiblog le 6 janvier 2015

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Perché ai Magi è apparso? Non per nulla l’Epifania è sempre stata nella storia della Chiesa la festa missionaria per eccellenza; e non per nulla il Natale era identificato con l’Epifania, cioè il primo manifestarsi del Dio nato tra noi, del Dio-uomo al mondo.

La vita di Cristo non era sua, era per la missione. La vita di Maria non fu sua, ma per la missione. Quella vita dei pastori che, prima di vederlo, di ricevere l’annuncio, era loro, non fu più loro, ma era missione; anche se rimasero a casa loro con le loro mogli, con i loro figli e con il loro gregge. Il loro messaggio nel loro entourage, il messaggio nel paese dove erano, il messaggio che riferivano, che narravano a se stessi e agli altri, qual era? Quella vita, che per i Magi fu loro fino a quel momento, non divenne più loro Proviamo a immedesimarci con tutta la gente attorno a Maria, con tutta la gente attorno ai Magi, con tutta la gente attorno ai pastori. Come li giudicavano? Impazziti. Come li giudicavano? Strambi. Li sentivano d’un altro mondo, un mondo dissolto, un mondo fantasioso, vano.

Così la nostra vita non è più nostra, ma la nostra vita è missione, è il comunicare ciò che ci è accaduto. Comunicare ciò che ci è accaduto, rendere perciò comunione la nostra presenza, rendere comunione le presenze in cui ci imbattiamo, rinnovare il miracolo della sua Presenza, rinnovare il suo avvenimento, rinnovare con gli altri l’avvenimento che Egli ha realizzato con noi: con gli altri e con le cose, con tutto.

È questa vigilanza missionaria che rende la nostra vita strategia di Dio, che identifica la nostra vita con la strategia di Dio, col disegno di Dio. La nostra persona si identifica con la sua Presenza, certezza e pienezza, tenerezza, allegria, allegrezza e gioia: perché questo è il Natale.

don Luigi Giussani - “La familiarità con Cristo”, Ed. San Paolo

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Il rispetto totale di don Giussani per la libertà della persona

Posté par atempodiblog le 26 décembre 2014

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“Il rispetto totale di don Giussani per la libertà della persona. Era un aspetto che forse si poteva misconoscere a causa della decisione dei suoi modi; ma risaltava splendidamente nel rapporto spirituale, nel colloquio personale per il discernimento della vocazione”.

A tale proposito la badessa di Valserena (madre Monica della Volpe) ricorda: “non era persuaso della mia prima scelta (vita religiosa attiva), ma esitava a palesarmelo. Mi faceva altre proposte, ma, quando io aderivo prontamente in spirito di obbedienza, era poi così preoccupato di aver in questo modo forzato la mia libertà che non aveva più pace, e continuava a interrogarmi per verificare. Quando infine ho deciso per ciò che lui non aveva mai pensato, vedendomi ferma e sostenuta dalla grazia, il suo consenso è stato immediato e senza ritorni. Colpiva, assieme al rispetto totale per la libertà, il suo coinvolgimento affettivo profondo, quasi più profondo del nostro, come di uno che ti ama più di quanto tu ami te stessa”.

Tratto da: Vita di don Giussani, di Alberto Savorana. Ed. Rizzoli

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2e2mot5 dans Diego Manetti Vocazione: delicatezza e rispetto della libertà personale (di Giovanni Paolo II)

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Natale: il mistero della tenerezza di Dio

Posté par atempodiblog le 25 décembre 2014

Natale: il mistero della tenerezza di Dio
di don Luigi Giussani
Fonte: Tracce.it

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[...] il Natale è il mistero della tenerezza, della tenerezza di Dio a me. Tenerezza che non è compiacimento nel sentimento che proviamo di Dio o di Cristo, perché il compiacimento nel sentimento che provo è ancora quello che ho detto in principio, vale a dire il compiacimento di quello che facciamo noi. Tenerezza non è compiacimento nel sentimento che proviamo, ma l’abbandonarsi, il sentirsi presi dall’amore che ci ha presi, da Colui che ci ha presi, il sentirsi presi da questa Presenza, il sentirsi presi da ciò che ci è accaduto, la presenza di ciò che è accaduto.

È come quando il bambino sgrana gli occhi ed è tutto pieno di ciò che vede e non ha spazio da dare al sentimento che prova, o alla coscienza di un sentimento che prova; di fronte a ciò che vede, è tutto pieno di ciò che vede. «Se diligit homo tantum propter Deum»11, l’uomo ama se stesso solo per questo che ha davanti, in Cristo, in questo che ha davanti, in questo avvenimento.

Ma ciò su cui voglio che fermiate l’attenzione è proprio la parola “tenerezza”, perché questa immedesimazione, questo immedesimarsi di Dio, del Verbo, del Mistero con la nostra carne, questo immedesimarsi di questo Verbo incarnato, di questa carne divina, di questo Uomo con noi, con me, è tenerezza un milione di volte più grande, più acuta, più penetrante dell’abbraccio di un uomo alla sua donna, di un fratello al fratello.

Queste cose non si comprendono ragionando, ma guardando le parole che indicano sinteticamente l’esperienza cui si vuole accennare; ed è necessario, allora, dire più di una parola. Bisogna guardare questa parola – tenerezza – all’interno della coscienza di questa identità tra me e Te, di Te con me, meglio, all’interno della coscienza di questo avvenimento che si è insediato in me, di questo «Tu che sei me».

Anche qui, l’istinto religioso, aizzato dai termini cristiani in cui era nato, fa sentire a Dostoevskij molte cose giuste. Ne I fratelli Karamazov fa parlare così il giovane monaco: «Nella sua ardente preghiera Alësa non chiedeva a Dio di chiarirgli il suo turbamento [perché era in un momento di tentazione], ma bramava unicamente la gioiosa tenerezza, la tenerezza di sempre che non mancava di visitargli l’anima dopo la lode e l’esaltazione di Dio, nelle quali consisteva di solito tutta la sua preghiera alla vigilia di dormire. Questa gioia, che soleva così visitarlo, si conduceva dietro perfino un sonno lieve e tranquillo».

[...]

Ci sono due corollari di questa conseguenza della certezza che è la tenerezza. “Tenerezza”: l’essere voluto, l’essere stato guardato e scelto, il sentirsi dire come Zaccheo: «Vengo a casa tua»,14 il sentirsi dire come il buon ladrone: «Sarai sempre con me»15, «e poi te ha guardato…».

Il primo corollario è l’inclusività di questa tenerezza. Questa tenerezza, cioè, ha il suo vertice, il suo ideale di purità, non nell’escludere persone e cose, ma nell’includere persone e cose. Nel suo La teologia mistica di San Bernardo, commentata da Hayen, Gilson sintetizza così il pensiero di san Bernardo a questo proposito: «Non la aridità [cioè il tagliar via] e il languore purifica l’amore, ma l’ardore» e Hayen commenta: «… ma questa purezza è essenzialmente inclusiva (…); l’amore di Dio non è perfetto se non includendo tutto ciò che lo stesso amore creatore del Padre onnipotente include»16. Quello che purifica la tenerezza, quello che purifica l’amore a Cristo non è l’aridità o il languore, ma è l’ardore che include, che tende ad includere tutto ciò che il Padre ha creato e secondo come il Padre l’ha creato.

[...]

Il secondo corollario della tenerezza è che il peccato, il nostro peccato non diventa più determinante, non ci tiene più schiavi.

Vi voglio leggere altri due brani di Dostoevskij. Tenete presente l’osservazione circa il debordamento, come il latte che bolle e che va fuori. Sono brani preziosissimi, se sono letti dentro l’occhio netto e chiaro e sicuro dell’esperienza cristiana, dell’esperienza cattolica, della nostra esperienza. Però, come è grande Iddio che ci fa capire noi stessi proprio dalla scoperta degli altri! «Amatevi gli uni gli altri [è il discorso che sta facendo ai monaci lo starets Zosima], padri, amate le creature di Dio. Noi non siamo più santi dei secolari per il fatto di essere venuti qui a rinchiuderci tra queste mura, ma, anzi, ognuno che è venuto qui, per il fatto stesso che ci è venuto, ha riconosciuto di essere peggiore di tutti i secolari e di chicchessia sulla terra, e quanto più a lungo poi vivrà il religioso fra le sue mura, tanto più caldamente dovrà riconoscere questo, giacché, in caso contrario, non ci sarebbe neppure ragione che egli fosse venuto qui. Quando invece riconoscerà non solo di essere peggiore di tutti i secolari, ma di essere di fronte a tutti gli uomini colpevole per tutti e per ciascuno di tutti i peccati umani collettivi e individuali, allora soltanto lo scopo di questa nostra vita sarà raggiunto [Cristo in croce: “Egli che non aveva commesso peccato, il Padre lo ha fatto peccato”18, dice san Paolo]. Sappiate infatti, o diletti, che ogni cenobita come noi risponde senza meno delle colpe di tutti e di ciascuno sulla terra, non solo della generica colpa del secolo, ma ognuno personalmente per tutti gli uomini e per ciascun uomo vivente sulla terra. Questa consapevolezza è la corona della vita religiosa, come del resto di qualunque uomo sulla terra perché i religiosi non sono già uomini diversi dagli altri, ma tali semplicemente quali tutti gli uomini della terra dovrebbero essere. Soltanto allora il nostro cuore saprà dilatarsi di un amore infinito, universale e insaziabile. Allora ciascuno di noi avrà la forza di conquistare il mondo intero con l’amore e mediante le proprie lagrime lavare i peccati del mondo»19. Questo è perfetto da qualunque punto di vista (ricordate Emmanuel Mounier che parla di sua figlia ammalata). E non è finzione quando dice che «siamo venuti qui perché ci siamo riconosciuti i peggiori tra gli uomini»!

Secondo brano. «Perché si dovrebbe aver pietà di me? dici tu. Perché? È vero, non ce n’è motivo di avere pietà di me, bisogna crocifiggermi, non già compiangermi. Ebbene, mettimi in croce, giudicami, ma nel mettermi in croce abbi pietà di me. E allora io andrò incontro al mio supplizio volontieri, perché io non ho sete di gioia, ma di dolore e di pianto… Ma colui che ebbe pietà di me, ma colui che ebbe pietà di tutti gli uomini, colui che comprese tutto avrà certamente pietà di noi. È l’unico giudice che esista. Egli verrà nell’ultimo giorno e domanderà: “Dov’è la figliola che si è sacrificata per una matrigna astiosa e tisica e per dei bambini che non sono i suoi fratelli? Dov’è la figliola che ebbe pietà del suo padre terrestre e non respinse con orrore quell’ignobile beone?”. Ed Egli dirà: “Vieni, ti ho già perdonato una volta, e ancora ti perdono tutti i tuoi peccati, perché hai molto amato”. Così Egli perdonerà alla sua Sonia, le perdonerà, io lo so, poc’anzi l’ho sentito qui nel cuore, mentre ero da lei. Tutti saranno giudicati da Lui ed Egli perdonerà a tutti, ai buoni e ai malvagi, ai savi e ai miti. E quando avrà finito di perdonare agli altri perdonerà anche a noi. “Avvicinatevi voi pure”, ci dirà, “Venite, ubriaconi; venite, viziosi; venite, lussuriosi” e noi ci avvicineremo a Lui, tutti, senza timore, e ci dirà ancora: “Siete porci; siete uguali alle bestie, ma venite lo stesso”. E i saggi, gli intelligenti, diranno: “Signore, perché accogli costoro?”. Ed Egli risponderà: “Li accolgo, o savi, io li accolgo, o intelligenti, perché nessuno di loro si credette degno di questo favore”, e ci tenderà le braccia e noi ci precipiteremo sul suo seno e piangeremo dirottamente e capiremo tutto. Allora tutto sarà compreso da tutti e anche Katerina Ivanovna comprenderà, anche lei. O Signore, venga il tuo regno”». [...]

wr111l dans Papa Francesco I

Per leggere tutto, cliccare qui 2e2mot5 dans Diego Manetti Natale: il mistero della tenerezza di Dio

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Dire “io” con dignità

Posté par atempodiblog le 6 octobre 2014

Dire “io” con dignità dans Citazioni, frasi e pensieri 2nv9c9z

C’era davanti a me un giovane che continuava a guardar per terra e a raccogliere un sasso qui, un sasso là. Dopo poco capii: raccoglieva fossili, quella zona infatti ne era molto ricca, come tutte le Dolomiti. Ecco, quando quel giovane s’imbatteva in un sasso con la sagoma accennata di un fossile, faceva una “scoperta”: un avvenimento entrava nella sua vita e gli faceva conoscere qualcosa di più.

Così è per la conoscenza del proprio io. È un avvenimento – “una irruzione del nuovo” – che mette in moto il processo per cui l’io incomincia a prendere coscienza di sé, ad aver tenerezza verso se stesso, a prender nota del destino a cui sta andando, del cammino che sta facendo, dei diritti che ha, dei doveri che deve rispettare, della sua fisionomia intera.

È un avvenimento che dà inizio al processo per cui un uomo incomincia a dire “io” con dignità. E se un altro lo trattasse senza rispettare tale dignità, se volesse in qualche modo schiacciarlo, tenerlo schiavo, usarlo come “cosa” sua, egli insorgerebbe, poiché sentirebbe tutto ciò come la peggiore violenza.

di don Luigi Giussani
Tratto da: Tracce

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Il maggior interesse della grande stampa per la Chiesa…

Posté par atempodiblog le 17 juillet 2014

Il maggior interesse della grande stampa per la Chiesa... dans Don Luigi Giussani iqiwlz

Ciò non deve tuttavia trarre in inganno: il maggior interesse della grande stampa per la Chiesa, e per gli avvenimenti del mondo ecclesiastico ed ecclesiale, rientra perlopiù in un progetto di  strumentalizzazione attraverso un’interpretazione di tali fatti in termini compiacenti rispetto alla cultura dominante.

La Chiesa, ed ogni sua espressione sia diretta che indiretta, sono dunque oggetto di manipolazione, di «rilettura» secondo criteri estranei.

Un esempio: è una tesi cara a molti settori del mondo «laico» quella secondo cui l’esperienza religiosa procede, si dimostra vitale ed utile per la società, nella misura in cui sorgono delle eresie rispetto alla fede affermata e proposta dalle Chiese in genere, e da quella cattolica in particolare: le eresie, infatti, sarebbero il versante vitale e «progressivo» dell’esperienza cristiana.

Ebbene, questo tipo di interpretazione sta alla base di buona parte della cosiddetta informazione religiosa della grande stampa.

Non c’è infatti conflitto fra qualche gruppo di base o parroco o singolo sacerdote e qualsiasi autorità ecclesiastica che non venga descritto a priori con toni favorevoli ai primi e contrari alla seconda. Chiunque abbia dei contrasti con l’episcopato o con la Santa Sede diviene automaticamente un eroe.

Qualsiasi presa di posizione stravagante di singoli cristiani o di gruppi anche minuscoli (purché «puzzi di eresia», anche magari senza essere sostanzialmente eterodossa) viene ripresa e diffusa con ampiezza, mentre le pastorali dei vescovi — tanto per fare un esempio — sono ignorate o commentate con poche righe, quando non finiscono per essere oggetto di deformazione e di attacchi tanto duri quanto preconcetti.

Rilevare tutto ciò — sia chiaro — non è vittimismo ma piuttosto realismo, a conferma del fatto che i cattolici non possono delegare ad altri un compito che è loro: quello di esprimere se stessi, di sostenere i propri giudizi e difendere e realizzare i propri progetti.

Da Luigi Giussani Luigi, Robi Ronza, Il Movimento di Comunione e Liberazione: Conversazioni con Robi Ronza, Jaca Book, 1987 p.106-107
Tratto da:
Antonio Socci Facebook

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Guardare in faccia Cristo

Posté par atempodiblog le 18 avril 2014

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Adesso c’è la Settimana Santa; se uno il Giovedì Santo, il Venerdì Santo, il Sabato Santo, la Pasqua, in questi quattro giorni va dentro senza guardare in faccia Cristo e basta, ma con la preoccupazione dei peccati o della perfezione oppure delle cose da meditarci su, viene fuori stanco e riprende le cose come prima. Guardare in faccia Cristo, invece, cambia. Ma perché cambi, bisogna guardargli in faccia veramente, col desiderio del bene, col desiderio della verità: «Di tutto sono capace Signore, se sto con te che sei la mia forza»; è un tu che domina, non delle cose da rispettare.
Provate a pensare come nessuno, nessuno, capisce queste cose: nessuno le pensa e nessuno le capisce. Invece è  questa l’unica rivoluzione nel mondo: la fede come conoscenza e la carità, guardare in faccia Cristo, come morale.

di don Luigi Giussani – Si può vivere così? Uno strano approccio all’esistenza cristiana. Ed. Rizzoli

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La nostra speranza è in Cristo

Posté par atempodiblog le 21 février 2014

La nostra speranza è in Cristo dans Citazioni, frasi e pensieri xc3wax

La nostra speranza è in Cristo, in quella Presenza che, per quanto distratti e smemorati, non riusciamo più a togliere – non fino all’ultimo briciolo, almeno – dalla terra del nostro cuore per tutta la tradizione dentro la quale Egli è giunto fino a noi. È in Lui che io ho speranza, prima di avere contato i miei errori e le mie virtù. Non c’entrano, qui, i conti numerici. Nel rapporto con Lui il numero non c’entra, il peso misurato e misurabile non c’entra, e tutta la possibilità di male che in me può realizzarsi nel futuro, anche questa non c’entra, non riesce ad usurpare il titolo primario che possiede davanti agli occhi di Cristo il «sì» di Simone, da me ripetuto. Allora viene un fiotto dal fondo di noi, come un respiro che salga dal petto e inebri tutta la persona e la faccia agire, le faccia desiderare di agire in modo più giusto: scaturisce, scatta dal fondo del cuore, il fiore del desiderio della giustizia, dell’amore vero, autentico, della capacità di gratuità. Come l’inizio di ogni nostra mossa non è un’analisi di ciò che gli occhi vedono, ma un abbraccio di ciò che il cuore attende, così la perfezione non è l’espletare delle leggi, ma l’adesione a una Presenza.
Solo l’uomo che vive questa speranza in Cristo continua tutta la sua vita nell’ascesi, nello sforzo per il bene. E anche quando egli sia palesemente contraddittorio, desidera il bene. Questo vince sempre, nel senso che è l’ultima parola su di sé, sulla propria giornata, su quello che si fa, su quel che si è fatto, su quello che si farà. L’uomo che vive questa speranza in Cristo continua nell’ascesi. La moralità è una tensione continua al «perfetto» che nasce da un avvenimento in cui un rapporto col divino, col Mistero, è  segnato.

Don Luigi Giussani

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Coscienza di essere peccatori

Posté par atempodiblog le 10 janvier 2014

Coscienza di essere peccatori dans Citazioni, frasi e pensieri wtyqkn

Ogni uomo, nella sua debolezza, è peccatore. Senza avere la coscienza di essere peccatori non possiamo rivolgerci a nessuno senza ingiustizia, presunzione, pretesa, attacco, calunnia e menzogna!
Nella coscienza dell’essere peccatori, al contrario, sorgono la possibilità di una discrezione, la nostalgia di una verità per sé e per l’altro, il desiderio che almeno l’altro sia più buono di sé, e l’umiltà.

Don Luigi Giussani

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Dio che ti fa l’occhiolino

Posté par atempodiblog le 15 décembre 2013

Dio che ti fa l'occhiolino dans Citazioni, frasi e pensieri 2u6iq8z

«Quando sei al massimo dell’esasperazione nel disprezzo di te e nel rifiuto della vita, dici, accusandoti: “io sono un verme strisciante”; e chi ci trovi al tuo livello, al tuo basso livello? Ci trovi Dio, Gesù Cristo, volontariamente disceso con te al tuo livello. I piedi arrivano fino a terra, fino alla superficie della terra, e lì c’è Dio, curvo a lavarteli e a baciarli. [...] Ogni volta che il quotidiano ti scandalizza, che il normale, il dolore o la gioia, le cose, la materialità della tua situazione ti scandalizza, segna quel momento come un comparire di Dio che ti fa l’occhiolino, di questo Amico che ti fa segno: “Guardami sono qui, dove stai col naso? Sei un po’ strabico? Riconoscimi sono qui”. È qui, nelle cose; è qui, nei fatti».

Don Luigi Giussani
Tratto da: La Roccia Splendente

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Quando si dimentica che Cristo è la chiave di tutto…

Posté par atempodiblog le 17 novembre 2013

Quando si dimentica che Cristo è la chiave di tutto... dans Citazioni, frasi e pensieri don_Giussani

“Quando si dimentica che Cristo è la chiave di tutto, il cristianesimo diventa zero (…). La mentalità mondana si inserisce in noi per la paura nostra di essere in minoranza, di non essere considerati al passo”.

Don Luigi Giussani

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Il diritto (e il dovere) del Logos. “La fede è una festa della ragione”. L’errore di quelli che attaccano il Papa e l’errore di ‘Avvenire’ nella risposta

Posté par atempodiblog le 25 octobre 2013

Il diritto al Logos
Da un cattolico la cui fede è “festa della ragione” prima che dei sentimenti. Il giornale dei vescovi ha sbagliato nella polemica con i tradizionalisti

Il diritto (e il dovere) del Logos. “La fede è una festa della ragione”. L'errore di quelli che attaccano il Papa e l'errore di 'Avvenire' nella risposta dans Alessandro Gnocchi ncwaAl direttore - Mi spiace per Gnocchi e Palmaro, ma un cattolico non può irridere il Papa o accusarlo di eresia con la leggerezza di un articoletto di giornale. Certo, la chiesa non è una caserma e – nella libertà dei figli di Dio – si può dire tutto, ma con rispetto e responsabilità. Magari anche con dolore. Si può e si deve brindare prima alla propria coscienza e poi al Papa, come insegnava il cardinale Newman. Ma trasformando la propria “Opinione” nel magistero supremo si rischia di mettersi da soli fuori dalla chiesa (non solo fuori da Radio Maria).

Quanto all’ormai famosa omelia di Francesco del 17 ottobre, contro il cristiano che trasforma la fede in ideologia, penso si tratti anzitutto di una messa in guardia da una certa mentalità lefebvriana, la quale sostituisce il Vangelo con il Denzinger (“Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum”, pubblicato nel 1854, ndr). E ritengo sia un richiamo prezioso. Perché la salvezza è una persona: Gesù Cristo. Non una formula. Ma ciò non significa affatto che il Papa insegni una fede che fa a meno dell’ortodossia. Lo dimostra il suo magistero. Dunque non si può liquidare spensieratamente il tema della dottrina come sembra fare l’editoriale di Avvenire di venerdì scorso.

In quell’articolo, Stefania Falasca, presentata come esegeta del Papa, con un’impropria citazione di De Lubac squalifica come “specialisti del Logos” coloro che si richiamano all’ortodossia dottrinale (che comprende la morale), contrapponendo a essi una generica “tenerezza”, come se Gesù Cristo, che è la misericordia fatta carne, non avesse affermato la sua pretesa divina davanti al mondo: “Io sono la verità” (Gv 14,6). Il documento di ieri sui divorziati risposati del prefetto della Dottrina della fede Müller (chiaramente voluto dal Papa) è esemplare su questo. E mette in guardia da “un falso richiamo alla misericordia”, dimostrando che la contrapposizione di “tenerezza” e dottrina, fatta da Avvenire, non corrisponde al magistero di Francesco. Né al magistero costante della chiesa e dei papi. Infatti lei, direttore, aveva giustamente risposto ad Avvenire che “uno specialista universalmente riconosciuto del Logos abita orante le emerite stanze del Vaticano” (è Joseph Ratzinger).

Il Papa del Concilio Vaticano II, Paolo VI (che è anche il papa dell’Humanae vitae) nel discorso del 19 gennaio 1972, mettendo in guardia da “errori che hanno circolato e tuttora affiorano nella cultura del nostro tempo, e che potrebbero rovinare totalmente la nostra concezione cristiana della vita e della storia”, spiegava: “Il modernismo rappresentò l’espressione caratteristica di questi errori, e sotto altri nomi è ancora d’attualità. Noi possiamo allora comprendere perché la chiesa cattolica, ieri e oggi, dia tanta importanza alla rigorosa conservazione della Rivelazione autentica, e la consideri come tesoro inviolabile, e abbia una coscienza così severa del suo fondamentale dovere di difendere e di trasmettere in termini inequivocabili la dottrina della fede; l’ortodossia è la sua prima preoccupazione; il magistero pastorale la sua funzione primaria e provvidenziale; l’insegnamento apostolico fissa infatti i canoni della sua predicazione; e la consegna dell’Apostolo Paolo: Depositum custodi (1 Tim. 6, 20; 2 Tim. 1, 14) costituisce per essa un tale impegno, che sarebbe tradimento violare. La chiesa maestra non inventa la sua dottrina; ella è teste, è custode, è interprete, è tramite; e, per quanto riguarda le verità proprie del messaggio cristiano, essa si può dire conservatrice, intransigente; e a chi la sollecita di rendere più facile, più relativa ai gusti della mutevole mentalità dei tempi la sua fede, risponde con gli Apostoli: Non possumus, non possiamo (Act. 4, 20)”. Già prima, in un discorso del 20 maggio 1970, aveva mostrato che la drammatica crisi della fede era provocata non solo da cattiva teologia, ma da cattiva filosofia, cioè da un relativismo che distrugge la razionalità: “Oggi la verità è in crisi. Alla verità oggettiva, che ci dà il possesso conoscitivo della realtà, si sostituisce quella soggettiva: l’esperienza, la coscienza, la libera opinione personale, quando non sia la critica della nostra capacità di conoscere, di pensare validamente. La verità filosofica cede all’agnosticismo, allo scetticismo, allo ‘snobismo’ del dubbio sistematico e negativo. Si studia, si cerca per demolire, per non trovare. Si preferisce il vuoto. Ce ne avverte il Vangelo: ‘Gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce’ (Io. 3, 19). E con la crisi della verità filosofica (oh! dov’è svanita la nostra sana razionalità, la nostra philosophia perennis?) la verità religiosa è crollata in molti animi, che non hanno più saputo sostenere le grandi e solari affermazioni della scienza di Dio, della teologia naturale, e tanto meno quelle della teologia della rivelazione; gli occhi si sono annebbiati, poi accecati; e si è osato scambiare la propria cecità con la morte di Dio”.

Paolo VI proseguiva: “Così la verità cristiana subisce oggi scosse e crisi paurose. Insofferenti dell’insegnamento del magistero, posto da Cristo a tutela e a logico sviluppo della sua dottrina, ch’è quella di Dio (Io. 7. 12; Luc. 10, 16; Marc. 16, 16), v’è chi cerca una fede facile vuotandola, la fede integra e vera, di quelle verità, che non sembrano accettabili dalla mentalità moderna, e scegliendo a proprio talento una qualche verità ritenuta ammissibile (selected faith); altri cerca una fede nuova, specialmente circa la chiesa, tentando di conformarla alle idee della sociologia moderna e della storia profana (ripetendo l’errore d’altri tempi, modellando la struttura canonica della chiesa secondo le istituzioni storiche vigenti); altri vorrebbero fidarsi d’una fede puramente naturalista e filantropica, d’una fede utile, anche se fondata su valori autentici della fede stessa, quelli della carità, erigendola a culto dell’uomo, e trascurandone il valore primo, l’amore e il culto di Dio; ed altri finalmente, con una certa diffidenza verso le esigenze dogmatiche della fede, col pretesto del pluralismo, che consente di studiare le inesauribili ricchezze delle verità divine e di esprimerle in diversità di linguaggio e di mentalità, vorrebbero legittimare espressioni ambigue ed incerte della fede, accontentarsi della sua ricerca per sottrarsi alla sua affermazione, domandare all’opinione dei fedeli che cosa vogliono credere, attribuendo loro un discutibile carisma di competenza e di esperienza, che mette la verità della fede a repentaglio degli arbitri più strani e più volubili. Tutto questo avviene quando non si presta l’ossequio al magistero della Chiesa, con cui il Signore ha voluto proteggere le verità della fede (Cfr. Hebr. 13, 7; 9, 17)”. Concludeva richiamando al coraggio della testimonianza: “Ma per noi che, per divina misericordia, possediamo questo scutum fidei, lo scudo della fede (Eph. 6, 16), cioè una verità difesa, sicura e capace di sostenere l’urto delle opinioni impetuose del mondo moderno (Cfr. Eph. 4, 14), una seconda questione si pone, quella del coraggio: dobbiamo avere, dicevamo, il coraggio della verità. (…) E aggiungeremo che questo coraggio della verità è domandato principalmente a chi della verità è maestro e vindice, esso riguarda anche tutti i cristiani, battezzati e cresimati; e non è un esercizio sportivo e piacevole, ma è una professione di fedeltà doverosa a Cristo e alla sua chiesa, ed è oggi servizio grande al mondo moderno, che forse, più che noi non supponiamo, attende da ciascuno di noi questa benefica e tonificante testimonianza”.

C’è un’ultima illuminante pagina di Paolo VI, dove faceva un amaro bilancio del Concilio, conclusosi da cinque anni, constatando che le attese erano state deluse. Scrisse: “Ecco che molti fedeli sono turbati nella loro fede da un cumulo di ambiguità, d’incertezze e di dubbi che la toccano in quel che essa ha di essenziale. Tali sono i dogmi trinitario e cristologico, il mistero dell’Eucaristia e della presenza reale, la Chiesa come istituzione di salvezza, il ministero sacerdotale in mezzo al popolo di Dio, il valore della preghiera e dei sacramenti, le esigenze morali riguardanti, ad esempio, l’indissolubilità del matrimonio o il rispetto della vita umana. Anzi, si arriva a tal punto da mettere in discussione anche l’autorità divina della Scrittura, in nome di una radicale demitizzazione. Mentre il silenzio avvolge a poco a poco alcuni misteri fondamentali del cristianesimo, vediamo delinearsi una tendenza a ricostruire, partendo dai dati psicologici e sociologici, un cristianesimo avulso dalla Tradizione ininterrotta che lo ricollega alla fede degli Apostoli, e ad esaltare una vita cristiana priva di elementi religiosi”.

Condividendo questo giudizio storico di Paolo VI, due uomini del Concilio come Wojtyla e Ratzinger hanno improntato i loro pontificati al ritrovamento del vero Concilio, sulla linea della ininterrotta tradizione della Chiesa. E la rinascita cristiana che è iniziata dagli anni Settanta mostra che la fedeltà all’ortodossia è tutt’altro che chiusura. Chi ci è stato maestro nella fede – penso a don Giussani – non è stato un “paladino del picchetto” (per usare una formula della Falasca). Ma l’esatto contrario. Proprio perché radicato nell’ortodossia cattolica ha potuto insegnarci un’apertura totale a ciò che è umano, permettendo a migliaia di giovani post ’68 di scoprire e amare Cristo. Con una fede piena di ragioni che sa parlare al nostro tempo. Non a caso don Giussani è stato amico di altri maestri del Logos come Ratzinger, De Lubac e Balthasar, ai cui scritti ci siamo poi abbeverati.

C’è un piccolo episodio rivelatore nella monumentale biografia del Gius, appena pubblicata da Alberto Savorana. Giussani un giorno raccontò che aveva in una sua classe del liceo il figlio dello scultore Pio Manzù. Il giovanotto tornava a casa con pagine e pagine di appunti delle vertiginose lezioni del Gius, che faceva battere i loro cuori con le grandi domande dell’umano, da Pavese a Leopardi a Beethoven, che parlava di Gesù (l’unico ad aver detto: Io sono la risposta) a quei ragazzi alla ricerca del senso delle cose. Il suddetto figlio di Manzù era però amico di un altro prete il quale vedendo quegli appunti prese ad aizzarlo contro il Gius dicendogli: “Vedi quanto complica (questo Giussani)… invece la religione è semplice”. Egli sosteneva che “le ragioni complicano”. E “quanti direbbero così!”, commentava il Gius, che poi aggiungeva con forza: “Invece no, la ricerca delle ragioni non complica, ma illumina!”. Quel prete antagonista del Gius, che già allora ce l’aveva con i maestri del Logos, degradava il cristianesimo a banale sentimentalismo, incapace di rispondere alla sete di verità degli uomini. Giussani commentava: “E’ per quella impostazione che Cristo non è più autorità, ma un oggetto sentimentale e Dio è uno spauracchio e non un amico”. E per questo “la fede diventa arida e difficile, perché diventa un peso e un condizionamento invece che una strada su cui correre”. E qui Giussani se ne uscì con un’immagine bellissima: “La fede è una festa della ragione”. Ovvero, una festa del Logos. In perfetta consonanza con Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e tutto il magistero. Compreso Francesco.

Bergoglio del resto ha scoperto don Giussani negli anni Novanta e ha dichiarato di averlo sentito subito come una ventata di aria fresca. Perché quella tracciata da Giussani, come ebbe a dire Papa Wojtyla, è la strada.
Anche la storia della cristianità dimostra che sa aprirsi e sa andare verso le periferie esistenziali chi è davvero radicato nella fede ortodossa della chiesa. Per esempio uno come san Vincenzo de’ Paoli, il grande padre dei più poveri e delle “periferie”, diceva: “Ho temuto tutta la vita di veder nascere qualche eresia. Consideravo la devastazione che aveva fatto quella di Lutero e Calvino e quante persone di ogni condizione ne avevano succhiato il pernicioso veleno, volendo gustare le false dolcezze della loro pretesa riforma. Ho avuto sempre timore di vedermi circuito dagli errori di qualche nuova dottrina, prima di accorgermene. Sì, l’ho temuto per tutta la vita”. Oggi però c’è chi ha in mente un “nuovo cristianesimo” che – dopo duemila anni – accantona il Logos, il dogma e la dottrina.

Secondo il professore Pietro L. Di Giorni – redattore di Testimonianze – si tratta di “un fenomeno che coinvolge ormai anche il cattolicesimo, specie in America latina, ove si manifestano e prendono sempre più forza movimenti carismatici, comunitari, de-istituzionalizzati, con forme di culto mistico-emozionali, che non sopportano dogmi, apparati, liturgie ordinate, nel nome di un esplicito rifiuto di un cristianesimo europeo-occidentale eccessivamente snervato dal razionalismo post illuministico, e che sembrano ripetere, in modo quasi concorrenziale, il pentecostalismo carismatico americano che si avvia a divenire nuova religione globale proprio perché culturalmente sempre più neutra”.

Ecco. Con la polemica di Avvenire contro il Logos si rischia di sprofondare in queste paludi. Sarebbe l’ultimo atto di quella che Paolo VI chiamava “autodemolizione dall’interno” della chiesa. E della fede cristiana. Perché – come ha spiegato Ratzinger a Ratisbona – Dio “agisce mediante il Logos, che è insieme ragione e parola, una ragione che è creatrice e capace di comunicarsi, appunto, come ragione”. Quindi anche come dottrina della fede. Sconcerta che Avvenire pretenda di arruolare per quell’impresa anti Logos una grande mente cattolica come il padre Henri De Lubac, il quale, con Ratzinger, Giussani, Wojtyla, Balthasar, Guardini, dalla fede ha saputo trarre ricchezza di ragioni e cultura.

De Lubac, con la formula “specialisti del Logos” citata dalla Falasca, non fulminava affatto i cattolici su cui si scaglia l’editoriale di Avvenire, ma – al contrario – proprio certi intellettuali laici – nuovi gnostici – simili a quelli che oggi piacciono tanto nelle sacrestie progressiste del Cortile dei gentili. Ecco la citazione che si trova in “Meditazioni sulla chiesa” del gesuita francese (e ditemi voi se questo ritratto non ricorda i Cacciari, gli Scalfari e i Mancuso):  “Da quando esiste, la chiesa si è sempre attirata il disprezzo di una élite. Filosofi o spirituali, molti spiriti superiori, preoccupati d’una vita profonda, le rifiutano la loro adesione. Alcuni le sono apertamente ostili. Come Celso essi sono disgustati da ‘questa accozzaglia di gente semplice’. […] Molti altri, invece, tra questi saggi, sono convinti di rendere giustizia alla chiesa e protestano quando si sentono definire suoi avversari. Sarebbero disposti a proteggerla all’occorrenza! […] Ma conservano le distanze. Non sanno che farsene di una fede che li accomunerebbe a tutti i miserabili, di fronte ai quali si sentono senz’altro superiori per la loro cultura estetica per la loro capacità di ragionamento, o per la loro preoccupazione d’interiorità. Sono ‘aristocratici’ che non intendono affatto mescolarsi con il gregge. La chiesa, secondo loro, conduce gli uomini per vie troppo comuni. (…) La trattano con molta degnazione, si attribuiscono il potere di enucleare, senza il suo consenso, mediante una ‘trasposizione metafisica’, il senso profondo delle sue dottrine e dei suoi atti sacri”.

E ancora: “Al di sopra della sua fede essi mettono la loro intuizione… Si potrebbero chiamare degli ‘specialisti del Logos’, che però non hanno letto in san Paolo che il Logos ‘respinge ogni altezza che si levi contro la conoscenza di Dio’. Sono dei saggi, ma chi è che non vede realizzarsi dopo venti secoli la profezia: ‘Perderò la sapienza dei sapienti’? Sono dei ricchi che hanno ancora da sentire la voce della prima Beatitudine”. Qualcuno di loro – conclude De Lubac – si trasforma “in capo-scuola o capo-setta”. Pure in fondatore e direttore di giornali-partito.

Da padre De Lubac s’impara dunque a non fare concessioni a questi salotti gnostici. Che poi sono l’opposto delle “periferie” verso cui vuole portarci Papa Francesco con un grande slancio missionario. Un appello il suo da accogliere con tutto il cuore. Del resto il Papa è un figlio spirituale di sant’Ignazio e nessuno come Ignazio è stato un maestro del Logos e dell’ortodossia, paladino della retta dottrina, lui che arrivava a scrivere a san Pietro Canisio, il 13 agosto 1554: “Non si dovrebbe tollerare nessun curato, nessun confessore sospetto di eresia: e se li si riconosce colpevoli dovrebbero esser privati immediatamente di tutte le rendite ecclesiastiche. E’ meglio per un gregge essere senza pastore che avere per pastore un lupo”.

di Antonio Socci – Il Foglio

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