L’umiltà non fa rumore

Posté par atempodiblog le 27 juin 2015

L’umiltà non fa rumore dans Don Bruno Ferrero fw7lhh

Camminavo con mio padre, quando all’improvviso si arrestò ad una curva e dopo un breve silenzio mi domandò: “Oltre al canto dei passeri, senti qualcos’altro?”

Aguzzai le orecchie e dopo alcuni secondi gli risposi: “Il rumore di un carretto”.

“Giusto – mi disse -. È un carretto vuoto”.

Io gli domandai: “Come fai a sapere che si tratta di un carretto vuoto se non lo hai ancora visto?”.

Mi rispose: “E’ facile capire quando un carretto è vuoto, dal momento che quanto più è vuoto, tanto più fa rumore”.

Divenni adulto e anche oggi quando vedo una persona che parla troppo, interrompe la conversazione degli altri, è invadente, si vanta delle doti che pensa di avere, è prepotente e pensa di poter fare a meno degli altri, ho l’impressione di ascoltare la voce di mio padre che dice:

“Quanto più il carretto è vuoto, tanto più fa rumore”.

Elogio dell’umiltà di Bruno Ferrero

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Ciascuno nota negli altri ciò che vuol vedere o sentire

Posté par atempodiblog le 26 janvier 2015

L’aquila, regina degli uccelli, sentiva da tempo magnificare le grandi qualità dell’usignolo. Da bra­va sovrana, volle rendersi conto se quanto si diceva era vero e, per sincerarsene, mandò a controllare due dei suoi funzionari: il pavone e l’allodola. Avrebbe­ro dovuto valutare la bellezza e il canto dell’usignolo. I due adempirono la loro missione e tornarono dal­l’aquila.
Il pavone riferì per primo: «L’usignolo ha una li­vrea così modesta da rasentare il ridicolo: questo fatto mi ha talmente infastidito, che non ho prestato la minima attenzione al suo canto».
L’allodola disse: «La voce dell’usignolo mi ha let­teralmente incantato, tanto che mi sono completamen­te scordato di badare al suo vestito».
Ciascuno nota negli altri ciò che vuol vedere o sentire dans Don Bruno Ferrero r8wbjn
Nello scompartimento c’era solo un anziano sa­cerdote, che bisbigliava il suo breviario. Ad una sta­zione entrò un giovane dall’aspetto trasandato: capelli lunghi, jeans bisunti, scarpe sformate. Ma so­prattutto un giornale notoriamente laicista e antiec­clesiale che gli spuntava dalla tasca.
Il sacerdote seguì il giovane con un lungo ed elo­quente sguardo di disapprovazione.

Il giovane si sedette e cominciò a leggere il suo giornale. Dopo un po’ alzò la testa e chiese: «Scusi, reverendo, che cos’è la dispepsia?».
“Ecco una buona occasione per fargli un po’ di predica”, pensò il sacerdote e ad alta voce proseguì: «La dispepsia è una malattia terribile che prende quel­li che vivono male, senza orari e senza ideali, con­cedendosi tutti i vizi e gli stravizi, che non si ricor­dano che Qualcuno ci vede e ci giudicherà!».
Il giovane seguiva il discorso con curiosità e an­che un po’ di apprensione.

«Ah», disse alla fine, «perché qui c’è scritto che il Papa ha la dispepsia».
Ciascuno nota negli altri ciò che vuol vedere o sentire. Si è così presi talora dai propri pensieri che non si ascolta veramente il prossimo.
«Non si seziona un uccello per trovare l’origine del suo canto. Quel che si deve sezionare è il proprio orecchio» (Joseph Brodsky).

di Don Bruno Ferrero – “Il canto del grillo”
Tratto da: Parrocchia di San Gottardo in Mas-Peron (BL)

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Il cespuglio spinoso

Posté par atempodiblog le 25 août 2012

Il cespuglio spinoso dans Derisione

Era cresciuto sui fianchi del monte e si era inebriato di aria e di sole. Ma dopo i primi tempi in cui era un germoglio verde tenero,i suoi rametti contorti e sgraziati si erano coperti di spine sgradevoli ed appuntite…
Era detestato dagli uccelli e dalle pecore, alle quali senza volerlo strappava bioccoli di lana quando lo sfioravano. Perfino le capre, che non sono schizzinose e brucherebbero anche le pietre, lo evitavano.
Gli altri cespugli e gli arbusti sfoggiavano fiori e foglie, e taluni perfino frutti. Il povero cespuglio spinoso produceva solo spine… Il vento della sera gli portava il disprezzo e la derisione delle altre piante.
Ma quando Dio volle parlare a Mosè, scelse l’umile cespuglio spinoso sui fianchi della montagna. E il cespuglio divenne il trono di Dio, splendente più del sole, ardente di luce e di fuoco, come se ognuna delle sue spine si fosse trasformata in una pietra preziosa dai mille riflessi di luce purissima.

La scolaresca era in fila davanti alla mostra delle più grandi invenzioni del secolo. La maestra cercava di preparare i bambini a quello che avrebbero visto. Chiese: “Chi sa dirmi una grande invenzione di oggi, che non c’era cento anni fa?”.
E un ragazzino, convinto e puntandosi l’indice al petto:

“Io signora maestra”.

di Don Bruno Ferrero – “A volte basta un raggio di sole”

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Dio è il Padre che aspetta i suoi figli

Posté par atempodiblog le 10 juillet 2012

Dio è il Padre che aspetta i suoi figli
di Don Bruno Ferrero sdb
Tratto da: Don Bosco Torino

Dio è il Padre che aspetta i suoi figli dans Commenti al Vangelo

Una catechista aveva raccontato ai suoi ragazzi del catechismo la parabola del figliol prodigo, ma si era accorta che dopo un po’ molti si erano distratti. Allora aveva chiesto che gliene scrivessero il riassunto.

Uno di loro scrisse così: « Un uomo aveva due figli, quello più giovane però non ci stava volentieri a casa, e un giorno se ne andò via lontano, portandosi con sé tutti i soldi. Ma ad un certo punto questi soldi finirono e allora il ragazzo decise di tornare a casa perché non aveva neanche da mangiare. Quando stava per arrivare, suo padre lo vide e tutto contento prese un bel bastone e gli corse incontro. Per strada incontrò l’altro figlio, quello buono, che gli chiese dove stava andando così di corsa e con quell’arnese: « È tornato quel disgraziato di tuo fratello; dopo quel che ha fatto si merita un bel po’ di botte! ». « Vuoi che ti aiuti anch’io, papà? ». « Certo », rispose il padre.
E così, in due, lo riempirono di bastonate. Alla fine il padre chiamò un servo e gli disse di uccidere il vitello più grasso e di fare una grande festa, perché s’era finalmente tolto la voglia di suonargliele a quel figlio che gliel’aveva combinata proprio grossa! ».

Il bambino ha dimenticato la conclusione di Gesù e prosegue il racconto con la logica di quello che sente e vede ogni giorno. Perché capire la logica del cuore di Dio è difficile per tutti.
Quando le cose sono difficili da spiegare, Gesù racconta.
Per spiegare il cuore di Dio racconta la parabola che abbiamo ascoltato e che conosciamo così bene: la parabola del padre e dei due figli. Come di solito accade, il problema sono i figli!
Il figlio più giovane parte. Va a stare per conto suo. Se ne va di casa. Ma vuole la sua parte di eredità, che è come dire al padre: « Tu per me sei già morto! »

Il figlio più giovane è un gradasso fanfarone, ma in quanti modi più o meno sottili si preferisce starsene lontani da casa… Quanti « andar via di casa » spirituali!
Andarsene da casa significa ignorare la verità che Dio mi ha « formato nel segreto, intessuto nelle profondità della terra e tessuto nel seno di mia madre ».
Andarsene da casa è lasciare il centro del mio essere dove si può udire la voce che dice: « Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto ».
In qualche modo si diventa sordi alla voce che ci chiama « figlio prediletto ».

Qui la domanda in questione è la seguente: dovendo scegliere tra Dio e questo mondo, chi scelgo?
Quanti sono i figli di Dio che scelgono la via del mondo, lontano da quella casa in cui magari soo cresciuti?
Sotto tutto questo c’è la grande ribellione, il « no » radicale all’amore del Padre, la maledizione non detta: « Ti vorrei morto! » Caro Dio, vorrei tanto che tu non esistessi.

André Comte-Sponville scrive: « Non ho solo ricevuto un’educazione cristiana; ho creduto in Dio, di una fede ardente anche se attraversata dal dubbio, fino a più o meno diciott’anni. Poi l’ho perduta, ed è stato come una liberazione: tutto è divenuto più semplice, più leggero, più aperto, più forte! Come essere uscito dall’infanzia, dai suoi sogni e dalle sue paure, dai suoi sudori freddi e dai suoi languori, come se finalmente facessi il mio ingresso nel mondo reale, quello degli adulti, dell’azione, della verità senza perdono né Provvidenza. E che libertà! Che responsabilità! Che gioia! Sì, ho la sensazione di vivere meglio – più lucidamente, più liberamente, più intensamente – da quando sono ateo ».
Il « no » del figlio prodigo riflette la ribellione originale.

Il figlio maggiore, da buon primogenito, è migliore?
In realtà è più « partito » dell’altro…
Esteriormente fa tutte le cose che si suppone faccia un bravo figlio, ma, interiormente, si è allontanato da suo padre. Fa il proprio dovere, lavora sodo ogni giorno e adempie tutti i suoi obblighi, ma è diventato sempre più infelice e meno libero.
Perduto nel risentimento.
Lo stare con il Padre è come un peso che grava sulle spalle: « Ecco io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito ad un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici »
E’ diventato un estraneo in casa sua! Non c’è più autentica comunione.
In questo lamento, l’obbedienza e l’amore sono diventati un peso e il servizio è una schiavitù.
Molti figli e figlie maggiori si sono perduti rimanendo sempre a casa. Questo smarrimento è caratterizzato dalla facilità a giudicare e condannare, dalla rabbia e dal risentimento, dall’amarezza e
dalla gelosia: è dannoso e devastante per il cuore dell’uomo.
Il peccato del figlio minore è facile da capire
Lo smarrimento del figlio maggiore, invece, è molto più difficile da identificare. Dopo tutto fa le cose per bene.
C’è tanto risentimento tra i giusti e i retti. C’è tanta facilità a giudicare, condannare. Esistono tanti pregiudizi tra i « santi ». Senza gioia.
La domanda in questione è « Perché io non sono felice nella casa del Signore? »

Il figlio minore ritorna. Gli amici lo avevano tenuto in considerazione soltanto finché era stato utile ai loro interessi.
Una voce che piange dentro… A casa! Rivendicare la condizione di figlio.
Mentre cammina verso la meta, continua a nutrire dubbi: sarò veramente bene accolto una volta arrivato? La fede nel perdono totale e assoluto non arriva subito.
E’ come dire: « Beh, non ce l’ho fatta da solo devo riconoscere che Dio è l’unica risorsa che mi è rimasta. Andrò chiederò perdono nella speranza di ricevere una punizione minore »
Si accontenta di soluzioni parziali, come quella di diventare un garzone. Come garzone posso ancora mantenere le distanze, ribellarmi, rifiutare, scioperare, scappare via o lamentarmi della paga.

Ma Gesù dice espressamente che la via verso Dio è identica a quella verso una nuova infanzia. « Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli » e a Nicodemo: « Bisogna rinascere! »
Diventare un bambino significa vivere una seconda innocenza: non l’innocenza del neonato, ma l’innocenza a cui si arriva attraverso scelte consapevoli.
Come possono essere descritti coloro che sono giunti a questa seconda infanzia, a questa seconda innocenza? Gesù lo dice molto chiaramente: sulla montagna, raduna i discepoli intorno a sé e dice: beati i poveri. beati i miti, beati gli afflitti, beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, beati i misericordiosi, beati i puri di cuore, beati gli operatori di pace, beati i perseguitati per causa della giustizia. Le Beatitudini sono la meta del cristiano.

E il figlio maggiore? Entrerà? E’ disposto ad ammettere di non essere migliore del fratello? E’ molto più difficile per il figlio maggiore tornare a casa, capire.
Anche se il Padre va incontro al figlio maggiore proprio come ha fatto con il figlio più giovane:

« Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo »

E’ una dichiarazione di amore incondizionato.
Proprio quello che Dio afferma in Isaia: « Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se ci fosse una donna che si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco, ti ho disegnato sulle palme delle mie mani ».
Sono le parole di Gesù che riflettono l’amore materno di Dio: « Gerusalemme, Gerusalemme . . . quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli sotto le ali, e voi non avete voluto! »

La domanda non è « come posso conoscere Dio? », ma « come posso farmi conoscere da Dio? ».
E, infine, la domanda non è « come posso amare Dio? » Ma « come posso lasciarmi amare da Dio? »
In tutte e tre le parabole che Gesù racconta per rispondere alla domanda del perché egli mangi con i peccatori pone l’accento sull’iniziativa di Dio.
Dio è il pastore che va alla ricerca della pecorella smarrita.
Dio è la donna che accende la lucerna, spazza la casa cerca ovunque la dramma perduta finché non la ritrova.
Dio è il padre che veglia e aspetta i suoi figli,
Può suonare strano, ma Dio vuole trovare me, se non di più, perlomeno quanto io voglio trovare lui.
Si, Dio ha bisogno di me quanto io ho bisogno di lui.
Un invito alla gioia: vuole che tutti vi partecipino. E’ l’ultima cena. E’ il Paradiso.

Non perdiamo troppo tempo a identificarci con l’uno o con l’altro dei figli: andiamo, facciamo il viaggio!
Diciamo: « Sono qui! Sono tornato! »
Noi vogliamo toccare Dio. Ma Dio ci tocca a sua volta?
Dio fa di più: ci accoglie in un abbraccio eterno!
Tutti sappiamo che cosa significa essere abbracciati e abbracciare.

« Una bambina consegnò alla maestra un foglietto su cui aveva scritto la sua personale « ricetta della vita ». Diceva:
« Ci vogliono quattro abbracci al giorno per sopravvivere;
ci vogliono otto abbracci al giorno per tirare avanti;
ci vogliono dodici abbracci al giorno per crescere ».

Conosciamo tutti quell’abbraccio speciale che dice: « Non è niente! E’ tutto passato! Coraggio… »
Così è l’abbraccio di Dio che possiamo provare concretamente nel Sacramento della Riconciliazione.

Ancora un passo dobbiamo fare: prendere sul serio le parole di Gesù riportate in Luca 6, 36: « Siate anche voi (misericordiosi) pieni di bontà, così come Dio, vostro Padre, è (misericordioso) pieno di bontà ».
Dobbiamo diventare il Padre. Se Dio perdona i peccatori, anche coloro che hanno fede in Dio dovrebbero fare lo stesso.
Diventare come il Padre celeste non è solo un aspetto importante dell’insegnamento di Gesù, ma è il cuore stesso del suo messaggio. Possiamo essere come lui, amare come lui, essere buoni come lui, prenderci cura degli altri come lui. Gesù è categorico su questo punto quando dichiara: « Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso ».
Soltanto i cristiani possiedono la logica del perdono.

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Una statuina tra le zolle

Posté par atempodiblog le 4 mai 2012

Una statuina tra le zolle dans Don Bruno Ferrero

Giovanni Maria Vianney ancora fanciullo, aveva un fratello maggiore di lui, di nome Francesco, che lo prendeva sempre in giro per le sue incapacità e per la sua religiosità.
Come fare per avere una giusta rivincita? Si propose un modello e questo lo trovò in una piccola statuina della Madonna, che una religiosa gli aveva regalato.
Sentite come ebbe la prima vittoria sul fratello. Mandati tutti e due a zappare nel campo, Francesco, essendo più grande, lo anticipava e lo precedeva nel lavoro. Come raggiungerlo? Giovanni Maria depose alcuni passi davanti a sé la statuina: guardandola, si rincuorava nel lavoro, si sforzava di più e raggiungeva il fratello.
Ma il fratello partiva per la rivincita. Ecco allora che il piccolo riprendeva l’immagine, la collocava di nuovo davanti a sé, si entusiasmava nel lavoro e progrediva.
Così facendo, tenne testa fino a sera al fratello, che a casa dovette, non senza dispetto, confessare alla madre, che Giovanni Maria aveva fatto tanto lavoro come lui. Ma aggiungeva: «La sfida non è stata giusta! Io ero solo, ma lui no, aveva ad aiutarlo la Vergine Maria».

Guarda al modello e imitalo!

“Il Mese di Maggio per i bambini” di Don Bruno Ferrero – Elledici

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Gli altri

Posté par atempodiblog le 28 mars 2012

Gli altri dans Apoftegmi dei Padri del deserto mcz1cj

Padre e figlio erano seduti accanto in chiesa. Ad un tratto, il bambino toccò il padre e ridacchiò: Papà, guarda quell’uomo! Sta dormendo!.
Il padre guardò il figlio con molta serietà e rispose: Sarebbe meglio se dormissi anche tu. Piuttosto che sparlare degli altri”.

Alcuni anziani si recarono in visita da Abba Poemen e chiesero: Secondo te, quando in chiesa sorprendianio i nostri fratelli a sonnecchiare, è opportuno pizzicarli per farli svegliare?.
L’anziano rispose: Se vedessi un fratello sonnecchiare, gli appoggerei la testa sulle mie ginocchia e lo lascerei riposare.

Dobbiamo tutti riscoprire che cosa significa indulgenza.

di Don Bruno Ferrero

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Il sentiero

Posté par atempodiblog le 23 juin 2010

 Il sentiero dans Don Bruno Ferrero mammarose

Una bambina viveva felice con il suo papà e la sua mamma. Ma per una meschina vendetta, alcuni uomini perfidi la rapirono.
Arrivarono un giorno nei loro grandi mantelli e, sulla strada che portava alla scuola, s’impadronirono della bambina.
Galoppando di gran carriera su cavalli neri si allontanarono ben presto dal villaggio e presero la strada della foresta. La buia e tenebrosa foresta che ingoiava per sempre gli incauti che vi si avventuravano senza guida.
Quegli uomini dal cuore di pietra portarono la bambina nel cuore della foresta. Volevano che si perdesse per sempre nella foresta.
La bambina piangeva terrorizzata. E ripeteva, quasi gridava, la preghiera che la mamma le aveva insegnato: ‘Ave Maria, piena di grazia…’.
Giunsero dove la foresta era più intricata e impenetrabile. Là abbandonarono la bambina.
La poverina si accucciò ai piedi di un grande albero, continuando a ripetere tra i singhiozzi: ‘Ave Maria, Ave Maria…’.
Improvvisamente, fra le lacrime, proprio ai suoi piedi scorse una rosa. Una rosa dai petali teneri come una carezza. Poco più avanti, ben visibile, tra l’erba e le foglie, c’era un’altra rosa, poi un’altra, un’altra ancora.., formavano un sentiero che si snodava tra gli alberi. La bambina cominciò a camminare da una rosa all’altra, prima esitante, poi quasi di corsa. Dopo un po’ arrivò al margine della foresta e si trovò nelle braccia della mamma e del papà. Anche loro avevano visto il sentiero di rose ed erano partiti alla sua ricerca.
Perché anche la mamma e il papà avevano continuato a dire l’Ave Maria. E tutte quelle Ave Maria, quelle dei genitori e quelle della figlia, erano diventate un sentiero di rose. Che li aveva riportati tutti insieme.

Anche le nostre Ave Maria formano il sentiero che ci aiuta a non perderci nelle foreste di questo mondo. E che ci riporta al sicuro nelle braccia del Padre dei Cieli.

di Bruno Ferrero

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Il fratellino

Posté par atempodiblog le 7 mars 2010

Il fratellino dans Don Bruno Ferrero hospitaly

Una giovane madre era in attesa del secondo figlio.
Quando seppe che era una bambina, insegnò al suo bambino primogenito, che si chiamava Michele, ad appoggiare la testolina sulla sua pancia tonda e cantare insieme a lei una «ninna nanna» alla sorellina che doveva nascere.
La canzoncina che faceva «Stella stellina, la notte si avvicina…» piaceva tantissimo al bambino, che la cantava più volte.
Il parto però fu prematuro e complicato. La neonata fu messa in una incubatrice per cure intensive. I genitori trepidanti furono preparati al peggio: la loro bambina aveva pochissime probabilità di sopravvivere.
Il piccolo Michele li supplicava: «Voglio vederla! Devo assolutamente vederla!».
Dopo una settimana, la neonata si aggravò ancor di più. La mamma allora decise di portare Michele nel reparto di terapia intensiva della maternità. Un’infermiera cercò di impedirlo, ma la donna era decisa e accompagnò il bambino vicino al lettino ingombro di fili e tubicini dove la piccola lottava per la vita. 
Vicino al lettino della sorellina, Michele istintivamente avvicino il suo volto a quello della neonata e cominciò a cantare sottovoce: «Stella stellina…».
La neonata reagì immediatamente. Cominciò a respirare serenamente, senz’affanno.
Con le lacrime agli occhi, la mamma disse: «Continua, Michele, continua!».
Il bambino continuò. La bambina cominciò a muovere le minuscole braccine.
La mamma e il papà piangevano e ridevano nello stesso tempo, mentre l’infermiera incredula fissava la scena a bocca aperta.
Qualche giorno dopo, la piccola entrò in casa in braccio alla mamma, mentre Michele manifestava rumorosamente la sua gioia.
I medici della clinica, imbarazzati, lo definirono con parole difficili. La mamma e il papà sapevano che era stato semplicemente un miracolo. Il miracolo dell’amore di un fratello per una sorellina tanto attesa.

Possiamo vivere soltanto se siamo sicuri che c’è qualcuno che ci attende.
È una delle più belle frasi di Gesù: «Io vado a prepararvi un posto. Così anche voi sarete dove io sono» (Giovanni 14,2-3).

di Bruno Ferrero - I fiori semplicemente fioriscono

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La faccia nascosta di Halloween

Posté par atempodiblog le 23 octobre 2009

A colloquio con don Bruno Ferrero
“La faccia nascosta di Halloween”

La faccia nascosta di Halloween dans Don Bruno Ferrero halloweenpc

«Ho fatto anch’io l’esperimento, ho chiesto ai miei chierichetti che festa è il Primo novembre e loro non hanno avuto la minima esitazione: “Halloween!”. Ma non è così solo fra i ragazzi, basta guardare certe vetrine», dice il direttore editoriale della Elledici, commentando la scelta di scommettere su questo piccolo libro svelto, lucido e polemico, opera prima del francese Damien Le Guay, classe 1961, filosofo e critico letterario «innocentemente cristiano». Il sottotitolo del volumetto recita: «Come la festa della zucca ha sconfitto Tutti i Santi». E le sue 128 paginette spiegano perché Halloween non è soltanto l’ultimo gadget d’importazione colorato ed innocuo per fare più felici i nostri bambini.

Don Ferrero, com’è nata l’idea di tradurre questo libro?
L’ho trovato alla fiera di Francoforte, abbandonato in mezzo a tanti altri, l’ho letto in una notte e mi è sembrato davvero buono. E risponde a un’idea che viene da lontano: dal nostro lavoro e dalle nostre scelte in Elledici, che sono quelle di raccontare e di proporre la gioia della fede. In un contesto dove, purtroppo, tra la gente prevale l’equazione “religioso uguale noioso”. E dove soprattutto si è perso il senso della festa cristiana: cioé la festa nella quale il corpo si ferma, si riposa per accorgersi che anche lo spirito ha delle esigenze. Ebbene, è proprio in questa perdita che si è infilato Halloween.

Halloween, cioè la notte di Samhain, il capodanno celtico, nella quale si spalancano i cancelli del regno dei morti. La notte dei fuochi, dei travestimenti, delle offerte raccolte di casa in casa. Poi il trasloco negli Stati Uniti e, negli anni ’90, il “ritorno” in Europa. Ma la festa della zucca come ha potuto sfrattare la festa cristiana?
Chiaro, la Santa zucca è forse più vendibile del senso del Paradiso. Ma Halloween, con i suoi scheletrini, i suoi scherzi e i suoi simboli vagamente sulfurei si è inserito in un vuoto che abbiamo lasciato noi cristiani, dimenticando che Tutti i Santi e i Morti sono la festa della speranza, la festa della consapevolezza che nella direzione in cui siamo diretti, l’aldilà, c’è una base, una meta che ci attende.

A proposito dello sbarco in Francia della Halloween-mania, Le Guay svela, dati e cifre alla mano, che si trattò di una colossale operazione di merchandising organizzata negli anni ’90. Ma poi aggiunge, con l’intransigenza di certo cattolicesimo francese à la Bernanos, che “giocare ad Halloween” non è esattamente educativo. Qui non esagera un poco?
Sì, Le Guay insiste sull’idea che Halloween non è poi così innocente. Ma sono d’accordo sul fatto che quel modo di far festa, di prendersi gioco della morte, del mostruoso e dell’aldilà è discutibile: non si esorcizza la morte in quel modo, la si deride e basta. E questo no, non è educativo.

Un consiglio agli animatori e agli educatori alle prese con la “magica” notte del 31 ottobre.
Inutile impuntarsi, lasciamo che Halloween faccia la sua strada. Ma insieme riscopriamo il significato di Tutti i Santi e il ricordo dei defunti: feste vere, queste, a dispetto (ahimé) di una liturgia in genere ben poco festosa. E ricordiamo che se si sta a casa da scuola e dal lavoro lo dobbiamo ad Ognissanti, non alla Zucca.

Per saperne di più:
Le Guay Damien
Centro Evangelizzazione e Catechesi “Don Bosco” (A cura di)
Patarino Marisa (Tradotto da)
Elledici 2004

Giovanni Godio – elledici.org

 

Descrizione:
Oggi con Halloween ci si mettono tutti: la televisione, i giornali, anche gli insegnanti a scuola. Ma perché accogliere con tanto entusiasmo questa festa proveniente da un altro paese e da un altro universo religioso? Abbiamo valutato tutte le conseguenze che può avere sui nostri bambini? Questo volume propone una “indagine d’impatto” di natura psichica e spirituale sulla diffusione in Italia di una festa che si contrappone alla tradizione cristiana.

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L’occhio del falegname

Posté par atempodiblog le 30 septembre 2009

L'occhio del falegname dans Don Bruno Ferrero culla 

C’era una volta, tanto tempo fa, in un piccolo villaggio, la bottega di un falegname. Un giorno, durante l’assenza del padrone, tutti i suoi arnesi da lavoro tennero un gran consiglio.
La seduta fu lunga e animata, talvolta anche veemente. Si trattava di escludere dalla onorata comunità degli utensili un certo numero di membri.
Uno prese la parola: « Dobbiamo espellere nostra sorella Sega, perché morde e fa scricchiolare i denti. Ha il carattere più mordace della terra ».
Un altro intervenne: « Non possiamo tenere fra noi sorella Pialla: ha un carattere tagliente e pignolo, da spelacchiare tutto quello che tocca ».
« Fratel Martello – protestò un altro – ha un caratteraccio pesante e violento. Lo definirei un picchiatore. E’ urtante il suo modo di ribattere continuamente e dà sui nervi a tutti. Escludiamolo! ».
« E i Chiodi? SI può vivere con gente così pungente? Che se ne vadano. E anche Lima e Raspa. A vivere con loro è un attrito continuo. E cacciamo anche Cartavetro, la cui unica ragion d’essere sembra quella di graffiare il prossimo! ».
Così discutevano, sempre più animosamente, gli attrezzi del falegname. Parlavano tutti insieme. Il martello voleva espellere la lima e la pialla, questi volevano a loro volta l’espulsione di chiodi e martello, e così via. Alla fine della seduta tutti avevano espulso tutti.
La riunione fu bruscamente interrotta dall’arrivo del falegname. Tutti gli utensili tacquero quando lo videro avvicinarsi al bancone di lavoro. L’uomo prese un asse e lo segò con la Sega mordace. Lo piallò con la Pialla che spela tutto quello che tocca. Sorella Ascia che ferisce crudelmente, sorella Raspa che dalla lingua scabra, sorella Cartavetro che raschia e graffia, entrarono in azione subito dopo.
Il falegname prese poi i fratelli Chiodi dal carattere pungente e il Martello che picchia e batte.
Si servì di tutti i suoi attrezzi di brutto carattere per fabbricare una culla. Una bellissima culla per accogliere un bambino che stava per nascere. Per accogliere la Vita.

Dio ci guarda con l’occhio del falegname.

Bruno Ferrero – Cerchi nell’acqua

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Il regalo

Posté par atempodiblog le 26 juin 2009

Il regalo dans Don Bruno Ferrero conchiglia

Tobia era un bambino di quarta elementare silenzioso e sereno. Viveva con i genitori e i fratelli in una modesta casetta ai margini del paese appollaiato su una collina costellata di ulivi a qualche chilometro dal mare.
Il giorno della chiusura della scuola prima delle vacanze estive, tutti i bambini della quarta elementare fecero a gara per portare un regalo alla maestra, che si chiamava Marisa ed era gentile e simpatica.
Sulla cattedra si ammucchiarono pacchetti colorati. La maestra ne notò subito uno piccolo piccolo, con un bigliettino vergato dalla calligrafia chiara e ordinata di Tobia: « Alla mia maestra ».
Marisa ringraziò i bambini, uno alla volta.
Quando venne il turno di Tobia, aprì il pacchettino e vide che contenva una piccola magnifica conchiglia, la più bella che la maestra avesse mai visto: era tutta un ricamo pieno di fantasia foderato di madreperla iridescente.
« Dove hai preso questa conchiglia, Tobia? » chiese la maestra.
« Giù alla Scogliera Grande » risposte il bambino.
La Scogliera Grande era molto lontana e si poteva raggiungere solo tramite un sentierino scosceso. Era un cammino interminabile e tribolato, ma solo là si potevano trovare delle conchiglie speciali, come quella di Tobia.
« Grazie, Tobia. Terrò sempre con me questo bellissimo regalo che mi ricorderà la tua bontà. Ma dovevi proprio fare tutto quel lungo e difficile cammino per cercare un regalo per me? ».
Tobia sorrise: « Il cammino lungo e difficile fa parte del regalo ».

Non si regala un oggetto. Si regala un pezzo del proprio amore.
L’unico vero dono è un pezzo di sé.

di Bruno Ferrero – C’è ancora qualcuno che danza

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L’invito

Posté par atempodiblog le 12 mai 2009

L'invito dans Don Bruno Ferrero acqua

Il signore di un castello diede una gran festa, a cui invitò tutti gli abitanti del villaggio aggrappato alle mura del maniero. Ma le cantine del nobiluomo, pur essendo generose, non avrebbero potuto soddisfare la prevedibile e robusta sete di una schiera così folta di invitati.
Il signore chiese un favore agli abitanti del villaggio: « Metteremo al centro del cortile dove si terrà il banchetto un capiente barile. Ciascuno porti il vino che può e lo versi nel barile. Tutti poi vi potranno attingere e ci sarà da bere per tutti ».
Un uomo del villaggio prima di partire per il castello si procurò un orcio e lo riempì d’acqua, pensando: « Un po’ d’acqua nel barile passerà inosservata… nessuno se ne accorgerà! ».
Arrivato alla festa, versò il contenuto del suo orcio nel barile comune e poi si sedette a tavola.
Quando i primi andarono ad attingere, dallo spinotto del barile uscì solo acqua.
Tutti avevano pensato allo stesso modo. E avevano portato solo acqua.

Se siamo scontenti del mondo, è perché troppi portano solo acqua.
E tutta la Creazione ne soffre.

di Bruno Ferrero

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Auguri a tutte le mamme

Posté par atempodiblog le 10 mai 2009

Auguri a tutte le mamme dans Don Bruno Ferrero 344ft5j

E Dio creò la mamma

Il buon Dio aveva deciso di creare… la mamma. Ci si arrabattava intorno già da sei giorni, quand’ecco comparire un angelo che gli fa: « Questa qui te ne fa perdere di tempo, eh? ». E Lui: « Sì, ma hai letto i requisiti dell’ordinazione? Dev’essere completamente lavabile, ma non di plastica… avere 180 parti mobili tutte sostituibili… funzionare a caffè e avanzi del giorno prima… avere un bacio capace di guarire tutto, da una sbucciatura ad una delusione d’amore… e sei paia di mani ». L’angelo scosse la testa e ribatté incredulo: « Sei paia?! ». « Il difficile non sono le mani – disse il buon Dio – ma le tre paia di occhi che una mamma deve avere ». « Così tanti? ». Dio annuì. « Un paio per vedere attraverso le porte chiuse quando domanda « che state combinando lì dentro, bambini? », anche se lo sa già; un altro paio dietro la testa, per vedere quello che non dovrebbe vedere, ma che deve sapere; un altro paio ancora per dire tacitamente al figlio che si è messo in un guaio « capisco e ti voglio bene lo stesso ».

« Signore – fece l’angelo sfiorandogli gentilmente un braccio – va’ a dormire. Domani è un altro… ». « Non posso – ripose il Signore – ho quasi finito ormai. Ne ho già una che guarisce da sola se è malata, che può lavorare 18 ore di seguito, preparare un pranzo per sei con mezzo chilo di carne tritata e che riesce a tenere sotto la doccia un bambino di nove anni ». L’angelo girò lentamente intorno al modello di madre, esaminandolo con curiosità: « E’ troppo tenera », disse poi con un sospiro. « Ma resistente – ribatté il Signore con foga – tu non hai idea di quello che può sopportare una mamma! ». « Sa pensare? ». « Non solo, ma sa anche fare un ottimo uso della ragione e venire a compromessi », ribatté il Creatore. A quel punto l’angelo si chinò sul modello della madre e le passò un dito su una guancia: « Qui c’è una perdita », dichiarò. « Non è una perdita – lo corresse il Signore – è una lacrima ». « E a che serve? ». « Esprime gioia, tristezza, delusione, dolore, solitudine, orgoglio ». « Ma sei un genio! », esclamò l’angelo. Con sottile malinconia Dio aggiunse: « A dire il vero, non sono stato io a mettercela quella cosa lì… ».

di Bruno Ferrero - 40 Storie nel deserto

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La noce di cocco

Posté par atempodiblog le 28 décembre 2008

La noce di cocco dans Don Bruno Ferrero nocedicoccokj8

Una scimmia da un albero gettò una noce di cocco in testa ad un saggio. L’uomo la raccolse, ne bevve il latte, mangiò la polpa, e con il guscio si fece una ciotola.
La vita non smetterà mai di gettarci addosso palate di terra o noci di cocco, ma noi riuscíremo a uscire dal pozzo, se ogni volta reagiremo. Ogni problema ci offre l’opportunità di compiere un passo avanti. Ogni problema ha una soluzione, se non ci diamo per vinti…

di Bruno Ferrero – Ma noi abbiamo le ali

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Chi ci pensa

Posté par atempodiblog le 28 novembre 2008

Chi ci pensa dans Don Bruno Ferrero pesciwl2

 

Due pesci rossi vivevano in un vaso di vetro. Nuotando pigramente in tondo avevano anche tempo di filosofare.
Un giorno un pesce chiese all’altro:
« Tu credi in Dio? ».
« Certo! ».
« E come fai a saperlo? ».
« Chi credi che ci cambi l’acqua, tutti i giorni? ».


La vita scorre dentro di noi come un fiume tranquillo ed è un miracolo.
Ma facciamo l’abitudine anche ai miracoli. Ogni giorno è un dono tutto nuovo, una pagina bianca da scrivere. Dio ci cambia l’acqua tutti i giorni.


di Bruno Ferrero

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