Le lacrime di Maria

Posté par atempodiblog le 19 septembre 2021

Le lacrime di Maria dans Apparizioni mariane e santuari La-Salette

Il mio pensiero va a quanti sono radunati al Santuario di La Salette, in Francia, nel ricordo del 175° anniversario dell’apparizione della Madonna, che si mostrò in lacrime a due ragazzi. Le lacrime di Maria fanno pensare a quelle di Gesù su Gerusalemme e alla sua angoscia nel Getsemani. Sono un riflesso del dolore di Cristo per i nostri peccati e un appello sempre attuale ad affidarsi alla misericordia di Dio.

Papa Francesco

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Per il SS. Nome della Beata Vergine Maria Madre di Dio

Posté par atempodiblog le 12 septembre 2021

Per il SS. Nome della Beata Vergine Maria Madre di Dio
del Beato Giustino Maria della Santissima Trinità Russolillo

Per il SS. Nome della Beata Vergine Maria Madre di Dio dans Don Giustino Maria Russolillo Beato-Giustino-Maria-della-Santissima-Trinit-Russolillo

O SS. Maria, vergine madre di Dio e madre anche nostra per Gesù, noi t’invochiamo notte e giorno, ti chiamiamo mattina e sera! Benedetto il Signore Dio Trinità che ha talmente magnificato il tuo nome, che la tua lode risuona in tutto il mondo da ogni labbro umano, in ogni vicenda della vita.

Nelle parole in tua lode, o SS. Maria, e in ogni invocazione del tuo nome non è assente il cuore dei tuoi figli, poiché tu sei amata, o Maria! Tu sei la prima amante del Signore e tu sei la prima amata dal Signore, e anche la prima amante e la prima amata dei cristiani.

Il tuo nome risuona in tutto il mondo per divino volere, poiché dice il tuo amore per Dio, quello che era tutta la vita tua essenzialmente, o amante di Dio! E il Signore vuole che ogni anima sia tutta amante e tutta amore, sia degna di chiamarsi Maria!

O Maria, o Maria, che anche il mio nome piaccia al Signore, suoni al suo cuore come segno di un suo servo fedele e di un amico affezionato, come il nome di un caro figlio e di un’anima sposa! O Maria, si senta nei nostri nomi in cielo il nome tuo e il nome di Gesù!

O SS. Maria, vergine madre di Dio, nel tuo nome risuona il nome di Gesù e il nome stesso di Dio, e al tuo nome, come a quello di Gesù e di Dio, trema l’inferno e fugge il nemico, si calma la tempesta, si apre il cielo e accorrono gli angeli tuoi, o Maria.

Se al nome di Gesù ogni ginocchio si piega in cielo, in terra e negli abissi, al tuo nome ogni anima in esilio si sente sollevata, ogni cuore si sente consolato e ogni eletto nella patria si esalta nel gaudio della gloria! O Maria, liberami dall’abisso ove solamente si trema al suono del tuo santo nome!

O SS. Maria, tutte le grandi e dolci cose che ti dicono i santi in cielo e in terra sono compendiate e sono richiamate dal tuo nome; ma esso a noi dice soprattutto quello che tu sei: la SS. Vergine madre di Dio! Benedetto il nome di Maria vergine e madre! Benedetta tu tra le donne, per il benedetto frutto del tuo seno Gesù!

O Maria, ottienimi d’invocarti sempre e con crescente fede e fiducia, amore e gratitudine, e non solo con l’accento del timore che chiama liberazione, del dolore che chiama consolazione, della morte che chiama la vita! Vogliamo chiamarti con l’accento del cuore di Gesù, il divino fanciullo, l’adolescente divino, il tuo Figlio Dio.

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Incendio di Milano: in una casa distrutta, si salva solo il crocifisso

Posté par atempodiblog le 4 septembre 2021

Incendio di Milano: in una casa distrutta, si salva solo il crocifisso
Lo ha raccontato il professor Lorenzo Spaggiari, non credente, direttore della chirurgia toracica dell’Istituto europeo dei tumori e docente all’università di Milano
di Gelsomino Del Guercio – Aleteia

Incendio di Milano: in una casa distrutta, si salva solo il crocifisso dans Articoli di Giornali e News Crocifisso

Crocifisso clamorosamente in salvo durante l’incendio di Milano. Una persona che abitava nello stabile distrutto dalle fiamme, racconta un piccolo “miracolo” che sarebbe avvenuto all’interno della sua abitazione, nei tragici momento del rogo.

«Se fossi credente mi sentirei davanti a un miracolo. Da trent’anni però opero chi è colpito dal cancro: i contorni della mia idea di fede si sono progressivamente offuscati. Così non posso che definire incredibile quello ho visto», dice a La Repubblica (3 settembre), il professor Lorenzo Spaggiari, 60 anni, emiliano, direttore della chirurgia toracica dell’Istituto europeo dei tumori e docente all’università di Milano, abitava con la famiglia l’ultimo piano della Torre dei Moro.

“Soltanto una cosa è salva…”
Il professore racconta così il momento in cui si è reso conto che durante l’incendio al grattacielo di Milano, l’unico oggetto che ne è uscito indenne, è stato il crocifisso.

«Il soffitto è crollato e abbiamo perso tutto – afferma Spaggiari -. Bruciata e sciolta dal calore anche la cassaforte inserita nel muro. Soltanto una cosa non solo è salva, ma intatta: un crocifisso. Lo conservavo in una bustina di plastica: come nuova anche quella. Incredibile: mia moglie si è messa quella croce al collo e non vuole toglierla più».

“Non è un episodio avvenuto da solo”
Ecco uno stralcio dell’intervista.

Perché è tanto colpito da questo episodio?
“Siamo proprietari del diciottesimo piano. In duecento metri quadri non è recuperabile uno spillo e ho visto la mia casa bruciare in diretta tivù. L’unico oggetto ad essere riemerso dalle macerie, in perfetto stato dentro una cassaforte liquefatta, è quella piccola croce d’oro. Inutile negarlo, la mia famiglia è scossa”.

Non può essere un caso?
“Se lo è, è un caso che turba. Anche perché non si è verificato da solo”.

Cosa intende dire?
“Domenica mia moglie voleva restare a casa. L’ho infine convinta ad andare qualche ora al mare in Liguria con i bambini. Non avevo mai insistito prima. Se non fossimo usciti, trovandoci al di sopra delle fiamme scoppiate più in basso, saremmo stati in trappola. Spesso nel fine settimana stavamo a giocare e a riposare nel soppalco al diciannovesimo piano. La coincidenza, grazie a cui siamo vivi, ci ha turbato: ritrovare poi tra i detriti solo una croce, sparata fuori dal muro, lascia increduli” (Milano, 3 settembre).

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Settimana liturgica nazionale: Mons. Maniago, “Nelle celebrazioni tutti si sentano a casa”

Posté par atempodiblog le 4 septembre 2021

Non sentirsi fuori posto, ma a casa propria
Settimana liturgica nazionale: Mons. Maniago, “Nelle celebrazioni tutti si sentano a casa”

Dopo il Covid, “non possiamo riprendere il cammino come prima; dobbiamo essere coraggiosi nell’affrontare in modo nuovo quello che per noi rimane essenziale, non tanto dando sfogo a chissà quale creatività, quanto piuttosto valorizzando la bellezza e la dignità delle assemblee e cercando vie nuove per proporre quello che in fondo è la consegna del Signore: ‘Fate questo in memoria di me’”, dice al Sir il presidente del Cal
di Gigliola Alfaro – Toscana Oggi

Settimana liturgica nazionale: Mons. Maniago, “Nelle celebrazioni tutti si sentano a casa” dans Articoli di Giornali e News Settimana-liturgica-nazionale-Mons-Maniago-Nelle-celebrazioni-tutti-si-sentano-a-casa

La 72ª Settimana liturgica nazionale (Sln) sarà ospitata, nel 2022, dalla arcidiocesi di Salerno-Campagna-Acerno. È stato annunciato al termine della 71ª edizione, dal titolo “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome. Comunità, liturgie e territori”, che si è svolta nella cattedrale di Cremona dal 23 al 26 agosto. Abbiamo chiesto di tracciare un bilancio dell’incontro a mons. Claudio Maniago, vescovo di Castellaneta e presidente del Centro di azione liturgica (Cal).

Eccellenza, com’è andata la 71ª Settimana liturgica nazionale, dopo lo stop imposto l’anno scorso dalla pandemia?
È stata una bella esperienza. Si partiva con una titubanza per il contesto ancora condizionato dalla pandemia, quindi non poteva essere una Sln secondo il vecchio modello ormai consolidato negli anni, ma doveva essere qualcosa di nuovo. Erano due i fronti che ci preoccupavano: uno organizzativo, l’latro contenutistico. Per il primo aspetto abbiamo avuto riscontri positivi perché, oltre a una presenza fisica di “settimanalisti” nella cattedrale a Cremona, attraverso le vie telematiche abbiamo superato i duemila contatti. È stato, infatti, un evento costruito anche per chi stava a casa e questa scommessa è stata vinta. Ed è stato bello sapere di comunità o persone, che non avrebbero mai potuto essere presenti a una Sln, come monasteri di clausura oppure o una residenza di sacerdoti anziani, che hanno potuto seguire la Settimana in streaming. Tutto questo ci fa dire che anche le prossime Sln – speriamo in un clima fuori dalla pandemia – dovranno tener conto di questo aspetto, con un uso più attento ai mezzi di comunicazione per ampliare la platea dei partecipanti. Rispetto ai contenuti, anche quest’anno gli interventi sono stati di valore. Il tema era molto significativo: paradossalmente scelto prima della pandemia, è diventato molto più importante adesso, perché ha toccato quel “convenire” così fortemente penalizzato durante la fase acuta della pandemia. Peraltro abbiamo celebrato la Settimana in una diocesi che è stata nell’epicentro dell’emergenza durante la prima ondata.

Cosa possiamo imparare dal digiuno liturgico vissuto l’anno scorso durante il lockdown?
Il digiuno è servito ai fedeli per capire quanto sia importante e necessario celebrare sia per accogliere la grazia di Dio, sia per viverla insieme come Chiesa. L’assemblea liturgica è manifestazione della Chiesa, è un’esperienza di popolo che si raduna intorno al Signore, alla Sua Parola e a quel Pane eucaristico che è vita nuova per tutti. L’esserne privati ci ha aiutato a capire di più quanto sono essenziali il celebrare in generale e l’Eucaristia domenicale in particolare. Dell’esperienza con cui si è cercato di attenuare quel digiuno, perché eravamo in una situazione emergenziale, va fatto un bel discernimento. Nessuno mette in dubbio la buona volontà di fondo, però alcune esperienze sono state eccessive, di cattivo gusto, una creatività che per certi aspetti ha fuorviato dall’importanza e dalla bellezza del celebrare. Invece, la valorizzazione della preghiera in famiglia, che integra l’esperienza liturgica, è un aspetto importante che è stato non solo recuperato, ma forse sperimentato in un modo significativo per la prima volta.

Dopo il lockdown non tutti i fedeli sono tornati in chiesa. Che fare adesso?
Questo interrogativo è stato al cuore della Sln. Il tornare a celebrare alla presenza del popolo ha messo in evidenza una situazione variegata e complessa che la Chiesa già viveva prima del lockdown, cioè di persone che sono ben consapevoli dell’importanza del celebrare e lo vivono come una dimensione essenziale della loro vita cristiana, altri che su questo sono un po’ più superficiali, altri che sono frequentatori occasionali, altri che devono ancora comprendere l’importanza della liturgia o che magari si sentono per certi aspetti restii a momenti istituzionali e rituali perché non hanno avuto la corretta formazione per comprenderne il valore. I primi a ritornare sono stati quelli che hanno vissuto il digiuno come un’assenza di qualcosa d’importante. Molti non sono tornati non perché avessero problemi con una dimensione liturgica ma avevano paura del Covid o perché essendo persone molto fragili avevano ricevuto l’invito a essere prudenti. Ci sono poi persone – e di questo noi siamo preoccupati – che debbono recuperare l’autentico spirito del celebrare, che non è formalità, mero ritualismo, esteriorità, piuttosto il cuore dell’esperienza cristiana. Nella Sln a questa domanda si è cercato di dare qualche risposta, intanto, chiedendo di valorizzare la bellezza e la semplicità della liturgia.

La pandemia ci ha molto scosso e provato, ma anche invitato a ritornare a quello che è essenziale.
Anche nel nostro celebrare c’è un essenziale che deve essere curato, che non ammette distrazioni da parte di chi presiede e di tutta la comunità che deve vivere, partecipare, animare una liturgia. Quindi una cura a celebrare con quell’ordine che manifesta una semplicità e una dignità che permette a tutti di vivere un’esperienza importante.

In questa ripartenza, dobbiamo fare in modo che nelle celebrazioni tutti si possano sentire a casa, non tanto per un ambiente superficialmente familiare: nella liturgia ci deve essere la consapevolezza di quello che si sta pregando perché appartiene a tutti. Ciò permette di non farci sentire fuori posto, ma di essere a casa nostra. Inoltre, l’accoglienza in chiesa, dovuta in questo momento per motivi sanitari, ci insegna che, anche dopo il Covid, sarà importante trovare sulla porta qualcuno che accoglie, saluta, aiuta le persone più fragili a trovare posto, regala un sorriso. Sono apparentemente piccole cose, ma sono quelle che rendono una celebrazione non una funzione a cui passivamente assistere, quanto un’azione familiare a cui partecipare.

Allo sbilanciamento generazionale delle assemblee come si può rispondere?
Nella ripartenza nelle celebrazioni i giovani sembrano i grandi assenti, se non altro quantitativamente, ma mancano anche delle fasce di adulti. La parte più consistente, invece, è costituita da “diversamente giovani”. Questo deve preoccuparci e nella Sln se n’è parlato, tanto che i giovani sono stati oggetto di una piccola tavola rotonda. La risposta è stata: non dobbiamo rincorrere i giovani diluendo lo specifico dell’esperienza cristiana in forme giovanilistiche che alla fine non soddisfano nessuno. I giovani hanno bisogno di autenticità, quindi le nostre comunità, se vogliono aprirsi e accogliere i giovani, devono cercare di vivere il Vangelo senza compromessi, senza sconti. I giovani su questo, giustamente, sono molto esigenti. Inoltre, è necessario che la vita delle nostre comunità non sia attenta ai giovani, ma sia una vita anche “con” i giovani, per farli sentire parte integrante. Il loro posto non è una gentile concessione ma è un posto importante di cui c’è bisogno. Gli anziani, gli adulti, i bambini hanno bisogno della presenza dei giovani.

Nel suo messaggio alla Sln, il Papa ha suggerito di individuare linee di pastorale liturgica per evitare la marginalità della domenica, dell’assemblea eucaristica, dei ministeri…
Il Papa saggiamente ha chiesto degli orientamenti, non ricette, perché queste non solo non ci sono ma sarebbe presuntuoso cercarle o peggio proporle. Lo spirito che ha animato la Settimana è stato in linea con il messaggio del Papa che ha usato parole molto chiare per dire il pericolo che c’è: la marginalità di quanto invece deve stare al centro. Ma questa consapevolezza, durante la Sln, non è diventata – in questo ci sentiamo di aver interpretato bene il Papa – lamentazione sterile, un ripiego nostalgico del passato, ma si è  cercato con umiltà di individuare alcune prospettive. Non possiamo riprendere il cammino come prima; dobbiamo essere coraggiosi nell’affrontare in modo nuovo quello che per noi rimane essenziale, non tanto dando sfogo a chissà quale creatività, quanto piuttosto valorizzando e cercando vie nuove per proporre quello che in fondo è la consegna del Signore. Infatti, il convenire domenicale, il ritrovarsi intorno alla Parola e al Pane di vita è quello che ha chiesto il Signore: “Fate questo in memoria di me”. La Chiesa non può che rimanere fedele su questo. Perciò, la Sln non finisce ma la riflessione, con gli stimoli interessanti e forti che sono stati dati a Cremona, dovrà continuare.

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La tavola e quella giusta distanza tra di noi

Posté par atempodiblog le 4 septembre 2021

La tavola e quella giusta distanza tra di noi
Tratto da: Pane e focolare

La tavola e quella giusta distanza tra di noi dans Articoli di Giornali e News tavola-rotonda

Per ben tre volte, nella stessa giornata, leggo in tre contesti diversi il concetto della giusta distanza. Non può essere un caso, è chiaramente un segnale che mi viene lanciato e non posso ignorarlo. In effetti di fronte alle cose che guardiamo possiamo essere troppo lontani, così da non vedere praticamente nulla, oppure troppo vicini, con la conseguenza di concentrarci su qualche dettaglio ma con il rischio di perdere la visione d’insieme. Questo accade non solo di fronte ad un quadro o ad un avvenimento, ma anche tra le persone. C’è chi soffre per la nostra lontananza, non solo fisica ma anche affettiva, per la mancanza di empatia e di vero interesse per la sua vita. E ci sono persone che al contrario sono infastidite se stiamo loro troppo addosso, se entriamo a piedi uniti nelle loro giornate con un’invadenza poco rispettosa.

Una meditazione dell’episodio del Vangelo che ha come protagonista Zaccheo mi ha sollecitato riflessioni anche sul fatto che davanti alle cose o alle persone siamo non solo troppo lontani o troppo vicini, ma potremmo essere anche troppo in basso o troppo in alto. Conosciamo la storia di Zaccheo: sa che Gesù passerà per la sua città, Gerico, ma essendo piccolo di statura teme di non vederlo, tra la folla che si accalca; allora si arrampica su un sicomoro. Esiste una distanza sbagliata quando siamo troppo piccoli davanti alle cose e queste ci passano davanti senza che ce ne accorgiamo; quella piccolezza può essere magari il simbolo di una frustrazione, di un’insicurezza, di quella spiacevole sensazione di essere sempre inadeguati e con uno spiacevole complesso di inferiorità che ci blocca nel rapporto con gli altri, che vediamo sempre sopra di noi. Zaccheo non si arrende e reagisce salendo sulla pianta, una strategia creativa ed apprezzabile per vedere il Messia ma la visione è sempre ad una distanza sbagliata: dall’alto lo vede ma non entra in nessuna vera relazione con lui. Pensiamo a quello che accade quando siamo superbi, quando guardiamo tutti dall’alto in basso, quando pensiamo di conoscere la realtà solo perché siamo persone importanti e occupiamo poltrone di prestigio. Il mondo passa sotto di noi, crediamo di sapere tutto ma non cogliamo in profondità il significato di ciò che sta accadendo.

La soluzione viene da quel genio della comunicazione che è Gesù: «Zaccheo, scendi dalla pianta, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Un autoinvito in piena regola, di quelli che a volte mettono in crisi una padrona di casa che deve in quattro e quattr’otto mettere qualcosa sul fornello, inventandosi un menu con un po’ di creatività e improvvisazione. Ma la soluzione proposta da Gesù è proprio azzeccata: seduti a tavola la distanza è perfetta, ci si guarda negli occhi, nessuno è in posizione di superiorità o di inferiorità rispetto all’altro. Si può finalmente parlare su un piano di parità, ci si può conoscere intimamente senza filtri sbagliati. Ci può essere un capotavola per l’ospite di riguardo, ma i piatti sono gli stessi, il cibo è lo stesso, la comunità intorno a quel desco può sentirsi davvero unita. E’ un genio re Artù che vuole una tavola rotonda per sé e i suoi cavalieri, per indicare la pari dignità e la fratellanza tra quei commensali.

La tavola è davvero un luogo dove realizzare quella giusta distanza che ci permette di guardare le cose come sono, di essere davvero noi stessi senza imbarazzi. Rispetto agli amici o ai familiari seduti con noi non siamo né troppo lontani né troppo invadenti, nessuno è inferiore né superiore agli altri. Come ricorda il mantra del mio blog: “Se mangi con qualcuno, passi subito ad un livello più alto di amicizia”. (E magari se l’ospite è Gesù ci scappa anche una straordinaria conversione di un peccatore incallito come Zaccheo!).

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Forte appello del Papa: per l’Afghanistan preghiera e digiuno

Posté par atempodiblog le 29 août 2021

Forte appello del Papa: per l’Afghanistan preghiera e digiuno
All’Angelus Francesco chiede ai cristiani gesti di solidarietà per i civili di quel Paese, soprattutto donne e bambini, vittime della violenza e degli attentati dei giorni scorsi. “Si continui ad assistere i bisogni e a pregare perché dialogo e solidarietà portino ad una convivenza pacifica e fraterna”
di Francesca Sabatinelli – Vatican News

Forte appello del Papa: per l'Afghanistan preghiera e digiuno dans Articoli di Giornali e News Kabul-le-operazioni-di-evaquazione-dei-civili-afghani

Francesco segue con preoccupazione l’evolvere della situazione in Afghanistan, ed esprime dolore per le vittime degli attacchi di giovedì scorso:

Partecipo alla sofferenza di quanti piangono per le persone che hanno perso la vita negli attacchi suicidi avvenuti giovedì’ scorso, e di coloro che cercano aiuto e protezione. Affido alla misericordia di Dio Onnipotente i defunti, ringrazio chi si sta adoperando per aiutare quella popolazione così provata, in particolare le donne e i bambini.

Francesco chiede al mondo di “continuare ad assistere i bisognosi e a pregare perché il dialogo e la solidarietà portino a stabilire una convivenza pacifica e fraterna e offrano la speranza per il futuro del Paese”. In un momento come questo, aggiunge, non si può rimanere indifferenti:

La storia della Chiesa ce lo insegna, come cristiani, questa situazione ci impegna per questo rivolgo un appello a tutti, a intensificare la preghiera e a praticare il digiuno, preghiera e digiuno, preghiera e penitenza, questo è il momento di farlo. Sto parlando sul serio, intensificare la preghiera e praticare il digiuno, chiedendo al Signore misericordia e perdono.

Nel Paese altissimo il rischio attacchi
L’allarme attentati in Afghanistan resta altissimo, mentre gli Stati Uniti proseguono la corsa contro il tempo per il ritiro di tutto il personale dal Paese entro il 31 agosto. La minaccia è credibile secondo Washington, che non esclude atti terroristici anche su suolo statunitense.  L’ambasciata Usa a Kabul invita i suoi connazionali a lasciare l’area attorno all’aeroporto poiché un attacco – come dichiarato da Joe Biden – è probabile nelle prossime 24/36 ore. Il raid statunitense contro l’Isis-K, nel quale sono morti due militanti, tra i quali una delle “menti”, non è stato l’ultimo, aggiunge poi il presidente americano, mentre i talebani condannano quando ritenendolo un “chiaro attacco all’Afghanistan”.

Chiuso il ponte aereo italiano e quello britannico
I miliziani, che hanno mostrato tutta la loro violenza aggredendo a bastonate i civili in coda ai bancomat per il ritiro di denaro contante, si dicono pronti a prendere presto il totale controllo dell’aeroporto, non appena militari e civili Usa saranno partiti.  Nel frattempo, però, hanno isolato tutto lo scalo, impedendo l’accesso agli afghani che sperano ancora di poter essere evacuati dal Paese, in centomila sono rimasti bloccati. Ieri è intanto rientrato l’ultimo volo del ponte mentre la scorsa notte è invece partito l’ultimo della Raf con il quale si è chiusa, dopo 20 anni, anche la missione del Regno Unito in quel Paese. La prossima settimana verrà annunciato il prossimo governo, dichiarano poi i talebani che intanto hanno tagliato quasi tutte le reti internet e di telecomunicazione nella provincia del nord-est del Panshir, una delle due zone, assieme a quella di Baghlan non controllate da loro, ma dagli uomini della resistenza.

Allarme bambini: in 300mila sono sfollati e senza aiuti
L’Unicef intanto lancia l’allarme: nel Paese ci sono 300mila bambini sfollati e che non si possono abbandonare nel momento del bisogno. Molti dei piccoli sono stati costretti a lasciare le loro case a seguito dell’arrivo dei talebani, un milione di bimbi sotto i cinque anni soffrirà di malnutrizione grave, pericolosa per la vita. Mentre oltre 4 milioni di minori, tra cui oltre 2 sono ragazzine, sono fuori dalla scuola. Un altro drammatico messaggio arriva dalla Missione di assistenza Onu in Afghanistan, la Unama, che avverte che il 2021 si configura sempre più come l’anno nero per le vittime civili nel Paese, che già nei primi sei mesi hanno raggiunto livelli record. Da maggio, da quando è iniziato il ritiro del contingente internazionale, e si è intensificata l’offensiva talebana, si è registrata un’impennata delle uccisioni e di ferimenti.

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L’eutanasia e i paradossi del principio di autodeterminazione

Posté par atempodiblog le 27 août 2021

Messaggio alla Chiesa di Ugento-S. Maria di Leuca
L’eutanasia e i paradossi del principio di autodeterminazione

+ Vito Angiuli, Vescovo di Ugento  Santa Maria di Leuca

L’eutanasia e i paradossi del principio di autodeterminazione dans Fede, morale e teologia Vito-Angiuli-Vescovo-di-Ugento-Santa-Maria-di-Leuca

Cari fratelli e sorelle,
la Lettera della Congregazione per la dottrina della fede “Samaritanus bonus” (14 luglio 2020) sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita illustra in modo ampio e approfondito la dottrina della Chiesa sui temi dell’eutanasia e del suicidio assistito. Il principio fondamentale è che la vita mantiene la sua dignità dal suo inizio fino alla sua naturale conclusione.
Pertanto, come ha bisogno di essere accudita e custodita nel suo inizio così deve essere amorevolmente assistita nel momento finale, soprattutto in presenza di gravi e invincibili malattie, attraverso le cure palliative e la terapia del dolore. Un bambino non perde la sua dignità anche se è in tutto dipendente dalla cura dei genitori. Allo stesso modo, una persona gravemente malata conserva il suo inalienabile valore anche se impossibilitato ad agire. In questa prospettiva, «una società merita la qualifica di “civile” se sviluppa gli anticorpi contro la cultura dello scarto; se riconosce il valore intangibile della vita umana; se la solidarietà è fattivamente praticata e salvaguardata come fondamento della convivenza» (Samaritanus bonus, V, 1).

I promotori dell’iniziativa referendaria, invece, in perfetta sintonia con lo “spirito del tempo”, si muovono in una visione antropologica totalmente differente, sintetizzata dallo slogan: “Liberi fino alla fine”. L’idea fondamentale è la seguente: niente e nessuno deve poter limitare la libertà personale, soprattutto quando si tratta di questioni che toccano la propria persona e il proprio destino. L’io individuale non deve avere altra norma e altra regola se non la propria insindacabile decisione anche di fronte alla morte.

Colonna portante di questa visione è il “dogma laico”, ritenuto inamovibile e incontestabile, del diritto illimitato di ogni individuo a decidere del proprio destino rimuovendo ogni possibile vincolo etico e sociale. La libertà si pone in modo assoluto e si qualifica come “autodeterminazione estrema”. Nel “moderno giardino dell’Eden”, vige la legge di andare “al di là del bene e del male” (F. Nietzsche) ossia l’imperativo a superare ogni morale oggettiva in vista della trasmutazione di tutti i valori ad opera di una libertà dell’individuo che deve essere senza limiti e senza divieti non solo divini, ma anche umani. Criticando questa visione, il noto moralista Mons. Mauro Cozzoli ha precisato che «la libertà cresce e matura nel passaggio dalla libertà di
scelta (autodeterminazione) alla libertà morale (autodeterminazione per il bene), cui i classici riservavano il nome libertas, chiamando la prima arbitrium. Fissando la libertà sull’arbitrium, l’individuo non diventa libero ma libertario» (Avvenire, martedì 12 luglio 2011).

In riferimento al tema dell’eutanasia, mi permetto di evidenziare quattro paradossi in cui si incorre quando si passa dalla libertas all’arbitrium. Il primo paradosso si riferisce al fatto che la vita è intrinsecamente limitata nel suo inizio e nella sua fine. Essa scorre tra due estremi: la nascita e la morte. Vivere significa riconoscere il limite intrinseco al nascere e al morire. Accettare di vivere anche per un solo istante, significa implicitamente accettare la limitatezza della vita. Se il limite è parte integrante della vita, lo è necessariamente anche della libertà. Non esiste una libertà in astratto, ma solo in quanto legata alla nascita. Ora, se non si è liberi di nascere come si può essere liberi di morire? In realtà, si è solo liberi di vivere. «Il miracolo della libertà – scrive Hannah Arendt – è insito in questo saper cominciare che, a sua volta, è insito nel fatto che ogni uomo, in quanto per nascita è venuto al mondo che esisteva prima di lui, e che continuerà dopo di lui, è un nuovo inizio» (H. Arendt, Cos’è la politica?, tr. it. Marina Bistolfi, Einaudi, Torino 2006, p. 26).

Il secondo paradosso consiste nel fatto che l’eutanasia e il suicidio assistito sono presentati surrettiziamente come espressione di libertà. In realtà, sono solo una “fuga dalla vita e dalla libertà”. Con l’eutanasia e il suicidio assistito si spezza il filo che lega la libertà al suo cominciamento. In tal modo, questa estrema decisione diventa espressione di una forma radicale di protesta e di rivolta contro la vita che non è stata scelta e voluta, ma imposta da un atto
precedente alla propria volontà. La vita stessa è, dunque, intesa come una sciagura da cui fuggire, non solo perché carica di dolore invincibile, ma soprattutto perché frutto di un’azione avvenuta senza il personale acconsentimento.

A tal proposito, è significativa l’espressione di Sileno, che Nietzsche indica come portatore della saggezza dionisiaca e del senso tragico dell’esistenza. Così scrive il filosofo tedesco: «L’antica leggenda narra che il re Mida inseguì a lungo nella foresta il saggio Sileno, seguace di Dioniso, senza prenderlo. Quando quello gli cadde infine tra le mani, il re domandò quale fosse la cosa migliore e più desiderabile per l’uomo. Rigido e immobile, il demone tacque; finché, costretto dal re, uscì da ultimo fra stridule risa in queste parole: “Stirpe miserabile ed effimera, figlia del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggiosissimo non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è morire presto”» (F. Nietzsche, La nascita della tragedia, Adelphi, Milano 2018, pp. 31-32).

Il terzo paradosso si riferisce al fatto che se il “suicidio assistito” deve essere consentito quando la malattia irreversibile riguarda il corpo, non si vede il motivo per il quale non dovrebbe essere praticato anche quando tocca la psiche. A rigor di logica, anche a chi ha perso il gusto della vita e “vive senza vivere” dovrebbe essere consentito quanto è permesso a chi è affetto da una malattia incurabile. Non si soffre di meno nell’anima, rispetto a quanto si soffre nel corpo. Si svela così la tragicità della “cultura di morte” che aleggia nel nostro tempo. Essa, come un’ombra oscura, spinge la vita in un abisso senza senso.

Il quarto paradosso consiste nella palese contraddizione tra la libertà posta in modo assoluto in ambito individuale e la libertà che si esercita in modo condizionato in ambito sociale. Se si accetta l’idea che la libertà deve esprimersi in modo assoluto sul piano dei diritti individuali, non si vede il motivo per il quale la stessa cosa non debba valere anche per le norme, i limiti e i divieti imposti dalla società. A tutti dovrebbe essere consentito di vivere liberi da ogni imposizione esterna alla propria libertà di autodeterminazione. Il buon senso, però, intuisce che se la libertà si dovesse esprimere in modo assoluto anche in ambito sociale si aprirebbe la porta all’anarchia e alla dissoluzione di qualsiasi forma di società e si andrebbe incontro a un “suicidio sociale” non meno deleterio del “suicidio assistito”.

La Vergine Maria Assunta in cielo in anima e corpo ci insegni ad avere cura dei nostri fratelli ammalati, soprattutto di quelli affetti da gravi patologie, conforti tutti noi con la sua presenza materna e ci aiuti ad avere lo sguardo rivolto al cielo, dove Ella ci attende con amore di Madre.

Ugento, 15 agosto 2021
Solennità di Maria Assunta in cielo

+ Vito Angiuli
Vescovo di Ugento  Santa Maria di Leuca

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S. Bartolomeo, la città ricordi che ha il corpo di un apostolo

Posté par atempodiblog le 24 août 2021

Don Franco Iampietro: “Sentiamo forte il desiderio di far conoscere la figura dell’Apostolo”
S. Bartolomeo, la città ricordi che ha il corpo di un apostolo
di Mariateresa De Lucia – Ottopagine

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Riscoprire una celebrazione religiosa, una devozione che è segno di identità e fa sentire forte il senso di comunità. Benevento festeggia oggi il suo Santo Patrono, San Bartolomeo. Un culto che andrebbe rilanciato anche secondo Don Franco Iampietro, rettore della Basilica dedicata all’Apostolo che sorge lungo Corso Garibaldi.

“Non c’è molta partecipazione e molti addirittura ignorano che a Benevento, in questa basilica, è conservato il corpo dell’apostolo, un privilegio grande per la città e la diocesi di cui è il Patrono. Non tutti i luoghi, infatti, possono vantare i resti mortali di un apostolo. Ci sono tante reliquie di santi ma gli apostoli erano solo 12 e, come noi, ci sono solo poche altre realtà”. Cita Salerno e Santiago de Compostela Don Franco e prosegue: “San Bartolomeo è un grande apostolo, l’unico di cui Gesù disse ‘in lui non c’è falsità’”. [...]

San-Bartolomeo dans Fede, morale e teologia

“Abbiamo diverse difficoltà a cominciare dal fatto che la basilica si trova in un luogo che è isola pedonale e questo rende un poco difficile la partecipazione e l’accessibilità soprattutto per le persone anziane”, prosegue il Rettore che però aggiunge: “Sentiamo forte il desiderio di far conoscere la figura dell’Apostolo e rilanciare la devozione anche perché abbiamo bisogno di identificarci nei segni della nostra fede e sentirci un’unica comunità che ha per patrono il grande apostolo San Bartolomeo”.

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Tutto per Maria

Posté par atempodiblog le 22 août 2021

Tutto per Maria

Tutto per Maria dans Fede, morale e teologia Tutto-per-Maria

Per andar a Gesù invocherò Maria.
Ogni mia occupazione sarà pensar di piacer a Maria.
La mia lingua allo spuntar del dì dirà Maria.
Fra il giorno sovente ripeterò il dolce nome di Maria.
Io prenderò il mio cibo sotto gli occhi di Maria.
Le mie gioie e i miei trasporti saranno tutti per Maria.
In vista del pericolo correrò verso Maria.
Terrò per mio scudo il Sacro Cuore di Maria
ed il mio canto di amore sarà: Viva Maria!
Nella piena del dolore io fisserò Maria.
In rimedio dei miei mali non vorrò che Maria.
Sulla tomba si leggerà “Ad onor di Maria”.
Quanto è dolce il morir nella braccia di Maria!

Grado, 11/11/1882

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Siamo nati e non moriremo mai più

Posté par atempodiblog le 13 août 2021

La solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria
Siamo nati e non moriremo mai più
di don Luigi Maria Epicoco – L’Osservatore Romano

Siamo nati e non moriremo mai più dans Chiara Corbella Petrillo Maria-assunta-in-Cielo

C’è così tanta luce nella festa dell’Assunzione di Maria al cielo, che si fa fatica a tenere gli occhi aperti. È la fatica che si prova davanti al Mistero che non riusciamo mai ad addomesticare fino in fondo nella formula giusta, nella teologia più capiente. Per quanto ci sforziamo di dare voce e corpo ai dogmi cristiani (e tra di essi anche quelli che si riferiscono specificamente a Maria), l’unica cosa che rimane è riuscire ad intravedere qualcosa di quel Mistero in una immensa luce. Ecco perché potremmo dire che la festa dell’Assunzione di Maria al cielo è una di quelle feste che evangelizzano lo sguardo. È verso l’alto che dobbiamo guardare. «Siamo nati e non moriremo mai più», scrisse quella straordinaria donna di nome Chiara Corbella che ci ha lasciato una bellissima testimonianza di donna, di moglie, di madre, di amica. Perché la morte è solo quella direzione di cielo che prendiamo con una rincorsa un po’ misteriosa e un po’ carica di paura. Maria che varca il cielo ci ricorda che quello è il nostro destino, cioè quella è la nostra destinazione. Ed è per questo che Maria è per ciascuno di noi “segno sicuro di speranza”, perché guardando Lei capiamo un po’ che fine faremo anche noi.

La liturgia che accompagna la festa di oggi ci fa leggere un brano dell’evangelista Luca in cui si racconta l’incontro tra Maria e la cugina Elisabetta (Lc 1, 39-56). È un incontro in cui l’effetto collaterale si chiama gioia: «Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo», dice Elisabetta, e Maria risponde: «L’anima mia magnifica il Signore». Il segno distintivo che siamo fatti per il cielo lo si vede dalla gioia che proviamo e che portiamo. Un cristiano o è un portatore di gioia o non è cristiano. Ma non la gioia dei sorrisi, ma la gioia di sapersi amati definitivamente. È la gioia di chi riesce a vedere che Dio rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili. Dà conoscenza agli umili e confonde le idee ai superbi. Provvede a chi si riconosce povero e lascia a bocca asciutta coloro che pensano di bastare a se stessi. La festa di oggi quindi, come una seconda Pasqua tutta mariana, accende una luce di speranza sul nostro destino. Questa luce però non è solo una luce che ci parla del dopo, ma è una luce che ci parla del qui ed ora. Infatti è proprio pensando a Maria che tutta la nostra vita di adesso assume una profondità nuova. Ha ragione quindi Dante a dire di Maria: «Sei di speranza fontana vivace».

Un ultimo aspetto riguarda lo “scandalo del corpo”. Fintanto che penseremo alla fede e alla vita spirituale come qualcosa che tocca solo la nostra anima, un nostro principio spirituale, interiore, non ci discosteremo di molto dalle altre esperienze religiose. Ma la fede cristiana è fede nel “corpo del Risorto”, è fede nella risurrezione della carne. Il fatto che Maria sia in cielo non solo con la sua anima, ma con il suo corpo, ci interroga profondamente sulla nostra fede nella risurrezione. Il cristianesimo poggia o cade proprio su questo: sullo scandalo del nostro corpo che non è, come diceva Platone, «la tomba dell’anima», ma bensì «tempio dello Spirito Santo» (1 Cor 6, 13), anch’esso, quindi, in attesa di redenzione. Potremmo quindi aggiungere che oggi è la festa della riconciliazione con il nostro corpo.

Divisore dans San Francesco di Sales

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Freccia dans Viaggi & Vacanze  La dormizione di Maria

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Beato Michael Joseph McGivney, uomo della gente

Posté par atempodiblog le 13 août 2021

Beato Michael Joseph McGivney, uomo della gente
Era un uomo della gente, partecipava ai problemi della gente e tutta la gentilezza della sua anima di prete si confermava fortemente e incessantemente negli sforzi per migliorare la loro condizione
Tratto da: OESSH

Beato Michael Joseph McGivney, uomo della gente dans Fede, morale e teologia Beato-Michael-Mc-Givney
14 agosto, memoria liturgica

Michael Joseph McGivney nacque il 12 agosto del 1852 a Waterbury, nel Connecticut, da immigrati irlandesi, primogenito di 13 figli, è stata una figura di spicco nella Chiesa negli Stati Uniti del XIX secolo.

Ordinato sacerdote nel 1877, svolse il suo ministero nella numerosa comunità irlandese-americana, prima come vice vice-parroco a New Heaven, e poi come parroco a Thomaston, non lontano dalla sua città natale, conquistandosi la fama di uomo di profonda fede e di “Buon Samaritano”.

Nel 1882 fondò insieme ad un gruppo di laici cattolici i Cavalieri di Colombo, nata come un’associazione per sostenere nella fede e aiutare le famiglie in difficoltà economiche per la malattia o la morte del capofamiglia.

Oggi l’organizzazione è presente in tutto il mondo con oltre un milione e mezzo di membri, impegnati nell’evangelizzazione, nella carità, nella promozione dell’integrazione razziale e nella difesa della libertà religiosa.

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Prima hanno scoperto i resti di Santa Filomena, poi sono venuti i miracoli

Posté par atempodiblog le 13 août 2021

Prima hanno scoperto i resti di Santa Filomena, poi sono venuti i miracoli
Nel 1802, gli archeologi si sono imbattuti nei resti di una vergine martire morta nel IV secolo. Cos’è accaduto in seguito?
di Prima hanno scoperto i resti di Santa Filomena, poi sono venuti i miracoli
di Bret Thoman, OFS – Aleteia

“Qualunque cosa chiederete [a Santa Filomena], la otterrà per voi”. (Papa Gregorio XVI)

Prima hanno scoperto i resti di Santa Filomena, poi sono venuti i miracoli dans Beata Pauline Marie Jaricot santa-filomena

Non lontano da Napoli, nella cittadina di Mugnano del Cardinale, c’è un santuario che ospita le reliquie di Santa Filomena, vergine martire dei primi tempi del cristianesimo di cui si cerca spesso l’intercessione per ottenere miracoli.
Si sa poco della vita di Filomena, unica santa la cui storia è stata rivelata attraverso una combinazione di archeologia e rivelazioni private.
Nel 1802, degli archeologi scoprirono una tomba nelle catacombe di Santa Priscilla a Roma. All’interno della tomba c’erano i resti di una ragazza e una fiala di sangue essiccato.
Affisse alla tomba c’erano tre lastre di terracotta con delle incisioni latine, che assemblate dicevano PAX TECUM FILUMENA, “La pace sia con te, Filomena”. C’erano anche simboli come giglio, frecce, un’ancora e una palma, a identificarla come una vergine martire romana dei primi tempi del cristianesimo, sulla scia delle sante Agata, Lucia, Agnese e Cecilia.
Le ossa vennero studiate dagli archeologi senza grande clamore. Non si sapeva nulla se non il suo nome e il fatto che fosse una vergine martire morta nel IV secolo.

Miracoli e fenomeni straordinari
Tre anni dopo, un sacerdote di Mugnano, Francesco De Lucia, si trovava a Roma quando venne a sapere della scoperta. Rimase colpito da Filomena, e la sua richiesta di farne trasferire le reliquie alla chiesa di Nostra Signora delle Grazie di Mugnano venne approvata.
Presto sulla tomba vennero riferiti dei miracoli. La notizia della guarigione della venerabile Pauline Jaricot, che si riprese da una grave malattia cardiaca, venne ampiamente diffusa.
Allo stesso tempo, tre mistici diversi in varie parti del mondo iniziarono a ricevere dettagli della vita di Santa Filomena attraverso rivelazioni private. La più significativa fu una visione ricevuta da suor Luisa di Gesù nel 1833, in cui venne rivelato che l’imperatore Diocleziano voleva sposare la 13enne Filomena. Quando questa rifiutò venne sottoposta a tortura, anche se non si pentì mai.

Devozione popolare alla santa
Nel 1827, Papa Leone XII donò le tre lastre di terracotta della tomba originale nella catacomba romana alla chiesa di Mugnano del Cardinale, ormai diventata santuario.
Per via dei numerosi miracoli che avevano avuto luogo sulla sua tomba, Papa Gregorio XVI dichiarò Filomena santa. La canonizzazione in quel modo – basandosi fondamentalmente sull’intercessione miracolosa – era straordinaria.
Nel corso dei decenni, re e regine, santi e beati, poveri e ricchi si sono recati a Mugnano per cercare l’intercessione di Santa Filomena. Perfino il beato Papa Pio IX celebrò la Messa sul suo altare il 7 novembre 1849.
Tra i tanti santi devoti a Santa Filomena c’era San Giovanni Maria Vianney, il Curato d’Ars, che incoraggiava i suoi parrocchiani a cercarne l’intercessione e le fede dedicare una cappella nella sua chiesa. Vianney attribuiva alla santa molte delle guarigioni straordinarie di cui era ritenuto responsabile.
La storia di Santa Filomena, che ad appena 13 anni scelse tortura e martirio per Cristo anziché gli onori, iniziarono a circolare. Dio usò la sua storia per contrastare l’illuminismo e il razionalismo del XIX secolo che si erano radicati nella cultura della Chiesa. La sua vita e la sua storia riflettevano la Scrittura: “A quelli tra di voi che sono maturi esponiamo una sapienza, però non una sapienza di questo mondo né dei dominatori di questo mondo, i quali stanno per essere annientati” (1 Cor 2, 6).

I pellegrinaggi al suo santuario continuano
Oggi la devozione a Santa Filomena è più diffusa che mai. Anche se la sua festa è stata rimossa dal calendario liturgico universale nel 1961, ciò non vuol dire che non sia una santa. La devozione nei suoi confronti è ancora forte, e resta un grande intercessore.
Al Santuario di Santa Filomena a Mugnano Del Cardinale, i pellegrini possono visitare le reliquie della giovane vergine martire, le tre lastre, l’altare miracoloso, la statua miracolosa che ha trasudato olio e la sedia su cui era seduta la venerabile Pauline Jaricot quando ha ricevuto il miracolo dalla santa.
Santa Filomena è patrona dei casi senza speranza, delle madri in attesa, dei bambini e dei giovani. La sua festa si celebra l’11 agosto.

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Padre Olivier Maire, testimone di un’accoglienza che non aveva paura

Posté par atempodiblog le 10 août 2021

Padre Olivier Maire, testimone di un’accoglienza che non aveva paura
Il sacerdote superiore provinciale della Congregazione dei Missionari Monfortani, ucciso ieri nella regione di Vandea da un uomo con turbe psichiatriche, aveva dato ospitalità al suo carnefice. Il dolore e lo sgomento della Chiesa francese
di Amedeo Lomonaco – Vatican News

Padre Olivier Maire, testimone di un'accoglienza che non aveva paura dans Articoli di Giornali e News padre-Olivier-Maire

Un rifugiato ruandese in Francia che un anno fa aveva dato fuoco alla cattedrale di Nantes. A quest’uomo, sofferente di turbe psichiatriche e in libertà vigilata, aveva dato ospitalità padre Olivier Maire, superiore provinciale della Congregazione dei Missionari Monfortani. Non aveva esitato ad accogliere quell’uomo, Emmanuel Abayisenga, che era stato rilasciato sotto controllo giudiziario all’inizio di giugno. Il corpo del religioso è stato ritrovato senza vita a Saint-Laurent-sur-Sèvre, nella regione occidentale di Vandea. Dopo l’assassinio, il giovane ruandese si è presentato alla gendarmeria di Mortagne-sur-Sèvre e ha confessato di aver ucciso il sacerdote. Padre Maire – ha detto il presidente dei vescovi francesi, monsignor De Moulins-Beaufort – “ha vissuto la sequela di Cristo fino alla fine, nell’accoglienza incondizionata di chiunque”. Sono passati cinque anni dalla brutale uccisione di padre Jacques Hamel, ucciso a Rouen, mentre si trovava in chiesa per pregare, da due estremisti che avevano giurato fedeltà al sedicente Stato islamico. Nel caso di padre Maire, gli inquirenti hanno escluso un movente legato al terrorismo. La Chiesa francese è ripiombata nello sgomento. Vicinanza e solidarietà a tutti i cattolici di Francia è stata espressa anche dal presidente, Emmanuel Macron, e dal primo ministro, Jean Castex, che si sono detti profondamente sgomenti per quanto accaduto.

Il dolore dei vescovi francesi
Dopo l’assassinio di padre Olivier Maire la Conferenza episcopale francese e la Conferenza dei religiosi di Francia esprimono la loro immensa tristezza. I presuli francesi assicurano le loro preghiere alla famiglia, ai missionari monfortani. Il vescovo di Rouen, Dominique Lebrun, ricorda le prime e le ultime parole della preghiera che Gesù ci ha insegnato: “Padre nostro” e “liberaci dal male”. Ogni giorno, sottolinea il presule, il cristiano recita questa preghiera e poi ritrova la speranza nella fratellanza che Dio desidera per tutti gli uomini. Con tutti gli uomini di buona volontà, “vuole lottare contro ogni violenza intorno a lui e dentro di lui”. Le sue armi sono quelle “della giustizia, della pace e del perdono”. “Domenica 15 agosto – aggiunge monsignor Lebrun – pregheremo intensamente la Vergine Maria per la Francia, con il cuore nella regione di Vandea”. Il vescovo della diocesi di Luçon, monsignor François Jacolin, ricorda con queste parole padre Olivier Maire: “Era un uomo che aveva dedicato la sua vita al servizio di Dio, al servizio di tutte le persone. La sua morte è una tragedia, ma allo stesso tempo, nella fede, ha un senso. Cristo stesso: se il seme non muore, rimane solo, ma se muore, porta molto frutto. Questo è il pensiero che mi viene quando ricordo la vita di padre Olivier Maire, che si è dato agli altri”.

Martire della carità
Conosciuto per la sua apertura e la profonda fede, si legge nel comunicato della diocesi di Luçon, “padre Olivier Maire è morto vittima della sua generosità, martire della carità”. Padre Olivier Maire, ricorda inoltre la diocesi di dicoesi di Luçon era un “biblista, appassionato per i Padri della Chiesa e il greco patristico, era anche diplomato in psicologia”. “Per lui, gli scritti di San Lugi Maria Grignion di Montfort, redatti 300 anni fa, conservavano tutta la loro attualità per spiegare e vivere la fede. In un incontro internazionale di spiritualità monfortana ha pronunciato queste parole: “La Sapienza Eterna e Incarnata ci chiama … Essa grida che non può essere felice senza di noi, che ci precede, che ci desidera e che non ha altra intenzione che di renderci felici. Essa non può essere felice senza di noi”.

Sgomento dei religiosi e delle religiose di Francia
La nostra reazione, sottolinea suor Véronique Margron, presidente della Conferenza dei religiosi e delle religiose di Francia (Corref), nell’intervista rilasciata alla redazione francese di Vatican News, è quella dello sgomento. Sgomento nel pensare, aggiunge, che “un uomo di pace venga assassinato”. I missionari monfortani, ricorda suor Véronique Margron, avevano dato ospitalità a quest’uomo che doveva avere gravi problemi psichiatrici. Oltre allo sgomento, ci sono anche “incomprensione e un sentimento di impotenza”.

Vedremo, aggiunge la religiosa, cosa stabilirà l’indagine e se determinerà che si è trattato di un atto di follia. Dopo l’incendio della cattedrale di Nantes, gli esperti che hanno esaminato quest’uomo non hanno rilevato che potesse compiere azioni pericolose. Per il momento, spiega suor Véronique Margron, ciò che serve non solo ai religiosi e alle religiose, “è prima di tutto il ricordo, la manifestazione del dolore e la condivisione di questo dolore con i fratelli che hanno vissuto con padre Maire, con i suoi genitori e parenti, con tutta la famiglia monfortana”. La seconda fase, afferma infine la religiosa, sarà quella di attendere l’esito dell’indagine per capire se ci sono stati degli errori in questa vicenda.

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Litanie di San Giovanni Maria Vianney

Posté par atempodiblog le 4 août 2021

LITANIE DI SAN GIOVANNI MARIA VIANNEY
Tratto da: Preghiere per la famiglia

Litanie di San Giovanni Maria Vianney dans Preghiere Curato-d-Ars-San-Giovanni-Maria-Battista-Vianney

Signore pietà, Signore pietà
Cristo pietà, Cristo pietà
Signore pietà, Signore pietà

 Cristo, ascoltaci, Cristo, ascoltaci
Cristo, ascoltaci, Cristo, ascoltaci
Cristo, esaudiscici, Cristo, esaudiscici 

Dio, Padre del cielo, abbi pietà di noi
Dio, Figlio Redentore del mondo, abbi pietà di noi
Dio, Spirito Santo, abbi pietà di noi
Santa Trinità, unico Dio, abbi pietà di noi

 Santa Maria, prega per noi 

San Giovanni Maria Vianney, prega per noi
Santo Curato d’Ars, prega per noi
Immagine di Cristo Sacerdote, prega per noi
Immagine di Cristo Buon Pastore, prega per noi
Patrono dei parroci, prega per noi
Modello dei sacerdoti, prega per noi
Maestro di formazione sacerdotale, prega per noi
Modello di virtù sacerdotali, prega per noi
Sacerdote dell’Eucaristia celebrata ed adorata, prega per noi
Adoratore fedele del Santissimo Sacramento, prega per noi
Servitore devoto del Cuore Immacolato di Maria, prega per noi
Zelante per la salvezza delle anime, prega per noi
Pastore fermo e prudente, prega per noi
Divorato dallo zelo apostolico, prega per noi
Modello di purezza, prega per noi
Valente imitatore delle sofferenze di Cristo, prega per noi
Abisso di umiltà, prega per noi
Maestro di preghiera, prega per noi
Modello di unione con Dio, prega per noi
Amante della santa povertà, prega per noi
Amico premuroso dei poveri, prega per noi
Timoroso del giudizio divino, prega per noi
Apostolo della penitenza, prega per noi
Apostolo della misericordia di Dio, prega per noi
Premuroso verso i malati, prega per noi
Catechista infaticabile, prega per noi
Predicatore con parole di fede, prega per noi
Apostolo della santificazione della domenica, prega per noi
Martire del confessionale, prega per noi
Direttore saggio delle anime, prega per noi
Illuminato dallo Spirito del consiglio, prega per noi
Splendente di luce celeste, prega per noi
Compassionevole verso ogni miseria, prega per noi
Provvidenza degli orfani, prega per noi
Favorito dal dono dei miracoli, prega per noi
Abbandonato alla volontà di Dio, prega per noi
Soccorso di chi ti invoca, prega per noi
Fiducioso nei combattimenti spirituali, prega per noi
Coraggioso nelle prove, prega per noi
Fedele nelle tentazioni, prega per noi
Terrore del demonio, prega per noi

Giovanni Maria, che hai riconciliato tanti peccatori con Dio, prega per noi
Giovanni Maria, che hai soccorso tanti miseri, prega per noi
Giovanni Maria, che hai portato tanti sulla via del bene, prega per noi
Giovanni Maria, che avesti la grazia di una buona morte, prega per noi
Giovanni Maria, che vivi nella gloria del cielo, prega per noi

Agnello di Dio che togli i peccati del mondo, perdonaci Signore
Agnello di Dio che togli i peccati del mondo, ascoltaci Signore
Agnello di Dio che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi

Prega per noi S. Giovanni Maria, affinché siamo resi degni delle promesse di Cristo

O Dio onnipotente e misericordioso, che in San Giovanni Maria Vianney, ci hai offerto un mirabile pastore, pienamente consacrato al servizio del tuo popolo, per la sua intercessione e il suo esempio, fa’ che dedichiamo la nostra vita per guadagnare a Cristo i fratelli e godere insieme con loro la gioia senza fine. Per Cristo nostro Signore. Amen.

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Sant’Aspreno di Napoli

Posté par atempodiblog le 3 août 2021

Sant’Aspreno di Napoli

Sant’Aspreno di Napoli dans Fede, morale e teologia Sant-Asperno-da-Napoli

A Napoli sorge la basilica di San Pietro ad Aram, che secondo la tradizione venne fondata sul luogo dove san Pietro battezzò sant’Aspreno (I-II sec.), primo vescovo della città partenopea. Custodirebbe inoltre l’Ara Petri. Il santo celebrato oggi è invocato contro l’emicrania
Tratto da: La nuova Bussola Quotidiana

SNGB6086 dans Stile di vita

A Napoli sorge la basilica di San Pietro ad Aram, che secondo la tradizione venne fondata sul luogo dove san Pietro battezzò sant’Aspreno (I-II sec.), primo vescovo della città partenopea. Custodirebbe inoltre l’Ara Petri, cioè l’altare su cui il Principe degli Apostoli pregò e celebrò l’Eucaristia prima di dirigersi a Roma. La famosa basilica, soggetta nei secoli a varie ristrutturazioni, vanta una tale antichità che papa Clemente VII (1523-1534) le concesse il privilegio di celebrare e ospitare il Giubileo un anno dopo quello di Roma: questa consuetudine si mantenne per tutto il XVI secolo (1526, 1551, 1576). Al suo interno ospita pure una cappella dedicata ad Aspreno, ritenuto il fondatore del primitivo luogo di culto dal quale poi originò l’attuale basilica.

Ma in quali circostanze il santo celebrato oggi è diventato cristiano? L’agiografia lega il suo nome a quello di Candida la Vecchia, un’ebrea che nella sosta di san Pietro a Napoli lo supplicò di guarirla da una grave infermità, promettendogli di convertirsi al cristianesimo. L’apostolo la guarì. E Candida, venerata come santa, decise di portargli un amico malato, il nostro Aspreno, che venne risanato a sua volta e si convertì. Si tramanda che lo stesso Pietro lo consacrò vescovo e che tra gli atti del suo episcopato vi fu la fondazione di un altro antichissimo luogo di culto, dedicato a Santa Maria del Principio, poi inglobato nell’odierna basilica di Santa Restituta.

Tra i documenti del primo millennio che attestano il suo ministero episcopale vi è il Calendario Marmoreo di Napoli, inciso nel IX secolo. È invocato contro l’emicrania e venerato come secondo patrono del capoluogo campano, dopo san Gennaro (e considerando comunque che santa Maria Assunta, titolare del Duomo, è ufficialmente la prima patrona). A lui sono intitolate due storiche chiese napoletane, ossia Sant’Aspreno ai Crociferi (iniziata nel 1633) e la più antica Sant’Aspreno al Porto, sorta dove la tradizione fissa la dimora del santo, situata in una grotta.

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