Il gigante egoista

Posté par atempodiblog le 14 septembre 2015

Il gigante egoista
di Oscar Wilde – Il principe felice e altri racconti

il gigante e Gesù

Tutti i pomeriggi, quando uscivano dalla scuola, i bambini avevano l’abitudine di andare a giocare nel giardino del Gigante.

Era un giardino spazioso e bello, con morbida erba verde. Qua e là sull’erba si trovavano bei fiori come stelle e vi erano dodici peschi che a primavera si aprivano in delicate infiorescenze rosa e perla e in autunno portavano ricchi frutti. Gli uccelli posati sugli alberi cantavano in così dolci suoni che i bambini solevano interrompere i loro giochi per ascoltarli. – Come siamo felici qui! – gridavano l’un l’altro.

Un giorno il Gigante fece ritorno. Era stato a far visita al suo amico orco di Cornovaglia e si era fermato da lui per sette anni. Una volta trascorsi i sette anni aveva detto tutto quello che aveva da dire, dato che la sua conversazione era limitata e così decise di rientrare al proprio castello. Quando tornò vide i bambini che giocavano nel giardino.

– Che cosa state facendo qui? – urlò con voce molto altera e i bambini fuggirono.

– Il giardino mio è il giardino mio, – disse il Gigante; – chiunque può capirlo e io non permetterò che nessuno ci giochi al di fuori di me –. Così vi costruì intorno un alto muro ed espose un cartello:

I TRASGRESSORI SARANNO PERSEGUITI PER LEGGE.

Era un Gigante molto egoista.

I poveri bambini ora non avevano dove giocare. Provarono a giocare sulla strada, ma la strada era piena di polvere e di duri sassi, e a loro non piaceva. Solevano girovagare attorno all’alto muro quando le lezioni erano finite e parlare di quel bel giardino là dentro. – Come eravamo felici là, – dicevano l’un l’altro.

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Poi venne la Primavera e il paese fu pieno di uccellini e boccioli. Solo nel giardino del Gigante Egoista era ancora inverno. Là gli uccelli non avevano voglia di cantare perché non c’erano bambini e le piante si dimenticavano di fiorire.

Una volta un bel fiore mise la testa fuori dal prato, ma quando vide il cartello fu così addolorato per i bambini che si immerse di nuovo nel terreno e si rimise a dormire. Gli unici a essere contenti erano Neve e Gelo. – La primavera ha dimenticato questo giardino, – esclamarono, – e così noi vivremo qui per l’intero anno –. La Neve coprì il prato con il suo grande manto bianco e il Gelo dipinse d’argento tutti gli alberi. Poi invitarono il Vento del Nord a stare con loro e lui accettò. Era impellicciato e ululava tutto il giorno per il giardino e soffiando buttava giù i comignoli. – Questo è un ottimo posto, – diceva. – Bisogna chiedere alla Grandine di farci visita.

Così venne la Grandine. Tutti i giorni per tre ore tamburellava sul tetto del castello, tanto da rompere la maggior parte delle tegole e poi correva tutto intorno per il giardino quanto più forte poteva. Era vestita di grigio e il suo respiro pareva ghiaccio.

– Io non riesco a capire perché la primavera stia arrivando così tardi, – diceva il Gigante Egoista mentre sedeva alla finestra a guardare il freddo giardino bianco. – Spero che ci sia un cambiamento del tempo.

Ma la Primavera non arrivò mai e nemmeno l’Estate. L’Autunno portò frutti d’oro a ogni giardino, ma al giardino del Gigante non ne portò. – È troppo egoista, – disse. Per questo motivo, là era sempre Inverno e il Vento del Nord e la Grandine e il Gelo e la Neve ballavano tra gli alberi.

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Un mattino il Gigante se ne stava a letto sveglio, quando udì una piacevole musica. Quel suono era tanto dolce per le sue orecchie che pensò fossero i musici del Re che passavano di là. In realtà era solo un fanello che cantava davanti alla sua finestra, ma da così tanto tempo non sentiva cantare un uccello nel suo giardino che gli sembrò fosse la musica più bella del mondo. Allora la Grandine smise di danzargli sulla testa e il Vento del Nord cessò di ululare e un delizioso profumo lo raggiunse attraverso gli scuri aperti. – Penso che alla fine sia arrivata la Primavera, – disse il Gigante; e saltò giù dal letto a guardar fuori.

Che cosa vide?

C’era una vista meravigliosa. Da un piccolo buco nel muro erano scivolati dentro i bambini e stavano seduti sui rami degli alberi. Su ciascuno degli alberi che riusciva a vedere c’era un bambino. E ad avere di nuovo dei bambini, gli alberi erano così felici che si erano coperti di germogli e muovevano gentilmente le braccia sopra il loro capo. Gli uccelli volavano là intorno e gorgheggiavano gioiosi e i fiori occhieggiavano dal verde dei prati e ridevano. Era una bella scena, solo in un angolo era ancora inverno. Era l’angolo più lontano del giardino e là se ne stava in piedi un bimbetto. Era così piccolo che non arrivava ai rami dell’albero e gli stava girando intorno piangendo amaramente. La povera pianta era ancora coperta di gelo e neve e il Vento del Nord le soffiava e ululava addosso. – Arrampicati, piccino! – diceva l’Albero e curvava i rami quanto poteva; ma il ragazzino era troppo piccolo.

E il cuore del Gigante si sciolse quando guardò fuori. – Come sono stato egoista! – disse. – Ora so perché qui non veniva la Primavera. Metterò quel povero ragazzino in alto sull’albero e poi abbatterò il muro e il mio giardino sarà per sempre il campo di gioco dei bambini. Per sempre –. Era realmente molto dispiaciuto per quello che aveva fatto.

Così scese di nascosto le scale e aprì in silenzio la porta principale e uscì nel giardino. Ma quando lo videro, i bambini ne furono così spaventati che scapparono via e nel giardino ritornò inverno. Solo il bambinetto non scappò, perché aveva gli occhi così pieni di lacrime che non vide il Gigante avvicinarsi. E il Gigante gli girò dietro pian piano, lo prese in mano delicatamente e lo posò sull’albero. E l’albero si mise di colpo a fiorire e gli uccelli vennero a cantare là sopra e il bambinetto distese le braccia e cinse il collo del Gigante e lo baciò. E gli altri bambini, quando videro che il Gigante non era più cattivo, ritornarono di corsa e con loro arrivò la Primavera. – Ora è il vostro giardino, bambini, – disse il Gigante e prese una grande scure e buttò giù il muro. E a mezzogiorno, quando stava andando al mercato, la gente trovò il Gigante che giocava con i bambini nel giardino più bello che avessero mai visto.

Giocarono per tutto il giorno e alla sera ritornarono dal Gigante per salutarlo.

– Ma dov’è il vostro piccolo compagno? – egli disse. – Il bambino che ho messo sull’albero –. Il Gigante voleva bene più a lui perché l’aveva baciato.

– Non lo sappiamo, – risposero i bambini. – È andato via.

– Dovete dirgli di stare tranquillo e venire domani, – disse il Gigante. Ma i bambini dissero che non sapevano dove abitasse e prima non l’avevano mai visto; e il Gigante si sentì molto triste.

Tutti i pomeriggi, finita la scuola, i bambini venivano a giocare con il Gigante. Ma il bambinetto a cui il Gigante voleva bene non fu mai più rivisto. Il Gigante era molto cortese con tutti i bambini, ma desiderava quel suo primo piccolo amico e spesso parlava di lui. – Come mi piacerebbe vederlo! – soleva dire.

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Passarono gli anni e il Gigante diventò molto vecchio e debole. Non poteva più giocare e così stava su un seggiolone a guardare i bambini che giocavano e ammirava il suo giardino. – Ho molti bei fiori, – diceva, – ma i bambini sono i fiori più belli.

Una mattina d’inverno guardò fuori dalla sua finestra mentre si stava vestendo. Ora non odiava più l’Inverno perché sapeva che era solo la Primavera addormentata e che i fiori stavano riposando.

All’improvviso si strofinò gli occhi per lo stupore e rimase a guardare… a guardare… Era certo una visione meravigliosa. Nell’angolo più lontano del giardino c’era un albero tutto coperto di belle gemme bianche. I suoi rami erano tutti d’oro e ne pendevano frutti d’argento e là sotto c’era il ragazzino a cui aveva voluto bene.

Il Gigante scese con grande gioia per le scale e uscì nel giardino. Si affrettò ad attraversare il prato e si accostò al fanciullo. E quando gli fu vicino, diventò rosso in volto per l’ira e disse: – Chi ha osato ferirti? –. Perché sulle palme delle mani del fanciullo c’erano i segni di due chiodi e i segni di due chiodi erano pure sui piccoli piedi.

– Chi ha osato ferirti? – gridò il Gigante. – Dimmelo, che io possa sguainare la spada e ucciderlo.

– Ma no! – rispose il fanciullo. – Queste sono le ferite d’Amore.

– Chi sei tu? – chiese il Gigante. Uno strano timore lo invase ed egli cadde in ginocchio davanti al fanciullo.

E il fanciullo sorrise al Gigante e gli disse: – Tu mi hai fatto giocare una volta nel tuo giardino, oggi verrai tu con me nel mio, che è il Paradiso.

E quando quel giorno i bambini corsero là, trovarono sotto l’albero il Gigante che giaceva morto, tutto coperto di petali bianchi.

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La conversione di Oscar Wilde

Posté par atempodiblog le 29 mai 2015

La conversione di Oscar Wilde
Icona del movimento gay ebbe in realtà parole molto dure sulla propria vita omosessuale e una chiara conversione a Cristo
di Lucandrea Massaro – Aleteia

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In questi giorni in cui l’Irlanda cattolica si scopre “moderna” in molti articoli si parla del più famoso degli omosessuali cattolici: Oscar Wilde, artista geniale dallo spirito sopraffino che affrontò il carcere a causa delle leggi omofobe della Gran Bretagna vittoriana. E’ dunque divenuto – comprensibilmente – l’icona dell’orgoglio gay. Peccato che Wilde non ne fosse affatto orgoglioso.

Genio, sregolatezza e pentimento
La vita di Oscar Wilde fu spesso tormentata da un cinico disprezzo per gli altri, come dimostrano i suoi salaci aforismi, dall’assillante ricerca di un piacere trasgressivo fine a sé stesso attraverso ogni tipo di condotta, intrattenendo talvolta rapporti che lo stesso scrittore definirà alla fine della sua vita come umilianti. Nel 1898, all’uscita dal carcere dopo aver scontato due anni per la condanna contro la morale, scrive “De Profundis”, un romanzo epistolare dedicato proprio al suo amante e causa della sua rovina, Alfred Douglas, al quale ricorda “…solo nel fango ci incontravamo” ed aggiunge: “ma soprattutto mi rimprovero per la completa depravazione etica a cui ti permisi di trascinarmi”.

Una conversione autentica
A poche settimane dalla morte, intervistato da un giornalista del Daily Chronicle, dichiarava tra l’altro: “Buona parte della mia perversione morale è dovuta al fatto che mio padre non mi permise di diventare cattolico. L’aspetto artistico della Chiesa e la fragranza dei suoi insegnamenti mi avrebbero guarito dalle mie degenerazioni”. Concludeva quindi in maniera risoluta: “Ho intenzione di esservi accolto al più presto”.

In un celebre aforisma dichiarava tra l’ironico e il feroce che: “La Chiesa cattolica è soltanto per i santi ed i peccatori; per le persone rispettabili va benissimo quella anglicana”. Riguardo il peccato e il peccatore, merita di riportare quanto scrive, sempre nel “De Profundis”: “Il Credo di Cristo non ammette dubbi e che sia il vero Credo io non ho dubbi. Naturalmente il peccatore deve pentirsi. Ma perché? Semplicemente perché altrimenti sarebbe incapace di capire quanto ha fatto. Il momento della contrizione è il momento dell’iniziazione. Di più: è lo strumento con cui muta il proprio passato”.

L’esperienza del carcere
Prosegue poi ricordando ciò che affermava la filosofia greca: “Neanche gli dèi possono mutare il passato” ed a questo Wilde risponde: ”Cristo dimostrò che il più comune peccatore poteva farlo, che anzi era l’unica cosa che egli sapesse fare. […] È difficile, per la maggior parte della gente, afferrare quest’idea. Oso dire che occorre andare in carcere per capirla bene. In tal caso, forse, vale la pena d’andarvi”.

Similmente su questo tema, Wilde confidava all’amico Andrè Gide: “La pietà è un sentimento meraviglioso, che prima non conoscevo […] Sapete quale nobile sentimento sia la pietà? Ringrazio Dio, sì, ogni sera ringrazio Dio in ginocchio di avermela fatta conoscere. Sono entrato in prigione con il cuore di pietra; non pensavo che al mio piacere… Ora il mio cuore si è aperto alla pietà. Ho capito che la pietà è il sentimento più profondo, più bello che esista. Ed ecco perché non serbo rancore verso chi mi ha condannato, né per nessuno dei miei detrattori: è merito loro se ho imparato cos’è la pietà”.

Sincero “papista”
Oscar Wilde ebbe anche l’occasione di incontrare due Papi nel visitare Roma. Il primo fu Pio IX, che suscitò in lui tale entusiasmo da dedicargli la poesia “Urbis Sacra Aeterna”, inserita in seguito in una raccolta di liriche dal titolo assai significativo ”Rosa Mystica”, l’altro fu il successore, Leone XIII, per il quale tra l’altro scrive: ”Quando vidi il vecchio bianco Pontefice, successore degli apostoli e padre della cristianità, portato in alto sopra la folla, passarmi vicino e benedirmi dove ero inginocchiato, io sentii la mia fragilità di corpo e di anima scivolare via da me come un abito consunto e ne provai piena consapevolezza”. Wilde fu caustico con le religioni, ma mai dissacrante…

Una comitiva complessa
Molti degli amici di Oscar Wilde che con lui condividevano l’amore per gli eccessi si convertì al cattolicesimo a cominciare proprio da Alfred Douglas, l’amante per il quale Wilde finì in carcere, ed anche suo padre, il marchese Queensberry, che essendosi dichiarato sempre ateo e materialista, in punto di morte si convertì alla Chiesa cattolica. Similmente a Robert Ross, il suo migliore amico che lo assistette fino all’ultimo, ma anche suo figlio Vivian, John Gray (che ispirò il famoso racconto di Dorian Gray), divenne addirittura sacerdote assai apprezzato in Scozia. Si convertì anche pittore Aubrey Beardsley. Hunter Blair prese l’abito benedettino e il poeta Andrè Raffalovich divenne terziario domenicano. Improbabile che tutto questo sia un caso (Rai Vaticano, 15 dicembre 2011).

Come spiega Paolo Gulisano, scrittore e saggista esperto del mondo britannico (è autore di diversi volumi su Tolkien, Lewis, Chesterton e Belloc) che ha qualche tempo fa ha pubblicato: “Il Ritratto di Oscar Wilde” (Editrice Ancora, pag 190 euro 14), in una intervista a Zenit:

Non solo un’esteta, il cantore dell’effimero, il brillante protagonista dei salotti londinesi, ma anche un uomo che dietro la maschera dell’amoralità si interrogava e invitava a porsi il problema di ciò che fosse giusto o sbagliato, vero o falso, persino nelle sue principali commedie degli equivoci.
Wilde è ancora oggi una icona gay per il celebre processo subito che segnò la fine della sua fortuna.

Può riassumere in breve la vicenda giudiziaria ed anche la correzione di prospettiva che lei introduce?
Gulisano: Wilde non può essere definito tout court “Gay”: aveva amato profondamente sua moglie, dalla quale aveva avuto due figli che aveva sempre amato teneramente e ai quali, da bambini, aveva dedicato alcune tra le più belle fiabe mai scritte, quali “Il Gigante egoista” o “Il Principe Felice”. Il processo fu un guaio in cui finì per aver querelato per diffamazione il Marchese di Queensberry, padre del suo amico Bosie, che lo aveva accusato di “atteggiarsi a sodomita”. Al processo Wilde si trovò di fronte l’avvocato Carson, che odiava irlandesi e cattolici, e la sua condanna non fu soltanto il risultato dell’omofobia vittoriana.

Qual è stato il tormentato rapporto tra Wilde e la verità cattolica, rapporto che è un po’ il file rouge del suo lavoro?
Gulisano: Il cammino esistenziale di Oscar Wilde può anche essere visto come un lungo e difficile itinerario di conversione al cattolicesimo. Una conversione di cui nessuno parla, e che fu una scelta meditata a lungo, e a lungo rimandata, anche se – con uno dei paradossi che tanto amava – , Wilde affermò un giorno a chi gli chiedeva se non si stesse avvicinando troppo pericolosamente alla Chiesa Cattolica: “Io non sono un cattolico. Io sono semplicemente un acceso papista”. Dietro la battuta c’è la complessità della vita che può essere vista come una lunga e difficile marcia di avvicinamento al Mistero, a Dio (30 giugno 2012).

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Il carpe diem non è la religione di persone felici

Posté par atempodiblog le 13 décembre 2014

Il carpe diem non è la religione di persone felici dans Citazioni, frasi e pensieri 34t8kcw

Walter Pater ha detto che noi siamo tutti condannati a morte e che la sola via possibile è di godere momenti squisiti in se stessi. La medesima lezione insegnava la filosofia, così potente e così desolata di Oscar Wilde. E’ la religione del carpe diem; ma la religione del carpe diem non è la religione di persone felici, bensì di persone molto infelici. La grande gioia non coglie i boccioli di rosa finché può; i suoi occhi sono fissati sulla rosa immortale che Dante poté vedere. La grande gioia ha in sé il senso dell’immortalità; lo stesso splendore della giovinezza risiede nella sensazione di avere tutto lo spazio per distendere le gambe.

Gilbert Keith Chesterton

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Eppure ogni uomo uccide ciò che ama…

Posté par atempodiblog le 15 octobre 2014

Eppure ogni uomo uccide ciò che ama... dans Citazioni, frasi e pensieri 11l23gj 

Eppure ogni uomo uccide ciò che ama.

Io vorrei che ciascuno m’ascoltasse:
alcuni uccidono adulando, ad altri
basta solo uno sguardo d’amarezza.

Il vile uccide mentre porge un bacio
e l’uomo coraggioso con la strage!

Molti uccidono l’amore da giovani,
altri invece da vecchi.

Chi lo strangola con le avide mani del Peccato
e chi invece con le mani dell’Oro.

L’uomo gentile adopera il coltello
perché il freddo mortale sia più rapido.

Alcuni amano troppo brevemente
ed altri troppo a lungo.

C’è chi vende e chi compra;
chi uccide il proprio amore

senza un singhiozzo e chi con molte lacrime.

Ma nessuno, tra quelli che hanno ucciso

ciò che amavano, paga con la morte.

Nessuno morirà con un’orrenda morte,
morte in un giorno pieno di vergogna;
nessuno avrà una corda intorno al collo
né una benda coperta sulla faccia,
né coi suoi piedi annasperà nel vuoto
cercando invano un punto ove poggiarsi.

Nessuno siederà tra silenziosi
uomini che lo scrutano a ogni istante:
quando gli occhi si sforzano di piangere,
o quando il cuore tenta una preghiera,
o per timore che qualcuno rubi
dal carcere la preda designata.

Nessuno all’alba vedrà la sua stanza
popolarsi di orribili figure:
il Cappellano nella bianca tonaca,
il Prefetto severo e quasi triste,
il Direttore con I ‘abito nero.

Ogni Condanna ha il loro volto giallo.

Nessuno si vedrà porgere l’abito
da indossare per l’ultimo momento,
né un medico distratto annoterà
i suoi battiti mentre un orologio
scandisce il tempo e ogni suo tic-tac
è un orribile colpo di martello.

Nessuno sentirà la soffocante
sete che rende arida la gola
nell’istante che il boia, coi suoi guanti
da giardiniere, appare sulla porta
per stringere con tre giri di corda
quella gola che più non avrà sete.

Nessuno chinerà la testa a udire
la lettura dell’Ordine di Morte.

L’angoscia del suo cuore gli dirà
che non è ancora morto ma i suoi occhi
scorgeranno una bara: crederà
d’essere nella fiera degli orrori.

Nessuno fisserà l’aria attraverso
un minuscolo tetto di cristallo:
nessuno pregherà con le sue labbra
di creta che finisca l’agonia
né sentirà sulle sue guance il bacio
di Caifa posarsi come un brivido.

Tratta da: La Ballata del Carcere di Reading di Oscar Wilde

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« Ognuno » Nessuno

Posté par atempodiblog le 17 septembre 2008

 

Questa è la storia di quattro persone chiamate Ognuno, Qualcuno, Ciascuno, Nessuno.
C’era un lavoro urgente da fare e Ognuno era sicuro che Qualcuno lo avrebbe fatto. Ciascuno avrebbe potuto farlo, ma Nessuno lo fece. Finì che Ciascuno incolpò Qualcuno perché Nessuno fece ciò che Ognuno avrebbe potuto fare.

«Quest’estate mentre ero in ferie sui monti della Valsassina sulla porta d’ingresso del panificio di una località ho trovato esposta questa « storia » di autore ignoto, un testo originale e simpatico». Con queste righe un lettore di Vanzaghello (Milano) accompagna l’apologo morale che ho pensato di proporre all’inizio del nuovo anno. È una semplice parabola che registra una vicenda destinata a ripetersi chissà quante volte, incarnando quella malattia della società che è lo scaricabarile, l’inerzia, l’indifferenza, il ricorso all’alibi per sottrarsi a un impegno personale, destinato a creare un beneficio anche per gli altri. Noncuranza, trascuratezza, negligenza, disinteresse alla fine corrompono la democrazia, sporcano le nostre città, inquinano l’ambiente, debilitano la sensibilità etica. Si è pronti forse ad essere esigenti sui propri diritti, vomitando insulti di fronte alla più piccola difficoltà o contrarietà. Ma di fronte ai propri doveri si batte subito in ritirata accampando ogni genere di scusa. Lo scrittore inglese Oscar Wilde ironizzava affermando che «il dovere è quello che ci aspettiamo dagli altri». Proprio come suppone la storiella citata, emblema di un egoismo ottuso che scardina il tessuto della convivenza. Ritroviamo, perciò, la responsabilità dell’essere tutti un « 
Ognuno » con un compito, prima di diventare tutti un vuoto e inerte « Nessuno« .

di Gianfranco Ravasi – Avvenire

 

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