La fede di Kobe, un fatto che dà speranza (di vera gloria)

Posté par atempodiblog le 28 janvier 2020

La morte del campione
La fede di Kobe, un fatto che dà speranza (di vera gloria)
di Ermes Dovico – La nuova Bussola Quotidiana

La fede di Kobe, un fatto che dà speranza (di vera gloria) dans Articoli di Giornali e News Kobe-e-Gianna-Maria

L’ex cestista americano, 41 anni, la figlia tredicenne e altre 7 vittime in un incidente in elicottero. “Non si può morire così”, scrivono alcuni. Tra fiumi d’inchiostro, pressoché ignorato il rapporto di Kobe con la fede cattolica. Che pure è stato decisivo nella sua vita terrena, come rivelò lui stesso, e richiama a ciò che conta davvero: l’eternità

Sono passate meno di 48 ore dalla notizia dell’incidente mortale di Kobe Bryant, 41 anni, e degli altri otto passeggeri del suo elicottero, compresa la tredicenne Gianna Maria, una delle quattro figlie del fuoriclasse della pallacanestro. Meno di 48 ore, ma si è già detto e scritto di tutto. All’incredulità e allo sgomento iniziali si sono aggiunte tante domande sul perché di una tragedia così, sulle sue cause. Si sono ricordati successi, record, aneddoti personali su Kobe, nonché i sogni della giovanissima figlia, un astro nascente del basket femminile.

Il Sikorsky S-76B su cui viaggiavano le nove vittime, decollate pochi minuti dopo le 9 di domenica 26 gennaio, era diretto alla Mamba Academy (l’accademia cestistica fondata da Bryant, detto “the Black Mamba”), proprio per un torneo a cui avrebbe dovuto giocare Gianna Maria. C’è chi, anche sui giornali, ha parlato di morte “assurda”, che non si può morire così, nel pieno della vita. Eppure si muore così e in mille altri modi che sfuggono alle possibilità di controllo di ogni essere umano. Povero o ricco, bambino o anziano, vip o sconosciuto, giusto o ingiusto, perché non sappiamo «né il giorno né l’ora» (Mt 25, 13), come disse Gesù nella parabola delle dieci vergini, invitando a vegliare in vista dell’incontro con lo Sposo. L’importante è allora come ci si è preparati per quell’incontro, che vale il luogo dove passeremo la nostra eternità.

La gloria terrena di Kobe è cosa nota. A livello di squadra, cinque titoli Nba con i Los Angeles Lakers e due ori olimpici con la nazionale statunitense. A livello individuale, una quantità enorme di allori. Per esempio: due volte miglior marcatore della stagione, due volte miglior giocatore delle finali, una volta miglior giocatore della stagione regolare, 11 volte nel miglior team di tutta l’Nba, il più giovane giocatore dell’All-Star Game (19 anni e 175 giorni), più tiri da 3 messi a segno in un tempo (8), l’unico giocatore nella storia della Nba ad aver segnato 60 punti nella sua ultima gara da professionista (a quasi 38 anni), 33.643 punti totali, il quarto di tutti i tempi nella storia dell’Nba: LeBron James gli ha soffiato il terzo posto pochi giorni fa e lui si era congratulato con l’amico via Twitter proprio la domenica dello schianto.

I giornali di casa nostra si sono soffermati anche sullo speciale rapporto che legava il campione all’Italia, dove Kobe ha vissuto dai 6 ai 13 anni, seguendo con la famiglia gli spostamenti del padre Joe, cestista anche lui, che giocò per le squadre di Rieti, Reggio Calabria, Pistoia e Reggio Emilia. Di qui, l’italiano fluente di Kobe e i nomi dati alle sue figlie: Natalia Diamante (2003), Gianna Maria (2006-2020), Bianka Bella (2016) e l’ultimogenita Capri Kobe (2019).

Molto meno conosciuto è invece il suo rapporto con la fede, anche in queste ore ignorato dal grande sistema mediatico, fatta salva qualche eccezione, prevalentemente di area cristiana.

Kobe era cresciuto in una famiglia cattolica e nella stessa fede ha voluto educare le sue figlie, nate dal matrimonio con Vanessa, cattolica anche lei e di quattro anni più giovane, sposata nel 2001 nella chiesa di Sant’Edoardo, a Dana Point (California).

Due anni più tardi, nel 2003, la nascita della primogenita ma anche uno scandalo che rischiava di travolgere per sempre la stella dell’Nba: una dipendente diciannovenne di un hotel del Colorado, dove Kobe aveva soggiornato, accusò il campione di averla stuprata. Seguì l’arresto, e la liberazione su cauzione. Bryant chiese pubblicamente perdono alla moglie, ammise l’adulterio, ma negò l’accusa dello stupro, sostenendo che si fosse trattato di un rapporto consensuale. Alcuni dei suoi maggiori sponsor rescissero il contratto con lui. Nel processo penale le accuse furono a un certo punto archiviate, mentre la causa civile venne risolta con un accordo tra le parti. Kobe aveva intanto fatto una dichiarazione pubblica di scuse alla ragazza e a tutte le persone offese dalla vicenda, sostenendo la linea del fraintendimento. Per lo stress dell’intera vicenda, la moglie Vanessa patì l’aborto spontaneo del loro secondo figlio.

In quella bufera personale e familiare, acuita dalla sovraesposizione mediatica, Kobe trovò la sua àncora di salvezza nella fede cattolica. Come spiegò in un’intervista a GQ nel 2015: «Avevo paura di andare in prigione? Sì. Amico, avevo 25 anni. Ero terrorizzato. L’unica cosa che mi ha davvero aiutato in quel processo – sono cattolico, sono cresciuto cattolico, i miei bambini sono cattolici – è stata parlare con un prete. In realtà è stato in qualche modo divertente. Lui mi guarda e dice: “L’hai fatto?”. E io dico: “Certo che no”. Poi chiede: “Hai un buon avvocato?”. E io: “Oh, sì, è fenomenale”. Allora lui mi disse solo: “Lascia correre, vai avanti. Dio non ti darà nulla che tu non possa affrontare, e ora è nelle Sue mani. Questo non è qualcosa che tu puoi controllare, quindi lascia correre”. E quello fu il punto di svolta».

Se l’affidamento a Dio lo salvò in quella circostanza, tuttavia le difficoltà e presumibilmente i vizi negli anni successivi riemersero, specie nel rapporto con la moglie. Nel 2011 Vanessa chiese il divorzio, parlando di “inconciliabili differenze”, come riferisce sempre GQ, ma il divorzio non si concretizzò e 13 mesi più tardi i due si riconciliarono, grazie anche alla volontà di Kobe di preservare il matrimonio: «Non ho intenzione di dire che il nostro matrimonio è perfetto […]. Noi lottiamo ancora, proprio come ogni coppia sposata. Ma sai, la mia reputazione di atleta è che sono estremamente determinato e che mi faccio un mazzo così. Come potrei farlo nella mia vita professionale se non fossi così nella mia vita personale, quando questa colpisce i miei figli? Non avrebbe alcun senso».

Kobe e sua moglie, come riporta la CNA, frequentavano regolarmente una parrocchia nella contea di Orange (California). E non solo per la Messa domenicale. La cantante Cristina Ballestero ha scritto un lungo post su Instagram sia per ricordare nella preghiera lui e la sua famiglia, sia per raccontare la sorpresa che ebbe nel vedere a Messa e ricevere l’Eucaristia, in un giorno infrasettimanale, Kobe Bryant.

Insieme alla moglie, il cestista ha dato vita a una fondazione per assistere in vari modi giovani senzatetto e dare una possibilità di crescita attraverso lo sport. Parlando di quest’opera nel 2012, spiegava di non voler un giorno guardare indietro e adagiarsi al pensiero: «Bene, ho avuto una carriera di successo perché ho vinto così tanti campionati e segnato così tanti punti», ma di voler lasciare un’eredità diversa, dicendosi: «Devi fare qualcosa che abbia un po’ più di peso, un po’ più di significato, un po’ più di scopo».

Padre David Barnes ha scritto su Twitter di aver saputo che domenica mattina, prima di prendere l’elicottero, Kobe è stato visto a Messa. E il sacerdote ha ricordato che «la Messa è adorazione di Dio. Il Paradiso è adorazione di Dio». Sa Dio dove si trova adesso Kobe. Per il resto, quel che è certo è che ora non serve chiedersi “perché” e rinchiudere lo sguardo dentro la sola prospettiva terrena, bensì offrire preghiere e suffragi per lui, gli altri defunti e per i loro cari rimasti quaggiù. Perché tutto cambia se si entra o no nell’unica ed eterna gloria, quella di Dio. Kobe, lo abbiamo visto, ci pensava. E si può credere che meditasse su questo passo: «Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dove è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore» (Mt 6, 19-21).

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Tragedia di Kobe Bryant

Posté par atempodiblog le 27 janvier 2020

Tragedia di Kobe Bryant: Purtroppo il campione è morto per lo schianto in elicottero, e con lui la figlia di 13 anni
Tratto da: Papaboys

Tragedia di Kobe Bryant dans Articoli di Giornali e News Kobe-Bryant

Morto Kobe Bryant: choc nello sport. La star della Nba Kobe Bryant è morto in un incidente di elicottero in California, nella contea di Los Angeles. Lo riporta il sito Tmz.

Secondo quanto riporta Tmz, Bryant era a bordo del suo elicottero privato con almeno altre tre persone, oltre al pilota. Anche Gianna Maria, la figlia di 13 anni, è morta nell’incidente. Il velivolo ha preso fuoco una volta precipitato e inutili sono stati i soccorsi.

La moglie Vanessa non sarebbe tra le vittime. Gianna Maria era la primogenita di Kobe e la moglie Vanessa, ed era un astro nascente del basket femminile. Ultimamente era stata ripresa in atteggiamento affettuoso col padre tra il pubblico di una partita dell’Nba. A bordo con loro anche un altro giocatore. Lo riferisce il network Espn, senza rendere note le generalità della vittima.

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Il Papa: il calcio resti un gioco, per far bene anche a testa e cuore

Posté par atempodiblog le 25 mai 2019

Il Papa: il calcio resti un gioco, per far bene anche a testa e cuore
Papa Francesco incontra in aula Paolo VI 5mila studenti di Lazio e Abruzzo, insieme a molti campioni e allenatori di calcio, riuniti nell’evento “il calcio che amiamo”. Il pallone, spiega, dev’essere un mezzo per condividere amicizie e mettersi alla prova, in quello che, “ma è opinione personale”, è il gioco più bello del mondo
di Alessandro Di Bussolo – Vatican News

Il Papa: il calcio resti un gioco, per far bene anche a testa e cuore dans Articoli di Giornali e News Facciamo-squadra-per-la-santit

Il calcio è un gioco di squadra che va vissuto come un mezzo “per invitare le persone reali a condividere l’amicizia, a ritrovarsi in uno spazio, a guardarsi in faccia, a sfidarsi per mettere alla prova le proprie abilità”. Così può davvero “far bene anche alla testa e al cuore” in una società che esaspera “la centralità del proprio io, quasi come un principio assoluto”. Papa Francesco parla così del “gioco più bello del mondo”, a 5mila ragazzi protagonisti dell’evento “il calcio che amiamo”, organizzato fin dalla mattina, in aula Paolo VI, dalla Gazzetta dello Sport, in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, la Federazione Italiana Giuoco Calcio e la Lega di Serie A.

Tanti campioni e allenatori, da Eto’o a Mancini
Un momento di festa per cinquemila studenti di Roma, Lazio e Abruzzo, dalle primarie fino alle superiori, invitati a riflettere sul calcio come divertimento, educazione e inclusione, aiutati da campioni come Samuel Eto’o, ex stella camerunese dell’Inter, gli allenatori Arrigo Sacchi e Roberto Mancini, attuale commissario tecnico della Nazionale Italiana, il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti, il presidente della Figc Gabriele Gravina, il presidente della Lega Serie A Gaetano Miccichè, il presidente del Coni Giovanni Malagò, il vicepresidente dell’Inter Javier Zanetti, l’attuale allenatore del Camerun Clarence Seedorf, il tecnico della Roma Claudio Ranieri, l’ambasciatore del Milan Franco Baresi, il dirigente delle giovanili Juve Gianluca Pessotto, la leggenda del calcio femminile italiano Carolina Morace, il capitano della nazionale italiana amputati Francesco Messori. Per salutare il Papa interviene Urbano Cairo, presidente di Rcs MediaGroup.

Dietro a una palla che rotola, i sogni di un ragazzo
E Francesco inizia a parlare ai ragazzi e ai campioni con un sorriso, ricordando “quando ho sentito quell’ohhh (la ola fatta al suo arrivo, n.d.r.) come se io avessi segnato”, e poi facendo memoria di quello che san Giovanni Bosco, l’inventore degli oratori, amava ripetere ai suoi educatori: “Volete i ragazzi? Buttate in aria un pallone e prima che tocchi terra vedrete quanti si saranno avvicinati!”.

Dietro a una palla che rotola c’è quasi sempre un ragazzo con i suoi sogni e le sue aspirazioni, il suo corpo e la sua anima. In un’attività sportiva non sono coinvolti solo i muscoli ma l’intera personalità di un ragazzo, in tutte le sue dimensioni, anche quelle più profonde. Infatti, di qualcuno che si sta impegnando molto, si dice: “sta dando l’anima”.

Lo sport: dare il meglio di sé, ma non da soli
“Lo sport – prosegue il Pontefice – è una grande occasione per imparare a dare il meglio di sé, con sacrificio e impegno, ma soprattutto non da soli”. Oggi, grazie anche alle nuove tecnologie, chiarisce Papa Francesco, “è facile isolarsi, creare legami virtuali con tanti ma a distanza”. Il bello di giocare con un pallone, invece, “è di poterlo fare insieme ad altri, passandoselo in mezzo a un campo, imparando a costruire azioni di gioco, affiatandosi come squadra”.

Cari amici: il calcio è un gioco di squadra, non ci si può divertire da soli! E se è vissuto così, può davvero far bene anche alla testa e al cuore in una società che esaspera il soggettivismo, cioè la centralità del proprio io, quasi come un principio assoluto.

Il calcio è ancora il gioco più bello del mondo?
Se tanti, continua Francesco, definiscono il calcio “il gioco più bello del mondo”, e “lo penso io stesso, ma è un’opinione personale”, spesso purtroppo si sente anche dire: “il calcio non è più un gioco!”. Perché, spiega il Papa, anche nel calcio giovanile “assistiamo a fenomeni che macchiano la sua bellezza”. “Ad esempio – sottolinea – si vedono certi genitori che si trasformano in tifosi ultras, o in manager, in allenatori”. Anche la Federazione italiana, ricorda il Pontefice , si chiama “Federazione Italiana Gioco Calcio”. Ma a volte la parola “gioco” viene dimenticata, e magari sostituita “con altre meno coerenti, se non del tutto contrarie alle finalità”. “Invece – scandisce Papa Francesco – è un gioco e tale deve rimanere! Non dimenticate questo: il calcio è un gioco”.

Rappresentanza-giovanili-del-Torino-in-Vaticano dans Fede, morale e teologia
Una rappresentanza del settore giovanile del Torino in Vaticano per l’evento “Il calcio che amiamo”

Il diritto di ogni ragazzo a non essere un campione
“Giocare rende felici” perché “si può esprimere la propria libertà, si gareggia in modo divertente”, si rincorre un sogno “senza, però, diventare per forza un campione”. E’ sancito dalla Carta dei Diritti dei Ragazzi allo sport, ricorda Francesco, il diritto di ogni ragazzo di “non essere un campione”.

Cari genitori, vi esorto a trasmettere ai vostri figli questa mentalità: il gioco, la gratuità, la socialità… A incoraggiarli nei momenti difficili, specialmente dopo una sconfitta… E ad aiutarli a capire che la panchina non è un’umiliazione, ma un’occasione per crescere e un’opportunità per qualcun altro. Che abbiano sempre il gusto di dare il massimo, perché al di là della partita c’è la vita che li aspetta.

Genitori alleati degli allenatori per l’educazione
Il Papa invita i genitori “a cercare alleanza con la società sportiva dei vostri figli, soprattutto con gli allenatori”, perché “allenare è una sorta di accompagnamento, come un guidare verso un di più e un meglio”. E voi allenatori, aggiunge il Pontefice “vi trovate ad essere dei punti di riferimento autorevoli per i ragazzi che allenate: con voi passano tanto tempo, in un’attività che a loro piace e li gratifica” “Tutto ciò che dite e fate, il modo in cui lo dite e lo fate – chiarisce Papa Francesco – diventa insegnamento per i vostri atleti, cioè lascerà un segno indelebile nella loro vita, in bene o in male”.

Vi chiedo di non trasformare i sogni dei vostri ragazzi in facili illusioni destinate a scontrarsi presto con i limiti della realtà; a non opprimere la loro vita con forme di ricatto che bloccano la loro libertà e fantasia; a non insegnare scorciatoie che portano solo a perdersi nel labirinto della vita. Possiate invece essere sempre complici del sorriso dei vostri atleti!

Campioni: incoraggiate i giovani a diventare “grandi nella vita”
Infine Francesco si rivolge ai grandi campioni del calcio, “a cui si ispirano questi giovani atleti”. Non dimenticate da dove siete partiti, dice il Papa “quel campo di periferia, quell’oratorio, quella piccola società”. Vi auguro “di sentire sempre la gratitudine per la vostra storia fatta di sacrifici, di vittorie e sconfitte”.

E di sentire anche la responsabilità educativa, da attuare attraverso una coerenza di vita e la solidarietà con i più deboli, per incoraggiare i più giovani a diventare grandi dentro, e magari anche campioni nella vita. Grandi nella vita: questa è la vittoria di noi tutti, è la vostra vittoria che giocate a calcio. E ai dirigenti: per favore, custodite sempre la amatorialità, che è una mistica… è una mistica. Che non finisca la bellezza del calcio in un do ut des dei negozi finanziari.

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Torino al Chapecoense, ‘destino ci lega’

Posté par atempodiblog le 29 novembre 2016

Torino al Chapecoense, ‘destino ci lega’
Chiaro riferimento dei granata alla tragedia del ‘49 a Superga

Torino al Chapecoense, ‘destino ci lega’ dans Articoli di Giornali e News Chapecoense

“Il presidente Urbano Cairo e tutto il Torino Football Club partecipano al cordoglio per la tragedia che ha colpito la società del Chapecoense, in Colombia. È un destino che da oggi ci lega indissolubilmente, vi siamo fraternamente vicini”.

Questo il toccante messaggio del club granata rivolto attraverso il proprio sito internet alla squadra brasiliana vittima la notte scorsa di un incidente aereo a sud di Medellin. Chiaro il riferimento alla tragedia che il 4 maggio 1949 a Superga colpì il Grande Torino.

Fonte: Ansa

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La storia del Toro premiata con il Collare d’Oro del Coni

Posté par atempodiblog le 4 novembre 2016

La storia del Toro premiata con il Collare d’Oro del Coni dans Sport Torino

Una storia da leggenda. Ora valorizzata anche da un premio che solo i migliori ricevono. E che riconoscimento: al Torino è stato assegnato il Collare d’oro dal Comitato Olimpico Nazionale Italiano, cioè la massima onorificenza possibile per meriti sportivi.  

Viene conferita una sola volta nella carriera sportiva e quest’anno se l’è assicurata la società guidata dal 2005 dall’imprenditore alessandrino Urbano Cairo. Così ha deciso la Giunta del Coni per l’impronta lasciata dal Torino in oltre cent’anni di vita. Una firma indelebile che ha valorizzato e rappresentato lo sport italiano nel mondo. Dai pionieri del calcio al Grande Torino simbolo della nuova speranza nell’Italia del Dopoguerra, fino alla squadra dell’ultimo scudetto del 1976 targato Gigi Radice, al fenomenale vivaio che ha fatto scuola e per trent’anni ha dominato i campionati giovanili. Una storia unica di successi, allenatori e campioni che il 19 dicembre prossimo, alle 11.30, sarà premiata a Roma dal presidente del Coni Giovanni Malagò, con la presenza anche del premier Matteo Renzi.  

Oltre alla squadra granata, le altre società scelte dal Coni sono: Ginnastica Pavese, Verbano Yacht Club, Vela Nuoto Ancona, Canottieri Pro Monopoli, Tennis Club Napoli, Torino Calcio e Gruppo Forestale. Tra le personalità di spicco legate al mondo dello sport collare d’oro a Giorgio Napolitano, Francesco Ricci Bitti e Luigi Riva.

di Francesco Manassero – La Stampa

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La lezione di Montolivo: una carezza che spiazza gli sciacalli del web

Posté par atempodiblog le 12 octobre 2016

La lezione di Montolivo: una carezza che spiazza gli sciacalli del web
di Roberto De Ponti – Corriere della Sera

La lezione di Montolivo: una carezza che spiazza gli sciacalli del web dans Articoli di Giornali e News Montolivio

«Devi morire». Siamo così abituati al becero coro da stadio, quando il calciatore di turno rimane a terra, da non far più caso a quanto greve (oltre che grave) possa essere un invito a passare a miglior vita rivolto a un giocatore infortunato.

È la forza — si fa per dire — dell’anonimato da curva. Nascondendosi nel branco, è possibile vomitare insulti di ogni genere con la tranquillità vigliacca di rimanere impuniti. In piccolo, quello che capita nella Rete.

Accade che Riccardo Montolivo, calciatore del Milan inspiegabilmente assurto a causa di tutti i mali del calcio italiano, si frantumi un ginocchio giocando in Nazionale, ed è quello stesso Montolivo che nell’ultima amichevole prima del Mondiale 2014 si è fratturato una tibia, giusto per ricordare che il ragazzo non è particolarmente fortunato. Accade che mentre esce dal campo in barella, Montolivo venga «salutato» dai tifosi italiani con fischi («osceni», li definirà a fine partita il capitano azzurro Buffon).

Accade soprattutto che il calciatore, nel suo letto d’ospedale, venga bersagliato via Internet da insulti di ogni genere. E che risponda su Facebook in modo disarmante: «Grazie di cuore a tutte le persone che hanno speso un pensiero per me… tifosi, colleghi, addetti ai lavori. È stato bello, in un momento così faticoso, ricevere così tanti attestati di stima e affetto. E una carezza a tutti quelli che mi hanno augurato la rottura di tibia e perone, la rottura di tutti i legamenti e la morte… con l’augurio che la vita riesca a farvi crescere in educazione e rispetto dell’essere umano». Grande Montolivo. Più limpido di un passaggio filtrante, più essenziale di un gol all’incrocio.

Sappiatelo, fenomeni che nascosti nell’anonimato della Rete insultate, invitate alla morte, spingete al suicidio: una carezza vi seppellirà.

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Lì ricomincia la storia del calcio

Posté par atempodiblog le 1 septembre 2016

Lì ricomincia la storia del calcio dans Citazioni, frasi e pensieri Ricomincia_la_storia_del_calcio

“Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per strada, lì ricomincia la storia del calcio”.

Jorge Luis Borges

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L’uomo più veloce del mondo è devoto alla Medaglia Miracolosa

Posté par atempodiblog le 17 août 2016

L’uomo più veloce del mondo è devoto alla Medaglia Miracolosa
di Aleteia

L’uomo più veloce del mondo è devoto alla Medaglia Miracolosa dans Articoli di Giornali e News Usain_Bolt_e_Medaglia_Miracolosa

Usain Bolt è attualmente l’uomo più veloce al mondo: per le terze Olimpiadi consecutive (dopo Pechino 2008 e Londra 2012), il 14 di agosto ha ottenuto la medaglia d’oro nei 100 metri. Ma queste tre medaglie d’oro non sono le uniche che porta. L’atleta ne indossa un’altra sempre al collo, conosciuta come Medaglia Miracolosa, frutto delle apparizioni della Madonna a Santa Caterina Labouré.

Usain_Bolt dans Rue du Bac - Medaglia Miracolosa

Bolt appartiene infatti a una famiglia cattolica, confessione minoritaria in Giamaica. Il suo secondo nome, Leo, gli è stato dato in ricordo in un Papa dei primi secoli del cristianesimo. L’atleta è tendenzialmente riservato, ma non nasconde la sua fede: anzi, fa spesso il segno della croce e sui social network ringrazia Dio per i suoi successi (ma anche per le sue sconfitte).

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Olimpiadi. Il “selfie” delle ginnaste riunisce le Coree

Posté par atempodiblog le 17 août 2016

Olimpiadi. Il “selfie” delle ginnaste riunisce le Coree
Continua a suscitare interesse e commenti una delle foto simbolo delle Olimpiadi di Rio, quella del selfie scattato da due atlete coreane, una del Nord e l’altra del Sud, e definito da più parti la “l’icona dell’unità” tra due Paesi nemici da oltre 60 anni.
di Alessandro De Carolis – Radio Vaticana

Olimpiadi. Il “selfie” delle ginnaste riunisce le Coree dans Articoli di Giornali e News Lee_Eun_Ju_e_Hong_Un_Jong

Il gioco di parole viene facile: ciò che il 38.mo parallelo divide, due parallele asimmetriche hanno unito, assieme a qualche migliaio di pixel come un buon selfie impone. La foto che si scattano insieme contente due atlete formalmente “nemiche”, a loro volta immortalate da un fotografo in servizio tra le pedane dell’Arena di Barra a Rio de Janeiro, è l’icona che sgretola nello spazio di un flash gli effetti di tanti proclami guerrafondai e di provocazioni muscolari a colpi di test missilistici ed esercitazioni militari congiunte.

Perché se le prime a non ricordarsi, o forse a ignorarlo di proposito, di doversi comportare come le obbligherebbe il peso di 60 anni di storia e di separazione sono due ragazze, una anzi poco più che ragazzina, allora il mondo ha davvero speranze di futuro migliori di quelle soffocate dal pessimismo allarmato che oggi dilaga.

A ben guardarli, i visi accostati di Lee Eun-ju, sudcoreana, 17 anni, e di Hong Un-jong, 27 anni, nordcoreana e campionessa olimpica, e soprattutto il loro sorriso non di facciata, ci raccontano senza bisogno di acuti commenti che, nel loro caso, né la strategia dell’odio di regime inculcato di padre in figlio né la retorica dello “rogue-State” hanno avuto la forza di avvelenare due ragazze “diversamente coreane” che anzi incontrandosi sotto i cerchi olimpici invece di ignorarsi, come fossero state in divisa invece che in tuta, si sono avvicinate cordiali per stringersi la mano, come si fa tra amici.

E quando la più giovane, ginnasta ancora agli inizi, ha proposto il selfie alla collega celebre e pluridecorata, nessuna delle due deve aver pensato – e il piacere di farsi il selfie lo dimostra – di essersi stretta al fianco della rappresentante di uno “Stato-canaglia” piuttosto che dell’imperialismo occidentale. Più probabilmente, saranno state soprattutto contente di ritrovarsi, da coreane, a difendere in mezzo a dozzine di atlete di tutto il mondo l’onore sportivo del loro Paese, che solo una striscia su un mappamondo e troppo filo spinato e una ostilità continuamente alimentata a freddo si ostina a volere spaccato a metà.

Chissà ora come nei loro Paesi – soprattutto a Pyongyang, si chiedono preoccupati in tanti sui social – verrà presa questa mancanza di aggressività e questa istintiva manifestazione di amicizia tra due nemiche che non sanno di esserlo o non ne vogliono sapere. La speranza è che chi passa il tempo a fare complessi calcoli geopolitici per anticipare a oggi il potere che avrà in futuro si lasci per una volta contagiare dalla levità dei volteggi di cui queste due ragazze sono maestre e riesca a vedere, nella filigrana di una foto bella e “impossibile”, come realmente i giovani, non solo coreani, vorrebbero il loro mondo di domani.

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Belotti, Gallo dal cuore d’oro: «Mia madre non lavora più: è questo il mio gol più bello»

Posté par atempodiblog le 17 août 2016

Andrea Belotti: «Facevo il chierichetto. Vado a Messa»
Serie A, Torino: Belotti, Gallo dal cuore d’oro: «Mia madre non lavora più: è questo il mio gol più bello»
La punta di Mihajlovic: «Ho fame e voglia di arrivare: con Sinisa siamo più offensivi, possiamo fare grandi cose. Ventura? L’azzurro ora devo meritarmelo»
di Paolo Tomaselli – Corriere della Sera

Belotti, Gallo dal cuore d’oro: «Mia madre non lavora più: è questo il mio gol più bello» dans Articoli di Giornali e News

Andrea Belotti è stato il miglior bomber italiano del 2016 con 11 gol, con il Torino di Ventura. Domenica debutta in campionato a San Siro contro il Milan, di cui è stato grande tifoso, soprattutto di Sheva.

Belotti, è lei l’uomo nuovo del nostro calcio?
«Non ho ancora fatto niente di veramente importante, ma sto lavorando per raggiungere tutti gli obiettivi, personali e di squadra. La fame e la voglia di arrivare non mi mancano».

È un perfezionista, dicono.
«Sì. Penso che un giocatore non debba mai porsi dei limiti. L’asticella deve sempre spostarsi più in alto: col lavoro si può raggiungere tutto».

Se avrà il piede caldo come in primavera, le basterà per candidarsi all’azzurro?
«Al debutto col Torino ho fatto fatica. A inizio 2016 ho avuto un boom e ho segnato con continuità. La Nazionale resta un sogno: so che devo dimostrare di meritarmela».

Il nuovo Toro la aiuterà?
«Con l’arrivo di Mihajlovic abbiamo cambiato modo di giocare: siamo più offensivi: possiamo fare grandi cose».

Il suo rapporto col gol?
«Non bisogna mai smettere di segnare, neanche in allenamento: devi creare un rapporto di sangue col gol, tra te stesso e la porta».

Il portiere cos’è per lei?
«Un nemico, che ti può rovinare questo rapporto».

Quale gol rende più felici?
«Di culo o in rovesciata: la gioia è sempre la stessa».

E che sensazione le dà?
«Dentro ti si crea un’energia che vorresti sprigionare per intero, ma non ci riesci. È una sensazione magnifica, come la tranquillità che ti dà: per un attaccante è vita».

Bella soddisfazione a marzo interrompere il record di imbattibilità di Buffon?
«Sì, è stato qualcosa di incredibile. E anche un onore. Anche se quel derby avrei preferito vincerlo».

Perché la chiamano Gallo?
«Perché da piccolo inseguivo i galli nel pollaio di mia zia. E perché il mio amico Juri Gallo mi ha detto di fare questa esultanza per scherzo: ho subito segnato e non ho più smesso di farla».

Infanzia tra oratorio e mance della nonna. Che ricordi ha?
«Andrea era mio nonno, morto sei mesi prima che io nascessi. E con mia nonna, anche per il nome che porto, si è creato un feeling pazzesco. Lei veniva sempre a vedermi e se facevo gol mi dava una mancia o mi portava un salame per festeggiare».

Si aspettava l’esplosione di Dybala, suo ex compagno?
«Sinceramente no. Ha qualità incredibili, ma non pensavo diventasse subito l’uomo simbolo della Juve».

Gli italiani sono più lenti a crescere o li frena il sistema?
«Se non trovi l’allenatore che credi in te, dopo due partite sbagliate ti mettono da parte. È una questione di mentalità. Io per fortuna l’anno scorsa ho trovato Ventura che crede nei giovani e mi ha aspettato».

In cosa l’ha migliorata?
«In tanti piccoli particolari: nel modo di giocare con un compagno, di cercarlo, nel modo di attaccare la porta».

Ventura festeggiava i suoi gol facendo la cresta del Gallo: un bello spettacolo?
«Sì bellissimo. E fa capire il rapporto che abbiamo. Era come se il gol lo avesse fatto lui: ha sempre creduto in me anche quando non segnavo».

L’idolo è Sheva, ma non assomiglia di più a Inzaghi?
«Forse sì, ma Sheva è sempre stato il mio modello: perché segnava in ogni modo ed era sempre un esempio. Sono lontano anni luce da lui, ma con il lavoro duro cerco di assomigliargli un po’ di più».

Oggi chi è il modello?
«Ne studio tanti. Ma soprattutto Aguero, per come si inserisce: la butta sempre dentro».

È religioso?
«Moltissimo. Facevo il chierichetto e quando siamo in ritiro a Torino vado a messa».

Simulare è peccato?
«È brutto. Ed è sempre meglio evitare, per non dare esempi negativi. Dentro l’area però l’attaccante tende a fare il furbo e alla minima situazione cade. Comunque i gol rubati non mi piacciono».

«Se devo spararla grossa sogno il Real». Conferma?
«Sì. Mi piace non avere limiti. Sto facendo tutto il possibile per realizzare i miei sogni».

È diplomato?
«Sono geometra, non si sa mai. E i miei genitori ci tenevano tantissimo».

Cosa fanno i suoi?
«Mio padre lavora in un’azienda tipografica. Mia madre lavorava in un’azienda che produce camice e lei era alla stiratura».

Cosa le hanno insegnato?
«Il valore del sacrificio. E anche quello dell’aiuto al prossimo. L’anno scorso ho voluto fortemente che mia mamma smettesse di lavorare, perché non potevo più vederla così stanca. Se oggi sono così lo devo ai miei genitori. Mi sembrava la cosa giusta da fare».

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Toro-Pro Vercelli, chi si rivede. Il derby torna dal passato

Posté par atempodiblog le 13 août 2016

Toro-Pro Vercelli, chi si rivede. Il derby torna dal passato
Stasera in Coppa Italia di fronte dopo 58 anni. In campo 14 scudetti, ma mai rivali per un titolo
di Gianni Romeo – La Stampa

Toro-Pro Vercelli, chi si rivede. Il derby torna dal passato dans Sport Toro_Pro_Vercelli
Carlo Crippa segna il 4-0 alla Pro Vercelli nel match di andata della sfida di Coppa Italia del 1958 (14 giugno)

L’ultimo gol è come il primo amore, non si scorda mai. L’ultimo gol in partita ufficiale, fra il Torino e la Pro Vercelli, lo segnò Carlo Crippa in Coppa Italia il 6 luglio del 1958, 3-0 per i granata nel glorioso campo Robbiano, oggi Silvio Piola. Lo racconta proprio lui, l’estrosa ala del Toro, veloce, elegante, gran tiro (una rete memorabile su punizione, di destro, con la Juve). «Prendo palla dopo metà campo, uno scatto dei miei, dribblo l’avversario, dal limite sparo un sinistro in diagonale, imparabile. Me lo vedo ancor oggi quel gol, per me era stato importante, perché insieme con Lido Vieri ero il più giovane granata in campo, 19 anni, mi serviva per fare strada. La nostra era una squadra un po’ vecchiotta, la reggevano con esperienza Armano e Bearzot, c’erano Arce, il francese Bonifaci…», racconta Crippa. A difendere la porta della Pro c’era Martino Colombo, che sarebbe poi approdato alla Juve.

Orgoglio e princìpi
È sorprendente il fatto che due club da 7 scudetti a testa, una bella fetta di storia del pallone, uniti da tanta tradizione e separati appena da una sessantina di chilometri di strada, non si siano più incrociati fino a stasera: 58 anni. Sarebbero 8 gli scudetti per il Toro senza quello revocato fra tanti dubbi. Sarebbero 8 anche per la Pro se non ci fosse stato di mezzo il Toro. Qui bisogna risalire a più di un secolo fa, febbraio 1910, quando i granata vinsero 4-2 a Vercelli e costrinsero le «bianche casacche» ormai lanciate verso il terzo titolo consecutivo (poi ne seguirono altri tre) allo spareggio finale con l’Inter. La Pro, decimata di giocatori chiamati alle armi, chiese il rinvio dell’incontro, che la federazione negò. A quei tempi l’orgoglio e i princìpi valevano più di uno scudetto: la Pro protestò civilmente mandando in campo i ragazzini. E perse 10-3.

Mai rivali per un titolo
In campionato due parabole che si erano appena sfiorate, fra la Pro e il Toro. E due genesi diverse. Vercelli s’era inventata uno squadrone tutto italiano grazie al genio di Marcello Bertinetti, olimpionico di sciabola, che aveva riciclato come calciatori molti spadaccini. Il principio della scherma era: primo non farsi infilzare e la Pro divenne famosa per la difesa di ferro e tante vittorie per 1-0. Dopo l’apoteosi degli Anni Dieci del Novecento cominciava il calo, mentre salivano i granata ispirati dagli svizzeri, importatori di calcio oltre che di tessuti. Con il prezioso aiuto di Enrico De Maria, storico collega vercellese, ricordiamo che si sono incontrati 34 volte in serie A i due club, 16 a 15 per i Bianchi e 3 pareggi. Mai un feroce scontro scudetto. Nell’ultimo campionato in comune, 1934/35, due vittorie granata. La Pro non poteva più reggere il confronto con un calcio dove comandava ormai il denaro. Scese in B, poi in C. Coppa Italia nel ’58 e finalmente stasera. Benvenuto, derby piemontese.

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Il Benfica e il grande Eusebio, meglio che una scuola

Posté par atempodiblog le 27 juillet 2016

Il Benfica e il grande Eusebio, meglio che una scuola
di Mauro Berruto – Avvenire

Il Benfica e il grande Eusebio, meglio che una scuola dans Articoli di Giornali e News Museu_Cosme_Dami_o

Questa sera, nel modernissimo impianto che si chiama Estádio da Luz di Lisbona, si celebra una delle tante amichevoli estive che, in questo caso, ha un valore più profondo. Spesso, questi match sono occasioni di marketing o frutto di accordi commerciali, ma Benfica-Torino ha un gusto storico che non è mai banale.

C’è un trofeo in palio: la Eusebio’s Cup, in memoria dello straordinario calciatore nato in Mozambico e diventato bandiera del Benfica al punto da meritare una statua proprio all’ingresso dello Stadio. Questa partita, tuttavia, è soprattutto un omaggio alla memoria di quel maledetto precedente del 3 maggio del 1949, quando il Grande Torino di Valentino Mazzola si era recato a Lisbona per celebrare, in un match amichevole, il capitano biancorosso, Francisco Ferreira. L’ultima partita del Grande Torino: fu, infatti, durante il volo di ritorno che l’aereo su cui i granata viaggiavano si schiantò contro il terrapieno della Basilica di Superga, uccidendo tutti i suoi passeggeri.

Il Benfica, da quel giorno, ha con il Torino una specie di patto (ahimè, di sangue). Se due anni fa, in occasione della finale di Europa League a Torino, moltissimi tifosi del Benfica si recarono in processione a Superga, quel maledetto 4 maggio 1949 migliaia di persone si riunirono spontaneamente di fronte all’Ambasciata d’Italia di Lisbona per manifestare il loro dolore di fronte a quella tragedia. Un’immagine fotografica, testimonianza visiva di quella folla immensa, è custodita nel meraviglioso museo Cosme Damião, all’interno dello Stadio benfiquista.

Nel dicembre 2014 il Cosme Damião è stato premiato quale miglior museo dell’intero Portogallo. Entrarci, in effetti, è un’esperienza inaspettata. Dedicato al fondatore, calciatore e anche primo allenatore del club, ci si potrebbe immaginare la “solita” esposizione di trofei, della polisportiva biancorossa (oltre al calcio, ciclismo, atletica, pallacanestro, pallavolo e tanti altri sport).

In effetti, pochi secondi dopo l’ingresso, uno stormo di coppe quasi stordisce il visitatore, ma poi arrivano le sorprese. Per salire al secondo piano dei 4mila metri quadrati del museo si cammina lungo un “corridoio storico” che conduce il visitatore attraverso le due Guerre Mondiali, il primo uomo sulla Luna, l’assassinio di JFK, la Rivoluzione dei Garofani, la caduta del muro di Berlino, la decodificazione del genoma umano, il premio Nobel a José Saramago, l’addio a Giovanni Paolo II e tantissimi altri grandi eventi di portata planetaria. Il museo intreccia continuamente, in modo colto e raffinato, la storia del Benfica e la storia sociale non solo del Portogallo, ma del resto del mondo.

Una sezione è dedicata alle contaminazioni letterarie, televisive, cinematografiche e teatrali di chi, affrontando questi versanti della narrazione, ha voluto rendere omaggio al club di Lisbona, ai suoi eroi, ai suoi tifosi. Superati alcuni totem multimediali che narrano la storia di tutti gli atleti che hanno indossato la maglia biancorossa (con sezione speciale dedicata ai capitani), arriva l’esperienza più forte: un ologramma di Eusebio esce da una profonda oscurità, interrotta solo dal brillare delle due scarpe e del pallone d’oro vinti in carriera.

Elegante, vestito di bianco, Eusebio si siede e ti racconta, con la sua voce e guardandoti negli occhi, un pezzo della sua storia personale e di quella del Benfica. Pochi metri dopo si trova il tributo a lui dedicato, attraverso una narrazione per immagini, dei tre giorni di lutto nazionale proclamati dopo la sua scomparsa nel gennaio 2014. Vengono i brividi. Insomma, vedere una partita di calcio nell’Estádio da Luz, arrivandoci un paio di ore prima per visitare il museo, è una bella opportunità per riconciliarsi con il valore educativo dello sport, un esempio di come attraverso la passione per il calcio si possano insegnare storia, letteratura, educazione civica. Persino meglio che a scuola: basta volerlo.

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Un allenatore che vince i campionati Europei, perché resta così tranquillo?

Posté par atempodiblog le 11 juillet 2016

Un allenatore che vince i campionati Europei, perché resta così tranquillo?
Dio è la bussola nella vita di Fernando Santos, tecnico del Portogallo. Ai festeggiamenti lui preferisce la messa e la Bibbia!
di Gelsomino Del Guercio – Aleteia

Un allenatore che vince i campionati Europei, perché resta così tranquillo? dans Articoli di Giornali e News Fernando_Santos

Il ritratto di Fernando Santos, allenatore del Portogallo fresco vincitore degli Europei, non si incrocia spesso su un campo di gioco. All’immagine lui preferisce la sostanza.

Concreto, devoto, abituato a non aver mai nulla regalato da nessuno. Sul campo e nella vita. La messa la domenica mattina, l’amore per la moglie Guillhermina (la stessa di sempre) i due figli Catia e Pedro. L’hobby della pesca con gli amici, la passione per il calcio. Che però «non conta niente se comparato ai veri valori della vita, come la paternità o l’amicizia. Nulla, zero» (Il Fatto Quotidiano, 9 luglio).

CALCIO MAI AL PRIMO POSTO

Di lui dicono che

è un uomo tranquillo, si vede che considera il calcio un gioco semplice, così come fanno tutte le persone pratiche. Gli riesce naturale, forse perché il pallone non lo ha mai messo al primo posto. Non lo ha fatto neanche quando giocava: buon difensore del Benfica, ma ruolo diviso con la conquista di una laurea in ingegneria. Non a caso le prime parole dopo la finale sono state per la moglie, per i figli, per Dio. (La Repubblica, 11 luglio).

MESSA E BIBBIA

Santos non poteva che dedicare la vittoria sul campo alla famiglia ma sopratutto a suo padre «che è a festeggiare con Dio» (www.tsf.pt, 8 luglio).

Per lui «essere cattolici è un impegno forte» Come ha spiegato nel ciclo di incontri su Dio organizzati dalla comunità Cappella Rat a Lisbona la preghiera è la prima cosa che fa quando si sveglia. Ed è seguita dalla lettura di alcuni brani della Bibbia, proclamati nella messa del giorno, a cui cerca di partecipare sia in Portogallo che all’estero (la domenica, invece, non manca mai).

FEDE “TAKE AWAY”

Da bambino non andava “molto d’accordo” con il Signore, il suo rapporto con la fede era di “take away”, un “prendi e porti via”, un ascoltare e poi allontanarsi, ma senza mai trascurare la preghiera, che recitava prima di addormentarsi.

Poi venne il matrimonio in chiesa, il battesimo dei figli ma ancora non sentiva vicino il Signore. Il cambiamento è avvenuto quando ha seguito da vicino il cammino di preparazione di sua figlia che doveva cresimarsi.

In quel periodo, dice Santos, «ho capito che Cristo è vivo in ciascuno di noi», e ha iniziato a leggere la Bibbia. La svolta della sua vita.

LA MARCIA IN PIU’ DI PAPA FRANCESCO

Oggi Santos dice che ha apprezzato molto i papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, ma Francesco «portà in sé qualcosa di grande«, molti cattolici «avevano bisogno di una persona con la sua esperienza» (www.snpcultura.org, 5 dicembre 2015).

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L’anno delle favole

Posté par atempodiblog le 11 juillet 2016

L’anno delle favole
di Massimiliano Nerozzi – La Stampa

L’anno delle favole dans Sport Portogallo_campione_d_Europa

È davvero l’anno delle favole: dopo il Leicester di Claudio Ranieri, il Portogallo di Fernando Santos e, ieri sera, di Rui Patricio (fenomenale) molto più di Cristiano Ronaldo, azzoppato e fuori in lacrime dopo venti minuti. Da sfavorito, e senza la sua star, ha battuto la Francia che pure era superiore in tutto e giocava nella sua arena. Ripescato come terzo del gruppo F, dietro a Ungheria e Islanda, il Portogallo s’è così ripreso quell’Europeo che la Grecia gli aveva levato nella finale di Lisbona, dodici anni fa. Dal triste fado di quella notte, al fracasso di questa.

La Francia, al contrario, non aveva mai fatto prigionieri, in casa: da Platini (Europeo 1984) a Zidane (Mondiale 1998), il cielo di Parigi era stato sempre nel blu dipinto di «Bleus». Alla fine, oltre che commovente, è stata una vittoria logica e meritata: «les Bleus» hanno giocato timorosi, ancor prima che male, e hanno fallito i colpi vincenti che pure hanno avuto. Perso Ronaldo, Santos ha preparato una partita molto «italiana», sabotando l’avversario e fiondandosi davanti, ogni volta che poteva. Fino al jolly pescato nel supplementare, da Eder. 

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I momenti del “goal”

Posté par atempodiblog le 28 juin 2016

I momenti del “goal” dans Citazioni, frasi e pensieri giorgio_chiellini_graziano_pelle

Ci sono nel calcio dei momenti che sono esclusivamente poetici: si tratta dei momenti del “goal”.

Ogni goal è sempre un’invenzione, è sempre una sovversione del codice: ogni goal è ineluttabilità, folgorazione, stupore, irreversibilità. Proprio come la parola poetica.

Pier Paolo Pasolini

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