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La santità in Spagna

Posté par atempodiblog le 10 juillet 2026

Aggiornamenti sulle cause di beatificazione e canonizzazione nel Paese iberico
La santità in Spagna
di S. Em. Rev.ma il Card. Pref. Marcello Semeraro  L’Osservatore Romano

La santità in Spagna

Recentemente l’Ufficio per le Cause dei santi della Conferenza episcopale spagnola mi ha consegnato il Rapporto Informe Jubileo 2025. Informe sobre las Causas de virtud en España. La raccolta dei dati completa il lavoro che già aveva portato, circa un paio di anni fa, alla pubblicazione dell’Informe Jubileo 2025. Informe sobre las Causas de martirio de la persecución religiosa del siglo XX en España e successivo Anexo. Si tratta della prima opera, pubblicata da una Conferenza episcopale, che offra un quadro sintetico di tutte le cause di beatificazione e canonizzazione di una nazione e del loro relativo stato, senza includere le cause di cittadini spagnoli in altre parti del mondo.

Papa Leone XIV ha recentemente definito la Spagna «culla di grandi santi e ferventi missionari». La storia della Chiesa è stata arricchita dalla vita di uomini e donne nati in Spagna che, proclamati santi, hanno esercitato un’immensa influenza sulla vita ecclesiale e culturale. Basti pensare a nomi come quelli dei fondatori Domenico di Guzmán, Ignazio di Loyola, Antonio Maria Claret; o di grandi riformatori, come Teresa di Gesù, Giovanni d’Avila o Giovanni della Croce, solo per citarne alcuni.

I dati forniti nei rapporti stilati dall’Ufficio delle Cause dei santi della Conferenza episcopale spagnola evidenziano l’attualità della santità in questa nazione. Ad oggi le cause, che raccolgono complessivamente 3.344 candidati, sono: 53 per martirio (48 delle quali relative alla persecuzione religiosa del XX secolo in Spagna); 292 per l’eroicità delle virtù, una per offerta della vita e una canonizzazione equipollente. Le diocesi coinvolte sono 57, su un totale di 70 in Spagna.

Al momento 42 cause si trovano ancora in fase diocesana, mentre tra quelle in fase romana sono state dichiarate eroiche le virtù di 148 servi di Dio, oggi venerabili.

In queste cause è rappresentato l’intero popolo di Dio: vescovi, sacerdoti, diaconi, religiosi, seminaristi, laici, padri e madri di famiglia, giovani e bambini. Significativo è il numero delle 82 cause di fondatori, di cui 71 di istituti religiosi e 11 di istituti secolari.

Il numero dei beati (compresi i decreti di martirio del 2026) è di 2.449, di cui 2.404 sono martiri della persecuzione religiosa del XX secolo in Spagna. Gli altri 45 sono cause per virtù e comprendono 2 cardinali, 1 vescovo diocesano, 7 sacerdoti diocesani, 4 sacerdoti religiosi, 2 religiosi, 22 religiose e 7 laici.

L’Ufficio per le Cause dei santi della Conferenza episcopale spagnola promuove una “pastorale della santità”, trasversale a tutte le realtà pastorali, affinché la chiamata universale alla santità del Concilio Vaticano II risuoni in tutti gli ambiti di vita del cristiano. Mentre segue direttamente il percorso delle cause in essere, promuove numerose altre iniziative. Ultimamente sta preparando anche la pubblicazione di un libro nella collana «Biblioteca de Autores Cristianos», frutto di tutte le ricerche condotte per la stesura delle relazioni, e un nuovo sito web che dia visibilità alla santità nelle Chiese locali su tutto il territorio spagnolo.

Faccio mie le considerazioni della signora Lourdes Grosso García, M. Id., direttrice dell’Ufficio, la quale riconosce che «la pubblicazione dei Rapporti non è un punto di arrivo ma di partenza; ora si tratta di far conoscere la vita e l’esempio di tutti questi uomini e donne che possono aiutare ciascuno di noi nel cammino verso la propria santità».

L’Ufficio per le Cause dei santi della Conferenza episcopale spagnola, nato 25 anni fa come espressione della sollecitudine dei vescovi della Spagna verso il tema della santità e della santità canonizzata, offre quindi non solo un contributo sintetico di alto livello, ma anche un esempio di come le cause di beatificazione e canonizzazione possano vivacizzare la vita pastorale di un’intera nazione. Il messaggio che ne promana è quello di provocare anche altre realtà territoriali, geograficamente più o meno rilevanti, a lavorare allo stesso modo. E questo è pure il mio personale auspicio.

*Cardinale prefetto del Dicastero delle Cause dei santi

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L’amore di Dio e Maria, la missione spiegata da Claret

Posté par atempodiblog le 25 octobre 2023

L’amore di Dio e Maria, la missione spiegata da Claret
Nell’opera sterminata di sant’Antonio Maria Claret emerge in modo chiaro come il missionario debba ardere dal desiderio che tutti amino Dio e si salvino eternamente. E per riuscirci deve «portare tutti» a Maria.
di Antonio Tarallo – La nuova Bussola Quotidiana
Tratto da: Radio Maria

L’amore di Dio e Maria, la missione spiegata da Claret dans Antonio Tarallo sant-Antonio-Maria-Claret

Entrare nelle parole di un santo non è mai impresa facile. Se poi quel santo annovera circa 150 titoli tra opuscoli e libri, circa 1.700 lettere e ben 18 volumi di manoscritti (appunti, schemi di sermoni, pensieri, suggerimenti, esortazioni), lo è ancora di più. Quel santo così tanto prolifico con la penna è sant’Antonio Maria Claret (1807-1870). La domanda, allora, che sorge spontanea guardando a una simile mole di pagine è semplice: com’è possibile che abbia scritto così tanto se ha così tanto operato nella sua missione pastorale?

Il carisma del santo arcivescovo spagnolo si è sviluppato intorno a questa parola così alta: missione. Lo spiega bene lo stesso Claret quando indirizza una lettera a padre Giuseppe Xifré, uno dei cofondatori, assieme al santo ricordato liturgicamente oggi, della Congregazione dei Missionari Figli del Cuore Immacolato della Beata Vergine Maria, i cui membri sono detti anche Clarettiani: «Dica ai miei amatissimi missionari che siano animati e lavorino a ritmo pieno aspettando da Gesù e da Maria la loro ricompensa.

Io amo tanto i sacerdoti missionari che darei per loro il mio sangue e la mia vita, laverei e bacerei loro mille volte i loro piedi, mi toglierei il boccone di bocca per sostentarli. Li amo tanto che impazzisco e non so cosa vorrei fare per loro. Se penso che il loro lavoro è tutto teso a far conoscere ed amare Dio, a salvare gli uomini dalla morte, non posso descrivere quello che mi succede in cuore». La lettera è datata 20 agosto 1861. Le parole che usa Claret sono nette, forti e danno un’immagine ben precisa di quanto la missione sia presente nel suo cuore: «Darei per loro il mio sangue e la mia vita».

Ma cosa vuol dire per il santo spagnolo essere missionari? Una risposta a tale quesito la si trova in uno scritto incluso nelle sue Opere spirituali: «Mossi dal fuoco dello Spirito Santo, gli apostoli percorsero tutta la terra. Accesi dallo stesso fuoco i missionari apostolici raggiunsero, raggiungono e raggiungeranno i confini del mondo da un polo all’altro della terra per annunziare la parola di Dio, così da poter giustamente applicare a sé quelle parole dell’apostolo Paolo: “L’amore di Cristo ci spinge” (2 Cor 5, 14). La carità di Cristo ci sprona, ci spinge a correre e a volare, portati sulle ali di un santo zelo. Chi ama davvero, ama Dio e il prossimo». La missione, dunque, si fonda su un unico dato, fondamentale e prezioso: l’amore per Dio, l’amore per i fratelli. È questo amore che deve ardere nel cuore di chi è impegnato nell’evangelizzazione a spronare i missionari di ieri, di oggi e di domani. Un amore alimentato da un «santo zelo».

È importante notare, inoltre, questo suo concetto di tempo: riguardo alla missione scrive come se fosse una sorta di linea continua, che riesce a congiungere il passato con il presente per poi proiettarlo nel futuro. Il mondo ha e avrà sempre bisogno di missioni e missionari, perché esiste e sempre esisterà la sete di Dio. In questa sua visione, il riferimento agli Apostoli è più che naturale visto che sono stati proprio loro ad annunciare per primi il Vangelo di Cristo Risorto a tutto il mondo. Più avanti aggiunge: «Chi è zelante, brama e compie cose sublimi e lavora perché Dio sia sempre più conosciuto, amato e servito in questa e nell’altra vita. Questo santo amore, infatti, non ha fine. La stessa cosa fa con il prossimo. Desidera e procura sollecitamente che tutti siano contenti su questa terra e felici e beati nella patria celeste; che tutti si salvino, che nessuno si perda per l’eternità, né offenda Dio e resti, sia pure un istante, nel peccato». In queste poche righe vi è tutto il fine, alto, dell’essere missionario.

Il passaggio dalle righe dedicate allo spirito missionario a quelle dedicate alla Vergine Maria (alla quale il Claret era particolarmente devoto) è più che ovvio: «Maria è tutta carità. Dove c’è Maria lì c’è la carità. Maria, dunque, è il cuore della Chiesa. Per questo germogliano da essa tutte le opere di carità. È risaputo che il cuore ha due movimenti che i medici chiamano sistole e diastole. Col primo, il cuore si stringe ed assorbe il sangue; col secondo si dilata e lo versa nelle arterie. Così anche Maria esercita continuamente questi due movimenti: assorbe la grazia del suo amato Figlio e la riversa sui peccatori», così scriveva il Claret nel suo Maria, cuore della Chiesa.

E proprio nelle mani della Vergine aveva affidato la sua vocazione missionaria e quella della sua congregazione. Sant’Antonio Maria Claret si è sempre considerato uno strumento nelle mani della Madonna. A raccontarlo è lui stesso nella sua Autobiografia: «Il giorno dell’Ascensione del Signore dell’anno 1870, un’anima si trovava davanti all’altare di Maria Santissima dalle undici alle dodici, contemplando la festa, e capì che i figli della Congregazione sono come le braccia di Maria, che con il loro impegno dovranno portare tutti a Maria: i giusti affinché perseverino nella grazia e i peccatori perché si convertano. Gesù è il capo della Chiesa, Maria ne è il collo, e subito dopo viene il cuore. Le braccia di Maria sono i missionari della sua Congregazione, che con zelo lavoreranno e abbracceranno tutti e pregheranno Gesù e Maria».

Fin da bambino, Claret andava molto spesso, con la sorella Rosa, al Santuario di Fussimaña: è qui, davanti a un’antica e bellissima statua della Vergine, che cresce la devozione mariana del Claret. Nella sua Autobiografia scrive: «Mi è impossibile spiegare la devozione che provavo in quel santuario. Già prima di arrivare, scorgendolo da lontano, mi commuovevo tutto, gli occhi mi si riempivano di lacrime. Incominciavamo il Rosario, e pregando arrivavamo alla chiesetta. Sempre che ho potuto, ho visitato poi quella devota immagine: da studente, da sacerdote, da vescovo, prima di imbarcarmi per Cuba». Una presenza, quella di Maria Santissima, che dunque ha sempre accompagnato il suo cammino spirituale.

Fra i tanti scritti è bene accennare a quelli denominati I quaderni dei propositi, in cui Claret annotava i suoi propositi nei confronti di Dio. La loro stesura cominciò nel 1843, anno molto significativo nella sua vita perché segnò una svolta nella sua missione apostolica. La calligrafia denota una cura particolare. L’inchiostro è molto nero, segno di parole ben determinate. In queste pagine troviamo scritto, ad esempio: «Mi dono totalmente come figlio e sacerdote di Maria. (…) Sarà mia Madre, Maestra e Direttrice, e da Lei sarà tutto ciò in cui faccio e soffro per questo ministero, perché il frutto deve provenire da ciò che ha piantato l’albero». E a un albero tale non poteva che corrispondere un frutto così tanto rigoglioso.

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Sant’Antonio Maria Claret e i “Quindici minuti con Gesù”

Posté par atempodiblog le 24 octobre 2021

Sant’Antonio Maria Claret e i “Quindici minuti con Gesù”
Scrittore fecondo e molto devoto dell’Eucaristia, Antonio Maria Claret vedeva in Cristo un Amico, seppur divino. Nel suo dialogo “mistico” intitolato Quindici minuti con Gesù, emerge, in 11 domande, la grande confidenza del santo con il Signore e la fiducia nella Sua onnipotenza.
di Antonio Tarallo – La nuova Bussola Quotidiana

Sant’Antonio Maria Claret e i “Quindici minuti con Gesù” dans Antonio Tarallo Sant-Antonio-Maria-Claret

“Spirito grande, sorto come per appianare i contrasti: poté essere umile di nascita e glorioso agli occhi del mondo; piccolo nella persona però di anima gigante; modesto nell’apparenza, ma capacissimo d’imporre rispetto anche ai grandi della terra; forte di carattere però con la soave dolcezza di chi sa dell’austerità e della penitenza; sempre alla presenza di Dio, anche in mezzo ad una prodigiosa attività esteriore; calunniato e ammirato, festeggiato e perseguitato. E tra tante meraviglie, quale luce soave che tutto illumina, la sua devozione alla Madre di Dio”. Sono parole di Pio XII al momento della canonizzazione, nel maggio 1950, di Antonio Maria Claret.

Come si comprende dalle parole di Pio XII, Antonio Maria Claret è un personaggio difficile da descrivere perché ha toccato, nella sua ricca vita sacerdotale, una molteplicità di aspetti che ne fanno un monumento della storia della Chiesa. Scrittore fecondo, mistico, devotissimo dell’Eucaristia e apostolo del Cuore di Maria.

Nell’Eucarestia sant’Antonio Maria Claret trova una culla dei suoi pensieri, delle sue preghiere, del suo sentimento verso i poveri e i sofferenti. La preghiera, mirabile strumento di dialogo continuo con Dio. Preghiera e scrittura, vivacità di pensiero e di azione. In lui si fondono i due elementi in un equilibrio del tutto particolare. L’azione è per lui delineata, soprattutto, in una parola: carità. Una carità del tutto paolina. Basterebbe ricordare il suo stemma episcopale che reca la frase “L’amore del Cristo ci spinge”, tratta dalla Seconda Lettera ai Corinti. Questa è la sintesi estrema della sua spiritualità profondamente apostolica. Lo scriverà bene nella sua Autobiografia: “Lo dico e lo ripeto: la virtù di cui ha maggiormente bisogno il missionario è l’amore. Il missionario deve amare Dio, Gesù Cristo, la Madonna e i fratelli. Mancando di amore, egli vanifica tutte le sue qualità; ma se l’amore informa la sua vita, il missionario ha tutto”. Dunque, al Cristo povero, mansueto e umile di cuore, saranno rivolti i suoi pensieri.

Chi vedeva in Cristo, sant’Antonio Maria Claret? Chi era, per lui, il Figlio dell’Uomo? Alla domanda si potrebbe rispondere con un solo termine, profondo, che reca in sé una diversità di sentimenti di non poco conto: Cristo è, per il santo, un Amico. Con la “A” maiuscola, s’intende. Con Lui parla, con Lui prega, con Lui si interroga e Lo interroga sulla sua missione apostolica. È bello questo rapporto perché rende Cristo – seppur Re dei re, seppur di natura divina, come direbbe sempre il suo amato Paolo di Tarso – profondamente umano. E, allora, leggere la sua preghiera-dialogo dal titolo Quindici minuti con Cristo non ci scandalizza per la sua confidenzialità con il Re Gesù.

Il tono che usa il santo per scrivere questo dialogo “mistico” (così potrebbe essere definito) ci dà l’indice dell’intero testo. Già l’incipit ci dice tutto: “Non è necessario, figlio mio, sapere molto per farmi piacere. Basta che tu abbia fede e che ami con fervore. Se vuoi farmi piacere ancora di più, confida in me di più, se vuoi farmi piacere immensamente, confida in me immensamente. Allora parlami come parleresti con il più intimo dei tuoi amici, come parleresti con tua madre o tuo fratello”. Ciò che Gesù chiede è semplice: amarlo. E avere fede in Lui. Come è possibile notare, il tema dell’Amore ritorna in questo scritto così profondo, ma di una semplicità assoluta, disarmante. Ricambiare Cristo con l’Amore per ciò che ci dona – che poi non può che non essere Amore – è fondamentale per instaurare un rapporto dialogico con Lui. Questo ci insegna sant’Antonio Maria Claret.

Il testo è suddiviso in undici domande che Cristo pone al fedele in preghiera. È un fedele che non appartiene solo al tempo di ieri, ma anche a quello di oggi. Ma non solo. Il tempo non è definito, perché potrebbe essere benissimo il fedele di domani. Cristo è padrone del tempo, quindi, qualsiasi persona può ritrovarsi in quelle domande che Gesù pone in grande semplicità. Sono domande che stanno ad indicare la sua attenzione per ogni nostra necessità o richiesta. È possibile suddividere questo libretto in undici paragrafi, corrispondenti alle undici domande che Gesù pone: “Vuoi farmi la supplica in favore di qualcuno? E per te hai bisogno di qualche cosa? Per te hai bisogno di qualche grazia? E per oggi che ti occorre? Hai adesso fra le mani qualche progetto? Cosa posso fare per i tuoi amici? E per i tuoi genitori? C’è qualche familiare che ha bisogno di qualche favore? E per me? Sei forse triste o di malumore? Vuoi raccontarmi di qualche gioia?”.

Sono domande di un amico sincero che ascolta chi gli si pone davanti con cuore altrettanto sincero. Il dialogo – in cui le risposte sono silenti nel nostro animo – è schietto e anche molto pragmatico, se vogliamo. Cristo ci pone domande ben specifiche. E aspetta da noi una risposta precisa. Ma soprattutto ci chiede di parlare a Lui, come se il dialogo fosse tra il più intimo dei nostri amici, con nostra madre o con nostro fratello. E dopo aver parlato con Lui, allora è possibile “ritornare alle proprie occupazioni”. Il congedo di Cristo che sant’Antonio Maria Claret descrive è sublime: “Ma non dimenticare questi quindici minuti di gradevole conversazione che abbiamo avuto qui nella solitudine del santuario. Conserva più che puoi il silenzio, la modestia e la carità con il prossimo. Ama mia Madre, che è anche Madre tua. Ricorda che essere buon devoto della Vergine Maria è segno di sicura salvezza”.

Divisore dans San Francesco di Sales

Freccia dans Viaggi & Vacanze  Quindici minuti con Gesù

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