La Pasqua spiegata da Pinocchio

Posté par atempodiblog le 3 avril 2018

La Pasqua spiegata da Pinocchio
Che qualcuno ci venga a prendere è il grande miracolo della vita. Il mistero della Resurrezione attraverso una pagina del libro di Franco Nembrini dedicato al burattino di Collodi
Redazione Tempi.it

La Pasqua spiegata da Pinocchio dans Articoli di Giornali e News Pinocchio

Tutti conoscono Pinocchio, uno dei libri più popolari della storia, ma non tutti si sono resi conto che Collodi ha scritto una delle più belle parabole della condizione umana. In L’avventura di Pinocchio. Rileggere Collodi e scoprire che parla della vita di tutti (ed. Centocanti, 192 pagine) Franco Nembrini prende molto sul serio un’intuizione del cardinal Giacomo Biffi per rileggere l’avventura del celebre burattino, mostrando, passo dopo passo, come questa riproponga il dramma della vita, così come lo presenta la tradizione cristiana: la paternità, la fuga da casa, la libertà ferita, l’incontro con una possibile salvezza, la morte e la resurrezione. Pochi sanno infatti che verso la fine del 1880, Collodi mandò al suo amico Fernandino Martini, redattore capo di un giornale per ragazzi, un pacco di manoscritti che definì «una bambinata» e accompagnò da una missiva, «fanne quello che ti pare; ma, se la stampi, pagamela bene, per farmi venire voglia di seguitarla». Il 7 luglio 1881 sul Giornale per i bambini uscì la prima puntata della Storia di un burattino, il 27 ottobre l’ottava, che si concludeva con la morte di Pinocchio.

Nelle intenzioni di Collodi Pinocchio era infatti morto davvero, la storia era finita, e invece la redazione del giornale venne subissata di lettere di protesta inviate da bambini di tutta Italia che rivolevano il loro eroe. Martini rintracciò Collodi: «Guarda che la storia deve andare avanti!», «Come, andare avanti?. È morto! Come faccio?». «E tu fallo risorgere!». E Collodi, racconta Nembrini, lo fece risorgere. Ecco uno dei passi più belli del libro, nel cui ultimo capitolo è raccontata l’avventura della salvezza, l’avvenimento della salvezza. Che avviene nel fondo degli inferi, nell’oscurità assoluta del ventre del Pesce-cane, dove Pinocchio trova un compagno di sventura, un Tonno.

Riportiamo di seguito un passo del libro di Nembrini, che inizia con una citazione di Collodi.

«- Ed ora, che cosa dobbiamo fare qui al buio?…
– Rassegnarsi e aspettare che il Pesce-cane ci abbia digeriti tutt’e due!…
Ma io non voglio esser digerito! – urlò Pinocchio, ricominciando a piangere.
– Neppure io vorrei esser digerito, – soggiunse il Tonno – ma io sono abbastanza filosofo e mi consolo pensando che, quando si nasce Tonni, c’è più dignità a morir sott’acqua che sott’olio!…
– Scioccherie! – gridò Pinocchio.
– La mia è un’opinione – replicò il Tonno – e le opinioni, come dicono i Tonni politici, vanno rispettate!
 Insomma… io voglio andarmene di qui… io voglio fuggire…
– Fuggi, se ti riesce!…

Il Tonno è un cinico, un disilluso, un rassegnato. Un uomo di oggi, per il quale «i fatti non esistono, esistono solo interpretazioni», e tutte le opinioni sono equivalenti; forse un accenno di autoritratto di Collodi, con quel riferimento ai «Tonni politici», alla speranza che lo ha deluso…

Nel tempo che faceva questa conversazione al buio, parve a Pinocchio di vedere, lontano lontano, una specie di chiarore.
 Che cosa sarà mai quel lumicino lontano lontano? – disse Pinocchio.
– Sarà qualche nostro compagno di sventura, che aspetterà, come noi, il momento di esser digerito!…
– Voglio andare a trovarlo. Non potrebbe darsi il caso che fosse qualche vecchio pesce capace di insegnarmi la strada per fuggire?

In qualsiasi circostanza, anche la più dura, la più cattiva, quella che senti più estranea, più nemica di te, quello sguardo, quel tenerti d’occhio di Dio fa in modo che sempre un lumicino da qualche parte ci sia. Il Tonno, cinico, alza le spalle, non si aspetta più niente. Pinocchio invece di quel lumino si fida. Sai mai che là dove vedo la luce possa incontrare qualcuno capace di insegnarmi la strada, che quest’ombra che non so nemmeno distinguere – come il Virgilio di Dante, «qual che tu sii, od ombra od omo certo!» – sia proprio la guida venuta a prendermi per insegnarmi la strada?
Non importa se il Tonno lo avvisa che il Pesce-cane «è lungo più di un chilometro, senza contare la coda», che è come dire: “Non farti illusioni, è troppo lontano, non ci arriverai mai”. Pinocchio ha imparato ad avere il coraggio di guardare la realtà per quello che è, per i segni positivi che manda, attraverso i quali attrae e sollecita in qualche modo la libertà; perciò decide, fidandosi di un segnale così tenue, di percorrere il corpo del Pesce-cane per andare a vedere. Ed è per questo coraggio, per questa libera decisione di andare a vedere che l’ultima parola non sarà la morte, non sarà la vittoria del male, ma del bene. L’ultima parola della vita dell’uomo, così come della vicenda di Pinocchio, sarà la parola misericordia. Perché questi ultimi capitoli sono le pagine in cui la natura di Dio, e perciò in qualche modo anche la nostra, perché partecipiamo della natura di Dio, si svela come misericordia.

Pinocchio appena che ebbe detto addio al suo buon amico Tonno, si mosse brancolando in mezzo a quel bujo, e camminando a tastoni dentro il corpo del Pesce-cane, si avviò un passo dietro l’altro verso quel piccolo chiarore che vedeva baluginare lontano lontano. E nel camminare sentì che i suoi piedi sguazzavano in una pozzanghera d’acqua grassa e sdrucciolona.

Non è magari un’autostrada, il cammino sarà anche faticoso, ma bisogna guardare là. Viene in mente il finale del bellissimo film Le ali della libertà,quando il protagonista riesce a fuggire dal carcere strisciando nel condotto di una fogna: la strada può essere ripugnante, ma vale la pena farla.

E più andava avanti, e più il chiarore si faceva rilucente e distinto: finché, cammina cammina, alla fine arrivò: e quando fu arrivato… che cosa trovò? Ve lo do a indovinare in mille: trovò una piccola tavola apparecchiata, con sopra una candela accesa infilata in una bottiglia di cristallo verde, e seduto a tavola un vecchiettino tutto bianco, come se fosse di neve o di panna montata, il quale se ne stava lì biascicando alcuni pesciolini vivi, ma tanto vivi, che alle volte mentre li mangiava, gli scappavano perfino di bocca.
A quella vista il povero Pinocchio ebbe un’allegrezza così grande e così inaspettata, che ci mancò un ette non cadesse in delirio. Voleva ridere, voleva piangere, voleva dire un monte di cose; e invece mugolava confusamente e balbettava delle parole tronche e sconclusionate. Finalmente gli riuscì di cacciar fuori un grido di gioja, e spalancando le braccia e gettandosi al collo del vecchietto, cominciò a urlare:
– Oh! babbino mio! finalmente vi ho ritrovato! Ora poi non vi lascio più, mai più, mai più!

In fondo all’inferno, in fondo al nostro male, Dio ci viene a prendere. Viene in mente veramente la notte di Pasqua, il buio orrendo del venerdì santo e del sabato santo, la morte di Dio, il punto più fosco, più terribile della storia dell’umanità; ma da lì la Chiesa quella notte fa gridare: «Felice colpa, che ci ha meritato un così grande Redentore!». Che nel momento in cui noi siamo più lontani dal nostro bene qualcuno ci venga a prendere è il grande miracolo della vita. (…) E Pinocchio giustamente esulta perché è tornato a casa. Tornare alla casa del padre, tornare a consistere del rapporto che ti fa essere: questa è la salvezza. Capiamo allora l’entusiasmo di Pinocchio; ma più sconvolgente e più straordinaria ancora è la battuta successiva:

– Dunque gli occhi mi dicono il vero? – replicò il vecchietto, stropicciandosi gli occhi – Dunque tu se’ proprio il mi’ caro Pinocchio?
 Sì, sì, sono io, proprio io! E voi mi avete digià perdonato, non è vero?

La sintesi di tutto il bisogno che abbiamo, di tutta la domanda con cui ci alziamo al mattino, è: c’è qualcuno che può perdonarmi? C’è qualcuno che darebbe la vita per me adesso senza chiedermi di cambiare? E se Dio si mostra come Dio, si mostra per questo. Il sospetto di avere incrociato in qualche modo il Padreterno, il sospetto che questo avvenimento che hai davanti agli occhi abbia a che fare con Dio, viene quando senti la misericordia operante, quando ti senti guardato in quel modo. Perché quest’opera, il perdono, la fa solo Dio, e chi vive come Lui».

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L’educazione è prima di tutto una testimonianza

Posté par atempodiblog le 6 mars 2018

L’educazione è prima di tutto una testimonianza
di Franco Nembrini, Figli liberi di padri liberi – Breve stralcio tratto dall’intervento di apertura alla “Scuola popolare”

L'educazione è prima di tutto una testimonianza dans Citazioni, frasi e pensieri Franco_Nembrini

Se vedrò mio padre in paradiso (lui è su, io non sono sicuro di andarci), lo ringrazierò per l’eternità perché si è occupato della sua santità, non della mia. Perché mio padre aveva questo genio, come mia madre, ma come tanti dei nostri genitori, perché descrivendo i miei genitori penso che riconosciate un po’ anche i vostri. Mio padre aveva questo genio educativo.

Faccio riferimento a due esempi e a una citazione tratta dalla Bibbia per spiegare cos’è l’educazione come testimonianza.

Primo esempio. Quando eravamo piccolini, vivevamo in un appartamento di sessantadue metri quadrati, con una cucina dove c’era un tavolo di un metro quadrato che era una specie di altoforno a ciclo continuo, perché (per fortuna) gli orari erano diversi tra asilo, elementari e medie, per cui prima mangiavano quattro, poi altri quattro, poi altri quattro, e quando gli ultimi avevano finito i primi cominciavano a far merenda, a ritmo continuo. C’era la stanza dei maschietti (sei), la stanza delle femminucce (tre) e il piccolino nel lettone. La stanza dei maschietti comprendeva due letti a tre piani, la mamma metteva gli abiti nei sacchi della spazzatura dietro la porta, perché non c’era posto sufficiente per riporli nell’armadio. Né posto, né soldi.

Quando mio padre alla sera veniva a far pregare noi bambini, che ci tiravamo i cuscini come tutti i bambini, lui non entrava sbraitando: «Dovete pregare!». Pregava lui, si metteva in ginocchio e cominciava «Padre nostro…». Potevamo avere tre anni o sei, ma questa immagine ce l’ho stampata in testa, perché io che stimavo così tanto mio papà, quando lo vedevo inginocchiarsi, mi chiedevo chi fosse così grande da meritarsi mio padre in ginocchio.

Chi è quell’essere misterioso che si merita mio padre in ginocchio? Deve essere una cosa gigante. Mi veniva la curiosità di saper chi fosse uno così grande da meritarsi mio padre in ginocchio, un po’ come mi succedeva con la mamma quando mi portava a Messa.

È questo il secondo esempio: Quando la mamma andava alla prima Messa, quella delle cinque del mattino (non l’ha mai persa una volta se non quand’era malata), sceglieva un figlio diverso tutte le mattine per accompagnarla. Quando sceglieva uno di noi, il prescelto ci sentiva onoratissimo di questo, ci commuovevamo per essere scelti. In questo certamente ha avuto una parte la cioccolata con la panna, che vedevi solo in quell’occasione lì, per cui ti nasceva l’idea del cristianesimo come suprema convenienza della vita, un’idea tutt’altro che sciocca. Quando doveva spiegare le cose al popolo, Gesù
faceva così: il Regno dei cieli veniva descritto come uno che ha perso una roba e la ritrova, come uno che ha trovato un tesoro e perciò vende tutto quello che ha, acquista il campo e prende il tesoro. Gesù descriveva il Regno dei cieli come il centuplo quaggiù: non male, con gli interessi che corrono oggi, la
promessa del centuplo quaggiù e della vita eterna. Gesù parlava sempre di una convenienza.

I nostri papà facevano così, ti educavano a una convenienza della fede. Ma la cosa che mi è rimasta più impressa non è la cioccolata con la panna, è mia madre quando tornava dalla comunione. Perché lei ti stava vicino tutta la Messa, ti faceva pregare e ti aiutava a capire, poi andava a far la comunione, col
suo velo, e la cosa che mi impressionava era che quando tornava tra i banchi si inginocchiava con il viso tra le mani e, per cinque minuti, non c’era più.

Allora mi affiorava alla mente la stessa domanda che emergeva con mio padre: Chi è che si porta via mia madre in questi cinque minuti per cui è come se
non esistesse più niente intorno a lei? Ricordo che andavo lì, con discrezione, per cercar di capire cosa facesse, cosa dicesse, dove guardasse, per essere così rapita cinque minuti al giorno e aver poi come esito quella letizia per tutto il giorno, con la vita che faceva (dieci figli senza elettrodomestici, non so
come abbia fatto). In una letizia continua, perenne, sempre, lieta, cantava.

Mio padre fischiava, mia madre cantava. Allora se tu vieni su con due genitori così, cominci a capire, lo dico un po’ ironicamente nel libro, che il segreto dell’educazione è non avere il problema dell’educazione. Avere il problema della propria educazione, e basta. Poi i figli fanno il loro mestiere, cioè guardano, scelgono, decidono, rischiano.

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Vivere una letizia di fondo nella vita

Posté par atempodiblog le 20 octobre 2016

Vivere una letizia di fondo nella vita
di Franco Nembrini

Vivere una letizia di fondo nella vita dans Citazioni, frasi e pensieri prof_Franco_Nembrini

Un padre che ha dieci figli, che è affetto dalla sclerosi multipla a quaranta anni ed è povero in canna, agli occhi di tutti è uno “sfigato”, eppure continuo a chiedermi come fosse stato possibile che in seconda media potessi scrivere una frase come quella che ho trovato in un quaderno datato riemerso durante un trasloco.

Era una pagina bianca, quando l’ho vista è riaffiorato alla memoria con molta chiarezza quel giorno che avevo voglia di prendere la penna in mano per scrivere quella frase. Non so se fosse una preghiera, una canzone o una poesia, perché sulla pagina compariva solo una riga: «Signore, fammi essere come mio padre».

Alla domanda sul perché desiderassi essere come mio padre, oggi viene da rispondere che lo volevo, allora come sempre (oggi lo desidero ancora più fortemente), per la semplice ragione che mio padre, che non sapeva l’italiano, non sapeva fare i soldi, non era furbo, non era tante cose, però sapeva le cose che nella vita bisogna sapere, sapeva della vita e della morte, della gioia e del dolore, della verità e della menzogna, del bene e del male.

Guardando mio padre, che non faceva prediche, non faceva discorsi, mi dicevo: «Lui lo sa». Osservavo intorno a me quelli che erano più furbi, che stavano meglio, ma non mi convincevano alla stessa maniera. Mi interessava quella saggezza, quella letizia che mio padre nel dolore, nella fatica, nella malattia mi testimoniava in un modo clamoroso. Era assolutamente evidente che mio padre, che fischiava sempre, viveva una letizia di fondo nella vita, per cui era come se mi incuriosisse, mi trascinasse.

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