L’unico che può cambiare il cuore dell’uomo è il Signore

Posté par atempodiblog le 23 septembre 2016

L'unico che può cambiare il cuore dell'uomo è il Signore dans Citazioni, frasi e pensieri Benjamin_Watson

“Obama non può salvarci. La signora Clinton non può salvarci. Il signor Trump non può salvarci. L’unico che può cambiare il cuore dell’uomo è il Signore”.

Benjamin Watson

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Ruini: «L’aldilà c’è e io mi preparo». E sul ‘caso’ Welby, «Pregai tanto»

Posté par atempodiblog le 22 septembre 2016

Ruini: «L’aldilà c’è e io mi preparo». E sul ‘caso’ Welby, «Pregai tanto»
Il cardinale Ruini e quel che c’è dopo la morte: «Il cristianesimo parla della risurrezione. Solo nella risurrezione il soggetto umano trova il suo pieno compimento»
di Aldo Cazzullo – Corriere della Sera

Ruini: «L’aldilà c’è e io mi preparo». E sul ‘caso’ Welby, «Pregai tanto» dans Articoli di Giornali e News Cardinale_Ruini

Cardinale Ruini, il suo nuovo libro si intitola «C’è un dopo?», con il punto interrogativo. Questo significa che neppure lei è assolutamente certo che «un dopo» ci sia?
«Personalmente sono certo. Ma mi rendo conto che questa certezza è un dono di Dio, e che nel contesto culturale di oggi può essere difficile raggiungerla».

Lei cita gli studi di Moody e van Lommel sulle esperienze tra la vita e la morte. Le considera la conferma empirica che dopo c’è davvero qualcosa?
«Si tratta di esperienze ben documentate. Dimostrano che in qualche caso, molto raro, si può tornare in vita dopo la “morte clinica”, cioè dopo che, per pochi istanti, l’encefalogramma era diventato piatto. La morte è però un processo, che raggiunge il suo stadio definitivo solo quando il cervello ha perduto irrimediabilmente le proprie funzioni: a quel punto nessuno ritorna indietro. Non ci sono quindi conferme empiriche di un “dopo”. Quelle esperienze ci dicono comunque che è sbagliato ridurre l’autocoscienza ai neuroni e alla loro attività».

Poi il libro ricostruisce la discussione sull’anima, da Tommaso alle neuroscienze. È possibile secondo lei accertarne razionalmente l’immortalità?
«Non penso che sia possibile accertare con la sola ragione l’immortalità dell’anima. A mio parere si può accertare però che l’uomo ha un’anima non materiale: altrimenti non si spiegherebbero la nostra capacità di conoscere ciò che è universale e necessario, e la nostra libertà».

Il cristianesimo però parla non solo di immortalità dell’anima, ma di risurrezione della carne. Lei come la concepisce?
«Direi di più: il cristianesimo parla anzitutto della risurrezione. Solo nella risurrezione il soggetto umano trova il suo pieno compimento. L’immortalità dell’anima è però indispensabile perché la risurrezione abbia un senso: se qualcosa di me non rimanesse dopo la morte, la risurrezione sarebbe una nuova creazione, che non avrebbe con me alcun rapporto. Riguardo al modo di esistere dei risorti, possiamo dire due cose: la risurrezione è qualcosa di reale, non solo una nostra idea; ma non è qualcosa di fisico, non è un ritorno alla vita di questo mondo».

In attesa dell’ultimo giorno, dove andiamo? Lei evoca san Paolo, secondo cui saremo «con Cristo» subito dopo la morte. Ma come?
«Saremo con Cristo, e con Dio Padre, in quanto parteciperemo alla loro vita, saremo conosciuti e amati da loro e a nostra volta li conosceremo e ameremo: non come adesso nel chiaroscuro della fede, ma direttamente nella loro sublime realtà».

Che cosa sappiamo davvero dell’aldilà?
«Nella sostanza l’aldilà è Dio stesso: il mistero che ci supera infinitamente. Sarebbe una grossa ingenuità pretendere di poter fare una descrizione anticipata del futuro che ci attende, come se ne avessimo già avuto esperienza. Dell’aldilà possiamo parlare, in qualche modo, solo a partire dal presente, da ciò che portiamo dentro di noi e viviamo in questo mondo: soprattutto a partire da Gesù Cristo, vissuto, morto e risorto per noi. È lui la via di accesso al mistero di Dio e della nostra sorte eterna».

Lei ha assistito molte persone giunte al passo d’addio. Come si muore?
«Si muore in tanti modi, che dipendono da quello che siamo nel profondo e dal genere di persone che ci sono vicine; oltre che, naturalmente, dalla nostra maggiore o minore solidità psichica e dal tipo di infermità che ci conduce alla morte. Mescolata a tutti questi fattori gioca però un grande ruolo anche la fede in Dio e nella vita eterna. Rimane vera cioè la parola di san Paolo: i cristiani sono coloro che hanno speranza. L’ho verificato tante volte negli altri, e incomincio a verificarlo dentro di me».

Lei definisce l’inferno «una possibilità concreta e tragica». Non è vero quindi che l’inferno è vuoto, come si augurava von Balthasar?
«Von Balthasar se lo augurava, non pretendeva di saperlo. Che l’inferno sia una possibilità concreta ce lo ha detto anzitutto Gesù Cristo: non possiamo pensare che Gesù scherzasse quando ammoniva che la via verso la perdizione è spaziosa, mentre è angusta quella verso la vita. Non è detto però che degli esseri umani siano effettivamente dannati: possiamo e dobbiamo sperare di salvarci tutti; ma deve essere una speranza umile, che non presume di noi stessi e si affida alla misericordia di Dio».

Il paradiso lei come se lo immagina?
«In estrema sintesi, il paradiso è l’essere per sempre con Dio in Gesù Cristo, e secondariamente con i nostri fratelli in umanità».

L’inferno?
«L’inferno, al contrario, è solitudine assoluta, chiusura definitiva a Dio e al prossimo».

E il purgatorio?
«Il purgatorio è gioia grandissima di essere amati da Dio, e al tempo stesso è sofferenza che, nell’incontro con Cristo, ci purifica dalle nostre colpe».

Qual è la sorte dei bambini morti senza battesimo?
«La Sacra Scrittura non si pone questa domanda. Nel medioevo si affermò la dottrina del limbo, secondo la quale i bambini morti senza battesimo restano privi dell’unione immediata con Dio ma godono di quell’unione con lui che ci appartiene per natura. Oggi però, quando speriamo la piena salvezza anche per i peggiori peccatori, diventa insostenibile escluderne i bambini che sono morti senza colpe personali, non avendo ancora l’uso della ragione. Oggi è questo l’insegnamento della Chiesa».

Come si immagina, tra molto tempo s’intende, la sua vita dopo la morte?
«Alla morte e al dopo penso spesso, se non altro perché il mio declino fisico si incarica di ricordarmeli. Cerco di prepararmi pregando di più ed essendo un po’ più buono e più generoso. Soprattutto mi affido alla misericordia di Dio. Per il “dopo” spero di essere accolto nel mistero di amore di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo e di ritrovare tutte le persone che mi hanno amato in questo mondo — a cominciare dai miei genitori — ma anche tutti coloro che ho conosciuto, vivi per sempre nella grande famiglia di Dio. Dato che la curiosità intellettuale non mi ha ancora abbandonato, confido inoltre di scoprire in Dio il senso di tutta la realtà».

E come vorrebbe essere ricordato?
«Come una persona semplice, con un forte e forse eccessivo senso del dovere, che ha cercato di servire il Signore e che non ha odiato nessuno».

C’è qualche errore, almeno uno, che ritiene di aver commesso?
«Di errori ne ho fatti molti, a cominciare dai miei tanti peccati, e chiedo di cuore perdono a Dio e al mio prossimo. Nelle responsabilità che ho avuto un errore è stato il fidarmi troppo di me stesso».

Spesso le viene rimproverato il caso Welby, il rifiuto del funerale.
«Negare a Piergiorgio Welby il funerale religioso è stata una decisione sofferta, che ho preso perché ritenevo contraddittoria una scelta diversa. Su questo non ho cambiato parere. Ho comunque pregato parecchio perché il Signore lo accolga nella pienezza della vita».

Quale immagine porterà con sé dei Papi che ha conosciuto da vicino? Wojtyła, Ratzinger, Bergoglio?
«Karol Wojtyła è il grande santo che ha cambiato in profondità la mia vita: l’immagine che ne ho è quella di un’umanità straordinariamente cresciuta nella luce di Dio. Anche a Joseph Ratzinger devo tanto: vedo in lui un grande maestro, non solo del pensiero ma del rapporto con Dio, e una persona estremamente gentile che mi onora della sua amicizia. Con Jorge Mario Bergoglio ho, logicamente, un rapporto minore perché è diventato Papa quando ero già emerito: è un uomo di profonda fede, che spende tutto se stesso».

Ma questo Papa sta facendo il bene della Chiesa
«Il bene che fa alla Chiesa, e all’umanità, è sotto gli occhi di tutti: non vederlo significa essere prigionieri delle proprie idee e anche dei propri pregiudizi. Personalmente prego il Signore perché l’indispensabile ricerca delle pecore smarrite non metta in difficoltà le coscienze delle pecore fedeli».

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La cultura della vita e noi

Posté par atempodiblog le 20 septembre 2016

La cultura della vita e noi
di Annalena Benini – Il Foglio
Tratto da: Radio Maria

La cultura della vita e noi dans Articoli di Giornali e News Madonna

Quando l’esistenza di un bambino diventa estrema e grida bisogni ogni istante, l’uomo deve dare una risposta. In Belgio è stata applicata una legge per accelerare quel conto alla rovescia. Noi cerchiamo un’altra via.

A diciassette anni ha chiesto di morire. I genitori erano d’accordo, il medico era d’accordo, la commissione federale era d’accordo, la legge in Belgio consente l’eutanasia per i minori di diciotto anni. Fino a diciotto anni si è ancora pazienti pediatrici, con dolori da adulti in corpi di bambini, corpi di ragazzi: addosso una diagnosi di inguaribilità, la certezza che non si diventerà mai grandi, la guerra è stata combattuta e persa, il padre non dirà mai a suo figlio: è passata, è finita, adesso starai bene, e non potrà mai nemmeno fare a cambio, prendersi addosso quell’inferno al posto suo, potrà soltanto viverlo fino in fondo insieme a lui.

Questo ragazzo (o ragazza) viveva in un paese delle Fiandre e soffriva di “dolori insopportabili”. Il suo, e quello della sua famiglia, è stato un atto di volontà. I medici l’hanno fatto scivolare nel coma, con i sedativi: è la prima volta che succede da quando in Belgio è stata approvata la legge sull’eutanasia per i minori nel 2014. Ci sono state critiche molto dure sulla “soppressione di una vita fragile”, e riflessioni sull’angoscia esistenziale che sprigiona da una società che accetta di provocare la morte di un suo figlio. Ma anche immedesimazione in questi dolori insopportabili, in questa assoluta mancanza di speranza e sfinimento individuale, di cui un medico, e una famiglia, deve farsi carico con tutte le forze e tutte le possibilità: una vita puoi non riuscire a salvarla, ma di quella vita devi prenderti cura fino alla fine.

E’ il senso di una legge molto importante che in Italia è stata approvata sei anni fa, la legge numero 38 del 2010: regola le cure palliative pediatriche e la terapia del dolore, prevede, precisamente, l’accompagnamento alla fine di un bambino inguaribile, il suo diritto alla migliore vita possibile, fino a che sarà possibile. Eliminare il dolore, aiutare i genitori, aiutare anche a far comprendere il significato e l’opportunità, nei casi estremi, della sedazione continua. E’ un’idea di mondo totalmente diversa, che va oltre il bisogno sanitario e anche oltre l’idea di trionfo della medicina, che apre la testa alle necessità della vita.

Dove c’è un bambino che soffre, e che non guarirà, deve esserci un mondo intero di aiuto, una rete di soccorso, e la consapevolezza che un bambino non è un piccolo adulto, ma è un universo a parte, con malattie e con reazione alle malattie molto diverse, e che degli adulti ha bisogno e che agli adulti si affida.

L’umanità del dolore non è un’espressione vaga, riguarda le persone una per una, riguarda i palloni e le punture, gli orsi di pezza e i film alla tivù e la mamma che gli tiene la mano tutto il tempo, e non riguarda nemmeno Dio, ha spiegato la dottoressa Franca Benini, che ha portato le cure palliative in Italia e che lavora ventiquattr’ore su ventiquattro all’Hospice Pediatrico di Padova (ma la legge 38 va applicata in ogni regione italiana, e tutto il mondo la studia): quando la vita diventa estrema e grida bisogni ogni istante, l’uomo deve dare una risposta.

Non significa rimuovere la morte, metterla in un angolo, non accettarne la possibilità, l’inevitabilità, e perfino, anche se suona brutale, il sollievo che potrebbe portare con sé. Ma significa vivere per la vita, per trovare una fessura, da qualche parte, in cui possa passare il senso del soffio di tempo che resta, non come un conto alla rovescia ma come un’altra possibilità. Un bambino delle elementari, malato inguaribile e gravissimo, ha detto che è diverso il dolore fuori dal dolore dentro. Che cos’è il dolore dentro? E’ quando sei solo. Le legge 38 del 2010 è stata fatta per non lasciarli soli, fino alla fine.

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Don Barsotti: il «canto della tentazione» di un mistico

Posté par atempodiblog le 19 septembre 2016

Don Barsotti: il «canto della tentazione» di un mistico
(pubblicate in un solo volume tutte le liriche del sacerdore fiorentino fondatore della Comunità dei Figli di Dio)

di Vincenzo Arnone – Avvenire

Don Barsotti: il «canto della tentazione» di un mistico dans Articoli di Giornali e News Don_Divo_Barsotti_e_GP_II
Novità editoriale settembre 2016: Solo l’amore conosce, di don Divo Barsotti, Edizioni Nerbini

L’idea di pubblicare in un’unica raccolta le poesie di don Divo Barsotti (1914  2006) è quanto mai opportuna e lodevole per fare apprezzare ancora di più il valore di versi dalle svariate tematiche e per tenere viva la memoria spirituale e letteraria di uno dei mistici più significativi degli ultimi tempi. Va dato atto all’editore fiorentino Nerbini di questa coraggiosa e appassionata iniziativa; il titolo Solo l’amore conosce (pp. 144, euro 14) è preso da una delle poesie, datata gennaio 1979, che esprime in maniera accentuata la dimensione mistica di Barsotti. Viene riproposta anche l’Introduzione che il critico Geno Pampaloni ebbe a scrivere nel 1982 per la raccoltina Cor ad cor.

La «tentazione» della poesia ha accompagnato tutta la vita di Barsotti, da quando giovane seminarista era a San Miniato e poi quando, alla ricerca di un suo posto nella Chiesa, si trasferì a Firenze, passando per crisi interiori, ripensamenti, riflessioni e confronti con forti personalità cristiane del tempo. In tal senso la lunga poesia (quasi un poemetto, che chiude le pagine del volume) «Il canto della tentazione» del 1936 sembra stia alla base del suo cammino spirituale e poetico.

In quell’anno Barsotti – appena ventiduenne, ma già maturo nella personalità – pensava, progettava, sognava oltre le piccole strade di un piccolo borgo pisano. Andato a Napoli per consigliarsi con don Giustino Russolillo, di ritorno scrive i versi che gli saranno da guida per sempre. Da allora l’arte poetica non ha mai abbandonato i numerosi scritti di don Divo, in un connubio di mistica, poesia e teologia.

Ed è significativo che Solo l’amore conosce si apra con i versi di «Ars poetica»:

«È semplice, limpida, ingenua,/ ma è l’unica parola/ che dice. Anche se tu la disprezzi/ ti accompagna fedele ed è a servizio/ dell’uomo».

Un’arte poetica che non insegue l’idolatria della parola o il linguaggio magico, bensì il diretto contatto con la realtà o, per chi è credente, con il Mistero. È la testimonianza sintetica di quanto di più forte potrebbe affermare un mistico, ad un tempo calato in pieno nella sua storia.

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Papa Francesco: “Ogni mafia è oscura!”

Posté par atempodiblog le 19 septembre 2016

Papa Francesco: “Ogni mafia è oscura!”
Tratto da: Radio Vaticana

Papa Francesco: “Ogni mafia è oscura!” dans Citazioni, frasi e pensieri Papa_Francesco

Papa Francesco: “[...] Ma quante volte la gente ha fiducia in una persona o in un’altra e questo trama il male per distruggerlo, per sporcarlo, per farlo venire a meno…

E’ il piccolo pezzetto di mafia che tutti noi abbiamo alla mano; quello che si approfitta della fiducia del prossimo per tramare il male, è un mafioso! ‘Ma, io non appartengo a …’: ma questa è mafia, approfittare della fiducia … E questo copre la luce. Ti fa oscuro. Ogni mafia è oscura!”.

Il Papa ha quindi messo l’accento sulla tentazione del litigare sempre con qualcuno, il piacere di litigare anche con chi non ci ha fatto “nulla di male”.

“Sempre – ha constatato – cerchiamo qualcosina per litigare. Ma alla fine stanca, litigare: non si può vivere. E’ meglio lasciar passare, perdonare”, “far finta di non vedere le cose … non litigare continuamente”:

“Un altro consiglio che dà questo Padre ai figli per non coprire la luce: ‘Non invidiare l’uomo violento e non irritarti per tutti i suoi successi, perché il Signore ha in orrore il perverso, mentre la sua amicizia – del Signore – è per i giusti’[...]”.

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Papa Francesco: trasmettere misericordia, mondo stanco di preti e vescovi alla moda

Posté par atempodiblog le 16 septembre 2016

Papa Francesco: trasmettere misericordia, mondo stanco di preti e vescovi alla moda
Il mondo è stanco di preti e vescovi “alla moda”: la Chiesa si lasci “destabilizzare” dal Signore e sia vicina alla gente per trasmettere la misericordia di Dio. Così il Papa nel discorso ai partecipanti al Corso di formazione per nuovi vescovi, organizzato per questa settimana a Roma dalla Congregazione per i vescovi in collaborazione con quella per le Chiese Orientali. Presenti in Sala Clementina i cardinali Marc Ouellet e Leonardo Sandri, prefetti dei due dicasteri.
di Giada Aquilino – Radio Vaticana

Papa Francesco: trasmettere misericordia, mondo stanco di preti e vescovi alla moda dans Discernimento vocazionale Papa_Francesco_e_Sacerdoti

Rendere pastorale la misericordia di Dio. Questa la missione dei vescovi, e in particolare dei nuovi presuli, indicata da Papa Francesco. Il compito, “non facile” ha detto il Pontefice nel suo ampio discorso, è dunque renderla “accessibile, tangibile, incontrabile” nelle Chiese loro affidate in modo che siano “case dove albergano santità, verità e amore”. Una misericordia da offrire a questo “mondo mendicante”, ha osservato, senza tuttavia “attrarre a sé stessi”:

“Il mondo è stanco di incantatori bugiardi. E mi permetto di dire: di preti ‘alla moda’ o di vescovi ‘alla moda’.

La gente ‘fiuta’ – il popolo di Dio ha il fiuto di Dio – la gente ‘fiuta’ e si allontana quando riconosce i narcisisti, i manipolatori, i difensori delle cause proprie, i banditori di vane crociate.

Piuttosto, cercate di assecondare Dio, che già si introduce prima ancora del vostro arrivo”.

D’altra parte gli uomini “hanno bisogno della misericordia”: coscienti di essere “feriti e ‘mezzi morti’”, ha osservato, tendono la mano per mendicarla, rimanendo “affascinati” dalla sua capacità di “chinarsi”, anche quando “un certo reumatismo dell’anima” impedisce di piegarsi.

Servono dunque persone che sappiano far emergere dagli “sgrammaticati cuori odierni” la volontà ad ascoltare il Signore, favorendo “il silenzio” che rende ciò possibile.

“Dio non si arrende mai! Siamo noi che, abituati alla resa, spesso ci accomodiamo preferendo lasciarci convincere che veramente hanno potuto eliminarlo e inventiamo discorsi amari per giustificare la pigrizia che ci blocca nel suono immobile delle vane lamentele. Le lamentele di un vescovo sono cose brutte”.

L’esortazione è a lasciarsi “destabilizzare” da Dio: la sua misericordia – ha proseguito Francesco – è la “sola realtà” che consente all’uomo di non perdersi “definitivamente”.

Ciò si traduce allora in “non avere altra prospettiva” da cui guardare i fedeli che quella della loro “unicità”, non lasciando “nulla di intentato” pur di raggiungerli, non risparmiando “alcuno sforzo” per ricuperarli.

La via è “iniziare” ciascuna Chiesa ad un cammino d’amore, quando oggi – ha constatato il Papa – “si è perso il senso dell’iniziazione”:

“Pensate all’emergenza educativa, alla trasmissione sia dei contenuti sia dei valori, pensate all’analfabetismo affettivo, ai percorsi vocazionali, al discernimento nelle famiglie, alla ricerca della pace: tutto ciò richiede iniziazione e percorsi guidati, con perseveranza, pazienza e costanza, che sono i segni che distinguono il buon pastore dal mercenario”.

Le “strutture di iniziazione” delle Chiese locali, ha spiegato, sono i seminari:

“Non lasciatevi tentare dai numeri e dalla quantità delle vocazioni, ma cercate piuttosto la qualità del discepolato.

Né numeri né quantità: soltanto qualità. Non private i seminaristi della vostra ferma e tenera paternità”.

Far dunque crescere i seminaristi “fino al punto di acquisire la libertà di stare in Dio tranquilli e sereni”, non preda “dei propri capricci e succubi delle proprie fragilità”, ma liberi di abbracciare quanto Dio chiede loro.

Poi stare “attenti” a che non si rifugino “nelle rigidità”: sotto – ha affermato – c’è sempre “qualcosa di brutto”. Quindi accompagnare “con paziente sollecitudine” il clero.

“Vi prego pure di agire con grande prudenza e responsabilità nell’accogliere candidati o incardinare sacerdoti nelle vostre Chiese locali. Per favore, prudenza e responsabilità in questo.

Ricordate che sin dagli inizi si è voluto inscindibile il rapporto tra una Chiesa locale e i suoi sacerdoti e non si è mai accettato un clero vagante o in transito da un posto all’altro. E questa è una malattia dei nostri tempi”.

Al contempo, ha raccomandato di accompagnare le famiglie “incoraggiando l’immenso bene che elargiscono” nella società, seguendo “soprattutto quelle più ferite” nel “discernimento” e con “empatia”.

“Non ‘passate oltre’ davanti alle loro fragilità.

Fermatevi per lasciare che il vostro cuore di pastori sia trafitto dalla visione della loro ferita; avvicinatevi con delicatezza e senza paura. Mettete davanti ai loro occhi la gioia dell’amore autentico e della grazia con la quale Dio lo eleva alla partecipazione del proprio Amore”.

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Papa Francesco e la cultura del dialogo da insegnare a scuola (fino a un certo punto)

Posté par atempodiblog le 16 septembre 2016

Papa Francesco e la cultura del dialogo da insegnare a scuola (fino a un certo punto)
di Antonio Gurrado – Il Foglio

Papa Francesco e la cultura del dialogo da insegnare a scuola (fino a un certo punto) dans Articoli di Giornali e News papa_francesco

Papa Francesco è il papa del dialogo? Fino a un certo punto. Oggi che è ricominciata la scuola in tutta Italia giova ripassare il discorso dello scorso maggio in cui sostenne che il dialogo, la capacità di ascoltare e saper ascoltare, dev’essere l’obiettivo interdisciplinare dell’insegnamento a qualsiasi livello d’istruzione: “Questa cultura del dialogo, che dovrebbe essere inserita in tutti i curricula scolastici come asse trasversale delle discipline, aiuterà a inculcare nelle giovani generazioni un modo di risolvere i conflitti diverso da quello a cui li stiamo abituando”. E fin qui. Nello stesso discorso però disse anche che quest’opera educativa serve a “difendere il popolo dall’essere utilizzato per fini impropri”; lì per lì non avevo colto a cosa si riferisse ma ora sì, grazie a un libretto che antologizza i suoi interventi sul tema (Papa Francesco, “La scuola”, EDB). L’anno prima aveva infatti parlato di “colonizzazione ideologica” riguardo a manuali scolastici “preparati bene didatticamente, dove si insegnava la teoria del gender”.

E il dialogo, allora? Non dovevamo astenerci dal giudicare? Spiega il Papa invece che i colonizzatori “entrano in un popolo con un’idea che non ha niente a che fare col popolo; con gruppi del popolo sì, ma non col popolo, e colonizzano il popolo con un’idea che cambia o vuol cambiare una mentalità o una struttura”: sarebbe a dire che, facendo mostra di blandire il popolo, lo utilizzano per fini impropri e bisogna impedirlo a tutti i costi. Dunque, Papa Francesco è il papa del dialogo? Fino a un certo punto: non puoi dialogare con chi vuole farti stare zitto.

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Dopo il suicidio di Tiziana: fermiamo la dittatura del web crudele

Posté par atempodiblog le 15 septembre 2016

Dopo il suicidio di Tiziana: fermiamo la dittatura del web crudele
Tiziana Cantone, 31 anni, si è tolta la vita. Sì, è stata imprudente. Ha registrato per gioco o per vanità un video hard. I suoi amici, a cui era destinato, l’hanno tradita. Il video è divenuto virale e si è diffuso in rete. A nulla è valso cambiare lavoro, trasferirsi o cercare di cambiare il cognome. La maledizione del web non l’ha mollata. Una vicenda, che insieme con quella della diciassettenne ubriaca, violentata nei bagni di una discoteca, filmata e diffusa su Whatsapp dalle amiche-iene, pone con urgenza la necessità di pretendere la protezione del diritto di ciascuno alla gestione della reputazione digitale
di Tonino Cantelmi – Agenzia SIR

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Il web è crudele. Se ti penti non puoi tornare indietro. Tiziana Cantone, 31 anni, si è tolta la vita. Sì, è stata imprudente. Ha registrato per gioco o per vanità un video hard. I suoi amici, a cui era destinato, l’hanno tradita. Il video è divenuto virale e si è diffuso in rete. A nulla è valso cambiare lavoro, trasferirsi o cercare di cambiare il cognome. La maledizione del web non l’ha mollata.

Nessuno può fermare la macchina infernale del web crudele.

Tiziana Cantone non ce l’ha fatta. Quel video rilanciato dai siti porno sarà sempre lì. Tiziana Cantone si uccide.

Nelle stesse ore o quasi irrompe nella cronaca un’altra storia di web crudele e di amiche traditrici. Eccola: diciassettenne ubriaca, violentata nei bagni di una discoteca. Le amiche, già le amiche!, filmano il fattaccio e lo diffondono su Whatsapp. E in sottofondo si distinguono le risate sguaiate delle amiche-iene.

Crudeltà telematiche di queste ore, capaci di spezzare la vita o di rovinarla. Non le prime, neanche le ultime. Gravissime, ma che si aggiungono ad altre, più o meno gravi: insulti, calunnie, gogne, offese.

Si, il web è un mondo affascinante, ma anche terribile. In gioco c’è una nuova ed inesplorata dimensione dell’identità: la reputazione digitale. Ognuno di noi ha una reputazione digitale, che pesa enormemente nella vita reale.

Ancor prima di un incontro, sia galante che di lavoro, andiamo a spulciare la reputazione digitale della persona che stiamo per incontrare. Cerchiamo su google le notizie, spiamo i suoi profili social, guardiamo le immagini e i video. E non c’è nulla di più fragile della reputazione digitale: chiunque può calunniare, maledire, attaccare, insultare o tradire, come gli amici di Tiziana Cantone. E questo riguarda in modo massiccio gli adolescenti, per il quali la popolarità digitale sembra essere una componente ineludibile della loro autostima. La logica perversa del cyberbullismo è proprio questa: la vittima non può difendersi. L’attacco è inarrestabile. Il disprezzo on line è virale. E soprattutto è per sempre. La sopraffazione è pari all’impotenza della vittima.

Ecco la questione che voglio porre è questa:

il diritto alla gestione della propria reputazione digitale.

Qualcuno dovrà pure dire stop alla dittatura di Google, di Facebook e dei vari social ai quali consegniamo la nostra immagine e la nostra reputazione on line. Lo so, la questione investirebbe norme, diritti, giurisprudenza e tanti azzeccagarbugli cavillosi sarebbero lì, pronti a difendere la sovrana libertà del web di disporre di noi. Ma il dato è questo: vogliamo avere il diritto di gestire la nostra reputazione digitale. Vogliamo avere il diritto di ripensamento sui contenuti che diffondiamo. Vogliamo che faceboock non sia l’arrogante proprietario dei nostri post. Vogliamo che google rispetti il diritto all’oblio. Vogliamo una rete più umana. In definitiva vogliamo che l’umano abbia ancora il dominio sulla tecnologia.

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Tiziana e la violenza del web, che agisce in tutti noi

Posté par atempodiblog le 15 septembre 2016

Tiziana e la violenza del web, che agisce in tutti noi
di Mario Adinolfi – La Croce – Quotidiano

Tiziana e la violenza del web, che agisce in tutti noi dans Articoli di Giornali e News tiziana_cantone

La triste vicenda di Tiziana Cantone è raccontata sui media in queste ore con i soliti toni indignati di circostanza e una capacità giornalistica nulla di fare seriamente luce attorno alle ragioni e alla responsabilità di chi ha condotto una bella ragazza di 31 anni a impiccarsi dopo un anno di linciaggio da parte dei social network.

Tutti a scrivere: è stato il web. Ma chi è “il web”? E cosa insegna a tutti noi questa storia? Come si può evitare un nuovo caso Tiziana Cantone? A questi interrogativi si può provare a proporre qualche risposta.

A uccidere la Cantone non è stato “il web”, non sono stati “i social network”, non è stato “whatsapp”. A portare Tiziana alla tragica decisione di porre fine alla sua vita impiccandosi è stato il concatenarsi di una serie di eventi, attorno ad ognuno dei quali ci sono responsabilità individuabili di persone
individuabili.

L’errore originale è stato evidentemente l’invio del video hard con la propria performance sessuale ai cinque “amici” su whatsapp. I cinque sono persone identificabili e già identificate dai magistrati che hanno aperto un fascicolo sul caso Cantone con l’ipotesi di reato di istigazione al suicidio. Uno di
costoro ha trasmesso il video attraverso i canali del porno via web. A quel punto alcune pagine dei social network molto spregiudicate con il gusto dell’orrido hanno deciso di avviare una campagna sfruttando questo video e crocifiggendo la povera Tiziana. Tra queste, su Facebook si è fatta notare più delle altre la pagina di Welcome to Favelas, un luogo da 540mila followers, che sul trash e le immagini irrispettose di persone prese a bersaglio ha fondato il suo business rappresentato dalla vendita di gadgettistica in nero (vanno forte adesivi e magliette del simbolo di Welcome to favelas, un fucile mitragliatore AK 47).

Come funziona W2F? Semplice, al fianco della pagina principale, sempre su Facebook, ci sono pagine segrete in cui si entra solo per invito, non raggiungibili con una ricerca sui motori Fb. Una di queste è Welcome to Favelas Dance Estate, 113mila followers, dove si decidono le campagne da portare avanti, si ordina ai “militanti” gli obiettivi da colpire e le pagine da andare a “sporcare” con i propri materiali.

Nei gruppi segreti di Welcome to favelas è partita la decisione di crocifiggere Tiziana, sulla pagina principale si è operato affinché il video
diventasse virale con il tormentone: “Stai facendo il video? Bravo”. Tutto questo avrebbe massacrato Tiziana Cantone ma non sarebbe bastato se a far da detonatore non fosse arrivata una radio tradizionale, la radio più ascoltata in assoluto in Italia, che è Radio Deejay, il cui capo Linus ora sparge lacrime di coccodrillo in memoria di Tiziana, ma che ha quotidianamente massacrato la povera ragazza fino a renderle impossibile l’esistenza.

Tiziana aveva dovuto abbandonare il suo paese, il suo lavoro, la famiglia, addirittura il proprio nome. Aveva cambiato identità e aveva vinto anche la causa presso la lenta giustizia italiana, che aveva ordinato pochi giorni fa la rimozione dei contenuti lesivi della sua dignità.

Troppo tardi, qualcosa era definitivamente franato nell’anima di Tiziana Cantone e si è portato via la sua giovane vita, la sua bellezza, attaccata al foulard al quale si è impiccata. Chi sono i responsabili allora? Molto semplice. Non i “social network”, ma Facebook Italia con i suoi dirigenti e i suoi solerti impiegati che bloccano le pagine di Alessandro Benigni, Danilo Leonardi, Filippo Fiani, Andrea Rossi perché sono cattolici e difendono la famiglia naturale, ma invece lasciano prosperare Welcome to Favelas e il suo infame business di adesivi e magliette imperniato sul dileggio delle persone, sulla quotidiana bestemmia, sugli insulti più vergognosi.

Durante Stampa e Vangelo abbiamo denunciato l’ultimo post che Welcome to Favelas ha pubblicato per deridere la Cantone addirittura dopo il suo suicidio: novemila “mi piace”, centinaia di commenti di una volgarità rivoltante. Hanno capito che la nostra denuncia li avrebbe resi obiettivo facile dell’inchiesta della magistratura e vigliaccamente hanno rimosso il post: è l’omaggio che siamo riusciti a far rendere alla memoria di Tiziana. Almeno lo sputo sul cadavere caldo lo abbiamo fatto sparire dal web.

Massimiliano Zossolo, il profilo che appare essere admin di Welcome to favelas, si è lamentato del fatto che abbiamo citato nomi e cognomi, ha fatto un post contro di me sia sulla pagina personale che su quella pubblica, ha fatto pubblicare una foto di me mentre rientro a casa riprendendo tutto il portone in modo che sia identificabile: un vero e proprio messaggio di minaccia fisica.

Ma il suicidio di una ragazza pochi giorni dopo la fine delle vacanze estive apre in me ferite troppo profonde perché io riesca a non essere durissimo
con chi l’ha provocato e con chi non ha avuto neanche la decenza di tacere una volta che la tragedia si era perpetrata.

Altro responsabile è il garante per la privacy, Antonello Soro, già presidente dei deputati del Partito popolare e ora mandato a svernare con fior di stipendione affinché vigili sulle dinamiche che hanno portato alla morte di Tiziana. Purtroppo Soro non ha idea di chi sia Tiziana Cantone, la dirigenza di
Facebook, Welcome to Favelas, Welcome to favelas Dance Estate, Linus, Radio Deejay. Conosce me, sa che sul piano personale lo stimo e sa anche che su questa vicenda non farò sconti. Se vuole tardivamente fare il suo lavoro ordini subito la chiusura stabile e definitiva di Welcome to Favelas da parte di Facebook e li strigli ben bene, magari facendo una telefonata anche a Linus spiegando che le persone non si prendono per il culo con una violenza che toglie via la pelle, a meno che non siano personaggi pubblici, e che delle lacrime di coccodrillo non sa che farsene. Antonello Soro di mestiere fa il dermatologo e sa almeno cosa vuol dire “togliere via la pelle”. Lo faccia contro i responsabili di questo scempio e il resto lo faccia la magistratura.

Poi c’è quello che possiamo fare noi: impedire che il web sia il luogo che deumanizza. Dietro ogni profilo c’è una persona, c’è una storia, c’è un percorso, una vicenda spesso intrisa di sofferenza. Ce ne dimentichiamo nei meccanismi violenti del web, dove si diventa solo “icone” di un gioco perverso in cui
anche i burattinai di questa violenza riescono a deumanizzarsi, a perdere sembianza diventando così irresponsabili, dicendo che in rete è colpa di tutti, cioè colpa di nessuno. Invece no, è persona la vittima e sono persone i carnefici, con nome e cognome. Questi ultimi spesso ricchi o con la volontà di arricchirsi sulla pelle delle persone.

Non consentiamolo e onoriamo così la memoria di una persona che non ce l’ha fatta a reggere tanta violenza, nonostante avesse addirittura cambiato nome e identità per sfuggire a questo gioco perverso che alla fine l’ha travolta.

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Papa: in un mondo in crisi di “orfanezza” c’è una Madre che ci difende

Posté par atempodiblog le 15 septembre 2016

Papa: in un mondo in crisi di “orfanezza” c’è una Madre che ci difende
In un “mondo che soffre la crisi di una grande orfanezza”, noi abbiamo una Madre che ci accompagna e ci difende: così il Papa nella Messa del mattino a Santa Marta nel giorno in cui la Chiesa celebra la memoria della Beata Vergine Maria Addolorata.

di Sergio Centofanti – Radio Vaticana

Papa: in un mondo in crisi di “orfanezza” c'è una Madre che ci difende dans Commenti al Vangelo IMG_3736

Il Vangelo del giorno ci porta sul Calvario. Tutti i discepoli sono fuggiti, tranne Giovanni e alcune donne. Ai piedi della Croce c’è Maria, la Madre di Gesù: tutti – afferma il Papa – la guardavano dicendo: “Quella è la madre di questo delinquente! Quella è la madre di questo sovversivo!”:

“E Maria sentiva queste cose. Soffriva umiliazioni terribili. E anche sentiva i grandi, alcuni sacerdoti, che lei rispettava, perché erano sacerdoti: ‘Ma Tu che sei tanto bravo, scendi! Scendi!’. Con suo Figlio, nudo, lì. E Maria aveva una sofferenza tanto grande, ma non se ne è andata. Non rinnegò il Figlio! Era la sua carne”.

Papa Francesco ricorda quando a Buenos Aires si recava nelle carceri a visitare i detenuti e vedeva sempre una fila di donne che aspettavano di entrare:

“Erano mamme. Ma non si vergognavano: la loro carne era lì dentro. E queste donne soffrivano non solo la vergogna di essere lì – ‘Ma guarda quella! Cosa avrà fatto il figlio?’ – ma anche soffrivano le più brutte umiliazioni nelle perquisizioni che venivano fatte loro prima di entrare. Ma erano madri e andavano a trovare la propria carne. Così Maria, era lì, col Figlio, con quella sofferenza tanto grande”.

Gesù – afferma il Papa – ha promesso di non lasciarci orfani e sulla Croce ci dona sua Madre come nostra Madre:

“Noi cristiani abbiamo una Madre, la stessa di Gesù; abbiamo un Padre, lo stesso di Gesù. Non siamo orfani! E Lei ci partorisce in quel momento con tanto dolore: è davvero un martirio. Col cuore trafitto, accetta di partorire tutti noi in quel momento di dolore. E da quel momento Lei diventa la nostra Madre, da quel momento Lei è nostra Madre, quella che si prende cura di noi e non si vergogna di noi: ci difende”.

I primi mistici russi – ricorda Francesco – consigliavano di rifugiarsi sotto il manto della Madre di Dio nel momento delle turbolenze spirituali: “Lì non può entrare il diavolo. Perché Lei è Madre e come Madre difende. Poi l’Occidente ha preso questo consiglio e ha fatto la prima antifona mariana ‘Sub tuum praesidium’ – ‘Sotto il tuo mantello, sotto la tua custodia, oh Madre!’. Lì siamo sicuri”.

“In un mondo che possiamo chiamare ‘orfano’ – conclude il Papa – in questo mondo che soffre la crisi di una grande orfanezza, forse il nostro aiuto è dire ‘Guarda a tua Madre!’. Ne abbiamo una che ci difende, ci insegna, ci accompagna; che non si vergogna dei nostri peccati. Non si vergogna, perché lei è Madre. Che lo Spirito Santo, questo amico, questo compagno di strada, questo Paraclito avvocato che il Signore ci ha inviato, ci faccia capire questo mistero tanto grande della maternità di Maria”. 

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BENEDETTO XVI/ Senza un anticipo di simpatia il Mistero resta estraneo

Posté par atempodiblog le 13 septembre 2016

BENEDETTO XVI/ Senza un anticipo di simpatia il Mistero resta estraneo
di Marco Pozza – Il Sussidiario.net

BENEDETTO XVI/ Senza un anticipo di simpatia il Mistero resta estraneo dans Articoli di Giornali e News benedetto_xvi

La sua goffaggine di movimento, quand’era costretto a salire su un podio, lo faceva rassomigliare assai a Charlie Chaplin: era nato per fare tutt’altro nella vita Joseph Ratzinger. È risaputo, però, che le chiamate divine non prevedono addestramento, gettano allo sbaraglio. Salì, dunque, sul podio, ma piuttosto che ricercare i gesti ad effetto, scelse di rimanere fedele alla sua natura: nobile nella forma, timido nel sorriso. Onestissimo nell’analisi, era pur sempre il professor Ratzinger, una stella nel cielo della teologia: “Il vero problema in questo nostro momento della storia è che Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini”. Senza a né ba. Nato per essere più pittore che imbianchino, “la sua specialità era saper districare le cose complicate, vedere oltre la superficie” annota il giornalista Peter Seewald nel suo libro Ultime conversazioni, scritto con Benedetto XVI.

Ultime è un aggettivo-di-tempo: potrebbero non essercene più. Alla scuola di Ratzinger, però, nulla è mai così incolore come potrebbe apparire. Capita, allora, d’esser costretti a leggere ultime come aggettivo-di-profondità: le più alte, quelle profonde, le conversazioni più vere. Le realtà-ultime: il Paradiso, il Purgatorio, l’Inferno. Che partono sempre dalle profondità della propria biografia personale: “(La mia vocazione) è cresciuta quasi naturalmente insieme con me e senza grandi avvenimenti di conversione”.

La radice del genio teologico che conquisterà il pubblico con Introduzione al cristianesimo è già tutta lì, agli inizi: “Avevo le mie domande. Non mi accontentavo di un sistema predefinito, volevo capire da una nuova prospettiva”. Capire, avendo prima amato, quindi pregato. E’ nascosta qui la bellezza del suo costruire teologia, lo stare un passo dietro l’eccedenza del Maestro, quella ch’è sempre altrove: “La teologia — scrive in un suo saggio — è riflessione su ciò che Dio ha detto e pensato in precedenza per noi”. Sono stato pensato, dunque sono, esisto:“Ciascuno di noi è il frutto di un pensiero di Dio”. Con buona pace dell’evoluzionismo, della casualità.

Un passo dietro, per stare al passo di Dio e rendere ancora affascinante la Chiesa, senza la quale la teologia parla a nome proprio smarrendo il significato, la brillantezza, l’estetica. Sfumatura che il Concilio Vaticano II, dietro il cui sipario iniziava ad albeggiare il ratzinger-pensiero, porterà alla ribalta: “Non significava rompere con la fede, ma imparare a comprenderla meglio e viverla in modo più giusto, muovendo dalle origini”. Le origini, che per lui mantengono sempre la parola: quelle di “umile servitore nella vigna del Signore”. La storia di un servo.

Anche la storia del Papa di Gesù, pur diventata tale contro-voglia com’è di tutte le chiamate disposte da Dio: “La sensazione fu semplicemente quella, una ghigliottina” dice della sua elezione. Dopo un papa mistico e mariano come fu Giovanni Paolo II, l’avvento di un papa dotto e votato a Gesù. Che in materia di fede ha idee così limpide — perché germogliate in una divina inquietudo cordis — d’essere tacciato di fondamentalismo: che la Parola di Dio “continui a rimanere presente nella sua grandezza e a risuonare nella sua purezza di fronte a tutti i tentativi di adattamento, di annacquamento”.

Nessun vanto, dunque, a seguire il Cristo di Benedetto XVI: “L’importante è preservare la fede oggi. Io considero questo il nostro compito centrale”. Se noi non conosciamo più Gesù, dunque, è la fine della Chiesa. Parola dell’uomo che, sentendo l’obbligo di “dire qualcosa all’umanità”, ha partorito un’opera d’arte che affascina milioni di lettori, Gesù di Nazareth. Non un atto di magistero — a governare con la paura son capaci tutti, governare con la gioia fu l’umile tentativo che si giocò —, ma la personale ricerca del volto del Signore: “Ognuno è libero di contraddirmi” — scrive nella premessa al primo volume —. “Chiedo solo alle lettrici e ai lettori quell’anticipo di simpatia senza il quale non c’è nessuna comprensione”.

Un anticipo di simpatia pare la cifra stessa del suo pontificato, una sorta di giganteschi esercizi spirituali a favore dell’umanità: “Dare agli uomini il coraggio di credere”.

Per riuscire a restare un padre-fedele anche nel momento in cui parrebbe l’esatto opposto, che il padre fugga dalle sue responsabilità. L’11 febbraio 2013 — lunedì di carnevale, festa della Madonna di Lourdes — rimarrà il giorno che ha cambiato la fisionomia del papato: “Il mio momento era passato e avevo dato ciò che potevo dare (…) Anche un padre smette di fare il padre. Non cessa di esserlo, ma lascia le responsabilità concrete”.

Un gesto senza precedenti, il capitolo più denso del magistero-dei-gesti, la sconcertante notizia che “ogni inizio contiene una magia, costringe sempre a ricominciare daccapo”. Senza scendere dalla croce, abbandonandola: “Non si è trattato di una ritirata sotto la pressione degli eventi o di una fuga per l’incapacità di farvi fronte. Uno non può dimettersi quando le cose non sono a posto”. Questo è tutto Ratzinger: se non vi va bene, leggete dell’altro.

Nessuno obbliga a seguire il Cristo. Se lo fate, ricordate sempre d’esser stati voi a scegliere di seguirlo: “Lo pregherò di essere indulgente con la mia miseria”. E’ il pensiero ultimo, che forse è sempre stato il primo, dell’uomo che per più di tre decadi è rimasto a capo della più granitica istituzione mondiale. La più ambiziosa, forse anche la più paradossale.

Il New York Post, dopo il famoso discorso all’Onu dell’aprile 2008 di Benedetto XVI scrisse: “Chi non è toccato da queste parole vuol dire che non è vivo”. Eppure nella sua lapide chiede l’accortezza che ci sia “solo il nome”. Meglio se a matita, verrebbe voglia d’aggiungere dopo Ultime Conversazioni. Ch’è una sorta di resoconto biografico, non certamente il canto-del-cigno, più scampoli di magistero di un papa-mistico, silenzioso. Che scrive in piccolo e a matita, che chiede anticipi di simpatia, ch’è entrato nel chiasso della mondanità, affascinandola, con una cisterna di silenzio sotto-braccio: “Il mattino, durante la messa, io ho bisogno di silenzio, di raccoglimento”. Quasi un ultimo consiglio di stile: andare avanti, guardando indietro, dentro. Accecati dal Mistero ultimo. Ch’è l’esatto opposto del cristianesimo-del-gambero.

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L’infinita misericordia di Dio nel ricercare i peccatori e nell’accoglierli, in uno sguardo generale alle parabole di Gesù

Posté par atempodiblog le 13 septembre 2016

L’infinita misericordia di Dio nel ricercare i peccatori e nell’accoglierli, in uno sguardo generale alle parabole di Gesù
del servo di Dio don Dolindo Ruotolo

L'infinita misericordia di Dio nel ricercare i peccatori e nell'accoglierli, in uno sguardo generale alle parabole di Gesù dans Commenti al Vangelo don_Dolindo_Ruotolo

Si avvicinavano a Gesù i peccatori e i pubblicani per ascoltarlo. Il testo greco dice che gli si avvicinavano tutti i peccatori ed i pubblicani, per far rilevare che tutti erano attratti dalla bontà di Gesù, anche quelli che poi non si convertivano per loro colpa.

C’era, infatti, nel Redentore una potente attrattiva, perché Egli era venuto in terra per rigenerarli ed aveva in sé la delicatezza di una mamma, la premura di un pastore e l’espansione di un affettuosissimo padre. I peccatori, poi, standogli vicino, si sentivano migliori, perché in quell’immensa luce di santità l’anima loro spontaneamente si umiliava.

I farisei e gli scribi non potevano tollerare la bontà di Gesù, perché contrastava troppo con la loro durezza; premurosi com’erano della loro fama e della loro gloria, disprezzavano i peccatori per ostentare anche così la loro pretesa giustizia e riprovavano l’atteggiamento di Gesù, non tanto perché loro dispiacesse, ma per far rimarcare al popolo che Egli non era giusto come loro.

Credevano che la sua familiarità coi peccatori dipendesse per lo meno da superficialità e volevano far rilevare che Egli non sapeva conoscerli, e quindi non era profeta. C’era nel loro rimprovero un insieme di orgoglio, di malignità e di avversione che li rivelava.

Gesù Cristo non rispose smascherandoli, come avrebbe potuto fare, ma rivelò la misericordia di Dio e per conseguenza quella del suo Cuore, aprendo così maggiormente alla fiducia il cuore dei peccatori di tutti i tempi, e manifestando il grande segreto della sua missione divina, Gesù raccontò tre parabole che esprimono la bontà di Dio stesso nel cercare, nell’accogliere i peccatori, e rivelò così che Egli non cercava i traviati né per superficialità di valutazione delle loro colpe, né per semplice compassione naturale, ma perché era Dio e li cercava per usare loro misericordia.

Le tre parabole, poi, manifestavano la valutazione vera che Egli faceva dei peccatori di tutte le nazioni e di tutte le epoche, riguardandoli come pecorelle smarrite dell’ovile di Dio, come valori dell’umanità, perduti con danno comune, e come figli lontani dal cuore paterno. Un pastore cerca la pecorella smarrita per compassione, una donna cerca il valore perduto per interesse, un padre per amore tenerissimo sospira al figlio ribelle, che si è allontanato da lui.

Sono i tre grandi momenti della divina misericordia: il Signore chiama l’umanità peccatrice come pecorella smarrita, la redime pagando il prezzo del suo riscatto, e l’accoglie in un amore paterno immenso che la ridona alla primitiva grandezza. Accolse Israele e lo cercò nel deserto del mondo come pecorella smarrita, portandolo Egli stesso per le vie della vita come un pastore porta sulle spalle la sua pecorella. Venne dal cielo in terra e fece luce per cercare l’umanità perduta e ridonarle il valore perduto col peccato; aspetta al suo Cuore l’umanità traviata ed apostata, immersa nelle sozzure dell’impurità e ridotta ad uno stato di estremo squallore, e l’accoglie con amore paterno riabilitandola.

La misericordia di Dio è sempre ricerca amorosa, valutazione divina di un’anima ed amore immenso nell’accoglierla, ma si può dire che le tre parabole proposte da Gesù riguardassero le tre grandi manifestazioni della misericordia di Dio Uno e Trino: quella fatta al popolo eletto, pecorella sua, il Padre; quella fatta nella redenzione, pagando il prezzo del nostro riscatto, il Figlio, e quella che fa ogni giorno nella Chiesa, e farà in modo meraviglioso alla fine dei tempi, accogliendo al suo Cuore i figli traviati, corrotti ed apostati dal suo paterno amore, lo Spirito Santo.

Gesù parla della gioia del pastore nel ritrovare la pecorella smarrita, della gioia della donna nel rintracciare la dramma perduta, e della gioia del padre nel riabbracciare il figlio traviato, non per dire che Dio ama più i peccatori che i giusti, ma per dire che è così piena e completa la sua misericordia che Egli accoglie i peccatori pentiti come se fossero giusti. Egli parla della festa che si fa nel cielo per un peccatore che si converte, per dirci che è più grande la gioia attuale dei Beati per un’anima che si salva, che per quelle che sono già salve o giuste; anche un padre gode più attualmente della guarigione di un figlio infermo, che della sanità degli altri, il che non significa che egli apprezza più i malati che i sani, ma proprio perché apprezza la salute, gode che il figlio infermo l’abbia recuperata.

Nei peccatori che si convertono c’è poi sempre una ricchezza di umiltà, di riconoscenza e di amore che li rende più cari al Signore, e facilita in loro l’efflusso della grazia.

Il peccato è un male orribile che Dio aborre sempre; ma la vera penitenza può far fiorire il cuore dei peccatori anche più di quello dei giusti, e la tenerezza di Dio riguarda proprio questa fioritura di amore e di virtù.

Si deve notare che Gesù accennò semplicemente le parabole della pecorella smarrita e della dramma sperduta, mentre raccontò con minuti e bellissimi particolari quella del figliol prodigo, per dare maggiore risalto all’amore col quale Dio accoglie come padre i peccatori che vanno a Lui, pentiti.

Il suo Cuore divino non ebbe confini nella tenerezza quando parlò di ciò che l’anima fa per cercare Dio e, nell’esuberanza della parabola, rivelò l’esuberanza dell’amore di Dio. Si direbbe che la delicata sua carità abbia voluto dare più risalto al bisogno che il peccatore sente di Dio che a quello che fa Dio per un peccatore; l’amor suo nel cercarci è infinito, ma l’amor suo nell’accoglierci è tenerissimo, ed è divinamente psicologico che il Redentore si sia trattenuto di più sulla parabola del fìgliol prodigo. L’ampiezza di questa parabola, poi, può anche farci intendere quanto sarà esuberante la misericordia che Dio farà negli ultimi tempi ai figli apostati che ritorneranno al suo Cuore.

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Il Papa all’Angelus: Dio ci aspetta sempre e ci perdona

Posté par atempodiblog le 12 septembre 2016

Il Papa all’Angelus: Dio ci aspetta sempre e ci perdona
“Non c’è peccato in cui siamo caduti da cui, con la grazia di Dio, non possiamo risorgere; non c’è una persona irrecuperabile”. E’ quanto ha affermato Papa Francesco riferendosi al Vangelo odierno e aggiungendo che “Dio non smette mai di volere il nostro bene, anche quando pecchiamo”.
di Amedeo Lomonaco – Radio Vaticana

Il Papa all’Angelus: Dio ci aspetta sempre e ci perdona dans Commenti al Vangelo Papa_Francesco_Angelus

Il capitolo 15 del Vangelo di Luca, considerato – ha detto il Papa – “il capitolo della misericordia”, raccoglie tre parabole con cui Gesù risponde alle mormorazioni di scribi e farisei. Nella prima parabola Dio è presentato come un pastore che lascia 99 pecore “per andare in cerca di quella perduta”. Nella seconda è paragonato ad “una donna che ha perso una moneta e la cerca fin quando non la trova”. Nella terza parabola Dio è immaginato come “un padre che accoglie il figlio che si era allontanato”. La festa di Dio per coloro che ritornano a Lui pentiti – ha detto il Papa – è quanto mai intonata all’Anno giubilare:

“Con queste tre parabole, Gesù ci presenta il volto vero di un Dio: un Padre dalle braccia aperte, che tratta i peccatori con tenerezza e compassione. La parabola che più commuove – commuove tutti -, perché manifesta l’infinito amore di Dio, è quella del padre che stringe a sé, e abbraccia il figlio ritrovato. ”.

Dio ci attende con pazienza
A colpire – ha affermato il Pontefice – non è tanto “la triste storia di un giovane che precipita nel degrado, ma le sue parole decisive:

“«Mi alzerò, andrò da mio padre» (v. 18). La via del ritorno verso casa è la via della speranza e della vita nuova. Dio aspetta sempre il nostro rimetterci in viaggio, ci attende con pazienza, ci vede quando ancora siamo lontani, ci corre incontro, ci abbraccia, ci bacia, ci perdona. Così è Dio! Così è il nostro Padre! E il suo perdono cancella il passato e ci rigenera nell’amore. Dimentica il passato: questa è la debolezza di Dio. Quando ci abbraccia e ci perdona, perde la memoria, non ha memoria! Dimentica il passato. Quando noi peccatori ci convertiamo il peccatore si converte e ci facciamo si fa ritrovare da Dio non lo ci attendono rimproveri e durezze, perché Dio salva, riaccoglie a casa con gioia e fa festa”.

Poi il Papa ha rivolto a tutti una domanda:

“Avete mai pensato che ogni volta che ci accostiamo al confessionale, c’è gioia e festa nel cielo? Avete pensato a questo? E’ bello! ».

La testimonianza del beato Bukowinski
Dopo l’Angelus, il Santo Padre ha ricordato che oggi a Karakanda, in Kazakhstan, viene proclamato beato Ladislao Bukowinski, sacerdote e parroco, perseguitato per la sua fede. “Nella sua vita – ha detto il Pontefice – ha dimostrato sempre grande amore ai più deboli e bisognosi e la sua testimonianza appare come un condensato delle opere di misericordia spirituali e corporali”.

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10 anni fa il discorso di Benedetto XVI a Ratisbona su fede e ragione

Posté par atempodiblog le 12 septembre 2016

10 anni fa il discorso di Benedetto XVI a Ratisbona su fede e ragione
Dieci anni fa, il 12 settembre 2006, Benedetto XVI, pronunciava un discorso all’Università di Ratisbona dedicato al dialogo tra Fede e ragione. Il fraintendimento di un passaggio di quel testo provocò inizialmente critiche dal mondo musulmano, ma oggi quella ‘lectio magistralis’ resta di grande attualità dal punto di vista teologico e del dialogo interculturale e interreligioso. Lo conferma mons. Antonino Raspanti, vescovo di Acireale e coordinatore del Comitato scientifico del ‘Cortile dei gentili’ al microfono di Fabio Colagrande per Radio Vaticana:

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R. – Il contenuto, e ciò che il Papa ha affermato, pone veramente grandi problemi, che vanno al di là della contingenza della situazione di quel momento. Lo scenario internazionale ci fa vedere un grande movimento, dal punto di vista ovviamente geopolitico, ma anche la difficoltà ad approcciare la religione e le religioni – non solo quella dell’islam -, e a capire qual è il rapporto tra queste religioni, la politica, la società e, dunque, la pace e il futuro delle nazioni. Questo, dal momento che lui affronta esplicitamente anche la questione islamica – almeno di striscio, in qualche modo, la affronta – oggi si ripropone in una maniera direi attualissima nel dibattito mondiale.

D. – La citazione dell’imperatore Paleologo su Maometto – com’è noto – provocò all’epoca dure critiche, non solo dal mondo musulmano. Ma al di là di quel passaggio, qual era, secondo lei, il messaggio centrale di quella lectio magistralis?
R. – Ecco, naturalmente non era quello il punto principale del discorso, come moltissimi commentatori poi successivamente e serenamente hanno ripreso. Quello è uno dei punti su cui si poteva discutere e si discute ancora oggi, e lui lo ha fatto con coraggio. Ma a mio avviso – e il Papa lo dice esplicitamente – il punto fondamentale era che peso dare alla ragione, al logos, nel rapporto con le religioni e in modo particolare con la religione rivelata e con il cristianesimo, visto che l’esperienza soprattutto europea ha grandissime radici, ha sviluppato a fondo la questione del logos e ha vissuto una profonda esperienza di logos al proprio interno, non solo in ambito di riflessione metafisica, ma in tutte le implicazioni pratiche che questo ha comportato nel corso di millenni.

Dall’altra parte, questo logos che rapporto ha con la religione? Il cristianesimo vi si è confrontato fino in fondo ed è quello che lui afferma. Il cristianesimo dei primi secoli, ma anche l’ebraismo della diaspora, poco prima e poco dopo la venuta di Cristo, lo ha vissuto, affrontato. Ed il cristianesimo ha assorbito la lezione del logos a suo modo, modificandola in parte, adattandola e piegandola, in un certo senso, anche alla rivelazione cristiana, alla persona di Gesù. E, dunque, il Papa ritiene che quell’esperienza che il cristianesimo ha fatto di assorbire e interagire con la grande intuizione del logos all’interno della civiltà europea, è un’esperienza fondamentale per il cristianesimo, che non si potrà tralasciare nemmeno per il futuro; per essere chiari, nemmeno quando oggi il cristianesimo si sta impiantando o comunque sta interagendo in continenti che non hanno vissuto quell’esperienza. Penso all’Asia, ma anche all’Africa. Papa Benedetto ritiene – e questo è oggetto di grande discussione – che non si possa dimenticare e mettere tra parentesi tout court l’esperienza, per esempio, patristica o medievale e ricominciare quasi tutto da capo con una Bibbia che si sarebbe de-ellenizzata quasi allo stato puro, che cavalcando duemila anni di cristianesimo si va a confrontare con più o meno culture asiatiche, dell’Estremo Oriente o dell’Africa. Papa Benedetto mette questo in forte discussione e ritiene che ci voglia in qualche modo il passaggio attraverso questa inculturazione del logos nel cristianesimo, che l’esperienza europea del cristianesimo ha operato nei secoli.

D. – Altro punto di quel discorso era il rischio dell’esclusione del divino, del religioso dall’ambito razionale, scientifico. Quanto resta alto oggi questo rischio evocato da Benedetto XVI 10 anni fa?
R. – E’ in discussione. L’esclusione è proprio oggetto di discussione, perché questo è l’altro lato della medaglia di cui Benedetto si è voluto occupare, recuperando l’esperienza del logos. Questa esperienza è maturata anche in Occidente, soprattutto poi nei risvolti della scienza e della tecnica, in senso spesso positivista, escludendo la religione, ma anche altri grandi aspetti della cultura e della vita dell’uomo, mettendoli fuori gioco e arroccandosi soltanto su una ragione che calcola, su una ragione scientista. Per Papa Benedetto questo è un logos un po’ decurtato, non rende ragione di una pienezza e di un interesse dell’esperienza che del logos hanno fatto i secoli passati. E allora proprio nel dialogo-dibattito con quello che il cristianesimo del logos ha assunto, Papa Benedetto vorrebbe una ripresa – lui dice: “Allargare gli orizzonti della razionalità umana” -: vorrebbe una ripresa più ampia della razionalità umana che riuscisse ad includere questi ampi settori della cultura e della vita dell’uomo, che sono esclusi, e questi lui li vede centrali e fondamentali, perché sono parte integrante della vita dell’uomo, dell’esperienza umana sulla terra.

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768 abitanti e 15 librerie: esiste davvero e si trova in Bretagna

Posté par atempodiblog le 11 septembre 2016

768 abitanti e 15 librerie: esiste davvero e si trova in Bretagna
Fonte: Gli amanti dei Libri

768 abitanti e 15 librerie: esiste davvero e si trova in Bretagna dans Articoli di Giornali e News rue_de_becherel_cite_du_livre

Si chiama Becherèl ed è un paesino appartenente alla Ille-et-Vilaine, nella regione di Bretagna. È stato una fortezza militare che negli anni si è mantenuto in vita grazie al commercio di lino e canapa. Quando il settore tessile subì ondate di depressione, durante gli anni ’80, i piccoli librai del territorio cominciarono a vendere i loro volumi -usati e non, attraverso bancarelle in vari punti del paese.

Fu così che Becherèl divenne la Città del Libro per eccellenza in Francia, presentandosi con un totale di 768 abitanti, e 15 librerie: una ogni 44 cittadini. Il turismo è diventato per Becherèl fonte di guadagno quotidiano, soprattutto grazie agli eventi organizzati ad ogni ricorrenza e, in maniera fissa, il mercato del libro ogni prima domenica del mese.

Tra i più famosi quelli organizzati per la settimana di Pasqua, ed in particolare: La Festa del Libro a Pasqua, Notte del Libro, il secondo sabato del mese di agosto; Lire en Fête, in ottobre. Il piccolo paese risulta, inoltre, esteticamente molto bello perché caratterizzato da colori accesi che contrastano con le strutture di pietra: il paesaggio è suggestivo e la compagnia – di un bel libro- di sicuro non manca… A quando il primo week end libero per un viaggetto?

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