A Cracovia il più grande altare gotico del mondo è dedicato all’Assunta

Posté par atempodiblog le 16 août 2022

A Cracovia il più grande altare gotico del mondo è dedicato all’Assunta
Una monumentale opera in legno particolarmente cara a Giovanni Paolo II
di Wlodzimierz Redzioch – ACI Stampa

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Non tutti sanno che il più grande altare gotico si trova in una chiesa a Cracovia: la basilica dell’Assunzione di Maria Vergine.

La chiesa si trova presso la Piazza Grande della storica città sulla Vistola, già capitale della Polonia. La prima chiesa costruita in questo luogo all’inizio del XIII secolo venne distrutta durante le invasioni dei Tartari e sulle sue fondamenta venne edificata in stile gotico l’attuale chiesa che nel corso dei secoli fu modificata secondo gli stili di varie epoche fino all’Art Nouveau.

E in questo scrigno dell’arte si trova un vero gioiello: l’altare di Veit Stoss, conosciuto come altare di Santa Maria (Ołtarz Mariacki). E’ un pentattico, il che significa che si compone di una parte centrale con figure scolpite, una coppia di ali interne mobili e una coppia di ali esterne fisse. Tutte le ali sono decorate con rilievi in legno scolpiti, dipinti e dorati nei quali vengono rappresentati episodi della vita di Cristo e della Vergine. Questo gioiello dell’arte scultorea gotica fu voluto e pagato dai cittadini di Cracovia ed intagliato tra il 1477 e il 1489 dallo scultore tedesco Veit Stoss (in polacco Wit Stwosz), che si trasferì nella città e ivi rimase per i successivi 20 anni.

L’Altare di Veit Stoss è alto circa 13 m e largo 11 quando i pannelli del trittico sono completamente aperti. Le figure, scolpite in modo realistico, sono alte 2,7 m, ciascuna fu intagliata da un tronco d’albero di tiglio. Altre parti dell’altare sono fatte di legno di quercia e il fondale è in legno di larice. Quando sono chiusi, i pannelli mostrano 12 scene della vita di Gesù e Maria.

La scena centrale dell’altare mostra la morte della Madre di Gesù in presenza dei dodici Apostoli. La scena superiore presenta l’Assunzione della Madonna e in cima, già fuori dalla cornice principale, si vede l’incoronazione di Maria, affiancata dalle figure di san Stanislao e di sant’Adalberto.

Va detto che il giorno 15 agosto la Chiesa latina festeggia l’Assunzione di Maria al cielo, mentre quel giorno nella Chiesa ortodossa e nella Chiesa cattolica di rito bizantino si celebra la Dormizione di Maria. L’uso del termine « dormizione » (in latino dormitio) è legato alla dottrina che dice che Maria non sarebbe veramente morta, ma sarebbe soltanto sprofondata in un sonno, dopodiché sarebbe stata assunta in cielo. Anche se, dal punto di vista temporale, Dormizione e Assunzione non sono la stessa cosa, le due ricorrenze liturgiche coincidono. E nello splendido altare di Cracovia si affiancano una sopra l’altra.

Alla Basilica di Santa Maria fu legato in modo particolare, fin dalla sua giovinezza, Karol Wojtyła. Lì pregava spesso quando visitava i suoi parenti in via Floriańska. Negli anni 1952-1958 confessava nella Basilica: il suo confessionale si trovava nella cappella di Nostra Signora della Porta dell’Aurora di Vilnius. Il suo confessionale si trova ancora nella navata sud. Già da Pontefice durante i suoi pellegrinaggi in Polonia, Giovanni Paolo II ha visitato la Basilica tre volte: il 9 giugno 1979, il 13 agosto 1991, il 16 giugno 1999. Durante il suo primo pellegrinaggio in Patria, il Santo Padre pronunciò nella Basilica le parole piene di commozione: “Avrei rimorsi di coscienza se stando a Cracovia non avessi visitato la Basilica di Santa Maria, se non fossi entrato in questo magnifico tempio, di cui è difficile parlare concisamente. C’è tanta bellezza in essa, tanta espressione, tanta atmosfera orante, tanto mistero mariano e tanta raffinatezza! Sono anche lieto che all’ingresso ci si possa inchinare alla Madonna di Częstochowa, incoronata alla fine del pellegrinaggio dell’Arcidiocesi di Cracovia. E da lì, camminando lungo la chiesa, guardare il trittico di Veit Stoss e ammirarlo: questa bellezza gotica che il passato ci ha lasciato nel cuore stesso di Cracovia”.

Oggi tutti coloro che visitano questo tempio mariano di Cracovia possono ammirare il monumentale altare con le scene della Dormizione e dell’Assunzione della Madonna che è stato recentemente sottoposto ad un accurato restauro ed è tornato al suo originale splendore.

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Santa Filomena da Mugnano del Cardinale

Posté par atempodiblog le 13 août 2022

Santa Filomena da Mugnano del Cardinale
di Vatican News

Santa Filomena da Mugnano del Cardinale dans Beata Pauline Marie Jaricot Santa-Filomena

Filomena martire cristiana?
Il culto di Santa Filomena e anche tutti gli interrogativi sulla sua identità hanno origine a Roma il 25 maggio del 1802 durante gli scavi nella Catacomba di Priscilla sulla via Salaria, quando vengono scoperte le ossa di una giovane di tredici o quattordici anni e un vasetto contenente un liquido ritenuto sangue della Santa. Il loculo era chiuso da tre tegole di terracotta su cui era inciso: “LUMENA PAX TE CUM FI”. Si credette che, per inavvertenza, fosse stato invertito l’ordine dei tre frammenti risalenti tra il III e il IV sec d.C. e che si dovesse leggere: « PAX TE / CUM FI / LUMENA” cioé: « La pace sia con te, Filomena ». I diversi segni decorativi intorno al nome inoltre – soprattutto la palma e le lance – portarono ad attribuire queste ossa ad una martire cristiana dei primi secoli. All’epoca, infatti, si riteneva che la maggior parte dei corpi presenti nelle Catacombe risalissero alle persecuzioni dell’epoca apostolica.

Santa-Filomena-da-Avellino dans Fede, morale e teologia

Le reliquie e i prodigi a Mugnano del Cardinale
Furono queste reliquie ad essere in seguito portate, per richiesta del sacerdote nolano Francesco De Lucia, a Mugnano del Cardinale, in provincia di Avellino, nella chiesa dedicata alla Madonna delle Grazie, dove sono tuttora. Qui i primi miracoli raccontati proprio da mons. De Lucia. Attirato da quanto succedeva Papa Leone XII concesse al Santuario la lapide originaria che Pio VII aveva fatto trasferire nel lapidario Vaticano. Nel 1833, in questo contesto, si inserì la « Rivelazione » di suor Maria Luisa di Gesù che contribuì a diffondere il culto di Santa Filomena in Europa e in America. Personaggi noti come Paolina Jaricot, fondatrice dell’Opera della Propagazione della Fede e del Rosario vivente, e il santo Curato d’Ars ricevettero la guarigione completa dei loro mali per intercessione della santa e ne divennero ferventi devoti.

La biografia secondo Suor M. Luisa di Gesù
E’ proprio il racconto di suor Maria Luisa a svelare la storia della Santa. La suora affermò che la vita di Filomena le era stata narrata per “rivelazione” dalla santa stessa. Filomena sarebbe stata figlia di un re della Grecia convertitosi al cristianesimo e per questo divenuto padre. A 13 anni consacrò a Dio con voto la sua castità verginale. Fu allora che l’imperatore Diocleziano dichiarò guerra a suo padre: la famiglia si vide costretta allora a trasferirsi a Roma per trattare la pace. L’imperatore si innamorò della fanciulla, ma al suo rifiuto la sottopose ad una serie di tormenti da cui sempre fu salvata fino alla definitiva decapitazione. Due ancore, tre frecce, una palma e un fiore sono i simboli, raffigurati sulle tegole del cimitero di Priscilla, che furono interpretati come simboli del martirio. Ma uno studio più approfondito dei reperti archeologici attestò l’assenza della scritta martyr e fece decadere la possibilità della morte per martirio; inoltre nell’ampolla trovata accanto ai resti si provò che non vi fosse sangue ma profumi tipici delle sepolture dei primi cristiani. In definitiva il corpo era di una fanciulla morta nel IV secolo sul cui sepolcro erano state utilizzate tegole con iscrizioni di un precedente sepolcro. La Sacra Congregazione dei Riti nella Riforma Liturgica degli anni ’60 tolse allora dal calendario il nome di Filomena. Ma il culto rimase.

La Devozione resta
La “Santina” del Curato D’Ars, come molti chiamano Santa Filomena, fu venerata in particolare da San Pio da Pietrelcina sin da bambino. La chiamava “la principessina del Paradiso” e a chi osava mettere in discussione la sua esistenza, rispondeva che i dubbi erano frutto del demonio e ripeteva: “Può pure darsi che non si chiami Filomena! Ma questa Santa ha fatto dei miracoli e non è stato il nome che li ha fatti!”. Tutt’oggi Filomena intercede per molte anime e numerosi fedeli si recano a pregare davanti alle sue spoglie. E’ considerata la protettrice degli afflitti e dei giovani sposi e molte volte ha donato la gioia della maternità a madri sterili.

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Monsignor Jan Sobilo: “Il Rosario è l’Arma più Potente contro il male”

Posté par atempodiblog le 10 août 2022

Monsignor Jan Sobilo: “Il Rosario è l’Arma più Potente contro il male”
Vescovo Ucraino: “Il Rosario è l’Arma più Potente contro il male”! Queste sono state le toccanti parole di Mons. Jan Sobilo, Vescovo ausiliare della Diocesi di Kharkiv-Zaporizhia, durante il 33° Mladifest!

di ChurchPOP

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Monsignor Jan Sobilo ha parlato lo scorso 2 agosto, secondo giorno del 33° Mladifest, davanti alle migliaia di giovani che hanno partecipato al Festival Internazionale della Gioventù a Medjugorje.

Vescovo Ucraino: “Il Rosario è l’Arma più Potente contro il male”
“Ogni peccato grave è come un terribile missile che distrugge città e persone in una guerra. In altre parole, a causa dei miei peccati gravi sono anche responsabile della continuazione della guerra. (…) Ma con la mia conversione posso distruggere questa arma dello spirito maligno. La mia preghiera del cuore e il digiuno nell’umiltà e nel silenzio hanno il potere di fermare le guerre.

[…] I soldati con cui comunico spesso, ultimamente mi dicono che nei momenti più terribili in cui le persone perdono la speranza, l’aiuto viene dal Cielo. Si rendono conto che la preghiera, il digiuno, e il manto della Purissima Vergine Maria che li avvolge, li proteggono dalle ferite e dalla morte. (…) I nostri soldati si affidano a un’arma molto potente: la corona del rosario. Capita spesso di vederli con il rosario al collo che tengono vicino al cuore. Il rosario è, infatti, molto simile alla fionda di David e alla cinque pietre che teneva nella borsa e che ha usato per sconfiggere Golia.

[…] Il male oggi sembra potente come Golia, e a volte pensiamo che sia impossibile sconfiggerlo e che ci mancano forza e armi. Ma recitando il rosario, la confessione frequente, la Santa Comunione e la parola di Dio, Dio vince grazie alla nostra preghiera e fedeltà. Ecco perché il nostro compito oggi è restare fedeli alla Madre di Dio ed essere fedeli a Dio che può tutto, anche nelle circostanze più difficili di questa guerra”.

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Nicaragua, Ortega alza ancora il tiro: il vescovo Álvarez prigioniero in curia

Posté par atempodiblog le 9 août 2022

Nicaragua, Ortega alza ancora il tiro: il vescovo Álvarez prigioniero in curia
di Alessandra D’Andria – Avvenire
Tratto da: Radio Maria

Nicaragua, Ortega alza ancora il tiro: il vescovo Álvarez prigioniero in curia dans Articoli di Giornali e News Preghiamo-per-il-Nicaragua

L’immagine ha commosso il mondo. Portando in mano l’Eucaristia nell’ostensorio, Rolando Álvarez si fa spazio a fatica tra la folla di agenti sommossa. Il vescovo si rivolge ai poliziotti dedicando loro la canzone El amigo, quindi si inginocchia con le mani alzate, prega, poi rientra nella curia di Metagalpa ed Estelí, «perché abbiamo sempre rispettato le forze di sicurezza e continueremo a farlo». La scena è accaduta giovedì quando al pastore è stato impedito di uscire per celebrare la Messa. Novantasei ore dopo, monsignor Álvarez è ancora prigioniero nella sua stessa diocesi insieme a sei sacerdoti e altrettanti laici. La sua “colpa” è quella di aver diffuso un video su Twitter in cui invitava il governo di Daniel Ortega a rispettare la libertà religiosa dopo la chiusura di otto emittenti cattoliche diocesane e l’assalto alla cappella del Bimbo Gesù di Praga di Sébaco. Il gesto gli è valsa un’indagine, annunciata venerdì dalla stessa vice-presidente e moglie del leader, Rosario Murillo, per «incitamento all’odio» e di «organizzazione di gruppi violenti ». «In realtà non so bene per quale ragione mi hanno messo sotto inchiesta», ha spiegato il vescovo che ha ricevuto la totale solidarietà della Conferenza episcopale nicaraguense e delle altre Chiese del Continente. A monsignor Álvarez vogliamo esprimere «la nostra fraternità, amicizia e comunione episcopale», si legge nel comunicato diffuso dai vescovi nazionali. Mentre il Consiglio episcopale latinoamericano (Celam), attraverso il presidente, Miguel Cabrejos, ha espresso il «profondo dolore» per «gli ultimi fatti, come l’assedio a sacerdoti e vescovi, l’espulsione degli esponenti delle comunità religiose, la profanazione dei templi e la chiusura delle radio». Da parte sua, monsignor Álvarez non si scoraggia e ogni giorno, alle 12, celebra la Messa via Facebook in prega per la pace.

Il confinamento agli “arresti domiciliari” del vescovo di Metagalpa ed Estelí è l’ultimo atto di un’escalation di repressione di Ortega nei confronti della Chiesa cattolica. Quest’ultima è ormai l’unica voce libera rimasta nel Paese dopo la sfilza di arresti di oppositori e attivisti per i diritti umani. Il punto di svolta sono state le proteste pacifiche del 2018 per chiedere un cambiamento al presidente, combattente contro la dittatura del clan Somoza negli anni Settanta e trasformato in caudillo dopo il ritorno al potere nel 2007. Il governo ha risposto con il pugno di ferro. Almeno 350 persone sono morte nella repressione delle dimo-strazioni, come ha rilevato la Commissione interamericana per i diritti umani. Negli anni successivi, i media indipendenti sono stati costretti al silenzio e le manifestazioni vietati. Gli intellettuali – inclusi molti compagni d’armi del presidente nel movimento sandinista, nazionalista e socialisteggiante – sono stati costretti all’esilio. La congiuntura è ulteriormente peggiorata con le presidenziali dello scorso novembre. Ortega ha corso senza rivali reali, tutti preventivamente chiusi con cella. Dall’inizio del quarto mandato consecutivo, il leader ha attuato un giro di vite nei confronti della Chiesa. A marzo è stato espulso il nunzio, Waldemar Stanislaw Sommertag, protagonista di due falliti intenti di dialogo tra il governo e l’opposizione. Poi sono cominciate le chiusura delle emittenti cattoliche, il taglio dei fondi all’Università dei gesuiti e la rimozione della personalità giuridica alle organizzazioni caritative della Chiesa. A luglio, perfino le Missionarie della Carità sono state espulse. Due sacerdoti – Manuel Salvador García e Leonardo Urbina – sono rinchiusi in carcere con accuse arbitrarie. Monsignor Álvarez potrebbe essere il prossimo.

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Il Papa telefona a don Michele, il prete dj dei rave in chiesa: bravo

Posté par atempodiblog le 7 août 2022

Il Papa telefona a don Michele, il prete dj dei rave in chiesa: bravo
Il colloquio, tenuto riservato dal sacerdote di Montesanto, è avvenuto il 4 agosto. Il Pontefice si è informato sulle attività innovative che avvicinano i giovani alla chiesa
di Marco Santoro – Corriere del Mezzogiorno

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«Pronto, non è uno scherzo, sono il Papa». Così il Pontefice ha esordito chiamando don Michele Madonna, 48 anni, parroco napoletano della comunità di Santa Maria di Montesanto, ex disc jockey, noto per le sue innovative attività di pastorale giovanile come il «rave» di un mese fa cui hanno partecipato centinaia di ragazzi, ballando tutta la notte musica cristiana remixata in chiave disco alternata con momenti di preghiera comunitaria. La telefonata è avvenuta giovedì 4 agosto, ma don Michele  attivissimo sui social  non ha voluto finora raccontare in pubblico l’episodio, trapelato oggi dalla ristretta cerchia di collaboratori che ne sono venuti a conoscenza.

«Voglio restare informato»
Papa Francesco ha conversato con il parroco, chiedendogli dettagli sulle sue attività  che nei mesi scorsi hanno avuto ampia eco sui media, non solo cattolici  e raccomandandogli di tenerlo informato anche in futuro sul suo lavoro. Don Michele Madonna, nato nel 1974, è diventato sacerdote a 30 anni. Figlio del proprietario di una discoteca, fino a 23 anni ha fatto il dj e ora rivolge ai giovani e a quanti si sentono “lontani” dalla chiesa molte iniziative pastorali fuori dagli schemi tradizionali, come le confessioni svolte lungo le strade del quartiere, proprio per andare incontro a coloro che non frequentano abitualmente i luoghi di culto. Il suo territorio è popoloso e difficile: nel rione di Montesanto, il mese scorso, ha fatto scalpore l’episodio della 12enne sfregiata al volto dall’ex fidanzatino di 16 anni.

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Medjugorje, il Papa ai giovani: in vacanza con Gesù il cuore è in pace

Posté par atempodiblog le 3 août 2022

Medjugorje, il Papa ai giovani: in vacanza con Gesù il cuore è in pace
Francesco ha inviato un messaggio ai partecipanti del Festival della Gioventù iniziato ieri nella cittadina mariana e in programma fino al 6 agosto: seguite Cristo per avere coraggio, compassione e speranza
di Alessandro De Carolis – Radio Vaticana
Tratto da: Radio Maria

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È una questione di direzione la vita. Specie quando si fa dura, tra ingiustizie di oggi e ferite di ieri, aspettative disilluse, è importante “sapere in che direzione andare perché ci sono tanti traguardi ingannevoli che promettono un futuro migliore”, ma certamente c’è una direzione che non delude, quella verso Gesù che assicura a chi lo segue di offrire “ristoro””. Il Papa prende spunto dal versetto del Vangelo di Matteo, che dà il titolo all’incontro, per scrivere alle ragazze e ai ragazzi che da ieri si trovano a Medjugorje per il Festival della Gioventù 2022.

Muoversi con lo stile di Gesù
“Venite e imparate da me”, dice Cristo agli apostoli, ed è “un invito – afferma Francesco – a muoversi, a non restare fermi, congelati e impauriti davanti alla vita, e ad affidarsi a Lui”. “Sembra facile – osserva ancora – ma nei momenti bui viene naturale chiudersi in sé stessi. Gesù invece vuole tirarci fuori, perciò ci dice ‘Vieni’”. Camminare con Lui, scrive ancora il Papa, insegna a non basarsi solo sulle proprie forze, ad assumere il “suo modo di pensare, vedere ed agire”, ad avere dentro coraggio, compassione e speranza.

Il posto più speciale
Nell’affidare a Maria i giovani, Francesco ne ricorda l’appellativo di “Stella del mare”, il “segno di speranza sul mare agitato che – dice – ci guida verso il porto della pace”. In questo momento, “nel cuore dell’estate – conclude – il Signore vi invita ad andare in vacanza con Lui, nel luogo più speciale che c’è: il proprio cuore”.

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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE ai partecipanti del Festival della Gioventù – Medjugorje, 1-6 agosto 2022

Posté par atempodiblog le 2 août 2022

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE ai partecipanti del Festival della Gioventù – Medjugorje, 1-6 agosto 2022
Fonte: Medjugorje.hr
Tratto da: Radio Maria

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE ai partecipanti del Festival della Gioventù – Medjugorje, 1-6 agosto 2022 dans Apparizioni mariane e santuari Papa-Francesco-Medjugorje

Carissimi!

In quel tempo, come ci dice l’evangelista Matteo, Gesù rivolgendosi a tutti disse: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero.» (Mt 11, 28-30). Come in quel tempo, così anche oggi Gesù si rivolge a tutti voi, cari giovani, e attraverso il motto del Festival di quest’anno, ispirato dal Vangelo appena menzionato, vi rivolge il Suo invito: «Imparate da me e troverete ristoro».

Il Signore rivolge queste Sue parole non solo agli apostoli o ad alcuni Suoi amici, ma a tutti coloro che sono stanchi e oppressi. Lui sa quanto può essere dura la vita e che ci sono molte cose che opprimono il nostro cuore: numerose delusioni, ferite del passato, pesi che portiamo, ingiustizie che sopportiamo e numerose incertezze e preoccupazioni. Di fronte a tutto questo, si trova Gesù che ci rivolge il Suo invito: «Venite a me e imparate da me». Questa chiamata richiede cammino e fiducia, e non ci permette di stare fermi, rigidi e impauriti davanti alle sfide della vita. Sembra facile, ma nei momenti bui semplicemente ci ripieghiamo su noi stessi. È proprio da questa solitudine che Gesù vuole farci uscire, per questo ci dice: «Vieni».

La via d’uscita è nella relazione con il Signore, nel guardare Colui che ci ama veramente. Però non basta soltanto uscire da sé stessi, bisogna anche sapere in che direzione andare, perché ci sono tante offerte ingannevoli che promettono un futuro migliore, ma ci lasciano sempre di nuovo nella solitudine. Per questo motivo il Signore ci indica dove andare: «Venite a me».

Cari amici, andate da Lui con il cuore aperto, prendete il suo giogo e imparate da Lui. Andate dal Maestro per diventare i Suoi discepoli ed eredi della Sua pace. Prendete il Suo giogo con il quale scoprirete la volontà di Dio e diventerete partecipi del mistero della Sua croce e risurrezione. Il «giogo» di cui Cristo parla è la legge d’amore, è il comandamento che ha lasciato ai Suoi discepoli: amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi (Gv, 15,12). Perché la vera medicina, per le ferite dell’uomo, è una vita fondata sull’amore fraterno, che trova la propria sorgente nell’amore di Dio.

Camminando insieme a Lui e seguendoLo, imparerete da Lui. Lui è il Signore che non impone agli altri un peso che Lui stesso non porta. Si rivolge agli umili, ai piccoli e ai poveri perché Egli stesso si è fatto povero e umile. Se vogliamo davvero imparare, dobbiamo umiliarci e riconoscere la nostra ignoranza e arroganza, in quei momenti in cui pensiamo di poter ottenere tutto da soli e con le nostre forze, e soprattutto avere l’orecchio aperto per le parole del Maestro. In questo modo conosciamo il Suo cuore, il Suo amore, il Suo modo di pensare, vedere ed agire. Ma essere vicini al Signore e seguirLo richiede coraggio.

Carissimi, non abbiate paura, andate da Lui con tutto ciò che portate nel proprio cuore. Egli è l’unico Signore che offre vero ristoro e vera pace. Seguite l’esempio di Maria, Sua e nostra Madre, che vi condurrà a Lui. Affidatevi a Lei, che è la Stella del mare, il segno di speranza sul mare agitato che ci conduce verso il porto della pace. Colei, che conosce Suo Figlio, vi aiuterà ad imitarLo nella vostra relazione con Dio Padre, nella compassione del prossimo e nella consapevolezza di ciò che siamo chiamati a fare: essere figli di Dio. In questo momento, nel cuore dell’estate, il Signore vi invita ad andare in vacanza con Lui, nel luogo più speciale che esista, che è il vostro stesso cuore.

Cari giovani, mentre in questi giorni riposate in Gesù Cristo, vi affido tutti alla Beata Vergine Maria, alla nostra Madre celeste, affinché con la Sua intercessione ed esempio possiate prendere su di voi il dolce e leggero giogo della sequela di Cristo. Vi accompagni lo sguardo di Dio Padre che vi ama, affinché negli incontri con gli altri, possiate essere i testimoni della pace che riceverete in cambio come dono. Prego per quest’intenzione evi benedico, raccomandandomi alle vostre preghiere.

A Roma, presso San Giovanni in Laterano
La memoria della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo, il 16 luglio 2022

Papa Francesco

Divisore dans San Francesco di Sales

Freccia dans Articoli di Giornali e News Festival della Gioventù – Medjugorje

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Mi aspetta in festa d’amore

Posté par atempodiblog le 1 août 2022

Mi aspetta in festa d’amore dans Citazioni, frasi e pensieri San-Giustino-Maria-Russolillo-Apostolo-delle-Vocazioni-da-Pianura
2 agosto 1955, nasceva in Cielo don Giustino Maria

Devo essere tutto una vivente relazione di amore con Dio Padre mio, Figlio mio, sposo mio! Tutto in atto d’amore, tutto un atto d’amore, lo sguardo nel suo, abbraccio con Lui, unione! Atti di unione in continuazione con Dio Padre mio, con Dio Figlio mio, con Dio sposo mio. Amen.

Non temo più la morte, poiché io che vivo, che penso, che sento non muoio ma vado a Lui che mi aspetta in festa d’amore degna di Lui, infinita. Resto, per ora almeno, libero dal timore della morte.

O intimità umile e dolce col Signore, non voglio perderti. Più nessuna ombra, né tiepidezza con la grazia sua. Amen! Devo e voglio amarlo ancora con tutto il sentimento e la fantasia, che sono come le ali e le mani per cui Egli mi prende delicatamente e mi trattiene.

San Giustino Maria Russolillo Apostolo delle Vocazioni

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Sant’Alfonso Maria de’ Liguori e la preghiera

Posté par atempodiblog le 31 juillet 2022

Supplica a Sant’Alfonso Maria de’ Liguori

O glorioso e amatissimo Sant’Alfonso, che tanto hai operato per assicurare agli uomini i frutti della Redenzione, vedi le necessità delle nostre anime e soccorrici.
Per l’intercessione di cui godi presso Gesù e Maria, ottienici il perdono di tutte le nostre colpe e la forza di resistere alle seduzioni del male.
Ottienici quell’ardente amore verso Gesù e Maria, di cui il tuo cuore fu sempre così infiammato: Aiutaci a conformare sempre la nostra vita alla divina Volontà, e impetraci dal Signore la santa perseveranza nella preghiera e nel servizio di Dio e dei fratelli.
Accompagnaci con la tua protezione nelle prove della vita fino a quando non ci vedrai insieme a te, in paradiso, a lodare per sempre il tuo e nostro Signore. Amen

Sant’Alfonso Maria de’ Liguori e la preghiera dans Fede, morale e teologia Afterlight-Image
Napoli, 1696  Nocera de’ Pagani, Salerno, 1 agosto 1787

Sant’Alfonso Maria de’ Liguori e la preghiera
di BENEDETTO XVI – Udienza generale, mercoledì, 1° agosto 2012

Cari fratelli e sorelle!

Ricorre oggi la memoria liturgica di sant’Alfonso Maria de’ Liguori, Vescovo e Dottore della Chiesa, fondatore della Congregazione del Santissimo Redentore, Redentoristi, patrono degli studiosi di teologia morale e dei confessori. sant’Alfonso è uno dei santi più popolari del XVIII secolo, per il suo stile semplice e immediato e per la sua dottrina sul sacramento della Penitenza: in un periodo di grande rigorismo, frutto dell’influsso giansenista, egli raccomandava ai confessori di amministrare questo Sacramento manifestando l’abbraccio gioioso di Dio Padre, che nella sua misericordia infinita non si stanca di accogliere il figlio pentito. L’odierna ricorrenza ci offre l’occasione di soffermarci sugli insegnamenti di sant’Alfonso riguardo alla preghiera, quanto mai preziosi e pieni di afflato spirituale. Risale all’anno 1759 il suo trattato Del gran mezzo della Preghiera, che egli considerava il più utile tra tutti i suoi scritti. Infatti, descrive la preghiera come «il mezzo necessario e sicuro per ottenere la salvezza e tutte le grazie di cui abbiamo bisogno per conseguirla» (Introduzione). In questa frase è sintetizzato il modo alfonsiano di intendere la preghiera.

Innanzitutto, dicendo che è un mezzo, ci richiama al fine da raggiungere: Dio ha creato per amore, per poterci donare la vita in pienezza; ma questa meta, questa vita in pienezza, a causa del peccato si è, per così dire, allontanata – lo sappiamo tutti – e solo la grazia di Dio la può rendere accessibile. Per spiegare questa verità basilare e far capire con immediatezza come sia reale per l’uomo il rischio di «perdersi», sant’Alfonso aveva coniato una famosa massima, molto elementare, che dice: «Chi prega si salva, chi non prega si danna!». A commento di tale frase lapidaria, aggiungeva: «Il salvarsi insomma senza pregare è difficilissimo, anzi impossibile … ma pregando il salvarsi è cosa sicura e facilissima» (II, Conclusione). E ancora egli dice: «Se non preghiamo, per noi non v’è scusa, perché la grazia di pregare è data ad ognuno … se non ci salveremo, tutta la colpa sarà nostra, perché non avremo pregato» (ibid.). Dicendo quindi che la preghiera è un mezzo necessario, sant’Alfonso voleva far comprendere che in ogni situazione della vita non si può fare a meno di pregare, specie nel momento della prova e nelle difficoltà. Sempre dobbiamo bussare con fiducia alla porta del Signore, sapendo che in tutto Egli si prende cura dei suoi figli, di noi. Per questo, siamo invitati a non temere di ricorrere a Lui e di presentargli con fiducia le nostre richieste, nella certezza di ottenere ciò di cui abbiamo bisogno.

Cari amici, questa è la questione centrale: che cosa è davvero necessario nella mia vita? Rispondo con sant’Alfonso: «La salute e tutte le grazie che per quella ci bisognano» (ibid.); naturalmente, egli intende non solo la salute del corpo, ma anzitutto anche quella dell’anima, che Gesù ci dona. Più che di ogni altra cosa abbiamo bisogno della sua presenza liberatrice che rende davvero pienamente umano, e perciò ricolmo di gioia, il nostro esistere. E solo attraverso la preghiera possiamo accogliere Lui, la sua Grazia, che, illuminandoci in ogni situazione, ci fa discernere il vero bene e, fortificandoci, rende efficace anche la nostra volontà, cioè la rende capace di attuare il bene conosciuto. Spesso riconosciamo il bene, ma non siamo capaci di farlo. Con la preghiera arriviamo a compierlo. Il discepolo del Signore sa di essere sempre esposto alla tentazione e non manca di chiedere aiuto a Dio nella preghiera, per vincerla.

Sant’Alfonso riporta l’esempio di san Filippo Neri – molto interessante –, il quale «dal primo momento in cui si svegliava la mattina, diceva a Dio: “Signore, tenete oggi le mani sopra Filippo, perché se no, Filippo vi tradisce”» (III, 3) Grande realista! Egli chiede a Dio di tenere la sua mano su di lui. Anche noi, consapevoli della nostra debolezza, dobbiamo chiedere l’aiuto di Dio con umiltà, confidando sulla ricchezza della sua misericordia. In un altro passo, dice sant’Alfonso che: «Noi siamo poveri di tutto, ma se domandiamo non siamo più poveri. Se noi siamo poveri, Dio è ricco» (II, 4). E, sulla scia di sant’Agostino, invita ogni cristiano a non aver timore di procurarsi da Dio, con le preghiere, quella forza che non ha, e che gli è necessaria per fare il bene, nella certezza che il Signore non nega il suo aiuto a chi lo prega con umiltà (cfr III, 3). Cari amici, sant’Alfonso ci ricorda che il rapporto con Dio è essenziale nella nostra vita. Senza il rapporto con Dio manca la relazione fondamentale e la relazione con Dio si realizza nel parlare con Dio, nella preghiera personale quotidiana e con la partecipazione ai Sacramenti, e così questa relazione può crescere in noi, può crescere in noi la presenza divina che indirizza il nostro cammino, lo illumina e lo rende sicuro e sereno, anche in mezzo a difficoltà e pericoli. Grazie.

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La devozione mariana in sant’Ignazio

Posté par atempodiblog le 30 juillet 2022

La devozione mariana in sant’Ignazio
Quando si pensa a sant’Ignazio di Loyola, la memoria corre subito ai suoi Esercizi spirituali. Poca, invece, è la fama della sua devozione alla Vergine Maria. Eppure, di “tracce mariane”, ne troviamo non poche: come nella vita, così anche nei suoi scritti.
di Antonio Tarallo – La nuova Bussola Quotidiana

La devozione mariana in sant'Ignazio dans Fede, morale e teologia Sant-Ignazio-di-Loyola-e-la-Madonna-della-strada

Quando si pensa a Sant’Ignazio di Loyola, la memoria corre subito ai suoi Esercizi spirituali, fonte inesauribile per la meditazione, testo-simbolo della sua avventura terrena. E il termine “avventura” è davvero quello che meglio si addice alla sua biografia: Ignazio, il condottiero spagnolo, che troverà- poi – in Dio l’unico vero duce non solo delle sue battaglie, ma dell’intera sua esistenza. Coraggioso e dal fine intelletto, il fondatore dei Gesuiti – del quale domani ricorre la memoria liturgica – rappresenta uno dei più famosi santi che la Chiesa annovera. Tanti libri su di lui sono stati scritti; tante pagine raccontano di come il militare degli uomini sia diventato uno dei più importanti “militi del Signore”.

Poca, invece, è la fama della sua devozione alla Vergine Maria. Eppure di “tracce mariane”, ne troviamo non poche: come nella vita, così anche nei suoi scritti. Infatti, l’espressione con riferimento a Maria che più frequentemente appare negli Esercizi Spirituali è Madre y Señora nuestra (Madre e Signora nostra): espressione ricca di contenuto teologico e, al contempo, di grande carica emotiva, di “filiale affetto” si potrebbe dire.

E Ignazio provava una devozione del tutto particolare per la Mamma Celeste, per la Signora: proprio a Lei si sentirà legato fin da quella famosa battaglia di Pamplona che gli cambierà la vita, definitivamente. Era il 1521. All’epoca il fondatore gesuita non si chiamava ancora Ignazio ma Iñigo, e non aveva ancora trent’anni. Durante la battaglia fu colpito duramente alla gamba, ma ciò non lo ferì comunque mortalmente. Inizia per lui il periodo della convalescenza, lungo e tortuoso. Nasce così la sua passione per due letture che gli cambieranno l’esistenza: Vita Christi del certosino Ludolfo di Sassonia e Le vite dei santi di Jacopo da Varagine, vescovo di Genova e frate domenicano. E proprio di questo periodo,  nella sua Autobiografia,  troviamo un racconto in cui la Vergine è protagonista: Sant’Ignazio “vide chiaramente un’immagine di nostra Signora con il santo bambino Gesù [e] poté contemplarla a lungo provandone grandissima consolazione”. Questa visione ebbe come effetto una profonda “trasformazione che si era compiuta dentro la sua anima”. Dopo lunghi mesi di lettura e studio, avverrà, poi, il pellegrinaggio al benedettino monastero “de Montserrat”: qui, l’incontro con la Vergine, o meglio, con la “Moreneta”, una scultura di legno (XIII secolo) che raffigura la Vergine. Si narra che proprio di fronte a questa effige, Iñigo deporrà la spada di guerra per imbracciare il Crocifisso dell’Amore. Il passato si chiude per aprirgli la porta di un nuovo cammino: quello verso Dio, verso la carità, verso il Paradiso. La Vergine lo aveva ormai attratto a sé, e Iñigo diventerà Ignazio.

La presenza della Madre di Dio sarà una costante nella sua vita perché anche a Roma, città fondamentale per il cammino personale di Ignazio e di quello della Compagnia da lui fondata, incontra un’altra immagine che rimarrà scolpita nel suo cuore: è la Madonna della Strada che si trovava nella chiesa che all’epoca aveva nome Santa Maria degli Astalli per poi prendere il nome, appunto, di Madonna della Strada.

Annus Domini 1641. Sul soglio di Pietro regna Papa Paolo III, lo stesso pontefice che l’anno prima aveva approvato la Compagnia di Gesù; il Santo Padre consegna la chiesa, abbattuta e ricostruita nel 1569, a Sant’Ignazio di Loyola. Davanti a questa miracolosa immagine si narra – tra l’altro – che furono molti i santi che si fermarono in preghiera: da Pierre Favre a Carlo Borromeo, fino a giungere a Filippo Neri. Ma qual è la storia di questo affresco così delicato, tenero e dolce? La sua storia si intreccia con quella del guerriero di Dio, Ignazio: infatti, quel dipinto, era stato sempre lì, precedentemente alla sua venuta a Roma; infatti, l’effige della Madonna col Bambino in braccio, si trovava in angolo della chiesa di Santa Maria della Strada; e il santo spagnolo si era imbattuto nell’affresco in occasione del suo primo viaggio nella Città Eterna, nel 1540. Il dato più lontano nel tempo riguardante l’edificio sacro al cui interno era stata affrescata l’immagine della Madonna della Strada risale al 1192, anno in cui compare la prima indicazione di una chiesa dal nome Santa Maria de Astariis, appellativo che ritorna anche in un catalogo di chiese romane redatto intorno al 1230; mentre in un codice del 1320 – conservato presso la Biblioteca Nazionale di Torino – si legge che questa chiesetta era retta da un solo sacerdote e al suo interno si facevano seppellire i membri della famiglia romana degli Astalli. Nei documenti successivi, invece, il nome dell’edificio sacro muta in “Santa Maria de scinda” e in  “Santa Maria de stara”, per poi mutarsi nuovamente in “Santa Maria della Strada”. È comunque importante specificare che la superficie dove sorgeva questa chiesa occupava una piccola parte dell’area circoscritta da quelle vie che sono le attuali via degli Astalli, via del Plebiscito e piazza del Gesù. Ciò che vediamo oggi, lo dobbiamo alla decisione del cardinale Alessandro Farnese di costruire – nel 1568 – la Chiesa del Gesù.  E solo nel 1575, l’affresco venne posto nella cappella della nuova chiesa dove i Gesuiti prendevano i voti.

Chi entra, oggi, nella Chiesa del Gesù, non può non rimanerne colpito da questa immagine della Madonna della Strada: rimane affascinato dalla sua grazia, dalla sua bellezza misteriosa. La Vergine è rappresentata a mezzo busto, con in braccio sinistro il Bambino; la mano destra, invece, è aperta, rivolta ai fedeli. Ha il capo coronato circondato dal nimbo; lo sguardo frontale; e tutta la figura è avvolta da un manto color oro. Anche il Bambino ha una luminosa aureola, e presenta la postura del Pantocratore; ha lo sguardo frontale che infonde al fedele una serenità austera; con la sinistra tiene un libro e alza la destra nel gesto della benedizione. Nell’insieme, l’effige mariana sembra evocare la tipologia della Madre mediatrice di Grazia; e, inoltre, con il suo sguardo che penetra nel cuore di ogni fedele, sembra davvero che inviti alla fiducia nel Figlio.

La storia di questa immagine ha visto una tappa fondamentale nel 2006, quando è stata sottoposta a un restauro che ne ha mostrato un nuovo volto, del tutto inedito: infatti, l’immagine si è rivelata di oltre due secoli più antica di quello che si pensava. Il lavoro di restauro ha dissolto secoli di sporcizia, depositi minerali, vernice e sopraverniciatura dalla superficie dell’immagine; e, così, i colori brillanti hanno iniziato a farsi strada, tanto da dare alla luce una nuova Madonna della Strada. Gli esperti che hanno supervisionato il lavoro di restauro, alla fine, hanno concordato sul fatto di datare l’opera al XIII o al XIV secolo.

La Madonna della Strada, nulla di più attuale. Proprio oggi che molti sembrano aver smarrito la via, guardare a questa effige vuol dire non solo entrare nella spiritualità ignaziana, ma anche chiedere alla Vergine la giusta direzione. Ignazio di Loyola, a distanza di secoli, grazie ai suoi scritti, alla sua testimonianza, sembra quasi offrirci il “google map” per trovare l’Infinito di Dio. E le parole della preghiera dedicata alla Madonna della Strada, ci offrono la possibilità di revisionare anche noi il nostro cammino e di guardare al Cielo, così come fece quel guerriero di Dio dal nome Ignazio di Loyola:

“O Maria, Madonna della Strada, accompagnaci sulle vie del mondo tu che hai camminato: sui monti della Giudea, portando, sollecita, Gesù e la sua gioia; sulla strada da Nazareth a Betlemme dove è nato Gesù, il nostro Redentore; sul cammino dell’esilio per proteggere il Figlio dell’Altissimo; sulla via del Calvario per ricevere la maternità della Chiesa. Continua, ti preghiamo, a camminare accanto a tutti noi sulle strade del mondo affinché possiamo vivere e testimoniare il Vangelo di salvezza. Proteggi in particolare quanti hanno la strada come luogo di lavoro, d’impegno, di viaggio e di pellegrinaggio, e che sono alla ricerca dei beni più grandi per una vita degna e benedetta”.

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La devozione mariana di J. R. R. Tolkien

Posté par atempodiblog le 29 juillet 2022

La devozione mariana di J. R. R. Tolkien
Nella letteratura di Tolkien scorre come sorgente nascosta e feconda la dolce devozione mariana dell’Autore. Le migliori figure femminili delle sue opere hanno richiami più o meno espliciti alla Madonna, quale modello di santità e bellezza semplice e maestosa, ricca d’ogni bene da diffondere agli altri.
di Padre Angelomaria Lozzer, FI – Il Settimanale di Padre Pio

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29 luglio 1954: pubblicazione de “Il Signore degli Anelli”, capolavoro di un grande scrittore cattolico

John Ronald Reuel Tolkien fu un cattolico tutto di un pezzo: Messa quotidiana, Confessione settimanale, attaccamento alla Chiesa Romana, all’Eucaristia, alla Madonna.

Alcuni legano questa sua cattolicità all’educazione ricevuta presso il collegio dei Padri Oratoriani fondati dal beato Newman, e in modo particolare alla guida forte e decisa del Padre Morgan che fu per Tolkien come un vero padre (dopo la morte della madre fu il suo tutore); altri all’esempio luminoso della propria madre, definita da Tolkien “martire”, perché pagò la propria conversione al Cattolicesimo con l’abbandono da parte di tutti i famigliari, e con esso del sostegno e dell’aiuto economico sufficiente per potersi curare dalla malattia che la porterà prematuramente alla morte.

Tutto questo certamente contribuì alla nascita e allo sviluppo della fede in Tolkien, ma sarebbe un errore sottovalutare la sua corrispondenza personale, il suo approfondimento costante, la sua convinzione sempre più salda e profonda maturata negli anni, che solo nella Fede cattolica si trova ogni bene: la verità, la bellezza, la santità.

La sua fede traeva vita soprattutto da due amori, si poggiava su due pilastri, che formano il distintivo del Cattolico in una Inghilterra dove si convive con le più svariate confessioni cristiane, in primis quella anglicana, al cui fianco Tolkien visse quotidianamente; e questi due amori, questi due pilastri sono l’Eucaristia e la Madonna.

Per questo aveva imparato il Canone della Messa e lo recitava mentalmente qualora gli impegni gli impedivano di partecipare alla Santa Messa, come anche recitava sovente il Magnificat, le Litanie Lauretane e il Sub tuum praesidium (un’antica preghiera mariana) che aveva imparate a memoria in latino.

Nei suoi lavori di scrittore, nelle sue poesie, nei suoi racconti, nelle sue fiabe, nella sua mitologia questi due amori sembrano continuamente affiorare e riemergere anche se velatamente. Naturalmente Tolkien ribadì più volte di non aver scritto alcuna allegoria in proposito. Era convinto, infatti, che l’allegoria non fosse il giusto mezzo per trasmettere la verità, e che anzi tante volte finisse per banalizzarla e ridicolizzarla. D’altro canto però non poteva negare che dalla fede e in particolare dall’Eucaristia e dalla Madonna aveva appreso tutti quei concetti di bellezza, di moralità, di santità che sono disseminati in vario grado nei suoi scritti e che vogliono essere uno spiraglio di luce per il lettore, una strada per condurlo verso ciò che va oltre la semplice vita naturale di ogni giorno, ciò che la trascende.

A proposito della Madonna come sorgente ispiratrice, in una lettera all’amico gesuita Robert Murray, scriveva: «Penso di sapere esattamente che cosa intendi con dottrina della Grazia; e naturalmente con il tuo riferimento a Nostra Signora, su cui si basa tutta la mia piccola percezione della bellezza sia come maestà sia come semplicità».

Da questa fonte mariana attingeva ispirazione nel creare le figure femminili più luminose e celestiali, più belle e sagge, più pure e angeliche dei suoi libri. È il caso per esempio della regina degli elfi Galadriel, alla cui presenza i viandanti della Compagnia trovano riposo e refrigerio, consigli e doni per portare avanti la propria missione. E fa riflettere, come Tolkien un mese prima di morire abbia voluto rivedere questa figura nel tentativo di scagionarla da ogni colpa “originale”; quella colpa che si era attualizzata per gli elfi ai tempi della ribellione di Fëanor. Se negli scritti precedenti Galadriel era coinvolta nel peccato, nell’ultimo scritto invece ne esce incolume e tra i più accaniti oppositori della disubbidienza dei Noldor contro i Valar. Questa versione non è entrata nel testo “ufficiale” del Silmarillion, ma ben fa capire il desiderio di Tolkien di presentare una figura tutta santa e immacolata che fosse un “anticipo” storico della Madonna. Dico un anticipo perché nella mente di Tolkien il mondo di Arda non era che un mito lontano nel tempo, un mito giunto prima della Rivelazione cristiana; un mito che in un certo senso l’anticipa, la predispone e la prepara.

Un’altra figura che “anticipa” la Madonna è la regina dei Valar (quelli che noi definiremmo Angeli) Elbereth, la regina delle stelle e l’acerrima nemica di Morgoth, il Valar decaduto e corrotto nel male (immagine di lucifero). A lei si rivolgono più che ad ogni altra, elfi e uomini che in mezzo ai perigli della Terra di Mezzo cercano protezione e rifugio dal male. Lo stesso Frodo la invoca nella notte senza luce della galleria che porta alla terra oscura di Mordor, trovando salvezza, speranza e forza. E l’elenco potrebbe continuare con Arwen, la sposa del Re Aragorn, tutta bellezza, saggezza e maestà; o con la giovane Dama di Rohan Eowyn che taglia la testa al Re malvagio dei Nazgul realizzando così le profezie preannunciate… Tutte figure che nella mente di Tolkien non erano altro che un piccolo barlume, un piccolo anticipo, un piccolo riflesso della bellezza e della santità della Madonna.

Anzi potremmo dire che anche le cose inanimate dei suoi racconti attingono ispirazione poetica dalla Madonna. La stessa luce appare per esempio dipinta come qualcosa di vivo e di femminile che espande purezza e santità, allontanando il male ovunque giunge con i suoi benevoli raggi. Insomma possiamo dire con Caldecott: «La bellezza naturale di paesaggi e foreste, monti e fiumi, e la bellezza morale di eroismo e integrità, amicizia e onestà – tutte cose celebrate nel mondo immaginario di Tolkien – sono doni di Dio che ci giungono attraverso di Lei, ed essa ne è anche la misura, la sua bellezza concentrando la loro essenza».

«È questa la figura di Maria che Tolkien aveva sempre presente, che era al centro del suo immaginario, avvolta da tutte le bellezze naturali, la più perfetta delle creature di Dio, tesoro di tutti i doni terreni e spirituali» (Stratford Caldecott, Il fuoco segreto, Città di Castello 2008). La più alta e lontana per sublimità e santità, la più vicina per calore e dolcezza, misericordia e maternità.

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La farmacia più antica del mondo è stata creata dalla Chiesa 801 anni fa

Posté par atempodiblog le 27 juillet 2022

La farmacia più antica del mondo è stata creata dalla Chiesa 801 anni fa
Uno degli esempi dell’incommensurabile contributo della Chiesa cattolica al progresso dell’umanità in campo sanitario
di Francisco Vêneto – Aleteia

La farmacia più antica del mondo è stata creata dalla Chiesa 801 anni fa dans Articoli di Giornali e News Officina-Profumo-Farmaceutica-di-Santa-Maria-Novella

La farmacia più antica del mondo è stata creata dalla Chiesa 801 anni fa. L’Officina Profumo-Farmaceutica di Santa Maria Novella, oggi uno dei luoghi turistici più visitati di Firenze, è stata fondata nel 1221 come parte della struttura del convento della Basilica di Santa Maria Novella.

La sua origine risale ai frati domenicani, che nel loro convento fuori dalle mura di Firenze coltivavano piante ed erbe con cui producevano unguenti, balsami, pomate, elisir e farmaci.

Il lavoro dei frati fece sì che nel 1334 il commerciante locale Dardano Acciaioli, di una ricca famiglia fiorentina, donasse loro la cappella di San Niccolò dopo essere guarito da una malattia grazie al trattamento fornito dai Domenicani.

La fama di eccellenza della farmacia e profumeria si estese ampiamente. Nel 1533, Caterina de’ Medici scelse per farsi accompagnare alla corte di Francia il profumiere Renato Bianco, allevato dai frati domenicani di Santa Maria Novella.

Nel 1542 la farmacia venne ufficialmente aperta al grande pubblico.

Nel 1659, rinomata in tutta l’Europa, ricevette dal granduca Ferdinando II de’ Medici il titolo di “Fonderia di Sua Altezza Reale”, sotto la direzione di fra’ Angiolo Marchissi.

Nel XVIII secolo, i suoi prodotti erano esportati fino in India e in Cina.

Nel XX secolo, la farmacia ha rilanciato e trasformato il suo tradizionale negozio fiorentino in un museo di grande rilevanza storica e culturale.

Acquisita per iniziativa privata, l’impresa si è specializzata nell’elaborazione di marche proprie di colonie, balsami, pomate, saponi e candele, e di recente ha lanciato la sua prima linea di profumi. Nel 2021, ha registrato un fatturato di 22,6 milioni di euro.

L’Officina Profumo-Farmaceutica di Santa Maria Novella, insieme a centinaia di università, laboratori e ospedali, è un esempio dell’incommensurabile contributo della Chiesa cattolica al progresso dell’umanità in campo sanitario.

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Il Papa: la Chiesa non impone precetti ma è casa di riconciliazione

Posté par atempodiblog le 26 juillet 2022

Il Papa: la Chiesa non impone precetti ma è casa di riconciliazione
Nella chiesa del Sacro Cuore dei Primi Popoli a Edmonton, Francesco ammette che “nulla può cancellare la dignità violata, il male subìto, la fiducia tradita”. Tuttavia  precisa  occorre ripartire, guardando a Gesù crocifisso. Invita a cooperare per una riconciliazione che non sia una sorta di pace calata dall’alto per assorbimento dell’altro, ma annuncio di Cristo in libertà e carità
di Antonella Palermo – Vatican News

Il Papa: la Chiesa non impone precetti ma è casa di riconciliazione dans Fede, morale e teologia Papa-Francesco-il-misericordioso

Amico e pellegrino. Così ha vissuto Gesù, così Papa Francesco sta entrando nella terra delle popolazioni indigene del Canada. Ferito e con il senso di vergogna che “mai deve cancellarsi”, per il dolore causato anche da tanti cristiani ai danni delle peculiarità culturali delle comunità autoctone, il Pontefice rimette a fuoco il principio guida dell’educazione: la promozione dei talenti e non l’imposizione di qualcosa di preconfezionato. Si sofferma sul significato autenticamente evangelico di riconciliazione: non tanto un’opera nostra  osserva  ma un dono che sgorga dal Crocifisso.

In un luogo sacro di dialogo e servizio
I quattro pali della tepee, la tenda indigena, sormontano l’altare. In questa ‘casa’, chiesa del Sacro Cuore dei Primi Popoli  una delle più antiche della città  Francesco arriva per il secondo incontro tanto atteso della sua visita nel Paese nordamericano. Un gruppo di autoctoni scandisce ritmi tradizionali sui tamburi, il Papa entra con l’ausilio della sedia a rotelle e poi siede sotto i simboli della tepee. Padre Susai Jesu, OMI lo accoglie mentre risuonano gli applausi e lo ringrazia a nome della comunità parrocchiale e degli indigeni: “Da molti anni è un luogo sacro di incontro, dialogo, riconciliazione e servizio”, dice. Qui, come il Papa riconosce, confluiscono autoctoni e discendenti degli antichi colonizzatori e la fede cattolica è espressa nel contesto della cultura aborigena. Reduce da due anni di lavori di restauro per riparare i danni di un incendio, è diventata casa spirituale per molti immigrati e rifugiati che si sono stabiliti a Edmonton. “Desideriamo camminare insieme a Lei e andare nei luoghi di dolore per offrire la guarigione che Gesù porta”.

La Chiesa, una casa aperta e inclusiva
Il Papa si compiace dell’opera portata avanti nella parrocchia dove le azioni concrete necessarie per un efficace processo di risanamento delle ferite della storia  e auspicate nell’ambito degli incontri con gli indigeni in Vaticano nella primavera scorsa  sono già state avviate. Ringrazia anche per la vicinanza a tanti poveri con opere di carità. Da qui si leva l’invito a recuperare il senso etimologico di ‘riconciliazione’, sinonimo di Chiesa: “fare di nuovo un concilio”. Essa deve essere “casa per tutti”, scandisce Francesco all’inizio e alla fine del discorso.

Ecco una casa per tutti, aperta e inclusiva, così come dev’essere la Chiesa, famiglia dei figli di Dio dove l’ospitalità e l’accoglienza, valori tipici della cultura indigena, sono essenziali: dove ognuno deve sentirsi benvenuto, indipendentemente dalle vicende trascorse e dalle circostanze di vita individuali.

Cosa è l’educazione
È la zizzania all’origine di tante operazioni dannose, ricorda il Papa che qualche ora prima a Maskwacis ha chiesto “perdono con dolore” per il male subìto dalle popolazioni indigene e il cui pensiero lo ferisce. Poi torna a chiarire lo spirito che dovrebbe guidare l’opera educativa:

Mi ferisce pensare che dei cattolici abbiano contribuito alle politiche di assimilazione e affrancamento che veicolavano un senso di inferiorità, derubando comunità e persone delle loro identità culturali e spirituali, recidendo le loro radici e alimentando atteggiamenti pregiudizievoli e discriminatori, e che ciò sia stato fatto anche in nome di un’educazione che si supponeva cristiana. L’educazione deve partire sempre dal rispetto e dalla promozione dei talenti che già ci sono nelle persone. Non è e non può mai essere qualcosa di preconfezionato da imporre, perché educare è l’avventura di esplorare e scoprire insieme il mistero della vita.

E qui il Papa aggiunge un ringraziamento speciale ai vescovi che si sono adoperati per organizzare la visita in queste terre. “Una Conferenza episcopale unita fa cose grandi, dà molti frutti”, ha precisato.

È Gesù che ci riconcilia
Francesco si fa ispirare dall’immagine dell’altare della chiesa che assomiglia a un tronco d’albero con rami che si alzano per sostenerlo. Il tema dell’albero è caro agli indigeni: una simbologia che rimanda al significato vitale della terra e delle radici. Liturgicamente, sull’altare Gesù ci riconcilia nell’Eucaristia, abbracciando tutto il creato. Facendo riferimento al discorso che in questo Paese pronunciò San Giovanni Paolo II nel 1984, Bergoglio cita anche la simbologia dei punti cardinali applicati al significato cristologico di Gesù che avvolge l’universo e riconcilia tutte le cose. Un’opera, la riconciliazione, che è una grazia da chiedere, non tanto un nostro risultato, dirà più avanti.

La riconciliazione operata da Cristo non è stata un accordo di pace esterno, una sorta di compromesso per accontentare le parti. Nemmeno è stata una pace calata dal cielo, arrivata per imposizione dall’alto o per assorbimento dell’altro. L’Apostolo Paolo spiega che Gesù riconcilia mettendo insieme, facendo di due realtà distanti un’unica realtà, una cosa sola, un solo popolo. E come fa? Per mezzo della croce (cfr Ef 2,14). È Gesù che ci riconcilia fra di noi sulla croce, su quell’albero di vita, come amavano chiamarlo gli antichi cristiani.

“Immagino la fatica in chi ha sofferto tremendamente”
Nelle parole di Papa Francesco si percepisce l’altissima consapevolezza del male subìto da queste comunità da parte di “uomini e donne che dovevano dare testimonianza di vita cristiana”. Aver attraversato l’oceano, peraltro in condizioni di fragilità fisica, lo dimostra. Lo stile di parresìa del Pontefice spicca ancora in questi passaggi:

Nulla può cancellare la dignità violata, il male subìto, la fiducia tradita. E nemmeno la vergogna di noi credenti deve mai cancellarsi. Ma occorre ripartire e Gesù non ci propone parole e buoni propositi, ma la croce, quell’amore scandaloso che si lascia infilzare i piedi e i polsi dai chiodi e trafiggere la testa di spine. Ecco la direzione da seguire: guardare insieme Cristo, l’amore tradito e crocifisso per noi; guardare Gesù, crocifisso in tanti alunni delle scuole residenziali. Se vogliamo riconciliarci tra di noi e dentro di noi, riconciliarci con il passato, con i torti subiti e la memoria ferita, con vicende traumatiche che nessuna consolazione umana può risanare, lo sguardo va alzato a Gesù crocifisso, la pace va attinta al suo altare.

Il Signore lascia liberi
Citando l’apostolo Paolo, il Papa rimarca che la Chiesa è ”corpo vivente di riconciliazione”. E torna a precisare che alla radice degli atteggiamenti a cui la Chiesa ha contribuito alimentando discriminazioni nei confronti degli autoctoni in queste regioni, c’è stata la seduzione della mondanità:

Questo atteggiamento è duro a morire, anche dal punto di vista religioso. Infatti, sembrerebbe più conveniente inculcare Dio nelle persone, anziché permettere alle persone di avvicinarsi a Dio. Ma non funziona mai, perché il Signore non agisce così: egli non costringe, non soffoca e non opprime; sempre, invece, ama, libera e lascia liberi. Egli non sostiene con il suo Spirito chi assoggetta gli altri, chi confonde il Vangelo della riconciliazione con il proselitismo. Perché non si può annunciare Dio in un modo contrario a Dio. Eppure, quante volte è successo nella storia! Mentre Dio semplicemente e umilmente si propone, noi abbiamo sempre la tentazione di imporlo e di imporci in suo nome. È la tentazione mondana di farlo scendere dalla croce per manifestarlo con la potenza e l’apparenza.

“Non capiti più nella Chiesa di fare così”
Lo scandisce a chiare lettere il Papa: “Gesù sia annunciato come Egli desidera, nella libertà e nella carità ».

Ogni persona crocifissa che incontriamo non sia per noi un caso da risolvere, ma un fratello o una sorella da amare, carne di Cristo da amare. La Chiesa, Corpo di Cristo, sia corpo vivente di riconciliazione!

Gli echi della Fratelli tutti sono ben visibili nelle parole pronunciate dal Papa nella chiesa del Sacro Cuore dei Primi popoli. Ancora una precisazione di cosa sia davvero la Chiesa:

È il luogo dove si smette di pensarsi come individui per riconoscersi fratelli guardandosi negli occhi, accogliendo le storie e la cultura dell’altro, lasciando che la mistica dell’insieme, tanto gradita allo Spirito Santo, favorisca la guarigione della memoria ferita.

La Chiesa non è un un’idea da inculcare
La riconciliazione è il frutto della preghiera e delle storie condivise  dice il Papa  un cammino con Dio che procede nel quotidiano. Un cammino fatto di compassione e tenerezza, sapendo che la casa di Dio, il tabernacolo, è la sua tenda allestita per noi:

Questa è la via: non decidere per gli altri, non incasellare tutti all’interno di schemi prestabiliti, ma mettersi davanti al Crocifisso e davanti al fratello per imparare a camminare insieme. Questa è la Chiesa e questo sia: il luogo dove la realtà è sempre superiore all’idea. Questa è la Chiesa e questo sia: non un insieme di idee e precetti da inculcare alla gente, ma una casa accogliente per tutti! Questo è la Chiesa e questo sia: un tempio con le porte sempre aperte dove tutti noi, templi vivi dello Spirito, ci incontriamo, ci serviamo e ci riconciliamo.

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Il nostro prossimo è nel Sacro Petto del Salvatore

Posté par atempodiblog le 10 juillet 2022

Il nostro prossimo è nel Sacro Petto del Salvatore dans Citazioni, frasi e pensieri Nel-Sacro-Cuore-di-Ges

Chi mira il prossimo fuori del petto del Sal­vatore corre rischio di non amarlo puramente, né co­stantemente, né ugualmente; ma là dentro, chi non l’amerà?
Chi non lo sopporterà? Chi non avrà tolle­ranza per le sue imperfezioni? Chi potrà riputarlo sgarbato, o noioso?…
Ora il nostro prossimo è pro­prio lì, nel Sacro Petto del Salvatore, degno tanto di essere amato, che l’Amante divino muore per lui d’amore.

San Francesco di Sales. Negli insegnamenti e negli esempi
Diario Sacro estratto dalla sua vita e dalle sue opere per cura delle “Visitandine di Roma”.
Libreria Editrice F. Ferrari

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Preghiera al Preziosissimo Sangue di Gesù

Posté par atempodiblog le 6 juillet 2022

 Preghiera al Preziosissimo Sangue di Gesù dans Maria Valtorta Preziosissimo-Sangue-Ges

Dice ancora Gesù: «[...] Ora, per il mese del mio Sangue, ti farò pregare il Sangue mio. Di’ dunque così:

“Divinissimo Sangue che sgorghi per noi dalle vene del Dio umanato, scendi come rugiada di redenzione sulla terra contaminata e sulle anime che il peccato rende simili a lebbrosi. Ecco, io ti accolgo, Sangue del mio Gesù, e ti spargo sulla Chiesa, sul mondo, sui peccatori, sul Purgatorio. Aiuta, conforta, monda, accendi, penetra e feconda, o divinissimo Succo di Vita. Né ponga ostacolo al tuo fluire l’indifferenza e la colpa. Ma anzi per i pochi che ti amano, per gli infiniti che muoiono senza di Te, accelera e diffondi su tutti questa divinissima pioggia onde a Te si venga fidenti in vita, per Te si sia perdonati in morte, con Te si venga nella gloria del tuo Regno. Così sia” [...]».

Tratto da: I quaderni di Maria Valtorta  28 giugno 1943

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