Il pensiero di Diego Manetti sulle esternazioni di Papa Francesco su Medjugorje

Posté par atempodiblog le 16 mai 2017

Il pensiero di Diego Manetti sulle esternazioni di Papa Francesco su Medjugorje

“QUESTE MIE APPARIZIONI QUI A MEDJUGORJE SONO LE ULTIME PER L’UMANITÀ. AFFRETTATEVI A CONVERTIRVI” (Messaggio di Medjugorje del 17 aprile 1982)

Il pensiero di Diego Manetti sulle esternazioni di Papa Francesco su Medjugorje dans Apparizioni mariane e santuari Madonna_di_Medjugorje

Dopo le esternazioni di PAPA FRANCESCO SU MEDJUGORJE nel corso della conferenza stampa in aereo di ritorno da Fatima per il centenario delle apparizioni (13 maggio 1917 – 2017) molti mi hanno chiesto che cosa pensassi. Ecco di seguito il mio pensiero.

Anzitutto è bene ricordare – come ha fatto Francesco – che le apparizioni mariane (vere o presunte) sono una forma di rivelazione privata che nulla aggiunge alla rivelazione della fede e pertanto la Chiesa non obbliga a credervi, benché le riconosca come prezioso ausilio per approfondire la fede stessa.

Il Papa ha quindi sottolineato due realtà positive su Medjugorje. 
La prima sono i frutti spirituali, ovvero le molte CONVERSIONI sincere e autentiche che a Medjugorje sono nate, sempre più numerose negli ultimi anni.

La seconda realtà che il Papa ha sottolineato sono le APPARIZIONI della prima fase, quando i veggenti erano ragazzi, per le quali il rapporto della Commissione presieduta dal Card. Ruini dice che è bene investigare ancora. Una apertura positiva e importante sulle apparizioni stesse, dunque, ben oltre il giudizio pastoralmente positivo che già un mese fa aveva espresso mons. HOSER a Medjugorje sottolineando la fede cristocentrica che là si respira.

Poi il Papa ha espresso perplessità sulla fase delle apparizioni attuali, precisando però che si tratta di una sua OPINIONE PERSONALE.

In merito, credo sia sufficiente considerarla come tale. Sapendo che l’opinione personale del vescovo di Roma non è certamente paragonabile al futuro pronunciamento ufficiale del Papa – cui Francesco stesso ha alluso al termine del suo intervento. Quale che sia questo pronunciamento, da figlio obbediente della Chiesa ben volentieri mi atterrò ad esso.

Ma, nell’attesa, posso ancora precisare che:

1. Se la prima fase delle apparizioni è considerata positivamente, per cui si dà credito almeno ai primi 3 anni delle apparizioni (dal 24 giugno 1981 al marzo 1984, allorché iniziano i messaggi del giovedì per la parrocchia, cui fanno seguito quelli mensili del 25, a partire dal gennaio 1987), bisogna tenere presente che in questo periodo sono compresi già i dieci SEGRETI DI MEDJUGORJE, rivelati per prima a Mirjana il 25 dicembre 1982. Quando si realizzeranno, dopo esser stati svelati con 3 giorni di anticipo, e quando verrà dato il SEGNO SULLA COLLINA, anche chi dubita crederà.

2. Nella prima fase rientra anche il messaggio del 17 aprile 1982 in cui la Regina della Pace indica Medjugorje come LE SUE ULTIME APPARIZIONI. Alla luce di questo messaggio, non possono esserci apparizioni mariane nel mondo dopo Medjugorje. Ora, poiché la Chiesa ha riconosciuto nel 2001 le apparizioni della Vergine dei Dolori di KIBEHO in Ruanda, che hanno avuto luogo dal 1981 al 1989, va da sé che occorre considerare come autentiche le apparizioni di Medjugorje almeno fino al 1989. A meno di dover considerare falso il messaggio del 17 aprile 1982 e dunque dubitare della prima fase delle apparizioni. Cosa che però la Commissione e le parole di papa Francesco paiono escludere.
Se si considerano autentiche (almeno) le apparizioni fino a tutto il 1989, ne segue che si accolgono come autentici i messaggi settimanali (1984-1987) e i primi 3 anni almeno di quelli mensili del 25 alla parrocchia. Messaggi che vengono dati a scadenze precise, secondo lo stile di Maria che a Bernadette ha dato appuntamento per 15 giorni nello stesso posto e che a Fatima hai chiesto ai pastorelli di tornare il 13 del mese a mezzogiorno. 
Se sono autentiche le apparizioni fino al 1989, e se le conversioni continuano ancora oggi, perché dubitare che sia tutto vero?

3. Infine, desidero precisare che CREDO ALLA PRESENZA DI MARIA A MEDJUGORJE e sono grato a Dio per aver incontrato quella oasi di pace che mi ha fatto vivere una fede più profonda e sperimentare l’amore di Gesù e Maria. 
E sono onorato, nel mio piccolo, di poter servire la Regina della Pace con libri, catechesi, apostolato e testimonianza di vita.

Amen, alleluja.

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Maria, Madre di Misericordia

Posté par atempodiblog le 14 mai 2017

Maria, Madre di Misericordia
di Padre Livio Fanzaga – Maria, dolce Madre. Ed. SugarCo

Maria, Madre di Misericordia dans Citazioni, frasi e pensieri IMG_0779

Maria è la donna più conosciuta e più amata nella storia dell’umanità. Il suo nome da due millenni corre ininterrottamente sulla bocca degli uomini. La sua immagine emana pace e sicurezza.

A Lei si rivolgono gli uomini di ogni stirpe e di ogni religione. I bambini le mandano baci, gli adulti la invocano, i morenti la chiamano con l’ultimo sguardo.

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Il Papa: «Abbiamo una Madre, aggrappati a Lei come dei figli»

Posté par atempodiblog le 13 mai 2017

Il Papa: «Abbiamo una Madre, aggrappati a Lei come dei figli»
I due pastorelli di Fatima, Giacinta e Francesco, sono santi. Papa Francesco, nella Messa per la loro canonizzazione, ricorda che, come i tre veggenti, anche noi dobbiamo essere segno – per chi è abbandonato, povero, malato, emarginato – dell’amore di Dio e della sua misericordia. «Contro l’indifferenza che ci raggela il cuore».  E Bergoglio ha ricordato ancora una volta che la Chiesa dev’essere missionaria, «ricca di cuore e povera di mezzi».
di Annachiara Valle  Famiglia Cristiana

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Malati, disoccupati, migranti, anziani. Papa Francesco canonizza Francesco e Giacinta ricordando, alla folla che ha vegliato tutta la notte in preghiera, il senso del messaggio della Madonna apparsa a Fatima 100 anni fa: quello di una Madre in pena per l’umanità. Una Madre che vuole ricoprire e proteggere tutti con il suo manto. Che vuole essere «come un’ancora» che sostiene la nostra speranza.

Pellegrino di pace, Francesco ricorda Giacinta e Francesco, che oggi canonizza e le parole di suor Lucia, la terza dei tre pastorelli, morta nel 2005 e della quale, nel 2008, si è aperto il processo di beatificazione. Ricorda la visione in cui Maria dice a Giacinta: «Non vedi tante strade, tanti sentieri e campi pieni di persone che piangono per la fame e non hanno niente da mangiare? E il Santo Padre in una chiesa, davanti al Cuore Immacolato di Maria, in preghiera? E tanta gente in preghiera con lui?». E proprio pensando a queste parole Bergoglio invita tutti a pregare con lui e affida a Maria «i suoi figli e figlie. Sotto il suo manto non si perdono; dalle sue braccia verrà la speranza e la pace di cui hanno bisogno e che io supplico per tutti i miei fratelli nel Battesimo e in umanità, in particolare per i malati e i disabili, i detenuti e i disoccupati, i poveri e gli abbandonati».

A margine della messa papa Francesco aveva incontrato una famiglia palestinese già conosciuta in Italia, lo scorso anno, al Cara di Castelnuovo di Porto. Una famiglia profuga dal dopoguerra, passata per l’Iraq, la Siria, la Libia, Lampedusa e – grazie al progetto di ricollocazione europea – accolta oggi in Portogallo. Una famiglia musulmana devotissima alla Madonna. Pensa a loro Francesco, ai militari malati che ha incontrato nella base di Monte Real, appena sceso dall’aereo, agli altri malati che ha incontrato a Fatima prima e dopo la messa, ai bambini. E chiede a ciascuno di abbandonarsi nelle braccia di Maria e di essere, a nostra volta, speranza per gli altri.  «Carissimi fratelli», dice ancora nell’omelia, «preghiamo Dio con la speranza che ci ascoltino gli uomini; e rivolgiamoci agli uomini con la certezza che ci soccorre Dio. Egli infatti ci ha creati come una speranza per gli altri, una speranza reale e realizzabile secondo lo stato di vita di ciascuno. Nel “chiedere” ed “esigere” da ciascuno di noi l’adempimento dei doveri del proprio stato, il cielo mette in moto qui una vera e propria mobilitazione generale contro questa indifferenza che ci raggela il cuore e aggrava la nostra miopia. Non vogliamo essere una speranza abortita! La vita può sopravvivere solo grazie alla generosità di un’altra vita».

Anche il cardinale Piero Parolin, nella messa celebrata durante la veglia della notte, aveva sottolineato quanto sia indispensabile questa generosità, l’essere disposti a pagare un prezzo per arrestare il male e costruire la pace. Come quando si riceve una banconota falsa, aveva detto come esempio il segretario di Stato, e si è vittime innocenti del male. E quel male lo si arresta soltanto «caricandosi in qualche modo di quella banconota». La «reazione spontanea, e persino ritenuta logica, sarebbe di passarla a qualcun altro. In questo si vede come siamo tutti inclini a cadere in una logica perversa che ci domina e spinge a propagare il male. Se mi comporto secondo questa logica, la mia situazione cambia: io ero vittima innocente quando ho ricevuto la banconota contraffatta; il male degli altri è caduto su di me. Nel momento, però, in cui coscientemente passo la banconota falsa a un altro, io non sono più innocente: sono stato vinto dalla forza e dalla seduzione del male, provocando una nuova vittima; mi sono fatto trasmettitore del male, sono diventato responsabile e colpevole. L’alternativa è quella di fermare l’avanzata del male; ma ciò è possibile solo pagando un prezzo, restando cioè io con la banconota falsa e liberando così l’altro dall’avanzata del male».

Come ha fatto Gesù, dice, nella messa di oggi, il Papa, che ha portato la croce prima di noi, caricandosi del male del mondo. Il Signore, ha concluso papa Francesco, «sempre ci precede. Quando passiamo attraverso una croce, Egli vi è già passato prima. Così non saliamo alla croce per trovare Gesù; ma è stato Lui che si è umiliato ed è sceso fino alla croce per trovare noi e, in noi, vincere le tenebre del male e riportarci verso la Luce. Sotto la protezione di Maria, siamo nel mondo sentinelle del mattino che sanno contemplare il vero volto di Gesù Salvatore, quello che brilla a Pasqua, e riscoprire il volto giovane e bello della Chiesa, che risplende quando è missionaria, accogliente, libera, fedele, povera di mezzi e ricca di amore».

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Non siamo migliori di nessuno

Posté par atempodiblog le 12 mai 2017

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La magnanimità porta a rinunciare alla vittoria in una singola battaglia per poter vincere la guerra delle relazioni. E’ qualcuno che capisce che è molto più importante che non perdere una casa, è non perdere un fratello.

L’iroso parte dal vittimismo, vede la giustizia come un assoluto e si autorizza ad essere feroce nel punire. E’ un circolo devastante.

Per combattere con l’ira dobbiamo rifiutare i pensieri vittimisti, ricordare i nostri peccati, i nostri errori, ricordare che non siamo migliori di nessuno. 

di don Fabio Rosini

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Il cardinale Schuster: «Il diavolo ha paura della nostra santità»

Posté par atempodiblog le 12 mai 2017

Il cardinale Schuster: «Il diavolo ha paura della nostra santità»
di Susanna Manzin – Comunità Ambrosiana

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Nelle ultime parole del beato cardinale ai seminaristi, il suo invito alla santità. Che riecheggia quanto scrive don Chautard ne “L’anima di ogni apostolato”. Vuoi che le tue opere abbiano frutto? Diventa santo. Solo così il demonio indietreggerà.

Mettendo ordine tra le carte e i fascicoli accumulati negli anni, mi capita tra le mani un foglio, distribuito ai ragazzi dell’oratorio di Sant’Ambrogio. Il foglio contiene, oltre agli appuntamenti della Settimana Santa, una frase del beato card. Schuster, Arcivescovo di Milano. Era il 14 agosto 1954, e ai Seminaristi che gli chiedevano un saluto disse così:

«Voi desiderate un ricordo da me. Altro ricordo non ho da darvi che un invito alla santità. La gente pare che non si lasci più convincere dalla nostra predicazione, ma di fronte alla santità, ancora crede, ancora si inginocchia e prega. La gente pare che viva ignara delle realtà soprannaturali, indifferente ai problemi della salvezza. Ma se un Santo autentico, o vivo o morto, passa, tutti accorrono al suo passaggio. Ricordate le folle intorno alla bara di don Orione? Non dimenticate che il diavolo non ha paura dei nostri campi sportivi e dei nostri cinematografi. Ha paura, invece, della nostra santità».

Si spense 16 giorni dopo, il 30 agosto 1954. L’impressionante corteo che accompagnò la salma del cardinale Schuster da Venegono a Milano avrebbe confermato che “quando passa un Santo, tutti accorrono al suo passaggio”.

«Il diavolo non ha paura dei nostri campi sportivi e dei nostri cinematografi». Per carità, è bello vedere i ragazzi che giocano a calcio in oratorio, luoghi di aggregazione sani, grazie ai quali tanti giovani sono strappati alla solitudine o a cattive compagnie (reali o virtuali). Se il parroco proietta buoni film, come Cristiada, possiamo parlare di un utilizzo del cinema per la Nuova Evangelizzazione.

Ma certamente non basta. Soprattutto non basta per fare indietreggiare il demonio. Certamente il beato card. Schuster aveva letto un classico della spiritualità cristiana, “L’anima di ogni apostolato” di Don Chautard (ed. Di Giovanni – per info www.libreriasangiorgio.it), un testo molto utilizzato anche nella formazione in Alleanza Cattolica. Don Chautard riporta le parole del can. Timon-David, direttore tra la prima e la seconda metà dell’800 dell’Oeuvre de la Jeunesse:

«Banda, teatro, proiezioni, cinema ecc., io non disprezzo tutto questo. Anzi, in principio credevo anch’io che fossero indispensabili; invece sono solamente stampelle che si usano in mancanza di meglio.

Ora, più vado avanti, più il fine ed i mezzi diventano soprannaturali, poiché vedo sempre più che le opere fondate sull’elemento umano sono destinate a perire e che soltanto l’opera che ha lo scopo di portare a Dio gli uomini mediante la vita interiore, è benedetta dalla Provvidenza».

Ogni mezzo che usiamo per l’evangelizzazione ha bisogno di essere sorretto dalla vita interiore. Sia Dom Chautard che il beato Schuster avevano colto l’essenziale: «vuoi che le tue opere abbiano frutto? Diventa santo. Solo così il demonio indietreggerà».

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Ecco perché maggio è il mese di Maria

Posté par atempodiblog le 12 mai 2017

La storia. Ecco perché maggio è il mese di Maria
Maggio è tradizionalmente il mese dedicato alla Madonna. Dal Medio Evo a oggi, dalle statue incoronate di fiori al magistero dei Papi, l’origine e le forme di una devozione popolare molto sentita.
Riccardo Maccioni – Avvenire

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Il mese di maggio è il periodo dell’anno che più di ogni altro abbiniamo alla Madonna. Un tempo in cui si moltiplicano i Rosari a casa e nei cortili, sono frequenti i pellegrinaggi ai santuari, si sente più forte il bisogno di preghiere speciali alla Vergine. Alla base l’intreccio virtuoso tra la natura, che si colora e profuma di fiori, e la devozione popolare.

Il re saggio e la nascita del Rosario
In particolare la storia ci porta al Medio Evo, ai filosofi di Chartres nel 1100 e ancora di più al XIII secolo, quando Alfonso X detto il saggio, re di Castiglia e Leon, in “Las Cantigas de Santa Maria” celebrava Maria come: «Rosa delle rose, fiore dei fiori, donna fra le donne, unica signora, luce dei santi e dei cieli via (…)». Di lì a poco il beato domenicano Enrico Suso di Costanza mistico tedesco vissuto tra il 1295 e il 1366 nel Libretto dell’eterna sapienza si rivolgeva così alla Madonna: «Sii benedetta tu aurora nascente, sopra tutte le creature, e benedetto sia il prato fiorito di rose rosse del tuo bei viso, ornato con il fiore rosso rubino dell’Eterna Sapienza!». Ma il Medio Evo vede anche la nascita del Rosario, il cui richiamo ai fiori è evidente sin dal nome. Siccome alla amata si offrono ghirlande di rose, alla Madonna si regalano ghirlande di Ave Maria.

Le prime pratiche devozionali, legate in qualche modo al mese di maggio risalgono però al XVI secolo. In particolare a Roma san Filippo Neri, insegnava ai suoi giovani a circondare di fiori l’immagine della Madre, a cantare le sue lodi, a offrire atti di mortificazione in suo onore. Un altro balzo in avanti e siamo nel 1677, quando il noviziato di Fiesole, fondò una sorta di confraternita denominata “Comunella”. Riferisce la cronaca dell’archivio di San Domenico che «essendo giunte le feste di maggio e sentendo noi il giorno avanti molti secolari che incominiciava a cantar meggio e fare festa alle creature da loro amate, stabilimmo di volerlo cantare anche noi alla Santissima Vergine Maria….». Si cominciò con il Calendimaggio, cioè il primo giorno del mese, cui a breve si aggiunsero le domeniche e infine tutti gli altri giorni. Erano per lo più riti popolari semplici, nutriti di preghiera in cui si cantavano le litanie, e s’incoronavano di fiori le statue mariane. Parallelamente si moltiplicavano le pubblicazioni. Alla natura, regina pagana della primavera, iniziava a contrapporsi, per così dire, la regina del cielo. E come per un contagio virtuoso quella devozione cresceva in ogni angolo della penisola, da Mantova a Napoli.

L’indicazione del gesuita Dionisi
L’indicazione di maggio come mese di Maria lo dobbiamo però a un padre gesuita: Annibale Dionisi. Un religioso di estrazione nobile, nato a Verona nel 1679 e morto nel 1754 dopo una vita, a detta dei confratelli, contrassegnata dalla pazienza, dalla povertà, dalla dolcezza. Nel 1725 Dionisi pubblica a Parma con lo pseudonimo di Mariano Partenio “Il mese di Maria o sia il mese di maggio consacrato a Maria con l’esercizio di vari fiori di virtù proposti a’ veri devoti di lei”. Tra le novità del testo l’invito a vivere, a praticare la devozione mariana nei luoghi quotidiani, nell’ordinario, non necessariamente in chiesa «per santificare quel luogo e regolare le nostre azioni come fatte sotto gli occhi purissimi della Santissima Vergine». In ogni caso lo schema da seguire, possiamo definirlo così, è semplice: preghiera (preferibilmente il Rosario) davanti all’immagine della Vergine, considerazione vale a dire meditazione sui misteri eterni, fioretto o ossequio, giaculatoria. Negli stessi anni, per lo sviluppo della devozione mariana sono importanti anche le testimonianze dell’altro gesuita padre Alfonso Muzzarelli che nel 1785 pubblica “Il mese di Maria o sia di Maggio” e di don Giuseppe Peligni.

Da Grignion de Montfort all’enciclica di Paolo VI
Il resto è storia recente. La devozione mariana passa per la proclamazione del Dogma dell’Immacolata concezione (1854) cresce grazie all’amore smisurato per la Vergine di santi come don Bosco, si alimenta del sapiente magistero dei Papi. Nell’enciclica Mense Maio datata 29 aprile 1965, Paolo VI indica maggio come «il mese in cui, nei templi e fra le pareti domestiche, più fervido e più affettuoso dal cuore dei cristiani sale a Maria l’omaggio della loro preghiera e della loro venerazione. Ed è anche il mese nel quale più larghi e abbondanti dal suo trono affluiscono a noi i doni della divina misericordia». Nessun fraintendimento però sul ruolo giocato dalla Vergine nell’economia della salvezza, «giacché Maria – scrive ancora papa Montini – è pur sempre strada che conduce a Cristo. Ogni incontro con lei non può non risolversi in un incontro con Cristo stesso». Un ruolo, una presenza, sottolineato da tutti i santi, specie da quelli maggiormente devoti alla Madonna, senza che questo diminusca l’amore per la Madre, la sua venerazione. Nel “Trattato della vera devozione a Maria” san Luigi Maria Grignion de Montfort scrive: «Dio Padre riunì tutte le acque e le chiamò mària (mare); riunì tutte le grazie e le chiamò Maria».

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Ritirati nel Cuore di Gesù

Posté par atempodiblog le 11 mai 2017

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“Statevene ritirati nel Cuore purissimo di Gesù e troverete conforto”.

San Paolo della Croce

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L’arcivescovo Kaigama. «Cercano vita, pace e sicurezza. Ma sanno di poter morire»

Posté par atempodiblog le 11 mai 2017

L’arcivescovo Kaigama. «Cercano vita, pace e sicurezza. Ma sanno di poter morire»
Il presidente della Conferenza episcopale nigeriana racconta i drammi che sono all’origine di tanti viaggi della speranza: tra cristiani e musulmani molto è stato fatto…
di Antonio Maria Mira – Avvenire

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Testimone. Il vescovo di Jos, monsignor Ignatius Kaigama

«In Nigeria mi dicono “piuttosto di morire qui io rischio e parto, so che potrei morire nel deserto o in mare ma forse no. E allora rischio per cercare una vita migliore, la sicurezza, la pace”». Queste le motivazioni dei migranti verso l’Italia e l’Europa, come spiega monsignor Ignatius Ayau Kaigama, arcivescovo di Jos, nel nord del Paese, presidente della Conferenza episcopale nigeriana e delle Conferenze episcopali dell’Africa occidentale. L’abbiamo incontrato a Lamezia Terme, dove ha partecipato ad alcuni incontri promossi dalla Caritas diocesana e dalla Comunità Progetto Sud di don Giacomo Panizza, protagonista di tanti progetti di integrazione dei migranti. Poi sarà a Roma e quindi con papa Francesco a Fatima, dove, ci dice, «pregherò Maria per la guarigione del mio Paese da tutte le sue malattie».

Con lui parliamo di Boko Haram, di dialogo tra cristiani e musulmani, di migrazione, di tratta di esseri umani, di sfruttamento delle ragazze. E lancia anche un appello ai “clienti” italiani delle schiave del sesso nigeriane, spesso minorenni. «Dovrebbero chiedersi: se fosse mia figlia la tratterei così? C’è bisogno che le persone recuperino la propria umanità. Un essere umano non può essere trattato come un oggetto. Penso alle ragazze vendute sulle strade e ai ragazzi sfruttati sul lavoro». E aggiunge: «Noi preghiamo per la conversione di chi li sfrutta e di chi li compra. Ma la responsabilità è anche di chi è al governo in Nigeria e con la corruzione porta via i soldi provocando la povertà e favorendo così il fenomeno della tratta. Tutti, ad ogni livello, devono recuperare la propria integrità morale. Ed è molto importante – dice ringraziando don Giacomo – quello che state facendo per salvare i nostri ragazzi».

Da pochi giorni sono libere 82 ragazze sequestrate da Boko Haram. Una buona notizia, finalmente…
Davvero una bella notizia. Il loro rapimento è stata una tragedia immensa per tutta la Nigeria. Ma ci sono ancora tante ragazze nella foresta in mano a Boko Haram. Noi speriamo che tutte possano essere liberate, sia attraverso trattative che passi diplomatici.

Come mai c’è voluto così tanto tempo? Davvero si è fatto tutto?
È la stessa domanda che ci siamo fatti anche noi. Inizialmente durante il governo del presidente Goodluck, non erano nemmeno sicuri del rapimento e quindi hanno reagito quando ormai era troppo tardi. Poi con la venuta del presidente Buhari, una delle sue priorità è stata combattere Boko Haram. In parte c’è riuscito anche se non è stato ancora sconfitto totalmente. Ma anche la comunità internazionale non ha reagito subito con forza lasciando passare troppo tempo. Ora anche l’Onu e l’Europa hanno dato un aiuto.

Ma è possibile raggiungere la pace in Nigeria solo attraverso la forza?
Come dice sempre papa Francesco la guerra non porta mai la pace. Perché ci sia la pace ci vogliono la giustizia, un’equa distribuzione delle risorse, creare strutture nelle quali ogni nigeriano si senta rappresentato e sicuro, serve lavoro, lotta alla povertà. Boko Haram ha fatto emergere il malcontento dei nigeriani. Ha trovato un terreno fertile per la sua attività. Ora anche se sarà sconfitto militarmente, bisogna creare una giustizia sociale anche perché ci sono altri focolai, nel Delta del Niger e in Biafra.

È possibile una convivenza pacifica tra cristiani e musulmani?
In Nigeria il nord è a maggioranza musulmana, il sud a maggioranza cristiana. Mentre cristiani e musulmani del sud convivono pacificamente, tant’è che si sposano tra di loro, invece la situazione del nord è più complicato. Non si può dire che al Nord c’è una guerra tra musulmani e cristiani però c’è sempre una tensione molto alta. Molto è stato fatto e si sta facendo per cercare di costruire una convivenza pacifica e un dialogo però c’è ancora tanto cammino da fare.

Lei stesso è dovuto intervenire per placare gli animi della comunità cristiana, per evitare vendette…
È vero. Una domenica nella mia diocesi ci fu un attacco a una chiesa con l’uccisione di 14 persone. La prima reazione dei cristiani fu di rispondere alla violenza con la violenza. Io sono corso in quella chiesa, il tetto era crollato, c’erano ancora le persone morte. Tutta la gente era infuriata e era lì come per aspettare da me l’invito a combattere. Ho visto che c’era ancora il Santissimo, mi sono inginocchiato per tre minuti e allora si è fatto silenzio. Mi sono alzato e ho chiesto di recitare insieme il ‘Padre nostro’. Poi ho detto «se volete andare a combattere ci saranno tanti altri morti oltre a questi 14. La pace non si costruisce così. Anche se ci fa male noi siamo cristiani e perdoniamo». E la situazione si è calmata.

Lei ha parlato di un Paese dove c’è violenza e ingiustizia. Anche per questo tante persone fuggono e molte arrivano in Italia, dove qualcuno parla di invasione, dicendo che devono tornare indietro.
Affrontano questo viaggio, sapendo di correre il rischio di morire, perché sognano luoghi di speranza. Io ringrazio l’Italia per l’accoglienza di tanti nigeriani, ma se si riuscisse a collaborare di più, creando anche nel mio Paese le condizioni favorevoli, sicuramente si ridurrebbe questa migrazione.

Cosa è venuto a vedere in Calabria?
Sono venuto per capire meglio la serietà di questo problema, la tratta di esseri umani, lo sfruttamento delle donne. Ora che sono più cosciente capisco che è importante, con gli altri vescovi, far sapere alle persone. Bisogna in primo luogo far crescere l’attenzione in Nigeria. Soprattutto per i giovani. Anche con l’aiuto dell’Europa. Bisogna lavorare lì perché questo sfruttamento finisca. Ma poi quando giungono qui il primo dovere è di accogliere. Sono esseri umani e molti di loro non sono venuti di loro spontanea volontà ma per fuggire dalla povertà.

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“Dio può intenerire chi conosce solo il linguaggio della condanna”

Posté par atempodiblog le 2 mai 2017

“Dio può intenerire chi conosce solo il linguaggio della condanna”
Il Papa a Santa Marta: il Signore può togliere un cuore di pietra e metterne uno di carne. Bisogna ascoltare la Sua parola e la «testimonianza dell’obbedienza» del Figlio
di Domenico Agasso Jr. – Vatican Insder

“Dio può intenerire chi conosce solo il linguaggio della condanna” dans Commenti al Vangelo Papa_Francesco

Il Signore, con la Sua tenerezza, può intenerire i cuori duri, quelli che condannano tutto ciò che è fuori dalla Legge. Gli stessi inconsapevoli che la tenerezza di Dio è capace di togliere un cuore di pietra e metterne al suo posto uno di carne. Lo afferma Papa Francesco nella Messa di questa mattina a Casa Santa Marta.

Il Pontefice – come riporta Radio Vaticana - definisce santo Stefano «un testimone di obbedienza», come Gesù che esegue le volontà del Padre fino alla morte, e proprio per questo motivo viene perseguitato. Il Vescovo di Roma parte dalla Prima Lettura di oggi, appunto il martirio di Stefano: le persone che lo lapidano non comprendono la Parola di Dio, e il Primo Martire della storia cristiana li ha chiamati «testardi», «incirconcisi nel cuore e nelle orecchie», e dire a qualcuno «incirconciso», spiega il Papa, è come dargli del «pagano».

Papa Bergoglio invita dunque a pensare ai vari modi di non capire la Parola del Signore. Per esempio: Cristo chiama i discepoli di Emmaus «stolti»: non è una lode, ovviamente, ma non è un’espressione così dura come quella che utilizza Stefano, essi infatti non capiscono, hanno paura perché non vogliono problemi, sono timorosi ma «erano buoni, aperti alla verità». E quando il Figlio di Dio li rimprovera, lasciano entrare le Sue parole e il loro cuore si riscalda. Invece quelli che lapidano Stefano, «erano furibondi», non vogliono ascoltare.

Ecco, questa è la tragedia della «chiusura del cuore: il cuore duro», rileva il Pontefice. Ne parla il Salmo 94, in cui si legge del Signore che ammonisce il popolo esortando a non indurire il cuore, e poi, con il Profeta Ezechiele, compie una «promessa bellissima»: cambiare il cuore di pietra con uno di carne, ossia un cuore «che sappia ascoltare» e «ricevere la testimonianza dell’obbedienza».

La durezza e chiusura di mente e di animo «fa soffrire tanto, tanto, la Chiesa - dichiara – i cuori chiusi, i cuori di pietra, i cuori che non vogliono aprirsi, che non vogliono sentire; i cuori che soltanto conoscono il linguaggio della condanna: sanno condannare; non sanno dire: “Ma, spiegami, perché tu dici questo? Perché questo? Spiegami…”. No: sono chiusi. Sanno tutto. Non hanno bisogno di spiegazioni», osserva con amarezza il Papa.

Un cuore chiuso non permette allo Spirito Santo di entrare, «invece, la Lettura di oggi ci dice che Stefano, pieno di Spirito Santo, aveva capito tutto: era testimone dell’obbedienza del Verbo fatto carne, e questo lo fa lo Spirito Santo. Era pieno»; al contrario, «un cuore chiuso, un cuore testardo, un cuore pagano non lascia entrare lo Spirito e si sente sufficiente in se stesso».

Papa Bergoglio sottolinea che i due discepoli di Emmaus «siamo noi, con tanti dubbi, tanti peccati», che spesso «vogliamo allontanarci dalla Croce, dalle prove», ma poi «facciamo spazio per sentire Gesù che ci riscalda il cuore». All’altro gruppo, a coloro che sono «chiusi nella rigidità della legge», Cristo parla tanto, pronunciando loro parole «più brutte» di quelle dette da Stefano.

Francesco esorta a guardare la «tenerezza di Gesù: il testimone dell’obbedienza, il Grande Testimone, Gesù, che ha dato la vita, ci fa vedere la tenerezza di Dio in confronto a noi, ai nostri peccati, alle nostre debolezze. Entriamo – è l’appello papale – in questo dialogo e chiediamo la grazia che il Signore ammorbidisca un po’ il cuore di questi rigidi, di quella gente che è chiusa sempre nella Legge e condanna tutto quello che è fuori da quella Legge. Non sanno che il Verbo è venuto in carne, che il Verbo è testimone di obbedienza. Non sanno - conclude - che la tenerezza di Dio è capace di spostare un cuore di pietra e mettere al suo posto un cuore di carne».

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Il Papa ai salesiani: “Attenti a chi entra in seminario perché incapace di cavarsela nel mondo”

Posté par atempodiblog le 2 mai 2017

Il Papa ai salesiani: “Attenti a chi entra in seminario perché incapace di cavarsela nel mondo”
Francesco riceve un gruppo di novizi e prenovizi a Santa Marta. L’incontro rivelato da una diretta live su Facebook. Nel colloquio, tutto a braccio, di 50 minuti, viene ricordato padre Tom Uzhunnalil rapito in Yemen. «In periferia, i superiori ci mandino i migliori»
di Salvatore Cernuzio – Vatican Insider

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«Attenti all’ipocrisia nella Chiesa: è una peste!». E attenti pure a tutti quei giovani che «vogliono entrare in seminario perché sentono che sono incapaci di cavarsela da soli nel mondo». Se sono particolarmente «diplomatici» o «bugiardi» meglio invitarli a tornare sui loro passi. «I migliori», invece, «i superiori li mandino in periferia». Quello è il loro posto.

Sono alcuni flash del lungo colloquio di oggi di Papa Francesco con un gruppo di novizi e prenovizi salesiani, incontrati privatamente nella Casa Santa Marta intorno alle 12. L’incontro non figurava nell’agenda del Pontefice, ma è stato rivelato sul social network Facebook con una “diretta live” da uno degli ospiti presenti nella domus vaticana.

Il gruppo era nutrito: i novizi provenivano, oltre che dall’Italia, anche da Albania, Croazia, Malta. E c’era anche un “dono” dalla Siria: Michel, novizio che, in ginocchio, ha ricevuto dal Pontefice la benedizione per «l’amata e martoriata Siria». A presentarli tutti è stato don Guido Enrico, incaricato della formazione in Italia, che ha ringraziato il Papa per aver accettato la proposta di questo incontro che «si lega idealmente» alla visita che Francesco fece ai salesiani a Valdocco, nella Basilica di Santa Maria Ausiliatrice, durante la tappa a Torino del 2015. In dono, don Guido ha consegnato al Vescovo di Roma una medaglia fatta coniare nel 1885 dal primo successore di don Bosco.

«Grazie di essere venuti. Quando ho visto questa richiesta ho detto: “I salesiani? Fateli venire!”», ha esordito il Papa prima di avviare il dialogo tutto a braccio, durato circa 50 minuti e scandito da alcune domande dei presenti. «Non so cosa dirvi, meglio che facciate domande per non dire qualche stupidaggine», scherza Francesco. Che rammenta la sua giovinezza e la scuola elementare in un Collegio di salesiani «dove ho imparato l’amore alla Madonna», poi gli studi di chimica all’università «che la mamma voleva che finissi» ma che invece ha interrotto inseguendo la vocazione sacerdotale: «Papà, invece, era più contento». A proposito di famiglia, Bergoglio non dimentica i parenti piemontesi: «Siamo molto legati. Loro sono venuti in Argentina noi siamo andati a trovarli. Quando venivo per i Sinodi o le riunioni in Vaticano facevo un salto per andarli a trovare e visitavo le due basiliche», racconta.

Risponde quindi alle domande. Ad esempio quella del siciliano don Marcello che chiede alcuni suggerimenti per il «delicato compito di accompagnare i giovani nel discernimento vocazionale». Il Papa risponde diretto: «I criteri siano normali. State attenti a quei giovani con faccia di immaginetta - dice - A quelli io non chiedo neppure il Padre Nostro. Gioiosi, sportivi, normali. Che sappiano lavorare, se studiano che sappiano studiare, che prendano le loro responsabilità».

Ciò che è importante è «accompagnare» questi giovani, perché «nel cammino ci sono tante sorprese di Dio o che non sono di Dio. Bisogna stare attenti e aiutarli a guardare in faccia queste sorprese. Se sono difficoltà, guardarle in faccia. E aiutarli ad allontanare ogni forma di ipocrisia. Questa è una peste: l’ipocrisia nella Chiesa, l’ipocrisia del dico una cosa e ne faccio un’altra… L’ipocrisia della mediocrità, di quelli che vogliono entrare in seminario perché sentono che sono incapaci di cavarsela da soli nel mondo». «Se tu trovi uno che è un po’ troppo diplomatico stai attento. Se trovi uno che è un bugiardo, invitalo a tornare a casa». Attenti anche «a come pregano», raccomanda il Pontefice: non servono preghiere lunghe e artificiose, ma una preghiera «semplice», come «quella che hai imparato a casa tua, alla prima comunione», «una preghiera normale, ma fiduciosa». «“Ma padre, sono arrabbiato con Dio”. Anche quella è una preghiera», esclama il Papa.

Con Luigi da Salerno («I salernitani sono i più gioiosi d’Italia, lo sai?»), Francesco ricorda il periodo del noviziato: «Era un’altra epoca: prima del Concilio… rigido… si usava la disciplina, con tante tracce pelagiane. Era una cosa che per quel tempo andava bene, oggi non va. Anche se ci sono piccoli gruppi che vorrebbero tornare a quello. Se li avessi invitati oggi sarebbero venuti con la talare, magari anche col saturno», scherza il Papa tra le risate dei suoi ospiti. Ai quali dice, tra le altre cose, che le situazioni difficili vanno affrontate «coi pantaloni», cioè «da uomini, come tuo papà, come tuo nonno».

A Giorgio, da Torino, che chiede una «parola sulla santità», spiega invece: «Molto semplice la santità: “Cammina nella mia presenza e sii irreprensibile”. Punto. Questa è la migliore definizione. Sai chi l’ha fatta? Dio ad Abramo. Aggiornando un po’ la cosa, credo che anche oggi si può essere santi. Ci sono tanti nella Chiesa, tanti. Gente eroica, genitori, nonni, giovani. I santi nascosti, come quelli che appartengono alla “classe media della santità”, che non si vede ma ci sono».

Con Andrea, della ispettoria sicula, il Papa torna a parlare di giovani. Il novizio domandava «cosa portare» ai ragazzi e alle ragazze di oggi e come incoraggiarli, specie quelli che abitano nelle «periferie». «Quando parlo di periferie parlo di tutte le periferie, anche delle periferie del pensiero», spiega il Papa. «Parlare con i non credenti, agnostici, quella è una periferia, eh! Poi ci sono le periferie “sociali”, dei poveri…». L’invito, comunque, è sempre il medesimo: «Andare lì», esorta Francesco.

E rivolge una parola ai Superiori: «Scegliete bene chi inviare nelle periferie, soprattutto quelle più pericolose. I migliori devono andare lì! “Ma questo può studiare, fare un dottorato…”. No, manda questo. “Lì c’è la mafia”. Manda lui. Nelle periferie bisogna mandare i migliori», rimarca il Pontefice.

Riguardo ai giovani sollecita invece ad «organizzare attività» concrete che non si limitino al «mondo virtuale» e ad «insegnargli ad aiutare gli altri, i valori umani dell’amicizia, della famiglia, del rispetto per i nonni». In particolare «il rispetto per i nonni» che, confida Francesco, «è una cosa che ho tanto nel cuore». «Credo – prosegue – che siamo nel momento in cui la storia ci chiede di più che i giovani parlino con i nonni. È un ponte… Siamo in una cultura dello scarto e i nonni sono scartati. Oggi tutto quello che non serve viene scartato, si vive nella cultura dell’“usa e getta”, no?». E non solo gli anziani, ma anche «tanti giovani sono scartati», rimarca Papa Francesco, ricordando come in Italia – giusto per fare un clamoroso esempio – il 40% di ragazzi e ragazze non hanno lavoro.

«I giovani, però, hanno tanta forza» che non sanno dove incanalare. Essa si controbilancia con la «saggezza» dei loro nonni. Per questo è necessario creare questo «ponte», insiste il Papa. Ed elenca tra le virtù necessarie pure quella della «creatività» che, afferma, è «una grazia da chiedere allo Spirito Santo» per «dire la parola giusta al momento giusto». Poi ai giovani, aggiunge il Pontefice rispondendo sempre al novizio, «bisogna anche lasciarli con un po’ di fame perché dopo tornino a fare un’altra domanda».

A conclusione dell’incontro, don Guido Enrico ha ricordato i diversi «fronti» in cui la Congregazione salesiana «viene sfidata, provata». Non solo in Siria, dove i seguaci di don Bosco operano attivamente, ma anche in altre zone piagate da guerra e terrorismo. Lo Yemen, ad esempio, dove lo scorso anno è stato rapito padre Tom Uzhunnalil, durante il brutale assassinio di quattro Missionarie della Carità. Il religioso indiano aveva celebrato la messa con le suore e dopo è stato sequestrato. Da allora non si hanno più sue notizie, salvo qualche video comparso sul web: «Non sappiamo se sia vivo o morto», dice Enrico al Papa. Che risponde assicurando la sua preghiera e ricordando che «oggi nella chiesa ci sono più martiri che nei secoli scorsi».

L’incontro si è concluso con il canto del Regina Coeli e una preghiera alla Vergine, insieme alla consueta richiesta: «Non dimenticate di pregare per me».

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La misericordia di Dio

Posté par atempodiblog le 29 avril 2017

La misericordia di Dio dans Citazioni, frasi e pensieri Santa_Caterina_da_Siena

“Tutti i peccati del mondo sono alla Misericordia come una gocciola d’aceto nel mare”.

“Nascondetevi sotto le ali della misericordia di Dio; Egli è più capace di perdonare di quanto voi lo siate di peccare”.

Santa Caterina da Siena

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L’esercizio del perdono

Posté par atempodiblog le 25 avril 2017

L’esercizio del perdono dans Citazioni, frasi e pensieri Beato_Giustino_Maria_Russolillo

“E’ necessario l’esercizio del perdono per chiunque ci ha fatto soffrire: superiori, uguali e inferiori; interni ed esterni; sul punto d’onore, della tasca… In tutto! Per ogni offesa: … rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori.

Per chiunque ci avesse imbrogliati, traditi, criticati, un bel fascio; siano cose vere o false, o addirittura semplici nostre immaginazioni che ci hanno fatto ugualmente soffrire.

Solo l’esercizio del perdono attira su di noi una grande compiacenza da parte di Dio”.

del Beato Giustino Maria della Santissima Trinità Russolillo

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Il desiderio di Gesù di celebrare la festa della Divina Misericordia quale rifugio di tutte le anime

Posté par atempodiblog le 23 avril 2017

Il desiderio di Gesù di celebrare la festa della Divina Misericordia quale rifugio di tutte le anime
Il Signore vuole che i sacerdoti in quel giorno parlino nell’omelia della Divina Misericordia e dimostrino l’inconcepibile Misericordia di Gesù
di Monsignor Józef Bart

Il desiderio di Gesù di celebrare la festa della Divina Misericordia quale rifugio di tutte le anime dans Fede, morale e teologia Divina_Misericordia

La festa della Divina Misericordia […] occupa nel Diario di Suor Faustina un posto centrale. Infatti Gesù già nella prima rivelazione ha fatto conoscere a Faustina la Sua volontà di istituire questa festa e di celebrarla la prima Domenica dopo Pasqua. La scelta di questa Domenica indica chiaramente che nei piani di Dio esiste uno stretto legame tra il mistero pasquale della Redenzione e questa festa dedicata a far capire l’aspetto della Misericordia compreso nel mistero della nostra Redenzione.

Gesù richiede che questa festa sia preceduta dalla Novena che consiste nella recita della Coroncina alla Misericordia. Il Signore acclude a questa Novena la promessa: “Durante questa novena elargirà alle anime grazie di ogni genere” (Quaderni…, II, 197).

Gesù chiede che durante la Festa della Misericordia venga solennemente benedetta I’Immagine che rappresenta la stessa Divina Misericordia e chiede la venerazione pubblica di tale Immagine in quel giorno.

Oltre a questo, il Signore vuole che i sacerdoti in quel giorno parlino nell’omelia della Divina Misericordia e dimostrino alle anime l’inconcepibile Misericordia di Gesù nella sua Passione e in tutta l’opera della Redenzione.

La Festa della Divina Misericordia, secondo l’intenzione di Gesù, deve essere il giorno di riparazione e di rifugio per tutte le anime e specialmente per quelle dei poveri peccatori. In questo giorno, infatti, l’immensa generosità di Gesù si spande completamente sulle anime infondendo grazie di ogni genere e grado, senza alcun limite, anche le più impensabili.

Ne è la prova la grazia particolarissima che Gesù ha legato alla festa della Misericordia. Essa consiste nella totale remissione dei peccati che non sono stati ancora rimessi e di tutte le pene derivanti da questi peccati. La grandezza di questa grazia è in grado di ravvivare in noi la fiducia illimitata che Gesù desidera offrirci in questa giornata della Misericordia.

La peculiarità della festa della Divina Misericordia che la distingue da tutte le altre feste e da tutte le altre forme di culto sta:

1) Nell’universalità dell’offerta di Dio a tutti gli uomini, anche a quelli che fino a questo momento non hanno mai praticato il culto alla Divina Misericordia e cioè anche i peccatori che si sono convertiti. Essi sono chiamati a partecipare a tutte le grazie che Gesù ha promesso di elargire il giorno della Festa.

2) La perfezione e la straordinarietà della festa della Misericordia si rivela nel fatto che durante questa giornata vengono offerti agli uomini tutti i generi di grazie, sia spirituali che corporali, sia per i singoli, per le comunità e per l’umanità intera.

3) Infine tutti i gradi della grazia sono in questo giorno alla portata di tutti, “In quel giorno sono aperti tutti i canali attraverso i quali scorrono le grazie divine” ( Quaderni…, II, 138). Proprio tale generosità di Gesù estesa contemporaneamente a tutte le anime è il motivo che permette di supplicare la Divina Misericordia con una grande ed illimitata fiducia per tutti i doni della Grazia che il Signore vuole distribuire durante questa festa.

Infatti, è proprio questa fiducia che apre a noi i tesori della misericordia. Ora è chiara la portata universale del desiderio di Gesù di celebrare questa festa quale rifugio di tutte le anime.

[...] ai sacerdoti che parleranno della Misericordia di Dio Gesù ha promesso che i peccatori induriti si inteneriranno alle loro parole. Questo vuol dire che le omelie incentrate sulla Divina Misericordia hanno un’efficacia straordinaria per la conversione dei peccatori.

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2e2mot5 dans Diego Manetti 23 aprile 2017: Festa della Divina Misericordia

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L’educazione al canto è un’arma sottovalutata per ricostruire un popolo

Posté par atempodiblog le 22 avril 2017

L’educazione al canto è un’arma sottovalutata per ricostruire un popolo
Un concerto a Sheffield e l’importanza di insegnare la musica. Perché al canto viene riservato poco spazio nella formazione italiana?
di Giovanni Maddalena - Il Foglio
Tratto da: Una casa sulla Roccia

L'educazione al canto è un'arma sottovalutata per ricostruire un popolo dans Articoli di Giornali e News L_educazione_al_canto

Cantavano in tanti lo scorso sabato 8 a Sheffield, per il 275esimo anniversario della prima del Messiah di Handel, tenuta a Dublino nella primavera del 1742. La società bachiana della cittadina inglese, ora nota soprattutto per la celebre università che quest’anno ospitava la società britannica degli storici della filosofia, aveva organizzato un concerto di beneficienza in cui ciascuno poteva partecipare come cantante, se voleva non limitarsi a fare lo spettatore. Ovviamente c’erano orchestra, cantanti professionisti e direttore celebre, ma il coro – quello dello splendido Hallelujah – era formato dal popolo. Saranno stati in quattrocento. Prove nel pomeriggio, cena in piedi e poi il concerto nella splendida cattedrale gotica.

L’idea è bella di per sé, ma quando i quattrocento si sono alzati in piedi per il primo coro, la profonda emozione che ha afferrato il pubblico faceva nascere anche qualche ulteriore pensiero su tecnologia, gesti ed educazione a cui spesso questa rubrica è stata dedicata. Al canto, e alla musica in genere, viene riservato poco spazio nella formazione italiana. Si diceva in un precedente articolo di come non si sia ripensata l’esperienza della tecnologia che tutti usiamo, e non la si sia inserita compiutamente, riflessivamente nell’educazione. Allo stesso modo, almeno in Italia, si è sottovalutato e si continua a sottovalutare l’importanza della musica e del canto.

Le questioni sono collegate. La musica e il canto richiedono una profonda unità del fare e del capire, anzi richiedono un fare per capire, come vorrebbe anche un insegnamento adeguato delle tecnologie. Del resto, il canto e la musica sono delle tecnologie, che non a caso occorre praticare per imparare e per capire. Ma ancora una volta, si è declassato il “fare” a un’applicazione più o meno utile – e in questo caso quasi inutile – come se l’azione non potesse essere un modo di ragionamento incarnato. Così il canto e la musica in genere sono passati nella nicchia dell’estetica e lì sono stati abbandonati. Eppure, a sentire il Messiah si capisce molto dell’Inghilterra, dell’anglicanesimo, della filosofia e dell’antropologia, della forza e anche della debolezza di un popolo e di una mentalità. Fare serve per capire almeno quanto il capire serve per fare.

Ma oltre a un ripensamento radicale dell’idealismo che pervade ancora la struttura della nostra mentalità e del nostro insegnamento, lo splendido coro popolare di Sheffield metteva in luce anche un’altra caratteristica di quella specifica tecnologia che è il cantare. Cantare è un gesto, unisce diversi tipi di segno: anche solo ricordando le principali classificazioni del segno, nel canto troviamo le parole e la loro simbolicità, le note nella loro indicalità, l’armonia e la sua iconicità. Inoltre richiede presenza fisica, la presenza emotiva, coscienza vaga o meno vaga dei significati e relazione con altri che ascoltano o cantano insieme nonché la relazione profonda e libera con chi dirige. In poche parole, il canto è intrinsecamente relazionale e riunisce intorno a significati condivisi, com’è chiaro per gli inglesi e il Messiah di Handel, ma è vero anche per gli ultras negli stadi, per le comunità di ogni religione e per i reggimenti militari. Il canto crea unità. Certo ci sono state e ci sono unità criminose o pericolose, ma il nostro insegnamento che esclude o minimizza questa possibilità di gesto così completo che è il canto, così come accade da molto tempo nella maggioranza delle nostre famiglie, rende impossibile quest’unità, della cui mancanza tutti sembrano lamentarsi. E’ vero, viviamo in una società divisa, polarizzata, spesso produttrice di solitudine e sfruttamento. L’educazione al canto, per quanto sembri una risposta assurda e lontana, non è l’ultima delle armi a cui dovremmo e potremmo fare ricorso.

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“Ho sentito Mia madre parlare di te”

Posté par atempodiblog le 22 avril 2017

“Ho sentito Mia madre parlare di te” dans Citazioni, frasi e pensieri Madonna_Misericordia

«Spero che quando andrò al Giudizio ascolterò da Lui queste parole: “Ho sentito Mia madre parlare di te”».

del venerabile Fulton John Sheen

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