Messaggio Cei. Il senso della vita. Ecco perché iscriversi all’ora di religione

Posté par atempodiblog le 12 janvier 2018

Messaggio Cei. Il senso della vita. Ecco perché iscriversi all’ora di religione
Un’occasione formativa importante per arricchire il percorso di crescita e conoscere le radici cristiane della nostra cultura e della nostra società. Risposte alle tante domande di oggi sulla vita.
di Avvenire

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L’invito è rivolto ai genitori come agli studenti. Nel Messaggio in cui riflette sull’importanza di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica (Irc) per il prossimo anno scolastico, la presidenza della Cei sottolinea che si tratta «di un’occasione formativa importante» per arricchire il percorso di crescita e «conoscere le radici cristiane della nostra cultura e della nostra società».

Al tempo stesso i contenuti dell’ora di religione mentre accompagnano i cambiamenti culturali e sociali in atto sono in grado di rispondere efficacemente «alle domande più profonde degli alunni di ogni età, dalla scuola dell’infanzia alla secondaria di secondo grado». E i numeri stanno lì a dimostrarlo.

Nell’anno scolastico 2016-2017 la percentuale degli studenti che si sono avvalsi dell’Irc è stata complessivamente dell’87,1% con punte del 90,7% nella scuola primaria. Il Messaggio arriva alla viglia delle iscrizioni al prossimo anno scolastico, possibili da martedì 16 gennaio all’8 febbraio.

Di seguito il testo integrale del Messaggio della Presidenza della Conferenza episcopale italiana in vista della scelta di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica nell’anno scolastico 2018-2019.

Cari studenti e cari genitori, nelle prossime settimane si svolgeranno le iscrizioni on-line al primo anno dei percorsi scolastici che avete scelto.
Insieme alla scelta della scuola e dell’indirizzo di studio, sarete chiamati ad effettuare anche la scelta di avvalersi o non avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica. È proprio su quest’ultima decisione che richiamiamo la vostra attenzione, perché si tratta di un’occasione formativa importante che vi viene offerta per arricchire la vostra esperienza di crescita e per conoscere le radici cristiane della nostra cultura e della nostra società.
Anche se ormai questa procedura è divenuta abituale, vogliamo invitarvi a riflettere sull’importanza della scelta di una disciplina che nel tempo si è confermata come una presenza significativa nella scuola, condivisa dalla stragrande maggioranza di famiglie e studenti.

A voi genitori desideriamo ricordare soprattutto il fatto che in questi ultimi anni l’Irc ha continuato a rispondere in maniera adeguata e apprezzata ai grandi cambiamenti culturali e sociali che coinvolgono tutti i territori del nostro bel Paese.
I contenuti di questo insegnamento, declinati da specifiche Indicazioni didattiche, appaiono adeguati a rispondere efficacemente anche oggi alle domande più profonde degli alunni di ogni età, dalla scuola dell’infanzia alla secondaria di secondo grado. La domanda religiosa è un’insopprimibile esigenza della persona umana e l’insegnamento della religione cattolica intende aiutare a riflettere nel modo migliore su tali questioni, nel rispetto più assoluto della libertà di coscienza di ciascuno, in quanto principale valore da tutelare e promuovere per una vita aperta all’incontro con l’altro e gli altri. Anche papa Francesco nei giorni scorsi ha ricordato che «questa è la missione alla quale è orientata la famiglia: creare le condizioni favorevoli per la crescita armonica e piena dei figli, affinché possano vivere una vita buona, degna di Dio e costruttiva per il mondo» (Angelus nella Festa della Sacra Famiglia, 31 dicembre 2017).

A voi studenti desideriamo ricordare il diffuso apprezzamento che da anni accompagna la scelta di tale insegnamento. I vostri insegnanti di religione cattolica si sforzano ogni giorno per lavorare con passione e generosità nelle scuole italiane, sia statali che paritarie, sostenuti da un lato dal rigore degli studi compiuti e dall’altro dalla stima dei colleghi e delle famiglie che ad essi affidano i loro figli.
Per tutti questi motivi, desideriamo rinnovare l’invito ad avvalervi dell’insegnamento della religione cattolica, sicuri che durante queste lezioni potrete trovare docenti e compagni di classe che vi sapranno accompagnare lungo un percorso di crescita umana e culturale, decisivo e fondamentale anche per il resto della vostra vita.
La presidenza della Conferenza episcopale italiana

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Solennità che prevalgono sulla domenica

Posté par atempodiblog le 6 janvier 2018

Solennità che prevalgono sulla domenica
Quando si celebrano le “festività del Signore” la liturgia è diversa da quella ordinaria
di Edward McNamara – Zenit
[Traduzione dall’inglese 
a cura di Maria Irene De Maeyer]

Solennità che prevalgono sulla domenica dans Fede, morale e teologia Solennit_che_prevalgono_sulla_domenica

Nella sua rubrica settimanale di liturgia, padre Edward McNamara LC, professore di Liturgia e Decano di Teologia presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma, risponde oggi a un lettore statunitense.

Ogni 29 giugno la Chiesa celebra la solennità dei Santi Pietro e Paolo, anche quando questa data cade di domenica. Se non erro, la festività della Dedicazione della Basilica Lateranense a Roma ha la caratteristica di “prendere il posto” della normale celebrazione della domenica qualora capiti in quel giorno. Eppure altre solennità e festività che sembrano avere una maggiore importanza dottrinale e spirituale di queste – nello specifico quelle della B.V. Maria – nel caso cadano di domenica, vengono spostate al sabato precedente o al lunedì successivo. Vista l’importanza della domenica nel nostro credo, su quale base viene stabilito quali celebrazioni hanno la precedenza sulla domenica e quali no? – A.H., New York (USA)

Questa domanda dimostra nuovamente che ciò che può sembrare ovvio a chi ha quotidianamente a che fare con questioni liturgiche, non necessariamente è così chiaro al fedele comune. Questa è davvero una buona domanda da parte di un attento cattolico, e ci ricorda che talvolta è bene spiegare questi concetti che creano facilmente confusione.

Il calendario liturgico si è sviluppato nel corso dei secoli ed è stato organizzato in varie modalità differenti. Per molte ragioni la celebrazione liturgica delle preghiere proprie della domenica, specialmente al di fuori dei periodi più importanti, è stata costantemente sul punto di venir sostituita dalle celebrazioni dei santi e delle devozioni più popolari. In varie occasioni la Chiesa è dovuta intervenire per ripristinare il ruolo centrale che la celebrazione domenicale dovrebbe occupare nella devozione dei fedeli.

I tentativi più recenti sono le norme attuali promulgate dopo il Concilio Vaticano II. Queste stabiliscono una nuova gerarchia delle festività e celebrazioni e una nuova tabella dei giorni liturgici che indica la precedenza di una festa sull’altra. La divisione principale di queste celebrazioni è fra solennità, feste, memorie obbligatorie e memorie facoltative.

È stato fatto anche uno sforzo per rinforzare la celebrazione della domenica, che d’ora in poi potrà essere soppiantata solo da celebrazioni maggiori .

Sulla tabella, le domeniche dei tempi liturgici maggiori di Avvento, Quaresima e Pasqua hanno il grado più alto rispetto alle solennità, perciò le solennità che cadono di domenica vengono normalmente trasferite.

Dal momento che l’Immacolata Concezione cade durante l’Avvento, viene perciò spostata, ad eccezione di alcuni Paesi come Spagna e Italia, in cui è anche una festività pubblica ed è sempre celebrata l’8 dicembre.

Questo avviene a volte per San Giuseppe e l’Annunciazione, che capitano sempre durante la Quaresima o il periodo pasquale. Infatti l’anno prossimo, in cui l’Annunciazione cadrà il giorno di Venerdì Santo, essa verrà trasferita a dopo l’ottava di Pasqua e verrà celebrata lunedì 4 aprile.

Alcuni paesi ricevono dalla Santa Sede una speciale eccezione alla regola generale su una base ad hoc. Per esempio, ai vescovi messicani viene quasi sempre dato il permesso di celebrare Nostra Signora di Guadalupe, il 12 dicembre, anche nel caso coincida con una domenica di Avvento. Questo permesso non viene esteso oltre le frontiere nazionali.

Per le domeniche del periodo natalizio e del tempo ordinario, le norme sono meno rigide. Anche in questo caso, tuttavia, solo le solennità e le festività del Signore prendono il posto della domenica. Tutte le altre feste e memorie vengono omesse quando coincidono con il Giorno del Signore.

Questo è il motivo per cui la solennità dei Santi Pietro e Paolo prende il posto della domenica; lo stesso avviene per ogni altra solennità di questo tipo, anche nel caso non si tratti di un giorno di precetto (come ad esempio la Natività di san Giovanni Battista, il 24 giugno). Questo è vero anche per le solennità proprie, come ad esempio la Festa del Patrono della parrocchia, sia se coincide con la domenica sia se viene trasferita alla domenica più prossima del tempo ordinario.

Anche la speciale categoria delle “festività del Signore” ha la precedenza sulla domenica. Queste si differenziano dalle solennità, in quanto vengono celebrate come festa (il che significa che vengono officiate con il Gloria, ma solamente con due letture e niente Credo) a meno che non coincidano con la domenica o vengano comunque normalmente celebrate di domenica.

Si tratta delle seguenti feste:

– il Battesimo del Signore, che viene celebrato la prima domenica dopo il 6 gennaio (o, laddove la solennità dell’Epifania venga trasferita alla domenica che cada il 7 o l’8 gennaio, il lunedì successivo);

– la Sacra Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, celebrata la domenica nell’ottava di Natale, oppure, se non c’è una domenica, il 30 dicembre;

– la Presentazione del Signore, celebrata il 2 febbraio;

– la Trasfigurazione del Signore, celebrata il 6 agosto;

– l’Esaltazione della Santa Croce, celebrata il 14 settembre (in alcuni Paesi, in particolare dell’America Latina, viene celebrata il 3 maggio per ragioni storiche e pastorali);

– la Dedicazione della Basilica Lateranense, celebrata il 9 novembre.  Questa è una festività del Signore perché la basilica era dedicata dapprima al Santissimo Salvatore, il cui nome ufficiale finora è “Sacrosanta Cattedrale Papale Arcibasilica Romana Maggiore del Santissimo Salvatore e dei Santi Giovanni Battista ed Evangelista al Laterano”. Le dedicazioni a San Giovanni Battista e a San Giovanni Evangelista furono aggiunte rispettivamente nel X e XII secolo.

Nessun’altra festività o memoria può il prendere il posto della domenica, eccetto il caso speciale del 2 novembre, commemorazione dei fedeli defunti.

In caso di grave necessità, un vescovo può dare l’ordine o permettere che si celebri una Messa speciale in una domenica di tempo ordinario, come ad esempio una Messa per la pace in un periodo di grande crisi.

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Le feste di precetto
di Padre Angelo Bellon

Le feste di precetto sono dieci in tutto e sono menzionate nel Codice di Diritto Canonico, can. 1246, 2.
Sono le seguenti:
Natale, Epifania, Ascensione, Corpus Domini, Madre di Dio (I gennaio), Immacolata Concezione, Assunzione, S. Giuseppe, SS. Pietro e Paolo, Ognissanti.

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Il 6 ed il 7 gennaio 2018 si deve partecipare alla Santa Messa
dal forum di Cattolici Romani

Se per vari motivi riuscissi a partecipare alla messa solo la sera nel caso del 6/1 (Epifania del Signore) adempirei al precetto della Solennità?
Sì, perché l’Epifania, [...] cadrà di sabato, è solennità, quindi anche nelle ore vespertine verrà celebrata la Messa propria, non quella della domenica seguente.

Quindi la domenica sera dovrei partecipare alla Messa?
Sì.

E se riuscissi ad andare solo il venerdì e il sabato (partecipando quindi due volte alla Messa dell’Epifania?)
Non adempiresti il precetto domenicale, perché, come ho detto sopra, al sabato sera assisteresti comunque alla Messa dell’Epifania e non a quella della domenica.

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La Signora dei popoli di Amsterdam

Posté par atempodiblog le 2 janvier 2018

La Signora dei popoli di Amsterdam
di Diego Manetti – La nuova Bussola Quotidiana

La Signora dei popoli di Amsterdam dans Apparizioni mariane e santuari Signora_di_tutti_i_popoli

La traccia mariana che andiamo a esaminare insieme questa volta cari amici è davvero particolare poiché non si tratta di un santuario già esistente bensì della richiesta di edificarne uno. Intendo dire che ciò di cui ci occuperemo è un’apparizione mariana – come tante ne abbiamo fin qui viste, essendo le apparizioni mariane il primo passo, se così possiamo dirlo, che il Cielo compie per manifestarsi in terra, primo passo in risposta del quale gli uomini del tempo edificano poi un santuario come ricordo e segno della devozione e pietà mariane lì sviluppatesi, spesso ottemperando con tale opera di edificazione a una precisa richiesta della Vergine che domanda che, laddove Lei è apparsa, venga costruito un edificio sacro come memoria della sua venuta e come prolungamento della sua presenza tra gli uomini, al fine di offrire un luogo in cui i pellegrini possano ritrovarsi per offrire le loro preghiere, necessità e intenzioni a Dio per intercessione della Madonna. Orbene, per quanto vedremo questa volta, non potremo trattare del santuario corrispondente poiché ancora se ne attende l’edificazione, pur avendo ottenuto le apparizioni in questione ufficiale riconoscimento di soprannaturalità da parte della autorità ecclesiastica competente.

Superiamo dunque ogni indugio e andiamo ai fatti. Ci troviamo ad Amsterdam, negli anni tra il 1945 e il 1959. É in questo lasso di tempo, circa 14 anni, che la Madonna appare a una donna del posto, Ida Peerdeman, presentandosi con il titolo di “Signora di tutti i popoli”. Durante le apparizioni la Vergine affida alla veggente diversi messaggi e in particolare una preghiera, rivelata nel 1951, che ottiene l’imprimatur da parte del vescovo di Amsterdam, mons. J. Huibers, nel corso dello stesso anno.  La Commissione d’indagine nominata dallo stesso vescovo nel 1956 ha reso noto un primo giudizio sul fenomeno delle apparizioni a Ida Peerdeman, secondo il quale non era possibile affermare che si trattasse di eventi soprannaturali, precisando però che si trattava di un fenomeno ancora in corso (le apparizioni avranno infatti termine solo nel 1959). Il diffondersi della devozione alla Signora di tutti i popoli aveva reso necessario un pronunciamento mentre ancora le apparizioni perduravano, giungendo a emanare disposizioni di ordine cultuale che vietavano la venerazione pubblica (pur avendo riconosciuto, lo abbiamo già detto, la bontà della preghiera rivelata dalla Madonna nel 1951). Negli anni successivi si raccolsero le nuove esperienze della veggente, mentre il Sant’Ufficio (l’attuale Congregazione per la Dottrina della fede) confermava nel 1957 il giudizio della Commissione d’indagine pronunciato l’anno prima.

A beneficio dei lettori può essere utile ricordare a questo punto le possibili varianti del giudizio esprimibile dalla Commissione ecclesiastica diocesana incaricata di pronunciarsi sul fenomeno. Qualora ci siano elementi per affermare con decisione che non si tratta di un evento soprannaturale, bensì di un fenomeno interamente riconducibile alle dinamiche della psicologia umana, allora si può affermare che in merito al tutto constat de non supernaturalitate, cioè si constata la non soprannaturalità delle apparizioni in questione. Qualora invece non vi siano elementi per dubitare della origine soprannaturale di tali apparizioni, ma neppure si disponga di sufficienti argomenti probatori, ecco che si sceglie la formula del non constat de supernaturalitate, come a dire: al momento non si rilevano evidenti elementi di soprannaturalità, benché non si escluda che a un ulteriore esame questi possano emergere. Infine, quando fossero condotte analisi e valutazioni tali da portare a ritenere indubitabile l’origine soprannaturale delle apparizioni, si può giungere al definitivo giudizio di constat de supernaturalitate, mediante il quale si intende acclarata e affermata la soprannaturalità del fenomeno stesso.

Orbene, nel caso di Amsterdam, nel 1956 la commissione diocesana d’indagine e poi nel 1957 il Sant’Uffizio affermarono la seconda formula, quella – diremmo – attendista e possibilista del non constat de supernaturalitate. A questo giudizio si riferì il Sant’Ufficio per ribadire nel 1961 che non scorgeva l’esigenza di una riapertura dell’indagine, e così pure fece nel 1967 di fronte ad analoga richiesta diocesana. Ancora nel 1974 il vescovo di Amsterdam, mons. Zwartkruis, successore di Mons. Huibers, ribadì tale giudizio, limitandosi a ricordare le puntualizzazioni di ordine disciplinare risalenti al suo predecessore in merito al divieto della venerazione pubblica. Il successore episcopale, mons. H.J.A. Bomers, promosse nuove ricerche sulle apparizioni di Amsterdam. Sotto il suo vescovado morì la veggente Ida Peerdeman, il 17 giugno 1996, pochi giorni dopo che lo stesso monsignore, dopo aver consultato la Congregazione per la Dottrina della Fede, aveva autorizzato la venerazione pubblica, il 31 maggio 1996, senza però pronunciarsi sull’autenticità del fenomeno, in merito al quale si restava al “non constat de” del 1956. Divenuto vescovo di Amsterdam mons. J. Punt nel 1998, alla luce della scomparsa della veggente e della diffusione a livello mondiale della devozione alla Signora di tutti i popoli, ritenne di avviare una nuova investigazione, ormai a oltre 50 anni dall’inizio del fenomeno. Studiati tutti i documenti, eseguite attente perizie, unendo a tutto ciò preghiera e profondità di valutazione teologica, mons. Punt è giunto alla conclusione che le apparizioni di Amsterdam sono soprannaturali, come ufficialmente dichiarato il 31 maggio 2002: «Come vescovo di Haarlem/Amsterdam mi è stato chiesto di pronunciarmi riguardo l’autenticità delle apparizioni di Maria come Signora di tutti i Popoli ad Amsterdam durante gli anni 1945-1959. … abbiamo permesso la pubblica venerazione nel 1996. … ed io constato che questa devozione ha preso posto nella vita di fede di milioni di fedeli sparsi nel mondo e che viene sostenuta molti vescovi. Mi sono state anche riportate testimonianze di conversione e di riconciliazione, come anche di guarigione e di particolare protezione. Nel pieno riconoscimento della responsabilità della Santa Sede, è in primo luogo compito del vescovo locale pronunciarsi, secondo coscienza, sull’autenticità delle rivelazioni private che stanno avvenendo o che sono avvenute nella propria diocesi. … Considerando questi pareri, testimonianze e sviluppi, e ponderando tutto questo nella preghiera e nella riflessione teologica, tutto ciò mi conduce alla constatazione che nelle apparizioni di Amsterdam c’è un’origine soprannaturale. … E’ mia sincera convinzione che la devozione alla Signora di tutti i Popoli ci può aiutare, nella drammaticità del nostro tempo, a trovare la giusta via, la via verso una nuova e particolare venuta dello Spirito Santo, Lui che solo può sanare le grandi piaghe del nostor tempo».

Ecco, credo che questa dichiarazione del 31 maggio 2002 ci permetta di guardare con un rinnovato interesse alle apparizioni di Amsterdam. Da una parte esiste, infatti, un riconoscimento ufficiale dell’autorità ecclesiastica competente che, per quanto non vincolante per il singolo fedele, è utile indicazione della credibilità e bontà del fenomeno per quanti desiderano praticarne la relativa devozione. Inoltre, appare in tutta la sua drammatica attualità il riferimento all’angoscioso tempo presente in cui gli uomini paiono aver smarrito la strada, perdendosi sulla via del male, dell’errore, della menzogna, della morte, necessitando oggi più che mai di una nuova Pentecoste, di un rinnovato dono dello Spirito Santo che illumini e guidi questa umanità che ormai pare giunta a quel bivio radicale, più volte indicato da san Giovanni Paolo II, in cui l’uomo è chiamato a scegliere tra la vita e la morte, tra Dio e se stesso. Questi sono i motivi che ci portano a esaminare le apparizioni della Signora dei Popoli ad Amsterdam, benché ad esse non abbia fatto (ancora) seguito l’edificazione del santuario richiesto dalla Madonna.

Partiamo dunque dai fatti. E lo facciamo presentando brevemente la figura della veggente, Ida Peerdeman. Ultima di cinque figli, nasce il 13 agosto 1905 ad Alkmaar. Rimasta orfana di madre all’età di otto anni, si trasferisce con la famiglia ad Amsterdam nel 1913. Le apparizioni del 1945 sono state preparate da esperienze mistiche occorse a Ida quando ancora era una ragazzina. Basti pensare che a soli 12 anni, il 13 ottobre 1917 – mentre in quel di Fatima si concludevano le apparizioni della Signora del Rosario con il grandioso segno del miracolo del sole dinnanzi a 70.000 fedeli – mentre rincasava vide sulla strada una “bianca signora”. Subito pensa trattarsi della Vergine Maria. La visione si ripete anche nei due sabati successivi.  Altre esperienze straordinarie furono le visioni che Ida ebbe durante la seconda guerra mondiale, quando poteva assistere a episodi e fatti bellici a distanza. Il tutto fino al 25 marzo 1945, quando le apparve nuovamente quella che riconobbe essere al “bianca Signora” di tanti anni prima. Prima di entrare nel vivo delle apparizioni e dei messaggi, possiamo ancora dire che la vita di Ida fu condotta all’insegna di una profonda normalità, lavorando per circa 30 anni come semplice impiegata d’ufficio, senza che alcuno – tranne i parenti più stretti – sapesse che lei era la veggente di Amsterdam. Un cambiamento si registra invece dal 1970, quando il dipinto della Signora dei Popoli – realizzato secondo le richieste e le indicazioni della stessa Vergine Santissima – viene trasferito nella casa della veggente, in via Diepenbrock, e Ida comincia a mostrarsi più frequentemente in pubblico, al punto che nel 1976 si decide l’edificazione di una cappella presso la sua abitazione, cappella che rappresenta il luogo sacro di riferimento per le apparizioni anche oggi, in attesa che venga edificato il santuario richiesto, come già detto. Gli ultimi anni di vita della Peerdeman furono segnati da sofferenze – fisiche e morali – come aveva predetto la Madonna e dal graduale peggioramento delle condizioni di salute, fino alla morte sopraggiunta il 17 giugno 1996, all’età di 90 anni.

Abbiamo dunque detto che tutto ebbe inizio il 25 marzo 1945, con la prima apparizione. Leggiamo il racconto reso dalla stessa veggente per rivivere insieme a lei l’inizio delle apparizioni: «Era il 25 marzo 1945, festa dell’Annunciazione dell’angelo a Maria. Le mie sorelle ed io eravamo sedute nella stanza e parlavamo tra noi. Ci trovavamo vicino alla stufa cilindrica di ferro. Era tempo di guerra e un inverno di fame. Quel giorno padre Frehe (che sarà direttore spirituale e confessore della veggente dal 1917 fino alla sua morte, nel 1967, nda) si trovava in città e venne a farci una breve visita. Improvvisamente, mentre parlavamo, mi sentii attratta nell’altra stanza, dove vidi sorgere una luce. Mi alzai e dovetti muovermi verso quella luce. La parete sparì dai miei occhi assieme a tutto ciò che si trovava nella stanza. Era un mare di luce e un vuoto profondo, dal quale vidi a un tratto emergere una figura femminile. Dalla mia posizione la vedevo in alto a sinistra. Indossava un lungo abito bianco con una cintura ed era molto femminile. Era in piedi con le bracci aperte, i palmi delle mani rivolti verso di me. Mentre la osservavo ebbi uno strano sentimento. Pensai che doveva essere la Santa Vergine, non poteva essere altro. All’improvviso la figura inizia a parlarmi e dice: “Ripeti quello che ti dico!”. Comincio dunque a ripetere ogni sua parola. (Questo ricorda quanto accadrà anche a Kibeho, dal 1981 al 1989, dove la ripetizione delle parole della Vergine favorirà la puntuale trascrizione dei messaggi e delle visioni; lo stesso avviene per Ida Peerdeman. nda). Parla molto lentamente. Alza dapprima tre dita, poi quattro e in seguito tutte cinque, dicendomi: “Il 3 significa marzo, il 4 aprile e il 5 il 5 maggio” (questa è la profezia della liberazione del Paesi Bassi, avvenuta il 5 maggio 1945. nda). Le mie sorelle e padre Frehe si erano raccolti attorno a me. Quando iniziai a palare, il sacerdote diceva a una mia sorella: “Scrivi ciò che dice!”. Dopo che avevo ripetuto alcune frasi, udii padre frehe dirmi: “Ascolta, domanda chi è”. E così le chiedo: “Lei è Maria?”. La figura mi sorride e risponde: “Mi chiameranno Signora, Madre”. (…) Dopo scompare la luce e vidi nuovamente tutto ciò che si trovava nella stanza, così com’era sempre stato».

Ecco, questo è l’inizio di una serie di apparizioni che porterà la veggente a ricevere 56 messaggi e visioni. I messaggi possono essere divisi in 3 sezioni: una prima che comprende 23 messaggi, dati tra il 1945 e il 1950, nei quali la Vergine presenta la situazione della Chiesa e del mondo relativa alla seconda metà del XX secolo; quindi una seconda sezione, comprendente i 27 messaggi successivi al 1 novembre 1950, quando Pio XII procamò il dogma della Assunzione di Maria al Cielo: in questi messaggi emerge progressivamente il piano divino che la Signora dei Popoli è venuta a realizzare per salvare il mondo, offrendo a tal fine una speciale preghiera e una immagine di sé, chiedendo che entrambe vengano diffuse nel mondo. Ancora, in questa fase si spiega quello che, a detta della Vergine, sarà l’ultimo dogma mariano ovvero quello della definizione di Maria come “Corredentrice, Mediatrice, Avvocata”. Infine, una terza sezione con gli ultimi messaggi – 6 in tutto – che, una volta all’anno, il 31 maggio, la veggente riceve dal 1955 al 1959, fino al congedo della Signora dei Popoli che conclude il suo ciclo di apparizioni con le parole: «Addio, ci rivedremo in Cielo»

Di questa terza serie di messaggi, significativo pare quello straordinario del 19 febbraio 1958, in cui la Madonna predisse a Ida che papa Pio XII sarebbe stato accolto in Cielo «all’inizio di ottobre». La veggente trascrisse il messaggio e lo consegnò in busta sigillata al proprio confessore, p. Frehe, dicendogli che si trattava di una profezia importante. Il giorno della morte di Pio XII, il 9 ottobre 1958, Ida avvisò p. Frehe che la profezia si era realizzata, consegnandogli copia a carbone della lettera contenuta nella busta sigillata. Lettone il contenuto, il confessore si affrettò a inviare la busta sigillata a Roma.

Cerchiamo ora di presentare alcuni dei messaggi più significativi, attraverso l’esame delle predette sezioni, senza però dimenticare che si tratta di una suddivisione puramente umana che vale fino a che aiuta a penetrare meglio il fenomeno soprannaturale ma che non deve in alcun modo far dimenticare la profonda unitarietà e continuità sussistente nell’ambito dei 56 messaggi dati dal 1945 al 1959. Partiamo dunque dai primi messaggi, che descrivono, antiicpandola, la situazione della Chiesa e del mondo nella seconda metà del Novecento. Per il loro forte valore profetico e i contenuti altamente simbolici, non è facile cogliere il corretto significato delle visioni e delle parole affidate dalla Vergine a Ida. Possiamo però trovare importanti profezie che avrebbero ricevuto una conferma storica negli anni successivi. Così, ad esempio, nel secondo messaggio, del 21.04.1945, la veggente assiste a una scena di persone in procinto di emigrare: «Capisco interiormente», è Ida a scrivere, «è l’Esodo degli Ebrei. Mentre la Signora mi indica l’Esodo, dice: “Ma Israele risorgerà”». Questo riferimento a Israele trova effettivamente conferma nella istituzione dello Stato indipendente di Israele il 14 maggio 1948. Ancora, viene predetto l’affermarsi del comunismo in Cina. Si tratta del 5° messaggio, del 7 ottobre 1945:«Vedo la Cina con una bandiera rossa». E così averrà nel 1949. Mentre il mondo intero respira l’aria positiva della ricostruzione post-bellica, che infonde ottimismo e fiducia nelle masse, la Madonna viene ad Amsterdam ad annunciare i gravi pericoli che incombono sulla Chiesa e sul mondo, sempre più avviato verso il rischio dell’autodistruzione. É un mondo che sempre più abbandona Gesù e la sua croce, come la Vergine ribadisce ancora nel 5° messaggio, del quale Ida dice: «Ora vedo una figura luminosa, con un abito lungo, che ci precede. É una figura maschile, completamente trasfigurata. Quest’uomo trascina una croce grandissima, che strascica letteralmente sul suolo. Non vedo il suo viso. È tutto un fascio di raggi. Va con la croce per il mondo ma nessuno lo segue. “Solo!” esclama la Signora. Percorre da solo questo mondo che va di male in peggio fino a quando, a un certo momento, accadrà qualcosa di molto grave e, d’un colpo, la croce si troverà al centro. Dovranno vederla, che lo vogliano o no». In questa profezia della croce al centro del mondo, si potrebbe trovare un rimando al terzo segreto di Medjugorje e al bellissimo segno promesso dalla Regina della Pace sul monte Podbrdo. Tra le profezie che troveranno successiva conferma, pare potersi leggere anche un riferimento allo sbarco dell’uomo sulla Luna, che sarebbe effettivamente avvenuto il 21 luglio 1969. Si tratta del 7° messaggio, del 7 febbraio 1946: «Mi sembra di trovarmi con la Signora sulla sommità del globo terrestre. Ella m’invita a guardare davanti a me e vedo nettamente la luna. Vi è qualcosa che giunge in volo e che scende sulla luna. Dico: “C’è qualcosa che arriva sulla Luna”»

Nei messaggi successivi la Vergine profetizza disastri per l’Europa, catastrofi naturali, calamità, ribadendo però che esiste una sola Via per la salvezza del mondo, cioè suo figlio Gesù, come afferma nel 9° messaggio del 29 marzo 1946: «Ritornate dapprima a Lui, soltanto allora ci sarà la vera pace». La prospettiva della speranza non viene mai meno, come pure la Madonna non manca di precisare che i peggiori disastri verranno dalla mano stessa dell’uomo se questi non si converte, come dice nell’11° messaggio del 4 gennaio 1947: «Questo è il mondo futuro, è molto duro. Si distruggerà da se stesso».

Le predizioni toccano quindi le divisioni tra i popoli orientali, la crisi interna alla Chiesa, i conflitti di politica ecclesiale, fino a indicare chiaramente che la perdita della fede produrrà disastri in tutto il mondo. In questo scenario l’unico rimedio possibile è tornare alla preghiera, come la Madonna afferma nel 18° messaggio del 19 novembre 1949: «Devono pregare maggiormente. Devono pregare per arrestare la corruzione! Il mondo intero si annienterà da se stesso se non lo fanno!». Dinnanzi a queste profezie, a tratti inquietanti, la veggente chiede conferma della identità della Signora, come suggeritole dal padre Frehe. A questa domanda Ella sorride, dicendo: «Il tuo direttore spirituale deve crederti. Dispone di prove sufficienti (alcune delle profezie si erano già avverate, come la creazione dello Stato di Israele del 2° messaggio, nda). Egli non deve preoccuparsi oltre… Non posso per adesso dire di più. Con gli anni tutto si avvererà. Digli questo». A queste parole – è il 19° messaggio, del 3 dicembre 1949 – la veggente si spaventa e si chiede quanto ancora sarebbe durato tutto quello… Nel profetizzare le diverse calamità che potranno colpire il mondo se l’umanità non si converte, la Vergine non manca di richiamare Cristo come unica Via di salvezza, come nel 20° messaggio, del 16 dicembre 1949: «La Signora mette una croce nella mia mano e dice, indicando se stessa: “Non io, ma la croce”». Si arriva così al 23° messaggio, del 15 agosto 1950, in cui la Madonna, a Ida che le chiede «come devo chiamarti», risponde: «Dì loro semplicemente: la Signora». E conclude con un messaggio di speranza: «Devi annunciare questo: Cristianità, non conosci il grande pericolo che ti sovrasta. Vi è uno spirito che intende infiltrarsi in te. Ma – e con la mano fa il segno benedicente – la vittoria è nostra!».

Siamo giunti così a quell’evento che possiamo leggere un po’ come spartiacque tra la prima e la seconda fase delle apparizioni, vale a dire la proclamazione del dogma dell’Assunzione di Maria ad opera di Pio XII il 1 novembre 1950. Due settimane dopo, nel 24° messaggio, del 16 novembre 1950, la Vergine rivela il piano celeste che desidera realizzare: «Vedo la Signora ritta su un globo terrestre. Indica il globo e mi dice: “Figlia, sto su questo globo perché desidero essere chiamata la Signora di tutti i popoli”». La Vergine stessa conferma a Ida di aver preparato questa sua venuta con le apparizioni (o meglio, visioni) che ella ebbe quand’era ancora una ragazzina. Nell’aniversario delle apparizioni di Lourdes, l’11 febbraio 1951, la veggente riceve il 27° messaggio, nel quale la Madonna le dice: «Sono la Signora, Maria, Madre di tutti i popoli. Puoi dire: la Signora o la Madre di tutti i popoli, che una volta era Maria. Vengo proprio per dirti che è questo che voglio. Gli uomini di tutti i Paesi devono essere uniti… Il mondo intero è in trasformazione». A conferma dei cambiamenti che stanno per interessare non solo il mondo ma anche la Chiesa, a Ida viene presentata una visione del Papa riunito con tutti i vescovi, immagine che più tardi ella riconoscerà corrispondere a una delle sessioni del Concilio Vaticano II (1962-1965).

Nello stesso messaggio, la Madonna appare d’un tratto avvolta da una luce più intensa e, raccolta in orazione dinnanzi alla croce, dà alla veggente la seguente preghiera: “Signore Gesù Cristo, Figlio del Padre, manda ora il Tuo Spirito sulla terra. Fa’ abitare lo Spirito Santo nei cuori di tutti i popoli, affinché siano preservati dalla corruzione, dalle calamità e dalla guerra. Che la Signora di tutti i popoli, che una volta era Maria, sia la nostra Avvocata. Amen”. Si tratta di una breve preghiera che però compendia il messaggio della Signora di tutti i popoli: Ella è qui come mediatrice, per intercedere presso Suo Figlio e ottenere il dono dello Spirito Santo per il mondo. Notiamo come sia una orazione di ampio respiro, dal sapore trinitario, poiché tutte le persone divine sono citate: il Figlio, il Padre e lo Spirito Santo. Si parla poi di tutti i popoli, alludendo all’umanità intera per la quale la Vergine è venuta nel mondo più e più volte, portando il messaggio del Figlio che già risuonava nel Vangelo, cioè l’invito alla conversione per evitare la morte, sia quella fisica legata al rischio dell’autodistruzione, sia quella dell’anima, cioè la dannazione eterna.

Nel messaggio successivo, il 28°, datato 4 marzo 1951, la Signora offre le indicazioni per far realizzare una immagine di sè che esprima bene il senso della sua venuta: «Imprimi bene questo nella tua memoria: mi trovo sul globo terrestre, dove poso saldamente i piedi. Vedi anche distintamente le mie mani, il mio viso, i miei capelli e il mio velo. Il resto è come nebbia. Guarda bene cosa sporge dai due lati all’altezza delle mie spalle e sopra il mio capo». A questo punto la veggente nota una croce. Riprende la Madonna: «Hai guardato attentamente? Ti ho mostrato il mio capo, le mie mani e i miei piedi come quelli di una persona. Bada bene: sono quelli del Figlio dell’Uomo. Il resto è lo Spirito. Devi far dipingere questa immagine e diffonderla insieme alla preghiera che ti ho dettato… Voglio essere la Signora di tutti i Popoli. Chiedo perciò che questa preghiera sia tradotta nelle lingue più correnti e recitata ogni giorno». Nel proseguo del messaggio la Madonna spiega quindi il significato della immagine, dicendo che il Figlio – cui alludono il capo, i piedi e le mani d’uomo – è venuto nel mondo per volontà del Padre, ma ora deve venire lo Spirito Santo – rappresentato dal corpo spiritualizzato – in tutto il mondo – su cui la Madonna poggia saldamente i piedi. La croce alle spalle della Vergine indica che è il Figlio che la manda e allude altresì alla via da percorrere per guadagnarsi la salvezza.

I messaggi seguenti ribadiscono il pericolo di corruzione della Chiesa: «Sa Roma quale nemico sta in agguato e striscia nel mondo come un serpente? E con ciò non mi riferisco soltanto al comunismo. Ci saranno ancora altri profeti, falsi profeti… Sto perciò davanti a mio Figlio quale Avvocata e portatrice di questo messaggio per il mondo moderno» (29° messaggio, 28 marzo 1951). Quindi, nel 30° messaggio, del 1 aprile 1951, la Madonna approfondisce il simbolismo dell’immagine: «Il mio corpo è come dello Spirito. Perché sto così? Perché sono stata assunta in Cielo, come il Figlio. Ora mi trovo in sacrificio davanti alla croce. In verità, ho sofferto con mio Figlio spiritualmente e soprattutto anche fisicamente. Questo sarà un dogma molto contestato». Ecco: si accenna esplicitamente a quello che sarà l’ultimo dogma mariano, ovvero quello di Maria Corredentrice, Mediatrice, Avvocata. Mentre gli ultimi due titoli paiono forse più facili da riferire alla Vergine – basti pensare alle innumerevoli apparizioni mariane della storia che testimoniano come Maria sia davvero mediatrice per eccellenza tra Gesù e gli uomini, e ancora al fatto che la devozione popolare ha da sempre considerato Maria come la più potente Avvocata, capace di intercedere qualunque grazia presso il Figlio – parlare di Maria come “corredentrice” non è scontato. Anche perché non è difficile essere presi dal timore di svalutare il Cristo in favore della Madre.Ma questo è un falso timore, direbbe il Montfort, poiché non si onora mai così profondamente il Figlio come quando si rende onore alla Madre, poiché dove c’è Uno c’è sempre anche l’Altra.

Nei messaggi successivi la Madonna indicherà proprio nel triplice titolo – Mediatrice, Corredentrice, Avvocata – l’essenza dell’ultimo dogma mariano, chiedendo alla Chiesa cattolica di non scoraggiarsi dinnanzi alle forti polemiche che la discussione intorno a tale dogma susciterà, poiché «la Chiesa, Roma, incontrerà opposizioni e le supererà», anzi addirittura «diventerà più forte nella misura in cui affronterà la disputa» (32 messaggio, 29 aprile 1951). Successivamente, Ida avrà una visione della Madonna di alto valore simbolico: dalle sue mani escono tre raggi – Grazia, Redenzione, Pace – che si irradiano su un immenso gregge di pecore – le genti di tutti i popoli che sono chiamati a conversione. Ancora, la Madonna non mancherà di spiegare il termine di “Corredentrice”, specificando che «dalla Signora il Redentore ricevette soltanto – e sottolineo la parola soltanto – la carne e il sangue, ossia il corpo. Egli ricevette la sua Divinità dal mio Signore e Maestro. In questo modo la Signora è divenuta Corredentrice» (34° messaggio, 2 luglio 1951). Vale a dire che la Vergine ha partecipato all’opera grandiosa della Redenzione offrendosi come mezzo per il dono di Gesù al mondo, nell’incarnazione. In più messaggi verrà ribadito che questo dogma mariano di cui la Vergine viene a chiedere la proclamazione – giocando d’anticipo, se così possiamo dire, rispetto a Lourdes dove invece la Vergine appare come “Immacolata Concezione” nel 1858, confermando così il dogma proclamato nel 1854 da Pio IX – è l’ultimo dogma mariano che deve essere proclamato per indicare in modo pieno e completo il ruolo di Maria nella storia della salvezza. É degno di rilievo che questo ruolo elevi Maria ben al di sopra di quello che è stato il suo ruolo storico – ricalcando in ciò quanto già disse il Montfort nel celebre “Trattato della vera devozione a Maria”, quando ribadì che Gesù era venuto al mondo per mezzo di Maria e per mezzo suo sarebbe anche tornato alla sua seconda venuta: questo viene indicato dalla Signora di tutti i popoli dicendo: «Sono stata chiamata Miriam o Maria. Ora voglio essere la Signora di tutti i popoli. Figlia, riferisci che il tempo stringe» (36° messaggio, 20 settembre 1951).

Numerosi sono pure i richiami all’unità dei cristiani, le esortazioni a superare le divisioniall’interno della Chiesa, l’invito a praticare il primo e più grande comandamento, ovvero quello dell’amore. La Signora insiste proprio su questo punto: viene come Signora di tutti i popoli per favore l’unità tra le genti – tra cristiani e non, tra cattolici e protestanti – nel nome del supremo imperativo all’amore. Ancora, torna a sottolineare l’importanza di pregare dinnanzi all’immagine che ha fatto vedere a Ida, in cui è raffigurata in piedi sul globo terrestre, con alle spalle la croce e il corpo spiritualizzato, promettendo «a tutti coloro che pregano davanti a questa immagine e invocano Maria, Signora di tutti i Popoli, di elargire grazie per l’anima e il corpo, nella misura che vorrà il Figlio» (33° messaggio, 31 maggio 1951). Non mancano gli appelli a far presto affinché sia proclamato il dogma di Maria Corredentrice, Mediatrice e Avvocata, la cui data è stabilita (32° messaggio, 29 aprile 1951), e alla cui proclamazione è legata la salvezza del mondo: «Quando sarà proclamato il dogma, l’ultimo della storia mariana, la Signora di tutti i Popoli darà al mondo la pace, la vera pace» (50° messaggio, 31 maggio 1954). Ma occorre fare presto, poiché «il tempo stringe… Tutti i popoli gemono sotto il giogo di Satana» (38° messaggio, 31 dicembre 1951), intendendo con ciò ribadire quanto anche la Regina della Pace ribadisce in merito al crescente scatenamento diabolico degli ultimi tempi. La Madonna torna quindi sul testo della preghiera, ribadendo la necessità di conservare l’espressione «che un tempo era Maria», espressione che inizialmente fu rimossa dalla preghiera a causa di una obiezione del vescovo. Ancora, si profetizzano grandi sconvolgimenti nel mondo e nella Chiesa, ma si ribadisce che tutto questo «il Signore Gesù Cristo lo permette. Il Suo tempo verrà. Vi sarà dapprima ancora un periodo di agitazione, umanesimo, paganesimo, ateisti e serpenti che per di più cercheranno di dominare questo mondo» (42° messaggio, 15 giugno 1952). Questo è un messaggio molto importante: da una parte si dice chiaramente che ci sarà il tempo della prova, della persecuzione, della sofferenza. Però si ribadisce che tutto accade sotto la Divina Permissione, ricordando che Cristo è il solo Signore della Storia e dell’Universo e dunque con Lui non c’è nulla da temere, benché si stia abbattendo sul mondo il flagello dell’umanesimo che coincide con l’ateismo: laddove l’uomo esalta se stesso, e si pone come nuovo dio al posto di Dio, l’esito non può che essere quello di una impostura anticristica che, negando la divinità di Gesù Figlio di Dio, afferma invece il nuovo idolo della Umanità, cadendo nella trappola del Serpente, cioè del demonio, la cui originaria ribellione si trova rinnovata nel mondo contemporaneo che rifiuta Dio.  E da questo rischio di corruzione il mondo non è così lontano, al punto che la Madonna dirà: «Il Nemico del Signore Nostro Gesù Cristo ha lavorato lentamente, ma con sicurezza. Le postazioni sono disposte. Il suo lavoro è quasi terminato. Popoli, state attenti! Lo spirito della falsità, della menzogna e dell’inganno trascinerà molti con sé». (44° messaggio, 8 dicembre 1952).

Giunge infine la richiesta di una Chiesa dedicata alla Signora di tutti i Popoli e destinata adaccogliere il quadro dipinto secondo le indicazioni della Madonna (44° e 45° messaggio, 8 dicembre 1952 e 20 marzo 1953). La Vergine pare voler accelerare le cose: «La nuova chiesa andrà però costruita il più presto possibile», e ancora: «Questo quadro dovrà andare in Olanda, ad Amsterdam, nel 1953» – in effetti verrà portato dalla Germania, dove era stato realizzato dall’artista Enrico Repke nel 1951, nella Chiesa di San Tommaso, in Amsterdam, nel 1954. Dopo le norme disciplinari che proibirono la venerazione e la devozione pubblica, l’immagine fu ritirata dalla cappella mariana dove era stata collocata, per finre in una biblioteca, poi in una cantina della canonica. Dopo alcuni anni di “pellegrinaggio”, tra il 1966 e il 1969, finalmente giungerà a casa di Ida, nel 1970, per essere collocato nella sua cappella nel 1976, in attesa di poter essere accolto dalla futura Chiesa della Signora di tutti i Popoli. In merito alla chiesa, Maria giunge addirittura a mostrare il luogo dove dovrà sorgere l’edificio sacro: è un prato sito presso il Wandelweg, vicino alla casa di Ida Peerdeman. E offre addirittura una visione a Ida affinchè si renda conto di come dovrà essere la nuova Chiesa (52° messaggio, 31 maggio 1956): edificata in pietra naturale di colore beige, avrà tre cupole – una grande, sormontata dalla croce, affiancata da due piccole – di color verde chiaro. L’interno della chiesa è a semicerchio, con il pavimento leggermente inclinato, tipo anfiteatro. Al centro, tre altari: quello del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Quello del Figlio è al centro, a ribadire la centralità del sacrificio eucaristico.  La Madonna ribadisce poi che ha scelto Amsterdam proprio peiché è la città del miracolo eucaristico. Si tratta di un miracolo risalente al 25 marzo 1345 (esattamente 600 anni prima dell’inizio delle apparizioni a Ida) allorchè un moribondo, fatta la Comunione, aveva rigettato l’ostia per le precarie condizioni fisiche. Ripulito il pavimento, la domestica gettò il tutto nel caminetto.Il giorno dopo, allorché accese il fuoco, vide l’ostia intatta librarsi sulle fiamme. L’ostia venne portata solennemente in processione presso la Chiesa di San Nicola, ripetendo poi solenni celebrazioni fino al 1578 quando la processione venne soppressa dalla amministrazione comunale riformata, per essere ripresa solo tre secoli dopo, nel 1881, ma in forma più discreta. Solo dal 2004 la processione eucaristica ha ripreso a svolgersi in pieno giorno per le strade di Amsterdam. Comunque, riferendosi a questo miracolo, la Madonna intese sottolienare la centralità dell’Eucaristia, invitando i fedeli più e più volte a ritornare a celebrare il supremo sacrificio eucaristico anche ogni giorno. Questo perché è sempre più necessario fortificarsi nella grazia divina per sostenere il combattimento spirituale quanto mai intenso ora che il diavolo si prepara all’assalto decisivo: «Le forze dell’inferno si scateneranno. Ma non riusciranno a sconfiggere la Signora di tutti i Popoli». (48° messaggio, 3 dicembre 1953).

Perché Satana non può nulla contro la Madonna? Perché Ella è l’Immacolata Concezione(49° messaggio, 4 aprile 1954), ovvero Colei che non è stata toccata in nulla dal peccato originale né da alcuna seduzione diabolica. E in virtù di questa sua condizione unica e privilegiata si comprende come Maria sia stata prescelta come Corredentrice. Quindi la Madonna non è venuta ad Amsterdam per annunciare alcunché di nuovo, ma semplicemente per ribadire quanto implicitamente contenuto nella figura e nella vita di Maria come ci viene mostrata dai Vangeli, che ispirano la sintesi dei grandi dogmi mariani: l’Immacolata Concezione, in quanto tale, è anche Assunta in Cielo, a conferma della sua vocazione a Corredentrice, Mediatrice e Avvocata per l’umanità presso il Figlio fino alla fine del mondo.  La Madonna offre ancora una visione molto significativa a Ida: si tratta del 50° messaggio, il 31 maggio 1954, che conclude la seconda sezione delle apparizioni.  La veggente si trova nella basilica di San Pietro: «Vedo riuniti molti cardinali e vescovi. Entra il Papa. Non lo conosco… Improvvisamente la Signora appare di nuovo ritta sul globo terrestre. Sorride e dice: “Figlia, ti ho mostrato qual è la volontà di Gesù Cristo. Questo giorno sarà il giorno dell’incoronazione di Sua Madre, la Signora di tutti i popoli, che una volta era Maria”». La Vergine ribadisce che tale proclamazione del nuovo dogma avverrà il 31 maggio – «Ho scelto questo giorno: sarà il giorno in cui la Signora sarà incoronata» – ma non dice l’anno. Senz’altro è da considerarsi superata l’ipotesi del 1953 (siamo già nel 1954) e così pure che si tratti di Pio XII (Ida afferma di non riconoscere il Papa…). É però un dogma di importanza capitale, dice la Madonna, poichè con la sua proclamazione la predizione «i popoli mi chiameranno beata» si adempirà ancor più di prima e finalmente sarà donata al mondo la vera pace.

Gli ultimi messaggi, annuali, portano con sé un forte richiamo alla necessità di convertirsi, per sottrarsi alle seduzioni si Satana che va ormai corrompendo il mondo, sia con peccati espliciti, sia con il falso profetismo (51° messaggio, 31 maggio 1955, ricevuto nella chiesa di san Tommaso, tra i fedeli). Il 31 maggio 1957 la veggente riceve il 53° messaggio, l’ultimo pubblico, tra i fedeli. La Madonna ribadisce le ragioni della sua venuta: «Per dodici anni ho potuto venire a mettervi in guardia… mediante l’intercessione della Signora di tutti i Popoli, sposa del Signora e regina del Re, è stato possibile salvare ancora una volta il mondo». É come se la Madonna si mostrasse ancora una volta in più Mediatrice e Avvocata: anche se non è stato proclamato il dogma come da Lei richiesto, né ancora si è edificata la Chiesa come da Lei indicato, Ella non ha fatto mancare le preghiere al Figlio Suo, in modo da salvare il mondo dall’autodistruzione.

Quindi Ida vive l’esperienza del Paradiso, sulla scia delle parole della Vergine: «Vale veramente la pena di lasciare il mondo… Voi tutti dovete pur venire in Cielo». Prosegue Ida: «La Signora pronunciò queste parole molto distintamente e con fermezza. Fu come se mi si togliesse un velo e mi vidi trasportata in uno stato particolare, celestiale, sopranaturale. Vidi qualcosa di straordinario, che non posso descrivere. Era come se il Cielo si fosse aperto, era così bello». E la Madonna sottolinea la visione con parole ricche di speranza: «Il Signore vi attende, vi aiuterà, vi ricondurrà…».

Animati dagli stessi sentimenti di speranza, desiderosi di sentirci rivolgere anche noi il saluto di Maria a Ida: «Ci rivedremo in Cielo!» (56° e ultimo messaggio, 31 maggio 1959), rivolgiamoci in preghiera alla Signora di Tutti i Popoli, chiedendo il dono della conversione. Lo facciamo seguendo la versione della preghiera che ha ricevuto l’imprimatur diocesano il 6 gennaio 2009, nella quale la dicitura “che una volta era Maria” è stata sostituita da “la Beata Vergine Maria”. In obbedienza alle indicazioni dell’autorità ecclesiastica competente, volentieri recitiamo dunque insieme la preghiera ufficialmente approvata:

Preghiera della Signora di tutti i popoli
Signore Gesù Cristo,
Figlio del Padre,
Manda ora il Tuo Spirito sulla terra.
Fa’ abitare lo Spirito Santo
Nei cuori di tutti i popoli,
Affinché siano preservati
Dalla corruzione, dalle calamità
E dalla guerra.
Che la Signora di tutti i popoli,
La Beata Vergine Maria,
Sia la nostra Avvocata.
Amen

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Il muratore che entrò in chiesa ateo e uscì cristiano

Posté par atempodiblog le 28 décembre 2017

Il muratore che entrò in chiesa ateo e uscì cristiano
La storia di conversione del capocantiere che ha lavorato al restauro della Cattedrale di Carpi: era ateo, ma cinque anni di lavoro nel tempio ferito dal terremoto del 2012 lo hanno avvicinato alla fede. Entrato nel tempio per restaurarlo è stato a sua volta « restaurato » nell’anima. Potenza di un luogo, la chiesa, che non è solo uno spazio umano, ma in cui vibra il divino perché vi abita.
di Andrea Zambrano – La nuova Bussola Quotidiana
Tratto da: Radio Maria

Il vescovo di Carpi con alcune maestranze che hanno lavorato in Cattedrale

Cadde ateo, si rialzò cristiano. Bisogna scomodare la straordinaria conversione dell’ebreo Ratisbonne per mostrare come la Madonna operi ancora oggi questi prodigi. All’ebreo anticlericale poi araldo della Medaglia miracolosa, bastò entrare una sola volta nella chiesa di Sant’Andrea delle Fratte. Qui, in questo lembo di Emilia rossa e volontà di ferro, ci sono voluti cinque anni, ma il risultato è stato lo stesso: un cuore totalmente rinnovato a contatto con quel Dio che prima non interessava.

E anche qui, come nella storia di Ratisbonne, il mezzo della conversione è una chiesa.

Quella chiesa che spesso si trasforma in un’aula per l’affermazione illusoria della propria superiorità umana dimenticando Dio, è invece il luogo che, custodendo il bene più prezioso per l’umanità, è in grado di parlare al cuore dell’uomo non dai muri, ma da quel padrone di casa del quale spesso, affaccendati nel nostro narcisismo, dimentichiamo la presenza o, peggio ancora, ignoriamo la sovranità.

Siamo a Carpi in provincia di Modena, dove il 2017 fatimita ha portato in dono ai fedeli e al loro vescovo Francesco Cavina il dono della riapertura della Cattedrale dell’Assunta, danneggiata dal tremendo terremoto del maggio-giugno 2012. Doppia festa per la diocesi di Carpi, che in questi cinque lunghi anni ha compiuto con speranza e non senza dolore la lunga traversata nel deserto di chi non ha avuto dove posare il capo né per dormire né per pregare, costantemente alla ricerca di mezzi di fortuna, che nella maggior parte dei casi sono stati i container. Prima l’inaugurazione della Cattedrale con il segretario di Stato Pietro Parolin, poi la visita di Papa Francesco che proprio nella infreddolita e affollata piazza Martiri ha lanciato il suo appello di vicinanza a tutte le popolazioni colpite da terremoti.

Ma dentro la grande storia della riapertura della Cattedrale e di come il vescovo che la notte della prima scossa era arrivato a Carpi da appena tre mesi sia riuscito a far risorgere dalle macerie il tempio più importante della diocesi, ci sono anche le storie piccole e anonime che non conquistano le prime pagine delle cronache locali, ma che sono invece il segno di una potenza che il braccio di Dio ha spiegato nel nascondimento del lavoro quotidiano.

Quando le troupe televisive sono entrate a filmare i marmi e le scagliole della piccola San Pietro, nessuno immaginava che quel luogo avesse già parlato ad un cuore in particolare che era ferito come lo sono tutti quelli che sono lontani da Dio, ma che è stato sanato da quelle pietre a loro volta ferite e da lui sanate. Un mistero della misericordia di Dio, se ci pensiamo, che concede il dono più grande della fede a chi con pazienza e laboriosità si è trovato a riparare le ferite del tempio di Dio e ha ricevuto in cambio molto più dello stipendio mensile che gli spettava per quel lavoro.

Lui è un muratore della cooperativa Cmb di Carpi. Un nome che rimanda ai primi del ‘900 quando le coop non avevano tonalità cromatiche né rosse né bianche e il loro nome, “muratori e braccianti”, rimandava soltanto alla solidarietà del lavoro che si faceva comunità, ma che presto avrebbe assunto una connotazione ideologica molto vicina al partito comunista.

Ebbene: lui, muratore della cooperativa da una vita, perché la cooperativa da queste parti è come la mamma, ti accompagna ovunque, inizia a prestare la sua professionalità al servizio di quel gigante di pietra dolorante. Un lavoro come un altro, un appalto importante. Inizialmente, appare come una delle tante opere da tirare su. Ma non è così. C’è un fuoco dentro quel tempio che la caduta dei calcinacci non ha spento. Una chiesa non è un supermercato perché dentro vi riaccade sempre un fatto, quello della redenzione dell’uomo.

Questo il muratore non lo sapeva, ma qualcuno lo stava ad aspettare per prenderlo per mano. Una Madonna in mandorla con i cherubini festanti, che qui è il simbolo della fede popolare e della devozione mariana di un popolo che non ha smesso di pregare nei momenti più bui del post sisma. E’ la statua della Madonna che campeggia sull’altare maggiore del Duomo cittadino che durante i lavori ha fatto compagnia a questo uomo indifferente a Dio, ma già fisicamente così vicino. Quella vicinanza costante con le cose di Dio, con il suo mistero invisibile, ma presente della redenzione che si protrae nei secoli grazie alla messa, ha lavorato, cementando i mattoncini di una domanda di senso che il suo cuore gli poneva.

Di mattone in mattone, quella fede alla fine si è appalesata ed è diventata un fatto, un’evidenza di cemento armato fin troppo chiara anche gli occhi di questo uomo che, proprio come Ratisbonne, si inginocchiò indifferente col martello pneumatico sul freddo e duro pavimento della chiesa e si rialzò cristiano.

Quella storia fa ancora commuovere il vescovo Cavina che nel giorno dell’inaugurazione e dedicazione l’ha ricordata ai fedeli e alle autorità, proprio per mostrare che nulla è impossibile a Dio, ricostruire il l tempio di mattoni e soprattutto il tempio dell’anima lontana.

«Caro Monsignor vescovo - ha letto Cavina al termine nel corso del saluto al segretario di Stato – in questi ultimi giorni sto cercando di immaginare come sarà per la prima volta che entrerò nella cattedrale come un semplice fedele. Lo so già, essendo un sentimentale, una lacrima di nostalgia bagnerà il mio viso. Mi verranno in mente tutte le emozioni vissute in un’esperienza durata cinque anni e che ha cambiato la mia vita. Auguro a tutti coloro che ne sentono il bisogno una volta entrati in questo luogo sacro di abbandonare aspettative e recriminazioni e di godere unicamente dell’abbraccio della Madonna, l’amore della nostra santa Madre illuminerà il nostro cammino».

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L’Italia smarrisce il senso del sacro e si riduce il numero dei cattolici

Posté par atempodiblog le 26 décembre 2017

L’Italia smarrisce il senso del sacro e si riduce il numero dei cattolici
I risultati della ricerca condotta da “Community Media Research” per La Stampa. In 20 anni è aumentato soltanto il numero di coloro che non si riconoscono in nessuna fede
di Daniele Marini – La Stampa

L’Italia smarrisce il senso del sacro e si riduce il numero dei cattolici dans Articoli di Giornali e News Ricerca_condotta_da_Community_Media_Research

Le festività natalizie fanno scattare, nel discorso mediatico, un meccanismo consolidato: come andranno le spese delle famiglie in regali, cibo e vacanze? Come andranno i consumi?

Non solo a causa delle difficoltà di quest’ultimo decennio il Natale è annoverato fra gli indicatori dell’andamento dell’economia. La dimensione religiosa della ricorrenza, e non sempre, si declina nell’intimità familiari, nel privato o confinato alle comunità dei credenti. Eppure, la religiosità, così come l’ideologia politica, costituiva un universo di valori per le persone. Un insieme di norme che contribuiva a guidare l’azione dei singoli. Permetteva la costruzione di un senso comune. Offriva un obiettivo condiviso per la costruzione della società e del suo futuro.

Religiosità e ideologie erano le narrazioni delle comunità che (e di come) si sarebbero dovute costruire. L’uso dei verbi al passato non è casuale. Perché tali pilastri hanno perso la loro valenza. La dimensione religiosa è attraversata da tensioni profonde. Già all’inizio degli Anni 60 il sociologo Sabino Acquaviva evidenziò un’«eclissi del sacro». All’orizzonte comune dei valori religiosi di riferimento si è sostituita una declinazione individuale che definiremmo «tailor made», dove ognuno ritaglia su di sé la morale religiosa in una sorta di «fai-da-te». Tant’è che siamo in presenza di «un singolare pluralismo» morale e religioso, così come definito da una ricerca curata da Garelli, Guizzardi e Pace (Mulino) nel 2000.

Un limbo collettivo
A distanza di quasi 20 anni da quell’indagine sono ancora mutate la religiosità e la spiritualità degli italiani? Community Media Research, in collaborazione con Intesa Sanpaolo per «La Stampa», ha ripercorso alcuni dei temi sugli orientamenti religiosi degli italiani. Pur con le cautele del caso, tuttavia il raffronto con quanto rilevato all’inizio del secolo evidenzia come i processi di trasformazione allora rilevati si siano approfonditi. E, in generale, la società italiana mostri evidenti segni di una progressiva erosione della dimensione del sacro. Le dichiarazioni di appartenenza religiosa raccontano che la maggioranza della popolazione si dichiara ancora oggi cattolica (60,1%). Largamente minoritari sono quanti appartengono ad altre famiglie religiose (dagli islamici ai buddisti, dagli ebrei alle altre cristiane o non cristiane: complessivamente il 6,5%). Per contro, un italiano su tre (33,4%) non sente di appartenere ad alcuna confessione religiosa.

Fin qui, dunque, l’Italia parrebbe un Paese popolato da cattolici. Se è così, tuttavia, tale quota decresce significativamente dal 2000 di 19,1 punti percentuali, quando allora era stimata al 79,2%. Tale travaso, però, più che andare a vantaggio di altri gruppi religiosi, va ad alimentare l’area della non-appartenenza: il 33,4%, contro il 18,8% del 2000. Quindi, la religiosità cattolica coinvolge ancora una larga fetta della società italiana, ma è in contrazione. Non a vantaggio di altre culture religiose, quanto di una sorta di limbo. Un ulteriore riflesso della minore tensione all’appartenenza religiosa è riscontrabile nella frequenza ai riti e alle funzioni religiose. Gli «assidui»” (partecipano tutte le domeniche o almeno più volte al mese) sono il 25,6%, in calo di 24 punti percentuali rispetto al 2000 (erano il 49,6%). Crescono sia i «saltuari» (partecipano solo ad alcune occasioni o ogni 4-5 mesi: 47,0%, dal 34,9% del 2000) sia chi non frequenta mai (27,4%, era il 15,5% nel 2000).

Così, a una diminuzione del senso di appartenenza, consegue un minor grado di partecipazione ai riti delle comunità religiose. È interessante poi osservare come anche all’interno delle famiglie religiose le due dimensioni (appartenenza e partecipazione) non siano così scontate. Fra i cattolici solo il 39,4% è presente in modo assiduo ai rituali, quota però più cospicua rispetto a quanti appartengono ad altri gruppi religiosi (26,2%). I cattolici, quindi, paiono più fedeli, ma è una (larga) minoranza a partecipare con costanza ai momenti comunitari.

Vita spirituale
I processi erosivi della trascendenza nella vita quotidiana si colgono analizzando quanti ritengono di avere una vita spirituale e di credere in un’entità soprannaturale. In entrambi i casi otteniamo che un’ampia minoranza si riconosce nelle due dimensioni: il 45,4% sente di avere propria una vita spirituale, il 40,4% è religioso. Sommando queste affermazioni, identifichiamo quattro profili di religiosità. Il gruppo prevalente è dei «materialisti» (46,3%), che dichiara di non avere né una vita spirituale né religiosa, particolarmente presenti fra i 40enni (64,5%), assai più che fra i giovani (44,5%). Le caratteristiche opposte le troviamo nei «credenti» (34,5%), che sono il secondo gruppo, più diffuso fra gli adulti (oltre 55 anni: 43,4%). Fra questi due insiemi incontriamo quanti hanno una «spiritualità soggettiva» (11,1%), ma non riconoscono alcuna entità superiore. E, viceversa, chi ha un’appartenenza religiosa ispirata dalle consuetudini: la «religiosità culturale» (8,1%). Va sottolineato come la metà fra i cattolici (51,1%) rientri nel gruppo dei «credenti» e il 29,0% alberghi fra i «materialisti».

I processi di secolarizzazione proseguono la loro marcia. La perdita di intensità della dimensione del sacro lascia spazio a una materialità individuale e nelle relazioni, come denunciato dallo stesso Papa Francesco. Eppure il fenomeno dell’eclissi (del sacro) adombra come il lato oscuro nasconda un’altra realtà, che fatichiamo a vedere. Il pluralismo religioso e spirituale emerso dalla rilevazione è anche indice di una ricerca a fronte della perdita del tradizionale orizzonte di valori. È una nuova domanda di senso per l’epoca di trasformazioni che stiamo attraversando. Che richiede una grande opera di discernimento.

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Buon Natale di cuore a tutti!

Posté par atempodiblog le 25 décembre 2017

Buon Natale di cuore a tutti! dans Fede, morale e teologia Nativit_di_Giotto

«Nel racconto della nascita di Gesù, quando gli angeli annunciano ai pastori che è nato il Redentore dicono loro: “Questo sarà per voi il segno, troverete un bambino appena nato avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia…”. Questo è il segno: l’abbassamento totale di Dio.

Il segno è che, questa notte, Dio si è innamorato della nostra piccolezza e si è fatto tenerezza, tenerezza verso ogni fragilità, verso ogni sofferenza, verso ogni angoscia, verso ogni ricerca, verso ogni limite.

Il segno è la tenerezza di Dio e il messaggio che cercavano tutti coloro che sentivano disorientati, anche quelli che erano nemici di Gesù e lo cercavano dal profondo dell’anima, era questo: cercavano la tenerezza di Dio. Dio fatto tenerezza, Dio che accarezza la nostra miseria, Dio innamorato della nostra piccolezza».

Jorge Mario Bergoglio – Omelia della veglia di Natale (24 dicembre 2004)

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È morto padre Piero Gheddo, fondatore di AsiaNews

Posté par atempodiblog le 20 décembre 2017

È morto padre Piero Gheddo, fondatore di AsiaNews
Bernardo Cervellera – AsiaNews

È morto padre Piero Gheddo, fondatore di AsiaNews dans Articoli di Giornali e News Padre_Piero_Gheddo

P. Piero Gheddo, missionario del Pime (Pontificio Istituto Missioni Estere) è morto oggi nella casa Ambrosiana di Cesano Boscone, alla periferia di Milano. Aveva 89 anni ed era ammalato da tempo. Riconosciuto internazionalmente come “il missionario della carta stampata”, p. Gheddo ha lavorato per tutta la vita nel mondo della comunicazione per la diffusione del Vangelo. Nel 1986 aveva fondato AsiaNews, e ha continuato ad essere collaboratore anche quando essa è passata sul web.

Nato nel 1929 a Tronzano Vercellese, ha frequentato il seminario diocesano di Moncrivello (Vercelli); entrato nel Pime nel 1945, è stato ordinato sacerdote nel 1953. Il suo sogno era partire missionario per l’India, ma dalla sua ordinazione in poi gli è stato sempre chiesto di impegnarsi nella stampa. Lui stesso ricordava che per tanto tempo ha domandato di continuo ai superiori di poter andare in missione, ma senza successo. In compenso ha girato il mondo forse come nessuno e ha conosciuto il mondo missionario in tutti i suoi aspetti e a tutte le latitudini.

Convinto che la missione universale è responsabilità di ogni fedele, nel 1961 è stato fra i fondatori del Centro missionario Pime di Milano, dove con p. Amelio Crotti e p. Giacomo Girardi, hanno diffuso cultura, informazione e impegni sulla missione in Italia e nel mondo. Le campagne del Centro Pime contro la fame nel mondo, per i profughi vietnamiti e cambogiani, per la pace in Libano, la Veglia missionaria per la Giornata missionaria mondiale hanno segnato la vita di molte generazioni di giovani.

Fanno parte di questo impegno la fondazione di “Mani tese” nel 1964 e dell’Editrice Missionaria Italiana (Emi) nel 1955.

Dal 1959 al 1994 è stato direttore della rivista mensile “Mondo e Missione”, uno degli strumenti più preziosi per aprirsi alle problematiche mondiali e comprendere il contributo cristiano all’edificazione della Chiesa e allo sviluppo. In un periodo di grandi conflitti ideologici egli ha coniugato una netta identità ecclesiale insieme all’apertura e all’impegno nelle piaghe sociali del mondo, convinto del contributo insostituibile del vangelo per la piena dignità dell’uomo.

Su questa linea, che è quella del Concilio Vaticano II, andando controcorrente, egli è stato il primo a denunciare – dopo aver visto coi suoi occhi in Vietnam – l’ideologia violenta dei vietcong, osannati da tutto il mondo, testimoniando la loro oppressione verso il popolo vietnamita.

Pur valorizzando Helder Camara, il vescovo di Recife – portato in Italia proprio dal Centro Pime – è stato sempre critico sulla deriva marxista di una parte della teologia della liberazione latino-americana.

Anche sul tema della fame nel mondo egli si è distaccato dalle denunce ovvie (colonialismo, sfruttamento, ecc…) e dalle facili soluzioni (investimenti a poggia, trasferimento di tecnologie, ecc..) per mostrare che – come affermano i missionari – il sottosviluppo ha una dimensione culturale. Per vincere il sottosviluppo è necessaria l’educazione e l’evangelizzazione che riporta l’uomo e la sua dignità ad essere protagonista della storia.

Tale equilibrio è stato valorizzato anche dai papi: nel 1962, come giornalista dell’Osservatore Romano, è stato scelto da Giovanni XXIII come perito per la stesura del decreto conciliare Ad Gentes; negli anni ’90, Giovanni Paolo II lo ha scelto come estensore dell’enciclica “Redemptoris Missio”.

L’attività di p. Gheddo è stata molteplice: direttore di “Italia missionaria”, per sviluppare la sensibilità evangelizzatrice fra i ragazzi; di “Missionari del Pime”, per la comunicazione delle esperienze dirette dalle frontiere missionarie. Ha collaborato per anni con la RAI-TV  spiegando Il vangelo della domenica; alla radio Rai per un breve messaggio al mattino (“Il vangelo delle 7.18”); con Radio Maria e con diverse testate laiche: con “Gente”  e con “Il Giornale” di Indro Montanelli, del quale era divenuto un amico.

Padre Gheddo ha scritto più di novanta volumi, con una trentina di traduzioni all’estero e ha ricevuto diversi premi giornalistici.

Dal 1994 al 2010 è stato direttore dell’Ufficio storico del Pime a Roma, pubblicando diverse storie delle missioni del Pime nel mondo, oltre che biografie di alcuni membri dell’istituto. Profondamente convinto che il mondo ha bisogno di modelli e di esperienze, Gheddo ha dato anche impulso alle cause di beatificazione di diversi missionari del Pime: Giovanni Mazzucconi, Paolo Manna, Clemente Vismara, Mario Vergara (e prossimamente Alfredo Cremonesi). Ha lavorato anche per documentazione sui servi di Dio Marcello Candia, Angelo Ramazzotti, Felice Tantardini, Carlo Salerio, Egidio Biffi) e su altri quali Leopoldo Pastori e mons. Aristide Pirovano.

Una menzione speciale merita il suo impegno per la causa di beatificazione dei suoi genitori, Rosetta Franzi (1902-1934) e Giovanni Gheddo (1900-1942), voluta nel 2006 dal vescovo di Vercelli mons. Enrico Masseroni. Dopo alcune difficoltà, fra cui il fatto che un figlio non può fare la causa di beatificazione per i suoi genitori, nel 2015 il nuovo arcivescovo di Vercelli, Marco Arnolfo ha rilanciato la causa nominando una nuova postulatrice, l’avv. Lia Lafronte. I libri di p. Gheddo sui suoi genitori, “Il testamento del capitano” con le lettere di papà Giovanni dalla guerra in Russia (San Paolo 2002) e “Questi santi genitori” (San Paolo 2005) sono divenuti un best-seller fra molte famiglie.

Dal 2014, p. Gheddo, avendo bisogno di cure quotidiane, si era trasferito nella Casa Ambrosiana della diocesi di Milano a Cesano Boscone. Da lì ha lavorato quasi fino alla fine, curando il suo blog e inviando spigolature e riflessioni sulla missione (v. quella pubblicata ieri su AsiaNews, sulla sua storica segretaria, suor Franca Nava).

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“Non ci indurre in tentazione”, Papa Benedetto XVI lo spiegò 10 anni fa…

Posté par atempodiblog le 10 décembre 2017

“Non ci indurre in tentazione”, Papa Benedetto XVI lo spiegò 10 anni fa…
di Cantuale Antonianum

“Non ci indurre in tentazione”, Papa Benedetto XVI lo spiegò 10 anni fa... dans Fede, morale e teologia Benedetto_XVI_e_Papa_Francesco

Per recenti parole di Papa Francesco si è riaccesa la bagarre di chi vuole cambiare anche il Padre Nostro, a proposito della “traduzione” (in realtà “un calco”) dell’espressione “non c’indurre in tentazione”.

Riproponiamo con l’occasione – a vantaggio degli smemorati cronici – le pagine del primo tomo del libro “Gesù di Nazaret” di Benedetto XVI che, ben 10 anni fa, spiegava per bene, senza semplificazioni televisive, i termini della questione:

E non c’indurre in tentazione

Le parole di questa domanda sono di scandalo per molti: Dio non ci induce certo in tentazione! Di fatto, san Giacomo afferma: «Nessuno, quando è tentato, dica: “Sono tentato da Dio”; perché Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male» (1,13).

 Ci aiuta a fare un passo avanti il ricordarci della parola del Vangelo: «Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo» (Mt 4,1). La tentazione viene dal diavolo, ma nel compito messianico di Gesù rientra il superare le grandi tentazioni che hanno allontanato e continuano ad allontanare gli uomini da Dio. Egli deve, come abbiamo visto, sperimentare su di sé queste tentazioni fino alla morte sulla croce e aprirci in questo modo la via della salvezza. Così, non solo dopo la morte, ma in essa e durante tutta la sua vita deve in certo qual modo «discendere negli inferi», nel luogo delle nostre tentazioni e sconfitte, per prenderci per mano e portarci verso l’alto. La Lettera agli Ebrei ha sottolineato in modo tutto particolare questo aspetto, mettendolo in risalto come parte essenziale del cammino di Gesù:

«Infatti, proprio per essere stato messo alla prova ed avere sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova» (2,18). «Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato Lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato» (4,15).

Uno sguardo al Libro di Giobbe, in cui sotto tanti aspetti si delinea già il mistero di Cristo, può fornirci ulteriori chiarimenti. Satana schernisce l’uomo per schernire in questo modo Dio: la sua creatura, che Egli ha formato a sua immagine, è una creatura miserevole. Quanto in essa sembra bene, è invece solo facciata.

In realtà all’uomo – a ogni uomo – interessa sempre e solo il proprio benessere. Questa è la diagnosi di Satana, che l’Apocalisse definisce «l’accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava davanti al nostro Dio giorno e notte» (Ap 12,10). La diffamazione dell’uomo e della creazione è in ultima istanza diffamazione di Dio, giustificazione del suo rifiuto.

Satana vuole dimostrare la sua tesi con Giobbe, il giusto: se solo gli venisse tolto tutto, allora egli lascerebbe presto perdere anche la sua religiosità. Così Dio concede a Satana la libertà di mettere alla prova Giobbe, anche se entro limiti ben definiti: Dio non lascia cadere l’uomo, ma permette che venga messo alla prova. Qui traspare già in modo sommesso e non ancora esplicito il mistero della vicarietà, che prende una forma grandiosa in Isaia 53: le sofferenze di Giobbe servono alla giustificazione dell’uomo. Mediante la sua  fede provata nella sofferenza, egli ristabilisce l’onore dell’uomo. Così le sofferenze di Giobbe sono anticipatamente sofferenze in comunione con Cristo, che ristabilisce l’onore di noi tutti al cospetto di Dio e ci indica la via per non perdere, neppure nell’oscurità più profonda, la fede in Dio.

Il Libro di Giobbe può anche esserci d’aiuto nel discernimento tra prova e tentazione. Per maturare, per trovare davvero sempre più la strada che da una religiosità di facciata conduce a una profonda unione con la volontà di Dio, l’uomo ha bisogno della prova. Come il succo dell’uva deve fermentare per divenire vino di qualità, così l’uomo ha bisogno di purificazioni, di trasformazioni che per lui sono pericolose, che possono provocarne la caduta, che però costituiscono le vie indispensabili per giungere a se stessi e a Dio. L’amore è sempre un processo di purificazioni, di rinunce, di trasformazioni dolorose di noi stessi e così una via di maturazione. Se Francesco Saverio poté pregare Dio dicendo: «Ti amo, non perché puoi donarmi il paradiso o l’inferno, ma semplicemente perché sei quello che sei – mio re e mio Dio», era stato certamente necessario un lungo percorso di purificazioni interiori per giungere a quest’ultima libertà – un percorso di maturazioni, in cui era in agguato la tentazione, il pericolo della caduta – e tuttavia un percorso necessario.

Così possiamo ora interpretare la sesta domanda del Padre nostro già in maniera un po’ più concreta. Con essa diciamo a Dio: «So che ho bisogno di prove affinché la mia natura si purifichi. Se tu decidi di sottopormi a queste prove, se – come nel caso di Giobbe – dai un po’ di mano libera al Maligno, allora pensa, per favore, alla misura limitata delle mie forze. Non credermi troppo capace. Non tracciare troppo ampi i confini entro i quali posso essere tentato, e siimi vicino con la tua mano protettrice quando la prova diventa troppo ardua per me». In questo senso san Cipriano ha interpretato la domanda. Dice: quando chiediamo «e non c’indurre in tentazione», esprimiamo la consapevolezza «che il nemico non può fare niente contro di noi se prima non gli è stato permesso da Dio; così che ogni nostro timore e devozione e culto si rivolgano a Dio, dal momento che nelle nostre tentazioni niente è lecito al Maligno, se non gliene vien data di là la facoltà» (De dom. or. 25).

E poi, ponderando il profilo psicologico della tentazione, egli spiega che ci possono essere due differenti motivi per cui Dio concede al Maligno un potere limitato. Può accadere come penitenza per noi, per smorzare la nostra superbia, affinché sperimentiamo di nuovo la povertà del nostro credere, sperare e amare e non presumiamo di essere grandi da noi: pensiamo al fariseo che racconta a Dio delle proprie opere e crede di non aver bisogno di alcuna grazia. Cipriano, purtroppo, non specifica poi il significato dell’altro tipo di prova: la tentazione che Dio ci impone ad gloriam - per la sua gloria. Ma in questo caso non dovremmo ricordarci che Dio ha messo un carico particolarmente gravoso di tentazioni sulle spalle delle persone a Lui particolarmente vicine, i grandi santi, da Antonio nel deserto fino a Teresa di Lisieux nel pio mondo del suo Carmelo? Tali persone stanno, per così dire, sulle orme di Giobbe come apologia dell’uomo, che è al contempo difesa di Dio. Ancor più: sono in modo del tutto particolare in comunione con Gesù Cristo, che ha sofferto fino in fondo le nostre tentazioni. Sono chiamate a superare, per così dire, nel proprio corpo, nella propria anima le tentazioni di un’epoca, a sostenerle per noi, anime comuni, e ad aiutarci nel passaggio verso Colui che ha preso su di sé il gravame di tutti noi.

Nella preghiera che esprimiamo con la sesta domanda del Padre nostro deve così essere racchiusa, da un lato, la disponibilità a prendere su di noi il peso della prova commisurata alle nostre forze; dall’altro, appunto, la domanda che Dio non ci addossi più di quanto siamo in grado di sopportare; che non ci lasci cadere dalle sue mani. Pronunciamo questa richiesta nella fiduciosa certezza per la quale san Paolo ci ha donato le parole: «Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla» (1Cor 10,13).

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Il Papa e la Madonna: dieci cose da sapere

Posté par atempodiblog le 9 décembre 2017

Il Papa e la Madonna: dieci cose da sapere
La devozione mariana accompagna il pontificato di Francesco sin dal suo esordio. Nel giorno del suo quinto atto di venerazione della statua dell’Immacolata in piazza di Spagna, ne ripercorriamo l’intensità e la profondità in dieci immagini.
di M. Michela Nicolais – Agenzia SIR

Il Papa e la Madonna: dieci cose da sapere dans Fatima Omaggio_all_Immacolata

Papa Francesco compie il suo quinto atto di venerazione davanti alla statua dell’Immacolata in piazza di Spagna, a Roma. La sua devozione mariana ha radici profonde: proviamo a ripercorrerla in dieci tappe.

Maria Immacolata. “Abbiamo bisogno delle tue mani immacolate, per accarezzare con tenerezza, per toccare la carne di Gesù nei fratelli poveri, malati, disprezzati, per rialzare chi è caduto e sostenere chi vacilla”. È un passo della preghiera pronunciata un anno fa, l’8 dicembre, in piazza di Spagna. All’omaggio all’Immacolata, appuntamento molto sentito dai romani, il Papa ha aggiunto la sua cifra personale visitando anche la basilica di Santa Maria Maggiore e l’icona della Salus Populi Romani, che Francesco venera anche prima della partenza per ogni viaggio apostolico e, quando possibile, anche al suo rientro. È lì, davanti al quadro della Madonna attribuito dalla tradizione a San Luca, che il Papa ha sostato il 14 marzo del 2013, il giorno dopo la sua elezione al soglio di Pietro.

La Madonna di Lujan. È stata nonna Rosa – personaggio largamente presente negli aneddoti della sua vita personale che il Papa cita spesso come esempio ai fedeli – ad introdurre il piccolo Jorge Mario Bergoglio all’amore per la Madonna. Da sacerdote e da vescovo, Francesco ha sempre celebrato i riti legati alle feste mariane. Da cardinale e arcivescovo, Bergoglio ha presieduto ogni 8 maggio le celebrazioni di Nostra Signora di Lujan, la Madonna più amata in Argentina. Nel suo stemma vescovile, cardinalizio e papale, figura in basso a sinistra una stella, simbolo della madre di Cristo e della Chiesa.

La Madonna che scioglie i nodi. Anche se devotissimo alle icone sudamericane della Vergine, è ad Augusta, in Germania, che Bergoglio ha scoperto l’immagine che avrebbe caratterizzato il suo culto mariano: la Madonna che scioglie i nodi. Nel 1986 vede un quadro, ex voto per la ricomposizione di un matrimonio in crisi, con Maria che schiaccia la testa al serpente mentre con le mani scioglie i nodi – simboli di unione coniugale – sorretta da due angeli. Nasce così la decisione di introdurre questa immagine in Argentina: nel 1996 ne incorona una riproduzione nella chiesa di San José del Talar a Buenos Aires.

Nostra Signora di Aparecida. Nel luglio 2013, in occasione del suo primo viaggio internazionale, incontrando l’episcopato brasiliano, la storia di Aparecida diventa la chiave di lettura per la missione della Chiesa. Dai tre pescatori che trovano l’immagine dell’Immacolata Concezione, secondo il Papa, si può imparare che “le reti della Chiesa sono fragili, forse rammendate; la barca della Chiesa non ha la potenza dei grandi transatlantici che varcano gli oceani. E tuttavia Dio vuole manifestarsi proprio attraverso i nostri mezzi, mezzi poveri”, come quelli della gente semplice.

La Madonna di Lourdes. Ai fedeli raccolti nei giardini vaticani per la recita del Rosario, a conclusione del mese di maggio, Papa Francesco ha suggerito un nuovo titolo con il quale rivolgersi alla Madonna. “Vergine della Prontezza”, l’ha chiamata il 30 ottobre 2014, raccogliendosi in preghiera davanti all’edicola votiva che riproduce il luogo dell’apparizione della Vergine a Lourdes. Il riferimento è il mettersi in cammino “in fretta” di Maria per far visita alla cugina Elisabetta: “Non ha perso tempo, è andata subito a servire”.

La Vergine del Rosario. In un tweet di qualche tempo fa, Francesco aveva confessato: “Il Rosario è la preghiera che accompagna sempre la mia vita; è anche la preghiera dei semplici e dei santi, è la preghiera del mio cuore”. Per il Papa, il Rosario è anche “una sintesi della Divina misericordia”, come ha spiegato al termine dell’anno giubilare. A tutte le persone che incontra, nelle udienze pubbliche e private, il Papa regala una corona del Rosario e alla preghiera del Rosario Francesco invita spesso i giovani. Contenevano un Rosario anche le “misericordine” fatte distribuire in piazza San Pietro nel novembre 2013, per una medicina che fa bene al cuore.

La Madonna di Guadalupe. “Il mio desiderio più intimo è fermarmi davanti alla Madonna di Guadalupe”. Francesco lo aveva confessato già sul volo di andata per l’Avana, in occasione del suo viaggio a Cuba e in Messico. Una volta entrato nel Santuario dedicato alla Vergine meticcia, il Papa ha sostato davanti alla sua immagine venti minuti in preghiera, da solo, prima della Messa.

La Madonna delle Lacrime. È il 5 maggio 2016, il giorno della Veglia per asciugare le lacrime, novità assoluta del calendario giubilare. Per l’occasione, a San Pietro, viene esposto il reliquiario della Madonna delle lacrime di Siracusa. Maria, assicura il Papa, “con il suo manto asciuga le nostre lacrime” e “ci accompagna nel cammino della speranza”.

La Madonna di Fatima. Circa dieci minuti, in piedi, in silenzio davanti alla statua della “Signora”. È una delle istantanee più commoventi del viaggio del Papa a Fatima, per proclamare santi i primi bambini non martiri della storia della Chiesa. La devozione per la Madonna di Fatima risale, del resto, all’inizio del ministero petrino di Francesco: al termine della Messa in occasione della Giornata mariana, il 13 ottobre 2013, il Papa ha affidato il suo pontificato alla Madonna di Fatima.

Madre della speranza. Se c’è un’immagine ricorrente nel pontificato di Francesco, e declinata con gli accenti della tenerezza, è quella di Maria “madre della speranza”, come l’ha definita nell’udienza del 10 maggio scorso. Il suo è un “istinto di madre che semplicemente soffre, ogni volta che c’è un figlio che attraversa una passione”. “Non siamo orfani: abbiamo una madre in cielo”, che “ci insegna la virtù dell’attesa, anche quando tutto sembra privo di senso”.

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Medjugorje, è stato autorizzato il culto ufficiale! Parla l’inviato del Papa

Posté par atempodiblog le 8 décembre 2017

Medjugorje, è stato autorizzato il culto ufficiale! Parla l’inviato del Papa
Jesús Colina/Aleteia Francia – Aleteia

Medjugorje, è stato autorizzato il culto ufficiale! Parla l’inviato del Papa dans Apparizioni mariane e santuari Medjugorje

Intervista esclusiva con l’inviato del Papa al santuario mariano

“Il culto di Medjugorje è autorizzato. Non è proibito e non deve svolgersi di soppiatto. La mia missione consiste precisamente nell’analizzare la situazione pastorale e nel proporre delle migliorie”, afferma mons. Henryk Hoser, arcivescovo di Varsavia-Praga in Polonia, inviato speciale di Papa Francesco per la pastorale del santuario di Medjugorje, in Bosnia-Herzegovina, luogo di presunte apparizioni mariane che dal 1981 attira milioni di persone.

“Da oggi, le diocesi e altre istituzioni possono organizzare pellegrinaggi ufficiali. Non ci sono più problemi”, continua l’arcivescovo in un’intervista accordata ad Aleteia nella sua residenza situata in un quartiere di Varsavia.

«Papa Francesco ha recentemente chiesto a un cardinale albanese di dare la sua benedizione ai fedeli presenti a Medjugorie», spiega.

Sono pieno d’ammirazione per il lavoro che i Francescani compiono laggiù. Con un’équipe relativamente ristretta – sono una dozzina – fanno un enorme lavoro di accoglienza dei pellegrini. Tutte le estati organizzano un festival dei giovani. Quest’anno ci sono stati 50mila giovani da tutto il mondo, con più di 700 preti.

Le confessioni sono massive. Hanno una cinquantina di confessionali, che non bastano. Sono confessioni molto profonde.

Questo è un fenomeno. E ciò che conferma l’autenticità del luogo è la grande quantità di istituzioni caritative che esistono attorno al santuario. E un’altra dimensione ancora: il grande sforzo che viene svolto a livello di formazione cristiana. Ogni anno organizzano congressi a più livelli, per pubblici differenti (preti, medici, genitori, giovani, coppie…)

Il decreto della precedente Conferenza Episcopale della Yugoslavia di un tempo, che prima della guerra dei Balcani sconsigliava che i vescovi organizzassero pellegrinaggi a Medjugorie, non è più in atto.

Ci sono altri casi di luoghi di apparizioni, come Kibeho, in Rwanda, dove il vescovo diocesano ha accordato il culto, da principio, e in seguito ha proseguito l’analisi per il riconoscimento delle apparizioni.

Oggi il culto di Medjugorie si estende a 80 paesi: costituisce una rete enorme.

L’arcivescovo ha rivelato che la Commissione per l’analisi delle apparizioni di Medjugorje, che Benedetto XVI aveva affidato al cardinal Camillo Ruini, avrebbe dato parere favorevole:

Ciò che trovo toccante è che tutti i veggenti si siano orientati verso la vita di famiglia. Nell’epoca in cui viviamo, la famiglia ha un’importanza enorme. Tutti vivono in famiglia. Quelle che erano adolescenti all’epoca sono già nonne: 37 anni sono volati via!

«Ma questa decisione dovrà essere presa dal Papa. Il dossier si trova ora negli uffici della Segreteria di Stato. Credo che a breve la decisione finale sarà presa», ha concluso mons. Hoser.

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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Confessori, un ministero che “non fa rumore ma fa miracoliˮ

Posté par atempodiblog le 5 décembre 2017

Confessori, un ministero che “non fa rumore ma fa miracoliˮ
La lettera del cardinale Piacenza ai penitenzieri delle Basiliche papali e a tutti i sacerdoti che confessano: la vostra «è un’opera realmente al servizio dell’ecologia dell’uomo»
di Andrea Tornielli – La Stampa

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«Il vostro ministero, cari amici confessori, non fa rumore ma fa miracoli! Nessuno nota ma Dio vede, ed è questo che conta!». Lo scrive il cardinale Mauro Piacenza, Penitenziere maggiore, nella lettera inviata in occasione dell’inizio dell’Avvento ai penitenzieri delle Basiliche papali e a tutti i confessori.

«Mentre procediamo verso la mangiatoia di Betlemme – scrive il cardinale – prepariamo il cuore alla venuta del Dio-Uomo, che continuamente “viene” nel tempo della Chiesa, per liberarci con la sua misericordia, e che verrà alla fine dei tempi, nello splendore della verità, per giudicare gli uomini secondo la loro fede operante nella carità».

«Questo “giudizio finale” – aggiunge Piacenza nella lettera – appare sempre più estraneo ad una cultura contemporanea dominata dalla “dittatura dell’istante” e sempre meno disponibile, se non apertamente ostile, nei confronti del trascendente. Eppure, noi confessori siamo testimoni privilegiati di come tale giudizio ultimo venga, in realtà, mirabilmente anticipato ogni giorno, per la salvezza di tutti gli uomini, attraverso il sacramento della misericordia».

Chi «esercita con fedeltà il ministero della riconciliazione» ha la «grazia immensa» di «potersi offrire al Dio-Uomo per la salvezza di ogni fratello, chinandosi teneramente sull’umana povertà, raggiungendo quella periferia del peccato nella quale Uno soltanto ha la forza di addentrarsi, e vedendo ciascuno risollevato dalla spirituale indigenza ed immediatamente arricchito di ciò che abbiamo più caro nel cristianesimo: Cristo stesso!».

Quella del confessore, infatti, nota ancora il cardinale, «è un’opera realmente al servizio della tanto invocata “ecologia dell’uomo”» citata dal Papa nell’enciclica Laudato si’ dalla quale «trae un invisibile, ma efficacissimo beneficio l’intera umana società. Il vostro ministero, cari amici confessori, non fa rumore ma fa miracoli! Nessuno nota ma Dio vede, ed è questo che conta!».

«Riservate sempre un ruolo privilegiato – conclude Piacenza – al servizio silenzioso, e umanamente non sempre gratificante, della confessione. Fra l’altro mi permetto di ricordare che, col sacramento della penitenza, non solo cancellate i peccati, ma dovete avviare i penitenti sulla via della santità, esercitando su di essi, in una forma convincente, un vero e proprio insegnamento, un ministero di guida e di accompagnamento».

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Giappone, 30mila morti di solitudine. Le ditte di pulizia per chiudere le vite

Posté par atempodiblog le 2 décembre 2017

Giappone, 30mila morti di solitudine. Le ditte di pulizia per chiudere le vite
Il Kodokushi colpisce gli anziani, rimasti senza parenti o amici. Il decesso per mancanza di cibo, di freddo o di malattia. Il 20% della popolazione è sopra ai 65 anni.
di Monica Ricci Sargentini – Corriere della Sera

Giappone, 30mila morti di solitudine. Le ditte di pulizia per chiudere le vite dans Articoli di Giornali e News Giappone_i_morti_di_solitudine

In Giappone nessuno ne vuole parlare ma sta diventando sempre più difficile ignorare il fenomeno del Kodokushi, la morte per solitudine che, secondo gli esperti, colpisce 30mila persone all’anno, anche se il ministero della Salute parla di 3.700 decessi nel 2013. Il fenomeno riguarda le persone anziane, il 20% della popolazione, che rimangono sole, senza parenti, amici o conoscenti e si lasciano andare piano piano in un’inedia che alla fine li uccide.

La scoperta del cadavere
È il caso di Haruki Watanabe, raccontato dalla Bbc, che è stato trovato cadavere dal padrone di casa in un sobborgo di Osaka. L’uomo era ormai in decomposizione, la casa puzzolente, piena di resti di cibo avariato. Haruki aveva solo 60 anni e non era povero ma non aveva né amici, né lavoro, né moglie o parenti. O meglio l’unico figlio non voleva più sapere nulla di lui. Così per tre mesi nessuno ha scoperto il cadavere. Se non fosse stato per il padrone di casa, esasperato dagli affitti non pervenuti, chissà quando qualcuno si sarebbe accorto della sua dipartita.

Lo sgombero delle case
Il fenomeno è così diffuso in Giappone che sono nate ditte di pulizia specializzate nella chiusura e disinfestazione degli appartamenti. Una di queste è Risk Benefit, fondata e diretta Toru Koremura, un ex broker che ha voluto cambiare vita per onorare gli anziani. La sua ditta riceve 60 richieste al mese con picchi di 10 al giorno in estate quando la decomposizione è più veloce. I costi vanno dai mille ai tremila dollari. Il lavoro non è semplice. Prima di tutto va utilizzato il disinfettante giusto perché «ci sono 40mila diversi cattivi odori nel mondo e scegliere il prodotto adatto è molto difficile». Poi c’è la raccolta degli effetti personali e degli oggetti di valore che, se non c’è famiglia, vanno al padrone di casa. Nella case si può trovare di tutto da soldi nascosti nei posti più impensabili a gatti mummificati. Koremura racconta che di Kodokushi muoiono più maschi che femmine: «Il 90% dei casi riguarda uomini. Le donne sembrano più capaci di integrarsi nella comunità» dice alla Bbc.

Anziani dispersi
In Giappone la struttura di famiglia tradizionale sta collassando. Secondo Yasuyuki Fukuhawa, psicologo alla Waseda University di Tokio, la popolazione anziana è così tanta da andare al di là «delle capacità di cura familiare». Le case di riposo costano troppo e così i vecchi si ritirano nella loro solitudine. Recentemente i burocrati giapponesi hanno ammesso di aver perso le tracce di 250mila persone che sarebbero centenarie. Ha fatto scalpore nel 2010 il caso di Sogen Kato, dichiarato a 111 anni l’uomo più vecchio del Giappone ma che invece era morto da 30 anni senza che nessuno se ne fosse accorto.

I giovani reclusi
Non è un Paese per anziani ma nemmeno per giovani. Si chiamano Hikikomori i giovani che si chiudono in casa e non escono più. Secondo il governo sono 700mila. Molti alla fine si suicidano.

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“Natale non è solo dei cristiani. In ballo c’è la nostra civiltà”

Posté par atempodiblog le 1 décembre 2017

“Natale non è solo dei cristiani. In ballo c’è la nostra civiltà”
Il filosofo: «L’indifferenza avvolge cattolici e laici, non hanno presente il significato sconvolgente della festa»
di Stefano Zurlo – Il Giornale

“Natale non è solo dei cristiani. In ballo c'è la nostra civiltà” dans Articoli di Giornali e News Massimo_Cacciari

Il Natale. Massimo Cacciari è un crescendo stizzito, quasi una filastrocca di imprecazioni: «Il Natale dei panettoni, il Natale delle pubblicità, il Natale dei soldi. Il Natale oggi è una festina». E nel dirlo si avverte la smorfia di disgusto.

La cronaca è un susseguirsi di episodi mortificanti: la scuola che abolisce il presepe nel segno del politicamente corretto, il parroco che ha paura di celebrare la messa di mezzanotte, la comunità che rinuncia ai canti tradizionali per non urtare l’altrui sensibilità. Il filosofo si spazientisce di nuovo, poi taglia corto come una ghigliottina: «Sono i cristiani i primi ad aver abolito il Natale».

Professore, vuole provocare?
«No, la verità è che l’indifferenza regna sovrana e avvolge un po’ tutti: i laici e i cattolici».

D’accordo, c’è un Natale dei pacchi e dei regali e poi?
«E poi, io che non sono credente mi interrogo: c’è un simbolo che ha dato un contributo straordinario alla nostra storia, alla nostra civiltà, alla nostra sensibilità».

Che cosa è per lei il cristianesimo?
«Il cristianesimo è una parte fondamentale del mio percorso, della mia vicenda, è qualcosa con cui mi confronto tutti i giorni».

Perché laici e cattolici oggi balbettano davanti all’evento che tagliato in due la storia?
«Perché non riflettono, perché non fanno memoria di questa storia così sconvolgente».

Dio che si fa uomo.
«Capisce? Non Dio che stabilisce una relazione con gli uomini, ma Dio che viene sulla terra attraverso Cristo. Vertiginoso».

Forse per lei e pochi altri.
«Appunto. La nostra società è anestetizzata, il Natale è diventato una favoletta, una specie di raccontino edificante che spegne le inquietudini».

Insomma non si difende più il Natale, come ha scritto sul «Giornale» Alessandro Sallusti, perché non si sa più cosa è il Natale?
«Esatto. Se posso generalizzare, e so che da qualche parte ci sono le eccezioni, il laico non si lascia scalfire da questo scandalo; l’insegnante di religione non trasmette più la forza di questa storia, ma se la cava con una spruzzata di educazione civica e il prete, spesso e volentieri, declama prediche, comode comode e rassicuranti, che sono un invito all’ateismo».

Un disastro.
«Si è perso l’abc. La prima distinzione non è fra laico e cattolico, ma fra pensante e non pensante. Se uno pensa, come pensava il cardinal Martini, allora si interroga e se si interroga prima o poi viene affascinato dal cristianesimo, dal Dio che si fa uomo scandalizzando gli ebrei e l’Islam».

Siamo alle prese con uno scontro di civiltà?
«Ma che scontro. Anche dalle loro parti si è persa la portata profonda del fatto religioso. Viviamo in un mondo che dimentica la dimensione spirituale».

Da dove può partire il dialogo con le altre religioni?
«Il dialogo parte dalla consapevolezza, ma se consapevolezza non c’è, allora prepariamoci al peggio. E infatti i cristiani sono, e so che da qualche parte c’è sempre un resto d’Israele, servi sciocchi del nostro tempo».

Insomma, che cosa manca?
«Manca il brivido davanti a una vicenda cosi grande, incommensurabile. Io vedo nei musei le scolaresche che sostano davanti ai quadri con soggetto religioso».

Ce l’ha pure con i liceali?
«No, ce l’ho con i loro professori e non solo con loro. Questi giovani ricevono nozioni di natura estetica, ma poi se ti avvicini e chiedi loro: chi è quel santo? È il Battista? È Paolo? È Giovanni? Ti guardano con occhi sbarrati, non sanno nulla, sono smemorati come il nostro tempo».

Cacciari, ma lei è sicuro di non credere?
«Il filosofo non può credere».

Questo, con rispetto, lo afferma lei.
«Il filosofo non può accettare la lezione cristiana, però è inquieto e riflette».

Dunque lei prega?
«La ricerca a un certo punto si avvicina alla preghiera. Certo, il fedele è convinto che la sua preghiera sia ascoltata, il filosofo prega il nulla. Però resta stupefatto davanti al mistero. E lo assorbe, come ho fatto nel mio ultimo libro su Maria: Generare Dio. Pensi, una ragazzetta che è madre di Dio. Da non credere, anche per chi ci crede».

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Natale, dal Marocco una lezione ai laicisti italiani

Posté par atempodiblog le 30 novembre 2017

Natale, dal Marocco una lezione ai laicisti italiani
di Souad Sbai – La nuova Bussola Quotidiana

Natale, dal Marocco una lezione ai laicisti italiani dans Articoli di Giornali e News marocco-3

Dove non arriva la forza delle parole, di sicuro arriva quella delle immagini. Non per chi è libero e non ha bisogno del politicamente corretto per orientarsi nella vita, ma di sicuro per chi di questo aberrante concetto fa abuso. Succede che alcune istantanee di un mio breve soggiorno in Marocco, Paese per chi non lo sapesse a maggioranza islamica, facciano il giro dei social e solo perché dietro di me ci sono degli alberi di Natale, strade addobbate e aria di festa.

Lo ripeto e lo riscrivo: Marocco. Non passa un minuto dopo la pubblicazione delle foto sui miei profili social che il paradosso appare in tutta la sua gigantesca portata: qui in Italia nelle scuole si vietano presepe e canti di Natale, a Rabat come a Casablanca il Natale non solo si mostra ma addirittura ti acceca.

Ogni Natale, e in questo purtroppo so di non dire una cosa nuova, si sentono i servi del pensiero unico dire che sarebbe ora di abolire ogni festa religiosa dalle scuole, che se si festeggia il Natale qualche bimbo si sentirebbe umiliato perché la sua religione verrebbe ad essere, per così dire, offesa. E leggo, anche su ‘autorevolissimi’ giornali che si vantano di combattere le fake news del web ma ne sfornano almeno altrettante, che è arrivato il momento di laicizzare tutto, di essere “neutri” rispetto alla religione. Buonismo delirante all’ennesima potenza, che è esso stesso un paradosso prima ancora del modo con cui tratta certi temi.

Ora faccio una domanda e sfido chiunque stia leggendo questa mia riflessione a tirare fuori un nome: al netto di pagliacci, pagine fake e fenomeni da baraccone, avete mai sentito una persona di religione islamica (che sa di cosa si parli) chiedere l’abolizione dei canti di Natale? Ecco, rispondere a questa domanda ci porta diretti alla fonte del paradosso vergognoso a cui assistiamo: e cioé che sono solo i buonisti italiani a chiedere che questo accada. Perché i bimbi, di qualsiasi religione siano, non chiedono laicismo ma solo di giocare con i propri compagni e comprendere la realtà attorno a loro.
Perché l’estremismo, questo lo ripeto da anni, ha fatto più breccia (con mezzi e risorse che conosciamo) nella mente di una certa elite salottiera, che si fa paladina di diritti che nemmeno i presunti destinatari hanno mai richiesto.

Gli alberi di Natale pieni di luci e di palline colorate in Marocco sono l’esempio più lampante della clamorosa mistificazione che questi signori chiamano rispetto politicamente corretto del multiculturalismo. E tutto questo, ovviamente, sulla pelle di chi non può difendersi e non può replicare, come i bambini. Lo ripeto, di qualsiasi etnia o religione siano. Che vengono strumentalizzati senza vergogna per l’ossequio al pensiero unico che strappa via radici e distrugge, questo sì, ogni diritto. La potenza delle immagini, di ciò che non si può confutare ad arte: la verità.

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Un libro per immunizzarsi dalla calunnia anti-cristiana

Posté par atempodiblog le 28 novembre 2017

Un libro per immunizzarsi dalla calunnia anti-cristiana
di Anna Bono – La nuova Bussola Quotidiana

Un libro per immunizzarsi dalla calunnia anti-cristiana dans Articoli di Giornali e News Indagine_sul_Cristianesimo._Come_si_costruito_il_meglio_della

Natale si avvicina e gli attacchi ai cristiani si intensificano, ormai in gran parte del mondo. Nei paesi in cui sono una minoranza, le aggressioni e le  intimidazioni si fanno più frequenti, aumenta il rischio di attentati nelle chiese durante le cerimonie religiose. In quelli di tradizione cristiana si moltiplicano gli atti di intolleranza nei confronti dei simboli, dei riti, delle celebrazioni che da sempre preparano e accompagnano le feste natalizie: presepi, recite, canti. A Udine ad esempio, quest’anno, la proposta di alcuni cittadini di donare a Borgo Stazione un presepe ha suscitato la reazione indignata di un consigliere comunale. Ecco la motivazione del rifiuto: “perchè è un simbolo che richiama la tradizione esclusivamente cattolica di cui io non mi sento parte. Ci sono altri simboli molto più inclusivi che rappresentano tutti e tutte. Questa invece è una proposta fatta per andare contro qualcosa e qualcuno, una proposta per creare conflitto”.

Escludere i simboli cristiani come se fosse una prepotenza, una provocazione mostrarli è il primo atto di intolleranza. Poi si passa a sradicare la religione cristiana, eliminando dalla vita quotidiana gli atti pubblici di devozione: è l’intenzione di disposizioni come quella del dirigente scolastico che a Palermo ha proibito nel proprio istituto la recita delle preghiere e ha ordinato la rimozione di statue e immagini religiose. L’ulteriore livello di intolleranza, che prelude alla persecuzione vera e propria, lo raggiunge chi non si limita a ignorare il ruolo svolto dalla religione cristiana attraverso i secoli, ma accusa i cristiani, in Italia i cattolici, di aver reso il mondo peggiore e, se questa accusa non regge, imputa loro almeno la colpa di non aver combattuto per un mondo più giusto e libero.

Si riversano sui cristiani disprezzo e risentimento per aver impedito – così si sostiene – il progresso scientifico, aver umiliato le donne, ammesso la schiavitù e anzi aver partecipato alla tratta degli schiavi, torturato e bruciato milioni di streghe, combattuto religioni e popoli inermi in  nome di Dio con le Crociate, giustificato le stragi degli indigeni, a milioni, in Africa e nelle Americhe.

Spesso i fedeli subiscono queste accuse senza replicare, credendole almeno in parte se non del tutto giustificate, provando a scusare il comportamento della Chiesa e dei cristiani con il fatto che erano altri tempi, che il clima culturale era diverso…

Succede perchè i nemici del cristianesimo hanno falsato la storia nel corso dei secoli, mentendo senza scrupoli e sommergendo di calunnie i fatti. La verità riaffiora tuttavia, grazie al lavoro degli storici fedeli alla loro missione di studiosi, che recuperano dati, testimonianze, documenti. Si deve a loro se i cristiani oggi sono in grado di opporre argomenti fondati a chi diffama il cristianesimo. Non approfittare del loro contributo non solo priva i cristiani della possibilità di difendere la loro religione, ma impedisce loro di capire fino in fondo che cosa ha significato per l’umanità, tutta, l’avvento del Cristianesimo.

Lo storico Francesco Agnoli nel suo libro Indagine sul Cristianesimo. Come si è costruito il meglio della civiltà (La fontana di Siloe, 2014) propone per capirlo un mezzo efficace e tutto sommato semplice: il confronto tra il mondo prima e dopo il Cristianesimo e tra la civiltà che dal Cristianesimo è stata forgiata, quella occidentale, e il mondo oltre i suoi confini, là dove il Cristianesimo non è penetrato portando la propria rivoluzione antropologica, sociale, politica, economica e culturale.

Si scopre così – spiega Agnoli -  che l’Incarnazione di Cristo non è stato un evento straordinario solo per chi vi crede, ma ha avuto ripercussioni sulla vita dei popoli e degli individui in generale. Il cristianesimo infatti ha liberato l’uomo antico dalle superstizioni e dalle paure che lo immobilizzavano; ha introdutto l’idea di libertà e di eguaglianza; ha cambiato il modo di guardare gli schiavi, le donne, i bambini, i malati”. Contrariamente a quanto molti affermano, “la nuova religione ha favorito la nascita della scuola e dell’università, la diffusione degli ospedali e l’affermarsi della scienza moderna, proponendo un umanesimo pieno e universale, fatto di solidarietà, compassione e dialogo”.

Preziosi nel libro sono i capitoli che illustrano la posizione assunta dal cristianesimo nei confronti degli schiavi, appunto, delle donne e delle altre categorie sociali ritenute e trattate da inferiori, come le abbia difese e protette, quanto si sia battuto per loro, per dotarli di pari dignità. Più ancora lo sono le pagine in cui l’autore descrive il Cristianesimo smentendo la rappresentazione oppressiva che se ne vuole dare: religione della libertà – “liberi tutti gli uomini perché figli di Dio – e del sì – alla volontà del Padre, alla vita, all’amore e alla fiducia nel prossimo – in contrasto con una dominante “cultura del no alla vita”, che vanta come conquiste di libertà l’aborto, il divorzio, la droga, l’eutanasia.

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