L’arte del Medioevo e l’anima cristiana

Posté par atempodiblog le 30 juin 2026

L’arte del Medioevo e l’anima cristiana
Fonte: Venerável Fulton Sheen

Il Beato Angelico pianse mentre dipingeva la Crocifissione

L’arte del Medioevo è l’arte di un’umanità redenta. È radicata nell’anima cristiana, sulla sponda delle acque vive, sotto il Cielo delle virtù teologali, e fra i dolci zefiri dei sette doni dello Spirito Santo.

Perché nel Medioevo non si trattava di fare dell’arte cristiana; si trattava piuttosto di essere cristiani.

Se tu eri cristiano, la tua arte era cristiana. Se credevi nei dogmi eterni, la tua arte avrebbe espresso le verità eterne.

L’artista medioevale diceva: “Se vuoi scolpire le cose del Cristo, devi vivere col Cristo”.

Per l’uomo del Medioevo, l’arte esigeva calma e meditazione piuttosto che euforia e moto febbrile.

La storia ci racconta che il Beato Angelico pianse mentre dipingeva la Crocifissione che oggi si trova nel Convento di San Marco a Firenze.

del venerabile Fulton John Sheen

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Speciale Preziosissimo Sangue. Sin dalle origini

Posté par atempodiblog le 30 juin 2026

Speciale Preziosissimo Sangue. Sin dalle origini
La devozione al Preziosissimo Sangue risale alle origini ovvero, ai primi secoli del Cristianesimo. Un membro dell’aristocratica famiglia romana dei Savelli sarebbe stato presente alla morte del Salvatore. La sua veste fu colpita da alcune stille del Preziosissimo Sangue. Convertitosi, conservò quella veste, che, attraverso i secoli, giunse nel XVII secolo tra le mani del principe Giulio Savelli, il quale la donò alla chiesa di San Nicola in Carcere. Il beato Pio IX, su spinta di san Gaspare del Bufalo, nel 1849 estese tale devozione a tutto il mondo cattolico.
di Veronica Rasponi – Radici Cristiane

Speciale Preziosissimo Sangue Sin dalle origini

Il mese di luglio è tradizionalmente dedicato al Preziosissimo Sangue, una devozione che risale ai primi secoli del Cristianesimo e che il beato Pio IX, sotto la spinta di san Gaspare del Bufalo (1786-1837), estese nel 1849 a tutto il mondo cattolico. Non tutti conoscono però le origini di questa devozione nei tempi moderni.

Fra la riva sinistra del Tevere e le pendici del Campidoglio si estendeva all’inizio dell’Ottocento un vasto quartiere, dove sorgevano molte antiche chiese attorno ad una piazza conosciuta come piazza Montanara. Di questo angolo di Roma, scomparso dopo la creazione della Via del Mare (oggi via Luigi Petroselli), rimane la chiesa di San Nicola in Carcere, così detta perché si pensa che i suoi sotterranei costituissero una continuazione del carcere Tullianum capitolino.

L’abito macchiato
In questa antica Basilica, dedicata a san Nicola di Mira, si conservò sempre con particolare devozione una reliquia del Preziosissimo Sangue. Stando alla tradizione, un membro dell’aristocratica famiglia romana dei Savelli, presente alla morte del Salvatore, ebbe la veste spruzzata da alcune stille del suo Preziosissimo Sangue. Convertitosi al Cristianesimo, staccò dall’abito la parte ancora rossa di Sangue e, tornato Roma, la conservò nella sua nobile dimora, chiusa in un reliquiario di ebano e cristallo, dove restò gelosamente custodita per 1700 anni, fino a quando il principe Giulio Savelli (1626-1712), ultimo del Casato, l’offrì in dono alla chiesa di San Nicola in Carcere, adiacente al suo palazzo (oggi Teatro di Marcello).

La reliquia fu chiusa in una cassetta d’argento e deposta in venerazione all’altare del Santissimo Crocifisso, lo stesso che aveva un giorno parlato a santa Brigida. In occasione del primo centenario del dono, l’8 dicembre 1808, il canonico Francesco Albertini (1770-1819), rettore della chiesa, fondò, con un gruppo di devoti della reliquia, una Pia Associazione in onore del Preziosissimo Sangue e ne assegnò la predicazione al neo sacerdote Gaspare del Bufalo (Roma, 1786 – Roma, 1837), da lui diretto spiritualmente. Intanto, nella notte dal 5 al 6 luglio 1809, Pio VII fu fatto prigioniero e deportato. Gaspare del Bufalo e Francesco Albertini rifiutarono il giuramento di fedeltà a Napoleone e vennero condannati all’esilio e poi al carcere.

Così si introdusse la festa
Dopo la caduta di Napoleone, l’Albertini venne nominato vescovo di Terracina, Sezze e Priverno, mentre Gaspare del Bufalo ricevette dal papa Pio VII l’ordine di dedicarsi alle missioni popolari, per debellare lo spirito di empietà e di irreligione del tempo. Il canonico Albertini è considerato il “Padre Segreto” di tutto il movimento devozionale ottocentesco verso il Sangue di Cristo, colui che plasmò san Gaspare del Bufalo e lo indirizzò alla fondazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue, a cui si ispirò santa Maria De Mattias (1805-1866), fondando le Adoratrici del Sangue di Cristo.

Quando, nel 1849, Pio IX fu costretto a lasciare Roma occupata dai rivoluzionari per rifugiarsi a Gaeta, ebbe un incontro con il venerabile don Giovanni Merlini, successore di san Gaspare del Bufalo e stimatissimo dal Pontefice per la sua santità e saggezza. Al Papa, che gli chiedeva quando sarebbero passati quei terribili momenti per la Chiesa, il santo missionario rispose che se Pio IX avesse introdotto la Festa del Preziosissimo Sangue, sarebbe tornato a Roma liberata.

Dopo averci riflettuto, il 30 giugno il Papa comunicò al Merlini che accettava il suo consiglio. La domenica del 1° luglio di quell’anno i rivoluzionari furono costretti a lasciare Roma e il Papa, con decreto del 10 agosto 1849, estese la festa del Preziosissimo Sangue a tutta la Chiesa, da celebrarsi con rito doppio di seconda classe nella prima domenica di luglio. Pio X la fissò definitivamente al 1° luglio e Pio XI, a ricordo del XIX centenario della redenzione, nell’aprile del 1934, la elevò a rito doppio di prima classe.

Paolo VI, in seguito alla riforma liturgica postconciliare, abbinò la Festa del Preziosissimo Sangue a quella del Corpus Domini, ma la sua decisione provocò un vivo malcontento tra i devoti dell’una e dell’altra devozione. Ricevendo i Missionari del Preziosissimo sangue, il Papa comunicò loro che potevano ugualmente celebrare la Festa nel 1° luglio, con liturgia di solennità.

Partecipazione al Calvario
La Pia associazione del Preziosissimo Sangue, fondata da mons. Albertini, eretta ad Arciconfraternita da papa Pio VII nel 1815, si trasferì poi presso la chiesa di san Giuseppe a Capo le Case, dove, dietro l’altare, ancora si conserva il reliquiario di San Nicola in Carcere.

Il Sangue di Cristo, a cui si deve la nostra redenzione, dà alla vita di ogni cristiano un carattere sacrificale, come partecipazione all’immolazione che Cristo fece di Sé sul Calvario.

Esso è intimamente legato al Santo sacrificio della Messa, che è il rinnovamento incruento del Sacrificio della Croce. Non è forse privo di significato il fatto che la basilica di San Nicola in Carcere e la chiesa di san Giuseppe a Capo le Case, così intimamente legate alla reliquia del Sangue di Cristo, hanno oggi il privilegio di essere tra le poche chiese di Roma, dove si celebra con regolarità la Santa Messa secondo il Rito romano antico.

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La Roccia su cui è edificata la nostra speranza

Posté par atempodiblog le 29 juin 2026

La Roccia

“Nella Chiesa vi è una Roccia
e su questa Roccia è edificata la nostra speranza”.

di Thomas Stearns Eliot
Tratto da: I cori della Roccia

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Santi Pietro e Paolo, e il desiderio di ingrandire il cuore

Posté par atempodiblog le 29 juin 2026

San Josemaría Escrivá de Balaguer/ Accadde Oggi

Santi Pietro e Paolo e il desiderio di ingrandire il cuore

29/06. San Pietro e San Paolo, apostoli. “Venero con tutte le mie forze la Roma di Pietro e di Paolo, bagnata dal sangue dei martiri, centro da cui tanti sono partiti per propagare nel mondo intero la parola salvifica di Cristo. Essere romano non comporta nessun particolarismo, ma un ecumenismo autentico; suppone il desiderio di ingrandire il cuore, di aprirlo a tutti con l’ansia redentrice di Cristo, che tutti cerca e tutti accoglie, perché tutti ha amato per primo”.

Tratto da: San Josemaría Escrivá FB

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Il profondo significato spirituale dell’icona di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso posta sopra la tomba di Fulton Sheen

Posté par atempodiblog le 27 juin 2026

Il profondo significato spirituale dell’icona di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso posta sopra la tomba di Fulton Sheen
Fonte: Venerável Fulton Sheen

Il profondo significato spirituale dell icona di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso posta sopra la

La presenza dell’icona di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso posta sopra la tomba di Fulton Sheen ha un profondo significato spirituale.

Che cos’è l’icona?
L’icona, di origine bizantina, raffigura Maria che tiene in braccio il Bambino Gesù. Ai lati si trovano gli arcangeli Michele e Gabriele che mostrano gli strumenti della Passione di Cristo: la croce, i chiodi, la lancia e la spugna.

Un dettaglio celebre è il sandalo slacciato del Bambino Gesù, simbolo dello spavento di fronte alla visione della sua futura sofferenza e della ricerca di protezione tra le braccia di sua Madre.

Fulton Sheen parlava spesso dell’importanza di Maria nella vita cristiana. Nei suoi scritti e nelle sue conferenze insegnava che Maria conduce sempre le persone a Gesù. Sottolineava che la devozione mariana non sostituisce Cristo, ma aiuta i fedeli ad avvicinarsi a Lui.

Per questo, un’icona mariana collocata sopra la sua tomba esprime ciò che ha segnato tutta la sua vita spirituale e il suo ministero.

Perché proprio Nostra Signora del Perpetuo Soccorso?
Questo titolo presenta Maria come aiuto costante dei cristiani. “Perpetuo” significa continuo, permanente. L’icona ricorda che i fedeli possono rivolgersi a Maria in ogni circostanza della vita.

Inoltre, l’icona è molto usata nei santuari e nei luoghi di pellegrinaggio perché invita alla preghiera silenziosa, alla fiducia in Dio e alla contemplazione dei misteri della fede.

Simbolismo dei colori:

- Blu scuro: l’umanità di Maria.
- Rosso: l’amore, la regalità e la partecipazione all’opera della salvezza.
- Oro: la gloria celeste e la presenza divina.
- Stelle sul velo: la verginità e la santità di Maria.

Non una semplice decorazione
L’immagine posta sopra la tomba non è quindi una semplice decorazione. Aiuta i pellegrini a comprendere una delle dimensioni centrali della spiritualità di Sheen: la fiducia nell’intercessione di Maria e la sua missione di condurre i fedeli a Cristo.

“Ho sentito Mia Madre parlare di te”
Fulton Sheen: «Spero che, nel giorno del mio giudizio, io possa udire queste parole da Gesù: “Ho sentito Mia Madre parlare di te”».

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Nostra Signora di Coromoto

Posté par atempodiblog le 27 juin 2026

Nostra Signora di Coromoto
La Madonna ci ha lasciato un’altra immagine di sé oltre a quella di Guadalupe?
Anche se la rappresentazione è molto piccola, i simboli sono idonei alla cultura del Venezuela del XVII secolo
di Ellen Mady – Aleteia

Nostra Signora di Coromoto

Un capo tribale venezuelano, scelto dalla Vergine per evangelizzare gli indiani Coromoto, ha finito per diventare un moderno Giona che ha cercato in tutti i modi di sfuggire alla sua missione ma alla fine l’ha realizzata.
La Madonna gli apparve due volte, dicendogli di battezzarsi, e due volte egli oppose resistenza. Quando la Vergine gli apparve per la prima volta, nel 1651, il capo indiano iniziò a imparare la fede cristiana insieme ad altri membri della tribù, ma preoccupato del fatto che la conversione potesse influire sulla sua leadership, si fermò prima di battezzarsi e incoraggiò gli altri nativi a fare lo stesso. Alcuni andarono avanti e vennero battezzati, ma molti seguirono il capo.
La Madonna gli apparve di nuovo nel 1652, e ancora una volta egli ignorò la sua richiesta.
La Beata Madre, tuttavia, non desistette, e lasciò nella mano del capo una piccola immagine di sé mentre teneva sulle ginocchia il Bambino Gesù (l’immagine è alta meno di 2 centimetri e mezzo).
Qualche tempo dopo, il capo venne morso da un serpente velenoso e sembrava essere sul punto di morire. Ricordando l’apparizione e la promessa di Maria che se fosse stato battezzato sarebbe andato in cielo, chiese urgentemente il Battesimo.

Vergine di Coromoto Venezuela

La notizia della splendida Signora che era apparsa si diffuse rapidamente, e la devozione nei suoi confronti crebbe. Il resto dei Coromoto venne battezzato poco dopo che il capo aveva finalmente abbracciato la fede. Alla fine del Settecento una chiesa venne costruita in onore di Nostra Signora di Coromoto nella vicina città di Guanare. Negli anni Ottanta del Novecento è stato costruito un tempio sul luogo dell’apparizione del 1652.Entrambe le chiese sono state elevate a basiliche minori. Il santuario ospita sia una grande statua di Nostra Signora di Coromoto sia la reliquia originale.
La reliquia della Beata Vergine è il legame più autentico che abbiamo con le apparizioni. L’immagine è stata analizzata in modo approfondito durante un processo di restauro avvenuto nel 2009. I simboli indigeni nell’immagine, come lo stile delle corone indossate dalla Vergine e da Gesù, si adattano alla cultura e allo stile del popolo Coromoto nel Venezuela del XVII secolo.
Come si sia formata l’immagine resta un mistero, e si crede che si sia trattato di un evento miracoloso. Sembra disegnata su carta, ma quest’ultima non sembra aver assorbito alcun inchiostro o sostanza simile. Ci sono quindi delle somiglianze con l’apparizione di Nostra Signora di Guadalupe, visto che anch’essa sembra dipinta sulla tilma (mantello) ma pare librarsi misteriosamente sul tessuto senza aderire realmente ad esso.
Nostra Signora di Coromoto è stata dichiarata patrona del Venezuela prima dai vescovi venezuelani nel 1942 e poi da Papa Pio XII nel 1949. Viene festeggiata l’8 settembre (festa della natività di Maria) e l’11 settembre, e anche il 2 febbraio.

Nostra Signora di Coromoto, prega per noi!

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Beata Vergine Maria del Perpetuo Soccorso

Posté par atempodiblog le 26 juin 2026

Beata Vergine Maria del Perpetuo Soccorso
Tratto da: Casa natale di sant’Alfonso de’ Liguori

Beata Vergine Maria del Perpetuo Soccorso

La beata Vergine Maria, Madre di Dio, intimamente partecipe all’economia della salvezza, specialmente nel mistero della Redenzione operata da Cristo, coopera con il Figlio alla salvezza degli uomini. Per conseguenza è per tutti Madre del Perpetuo Soccorso.

Una sua immagine sotto questo titolo fu portata a Roma dall’isola di Creta verso la fine del secolo XV e collocata nella chiesa di San Matteo apostolo in via Merulana durante il pontificato di Alessandro VI.

Ivi fu venerata dai fedeli per circa tre secoli. In seguito, distrutta la chiesa per vicissitudini dei tempi, anche quella Icona scomparve; finché provvidenzialmente ritrovata nel 1866, fu affidata dal Sommo Pontefice Pio IX ai Missionari Redentoristi che la esposero al culto pubblico nella chiesa del Santissimo Redentore dedicata a Sant’Alfonso. Da allora il culto di quest’immagine miracolosa è andato sempre crescendo tra i fedeli, e ora è largamente diffuso in tutto il mondo.

Preghiamo
Signore Gesù Cristo, che hai dato per madre, sempre pronta a soccorrerci, la tua stessa Madre Maria, della quale veneriamo la miracolosa immagine, fa’ che, implorando assiduamente il suo materno soccorso, meritiamo di godere per sempre il frutto della tua redenzione. Tu sei Dio, e vivi e regni con Dio Padre, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

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La devozione a Maria

Posté par atempodiblog le 26 juin 2026

Beata Maria Giuseppina di Gesù Crocifisso
26 giugno, memoria liturgica della Beata Maria Giuseppina di Gesù Crocifisso

“La devozione a Maria, Madre di Dio, consiste nel ricorrere a Lei con piena fiducia, imitarne le virtù con l’aiuto santo di Dio, nel fuggire il peccato che dispiace a Lei e al suo Figliuolo divino, nel presentarLe ossequio particolare con fedeltà e perseveranza”.

Beata Maria Giuseppina di Gesù Crocifisso

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Lo scettico e la Medaglia Miracolosa

Posté par atempodiblog le 26 juin 2026

Lo scettico e la Medaglia Miracolosa
Come Padre John Hardon scoprì che Dio opera miracoli per mezzo di Maria
Tratto da: Do Rei Pelé ao gênio Neymar

Padre John Hardon e la Medaglia Miracolosa

La Medaglia Miracolosa è all’origine di centinaia di miracoli.

Inizialmente, Padre John Hardon non le attribuiva grande importanza. Sacerdote gesuita, teologo e insegnante, ammise di non esserne rimasto “per nulla colpito” quando gli parlarono per la prima volta delle grazie elargite tramite essa.

Poi, mentre prestava servizio presso il St. Alexis Hospital di Cleveland, visitò un ragazzino che si trovava in stato di incoscienza da dieci giorni a seguito di un incidente con lo slittino. I medici temevano per la sua vita.

Mentre Padre Hardon lasciava la stanza, si ricordò della Medaglia Miracolosa. Chiese a un’infermiera di cercarne una. La medaglia fu trovata; il Padre la benedisse, la pose sul ragazzo e pregò.

Secondo la testimonianza dello stesso Padre Hardon, il ragazzo aprì gli occhi per la prima volta e disse: “Voglio un gelato”.

Gli esami successivi non rilevarono i danni cerebrali temuti e il ragazzo tornò a casa.

Padre Hardon non dimenticò mai l’accaduto: da scettico qual era, divenne, per tutta la vita, un fervente promotore della devozione alla Madonna dei Raggi.

La Medaglia non è un oggetto magico. Solo Dio opera miracoli. Tuttavia, Dio concede miracoli per mezzo di Maria, che li elargisce all’umanità e a ciascuno di noi.

 “O Maria, concepita senza peccato, pregate per noi che ricorriamo a Voi”.

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La morte di san Josemaría nel racconto di Álvaro del Portillo

Posté par atempodiblog le 26 juin 2026

“Cerco di arrivare alla Trinità del Cielo attraverso un’altra trinità, quella della terra: Gesù, Maria e Giuseppe. Sono raggiungibili più facilmente”.

San Josemaría Escrivá de Balaguer

San Josemaría Escrivá de Balaguer

La morte di san Josemaría nel racconto di Álvaro del Portillo
Riportiamo il racconto del beato Álvaro del Portillo sul 26 giugno 1975, giorno della morte di san Josemaría. Il testo è preso dal libro “Intervista sul Fondatore dell’Opus Dei”.
Fonte: OPUS DEI

Il 26 giugno 1975, ultimo giorno della sua vita terrena, il Padre si alzò alla solita ora. Celebrò la Santa Messa votiva della Madonna alle sette e cinquantatré minuti nell’oratorio della Santissima Trinità, assistito da don Javier Echevarría. Alla stessa ora celebrai anch’io nella Sacrestia Grande, perché quella mattina il nostro Fondatore desiderava andare con don Javier e con me a Castelgandolfo per salutare le sue figlie di Villa delle Rose: eravamo infatti in procinto di lasciare Roma. Ciò fa capire che stava fisicamente bene e che niente faceva prevedere ciò che di lì a poco sarebbe successo.
Verso le nove e trentacinque, il Padre uscì in macchina alla volta di Castelgandolfo accompagnato da don Javier Echevarría, da Javier Cotelo alla guida, e da me. Appena fuori del garage, iniziammo a recitare i misteri gaudiosi del santo Rosario. Terminammo prima di arrivare al raccordo anulare e cominciammo a conversare: tra l’altro egli disse che quel pomeriggio saremmo potuti andare a Cavabianca, la nuova sede del nostro Centro internazionale di formazione, perché desiderava vedere alcuni particolari dell’oratorio di Nostra Signora degli Angeli, che egli stesso aveva suggerito per rendere più armoniosa la decorazione e più raccolto e devoto l’ambiente.
Il viaggio durò più del solito, a causa di un ingorgo lungo il raccordo. Faceva molto caldo. Javier Cotelo gli parlò di alcuni suoi nipoti, che erano stati a Roma qualche tempo prima. Il Padre lo ascoltò con attenzione e si interessò affettuosamente anche ad altre vicende della sua famiglia.

A Villa delle Rose
Verso le dieci e mezzo arrivammo finalmente a Villa delle Rose. Alcune figlie sue lo attendevano nel garage. Il nostro Fondatore aveva portato, come al solito, alcuni regali: quella volta erano un’anatra di cristallo lavorato e un pacchetto di caramelle. Il Padre aveva l’abitudine di “smistare” sempre i regali che riceveva.
Mentre percorrevamo il corridoio disse che quelle erano le sue ultime ore a Roma prima dell’estate: ufficialmente ormai non c’era per nessuno, tranne che per le sue figlie. Andò a salutare il Signore, rimanendo inginocchiato per alcuni momenti dinanzi al Tabernacolo, baciò la croce di legno e si incamminò verso il “Soggiorno dei ventagli”, in cui avrebbe avuto luogo l’incontro.
Nell’entrare, rivolse un saluto al quadro della Madonna. È una pittura a olio in cui il Bambino appare pettinato con cura, con le guance colorite e paffute, mentre si stringe al grembo della Madre che gli offre una rosa tea. Questo quadro proviene da casa Escrivá e si trovava nella stanza del Centro di via Diego de León dove morì la madre del nostro Fondatore. La divina Provvidenza volle che la “Virgen del Niño peinadico” (la “Vergine del Bambino ben pettinato”) ricevesse anche uno degli ultimi sguardi del Fondatore.
Le sue figlie risposero con voce squillante al saluto del Padre e gli dissero che erano molto contente di vederlo. Lui commentò sorridendo: «Che bella voce avete!». Poi si sedette su una sedia, cedendo a me la poltrona coi braccioli che gli avevano preparato. Ripeté che stava per lasciare Roma e aggiunse: «Avevo un gran desiderio di venire. In queste ultime ore di permanenza a Roma stiamo risolvendo alcune faccende in sospeso; cosicché per gli altri ormai non ci sono: solo per voi».
La riunione fu breve: durò meno di venti minuti, perché cominciò a sentirsi male. Prima di concludere rinnovò l’atto di amore alla Chiesa e al Papa già pronunciato in tante occasioni. Pochi minuti dopo il senso di malessere cominciò ad aumentare. Don Javier e io lo accompagnammo nella stanza del sacerdote, dove si ritirò per un momento con noi due. Noi, come anche le direttrici del Centro, insistevamo perché riposasse un po’ di più, ma egli non volle, forse per ricordarci ancora una volta che i sacerdoti dell’Opus Dei debbono trattenersi nei Centri femminili solo il tempo indispensabile allo svolgimento del ministero. Quando sembrò che si fosse ripreso, decise di ritornare subito a Roma. Passammo dall’oratorio, dove sostò nuovamente alcuni istanti per congedarsi dal Signore. Mentre andava verso il garage, si interessò alle figlie sue che gli andarono incontro e disse con il buon umore abituale: «Scusatemi, figlie mie, per il fastidio che vi ho dato». Poi, salito in macchina, salutò affettuosamente quelle che gli aprivano la porta del garage: «Addio, figlie mie». Erano circa le undici e venti.

Ritorno a Villa Tevere “per breviorem”
Lasciava villa delle rose indubbiamente stanco, ma sereno e contento. Attribuì quel malore al caldo. Chiese a Javier Cotelo di portarlo a Roma per breviorem, scegliendo la strada più corta. Nel frattempo riprese a parlare con noi tre, ma fu una conversazione un po’ discontinua, a dire il vero, perché noi eravamo impazienti di arrivare quanto prima a Villa Tevere, per farlo riposare ancora. Javier guidò veloce, ma allo stesso tempo con dolcezza, per evitare un nuovo eventuale malore: arrivammo a casa in poco più di mezz’ora.
Alle undici e cinquantasette entrammo nel garage di Villa Tevere. Sulla porta ci aspettava un membro dell’Opera. Il Padre scese rapidamente dall’auto, allegro in volto; i suoi movimenti apparivano sciolti, tanto che si girò cercando di richiudere personalmente lo sportello. Ringraziò il figlio suo che l’aveva aiutato ed entrò in casa.
Salutò il Signore nell’oratorio della Santissima Trinità e fece una genuflessione lenta, devota, accompagnata come sempre da un atto d’amore. Salimmo quindi nel mio studio, cioè la stanza in cui egli era solito lavorare; pochi secondi dopo aver varcato la soglia, esclamò: «Javi!». Don Javier Echevarría era rimasto indietro a chiudere la porta dell’ascensore e il nostro Fondatore gridò più forte: «Javi!»; poi con voce più fioca: «Non mi sento bene». E subito si accasciò al suolo.

Offriva la sua vita per la Chiesa e per il Papa
Ricorremmo a tutti i mezzi possibili, spirituali e medici. Non appena mi resi conto della gravità della situazione, gli impartii l’assoluzione e l’Unzione degli Infermi, come aveva ardentemente desiderato: respirava ancora. Molte volte ci aveva supplicato appassionatamente di non privarlo di questo tesoro.
Fu un’ora e mezzo di lotta, piena di amore filiale: respirazione artificiale, ossigeno, iniezioni, massaggi cardiaci. Nel frattempo, ripetei più volte I’assoluzione. Sotto la direzione medica di don José Luis, ci davamo il turno con alcuni membri del Consiglio generale: Dan Cummings, Fernando Valenciano, Umberto Farri, Giuseppe Molteni e il dott. Juan Manuel Verdaguer. Non potevamo credere che fosse giunta l’ora di quel grandissimo dolore. Continuavamo a sperare contro ogni speranza. Telefonai alla direttrice centrale e le chiesi di far riunire urgentemente nei loro oratori tutte quelle che abitavano a Villa Sacchetti: bisognava pregare con grande intensità, almeno dieci minuti, per un’intenzione molto urgente. Intanto continuavamo a tentare l’impossibile. Non riuscivamo a convincerci che fosse venuto meno. Tuttavia, nonostante i nostri sforzi, il Padre non si riprese dal collasso cardiaco. Ci rassegnammo quando vedemmo che l’elettrocardiogramma era piatto.
All’una e mezzo uscii dalla stanza e invitai gli altri membri del Centro del Consiglio Generale, che stavano nell’attigua Sala delle riunioni a pregare e a piangere sommessamente, a venire a pregare dinanzi ai resti del nostro amatissimo Fondatore.
Per noi era senz’altro una morte improvvisa; per il nostro Fondatore, invece, quel momento era indubbiamente venuto maturando – oserei dire – più nell’anima che nel corpo, perché di giorno in giorno offriva sempre più spesso la propria vita per la Chiesa e per il Papa.
Ritengo che evidentemente il padre presentisse la morte: negli ultimi tempi ripeteva spesso che ormai sulla terra era soltanto d’intralcio, mentre dal Cielo avrebbe potuto aiutarci molto meglio. Ci addolorava moltissimo sentirlo parlare così – con quel suo tono forte, sincero, umile -, perché, mentre lui riteneva di essere divenuto un fastidio, per noi era un tesoro insostituibile.
Egli non aveva mai dato alcun peso al proprio stato di salute, tuttavia negli ultimi anni l’insufficienza renale e cardiaca si era acutizzata; ben sappiamo che non temeva la morte né era attaccato alla vita terrena: l’assidua meditazione dei Novissimi, fin dalla gioventù, aveva preparato giorno dopo giorno il suo cuore innamorato alla contemplazione della Trinità Beatissima.
Già da parecchi anni offriva a Dio la propria vita, «e mille vite se le avessi», per la santa Chiesa e per il Papa. Questa era l’intenzione di ogni sua Messa e lo fu anche di quella che celebrò il 26 giugno 1975: quel giorno il Signore accettò tale offerta.
Il nostro Fondatore ci aveva confidato più volte che chiedeva al Signore la grazia di morire senza dar fastidio: per affetto verso i suoi figli, avrebbe voluto evitare loro i fastidi di una lunga malattia. Dio accolse anche questa sua richiesta ed egli morì – secondo lo spirito che aveva predicato fin dal 1928 – lavorando per il Signore, ut iumentum!
Alle tre avevo telefonato anche al Cardinale Segretario di Stato per informarlo della morte del nostro Fondatore. Il cardinal Villot ne fu molto scosso, mi fece le condoglianze con grande affetto e mi assicurò che lo avrebbe detto subito al Papa, malgrado in quel momento stesse riposando. Questo fu il primo annuncio ufficiale della scomparsa del Fondatore; da quel momento in poi la notizia poteva considerarsi ormai pubblica e iniziò subito a circolare a Roma e in tutto il mondo.

Devozione al Fondatore dell’Opus Dei
Fin dallo stesso pomeriggio del giorno 26 cominciò dunque ad accorrere gente di tutti gli ambienti sociali, che voleva esprimere il proprio dolore e pregare. Raccogliemmo commoventi testimonianze di profondissimo amore verso il nostro Fondatore e dichiarazioni unanimi che dimostravano la comune certezza di trovarsi dinanzi al corpo di un santo. Insigni personalità della Chiesa e della vita civile, impiegati, operai, giovani e anziani, madri di famiglia con i bambini in braccio: tutti volevano «vedere il Padre».
L’oratorio era pervaso da un’atmosfera di intensa preghiera e di sereno dolore, difficile da descrivere a parole. Anche i più piccini, condotti per mano dai genitori, contemplavano senz’alcun cenno di timore il volto sereno del Padre.
Mentre si susseguivano le Messe, una fiumana di persone affluiva alla camera ardente. Tra i primi venne mons. Benelli, Sostituto della Segreteria di Stato del Vaticano, in rappresentanza del Papa. Rimase anch’egli a lungo raccolto in preghiera, su di un inginocchiatoio, di fronte al corpo del nostro Fondatore. Arrivarono anche cardinali, vescovi e sacerdoti, ambasciatori. persone di alto livello sociale e gente modesta, e moltissimi membri dell’Opera, cooperatori e amici. E mostravano il proprio dolore e l’affetto sostando per ore in orazione dinanzi alle spoglie del Fondatore.
In quei giorni furono di grande consolazione le affettuose risposte del Santo Padre Paolo VI alle notizie da me inviategli in qualità di Segretario Generale dell’Opera. Tramite mons. Benelli, il Papa espresse tutto il proprio dolore e disse che anch’egli spiritualmente pregava accanto al corpo di «un figlio così fedele» alla santa Madre Chiesa e al Vicario di Cristo. Prima del funerale pubblico giunse a Villa Tevere un telegramma proveniente dalla Sede Apostolica. Il Romano Pontefice voleva rinnovare le espressioni del proprio cordoglio, assicurare che stava offrendo suffragi per l’anima del Fondatore e confermare la propria persuasione che egli era un’anima eletta e prediletta da Dio; concludeva impartendo la Benedizione apostolica a tutta l’Opera. Com’è consueto, il telegramma recava la firma del cardinale Segretario di Stato, che si univa a sua volta con tutto il cuore al nostro dolore e ai sentimenti di Paolo VI, il quale desiderava farci giungere al più presto quelle righe.
Poco tempo dopo ricevemmo un’altra prova di affetto da parte del Santo Padre: una lettera, a testimoniare più diffusamente l’intensità del dolore del Papa e del suo affetto verso il nostro Fondatore e verso l’Opus Dei. Il cardinale Segretario di Stato spiegava che Sua Santità aveva celebrato la santa Messa del 27 giugno in suffragio per il Padre e che con il passare dei giorni non si erano attenuati la sua preghiera e il suo dolore per la perdita subita dalla Chiesa in seguito al transito al Cielo del nostro Fondatore. Infine confermava che avrebbe continuato a pregare affinché il Signore ci concedesse di essere sempre fedeli allo spirito che il Fondatore, per Volontà divina, ci aveva trasmesso.
Alla Sede Centrale dell’Opus Dei giunsero migliaia di telegrammi e di lettere provenienti dai cinque continenti: oltre alle espressioni del più sentito dolore, veniva concordemente affermata la convinzione che fosse morto un santo, uno dei grandi fondatori suscitati nella Chiesa dallo Spirito Santo.

Il Padre
Il Fondatore fu sepolto nella cripta dell’oratorio di Santa Maria della Pace, il 27 giugno 1975, all’indomani della sua morte. Il 4 ottobre 1957 egli aveva dettato a Jesús Pedro Álvarez Gazapo le parole che desiderava fossero incise sulla propria tomba, anche se poi specificò che era soltanto un desiderio e che avremmo potuto decidere noi liberamente. Sono queste:

IOSEPHMARIA ESCRIVA DE BALAGUER Y ALBAS
PECCATOR
ORATE PRO EO

Divisore blog

GENUIT FILIOS ET FILIAS
Riguardo a queste ultime parole, disse sorridendo: “potete aggiungerle, se volete”. Io pensai, davanti a Dio, che non potevamo trascrivere la prima parte, tanto più che il nostro Fondatore aveva lasciato a noi questa decisione. Per lungo tempo egli aveva amato firmare così: “Josemaría, peccatore” o “il peccatore Josemaría”; aveva dato di se stesso questa definizione: “un peccatore che ama Gesù Cristo”. Davvero una grande lezione di umiltà per tutti noi; ma a me sembrò che non saremmo stati dei buoni figli se avessimo inciso sulla sua tomba un’espressione del genere.
Interpretando il desiderio di tutti, disposi che sulla lastra tombale venissero riportate, in lettere di bronzo dorato, solamente queste parole: EL PADRE. Più in alto sarebbe andato il cerchio con la croce iscritta, sigillo dell’Opera, e in basso, sulla destra, le date di nascita e di morte.
Da allora incominciò un ininterrotto pellegrinaggio sulla tomba del nostro Fondatore, al quale i fedeli di ogni nazione e condizione affidavano le loro richieste e i loro propositi di rinnovamento interiore.

Racconto di Don Álvaro del Portillo sul 26 giugno 1975, riportato nel libro “Intervista sul Fondatore dell’Opus Dei”. Edizioni ARES, 1992.

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Nostra Signora del Perpetuo Soccorso

Posté par atempodiblog le 25 juin 2026

Nostra Signora del Perpetuo Soccorso
Tratto da: Radio Maria GT

Nostra Signora del Perpetuo Soccorso

Il 27 giugno si celebra la Festa di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso, patrona dei Padri Redentoristi, la cui icona originale si trova sull’altare maggiore della Chiesa di Sant’Alfonso. Questa immagine ricorda la cura della Vergine per Gesù, dal suo concepimento fino alla sua morte, e come oggi continui a proteggere i figli che ricorrono a Lei.

Si racconta che nel XV secolo un ricco mercante del Mar Mediterraneo possedesse il dipinto del Perpetuo Soccorso, anche se non si sa come ne fosse entrato in possesso. Per proteggere il quadro dalla distruzione, decise di portarlo in Italia ma, durante la traversata, si scatenò una terribile tempesta. Il mercante sollevò il quadro in alto, chiese aiuto e il mare si calmò. Giunto a Roma, mostrò l’immagine a un amico e disse che un giorno il mondo intero avrebbe reso omaggio a Nostra Signora del Perpetuo Soccorso.

Dopo qualche tempo, il mercante si ammalò e, prima di morire, fece promettere all’amico che avrebbe collocato il dipinto in una chiesa importante. Tuttavia, la moglie dell’amico si affezionò al quadro e lui non mantenne la promessa.
Nostra Signora apparve all’uomo diverse volte chiedendogli di adempiere alla promessa; tuttavia, non volendo arrecare un dispiacere alla moglie, non lo fece. Poi si ammalò e morì.

In seguito, la Vergine parlò con la figlia dell’uomo, di sei anni, e le diede lo stesso messaggio: desiderava che il quadro fosse collocato in una chiesa. La piccola andò e raccontò l’accaduto alla madre, che si spaventò. Una vicina si burlò dell’accaduto e fu colta da dolori così forti che si calmarono solo quando, pentita, invocò l’aiuto della Vergine e toccò il quadro.
La Madonna apparve di nuovo alla bambina e le disse che il dipinto doveva essere collocato nella chiesa di San Matteo, che si trovava tra le basiliche di Santa Maria Maggiore e San Giovanni in Laterano. Finalmente, così fu fatto e avvennero grandi miracoli.
Secoli dopo, Napoleone distrusse molte chiese, tra cui quella di San Matteo, ma un padre agostiniano riuscì a portare via segretamente il quadro, che in seguito fu collocato in una cappella agostiniana alla Posterula.

I Redentoristi eressero la Chiesa di Sant’Alfonso sulle rovine della chiesa di San Matteo e, nelle loro ricerche, scoprirono che prima lì si trovava il miracoloso quadro del Perpetuo Soccorso e che era custodito dagli Agostiniani. Grazie a un sacerdote gesuita conobbero il desiderio della Vergine di essere onorata in quel luogo.
Fu così che il superiore dei Redentoristi fece richiesta al Beato Pio IX, il quale dispose che il quadro fosse restituito alla Chiesa situata tra Santa Maria Maggiore e San Giovanni in Laterano. Inoltre, incaricò i Redentoristi di far conoscere Nostra Signora del Perpetuo Soccorso.
Gli Agostiniani, una volta venuti a conoscenza della storia e del desiderio del Sommo Pontefice, restituirono volentieri l’immagine mariana per compiacere la Vergine.

Oggi la devozione a Nostra Signora del Perpetuo Soccorso si è diffusa in diversi luoghi, con chiese e santuari eretti in suo onore. Il suo ritratto è conosciuto e venerato in tutto il mondo.

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Il Sangue di Gesù in Italia: Mantova, la città del Preziosissimo Sangue, e gli altri luoghi dove viene custodito

Posté par atempodiblog le 24 juin 2026

Il Sangue di Gesù in Italia: Mantova, la città del Preziosissimo Sangue, e gli altri luoghi dove viene custodito

Mantova e i Sacri Vasi

C’è un luogo in Italia che ospita il sangue di Gesù e la spugna imbevuta sul Golgota
Le reliquie contenute nei “sacri vasi” sono state portate dal soldato che trafisse con la lancia il costato di Cristo
di Gelsomino Del Guercio – Aleteia

Preziose reliquie di Gesù Cristo ospitate da quasi due millenni nella cattedrale di Mantova. E contenute nei cosiddetti “Sacri vasi”.
Le reliquie vennero portate nella città lombarda da Longino, il soldato che trafisse con una lancia il costato di Gesù. Dalla ferita uscirono sangue ed acqua che, cadendogli sul volto, gli fecero guarire gli occhi ammalati e lo fecero convertire alla fede cristiana (www.turismo.mantova.it).

L’arrivo a Mantova
Longino, raccolto il sangue di cui era intrisa la terra ai piedi della croce, lo custodì assieme alla spugna che era servita per dare da bere a Cristo sul Golgota. Poi arrivò a Mantova, dove nascose le preziose reliquie nell’ospedale per i pellegrini in cui aveva trovato albergo.
Il 2 dicembre del 37 Longino subì il martirio in contrada Cappadocia.

Reliquie “autentiche”
La cassetta con le reliquie venne ritrovata nell’anno 804, nell’orto dell’ospedale di Santa Maddalena, dove era stata sepolta accanto alle ossa di Longino. A quel punto, il pontefice Leone III inviato a Mantova dall’imperatore Carlo Magno ne dichiarò l’autenticità, avendone avuto in dono una porzione per l’imperatore.

Dal Monastero alla Basilica
Nuovamente occultate, temendo la loro profanazione da parte degli Ungari che minacciavano di invadere Mantova, le reliquie furono riscoperte nel 1048, al tempo di Beatrice e Bonifacio di Canossa che fecero costruire nel luogo del ritrovamento un monastero benedettino e una chiesa, poi distrutta per far posto all’edificio dell’attuale basilica di Sant’Andrea, voluta di Ludovico II Gonzaga.

“La Barca dell’Ascensione”
In passato in occasione dell’esposizione della reliquia si svolgeva il burchiello della Sensa (la barca dell’Ascensione) organizzato dall’arte dei pescatori. Era una sorta di spettacolo allegorico durante il quale alcuni pescatori interpretando gli apostoli Pietro, Giovanni ed Andrea lanciavano pesci e anguille sulla folla prendendoli da una barca che veniva portata a braccia dalla cattedrale a Sant’Andrea.

Le Dodici Chiavi
Per tradizione, ogni anno nel pomeriggio del Venerdì Santo si svolge la cerimonia per l’apertura dei forzieri che custodiscono i due preziosi reliquari, e che vengono posti ai piedi del Cristo crocifisso nell’abside della Cattedrale.
L’apertura è un’operazione laboriosa che comporta l’impiego di ben 12 chiavi, conservate da autorità ecclesiastiche e statali. Una dopo l’altra vengono aperte le serrature dei forzieri tra il silenzio dei presenti.

Ai piedi del Cristo Crocifisso
Quando finalmente i due reliquiari sono all’esterno, il Vescovo incensandoli pronuncia una preghiera.
I Sacri Vasi sostenuti, uno dal Vescovo e l’altro da un altro prelato, percorrono la cripta e le strette scale che portano nella Basilica, poi i due vasi con le reliquie sono posti ai piedi del Cristo crocifisso nel lato sinistro dell’abside della Cattedrale. Ed è questo il momento più solenne della cerimonia.

Sacra Spina

Il sangue di Gesù è in Italia: ecco dove si conservano le preziose reliquie
Da Sarzana a Taranto: sono numerosi i luoghi in cui si troverebbero reliquie ematiche di Cristo
di Gelsomino Del Guercio – Aleteia

Alcune preziose reliquie attribuire a Gesù si trovano in diversi luoghi in Italia. Sono conservate in chiese e santuari. Nel libro “Il sangue di Francesco” (Edizioni Archivio Tradizioni Subequane) c’è una mappa molto dettagliata di queste reliquie.

Il Sangue di Gesù Cristo
Si ritiene siano presenti frammenti dissecchi del sangue di Cristo a Sarzana, in provincia di La Spezia. Qui è custodita un’ampolla che accoglie sangue rappreso, identificato in quello di Gesù, e che modifica stato e colorazione il 25 marzo allorquando questa data coincide con il Venerdì Santo.

Altre reliquie ematiche
Altre presunte reliquie di Gesù sono a Roma (nella Basilica di S. Giovanni in Laterano  Palazzo Lateranense, Cappella di S. Lorenzo e del Sancta Sanctorum: due ampolle con sangue e acqua del costato), nella Basilica di S. Croce in Gerusalemme (porzione del velo bagnato di sangue) e nella chiesa di S. Giuseppe a Capo le Case (parte di abito imbevuta di stille ematiche).
E ancora nella chiesa di S. Nicola (pezza con resti di sangue), nella chiesa dei Santi Giuliano e Celso (granelli essiccati), nella chiesa di S. Maria in Trivio (grumi) e nella Basilica minore di S. Eustachio.

Grumi e spine
Facciamo memoria di Andria, Bari e San Giovanni Bianco (Bg  alterazione cromatica dovuta alla “fioritura” delle sacre spine); Assisi, Bologna, Clauzetto (Pn), Ferrara, Lucca, Mantova (terra intrisa di sangue raccolta, si dice, dal soldato romano Longino), Milano, Modena (fialetta con grumi e macchie ematiche) e Montone (Pg).
Poi Napoli (gocce di sangue secco su alcune spine della corona della Passione), Parma, Pompei, Potenza, Taranto, Terni, Torino e Trento (frammento di sangue raggrumato).

Il Sangue della flagellazione
Sant’Ambrogio di Valpolicella (Vr), Saponare (Pz), Venezia, Verona, Vicenza e Castel Bolognese, sono località in cui i sacri cimeli sono presenti nell’ostensorio centrale del grande altare delle reliquie posto entro la chiesa di S. Francesco.
Alcune credenze locali e fonti storiografiche annotano la conservazione di gocce del sangue di Cristo anche in Abruzzo e precisamente a Penne, in provincia di Pescara, oltre che nella stessa Castelvecchio Subequo dove “…dentro il reliquiario del sangue di S. Francesco è pure acclusa la reliquia del Sangue di Cristo versato nella flagellazione, con relativa autentica in pergamena del secolo XIII”.

La Basilica di Bruges
In Europa, nella basilica di Bruges è riposta una delle più celebri reliquie del Preziosissimo Sangue di Gesù. Una leggenda vuole che Giuseppe di Arimatea abbia recuperato il panno, imbevuto di materiale ematico, usato per lavarne il corpo, e la reliquia, dopo la II crociata o alla fine della IV, giunse nella città Belga, luogo in cui iniziò a ribollire ogni venerdì per alcuni anni.

In Gran Bretagna e Francia
Un’altra nota reliquia di Cristo è quella che si conserva nell’Abbazia di Hailes in Gran Bretagna.
Frammenti di sangue rappreso, riconosciuto in quello del Nazareno, si custodiscono in Boemia, ad Aix, Argenteuil, Fécamp, Paray-Le-Monial, Neuvy-Saint-Sépulchre, Parigi e Saintes in Francia; a Bistrup in Olanda, a Gerusalemme, nell’abbazia di Westminster e nel monastero di Buckingam in Inghilterra, ad Aquisgrana, Kippinger, nell’isola di Reichenau del Lago di Costanza, a Treviri e Weingarten in Germania, a Praga.

Sudari e manufatti
Alcune altre macchie ematiche si giudicano presenti nel Sudario di Oviedo in Spagna, nel Volto Santo di Manoppello, oltre che nella Sindone di Torino.
Fra i manufatti che si pensa contenessero il sangue di Cristo, quello che più di altri trova credito e attribuzione di originalità si conserva a Valencia in Spagna (Santo Càliz). Vari sono i luoghi della presunta custodia fra cui figurano Acerenza (Pz), Castel del Monte in Puglia e la Basilica di Collemaggio in Abruzzo, come ugualmente altre località della Francia, della Scozia e dell’Inghilterra.

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San Paolo, esposta la reliquia di san Luigi Scrosoppi patrono del calcio

Posté par atempodiblog le 17 juin 2026

San Paolo, esposta la reliquia di san Luigi Scrosoppi patrono del calcio
di ACI Digital

San Paolo esposta la reliquia di san Luigi Scrosoppi patrono del calcio

Il Museo d’Arte Sacra di San Paolo ha inaugurato la mostra: “Calcio: Passione, Devozione e Fede”, visitabile fino al 30 agosto nella Sala Metropolitana Tiradentes. Allestita all’interno della stazione della metropolitana, l’esposizione presenta una reliquia di San Luigi Scrosoppi (1804-1884), patrono del calcio.

“Intorno al 2009, promossa da un imprenditore austriaco e da un gruppo di professori universitari, è stata condotta un’analisi dettagliata della vita di oltre duemila santi, alla ricerca di un profilo che rappresentasse i valori e gli ideali dello sport”, ha affermato José Luís Lira, presidente onorario dell’Accademia Brasiliana di Agiologia, ad ACI Digital.

“Il gruppo cercava un modello di perseveranza, unione, gioia e forte legame con lo sviluppo e l’inclusione dei giovani”, ha dichiarato Lira. “Individuò allora San Luigi Scrosoppi, un sacerdote italiano noto per l’immensa carità, la pazienza e lo spirito allegro, appartenente all’Oratorio di San Filippo Neri”.

San Luigi Scrosoppi si serviva dello sport e dell’attività fisica per evangelizzare i giovani. Il Pontificio Consiglio per i Laici* lo ha proclamato patrono dei calciatori nel 2010.

“Le reliquie sono state prestate per la mostra da un partner del Museo, proprietario di una delle più grandi collezioni di reliquie del Brasile”, ha detto ad ACI Digital Rodolfo Colombo, curatore del Museo d’Arte Sacra di San Paolo, insieme a Davi Moyano.

Lo stesso collezionista ha prestato per l’esposizione anche una reliquia di San Gennaro, primo Vescovo di Napoli, molto venerato tra gli italiani e i loro discendenti e patrono della Società Sportiva Palmeiras e della Juventus.

La maglia blu della nazionale brasiliana del 1958, con cui il Brasile vinse il suo primo titolo mondiale in Svezia, si ispirava alla devozione a Nossa Senhora Aparecida ed è presente all’interno della mostra.

*Dal 1° settembre 2016 il Pontificio Consiglio per i Laici ha cessato la sua attività e le sue competenze e funzioni sono state assunte dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita.

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I Mondiali FIFA sono stati ideati da un cattolico devoto

Posté par atempodiblog le 14 juin 2026

I Mondiali FIFA sono stati ideati da un cattolico devoto
I Mondiali FIFA, l’evento sportivo più seguito al mondo, sono stati ideati da un cattolico devoto

di SacredChad

I Mondiali FIFA sono stati creati da un cattolico devoto

Jules Rimet nacque nel 1873 in un piccolo villaggio francese, da una famiglia profondamente cattolica.
A 17 anni, ispirato dall’Enciclica “Rerum Novarum” di Papa Leone XIII del 1891 sulla dignità dei poveri, iniziò a organizzare opere sociali per i più poveri di Parigi.
Nel 1897 fondò il Red Star Football Club, aperto a giocatori di ogni classe sociale, perché credeva che il calcio, come la Chiesa, fosse per tutti.
Servì come ufficiale nella Prima guerra mondiale e fu decorato con la Croix de Guerre. Dopo aver visto gli orrori delle trincee, sognava un mondo in cui le nazioni si sfidassero sul campo di calcio anziché sul campo di battaglia.
Nel 1921 diventò presidente della FIFA, incarico che mantenne per 33 anni. Nel 1930 lanciò la prima Coppa del Mondo FIFA in Uruguay. Nel 1956 fu candidato al Premio Nobel per la Pace.

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Il Mondiale della Croazia comincia dalla Messa

Posté par atempodiblog le 14 juin 2026

Il Mondiale della Croazia comincia dalla Messa
Durante il ritiro di preparazione al torneo iridato 2026 la nazionale croata si è raccolta in preghiera partecipando a una Messa nell’arcidiocesi di Fiume
di Antonio Giuliano – Avvenire

Il Mondiale della Croazia comincia dalla Messa

Ci sono tanti modi per prepararsi a un Mondiale. C’è chi punta tutto su sedute mirate di atletica e tattica. E c’è chi, come i giocatori della Croazia, ha scelto anche un’altra strada: quella della preghiera. Un gesto semplice, quasi nascosto, che racconta qualcosa di più profondo dello sport. E tocca le corde della storia e dell’identità di un popolo che, nonostante le vicissitudini del tempo, non ha mai dimenticato le proprie radici cristiane.

La notizia è stata resa pubblica dalla stessa arcidiocesi di Fiume: domenica 31 maggio, mentre la nazionale croata iniziava a Fiume la preparazione al Mondiale 2026, capitan Modric e alcuni giocatori, insieme allo staff tecnico guidato dal commissario tecnico Zlatko Dalic, hanno partecipato alla Messa a Icici, piccolo centro vicino a Abbazia. La squadra è arrivata senza annunci ufficiali, unendosi con discrezione ai fedeli riuniti davanti alla cappella di San Giovanni di Dio.

Il parroco Mato Berišic li ha salutati all’inizio della Messa, mentre al termine i giocatori hanno acconsentito volentieri a foto e autografi per i ragazzi e i parrocchiani presenti. Immagini che colpiscono proprio per la loro normalità: campioni affermati al fianco della “gente comune” in un momento di grande raccoglimento fuori da ogni protocollo. Un incontro fugace prima di tornare in fretta agli allenamenti a testimonianza di una decisione personale e spontanea di uomini che, prima di una sfida sportiva, hanno voluto ritrovarsi in preghiera.

La Croazia arriva al Mondiale 2026 con una storia calcistica ormai di tutto rispetto. Dopo l’indipendenza del Paese in pochi decenni è diventata una delle realtà più rispettate del panorama internazionale.
La prima partecipazione alla Coppa del Mondo fu a Francia 1998, dove si classificò terza rendendo subito evidenti le sue ambizioni. Ha raggiunto la finale del Mondiale 2018 in Russia e il terzo posto nel 2022 in Qatar, risultati straordinari per un Paese che sfiora appena i quattro milioni di abitanti.
La squadra che partecipa a questo torneo iridato unisce esperienza e giovani talenti. Al centro resta ancora una volta Luka Modric, capitano e simbolo di una generazione che ha scritto pagine indimenticabili del calcio croato. Dietro però i successi della Nazionale degli ultimi anni c’è anche la figura di Zlatko Dalic. Un commissario tecnico che non ha mai nascosto l’importanza dell’educazione cattolica nella sua vita.

Una fede cresciuta e mai venuta meno anche negli anni del regime socialista di Tito quando manifestare pubblicamente il proprio credo poteva essere molto pericoloso.

Da piccolo ministrante nella chiesa francescana di Livno è oggi marito e padre felice di due figli: «Tutto quello che ho fatto nella mia vita e nella mia carriera lo devo alla mia fede e sono grato al mio Signore». Ai Mondiali 2018 le telecamere lo inquadrarono con una mano in tasca. Lui ammise: «Il rosario è sempre con me, e quando mi sento un po’ agitato, metto la mano in tasca, stringo il rosario e tutto diventa più semplice».

Un allenatore che cerca di trasmettere disciplina e organizzazione tattica, ma anche valori come unità, sacrificio e appartenenza. La sua Croazia non è soltanto una squadra chiamata a vincere partite: è un gruppo che sente di rappresentare un popolo. E poi, certo, brilla ancora la stella di Modric. Pallone d’Oro nel 2018, nonostante i suoi quasi 41 anni riesce a sciorinare ancora tutta la sua classe come ha dimostrato anche quest’anno in Italia con la maglia del Milan. Nonostante la frattura allo zigomo sarà in campo per la sua quinta Coppa del Mondo.

Un campione infinito che ha vissuto sulla sua pelle anche il dramma della disgregazione dell’ex Jugoslavia negli anni Novanta. Aveva soli sei anni quando suo nonno fu ucciso. Luka, che porta il suo nome e spesso lo accompagnava a pascolare il gregge, non dimentica: «Ero molto legato a mio nonno… Quando l’hanno ucciso è stato un momento davvero duro. Ero piccolo e ancora non capivo certe cose. Andavamo a cercarlo ma non sapevamo che non sarebbe più tornato».

Durante la guerra rifugiato insieme alla sua famiglia nella città di Zara presso l’Hotel Kolovare, fu proprio nel parcheggio di quella struttura, che quel piccolo caschetto biondo cominciò a farsi notare col pallone tra i piedi. «Vivevamo in una stanza d’albergo da 20 metri quadrati. Eravamo in quattro. Stavo con i miei genitori e la mia sorellina. In ogni caso non ho brutti ricordi. Davanti all’hotel c’era una piazza dove giocavamo a calcio. Spesso le bombe cadevano vicino. Noi dovevamo correre al bunker… Non piangevo, sapevo che stava succedendo qualcosa di brutto. Certo ero un po’ spaventato… Ma poi tornavamo a giocare». Oggi vanta una bacheca stellare in cui spiccano tra l’altro sei Champions League. Una scalata di classe e dedizione frutto senz’altro di un’incredibile forza interiore.

Le telecamere qualche anno fa svelarono il motivo per cui prima di una partita baciò i parastinchi: lì infatti da sempre nasconde una foto della sua famiglia e un’immagine del Sacro Cuore di Gesù. Molto riservato nella sua vita privata, non è un mistero però l’amore per la sua famiglia, il legame con sua moglie Vanja Bosnic, dalla quale ha avuto tre figli, e anche la sua fede cattolica unita a un tenace senso del dovere. «La classe innata? Sono molto grato perché Dio mi ha dato un talento, ma poi devi lavorare e dedicarti molto a quello che fai, alla tua professione. Talento senza lavoro non significa molto».

Oggi è pronto a trascinare ancora la Croazia per scrivere un’altra pagina di storia. Per Modric, Dalic e i compagni presenti a Messa, però, il Mondiale non è l’unica partita: ce n’è una più grande che riguarda il senso della vita. «Pensa a ogni volta che ti fai il segno della croce  ha spiegato il parroco nell’omelia . Ricorda che stai ponendo su di te il nome di Dio che è amore, che ci ha creati, ci ha redenti e non smette mai di amarci».

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