“L’aborto è un crimine come la mafia”. Non è don Francesco ma Papa Francesco

Posté par atempodiblog le 21 novembre 2017

“L’aborto è un crimine come la mafia”. Non è don Francesco ma Papa Francesco
“Shock” per le parole del parroco bolognese che ha accostato Totò Riina a Emma Bonino. Ma anche il Papa ha detto più o meno le stesse cose a febbraio dello scorso anno
della Redazione de Il Foglio

“L'aborto è un crimine come la mafia”. Non è don Francesco ma Papa Francesco dans Aborto No_all_aborto

La tempistica scelta da don Francesco Pieri, il parroco (e teologo) bolognese che sui social ha domandato se abbia “più morti innocenti sulla coscienza Totò Riina o Emma Bonino”, non è forse opportuna, ma le reazioni ancora meno. Il parroco è stato subito subissato di accuse e a un commento su Facebook in cui un utente scrive “sicuramente la Bonino”, don Pieri ha risposto questo “non rende certo migliore Riina, ma dice qualcosa sulle nostre ipocrisie diffuse”. Sui giornali, online e cartacei, è stato un diluvio di “shock”, di proteste per le parole del sacerdote, reo di aver accostato la militante radicale a un ergastolano condannato al 41 bis.

Non era stato rilevato però l’analogo “shock” quando a dire più o meno le stesse cose fu Papa Francesco, nel corso della conferenza stampa pronunciata il 18 febbraio del 2016 su volo di ritorno dal Messico. All’epoca, la conferenza stampa del Papa passò alla storia solo per la frase su Trump – “una persona che pensa soltanto a fare muri, sia dove sia, e non a fare ponti, non è cristiana” – mentre nulla si disse su quanto Francesco sottolineò a proposito dell’aborto. “L’aborto non è un ‘male minore’. E’ un crimine. E’ fare fuori uno per salvare un altro. E’ quello che fa la mafia. E’ un crimine, è un male assoluto”.

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Embrione è già persona/ Nature, la scienza “conferma” la realtà: è progetto d’individuo

Posté par atempodiblog le 9 juin 2017

Embrione è già persona/ Nature, la scienza “conferma” la realtà: è progetto d’individuo
Embrione è già persona: la scienza conferma la realtà, al netto di ogni discussione. Lo studio su Nature Genetics « rivoluziona » la scienza embrionale e lo sviluppo dell’indiviuo cellulare
di Niccolò Maagnani – Il Sussidiario.net
Tratto da: Una casa sulla Roccia

Embrione è già persona/ Nature, la scienza “conferma” la realtà: è progetto d’individuo dans Aborto Embrione_e_maternit

EMBRIONE È GIÀ PERSONA, LA SCIENZA CONFERMA: “È GIÀ UN PROGETTO DI INDIVIDUO” - Un momento storico per la scienza ma soprattutto storico per l’intera razza umana: con l’ultimo studio pubblicato su Nature si conferma che l’embrione possiede tutto il materiale e gli elementi che lo fanno già un progetto di persona nel momento in cui viene formato nell’utero. L’ultimo articolo apparso nel numero di aprile della storica rivista scientifica mondiale (non certo qualche rivista pro-Life accusabile di poca “neutralità”) rischia di sconfessare anni e anni di contestazioni e attacchi diretti a tutti coloro che osavano affermare come uccidere un embione con l’aborto significa di fatto sopprimere una vita già umana. Un gruppo di ricercatori dell’Università Politecnica Federale di Losanna (Svizzera), guidato da Julien Duc e Didier Tronto, ha pubblicato su Nature Genetics una ricerca che farà certamente parlare e molto nei prossimi mesi a venire. In pratica, studiando la conoscenza del processo di formazione e sviluppo della vita umana individuale, è stato scoperto come in realtà il dna dell’embrione ad una sola cellula (appena dopo il processo di fecondazione) viene già “sfogliato” all’inizio della sua vita cellulare, in questa modalità: quello che contiene  le informazioni per lo sviluppo e il mantenimento dell’architettura del corpo umano è di fatto un materiale d’informazioni fino a quel momento chiuso che si pensava fino a questa ricerca che venisse tradotto solo in un secondo momento, fornendo dunque la “patente” di individuo in qualche stadio successivo e non fin dalla sua origine.

Invece, è stato scoperto lo ‘starter’ dello sviluppo dell’embrione nei mammiferi: è una famiglia di proteine chiamata Dux e specializzata nello sferrare il ‘calcio d’inizio’ del processo di crescita che porta alla formazione di un individuo (spiega l’Ansa riportano ampi stralci dello studio di Nature). Si scopre in questo modo, cercando di essere meno tecnici possibili, che il “libro del Dna” viene aperto fin dall’inizio appena finisce il processo di fertilizzazione e da qui si comincia a guidare lo sviluppo del corpo umano embrionale, proprio sotto lo stimolo di queste proteine. Una preziosa scoperta che alla luce porta una “realtà” da sempre affermata dalla Chiesa e non solo, da chi ritiene che la vita umana abbia senso e valore in quanto esistente in sé e per sé, e che questo processo inizi appena scattata la fecondazione. Questa realtà oggi pare venire confermata anche dalla scienza, facendo risuonare come attualissime le parole della Evangelium vitae, riportate dai colleghi di Avvenire: «dal primo istante si trova fissato il programma di ciò che sarà questo vivente: una persona, questa persona individua con le sue note caratteristiche già ben determinate. Fin dalla fecondazione è iniziata l’avventura di una vita umana, di cui ciascuna delle grandi capacità richiede tempo, per impostarsi e per trovarsi pronta ad agire».

EMBRIONE È GIÀ PERSONA, LA SCIENZA CONFERMA: LA PROTEINA CHE DÀ IL “CALCIO D’INIZIO” - Si chiama Due ed è di fatto una famiglia di proteine che pare dia il “calcio d’inizio” allo sviluppo dell’embrione, codificando tutte le informazioni che già sono presenti come progetto di persona all’interno dell’embrione (per l’appunto detto “umano”). La scoperta mostrata da Nature Genetics ha del clamoroso e potrebbe ampliare ancora di più le discussioni sul quando comincia ad essere valutata vita umana la vita di ognuno di noi; «abbiamo fatto luce su ciò che attiva il programma genetico che ci fa diventare ciò che siamo» ha commentato uno dei due ricercatori del Politecnico di Losanna, Didier Trono. La scoperta, aggiunge lo scienziato, «può anche aiutarci a comprendere alcuni casi di infertilità e forse portare allo sviluppo di nuovi trattamenti per alcune distrofie muscolari».

Le proteine Dux vengono dimostrare essere decisive per lo sviluppo dell’embrione e dopo anni di esprimenti a partire dalla distrofia muscolare, ora si è arrivati a queste prime conclusioni: «nelle cellule si accumulava una proteina della famiglia Dux, chiamata Dux4, fino a quel momento nota per essere coinvolta nelle fasi iniziali dello sviluppo embrionale», spiega l’Ansa nell’articolo speciale sulla rivista Nature. A questa osservazione si è aggiunta quella che, ancora nelle cellule dei muscoli, «è attivo un intero gruppo di geni attivi a all’inizio dello sviluppo embrionale, quando subito dopo la fecondazione ovicita e spermatozoo si fondono formando la struttura chiamata zigote» conclude lo speciale.

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Incontro con Gianna Jessen a La Spezia

Posté par atempodiblog le 29 mars 2017

Incontro con Gianna Jessen a La Spezia
della redazione di La Spezia Cronaca4

Gianna Jessen

Grande partecipazione ieri sera al teatro Palmaria del Canaletto, gremito di oltre quattrocento persone, per l’incontro con Gianna Jessen, la giovane donna americana sopravvissuta ad un aborto.

Era stata concepita da ventinove settimane e mezzo, e pesava poco più di un chilo. «Io sono viva grazie al potere di Gesù Cristo – racconta ad un pubblico attento e partecipe -. Non mi vergogno di essere cristiana. Gesù non è popolare, specialmente quando si tratta di parlare di Lui nello spazio pubblico. La classe intellettuale non lo trova sofisticato. Se non sono considerata sofisticata, va bene. Preferisco scegliere la saggezza. Non vedo perché dovrei raccontare una storia miracolosa e poi vergognarmi del Dio che ha compiuto il miracolo». L’aborto salino avviene per corrosione e il bambino viene espulso dal corpo della madre entro ventiquattr’ore dall’iniezione. Caso molto raro, Gianna non era morta quando venne alla luce. «Erano le sei di mattina, e il medico abortista di Planet Parenthood non c’era ancora. Così l’infermiera chiamò l’ambulanza. Ho un debito di gratitudine per l’infermiera!».

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Era solo l’inizio di una grande avventura. «Quando pesavo due chili dicevano che sarei morta. Ma io non muoio. Persino allora dicevano che quella bambina piccola aveva un incredibile desiderio di vivere. Fui poi trasferita ad una struttura affidataria, con persone orribili. Mi rinchiudevano in una stanza, che è molto traumatizzante per un bambino, perché non ha ancora la percezione del tempo. Mezz’ora può sembrare un anno. Finalmente, fui trasferita presso una persona bellissima, Penny. Avevo 17 mesi, pesavo 15 Kg. e mi era stata diagnosticata una paralisi cerebrale, causata dalla mancanza di ossigeno al cervello durante la procedura dell’aborto».

«Le femministe radicali dicono che l’aborto riguarda i diritti delle donne. Ma se conta solo questo, dove erano i miei diritti? Perché i diritti delle donne valgono solo se abortiste? Perché non vengo invitata alle marce per le donne in USA? Perché non vogliono sentire parlare una donna che non odia gli uomini?».

«E se il figlio è disabile? Questo argomento si sente spesso, a proposito dell’aborto. Ma è la più alta manifestazione di arroganza. Chi sei tu, persona sana, che si permette di giudicare? Come puoi tu decidere della mia qualità della vita? Che ne sai, che sono infinitamente più felice di chi ha tutte le capacità umane? Trovo anche interessante il fatto che non sarei disabile se non fossi stata sottoposta ad aborto…»

«Considero la paralisi un grande dono. Ho avuto problemi neurologici, specie negli ultimi anni, con grandi difficoltà di equilibrio. Sembra sia effetto diretto del trauma al cervello durante la nascita. Cammino zoppicando, ma in USA vivo una vita normale, guido la macchina, etc. Per camminare ho bisogno di tenermi al braccio di qualcuno, perché è come se il mio cervello mi dicesse “fermati”. Non so se si può guarire. Ma non mi arrenderò mai. Non mi importa se dovrò gattonare fino in cielo».

«E’ un grande onore gattonare fino in paradiso appoggiandomi al braccio forte di Gesù. Voi siete capaci di alzarvi e camminare liberamente? Allora fatemi un favore, non lamentatevi. Il senso dell’equilibrio ha così tanti effetti. Vi è stato dato un grande dono, riconosctelo! Grazie Gesù! Non è popolare parlare di Gesù. Ma se la gente non riesce a capire perché sei felice nonostante abbia sempre bisogno del braccio di qualcuno, questo significa che vogliono sentire parlare di Gesù. Se devo attraversare tutto questo affinché una sola persona debba conoscere Gesù, rifarei tutto dall’inizio. E’ un onore».

«Quando mi diagnosticarono la paralisi, dissero alla cara Penny che sarei rimasta paralizzata tutta la vita. Ma sottovalutavano il potere di una donna buona. E a Dio niente è impossibile. Penny pregava per me e faceva fisioterapia per me tre volte al giorno. Cominciai a tenere su il collo sulla testa. “Farà solo quello”, dicevano. Poi cominciai a gattonare, poi a camminare. Dieci anni fa, ho corso due maratone. Non sono un atleta. Ma non è questo il punto, il punto è completarle. Ci misi sette ore, a Londra otto. Erano rimasti solo i servizi medici. Ora vorrei scalare una montagna. Non contemplo la sconfitta. Se continuo a considerare la cima della montagna nella mia mente, vinco».

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«Poi venni adottata dalla figlia della madre affidataria. Così, molto inusualmente, Penny diventò mia nonna. Ma rimasi legata a lei come madre. Credo che Dio sapeva che il mio spirito si sarebbe infranto se mi fossi staccata da Penny. Per il resto, la mia adozione è stata una sfida. Già da bambina ero incompresa. Non veniva apprezzata la mia forte volontà. Era considerata sfidante. Ma ero abbastanza dolce, se posso dirlo di me stessa. Ci vuole una volontà forte per sopravvivere ad un aborto, imparare a camminare e re-imparere, dopo un’operazione alla spina dorsale a dieci anni, viaggiare, raccontare questa storia, parlare di Gesù. Se avete un bambino con una volontà forte, non rimproveratelo, ma educatelo. Di fronte ad una forte pressione, gran parte delle persone scappano, chi ha volontà forte resiste».

«Mi chiedono sempre: “Hai mai incontrato tua madre? E’ stato un incontro commovente, come in un film? Stavo nel mezzo di un evento come questo. Mentre salutavo tutti, una donna si avvicinò, senza preavviso. “Ciao, sono tua madre”, disse. Immediatamente iniziai a pregare tra me. “Aiutami Gesù!”. Sentivo come se l’universo mi stesse cadendo addosso. Ma sapevo che la mia battaglia non è contro di lei, come so che la mia battaglia non è contro una donna che ha avuto uno o più aborti, o contro un uomo che ha pagato per un aborto. Se volete essere liberi da un aborto fatto, pregate Gesù. Lui è morto sulla croce anche per quell’aborto. Perché non accettare questa possibilità di misericordia? Se avete avuto un aborto, non interpretate la mia voce come una condanna. Sarebbe una voce sbagliata. Dovete invece ascoltarla come voce della grazia, che è Gesù. Tornando all’incontro con mia madre, le risposi: “Sono cristiana e ti perdono”. “Non voglio il tuo perdono”, replicò la madre, aggiungendo: “sei una disgrazia per la mia famiglia” e iniziò a parlar male di mio padre, adirata. In quel momento, Dio mi disse che cosa fare. “Sono cristiana e ti perdono, ma non ti permetterò di parlarmi oltre in quel modo”, dissi. Me ne alzai e andai via. Perché vi racconto questo? Perché non possiamo essere definiti dalla nostra origine. Forse avete avuto una vita difficile. Ma non siete obbligati a essere vittime. Il vittimismo porta ad una prigione interiore. Tu puoi essere il primo della tua famiglia a fare qualcosa. E’ Gesù che mi definisce. Sta a voi scegliere, oggi, se volete vivere come vittime o nella vittoria».

«Chiedo scusa a tutti gli uomini da parte delle femministe, che vi dipingono come cattivi solo perché uomini. Certo, siamo uguali in valore e dignità, ma anche differenti. Questo è ovvio, ma, per qualche motivo, oggi bisogna parlare anche di cose ovvie, perché non tutti le percepiscono. Ci sono tante donne che hanno piacere a essere donne. Credo che il fatto di non permettere alle donne di essere tali e agli uomini di essere tali abbia creato molti problemi. Non mi dà fastidio se un uomo mi aiuta in quanto donna. Le donne sono fatte per essere adorate. Alcune delle donne più arrabbiate che ho incontrato sono semplicemente arrabbiate con un solo uomo, che non ha avuto cura di lei, tipicamente il padre. Perché era passivo o non coraggioso o violento o negligente o rimaneva in silenzio quando non doveva. Per questo, hanno voluto punire gli uomini».

«Uomini, voi siete fatti per essere coraggiosi, non passivi. Siete fatti per difendere uomini e bambini, non per usarci e abbandonarci. Potreste considerare di sposare una donna prima di andare a letto con lei. Non voglio essere usata e dimenticata. Voglio un uomo d’onore. E’ possibile guardare le donne con un cuore puro. Forse siete stati promiscui, o dipendenti dalla pornografia. Ma, se non volete essere questo tipo di uomo, chiedetelo a Gesù. Parlategli di tutto questo, ditegli che non riuscite a essere l’uomo che vorreste. Chiedetegli cuore puro e mente pura. Ve li darà. C’è molto più potere nella purezza che nell’impurezza».

«Giovani donne, non serve andare dietro ai ragazzi, mendicando la loro attenzione e approvazione. E’ lui che dovrebbe portarvi in giro, pagarvi quello che mangiate, essere fantastico. E’ lui che deve cacciarci. E’ nel suo sangue, gli dovete solo dare la chance di essere uomo. Forse state pensando che non so quello che dico. Potete prendere questa verità o ignorarla, ma non potrete dire che non vi è stato detto. Forse queste cose non sono popolari. Ma non sono sopravvissuta all’aborto per essere popolare. Ho attraversato l’inferno, posso sopportare anche qualcosa in più».

Rispondendo ad una domanda di Giorgio Celsi, presidente nazionale e fondatore dell’associazione “Ora et labora per la vita”, che organizza veglie di preghiera all’esterno di ospedali dove si praticano aborti, la Jessen ha incoraggiato alla testimonianza pubblica, «pacifica e gentile. Credo sia cruciale l’avvicinarsi in spirito di amore, dignità e grazia alle persone che sono in crisi, tra cui quelle sull’orlo di un aborto. Ascoltare è fondamentale. Durante una contro-manifestazione ad una marcia per la vita, alcune gridavano per i diritti donne. Ho iniziato anch’io a gridare verso di loro: “Non capite quanto siete amate da Gesù? Non importa quello che è successo, Gesù vi ama ancora!”. Le ho choccate. Si aspettavano che le insultassi a mia volta».

Prima di Gianna Jessen ha parlato il dottor Paolo Migliorini, già primario di ostetricia e ginecologia all’ospedale di Massa. Negli anni ’70, dopo l’approvazione della legge sull’aborto, «per superficialità ed opportunismo», divenne medico abortista, conforme alla moda radical-chic. «Iniziai a pormi la questione morale, ma con molta pigrizia. Poi ebbi la fortuna/sfortuna di fare un taglio cesareo su cadavere e il bambino che ho estratto dal ventre materno ora ha trentatre anni. Mia moglie mi regalò un libro: “Ipotesi su Gesù”. Mi fece riflettere e capire che la strada per avere un perdono era molto difficile, ma era solo quella della misericordia di Dio». «L’attacco all’obiezione di coscienza c’è sempre stato. Ma adesso probabilmente la politica e la lobby abortista hanno acquisito consapevolezza che i medici sempre più frequentemente smetteranno di fare aborti. Chi fa aborti fa un’esperienza devastante, che alla lunga lo costringere a smettere. Si potrebbe proporre che ai sostenitori della legge abortista venga insegnato come si fa, e poi gli aborti li fanno loro. Per questo sono molto preoccupati». «Un episodio particolare? Riguarda una studentessa universitaria che abortì anche per mia responsabilità. Lei non voleva, ma tutti attorno a lei volevano che abortisse. Dopo alcuni mesi, la madre mi chiese aiuto perché la figlia aveva problemi psichiatrici. Mi fece leggere una lettera che la ragazza aveva scritto a se stessa, con la grafia e gli errori di ortografia di un bambino delle elementari: “Cara mamma, sono molto dispiaciuto che non ci siamo potuti conoscere, ma sono ancor più dispiaciuto che non ci potremo mai incontrare, perché, dove sono io, le mamme che uccidono i propri bambini non possono venire”».

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Introdotta dal presidente Mario Polleschi, una volontaria del Centro di Aiuto alla Vita della Spezia, Anna, ha letto la lettera scritta nel 2013 da una signora spezzina, che non se l’è sentita di venire a portare la propria testimonianza dal vivo. Rimasta incinta del quarto figlio e avendo perso il lavoro un anno prima, Paola sembrava non avere alternative all’aborto, specie secondo l’opinione dei suoi conoscenti. Però era titubante. Trovò un opuscolo del CAV e rimase stupita della tempestività con cui una volontaria rispose alla sua richiesta di aiuto, anche materiale. “Spiegai in breve la mia situazione – dice la lettera -, e vedevo che lei capiva. I miei dubbi, però rimasero. Il giorno fissato per l’aborto chimico utilizzando la pillola RU486, mi recai in ospedale e, per una serie di coincidenze fortunate – o forse il Signore mise la sua mano -, ebbi modo di prendere coscienza della mia volontà. Con mia sorpresa mi senti meglio, allora capii… Il medico arrivò in ritardo, e questo mi diede modo di pensare. L’infermiera mi diede la pastiglia per la “revisione”, il modo in cui i medici chiamano l’aborto. Dietro sua insistenza, la misi in bocca. Mi chiese di bere l’acqua davanti a lei e me lo chiese insistentemente. Non ci riuscii e la sputai. In una frazione di secondo, io ed il mio bambino avevamo deciso per la vita . Fu un momento forte, definibile come istinto di sopravvivenza di mio figlio, già presente”.

A trarre la riflessione finale è stato don Franco Pagano, rettore del seminario, che ha portato i saluti del vescovo Luigi Ernesto Palletti. «Viviamo di messaggi rapidi, di risposte senza radici. Viviamo di emozioni che non ci permettono di cambiare noi, figurarsi il mondo. Portiamo nel cuore, senza giungere a conclusioni affrettate, quanto abbiamo ascoltato oggi! In ogni situazione Dio ci vuole lasciare un messaggio. Da sacerdote, non di rado incontro persone che sono state coinvolte in un aborto. Si può sempre vedere la presenza del Signore, che dà un’opportunità di grazia anche per chi ha vissuto un’esperienza di morte. Il male non si vince opponendo altre male, ma costruendo il bene. Approfittiamo di questa opportunità di riflessione, davvero ricca, che ci è stata data proprio in Quaresima per dare nuova forza al nostro cammino!».

Due giovani volontari dell’associazione ProVita hanno presentato un filmato sulla settima Marcia nazionale per la vita, a cui parteciperà anche Gianna Jessen. Si terrà a Roma sabato 20 maggio, e un pullman verrà organizzato in partenza anche dalla Spezia.

L’incontro è stato presentato da Simona Amabene, giovane originaria di Roverano, che ha fondato la “Costola Rosa”, opera di evangelizzazione orientata ad aiutare le donne a fare esperienza dell’amore di Dio.

Al termine, una lunga fila si è creata verso il palco per poter parlare personalmente con Gianna Jessen, che si è intrattenuta a lungo in teatro.

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Usa. Trump taglia i fondi per l’aborto

Posté par atempodiblog le 24 janvier 2017

Usa. Trump taglia i fondi per l’aborto
Con un ordine esecutivo sancito lo stop ai finanziamenti per le Ong che praticano l’interruzione di gravidanza all’estero
Paolo M. Alfieri – Avvenire

Usa. Trump taglia i fondi per l'aborto dans Aborto Presidente_Trump
Il presidente Trump dopo la firma degli ordini esecutivi nello Studio Ovale (Ansa)

C’è anche lo stop ai fondi per le Ong che praticano aborti all’estero, o forniscono informazioni a riguardo, tra i primi atti dell’era Trump. Con un ordine esecutivo, infatti, il nuovo presidente Usa ha ripristinato un provvedimento che, da quando fu introdotto dall’Amministrazione repubblicana nel 1984, è stato revocato dalle Amministrazioni democratiche e reintrodotto da quelle repubblicane che si sono negli anni succedute.

A cancellare il bando, l’ultima volta, era stato il presidente Barack Obama nel 2009. Ora Trump ha appunto ripristinato il divieto di usare fondi del governo per sovvenzionare gruppi che pratichino o forniscano consulenza sull’aborto all’estero. Gli altri due ordini esecutivi firmati oggi da Trump riguardano il ritiro degli Usa dall’accordo commerciale Tpp e il congelamento delle assunzioni federali.

Obamacare
Nei giorni scorsi, intanto, la Conferenza episcopale degli Stati Uniti ha preso posizione sull’abolizione dell’Obamacare, la riforma sanitaria voluta da Obama e criticata dai repubblicani. Il vescovo di Venice, monsignor Frank J. Dewane – che è presidente del comitato per la giustizia interna e lo sviluppo umano dell’episcopato Usa – ha inviato una lettera a tutti i membri del Congresso.

Nella missiva il presule ha rivolto un appello a tutti i parlamentari affinché “lavorino insieme per proteggere gli americani più vulnerabili” e perché conservino “gli importanti passi in avanti compiuti in tema di copertura e accesso alle cure sanitarie”. “Un’abolizione dei punti fondamentali dell’Affordable Care Act – prosegue il testo – non dovrà avvenire senza la contemporanea approvazione di un piano sostitutivo che assicuri l’accesso a cure sanitarie adeguate per quei milioni di cittadini che ora fanno affidamento su questo strumento per la tutela della loro salute”.

Il nuovo Congresso a maggioranza repubblicana ha già approvato la risoluzione sul budget che rappresenta il primo passo verso l’abrogazione di Obamacare, con la richiesta alle commissioni competenti di redigere il testo per la cancellazione entro venerdì. Secondo il Congressional Budget Office, l’abolizione dell’Obamacare senza una sua immediata sostituzione si tradurrà nella perdita dell’assicurazione sanitaria per 18 milioni di americani solo nel primo anno.

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Obiezione di coscienza: un diritto sempre più minacciato

Posté par atempodiblog le 23 octobre 2016

Obiezione di coscienza: un diritto sempre più minacciato
In Italia è a rischio la tutela dei farmacisti contrari all’aborto e dei sindaci contrari alle unioni civili. Il tema discusso in un convegno promosso dal Centro Studi Livatino
di Luca Marcolivo – Zenit

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L’obiezione di coscienza è un diritto inalienabile, in Italia tutelato dalla Costituzione. Ciononostante, questo diritto è messo sempre più in discussione dalla cultura relativista odierna. Il tema è stato affrontato ieri nel corso del convegno Coscienza senza diritti?, ospitato alla Camera dei Deputati e promosso dal Centro Studi Rosario Livatino, i cui vicepresidenti, Domenico Airoma, Alfredo Mantovano e Filippo Vari, hanno moderato le sessioni.

In apertura del convegno è stata data lettura del messaggio del cardinale Segretario di Stato Vaticano, Pietro Parolin, secondo il quale l’obiezione di coscienza è “una delle molte frontiere lungo le quali si decide il confronto tra una visione strutturata e valoriale della persona umana e una visione molto più fluida, se non addirittura ‘liquida’ […] di un uomo disancorato da solidi punti di riferimento, secondo una malintesa idea della libertà”.

Al tempo stesso, ha aggiunto il porporato, “l’obiezione di coscienza è anche il luogo dove si misura il fondamento della dignità umana e dove, al tempo stesso ed in negativo, si manifestano le contraddizioni conseguenti ad una incontrollata proliferazione dei diritti, spesso avvenuta trascurando i corrispondenti doveri ed il fondamento degli uni e degli altri, che la Chiesa ravvisa nella dignità inalienabile dell’essere umano in quanto creato da Dio”.

La prima tavola rotonda, introdotta dal questore della Camera dei Deputati, Stefano Dambruoso, che ha accennato alle varie proposte di legge giacenti in Parlamento a regolamentazione dell’obiezione di coscienza, tra le quali quella sulle unioni civili, quella a tutela dei farmacisti (a cura del presidente del Movimento per la Vita, Gian Luigi Gigli) e sulla legalizzazione della cannabis (a cura del vicepresidente della Camera, Roberto Giachetti).

Da parte sua, il presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, Piercamillo Davigo, ha ricordato la principale fonte del diritto all’obiezione di coscienza, ovvero il “contrasto tra ciò che la coscienza suggerisce e ciò che la legge impone”. In tal senso è la coscienza a prevalere, tanto è vero che perfino nella difesa della patria, definita “sacro dovere del cittadino” (Art. 52 Cost.) – unico passaggio della Costituzione in cui viene utilizzato l’aggetto “sacro” – la legislazione ordinaria ha previsto la possibilità di sostituire il servizio civile al servizio di leva.

Ci sono poi casi, in cui i funzionari pubblici – dal magistrato al capo di stato – possono applicare l’obiezione di coscienza, soltanto dimettendosi dal proprio incarico, come fece – sia pure temporaneamente – il Re del Belgio, Baldovino, nel 1990, per non firmare la legge sull’aborto.

Gregor Puppinck, direttore dello European Center for Law and Justice, ha invece messo in luce un carattere intrinseco dell’obiezione di coscienza: l’astensione da un’azione che la coscienza indica come malvagia, come nel caso dell’uccisione di un bambino ancora nel grembo materno, oppure, in guerra, di un soldato di un esercito avversario.

“Bene e male non sono simmetrici”, ha osservato Puppinck, in quanto “il male va evitato in tutte le circostanze”, mentre il bene va applicato “a seconda delle circostanze”, pertanto andrà sempre applicata la legge che, eventualmente, prescriva l’astensione da un atto anche intrinsecamente buono.

Da parte sua il magistrato Giacomo Rocchi, consigliere della Corte di Cassazione, ha evidenziato come il legislatore italiano, dal 1972 al 2004, abbia sempre privilegiato l’obiezione di coscienza: i casi più significativi, in tal senso, sono il già citato servizio civile e la possibilità per i medici o gli infermieri di non praticare l’aborto, come previsto dalla legge 194, senza trascurare l’astinenza dalla sperimentazione sugli animali o il diritto a non andare a scuola il sabato per gli studenti ebrei.

Oggi, però, “abbiamo perso il significato dell’obiezione”, ha sottolineato Rocchi, come testimoniano le anomalie e i vuoti legislativi come quello della legge sulle unioni civili, che esplicitamente non la prevede.

Eppure, ha aggiunto il magistrato, è proprio “la coscienza che distingue gli esseri umani dagli animali”; essa è qualcosa che va “al di là delle semplici opinioni” e “la grandezza dell’uomo è nelle sue profonde convinzioni”.

Proprio per questo, la recente sentenza del TAR del Lazio che ha vietato l’obiezione di coscienza nei consultori, è la premessa per uno “stato totalitario”.

Le ragioni dei medici obiettori sono state illustrate da Ermanno Pavesi, segretario dell’Associazione Internazionale dei Medici Cattolici, che ha rilevato come in questi anni di “cambiamenti epocali”, si stia verificando un “conflitto tra volontà del malato e del medico”, oggi decisamente sbilanciate a favore del malato; ne è un esempio, l’imposizione in Francia della “sedazione terminale profonda” per i malati terminali, con la quale surrettiziamente si sdogana l’eutanasia.

Altra vittima della mancata chiarezza legislativa è quella dei farmacisti, come ha denunciato Piero Uroda, presidente dell’Unione Cattolica Farmacisti Italiani, anni fa vittima di aggressioni e campagne denigratorie, per il rifiuto di vendere la “pillola del giorno dopo”.

Secondo Uroda, “serpeggiano una mentalità contraria alle verità sgradevoli e l’indifferenza ai valori universali”. La mancata tutela dell’obiezione di coscienza, ha aggiunto, ha determinato veri e propri drammi per farmacisti che si sono ritrovati all’alternativa tra vendere la pillola e chiudere l’attività, pur avendo una famiglia da mantenere.

Il tema dell’obiezione di coscienza per i sindaci che non vogliono ratificare le unioni civili è stato sollevato da Paolo Maria Floris, dirigente della Pubblica Amministrazione, che ha messo in guardia dal rischio di un “mito dell’infallibilità del legislatore” che rischia di andare a scapito della stessa “dignità umana”, mentre il neuropsichiatra Massimo Gandolfini, fondatore e presidente del Comitato Difendiamo i Nostri Figli, ha ribadito come la sfida si stia spostando soprattutto in ambito educativo.

Di fronte ai pericoli di una disgregazione antropologica rappresentati dall’ideologia del gender, Gandolfini ha preso atto di come, dopo i due Family Day del 20 giugno 2015 e del 30 gennaio 2016, “le famiglie stiano diventando sempre più consapevoli” e si ingrossano le fila dei genitori che, di fronte alle linee guida del MIUR contro le discriminazioni, si stanno battendo per il diritto al “consenso informato preventivo”, che permetterebbe di esentare i bambini dalle lezioni di gender, per le quali il maschile e il femminile biologici non sono più “archetipi” ma “stereotipi”.

Concludendo il convegno, il presidente del Centro Studi Livatino, Mauro Ronco, ha attribuito un ruolo “profetico” alla difesa dell’obiezione di coscienza, in un momento in cui avanza una cultura che trasforma in “desideri”, dei “crimini” come l’eutanasia o la sterilizzazione, peraltro legalizzati nella Germania nazista.

Nel caso delle unioni civili, ha denunciato poi Ronco, sta prendendo piede la prassi delle “celebrazioni” in municipio – atto dalla rilevanza simbolica assai forte – alla stregua di un vero e proprio matrimonio, quando, in realtà esse consistono in una semplice “dichiarazione”.

Quanto all’indottrinamento gender, ha concluso il presidente del Centro Studi Livatino, abbiamo la certezza che, presto o tardi, “la natura prevarrà sull’ideologia” ma se non si interviene in tempo, le “sofferenze” per la società intera potrebbero essere devastanti.

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La storia del piccolo Michael Shane Haley, vissuto poche ore tra le braccia di mamma e papà

Posté par atempodiblog le 14 octobre 2014

“Non crediamo si possa chiedere una vita più bella”
La storia del piccolo Michael Shane Haley, vissuto poche ore tra le braccia di mamma e papà
di Maria Gabriella Filippi – Zenit

La storia del piccolo Michael Shane Haley, vissuto poche ore tra le braccia di mamma e papà dans Aborto 20jql4z

“Chi avrà accolto uno solo di questi piccoli, avrà accolto me”. Fa venire in mente questa frase del Vangelo la storia di Jenna e Dan Haley, la storia di un destino drammatico vissuto in modo poco comune. ‘Accoglienza’ si chiama l’ingrediente base che la caratterizza, quella che loro hanno avuto verso il loro figlio, vissuto per appena quattro ore, battezzato e volato subito in cielo.

Certo non si aspettavano, questi due genitori, che il sogno di coronare il loro amore, generando un figlio, avrebbe preso questa piega ma quando Jenna rimase incinta, la diagnosi dopo i primi tre mesi non lasciò nessuna speranza: il bimbo aveva una grave forma di anencefalia, il cervello non si sarebbe sviluppato abbastanza da permettergli di vivere più di qualche ora.

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Saputa la notizia, i due coniugi non si sono lasciati travolgere dalla disperazione, e hanno fatto la loro scelta: non solo di portare avanti la gravidanza, ma di dedicare il tempo dei nove mesi a lui, il bimbo che avevano ancora in grembo. Come? Parlandogli della bellezza della vita che era intorno a lui in modo molto concreto: mettendosi nei suoi panni hanno provato a immaginare le cose che sarebbero potute piacergli e, prima della sua nascita, hanno cominciato a visitare i luoghi più belli degli Stati Uniti: l’Empire di New York, Disneyland, zoo, spiagge e un acquario con gli squali.

Michael Shane Haley, così si chiamava il bambino, ha anche conosciuto tutta la sua famiglia, che si è stretta in preghiera intorno a lui insieme a tutta la comunità creata su Facebook, attraverso la pagina Prayer for Shane.

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Quando è arrivata l’ora del parto in ospedale, Shane è nato circondato dalle coccole e dalla meraviglia dei genitori e di tutti quelli che lo hanno conosciuto.

Un bambino “sfortunato”? I genitori rispondono sereni: «Ha passato tutta la sua breve vita tra le braccia di persone che lo amavano incondizionatamente, non crediamo si possa chiedere una vita più bella. Sarà per sempre il nostro piccolo miracolo».

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Per la scienza l’embrione è “uno di noi”

Posté par atempodiblog le 31 mai 2014

Un Manifesto scientifico presentato alla Commissione europea ribadisce che l’embrione è un essere umano e dunque non può essere oggetto di sperimentazioni
Alla Commissione europea va riconosciuta una eccezionale tempestività. Il verdetto con il quale ha deciso che la petizione Uno di Noi non dovesse arrivare con proposta legislativa in Europarlamento, è stato emesso appena due giorni dopo la pubblicazione di un Manifesto scientifico che raccoglie e accredita i contenuti della campagna di Uno di Noi.
di Federico Cenci – Zenit

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Il Manifesto, preparato in prima bozza in Italia diversi mesi fa e sistemato da alcuni esperti di importanti Fondazioni e università internazionali, è stato tradotto in tutte le lingue parlate nell’Unione europea e presentato alla Commissione.

L’obiettivo principale del Manifesto è “riaffermare che l’embrione è un essere umano a tutti gli effetti”, spiega a ZENIT l’on. Gian Luigi Gigli, tra gli estensori della prima bozza. “È un dato che, se non fosse per motivi utilitaristici o ideologici, sarebbe chiaro a chiunque”, rimarca il deputato di Scelta Civica nonché docente di Neurologia all’Università di Udine.

“Già nei manuali di medicina sui quali studiavo quand’ero studente – ricorda Gigli – apprendevo che è implicito che vi sia una continuità di sviluppo dell’embrione umano fino alla nascita e alla vita sociale, senza alcun salto qualitativo tra le varie fasi”. Pertanto, la dignità umana dell’embrione è un dato appurato. Che oggi viene confermato dagli “sviluppi della genetica” e dalle nuove conoscenze “sul rapporto madre-figlio che si determina in utero”.

Dato che non viene caldeggiato solo dalla scienza, ma anche da una sentenza della Corte di giustizia europea. Quella che nel 2011, a proposito di una controversia tra un’industria e Greenpeace per quanto riguarda la commercializzazione di embrioni umani, ha sancito il divieto di brevettare medicinali ricavati dalla distruzione di embrioni umani e ha dunque dichiarato questi ultimi “esseri umani” a tutti gli effetti.

La recente decisione della Commissione stride con quella sentenza e suscita delle domande. “Si tratta dunque di capire – spiega Gigli – se tutti gli esseri umani nascono portatori di diritti oppure se c’è qualcuno che questi diritti li attribuisce dall’esterno”, a propria personale discrezione e a prescindere dalla fase in cui si trova la vita.

Altro punto che approfondisce il Manifesto è l’assenza di dimostrazioni scientifiche circa l’utilità a fini terapeutici degli embrioni umani. Tesi che, al contrario, la Commissione ha presentato come motivo della propria scelta. “Ad oggi – afferma Gigli – tutte le terapie che vengono effettuate con staminali, si servono di staminali adulte o di cordone ombelicale. Non ce n’è una che sia basata sulle staminali embrionali”.

Una ragione in più per chiedere che la libertà della scienza non vada a ledere la dignità umana. “Se l’embrione, come appunto è dimostrato, costituisce ‘uno di noi’, non può essere utilizzato come un oggetto di sperimentazioni”, commenta Gigli.

In questi giorni si sta svolgendo a Salerno il convegno Stem Cell Research Italy, durante il quale un consesso di esperti si confronta sul tema delle staminali. Particolare attenzione viene rivolta alle cellule staminali pluripotenti indotte, la cui produzione è valsa al professore giapponese Shinya Yamanaka il premio Nobel per la medicina nel 2012. Questo tipo di cellule si ottengono partendo da cellule staminali adulte, per esempio della pelle, e quindi “non sacrificano l’embrione umano”, spiega Gigli. Il lavoro di Yamanaka è l’esempio di come ricerca ed etica si possano coniugare. Coniugazione a cui ha dimostrato di non credere la Commissione europea.

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La cultura dell’incontro contro la cultura dell’esclusione e del pregiudizio

Posté par atempodiblog le 31 mars 2014

“Ma pensiamo a tanti che Gesù ha voluto incontrare, soprattutto persone segnate dalla malattia e dalla disabilità, per guarirle e restituirle alla piena dignità. E’ molto importante che proprio queste persone diventano testimoni di un nuovo atteggiamento, che possiamo chiamare cultura dell’incontro”.

Esempio tipico, ha detto, è la figura del cieco nato, che ci verrà ripresentata questa domenica, nel Vangelo. Quell’uomo, ha rammentato, “era cieco dalla nascita ed era emarginato in nome di una falsa concezione che lo riteneva colpito da una punizione divina”:

“Gesù rifiuta radicalmente questo modo di pensare – ma che è un modo veramente blasfemo! Gesù rifiuta questo – e compie per il cieco ‘l’opera di Dio’, dandogli la vista. Ma la cosa notevole è che quest’uomo, a partire da ciò che gli è accaduto, diventa testimone di Gesù e della sua opera, che è l’opera di Dio, della vita, dell’amore, della misericordia”.

“Ecco le due culture opposte. La cultura dell’incontro e la cultura dell’esclusione, la cultura del pregiudizio (…) La persona malata o disabile, proprio a partire dalla sua fragilità, dal suo limite, può diventare testimone dell’incontro: l’incontro con Gesù, che apre alla vita e alla fede, e l’incontro con gli altri, con la comunità. In effetti, solo chi riconosce la propria fragilità, il proprio limite può costruire”.

Papa Francesco
Tratto da: Radio Vaticana

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SINDROME DI DOWN/ Cristina: anch’io ce l’ho, e ringrazio i miei genitori e Dio
di Paolo Vites - Il sussidiario.net (21 marzo)

Il 21 marzo si celebra la Giornata mondiale della sindrome di Down. Per l’occasione CoorDown, il coordinamento nazionale associazioni delle persone con sindrome di Down, ha preparato molte iniziative, tra cui un bel video intitolato « DearFutureMom », cara mamma futura, in cui diversi ragazzi e ragazze di tutta Europa con sindrome di Down spiegano a una futura mamma che scopre di aspettare un figlio down che non c’è nulla di cui aver paura, anzi. Non se ne fa cenno, ma è un dato di fatto che grazie alle moderne tecnologie, il fatto di scoprire ancor prima di metterlo alla luce di aspettare u figlio down, porta spesso ad abortirlo. Ilsussidiario.net ha parlato questa giornata e di cosa significhi essere down con Cristina Acquistapace, suora laica che è nata con questa problematica. « Chi rinuncia a un figlio down » ci ha detto « perde una grande possibilità: quella di conoscere il bambino e quella di vedere cosa sa fare con questo bambino, che è diverso ma anche uguale a tutti nel suo bisogno di felicità e di bellezza ».

Nel presentare la Giornata mondiale si parla di avere come obiettivo « quello di diffondere una nuova cultura della diversità ». Non le sembra che invece di diversità si dovrebbe parlare di normalità?
E’ un dato di fatto che le persone down sono diverse e diversità non è una brutta parola. Non sono una che si fa problemi per una parola che non è una brutta parola, non ho paura delle parole. Diversità non significa discriminazione, sono due cose che non vanno a pari passo, sono due cose diverse. Discriminare non va bene non solo per le creature umane ma per tutte le creature viventi.

Forse in una giornata come questa non bisognerebbe in qualche modo ricordare alle mamme che abortiscono un figlio down che avere un figlio così non rovinare proprio nulla?
Personalmente non giudico nessuno, anche perché non tocca a me di giudicare. Se prego per una mamma che ha il coraggio di portarsi il bambino a casa prego sei volte di più per una mamma che non ha questo coraggio e che fa comunque una scelta infelice.

In che senso infelice?
Perde una grande possibilità, quella di conoscere il bambino e quella di vedere cosa sa fare con questo bambino. Alcune mamme forse decidono di abortire il figlio down perché sono sole e non se la sentono di affrontare questa situazione.

Quanto è importante la famiglia in questo? Come è stato possibile per la sua famiglia fare ciò?
All’inizio è stato difficile anche per i miei genitori avere una bambina con questo tipo di problema, anche perché mio padre già lavorava in un centro che si occupava di ragazzi con problemi anche più gravi dei miei. Dopo lo shock iniziale hanno cominciato a lavorare insieme come coppia per fare di me una donna felice e credo che abbiano fatto un gran bel lavoro, perché il risultato è lì da vedere (ride, ndr). E poi perché hanno affrontato le difficoltà con coraggio. Ricordiamoci che comunque difficoltà e dolore fanno parte di qualsiasi famiglia.

Che cosa dà il coraggio per vivere situazioni come queste?
Il coraggio te lo fai venire comunque, prima o poi, perché non puoi passare tutta la vita a piangerti addosso perché il bambino non è come lo desideravi. L’importante è la fiducia che una persona ripone in Dio.

Concretamente in che modo si manifesta questa fiducia in Dio?
Ognuno di noi la manifesta in modo diverso perché ognuno è diverso dall’altro. Il mio coraggio lo manifesto in un modo, i miei in un altro, ma l’importante è avere un punto a cui guardare, un volto preciso a cui rivolgersi.

I down, come si vede anche nel video che presenta la giornata del 21 marzo, hanno una particolare capacità di esprimere affettività e gioia, è così?
La parte del mio cervello che controlla affettività ed emozioni è la parte illesa da qualsiasi handicap e quindi l’affettività, le amicizie, l’amore sono cose che fanno vivere la persona e la fanno anche soffrire. Però amore e sofferenza vanno a pari passo, ma è solo così che si diventa adulti. La gioia di essere amati e dare anche noi amore a nostra volta è la cosa più bella del mondo, forse la più antica fra tutte le vocazioni.

Questa giornata mondiale vuole anche sensibilizzare sullo scarso inserimento nelle scuole e nel lavoro di chi ha la sindrome di Down.
E’ più facile abbattere una barriera architettonica che una barriera mentale. Possiamo spaccarci la testa ma c’è ancora molto da fare e ci sarà sempre molto da fare per garantire ai ragazzi l’istruzione e soprattutto una decente occupazione.

Chi ha la sindrome di Down quanto fatica a inserirsi nel lavoro?
Il lavoro è un diritto per tutti, anche per i down. E’ anche l’unico modo che abbiamo per sentirci persone adulte e realizzate: sono a favore del fatto che anche chi ha problemi possa lavorare. Come ha detto Papa Francesco, chi non ha lavoro non ha una identità e una dignità. Per acquisire una maggiore identità personale e dignità il lavoro è importante per noi come per tutti.

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Bambini non nati. La sepoltura è gesto di civiltà

Posté par atempodiblog le 31 octobre 2013

A DIFESA DELLA VITA
Bambini non nati. La sepoltura è gesto di civiltà
di Paolo Ferrario – Avvenire

Bambini non nati. La sepoltura è gesto di civiltà dans Aborto itym«Avere una tomba su cui piangere, dove portare un fiore, è fonte di grande consolazione. Senza una tomba non è possibile elaborare un lutto tanto grande, come quello della perdita di un figlio. E questo vale per tutti, anche per i genitori dei bambini mai nati».

Da quindici anni, don Maurizio Gagliardini, anima e guida dell’associazione “Difendere la vita con Maria” di Novara, si occupa di dare una segna sepoltura ai bambini non nati e plaude all’iniziativa del sindaco di Firenze, Matteo Renzi, di riservare un’area cimiteriale a questo scopo. «Gli ho scritto una lettera – racconta – e lui mi ha risposto rivelando di aver preso questa decisione dopo aver incontrato la sofferenza di tanti genitori».

Non giudica e non chiede, don Maurizio, solo cerca di «onorare» queste piccole vite interrotte ancor prima di venire alla luce. Dal 1999 ad oggi, i volontari dell’associazione, presenti in 60 città di 12 regioni, hanno celebrato i funerali di 60mila bambini. Nei 47 centri dove l’associazione ha stipulato convenzioni con Ospedali, Asl e amministrazioni municipali, ogni mese avvengono cerimonie di sepoltura, con una media tra i 30 e i 50 piccoli per volta.

La sepoltura dei bambini non nati è definita dal decreto 285 del 1990, che prevede la possibilità, per i genitori, di chiedere, entro 24 ore dalla morte, il corpicino per la sepoltura. Non sempre, però, le famiglie sono a conoscenza di questa possibilità e così l’associazione di don Maurizio è impegnata anche in una capillare opera di informazione sul territorio.

«In caso di aborto spontaneo o terapeutico – dice il sacerdote padovano – succede spesso che i genitori chiedano di poter celebrare un funerale al proprio bambino. Questa richiesta, di solito, non avviene invece in caso di interruzione volontaria della gravidanza sotto le 20 settimane di gestazione. Nelle realtà dove noi siamo presenti, le famiglie provate da una perdita tanto grande e dolorosa, sono seguite e sostenute da un’equipe di psicologi volontari. Vogliamo davvero circondare d’affetto questi genitori».

Non capita di rado, infatti, che chi si trova in questa situazione sia costretto ad affrontare la lacerante realtà praticamente in solitudine. «È difficile che qualcuno porga le condoglianze a una mamma e a un papà che hanno perso un bimbo mai nato – racconta don Maurizio Gagliardini –. E invece è proprio in questi frangenti che servirebbe un di più di attenzione e di vicinanza umana. Spesso, poi, queste famiglie si chiudono in se stesse, quasi celando la tragedia che le ha colpite e non riuscendo così ad elaborare il lutto».

In tanti anni di servizio a fianco delle coppie, don Maurizio non ha incontrato soltanto uomini e donne sorrette dalla forza della fede. In non pochi casi ha affiancato coppie anche lontane dalla Chiesa, ma fermamente convinte di dare una degna sepoltura al proprio piccolo non nato.

«Seppellire questi bambini non significa soltanto onorarli come persone – sottolinea – ma vuol dire anche compiere un grande atto di civiltà, un gesto dal valore umano e civile incommensurabile. Per questo, confrontandomi con amministrazioni comunali di varia estrazione politica, non ho mai incontrato un’opposizione preconcetta, ideologica, al nostro servizio. Il cui valore è, evidentemente, condiviso molto di più di quanto si pensi».

Dare degna sepoltura al proprio bambino mai nato è anche, insiste don Maurizio, il primo passo per l’elaborazione del lutto. «In tutte le mamme che hanno perso un figlio emerge la domanda: “Dov’è ora il mio bambino?”. A queste donne, ma anche ai tanti papà che incontriamo negli ospedali, vogliamo dire che siamo loro vicini. Una tomba su cui piangere diventa un punto fermo, un ancoraggio. Un po’ come è avvenuto dopo la Grande Guerra mondiale con la costruzione dei sacrari. Sono stati realizzati per dare la possibilità a tante madri di portare un fiore al proprio figlio disperso al fronte. In attesa di ritrovarlo, questa volta per sempre, in Paradiso».

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C’era una volta re Baldovino, il re che smise di essere re. E ci insegnò la coscienza

Posté par atempodiblog le 30 octobre 2013

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C’era una volta un re, il re Baldovino. Ma non “una volta” sperduta nel tempo, “una volta” concreta e neppure troppo lontana. Era il 4 aprile del 1990. In Italia c’era fermento per i Mondiali quando le Camere del Belgio approvarono un disegno di legge che depenalizzava l’aborto entro le prime dodici settimane di gravidanza. Il popolo belga aveva detto sì attraverso i suoi rappresentanti, ma c’era un problema: il re.

La legge, per concludere il suo iter, aveva bisogno della sua firma di ratifica, ma la sua mano proprio non ce la faceva a firmare. Qualcosa, in lui, diceva di no a quella prassi che aveva tutti i crismi della correttezza istituzionale: democratica, moderna, evoluta. Si rischiò la crisi istituzionale. Alla fine dovette cedere, ma con uno di quegli stratagemmi che ti fanno amare gli stratagemmi. Cedette l’uomo di stato, non l’uomo. Re Baldovino abdicò per due giorni, smise di essere re per permettere l’iter legislativo in sua “assenza”. Non fermò la legge sull’aborto, ma neppure la firmò.

Ci insegnò una cosa grande, di fronte ai nuovi miti della modernità, del “c’è lo chiede l’Europa”, del “non si può fermare la storia”. Ci insegnò che esiste una coscienza, nell’ultimo suddito come nel suo re. “So che agendo così  - scrisse al Capo del Governo Wilfried Martens – non scelgo una strada facile e che rischio di non essere capito da un buon numero di concittadini. Ma è la sola via che in coscienza posso percorrere”.

C’era una volta un re di nome Baldovino. Lui e sua moglie, la spagnola Fabiola, avevano una grande fede cattolica. Avevano anche un dispiacere: non avevano potuto avere figli.

di Pino Suriano

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Papa Francesco: il volto di Cristo nei bambini non nati e negli anziani, primo diritto è la vita

Posté par atempodiblog le 20 septembre 2013

Ogni bambino condannato all’aborto “ha il volto del Signore”. Così il Papa, ricevendo oggi in Sala Clementina un centinaio di medici della Federazione Internazionale delle Associazioni Mediche Cattoliche, riunita a Roma fino al 22 settembre, per la decima Conferenza internazionale sul tema “La nuova evangelizzazione, le pratiche ostetriche e la cura delle madri”.
di Giada Aquilino – Radio Vaticana

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Un sì “deciso e senza tentennamenti alla vita”. Lo ha lanciato Papa Francesco incontrando oggi i medici cattolici riuniti in questi giorni a Roma. “Una diffusa mentalità dell’utile”, la cosiddetta “cultura dello scarto”, che – ha detto il Pontefice – “oggi schiavizza i cuori e le intelligenze di tanti, ha un altissimo costo: richiede di eliminare esseri umani, soprattutto se fisicamente o socialmente più deboli”:

“Ogni bambino non nato, ma condannato ingiustamente ad essere abortito, ha il volto di Gesù Cristo, ha il volto del Signore, che prima ancora di nascere, e poi appena nato ha sperimentato il rifiuto del mondo. E ogni anziano – ho parlato del bambino: andiamo agli anziani, altro punto – anche se infermo o alla fine dei suoi giorni porta in sé il volto di Cristo. Non si possono scartare, come ci propone la “cultura dello scarto”! Non si possono scartare!.

Va dunque ribadito – come riportato nella Dichiarazione sull’aborto procurato della Congregazione per la Dottrina della Fede – che “il primo diritto di una persona è la sua vita”. Nell’essere umano fragile, ha aggiunto il Santo Padre, “ciascuno di noi è invitato a riconoscere il volto del Signore, che nella sua carne umana ha sperimentato l’indifferenza e la solitudine a cui spesso condanniamo i più poveri, sia nei Paesi in via di sviluppo, sia nelle società benestanti”:

“Le cose hanno un prezzo e sono vendibili, ma le persone hanno una dignità, valgono più delle cose e non hanno prezzo. Tante volte ci troviamo in situazioni in cui quello che costa di meno è la vita. Per questo l’attenzione alla vita umana nella sua totalità è diventata negli ultimi tempi una vera e propria priorità del Magistero della Chiesa, particolarmente a quella maggiormente indifesa, cioè al disabile, all’ammalato, al nascituro, al bambino, all’anziano, che è la vita più indifesa”.

Con i medici cattolici, il Papa ha riflettuto sull’attuale momento storico, in cui si vive una “situazione paradossale” per la loro professione. Da una parte, ha notato, “constatiamo – e ringraziamo Dio – per i progressi della medicina, grazie al lavoro di scienziati che, con passione e senza risparmio, si dedicano alla ricerca di nuove cure”. Dall’altra, però, si riscontra “anche il pericolo che il medico smarrisca la propria identità di servitore della vita”. “Il disorientamento culturale – ha aggiunto – ha intaccato anche quello che sembrava un ambito inattaccabile”: la medicina. “Pur essendo per loro natura al servizio della vita – ha proseguito – le professioni sanitarie sono indotte a volte a non rispettare la vita stessa”. Citando l’Enciclica Caritas in veritate, il Pontefice ha ricordato invece che “l’apertura alla vita è al centro del vero sviluppo”.

“La situazione paradossale si vede nel fatto che, mentre si attribuiscono alla persona nuovi diritti, a volte anche presunti diritti, non sempre si tutela la vita come valore primario e diritto primordiale di ogni uomo. Il fine ultimo dell’agire medico rimane sempre la difesa e la promozione della vita”.

In particolare per i ginecologi, il mandato è quindi quello di essere “testimoni e diffusori” della cultura della vita.

« Un tempo, alle donne che aiutavano nel parto le chiamavamo ‘comadre’: è come una madre con l’altra, con la vera madre, no? Anche voi siete ‘comadri’ e ‘compadri’: anche voi ».

L’essere cattolici, poi, “comporta una maggiore responsabilità”, in particolare verso la cultura contemporanea: “contribuire a riconoscere nella vita umana – ha spiegato – la dimensione trascendente, l’impronta dell’opera creatrice di Dio, fin dal primo istante del suo concepimento »:

“È questo un impegno di nuova evangelizzazione che richiede spesso di andare controcorrente, pagando di persona. Il Signore conta anche su di voi per diffondere il ‘vangelo della vita’”.

In questa prospettiva – ha detto il Santo Padre – i reparti ospedalieri di ginecologia “sono luoghi privilegiati di testimonianza e di evangelizzazione”, perché là dove la Chiesa si fa veicolo della presenza del Dio vivente, “diventa al tempo stesso” quello che la Nota dottrinale su alcuni aspetti dell’evangelizzazione della Congregazione per la Dottrina della Fede definisce “strumento di una vera umanizzazione dell’uomo e del mondo”. In tale prospettiva, come notò Benedetto XVI nel suo discorso del 2012 all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, la struttura sanitaria diventa “luogo in cui la relazione di cura non è mestiere ma missione”.

L’auspicio finale del Papa ai medici è stato quello di ricordare “a tutti, con i fatti e con le parole”, che la vita “è sempre, in tutte le sue fasi e ad ogni età, sacra ed è sempre di qualità”. E non per un “discorso di fede – no, no – ma di ragione, per un discorso di scienza”:

“Non esiste una vita umana più sacra di un’altra, come non esiste una vita umana qualitativamente più significativa di un’altra. La credibilità di un sistema sanitario non si misura solo per l’efficienza, ma soprattutto per l’attenzione e l’amore verso le persone, la cui vita è sempre sacra e inviolabile”.

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Dona un paio di scarpine a una donna che voleva abortire: condannato a 10 mila euro di multa

Posté par atempodiblog le 20 septembre 2013

L’84enne francese Xavier Dor si è macchiato di «reato di intralcio all’aborto». Associazioni femministe: «Siamo arrabbiate, la somma è risibile»

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Xavier Dor (di cui vi avevamo già parlato qui) è stato condannato al pagamento di 10 mila euro di ammenda per «aver ostacolato in modo delittuoso una interruzione volontaria di gravidanza» il 25 e 26 luglio 2012, entrando in un centro di pianificazione familiare a Parigi. È stato invece assolto per aver recitato il rosario, come atto di riparazione e intercessione per i medici abortisti, davanti all’ospedale Saint-Vincent-de-Paul di Parigi il 2 aprile 2011.

SCARPINE GALEOTTE. Ma che cosa ha fatto il presidente dell’associazione cattolica “SOS Tout Petits”, che da oltre 20 anni si batte in Francia per la vita contro l’aborto, per macchiarsi del «reato di intralcio all’aborto», con tanto di «pressioni morali e psicologiche di una violenza inaudita»? Ha donato un paio di scarpine da neonato a una mamma che stava entrando negli uffici di un’associazione femminista per richiedere un’interruzione di gravidanza.

«POCHI» DIECIMILA EURO DI MULTA. L’accusa aveva chiesto per il medico ottomila euro di multa e un mese di carcere, ma i giudici hanno cancellato il periodo di prigionia e gli hanno inflitto 10 mila euro di ammenda. Le associazioni in difesa del diritto all’aborto, che hanno denunciato l’uomo, non sono però soddisfatte: «È davvero difficile far riconoscere giuridicamente il reato d’intralcio all’aborto attraverso azioni dimostrative di fronte ai centri [abortivi] – commentano al Le Monde – Siamo arrabbiati dalla risibile somma della multa viste le ingenti risorse di cui dispongono i network contro l’aborto».

«LEGGE CRIMINALE». Soprattutto, insiste Isabelle Thieuleux, avvocato del Coordinamento delle associazioni per il diritto all’aborto e alla contraccezione, «è inaccettabile che il signor Dor abbia annunciato, prima del processo, che organizzerà altre azioni, anticipando già il calendario». Xavier Dor, ormai 84enne, ha infatti dichiarato che continuerà a battersi contro una «legge criminale che permette l’uccisione dei bambini»: «Andremo davanti all’ospedale Tenon e a Port-Royal».

Clicca qui per leggere l’articolo pubblicato da Tempi

di Leone Grotti – PROLIFE News

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I nostri figli non nati. Cinque milioni di pensieri

Posté par atempodiblog le 20 septembre 2013

I nostri figli non nati
Cinque milioni di pensieri
di Marina Corradi – Avvenire
Tratto da: PiùVoce

“I bambini uccisi nel seno materno sono ora come piccoli angeli attorno al trono di Dio” (Messaggio di Medjugorje, 1992)

I nostri figli non nati. Cinque milioni di pensieri dans Aborto dn1h

In questa Italia dove ogni giorno si tumultua e ci si affanna e si grida, e reciprocamente ci si rinfaccia ciò che si è fatto e ciò che si è sba­gliato, può sembrare strano parlare di ciò che “non” è stato.

Ciò che non è stato mai, perché non è nato. Scor­rendo le statistiche ministeriali, vedi che dal 1978 a oggi ci sono stati in Italia cinque milioni di aborti. Perfettamente legali, certo. Ma anche chi sostie­ne il diritto all’aborto potrebbe fermarsi un mo­mento, in questa domenica di quasi acerba pri­mavera, di fronte a un pensiero: cinque milioni di figli che mancano, cinque milioni, che non sono nati.

Legale l’aborto, ma quasi clandestino il pensiero di quei bambini negati. Non se ne parla, ed è giu­dicato sconveniente ricordarlo, dalle tribune me­diatiche che contano. Come fossero cinque mi­lioni di storie private, che nessun altro riguarda­no se non quelle singole donne; e al massimo le loro malinconie, tanti anni dopo; malinconie di cui però non si usa parlare. E invece per una vol­ta, oggi che i cattolici italiani celebrano la Giornata per la vita, tra tanti pubblici rumori e clamori, vor­remmo immaginare un lungo condiviso attimo di silenzio; e che si possa per un momento resta­re zitti, nel rimpianto di quei figli che avremmo, e non abbiamo.

Chi erano, e che facce avrebbero avuto? Erano i compagni che i no­stri bambini non hanno cono­sciuto; quelli con cui non hanno giocato a pallone; quelli che man­cavano, nei banchi vuoti delle au­le di paesi spopolati. Erano quel­lo di cui nostra figlia si sarebbe in­namorata; o la ragazza che un giorno ci avrebbe resi nonni. Era­no, sarebbero stati. Il principio scoccato, il tessuto in fieri,e ogni cellula programmata. Ma non previsti, o attesi, o desiderati. Tan­tissime ragioni, e spesso umana­mente comprensibili. Eppure quante di quelle madri hanno an­cora addosso quel giorno, ta­gliente come uno strappo alla propria intima natura. Non sono stati; sospinti indietro, clandesti­ni, invisibili ombre cancellate. Si può almeno averne memoria, e dare voce a un rimpianto che molte conservano gelosamente per sé? Quante, vedendo una fol­la di ragazzi all’uscita da scuola u­na mattina, sono attraversate da un sottile doloroso pensiero: a­vrebbe la stessa età, “lui”.

Ma poiché i figli non sono solo fi­gli nostri, quel rimpianto dovreb­be essere collettivo. Quei bambi­ni ci mancano. I primi di loro a­vrebbero trent’anni ormai. Li im­maginate? Oggi magari sarebbe­ro in piazza a gridare contro il go­verno, oppure a favore; oppure a immaginare un’altra Italia. Sa­rebbero energie e desideri, e voci nei nostri cortili vuoti; sarebbero nelle scuole a studiare, nelle uni­versità a far ricerca, a insegnare. Chi c’era poi, in mezzo agli altri, in quella folla di clandestini respinta? Forse il centravanti che a­vrebbe fatto impazzire gli stadi; o la splendida vo­ce che ci avrebbe incantati. E quali libri non leg­geremo mai, non scritti dai nostri figli non avuti? Fra di loro, non pochi il cui destino è stato decre­tato dalle analisi: anormali, malati. Inutili. Come Hawkings magari, il fisico in carrozzella? Che co­sa è stato buttato via per una diagnosi, e quali do­ni portavano con sé i figli scartati? Certo, come testimonia chi invece quei figli li ha avuti, la ca­pacità di insegnare ad amare. Milioni di storie diverse. Madri sole, o senza un sol­do, o padri inesistenti; o benpensanti famiglie, che non avrebbero tollerato; oppure posti di la­voro a rischio, o carriere che non potevano a­spettare. Cinque milioni di storie private si coa­gulano in questo vuoto collettivo – e anche forse in uno slancio, in un coraggio che ci mancano. Perché ha più fiato, un Paese che pensa ai suoi fi­gli; non si insterilisce nell’oggi, non trascura un fu­turo, che è il tempo di quei figli. Il silenzio che vor­remmo oggi è ammissione, oltre il ben noto e af­fermato “diritto”, di un censurato dolore: per ciò che non è stato. Un silenzio che dica a chi ha vent’anni oggi che un figlio, voluto o no, è più u­mano abbracciarlo; e non è questione di codici, ma di una legge più forte, più grande – come scrit­ta addosso.

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Madre Teresa, una donna scomoda

Posté par atempodiblog le 5 septembre 2013

Madre Teresa, una donna scomoda
di Angelo Comastri – Toscana Oggi

Madre Teresa, una donna scomoda dans Aborto 7sbo

Madre Teresa di Calcutta è diventata beata a tempo di record: appena sei anni dopo la sua morte! E ormai tutti la considerano una «santa». Tuttavia non dimentichiamo che Madre Teresa è una persona «scomoda». Così come è scomodo un limpido raggio di luce quando illumina una parete ammuffita; come è scomoda una persona onesta dentro una combriccola di ladroni; come è scomodo un cuore umile in un raduno di arroganti; come è scomodo un «povero» all’ingresso di una discoteca; come è scomoda una mamma, con due bambini in braccio, davanti ad una clinica per aborti.

Madre Teresa è scomoda! Ne volete una prova? Lasciamola parlare. Ecco una sua affermazione chiara, ma tanto scomoda: «Se nel vostro Paese permettete l’aborto, allora diventate un Paese molto povero. Tanto povero da aver paura anche di bambini».

Ecco un altro pensiero luminoso ma controcorrente, che ella rivolse a un gruppo di lebbrosi: «Ogni volta che Dio guarda il palmo della Sua mano, vi ci vede disegnati. Per questo ogni vita umana è preziosa: sì, anche voi lebbrosi siete preziosi agli occhi di Dio!».

Ecco una presentazione di Maria che è, nello stesso tempo, originalissima e fedelissima: «La Madonna fu la prima “dama della carità”. Ma, prima di esserlo, si svuotò completamente di se stessa e si offrì come serva del Signore».

Ecco una sua norma di vita che, nell’attuale società violenta e prepotente, può avere il sapore dell’ingenuità e invece è una perla di autentica sapienza: «Preferirei commettere degli errori con gentilezza e compassione piuttosto che operare miracoli con scortesia e durezza».

Ecco, infine, una coraggiosa lettura della povertà umana: «I poveri hanno fame di pane, ma soprattutto hanno fame di Dio. La più grande disgrazia dell’India è di non conoscere Gesù Cristo: e, senza Gesù Cristo, non si conosce il valore della vita umana».

Chi è, allora, Madre Teresa. Ella è una «innamorata di Cristo», è una donna «folgorata dal Crocifisso», nel quale ha visto il Volto di Dio come «Volto di Amore» e ha sentito la sete di Dio come «sete di Amore». E ha risposto all’amore con tutta la sua vita: senza esitazione, senza risparmio, senza mezze misure. E ha cercato i poveri per amarli con l’Amore di Dio e per consolarli con l’unica vera buona notizia, che è questa: «Dio ti ama». A tutti, infatti, ella ripeteva instancabilmente: «God is Love», Dio è amore!
Il segreto di Madre Teresa sta tutto qui: ed è – vale la pena ricordarlo – il segreto stesso del cristianesimo. Potessimo capirlo! Potessimo viverlo tutti un pochino di più!

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La Germania riconosce i bambini non nati

Posté par atempodiblog le 21 juin 2013

La Germania riconosce i bambini non nati
di Tommaso Scandroglio – La nuova Bussola Quotidiana

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Il Parlamento tedesco ha approvato in maggio una norma importante in fatto di vita nascente. Ora sarà possibile dare legalmente un nome anche a quei bambini non nati di peso inferiore ai 500 grammi. Quei piccoli che non sono riusciti a venire al mondo e che vengono chiamati “Sternenkinder”, cioè bambini delle stelle,  quindi si vedranno perlomeno riconosciuto il diritto ad un nome inscritto presso l’anagrafe civile e di una degna sepoltura. Inoltre la disposizione legislativa ha valore retroattivo: ciò significa che a tutti i genitori sarà concessa la facoltà di assegnare un nome al proprio figlio nato morto, esibendo il relativo certificato, anche se la morte è avvenuta molti anni prima. La decisione del Bundestag tedesco è significativa per più motivi.

In primo luogo contraddice il luogo comune che sei tanto uomo quanto più assomigli morfologicamente ad un essere umano. Anche l’embrione, la morula e lo zigote sono persone. Quello che ci riveste di umanità non è avere due mani, due occhi e un cervello. Per essere uomini basta esistere. Insomma l’uomo non vale tanto quanto pesa e 500 grammi non è il peso minimo di umanità consentito per far parte del genere umano. In secondo luogo il nome anagrafico è prerogativa solo di chi è soggetto di diritto. Il Parlamento tedesco ribadisce – perché il dato di natura giuridica è già cosa nota in casa tedesca – che il concepito è già un qualcuno per lo Stato, al di là del suo grado di sviluppo. In terzo luogo la possibilità di inumazione attesta con maggior forza che il nascituro è a tutti gli effetti una persona.

L’antropologia ci conferma in un dato incontrovertibile: se un archeologo scavando scopre una tomba, state pur certi che lì vicino è sorta una città, un nucleo abitativo, un consesso di persone che si è dato delle regole sociali di vita. L’inumazione è prova provata di civiltà perché si riconosce al defunto quegli onori che sono propri solo delle spoglie mortali di una persona. La sepoltura quindi è atto doveroso perché degno solo degli esseri umani. Riconoscere al non nato seppur di pochissime settimane il rito dell’inumazione è riconoscergli lo status di persona. Sulla stessa linea si muove anche il Magistero che, ricordando come il seppellire i morti sia opera di misericordia corporale, in Donum Vitae (1,4) comanda che “i cadaveri di embrioni e di feti umani volontariamente abortiti o non devono essere rispettati come le spoglie degli altri esseri umani”.

Infine questa norma riverbererà i suoi effetti positivi non solo sulla normativa tedesca che – a differenza di quella italiana – considera l’aborto comunque un reato non punibile solo in alcuni determinati casi, ma anche su tutti gli ordinamenti giuridici degli altri paesi europei in materia di aborto. Infatti per tentar di modificare le legislazioni che legittimano l’aborto è importante, tra le altre cose, instillare tra le persone la percezione e poi la convinzione che il bambino nel ventre della madre è un essere umano a tutti gli effetti. Le leggi sull’aborto sono in un certo qual modo leggi specchio, cioè rispecchiano sul piano del diritto – anche se non sempre – il sentito comune. Difficile chiedere ad un politico di esporsi in Parlamento su questa tematica così delicata se alle sue spalle questi non può contare su un consenso diffuso (ciò non toglie che ogni tanto una ben mirata sortita di qualche onorevole potrebbe ugualmente avere un suo significato e peso politico, nonché culturale). Il riconoscimento del nome ai bambini non nati e la possibilità di dare loro degna sepoltura, al di là del numero di coppie di genitori che decideranno di approfittare di questa opportunità, incide fortemente nel tessuto culturale, forse ben più di tante altre iniziative sociali e di carattere giuridico comunque meritorie.

L’Italia già da tempo è arrivata al traguardo tagliato dalla Germania solo settimana scorsa. Infatti il Decreto del Presidente della Repubblica n. 285 del 1990 stabilisce che i resti mortali dei feti non debbano finire tra i rifiuti ospedalieri – tra arti amputati e resezioni di colon – bensì accolti dalla nuda terra. Però solo per quelli di età superiore alle 20 settimane tale iter è obbligatorio, per gli altri è facoltà dei genitori, i quali per lo più sono ignari di tale possibilità (così come le aziende ospedaliere). Su tale fronte da anni in Italia opera l’Associazione Difendere la Vita con Maria che ha costituito su tutto il territorio nazionale una fitta rete di commissioni locali le quali, tra le moltissime attività, promuovono anche il seppellimento dei bambini non nati. Un gesto di onore e pietà per i piccoli morti, un gesto di deterrenza e persuasione per le madri che hanno in animo di abortire e infine un gesto di speranza per quelle vite minacciate dall’odierna e diffusa cultura di morte.

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