Andrea Belotti sempre di più nella storia del Torino e della Serie A

Posté par atempodiblog le 30 octobre 2021

Andrea Belotti sempre di più nella storia del Torino e della Serie A: raggiunge un nuovo prestigiosissimo traguardo
di Gianluca Di Marzio – gianlucadimarzio.com

Andrea Belotti sempre di più nella storia del Torino e della Serie A dans Articoli di Giornali e News 100

Sempre più nella storia. Andrea Belotti, subentrato al 53’ del match ad Antonio Sanabria, ha segnato allo scadere la rete del definitivo 3-0 alla Sampdoria.

100 gol in Serie A
Alla 254esima presenza totale nel massimo campionato italiano, il Gallo raggiunge un traguardo non semplice da raggiungere, per nessuno: sono 100 i gol totali segnati in Serie A.

“Quando ho preso il palo prima della marcatura ho pensato che la sfortuna ci aveva messo lo zampino, ma per fortuna il gol è arrivato poco dopo”, ha detto Belotti alla fine della gara ai microfoni di Dazn, scherzando.

Divisore dans San Francesco di Sales

100-volte-Belotti-in-Seria-A dans Sport

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L’argento dei tennisti di Medjugorje (che ringraziano Maria)

Posté par atempodiblog le 2 août 2021

Olimpiadi
L’argento dei tennisti di Medjugorje (che ringraziano Maria)
I croati Marin Čilić e Ivan Dodig, nativi di Medjugorje, hanno conquistato l’argento a Tokyo, perdendo la finale contro i connazionali Mate Pavić e Nikola Metkić. A fine partita Ivan, parlando anche a nome di Marin, ha ringraziato la Madonna «per il talento che abbiamo ricevuto». Una conferma che ognuno, come ha detto la Vergine, è importante (e in qualunque circostanza) per la realizzazione del piano di Dio.
di Guido Villa – La nuova Bussola Quotidiana

L’argento dei tennisti di Medjugorje (che ringraziano Maria) dans Articoli di Giornali e News Marin-ili-e-Ivan-Dodig

Venerdì 30 luglio il cielo sopra Medjugorje si è tinto di argento, il colore della medaglia che i medjugoriani più noti nel mondo (ad eccezione dei sei veggenti di Bijakovići, ovviamente), i tennisti Marin Čilić e Ivan Dodig, hanno conquistato alle Olimpiadi di Tokyo soccombendo per 6-4, 3-6, 10-6 ai connazionali Mate Pavić e Nikola Metkić nella finale del torneo di doppio maschile.

Marin e Ivan, nati rispettivamente nel 1988 e nel 1985, sono amici dall’infanzia, un’amicizia cementata in questi ultimi anni quando Marin nel 2013 è stato testimone delle nozze di Ivan con Maja Ćubela, e Ivan padrino di battesimo di Baldo, figlio primogenito di Marin e della moglie di lui, Kristina Milković Čilić.

Tuttavia, la loro carriera è stata differente. Dei due, Marin era il più talentuoso, e nel 2002, a soli 14 anni, si trasferì a Zagabria vivendo presso uno zio paterno, entrando così definitivamente nell’orbita della Federazione Tennis croata. L’anno dopo vinse il torneo giovanile degli Internazionali di Francia al Roland Garros. Nel 2006 arrivò la prima vittoria nel circuito ATP quando agli Indoors di Zagabria batté in tre set il russo Igor Andreev, allora numero 25 al mondo, mentre la settimana successiva sempre a Zagabria conquistò il suo primo torneo della serie Futures. Nel luglio dello stesso anno egli giunse fino alla semifinale del torno ATP di Gstaad, in Svizzera, guadagnando in questo modo moltissime posizioni nel ranking. Nel 2008 vinse il suo primo torneo ATP a New Haven, negli Stati Uniti, cui seguirono altri diciotto titoli, tra i quali uno Slam (US Open) nel 2014 e un ATP Masters 1000 a Cincinnati nel 2016. Inoltre, Marin è stato sconfitto in tredici finali, ivi inclusa quella di Wimbledon del 2017, persa contro Roger Federer. Nel 2018, insieme a Ćorić, Dodig, Pavić e Metkić ha conquistato per la Croazia la Coppa Davis.

Il percorso sportivo di Ivan Dodig è stato molto più accidentato. Dopo avere trascorso alcuni anni tra il trecentesimo e il quattrocentesimo posto del ranking ATP e avere giocato alcune partite di Coppa Davis per la Bosnia-Erzegovina, anche lui si trasferì sportivamente in Croazia. Da quel momento la sua posizione migliorò. Nel febbraio 2011 vinse il suo unico torneo ATP in singolare, gli Indoors di Zagabria, e nell’ottobre successivo raggiunse la sua più alta posizione nel ranking mondiale, il numero 32, rimanendo, pur con alti e bassi, nella top 100 fino al 2016. Inoltre, dal 2013 Ivan è quasi stabilmente nella top ten del doppio, segmento nel quale ha avuto i maggiori successi, vincendo con vari partner di gioco ben sedici tornei, tra i quali quattro Masters 1000 e due del Grande Slam (Roland Garros nel 2015 e Australian Open nel 2021).

La storia di Marin e di Ivan è uno spaccato della storia del popolo croato di questa porzione di terra che per motivi politici e storici è stata separata dalla madrepatria, ma che conserva per essa un amore senza limiti. I croati dell’una e dell’altra parte del confine si considerano un solo popolo, e non è un caso che la quasi totalità degli atleti croati della Bosnia e dell’Erzegovina gareggino per la Croazia e scelgano la Bosnia-Erzegovina solo se non trovano spazio nella Croazia. Ad esempio, metà squadra della nazionale di pallamano che nel 2020 ha conquistato l’argento ai Campionati Europei era originaria dell’Erzegovina: tra questi il portiere Marin Šego, protagonista con le sue parate di questo ottimo risultato, nato a Medjugorje come Čilić e Dodig. In questo senso vi è anche il caso, più unico che raro, dei fratelli Igor e Ivan Karačić di Mostar, capoluogo dell’Erzegovina, che in occasione dei Mondiali di pallamano in Qatar nel 2013 giocarono l’uno contro l’altro: Igor, il più talentuoso, nella Croazia e Ivan nella Bosnia-Erzegovina.

Ci si potrebbe domandare che cosa c’entrino le imprese sportive di atleti originari di Medjugorje con le apparizioni della Madonna. A rispondere ci ha pensato lo stesso Dodig, il quale, parlando anche a nome di Čilić dopo la sconfitta nella finale olimpica, dopo avere salutato tutti gli amici e i tifosi che li hanno seguiti da Medjugorje, ha affermato: «Ringrazio anche la Madonna di Medjugorje per il talento che abbiamo ricevuto e per il fatto che ci possiamo divertire in questo sport che ci ha dato tanto nella vita».

A Medjugorje, infatti, la Madonna ha più volte ripetuto che ciascuno di noi è importante nella realizzazione del piano di salvezza di Dio per l’umanità che si manifesta con la sua presenza materna da ormai più di quarant’anni. In genere Dio non agisce come deus ex machina, il Suo Regno si costruisce mattone dopo mattone, cosa che non può avvenire senza il nostro contributo determinante facendo uso dei talenti che il Signore ci ha dato. Il Signore è il padrone della storia e di ogni ambito della vita umana, anche di quello sportivo, ed Egli usa ogni attività umana, anche quelle apparentemente di poca importanza, per suscitare una scintilla nel cuore di ogni uomo affinché questi decida di intraprendere il cammino verso di Lui.

Ciascuno quindi, nessuno escluso, ha un compito da svolgere nell’ambiente in cui vive, e questo è ciò che intende la Madonna quando al termine di ogni messaggio ci ringrazia per avere risposto alla sua chiamata. Per Čilić e Dodig tale compito è quello di testimoniare la loro fede nell’ambiente del tennis, un compito che non è privo di croci, come ben sa Čilić, cui nel 2013 fu comminata una squalifica per assunzione di sostanze dopanti che fu annullata cinque mesi dopo poiché fu dimostrato che si era trattato di uno scambio di provette. E il tennista di Medjugorje fu scagionato da ogni accusa.

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Solleva la Medaglia Miracolosa dopo aver vinto l’Oro

Posté par atempodiblog le 27 juillet 2021

Solleva la Medaglia Miracolosa dopo aver vinto l’Oro
Fonte: ChurchPOP

Solleva la Medaglia Miracolosa dopo aver vinto l’Oro dans Articoli di Giornali e News Hidilyn-Diaz-medaglia-d-oro-e-Medaglia-Miracolosa

Solleva la Medaglia Miracolosa dopo aver vinto l’Oro! Congratulazioni a questa talentuosa campionessa olimpionica delle Filippine!

La campionessa olimpionica Hidilyn Diaz ha vinto la prima medaglia d’oro per le Filippine, il 26 luglio 2021, nella categoria di sollevamento pesi femminile da 55 kg (121 libbre) alle Olimpiadi di Tokyo del 2020. Le Filippine gareggiano alle Olimpiadi negli ultimi 97 anni.

Solleva la Medaglia Miracolosa dopo aver vinto l’Oro
La 30enne ha battuto il record mondiale dopo aver sollevato un peso combinato di 493,8 libbre! “Non posso credere che il mio nome sia nel record olimpionico. Quindi sono davvero grata”, ha affermato la Diaz. “Dio è incredibile! Dio è incredibile!”.

Dopo aver vinto, la quattro volte campionessa olimpionica ha lodato Dio e ha sollevato la Medaglia Miracolosa che portava al collo. Inoltre ha puntato il dito verso l’alto dopo aver vinto, sottolineando la sua gratitudine sempre verso Dio.

Hidilyn-Diaz dans Rue du Bac - Medaglia Miracolosa

Prima della storica Vittoria
Diaz ha pubblicato una foto della sua Medaglia Miracolosa prima della sua storica vittoria. Il post tradotto della Diaz recita: “Grazie per la consegna, @davepan83. (…) Grazie a tutti per le vostre preghiere, non dobbiamo solo affrontare gli avversari in partita, c’è anche un virus. Quindi per favore pregate per la nostra sicurezza”. La campionessa in seguito ha ringraziato i suoi follower su Instagram e ha nuovamente sollevato la Medaglia Miracolosa.

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Il parroco di Maradona: quella sua richiesta mi aveva stupito

Posté par atempodiblog le 8 décembre 2020

Il parroco di Maradona: quella sua richiesta mi aveva stupito
Il parroco di Maradona ha rivelato un aspetto nascosto del campione: l’umanità profonda e semplice, emersa da una confessione fortemente chiesta da Diego.
di Giovanni Bernardi – La luce di Maria

Il parroco di Maradona: quella sua richiesta mi aveva stupito dans Articoli di Giornali e News Maradona-e-il-suo-parroco

Di Maradona, al seguito della sua morte, si è detto tutto e anche di più. Si è parlato della sua fede, popolare e sincera, giunta come un faro in quella nave in tempesta che è stata la sua vita tormentata. Dopo la sua morte, i media hanno riportato anche le tristi vicenda di lotte per la spartizione della sua eredità. Tuttavia Diego, il campione che ha fatto sognare sui campi di calcio tanti napoletani, pare sia morto povero. La sua fede, quella nel Signore Gesù, di fronte alle sue immani difficoltà, forse generate anche da un’eccesso di idolatria da parte dei tifosi, probabilmente è stata l’unico vero grande appiglio, prima di giungere in cielo.

Il racconto del confessore del campione argentino
Tuttavia Diego, il campione che ha fatto sognare sui campi di calcio tanti napoletani, pare sia morto povero. La sua fede, quella nel Signore Gesù, di fronte alle sue immani difficoltà, forse generate anche da un’eccesso di idolatria da parte dei tifosi, probabilmente è stata l’unico vero grande appiglio, prima di giungere in cielo.

Un dato ora testimoniato ancora più dalla rivelazione fatta da un sacerdote argentino, il parroco Gustavo Rubio della parrocchia María Auxiliadora de Berisso. Il religioso ha infatti raccontato a Radio Diez di un’occasione molto significativa. Quella in cui il campione Maradona gli ha chiesto, con grande desiderio, di confessarsi.

La vita di Maradona cresciuta in una famiglia cristiana
Se infatti Maradona è cresciuto in una famiglia cristiana, con la mamma cattolica e molto devota, che è stata capace di inculcare ai figli la sua fede nel Signore, il figlio Diego ci ha impiegato anni per giungere a un incontro profondo e personale con Gesù. Questo è infatti accaduto con l’età adulta, quando si è accorto che aveva conservato dentro di sè, in uno spazio intimo e privato, gli insegnamenti della mamma.

Nel momento in cui Diego è tornato alla fede, però, le lunghe prediche della amata madre, Doña Tota, sono tornate a galla. Allora è accaduto che un bel giorno chiamò il sacerdote dal Gimnasia La Plata, lo stadio della squadra allenata dal “Pibe de Oro”. Quando il sacerdote ricevette la chiamata, inizialmente pensò senza dubbi alla richiesta di benedire il campo da gioco. Così il religioso, con questa idea, si è diretto allo stadio.

Le parole di Diego al suo confessore e il rapporto con la mamma
Ma una volta arrivato nel luogo, la sorpresa. Diego aveva un forte bisogno di confessarsi. Così si rivolse al prete chiedendogli di parlargli da solo. Padre Gustavo ha raccontato alla trasmissione radiofonica che Maradona ha chiesto la sua benedizione, desideroso di avere il favore di Dio su di sé e sulla propria vita, travagliata e instabile. Oltre che naturalmente anche sulla sua squadra.

“Chiedo a Dio la pace”, disse Maradona al sacerdote. “Poi mi ha detto che era tornato in Chiesa e che era stato con Papa Francesco”, racconta il parroco, che lo ha ascoltato con grande attenzione, aprirsi di fronte a lui, parlare della sua vita, dei suoi affetti, dei suoi genitori. Forse, molto probabilmente, anche dei suoi errori, quelli che hanno spesso costellato la sua vita, dai quali aveva certo difficoltà a starvi lontano. Ma ne aveva anche desiderio.

Il perdono di Maradona per i suoi peccati, e le lacrime agli occhi
Maradona ha chiesto perdono per i peccati commessi, per le vicende lasciate in sospeso, per gli sbagli portati a termine, senza però evitare di pentirsi poco dopo. Si è commosso mentre parlava, con grande ammirazione, dei suoi genitori. Aveva le lacrime agli occhi quando spiegava al sacerdote che sua madre era una donna di grande fede. Ma di fede “semplice semplice”. “Doña Tota ha messo tutto nelle mani di Dio”, confidò Diego al sacerdote.

È quindi la vicenda di un uomo tormentato, ma che cercava il perdono perché cercava il Signore, nella pace che solo Lui può donare. Diego, nato in una famiglia dalla fede “semplice”, come amava ripetere, lo aveva compreso. Ora Maradona si troverà, finalmente, di fronte alla misericordia del Signore.

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26 marzo 1989: il giorno in cui Maradona andò a Lourdes

Posté par atempodiblog le 30 novembre 2020

26 marzo 1989: il giorno in cui Maradona andò a Lourdes
Diego Armando Maradona, la leggenda del calcio nata in Argentina, è morto per una crisi cardio-respiratoria il 25 novembre. Si sa che è sempre rimasto fedele alla patria e al calcio… ma è meno noto che era uomo di parola, e che le sue promesse erano talvolta lontane dall’immagine del genio dannato…
di Louise Alméras – Aleteia
[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

26 marzo 1989: il giorno in cui Maradona andò a Lourdes dans Apparizioni mariane e santuari Diego-Armando-Maradona-a-Lourdes-dalla-Beata-Vergine-Maria-Rifugio-dei-Peccatori

Ragazzo dai piedi d’oro e dalla testa bruciata nei sogni di gloria, Diego Maradona sbarcò a Napoli negli anni ’80 del XX secolo. Vale molto e lo sa. Ogni domenica, tutti i Napoletani andavano allo stadio per assistere alle sue prodezze. Eppure, il 26 marzo 1989 il campione lasciò il suo paese adottivo per andare a onorare una promessa fatta alla moglie Claudia. El Pibe de Oro le aveva promesso di recarsi al santuario di Lourdes per ringraziare la Vergine della nascita della loro figlia, chiamata per l’occasione Dalma-Lourdes.

Era già l’uomo della “mano de Dios” e la sua celebrità era all’apice: tutto il mondo ha pure visto i suoi segni di croce e le sue genuflessioni sui campi di calcio (perché nutriva una fede sincera e una grande devozione per la Vergine Maria, amatissima in America Latina – non ne ha mai fatto mistero). Quando però arrivò a Lourdes i pellegrini si accalcarono attorno a lui per toccarlo, fino a impedirgli di avvicinarsi alla grotta.

Solo la moglie (di nuovo incinta) e la figlia riuscirono ad arrivarvi per fare una preghiera, mentre Maradona indispettito si grattava la rogna della celebrità, da solo, dall’altra parte del Gave. Tornò comunque in aeroporto con due taniche piene di acqua della grotta, che si riportò a Napoli. E se quel giorno non fu bello come il campione l’avrebbe voluto, tutti a Lourdes ancora se ne ricordano… come di un’apparizione!

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Papa Francesco ricorda Maradona nella preghiera

Posté par atempodiblog le 26 novembre 2020

Papa Francesco ricorda Maradona nella preghiera
Secondo Radio Mitre di Buenos Aires papa Francesco ha inviato alla famiglia del campione un rosario e una lettera di condoglianze
della Redazione Internet di Avvenire

Papa Francesco ricorda Maradona nella preghiera dans Articoli di Giornali e News Diego-Armando-Maradona-e-Papa-Francesco

Il mondo dello sport è in lutto per la morte del calciatore argentino Diego Armando Maradona, da molti considerato il più grande giocatore di tutti i tempi, ma uomo dalle molte fragilità.

Papa Francesco – ha detto il direttore della Sala Stampa vaticana Matteo Bruni – informato della morte di Maradona, “ripensa con affetto alle occasioni di incontro di questi anni e lo ricorda nella preghiera, come ha fatto nei giorni scorsi da quando ha appreso delle sue condizioni di salute”. Gli incontri con Maradona si sono verificati nel 2014, in occasione della Partita per la pace, e poi nel 2015, nell’ambito delle iniziative e i progetti di Scholas Occurentes.

La famiglia di Diego Maradona inoltre, secondo quanto riferito da Radio Mitre di Buenos Aires, ha ricevuto un rosario e una lettera di condoglianze inviati da papa Francesco. Non solo: dedicata a Diego Armando Maradona c’è anche una “storia” sull’account Instagram Franciscus, nella sezione storie, con una foto di un loro incontro in Vaticano. La storia è accompagnata dall’hashtag #RIPMaradona.

Solo qualche giorno fa, raccontando di sé nel libro “Ritorniamo a sognare”, Francesco ha parlato del suo soggiorno in Germania e dell’aver vissuto nella solitudine il trionfo dell’Argentina ai mondiali nel 1986. Una vittoria nel segno di Diego Armando Maradona che ha consegnato all’Albiceste, per la seconda volta nella sua storia, la coppa del Mondo. E quella maglia numero 10, “El pibe de oro” la porta in Vaticano anni dopo, il primo settembre 2014. In Aula Paolo VI, Francesco ringrazia i campioni del calcio che avevano aderito alla partita interreligiosa per la pace che si sarebbe disputata in serata allo Stadio Olimpico di Roma. Una sfida tutta nel segno della solidarietà, organizzata da “Scholas occurrentes”, promossa dal Papa, e dall’associazione di Xavier Zanetti, altro importante campione argentino, “Fondazione P.u.p.i Onlus”.

Risale ad allora l’abbraccio commosso di Maradona al Papa, la consegna della maglia con su scritto “Francisco” e la dedica: “A Papa Francesco con tutto il mio affetto e molta pace per tutto il mondo”. Ai microfoni di molti giornalisti, Diego Armando dice che tra loro due “il vero fuoriclasse” è il Pontefice. E confessa di essersi allontanato dalla Chiesa ma di aver sentito profonda vicinanza con Francesco per la sua attenzione verso i poveri. “Cosa mi ha detto il Papa? Che mi stava aspettando”.

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La fede di Kobe, un fatto che dà speranza (di vera gloria)

Posté par atempodiblog le 28 janvier 2020

La morte del campione
La fede di Kobe, un fatto che dà speranza (di vera gloria)
di Ermes Dovico – La nuova Bussola Quotidiana

La fede di Kobe, un fatto che dà speranza (di vera gloria) dans Articoli di Giornali e News Kobe-e-Gianna-Maria

L’ex cestista americano, 41 anni, la figlia tredicenne e altre 7 vittime in un incidente in elicottero. “Non si può morire così”, scrivono alcuni. Tra fiumi d’inchiostro, pressoché ignorato il rapporto di Kobe con la fede cattolica. Che pure è stato decisivo nella sua vita terrena, come rivelò lui stesso, e richiama a ciò che conta davvero: l’eternità

Sono passate meno di 48 ore dalla notizia dell’incidente mortale di Kobe Bryant, 41 anni, e degli altri otto passeggeri del suo elicottero, compresa la tredicenne Gianna Maria, una delle quattro figlie del fuoriclasse della pallacanestro. Meno di 48 ore, ma si è già detto e scritto di tutto. All’incredulità e allo sgomento iniziali si sono aggiunte tante domande sul perché di una tragedia così, sulle sue cause. Si sono ricordati successi, record, aneddoti personali su Kobe, nonché i sogni della giovanissima figlia, un astro nascente del basket femminile.

Il Sikorsky S-76B su cui viaggiavano le nove vittime, decollate pochi minuti dopo le 9 di domenica 26 gennaio, era diretto alla Mamba Academy (l’accademia cestistica fondata da Bryant, detto “the Black Mamba”), proprio per un torneo a cui avrebbe dovuto giocare Gianna Maria. C’è chi, anche sui giornali, ha parlato di morte “assurda”, che non si può morire così, nel pieno della vita. Eppure si muore così e in mille altri modi che sfuggono alle possibilità di controllo di ogni essere umano. Povero o ricco, bambino o anziano, vip o sconosciuto, giusto o ingiusto, perché non sappiamo «né il giorno né l’ora» (Mt 25, 13), come disse Gesù nella parabola delle dieci vergini, invitando a vegliare in vista dell’incontro con lo Sposo. L’importante è allora come ci si è preparati per quell’incontro, che vale il luogo dove passeremo la nostra eternità.

La gloria terrena di Kobe è cosa nota. A livello di squadra, cinque titoli Nba con i Los Angeles Lakers e due ori olimpici con la nazionale statunitense. A livello individuale, una quantità enorme di allori. Per esempio: due volte miglior marcatore della stagione, due volte miglior giocatore delle finali, una volta miglior giocatore della stagione regolare, 11 volte nel miglior team di tutta l’Nba, il più giovane giocatore dell’All-Star Game (19 anni e 175 giorni), più tiri da 3 messi a segno in un tempo (8), l’unico giocatore nella storia della Nba ad aver segnato 60 punti nella sua ultima gara da professionista (a quasi 38 anni), 33.643 punti totali, il quarto di tutti i tempi nella storia dell’Nba: LeBron James gli ha soffiato il terzo posto pochi giorni fa e lui si era congratulato con l’amico via Twitter proprio la domenica dello schianto.

I giornali di casa nostra si sono soffermati anche sullo speciale rapporto che legava il campione all’Italia, dove Kobe ha vissuto dai 6 ai 13 anni, seguendo con la famiglia gli spostamenti del padre Joe, cestista anche lui, che giocò per le squadre di Rieti, Reggio Calabria, Pistoia e Reggio Emilia. Di qui, l’italiano fluente di Kobe e i nomi dati alle sue figlie: Natalia Diamante (2003), Gianna Maria (2006-2020), Bianka Bella (2016) e l’ultimogenita Capri Kobe (2019).

Molto meno conosciuto è invece il suo rapporto con la fede, anche in queste ore ignorato dal grande sistema mediatico, fatta salva qualche eccezione, prevalentemente di area cristiana.

Kobe era cresciuto in una famiglia cattolica e nella stessa fede ha voluto educare le sue figlie, nate dal matrimonio con Vanessa, cattolica anche lei e di quattro anni più giovane, sposata nel 2001 nella chiesa di Sant’Edoardo, a Dana Point (California).

Due anni più tardi, nel 2003, la nascita della primogenita ma anche uno scandalo che rischiava di travolgere per sempre la stella dell’Nba: una dipendente diciannovenne di un hotel del Colorado, dove Kobe aveva soggiornato, accusò il campione di averla stuprata. Seguì l’arresto, e la liberazione su cauzione. Bryant chiese pubblicamente perdono alla moglie, ammise l’adulterio, ma negò l’accusa dello stupro, sostenendo che si fosse trattato di un rapporto consensuale. Alcuni dei suoi maggiori sponsor rescissero il contratto con lui. Nel processo penale le accuse furono a un certo punto archiviate, mentre la causa civile venne risolta con un accordo tra le parti. Kobe aveva intanto fatto una dichiarazione pubblica di scuse alla ragazza e a tutte le persone offese dalla vicenda, sostenendo la linea del fraintendimento. Per lo stress dell’intera vicenda, la moglie Vanessa patì l’aborto spontaneo del loro secondo figlio.

In quella bufera personale e familiare, acuita dalla sovraesposizione mediatica, Kobe trovò la sua àncora di salvezza nella fede cattolica. Come spiegò in un’intervista a GQ nel 2015: «Avevo paura di andare in prigione? Sì. Amico, avevo 25 anni. Ero terrorizzato. L’unica cosa che mi ha davvero aiutato in quel processo – sono cattolico, sono cresciuto cattolico, i miei bambini sono cattolici – è stata parlare con un prete. In realtà è stato in qualche modo divertente. Lui mi guarda e dice: “L’hai fatto?”. E io dico: “Certo che no”. Poi chiede: “Hai un buon avvocato?”. E io: “Oh, sì, è fenomenale”. Allora lui mi disse solo: “Lascia correre, vai avanti. Dio non ti darà nulla che tu non possa affrontare, e ora è nelle Sue mani. Questo non è qualcosa che tu puoi controllare, quindi lascia correre”. E quello fu il punto di svolta».

Se l’affidamento a Dio lo salvò in quella circostanza, tuttavia le difficoltà e presumibilmente i vizi negli anni successivi riemersero, specie nel rapporto con la moglie. Nel 2011 Vanessa chiese il divorzio, parlando di “inconciliabili differenze”, come riferisce sempre GQ, ma il divorzio non si concretizzò e 13 mesi più tardi i due si riconciliarono, grazie anche alla volontà di Kobe di preservare il matrimonio: «Non ho intenzione di dire che il nostro matrimonio è perfetto […]. Noi lottiamo ancora, proprio come ogni coppia sposata. Ma sai, la mia reputazione di atleta è che sono estremamente determinato e che mi faccio un mazzo così. Come potrei farlo nella mia vita professionale se non fossi così nella mia vita personale, quando questa colpisce i miei figli? Non avrebbe alcun senso».

Kobe e sua moglie, come riporta la CNA, frequentavano regolarmente una parrocchia nella contea di Orange (California). E non solo per la Messa domenicale. La cantante Cristina Ballestero ha scritto un lungo post su Instagram sia per ricordare nella preghiera lui e la sua famiglia, sia per raccontare la sorpresa che ebbe nel vedere a Messa e ricevere l’Eucaristia, in un giorno infrasettimanale, Kobe Bryant.

Insieme alla moglie, il cestista ha dato vita a una fondazione per assistere in vari modi giovani senzatetto e dare una possibilità di crescita attraverso lo sport. Parlando di quest’opera nel 2012, spiegava di non voler un giorno guardare indietro e adagiarsi al pensiero: «Bene, ho avuto una carriera di successo perché ho vinto così tanti campionati e segnato così tanti punti», ma di voler lasciare un’eredità diversa, dicendosi: «Devi fare qualcosa che abbia un po’ più di peso, un po’ più di significato, un po’ più di scopo».

Padre David Barnes ha scritto su Twitter di aver saputo che domenica mattina, prima di prendere l’elicottero, Kobe è stato visto a Messa. E il sacerdote ha ricordato che «la Messa è adorazione di Dio. Il Paradiso è adorazione di Dio». Sa Dio dove si trova adesso Kobe. Per il resto, quel che è certo è che ora non serve chiedersi “perché” e rinchiudere lo sguardo dentro la sola prospettiva terrena, bensì offrire preghiere e suffragi per lui, gli altri defunti e per i loro cari rimasti quaggiù. Perché tutto cambia se si entra o no nell’unica ed eterna gloria, quella di Dio. Kobe, lo abbiamo visto, ci pensava. E si può credere che meditasse su questo passo: «Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dove è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore» (Mt 6, 19-21).

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Tragedia di Kobe Bryant

Posté par atempodiblog le 27 janvier 2020

Tragedia di Kobe Bryant: Purtroppo il campione è morto per lo schianto in elicottero, e con lui la figlia di 13 anni
Tratto da: Papaboys

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Morto Kobe Bryant: choc nello sport. La star della Nba Kobe Bryant è morto in un incidente di elicottero in California, nella contea di Los Angeles. Lo riporta il sito Tmz.

Secondo quanto riporta Tmz, Bryant era a bordo del suo elicottero privato con almeno altre tre persone, oltre al pilota. Anche Gianna Maria, la figlia di 13 anni, è morta nell’incidente. Il velivolo ha preso fuoco una volta precipitato e inutili sono stati i soccorsi.

La moglie Vanessa non sarebbe tra le vittime. Gianna Maria era la primogenita di Kobe e la moglie Vanessa, ed era un astro nascente del basket femminile. Ultimamente era stata ripresa in atteggiamento affettuoso col padre tra il pubblico di una partita dell’Nba. A bordo con loro anche un altro giocatore. Lo riferisce il network Espn, senza rendere note le generalità della vittima.

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Il Papa: il calcio resti un gioco, per far bene anche a testa e cuore

Posté par atempodiblog le 25 mai 2019

Il Papa: il calcio resti un gioco, per far bene anche a testa e cuore
Papa Francesco incontra in aula Paolo VI 5mila studenti di Lazio e Abruzzo, insieme a molti campioni e allenatori di calcio, riuniti nell’evento “il calcio che amiamo”. Il pallone, spiega, dev’essere un mezzo per condividere amicizie e mettersi alla prova, in quello che, “ma è opinione personale”, è il gioco più bello del mondo
di Alessandro Di Bussolo – Vatican News

Il Papa: il calcio resti un gioco, per far bene anche a testa e cuore dans Articoli di Giornali e News Facciamo-squadra-per-la-santit

Il calcio è un gioco di squadra che va vissuto come un mezzo “per invitare le persone reali a condividere l’amicizia, a ritrovarsi in uno spazio, a guardarsi in faccia, a sfidarsi per mettere alla prova le proprie abilità”. Così può davvero “far bene anche alla testa e al cuore” in una società che esaspera “la centralità del proprio io, quasi come un principio assoluto”. Papa Francesco parla così del “gioco più bello del mondo”, a 5mila ragazzi protagonisti dell’evento “il calcio che amiamo”, organizzato fin dalla mattina, in aula Paolo VI, dalla Gazzetta dello Sport, in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, la Federazione Italiana Giuoco Calcio e la Lega di Serie A.

Tanti campioni e allenatori, da Eto’o a Mancini
Un momento di festa per cinquemila studenti di Roma, Lazio e Abruzzo, dalle primarie fino alle superiori, invitati a riflettere sul calcio come divertimento, educazione e inclusione, aiutati da campioni come Samuel Eto’o, ex stella camerunese dell’Inter, gli allenatori Arrigo Sacchi e Roberto Mancini, attuale commissario tecnico della Nazionale Italiana, il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti, il presidente della Figc Gabriele Gravina, il presidente della Lega Serie A Gaetano Miccichè, il presidente del Coni Giovanni Malagò, il vicepresidente dell’Inter Javier Zanetti, l’attuale allenatore del Camerun Clarence Seedorf, il tecnico della Roma Claudio Ranieri, l’ambasciatore del Milan Franco Baresi, il dirigente delle giovanili Juve Gianluca Pessotto, la leggenda del calcio femminile italiano Carolina Morace, il capitano della nazionale italiana amputati Francesco Messori. Per salutare il Papa interviene Urbano Cairo, presidente di Rcs MediaGroup.

Dietro a una palla che rotola, i sogni di un ragazzo
E Francesco inizia a parlare ai ragazzi e ai campioni con un sorriso, ricordando “quando ho sentito quell’ohhh (la ola fatta al suo arrivo, n.d.r.) come se io avessi segnato”, e poi facendo memoria di quello che san Giovanni Bosco, l’inventore degli oratori, amava ripetere ai suoi educatori: “Volete i ragazzi? Buttate in aria un pallone e prima che tocchi terra vedrete quanti si saranno avvicinati!”.

Dietro a una palla che rotola c’è quasi sempre un ragazzo con i suoi sogni e le sue aspirazioni, il suo corpo e la sua anima. In un’attività sportiva non sono coinvolti solo i muscoli ma l’intera personalità di un ragazzo, in tutte le sue dimensioni, anche quelle più profonde. Infatti, di qualcuno che si sta impegnando molto, si dice: “sta dando l’anima”.

Lo sport: dare il meglio di sé, ma non da soli
“Lo sport – prosegue il Pontefice – è una grande occasione per imparare a dare il meglio di sé, con sacrificio e impegno, ma soprattutto non da soli”. Oggi, grazie anche alle nuove tecnologie, chiarisce Papa Francesco, “è facile isolarsi, creare legami virtuali con tanti ma a distanza”. Il bello di giocare con un pallone, invece, “è di poterlo fare insieme ad altri, passandoselo in mezzo a un campo, imparando a costruire azioni di gioco, affiatandosi come squadra”.

Cari amici: il calcio è un gioco di squadra, non ci si può divertire da soli! E se è vissuto così, può davvero far bene anche alla testa e al cuore in una società che esaspera il soggettivismo, cioè la centralità del proprio io, quasi come un principio assoluto.

Il calcio è ancora il gioco più bello del mondo?
Se tanti, continua Francesco, definiscono il calcio “il gioco più bello del mondo”, e “lo penso io stesso, ma è un’opinione personale”, spesso purtroppo si sente anche dire: “il calcio non è più un gioco!”. Perché, spiega il Papa, anche nel calcio giovanile “assistiamo a fenomeni che macchiano la sua bellezza”. “Ad esempio – sottolinea – si vedono certi genitori che si trasformano in tifosi ultras, o in manager, in allenatori”. Anche la Federazione italiana, ricorda il Pontefice , si chiama “Federazione Italiana Gioco Calcio”. Ma a volte la parola “gioco” viene dimenticata, e magari sostituita “con altre meno coerenti, se non del tutto contrarie alle finalità”. “Invece – scandisce Papa Francesco – è un gioco e tale deve rimanere! Non dimenticate questo: il calcio è un gioco”.

Rappresentanza-giovanili-del-Torino-in-Vaticano dans Fede, morale e teologia
Una rappresentanza del settore giovanile del Torino in Vaticano per l’evento “Il calcio che amiamo”

Il diritto di ogni ragazzo a non essere un campione
“Giocare rende felici” perché “si può esprimere la propria libertà, si gareggia in modo divertente”, si rincorre un sogno “senza, però, diventare per forza un campione”. E’ sancito dalla Carta dei Diritti dei Ragazzi allo sport, ricorda Francesco, il diritto di ogni ragazzo di “non essere un campione”.

Cari genitori, vi esorto a trasmettere ai vostri figli questa mentalità: il gioco, la gratuità, la socialità… A incoraggiarli nei momenti difficili, specialmente dopo una sconfitta… E ad aiutarli a capire che la panchina non è un’umiliazione, ma un’occasione per crescere e un’opportunità per qualcun altro. Che abbiano sempre il gusto di dare il massimo, perché al di là della partita c’è la vita che li aspetta.

Genitori alleati degli allenatori per l’educazione
Il Papa invita i genitori “a cercare alleanza con la società sportiva dei vostri figli, soprattutto con gli allenatori”, perché “allenare è una sorta di accompagnamento, come un guidare verso un di più e un meglio”. E voi allenatori, aggiunge il Pontefice “vi trovate ad essere dei punti di riferimento autorevoli per i ragazzi che allenate: con voi passano tanto tempo, in un’attività che a loro piace e li gratifica” “Tutto ciò che dite e fate, il modo in cui lo dite e lo fate – chiarisce Papa Francesco – diventa insegnamento per i vostri atleti, cioè lascerà un segno indelebile nella loro vita, in bene o in male”.

Vi chiedo di non trasformare i sogni dei vostri ragazzi in facili illusioni destinate a scontrarsi presto con i limiti della realtà; a non opprimere la loro vita con forme di ricatto che bloccano la loro libertà e fantasia; a non insegnare scorciatoie che portano solo a perdersi nel labirinto della vita. Possiate invece essere sempre complici del sorriso dei vostri atleti!

Campioni: incoraggiate i giovani a diventare “grandi nella vita”
Infine Francesco si rivolge ai grandi campioni del calcio, “a cui si ispirano questi giovani atleti”. Non dimenticate da dove siete partiti, dice il Papa “quel campo di periferia, quell’oratorio, quella piccola società”. Vi auguro “di sentire sempre la gratitudine per la vostra storia fatta di sacrifici, di vittorie e sconfitte”.

E di sentire anche la responsabilità educativa, da attuare attraverso una coerenza di vita e la solidarietà con i più deboli, per incoraggiare i più giovani a diventare grandi dentro, e magari anche campioni nella vita. Grandi nella vita: questa è la vittoria di noi tutti, è la vostra vittoria che giocate a calcio. E ai dirigenti: per favore, custodite sempre la amatorialità, che è una mistica… è una mistica. Che non finisca la bellezza del calcio in un do ut des dei negozi finanziari.

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Torino al Chapecoense, ‘destino ci lega’

Posté par atempodiblog le 29 novembre 2016

Torino al Chapecoense, ‘destino ci lega’
Chiaro riferimento dei granata alla tragedia del ‘49 a Superga

Torino al Chapecoense, ‘destino ci lega’ dans Articoli di Giornali e News Chapecoense

“Il presidente Urbano Cairo e tutto il Torino Football Club partecipano al cordoglio per la tragedia che ha colpito la società del Chapecoense, in Colombia. È un destino che da oggi ci lega indissolubilmente, vi siamo fraternamente vicini”.

Questo il toccante messaggio del club granata rivolto attraverso il proprio sito internet alla squadra brasiliana vittima la notte scorsa di un incidente aereo a sud di Medellin. Chiaro il riferimento alla tragedia che il 4 maggio 1949 a Superga colpì il Grande Torino.

Fonte: Ansa

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La storia del Toro premiata con il Collare d’Oro del Coni

Posté par atempodiblog le 4 novembre 2016

La storia del Toro premiata con il Collare d’Oro del Coni dans Sport Torino

Una storia da leggenda. Ora valorizzata anche da un premio che solo i migliori ricevono. E che riconoscimento: al Torino è stato assegnato il Collare d’oro dal Comitato Olimpico Nazionale Italiano, cioè la massima onorificenza possibile per meriti sportivi.  

Viene conferita una sola volta nella carriera sportiva e quest’anno se l’è assicurata la società guidata dal 2005 dall’imprenditore alessandrino Urbano Cairo. Così ha deciso la Giunta del Coni per l’impronta lasciata dal Torino in oltre cent’anni di vita. Una firma indelebile che ha valorizzato e rappresentato lo sport italiano nel mondo. Dai pionieri del calcio al Grande Torino simbolo della nuova speranza nell’Italia del Dopoguerra, fino alla squadra dell’ultimo scudetto del 1976 targato Gigi Radice, al fenomenale vivaio che ha fatto scuola e per trent’anni ha dominato i campionati giovanili. Una storia unica di successi, allenatori e campioni che il 19 dicembre prossimo, alle 11.30, sarà premiata a Roma dal presidente del Coni Giovanni Malagò, con la presenza anche del premier Matteo Renzi.  

Oltre alla squadra granata, le altre società scelte dal Coni sono: Ginnastica Pavese, Verbano Yacht Club, Vela Nuoto Ancona, Canottieri Pro Monopoli, Tennis Club Napoli, Torino Calcio e Gruppo Forestale. Tra le personalità di spicco legate al mondo dello sport collare d’oro a Giorgio Napolitano, Francesco Ricci Bitti e Luigi Riva.

di Francesco Manassero – La Stampa

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La lezione di Montolivo: una carezza che spiazza gli sciacalli del web

Posté par atempodiblog le 12 octobre 2016

La lezione di Montolivo: una carezza che spiazza gli sciacalli del web
di Roberto De Ponti – Corriere della Sera

La lezione di Montolivo: una carezza che spiazza gli sciacalli del web dans Articoli di Giornali e News Montolivio

«Devi morire». Siamo così abituati al becero coro da stadio, quando il calciatore di turno rimane a terra, da non far più caso a quanto greve (oltre che grave) possa essere un invito a passare a miglior vita rivolto a un giocatore infortunato.

È la forza — si fa per dire — dell’anonimato da curva. Nascondendosi nel branco, è possibile vomitare insulti di ogni genere con la tranquillità vigliacca di rimanere impuniti. In piccolo, quello che capita nella Rete.

Accade che Riccardo Montolivo, calciatore del Milan inspiegabilmente assurto a causa di tutti i mali del calcio italiano, si frantumi un ginocchio giocando in Nazionale, ed è quello stesso Montolivo che nell’ultima amichevole prima del Mondiale 2014 si è fratturato una tibia, giusto per ricordare che il ragazzo non è particolarmente fortunato. Accade che mentre esce dal campo in barella, Montolivo venga «salutato» dai tifosi italiani con fischi («osceni», li definirà a fine partita il capitano azzurro Buffon).

Accade soprattutto che il calciatore, nel suo letto d’ospedale, venga bersagliato via Internet da insulti di ogni genere. E che risponda su Facebook in modo disarmante: «Grazie di cuore a tutte le persone che hanno speso un pensiero per me… tifosi, colleghi, addetti ai lavori. È stato bello, in un momento così faticoso, ricevere così tanti attestati di stima e affetto. E una carezza a tutti quelli che mi hanno augurato la rottura di tibia e perone, la rottura di tutti i legamenti e la morte… con l’augurio che la vita riesca a farvi crescere in educazione e rispetto dell’essere umano». Grande Montolivo. Più limpido di un passaggio filtrante, più essenziale di un gol all’incrocio.

Sappiatelo, fenomeni che nascosti nell’anonimato della Rete insultate, invitate alla morte, spingete al suicidio: una carezza vi seppellirà.

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Lì ricomincia la storia del calcio

Posté par atempodiblog le 1 septembre 2016

Lì ricomincia la storia del calcio dans Citazioni, frasi e pensieri Ricomincia_la_storia_del_calcio

“Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per strada, lì ricomincia la storia del calcio”.

Jorge Luis Borges

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L’uomo più veloce del mondo è devoto alla Medaglia Miracolosa

Posté par atempodiblog le 17 août 2016

L’uomo più veloce del mondo è devoto alla Medaglia Miracolosa
di Aleteia

L’uomo più veloce del mondo è devoto alla Medaglia Miracolosa dans Articoli di Giornali e News Usain_Bolt_e_Medaglia_Miracolosa

Usain Bolt è attualmente l’uomo più veloce al mondo: per le terze Olimpiadi consecutive (dopo Pechino 2008 e Londra 2012), il 14 di agosto ha ottenuto la medaglia d’oro nei 100 metri. Ma queste tre medaglie d’oro non sono le uniche che porta. L’atleta ne indossa un’altra sempre al collo, conosciuta come Medaglia Miracolosa, frutto delle apparizioni della Madonna a Santa Caterina Labouré.

Usain_Bolt dans Rue du Bac - Medaglia Miracolosa

Bolt appartiene infatti a una famiglia cattolica, confessione minoritaria in Giamaica. Il suo secondo nome, Leo, gli è stato dato in ricordo in un Papa dei primi secoli del cristianesimo. L’atleta è tendenzialmente riservato, ma non nasconde la sua fede: anzi, fa spesso il segno della croce e sui social network ringrazia Dio per i suoi successi (ma anche per le sue sconfitte).

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Olimpiadi. Il “selfie” delle ginnaste riunisce le Coree

Posté par atempodiblog le 17 août 2016

Olimpiadi. Il “selfie” delle ginnaste riunisce le Coree
Continua a suscitare interesse e commenti una delle foto simbolo delle Olimpiadi di Rio, quella del selfie scattato da due atlete coreane, una del Nord e l’altra del Sud, e definito da più parti la “l’icona dell’unità” tra due Paesi nemici da oltre 60 anni.
di Alessandro De Carolis – Radio Vaticana

Olimpiadi. Il “selfie” delle ginnaste riunisce le Coree dans Articoli di Giornali e News Lee_Eun_Ju_e_Hong_Un_Jong

Il gioco di parole viene facile: ciò che il 38.mo parallelo divide, due parallele asimmetriche hanno unito, assieme a qualche migliaio di pixel come un buon selfie impone. La foto che si scattano insieme contente due atlete formalmente “nemiche”, a loro volta immortalate da un fotografo in servizio tra le pedane dell’Arena di Barra a Rio de Janeiro, è l’icona che sgretola nello spazio di un flash gli effetti di tanti proclami guerrafondai e di provocazioni muscolari a colpi di test missilistici ed esercitazioni militari congiunte.

Perché se le prime a non ricordarsi, o forse a ignorarlo di proposito, di doversi comportare come le obbligherebbe il peso di 60 anni di storia e di separazione sono due ragazze, una anzi poco più che ragazzina, allora il mondo ha davvero speranze di futuro migliori di quelle soffocate dal pessimismo allarmato che oggi dilaga.

A ben guardarli, i visi accostati di Lee Eun-ju, sudcoreana, 17 anni, e di Hong Un-jong, 27 anni, nordcoreana e campionessa olimpica, e soprattutto il loro sorriso non di facciata, ci raccontano senza bisogno di acuti commenti che, nel loro caso, né la strategia dell’odio di regime inculcato di padre in figlio né la retorica dello “rogue-State” hanno avuto la forza di avvelenare due ragazze “diversamente coreane” che anzi incontrandosi sotto i cerchi olimpici invece di ignorarsi, come fossero state in divisa invece che in tuta, si sono avvicinate cordiali per stringersi la mano, come si fa tra amici.

E quando la più giovane, ginnasta ancora agli inizi, ha proposto il selfie alla collega celebre e pluridecorata, nessuna delle due deve aver pensato – e il piacere di farsi il selfie lo dimostra – di essersi stretta al fianco della rappresentante di uno “Stato-canaglia” piuttosto che dell’imperialismo occidentale. Più probabilmente, saranno state soprattutto contente di ritrovarsi, da coreane, a difendere in mezzo a dozzine di atlete di tutto il mondo l’onore sportivo del loro Paese, che solo una striscia su un mappamondo e troppo filo spinato e una ostilità continuamente alimentata a freddo si ostina a volere spaccato a metà.

Chissà ora come nei loro Paesi – soprattutto a Pyongyang, si chiedono preoccupati in tanti sui social – verrà presa questa mancanza di aggressività e questa istintiva manifestazione di amicizia tra due nemiche che non sanno di esserlo o non ne vogliono sapere. La speranza è che chi passa il tempo a fare complessi calcoli geopolitici per anticipare a oggi il potere che avrà in futuro si lasci per una volta contagiare dalla levità dei volteggi di cui queste due ragazze sono maestre e riesca a vedere, nella filigrana di una foto bella e “impossibile”, come realmente i giovani, non solo coreani, vorrebbero il loro mondo di domani.

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