Papa Francesco: la speranza è “sicura”, fondata sul fatto che Dio è sempre accanto a ognuno di noi

Posté par atempodiblog le 16 février 2017

Papa Francesco: la speranza è “sicura”, fondata sul fatto che Dio è sempre accanto a ognuno di noi
E’ “un dono straordinario del quale siamo chiamati a farci ‘canali’, con umiltà e semplicità, per tutti”. “Siamo invitati a vantarci dell’abbondanza della grazia di cui siamo pervasi in Gesù Cristo” e “il nostro vanto più grande sarà quello di avere come Padre un Dio che non fa preferenze, che non esclude nessuno, ma che apre la sua casa a tutti gli esseri umani, a cominciare dagli ultimi e dai lontani”.
di AsiaNews

Papa Francesco: la speranza è “sicura”, fondata sul fatto che Dio è sempre accanto a ognuno di noi dans Commenti al Vangelo Papa_Francesco

La speranza cristiana “non delude”, è “sicura” perché si fonda sul fatto che Dio ci ama e ci è sempre accanto, non ci lascia soli nemmeno un attimo della nostra vita. La speranza, allora, è “un dono straordinario del quale siamo chiamati a farci ‘canali’, con umiltà e semplicità, per tutti”. La speranza non delude è stato l’argomento del quale papa Francesco ha parlato oggi alle settemila persone presenti nell’aula Paolo VI, in Vaticano, per l’udienza generale.

Proseguendo nel ciclo di catechesi dedicato al tema della speranza cristiana, infatti, il Papa si è soffermato sul concetto espresso da san Paolo che nella Lettera ai romani esorta a vantarci. “Fin da piccoli – ha detto Francesco – ci viene insegnato che non è una bella cosa vantarsi. Ed è giusto, perché vantarsi di quello che si è o di quello che si ha, oltre a una certa superbia, tradisce anche una mancanza di rispetto nei confronti degli altri, specialmente verso coloro che sono più sfortunati di noi. In questo passo della Lettera ai Romani, però, l’Apostolo Paolo ci sorprende, in quanto per ben due volte ci esorta a vantarci. Vuole che facciamo i pavoni? Di cosa allora è giusto vantarsi? E come è possibile fare questo, senza offendere, senza escludere qualcuno? Nel primo caso, siamo invitati a vantarci dell’abbondanza della grazia di cui siamo pervasi in Gesù Cristo, per mezzo della fede. Paolo vuole farci capire che, se impariamo a leggere ogni cosa con la luce dello Spirito Santo, ci accorgiamo che tutto è grazia! Se facciamo attenzione, infatti, ad agire – nella storia, come nella nostra vita – non siamo solo noi, ma è anzitutto Dio. È Lui il protagonista assoluto, che crea ogni cosa come un dono d’amore, che tesse la trama del suo disegno di salvezza e che lo porta a compimento per noi, mediante il suo Figlio Gesù. A noi è richiesto di riconoscere tutto questo, di accoglierlo con gratitudine e di farlo diventare motivo di lode, di benedizione e di grande gioia. Se facciamo questo, siamo in pace con Dio e facciamo esperienza della libertà. E questa pace si estende poi a tutti gli ambiti e a tutte le relazioni della nostra vita: siamo in pace con noi stessi, siamo in pace in famiglia, nella nostra comunità, al lavoro e con le persone che incontriamo ogni giorno sul nostro cammino”.

“Paolo però ci esorta a vantarci anche nelle tribolazioni. Questo non è facile da capire, ci risulta più difficile e può sembrare che non abbia niente a che fare con la condizione di pace appena descritta. Invece ne costituisce il presupposto più autentico, più vero. Infatti, la pace che ci offre e ci garantisce il Signore non va intesa come l’assenza di preoccupazioni, di delusioni, di mancanze, di motivi di sofferenza. Se fosse così, nel caso in cui riuscissimo a stare in pace, quel momento finirebbe presto e cadremmo inevitabilmente nello sconforto. La pace che scaturisce dalla fede è invece un dono: è la grazia di sperimentare che Dio ci ama e che ci è sempre accanto, non ci lascia soli nemmeno un attimo della nostra vita. E questo, come afferma l’Apostolo, genera la pazienza, perché sappiamo che, anche nei momenti più duri e sconvolgenti, la misericordia e la bontà del Signore sono più grandi di ogni cosa e nulla ci strapperà dalle sue mani e dalla comunione con Lui”.

“Ecco allora perché la speranza cristiana è solida, ecco perché non delude. Mai delude. Non è fondata su quello che noi possiamo fare o essere, e nemmeno su ciò in cui noi possiamo credere. Il suo fondamento è ciò che di più fedele e sicuro possa esserci, vale a dire l’amore che Dio stesso nutre per ciascuno di noi. E’ facile dire: Dio ci ama. Tutti lo diciamo. Ma pensate un po’: ognuno di noi è capace di dire: sono sicuro, sono sicuro che Dio mi ama? Non è tanto facile dirlo. Ma è vero. E’ un buon esercizio, questo, dire a se stessi: Dio mi ama. Dio mi ama. E questa è la radice della nostra sicurezza, la radice della speranza. E il Signore ha effuso abbondantemente nei nostri cuori lo Spirito, lo Spirito Santo che è l’amore di Dio, come artefice, come garante, proprio perché possa alimentare dentro di noi la fede e mantenere viva questa speranza. E questa sicurezza: Dio mi ama. ‘Ma in questo momento brutto?’ – Dio mi ama. ‘E a me, che ho fatto questa cosa brutta e cattiva?’ – Dio mi ama. Quella sicurezza non ce la toglie nessuno. E dobbiamo ripeterlo come preghiera: Dio mi ama. Sono sicuro che Dio mi ama. Sono sicura che Dio mi ama”.

“Adesso comprendiamo perché l’Apostolo Paolo ci esorta a vantarci sempre di tutto questo. Io mi vanto dell’amore di Dio, perché mi ama. La speranza che ci è stata donata non ci separa dagli altri, né tanto meno ci porta a screditarli o emarginarli. Si tratta invece di un dono straordinario del quale siamo chiamati a farci ‘canali’, con umiltà e semplicità, per tutti. E allora il nostro vanto più grande sarà quello di avere come Padre un Dio che non fa preferenze, che non esclude nessuno, ma che apre la sua casa a tutti gli esseri umani, a cominciare dagli ultimi e dai lontani, perché come suoi figli impariamo a consolarci e a sostenerci gli uni gli altri. E non dimenticatevi: la speranza non delude. D’accordo? La speranza non delude”.

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“Se solo i fedeli sapessero che padre Joël mi stupra costantemente”

Posté par atempodiblog le 15 février 2017

“Se solo i fedeli sapessero che padre Joël mi stupra costantemente”
Pubblicato in Francia un libro su una storia di pedofilia. Papa Francesco ne ha scritto la prefazione. Al fondo un’intervista del prete che si definisce “mostruoso stupratore”
di Leonardo Martinelli – La Stampa

“Se solo i fedeli sapessero che padre Joël mi stupra costantemente” dans Articoli di Giornali e News Daniel_Pittet

Era il 15 agosto 1971. Daniel Pittet se lo ricorda bene: aveva appena 12 anni. Era a Friburgo, la sua città natale, in Svizzera. Assisteva alla messa, come sempre. E all’omelia il sacerdote, padre Joël, stava parlando appassionatamente della Madonna. «Era così bello quello che diceva – ha raccontato Daniel al quotidiano francese «Le Parisien» – che tanti fedeli piangevano. Il divario era terribile. Mi sono detto: ma se solo tutti loro sapessero che padre Joël mi stupra costantemente». Perché erano già tre anni che quel prete, del vicino convento dei cappuccini, lo faceva. Ecco, in quel momento Daniel ha avuto un’illuminazione. Ha deciso di perdonare il suo torturatore. «Lui non ci può fare nulla – ha bisbigliato -: è solo una persona malata. È un poveraccio». Sì, è stata quella la prima volta che lo ha perdonato.

Daniel Pittet ha scritto un libro sulla sua triste storia. In Francia è pubblicato dalla casa editrice Philippe Rey: il titolo è «Mon père, je vous pardonne». «Padre mio, la perdono». Papa Francesco ha deciso di scriverne la prefazione. E alla fine del testo è stata inserita un’intervista a padre Joël, nella quale lui stesso, che oggi ha 76 anni, si definisce «un pedofilo mostruoso». Dopo quel giorno di ferragosto, così lontano, continuò a stuprare il piccolo Daniel, che era il figlio di un padre violento, finito in un ospedale psichiatrico, e di una madre depressiva. Ancora un anno di calvario, quattro in tutto. E più di 200 volte: Daniel, malgrado il perdono, si ricorda di tutto, perché «niente cancella le ferite, né le sofferenze inflitte». Non prova odio «perché non si odiano i malati e i poveri di spirito». E poi, «se si vuole vivere, bisogna perdonare. Altrimenti ci si suicida e basta».

Oggi Daniel è padre di sei figli e dice: «Prego ogni momento per colui che ha abusato di me». A differenza di tante persone, che hanno vissuto la sua stessa tragedia, non ha perso la fede cattolica. Anche se, alle spalle, ha diciotto anni di psicoanalisi. E conserva di quell’esperienza «una fragilità psichica ma anche fisica». «Nel momento in cui vivo una situazione troppo impegnativa dal punto di vista emotivo – ha raccontato a «Le Parisien» -, mi ammalo». Ha avuto già due attacchi di meningite molto forti, soffre regolarmente di polmoniti e di cervicale, prende medicinali per gestire le proprie angosce. A un certo momento è riuscito a denunciare quello che aveva subito da padre Joël alla gerarchia ecclesiastica e, nel 2003, la Chiesa e la congregazione alla quale il religioso appartiene l’hanno riconosciuto come vittima e l’hanno pure indennizzato. Ma padre Joël non è mai stato sottoposto a un procedimento giudiziario, perché il reato era ormai prescritto.

Lo scorso 12 novembre, 44 anni dopo le ultime sevizie (non si erano più visti), Daniel ha avuto il coraggio di affrontare padre Joël. Lui, a un certo momento, era stato spostato dai cappuccini in Francia, prima a Lione e poi a Grenoble, ma ora vive in un convento in Svizzera, vicino a San Gallo. «L’ho visto arrivare davanti a me con un deambulatore – ha raccontato Daniel –: era un vecchietto, tutto ricurvo, pronto a morire. Gli ho detto: ciao Joël. Gli ho anche offerto dei cioccolatini tipici di Friburgo. Ma lui all’inizio non mi ha riconosciuto. Oggi sono alto un metro e 94 e peso 120 chili. Alla fine, però, ha ammesso: finirò al’inferno. E io gli ho detto: se domandi perdono, andrai in paradiso come me».

Il primo incontro fra Daniel e il papa, invece, risale al 2014, nella residenza di Santa Marta a Roma. Daniel aveva scrito un libro sui religiosi e le religiose della Svizzera francofona (dal titolo «Amare è solo dare»). Chiedeva una prefazione al pontefice. «Mi ha messo la mano sulla spalla e mi ha chiesto chi fossi – ha raccontato Daniel -. Ho risposto : non sono niente, sono uno scemo qualsiasi. E lui, con il suo solito senso della battuta, ha detto : quello lo sapevamo già». Si sono rivisti per caso nel 2015 e Francesco gli ha chiesto a bruciapelo: «Ma tutta questa forza dove la trovi?». Daniel gli ha raccontato la verità, il suo segreto. «Il papa aveva capito che in fondo ero uno fragile. È rimasto senza parlare. Mi ha chiesto perdono. Ha detto che avrebbe pregato sempre per me». Qualche mese più tardi Daniel gli ha inviato il suo libro. Francesco glielo ha rimandato con la sua prefazione.

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Papa Francesco: fermare subito i piccoli risentimenti, distruggono fratellanza nel mondo

Posté par atempodiblog le 13 février 2017

Papa Francesco: fermare subito i piccoli risentimenti, distruggono fratellanza nel mondo
La distruzione delle famiglie e dei popoli inizia dalle piccole gelosie e invidie, bisogna fermare all’inizio i risentimenti che cancellano la fratellanza: è quanto ha detto il Papa nella Messa del mattino a Casa Santa Marta. Una Messa che ha voluto offrire per padre Adolfo Nicolás, preposito generale della Compagnia di Gesù dal 2008 al 2016, che dopodomani torna in Oriente per il suo lavoro. “Che il Signore – ha detto Francesco – retribuisca tutto il bene fatto e lo accompagni nella nuova missione. Grazie, padre Nicolás”. Hanno partecipato alla celebrazione i membri del Consiglio dei Nove Cardinali, in Vaticano per la loro 18.ma riunione.
di Sergio Centofanti – Radio Vaticana

Papa Francesco: fermare subito i piccoli risentimenti, distruggono fratellanza nel mondo dans Commenti al Vangelo Papa_a_Santa_Marta

Fratellanza distrutta dalle piccole cose
Al centro dell’omelia del Papa, la prima Lettura, tratta dalla Genesi, che parla di Caino e Abele. Per la prima volta nella Bibbia “si dice la parola fratello”. E’ la storia “di una fratellanza che doveva crescere, essere bella e finisce distrutta”. Una storia – osserva il Papa – che comincia “con una piccola gelosia”: Caino è irritato perché il suo sacrificio non è gradito a Dio e inizia a coltivare quel sentimento dentro di sé. Potrebbe controllarlo ma non lo fa:

“E Caino preferì l’istinto, preferì cucinare dentro di sé questo sentimento, ingrandirlo, lasciarlo crescere. Questo peccato che farà dopo, che è accovacciato dietro il sentimento. E cresce. Cresce. Così crescono le inimicizie fra di noi: cominciano con una piccola cosa, una gelosia, un’invidia e poi questo cresce e noi vediamo la vita soltanto da quel punto e quella pagliuzza diventa per noi una trave, ma la trave l’abbiamo noi, ma è là. E la nostra vita gira intorno a quello e quello distrugge il legame di fratellanza, distrugge la fraternità”.

Il risentimento non è cristiano
Pian piano si diventa “ossessionati, perseguitati” da quel male, che cresce sempre di più:

“E così cresce, cresce l’inimicizia e finisce male. Sempre. Io mi distacco da mio fratello, questo non è mio fratello, questo è un nemico, questo dev’essere distrutto, cacciato via … e così si distrugge la gente, così le inimicizie distruggono famiglie, popoli, tutto! Quel rodersi il fegato, sempre ossessionato con quello. Questo è accaduto a Caino, e alla fine ha fatto fuori il fratello. No: non c’è fratello. Sono io soltanto. Non c’è fratellanza. Sono io soltanto. Questo che è successo all’inizio, accade a tutti noi, la possibilità; ma questo processo dev’essere fermato subito, all’inizio, alla prima amarezza, fermare. L’amarezza non è cristiana. Il dolore sì, l’amarezza no. Il risentimento non è cristiano. Il dolore sì, il risentimento no. Quante inimicizie, quante spaccature”.

Il sangue di tanta gente nel mondo grida a Dio dal suolo
Alla Messa a Santa Marta ci sono alcuni nuovi parroci, e il Papa dice: “Anche nei nostri presbiteri, nei nostri collegi episcopali: quante spaccature incominciano così! Ma perché a questo hanno dato quella sede e non a me? E perché questo? E … piccole cosine … spaccature … Si distrugge la fratellanza”. E Dio domanda: “Dov’è Abele, tuo fratello?”.  La risposta di Caino “è ironica”: “Non so: sono forse io il custode di mio fratello?”. “Sì, tu sei il custode di tuo fratello”. E il Signore dice: “La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo”. Ognuno di noi – afferma il Papa, e anche lui si mette nella lista – può dire di non aver mai ucciso nessuno:  ma “se tu hai un sentimento cattivo verso tuo fratello, lo hai ucciso; se tu insulti tuo fratello, lo hai ucciso nel tuo cuore. L’uccisione è un processo che incomincia dal piccolo”.  Così, sappiamo “dove sono quelli che sono bombardati” o “che sono cacciati” ma “questi non sono fratelli”:

“E quanti potenti della Terra possono dire questo … ‘A me interessa questo territorio, a me interessa questo pezzo di terra, questo altro … se la bomba cade e uccide 200 bambini, ma, non è colpa mia: è colpa della bomba. A me interessa il territorio …’. E tutto incomincia da quel sentimento che ti porta a staccarti, a dire a l’altro: ‘Questo è fulano [tizio], questo è così, ma non è fratello …’, e finisce nella guerra che uccide. Ma tu hai ucciso all’inizio. Questo è il processo del sangue, e il sangue oggi di tanta gente nel mondo grida a Dio dal suolo. Ma è tutto collegato, eh? Quel sangue là ha un rapporto – forse un piccolo goccetto di sangue – che con la mia invidia, la mia gelosia ho fatto io uscire, quando ho distrutto una fratellanza”.

Una lingua che distrugge il prossimo
Il Signore – è la preghiera conclusiva del Papa – oggi ci aiuti a ripetere questa sua domanda: « Dov’è tuo fratello? », ci aiuti a pensare a quelli che “distruggiamo con la lingua” e “a tutti quelli che nel mondo sono trattati come cose e non come fratelli, perché è più importante un pezzo di terra che il legame della fratellanza”.

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I nuovi “forni crematori”

Posté par atempodiblog le 11 février 2017

I nuovi “forni crematori”
di Anna Vercors

I nuovi “forni crematori” dans Mormorazione chiacchiere

Come si sa, dal Parrucchiere, in genere si fa provvista di pettegolezzi… fino alla seduta successiva.

In genere non do peso a quanto viene detto anche perché non conosco le persone di cui si mormora in modo così sventato.

Ieri però ho sentito qualcosa che mi ha abbastanza impressionato e fatto riflettere sul tipo di rapporto che si instaura con le persone. Una giovane signora raccontava la sua disavventura su un social. Scambiava delle battute con un’amica su una conoscente comune, battute forse un po’ pesanti senza naturalmente dire il nome dell’interessata.

La quale però ha capito subito di essere l’oggetto della discussione e allora: apriti cielo! Discussioni e accuse a non finire… e poi non conosco il seguito.

Ho voluto dirlo perché noto spesso tra i molti contatti che ho nei vari social, mi capita spesso di vedere lamentele e critiche su persone che non conosco e penso con dispiacere a come devono sentirsi gli interessati se vengono a conoscenza di essere oggetto di ludibrio in un social.

Credo che sia giusto controllare i propri malumori contro terzi riservandosi caso mai di parlarne in separata sede con chi può capire; anzi, l’ideale è parlare direttamente con la persona o semplicemente tacere perché in fondo uno può sbagliare anche in buona fede.

Ma tutto questo discorso vale nel senso che abbiamo dimenticato che la maldicenza, la calunnie, la mormorazione sono estremamente pericolose se si vuole una società pacifica.

E nessuno ce lo dice.

Io ne ho sentito parlare solo una volta qualche anno fa da un giovane prete che definiva le nostre linguacce maldicenti come i nuovi forni crematori (che distruggono la reputazione e la serenità delle persone), ed ora per fortuna il Papa non smette mai di invitarci a guardarci da tante parole inutili.

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Le parole ci sono state donate

Posté par atempodiblog le 11 février 2017

Le parole ci sono state donate

“Le parole, come è noto, sono sapienti di per sé e per questo, ogni volta, prima ancora di pronunciarle bisognerebbe ascoltarle come all’inizio. Infatti, non sono nostre, ma ci sono state donate, le abbiamo apprese. Perché non suonino vane è necessario che non se ne perda l’eco profonda, che nel dirle si sia ancora capaci di risentirle quasi a trattenerle per evitare che con il suono ne svanisca anche il senso”.

“Eppure le parole, per contare, dovrebbero avere peso. Ma come, quando, quanto pesano? E perché? Non si può rispondere a queste domande se non ci si mette nelle condizioni di ponderare le parole, di accertare quali significati intenzionano, come si formano i giudizi. Il linguaggio si ammala Wittgenstein lo aveva perfettamente compreso -; la filosofia dovrebbe esserne la terapia. […] Nel tempo della chiacchiera, in un tempo mai come questo lontano dal silenzio, il lavoro sulle parole è esercizio teoretico ma anche azione morale”.  (di Salvatore Natoli)

Le parole ci sono state donate dans Riflessioni Boubat

Ci piace parlare, dialogare, discutere. Ci piace conversare, confidarci, E per far questo usiamo il linguaggio, le parole si anellano le une all’altra per raggiungere l’altra persona.

Vorremmo poi essere capiti, compresi, vorremmo che l’altro ci sapesse ascoltare, e fondare così la nostra amicizia.

Ma spesso otteniamo l’effetto contrario. La parola non si incontra con quella dell’altro, ma si scontra; la parola non accoglie, ma respinge; non dialoga, ma prevarica. La parola troppo spesso viene usata e manipolata.

Forse ci sentiamo troppo padroni del nostro linguaggio, non ci accorgiamo che la parola vive al di là di noi, e, se usata con leggerezza, si può rivelare insidiosa e pericolosa.

Forse dobbiamo abitare un po’ di più il silenzio, lasciare che le nostre parole si depositino e ci abitino per  ritrovare il senso che vogliamo davvero dargli, forse dobbiamo ritrovare l’umiltà di chi appunto ha ricevuto un “dono” così importante da non essere mai sprecato.

Ritrovare le parole, trattarle come beni preziosi da usare con parsimonia e con rispetto delle parole dell’altro.

Tratto da: Pensare in un’altra luce

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L’amore che aguzza l’ingegno

Posté par atempodiblog le 11 février 2017

L’amore che aguzza l’ingegno
di Alessia Guerrieri – Voce di Padre Pio

L’amore che aguzza l’ingegno dans Articoli di Giornali e News Debora_Coradazzi_Didatticabile

Creare utensili a cui nessuno ha mai pensato per i bambini speciali. Quei piccoli i cui bisogni sono riconoscibili infatti solo agli occhi di una madre. Così nulla di più facile che pensare a materiali adatti al proprio bambino autistico per realizzare materiali didattici, quaderni attività e tutti gli strumenti di apprendimento più specifici all’autismo per i piccoli dagli occhi grandi. Da qui nascono perciò cerchi logici, puzzle, carte linguaggio, forbici e penne facili da impugnare: sono alcune delle invenzioni di Debora Cordazzi. Le invenzioni di una mamma per il suo bambino autistico. Debora vive a Folignano, in provincia di Ascoli Piceno, ed è madre di Lorenzo, otto anni e una diagnosi di autismo.

“Didatticabile” è il “contenitore” nato per rispondere ai suoi particolari bisogni, laddove il mercato non offriva nulla di adeguato. Diventato inoltre negozio virtuale per fare dell’intuizione di una madre un mestiere a fin di bene. Scorrendo perciò il sito, non solo si capisce la passione di questa donna, ma anche cosa l’abbia spinta a diventare imprenditrice di materiali didattici.

Da quando suo figlio Lorenzo ha iniziato la scuola dell’infanzia, infatti, Debora ha sempre collaborato con le insegnanti nella ricerca e realizzazione di materiali adatti a lui. “Non tanto per fare un favore agli insegnati, ma per offrire il meglio a mio figlio – è la spiegazione della donna – e per dare modo a chi lavorava con lui di avere tutti gli strumenti necessari”.

Da qui sono nati i primi quaderni di attività fatti in casa che, riusciti benissimo, hanno indotto a realizzare qualche video poi condiviso in internet per darli conoscere ad altre mamme. Da lì è stato un crescendo, “le mamme hanno iniziato a richiedermeli – il racconto di Debora – poi le terapiste e anche le insegnanti, ora sonoarrivata a realizzarne decine ogni settimana, che poi spedisco in tutta Italia”.

È una vita intensa e impegnativa quella di Debora Coradazzi, con pochissimi momenti liberi: la selezione dei fornitori e dei materiali, la gestione di Lorenzo. E così, per il lavoro di taglia, cuci e incolla, non resta che la notte.

Nel tempo ha imparato bene quanto sia complesso catturare l’attenzione dei ragazzi autistici e allora le insegnanti, o le mamme, chiedono di volta in volta di inserire qualche immagine dei loro personaggi preferiti, oppure, nei quaderni di attività scrittura di mettere quelle parole che al bambino sono familiari.

Un lavoro, questo, che richiede dalle due alle tre ore per ogni quaderno. Metri e metri di velcro e centinaia di fogli plastificati. “Quando Lorenzo è a scuola, oppure la sera dopo cena, quando va a dormire, la mia cucina si trasforma in un piccolo laboratorio, e mi metto al lavoro”, ripete spesso.

In una settimana, consuma circa 50 metri di velcro: ora “Didatticabile” conta circa 200 ordini l’anno: arrivano da centri riabilitativi, insegnanti di sostegno e famiglie. La formazione di base di Debora non è certo quella medica, ma tecnico commerciale; dopo la diagnosi di Lorenzo però ha iniziato a specializzarsi con corsi sull’autismo, sulla comunicazione aumentativa alternativa, le basi dell’”Aba” (Analisi comportamentale applicata) poi con l’avvio del negozio si è formata anche sul “valore del gioco nell’infanzia”, le basi montessoriane, ma tutto poi evolve con il continuo e costante confronto con le persone che la contattano e che seguono Lorenzo.

Persino il terremoto che ha colpito anche la sua zona non l’ha fermata. Di notte la scelta di stare in roulotte, soprattutto per cercare di far stare più tranquillo Lorenzo a causa delle continue scosse, ma non appena può Debora continua a creare, rispettando ordini e consegne. Perché sa di avere un ruolo importante per tanti bambini: “Sono felice, perché nelle scuole d’Italia stanno arrivando i quaderni che io ho pensato per mio figlio”.

quaderni_operativi_autismo dans Stile di vita

…Non solo giocattoli
Didatticabile è un punto di vendita specializzato in giochi e giocattoli educativi, materiale didattico, attività per la psicomotricità e la logopedia e piccoli ausili per la disabilità. Oltre che ai giocattoli e attività ludiche, di psicomotricità per tutti i bambini – si legge sul sito dell’azienda www.didatticabile.it – una cura particolare è dedicata ai clienti “speciali” e con particolari bisogni, con attività specifiche e piccoli ausili dedicati ai bimbi disabili. Infatti, proprio la difficoltà di molti genitori a reperire materiali e giocattoli idonei alle difficoltà dei propri figli ha spinto la titolare Debora, madre di un bimbo autistico, a realizzare questa attività.

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Papa: governi combattano tratta, crimine vergognoso. Appello per i Rohinya

Posté par atempodiblog le 8 février 2017

Papa: governi combattano tratta, crimine vergognoso. Appello per i Rohinya
Oggi, nella memoria di Giuseppina Bakhita, la schiava sudanese diventata santa, si celebra la Giornata di preghiera e riflessione contro la tratta di persone, quest’anno dedicata in particolare a bambini e adolescenti. Il Papa lo ha ricordato all’udienza generale.
di Sergio Centofanti – Radio Vaticana

Papa: governi combattano tratta, crimine vergognoso. Appello per i Rohinya dans Fede, morale e teologia Bakhita

Papa Francesco lancia un appello forte, incoraggiando “tutti coloro che in vari modi aiutano i minori schiavizzati e abusati a liberarsi da tale oppressione”:

“Auspico che quanti hanno responsabilità di governo combattano con decisione questa piaga, dando voce ai nostri fratelli più piccoli, umiliati nella loro dignità. Occorre fare ogni sforzo per debellare questo crimine vergognoso e intollerabile”.

Pregare S. Giusepppina Bakhita per tutti i migranti
Papa Francesco ha quindi parlato di Santa Giuseppina Bakhita, che da bambina fu vittima della tratta:

“Questa ragazza schiavizzata in Africa, sfruttata, umiliata non ha perso la speranza e portò avanti la fede e finì per arrivare come migrante in Europa. E lì sentì la chiamata del Signore e si fece suora.

Preghiamo Santa Giuseppina Bakhita per tutti, per tutti i migranti, i rifugiati, gli sfruttati che soffrono tanto, tanto”.

Appello per i Rohinya
Parlando “di migranti cacciati via, sfruttati”, Francesco prega “in modo speciale per i nostri fratelli e sorelle Rohinya”, “cacciati via dal Myanmar, che vanno da una parte all’altra perché non li vogliono”:

“E’ gente buona, gente pacifica … non sono cristiani, sono buoni, sono fratelli e sorelle nostri. E’ da anni che soffrono: sono stati torturati, uccisi, semplicemente per portare avanti le loro tradizioni, la loro fede musulmana … Preghiamo per loro e vi invito a pregare per loro il nostro Padre che è nei Cieli, tutti insieme, per i nostri fratelli e sorelle Rohinya”.

Grazie al Comitato della Giornata contro la tratta
Il Papa chiede un applauso a Santa Giuseppina Bakhita e saluta il Comitato della Giornata mondiale di preghiera contro la tratta delle persone, presente in Aula Paolo VI:

“Grazie per quello che fate!”.

Nessuno resti indifferente al grido dei bambini schiavizzati
Infine, invita i giovani a imitare Giuseppina Bakhita: il suo esempio – dice – accresca in voi “l’attenzione per i vostri coetanei più svantaggiati e in difficoltà”. Ieri in un tweet, il Papa ha affermato: “Ascoltiamo il grido di tanti bambini schiavizzati. Nessuno resti indifferente al loro dolore”.

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Un cristiano non può dire: me la pagherai

Posté par atempodiblog le 8 février 2017

Udienza generale. Un cristiano non può dire: me la pagherai. Ampia sintesi di Radio Vaticana
Papa Francesco ha tenuto stamane l’udienza generale in Aula Paolo VI proseguendo la catechesi sulla speranza cristiana. “Mercoledì scorso – ha detto – abbiamo visto che san Paolo, nella Prima Lettera ai Tessalonicesi, esorta a rimanere radicati nella speranza della risurrezione (cfr 5,4-11), con quella bella parola ‘saremo sempre con il Signore’. Nello stesso contesto, l’Apostolo mostra che la speranza cristiana non ha solo un respiro personale, individuale, ma comunitario, ecclesiale. Tutti noi speriamo. Tutti noi abbiamo speranza, ma anche comunitariamente”.

Un cristiano non può dire: me la pagherai dans Commenti al Vangelo Papa_Francesco

Sostenersi nella speranza
“Per questo, lo sguardo viene subito allargato da Paolo a tutte le realtà che compongono la comunità cristiana, chiedendo loro di pregare le une per le altre e di sostenersi a vicenda. Aiutarci a vicenda. Ma non solo aiutarci nei bisogni, nei tanti bisogni della vita quotidiana, ma aiutarci nella speranza, sostenerci nella speranza.

E non è un caso che cominci proprio facendo riferimento a coloro ai quali è affidata la responsabilità e la guida pastorale. Sono i primi ad essere chiamati ad alimentare la speranza, e questo non perché siano migliori degli altri, ma in forza di un ministero divino che va ben al di là delle loro forze. Per tale motivo, hanno quanto mai bisogno del rispetto, della comprensione e del supporto benevolo di tutti quanti”.

Vicinanza a chi è scoraggiato
“L’attenzione poi viene posta sui fratelli che rischiano maggiormente di perdere la speranza, di cadere nella disperazione. Ma noi sempre abbiamo notizie di gente che cade nella disperazione e fa cose brutte, no? La ‘dis-speranza’ li porta a tante cose brutte… Il riferimento è a chi è scoraggiato, a chi è debole, a chi si sente abbattuto dal peso della vita e delle proprie colpe e non riesce più a sollevarsi. In questi casi, la vicinanza e il calore di tutta la Chiesa devono farsi ancora più intensi e amorevoli, e devono assumere la forma squisita della compassione, che non è avere pietà: la compassione è patire con l’altro, soffrire con l’altro, avvicinarmi a quello che soffre con una parola, una carezza, ma che venga dal cuore, eh? Quella è la compassione! Hanno bisogno del conforto e della consolazione. Questo è quanto mai importante: la speranza cristiana non può fare a meno della carità genuina e concreta.

Lo stesso Apostolo delle genti, nella Lettera ai Romani, afferma con il cuore in mano: «Noi, che siamo i forti – che abbiamo la fede, la speranza o non abbiamo tante difficoltà – abbiamo il dovere di portare le infermità dei deboli, senza compiacere noi stessi» (15,1). Portare, eh? Portare le debolezze altrui. Questa testimonianza poi non rimane chiusa dentro i confini della comunità cristiana: risuona in tutto il suo vigore anche al di fuori, nel contesto sociale e civile, come appello a non creare muri ma ponti, a non ricambiare il male col male, a vincere il male con il bene, l’offesa con il perdono: il cristiano mai può dire: me la pagherai. Mai! Questo non è un gesto cristiano! L’offesa si vince con il perdono; a vivere in pace con tutti. Questa è la Chiesa! E questo è ciò che opera la speranza cristiana, quando assume i lineamenti forti e al tempo stesso teneri dell’amore. E l’amore è forte e tenero. E’ bello”.

Nessuno impara a sperare da solo
“Si comprende allora che non si impara a sperare da soli. Nessuno impara a sperare da solo. Non è possibile. La speranza, per alimentarsi, ha bisogno necessariamente di un “corpo”, nel quale le varie membra si sostengono e si ravvivano a vicenda. Questo allora vuol dire che, se speriamo, è perché tanti nostri fratelli e sorelle ci hanno insegnato a sperare e hanno tenuto viva la nostra speranza. E tra questi, si distinguono i piccoli, i poveri, i semplici, gli emarginati. Sì, perché non conosce la speranza chi si chiude nel proprio benessere: spera soltanto nel suo benessere e quello non è speranza: è sicurezza relativa; non conosce la speranza chi si chiude nel proprio appagamento, chi si sente sempre a posto… A sperare sono invece coloro che sperimentano ogni giorno la prova, la precarietà e il proprio limite. Sono questi nostri fratelli a darci la testimonianza più bella, più forte, perché rimangono fermi nell’affidamento al Signore, sapendo che, al di là della tristezza, dell’oppressione e della ineluttabilità della morte, l’ultima parola sarà la sua, e sarà una parola di misericordia, di vita e di pace. Chi spera, spera di sentire un giorno questa parola: ‘Vieni, vieni da me, fratello; vieni, vieni da me, sorella, per tutta l’eternità’”.

Senza lo Spirito Santo non si può avere speranza
“Cari amici, se — come abbiamo detto — la dimora naturale della speranza è un “corpo” solidale, nel caso della speranza cristiana questo corpo è la Chiesa, mentre il soffio vitale, l’anima di questa speranza è lo Spirito Santo. Senza lo Spirito Santo non si può avere speranza. Ecco allora perché l’Apostolo Paolo ci invita alla fine a invocarlo continuamente. Se non è facile credere, tanto meno lo è sperare. E’ più difficile sperare che credere, eh? E’ più difficile. Ma quando lo Spirito Santo abita nei nostri cuori, è Lui a farci capire che non dobbiamo temere, che il Signore è vicino e si prende cura di noi; ed è Lui a modellare le nostre comunità, in una perenne Pentecoste, come segni vivi di speranza per la famiglia umana. Grazie”.

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La Chiesa beatifica il martire giapponese Ukon, samurai di Cristo

Posté par atempodiblog le 6 février 2017

La Chiesa beatifica il martire giapponese Ukon, samurai di Cristo
Domani sarà beatificato il martire giapponese Justus Takayama Ukon, signore feudale e samurai, vissuto nel XVI secolo. Sposato e padre di 5 figli, scelse la via dell’esilio piuttosto che abiurare la fede cristiana. La Messa di Beatificazione ad Osaka, in Giappone, sarà presieduta dal cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Radio Vaticana ripercorre la figura di Ukon con il servizio di Debora Donnini

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Un guerriero con la katana, la spada dei guerrieri giapponesi, rivolta verso il basso, sormontata da una croce. La statua di Ukon, il samurai di Cristo, rappresenta la parabola della sua vita: da daimyo, grande signore feudale, potente in battaglia, a povero ed esiliato fino alla morte. Nato nel 1552, viene battezzato a 12 anni quando suo padre abbraccia la fede cristiana attraverso la predicazione del gesuita san Francesco Saverio. Signori feudali, i Takayama arrivano a dominare la regione di Takatsuki e Ukon si impegna per la diffusione del cristianesimo con la fondazione di seminari e la formazione di missionari e catechisti: nei suoi territori su una popolazione di 30mila persone, circa 25 mila abbracciarono la fede. Il cardinale Angelo Amato:

“Aveva colto il messaggio centrale di Gesù, che è la legge della carità. Per questo era misericordioso con i suoi sudditi, aiutava i poveri, dava il sostentamento ai samurai bisognosi. Fondò la confraternita della misericordia. Visitava gli ammalati, era generoso nell’elemosina, portava assieme al padre Dario la bara dei defunti, che non avevano famiglia, e provvedeva a seppellirli. Tutto ciò provocava stupore e desiderio di imitazione”.

Le persecuzioni iniziarono nel 1587 quando lo shogun Hideyoschi ordina l’espulsione dei missionari. Ukon e suo padre rinunciano agli onori, scegliendo la povertà. Vennero poi le crocifissioni, infine nel 1614, quando lo shogun Tokugawa bandì definitivamente il cristianesimo, Ukon per non abiurare va in esilio nelle Filippine assieme a 300 cristiani. Morirà circa 40 giorni dopo il suo arrivo. Ancora il cardinale Amato:

“Educato all’onore e alla lealtà, fu un autentico guerriero di Cristo, non con le armi di cui era esperto, ma con la parola e l’esempio. La fedeltà al Signore Gesù era così fortemente radicata nel suo cuore, da confortarlo nella persecuzione, nell’esilio, nell’abbandono. La perdita della sua posizione di privilegio e la riduzione a una vita povera e di nascondimento non lo rattristarono, ma lo resero sereno e perfino gioioso perché si manteneva fedele alle promesse del Battesimo”.

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“’Via della Spada, Via della Croce… Tante domande mi risuonavano in testa giorno e notte…”. Sono parole del film-documentario ‘Ukon il samurai – La via della spada, la via della Croce’ descrive proprio questo cammino di spoliazione. Ma come avviene il processo di conversione per Ukon? La regista del film, Lia Beltrami:

“La vita di Ukon percorre, possiamo dire, tre fasi di conversione: il Battesimo, quando era ancora piccolo, assieme al padre, il momento in cui si trova in mezzo ad un combattimento, in cui capisce che non è quella la sua via e quando si trova a scegliere tra due grandi signori feudali. La scelta di uno avrebbe provocato una persecuzione contro la Chiesa nascente, mentre la scelta dell’altro l’avrebbe portato a perdere due suoi familiari che erano stati sequestrati. Lui sceglie di non entrare nella logica del mondo, ma di rinunciare a tutto, di rinunciare allo stato di signore, di rinunciare al castello per seguire la Via della Croce”.

Ukon non abbandona la cultura giapponese, che anzi valorizzerà sempre. Ancora Lia Beltrami:

“Ukon vive pienamente e fino in fondo il suo essere giapponese e non pone mai in conflitto la nuova religione, il cristianesimo. Takayama Ukon è conosciuto in tutto il Giappone, anche non cristiano, come ‘Gran Maestro della Cerimonia del Thè’: là dentro, nella stanza spogliata di tutto, dove ci si trova di fronte al proprio interlocutore, quella è la via per annunciare il Vangelo, quella è la via della missione negli ultimi anni della sua vita”.

Affascinato dal messaggio di Gesù che dona la sua vita per amore, Ukon capì che quello era il vero sacrificio e il vero onore.

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Il Medioevo cristiano, un’epoca buia? 9 “invenzioni” smentiscono questa bufala

Posté par atempodiblog le 6 février 2017

Il Medioevo cristiano, un’epoca buia? 9 “invenzioni” smentiscono questa bufala
di Gelsomino Del Guercio – Aleteia
Tratto da: Una casa sulla Roccia
 

Alcune delle quali hanno avuto proprio dei cristiani come inventori

Il Medioevo, un periodo buio caratterizzato da oscurantismo e arretratezza culturale e  scientifica a causa dell’ampia diffusione del Cristianesimo? Sarebbe un grave errore etichettarlo in quel modo. Il Medioevo è stato ben altro. E cioè un periodo storico vivo e segnato da grandi scoperte, di alcune delle quali sono artefici proprio i cristiani.

1) OSPEDALE

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Giorgio Cosmacini, docente di Storia della medicina presso l’Università Vita-Salute San Raffaele e l’Università degli Studi di Milano, scrive: «il valore dell’ospitalità era solo marginalmente noto nel mondo classico. Era il Medioevo cristiano a dare fondamento etico alla hospitalitas: comandamento condiviso, come servizio reso al bisognoso e al sofferente nell’ambito di un cristianesimo che si proclamava religione dei poveri […]».

«Tali opere ricevevano una loro organizzazione da parte della Chiesa primitiva: i diaconi erano “ministri” delegati dai vescovi ad amministrare la distribuzione di viveri ed elemosine, l’assistenza a vedove ed orfani, l’alloggio a poveri e ammalati. Le prime “case ospitali” o domus episcopi, sorte accanto alle residenze vescovili, erano gli archetipi delle istituzioni ospitaliere […]. Sotto l’autorità di un vescovo nascevano case ospitali urbane, sotto l’autorità di un abate, stanze ospitali venivano allestite nei monasteri» (G. Cosmacini, L’arte lunga. La storia della medicina dall’antichità a oggi, Laterza 2009, pp. 118,120).

2) OCCHIALI

occhiali_medioevali dans Riflessioni

Le prime innovazioni tecnologiche si hanno, in Occidente, nel XIII° secolo. Il frate domenicano Alessandro della Spina, a cavallo tra il 1285 e il 1289, sarebbe stato il primo inventore di lenti convesse, atte cioè a facilitare la vista di chi vede male da vicino (presbiopia). Poco prima, nel 1268, l’inglese Ruggero Bacone teorizzò l’uso di lenti per migliorare la visione degli oggetti. In ogni caso, dalla fine del XIII° secolo vi fu un susseguirsi di innovazioni e di soluzioni pratiche per rendere più facile l’utilizzo delle lenti. La loro realizzazione rimase tuttavia, per molto tempo, un’attività molto specializzata, in cui si distinsero soprattutto i vetrai veneziani di Murano.

In origine, gli occhiali erano formati da superfici di cristallo di rocca con particolari angolature, tenute insieme da strisce di cuoio e da un perno, che ne garantiva un approssimativo fissaggio al naso. Un laccio di cuoio, che passava dietro la nuca, contribuiva a un solido fissaggio alla testa (www.treccani.it)

3) MULINI AD ACQUA

Mulini_ad_acqua dans Stile di vita

Fu invece a partire dal IX secolo che i mulini ad acqua simili a come noi oggi li conosciamo cominciarono a comparire in Europa, parallelamente alla progressiva abolizione della schiavitù: un mulino semplice infatti permetteva di macinare in un’ora circa 150 chilogrammi di grano, cosa che invece fino ad allora si poteva fare solo utilizzando quaranta schiavi, che, anche se non dovevano essere pagati, andavano comunque evidentemente mantenuti.

4) ARATRO PESANTE

Aratro_pesante

Attorno all’undicesimo secolo, però, nel nord della Francia fece la sua comparsa un nuovo tipo di aratro, chiamato presto aratro pesante, in cui il vomere era asimmetrico, mentre lo strumento in generale era dotato di ruote e, dato che non doveva più essere per forza spinto da un uomo e poteva essere quindi appesantito per farlo entrare più in profondità, necessitava di essere attaccato a buoi o cavalli.

5) OROLOGI

Orologi

Comparsi nel corso del XIII secolo, i primi orologi meccanici si trovarono in breve tempo a sostituire varie forme di misura del tempo diffuse fin dall’antichità, basate su meridiane, clessidre e perfino orologi idraulici che erano già noti a greci e romani ma che avevano trovato nuova diffusione proprio nei secoli medievali.

6) STAMPA A CARATTERI MOBILI

guttenberg

La stampa a caratteri mobili creata da Johann Gutenberg nel 1455 a Magonza. Anche in questo caso in realtà, come abbiamo già segnalato per l’orologio, l’invenzione europea non fu la prima in assoluto, visto che in Cina una tecnica molto simile era stata già creata nel 1041 dall’inventore Bi Sheng, tecnica che probabilmente era però ignota a Gutenberg e agli europei del tempo.

7) SETTE NOTE

ut_queant_laxis_guido_d_arezzo

Le sette ‎note esistono da sempre, ma sapevate che la loro denominazione ha origine nel Medioevo? Guido d’Arezzo, monaco benedettino, nell’XI sec. nominò ciascuna nota con le prime sillabe dei primi sei versi dell’inno “Ut queant laxis” dedicato a San Giovanni Battista.

«UTqueant laxis

REsonare fibris

MIra gestorum

FAmuli tuorum

SOLve polluti

LAbii reatum

Sancte Johannes»

8) BUSSOLA

Bussola

La bussola fece la sua comparsa sulle sponde del Mediterraneo nel Medioevo. E innescò un malinteso storico che continuò a propagarsi, con tanto di curiose conseguenze, fino ai giorni nostri.

Nel vecchio continente, il primo riferimento che la riguarda è dell’erudito inglese Alexander Neckam, che la menziona nel De nominibus utensilium (ca. 1180) e già all’inizio del Trecento era uno strumento ben noto. La troviamo nelle cronache del domenicano Giordano da Pisa (1260 – 1311), che scrive: “pare una vile pietra, ma essa è carissima” e, per chiarirne il valore, commenta che sarebbe meglio perdere uno smeraldo che una bussola.

9) CHIOCCIOLA

Leone_V_che_insegue_Krum

Il simbolo @ è arrivato lemme lemme fino a noi da secoli che qualcuno ancora si ostina a ricordare come “oscuri”. La chiocciolina che usiamo ogni giorno nella posta elettronica, appare in un codice miniato del Trecento scritto in bulgaro che è conservato nella Biblioteca Vaticana insieme a un altro milione e mezzo di rari e preziosissimi libri.

Nell’antico testo la @ è la prima lettera della parola amen. Spunta in una pagina della “Σύνοψις ἰστορική”, una cronaca universale in 6733 versi politici scritta da Costantino Manasse, nella quale l’intellettuale bizantino volle raccontare la storia del mondo, dagli inizi fino alla morte dell’imperatore d’oriente Niceforo III Botaniate (1002 -1081).

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Le nuove droghe dei giovani pubblicate sui social network

Posté par atempodiblog le 6 février 2017

Le nuove droghe dei giovani pubblicate sui social network
Maschere antigas, maschere utilizzate per fumare marijuana e bibite arricchite alla condeina. Così i giovani pubblicano le foto sui social network delle loro droghe rendendole un trend
di Gabriele Bertocchi – Il Giornale

Le nuove droghe dei giovani pubblicate sui social network dans Articoli di Giornali e News Intossicazioni

Il web si trasforma in un immenso ricettario per le droghe. Immagine dopo immagine si compone il mosaico dei nuovi metodi per sballarsi.

Si va dalle maschere antigas da collegare ai bong alle bevande come Sprite e Fanta da arricchire con sciroppi per la tosse a base di codeina. Ovviamente insieme alle foto, anche consigli per i naviganti: “Sotto, indossate occhialetti da piscina, altrimenti poi vi esplodono gli occhi”.

Sballo dans Riflessioni

Lo sballo diventa social
Lo sballo non è più fine a se stesso, ma diventa un mezzo per prendere like e visualizzazioni. Le foto su Instagram, più che su Facebook, mostrano giovanissimi impegnati a rendere le tradizionali canne in simboli da esibire. La droga si tinge di glamour e lo sballo diventa ostentazione. Riccardo Gatti, responsabile del dipartimento Dipendenze dell’Ats, ammette al Corriere della Sera: «La droga per i ragazzini dev’essere “glamour”: va di moda quella che si spettacolarizza di più».

Una parte oscura della società moderna che emerge con i social. Come spiega Giovanni Sesana, responsabile medico del 118: “C’è un limbo che non emerge i giovani non chiamano neanche il 118, ma tracollano per strada. Noi li raccogliamo con l’ambulanza quando la situazione è degenerata”. Questa situazione, secondo gli esperti, può essere un incentivo al consumo. Un quadro drammatico arricchito dalla testimonianza di Emilio Fossali, responsabile del pronto soccorso pediatrico De Marchi e Policlinico.

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La denuncia dei medici
«I ragazzini arrivano per lo più “inzuppati” d’alcol. Il referto dice ‘intossicati’, spesso non siamo nelle condizioni di rintracciare con gli esami altre droghe. Ma la sensazione è che siano sempre più miscugli di sostanze. Il 70 per cento dei giovanissimi che arrivano per incidenti gravi hanno abusato di stupefacenti. Qualche tempo fa un ragazzino di 14 anni ha avuto una sincope. Aveva difficoltà a stare in piedi, durante il tragitto in ambulanza sono comparsi ipotermia, vomito, ipotensione. In pronto soccorso, letargia e coma, con depressione respiratoria. Ce l’ha fatta per un pelo» rivela il dottore sulle pagine de Il Corriere della Sera.

Non solo: «L’abuso di prodotti legali (alcol, farmaci, fumo) da parte dei ragazzini — precisa Gatti — è un’emergenza sottovalutata. Induce comportamenti a rischio che possono portare a patologie acute o a vere e proprie dipendenze. Ha effetti analoghi a quello delle droghe. Ad esempio, il consumo frequente di cocktail alla caffeina abbinati con l’alcol modifica la neurochimica del cervello. Non si fa nulla per contenere quel tipo di abuso “legale”. Anzi, l’acquisto di quei prodotti “fa mercato”, e dunque lo si promuove. L’uso deviato delle sostanze legali di cui i ragazzini abusano finisce per essere involontariamente sinergico a quello delle sostanze illegali».

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Perché volere che un bambino handicappato viva?

Posté par atempodiblog le 31 janvier 2017

Perché volere che un bambino handicappato viva?
Fonte: Amici di Lazzaro
Tratto da: Una casa sulla Roccia

Perché volere che un bambino handicappato viva? dans Articoli di Giornali e News Bambini_con_disabilit

Avra’ una vita felice o infelice? Questo non dipende dalla gravità del suo handicap. Non dipende neppure dal numero di cellule del suo cervello. Dipende da chi la circonda, perché l’essenziale per essere felice – per lui, come per ciascuno di noi – è amare ed essere amato.
Il bambino non conosce tutto il dramma vissuto attorno a lui, ma lo percepisce con tutte le fibre del suo essere. Attraverso la tonalità della voce, la dolcezza o l’indifferenza dei gesti, la tranquillità o l’angoscia con cui gli si sta accanto. Egli capisce di essere accolto o rifiutato.
Anche l’handicappato più grave, se lo crediamo, è una persona. Quanti genitori – come il filosofo Emmanuel Mounier di fronte alla sua piccola Francesca, la cui intelligenza sembrava completamente spenta – hanno percepito una presenza che li chiama ad un amore, ad una speranza, ad una tenerezza più grandi.
Ma abbandonati alla loro solitudine, molti genitori sono quasi incapaci di questo amore incondizionato. Hanno bisogno di essere circondati da una rete di amici. E ciascuno di noi può diventare uno di questi amici.

Testimonianza di Anna

Quando avevo 33 anni, misi al mondo la nostra terza creatura, una bambina che avevamo scelto di chiamare Maria. Un quarto d’ora dopo la sua nascita, il pediatra venne a comunicarmi che la bambina era affetta da trisomia 21, il nome scientifico del mongolismo. Niente aveva fatto presagire questo handicap: non rientrando nella fascia di età considerata «a rischio», non avevo ritenuto utile sottopormi alle analisi diagnostiche preventive. Ad ogni modo, mio marito ed io avevamo deciso che, anche se uno dei nostri figli fosse stato colpito da un handicap, avremmo rifiutato l’aborto. Dopo la notizia, mi ha sollevato per lo meno il pensiero che, non essendo stato rilevato nulla nella fase prenatale, avevo almeno potuto trascorrere una gravidanza serena.
Sul momento, per merito sicuramente di una grazia particolare, non ho sentito il mondo crollarmi addosso. Mi ero già occupata di bambini mongoloidi, sapevo che il loro handicap può anche essere lieve, che sono bambini particolarmente affettuosi e possono integrarsi molto bene in un ambiente normale. Mio marito, invece, ne fu sconvolto. Si sentiva incapace di accogliere Maria e preferiva che ce ne separassimo in modo legale al più presto… Entrambe le nostre famiglie condivisero subito la sua reazione. E anch’io fui presa dal panico: perché un figlio così? Perché a noi? Nella mia fascia di età, c’è una probabilità su 750 che un figlio nasca trisomico, ed era successo proprio a noi… Che fare? Come avrebbero reagito i nostri due figli più grandi? E la gente intorno a noi? Cosa ci riservava il futuro?

Se hai coraggio tu, l’avrò anch’io
Fortunatamente, mia madre mi indicò un’associazione cristiana che si occupa dei portatori di handicap. Telefonai subito, spiegando la situazione. Il giorno dopo una persona venne a trovarmi in clinica, e potei rivolgerle tutte le mie domande. Mi spiegò che, se anche lo sviluppo di questi bambini è più lento di quello dei bambini normali, essi possono comunque iniziare a camminare verso i due anni, tenersi puliti a due anni e mezzo e andare alla scuola materna con gli altri bambini. Sono molto socievoli, amano generalmente molto la musica – particolare molto importante in quanto mio marito è musicista – e, se anche la loro età mentale non supera gli otto anni, possono comunque seguire la scuola elementare con l’insegnante di sostegno o essere accolti in idonee strutture specializzate.

Questa persona tornò a trovarci ogni giorno. Dopo una settimana, dissi a mio marito che pensavo di avere la forza di tenere Maria. «Se tu hai questo coraggio», mi rispose, «l’avrò anch’io». Capiva che, se noi avessimo abbandonato Maria, non avrei mai più potuto essere felice come prima. Siamo dunque tornati a casa con Maria. Era una bambina molto tranquilla, che iniziò ben presto a dormire tutta la notte. Certo, le nostre famiglie furono molto sconcertate per la nostra decisione ma, fin dalla prima volta in cui andammo a trovarle, furono tutti conquistati dal simpatico visetto e dalla grazia di Maria.

Sostegni per il futuro
La nostra piccina adesso ha un anno e devo constatare che, per il momento, la vita non è più difficile di prima. Al contrario, siamo colpiti dall’attenzione e dalla delicatezza che i nostri parenti e amici hanno per lei: tutti ci chiedono sue notizie e si rallegrano per i suoi progressi.

Come vediamo l’avvenire? Senza troppa apprensione, perché ci sentiamo ben sostenuti sia a livello medico che personale. Attualmente vengono effettuate molte ricerche ed esperimenti per stimolare ed integrare i bambini trisomici: Maria beneficia, ad esempio, di sedute di fisioterapia a domicilio, che la aiutano ad irrobustire i muscoli.

Una fortuna per i nostri figli
E’ senz’altro un’esperienza paradossale scoprire che la felicità può nascere dalla prova vissuta con l’aiuto di Dio: perché noi siamo davvero felici! Maria ci porta il messaggio essenziale che, al di là di una completa riuscita intellettuale e sociale, ogni persona ha un valore in sé. I nostri figli più grandi saranno sensibilizzati da questo messaggio e questo sarà sicuramente un guadagno per il loro avvenire.

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Papa: “Se nelle nostre comunità ci fossero più poveri in spirito, ci sarebbero meno divisioni, contrasti e polemiche!”

Posté par atempodiblog le 31 janvier 2017

Papa: “Se nelle nostre comunità ci fossero più poveri in spirito, ci sarebbero meno divisioni, contrasti e polemiche!”
“La felicità dei poveri in spirito ha una duplice dimensione: nei confronti dei beni e nei confronti di Dio. Riguardo ai beni materiali questa povertà in spirito è sobrietà: non necessariamente rinuncia, ma capacità di gustare l’essenziale, di condivisione; capacità di rinnovare ogni giorno lo stupore per la bontà delle cose, senza appesantirsi nell’opacità della consumazione vorace: più ho più voglio”.
di AsiaNews

Papa: sono con i cristiani perseguitati di Mosul e del Medio Oriente dans Commenti al Vangelo 2v3j6zt

“Il povero in spirito è il cristiano che non fa affidamento su sé stesso, sulle sue ricchezze materiali, non si ostina sulle proprie opinioni, ma ascolta con rispetto e si rimette volentieri alle decisioni altrui”. Nella domenica nella quale il Vangelo propone il discorso delle Beatitudini, papa Francesco ha voluto sottolineare in particolare il senso della beatitudine dei poveri in spirito, commentando anche che “se nelle nostre comunità ci fossero più poveri in spirito, ci sarebbero meno divisioni, contrasti e polemiche!”.

Alle 30mila persone presenti in piazza san Pietro per la recita dell’Angelus, il Papa ha infatti ricordato che “la liturgia di questa domenica ci fa meditare sulle Beatitudini (cfr Mt 5,1-12a), che aprono il grande discorso detto ‘della montagna’, la ‘magna charta’ del Nuovo Testamento. Gesù manifesta la volontà di Dio di condurre gli uomini alla felicità. Questo messaggio era già presente nella predicazione dei profeti: Dio è vicino ai poveri e agli oppressi e li libera da quanti li maltrattano. Ma in questa sua predicazione Gesù segue una strada particolare: comincia con il termine «beati», cioè felici; prosegue con l’indicazione della condizione per essere tali; e conclude facendo una promessa. Il motivo della beatitudine, cioè della felicità, non sta nella condizione richiesta – per esempio «poveri in spirito», «afflitti», «affamati di giustizia», «perseguitati»… – ma nella successiva promessa, da accogliere con fede come dono di Dio. Si parte dalla condizione di disagio per aprirsi al dono di Dio e accedere al mondo nuovo, il «regno» annunciato da Gesù. Non è un meccanismo automatico questo, ma un cammino di vita al seguito del Signore, per cui la realtà di disagio e di afflizione viene vista in una prospettiva nuova e sperimentata secondo la conversione che si attua. Non si è beati se non si è convertiti, in grado di apprezzare e vivere i doni di Dio”.

“Mi soffermo sulla prima beatitudine: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (v. 4). Il povero in spirito è colui che ha assunto i sentimenti e l’atteggiamento di quei poveri che nella loro condizione non si ribellano, ma sanno essere umili, docili, disponibili alla grazia di Dio. La felicità dei poveri in spirito ha una duplice dimensione: nei confronti dei beni e nei confronti di Dio. Riguardo ai beni materiali questa povertà in spirito è sobrietà: non necessariamente rinuncia, ma capacità di gustare l’essenziale, di condivisione; capacità di rinnovare ogni giorno lo stupore per la bontà delle cose, senza appesantirsi nell’opacità della consumazione vorace: più ho più voglio. Questa è la consumazione vorace e questo uccide l’anima”. “Nei confronti di Dio è lode e riconoscimento che il mondo è benedizione e che alla sua origine sta l’amore creatore del Padre. Ma è anche apertura a Lui, è Lui il Signore, non io, è docilità alla sua signoria, che ha voluto il mondo per tutti gli uomini nella loro condizione di pochezza e di limite”.

“Il povero in spirito è il cristiano che non fa affidamento su sé stesso, sulle sue ricchezze materiali, non si ostina sulle proprie opinioni, ma ascolta con rispetto e si rimette volentieri alle decisioni altrui. Se nelle nostre comunità ci fossero più poveri in spirito, ci sarebbero meno divisioni, contrasti e polemiche! L’umiltà, come la carità, è una virtù essenziale per la convivenza nelle comunità cristiane. I poveri, in questo senso evangelico, appaiono come coloro che tengono desta la meta del Regno dei cieli, facendo intravedere che esso viene anticipato in germe nella comunità fraterna, che privilegia la condivisione al possesso. Questo vorrei sottolinearlo, privilegiare la comunione al possesso. La Vergine Maria, modello e primizia dei poveri in spirito perché totalmente docile alla volontà del Signore, ci aiuti ad abbandonarci a Dio, ricco di misericordia, affinché ci ricolmi dei suoi doni, specialmente dell’abbondanza del suo perdono”.

Anche quest’anno, dopo la recita della preghiera mariana, accanto a Francesco si sono affacciati due ragazzi dell’Azione cattolica delle parrocchie e delle scuole cattoliche di Roma. I ragazzi, a conclusione della ‘Carovana della Pace’, il cui slogan è Circondati di Pace, hanno letto un messaggio a favore della pace, dopo il quale dalla piazza sono stati lanciati dei palloncini colorati.

Il Papa ha infine ricordato che si celebra oggi la Giornata mondiale dei malati di lebbra. “Questa malattia, pur essendo in regresso, è ancora tra le più temute e colpisce i più poveri ed emarginati. È importante lottare contro questo morbo, ma anche contro le discriminazioni che esso genera. Incoraggio quanti sono impegnati nel soccorso e nel reinserimento sociale delle persone colpite dalla lebbra, per le quali assicuriamo la nostra preghiera”.

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Napoli. Don Peppino, don Angelo & gli altri: grazie a voi, preti delle periferie

Posté par atempodiblog le 29 janvier 2017

Napoli. Don Peppino, don Angelo & gli altri: grazie a voi, preti delle periferie
di don Maurizio Patriciello – Avvenire

Napoli. Don Peppino, don Angelo & gli altri: grazie a voi, preti delle periferie dans Articoli di Giornali e News Santissimo_Sacramento

Ho avuto modo di conoscere e apprezzare don Giuseppe Carmelo, prete della diocesi di Napoli. Ci siamo formati nello stesso seminario, studiato nella stessa facoltà teologica. Abbiamo sognati gli stessi sogni. Dopo l’ordinazione sacerdotale le strade si dividono, ognuno va dove la Provvidenza e l’obbedienza lo invia. Con gioia e trepidazione. Coscienti dei propri limiti e dei bisogni enormi del popolo che gli viene affidato. In seminario imparammo a fidarci di Dio e delle sue sorprese. Davanti a noi si aprivano orizzonti immensi e non vedevamo l’ora di gettarci nel lavoro pastorale.

Ingenuamente pensammo di avere la chiave per risolvere i problemi. Ci pensò la vita a farci ritornare con i piedi per terra. Gesù non elimina le croci, ma le assume e chiede a noi, che liberamente abbiamo scelto di seguirlo, di fare la stessa cosa. Imparammo presto a coniugare preghiera e sete di giustizia, annuncio e denuncia, azione e contemplazione. Imparammo a distinguere il peccato che va sempre condannato dal peccatore che va sempre amato. Imparammo a non essere “imparziali” ma a stare con i più poveri. Abbiamo imparato a essere preti toccando con mano la miseria e la grandezza umana. Non è stato e ancora non è facile.

Don Giuseppe è parroco al Pallonetto di Santa Lucia, il quartiere dove pochi giorni fa sono stati arrestati diversi camorristi. Un fatto di routine a Napoli se a fare scalpore non fosse stata la scoperta di una ragazzina di otto anni impegnata a confezionare bustine di droga. Qualcuno gridò allo scandalo. Fingendo di stupirsi. Scandalosa la notizia lo era, ma non destava meraviglia. Che i bambini a Napoli vengano impiegati per simili servizi lo sappiamo e lo denunciamo da sempre. I parroci che li hanno avuti al catechismo e all’oratorio cercano in tutti i modi di strapparli a questo avvilente destino.

Don Giuseppe si dà da fare al Pallonetto, don Angelo a Forcella, don Antonio alla Sanità. Alle Salicelle c’è don Ciro, a San Pietro a Patierno don Franco, a Crispano, Comune sciolto per infiltrazioni camorristiche, don Adriano. Ringraziamo Dio per questi preti e le loro comunità che portano una sciabolata di luce dove il buio incombe. La gente vuole bene ai suoi preti. Anche chi continua a delinquere, anche quando le loro parole bruciano più della brace sulla pelle. Sanno bene che per il bene dei loro figli si farebbero ammazzare. In segreto li apprezzano, a modo loro li “proteggono”. Se solo accettassero qualche piccolo servizio impazzirebbero dalla gioia… prima di perdere per sempre la stima che hanno nei loro confronti.

Non è facile spiegare il rapporto di odio – amore – rispetto – sospetto che i camorristi hanno con i parroci dei quartieri dove “comandano”. Don Giuseppe giovedì ha chiuso la chiesa ed è andato a celebrare la Messa nei vicoli. La foto che lo ritrae con il Santissimo tra le mani nell’antico borgo di pescatori è suggestiva. Sembra che stia sussurrando al Dio nascosto: «Solo tu, Signore, puoi aiutarci. Fallo, per amore di questo popolo che hai voluto affidarmi».

Non solo preghiera, non solo Messa, non solo processione e litanie. Don Peppino ha voluto, ancora una volta, richiamare l’attenzione sul vero dramma della sua parrocchia, tanto simile al mio e a quello di decine di confratelli. Ha ricordato a chi ci governa che la mancanza di lavoro e di alternative non lascia intravedere un futuro migliore. Che la repressione non basta per migliorare il territorio.

«Dio solo sa quanto io desideri la conversione di chi ha scelto la strada dell’illegalità», dice il sacerdote pensando soprattutto ai ragazzi che fino a pochi anni fa frequentavano la parrocchia, prima che la sirena della mano nera li ammaliasse. Prima che la rassegnazione li costringesse a dire: «Questa è la nostra strada. Don Peppino, lasciaci stare, tu non puoi capire». E da quella volta hanno preso a voltare la faccia dall’altra parte quando lo vedono passare. Salvo poi mandarlo a chiamare quando vengono ingoiati dal carcere.

A questi preti delle periferie, geografiche ed esistenziali, vogliamo dire grazie. Invitarli a non demordere e assicurare loro la preghiera di tutta la Chiesa.

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Il futuro beato Don Primo Mazzolari che aiutò Oskar e la sua famiglia

Posté par atempodiblog le 28 janvier 2017

Il futuro beato Don Primo Mazzolari che aiutò Oskar e la sua famiglia
Settant’anni dopo Oskar Tänzer, oggi novantenne, racconta di quel giorno che un futuro santo, Don Primo Mazzolari, lo salvò in Lombardia: «Fu lui a farci scappare»
di Carlo Baroni – Corriere della Sera

Il futuro beato Don Primo Mazzolari che aiutò Oskar e la sua famiglia dans Articoli di Giornali e News Oskar_e_famiglia

Li chiama ancora «colpi del destino». Quelli che gli hanno salvato la vita. E bastava un niente perché la storia andasse da un’altra parte. Ha incontrato aguzzini e santi. Uno per davvero: don Primo Mazzolari che verrà beatificato tra poco. E c’è chi chiede che il suo nome venga ricordato nel Giardino dei Giusti delle Nazioni in Israele. Oskar Tänzer ha attraversato tre Paesi. E ogni volta, oggi ha 90 anni, ha saputo quale strada prendere. Un ragazzo ebreo nato nel posto sbagliato nel momento sbagliato: la Germania di Hitler.

Il trasferimento in Lombardia
Nel 1936 lascia Saarbrücken per Milano. «Pensavamo di stare al riparo dalle persecuzioni — racconta — abitavamo in corso Buenos Aires. Non conoscevamo la città e neanche la lingua. Mi ha aiutato la mia buona memoria. Mi hanno messo subito in quarta elementare». Una nuova vita, la speranza che riprende forma.

Due anni dopo, è il 1938, il regime fascista promulga le leggi razziali. Per gli ebrei è punto e a capo. I piccoli Tänzer esclusi dalla scuola. La comunità ebraica trova dei locali per farli studiare. «Una notte bussano alla porta: sono i poliziotti fascisti. Tirano giù mio padre dal letto e lo portano a San Vittore. L’accusa? È un ebreo…».

Oskar e i fratelli mettono in piedi un’attività da pellicciai: «Eravamo bravini». Poi la guerra e anche Milano diventa insicura. «Un nostro lavorante ci dice che i suoi genitori stanno a Bozzolo, nel Mantovano, lontano dagli echi della persecuzione razziale». Almeno, così sembra. I Tänzer respirano. Ma l’ombra nera del fascismo si allunga anche su quelle campagne. Il regime vuole i nomi di tutti gli ebrei che abitano a Bozzolo.

«Si presentano a casa il podestà, il maresciallo dei carabinieri e il parroco, don Primo, appunto. Non vogliono denunciarci. Ci danno tre giorni per riuscire a scappare. Dove? Don Primo trova una famiglia di contadini. Noi chiediamo: sanno i pericoli che corrono? Lo sanno». Ma non si tirano indietro. Don Primo sempre al fianco dei Tänzer. Pronto a fare argine al Male che li circonda. «Mio padre, però, pensa non sia giusto costringere quella brava famiglia mantovana a rischiare la vita».

La fuga da Milano alla Svizzera
Si riparte: Milano. E qui la portinaia li avverte dell’arrivo delle squadracce. Fuggono in Svizzera. Aiutati da una guardia di confine. Ma quando lo attraversano le autorità elvetiche non li vogliono. E ancora una volta la Storia prende la strada giusta. Passa un conoscente, persona di grandi disponibilità economiche. Li vede. Li fa restare. Settant’anni dopo Oskar Tänzer racconta di quel giorno che un futuro santo lo salvò.

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