La stella, l’unica compagna silenziosa e misteriosa

Posté par atempodiblog le 6 janvier 2026

I re magi

I secoli erano passati sulle fiamme di Isaia senza spegnerle. L’eco delle sue grida risuonava ancora, almeno nel cuore della Vergine. La vaga e sorda attesa del genere umano si precisò e localizzò nei tre sovrani d’Oriente. I Magi erano i maggiori personaggi d’Oriente; non dobbiamo lasciarci ingannare dai loro nomi e prenderli per maghi. Erano invece sapienti ed erano re; perché in Oriente i sapienti erano re. La grande scienza dell’antichità, quale l’Oriente la concepiva, portava scettro e corona. Essi furono avvertiti da una stella; perché loro erano anche astronomi. […] 

Solo la stella indicava la strada. Era l’unica compagna silenziosa e misteriosa. Il viaggio stesso doveva essere silenzioso. La stella era l’immagine della luce interiore che li illuminava e li guidava.

L’Epifania era la loro luce. L’Epifania! Che parola! La Manifestazione! Arrivati nella capitale della Giudea non chiesero se il Re dei Giudei fosse veramente nato, ma in quale luogo fosse nato. La loro fiducia era assoluta.

Il fatto era certo: “abbiamo visto la sua stella – dissero – e siamo venuti ad adorarLo”.

Tratto da: Fisionomie di santi, di Ernest Hello

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“Tu scendi dalle stelle”, storia di un canto che ha fatto la storia del Natale

Posté par atempodiblog le 24 décembre 2024

“Tu scendi dalle stelle”, storia di un canto che ha fatto la storia del Natale
Uno dei canti più popolari del Natale nasce dall’ispirazione che ebbe Sant’Alfonso Maria de’ Liguori
di Antonio Tarallo – ACI Stampa

“Tu scendi dalle stelle”, storia di un canto che ha fatto la storia del Natale dans Antonio Tarallo Tu-scendi-dalle-stelle

Natale vuol dire anche musica: note che entrano nel cuore. Una melodia aiuta sempre a pregare. Lo sapeva bene Sant’Agostino: “Chi canta prega due volte”. Ed è proprio vero. E fra i canti natalizi più conosciuti vi è il famoso “Tu scendi dalle stelle”: una melodia che commuove e muove l’animo alla grotta di Betlemme. 

La canzone ha origini antiche: il testo che tutti conosciamo deriva da un motivo scritto nel dicembre 1754, dal titolo “Quanno nascette Ninno” (chiamato anche con il nome “Pastorale »). Autore del brano, Sant’Alfonso Maria de’ Liguori (1696-1787). Fu scritto in lingua napoletana. Una grande novità per l’epoca: il primo testo di un canto religioso scritto in lingua partenopea. Quando fu pubblicato nel 1816, venne chiamato « “Per la nascita di Gesù ». 

Già i versi dell’incipit rendono bene l’idea: “Quanno nascette Ninno a Bettlemme / Era nott’e pareva miezo juorno. / Maje le Stelle – lustre e belle Se vedetteno accossí: / E a cchiù lucente / Jett’a chiammà li Magge all’Uriente. / De pressa se scetajeno l’aucielle / Cantanno de na forma tutta nova: / Pe ‘nsí agrille – co li strille, /  E zombanno a ccà e a llà; / È nato, è nato, / Decevano, lo Dio, che nc’à criato”. Proviamo a tradurre questo napoletano così antico in un moderno italiano per avere meglio il quadro della scena: « Quando nacque il Bambino a Betlemme / Era notte eppure sembrava mezzogiorno. / Le stelle così belle e lucenti non si videro mai così: / E la più lucente/ andò a chiamare i Re Magi dell’Oriente. / Velocemente si svegliarono gli uccelli / cantando in nuova forma: / così anche i grilli, con le stelle, / e saltellano qui e lì; / È nato, è nato, / così dicevano, il Dio che ci ha creato ». E’ la natura che parla e che partecipa a tutta la bellezza della nascita di un bambino, anzi del Bambino. Tutti partecipano a questa Natività, con stupore e meraviglia.

Ma come nasce “Quanno nascette Ninno”? In merito a questo racconto abbiamo diverse versioni. Una, ci parla della città campana di Nola, un’altra della città Scala o Santa Maria dei Monti; altra versione, quella che fa riferimento al convento della Consolazione di Deliceto, in provincia di Foggia. La versione che vede nascere la famosa canzone nei pressi di Nola è quella con più dettagli. “In questo palazzo S. Alfonso Maria de’ Liguori, ospite dei Rev.mi Canonici Giuseppe, Michele e Felice Zamparelli, nel corso della Novena alla Beata Vergine Maria nel dicembre del 1754 compose la celebre pastorale natalizia “Tu scendi dalle stelle”, presentata per la prima volta nella Cattedrale di Nola in occasione del Santo Natale”, così recita una targa posta nel 2010 nel palazzo dove si crede abbia soggiornato, per un periodo, il santo redentorista, ospite di un sacerdote del luogo, tale Don Michele  Zamparelli, citato nella targa.

Nel corso di una delle sue missioni popolari, nel 1754, Sant’Alfonso stava predicando a Nola, in provincia di Napoli. Poche ore prima della Santa Messa di Natale voleva comporre un nuovo inno natalizio. La famosa melodia – denominata “Pastorale” – fu scritta in presenza dello stesso don Zamparelli che fu il primo, in assoluto, ad ascoltarla. Il sacerdote, emozionato dall’evento, chiese subito al santo di poterla copiare. Il santo però si oppose, volendola prima farla stampare. Poco dopo, il santo scese per celebrare la Messa di Natale, lasciando i fogli del componimento in vista. Don Michele li copiò e nascose i preziosi foglietti nelle sue tasche. Aveva raggiunto l’ambizioso traguardo. Ora poteva andare a concelebrare. E fu in questo momento che accadde un episodio assai divertente. Sant’Alfonso era proprio nel momento di cantare quel canto che aveva composto poco prima, quando gli mancarono le parole. Ma si sa, i santi conoscono tutto e, allora, mandò un chierichetto a chiedere a don Zamparelli “quei fogli che stavano nel suo taschino”. La chiesa fu “riempita”, finalmente, dalle note del nuovo canto sacro. Era nata quella che noi oggi cantiamo come “Tu scendi dalle stelle”.

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E’ il tempo dell’adorazione

Posté par atempodiblog le 25 décembre 2023

SANTA MESSA DELLA NOTTE
SOLENNITÀ DEL NATALE DEL SIGNORE
OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
Basilica Vaticana
Domenica, 24 dicembre 2023
[Multimedia]

E' il tempo dell’adorazione dans Commenti al Vangelo Adorazione

«Il censimento di tutta la terra» (Lc 2,1). È questo il contesto nel quale Gesù nasce e su cui il Vangelo si sofferma. Poteva accennarne rapidamente, invece ne parla con accuratezza. E con ciò fa emergere un grande contrasto: mentre l’imperatore conta gli abitanti del mondo, Dio vi entra quasi di nascosto; mentre chi comanda cerca di assurgere tra i grandi della storia, il Re della storia sceglie la via della piccolezza. Nessuno dei potenti si accorge di Lui, solo alcuni pastori, relegati ai margini della vita sociale.

Ma il censimento dice di più. Nella Bibbia non lasciava un bel ricordo. Il re Davide, cedendo alla tentazione dei grandi numeri e ad una malsana pretesa di autosufficienza, aveva commesso un grave peccato proprio facendo il censimento del popolo. Voleva saperne la forza e dopo circa nove mesi ebbe il numero di quanti potevano maneggiare la spada (cfr 2 Sam 24,1-9). Il Signore si sdegnò e una disgrazia colpì il popolo. In questa notte, invece, il “Figlio di Davide”, Gesù, dopo nove mesi nel grembo di Maria, nasce a Betlemme, la città di Davide, e non punisce il censimento, ma si lascia umilmente conteggiare. Uno fra i tanti. Non vediamo un dio adirato che castiga, ma il Dio misericordioso che si incarna, che entra debole nel mondo, preceduto dall’annuncio: «sulla terra pace agli uomini» (Lc 2,14). E il nostro cuore stasera è a Betlemme, dove ancora il Principe della pace viene rifiutato dalla logica perdente della guerra, con il ruggire delle armi che anche oggi gli impedisce di trovare alloggio nel mondo (cfr Lc 2,7).

Il censimento di tutta la terra, insomma, manifesta da una parte la trama troppo umana che attraversa la storia: quella di un mondo che cerca il potere e la potenza, la fama e la gloria, dove tutto si misura coi successi e i risultati, con le cifre e con i numeri. È l’ossessione della prestazione. Ma al contempo nel censimento risalta la via di Gesù, che viene a cercarci attraverso l’incarnazione. Non è il dio della prestazione, ma il Dio dell’incarnazione. Non sovverte le ingiustizie dall’alto con forza, ma dal basso con amore; non irrompe con un potere senza limiti, ma si cala nei nostri limiti; non evita le nostre fragilità, ma le assume.

Fratelli e sorelle, stanotte possiamo chiederci: noi in che Dio crediamo? Nel Dio dell’incarnazione o in quello della prestazione? Sì, perché c’è il rischio di vivere il Natale avendo in testa un’idea pagana di Dio, come se fosse un padrone potente che sta in cielo; un dio che si sposa con il potere, con il successo mondano e con l’idolatria del consumismo. Sempre torna l’immagine falsa di un dio distaccato e permaloso, che si comporta bene coi buoni e si adira coi cattivi; di un dio fatto a nostra immagine, utile solo a risolverci i problemi e a toglierci i mali. Lui, invece, non usa la bacchetta magica, non è il dio commerciale del “tutto e subito”; non ci salva premendo un bottone, ma Lui si fa vicino per cambiare la realtà dal di dentro. Eppure, quanto è radicata in noi l’idea mondana di un dio distante e controllore, rigido e potente, che aiuta i suoi a prevalere contro gli altri! Tante volte è radicata in noi questa immagine. Ma non è così: Lui è nato per tutti, durante il censimento di tutta la terra.

Guardiamo dunque al «Dio vivo e vero» (1 Ts 1,9): a Lui, che sta al di là di ogni calcolo umano eppure si lascia censire dai nostri conteggi; a Lui, che rivoluziona la storia abitandola; a Lui, che ci rispetta al punto da permetterci di rifiutarlo; a Lui, che cancella il peccato facendosene carico, che non toglie il dolore ma lo trasforma, che non ci leva i problemi dalla vita, ma dà alle nostre vite una speranza più grande dei problemi. Desidera così tanto abbracciare le nostre esistenze che, infinito, per noi si fa finito; grande, si fa piccolo; giusto, abita le nostre ingiustizie. Fratelli e sorelle, ecco lo stupore del Natale: non un miscuglio di affetti sdolcinati e di conforti mondani, ma l’inaudita tenerezza di Dio che salva il mondo incarnandosi. Guardiamo il Bambino, guardiamo la sua mangiatoia, guardiamo il presepe, che gli angeli chiamano «il segno» (Lc 2,12): è infatti il segnale rivelatore del volto di Dio, che è compassione e misericordia, onnipotente sempre e solo nell’amore. Si fa vicino, si fa vicino, tenero e compassionevole, questo è il modo di essere di Dio: vicinanza, compassione, tenerezza.

Sorelle, fratelli, stupiamoci perché “si è fatto carne (cfr Gv 1,14). Carne: parola che richiama la nostra fragilità e che il Vangelo utilizza per dirci che Dio è entrato fino in fondo nella nostra condizione umana. Perché si è spinto a tanto? – ci domandiamo –. Perché gli interessa tutto di noi, perché ci ama al punto da ritenerci più preziosi di ogni altra cosa. Fratello, sorella, per Dio che ha cambiato la storia durante il censimento tu non sei un numero, ma sei un volto; il tuo nome è scritto nel suo cuore. Ma tu, guardando al tuo cuore, alle prestazioni non all’altezza, al mondo che giudica e non perdona, forse vivi male questo Natale, pensando di non andare bene, covando un senso di inadeguatezza e di insoddisfazione per le tue fragilità, per le tue cadute e i tuoi problemi e per i tuoi peccati. Ma oggi, per favore, lascia l’iniziativa a Gesù, che ti dice: “Per te mi sono fatto carne, per te mi sono fatto come te”. Perché rimani nella prigione delle tue tristezze? Come i pastori, che hanno lasciato le loro greggi, lascia il recinto delle tue malinconie e abbraccia la tenerezza di Dio bambino. E fallo senza maschere, senza corazze, getta in Lui i tuoi affanni ed Egli si prenderà cura di te (cfr Sal 55,23): Lui, che si è fatto carne, non attende le tue prestazioni di successo, ma il tuo cuore aperto e confidente. E tu in Lui riscoprirai chi sei: un figlio amato di Dio, una figlia amata da Dio. Ora puoi crederlo, perché stanotte il Signore è venuto alla luce per illuminare la tua vita e i suoi occhi brillano d’amore per te. Noi abbiamo difficoltà a credere in questo, che gli occhi di Dio brillano di amore per noi.

Sì, Cristo non guarda i numeri, ma i volti. Chi, però, guarda a Lui, tra le tante cose e le folli corse di un mondo sempre indaffarato e indifferente? Chi lo guarda? A Betlemme, mentre molta gente, presa dall’ebbrezza del censimento, andava e veniva, riempiva gli alloggi e le locande parlando del più e del meno, alcuni sono stati vicini a Gesù: sono Maria e Giuseppe, i pastori, poi i magi. Impariamo da loro. Stanno con lo sguardo fisso su Gesù, con il cuore rivolto a Lui. Non parlano, ma adorano. Questa notte, fratelli e sorelle, è il tempo dell’adorazione: adorare.

L’adorazione è la via per accogliere l’incarnazione. Perché è nel silenzio che Gesù, Parola del Padre, si fa carne nelle nostre vite. Facciamo anche noi come a Betlemme, che significa “casa del pane”: stiamo davanti a Lui, Pane di vita. Riscopriamo l’adorazione, perché adorare non è perdere tempo, ma permettere a Dio di abitare il nostro tempo. È far fiorire in noi il seme dell’incarnazione, è collaborare all’opera del Signore, che come lievito cambia il mondo. Adorare è intercedere, riparare, consentire a Dio di raddrizzare la storia. Un grande narratore di imprese epiche scrisse a suo figlio: «Ti offro l’unica cosa grande da amare sulla terra: il Santissimo Sacramento. Lì troverai fascino, gloria, onore, fedeltà e la vera via di tutti i tuoi amori sulla terra»  (J.R.R. Tolkien, Lettera 43, marzo 1941).

Fratelli e sorelle, stanotte l’amore cambia la storia. Fa’ che crediamo, o Signore, nel potere del tuo amore, così diverso dal potere del mondo. Signore, fa’ che come Maria, Giuseppe, i pastori e i magi, ci stringiamo attorno a Te per adorarti. Resi da Te più simili a Te, potremo testimoniare al mondo la bellezza del tuo volto.


Copyright © Dicastero per la Comunicazione – Libreria Editrice Vaticana

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Verso la epifania gloriosa del Paradiso

Posté par atempodiblog le 6 janvier 2022

Verso la epifania gloriosa del Paradiso dans Citazioni, frasi e pensieri Epifania-beato-Giustino-Maria-Russolillo

Accendi nuove stelle nei cieli e manda altri angeli nei cuori, infondi nuove grazie nelle anime, perché tutte si incamminino verso nuovi incontri, nuove unioni con Te, o adorabile Amore.

In me sii Tu stesso, Tu sempre, o mio Fiore, o mia Stella, o mio Cuore, movente in ogni ascensione perenne, e io con Te, verso la epifania gloriosa del Paradiso, nel seno del Padre nostro, a cui con Te e con lo Spirito Santo, sia gloria infinita. Amen!

del Beato Giustino Maria della Santissima Trinità Russolillo

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Un bambino nelle braccia di sua madre

Posté par atempodiblog le 6 janvier 2022

Un bambino nelle braccia di sua madre dans Citazioni, frasi e pensieri Epifania-del-Signore

Concludo ripetendo alcune parole del Vangelo odierno: Entrati nella casa, videro il Bambino, con Maria, sua madre. La Madonna non si separa da suo figlio. I Magi non sono ricevuti da un re assiso sul trono, ma da un bambino nelle braccia di sua madre. Chiediamo alla Madre di Dio e Madre nostra di guidarci al cammino che porta all’amore pieno: Cor Mariae dulcissimum, iter para tutum! Il suo dolce cuore conosce la via più sicura per trovare Cristo.

– San Josemaría Escrivá de Balaguer 

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Maria, il primo trono che si è scelto la Misericordia

Posté par atempodiblog le 6 janvier 2022

Maria, il primo trono che si è scelto la Misericordia dans Beata Pauline Marie Jaricot Epifania-del-Signore

Meditando il Rosario. “Se noi siamo fedeli nel contemplare Gesù nei misteri della sua vita mortale, ritroveremo con gioia lo stesso Bambino divino che vennero ad adorare i pastori e i magi tra le braccia di Maria, il primo trono che si è scelto la Misericordia”.

Beata Pauline Marie Jaricot

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Papa Francesco: impariamo dai magi in cammino verso Betlemme il desiderio di Dio

Posté par atempodiblog le 6 janvier 2022

Papa Francesco: impariamo dai magi in cammino verso Betlemme il desiderio di Dio
A che punto è il viaggio della mia fede? All’omelia nella Messa per la solennità dell’Epifania del Signore, Papa Francesco indica nei magi, che vanno in cerca del Signore, l’immagine di chi non si accontenta di una vita apatica, “appiattita sul consumo” ma si lascia interrogare mettendosi in gioco. I magi, che ritornano per un’altra strada, “ci provocano a percorrere strade nuove”, afferma il Papa, per portare il Vangelo a tutti
di Adriana Masotti – Vatican News

Papa Francesco: impariamo dai magi in cammino verso Betlemme il desiderio di Dio dans Commenti al Vangelo Epifania-del-Signore

La Chiesa celebra oggi l’Epifania del Signore, il giorno cioè della sua manifestazione al mondo tramite la testimonianza di tre personaggi che alla grotta di Betlemme arrivano da lontano. Nell’omelia alla Messa nella Basilica vaticana, Papa Francesco si lascia interrogare dai magi, sapienti e astrologi, e sollecita tutti noi a porci domande a partire da quel loro pellegrinaggio verso Gesù, sotto la guida della stella. A concelebrare con Francesco sono 21 cardinali, 19 vescovi, circa 150 sacerdoti. Ridotto, invece, a causa della pandemia, il numero dei fedeli presenti.

I magi, uomini dal cuore inquieto
Che cosa ha spinto “questi uomini d’Oriente a mettersi in viaggio?”. Potevano starsene tranquilli nelle loro sicurezze, afferma il Papa, “invece si lasciano inquietare da una domanda e da un segno” nel cielo: “Dov’è colui che è nato?

Il loro cuore non si lascia intorpidire nella tana dell’apatia, ma è assetato di luce; non si trascina stanco nella pigrizia, ma è acceso dalla nostalgia di nuovi orizzonti. I loro occhi non sono rivolti alla terra, ma sono finestre aperte sul cielo. Come ha affermato Benedetto XVI, erano “uomini dal cuore inquieto. […] Uomini in attesa, che non si accontentavano del loro reddito assicurato e della loro posizione sociale […]. Erano ricercatori di Dio”.

La vita non è “tutta qui
Il loro segreto, prosegue Francesco, è il desiderio. Desiderare significa infatti “cercare oltre l’immediato, oltre il visibile”.

È accogliere la vita come un mistero che ci supera, come una fessura sempre aperta che invita a guardare oltre, perché la vita non è “tutta qui”, è anche “altrove”. È come una tela bianca che ha bisogno di ricevere colore. Proprio un grande pittore, Van Gogh, scriveva che il bisogno di Dio lo spingeva a uscire di notte per dipingere le stelle. Sì, perché Dio ci ha fatti così: impastati di desiderio. Così ci ha fatti Dio: impastati di desiderio; orientati, come i magi, verso le stelle.

Abbiamo bisogno di ritrovare il desiderio di Dio
Sono i desideri, dice ancora il Papa, a farci andare oltre le abitudini consolidate, “oltre una fede ripetitiva e stanca”. Il nostro viaggio della vita e della fede ha bisogno di desiderio, “di slancio interiore”. E si domanda:

Non siamo da troppo tempo bloccati, parcheggiati dentro una religione convenzionale, esteriore, formale, che non scalda più il cuore e non cambia la vita? Le nostre parole e i nostri riti innescano nel cuore della gente il desiderio di muoversi incontro a Dio oppure sono “lingua morta”, che parla solo di sé stessa e a sé stessa?

L’analisi di Papa Francesco non fa sconti quando descrive tanti di noi e tante nostre comunità alle prese con la crisi della fede dovuta alla “scomparsa del desiderio di Dio”.

Ci siamo ripiegati troppo sulle mappe della terra e ci siamo scordati di alzare lo sguardo verso il Cielo; siamo sazi di tante cose, ma privi della nostalgia di ciò che ci manca. Nostalgia di Dio… Ci siamo fissati sui bisogni, su ciò che mangeremo e di cui ci vestiremo, lasciando evaporare l’anelito per ciò che va oltre. E ci troviamo nella bulimia di comunità che hanno tutto e spesso non sentono più niente nel cuore. Persone chiuse, comunità chiuse, vescovi chiusi, preti chiusi, consacrati chiusi perché la mancanza di desiderio porta alla tristezza, e all’indifferenza. Comunità tristi. Preti tristi. Vescovi tristi.

Gli insegnamenti dei magi
Il Papa suggerisce a ciascuno di noi di interrogarsi oggi, chiedendosi come va « il viaggio della nostra fede ». E di andare dai magi per imparare “ad alimentare il desiderio”. Da loro possiamo trarre alcuni insegnamenti:

Essi in primo luogo partono al sorgere della stella: ci insegnano che bisogna sempre ripartire ogni giorno, nella vita come nella fede, perché la fede non è un’armatura che ingessa, ma un viaggio affascinante, un movimento continuo e inquieto, sempre alla ricerca di Dio, sempre con il discernimento, in quel cammino.

I magi, poi, chiedono dov’è il Bambino Gesù. E’ necessario, infatti, porsi degli interrogativi e ascoltare le domande che Dio e le persone del nostro tempo ci rivolgono. I magi ci insegnano ad aver una fede coraggiosa che non ha “paura di sfidare le logiche oscure del potere e diventi seme di giustizia e di fraternità”. Infine, afferma ancora il Papa, essi ritornano percorrendo un’altra strada:

È la creatività dello Spirito, che fa sempre cose nuove. È anche, in questo momento, uno dei compiti del Sinodo che noi stiamo facendo: camminare insieme in ascolto, perché lo Spirito ci suggerisca vie nuove, strade per portare il Vangelo al cuore di chi è indifferente, lontano, di chi ha perduto la speranza ma cerca quello che i magi trovarono, “una gioia grandissima”. Uscire « oltre », andare avanti…

Adorare per lasciarci trasformare
Ma c’è un momento cruciale del loro viaggio, osserva Francesco, ed è quando, arrivando a destinazione, i magi “adorano il Bambino”. Il Papa sottolinea l’importanza dell’adorazione cioè dello stare alla presenza di Dio e dice: “Solo se recuperiamo il gusto dell’adorazione, si rinnova il desiderio”. Il desiderio di Dio “cresce solo stando davanti a Dio”, perché solo Gesù può trasformare il nostro cuore.

E nell’andare cos’, ogni giorno, lì avremo la certezza, come i magi, che anche nelle notti più oscure brilla una stella. È la stella del Signore, che viene a prendersi cura della nostra fragile umanità. Mettiamoci in cammino verso di Lui. Non diamo all’apatia e alla rassegnazione il potere di inchiodarci nella tristezza di una vita piatta. Prendiamo l’inquietudine dello Spirito, cuori inquieti. Il mondo attende dai credenti uno slancio rinnovato verso il Cielo.

Papa Francesco, infine, invita ciascuno di noi ad essere come i magi “aperti alle sorprese di Dio”. E conclude con tre consegne: “sogniamo, cerchiamo, adoriamo”.

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Chesterton e Il paradosso della grotta

Posté par atempodiblog le 10 décembre 2021

Chesterton e Il paradosso della grotta
di Fabio Trevisan – L’Uomo Vivo
Tratto da: Radio Maria FB

Chesterton e Il paradosso della grotta dans Avvento Natale-con-Chesterton

A Natale si contempla il paradosso della grotta, ovvero di un Dio Signore dei Cieli e della Terra che si è fatto Uomo piccolo, nascosto e protetto nel grembo santissimo di Maria, senza guardie del corpo né sontuosi troni regali. Il pagliericcio pregno di umori animali fa da cuscino al suo capo sotto lo sguardo tenero e apprensivo di San Giuseppe: così indifeso, così incapace se non di piangere, è un Dio che si affida alle cure terrene dell’uomo come un qualsiasi bambino. Come ricorda suggestivamente Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) nel saggio L’Uomo eterno, il bambino Gesù riassume lo scherzo paradossale di un Dio le cui mani che avevano fatto il sole e le stelle erano troppo piccole per arrivare alle grosse teste degli animali (il bue e l’asinello nell’iconografia ideale del presepe). Come è potuto accadere questo ? Come questo mistero incarnato sia potuto passare attraverso un mirabile e santo Fiat di una Sua creatura? Difficile penetrare ed esaurire razionalmente questo potente mistero: la ragione, senza tuttavia smettere di argomentare, non può che farsi illuminare dalla luce della fede come una fiaccola in una caverna a Betlemme portata innanzi dagli umili pastori. Un Dio così umile, così infinitamente piccolo rivela in questo modo strabiliante la Sua grandezza e propone così, in questo modo apparentemente banale e semplicemente terreno, la Sua àncora di salvezza. Non è così naturale ed immediato, se non con l’avvento di Gesù, mettere in relazione Dio con un infante. Faceva notare ancora Chesterton che l’onnipotenza e l’impotenza, la divinità e l’infanzia, formano in definitiva una sorta di epigramma che un milione di ripetizioni non farà diventare banale. Non è sragionato chiamarlo unico. Betlemme è superlativamente il luogo in cui gli estremi si toccano.

Noi fedeli cristiani chiediamo a Natale di poter scorgere i tratti di questo Uomo chiamato Cristo e lo chiediamo alla Madre, a Maria con il beneplacito di Giuseppe suo sposo. Molti Santi più degnamente di noi lo hanno chiesto e qualcuno di loro è stato esaudito al punto che la premurosa Madre ha acconsentito di metterLo nelle loro braccia e di poterLo cullare e contemplare. Questo è potuto accadere poiché, citando ancora Chesterton, non potete visitare il figlio senza visitare la madre; non potete, nella comune vita umana, avvicinare il bambino senza avvicinare la madre. Dobbiamo o lasciare Cristo fuori del Natale, o il Natale fuori di Cristo, o dobbiamo ammettere che quelle sante teste son troppo vicine perché le aureole non debbano insieme confondersi e sovrapporre. Il centro della nostra attenzione, Gesù bambino, assume un angolo visivo più allargato che l’immaginazione cattolica ha colto in ogni particolare presepe: quel piccolo Essere divino nella culla ci fa abbracciare l’intera umanità dei poveri peccatori che implorano in adorazione il perdono e credono in quel potente paradosso avvenuto nella grotta. Possiamo e dobbiamo aggiungere qualcosa di autentico e di personale nella nostra rappresentazione sacra del presepe poiché noi tutti siamo chiamati a rendere presente quel Santo mistero nella nostra vita. Lo dobbiamo fare con solerzia e solenne tranquillità, consci che quella che sarà la nostra proiezione natalizia avrà una felice ripercussione, un riverbero del Bene che abbiamo ricevuto visitando quella povera stalla, stando davanti a quei piccoli piedi ed a quelle piccole mani che tanto hanno amato il Creato. Sarà un fantastico e prodigioso incanto che potrà liberare un mondo che si è costruito con l’illusione di poter fare a meno di Lui e che ne ha pagato le tristi conseguenze anche sociali. Gesù bambino, con la Sua divina umanità, ci sorprende ancora ed attende che noi umilmente ci prostriamo ai Suoi piedi per poter cogliere quel Suo Regale abbassamento, aprendoci così alla prospettiva di un vero mondo nuovo. Come espresse efficacemente lo scrittore londinese citato precedentemente: “Cristo non soltanto era nato allo stesso livello dell’umanità, ma anche più basso. Il primo atto del dramma divino non solo non fu recitato su nessun palco posto al di sopra degli spettatori, ma in un oscuro palco col sipario calato… nel Mistero di Betlemme era il cielo che stava sotto la terra”.

In questo straordinario mondo capovolto dove la prospettiva celeste si coglie abbassando umilmente lo sguardo, lo spettacolo della Sacra Famiglia non avviene sul palcoscenico mondano. I Santi Attori di questa Sacra Rappresentazione non si dispongono in alto, sopra i nostri occhi, come in una comune pièce teatrale, per ricevere il nostro plauso ammirato. Se ci sediamo, come a teatro, aspettando che il Miracolo di Betlemme venga rappresentato su un palcoscenico attendiamo invano come degli spettatori ingenui e sprovveduti. La nostra posizione e disposizione d’animo deve essere, come nella prospettiva cristiana del Natale, capovolta. Capovolta come Colui che ha voluto capovolgere il mondo, confondendo i sapienti che attendevano il trionfo del Re sul palcoscenico del mondo. Con lo scrittore di Beaconsfield possiamo ancora affermare il paradosso della caverna che, mentre ci suscita emozioni di una fanciullesca semplicità permette che i nostri pensieri possano abbracciare una complessità senza fine … Il Natale è diventato una cosa, in un certo senso, semplicissima ma, come tutte le verità della tradizione cristiana esso è, in un altro senso, una cosa assai complessa. La sua unica nota è che esso tocca simultaneamente molte note: umiltà, gaiezza, gratitudine, paura mistica, e anche attesa drammatica … C’è in questa divinità sotterranea come un’idea di minare il mondo; c’è in questa strana storia come l’erompere del cielo: d’ora innanzi le idee più alte non potranno agire che dal basso. Apprestiamoci ad assaporare il lieto annuncio facendoci sorprendere come i bambini, lasciandoci confondere dal paradosso della grotta in cui il Re divino ha scelto liberamente di presentarsi al mondo nascondendosi: nascondendosi nelle pieghe delle vesti della Madre, nel mantello del Suo Custode San Giuseppe. Invano sarebbe attenderLo in altro modo, invano sarebbe cercarLo, come nel teatro mondano, su palcoscenici umani dove sarebbe impossibile trovarLo. Il cristiano che, come i pastori o i Magi, cerca qualcosa a Betlemme non dimentica mai che sta combattendo. Proclama la pace in terra, ma giammai dimentica perché ci fu guerra in cielo.

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I Magi ebbero una stella; noi abbiamo Maria

Posté par atempodiblog le 5 janvier 2021

I Magi ebbero una stella; noi abbiamo Maria dans Citazioni, frasi e pensieri I-magi-e-la-stella

“I Magi ebbero una stella; noi abbiamo Maria, stella maris, stella Orientis. E oggi Le diciamo: Maria Santissima, stella del mare, stella del mattino, aiuta i tuoi figli”.

– 
San Josemaría Escrivá de Balaguer 

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Il senso radicale di questo Natale

Posté par atempodiblog le 25 décembre 2020

Il senso radicale di questo Natale
Noi non aspettiamo qualcosa: aspettiamo qualcuno. Questa differenza è decisiva, radicalmente decisiva, lungo tutta la nostra vita
di Angelo Scola (Arcivescovo emerito di Milano, Cardinale di Santa Romana Chiesa del titolo dei Santi XII Apostoli) – Il Foglio
Tratto da: Radio Maria

Il senso radicale di questo Natale dans Articoli di Giornali e News Natale-di-Ges

La pandemia ci sta costringendo a ri-immettere nella nostra vita in termini seri la questione delle questioni. Con quali occhi potremo guardare al futuro?

La dolcezza del Dio che si fa bambino riporta tutti noi all’età dell’innocenza, cioè agli anni della prima infanzia. In proposito mi è rimasto impresso un episodio accadutomi a Venezia. Vicino a San Marco c’è una scuola materna. La suora che allora la guidava mi aveva più volte invitato a visitarla per farmi incontrare i bambini e, tenace, rinnovava continuamente l’invito. Un giorno dal mio studio dove stavo ricevendo, sento un gran vociare salire dal cortile del patriarchìo. Scendo giù e trovo la suora, tutta contenta, attorniata da almeno un centinaio di bimbi seduti per terra. Uno di loro, deciso, mi chiama vicino con un cenno della mano e mi pone una domanda del tipo: Cosa fa un vescovo? Poi a occhi sgranati per la meraviglia, mi ascolta con estrema serietà. Ecco cos’è l’innocenza, pensai. Sintesi mirabile di stupore e di serietà.

“Diversamente dai bambini, noi adulti, nel nostro modo di muoverci quotidiano, siamo abituati a separare lo stupore dalla serietà”

Riandando poi a quell’incontro, ho fatto una considerazione. Diversamente dai bambini, noi adulti per svariati motivi, nel nostro modo di muoverci quotidiano, siamo abituati a separare lo stupore dalla serietà. Nel momento in cui veniamo presi, attratti da qualcuno o qualcosa che desta la nostra meraviglia, abbandoniamo quella serietà che l’impegno con la realtà sempre comporta. Al contrario, quando dobbiamo essere seri perché la circostanza lo esige, perdiamo ogni senso di meraviglia. La nostra è, di solito, un’esperienza di divisione a livello affettivo; quel livello cioè che precede la scelta, ma mette in campo la modalità di giudicare e di agire in ogni aspetto della nostra esistenza.

Per capire il Natale bisogna anzitutto subirne l’attrattiva. Bisogna lasciarsi colpire dal dato, dall’avvenimento che esso è. Andando poi fino in fondo e con serietà a quello che implica. Se Natale ci propone il dato di Dio che si fa Bambino, noi non possiamo ridurlo a cose che sono dell’ordine delle conseguenze. Per dirlo con il cardinal Biffi, non possiamo celebrare la festa rimuovendo il Festeggiato. A Natale – scrissi un anno nella tradizionale Lettera che l’Arcivescovo di Milano manda ai bambini – noi non aspettiamo qualcosa (i regali, i dolci ecc.) ma aspettiamo qualcuno. E mi riferii ad esperienze a loro molto familiari, come l’attesa del papà o della mamma la sera, al ritorno dal lavoro. O all’attesa gioiosa dell’arrivo di un fratellino…

Questa differenza tra l’attesa di qualcosa o di qualcuno è altrettanto decisiva, radicalmente decisiva, anche per noi adulti, lungo tutta la nostra vita. Perché? Pensiamo per un istante al grave travaglio dovuto alla pandemia che stiamo vivendo, ma pensiamo alla tragedia delle guerre dimenticate, in Africa come nel Medio oriente, in atto in questo momento. Pensiamo alla crescita esponenziale del numero dei poveri, anche tra noi: debolezza di solidarietà e vanificazione della sussidiarietà. O al dolore straziante delle centinaia di persone morte in solitudine e a quello dei loro familiari…

“Per dirlo con il cardinal Biffi, non possiamo celebrare la festa rimuovendo il Festeggiato”

Tutto dentro e intorno a noi grida il bisogno di un senso. Anche se normalmente dai pulpiti della televisione o dei new media la questione viene silenziata. Anche se di fronte a una prova che mette in gioco le cose ultime il senso non può non essere – lo si sappia o meno, e lo si voglia o meno – domanda religiosa. Con un’immagine molto suggestiva George Steiner, l’agnostico pensatore ebreo recentemente scomparso, paragona la notte oscura dei valori che le società del primo mondo stanno vivendo al venerdì e al sabato santo. Viviamo la tragedia del venerdì e la lunga attesa del sabato; ma molti sono convinti che il messia non verrà e il sabato continua.

Riformuliamo il grido parafrasando san Paolo: “Chi ci libererà da questo sapore di morte che sta attraversando questo nostro tempo?” Con quali occhi noi potremo guardare al futuro? La pandemia ci sta costringendo a ri-immettere nella nostra vita in termini seri la questione delle questioni. La storia dell’Occidente – ma si può dire la storia di ogni popolo – è sempre stata mossa ed è tuttora mossa, magari in forma idolatrica, dal reperimento della X con la maiuscola che possa trasformare ogni circostanza, anche la più negativa, in una occasione di lavoro su noi stessi e sulla vita sociale. Ecco chi aspettiamo a Natale. Aspettiamo un Dio che si fa bimbo, riunifica la nostra esperienza vitale, coniugando sapientemente meraviglia e serietà. Un bimbo che è venuto per amore e, da adulto, per amore ha sfidato una passione terribile e una morte ignominiosa, sulla croce dei malfattori. Un uomo che, essendo figlio di Dio, ha voluto soffrire su di sé ogni nostro peccato per restituirci quella prospettiva di eternità inscritta nel nostro essere ad immagine di Dio. La relazione con Dio, costitutiva di ogni uomo, inesorabilmente ci parla di immortalità e di risurrezione della carne. Proprio perché abbiamo questo legame con Dio, noi siamo destinati a durare in eterno.

“George Steiner paragona la notte oscura dei valori che le società del primo mondo stanno vivendo al venerdì e al sabato santo”

Per la fede cristiana la vita eterna incomincia dal battesimo, ricevuto magari nella primissima infanzia e poi progressivamente rimosso dalla memoria, per terminare in quello che la grande tradizione cristiana ha sempre chiamato “il Cielo”, dove i rapporti con Dio, con gli altri e con noi stessi saranno stabilmente rigenerati dentro un’esperienza di amore ricevuto e donato. “Fratelli tutti” ci ha ricordato Papa Francesco. Essere amati, per poter a nostra volta amare ed affrontare la vita di quaggiù che, pur nell’inevitabile dialettica di luce e di ombre, è caparra di eternità.

“Io, ma non più io: è questa la formula dell’esistenza cristiana fondata nel Battesimo, la formula della risurrezione dentro al tempo”: Benedetto XVI ha sintetizzato con una potente inarrivabile espressione l’esperienza cui il Natale ci abilita. Contemplare nel Natale il mistero dell’Incarnazione significa immergere occhi e cuore in un Dio che si fa bambino per condividere la nostra esperienza fino in fondo, fino a dare la vita e a inabissarsi negli “inferi” gustando l’amaro dello svuotamento totale. Proprio per questo egli ora ci sta attirando con la forza della sua risurrezione nel luogo del bene, della giustizia, della verità e della pace.

Mai come quest’anno sentiamo vere le parole di Eliot nel suo Viaggio dei Magi: “…Ci trascinammo per tutta quella strada per una Nascita o una Morte? Vi fu una Nascita, certo, ne avemmo prova e non avemmo dubbio. […] per noi questa Nascita fu come un’aspra ed amara sofferenza. Tornammo ai… nostri regni… fra un popolo straniero che è rimasto aggrappato ai propri idoli. Io sarei lieto di un’altra morte.

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Il bene nascosto

Posté par atempodiblog le 24 décembre 2020

A proposito di san Giuseppe
Il bene nascosto
di Andrea Monda – L’Osservatore Romano

Il bene nascosto dans Andrea Monda San-Giuseppe

Gesù, il Verbo incarnato di Dio, nasce in una grotta. [...] celebrando il Natale 2020, lo ricorderanno nel mondo oltre due miliardi di cristiani. Il numero fa impressione ma non si deve cadere nella trappola di una visione “muscolare” della fede, il cristianesimo non ha mai avuto buoni rapporti con i grandi numeri. A Betlemme Gesù nasce “fuori casa” perché l’imperatore Augusto, all’epoca l’uomo più potente del mondo, aveva indetto un censimento, voleva cioè contare tutti i suoi sudditi. È sempre la logica di Babele: gli uomini come mattoni, sudditi che “contano” solo se possono essere contati, calcolati, misurati (ed eventualmente scartati). È la logica esattamente opposta a quella del Dio della Bibbia che si china su ciascuno dei suoi figli, che lascia il grande numero, 99, per andare a cercare quell’unica (e insostituibile) pecorella che ha smarrito la strada. Quella pecora è piccola, non si vede, si trova come in un cono d’ombra, ma è proprio lei che spinge il Signore della Storia a muoversi, a operare meraviglie, a compiere il miracolo della salvezza.

Questo stile piccolo e nascosto di Dio splende anche nella scena di Betlemme, un’immagine piena di ombra, come si addice a una grotta. È lì che Dio ha scelto di nascere, di diventare uomo, anzi bambino, per ripercorrere tutte le esperienze che rendono l’esistenza veramente umana: vero Dio e vero uomo. E se l’uomo ha vissuto su questo mondo abitando per migliaia di anni nelle caverne, allora è giusto ripartire proprio da lì, dall’ombra fredda e inospitale di una grotta. Tutto di quella vicenda rivela lo stile discreto di Dio che non mostra i muscoli al centro della scena ma si presenta piccolo e fragile ai margini della storia, nelle periferie del mondo. La Palestina, piccola provincia ai confini dell’impero, Maria la giovane vergine di Nazaret («cosa di buono può venire da lì?» Esclama l’apostolo Natanaele) e ora Betlemme, «il più piccolo capoluogo di Giuda» (Mt 2, 6) e poi i pastori, i primi a incontrare Gesù e infine la piccola famiglia, Maria e, soprattutto Giuseppe, il più in ombra di tutti. Un uomo che per lo più fa due cose: tacere e sognare (e prestare fede ai suoi sogni).

Centocinquanta anni fa il Papa Pio IX ha dichiarato san Giuseppe patrono della Chiesa universale e l’8 dicembre scorso, in occasione dell’anniversario, Papa Francesco ha pubblicato e donato al mondo una intensa, profonda lettera apostolica, intitolata Patris corde, “con cuore di padre”, un testo da leggere e approfondire perché rivela molto del fenomeno della paternità ma, ancora di più, spiega agli uomini, attraverso la figura del falegname di Nazaret, molti aspetti del mistero dell’esistenza umana. Lo dice chiaramente il Papa all’inizio della lettera quando scrive che vuole condividere con il lettore «alcune riflessioni personali su questa straordinaria figura, tanto vicina alla condizione umana di ciascuno di noi». Questo desiderio, dice il Papa, è cresciuto durante i mesi di pandemia e, citando il discorso pronunciato il 27 marzo durante la Statio Orbis in piazza San Pietro, Francesco ci ha ricordato come abbiamo potuto sperimentare, proprio in questi tempi drammatici, che «le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni — solitamente dimenticate — che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. […] Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti». Tutte queste persone sono “tanti san Giuseppe” e, dice il Papa, nel padre putativo di Gesù «possono trovare in San Giuseppe, l’uomo che passa inosservato, l’uomo della presenza quotidiana, discreta e nascosta, un intercessore, un sostegno e una guida nei momenti di difficoltà. San Giuseppe ci ricorda che tutti coloro che stanno apparentemente nascosti o in “seconda linea” hanno un protagonismo senza pari nella storia della salvezza».

Questo tema della “santità della porta accanto”, o “della classe media della santità”, espressione che il Papa prende in prestito dal romanziere francese Joseph Malègue (e dal suo capolavoro Augustin) è molto caro a Francesco che spesso ne fa accenno, ma appunto in modo discreto, tra le righe dei suoi discorsi e dei suoi gesti. Al ritorno del viaggio del febbraio 2019 ad Abu Dhabi parlando con i giornalisti fece notare che non si era trattato di un viaggio “storico”, un momento “grande” della storia, perché ogni vita umana è grande, anche quella dell’ultimo della terra, e possiede una dignità immensa e immortale. Il fatto è che Papa Bergoglio è convinto che la storia degli uomini è sospinta ed elevata non dai “grandi” della storia, ma dalla «gente meccanica e di piccolo affare» come direbbe Manzoni o come intuisce Edith Stein nel cuore del momento più buio del XX secolo quando scrive: «Nella notte più oscura sorgono i più grandi profeti e i santi. Tuttavia, la corrente vivificante della vita mistica rimane invisibile. Sicuramente gli avvenimenti decisivi della storia del mondo sono stati essenzialmente influenzati da anime sulle quali nulla viene detto nei libri di storia. E quali siano le anime che dobbiamo ringraziare per gli avvenimenti decisivi della nostra vita personale, è qualcosa che sapremo soltanto nel giorno in cui tutto ciò che è nascosto sarà svelato».

Il più bel film di questo duro 2020 che volge al termine è senz’altro La vita nascosta di Terrence Malick dedicato alla figura di Franz Jagerstatter, contadino austriaco, beatificato nel 2007, un “san Giuseppe” del Novecento che pagò con la vita la sua personale, silenziosa, resistenza al nazismo. Il titolo del film è preso da una frase della scrittrice inglese George Eliot che esprime in modo efficace questo pensiero che il vero bene è quello che spesso non si vede, non fa clamore, ma esiste e resiste: «Il bene a venire del mondo — scrive la Eliot — dipende in parte da azioni di portata non storica; e se le cose per voi e per me non vanno così male come sarebbe stato possibile lo dobbiamo in parte a tutti quelli che vissero con fede una vita nascosta e riposano in tombe che nessuno visita».

È la logica degli Hobbit del capolavoro di Tolkien, Il signore degli anelli, per cui il piccolo Merry, un personaggio apparentemente “minore” del romanzo, ad un certo punto afferma: «Il terreno nella Contea è profondo. Tuttavia ci sono cose ancora più profonde e più alte; e se non fosse per loro, un giardiniere non potrebbe curare il suo giardino in quella che lui chiama pace», intuendo che la pace nel mondo è assicurata non dalle grande potenze ma dall’operare nascosto di tante piccole mani, le stesse mani che un altro personaggio del libro, Elrond, celebra con queste parole: «Spesso questo è il corso degli eventi che muovono le ruote del mondo: sono piccole mani a metterli in movimento, perché vi sono costrette, mentre gli occhi dei grandi stanno guardando da un’altra parte». Erode il Grande cercava nel posto sbagliato perché il suo cuore era distorto e accecato dalla logica della forza e del potere, mentre lo sguardo dei pastori e dei magi si lascia guidare dalle stelle e trova la “grandissima gioia” (Mt 2, 11) in una piccola grotta alle porte di Betlemme.

Esiste una rete misteriosa del bene che sorregge il mondo e anche se ogni tanto può accadere che attorno ad alcuni personaggi o eventi, questa rete affiori e si mostri, per un attimo, visibile, in realtà per lo più essa si dipana e opera nell’oscurità, al contrario del male che è sempre fragoroso e ha bisogno del clamore ma poi finisce per non resistere e si consuma nel momento stesso in cui si mostra. Questo è un discorso che sottolinea in modo evidente la grande responsabilità che grava sulle spalle di chi è chiamato al delicato compito dell’informazione soprattutto nel mondo contemporaneo sempre alla ricerca di “eventi” che in quanto tali, fagocitano se stessi. Quale rete tra le due, quella del bene o quella del male, è giusto raccontare, illustrare, illuminare? Quale telegiornale avrebbe inviato una troupe per raccontare la nascita di Gesù nella grotta di Betlemme? La “grandiosa” rete del male infatti sembra più facile da raccontare, si impone da sé, mentre il bene deve essere intuito, ricercato, scoperto. Il problema è che la speranza è senz’altro più faticosa della disperazione. La strada della speranza è più impegnativa, richiede creatività, ma è anche la strada per permette una lettura e un racconto della realtà più corretta, come ha ricordato il Papa nel discorso alla Curia del 21 dicembre: «Una lettura della realtà senza speranza non si può chiamare realistica», questo può scontrarsi con la mentalità di tanta informazione secondo la quale «i problemi vanno a finire subito sui giornali, questo è di tutti i giorni, invece i segni di speranza fanno notizia solo dopo molto tempo, e non sempre». Il bene va quindi intuito come un barlume che resiste anche nel buio; ci vuole speranza e la consapevolezza che anche la crisi si sviluppa all’interno dell’azione dello Spirito Santo, allora, dice il Papa «anche davanti all’esperienza del buio, della debolezza, della fragilità, delle contraddizioni, dello smarrimento, non ci sentiremo più schiacciati, ma conserveremo costantemente un’intima fiducia che le cose stanno per assumere una nuova forma, scaturita esclusivamente dall’esperienza di una Grazia nascosta nel buio».

Nascosta nel buio della grotta di Betlemme, splende la grazia del Natale, ai cristiani il compito di abbeverarsi a quella luce e trasmetterla, raccontarla, possibilmente senza guastarne la freschezza, svilirne la forza, disperderne il profumo. Edith Stein parlava di profeti e di santi. Forse a questi si possono aggiungere i poeti: di queste persone, umili strumenti di “qualcosa” più grande, abbiamo bisogno per cogliere il bene che opera nel mondo e raccontarlo, rimettendolo in circolo. È quello che ha fatto san Giuseppe, l’oscuro falegname, poeta e sognatore, di Nazaret.

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Natale, ogni sacerdote potrà celebrare fino a quattro Messe

Posté par atempodiblog le 18 décembre 2020

Natale, ogni sacerdote potrà celebrare fino a quattro Messe
Per favorire la partecipazione dei fedeli in tempo di Covid, il prefetto della Congregazione del Culto divino, Robert Sarah, ha firmato un decreto che dà ai vescovi la possibilità di consentire ai sacerdoti di celebrare quattro Messe per le solennità di Natale, Maria SS. Madre di Dio ed Epifania. Permesse altre concessioni nei giorni feriali (due Messe), nonché nelle domeniche e feste di precetto (tre Messe).
di Nico Spuntoni – La nuova Bussola Quotidiana

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Nelle stesse ore in cui il Governo prepara misure ulteriormente restrittive in vista dei giorni festivi e prefestivi che sembrano spianare la strada ad una sorta di lockdown natalizio tra il 24 dicembre e il 3 gennaio, si muove la Congregazione del Culto divino per agevolare e mettere in sicurezza la partecipazione dei fedeli alla liturgia. In un decreto firmato dal cardinale prefetto, Robert Sarah, e dal segretario, l’arcivescovo Arthur Roche, viene concesso all’«Ordinario del luogo, per motivi del perdurare del contagio generale con il cosiddetto Covid-19, di consentire quest’anno nel periodo natalizio di celebrare quattro Messe nel giorno di Natale, nel giorno di Maria Santissima Madre di Dio e dell’Epifania ai sacerdoti residenti nelle loro diocesi, ogni volta che lo ritengano necessario a beneficio dei fedeli».

Il Codice di Diritto Canonico al canone 905 sancisce che «non è consentito al sacerdote celebrare più di una volta al giorno», affidando all’Ordinario del luogo la facoltà, «nel caso vi sia scarsità di sacerdoti», di «concedere che i sacerdoti, per giusta causa, celebrino due volte al giorno e anche, se lo richiede la necessità pastorale, tre volte nelle domeniche e nelle feste di precetto».

L’Ordinamento Generale del Messale Romano permette che «nel Natale del Signore tutti i sacerdoti» per «motivi particolari, suggeriti o dal significato del rito o dalla solennità della festa» possano «celebrare o concelebrare più volte nello stesso giorno». Fu Papa Alessandro II a decretare il divieto delle celebrazioni ripetute nello stesso giorno, mettendo fine ad una consuetudine inaugurata a partire dal pontificato di Leone III e incontrando il favore di san Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae. Papa Innocenzo III confermò la decisione del suo predecessore, regolandone anche le eccezioni nel giorno della Natività e in caso di gravi necessità: nel 1204, intervenendo su una pratica d’uso antico (se ne parlava già nei sacramentari di San Gelasio e San Gregorio Magno) e comune soprattutto nelle città ma generalmente riservata ai vescovi, prescrisse che ogni sacerdote potesse celebrare tre Messe nel giorno di Natale.

La trinazione della Messa nella solennità del Natale simboleggia la nascita eterna dal Padre, quella terrena da Maria e quella spirituale nel cuore dei giusti per mezzo della carità. Il decreto della Congregazione del Culto divino concede così un’eccezionale deroga al numero massimo di Messe da celebrare il 25 dicembre ma anche l’1 e il 6 gennaio.

L’aumento del numero delle celebrazioni era stata la strada indicata lo scorso marzo dalla Conferenza episcopale polacca per scongiurare il pericolo di assembramenti nelle chiese e, al tempo stesso, per non sospendere il diritto alla libertà di culto come avvenuto altrove. In Italia, nonostante la stretta annunciata dal Governo tra la Vigilia e Capodanno, l’accesso alle funzioni liturgiche non sarà impedito e le disposizioni del cardinale Robert Sarah intendono favorire la partecipazione e la sicurezza dei fedeli in un momento in cui si avverte più che mai il bisogno di immergersi nel Mistero della nascita del Signore.

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La Madonna ci invita a lavorare per la nostra conversione

Posté par atempodiblog le 6 décembre 2020

Messaggio della Regina della Pace alla veggente Marija (25 novembre 2020)

“Cari figli,
questo è il tempo dell’amore, del calore, della preghiera e della gioia.
Pregate, figlioli, affinché Gesù Bambino nasca nei vostri cuori.
Aprite i vostri cuori a Gesù che si dona a ciascuno di voi.
Dio mi ha inviato per essere gioia e speranza in questo tempo ed io vi dico: senza Gesù Bambino non avete né la tenerezza né il sentimento del Cielo, nascosti nel Neonato.
Perciò, figlioli, lavorate su voi stessi.
Leggendo la Sacra Scrittura, scoprirete la nascita di Gesù e la gioia dei primi giorni che Medjugorje ha donato all’umanità.
La storia sarà vera, ciò che anche oggi si ripete in voi ed attorno a voi.
Lavorate e costruite la pace attraverso il Sacramento della Confessione.
Riconciliatevi con Dio, figlioli, e vedrete i miracoli attorno a voi.
Grazie per aver risposto alla mia chiamata”.

 La Madonna ci invita a lavorare per la nostra conversione dans Apparizioni mariane e santuari Messa-di-Natale

Commento di padre Livio di Radio Maria al messaggio di Medjugorje del 25 novembre 2020

Questo è un messaggio tipicamente natalizio.
Il Cuore della Madonna è come se fosse ancora ripieno di quell’emozione, di quei sentimenti di grazia, di gioia, di luce, di amore che aveva quando ha partorito Gesù e quando Lo ha stretto al suo Cuore.
Tutte le mamme provano questi sentimenti, ma pensate alla Madonna che era con quel Bambino concepito per opera dello Spirito Santo, il Figlio di Dio e certamente di una bellezza divina!
La Madonna ci vuole trasmettere i suoi sentimenti, usa parole incredibili e ha concentrato in questo messaggio le parole più belle per rallegrare il nostro cuore: “amorecaloregioiapreghiera, speranzatenerezzasentimento pace”.
È una cosa unica nei suoi messaggi in quarant’anni. Queste parole devono essere come le stelle che guidano il nostro cammino interiore fino a Betlemme.
Mettiamo adesso in evidenza i passaggi fondamentali del messaggio.
Cari figli, questo è il tempo dell’amore, del calore, della preghiera e della gioia.
Pregate, figlioli, affinché Gesù Bambino nasca nei vostri cuori”.
Alla Madonna sta a cuore che quell’evento, quel Natale che ha vissuto, che ha vissuto Giuseppe, che hanno vissuto i pastori, che hanno vissuto i Magi, anche noi lo riviviamo in questo Natale.
Che riviviamo i medesimi sentimenti che quel Bambino dona, sentimenti di profumo di cielo, di tenerezza, che sono nascosti nel neonato.
Lei vuole che in questo Natale quel Bambino sia così vivo che noi possiamo accogliere la sua irradiazione di amore, di gioia, di pace, perché attraverso la divinità, umile e piccola di un neonato, si manifesti l’amore di Dio per noi.
Allora sarà un vero Natale, un Natale indimenticabile.
Ma come è possibile rivivere quel Natale, quando in cielo c’erano gli angeli che annunciavano l’evento atteso da sempre, cantando: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli”, perché in quel Bambino si manifesta la gloria di Dio, “e pace in terra agli uomini amati dal Signore”?
Cosa bisogna fare?
Allora prima di tutto la Madonna dice: “aprite i vostri cuori a Gesù che si dona a ciascuno di voi”.
Questa frase “aprire i cuori” è centrale nei messaggi di Medjugorje, la Madonna l’ha ripetuta infinite volte. Il contrario sono i cuori chiusi, induriti nel male del peccato, che erigono come un muro a Dio, un rifiuto a Dio.
Gran parte dell’umanità, proprio di chi era cristiano, ha il cuore così, chiuso, infatti la Madonna ha detto “avete rifiutato la fede e l’amore”, il cuore murato, proprio come un muro infrangibile; c’è proprio un rifiuto che è misto al disprezzo, come se fossero tutte superstizioni, cose da vecchietti, il Cristianesimo sarebbe una sotto-cultura.
E la Madonna ci chiede di fare lo sforzo più grande che si possa fare: la conversione, che è una grande grazia, ma richiede uno sforzo che pochi si sentono di fare e cioè la rinuncia al peccato, la rinuncia al male, al proprio egoismo, alla propria superbia, alla propria avidità, cattiveria, prepotenza, alla voglia di emergere, la rinuncia a tutte le invidie, le cattiverie, le gelosie, gli inganni, i tranelli, le falsità.
C’è tutto un mondo diabolico che ha inquinato i cuori, che li porta a chiudersi come delle ostriche talmente chiuse che non si riesce ad aprire.
E la Madonna dice: “Dio vi dà la grazia, Dio vi chiama, Dio vi aiuta, ma voi fate lo sforzo di aprire il cuore!” Senza questo sforzo uno si perde!
Ritorniamo alla fede, ritorniamo all’umiltà dei bambini, come dei neonati  in ginocchio davanti al Bambino Gesù!
Lasciamoci compenetrare dalla Sua bellezza dalla Sua umiltà, dal Suo sorriso, apriamo i cuori a Gesù.
E poi la Madonna ci ha detto per due volte: “lavorate”.
Perciò figlioli lavorate su voi stessi”. Lavorare con martello e scalpello per spezzare le catene del male che ci legano, con cui satana ci tiene al guinzaglio!
E ha detto anche una frase molto interessante: “Leggendo la Sacra Scrittura, scoprirete la nascita di Gesù”. Leggendo il Vangelo del Natale noi scopriamo il meraviglioso mistero che la Madonna e Giuseppe hanno vissuto, “e la gioia dei primi giorni che Medjugorje ha donato all’umanità”.
La Madonna ha ricordato i primi giorni di Medjugorje, e il primo giorno in cui è apparsa, il 24 Giugno 1981, aveva il Bambino Gesù in braccio.
La Madonna ci dona la gioia portandoci Gesù Bambino.
Ogni Natale è venuta con Gesù Bambino e nel Natale del 2012 il Bambino Gesù neonato si è alzato e con voce solenne ha detto: “io sono la vostra pace, vivete i miei comandamenti”.
Poi più avanti ripete queste parole importanti: ”lavorate e costruite la pace attraverso il Sacramento della Confessione”.
Bisogna rompere il nostro cuore di pietra, far sì che ci sia un cuore dove entra la tenerezza e il profumo di cielo del neonato.
Non è la prima volta che la Madonna crea il legame fra la Confessione e la conversione. Il processo di conversione è lungo e l’apertura del cuore richiede anche tempo, però non rimandatela, perché il diavolo vi dice “domani, dopodomani” e poi non vi convertite più.
È adesso che dovete decidere di aprire il cuore, è adesso che dovete decidere la conversione, non domani! Il processo di conversione deve arrivare al momento in cui, il Bambino Gesù nasce nei nostri cuori!
La conversione inizia con la revisione della propria vita, decidere cosa bisogna tagliare, perché la parola decisione deriva dalla parola latina “tagliare”.
La decisione è un taglio, si tagliano i legami che ci tengono legati al mondo e al demonio, disboscando il bosco ceduo che sono i vizi capitali che proliferano e poi costruiamo il mondo della pace, cioè una vita virtuosa, l’immagine di Dio in noi stessi, questo è il processo.
Il momento in cui il Bambino Gesù nasce nei nostri cuori è il momento in cui andiamo al Sacramento della Confessione.
Negli ultimi anni la Confessione è entrata in crisi e adesso col lockdown e il distanziamento la Confessione rischia di sparire, e questo è una cosa molto seria.
La Chiesa esorti i sacerdoti, in sicurezza, a rendersi disponibili per la Confessione, dando degli orari. La gente deve sapere quando ci si può confessare, facendo anche una preparazione generale di 10, 15 minuti, per il pentimento e la vita nuova.
In un messaggio la Madonna ha detto: “Bisogna esortare la gente a confessarsi ogni mese, soprattutto il primo venerdì o il primo sabato del mese. Fate ciò che vi dico! La Confessione mensile sarà una medicina per la Chiesa d’Occidente. Se i fedeli si confessassero una volta al mese, presto intere regioni potrebbero essere guarite”. (Messaggio del 6 agosto 1982)
La Madonna ci ha descritto il cammino, ci ha detto come va vissuto il Natale, con amore, calore, gioia, sentimento, pace..
Voglio metter in evidenza 2 passaggi di grande speranza in questi tempi in cui l’umanità è allo sbando, con crisi esistenziali che solo Dio sa:
Dio mi ha inviato per essere gioia e speranza in questo tempo”.
Noi non siamo disperati, non siamo angosciati, noi vinciamo la paura, noi abbiamo fiducia, perché siamo di Dio che ha mandato la Madonna che è gioia e speranza. Gioia, perché viene col suo sorriso e le sue parole e speranza, perché sappiamo che Lei sarà la vincitrice, Lei vincerà la potenza del male che sta travolgendo e mettendo in pericolo il mondo e l’opera della creazione.
E per confermare questa prospettiva di speranza e di gioia dice: “Riconciliatevi con Dio, figlioli, e vedrete i miracoli attorno a voi”.
Anche nel messaggio del 25 settembre 2020 la Madonna parla di miracoli che vengono compiuti dal nostro ritorno a Dio, dalla nostra conversione:
la preghiera e il digiuno operano miracoli in voi e attorno a voi”.
Grazie per aver risposto alla mia chiamata« .
È un messaggio meraviglioso.
Chiediamo la grazia alla Madonna della conversione, della Confessione, del ritorno a Dio che vuol dire aprire il cuore a Gesù Bambino, poi Lui nascerà nel nostro cuore e con Gesù nel cuore abbiamo tutto.
Come è misericordioso Dio che ci manda sua Madre in questo tempo!
La Madonna dice due volte: “lavorate”.
Lavoriamo per la nostra conversione, questa è la cosa più importante, i risultati saranno straordinari, vedremo miracoli.

N.B. Il testo di cui sopra  può essere divulgato a condizione che si citi (con link, nel caso di diffusione via internet) il sito www.medjugorjeliguria.it indicando:  “ Trascrizione dall’originale audio ricavata dal sito: www.medjugorjeliguria.it

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Crepaldi e la verità: una normalità che fa notizia

Posté par atempodiblog le 11 janvier 2020

Crepaldi e la verità: una normalità che fa notizia
Ormai basta poco nella Chiesa per attirare l’attenzione del web e della stampa: basta dire qualcosa di normale e persino di ovvio. L’arcivescovo Crepaldi ha stigmatizzato i numerosi attacchi al cristianesimo di questi ultimi giorni. E i giornali si sono scatenati. La domanda da porsi, quindi, non è tanto perché abbia parlato il vescovo Crepaldi, ma perché non abbiano parlato gli altri.
di Stefano Fontana – La nuova Bussola Quotidiana

Crepaldi e la verità: una normalità che fa notizia dans Articoli di Giornali e News Padre-Crepaldi

Ormai basta poco nella Chiesa per attirare l’attenzione del web e della stampa: basta dire qualcosa di normale e persino di ovvio. Una cosa di questo genere è successa a Trieste il giorno dell’Epifania.

Breve antefatto del poema: a Roma un manifesto – poi ritirato – presentava un Cristo pedofilo. Una immagine diffusa da Roberto Saviano faceva vedere San Giuseppe che estraeva dall’utero di Maria a gambe aperte il Bambino Gesù. Dacia Maraini aveva scritto che se Gesù fosse venuto al mondo oggi sarebbe una “Sardina”. Poi c’erano stati gli incendi dei presepi in varie chiese, i danneggiamenti e le profanazioni. Questo il prologo, il poema inizia quando nel tempio triestino di Sant’Antonio Taumaturgo, al Porto Rosso, davanti allo spettacolare canale fatto aprire dalla regina Maria Teresa, il vescovo Giampaolo Crepaldi scende all’ambone e tiene la sua omelia.

Dopo aver ricordato e onorato le verità salvifiche rivelate da Dio all’uomo nell’Epifania con al centro la regalità e signoria del Bambino venerato dai Magi, il vescovo dice che queste verità hanno subito un’“attacco senza precedenti” verificatosi “durante le feste natalizie” che “è andato dispiegandosi in varie forme volgari e blasfeme”: dalla “identificazione della persona [di Cristo] con l’essere gay, pedofilo e “sardina”, fino a più sofisticate interpretazioni dei testi scritturistici che lo hanno privato della natura divina”, da parte di “intellettuali liberal convinti di essere i depositari di non si sa quale arcana verità”, “sempre loro e sempre quelli, ogni anno a spararla più grossa, spacciando patacche cristologiche in nome del progresso”.

D’un colpo queste parole così schiette sono rimbalzate su Facebook, giornali laici come Il Gazzettino, Il Giornale, Libero le hanno riprese e commentare, insieme a tanti blog e agenzie di informazione. Se Il Giornale dice che “Monsignor Crepaldi si è distinto per essere uno dei pochi consacrati a rispondere agli attacchi subiti dai fedeli in queste settimane”, nel suo Blog Aldo Maria Valli parla di lui come “un vescovo che non si nasconde”.

Ricordiamo che il 13 giugno 2019, l’arcivescovo Crepaldi, in un’altra famosa omelia, aveva fortemente criticato il gay pride FVG tenutosi in quei giorni aTriete: “Questo nostro incontro di preghiera vuole riparare le offese che sono state fatte a Dio e al popolo cristiano sabato 8 giugno nella nostra Città di Trieste durante la manifestazione denominata “Pride FVG”. Soprattutto con cartelli allusivi alle preghiere del Padre nostro e della Salve Regina si è colpito al cuore il nucleo più prezioso della nostra fede nel Cristo Signore e la nostra devozione alla Vergine Maria. Al di là dei linguaggi volgari utilizzati, è bene rimarcare un punto: quello che voleva essere un evento di lotta contro le discriminazioni, si è tradotto in un evento discriminatorio contro il popolo cristiano”.

I riflettori si sono puntati sull’ambone dove mons. Crepaldi teneva l’omelia dell’Epifania, e non invece su tutti gli altri vescovi italiani da cui non è venuta una parola sui tragici fatti. Nemmeno se Netflix programma un film con Gesù gay i vescovi si espongono? Fare le cose normali nella Chiesa di oggi diventa una notizia. È talmente strano che un vescovo dica queste cose da essere certamente vero e buono quanto egli dice.

La domanda da porsi, quindi, non è tanto perché abbia parlato il vescovo Crepaldi, ma perché non abbiano parlato gli altri. Una prima risposta è che probabilmente non vogliono fastidi: bandiere tricolori sotto il vescovado, articoli di condanna per intolleranza sui quotidiani locali, accuse di insensibilità pastorale, critiche di medievalismo. Oggi si dice che bisogna di tenere aperte le porte con tutti perché nessuno si senta escluso dall’amore materno della Chiesa. Di fatto, però, a sentirsi esclusi sono proprio i fedeli che non vengono protetti nelle cose in cui credono. Crepaldi ha difeso le verità della fede e della morale e, così facendo, ha difeso il popolo cattolico, dato che la Chiesa non è un raggruppamento qualunquista e indifferente alla verità delle cose.

Evitare fastidi non vuol dire solo evitare noie personali, ma anche evitare impedimenti pastorali all’annuncio. Un fattore oggi immobilizzante un vescovo è che senza una presa di posizione della Conferenza episcopale regionale egli non si avventura a dire nulla di proprio. Un altro impedimento è che non si deve anteporre nulla al dialogo, nemmeno il rispetto per “le cose supreme” in cui la Chiesa crede e che deve custodire e difendere come un deposito prezioso. Nulla può fermare il dialogo dato che qualsiasi verità deve emergere da esso e non precederlo. Un terzo impedimento è che niente deve danneggiare l’idillica conciliazione col mondo. Si tende a stare zitti o semmai a denunciare le cose che anche Repubblica, il TG1 o Fabio Fazio denunciano. Questo però significa la resa senza condizioni. E senza applausi, perché il mondo, quando ti sei inginocchiato, non ti applaude, ma passa oltre sulla sua strada.

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Epifania, il Santo Padre: Adorare è un gesto d’amore che cambia la vita

Posté par atempodiblog le 6 janvier 2020

SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DELL’EPIFANIA DEL SIGNORE
CAPPELLA PAPALE
OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
Basilica Vaticana
Lunedì, 6 gennaio 2020

[Multimedia]

Epifania, il Santo Padre: Adorare è un gesto d’amore che cambia la vita dans Commenti al Vangelo Adorazione



Nel Vangelo (
Mt 2,1-12) abbiamo sentito che i Magi esordiscono manifestando le loro intenzioni: «Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo» (v. 2). Adorare è il traguardo del loro percorso, la meta del loro cammino. Infatti, quando, giunti a Betlemme, «videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono» (v. 11). Se perdiamo il senso dell’adorazione, perdiamo il senso di marcia della vita cristiana, che è un cammino verso il Signore, non verso di noi. È il rischio da cui ci mette in guardia il Vangelo, presentando, accanto ai Magi, dei personaggi che non riescono ad adorare.

C’è anzitutto il re Erode, che utilizza il verbo adorare, ma in modo ingannevole. Chiede infatti ai Magi che lo informino sul luogo dove si trovava il Bambino «perché – dice – anch’io venga ad adorarlo» (v. 8). In realtà, Erode adorava solo sé stesso e perciò voleva liberarsi del Bambino con la menzogna. Che cosa ci insegna questo? Che l’uomo, quando non adora Dio, è portato ad adorare il suo io. E anche la vita cristiana, senza adorare il Signore, può diventare un modo educato per approvare sé stessi e la propria bravura: cristiani che non sanno adorare, che non sanno pregare adorando. È un rischio serio: servirci di Dio anziché servire Dio. Quante volte abbiamo scambiato gli interessi del Vangelo con i nostri, quante volte abbiamo ammantato di religiosità quel che ci faceva comodo, quante volte abbiamo confuso il potere secondo Dio, che è servire gli altri, col potere secondo il mondo, che è servire sé stessi!

Oltre a Erode, ci sono altre persone nel Vangelo che non riescono ad adorare: sono i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo. Essi indicano a Erode con estrema precisione dove sarebbe nato il Messia: a Betlemme di Giudea (cfr v. 5). Conoscono le profezie, le citano esattamente. Sanno dove andare – grandi teologi, grandi! –, ma non vanno. Anche da questo possiamo trarre un insegnamento. Nella vita cristiana non basta sapere: senza uscire da sé stessi, senza incontrare, senza adorare non si conosce Dio. La teologia e l’efficienza pastorale servono a poco o nulla se non si piegano le ginocchia; se non si fa come i Magi, che non furono solo sapienti organizzatori di un viaggio, ma camminarono e adorarono. Quando si adora ci si rende conto che la fede non si riduce a un insieme di belle dottrine, ma è il rapporto con una Persona viva da amare. È stando faccia a faccia con Gesù che ne conosciamo il volto. Adorando, scopriamo che la vita cristiana è una storia d’amore con Dio, dove non bastano le buone idee, ma bisogna mettere Lui al primo posto, come fa un innamorato con la persona che ama. Così dev’essere la Chiesa, un’adoratrice innamorata di Gesù suo sposo.

All’inizio dell’anno riscopriamo l’adorazione come esigenza della fede. Se sapremo inginocchiarci davanti a Gesù, vinceremo la tentazione di tirare dritto ognuno per la sua strada. Adorare, infatti, è compiere un esodo dalla schiavitù più grande, quella di sé stessi. Adorare è mettere il Signore al centro per non essere più centrati su noi stessi. È dare il giusto ordine alle cose, lasciando a Dio il primo posto. Adorare è mettere i piani di Dio prima del mio tempo, dei miei diritti, dei miei spazi. È accogliere l’insegnamento della Scrittura: «Il Signore, Dio tuo, adorerai» (Mt 4,10). Dio tuo: adorare è sentire di appartenersi a vicenda con Dio. È dargli del “tu” nell’intimità, è portargli la vita permettendo a Lui di entrare nelle nostre vite. È far discendere la sua consolazione sul mondo. Adorare è scoprire che per pregare basta dire: «Mio Signore e mio Dio!» (Gv 20,28), e lasciarci pervadere dalla sua tenerezza.

Adorare è incontrare Gesù senza la lista delle richieste, ma con l’unica richiesta di stare con Lui. È scoprire che la gioia e la pace crescono con la lode e il rendimento di grazie. Quando adoriamo permettiamo a Gesù di guarirci e cambiarci. Adorando diamo al Signore la possibilità di trasformarci col suo amore, di illuminare le nostre oscurità, di darci forza nella debolezza e coraggio nelle prove. Adorare è andare all’essenziale: è la via per disintossicarsi da tante cose inutili, da dipendenze che anestetizzano il cuore e intontiscono la mente. Adorando, infatti, si impara a rifiutare quello che non va adorato: il dio denaro, il dio consumo, il dio piacere, il dio successo, il nostro io eretto a dio. Adorare è farsi piccoli al cospetto dell’Altissimo, per scoprire davanti a Lui che la grandezza della vita non consiste nell’avere, ma nell’amare. Adorare è riscoprirci fratelli e sorelle davanti al mistero dell’amore che supera ogni distanza: è attingere il bene alla sorgente, è trovare nel Dio vicino il coraggio di avvicinare gli altri. Adorare è saper tacere davanti al Verbo divino, per imparare a dire parole che non feriscono, ma consolano.

Adorare è un gesto d’amore che cambia la vita. È fare come i Magi: è portare al Signore l’oro, per dirgli che niente è più prezioso di Lui; è offrirgli l’incenso, per dirgli che solo con Lui la nostra vita si eleva verso l’alto; è presentargli la mirra, con cui si ungevano i corpi feriti e straziati, per promettere a Gesù di soccorrere il nostro prossimo emarginato e sofferente, perché lì c’è Lui. Di solito noi sappiamo pregare – chiediamo, ringraziamo il Signore –, ma la Chiesa deve andare ancora più avanti con la preghiera di adorazione, dobbiamo crescere nell’adorazione. È una saggezza che dobbiamo imparare ogni giorno. Pregare adorando: la preghiera di adorazione.

Cari fratelli e sorelle, oggi ciascuno di noi può chiedersi: “Sono un cristiano adoratore?”. Tanti cristiani che pregano non sanno adorare. Facciamoci questa domanda. Troviamo tempi per l’adorazione nelle nostre giornate e creiamo spazi per l’adorazione nelle nostre comunità. Sta a noi, come Chiesa, mettere in pratica le parole che abbiamo pregato oggi al Salmo: “Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra”. Adorando, scopriremo anche noi, come i Magi, il senso del nostro cammino. E, come i Magi, proveremo «una gioia grandissima» (Mt 2,10).

Tratto da: La Santa Sede

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