10 frasi di giovani santi per una santità senza età

Posté par atempodiblog le 16 septembre 2015

10 frasi di giovani santi per una santità senza età
Perché non si tratta di un ideale bello e nobile, riservato solo a pochi “eletti”
di Rafael Pérez del Solar
Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti
Tratto da: Aleteia

papa francesco giovani

Quando ero bambino, mia nonna aveva la sana abitudine di portarmi sempre alla Messa domenicale. Devo riconoscere che all’epoca non capivo cosa accadeva nell’Eucaristia e mi annoiavo abbastanza. Per questo, ho preso l’abitudine (per intrattenermi) di osservare le grandi immagini di legno o di gesso collocate ai lati dell’altare o nelle navate laterali della chiesa. Raffiguravano tutte persone che indossavano un abito: sacerdoti, suore e religiosi, dal volto serio e allo stesso tempo mistico.

In questo modo, mi sono fatto un’idea di quello che era la santità: un ideale molto bello e nobile, ma riservato ad alcuni “eletti” e che implicava il fatto di essere come minimo sacerdote o monaco.

Alla fine dell’adolescenza, tuttavia, ho conosciuto maggiormente Dio e ho scoperto a poco a poco la ricchezza della Chiesa, la sua varietà di carismi e l’immensa diversità dei santi che esistevano nel pianeta. Le loro testimonianze hanno acceso in me l’ideale che il cambiamento del mondo passi per la santità di ciascuno e per la testimonianza dell’Amore di Cristo.

Papa Francesco ci spiega il significato della santità:

“La santità non è una prerogativa soltanto di alcuni: la santità è un dono che viene offerto a tutti, nessuno escluso, per cui costituisce il carattere distintivo di ogni cristiano… Qualcuno pensa che la santità è chiudere gli occhi e fare la faccia da immaginetta. No! Non è questo la santità! La santità è qualcosa di più grande, di più profondo che ci dà Dio. Anzi, è proprio vivendo con amore e offrendo la propria testimonianza cristiana nelle occupazioni di ogni giorno che siamo chiamati a diventare santi. E ciascuno nelle condizioni e nello stato di vita in cui si trova”.

Quanto è importante ricordare e curare questo dono di Dio, quel fuoco iniziale di chi incontra Dio fin da giovane! Sono i cuori giovani che portano con sé ogni entusiasmo e ogni forza per lottare per gli ideali che il Signore ha seminato nei nostri cuori.

Pier Giorgio Frassati, Chiara Luce Badano, Nennolina, Maria Goretti, Domenico Savio, Teresina di Lisieux, Giacinta e Francesco Marto, Laurita Vicuña, Santa Agnese e la Beata Imelda (e tanti altri giovani santi!), ciascuno di loro, in base al proprio stato di vita e alla propria età e consapevole delle proprie fragilità, è stato un giovane con un grandissimo amore per Dio, assolutamente convinto che l’Amore per Gesù e per gli altri sia ciò che cambia davvero i cuori e il mondo.

Ecco una piccola rassegna che ci può spingere a conoscere la loro vita e il loro esempio.

venerabile meo

Nennolina era una bambina che andava a scuola e scriveva lettere a Gesù che dettava alla sua mamma. È tornata alla casa del Padre dopo una grave malattia ad appena 7 anni.

san domenico savio

Domenico era chierichetto della Messa domenicale alla quale assisteva, ha fatto parte dell’Oratorio di Don Bosco e ha imparato fin da piccolo a compiere sacrifici alla Vergine e a vivere l’austerità. È tornato alla casa del Padre a 14 anni.

beato frassati

Pier Giorgio era un giovane laico di spiritualità domenicana che aiutava i bisognosi e faceva alpinismo con i suoi amici. È tornato alla casa del Padre a 24 anni.

beata chiara luce

Chiara “Luce” è stata una ragazza del Movimento dei Focolari che giocava a tennis, faceva escursioni e praticava il nuoto. È tornata alla casa del Padre a 18 anni dopo un cancro alle ossa e offrendo a Gesù la sua malattia.

imelda lambertini

Imelda Lambertini è stata una giovane religiosa domenicana del XIV secolo, entrata in convento da bambina e tornata alla casa del Padre dopo aver ricevuto la Prima Comunione a 13 anni.

sant'agnese

Sant’Agnese era una ragazza molto bella che ha deciso di offrire la propria vita e la propria verginità a Dio. Nel corso della persecuzione del V secolo, venne condannata a morte quando si scoprì che era cristiana.

beata laura

Laurita Vicuña frequentava una scuola salesiana e ha offerto la sua vita a Dio per la conversione della madre, che viveva in una condizione di peccato. È tornata alla casa del Padre a 12 anni dopo aver ascoltato il pentimento della madre.

beata giacinta

Giacinta e Francesco sono stati due dei piccoli testimoni delle apparizioni della Madonna a Fatima. Sono tornati alla casa del Padre rispettivamente a 9 e 10 anni.

santa teresina

Teresina era una giovane monaca carmelitana che dall’età di 14 anni ha imparato a offrire preghiere per i peccatori. L’anno successivo è entrata nella vita religiosa, scrivendo poi la Storia di un’anima. È tornata alla casa del Padre a 24 anni.

santa goretti

Maria Goretti era una giovane laica che ha subito il martirio per difendere la sua purezza, perdonando il suo assassino prima di morire, a 11 anni.

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Le nostre lacrime e la Beata Chiara Luce Badano

Posté par atempodiblog le 29 octobre 2013

Le nostre lacrime e la Beata Chiara Luce Badano dans Beata Chiara Luce Badano w6ik

«Perché sono immerso nel dolore? Perché proprio a me queste sofferenze? Fino a quando riuscirò a sopportare queste pene?». Sono gli interrogativi che l’uomo nell’angoscia e nello sconforto rivolge a se stesso, agli altri, al mondo intero. Se crede nell’esistenza di Dio, la domanda non è meno impellente, pur avendo imparato a chiamarlo Padre e a pensarlo ricco di misericordia.

L’Antico Testamento è ricco di personaggi che interpellano l’Altissimo sulle loro disgrazie e sulla presunta ingiustizia subìta e immeritata; Giobbe, in questa schiera, rappresenta il simbolo più popolare e più vicino a molte persone che vivono nel disagio fisico e spirituale.

Quanti ‘Perché’? scaturiscono dalla sua bocca, nel travaglio quotidiano! Quanti ‘Fino a quando’? emergono dalle tenebre della sua anima angosciata! E poi le richieste di aiuto, di cessazione del dolore, di eliminazione della stessa vita: lamenti presenti in diversi salmi, implorazioni che lacerano l’anima. Ma alla fine, nella supplica salmica come nella vicenda drammatica di Giobbe, il dolore viene affidato a Dio, che risponde, talvolta donando gioia e liberazione, a volte offrendo la visione rasserenante del suo “progetto” sulle sofferenze umane.

E allora si apre uno spiraglio di luce: credere significa riconoscere che dolore e Dio sono coerenti e che è lecito “cantare” nel deserto della prova. «Io a te, Signore, grido aiuto, al mattino giunge sino a te la mia preghiera»: questa l’ultima invocazione nel Salmo 88, che rivela non solo la disperazione, ma la certezza che le lacrime non si asciugano nell’aridità del deserto. «Il mio vagabondare tu lo registri, o Signore; le mie lacrime nell’otre tuo raccogli», afferma, con straordinaria poesia spirituale, il Salmo 56: questa fiducia rende possibile anche il canto nelle tenebre del dolore.

x59i dans Stile di vita

«Soffrivo molto, ma l’anima cantava», ha scritto nel suo diario la beata Chiara Luce Badano, la giovane focolarina morta diciannovenne, dopo anni di grandi sofferenze. I giorni della sua esistenza terrena sono sempre stati ricchi di carità donata a piene mani, di profonda sensibilità e di continue attenzioni verso gli altri, anche quando il dolore fisico era insopportabile. «Ho rifiutato la morfina – diceva con semplicità – perché mi toglie lucidità e io posso offrire a Gesù soltanto la mia sofferenza».

Alla Madonna, che forse le è apparsa nelle vesti di una malata nell’ospedale dove era ricoverata, Chiara dice: «Tu sai quanto desideri guarire, ma se non rientra nei piani di Dio, aiutami a non mollare mai… Più di ogni altra cosa voglio stare al gioco di Dio».

È impressionante sentire parlare della volontà del Signore, che può apparire misteriosa e tremenda per la vita di questa ragazza, come di un gioco tra lei e il suo Sposo: «Gesù mi aspetta; quando viene a prendermi sono pronta».

Così “cantava” Chiara Luce, nei suoi giorni terreni, portando la sua lampada, perché tante persone, in particolare i giovani, sappiano affidarsi in ogni momento, soprattutto nelle difficoltà, al Dio buono e misericordioso in cui lei ha creduto.

«Vedi – confidava alla mamma – io non posso più correre, però vorrei passare ai giovani la fiaccola, come alle Olimpiadi».

di Madì Drello – Madre di Dio

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Chiara “Luce” Badano: «a me interessa solo stare al gioco di Dio».

Posté par atempodiblog le 29 octobre 2012

Stare al gioco di Dio
di Irene Bertoglio – Libertà e Persona

Chiara “Luce” Badano: «a me interessa solo stare al gioco di Dio». dans Beata Chiara Luce Badano chiaralucebadano

Oggi, 29 ottobre, si celebra la festa di Chiara “Luce” Badano. Forse non tutti conoscono il motivo di questo secondo nome: perché “Luce”? La giovane Beata aveva chiesto personalmente a Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari, di scegliere per lei un nuovo nome che la aiutasse a vivere meglio il Vangelo. Un incontro importante quello con la Lubich, da cui nasce in “Chiaretta” – come la chiamavano gli amici più cari – questa riflessione: «Mi piacerebbe essere una cristiana vera, autentica, di quelle che vanno fino in fondo; non voglio e non posso rimanere analfabeta di un così straordinario messaggio. Come per me è facile imparare l’alfabeto, così deve essere anche vivere il Vangelo». E questa frase d’infanzia suona come una profezia.
Chiara nasce nel paesino di Sassello (Savona), attesa dopo 11 lunghi anni: il padre, Ruggero, uomo dagli occhi profondissimi, racconta che, nel soffrire per la sua non ancora compiuta paternità, pregava sul camion mentre lavorava. Anche la madre, Maria Teresa, è un’autentica testimone dell’amore di Dio; nel narrare la sua esperienza afferma che, alla nascita della figlia, «da subito avevamo avvertito nell’anima che Chiara non era figlia nostra, ma figlia di Dio, e come tale dovevamo crescerla nella Sua libertà». L’ubbidienza alla volontà del Signore e la conseguente accettazione del Destino rappresentano per la famiglia Badano una costante che accompagna provvidenzialmente tutta la vita loro e di Chiara Luce. È indubbio che Ruggero e Maria Teresa ricalcano la famiglia di Nazareth: due persone umili, di intensa e concreta fede. Sarà la stessa figlia, più avanti, a rivolgersi al padre dicendogli: «Papà, quando abbiamo questa presenza di Gesù in mezzo così forte tra di noi, noi siamo la famiglia più felice del mondo!».

Un racconto che ci avvicina a comprendere meglio questa bambina così luminosa proviene dalla mamma, che un giorno le suggerisce di regalare alcuni dei suoi giochi ai bambini più poveri, ma Chiara risponde: «No, sono miei!». E qui, nessuna novità. Ma dopo poco, Chiara chiede a Maria Teresa una borsetta di plastica e sceglie di regalare ai bimbi proprio i giochi più nuovi, giustificando così questo gesto: «Ai bambini poveri non si possono dare giocattoli già rotti!». Non vi viene in mente una parabola di Gesù? «[…] Un padre chiede al secondo figlio di andare a lavorare nella vigna ed egli rispose: non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò»…

Chiara cresce e sceglie di frequentare il liceo classico di Savona. Nonostante gli insegnanti la instradino verso un altro percorso di studi lei è determinata e va avanti per la sua strada: vedremo come questa sua attitudine temperamentale la accompagnerà per tutta la vita. Alla fine dell’anno, però, viene bocciata, e qui avvengono le prime importanti riflessioni sul mistero della sofferenza, oggi la grande censurata del nostro secolo. Chiara assegna infatti un valore all’esperienza del dolore, interpretazione più che mai antitetica per la nostra società, in cui la sofferenza sembra dover essere a tutti i costi annullata: «Questo fallimento mi fa capire che non ci può essere gioia se non si affronta il dolore come ha fatto Gesù sulla Croce, che si sentiva abbandonato dal Padre». Di sofferenza Chiara farà molta esperienza. Nel 1988, infatti, all’età di 17 anni, accusa un dolore alla spalla. La diagnosi è sconvolgente: osteosarcoma. Alla notizia, la madre, confermandosi nuovamente donna di grande fede, abbraccia il marito dicendogli: «solo Lui può aiutarci a dire il nostro “sì”». Ma Chiara? È pronta per il suo “sì”? Il 14 marzo 1989 scrive: «è tutto chiaro, io non guarirò più, me l’hanno detto i medici. Perché Gesù? Perché proprio io?». Maria Teresa ricorda che in quella circostanza Chiara cammina molto lentamente e le chiede di non parlare: si butta sul letto. La mamma rispetta, con discrezione e tenerezza, la richiesta della figlia: «in quel momento vedevo dalla sua espressione tutta la lotta che stava facendo dentro di sé, perché sapeva che doveva dire il suo “sì” a Gesù, non solo nella gioia ma anche nel dolore, ma lei voleva vivere! Dopo 25 minuti, con un sorriso raggiante mi dice: “mamma, adesso puoi parlare”. Aveva preso atto del suo dramma e detto il suo “sì”». Come il fiat di Maria da quel momento la forza e la determinazione di Chiara non l’hanno più fatta tornare indietro: «Mi sento piccola, la strada da compiere è così ardua, spesso mi sento sopraffatta dal dolore e mi ripeto: se lo vuoi tu, Gesù, lo voglio anch’io. A me interessa solo stare al gioco di Dio». E ancora, durante la chemioterapia: «ogni ciocca che cade è per te Gesù».

Quando Chiara perde l’uso delle gambe scrive: «La mamma mi ha detto: “Gesù ti ha tolto le gambe ma ti ha dato le ali”». Quanta dolcezza in questa mamma che ha sempre saputo creare un clima di sostegno sia con le parole che con i gesti! Chiara sa di dover lasciare molte cose: che cosa prova? Immedesimiamoci e chiediamoci come ci sentiremmo noi senza tutto ciò che abbiamo, in una condizione simile: senza più poter camminare, sapendo di avere i giorni contati. Come reagiremmo? Lei la prende così: «Mi sento avvolta in uno splendido disegno che poco a poco mi si svela». Ecco di nuovo la sofferenza come mistero accettato. Il padre testimonia che lui e Maria Teresa erano convinti Chiara sorridesse solo per far piacere a loro, allora la spia dalla serratura e commenta: «Ho capito che Gesù faceva scendere una grazia su di lei».
Durante il ricovero Chiara riceve anche dei soldi che manda subito in Africa, convinta che «là sarebbero serviti di più». Un’amica storica afferma che Chiara avrebbe desiderato diventare pediatra.

Negli ultimi tempi – cure sospese – Chiara rifiuta la morfina in quanto vuole restare completamente lucida, in totale controtendenza rispetto alle normali richieste dei pazienti in simili condizioni. Un altro episodio molto commovente è quando, il giorno di S. Valentino, Chiara sollecita la mamma ad andare dal parrucchiere e a uscire a cena col marito: «Stasera dimenticatevi di me, guardatevi negli occhi e ditevi che vi volete bene». Maria Teresa ricorda: «Lì ho pianto, perché ho compreso che Chiara ci stava abituando a camminare da soli!». Una mamma sempre attenta e disponibile, ma non di meno la figlia: Chiara, così sensibile nei confronti della salute psicologica dei genitori, pensa già “in avanti”, così, quando chiede di poter avere, per il suo funerale, come una sposa, un abito bianco con una cinturina rosa, dice alla mamma: «quando mi vestirai dovrai sempre ripetere: “Ora Chiara vede Gesù”, per tre volte». Nell’ultimo saluto alla madre le scompiglia i capelli con una mano e sorridendo le dice: «Mamma, ciao! Sii felice perché io lo sono».

Il 19 dicembre 2009 Benedetto XVI firma il decreto di approvazione del miracolo di guarigione di Andrea Bartole attribuito all’intercessione di Chiara Luce Badano. Il 25 settembre 2010 viene beatificata.
Mons. Livio Maritano, vescovo emerito di Aqui Terme, rimembrando le loro conversazioni, rileva come Chiara cogliesse sempre «l’essenziale del Cristianesimo, puntando tutto sulla certezza dell’amore di Dio a cui ricambiare col “sempre sì”». In una registrazione vocale di Chiara, voce peraltro a mio parere dolcissima, questa affermazione è confermata: «Ho capito che se noi fossimo sempre in questa disposizione d’animo, pronti a tutto, quanti segni Dio ci manderebbe! Ho compreso anche quante volte Dio ci passa tanto e noi non ci rendiamo conto. Adesso vi saluto, anche se avrei tantissime altre cose da dirvi, ma… (qui si fa silenzio) alla prossima puntata. Ciao a tutti!».

Chiara è stata descritta da tutti coloro che l’hanno conosciuta come una persona semplice, sempre sorridente, vivace, piena di vita, altruista, riconoscente. Negli anni ’80 incarna l’esatto opposto della moda del tempo e non cerca di mettersi in mostra. Sa ascoltare in silenzio senza interrompere: quale insegnamento per una società logorroica come la nostra! Oggi tutti parlano, ma quante relazioni si instaurano veramente? Chiara ci insegna che ascoltare implica un rapporto, un incontro personale, un’apertura accogliente.

E in questa scalata verso Dio, verso la cima, come capo cordata ci esorta: «I giovani sono il futuro, io non posso più correre ma vorrei passare loro la fiaccola come alle olimpiadi. I giovani hanno una vita sola, e vale la pena spenderla bene!». Il cuore è capace di amare nonostante tutte le condizioni esteriori; si può vivere con coraggio: la Santità è possibile anche ai giorni nostri.

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