A Venezia il ristorante dei migranti: dai barconi ai fornelli

Posté par atempodiblog le 2 novembre 2016

A Venezia il ristorante dei migranti: dai barconi ai fornelli
Apre il primo locale africano gestito da richiedenti asilo. Sono etiopi, sudanesi, nigeriani. I piatti scelti dopo un concorso in città
di Vera Mantegnoli – la Repubblica

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Una barca piena zeppa di uccelli cavalca le onde puntando verso l’Italia, l’unico orizzonte dove i viaggiatori sperano di sbarcare per spiccare di nuovo il volo. È questo il disegno dipinto sui muri del primo ristorante africano di Venezia che aprirà il 4 novembre in Calle Lunga San Barnaba.

La metafora del volo non è casuale. Lo staff che ha creduto nel progetto è composto in gran parte da migranti africani, arrivati qui nei modi più disparati l’ultimo anno con la speranza di poter chiudere la porta con il passato e ricominciare. I soci fondatori, Hamed Mohamad Karim, Hadi Noori, Mandana Goki Nadimi e Samah Hassan El Feky, anche loro migranti provenienti dall’Afghanistan, dall’Iran e dall’Egitto, lo hanno provato sulla loro pelle anni prima, quando alcuni di loro sono giunti nei camion frigoriferi ancora minori.

Ed è proprio qualche anno fa nel centro minori di Venezia, a Forte Rossariol, che a uno di loro, l’Hazara Hamed Mohamad Karim, è venuta l’intuizione che il cibo può unire e aiutare a superare i pregiudizi.

“Ho iniziato a organizzare delle feste nel centro minori, chiedendo a tutti i ragazzi di preparare un piatto tipico del loro Paese – spiega – e ho visto che funzionava sia per i ragazzi che erano nei centri, sia per chi veniva a trovarci”. Hamed, regista che non è più potuto tornare in Afghanistan perché minacciato dai talebani, fa un primo esperimento fondando nel 2002 l’Orient Experience nel sestiere di Cannaregio. Il ristorante propone i piatti che i migranti hanno imparato a cucinare nel viaggio della speranza fino a Venezia e ha un grande successo.

Oggi la sfida è ancora più grande perché a lavorare all’Africa Experience saranno richiedenti asilo che rappresentano le migliaia di persone che fuggono disperate dal continente nero.

“Io sono etiope – racconta Alganesh Tadese Gebrehiwot, 30 anni, fuggita dall’Etiopia, chef del locale – Ho imparato a cucinare con mia mamma. In Etiopia c’è ancora molta divisione di ruoli, le donne cucinano e stanno in casa. Così io sono cresciuta aiutando lei e ho imparato alcuni dei piatti che preparerò, come un certo tipo di pane, Ejra o il Mesir wot, una zuppa di lenticchie. Non avrei mai pensato di diventare cuoca, ma sono finalmente molto felice. Io vengo dal Sudan, lavoravo come donna delle pulizie, ma non avrei mai potuto realizzare i mie sogni”.

Anche Muhammed Sow della Guinea ed Efe Agbontaen della Nigeria sono scappati da terre di guerre e violenza sui barconi che vediamo ogni giorno, quei barconi così pieni di persone che finiscono per diventare un’unica massa. In quella massa ci sono invece esseri umani singoli, individui con le storie che si potranno conoscere qui, parlando davanti a un buon piatto proveniente da un Paese di cui alla fine si sa molto poco.

I piatti sono stati scelti tramite un concorso che ha coinvolto studenti e professori dell’Istituto alberghiero Barbarigo di Venezia, chiamati a giudicare quali erano i piatti all’altezza di un vero menu. I primi classificati in cucina saranno loro, accompagnati in sala da alcuni soci fondatori, come Hadi Noori, tra i primi ragazzini arrivati dall’Afghanistan in quei camion frigo che per alcuni sono stati mortali: “Avevo 15 anni – racconta Noori, oggi 25 anni – e lavoravo in fabbrica a Kabul. Volevo studiare e non potevo. Alla fine non avevo altra scelta, dovevo partire”.

A 15 anni parte dall’Afghanistan per raggiunge l’Iran per poi proseguire a piedi verso la Turchia: “Durante questi viaggi sei solo – spiega – ma poi incontri altre persone che magari non rivedi più. Dalla Turchia sono andato in Grecia con un gommone, poi mi sono fermato là e ho cercato di lavorare ma c’era tanto sfruttamento. Un giorno mi sono infilato con altri ragazzi in un camion pieno di arance, la temperatura oscillava tra gli zero e i due gradi, ma siamo riusciti. Lo stesso capita ai mie colleghi che sono qui oggi, quando s’imbarcano e non sanno se arriveranno mai. Ci spinge solo la voglia di ripartire, di volare ancora”.

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Caffè padovano

Posté par atempodiblog le 1 septembre 2016

Dolci e dessert
Caffè padovano
di GialloZafferano

Caffè padovano dans Cucina e dintorni tiramis_e_caff_padovano
Tiramisù e caffè padovano

caff_padovano dans Cucina e dintorni

  • NOTA: più il tempo di riposo della ganache in frigorifero (24 ore)

Presentazione

Il caffè padovano è un delizioso dolce al cucchiaio realizzato con ingredienti semplici ma di qualità, primo fra tutti il caffè, che viene preparato espresso utilizzando una caffettiera tradizionale.
Nella nostra ricetta, una rivisitazione di quella originale, il caffè viene insaporito da una cucchiaiata di ganache al cioccolato bianco e menta e guarnito con una spolverizzata di cacao in polvere.

Ingredienti 

Cioccolato bianco, 75 g
Cacao amaro in polvere amaro q.b.
Caffè preparato con moka, 160 ml
Menta sciroppo di menta bianca, 50 ml
Panna fresca liquida, 50 ml

Preparazione

Caffè padovano

Per preparare il caffè padovano iniziate dalla realizzazione della ganache al cioccolato bianco e menta (consigliamo di prepararla la sera prima): in un pentolino scaldate la panna, a fuoco basso, senza raggiungere il bollore (1), quindi fatevi sciogliere il cioccolato bianco ridotto in pezzi, mescolando spesso (2). Quando tutto il cioccolato si sarà sciolto, aggiungete lo sciroppo di menta bianca e mescolate bene (3).

Caffè padovano

Trasferite il composto ottenuto in una ciotola e ponetelo in frigorifero a raffreddare per 24 ore (4); trascorso il tempo indicato, estraetelo dal frigorifero e montatelo utilizzando le fruste elettriche (5). Prelevate ora una cucchiaiata di ganache e spatolatela sul fianco di un bicchiere medio in vetro (6).

Caffè padovano

Preparate ora il caffè utilizzando una caffettiera. Per ottenere un ottimo caffè riempite la caldaia della vostra caffettiera con acqua fredda e possibilmente povera di calcare, facendo ben attenzione a non superare la valvola di sicurezza (7) (altrimenti otterrete un caffè più lungo). Riempite il filtro con il caffè macinato formando una “montagnetta” (8), che livellerete battendo il filtro sul tavolo con movimenti decisi (9). Non pressate con il cucchiaino, né operate fori sulla superficie.

Caffè padovano

Avvitate bene la caffettiera (10) (per evitare che il caffè fuoriesca dai lati mentre sale), quindi ponetela su una fiamma bassa e costante, per ottenere un caffè corposo. Man mano che il caffè sale si formerà una schiumetta densa (11); vi consigliamo di non lasciar gorgogliare troppo a lungo il caffè, per mantenerne intatti aroma e dolcezza. Il vostro caffè è pronto: prima di versarlo mescolatelo direttamente nella moka con un cucchiaino, per renderlo più omogeneo (12).

Caffè padovano

Versate ora nel bicchiere il caffè, circa 40 ml (quantitativo corrispondente ad una tazzina) (13) e decorate con una leggera spolverizzata di cacao amaro (14-15).

Conservazione

Consigliamo di consumare il caffè padovano al momento.
Una volta montata, è possibile conservare la ganache in frigorifero, coperta da pellicola, per tre giorni al massimo.

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La festa di Bilbo, la tavola di Tom Bombadil e la birra del Puledro Impennato

Posté par atempodiblog le 3 juillet 2016

La festa di Bilbo, la tavola di Tom Bombadil e la birra del Puledro Impennato
di Pane e focolare

La festa di Bilbo, la tavola di Tom Bombadil e la birra del Puledro Impennato dans Cucina e dintorni

Quando il signor Bilbo Baggins di Casa Baggins annunziò che avrebbe presto festeggiato il suo centoundicesimo compleanno con una festa sontuosissima, tutta Hobbiville si mise in agitazione”.

Non so a voi, ma a me viene un leggero brivido lungo la schiena quando leggo l’incipit de Il Signore degli Anelli. E’ un tuffo nella Terra di Mezzo, nelle sue atmosfere, nelle avventure della Compagnia dell’Anello, nel mondo di fantasia, ma così simile al nostro, creato dalla mente geniale di Tolkien. Sono molti i temi che rendono il romanzo così apprezzato: il viaggio, tema ricorrente della letteratura, visto come itinerario di crescita e conversione; la risposta alla chiamata, l’assunzione delle proprie responsabilità di fronte all’urgenza del tempo presente; la mano di una Provvidenza che regge gli eventi; la scelta tra il bene e il male; il desiderio di proteggere il proprio mondo dagli attacchi del nemico, scoprendo lungo la strada di avere amici vecchi e nuovi che combattono insieme a noi; l’umiltà come chiave del successo.

Una festa a lungo attesa – Illustrazione di Inger Edelfeld
Una festa a lungo attesa – Illustrazione di Inger Edelfeld

Ma c’è anche un tema che corre lungo tutto il romanzo: quello dell’ospitalità e della cura della buona tavola. Già ve l’ho raccontato in un altro post: caratteristica comune dei personaggi positivi di Tolkien è quella di apprezzare il buon cibo e di considerare come un sacro dovere quello dell’ospitalità.

Il Signore degli Anelli comincia con un grande banchetto, così come Lo Hobbit comincia con la cena di Bilbo, tredici nani e Gandalf. La festa di compleanno di Bilbo è grandiosa, giorni e giorni di preparativi, si innalzano tende e padiglioni, uno in particolare di grandi dimensioni che copre l’albero della festa, quello più grande che cresceva in mezzo al campo. Ci sono lampioni appesi ai rami ma soprattutto, per la gioia di tutti gli hobbit, “fu installata un’enorme cucina all’aria aperta, nell’angolo nord del piazzale. Da tutte le osterie e i ristoranti del paese arrivarono  una marea di cuochi”. Ci sono decine di carri carichi di provviste, musica, giochi e amici che mangiano e bevono per ore: “Il banchetto fu estremamente piacevole, e li impegnò a fondo, per l’abbondanza, varietà, sontuosità e durata”. Naturalmente alla fine di una festa così non può mancare un discorso del padrone di casa e chi ha letto il romanzo sa che a partire da quel discorso gli avvenimenti prenderanno una ben precisa direzione. Non dico altro, perché magari qualcuno non ha letto il romanzo (ma davvero? Non lo avete letto? Cosa aspettate!).

Dama Baccador – Illustrazione dei fratelli Hildebrandt
Dama Baccador – Illustrazione dei fratelli Hildebrandt

Lungo il cammino, tra mille avventure, i nostri quattro hobbit vengono ad un certo punto aiutati da Tom Bombadil, un curioso personaggio, uno dei più bizzarri de Il Signore degli Anelli, che li invita a casa sua: “Ebbene, miei piccoli amici! Dovete venire a casa mia! La tavola è apparecchiata con crema gialla, miele dorato, pane bianco e burro. Baccador ci aspetta. Avremo tempo per le domande più tardi attorno alla tavola”. Dopo la paura dei Cavalieri Neri, e non solo, è un sollievo essere ospitati in una casa calda, accogliente e sicura: hanno opportunità di lavarsi e rinfrescarsi e soprattutto di mangiare “come soltanto un hobbit affamato sa divorare”. Ma non sono solo il cibo e le bevande a portare conforto: l’atmosfera familiare, la pace di una casa pulita e ordinata, la cortesia dei padroni di casa rasserenano gli hobbit, suscitando in loro la voglia spontanea di mettersi a cantare.

Infine Tom e Baccador si alzarono e sparecchiarono veloci; impedirono agli ospiti di dare una mano e li fecero anzi accomodare su comode sedie, provviste di soffici sgabelli per appoggiarvi gli stanchi piedi; nel grande camino ardevano rami di melo diffondendo un dolcissimo profumo”.

Rassicurante il saluto della bella Baccador: “Riposate in pace fino al mattino. Non temete i rumori notturni! Sappiate che nulla può attraversare porte e finestre e nulla penetra in questa casa, salvo il chiarore della luna e delle stelle e il vento della cima del colle”.

La casa di Tom e Baccador è davvero un bell’esempio di accoglienza, ospitalità raffinata e attenzione all’ospite. Dopo la condivisione di quella tavola la conversazione tra gli hobbit e Tom Bombadil diventa più spontanea e naturale e Frodo prende coraggio per porre al misterioso personaggio le domande che ha nel cuore. Cosa c’è di meglio di una bella cena per diventare amici, entrare in confidenza, stimolare la conversazione ed entrare in profonda empatia.

All’insegna del Puledro Impennato – Illustrazione di Timoty Ide
All’insegna del Puledro Impennato – Illustrazione di Timoty Ide

I nostri piccoli eroi proseguono il cammino e giungono a Brea alla locanda del Puledro Impennato di Omorzo Cactaceo. E’ un luogo molto frequentato, la qualità del cibo è ottima, così come quella della birra, la compagnia è però eterogenea: uomini, nani, viaggiatori da ogni parte della regione, in genere amichevoli ma anche curiosi e invadenti. La scena è molto vivace e Tolkien mette in evidenza uno dei pericoli della frequentazione di taverne di questo tipo: Pipino è inebriato dalla troppa birra, si sente a suo agio grazie all’entusiasmo che suscita con i suoi racconti ma chiacchiera troppo e rischia di tradirsi e dire cose che dovrebbero rimanere celate. Frodo per distogliere gli astanti da Pipino canta una canzone, ma a sua volta resta trascinato dalla sua esibizione, e dalla birra che forse lo ha reso poco lucido (il racconto insiste su questo aspetto: “Ordinarono dell’altra birra, fecero bere a Frodo un bel sorso”), e l’Anello prende il sopravvento.

Anche nella Terra di Mezzo, così vicina alla nostra, la tavola può essere occasione di una splendida accoglienza che favorisce l’amicizia e la relazione tra i commensali, come nell’episodio di Tom Bombadil, oppure occasione di frequentazione di compagnie delle quali bisognerebbe diffidare, come al Puledro Impennato; in questo secondo caso, soprattutto se si alza troppo il gomito, le conseguenze possono essere pericolose.

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Tiramisù alla birra: ecco il Birramisù!

Posté par atempodiblog le 23 juin 2016

Tiramisù alla birra: ecco il Birramisù!
Una ricetta davvero originale che vi sorprenderà! Il segreto? Una birra scura tipo scout o guinness extra stout al posto del caffè
di 

Tiramisù alla birra: ecco il Birramisù! dans Cucina e dintorni birramis

Avete mai pensato di assaggiare un tiramisù fatto con la birra? È la nuova frontiera del dessert della tradizione italiana che tutto il mondo ama e che è noto con il nome di birramisù. Il segreto per realizzarlo è quello di utilizzare una birra particolare, dal colore e dal sapore in grado di ricordare il caffè sfruttato per la ricetta classica. Stiamo parlando della birra stout, una bevanda scura, ad alta fermentazione, prodotta con malti d’orzo molto tostati che garantiscano l’aroma tipico di questo prodotto che ricorda il cioccolato, la liquirizia e il caffè. Per questa particolarità è consigliata soprattutto dopo cena, in abbinamento a dolci o alla gorgonzola come ci hanno fatto provare i monaci produttori della birra cascinazza. E poi può essere utile per cucinare, per esempio degli originali dessert come, appunto, il birramisù.
Di stout ne esistono in commercio vari tipi. Particolarmente indicate per il nostro “progetto culinario” sono l’Irish Stout (come la Guinness Extra Stout o la Murphy’s Irish Stout) oppure la Coffee Stout (arricchita da vero caffè).

Se avete in casa una birra chiara e non volete uscire per comprarne un’altra nessun problema: miscelatela con del caffè prima di bagnare i biscotti.

Non ve la sentite di comprare “questo pacchetto a scatola chiusa”? Provate ad andare in un birrificio artigianale che faccia anche servizio di pub-cucina: spesso si può assaggiare questo dolce anche lì e capire se fa per noi.

Se vi piacciono le rivisitazioni del tiramisù provate anche la variante alla nutellaal limone,alle fragole oppure alla ricotta.

Con il bimby
Versate nel boccale gli albumi, lo zucchero e un pizzico di sale e montate per 1 minuto a velocità 4. Aggiungete il mascarpone e i tuorli e amalgamate a velocità 1 per 20 secondi. A questo punto componete il dolce seguendo la nostra ricetta.

Senza uova
Non digerite le uova, soprattutto crude? Preparate il birramisù senza uova! Basta sostituirle con 200 millilitri di panna: montate la panna con lo zucchero, poi aggiungete il mascarpone e procedete seguendo questa ricetta.

  • Resa: 4 PERSONE SERVITE
  • Preparazione: 20 minuti

Ingredienti

  • 150 millilitri birra meglio scura, tipo stout
  • 3 uova fresche
  • 250 grammi mascarpone
  • 10 cucchiai zucchero
  • 150 grammi Savoiardi o biscotti tipo pavesini
  • cacao
  • sale

Preparazione

  1. Sbattete i tuorli (tenete da parte gli albumi) con lo zucchero con una frusta. Dovete ottenere un composto spumoso.
    Unite il mascarpone.
  2. Montate gli albumi con un pizzico di sale e aggiungeteli al mascarpone. Lavorate delicatamente con una spatola.
  3. Bagnate i savoiardi nella birra e componete il vostro tiramisù: fate uno strato di biscotti sul fondo delle coppette monoporzioni o in una teglia.
  4. Coprite con la crema al mascarpone e fate un nuovo strato di biscotti bagnati nella birra.
    Procedete in questo mondo alternando gli strati.
  5. Completate con il mascarpone e infine coprite con la polvere di cacao.

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Girare una frittata per amore di Dio: l’esempio di Fra Lorenzo della Resurrezione

Posté par atempodiblog le 6 juin 2016

Un mistico ai fornelli
Girare una frittata per amore di Dio: l’esempio di Fra Lorenzo della Resurrezione
di Pane e focolare

Girare una frittata per amore di Dio: l’esempio di Fra Lorenzo della Resurrezione dans Cucina e dintorni

Ho scoperto un personaggio straordinario, un religioso carmelitano del 1600 che non è ancora salito agli onori degli altari ma è venerabile, cioè è stato emanato il decreto sull’eroicità delle sue virtù. Credo che lo metterò nella mia personale “top 10” dei modelli di vita cristiana da imitare. E’ Fra Lorenzo della Risurrezione. Vi racconto brevemente la sua vita, e scoprirete perché ne parlo in questo blog.

Nicolas Herman (questo era il suo nome) nasce nel 1614 in un piccolo villaggio della Lorena, si arruola giovanissimo e combatte nella Guerra dei Trent’Anni, ma rimane ferito e lascia l’esercito.  Si reca allora a Parigi e trova un impiego come cameriere in una casa nobiliare, ma è un servitore così maldestro che rompe piatti e bicchieri e viene spesso punito. Triste e solo, cerca conforto nella cattedrale di Notre-Dame: pregando, medita di farsi religioso ed entra nell’Ordine dei Carmelitani, con il nome di Fra Lorenzo della Risurrezione.

Il convento dei Carmelitani a Parigi
Il convento dei Carmelitani a Parigi

I suoi superiori lo mettono al lavoro in cucina. Il convento è molto grande, deve preparare il cibo per più di cento religiosi; l’edificio è anche in espansione e deve dare da mangiare anche ai muratori che lavorano in convento; in più ci sono sempre lunghe file di poveri che bussano alla porta dei frati, all’ora di pranzo.

L’impegno è notevole: appena terminata la preparazione del pranzo deve già cominciare quella  della cena, spesso da solo o con un numero insufficiente di aiutanti. Quanti si sarebbero lamentati di questo! Ma Fra Lorenzo accoglie con pazienza l’incarico e decide che anche nella cucina del convento può esercitare l’esercizio paziente e santificante della “presenza di Dio”.

 dans Santa Teresa d'Avila

Racconta a un amico: «Nel trambusto della mia cucina, dove a volte più persone mi parlano assieme di cose diverse, possiedo Dio, così tranquillamente come se fossi in ginocchio davanti al SS. Sacramento. Non è necessario avere grandi cose da fare. Io rigiro la mia frittata nella padella per amore di Dio e quando l’ho fatta, se non mi rimane nient’altro, mi chino per terra e adoro il mio Dio che mi ha concesso la grazia di farla, dopo di che mi rialzo più felice di un re. Non c’è bisogno di nessuna raffinatezza, non c’è che da cominciare con bontà e semplicità».  E quando qualche distrazione lo distoglie da quella concentrazione, gli basta ogni tanto uno sguardo alla statuetta della Madonna che tiene in cucina.

 dans Stile di vita

Fra Lorenzo realizza in quella cucina – giorno dopo giorno – il miracolo della santità e mette in pratica in modo molto personale la dottrina dei grandi mistici carmelitani. C’è infatti una frase di Santa Teresa d’Avila, rivolta alle sue monache, che gli piaceva tanto: «Coraggio, figliole mie! Non affliggetevi se l’obbedienza vi impiegherà in opere esteriori. Vi mettesse pure in cucina, il Signore verrebbe anche tra le pentole, ad aiutarvi, interiormente ed esteriormente». Ed infatti Fra Lorenzo incontra Dio ogni giorno, nella sua cucina, tra le sue pentole.

Andrà avanti per trent’anni a fare sempre le stesse cose, ma è così felice che a volte afferma d’essere stato ingannato da Dio: era entrato in convento per far penitenza, persuaso oltretutto che sarebbe stato punito per la sua goffaggine, come era accaduto in quella casa di nobili dove aveva lavorato. Al contrario, vi aveva trovato un Padrone che lo colmava di dolcezze interiori.

Un testimone ha dichiarato: «Aveva una cura particolare nel servire i suoi confratelli in tutto ciò che faceva, provvedendoli di tutto il necessario… considerava un piacere accontentarli, come se fossero stati degli angeli!». Così si applicava tenacemente ai suoi fornelli, per fare felici i suoi commensali. Di sé stesso, diceva di sentirsi «come un grandissimo delinquente invitato a mangiare alla tavola del Re dei cieli, e servito perfino dalle Sue mani».

Un mistico ai fornelli: impariamo da lui, noi che magari sbuffiamo un po’ quando tutti i giorni ci mettiamo a cucinare per i nostri famigliari!

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Birra e dieta: quando l’eccezione diventa possibile

Posté par atempodiblog le 18 avril 2016

Birra e dieta: quando l’eccezione diventa possibile
di Adriana Costanzo – ReteNews24

Birra e dieta: quando l’eccezione diventa possibile dans Cucina e dintorni v41jmd

Chiara, rossa o scura, industriale o artigianale, a bassa o alta gradazione alcolica: sono tantissime le tipologie di birra presenti sul mercato ed in grado di accontentare tutti i palati.

La birra è una bevanda antichissima. Nata infatti dalla fermentazione dei cereali, nell’Antico Egitto questa veniva somministrata fin dall’infanzia, poiché considerata una vera e propria medicina.

Ancora oggi sono tanti gli studi condotti per valutare i suoi effetti benefici sulla salute.
Sembrerebbe infatti che un consumo moderato di birra abbia effetti benefici sul nostro organismo riducendo il rischio di problemi cardiovascolari, renali, di ipertensione, e favorendo i processi digestivi.

Inoltre grazie alla presenza dei flavonoidi contenuti nel luppolo, composti polifenolici ad attività antiossidante, la birra aiuta a contrastare i radicali liberi prevenendo i danni provocati dall’invecchiamento cellulare.
In particolare negli ultimi anni l’interesse si è concentrato sulloxantumolo, uno dei flavonoidi contenuti nel luppolo, che possiede molteplici proprietà positive per la salute.
Lo xantumolo infatti sembrerebbe svolgere non solo un’azione antiossidante, ma ancheantinfiammatoria, antitumorale e di prevenzione nei confronti delle malattie cardiache e neurodegenerative.

Valori nutrizionali e proprietà
La birra è una bevanda costituita da circa l’85% di acqua, dal 3% al 9% di alcool, e dall’estratto secco, pari a circa il 3-8%.

Nell’estratto secco ritroviamo diversi nutrienti quali tannini, zuccheri, alcune preziose vitamine del gruppo B, sostanze antiossidanti, un modesto contenuto in potassio, destrine, ed alcuni acidi tipici del luppolo e del malto.
Proprio per la sua notevole quantità in acqua e grazie alla presenza di potassio, la birra possiede una nota capacità diuretica, che sebbene contribuisca a mantenere nella norma i livelli della pressione arteriosa, d’altra parte può favorire l’insorgenza di uno stato di disidratazione corporea proprio per l’escrezione, attraverso l’urina, di diversi sali minerali.
Inoltre bisogna ricordare che l’acido etilico determina una vasodilatazione che potrebbe comunque determinare un aumento della pressione sanguigna in alcuni soggetti, soprattutto laddove già presente uno stato di ipertensione.

Per quanto riguarda le calorie, sebbene sia una bevanda alcolica, la birra presenta un contenuto calorico inferiore rispetto ad altre bevande, come ad esempio il vino.
Se infatti prendiamo in considerazione una birra chiara piccola, 33 cl, con una modesta gradazione alcolica, circa 3,5% vol, questa apporterà circa 100 kcal, mentre le calorie saliranno fino a 198 se si sceglie una birra con un alta gradazione alcolica.

Ma attenzione: le calorie non sono tutto!
Infatti sebbene l’apporto calorico sia contenuto, un suo consumo eccessivo può favorire l’accumulo di tessuto adiposo.
Infatti l’alcool etilico presente favorirà la sintesi degli acidi grassi, la sintesi del glicogeno, la sintesi proteica e il deposito di adipe principalmente a livello viscerale ed addominale, comportando importanti danni fisiologici quali sindrome metabolica, obesità addominale e viscerale, danni epatici (steatosi), ipertrigliceridemia cronica.

Birra sì, ma con moderazione, per poterne apprezzare a pieno le benefiche e preziose proprietà.
In un soggetto fisiologicamente sano e che non presenti specifiche condizioni cliniche, l’assunzione moderata di due birre dal basso tenore alcolico è compatibile, mentre livelli di assunzione superiori possono arrecare più danni che benefici.

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Pasqua: la gioia della Resurrezione anche sulle nostre tavole

Posté par atempodiblog le 28 mars 2016

Pasqua: la gioia della Resurrezione anche sulle nostre tavole
di Pane e focolare

Pasqua: la gioia della Resurrezione anche sulle nostre tavole dans Cucina e dintorni

Eccoci arrivati alla Pasqua: la solennità più importante di tutto l’Anno Liturgico. In occasione di questa festa si regalano ai bambini le uova di cioccolato e si compra la colomba; chi vive all’ombra del Vesuvio cucina la pastiera con la ricetta di famiglia (conservata gelosamente), chi invece vive sotto la Lanterna mette in tavola la torta Pasqualina.

Anche chi non è credente deve arrendersi all’evidenza: il Cristianesimo ha profondamente influenzato la cultura della nostra nazione e non avremmo la gioia della festa e i relativi piaceri della tavola se quella lontana Domenica di 2000 anni fa alcune donne non si fossero trovate davanti ad un Sepolcro vuoto. Da quell’avvenimento senza precedenti è uscita una civiltà cristiana che ha lasciato il segno, anche a tavola.

I cattolici si lasciano alle spalle la Quaresima, i digiuni, le astinenze, e adesso non solo possono ma anzi devono fare festa anche a tavola. Digiunare di domenica è una colpa grave, come dice Cesario di Arles (VI sec.): “Se qualcuno digiuna di domenica, pecca”. Il principio vale a maggior ragione per quella che è la Domenica per antonomasia, il giorno della gioia perché la promessa di salvezza si è realizzata.

Se il colore del Natale è il rosso, quello della Pasqua è il giallo: ma qualunque colore scegliate, in ogni apparecchiatura della tavola di Pasqua deve esserci allegria, luce e tanti fiori colorati. Fortunati coloro che possono finalmente pranzare all’aria aperta, godendo della primavera.

Ci sono tanti cibi tipici della Pasqua, tutti con bellissime simbologie.

 dans Santa Pasqua

Cominciamo dalle uova: di cioccolato, di zucchero, oppure uova sode con il guscio dipinto con artistica fantasia. Simbolo della vita già in epoche pagane, è ripreso dal cristianesimo. La festività pasquale cade in primavera e prende il posto di feste antiche che segnavano il passaggio dall’inverno alla stagione del risveglio della natura: l’uovo è simbolo di fertilità, di vita. Diventa quindi anche simbolo della Resurrezione di Cristo: il guscio è il sepolcro dal quale uscirà la vita.

In molte località c’è la bella tradizione di portare le uova in chiesa e alla fine della Santa Messa il sacerdote le benedice.

E veniamo all’agnello: ci ricorda le parole di San Giovanni Battista, che nell’indicare Gesù ai discepoli lo chiama: “Ecco l’Agnello di Dio” (Giovanni 1, 29). Ci ricorda il Suo sacrificio in Croce, la Sua Passione, perché fu immolato “come un agnello condotto al macello” (Isaia 53,7). Era un cibo già presente nella cena della Pasqua ebraica (Gesù ha mangiato l’agnello nell’Ultima Cena) ed è diventato il cibo tipico anche della mensa pasquale cristiana.

La pastiera, dolce tipico di Napoli, è un’istituzione sulla tavola di questa festa. Le leggende legate alla sua nascita sono tante. Alcune parlano della sirena Partenope, ma la ricetta attuale viene attribuita alle suore dell’antico monastero di san Gregorio Armeno, che vollero creare un dolce che fosse pieno di simboli di Cristo e della Resurrezione. Infatti usano le uova, l’acqua di fiori d’arancio che ricorda l’arrivo della primavera e il grano, ricchissimo di simboli: dal grano si ricava la farina, con la quale si fa il pane (che richiama l’Eucarestia). Ma il grano è simbolo di Cristo anche perché viene macinato nella mola, e questo ricorda la sofferenza di Gesù durante la Passione (a questo proposito, potete dare un’occhiata anche al testo che ho pubblicato il Giovedì Santo sul Cristo del Torchio). La tradizione vuole che la pastiera si prepari il Giovedì Santo, perché è un dolce che col passare dei giorni migliora. I miei amici napoletani che sono followers di questo blog sapranno sicuramente dirmi di più: se poi mi spediscono una fetta della loro pastiera, li ringrazio.

A Milano e non solo, ma soprattutto nel Nord Italia, ecco la colomba: simbolo di pace e salvezza, immagine dell’offerta di Cristo e icona dello Spirito Santo. Ci sono, come capita spesso, tante leggende su questo dolce: una di esse parla di san Colombano e della Regina Teodolinda. Siamo intorno all’anno 612, il santo abate irlandese Colombano, dopo il suo lungo peregrinare per l’Europa, arriva in Italia e si reca a Pavia, dove viene invitato a pranzo dalla regina longobarda, insieme con i suoi monaci. E’ Quaresima e Colombano rifiuta una ricca portata di selvaggina, per rispettare il precetto di astinenza dalle carni. La regina Teodolinda non capisce e si offende: allora l’abate le dice che avrebbe consumato le carni solo dopo averle benedette. Mentre San Colombano alza la mano destra in segno di croce, avviene il miracolo: le pietanze di carne si trasformano in candide colombe di pane bianco.

Se ci spostiamo a Genova, troviamo la torta pasqualina, con il ripieno di bietole, che a primavera germogliano, e uova, che come vedete ricorrono sempre nelle preparazioni pasquali. Secondo la tradizione i fogli di pasta sfoglia devono essere 33, come gli anni di Gesù.

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La ricetta dei crespillos

Posté par atempodiblog le 18 mars 2016

Ogni anno il venerdì prima della Domenica delle Palme, onomastico della signora Dolores, madre di san Josemaría, tutta la famiglia era in attesa del dolce tipico di questo giorno: i crespillos.

I crespillos

INGREDIENTI
(da 6 a 8 persone sono): 

1, 5 dl Latte (150 g)
200 g Farina 
2 Uova (100 g)
1 Cucchiaino di lievito in polvere
10 g Zucchero (un cucchiaio) 
½ Kg Foglie di spinaci freschi
Zucchero da spargere sopra

MODO DI FARLI:

Lavare molto bene gli spinaci e lasciare le foglie con 2 o 3 cm di lunghezza.
Fare una massa mescolando gli ingredienti in quest’ordine: in un recipiente si mette la farina con lo zucchero e il lievito, si aggiungono il latte e le uova e si unisce bene il tutto.
Asciugare l’acqua delle foglie degli spinaci, passarli per questa massa e friggerle in abbondante olio caldo a 170° C. Scolare bene.
Una volta fritti passarli nello zucchero.
Servire al momento, in un piatto da dolce avvolti in un tovagliolo bianco. 

Tratto da: Cocina Inteligente, di Alicia Bustos
Fonte: josemariaescriva.info

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Biscotti quaresimali: storia e ricetta della variante napoletana

Posté par atempodiblog le 11 mars 2016

Biscotti quaresimali: storia e ricetta della variante napoletana
di Alessia Andreozzi – Voce di Napoli

biscotti quaresimali

I biscotti quaresimali sono “una santa invenzione”! E non è un modo di dire: non solo questi dolci hanno una storia alle spalle legata alla religione ma sono anche ottimi da mangiare durante il periodo di quaresima quando, teoricamente, non ci si può nutrire di grassi animali per rispettare il digiuno di Gesù nel deserto per 40 giorni. Sembrano i classici cantuccini della tradizione Toscana, quelli che vanno abbinati al delizioso Vin Santo, ma hanno una variante napoletana con ingredienti che rendono ancora più speciale una ricetta già di per sé buona da gustare. Vediamo, allora, come sono fatti questi biscotti quaresimali secondo la tradizione napoletana.

Prima di tutto, è bene ricordare come nascono questi biscotti quaresimali: la paternità che vi si attribuisce è toscana e si dice furono ideati da monache di un convento proprio in onore della quaresima. Perché si possono mangiare? Perché sono privi di grassi animali, quindi senza burro o latte, e rispettano il tradizionale digiuno da rispettare in questi giorni, proprio come fece Gesù durante i 40 giorni nel deserto. Che questo sia stato tutto un escamotage delle monache per rispettare i precetti religiosi non rinunciando ai piaceri del dolce? Stiamo parlando di dolci davvero saporiti che, però, sono fatti di ingredienti poveri e genuini. Sono talmente leggeri che sono ottimi anche per uno sgarro alla linea, qualora foste a dieta. In altri luoghi, questi biscotti hanno la forma di lettere dell’alfabeto, per onorare le parole del Vangelo, ma la variante napoletana somiglia al cantuccino toscano, eccetto per alcuni ingredienti.

LA RICETTA DI BISCOTTI QUARESIMALI NAPOLETANI

Il tempo per cui questi biscotti quaresimali sono in vendita è limitato: sono reperibili da subito dopo il martedì di carnevale sino al giovedì Santo ma, niente paura, qui vi è la ricetta per preparare questi fantastici dolcetti ogni volta che lo si desidera.

Ecco gli ingredienti:

  • 250 g farina
  • 250 g zucchero
  • 250 g mandorle tostate
  • 2 uova (1 grande per l’impasto e 1 piccolo per spennellare)
  • 1 pizzico di sale
  • 1 cucchiaino pieno di lievito secco
  • 1 cucchiaio di cubetti di cedro candito
  • 1/2 cucchiaino scarso di vaniglia
  • 1/2 cucchiaino scarso di cannella
  • 1/2 cucchiaino scarso di garofano
  • 1/2 cucchiaino scarso di noce moscata

La preparazione è semplicissima e ci vogliono pochi minuti: in primo luogo vanno tostate le mandorle in forno mentre si può procedere con l’impasto. Per quest’ultimo, si versa in una ciotola farina, lievito secco, le spezie precedentemente mescolate, l’uovo, un po’ d’acqua se serve e le mandorle che, intanto, sono belle e pronte. Una volta ottenuto un impasto sodo, vi si unisce il cedro candito e si modella tutto fino ad ottenere dei filoncini che vengono poi schiacciati con le mani, spennellati con un tuorlo e tagliati. Una volta messi in forno caldo a 200° li si lascia cuocere per 15-20 minuti in modalità ventilata. Et voilà! I biscotti quaresimali sono pronti. Buon appetito!

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Digiuno, scelta per il corpo e lo spirito

Posté par atempodiblog le 11 mars 2016

Digiuno, scelta per il corpo e lo spirito
Una scelta culinaria ed etica che protegge la salute e tonifica lo spirito
di Vittorio A. Sironi – Avvenire

Digiuno

Il digiuno leva il medico di torno, si potrebbe dire parafrasando un noto proverbio. È quanto emerge dagli ultimi studi in proposito. Insieme a una dieta corretta ed equilibrata astenersi completamente dall’assunzione di cibo un giorno alla settimana o una volta ogni 10-15 giorni può avere effetti notevolmente positivi sulla salute del corpo e della mente. Se i dati della ricerca scientifica confermano sempre di più gli stretti legami esistenti fra cibo e salute, esistono oggi anche evidenze mediche che mostrano come un regolare saltuario digiuno aiuta il corpo a ‘depurarsi’, proteggendolo dalle malattie, e tonifica lo spirito, agendo come un fattore importante di igiene mentale. Un digiuno salutare dunque, anche se tutto deve passare attraverso uno stile di vita globalmente equilibrato, evitando gli eccessi: fare attività fisica, evitare di fumare, mangiare bene. 

Nella nostra società opulenta il problema della sovralimentazione è spesso sottovalutato o affrontato solo da un punto di vista estetico – perché ‘bello è magro’ –, dimenticando che l’eccesso di cibo e le troppe calorie introdotte nell’organismo sono i principali responsabili del diabete, delle malattie cardiovascolari, dei tumori e possono anche essere causa di una mortalità precoce. Mangiare poco e in modo equilibrato favorisce la salute: un regime alimentare variato, moderando i grassi e i dolci, non trascurando l’assunzione giornaliera di frutta e verdura, optando per l’eliminazione o la restrizione del consumo di carne in favore del pesce, ma anche riducendo progressivamente le porzioni e le calorie quotidiane – sino appunto al digiuno abituale –, rappresenta un elemento importante della nostra esistenza, che non solo ci aiuta a eliminare i chili di troppo e a mantenere un giusto peso-forma, ma determina anche un rapporto intelligente fra benessere corporeo e gratificazione psicologica. 

Oltre che una scelta alimentare in favore della salute, il digiuno può essere anche una scelta etica di rispetto per chi soffre e spesso muore fame. Senza dimenticare che la rinuncia consapevole al cibo come pratica ascetica, per temprare e migliorare l’anima, per facilitare, insieme alla preghiera, il processo di avvicinamento al Dio in cui si crede, è una pratica consigliata (talvolta addirittura resa obbligatoria) da diverse religioni in determinati giorni della settimana o in certi periodi dell’anno.

Non come imposizione vessatoria, ma come esercizio materiale e spirituale di un percorso individuale per aiutare il credente nella propria crescita mistica. Tali sono il digiuno quaresimale (mortificazione del corpo come segno della conversione dello spirito) del Cristianesimo, il digiuno dello Yom Kippur (Giorno dell’Espiazione) e gli altri digiuni obbligatori – oltre a quelli tradizionali facoltativi – della religione ebraica, il digiuno del mese di Ramadan (per purificare il corpo e lo spirito) per i fedeli islamici. 

Oggi però si è persa l’abitudine del digiuno come astensione volontaria dal cibo, sia come prassi rituale in ambito religioso, sia come pratica sociale in ambito laico. Nella nostra ricca ‘società dei consumi’ sembra un controsenso rinunciare al cibo e alle bevande che abbiamo abbondantemente a disposizione. Anzi il digiuno è percepito come una situazione dannosa per l’organismo, retaggio di una condizione obbligata dei secoli scorsi, quando la penuria alimentare era alla base del triste binomio carestia-malattia. La medicina ci dice però esattamente il contrario.

La presa di coscienza del parallelismo nutrizionesalute ha portato a comprendere meglio il concetto dieta-prevenzione attualmente abituale, ma pure con questa nuova consapevolezza alimentare tendiamo a mangiare troppo e male. Sovente attribuiamo al cibo significati che non dovrebbe avere: fonte di piacere assoluto e indiscriminato, sfogo alle nostre frustrazioni, compensazione per la nostra tristezza, la nostra ansia o la nostra rabbia, surrogato del desiderio sessuale. Questo porta a nutrirci in eccesso rispetto alle nostre reali esigenze caloriche, senza controllo, senza freni inibitori, facendo di fatto del cibo una specie di ‘droga’. Senza accorgercene, quasi senza volerlo. Creando così gravi danni alla salute. 

Come la carenza cronica di cibo, la denutrizione, anche l’esagerazione abituale, la sovralimentazione, è fonte di seri guai sanitari. Sul piano epidemiologico dalle malattie della povertà (malaria, tubercolosi, pellagra, scorbuto) dell’antica società tradizionale si è passati in pochi decenni alle malattie del benessere (diabete, obesità, dislipidemie, ipertensione arteriosa, cardiopatie, cerebropatie, neoplasie) della moderna società dei consumi, dovute in gran parte, come s’è detto, alle nuove modalità alimentari. Ecco perché il ritorno alla pratica del digiuno può svolgere un importante ruolo compensatorio. Il corpo non risente negativamente dell’astensione limitata di cibo.

Anzi trae beneficio perché mette in moto tutta una serie di meccanismi di ‘autotrofismo’ (termine difficile per dire che è in grado di generare al suo interno le sostanze chimiche di cui ha bisogno) mobilizzando riserve che si sono accumulate in eccesso, accelerando la generazione di nuove cellule in sostituzione di quelle invecchiate che vengono eliminate, metabolizzando molecole diverse dalle proteine per produrre l’energia necessaria. Si determina in tal modo un salutare riequilibrio di molte funzioni biologiche dell’organismo che porta a un perfetto adattamento fisiologico del corpo. 

Il digiuno è anche benefico sul piano psicologico perché mette la mente in condizione di poter tenere sotto controllo le proprie pulsioni, fortificando la volontà dell’individuo e allenandolo a superare le difficoltà esistenziali della propria vita. Umberto Veronesi, medico di fama internazionale, non ha esitato a dichiarare in proposito come ‘dedicare un giorno ogni settimana alla totale astensione dal cibo non solo non faccia male, ma aiuti a formare il carattere, a manifestare una scelta etica e a proteggere la propria salute’, perché ‘un’alimentazione corretta secondo i dettami della scienza e almeno un giorno di digiuno ogni settimana possono rappresentare un nuovo e stimolante stile di vita’. Affermazioni pienamente condivisibili. Accanto al piacere di una abituale sana e gustosa alimentazione è importante allora imparare ad apprezzare anche il gusto di un altrettanto sano e positivo digiuno. Una scelta culinaria ed etica che protegge la salute e tonifica lo spirito.

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Capodanno: brindiamo a Dom Pierre Pérignon!

Posté par atempodiblog le 31 décembre 2015

Capodanno: brindiamo a Dom Pierre Pérignon!
di Pane e focolare
Tratto da: Una casa sulla Roccia

Capodanno: brindiamo a Dom Pierre Pérignon! dans Cucina e dintorni

Eccoci arrivati a Capodanno: cosa berrete al brindisi di mezzanotte? Champagne o spumante italiano? Con un po’ di orgoglio, posso riportare la notizia che nel 2014 il nostro spumante ha sorpassato per la prima volta lo champagne nelle esportazioni: negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, ma anche in Cina, tutti vanno pazzi per il nostro Prosecco, per le bollicine di Asti e della Franciacorta.

Ma dobbiamo ammettere che lo champagne nell’immaginario comune ha un fascino particolare: da quattro secoli si è imposto come bevanda della festa, nei calici dei Re, delle Regine e dei Presidenti della Repubblica, nella business class degli aerei, nelle suite dei Grand Hotel. Bisogna varare una nave, inaugurare una linea ferroviaria, celebrare una vittoria sportiva, per esempio una corsa di Formula 1? Si stappa lo champagne.

Dobbiamo però ricordare che anche per lo champagne siamo debitori ai monaci, e ad uno in particolare: Dom Pierre Perignon.

 dans Stile di vita

Torniamo indietro nel tempo, nel XVII secolo, nella bella abbazia benedettina di Hautvillers, nel cuore della regione di Reims. Il villaggio è graziosissimo, come tanti villaggi delle regioni vinicole della Francia, e in quei luoghi il nostro monaco è giustamente ricordato e venerato.

Entra in quell’abbazia nel 1668 come tesoriere ed economo. Le finanze dell’abbazia sono messe molto male, soprattutto perché i terreni che la circondano sono stati trascurati. Dom Pierre decide di curare meglio le vigne e di impegnarsi nella vinificazione, per risanare le magre finanze. E ci riesce, eccome! Bisogna dire, a onor del vero, che non ha inventato lui la spumantizzazione, fenomeno già noto, ma da fine enologo ha studiato quel fenomeno e lo ha perfezionato.

Monaci - Dom Perignon

A poco a poco ha maturato una grande esperienza nella coltivazione della vite, nella conoscenza delle differenze tra i vari vitigni, nella capacità di assemblare le uve. Ha perfezionato la tecnica di vinificazione, aprendo la strada ad un vino entrato nella leggenda. Ha annotato tutto nelle sue memorie, lasciandoci una preziosa eredità. Secondo la tradizione, è stato lui a privilegiare i tappi di sughero, rispetto a quelli di legno; a legare il tappo, che l’effervescenza avrebbe potuto far saltare, con cordicelle di canapa (che più avanti saranno sostituite dalla tipica gabbietta di metallo).

Ma perché lo champagne è entrato nella leggenda? Non certo solo per la qualità, che troviamo in tanti altri prodotti enologici. Forse perché le bollicine fanno allegria, eccitano i sensi, rendono frizzante l’ambiente. C’è sicuramente anche una notevole capacità di fare marketing, da parte di coloro che lo producono, aiutati in questo da tante citazioni in opere letterarie e liriche. Quale sia la risposta, nell’immaginario comune lo champagne è sinonimo di festa, evoca allegria e charme, nobiltà e raffinatezza. E’ uno dei simboli della Francia, insieme alla Tour Eiffel, alla baguette e al foie gras. Per questo noi italiani, in eterna competizione eno-gastronomica con i cugini d’oltralpe, esultiamo quando scopriamo che, arrivati ben più tardi nella produzione di bollicine (nel XIX secolo ad opera del Conte Gancia), nelle vendite ormai abbiamo raggiunto e a tratti superato i francesi.

Oggi molti pensano che Dom Perignon sia una marca, ma ricordiamoci che innanzitutto è un monaco benedettino. Alziamo i calici a Capodanno, brindiamo con lo spumante italiano o con lo champagne francese, ma in ogni caso ricordiamoci che per la gioia delle bollicine di qualità dobbiamo essere riconoscenti, ancora una volta, al monachesimo.

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È un vinaio di Firenze il locale più recensito su Tripadvisor

Posté par atempodiblog le 1 septembre 2015

È un vinaio di Firenze il locale più recensito su Tripadvisor
“L’antico vinaio”, affollata bottega di via de’ Neri a Firenze ha superato per una quindicina di voti un plurigettonato ristorante francese di Las Vegas
de Il Tirreno (1 settembre 2015)

all'antico vinaio

Con 8.425 recensioni totalizzate è il locale più recensito da Tripadvisor: a festeggiare il primato non un ristorante “stellato”, ma una vineria storica fiorentina a due passi da Piazza Signoria e dagli Uffizi. “L’antico vinaio”, affollata bottega di via de’ Neri, specializzata in panini con prodotti tipici come prosciutto e finocchiona e mescita di vini del territorio, ha dunque superato per una quindicina di voti un plurigettonato ristorante francese di Las Vegas, ma c’è da scommettere che la gara proseguirà a colpi di clic.

A dare la notizia del record è stato lo stesso giovane titolare Tommaso Mazzanti sul profilo facebook del locale: “Con grande gioia mia, di mio babbo e di mia mamma e di tutto lo staff, vi annunciamo che siamo diventati in assoluto il locale più recensito al mondo su Tripadvisor!!! Un grazie di cuore a tutti voi, che con le vostre bellissime parole ci avete fatto raggiungere questo traguardo importantissimo. Per me e per tutta la mia famiglia, che da più di 25 anni siamo in via de’ Neri – conclude – è un onore pazzesco”.

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L’ARTE DI CUCINARE/ Un dolce speciale per la festa della Mamma: la torta delle rose.

Posté par atempodiblog le 10 mai 2015

L’ARTE DI CUCINARE/ Un dolce speciale per la festa della Mamma: la torta delle rose.
di Monica Zappa – Radio Maria Fb

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Storia: La torta delle rose è un dolce tipico della tradizione culinaria mantovana. Le sue origini storiche risalgono alla fine del XV secolo, la torta delle Rose fu infatti creata in occasione delle nozze tra Francesco II di Gonzaga e Isabella D’Este, fu talmente apprezzata da tutti i Signori dell’epoca che da quel momento entrò a far parte della cultura gastronomica mantovana e ancora oggi è riproposta secondo l’antica ricetta. Realizzata con una pasta lievitata ricca di burro e zucchero che viene arrotolata, assume la forma di un cesto di boccioli di rose. Un dono gustoso da offrire alla mamma in occasione della sua festa!

Ricetta
Ingredienti:

500 g di farina;
200 g di zucchero;
125 g di latte;
180 g di burro;
2 uova
1/2 limone grattugiato
25 g lievito di birra
1 bustina di vanillina

Sbattete le uova in una terrina insieme a 120 grammi di zucchero, finché non diventeranno spumose; poi aggiungete 80 g di burro liquefatto, il lievito stemperato nel latte tiepido e la bustina di vanillina (senza dimenticare il limone!). Versate la farina sulla spianatoia, fate la fontana e versate il composto realizzato in precedenza, amalgamando bene il tutto e lasciando poi riposare l’impasto per almeno 30 minuti. Intanto preparate la farcitura sbattendo in un’altra terrina lo zucchero rimasto (80 grammi) con il burro morbido.

Ora arriva il momento della preparazione delle rose:
dividete l’impasto in 7 parti e spianatele con il mattarello per ottenere 7 dischetti; spalmate la farcitura sui dischetti e arrotolateli come fossero cannelloni; poi arrotolate ogni cannellone come se voleste fare una girella. Sistemate le girelle in una teglia rotonda mettendone una al centro e le altre intorno. Infornate per 40 minuti a 180 °C.

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L’Italia a tavola

Posté par atempodiblog le 5 mai 2015

Meno carne, poco pane e più verdure: come cambia il nostro modo di cucinare
L’Italia a tavola
Le tendenze alimentari ieri e oggi. La crisi ha tagliato il budget per il cibo, ma non si rinuncia alla qualità. Giovani sempre più spesso tra i fornelli. Cresce la voglia di bio. E si fa in casa anche lo yogurt
di Alessandra Dal Monte, Isabella Fantigrossi – Corriere della Sera

L’Italia a tavola dans Articoli di Giornali e News 2w50i1d

Maccheroni ai quattro formaggi o un abbondante piatto di lasagne al ragù. Con nonni, genitori e figli riuniti attorno alla tavola. Così cominciava il tipico pranzo di casa degli anni Sessanta. Adesso invece, dopo una veloce colazione e uno spuntino al bar, se si riesce ci si vede a cena. Dove un piatto unico può bastare. Dalla dieta sostanziosa degli anni del boom a quella più equilibrata e varia di oggi. Con porzioni più piccole, poca carne, più cereali e più verdure, magari bio. Perché la salute — ormai lo sappiamo — si cura anche mangiando. E di questi tempi un occhio al portafoglio è d’obbligo per tutti. Ecco come si nutrono gli italiani nel 2015.

Spendiamo di meno per comprare il cibo, soprattutto da quando c’è la crisi. Tra il 2006 e il 2014 i consumi delle famiglie per alimentari e bevande sono calati del 12,1 per cento (Rapporto Coop 2014 «Consumi e distribuzione»). Se nel 2011 sborsavamo 477 euro in media al mese, nel 2013 la cifra è scesa a 461. Una strategia di risparmio, certo. Ma non solo. Abbiamo anche imparato a evitare gli eccessi. «Subito dopo la guerra — spiega Alberto Capatti, storico della cucina e membro del comitato scientifico di Casa Artusi — gli italiani hanno compensato le privazioni cucinando, appena possibile, piatti grassi. La pasta era sempre accompagnata da salse e condimenti. La carne si mangiava quasi tutti i giorni». Poi sono arrivati gli anni Ottanta e la nouvelle cuisine. Abbiamo cominciato a imitare gli chef preparando in casa il filetto al pepe verde o il salmone «unilaterale» (cotto su un lato solo). Abbiamo imparato a prestare attenzione alla qualità dei prodotti e a diminuire le dosi. Due tendenze oggi all’apice: «Al centro della cucina attuale c’è la materia prima», dice Capatti. Insomma, invitiamo gli amici per provare insieme l’ultimo acquisto gourmet. «Trent’anni fa le nostre ricette prevedevano almeno un etto di pasta a testa — ricorda Paola Ricas, direttore de La Cucina italiana dal 1981 al 2006 —. Oggi invece al massimo 80 grammi». Anche Gualtiero Marchesi conferma: «Nel mio ristorante non si mangiano più di due piatti, al massimo si aggiunge il dolce. Mentre all’estero funziona ancora il menu degustazione da sette portate». Il pasto principale, poi, si è spostato alla fine della giornata: «Una volta si tornava a casa a mezzogiorno e le mamme cucinavano per tutti — spiega Ricas —. Adesso, come nel mondo anglosassone, ci ritroviamo attorno al tavolo la sera per il rito della cena». Ai fornelli ci stanno sempre di più anche gli uomini (il 38,8 per cento cucina spesso, solo l’8,5 mai) e pure la quasi totalità dei giovani.

Inoltre quasi 42 milioni di italiani preparano in casa pizza, dolci, conserve, pane e yogurt. Intanto i dati Istat fotografano un carrello ben diverso da quello di quarant’anni fa. Cala il consumo di carne, soprattutto bovina (dai 25 chili pro capite all’anno nel 2000 ai 19,3 del 2014) e aumenta quello di cereali (pasta, biscotti, riso). Crolla invece l’acquisto di pane: ne mangiamo sempre meno. Dal chilo abbondante a persona al giorno del 1861 — del resto c’era solo quello — ai 100 grammi scarsi degli ultimi mesi. Apprezziamo di più il pesce: nel 1973 rappresentava il 3,4 per cento del nostro carrello, oggi l’8,9. Cresce anche la passione per frutta e verdura: nel 2014, 22 milioni di italiani dichiarano di consumare più ortaggi rispetto a dieci anni fa (rapporto Saclà/Doxa). Insomma, mangiamo in modo più vario e sano. «Dopo anni passati a cibarsi solo di pastasciutta — sintetizza Ricas — il palato dell’italiano medio ha imparato ad assaggiare di tutto». Anche alimenti prima sconosciuti, come la quinoa, l’amaranto, il bulgur. O varietà nostrane riscoperte, dal cavolo nero toscano alle lenticchie umbre, dal bue grasso piemontese ai latticini campani. «Il cibo sta tornando indietro, sta recuperando la sua memoria storica — dice Oscar Farinetti, fondatore di Eataly —. Abbiamo finalmente capito che l’Italia ha una biodiversità pazzesca e stiamo puntando sulle materie prime eccellenti. Cuciniamo in modo meno elaborato ma andiamo al mercato per i prodotti freschi. Insomma, mangeremo anche poco pane e poca carne, ma più buoni». In effetti, dati alla mano, il 45,4 per cento degli italiani fa la spesa seguendo il criterio della qualità. E tra le tendenze alimentari c’è la dieta vegetariana (il 6,5 per cento della popolazione) e la voglia crescente di prodotti bio.

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Dolci francesi: la storia dei macarons

Posté par atempodiblog le 25 avril 2015

Dolci francesi: la storia dei macarons
di Luca Cattaneo – Italiani Francia

Dolci francesi: la storia dei macarons dans Cucina e dintorni 2qd3l00

I Macarons sono tra i dolci più famosi della cucina francese. Si tratta di piccoli pasticcini composti da due soffici meringhe che racchiudono un ripieno morbido… somigliano ad un piccolo panino imbottito!
La ricetta ha innumerevoli varianti, ma la base per la preparazione dei Macarons è composta da albume d’uovo, farina di mandorle e zucchero a velo. Al tutto va aggiunto un colorante alimentare che serve a dare ai dolcetti la tipica colorazione accesa e diversa per ogni gusto. Verdi, viola, gialli, rosa o marroni, ogni Macaron ha un ripieno diverso (marmellate di ogni genere, burro, crema al cioccolato…) e un sapore unico.
Caratteristica esclusiva dei Macarons è la loro estrema morbidezza, una consistenza vellutata che letteralmente… si scioglie in bocca!
Questi dolcetti apparentemente teneri e delicati sono in realtà una vera e propria sfida anche per gli chef più esperti… un risultato soddisfacente si ottiene solo con dedizione, studio e tecniche di produzione che richiedono un’attrezzatura adeguata e molta attenzione ai dettagli: non è un lavoro per fornai dilettanti!

Benché la loro origine francese sia la più comunemente riconosciuta, una teoria sostiene che la preziosa ricetta fu importata nell’Esagono da Caterina de’ Medici e dai suoi pasticceri italiani, quando nel lontano 1533 sposò Enrico II di Francia. Probabilmente è proprio per questa discendenza italiana che portano questo nome, tanto simile al nostro “maccarone”!
I riferimenti più recenti a pasticcini simili risalgono agli anni ’30 del 1800, quando venivano venduti al paio con un ripieno di marmellata, liquore e spezie. Ma la versione moderna dei Macarons nacque agli inizi del secolo scorso per mano del pasticciere Pierre Desfontaines, che lavorava per la Pâtisserie Laudrée di Parigi.

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