“24 ore per il Signore”: chiese aperte di notte per le confessioni

Posté par atempodiblog le 24 mars 2017

“24 ore per il Signore”: chiese aperte di notte per le confessioni
“Invito tutte le comunità a vivere con fede l’appuntamento del 24 e 25 marzo per riscoprire il Sacramento della Riconciliazione: ‘24 ore per il Signore’”. Lo ha detto il Papa nel corso dell’udienza generale di mercoledì scorso. “Auspico che anche quest’anno tale momento privilegiato di grazia del cammino quaresimale, ha proseguito Francesco, sia vissuto in tante chiese del mondo per sperimentare l’incontro gioioso con la misericordia del Padre, che tutti accoglie e perdona ». L’iniziativa “24 ore per il Signore”, promossa dal Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, ha per tema quest’anno: “Misericordia io voglio” e prevede l’apertura straordinaria di molte chiese, dalla sera di oggi fino a notte inoltrata, per consentire a quante più persone possibile la partecipazione all’Adorazione eucaristica e alla confessione. A Roma resteranno aperte la chiesa di Santa Maria in Trastevere e la chiesa delle Stimmate di S. Francesco. Per saperne di più Adriana Masotti ha intervistato, per Radio Vaticana, mons. José Octavio Ruiz Arenas, segretario del Dicastero vaticano per la Nuova Evangelizzazione:

Dio perdona tutto e dimentica dans Fede, morale e teologia 5eis7s

R. – Questa iniziativa è nata in occasione dell’Anno della Fede nel 2013 ed è nata come un’iniziativa locale qui, a Roma. In quel momento si invitavano alcune chiese ad aprire le porte per le confessioni durante tutta la notte. Poi negli ultimi due anni questa iniziativa è stata seguita un po’ dappertutto e abbiamo anche ricevuto diverse testimonianze dagli Stati Uniti, dalla Francia, dalla Russia, dall’Argentina, dal Messico che dicevano che molti sacerdoti avevano preso sul serio questa iniziativa e pian piano molta gente si è avvicinata a ricevere questo Sacramento in spirito di adorazione al Signore, di riconciliazione e anche di capire che è un’opportunità per cambiare vita e accogliere questo dono che ci dà il Signore della sua misericordia e della sua tenerezza.

D.  – Questa opportunità è rivolta a tutti ma in particolare ai giovani?
R. – Sì, è una proposta per tutte le persone ma ci sono tanti giovani che hanno accolto l’invito e soprattutto ci sono molti giovani che ci hanno aiutato soprattutto qui a Roma a invitare nelle strade, nelle piazze, nelle vicinanze delle chiese che sono aperte, tanta gente che passava ad avvicinarsi al sacramento. Quindi è stata un’esperienza molto ricca che è servita anche per sviluppare questo senso missionario da parte dei giovani.

D. – Quanti sacerdoti saranno impegnati in questa iniziativa?
R. – E’ impossibile sapere perché non sappiamo in tutto il mondo quante parrocchie e quante diocesi accolgono veramente questa iniziativa ma qui a Roma, per esempio, nella chiesa di Santa Maria in Trastevere saranno presenti circa 18 sacerdoti per confessare e anche nella Chiesa delle Santissime Stimmate a Largo Argentina ci sarà un gruppo di più di 15 sacerdoti per offrire questa opportunità alla gente.

D. – Il Papa all’udienza di mercoledì ha invitato tanti ad approfittare di questa occasione per riscoprire e per sperimentare il Sacramento della Riconciliazione…
R. – Sì, certamente. Siamo adesso in un mondo nel quale purtroppo si è perso il senso del peccato e perdendo il senso del peccato si perde anche il bisogno di avvicinarsi al Sacramento della Riconciliazione. Quindi è un momento per pensare che il Sacramento della Riconciliazione non è soltanto per cancellare i peccati, ma è soprattutto aprire il cuore alla misericordia del Signore e tutti noi abbiamo bisogno della misericordia del Signore: non siamo di fronte a un giudice ma soprattutto siamo di fronte a Qualcuno che ci ama veramente. Quindi quello che dice il Papa è molto, molto vero.

D. – Il tema che orienterà la riflessione quest’anno è “Misericordia io voglio”. E’ come se ora, dopo aver sperimentato la misericordia di Dio, ad esempio durante il tempo del Giubileo, si volesse passare a vivere la misericordia noi con gli altri perché è questo che Dio vuole…
R. – Certo. Il tema di quest’anno ci ricorda che ognuno di noi deve aspirare a sentire il bisogno della misericordia divina per poi esprimere quella misericordia nella carità e nell’amore agli altri. Quest’impegno è un impegno che noi dobbiamo sentire in ogni momento della nostra vita, nel nostro lavoro, nella famiglia, nella strada. In una situazione di tanta violenza, ingiustizia e corruzione, oggi più che mai abbiamo  bisogno di ricordare che il Signore ci chiede soprattutto di offrire il nostro cuore, la nostra vita che si esprime con l’amore a Dio e agli altri.

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Papa Francesco: siamo “cattolici atei” se abbiamo il cuore duro

Posté par atempodiblog le 24 mars 2017

Papa Francesco: siamo “cattolici atei” se abbiamo il cuore duro
Ascoltare la Parola di Dio per evitare il rischio che il cuore si indurisca. E’ quanto affermato da Francesco nella Messa mattutina a Casa Santa Marta. Il Papa ha sottolineato che, quando ci allontaniamo da Dio e diventiamo sordi alla sua Parola, diventiamo cattolici infedeli o perfino “cattolici atei”.
di Alessandro Gisotti – Radio Vaticana

Papa Francesco: siamo “cattolici atei” se abbiamo il cuore duro dans Commenti al Vangelo Papa_Francesco

Quando il popolo non ascolta la voce di Dio, gli volta le spalle e alla fine si allontana da Lui. Papa Francesco ha preso spunto dalla Prima Lettura, un passo tratto dal Libro del Profeta Geremia, per sviluppare una meditazione sull’ascolto della Parola di Dio. “Quando noi non ci fermiamo per ascoltare la voce del Signore – ha sottolineato il Pontefice – finiamo per allontanarci, ci allontaniamo da Lui, voltiamo le spalle. E se non si ascolta la voce del Signore, si ascoltano altre voci”.

Se non ascoltiamo la Parola di Dio, alla fine ascoltiamo gli idoli del mondo
Alla fine, ha constatato amaramente, a forza di chiudere le orecchie, “diventiamo sordi: sordi alla Parola di Dio”.

“E tutti noi, se oggi ci fermiamo un po’ e guardiamo il nostro cuore, vedremo quante volte – quante volte! – abbiamo chiuso le orecchie e quante volte siamo diventati sordi. E quando un popolo, una comunità, ma diciamo anche una comunità cristiana, una parrocchia, una diocesi, chiude le orecchie e diventa sorda alla Parola del Signore, cerca altre voci, altri signori e va a finire con gli idoli, gli idoli che il mondo, la mondanità, la società gli offrono. Si allontana dal Dio vivo”.

Se il cuore si indurisce, diventiamo “cattolici pagani” perfino “cattolici atei”
Quando ci si allontana dal Signore, ha proseguito, il nostro cuore si indurisce. Quando “non si ascolta – ha ripreso – il cuore diviene più duro, più chiuso in se stesso ma duro e incapace di ricevere qualcosa; non solo chiusura: durezza di cuore”. Vive allora “in quel mondo, in quell’atmosfera che non gli fa bene. Lo allontana ogni giorno di più da Dio”:

“E queste due cose – non ascoltare la Parola di Dio e il cuore indurito, chiuso in se stesso – fanno perdere la fedeltà. Si perde il senso della fedeltà. Dice la prima Lettura, il Signore, lì: ‘La fedeltà è sparita’, e diventiamo cattolici infedeli, cattolici pagani o, più brutto ancora, cattolici atei, perché non abbiamo un riferimento di amore al Dio vivente. Non ascoltare e voltare le spalle – che ci fa indurire il cuore – ci porta su quella strada della infedeltà”.

“Questa infedeltà, come si riempie?”, si è dunque chiesto il Papa. “Si riempie in un modo di confusione, non si sa dove è Dio, dove non è, si confonde Dio con il diavolo”. Francesco ha fatto così riferimento al Vangelo odierno ed ha annotato che “a Gesù, che fa dei miracoli, che fa tante cose per la salvezza e la gente è contenta, è felice, gli dicono: ‘E questo lo fa perché è un figlio del diavolo. Fa il potere di Belzebù’”.

Domandiamoci se ascoltiamo davvero la Parola di Dio o induriamo il cuore
“Questa – ha detto il Papa – è la bestemmia. La bestemmia è la parola finale di questo percorso che incomincia con il non ascoltare, che indurisce il cuore”, che “porta alla confusione, ti fa dimenticare la fedeltà e, alla fine, bestemmi”. Guai, ha soggiunto, a quel popolo che dimentica lo stupore del primo incontro con Gesù:

“Ognuno di noi oggi può chiedersi: ‘Mi fermo per ascoltare la Parola di Dio, prendo la Bibbia in mano, e mi sta parlando a me? Il mio cuore si è indurito? Mi sono allontanato dal Signore? Ho perso la fedeltà al Signore e vivo con gli idoli che mi offre la mondanità di ogni giorno? Ho perso la gioia dello stupore del primo incontro con Gesù?’. Oggi è una giornata per ascoltare. ‘Ascoltate, oggi, la voce del Signore’, abbiamo pregato. ‘Non indurite il vostro cuore’. Chiediamo questa grazia: la grazia di ascoltare perché il nostro cuore non si indurisca”.

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ll lato oscuro dei paesi felici

Posté par atempodiblog le 21 mars 2017

ll lato oscuro dei paesi felici
Norvegia, Svezia, Danimarca, Finlandia, Islanda. Le classifiche sul benessere li premiano sempre ma perché i paesi felici hanno tassi di suicidi così alti? Numeri di una controstoria
di Giulio Meotti – Il Foglio
Tratto da: Radio Maria

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Oslo ha appena scalzato Copenaghen in testa all’indice delle Nazioni Unite della felicità

A domanda dove si trovi il paese più felice del mondo, ci si sente rispondere che si trova da qualche parte lassù, in Nord Europa. In effetti, Norvegia, Svezia, Danimarca, Finlandia e Islanda svettano da ormai dieci anni in tutte le classifiche mondiali dei paesi più beati. Oslo ha appena scalzato Copenaghen in testa all’indice delle Nazioni Unite della felicità. Sono fra i paesi più bui e freddi del mondo, per cui questi altissimi tassi di felicità devono dipendere dal tipo di società che hanno costruito. “Un paese con le tasse al sessanta per cento e dove tutti sono felici di pagarle”, come l’Observer ha definito la Svezia. Una volta sono le prigioni norvegesi “superiori” a qualsiasi altro penitenziario del pianeta. Un’altra sono le strade svedesi, le più sicure al mondo.

Questi cinque paesi possono vantare il sistema scolastico più all’avanguardia (Finlandia); un esempio di società laica, multiculturale, moderna e industriale invidiata da tutti (Svezia); una ricchezza petrolifera colossale reinvestita in cause etiche (Norvegia); la società con la parità di genere più intensiva del mondo e gli uomini più longevi (Islanda). Come ha scritto il cabarettista Magnus Betner, ci immaginiamo la Svezia come “una nazione di belle persone che cantano canzoni felici in appartamenti modernisti eleganti”. O come ha scritto Judith Woods del Telegraph: “Vorremmo tutti essere scandinavi!”. E lo vorrebbero essere i progressisti di tutto il pianeta, da Bernie Sanders a Paul Krugman. “Se volete il sogno americano, andate in Finlandia”, ha detto il laburista inglese Ed Miliband.

Ma il giornalista Michael Booth nel suo libro lo ha chiamato “The Almost Nearly Perfect People”. Un popolo quasi perfetto. Quasi, appunto. Perché a sbirciare meglio in queste società nordeuropee si scopre un quadro meno edificante. Non c’entra niente Anders Breivik. C’entrano gli indicatori di base della società. Se questi scandinavi sono così felici, perché sono i più grandi consumatori al mondo di farmaci antidepressivi?

Un rapporto Ocse suggerisce che gli stati d’animo dei popoli scandinavi possono essere legati alla chimica. Secondo il rapporto, il trenta per cento delle donne islandesi ha avuto una prescrizione di antidepressivi nella vita. Si stima che il 38 per cento delle donne danesi e il 32 per cento per cento degli uomini danesi riceveranno un trattamento di salute mentale a un certo punto durante la loro vita. Paesi omogenei e chiusi, visto che l’InterNations Expat Insider 2016 survey pone la Danimarca in testa alle classifiche mondiali dei paesi dove “è più difficile fare amicizia”.

La Svezia ha un altro record. La città di Göteborg ha mandato più terroristi per abitante a combattere con lo Stato islamico di qualsiasi altra città in Europa. La seconda città più grande della Svezia, un paese che si fregia di essere pacifista e neutralista, vede i suoi abitanti particolarmente impegnati in un progetto: la guerra santa islamica. La Svezia è diventato un caso da manuale, con articoli come quello di Foreign Policy: “Dal welfare state al califfato”. Felicità fatta di contraddizioni, se pensiamo che i norvegesi sono orgogliosi del loro ambientalismo tanto quanto pompano più di un milione e mezzo di barili di petrolio al giorno.

Svezia e Danimarca sono anche i paesi in Europa dove si registra il più alto numero di aggressioni sessuali. Un popolo di predoni o mera isteria in quella che il Guardian ha definito “la società di maggior successo che il mondo abbia conosciuto”? Nel 1994, la Svezia divenne il primo paese al mondo con metà Parlamento composto di sole donne. Da allora ha battuto ogni record mondiale di parità di genere.

Come ha fatto questo esperimento a cielo aperto a diventare il secondo paese al mondo per numeri di stupri, seconda soltanto a Lesotho? James Traub su Foreign Policy l’ha chiamata “la morte del paese più generoso sulla terra”. La Svezia si colloca al secondo posto tra i paesi con il maggior numero di
violenze sessuali al mondo con 53,2 stupri ogni 100 mila abitanti, superata solo dal piccolo stato del Lesotho, nell’Africa del sud, che registra 91,6 abusi sessuali ogni 100 mila abitanti.

Paesi felici ed eugenetici. Il numero di bambini nati con sindrome di Down in Danimarca è diminuito drasticamente negli ultimi anni, tanto che entro il 2030 potrebbe già essere un brutto ricordo. La Danimarca vuole diventare “il primo paese ‘Down free’”.

Nel 2015, il 98 per cento delle donne incinte con bambini Down ha scelto di avere un aborto. “Ci stiamo avvicinando a una situazione in cui quasi tutte le gravidanze vengono interrotte”, ha detto alla stampa danese Lilian Bondo, a capo dell’associazione di ostetricia Jordemoderforeningen. La Danimarca è seconda al mondo per equa distribuzione del reddito, terza per l’indice di democrazia, sesta per qualità ambientale, settima per ricchezza pro capite e ottava per libertà economica, lavora meno ore all’anno di qualunque altro paese al mondo, ma è anche un paese dove ogni anno nascono soltanto due bambini Down per scelta e trentadue per “errore diagnostico”. Lo teorizzano pure ideologicamente come “sorteringssamfundet”: ordinamento della società.

La Svezia invece ha il record di bambini confusi col proprio genere sessuale. Louise Frisén, psichiatra infantile all’Ospedale pediatrico Astrid Lindgren, ha appena detto all’Aftonbladet che nel 2016 ben 197 bambini si sono proposti per una “transizione” e cambiare sesso: “C’è un aumento del cento per cento
ogni anno, e le persone che stiamo vedendo sono più giovani e sempre più bambini”. Il capo della squadra identità di genere del Karolinska University Hospital, Cecilia Dhejne, ha detto che l’aumento dei bambini infelici con il proprio gender riflette “una maggiore apertura” nella società svedese.

I felicissimi scandinavi hanno altissimi tassi di suicidi. O per dirla con Times magazine, “perché i paesi più felici hanno i tassi di suicidi più alti”. E non è colpa del freddo, visto che negli Stati Uniti le Hawaii spiccano per suicidi. Più di un decennio dopo il libro di Arto Paasilinna “Piccoli suicidi tra amici”, il tasso di suicidi della Finlandia è ancora il doppio di quello dell’Unione europea ed è superato solo dal Giappone. Il sociologo Herbert Hendin nel libro “Suicidio e Scandinavia” incolpa la mentalità scandinava di rompere molto presto il legame fra i figli e i genitori per facilitare l’autodeterminazione. E’ nella danese Groenlandia la “capitale mondiale dei suicidi”. Un tasso pro capite 24 volte superiore a quello degli Stati Uniti.

I finlandesi hanno anche il primo tasso di omicidi pro capite d’Europa. Felicissimi e solissimi. In Svezia, in trent’anni, il numero di persone ai funerali è passato da 49 a 24. In Svezia si muore soli più che altrove nel resto del mondo. Stoccolma è nota come “la capitale mondiale dei single”. Uno svedese su dieci se ne va al creatore senza parenti. Tre appartamenti su cinque hanno un solo abitante. E’ il posto al mondo dove le donne ricorrono di più all’autoinseminazione artificiale. Arriva un kit a casa con il corriere e formano da sole una famiglia. La Danimarca non è meno sola. Secondo “People in the EU”, una nuova pubblicazione di Eurostat, i danesi al 45 per cento vivono da soli, seguiti da un altro paese felice, la Finlandia.

La Norvegia ha un altro record: è “la capitale mondiale dell’eroina”: le acque delle fogne di Oslo contengono più anfetamine di qualsiasi altro paese europeo e ha il più alto numero di morti per overdose del resto del continente. Certamente si sta benone in Nord Europa. Ma questa “Scandimania” ha qualcosa di grottesco. Ogni società, compresa la solidalissima socialdemocrazia scandinava, ha i suoi bei guai. E c’è ancora speranza che un italiano medio, piazzato al quarantesimo posto dell’indice di felicità dell’Onu, possa essere più felice di un autodeterminato cittadino norvegese o finlandese.

Qualcuno ha paragonato gli ossequiosi scandinavi ai lemming, dal nome dei roditori, non molto diversi dai topi, che vivono sui monti della Svezia, della Norvegia e della Finlandia e che si precipitano giù dalle montagne finché raggiungono il mare. Come presi da una ossessione, si gettano nelle acque,
furiosamente, morendo a milioni, come se li spingesse un terrore incontenibile, una specie di panico e di psicosi collettiva.

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Iosep Av

Posté par atempodiblog le 19 mars 2017

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Dov’è lo sposo di Maria [nel Paradiso dantesco], essendo ella Vergine e Madre, ma anche sposa e consacrata? Di San Giuseppe si dice che sia l’uomo del silenzio, perché i Vangeli che parlano di lui (Matteo e Luca) non ne riportano espressioni verbali.

Iosep Av dans Fede, morale e teologia Iosep_Av

Dante conosce benissimo la meditazione su San Giuseppe, dunque con le iniziali dei versi successivi (19, 22, 25, 28, 31, 34, 37) formal’acrostico IOSEP AV, il saluto a Giuseppe come lo pronunciavano i medievali. È la presenza nascosta di Giuseppe accanto a Maria.

Tratto da: 2 learning advanced

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Papa Francesco: Gesù ama i confessori che fanno largo uso della misericordia

Posté par atempodiblog le 18 mars 2017

Papa Francesco: Gesù ama i confessori che fanno largo uso della misericordia
I buoni confessori non hanno orari, confessano ogni volta che i fedeli lo chiedono, e sono veri amici di Gesù, che si compiace se fanno largo uso della misericordia: è quanto ha detto il Papa ai partecipanti al corso promosso dalla Penitenzieria Apostolica sulla Confessione.
di Sergio Centofanti – Radio Vaticana

Perché alcuni peccati li assolve solo il Papa? dans Fede, morale e teologia 90204g

Quello della Penitenzieria – dice subito il Papa – “è il tipo di Tribunale che mi piace” perché è un “tribunale della misericordia”. Quindi indica tre punti per essere buoni confessori. Innanzitutto bisogna essere veri amici di Gesù, che significa essere immersi nella preghiera. Questo “eviterà quelle asprezze e incomprensioni che, talvolta, si potrebbero generare anche nell’incontro sacramentale”. Gesù – spiega Papa Francesco – “si compiacerà certamente se faremo largo uso della sua misericordia”:

“Un confessore che prega sa bene di essere lui stesso il primo peccatore e il primo perdonato. Non si può perdonare nel Sacramento senza la consapevolezza di essere perdonato prima. E dunque la preghiera è la prima garanzia per evitare ogni atteggiamento di durezza, che inutilmente giudica il peccatore e non il peccato.

Nella preghiera è necessario implorare il dono di un cuore ferito, capace di comprendere le ferite altrui e di sanarle con l’olio della misericordia, quello che il buon samaritano versò sulle piaghe di quel malcapitato, per il quale nessuno aveva avuto pietà (cfr Lc 10,34)”.

Secondo punto. Il buon confessore è un uomo dello Spirito, un uomo del discernimento. “Quanto male viene alla Chiesa – esclama il Papa – dalla mancanza di discernimento!”. “Lo Spirito – osserva – permette di immedesimarci” con quanti “si avvicinano al confessionale e di accompagnarli con prudente e maturo discernimento e con vera compassione delle loro sofferenze, causate dalla povertà del peccato”.

“Il confessore – precisa – non fa la propria volontà e non insegna una dottrina propria. Egli è chiamato a fare sempre e solo la volontà di Dio, in piena comunione con la Chiesa, della quale è ministro, cioè servo”:

“Il discernimento permette di distinguere sempre, per non confondere, e per non fare mai ‘di tutta l’erba un fascio’. Il discernimento educa lo sguardo e il cuore, permettendo quella delicatezza d’animo tanto necessaria di fronte a chi ci apre il sacrario della propria coscienza per riceverne luce, pace e misericordia”.

Il Papa ricorda che chi si avvicina al confessionale “può provenire dalle più disparate situazioni”, potrebbe avere anche “veri e propri disturbi spirituali” e in questi casi non bisogna “esitare a fare riferimento a coloro che, nella diocesi, sono incaricati di questo delicato e necessario ministero, vale a dire gli esorcisti. Ma questi devono essere scelti con molta cura e molta prudenza ».Tuttavia, sottolinea, tali disturbi “possono anche essere in larga parte psichici, e ciò deve essere verificato attraverso una sana collaborazione con le scienze umane”.

Terzo punto, il confessionale è anche un luogo di evangelizzazione e di formazione, perché fa incontrare il vero volto di Dio, che è quello della misericordia. “Nel pur breve dialogo che intesse con il penitente, il confessore è chiamato a discernere che cosa sia più utile e che cosa sia addirittura necessario al cammino spirituale di quel fratello o di quella sorella” e “talvolta si renderà necessario ri-annunciare le più elementari verità di fede”. “Si tratta di un’opera di pronto e intelligente discernimento, che può fare molto bene ai fedeli”:

« Il confessore, infatti, è chiamato quotidianamente e recarsi nelle ‘periferie del male e del peccato’ … questa è una brutta periferia!  … e la sua opera rappresenta un’autentica priorità pastorale, eh? Confessare è priorità pastorale. Per favore, che non ci siano quei cartelli: ‘Si confessa soltanto lunedì, mercoledì da tale ora a tale ora’. Si confessa ogni volta che te lo chiedono. E se tu stai lì pregando, stai con il confessionale aperto, che è il cuore di Dio aperto ».

Infine, il Papa ricorda un antico racconto popolare che parla di Pietro, a guardia della porta del Paradiso per vagliare l’ingresso delle anime dei defunti. E la Madonna, quando vede un ladro, “gli fa segnale di nascondersi”. Poi, di notte, lo chiama e lo fa entrare dalla finestra:

“E’ un racconto popolare; ma è tanto bello perdonare con la mamma accanto; perdonare con la Madre. Perché questa donna, quest’uomo che viene al confessionale, ha una madre in cielo che gli aprirà le porte o lo aiuterà al momento di entrare in Cielo. Sempre la Madonna, perché la Madonna anche ci aiuta a noi nell’esercizio della misericordia”.

Poi, dopo la benedizione, Papa Francesco ha concluso tra le risate dei presenti: “Non dite che i ladri vanno in cielo, non dite questo!”.

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Gli eventi più importanti…

Posté par atempodiblog le 18 mars 2017

Gli eventi più importanti... dans Citazioni, frasi e pensieri cs_lewis

“Gli eventi più importanti, in ogni epoca, non raggiungono mai i libri di storia”.

Clive Staples Lewis – The Dark Tower

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La giovane down che incanta la Francia

Posté par atempodiblog le 17 mars 2017

La giovane down che incanta la Francia
Voleva presentare il meteo e il Paese reale l’ha sostenuta: lo spot “dear future mom” rivive in lei con potenza centuplicata
di Davide Vairani – La Croce – Quotidiano

La giovane down che incanta la Francia dans Articoli di Giornali e News M_lanie_Segard

“Ciao, il mio nome è Melanie, ho 21 anni. Io sono diversa, ma voglio dimostrare a tutti che posso fare molte cose. Voglio dimostrarlo presentando il meteo in televisione. Per questo, ho bisogno di te. Mettete mi piace sulla mia pagina Facebook ‘Mélanie peut le faire’. Grazie!”.

Mélanie Segard lancia sui social l’appello il 27 febbraio 2017. Un capriccio? Una voglia di protagonismo fine a se stesso? Tutt’altro. Una scommessa sulla solidarietà della gente e sul livello di civiltà di un Paese. Questa giovane tosta, caparbia e dolcissima è disabile: ha la sindrome, detta anche trisomia 21. Una condizione cromosomica causata dalla presenza di una terza copia (o una sua parte) del cromosoma 21.La sindrome di Down è la più comune anomalia cromosomica nell’uomo, solitamente associata ad un ritardo nella capacità cognitiva e nella crescita fisica, oltre che ad un particolare insieme di caratteristiche del viso. Mentre tutti i casi diagnosticati presentano un ritardo cognitivo, la disabilità è molto variabile tra gli individui affetti. La maggior parte rientra nella gamma di “poco” o “moderatamente disabili”. La sindrome di Down può essere identificata in un bambino al momento della nascita, o anche prima della nascita, con lo screening prenatale.

Con l’aiuto di Unapei, associazione francese di genitori e amici di persone disabili per una società inclusiva e solidale, il progetto #melaniepeutlefairenorté è diventantato immediatamente virale: 100.000 like in 36 ore, 2 milioni di visualizzazioni per il primo video postato, decine di migliaia di condivisioni.locali e poi nazionali. I principali network, come France 2 e BFMTV, hanno raccontato la storia di Mélanie Ségard e in breve tempo la ragazza è riuscita a realizzare il suo sogno: presentare il meteo alla tv nazionale, in prima serata. Un traguardo che sembrava irraggiungibile e che invece è diventato realtà. L’obiettivo era di arrivare a 100 mila like: in una sola settimana ne sono arrivati più di 215 mila. Il caso ha attirato l’attenzione dei media francesi, prima locali e poi nazionali. I principali network, come France 2 e BFMTV, hanno raccontato la storia di Mélanie Ségard e in breve tempo la ragazza è riuscita a realizzare il suo sogno: presentare il meteo alla tv nazionale, in prima serata. Un traguardo che sembrava irraggiungibile e che invece è diventato realtà.

Il 14 Marzo Melanie è andata in onda su France 2 ed è diventata subito Miss Meteo. Melanie non può né leggere né scrivere. Ma grazie alla sua tenacia e all’aiuto degli operatori di France2 si sono trovati una serie di accorgimenti che l’hanno aiutata a condurre uno dei migliori meteo di sempre della rete tv.

La riprova? Gli spettatori sono stati numerosi a partecipare a questo evento televisivo: erano più di 5,3 milioni, che rappresentano il 20,7% di share. E’ enorme, ed è un pubblico record per il canale dal settembre dello scorso anno, scrive La Parisienne. Anaïs Baydemir, giornalista, ha affiancato nella diretta Melanie con una dolcezza infinita, senza mai sostituirsi ad essa. Si sono inventati uno schermo verde sul quale hanno costruito una mappa in modo che Melanie potesse disegnare. “Immagina di essere da sola in casa e di raccontare a te stessa le previsioni meteo”, la rassicura Nathalie Rihouet, capo del servizio meteo di France 2. “Fare le previsioni meteo è come raccontare una storia!” le ha detto subito Melanie. Ha capito subito lo spirito con il quale doveva affrontare questa prova. Con il sorriso e la simpatia. E con intelligenza. Le raccomandazioni dietro le quinte sono state numerose e molte volte provate e riprovate insieme. Per mostrare le regioni è necessario spostarsi lungo una linea immaginaria. E sempre guardare la telecamera. Nathalie Rihouet le mostra i pittogrammi con una nuvola qui e allora ci vuole l’ombrello per uscire, un sole là e allora si può uscire con un abbigliamento leggero. Ciak si va in onda. “Ci sono nuvole di Bretagna a Paesi Baschi. Vuoi dirci allora che cosa succede?”, chiede il presentatore Chloe Nabédian. “ E allora come la gente deve uscire domani in quei posti?” – le aggiunge. Melanie esita un attimo e poi prontissima: “Direi: coprirsi, sarà freddo”. Nel corso della diretta Melanie si scioglie e alla fine tutta contenta dichiara “E ‘un lavoro! Ma lo farò. Il mio sogno era quello di mostrare il tempo per le persone. Ed ora lo sto facendo”.

Il successo di questa operazione “offre speranza a migliaia di persone con disabilità che sono troppo spesso invisibili”, ha detto l’associazione Unapei. La presenza di persone disabili è ancora “molto marginale” in televisione, secondo il Consiglio Superiore dell’Audiovisivo (CSA). Solo lo 0,8% degli individui visto in televisione nel 2016 sono stati percepiti come portatori di handicap. Nel 2013, una giovane donna con la sindrome di Down, Laura Hayoun, ha presentato i titoli del mattino su BFM TV e ha fatto un colloquio su RTL. Marin Gerrier, 12, da parte sua aveva partecipato come redattore nella preparazione di un’edizione di “di giorno”. Il mese scorso, Madeline Stuart, un australiano con sindrome di Down di 20 anni, che aveva marciato a New York nel settembre 2015, ha presentato la sua prima collezione durante la settimana della moda. “La totale mancanza di conoscenza, l’ignoranza, la paura provoca distanza”, dice il giocatore di tennis in sedia a rotelle Michael Jeremiasz, medaglia parolimpica francese, che ha creato l’associazione “Come gli altri”. “Questo è ancora più vero per le persone con disabilità mentale, perché sono meno visibili nella società in generale, non solo nei media”, ha aggiunto.”E ‘molto importante che noi giudichiamo meno il nostro aspetto e di più le nostre capacità”, ha detto Lahcen Rajaoui Er, presidente di “Noi”, Associazione francese delle persone con disabilità intellettiva.

E Melanie è già pronta per un altro sogno: “Diventare un artista di trucco per prendersi cura delle persone e delle stelle del cinema”. Alla faccia dei danesi e di tutti coloro che pensano sia giusto eliminare prima che nascano persone con disabilità. Oggi il 98% delle donne incinte danesi a cui viene diagnosticato che il bimbo è affetto dalla sindrome abortisce. I dati, impressionanti, sono del Cytogenisk Centralregister della clinica universitaria di Aarhus. Quasi solo religiose, e della minoranza cattolica, le voci che dissentono. Ci si chiede se non si sia ”andati troppo oltre”, fino a sfiorare l’anticamera di una mentalità eutanasica di massa. Conseguenza della decisione dell’Autorità sanitaria danese nel 2004 di dare possibilità gratuita alle mamme di effettuare un esame di screening prenatale non invasivo (Nipt) alla nona settimana di gravidanza, la translucenza nucale alla dodicesima, ed eventualmente l’amniocentesi entro la ventesima, garantendo al 99,3% la certezza della diagnosi. “Se c’è la diagnosi, si abortisce. Nessuno pone domande”, spiega Thomas Hamann, presidente dell’Associazione nazionale per la sindrome di down (Landsforeningen Downs Syndrom). Nel 2014 sono nati 2 bambini Down per scelta, 32 per “errore diagnostico”.

Melanie e le tante ragazze Down come lei sono la dimostrazione che la disabilità non è. La disabilità non è Melanie. Melanie è molto di più. E’ una persona che come tutte le persone ha voglia di vivere e di mostrare a tutti che se si vuole si possono realizzare i propri sogni. Sogni di libertà. Sogni di una vita normale. Sogni che hanno il diritto di essere realizzati. Sogni che una società e uno stato che si definiscono moderni non possono che sostenere e accompagnare. Non distruggere. La vita vale sempre la pena di essere vissuta fino in fondo. Sempre.

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Il ladro e il Crocifisso

Posté par atempodiblog le 10 mars 2017

Il ladro e il Crocifisso
Tratto da: Radio Maria Fb

Il ladro e il Crocifisso dans Misericordia Crocifisso_di_W_rzburg

Nella bella cattedrale di Wùrzburg, in Germania, si trova una veneranda Croce del sec. XIV. Il Signore ha le mani staccate dalla traversa e le tiene incrociate una sull’altra sul petto, avendo i chiodi ancora tra le dita.

Una leggenda racconta che un ladro incredulo, vista la corona d’oro sulla testa del Re crocifisso, stese la mano per prenderla. In quel preciso istante il Signore staccò le mani e i chiodi dalla croce, s’inchinò in avanti, abbracciò il ladro e lo accostò al suo cuore. Quali furono i pensieri che attraversarono la mente di quell’uomo? Vergogna… pentimento.., riconoscenza. . desiderio di non staccarsi più da quell’abbraccio? Lo trovarono svenuto.

Da quel tempo Cristo non ha mai più riallargato le sue braccia, ma ha conti­nuato a tenerle cosi, come sono ora, come se volesse sempre stringere al cuore l’uomo peccatore, guardandolo profondamente negli occhi.

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La festa della donna

Posté par atempodiblog le 9 mars 2017

La festa della donna
Il coraggio di Patience, che è fuggita dagli uomini di Boko Haram con sua figlia nella pancia. La schiavitù e lo stupro delle donne sono necessari all’islamizzazione, e le donne in Nigeria vengono rapite dalle case, dalle scuole, dalle chiese.
di Annalena Benini – Il Foglio
Tratto da: Radio Maria

La festa della donna dans Articoli di Giornali e News La_festa_della_donna

“Sei incinta?”, chiese uno dei miliziani alla donna che stava balbettando i versi in arabo, la professione di fede islamica che gli uomini di Boko Haram pretendono da tutte le donne rapite.
“No, non sono incinta”, rispose la ragazza nigeriana, portandosi le mani alla pancia. Ma il soldato le
allontanò le mani e tutti videro che aspettava un bambino.
Le ordinarono di inginocchiarsi, ma lei non voleva, aveva paura. La afferrarono per le braccia e la costrinsero a stendersi per terra, lì nell’accampamento.
Davanti alle altre donne terrorizzate, alle nuove prigioniere e a quelle trascinate lì già da tempo, davanti agli altri miliziani che non possono mai diminuire la loro ferocia, perché altrimenti vengono decapitati in quanto traditori di Allah.
La ragazza era sdraiata, il soldato non aveva ancora vent’anni ma aveva lo sguardo feroce: le si avvicinò e le tirò su la camicia, scoprendole la pancia. Poi si rialzò in piedi e tirò fuori il machete dal fodero. Prese le misure di quella pancia viva, passandoci sopra con il coltello.

Patience aveva diciannove anni ed era a sua volta incinta, rapita nel suo villaggio dagli uomini che hanno ammazzato suo marito e sua madre. Guardava quella scena e non riusciva a chiudere gli occhi. “Non lasceremo venire alla luce bambini cristiani”, urlò il ragazzo. “Allahu Akbar!”, risposero in coro i suoi uomini. Affondò il coltello nella pancia della ragazza, strappò il feto e lo lanciò nel prato. Lasciarono lei a morire così, dissanguata, nel 2015. Patience svenne ma le altre donne le dissero poi di non preoccuparsi, che non era successo niente, e che comunque non c’era niente che potessero fare.
Patience per la prima volta, dopo gli stupri nella foresta, la fame, le botte con il calcio delle mitragliatrici, le marce forzate, la paura continua, l’angoscia, ebbe il timore di diventare pazza. Solo orrore intorno a lei, solo uomini che costringono donne rapite a sposarli, oppure le ammazzano, e si tagliano la testa a vicenda quasi ogni giorno, seguendo la lista dei traditori.

I traditori sono gli assassini di cristiani, ma non sufficientemente convinti, non abbastanza esaltati. I decapitati vengono trascinati nelle cucine, fatti a pezzi e offerti come cibo a tutti, comprese le prigioniere, perché “il sangue dei traditori fortifica”.
La schiavitù e lo stupro delle donne sono necessari all’islamizzazione, e le donne in Nigeria vengono rapite dalle case, dalle scuole, dalle chiese. Hanno festeggiato l’8 marzo con un altro stupro, o con una conversione alla ferocia, oppure hanno cucinato carne umana.
Questa però è la storia vera di Patience, raccontata alla scrittrice e giornalista tedesca Andrea C. Hoffmann. “Sono stata all’inferno” (Centauria) è la storia del rapimento e della fuga dall’accampamento di Boko Haram, grazie a un miliziano pentito, certo che quella sera stessa la decapitazione sarebbe toccata a lui. Sono scappati insieme, fingendo di trasportare acqua per i miliziani assetati. Patience con la sua bambina nella pancia, il miliziano con i suoi rimorsi nel cuore. Ce l’hanno fatta. Ma la vita dopo la prigionia non è ancora una vita libera: le sofferenze subite dalle ragazze rapite le condannano al disprezzo generale, sono la feccia della società.
Patience adesso ha solo la sua vita, e sua figlia da crescere da sola, e il ricordo costante dell’orrore.

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Save the Children: le “ferite invisibili” dei bimbi siriani

Posté par atempodiblog le 8 mars 2017

Save the Children: le “ferite invisibili” dei bimbi siriani
Tratto da: Radio Vaticana

Save the Children: le “ferite invisibili” dei bimbi siriani dans Articoli di Giornali e News Bimbi_siriani

In Siria, quasi sei milioni di bambini vivono ancora sotto i bombardamenti, un bambino su quattro rischia conseguenze devastanti sulla salute mentale. Sono solo alcuni dei terribili dati contenuti nel rapporto “Ferite invisibili” della organizzazione Save The Children, a sei anni dall’inizio della guerra nel Paese. Francesca Sabatinelli:

Per molti di loro, si parla di tre milioni, non esiste altro che la guerra. Sono tutti quei piccoli che, nati negli ultimi sei anni, hanno vissuto solo le bombe. Si calcola che un bambino su quattro soffra conseguenze devastanti del conflitto sulla salute mentale: hanno visto uccidere i loro genitori o i loro familiari, hanno perso la casa, vivono la fame. Valerio Neri, direttore generale di Save The Children Italia:

“Da zero a sei anni, l’età fondamentale per costituire la persona adulta che poi sarà nel futuro, questi ragazzi non hanno visto altro che guerra. Questo ovviamente fa sì che queste persone abbiano un comportamento, una psicologia veramente traumatizzata, dall’inizio. I genitori o li hanno persi o hanno perso dei parenti o hanno visto i genitori sempre terrorizzati, parlare solo di stragi, di bombe, di guerra. Sono stati sei anni sotto i bombardamenti! Oppure, quelli che sono riusciti a fuggire con i genitori, che oggi si trovano nei grandi campi profughi, non hanno visto altro che la fuga dei genitori e dei parenti, lo sradicamento delle loro famiglie. Il tasso di suicidi tra gli adolescenti sta aumentando notevolmente, negli ospedali ci dicono che arrivano bambini o ragazzi che si sono feriti da soli con gesti di autolesionismo. Insomma, una situazione che i numeri non possono rappresentare”.

Ci sono ragazzi che fanno uso di droghe, che assumono alcool, piccoli che hanno smesso di parlare, che vivono paralisi temporanee degli arti, che non si addormentano per la paura di non svegliarsi più. Ci sono gli stupri e le spose bambine, date a mariti molto più grandi di loro che però potrebbero salvarle, e ci sono coloro che avendo conosciuto solo la violenza, alla fine vi cedono:

“Molti di loro finiscono anche per essere arruolati dalle bande, dagli eserciti che si contrappongono. Arruolati come giovani soldati, e quindi fino a usare anche loro stessi violenza su altri, oppure, se ancora molto bambini, per i vari servizi di cui la truppa ha bisogno, come portare messaggi, portare da mangiare, andare a prendere l’acqua o le munizioni. Sappiamo poi che le violenze sulle bambine, violenze sessuali, sono ovviamente aumentate. Quindi bambini maschi che subiscono violenze e quindi diventano violenti a loro volta e bambine che invece subiscono violenze sessuali”.

A tutto questo si aggiunge la grande paura di questi bambini e adolescenti per la mancanza di istruzione. Sono migliaia le scuole danneggiate o trasformate in rifugio, spesso gli edifici ancora in piedi diventano un bersaglio, inoltre molti degli insegnanti sono fuggiti:

“In generale, in tutti gli scenari di emergenza al mondo, qualsiasi emergenza, tanto più la guerra, la scuola per i bambini rappresenta anche una normalità: si ritrovano con i loro pari, hanno un adulto di riferimento che non è la famiglia, cominciano a parlare di cose che non sono solo la guerra e il dolore ma sono il futuro. Quindi, di solito, per tutti i bambini, in tutti gli scenari di emergenza, la scuola è un momento di tranquillità, induce la tranquillità. Purtroppo, in Siria, la gran parte delle scuole sono distrutte, come del resto gli ospedali. I bambini non riescono ad andare a scuola, hanno grandi difficoltà a riunirsi per avere un maestro o una maestra che li possa guidare, hanno una mancanza di tipo educativo, quindi quelli che scamperanno all’eccidio non avranno potuto frequentare la scuola a sufficienza per prepararsi al futuro dei prossimi anni”.

La maggior parte di questi bambini vive una condizione di stress tossico, conclude Neri, ma nonostante la loro drammatica situazione psicologica, provano ancora emozioni importanti, non sono desensibilizzati alla violenza, non sono ancora al punto di non ritorno:

“I bambini hanno una capacità di resilienza, di recupero impareggiabile, rispetto agli adulti. Allora, questa è la speranza. Stiamo parlando di giovani generazioni veramente in situazioni drammatiche ma stiamo parlando di persone che, al di là del trauma odierno, probabilmente, conservano in loro, e qualche volta ce ne danno prova, una capacità di ripesa, se solo il mondo li aiutasse a riprendersi. Quindi, non bisogna perdere la speranza, bisogna insistere di porre fine alla guerra perché, in quel caso, io credo che molti di quei ragazzi, oggi molto sofferenti, potrebbero riprendere una strada di fiducia nel futuro, di fiducia in se stessi, di fiducia nel mondo e quindi ripartire per una vita normale”.

La comunità internazionale, dunque, si metta subito in moto per mettere fine al conflitto e per aiutare questi bambini sotto tutti gli aspetti, compreso quello psicologico, in gioco è il presente e soprattutto il futuro.

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Videogiochi che «allenano» alla violenza. E io li stavo per regalare a mio figlio

Posté par atempodiblog le 4 mars 2017

Videogiochi che «allenano» alla violenza. E io li stavo per regalare a mio figlio
di Sabrina Salvadori – La 27esima Ora

Videogiochi che «allenano» alla violenza. E io li stavo per regalare a mio figlio dans Articoli di Giornali e News gta_5

Ogni giorno quando guardo mio figlio provo una gioia immensa, perché lui è la mia vita, ma contemporaneamente provo una sensazione di apprensione subliminare, che persiste e persiste e persiste e persiste…È come se mi aspettassi che da un momento all’altro questo suo essere felice, sereno, pieno di vita possa trasformarsi in qualcosa di brutto, possa essere sconvolto da qualcosa che nonostante i miei sforzi per proteggerlo possa sfuggire al mio controllo e possa in qualche modo danneggiarlo per sempre e togliergli la serenità. Mi sento impotente come mamma, perché da un lato vorrei controllarlo sempre ma dall’altro mi rendo conto che deve fare le sue esperienze per crescere e diventare un adulto responsabile, ma allora come si fa? Fino a dove posso interferire nella sua vita, quali sono le insidie più grandi per un adolescente, come mi devo comportare, come faccio ad essere informata sul suo mondo e intervenire prima che possa farsi del male? Come faccio ad impedirgli di venire a contatto con queste insidie? Una cosa credo di averla capita: non si può impedire il contatto ma si deve rendere capaci i ragazzi di gestire le insidie, e questo mi è stato confermato da chi si occupa proprio di questi argomenti, e questa è la storia che vi voglio raccontare.

Mio figlio Francesco ha 11 anni e come tutti i suoi coetanei ama giocare ai videogiochi. Qualche tempo fa mi ha chiesto di comprargli un nuovo gioco per la Play Station: «mamma ti prego, è un gioco bellissimo, ce l’hanno tutti, adesso è appena uscita la nuova versione, mamma ti prego, si chiama GTA V, ti prego mamma me lo compri?». Ho chiesto che tipo di gioco fosse e lui mi ha risposto: «È un gioco di corse di macchine e di inseguimenti, è bellissimo, mamma ti prego». Dato il suo buon rendimento scolastico ho deciso di esaudire la sua richiesta. Ma il gioco era esaurito e quindi abbiamo fatto una prenotazione a mia nome (serve un adulto per fare una prenotazione), abbiamo dato una caparra di 5 euro, e ci hanno detto che avrebbero mandato un sms quando fosse arrivato. A novembre è arrivato un sms «gentile cliente la informiamo che il suo videogioco GTA V è arrivato, può venirlo a ritirare presso il nostro negozio». Non so perché ma non ho detto niente a Francesco e non sono andata a prenderlo perché non avevo tempo.

Negli stessi giorni è arrivata una comunicazione dalla scuola , il 14 novembre ci sarebbe stata una conferenza a Padova per la divulgazione dei dati sul Progetto Pinocchio e la presentazione del nuovo libro del Prof. Galimberti che si occupa dei problemi delle dipendenze nei giovani e che è stato il promotore di questo progetto. Dato che mio figlio, come moltissimi altri ragazzi delle scuole padovane, ha partecipato a questo progetto (questionario somministrato ai ragazzi a scuola con lo scopo di capire quanto siano informati o abbiano effettivamente già avuto esperienza di droghe, alcool, gioco d’azzardo, scommesse, fumo….) ho deciso di andare alla conferenza perché ero curiosa di conoscere le risposte. Per fortuna! I risultati che emergono da questo lavoro sono inquietanti, quelli che noi consideriamo ancora i nostri bambini, troppo piccoli per poter neanche pensare che conoscano questi argomenti, sono in realtà molto più scaltri di noi e sanno un sacco di cose e hanno già fatto tante esperienze a nostra insaputa. È incredibile!

In quella occasione sono venuta a conoscenza di una cosa ancora più inquietante: il gioco GTA V che stavo per regalare a mio figlio, è un’istigazione alla violenza anche sessuale, al crimine e al femminicidio. Ci hanno fatto vedere un pezzetto di scena del gioco, senza audio: sconvolgente. Ci hanno fatto leggere i commenti di due ragazzini che godevano e ridevano e si compiacevano di avere ucciso una prostituta e di averle anche rubato i soldi che aveva appena guadagnato con una prestazione sessuale. Ero incredula. Ma come è possibile che esistano dei giochi simili, che delle persone possano inventare e programmare dei giochi così, e che oltretutto questi giochi possano essere messi in vendita nei negozi? Senza parlare del fatto che i ragazzi possono anche scaricarlo da internet, quindi completamente al di fuori del controllo dei genitori, molti dei quali non sanno nemmeno che questo si possa fare. Ci è stato detto che questo “ gioco” in pochi giorni dalla sua uscita nel mercato ha fatto guadagnare ai suoi produttori più di quattro volte quello che è costato per produrlo. Che schifo.

Ma come possiamo pensare noi genitori di crescere una generazione di ragazzi sani se possono venire a contatto così facilmente con cose di simile nefandezza che persino un adulto ne resta sconvolto? Siamo disarmati di fronte a queste nuove possibilità tecnologiche e questa facilità di distribuzione online di qualsivoglia prodotto. Sono uscita da quella sala diversa da come ci ero entrata, le mie paure hanno trovato una conferma e la mia sensazione subliminare di apprensione si è trasformata in certezza di pericolo incombente. Sono stata ad un soffio dal regalare a mio figlio un’arma letale di cui non conoscevo la pericolosità, lo stavo per rovinare io stessa, che angoscia. Per fortuna ho partecipato a quella riunione, ma quanti altri genitori sono nella mia stessa situazione, quanti avranno comprato al loro figlio questo “gioco” pensando di fargli un regalo come avrei fatto io?

Io faccio la pediatra e mi sono sentita inadeguata come mamma e come professionista, mi sono chiesta cosa potevo fare e così una sera a cena, parlando dei nostri figli, ho manifestato questa preoccupazione alla mia carissima amica Ilaria Capua, Deputato alla Camera. Come sempre, da persona intelligente e concreta quale è, ha capito al volo la gravità del problema e non ha perso tempo nel cercare di provare a cambiare le cose. Posso solo dirle grazie per quanto riuscirà a fare e ringrazio anche il Prof. Galimberti per avermi aperto gli occhi prima che fosse troppo tardi.

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Blue Whale: il gioco che ha già portato al suicidio 130 adolescenti

Posté par atempodiblog le 4 mars 2017

Blue Whale: il gioco che ha già portato al suicidio 130 adolescenti
di Rachele Grandinetti Il Messaggero.it

Blue Whale: il gioco che ha già portato al suicidio 130 adolescenti dans Articoli di Giornali e News Blue_Whale

Chiamarlo gioco è inopportuno: è un girone perverso che scrive un finale drammatico. Blue Whale, attualmente, è oggetto di indagini da parte della polizia russa. Le autorità informano che l’horror-game, in sei mesi, ha portato al suicidio 130 adolescenti. Si tratta di una sfida lunga 50 giorni. Il gioco, infatti, invita i partecipanti ad affrontare alcune prove come guardare film dell’orrore per un’intera giornata, disegnare una balena blu (blue whale, appunto) con un coltello, svegliarsi alle 04,20 del mattino. Il percorso si conclude al cinquantesimo giorno con l’ultima provocazione: trova l’edificio più alto e salta. L’invito a togliersi la vita è più che esplicito. Blu Whale, d’altronde, si racconta con le immagini di un treno in avvicinamento e gli slogan “Questo mondo non è per noi” oppure “Siamo figli di una generazione morta”. La maggior parte dei ragazzi caduta nella trappola ha spesso lanciato un messaggio sui social prima di farla finita.

Gli ultimi due casi di suicidio risalgono proprio allo scorso fine settimana: Si tratta di Yulia Konstantinova, 15 anni, e Veronika Volkova, 16, trovate morte in un condominio. Il Siberian Times riporta che Yula, dopo aver pubblicato la foto di una balena blu, ha scritto “End” sul suo profilo. La sua amica Veronika, dopo una serie di pensieri strazianti, ha lasciato un ultimo “Il senso è perduto… Fine”. La commissione d’inchiesta russa cerca di tracciare una rete attraverso i contatti social dei ragazzi. Attualmente pare che le vittime appartenessero agli stessi gruppi on line e a famiglie “normali”, serene. Ma chi c’è dietro questo inferno virtuale? Un ragazzo di 21 anni, Budeikin Phillip, è accusato di essere l’ideatore della macchina del suicidio. Attualmente è dietro le sbarre.

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“Il Crocifisso è vivo”: il card. Comastri parla del suo nuovo libro

Posté par atempodiblog le 27 février 2017

“Il Crocifisso è vivo”: il card. Comastri parla del suo nuovo libro
“Il Crocifisso è vivo”. E’ il titolo del nuovo libro del cardinale Angelo Comastri, pubblicato in questi giorni dalle Edizioni San Paolo. Il volume introduce i lettori alla “terapia della Misericordia”, raccontando storie di conversioni e trasformazioni di uomini raggiunti dalla forza della Croce. Un libro, dunque, particolarmente utile mentre ci avviciniamo al periodo quaresimale che ci condurrà alla Pasqua del Signore. Intervistato, per Radio Vaticana, da Alessandro Gisotti, il cardinale Angelo Comastri, vicario generale del Papa per la Città del Vaticano, muove la sua riflessione dall’affermazione dello storico russo Aleksandr Solženicyn: “Gli uomini hanno dimenticato Dio”:

“Il Crocifisso è vivo”: il card. Comastri parla del suo nuovo libro dans Cardinale Angelo Comastri Il_Crocifisso_vivo

R. – Solženicyn ha raccontato che quando era ragazzo, quindi negli anni ’20, ’22, ricordava che nel suo villaggio discutevano: “Ma perché ci sono capitate queste disgrazie nella Russia?”. Erano gli anni in cui si stava imponendo la dittatura feroce di Stalin. E lui ricordava che gli anziani dicevano: “Abbiamo abbandonato Dio, il resto è conseguenza”. Questo vale anche oggi. Viviamo in una società in cui dominano due caratteristiche. Oggi c’è violenza e scontentezza. La violenza è un po’ dovunque. Così anche la scontentezza è un po’ dovunque. Perché questa inquietudine? Dio è la trave che sostiene il tetto del senso della vita: se Dio è entrato nella storia, la storia ha una salvezza, ha uno sbocco positivo. Noi siamo sicuri che lo sbocco finale sarà la vittoria dei buoni. Allora, sapendo che il Crocifisso è vivo, cioè che Gesù è dentro la storia, è dalla parte nostra, sapendo questo, noi dobbiamo avere una grande speranza, una grande fiducia: il mondo può cambiare, il mondo si può rinnovare e, non solo, la vittoria dei buoni è assicurata.

D. – La Quaresima è vicina. Questo libro parla di Risurrezione fin dal titolo. Come prepararsi a questo tempo forte dell’anno?
R. – Il mondo nel quale viviamo potrebbe farci paura. Ci sono tanti elementi che possono anche infondere scoraggiamento. Allora, mi vengono in mente le parole che spesso mi diceva Madre Teresa: “Non serve a niente gridare ‘E’ buio, è buio!’ ”. Finché gridiamo ‘E’ buio, è buio!’ non si accende la luce. E lei diceva: “Accendiamo la luce. Anzi, diventiamo luce noi”. Allora, all’inizio della Quaresima, io credo che tutti dobbiamo riconoscere che abbiamo dentro di noi qualche zona d’ombra, tutti abbiamo qualche spazio in cui si è accumulata polvere. Quanto è bello ripulire l’anima, renderla più splendente, mandare più luce: questa è la Quaresima, in modo che il giorno di Pasqua possa essere non solo il ricordo della Risurrezione di Gesù ma anche un momento in cui noi ci avviciniamo alla Risurrezione di Gesù. Perché questo è il senso della Quaresima: farci diventare figli risorti.

D. – Lei sottolinea che la terapia che oggi serve agli uomini del nostro tempo è la misericordia di Dio. Questo tema della misericordia è molto presente nei Papi dopo il Concilio, in particolare in Giovanni Paolo II e Francesco. Perché secondo lei?
R. – Credo che il tema della misericordia sia un po’ il cuore del Vangelo. Oggi lo stiamo sottolineando più che scoprendo perché è nel cuore del Vangelo. Prendiamo il capitolo 15 di San Luca. L’evangelista racconta che un giorno la gente mormorava contro Gesù perché lo trovava troppo buono, troppo accondiscendente verso i peccatori e Gesù risponde con tre parabole, con le quali vuol dire: “Voi non sapete chi è Dio. Dio non è come lo pensate voi. Dio è come un pastore che ha 100 pecore, ne perde una, potrebbe dire: ‘99 mi bastano’. E invece va a cercare la pecora smarrita. Questo è Dio”. E Gesù conclude: “Ebbene in cielo si fa festa per un solo – un solo! – peccatore che si converte”. Poi, Gesù continua: “Dio è come una donna che ha 10 monete e ne perde una. Ebbene chi sono queste monete preziose? E’ l’uomo, l’uomo peccatore. La moneta perduta è l’uomo peccatore. E dice Gesù: “La donna butta all’aria tutta la casa. Ed è un’immagine di Dio per dire: Dio fa di tutto per ritrovarci. Poi, la parabola del Figliol prodigo è meravigliosa: il figlio sbatte la porta, scappa di casa va a finire nel porcile, più umiliante di così non si può immaginare! Ebbene, io sono convinto che Gesù quando raccontava questa parabola a un certo punto si è fermato, nel momento in cui ha detto: “Ma il figlio si pentì e disse: ‘Tornerò da mio padre’”. Io ho sempre immaginato che Gesù si sia fermato in questo momento e abbia detto: “Immaginate l’incontro”. Forse qualcuno avrà detto: “Una bella bastonata gliel’avrà data!”. Gesù risponde: “No, così ragionato gli uomini non Dio”. Il Padre lo vide da lontano, cioè il padre lo stava aspettando. Ed è bello il movimento dei verbi: “Il padre gli corse incontro, gli cadde sul collo e lo abbracciò con l’amore di un padre”. Quindi noi possiamo perdere le caratteristiche di figli, Dio non perde mai le caratteristiche di padre.

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Papa Francesco: la speranza è “sicura”, fondata sul fatto che Dio è sempre accanto a ognuno di noi

Posté par atempodiblog le 16 février 2017

Papa Francesco: la speranza è “sicura”, fondata sul fatto che Dio è sempre accanto a ognuno di noi
E’ “un dono straordinario del quale siamo chiamati a farci ‘canali’, con umiltà e semplicità, per tutti”. “Siamo invitati a vantarci dell’abbondanza della grazia di cui siamo pervasi in Gesù Cristo” e “il nostro vanto più grande sarà quello di avere come Padre un Dio che non fa preferenze, che non esclude nessuno, ma che apre la sua casa a tutti gli esseri umani, a cominciare dagli ultimi e dai lontani”.
di AsiaNews

Papa Francesco: la speranza è “sicura”, fondata sul fatto che Dio è sempre accanto a ognuno di noi dans Commenti al Vangelo Papa_Francesco

La speranza cristiana “non delude”, è “sicura” perché si fonda sul fatto che Dio ci ama e ci è sempre accanto, non ci lascia soli nemmeno un attimo della nostra vita. La speranza, allora, è “un dono straordinario del quale siamo chiamati a farci ‘canali’, con umiltà e semplicità, per tutti”. La speranza non delude è stato l’argomento del quale papa Francesco ha parlato oggi alle settemila persone presenti nell’aula Paolo VI, in Vaticano, per l’udienza generale.

Proseguendo nel ciclo di catechesi dedicato al tema della speranza cristiana, infatti, il Papa si è soffermato sul concetto espresso da san Paolo che nella Lettera ai romani esorta a vantarci. “Fin da piccoli – ha detto Francesco – ci viene insegnato che non è una bella cosa vantarsi. Ed è giusto, perché vantarsi di quello che si è o di quello che si ha, oltre a una certa superbia, tradisce anche una mancanza di rispetto nei confronti degli altri, specialmente verso coloro che sono più sfortunati di noi. In questo passo della Lettera ai Romani, però, l’Apostolo Paolo ci sorprende, in quanto per ben due volte ci esorta a vantarci. Vuole che facciamo i pavoni? Di cosa allora è giusto vantarsi? E come è possibile fare questo, senza offendere, senza escludere qualcuno? Nel primo caso, siamo invitati a vantarci dell’abbondanza della grazia di cui siamo pervasi in Gesù Cristo, per mezzo della fede. Paolo vuole farci capire che, se impariamo a leggere ogni cosa con la luce dello Spirito Santo, ci accorgiamo che tutto è grazia! Se facciamo attenzione, infatti, ad agire – nella storia, come nella nostra vita – non siamo solo noi, ma è anzitutto Dio. È Lui il protagonista assoluto, che crea ogni cosa come un dono d’amore, che tesse la trama del suo disegno di salvezza e che lo porta a compimento per noi, mediante il suo Figlio Gesù. A noi è richiesto di riconoscere tutto questo, di accoglierlo con gratitudine e di farlo diventare motivo di lode, di benedizione e di grande gioia. Se facciamo questo, siamo in pace con Dio e facciamo esperienza della libertà. E questa pace si estende poi a tutti gli ambiti e a tutte le relazioni della nostra vita: siamo in pace con noi stessi, siamo in pace in famiglia, nella nostra comunità, al lavoro e con le persone che incontriamo ogni giorno sul nostro cammino”.

“Paolo però ci esorta a vantarci anche nelle tribolazioni. Questo non è facile da capire, ci risulta più difficile e può sembrare che non abbia niente a che fare con la condizione di pace appena descritta. Invece ne costituisce il presupposto più autentico, più vero. Infatti, la pace che ci offre e ci garantisce il Signore non va intesa come l’assenza di preoccupazioni, di delusioni, di mancanze, di motivi di sofferenza. Se fosse così, nel caso in cui riuscissimo a stare in pace, quel momento finirebbe presto e cadremmo inevitabilmente nello sconforto. La pace che scaturisce dalla fede è invece un dono: è la grazia di sperimentare che Dio ci ama e che ci è sempre accanto, non ci lascia soli nemmeno un attimo della nostra vita. E questo, come afferma l’Apostolo, genera la pazienza, perché sappiamo che, anche nei momenti più duri e sconvolgenti, la misericordia e la bontà del Signore sono più grandi di ogni cosa e nulla ci strapperà dalle sue mani e dalla comunione con Lui”.

“Ecco allora perché la speranza cristiana è solida, ecco perché non delude. Mai delude. Non è fondata su quello che noi possiamo fare o essere, e nemmeno su ciò in cui noi possiamo credere. Il suo fondamento è ciò che di più fedele e sicuro possa esserci, vale a dire l’amore che Dio stesso nutre per ciascuno di noi. E’ facile dire: Dio ci ama. Tutti lo diciamo. Ma pensate un po’: ognuno di noi è capace di dire: sono sicuro, sono sicuro che Dio mi ama? Non è tanto facile dirlo. Ma è vero. E’ un buon esercizio, questo, dire a se stessi: Dio mi ama. Dio mi ama. E questa è la radice della nostra sicurezza, la radice della speranza. E il Signore ha effuso abbondantemente nei nostri cuori lo Spirito, lo Spirito Santo che è l’amore di Dio, come artefice, come garante, proprio perché possa alimentare dentro di noi la fede e mantenere viva questa speranza. E questa sicurezza: Dio mi ama. ‘Ma in questo momento brutto?’ – Dio mi ama. ‘E a me, che ho fatto questa cosa brutta e cattiva?’ – Dio mi ama. Quella sicurezza non ce la toglie nessuno. E dobbiamo ripeterlo come preghiera: Dio mi ama. Sono sicuro che Dio mi ama. Sono sicura che Dio mi ama”.

“Adesso comprendiamo perché l’Apostolo Paolo ci esorta a vantarci sempre di tutto questo. Io mi vanto dell’amore di Dio, perché mi ama. La speranza che ci è stata donata non ci separa dagli altri, né tanto meno ci porta a screditarli o emarginarli. Si tratta invece di un dono straordinario del quale siamo chiamati a farci ‘canali’, con umiltà e semplicità, per tutti. E allora il nostro vanto più grande sarà quello di avere come Padre un Dio che non fa preferenze, che non esclude nessuno, ma che apre la sua casa a tutti gli esseri umani, a cominciare dagli ultimi e dai lontani, perché come suoi figli impariamo a consolarci e a sostenerci gli uni gli altri. E non dimenticatevi: la speranza non delude. D’accordo? La speranza non delude”.

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“Se solo i fedeli sapessero che padre Joël mi stupra costantemente”

Posté par atempodiblog le 15 février 2017

“Se solo i fedeli sapessero che padre Joël mi stupra costantemente”
Pubblicato in Francia un libro su una storia di pedofilia. Papa Francesco ne ha scritto la prefazione. Al fondo un’intervista del prete che si definisce “mostruoso stupratore”
di Leonardo Martinelli – La Stampa

“Se solo i fedeli sapessero che padre Joël mi stupra costantemente” dans Articoli di Giornali e News Daniel_Pittet

Era il 15 agosto 1971. Daniel Pittet se lo ricorda bene: aveva appena 12 anni. Era a Friburgo, la sua città natale, in Svizzera. Assisteva alla messa, come sempre. E all’omelia il sacerdote, padre Joël, stava parlando appassionatamente della Madonna. «Era così bello quello che diceva – ha raccontato Daniel al quotidiano francese «Le Parisien» – che tanti fedeli piangevano. Il divario era terribile. Mi sono detto: ma se solo tutti loro sapessero che padre Joël mi stupra costantemente». Perché erano già tre anni che quel prete, del vicino convento dei cappuccini, lo faceva. Ecco, in quel momento Daniel ha avuto un’illuminazione. Ha deciso di perdonare il suo torturatore. «Lui non ci può fare nulla – ha bisbigliato -: è solo una persona malata. È un poveraccio». Sì, è stata quella la prima volta che lo ha perdonato.

Daniel Pittet ha scritto un libro sulla sua triste storia. In Francia è pubblicato dalla casa editrice Philippe Rey: il titolo è «Mon père, je vous pardonne». «Padre mio, la perdono». Papa Francesco ha deciso di scriverne la prefazione. E alla fine del testo è stata inserita un’intervista a padre Joël, nella quale lui stesso, che oggi ha 76 anni, si definisce «un pedofilo mostruoso». Dopo quel giorno di ferragosto, così lontano, continuò a stuprare il piccolo Daniel, che era il figlio di un padre violento, finito in un ospedale psichiatrico, e di una madre depressiva. Ancora un anno di calvario, quattro in tutto. E più di 200 volte: Daniel, malgrado il perdono, si ricorda di tutto, perché «niente cancella le ferite, né le sofferenze inflitte». Non prova odio «perché non si odiano i malati e i poveri di spirito». E poi, «se si vuole vivere, bisogna perdonare. Altrimenti ci si suicida e basta».

Oggi Daniel è padre di sei figli e dice: «Prego ogni momento per colui che ha abusato di me». A differenza di tante persone, che hanno vissuto la sua stessa tragedia, non ha perso la fede cattolica. Anche se, alle spalle, ha diciotto anni di psicoanalisi. E conserva di quell’esperienza «una fragilità psichica ma anche fisica». «Nel momento in cui vivo una situazione troppo impegnativa dal punto di vista emotivo – ha raccontato a «Le Parisien» -, mi ammalo». Ha avuto già due attacchi di meningite molto forti, soffre regolarmente di polmoniti e di cervicale, prende medicinali per gestire le proprie angosce. A un certo momento è riuscito a denunciare quello che aveva subito da padre Joël alla gerarchia ecclesiastica e, nel 2003, la Chiesa e la congregazione alla quale il religioso appartiene l’hanno riconosciuto come vittima e l’hanno pure indennizzato. Ma padre Joël non è mai stato sottoposto a un procedimento giudiziario, perché il reato era ormai prescritto.

Lo scorso 12 novembre, 44 anni dopo le ultime sevizie (non si erano più visti), Daniel ha avuto il coraggio di affrontare padre Joël. Lui, a un certo momento, era stato spostato dai cappuccini in Francia, prima a Lione e poi a Grenoble, ma ora vive in un convento in Svizzera, vicino a San Gallo. «L’ho visto arrivare davanti a me con un deambulatore – ha raccontato Daniel –: era un vecchietto, tutto ricurvo, pronto a morire. Gli ho detto: ciao Joël. Gli ho anche offerto dei cioccolatini tipici di Friburgo. Ma lui all’inizio non mi ha riconosciuto. Oggi sono alto un metro e 94 e peso 120 chili. Alla fine, però, ha ammesso: finirò al’inferno. E io gli ho detto: se domandi perdono, andrai in paradiso come me».

Il primo incontro fra Daniel e il papa, invece, risale al 2014, nella residenza di Santa Marta a Roma. Daniel aveva scrito un libro sui religiosi e le religiose della Svizzera francofona (dal titolo «Amare è solo dare»). Chiedeva una prefazione al pontefice. «Mi ha messo la mano sulla spalla e mi ha chiesto chi fossi – ha raccontato Daniel -. Ho risposto : non sono niente, sono uno scemo qualsiasi. E lui, con il suo solito senso della battuta, ha detto : quello lo sapevamo già». Si sono rivisti per caso nel 2015 e Francesco gli ha chiesto a bruciapelo: «Ma tutta questa forza dove la trovi?». Daniel gli ha raccontato la verità, il suo segreto. «Il papa aveva capito che in fondo ero uno fragile. È rimasto senza parlare. Mi ha chiesto perdono. Ha detto che avrebbe pregato sempre per me». Qualche mese più tardi Daniel gli ha inviato il suo libro. Francesco glielo ha rimandato con la sua prefazione.

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