I cinque campioni dello sport dell’Asia centrale

Posté par atempodiblog le 23 juillet 2025

I cinque campioni dello sport dell’Asia centrale
Un concorso promosso dalle rispettive emittenti ha scelto gli atleti più rappresentativi di ciascuno dei cinque Paesi. Dal judoka rifiutato dai russi e salito sul podio alle olimpiadi per il Tagikistan al calciatore uzbeko che gioca in Premier League e ha trascinato la sua nazionale alla qualificazione mondiale. Fino al kazako scopertosi maratoneta dopo una malattia.
di Vladimir Rozanskij – AsiaNews

I cinque campioni dello sport dell'Asia centrale dans Articoli di Giornali e News Abdukodir-Khusanov

Si è concluso il concorso degli “Eroi dello sport dell’Asia centrale”, sostenuto dalle redazioni di Radio Svoboda di Azattlyk in Kazakistan e Kirghizistan, Azatlyk in Turkmenistan, Ozodlik in Uzbekistan e Ozodi in Tagikistan, iniziato a ottobre del 2024, allo scopo di dare il giusto rilievo agli atleti che hanno ottenuto successi significativi nonostante le tante difficoltà delle attese sociali, dei tabù culturali e delle sfide fisiche e sociali da superare.

I candidati proposti sono stati moltissimi, e le redazioni hanno alla fine presentato i profili di cinque sportivi capaci di superare grandi difficoltà, raggiungendo importanti risultati. I vincitori sono stati scelti secondo i criteri dell’impatto sociale, delle votazioni dei giornalisti sportivi, del parere del pubblico e delle stesse redazioni, scegliendo un rappresentante per ciascuno dei cinque Paesi dell’Asia centrale come esempi di grande forza e decisione per chi cerca di superare le difficoltà della vita.

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Per il Kazakistan il vincitore è Dosmukhamed Tulegenov, abitante del villaggio di Arkarly della regione di Žetysu, a cui per 34 anni è stata diagnosticata una malattia neurologica molto grave, dovuta a un tumore al cervello. Per dieci anni è rimasto a letto immobilizzato, nella solitudine, nel dolore e nella disperazione, desiderando solo di morire, ma è rimasto in vita per stare insieme ai suoi tre figli. Con una invalidità di II grado, egli non poteva né leggere, né guardare la televisione, e neppure sedersi, ma dopo dieci anni ha deciso di fare un passo in avanti, riprendendosi a poco a poco. Dalle passeggiate è passato alle corse, “riscoprendo la libertà”, come lui stesso racconta, fino a cimentarsi nelle maratone. Oggi Dosmukhamed ha 62 anni e vive nel suo paese insieme alla moglie, dopo oltre 40 anni di matrimonio, ai figli e ai nipoti che lo seguono e lo accompagnano nelle gare in tutto il Kazakistan, dove viene considerato uno dei migliori corridori sulle lunghe distanze.

La campionessa del Kirghizistan è la 41enne Gulnat Žuzbaeva, che fin da piccola aveva il sogno di vedere Parigi, dove alla fine è arrivata non come turista, ma come atleta paralimpica, raggiungendo una vittoria che ha ispirato tutti gli invalidi kirghisi. Avendo perso la vista fin dagli anni dell’infanzia, è riuscita comunque a finire la scuola e l’università fino a fondare l’Unione dei ciechi del Kirghizistan, addestrando oltre 200 persone non vedenti ad una vita autonoma, anche leggendo e usando liberamente il computer. A Parigi ha corso i 1.500 metri sulla riva della Senna, raggiungendo il 13° posto e stabilendo il record nazionale, dopo aver conquistato medaglie d’argento e bronzo ai Giochi paraolimpici asiatici.

Il 26enne Somon Makhmadbekov è nato nella città russa di Irkutsk in Siberia, ma i russi non gli hanno permesso di gareggiare, in quanto i suoi genitori erano privi della cittadinanza russa. Tornato in Tagikistan, ha preso il passaporto e ha cominciato a rappresentare con orgoglio il Paese nativo della sua famiglia, conquistando molte medaglie nel judo e guadagnandosi la fiducia dei suoi connazionali, fino al bronzo olimpico del 2024 a Parigi.

Il turkmeno Murad Kurbanov ha il 6° dan nell’arte marziale giapponese dell’Aikidō, simbolo della contrapposizione pacifica, e fu costretto nel 2005 a lasciare il Paese per aver criticato alcune ingiustizie, perdendo casa, lavoro e affetti, finendo per lavorare come operaio in un cantiere della Francia. Grazie all’esercizio della lotta non ha perso il controllo e l’armonia della sua persona, ed è riuscito a creare una società di custodia basata su questi principi. Oggi, a 59 anni, egli ritiene che l’Aikidō non lo abbia solo aiutato nei successi, ma gli abbia salvato la vita.

L’uzbeko Abdukodir Khusanov, chiamato “il Treno” per la sua velocità di corsa, è stato il primo calciatore dell’Asia centrale a giocare in Premier League firmando un contratto con il Manchester City nel 2025, acquistato per 41 milioni e diventando una leggenda per l’Uzbekistan e l’intera regione. Dopo essere stato rifiutato dalle squadre più importanti in patria, ha giocato in Bielorussia, poi in Francia nelle leghe minori, fino alla gloria inglese, simbolo nella nuova era del football uzbeko, primo Paese centrasiatico che parteciperà ai campionati del mondo di calcio nel 2026 in America.

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DIOGO JOTA/ Il senso di una morte che non si misura con i criteri del mondo

Posté par atempodiblog le 6 juillet 2025

DIOGO JOTA/ Il senso di una morte che non si misura con i criteri del mondo
Diogo Jota, attaccante portoghese del Liverpool, è morto in un incidente stradale in Spagna insieme al fratello. Tutto nella sua vita parlava di futuro
di Don Federico Pichetto – Il Sussidiario

DIOGO JOTA/ Il senso di una morte che non si misura con i criteri del mondo dans Articoli di Giornali e News Andr-Silva-e-Diogo-Jota

Vi sono eventi che sembrano non appartenere alla cronaca, ma affacciarsi su quella soglia silenziosa che separa il visibile dall’invisibile. La morte improvvisa di Diogo Jota, giovane calciatore del Liverpool, e di suo fratello André, avvenuta mentre facevano ritorno a casa, ci pone dinanzi a uno di questi eventi.

Nulla, in apparenza, faceva presagire una fine così precoce. Una carriera affermata, una recente unione matrimoniale, una famiglia con tre figli piccoli: tutto parlava di vita, di promessa, di futuro.

Tuttavia, proprio quando l’uomo si ritiene al sicuro, quando crede di possedere il tempo, la realtà si incarica di ricordargli la sua condizione creaturale. In un istante, ciò che sembrava stabile si infrange, e ci si ritrova senza appigli, esposti al mistero. Questo non significa che la morte sia priva di senso. Significa piuttosto che il senso non si colloca dove la logica dell’efficienza e della prestazione lo vorrebbe cercare.

Nel mondo contemporaneo, l’idea di felicità si è gradualmente identificata con la realizzazione di sé. Essa viene concepita come il risultato di una vita pianificata, ben costruita, conforme a un’immagine ideale che ciascuno elabora per sé stesso. Ma questa concezione è profondamente fragile. Essa è esposta, per sua natura, all’illusione. L’uomo non è padrone del tempo. Non può garantirsi né la durata né il compimento dei suoi progetti.

La Scrittura, al contrario, propone una concezione diversa del tempo e della felicità. Il tempo non è qualcosa da possedere, ma un dono da accogliere. La felicità non è un risultato, ma una risposta. Non si tratta di riuscire, ma di lasciarsi amare. Il vero compimento dell’uomo non sta nell’essere ciò che si è progettato, ma nell’essere riconosciuto da uno sguardo che lo precede, lo conosce, lo chiama per nome.

Questo sguardo è lo sguardo del Padre. In esso l’uomo si compie, anche se il suo percorso terreno appare interrotto. Anche un solo giorno, vissuto nella luce dell’amore, può contenere l’eternità. Anche un istante, se vissuto nella verità, può diventare definitivo.

La vita di Diogo Jota, nella sua brevità, reca tracce di una bellezza che non si misura con i criteri del mondo. Il legame con il fratello, l’amore per la sposa, la paternità vissuta nei primi anni di tre figli: sono segni di una vocazione all’Altro, di un’apertura che non si lascia chiudere nell’immanenza del successo sportivo o dell’immagine pubblica.

Non conosciamo il suo cuore. Ma possiamo dire che vi è una verità che ci riguarda tutti: l’uomo non è fatto per trattenere, ma per affidare. Non è fatto per dominare il tempo, ma per attraversarlo nella gratitudine e nella speranza.

Solo in questa luce la morte si sottrae all’assurdo. Non perché il dolore venga meno – esso resta, nella carne e nell’anima di chi sopravvive –, ma perché non è più privo di direzione. La speranza cristiana non nega la realtà della morte, ma la interpreta alla luce della risurrezione. Essa annuncia che nulla, nella vita dell’uomo, è perduto se è stato vissuto nell’amore. E che ciò che ci appare come fine, è in realtà un compimento.

Nel tempo che ci è dato, nessuno può sapere quanto durerà il cammino. Ma ciascuno può scegliere come percorrerlo. L’essenziale non è costruire qualcosa che duri, ma vivere in modo che ogni gesto sia già pieno di eternità. In questo senso, la vera felicità non è una conquista, ma una corrispondenza. Non un diritto, ma un incontro.

Per questo, la morte di un uomo giovane non è inutile, se ci richiama alla verità su noi stessi. Se ci invita a lasciare cadere l’illusione di essere i padroni della nostra esistenza. Se ci conduce a riscoprire il senso dell’attesa e della fiducia. E se ci apre, infine, alla preghiera.

Non c’è nulla di più umano – e di più cristiano – che pregare per i morti. Non è un atto rituale. È un atto di fede: fede nel fatto che nessuna vita si perde in Dio, e che ogni amore vissuto nella verità sarà raccolto nella sua misericordia.

Pregare per Diogo e per André significa riconoscere che la loro vita non si è spenta nel nulla, ma è entrata nel silenzio fecondo di un Altro. E che noi, pellegrini nel tempo, possiamo già da ora lasciarci attirare da quella luce che non tramonta.

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La storia incredibile di Nadia Nadim, la dottoressa del calcio che ha segnato a San Siro

Posté par atempodiblog le 11 décembre 2024

La storia incredibile di Nadia Nadim, la dottoressa del calcio che ha segnato a San Siro
Fuggita a 11 anni dall’Afghanistan, con la mamma e le sorelle, dopo l’assassinio del padre per mano dei Talebani, ha scoperto il calcio in un campo profughi in Danimarca e non è finita lì
di Elisa Chiari – Famiglia Cristiana

La storia incredibile di Nadia Nadim, la dottoressa del calcio che ha segnato a San Siro dans Articoli di Giornali e News Nadia-Milan

C’è chi dice che la vita di Nadia Nadim, l’attaccante del Milan che dal 10 dicembre 2024, è la prima calciatrice straniera a segnare una rete a San Siro, sembra un romanzo o un film. Ma chi lo fa dimentica che spesso la realtà ha più fantasia di ogni arte e di ogni letteratura. La storia da 250 reti nel calcio femminile di questa donna tosta, che non disdegna di mostrarsi su Instagram in mille vesti, sportive e da sera, e anche da sposa quando nell’agosto scorso ha sposato in Turchia il fidanzato storico Idrees, è cominciata nel 1988, da secondogenita di una famiglia di cinque figlie femmine.

Nadia aveva sette anni quando i Talebani hanno preso il potere e ristretto la sua vita di bambina. Ne aveva 11, quando il padre, generale dell’esercito considerato espressione dell’esiliato governo di Burhanuddin Rabbani, è stato ucciso dai Talebani. In quel momento la madre ha preso il coraggio della disperazione ha venduto tutti gli averi di casa per partire con cinque bambine alla ricerca di un posto di mondo meno pericoloso in cui vivere, nell’immaginario c’era Londra, dove già c’era un pezzo di famiglia. Il destino ha deciso diversamente: attraverso il Pakistan, con passaporti falsi rimediati a Islamabad, sono arrivate fino all’Europa. Nelle tappe del viaggio anche Milano, quattro giorni in quello che nei suoi racconti di questi anni Nadia ha raccontato come uno scantinato freddo, buio e molto sporco. Di lì in clandestinità dentro un camion che si credeva diretto in Inghilterra e invece è approdato a Renders in Danimarca, dove prima di qualunque altra cosa hanno dovuto chiedere a un passante: “Dove siamo?”. Per poi approdare al primo posto di polizia a fare domanda di asilo. Una domanda accolta in tempi relativamente brevi e cominciata con l’umanità di un agente che a cinque bambine sedute ad aspettare la mamma che esponeva le sue ragioni alla Polizia, ha chiesto a gesti toccandosi la pancia: “avete fame?” e ha rimediato loro qualcosa da mangiare. Un ricordo capace di fissarsi nella mente di una bambina che ancora non aveva un posto nel mondo e di indirizzare in lei un desiderio ancora senza forma di fare qualcosa per aiutare gli altri.

Il calcio a quel tempo non era neanche nei calcoli: nessuna di quelle bambine aveva mai visto una ragazza giocare a pallone. È successo per la prima volta dietro la rete di un campo profughi danese, dove Nadia e la mamma e le sorelle sono state per qualche anno. Quel campo di calcio, in cui Nadia e le due sorelle più grandi sono entrate quasi per caso, è diventato presto l’emblema della libertà: dopo cinque anni in cui era stato loro vietato di uscire, di andare a scuola, di fare sport di fare qualunque cosa, passare la mattina a studiare la lingua del Paese che le aveva accolte e il pomeriggio a giocare, un gioco creduto da maschi, con le altre bambine rifugiate, significava un modo diverso di vedere la vita e cominciare a pensarsi in un mondo nuovo.

Una volta uscita dal campo profughi, e arrivata in una piccola vera casa, Nadia ha cominciato a giocare con una società di Skørping vicino a dove vivevano. Ma presto con la scoperta del talento è arrivata la proposta di una squadra di livello superiore l’Aalborg. Significava bicicletta, treno, autobus, ore di viaggio dopo la scuola. La madre non voleva saperne: dovete studiare, se non studiate vi perderete, il calcio non è un lavoro e poi non abbiamo i soldi. In una parola tutto il campionario di ragionevolezza che metterebbe davanti una madre sola con cinque figlie in un paese straniero. La società si offrì di pagare il viaggio rimuovendo il primo ostacolo, Nadia fece il resto mantenendo la promessa di portare a casa sempre i voti migliori. Era partita da una sequela di “non puoi”, a trasgredire i quali si rischiava la vita, nella sua nuova aveva deciso che avrebbe rimosso da sola gli ostacoli che erano solo questione di organizzazione e di buona volontà.

Questo ha fatto sì che oggi Nadia Nadim sia una stella del calcio femminile, la prima naturalizzata a far parte della Nazionale di calcio danese, che ha giocato nel Paris Saint Germain, nel Machester City e ora nel Milan, mettendo insieme oltre 250 reti.

All’università di Aarhus in Danimarca si è laureata in medicina, utilizzando il periodo in cui ha giocato negli Stati Uniti per studiare durante la stagione di gioco e concentrare i tirocini nella pausa dal campionato, più lunga che in Europa: c’è voluto più tempo del normale: un semestre all’anno invece di due, ma anche in questo Nadia ha mantenuto la promessa fatta alla madre e risposto a chi le diceva: “Non ce la farai mai”. Ripete di aver scelto la medicina in ossequio a quel desiderio di tornare un giorno utile a qualcuno.

La visibilità che ottiene sul campo da calcio le serve anche per promuovere nel mondo l’importanza dello sport e dell’istruzione per le bambine e i bambini dei Paesi più poveri. Quando le chiedono della parità nel calcio risponde: «Non sono femminista, ma umanista, nel senso che mi interessano le persone, e realista: so che non arriveremo facilmente alla parità con i maschi nel calcio ma possiamo crescere molto». E intanto si batte perché nessun bambino e nessuna bambina nel mondo davanti all’aula di una scuola o a un campo di calcio si senta sentire dire: «Non puoi». Al momento la sua residenza è la Danimarca, è lì che ha comprato la prima casa alla sua mamma, scomparsa nel 2022 investita da un camion. Ha detto che se mai tornerà in Afghanistan sarà come chirurga. Vuol dire che il mondo, quel mondo, deve fare ancora un pezzo di strada.

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Zapata, gol da record contro l’Hellas Verona: è il miglior marcatore di A in attività con Dybala

Posté par atempodiblog le 21 septembre 2024

Zapata, gol da record contro l’Hellas Verona: è il miglior marcatore di A in attività con Dybala
Fonte: La Gazzetta dello Sport FB

Zapata, gol da record contro l’Hellas Verona: è il miglior marcatore di A in attività con Dybala dans Articoli di Giornali e News Duvan-Zapata

Con la rete segnata a Verona, il bomber e capitano del Torino Duvan Zapata entra nella Top 50 dei migliori marcatori d’ogni epoca del campionato. Ma soprattutto ha raggiunto Paulo Dybala a quota 123 reti segnate in carriera in testa alla classifica dei cannonieri in attività: tra gli uomini oggi in Serie A, nessuno ha segnato più dell’attaccante granata.

Quello del Bentegodi è il gol numero 14 di Zapata in 41 presenze in Serie A con la maglia del Torino, a cui è arrivato nell’estate 2023 come culmine di una carriera italiana in cui ha vestito altre quattro maglie: lo ha portato nel nostro campionato il Napoli, con cui ha segnato 11 reti in 37 presenze tra il 2013 e il 2015, poi è passato all’Udinese dove ha lasciato il segno con 18 reti in 63 presenze tra il 2015 e il 2017, dunque una stagione alla Sampdoria da 11 marcature in 31 partite nel 2017-18 e infine un quinquennio all’Atalanta da 69 gol in 153 presenze. Totale 123 e ancora tanto da dare, a 33 anni, da capitano del Torino.

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Hidilyn Diaz e Nostra Signora della Medaglia Miracolosa

Posté par atempodiblog le 11 août 2024

Hidilyn Diaz e Nostra Signora della Medaglia Miracolosa dans Apparizioni mariane e santuari Hidilyn-Diaz-a-Rue-du-Bac-Medaglia-Miracolosa

Hidilyn Diaz, il 6 agosto scorso, ha mantenuto la promessa di visitare Nostra Signora della Medaglia Miracolosa in Rue du Bac, a Parigi.
La visita è avvenuta durante i festeggiamenti per l’anniversario della dedicazione della Cappella consacrata al Sacro Cuore e, successivamente, a Nostra Signora della Medaglia Miracolosa. La Cappella fu solennemente benedetta il 6 agosto del 1815 e dedicata al Sacro Cuore di Gesù.
L’atleta filippina ha conquistato, nel 2021 a Tokyo, la prima medaglia d’oro per il suo paese nella storia dei Giochi Olimpici e, in quell’occasione, aveva espresso il desiderio di recarsi a Rue du Bac nella chiesa in cui la Santa Vergine era apparsa a santa Caterina Labouré.
Ai Giochi di Parigi 2024 il suo connazionale Carlos Yulo, vincitore di due ori in questa edizione, alzando un braccio al Cielo e recitando una preghiera, ha voluto ringraziare il Signore per essere presente nella sua vita.
Hidilyn ci incoraggia ad avere fiducia nella Mamma del Cielo e ci rivolge un invito: «Recitiamo sovente la giaculatoria incisa sulla Medaglia: “O Maria, concepita senza peccato, pregate per noi che ricorriamo a voi”».

Divisore dans San Francesco di Sales

Freccia dans Viaggi & Vacanze Solleva la Medaglia Miracolosa dopo aver vinto l’Oro

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Lacrime di gioia nella sconfitta

Posté par atempodiblog le 30 juillet 2024

Lacrime di gioia nella sconfitta
di don Antonello Iapicca

Lacrime di gioia nella sconfitta dans Don Antonello Iapicca Benedetta-Pilato-Olimpiadi
Foto: la Repubblica

Non c’entra la fede, almeno non c’era nelle parole di Benedetta. C’entra l’autentico restare umani, che di questi tempi è molto più duro di qualsiasi disciplina olimpica. E noi sappiamo che qualunque cosa sia autenticamente umana ha a che fare con Dio che si è fatto uomo.

Restare semplicemente quel che siamo, fragili e impotenti nella maggior parte dei casi, ma restare lì, sbattendo sui limiti e non restarne schiacciati, perché in quei limiti c’è quello che siamo, ma anche il desiderio indomito di superarli, per diventare ciò per cui siamo nati. Che non è solo per una medaglia all’Olimpiade, è per il compimento della vita nell’amore.

Le lacrime di Benedetta hanno lavato, inconsapevolmente forse, la bruttura dell’antiumana e ideologicamente falsa cerimonia di apertura. Lacrime di gioia che incastonano una solo apparente sconfitta nella vittoria più bella, quella di chi, colmo di gratitudine, sa che anche sfiorare una medaglia è bello, perché quest’oggi  lo ha detto Benedetta  è stato bellissimo, di una bellezza impensabile ieri.

C’è infatti una trama spesso nascosta che conduce le nostre vite, un disegno divino che ci conduce al bene attraverso ogni evento. Saperla riconoscere, anche in mezzo alla zizzania che spesso sembra soffocarci, fa piangere lacrime di gioia, anche nella sconfitta.

“Ma dici davvero?”, ha chiesto a Benedetta la cronista della Rai, sorpresa dalle sue lacrime e dalle sue parole. Perché la gioia nella sconfitta è un ossimoro per una società che fa del successo il suo unico obbiettivo.

“Dici davvero” che si può piangere di gioia nella sconfitta? Sì, certo che si può, basta guardare la Croce, identificata dai più come zizzania da estirpare, come la sconfitta più umiliante, con gli occhi purificati dalla Grazia e dall’esperienza del perdono e dell’amore di Dio che essa significa.

Perché ogni Croce, ogni dolore, ogni sconfitta, risplende con i colori dell’unica vittoria capace di cambiare la vita e renderla un prodigio, e ogni suo giorno come il più bello. La vittoria sulla morte e il peccato, il frutto più bello e più buono del Grano che su ogni Croce è stato crocifisso.

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Napoli, finalmente festa: campione d’Italia per la terza volta!

Posté par atempodiblog le 4 mai 2023

Napoli, finalmente festa: campione d’Italia per la terza volta!
Trentatré anni dopo Maradona gli azzurri sono di nuovo campioni d’Italia: la certezza del titolo è arrivata col pareggio di Udine, a cinque giornate dalla fine del campionato
Fonte: La Gazzetta dello Sport

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Adesso è ufficiale: il Napoli è campione d’Italia per la terza volta nella sua storia. Agli azzurri è bastato pareggiare a Udine, perché per la matematica certezza bastava un solo punto contro l’Udinese. E il punto è arrivato grazie al gol di Osimhen col quale gli uomini di Spalletti hanno risposto a quello di Lovric. Il terzo tricolore è finito finalmente in bacheca, dando il via alla festa di un popolo che aspettava una simile gioia da 33 anni, dall’ultimo trionfo ottenuto con in campo Diego Armando Maradona.

Quella della formazione di Luciano Spalletti, grande protagonista grazie alle sue scelte e al gioco che ha dato alla squadra, è stata un’autentica cavalcata: è partita con due vittorie e due pareggi nelle prime quattro giornate, poi ha inanellato una serie di 11 successi consecutivi che alla sosta per il Mondiale avevano fatto pensare a molti che il più fosse fatto. Il ko contro l’Inter, alla prima del 2023, non ha tolto certezze e gli azzurri hanno immediatamente ripreso il loro passo inarrestabile grazie alle reti di Osimhen, alle giocate di Kvaratskhelia, alla regia di Lobotka, alla solidità della difesa guidata da Kim e Di Lorenzo, alle parate di Meret e alle mosse tattiche di Spalletti. Questo Napoli è già nella storia, insieme alla sua gente che adesso giustamente festeggia l’impresa degli azzurri.

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Per sempre invincibili, 74 anni fa la tragedia di Superga. Gravina: “Patrimonio comune”

Posté par atempodiblog le 4 mai 2023

Per sempre invincibili, 74 anni fa la tragedia di Superga. Gravina: “Patrimonio comune”
La cerimonia al cimitero monumentale ha aperto la giornata di commemorazione. Alle 17 la messa. Sarà il granata Buongiorno, per la prima volta, a leggere i nomi delle vittime
Fonte: Tgr Piemonte

Oggi è il giorno della commemorazione del Grande Torino: il programma dei granata dans Articoli di Giornali e News Superga

Come ogni anno il popolo granata e tutta la città di Torino si uniscono il 4 maggio per ricordare i campioni del Grande Torino, rimasti vittima del tragico incidente aereo sulla collina di Superga. Erano le 17.03 esatte quando in un solo istante morirono in 31: diciotto calciatori, tre giornalisti, quattro componenti dell’equipaggio e sei tra dirigenti e allenatori.

Gravina: “Patrimonio comune” – “Solo il Grande Torino – il ricordo del presidente della FIGC, Gabriele Gravina – ha superato il confine tra mito e leggenda, diventando patrimonio comune dell’Italia calcistica e della storia civile del nostro Paese. Il messaggio di bellezza e di unione rappresenta l’eredità più bella di una squadra senza tempo”.

Cairo: “Buongiorno un ragazzo speciale” - Il Presidente del Torino Urbano Cairo ha voluto dedicare un pensiero al vicecapitano, Alessandro Buongiorno, torinese crescito nelle giovanili granata, incaricato oggi pomeriggio di leggere il nome degli Invincibili, un incarico concesso dal suo capitano, Ricardo Rodriguez: “È un ragazzo straordinario dal punto di vista personale, umano, ha fatto le cose giuste, ha studiato pur giocando a calcio, quindi si impegna anche nella vita. Un ragazzo molto speciale, disponibile, buono, che è cresciuto con noi e oggi avere lui che leggerà i nomi del Grande Torino è una cosa molto bella e sarà emozionante”.

Il programma della giornata
La giornata di commemorazione è iniziata alle 10.30 al Cimitero Monumentale del capoluogo piemontese, con ingresso da via Varano 35. Il Circolo soci Torino FC 1906 e la Città di Torino hanno ricordato l’anniversario presso l’arcata della Quinta ampliazione dove si trovano le lapidi in ricordo delle vittime della sciagura.

Oltre a don Riccardo Robella che impartirà la benedizione ai sepolcri, insieme alle Autorità saranno presenti anche le famiglie dei calciatori. Alle Edicole in Settima Ampliazione Campo E, presso il Monumento dedicato agli ‘invincibili’, Luciano Capellari, autore dell’installazione, ha raccontato la storia della realizzazione dell’opera ai visitatori.

Alle 12.15 in piazza Galimberti (a pochi metri dal Filadelfia del Grande Torino) l’intitolazione del parco a Valentino Mazzola. Allo stadio, alle 13.30, la pedalata aperta a tutta la cittadinanza verso Superga.

Il momento più alto della giornata alle 17, allo stesso orario della tragedia, con la messa officiata da don Robella.
Al capitano del Toro Alessandro Buongiorno il compito di leggere i nomi delle vittime. E’ la prima volta per il difensore granata.

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«Così Sinisa ci ha insegnato a essere sempre grati a Dio»

Posté par atempodiblog le 17 décembre 2022

«Così Sinisa ci ha insegnato a essere sempre grati a Dio»
La morte a 53 anni di Sinisa Mihajlovic: «Ci ha insegnato la gratitudine anche di fronte alla terribile prova della malattia. Gratitudine a Dio e gratitudine nei confronti del suo popolo che ha pregato tanto per lui». Don Massimo Vacchetti racconta alla Bussola il suo rapporto con l’ex allenatore del Bologna: «Quei pellegrinaggi a San Luca con i tifosi di Lazio e Bologna sono stati una straordinaria esperienza di fede di popolo. Lo invitai a parlare di Dio nella sua vita. Mi disse: Scegli il giorno, ci sarò. Poi, riconoscente per le preghiere, pianse davanti a 400 persone. Ora vorrei riconvocare quel popolo per una messa di suffragio».
di Andrea Zambrano – La nuova Bussola Quotidiana

«Così Sinisa ci ha insegnato a essere sempre grati a Dio» dans Articoli di Giornali e News Ciao-Sinisa

«Sinisa Mihajlovic ci ha insegnato la gratitudine anche di fronte alla terribile prova della malattia. Gratitudine a Dio e gratitudine nei confronti del suo popolo che ha pregato tanto per lui». Don Massimo Vacchetti è il responsabile della pastorale sportiva della Diocesi di Bologna e quando lo raggiungiamo per chiedergli del suo rapporto personale con l’ex allenatore rossoblù morto ieri a 53 anni dopo tre anni di lotta contro la leucemia, il ricordo si fa commozione perché per lui organizzò due emozionanti pellegrinaggi a San Luca. «Ha affrontato con fede la malattia, circondato dall’affetto di una famiglia esemplare e ha unito nella preghiera le tifoserie di Lazio e Bologna che da sempre sono arcinemiche».

Don Massimo, lei ha guidato i due pellegrinaggi a San Luca per Sinisa nel 2019. Che esperienza è stata?
Un’esperienza unica, non ricordo in passato una mobilitazione di tifosi del mondo dello sport così sentita. Un intero popolo, quello del tifo organizzato, che spesso è dipinto come lontano dalla fede, unito per chiedere la sua guarigione. Una grande testimonianza di fede pubblica.

Come nacque l’idea?
Il 21 luglio 2019, una settimana dopo la conferenza stampa in cui annunciò di avere la leucemia, due tifosi del Bologna, Giovanni Galvani e Damiano Matteucci, ebbero l’intuizione di organizzare un pellegrinaggio alla Madonna di San Luca. Nacque su Facebook un appello, poi però, capirono che c’era bisogno di un prete che guidasse la preghiera e chiamarono me, che ero amico di uno dei due. Quel giorno si presentarono spontaneamente mille persone.

E poi venne ripetuto un secondo pellegrinaggio…
Il 6 ottobre si giocava Bologna-Lazio, la sua squadra presente che allenava e la squadra nella quale da giocatore raccolse i maggiori successi. Tra queste squadre c’è da sempre una forte rivalità: Bologna tradizionalmente di Sinistra, la Lazio considerata a Destra.

Poteva essere un disastro…
Invece fu una grazia enorme. Decidemmo di fare questa sorta di gemellaggio di preghiera. Chiamammo a raccolta anche i tifosi biancocelesti, il capo ultrà mi ricevette e mi spiegò che avevano dei problemi a causa della morte di “Diabolik”. Mi ringraziarono per quello che stavamo facendo. Dovetti constatare il fallimento dell’iniziativa. Invece il giorno del pellegrinaggio arrivarono 200 tifosi laziali con sciarpe e bandiere. Dicemmo il Rosario per lui e per tutti i malati. Fu un momento molto emozionante.

Mihajlovic venne a sapere di questa iniziativa?
Non solo. Di questi pellegrinaggi portava una memoria piena di gratitudine e speranza. Al primo si presentò anche sua moglie Arianna.

Avevate invitato la famiglia?
Qualcuno li avvertì. Si presentò da sola, non volle neanche farlo sapere, ma qualcuno tra i mille tifosi se ne accorse, si sparse la voce e mi avvisarono.

E parlò con lei?
Sì, trovai una donna fortissima per la fede che aveva e per la prossimità che aveva nello stare con lui.

E con Mihajlovic che rapporto ha avuto?
Nell’estate 2021 organizzai una rassegna di incontri chiamata LIBeRI per raccontare storie di speranza e di fede. Gli dissi: «Mi piacerebbe averti con noi a Villa Pallavicini».

E lui?
Mi rispose subito: «Vengo volentieri».

Così?
Rimasi sorpreso. Voleva testimoniare la sua gratitudine per quei pellegrinaggi fatti da quella che era la sua gente, vidi un uomo che non aveva paura di parlare pubblicamente della presenza di Dio nella sua vita. C’è una cosa che mi colpì.

Cosa?
Non mi diede neanche un ventaglio di date per la disponibilità. Mi disse soltanto: «Metti qualunque data, io ci sarò, anche se sarò lontano, prenderò un aereo e tornerò a Bologna».

E così andò?
Sì, al suo arrivo ci abbracciammo e vidi la sua gioia nell’essere presente: sembrava che non aspettasse altro che manifestare la sua gratitudine, ma non a me, bensì a tutto il popolo che io rappresentavo e che aveva pregato per lui. In lacrime davanti a 400 persone disse: «Non dimenticherò mai quello che è stato fatto per me».

Sinisa-e-la-Gospa dans Medjugorje

Era credente?
Raccontò del suo rapporto con Dio (era ortodosso) e del suo viaggio a Medjugorie con Roberto Mancini che gli cambiò la vita. Disse che davanti al racconto di suor Cornelia su che cosa fosse Medjugorie si mise a piangere come un bambino.

Possiamo dire che ha affrontato la malattia con fede?
Certamente. Mi ripeteva spesso che quando era Roma andava tutte le domeniche in chiesa. E poi ho visto con quale fede la moglie ha affrontato questa prova: davvero posso testimoniare che Dio si è fatto vicino con loro, ma anche con la squadra.

Da cosa lo vede?
Più volte dicendo messa a San Luca mi sono trovato la prima squadra del Bologna in tuta di rappresentanza. La storia di Mihailovic è stata una storia esemplare per tutti noi e può dirci tanto.

Che cosa ad esempio?
Come sia stato trasformato in preghiera un affetto sportivo, questo ha potuto fare Sinisa con il suo coraggio e il suo esempio. San Luca è proprio sopra il Dall’Ara (lo stadio del Bologna ndr) e i portici che abbiamo percorso recitando il Rosario sono come un cordone ombelicale che lega questi due simboli della città. Il fatto che migliaia di tifosi abbiano messo da parte le rivalità per farsi mendicanti e rivolgersi alla Madonna è stato un dono speciale di Dio, ne sono convinto.

Quando l’ha visto l’ultima volta?
Nel febbraio scorso a Casteldebole alla commemorazione per Niccolò Galli, giovane nostro calciatore morto prematuramente, a cui è intitolato il centro sportivo. Quel giorno c’era anche suo padre Giovanni Galli (mitico portiere del Milan di Sacchi e della nazionale ndr) e Sinisa era contento di esserci. Parlammo della vita, vidi un uomo sereno e combattivo.

Che cosa vorrebbe fare adesso per Sinisa?
Mi piacerebbe riconvocare questo popolo per una celebrazione di suffragio. Parlerò con la società, vediamo che cosa si può fare. Ma per il legame che ci ha unito a Sinisa faremo di tutto.

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Papa Francesco: udienza, “campionati in Qatar favoriscano fraternità e pace”

Posté par atempodiblog le 23 novembre 2022

Papa Francesco: udienza, “campionati in Qatar favoriscano fraternità e pace”
“Preghiamo per la pace nel mondo e per la fine di tutti i conflitti”. “Tanti ucraini soffrono il martirio dell’aggressione”
di M. Michela Nicolais – Agenzia SIR

Papa Francesco: udienza, “campionati in Qatar favoriscano fraternità e pace” dans Articoli di Giornali e News Mondiali-di-calcio-Qatar-2022

“Desidero inviare il mio saluto ai giocatori, ai tifosi e agli spettatori che seguono da vari continenti i campionati mondiali di calcio che si stanno giocando in Qatar”. Lo ha detto il Papa, al termine dell’udienza di oggi, prima dei saluti ai fedeli di lingua italiana.
“Possa questo importante evento essere occasione di incontro e armonia tra le naizoni, favorendo la fraternità e la pace tra i popoli”, l’auspicio di Francesco.

“Preghiamo per la pace nel mondo e per la fine di tutti i conflitti, con un pensiero particolare per la terribile sofferenza del caro e martoriato popolo ucraino”, l’appello del Papa.

“E pensiamo alla martoriata Ucraina”, ha proseguito: “Questo sabato ricorre l’anniversario del terribile genocidio di Holodomor, lo sterminio per la fame del 1932-33 causato artificialmente da Stalin. Preghiamo per le vittime di questo genocidio, e preghiamo per tanti ucraini – bambini, donne, anziani, giovani – che oggi soffrono il martirio dell’aggressione”.

Divisore dans San Francesco di Sales

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Andrea Belotti sempre di più nella storia del Torino e della Serie A

Posté par atempodiblog le 30 octobre 2021

Andrea Belotti sempre di più nella storia del Torino e della Serie A: raggiunge un nuovo prestigiosissimo traguardo
di Gianluca Di Marzio – gianlucadimarzio.com

Andrea Belotti sempre di più nella storia del Torino e della Serie A dans Articoli di Giornali e News 100

Sempre più nella storia. Andrea Belotti, subentrato al 53’ del match ad Antonio Sanabria, ha segnato allo scadere la rete del definitivo 3-0 alla Sampdoria.

100 gol in Serie A
Alla 254esima presenza totale nel massimo campionato italiano, il Gallo raggiunge un traguardo non semplice da raggiungere, per nessuno: sono 100 i gol totali segnati in Serie A.

“Quando ho preso il palo prima della marcatura ho pensato che la sfortuna ci aveva messo lo zampino, ma per fortuna il gol è arrivato poco dopo”, ha detto Belotti alla fine della gara ai microfoni di Dazn, scherzando.

Divisore dans San Francesco di Sales

100-volte-Belotti-in-Seria-A dans Sport

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L’argento dei tennisti di Medjugorje (che ringraziano Maria)

Posté par atempodiblog le 2 août 2021

Olimpiadi
L’argento dei tennisti di Medjugorje (che ringraziano Maria)
I croati Marin Čilić e Ivan Dodig, nativi di Medjugorje, hanno conquistato l’argento a Tokyo, perdendo la finale contro i connazionali Mate Pavić e Nikola Metkić. A fine partita Ivan, parlando anche a nome di Marin, ha ringraziato la Madonna «per il talento che abbiamo ricevuto». Una conferma che ognuno, come ha detto la Vergine, è importante (e in qualunque circostanza) per la realizzazione del piano di Dio.
di Guido Villa – La nuova Bussola Quotidiana

L’argento dei tennisti di Medjugorje (che ringraziano Maria) dans Articoli di Giornali e News Marin-ili-e-Ivan-Dodig

Venerdì 30 luglio il cielo sopra Medjugorje si è tinto di argento, il colore della medaglia che i medjugoriani più noti nel mondo (ad eccezione dei sei veggenti di Bijakovići, ovviamente), i tennisti Marin Čilić e Ivan Dodig, hanno conquistato alle Olimpiadi di Tokyo soccombendo per 6-4, 3-6, 10-6 ai connazionali Mate Pavić e Nikola Metkić nella finale del torneo di doppio maschile.

Marin e Ivan, nati rispettivamente nel 1988 e nel 1985, sono amici dall’infanzia, un’amicizia cementata in questi ultimi anni quando Marin nel 2013 è stato testimone delle nozze di Ivan con Maja Ćubela, e Ivan padrino di battesimo di Baldo, figlio primogenito di Marin e della moglie di lui, Kristina Milković Čilić.

Tuttavia, la loro carriera è stata differente. Dei due, Marin era il più talentuoso, e nel 2002, a soli 14 anni, si trasferì a Zagabria vivendo presso uno zio paterno, entrando così definitivamente nell’orbita della Federazione Tennis croata. L’anno dopo vinse il torneo giovanile degli Internazionali di Francia al Roland Garros. Nel 2006 arrivò la prima vittoria nel circuito ATP quando agli Indoors di Zagabria batté in tre set il russo Igor Andreev, allora numero 25 al mondo, mentre la settimana successiva sempre a Zagabria conquistò il suo primo torneo della serie Futures. Nel luglio dello stesso anno egli giunse fino alla semifinale del torno ATP di Gstaad, in Svizzera, guadagnando in questo modo moltissime posizioni nel ranking. Nel 2008 vinse il suo primo torneo ATP a New Haven, negli Stati Uniti, cui seguirono altri diciotto titoli, tra i quali uno Slam (US Open) nel 2014 e un ATP Masters 1000 a Cincinnati nel 2016. Inoltre, Marin è stato sconfitto in tredici finali, ivi inclusa quella di Wimbledon del 2017, persa contro Roger Federer. Nel 2018, insieme a Ćorić, Dodig, Pavić e Metkić ha conquistato per la Croazia la Coppa Davis.

Il percorso sportivo di Ivan Dodig è stato molto più accidentato. Dopo avere trascorso alcuni anni tra il trecentesimo e il quattrocentesimo posto del ranking ATP e avere giocato alcune partite di Coppa Davis per la Bosnia-Erzegovina, anche lui si trasferì sportivamente in Croazia. Da quel momento la sua posizione migliorò. Nel febbraio 2011 vinse il suo unico torneo ATP in singolare, gli Indoors di Zagabria, e nell’ottobre successivo raggiunse la sua più alta posizione nel ranking mondiale, il numero 32, rimanendo, pur con alti e bassi, nella top 100 fino al 2016. Inoltre, dal 2013 Ivan è quasi stabilmente nella top ten del doppio, segmento nel quale ha avuto i maggiori successi, vincendo con vari partner di gioco ben sedici tornei, tra i quali quattro Masters 1000 e due del Grande Slam (Roland Garros nel 2015 e Australian Open nel 2021).

La storia di Marin e di Ivan è uno spaccato della storia del popolo croato di questa porzione di terra che per motivi politici e storici è stata separata dalla madrepatria, ma che conserva per essa un amore senza limiti. I croati dell’una e dell’altra parte del confine si considerano un solo popolo, e non è un caso che la quasi totalità degli atleti croati della Bosnia e dell’Erzegovina gareggino per la Croazia e scelgano la Bosnia-Erzegovina solo se non trovano spazio nella Croazia. Ad esempio, metà squadra della nazionale di pallamano che nel 2020 ha conquistato l’argento ai Campionati Europei era originaria dell’Erzegovina: tra questi il portiere Marin Šego, protagonista con le sue parate di questo ottimo risultato, nato a Medjugorje come Čilić e Dodig. In questo senso vi è anche il caso, più unico che raro, dei fratelli Igor e Ivan Karačić di Mostar, capoluogo dell’Erzegovina, che in occasione dei Mondiali di pallamano in Qatar nel 2013 giocarono l’uno contro l’altro: Igor, il più talentuoso, nella Croazia e Ivan nella Bosnia-Erzegovina.

Ci si potrebbe domandare che cosa c’entrino le imprese sportive di atleti originari di Medjugorje con le apparizioni della Madonna. A rispondere ci ha pensato lo stesso Dodig, il quale, parlando anche a nome di Čilić dopo la sconfitta nella finale olimpica, dopo avere salutato tutti gli amici e i tifosi che li hanno seguiti da Medjugorje, ha affermato: «Ringrazio anche la Madonna di Medjugorje per il talento che abbiamo ricevuto e per il fatto che ci possiamo divertire in questo sport che ci ha dato tanto nella vita».

A Medjugorje, infatti, la Madonna ha più volte ripetuto che ciascuno di noi è importante nella realizzazione del piano di salvezza di Dio per l’umanità che si manifesta con la sua presenza materna da ormai più di quarant’anni. In genere Dio non agisce come deus ex machina, il Suo Regno si costruisce mattone dopo mattone, cosa che non può avvenire senza il nostro contributo determinante facendo uso dei talenti che il Signore ci ha dato. Il Signore è il padrone della storia e di ogni ambito della vita umana, anche di quello sportivo, ed Egli usa ogni attività umana, anche quelle apparentemente di poca importanza, per suscitare una scintilla nel cuore di ogni uomo affinché questi decida di intraprendere il cammino verso di Lui.

Ciascuno quindi, nessuno escluso, ha un compito da svolgere nell’ambiente in cui vive, e questo è ciò che intende la Madonna quando al termine di ogni messaggio ci ringrazia per avere risposto alla sua chiamata. Per Čilić e Dodig tale compito è quello di testimoniare la loro fede nell’ambiente del tennis, un compito che non è privo di croci, come ben sa Čilić, cui nel 2013 fu comminata una squalifica per assunzione di sostanze dopanti che fu annullata cinque mesi dopo poiché fu dimostrato che si era trattato di uno scambio di provette. E il tennista di Medjugorje fu scagionato da ogni accusa.

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Solleva la Medaglia Miracolosa dopo aver vinto l’Oro

Posté par atempodiblog le 27 juillet 2021

Solleva la Medaglia Miracolosa dopo aver vinto l’Oro
Fonte: ChurchPOP

Solleva la Medaglia Miracolosa dopo aver vinto l’Oro dans Articoli di Giornali e News Hidilyn-Diaz-medaglia-d-oro-e-Medaglia-Miracolosa

Solleva la Medaglia Miracolosa dopo aver vinto l’Oro! Congratulazioni a questa talentuosa campionessa olimpionica delle Filippine!

La campionessa olimpionica Hidilyn Diaz ha vinto la prima medaglia d’oro per le Filippine, il 26 luglio 2021, nella categoria di sollevamento pesi femminile da 55 kg (121 libbre) alle Olimpiadi di Tokyo del 2020. Le Filippine gareggiano alle Olimpiadi negli ultimi 97 anni.

Solleva la Medaglia Miracolosa dopo aver vinto l’Oro
La 30enne ha battuto il record mondiale dopo aver sollevato un peso combinato di 493,8 libbre! “Non posso credere che il mio nome sia nel record olimpionico. Quindi sono davvero grata”, ha affermato la Diaz. “Dio è incredibile! Dio è incredibile!”.

Dopo aver vinto, la quattro volte campionessa olimpionica ha lodato Dio e ha sollevato la Medaglia Miracolosa che portava al collo. Inoltre ha puntato il dito verso l’alto dopo aver vinto, sottolineando la sua gratitudine sempre verso Dio.

Hidilyn-Diaz dans Rue du Bac - Medaglia Miracolosa

Prima della storica Vittoria
Diaz ha pubblicato una foto della sua Medaglia Miracolosa prima della sua storica vittoria. Il post tradotto della Diaz recita: “Grazie per la consegna, @davepan83. (…) Grazie a tutti per le vostre preghiere, non dobbiamo solo affrontare gli avversari in partita, c’è anche un virus. Quindi per favore pregate per la nostra sicurezza”. La campionessa in seguito ha ringraziato i suoi follower su Instagram e ha nuovamente sollevato la Medaglia Miracolosa.

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Il parroco di Maradona: quella sua richiesta mi aveva stupito

Posté par atempodiblog le 8 décembre 2020

Il parroco di Maradona: quella sua richiesta mi aveva stupito
Il parroco di Maradona ha rivelato un aspetto nascosto del campione: l’umanità profonda e semplice, emersa da una confessione fortemente chiesta da Diego.
di Giovanni Bernardi – La luce di Maria

Il parroco di Maradona: quella sua richiesta mi aveva stupito dans Articoli di Giornali e News Maradona-e-il-suo-parroco

Di Maradona, al seguito della sua morte, si è detto tutto e anche di più. Si è parlato della sua fede, popolare e sincera, giunta come un faro in quella nave in tempesta che è stata la sua vita tormentata. Dopo la sua morte, i media hanno riportato anche le tristi vicenda di lotte per la spartizione della sua eredità. Tuttavia Diego, il campione che ha fatto sognare sui campi di calcio tanti napoletani, pare sia morto povero. La sua fede, quella nel Signore Gesù, di fronte alle sue immani difficoltà, forse generate anche da un’eccesso di idolatria da parte dei tifosi, probabilmente è stata l’unico vero grande appiglio, prima di giungere in cielo.

Il racconto del confessore del campione argentino
Tuttavia Diego, il campione che ha fatto sognare sui campi di calcio tanti napoletani, pare sia morto povero. La sua fede, quella nel Signore Gesù, di fronte alle sue immani difficoltà, forse generate anche da un’eccesso di idolatria da parte dei tifosi, probabilmente è stata l’unico vero grande appiglio, prima di giungere in cielo.

Un dato ora testimoniato ancora più dalla rivelazione fatta da un sacerdote argentino, il parroco Gustavo Rubio della parrocchia María Auxiliadora de Berisso. Il religioso ha infatti raccontato a Radio Diez di un’occasione molto significativa. Quella in cui il campione Maradona gli ha chiesto, con grande desiderio, di confessarsi.

La vita di Maradona cresciuta in una famiglia cristiana
Se infatti Maradona è cresciuto in una famiglia cristiana, con la mamma cattolica e molto devota, che è stata capace di inculcare ai figli la sua fede nel Signore, il figlio Diego ci ha impiegato anni per giungere a un incontro profondo e personale con Gesù. Questo è infatti accaduto con l’età adulta, quando si è accorto che aveva conservato dentro di sè, in uno spazio intimo e privato, gli insegnamenti della mamma.

Nel momento in cui Diego è tornato alla fede, però, le lunghe prediche della amata madre, Doña Tota, sono tornate a galla. Allora è accaduto che un bel giorno chiamò il sacerdote dal Gimnasia La Plata, lo stadio della squadra allenata dal “Pibe de Oro”. Quando il sacerdote ricevette la chiamata, inizialmente pensò senza dubbi alla richiesta di benedire il campo da gioco. Così il religioso, con questa idea, si è diretto allo stadio.

Le parole di Diego al suo confessore e il rapporto con la mamma
Ma una volta arrivato nel luogo, la sorpresa. Diego aveva un forte bisogno di confessarsi. Così si rivolse al prete chiedendogli di parlargli da solo. Padre Gustavo ha raccontato alla trasmissione radiofonica che Maradona ha chiesto la sua benedizione, desideroso di avere il favore di Dio su di sé e sulla propria vita, travagliata e instabile. Oltre che naturalmente anche sulla sua squadra.

“Chiedo a Dio la pace”, disse Maradona al sacerdote. “Poi mi ha detto che era tornato in Chiesa e che era stato con Papa Francesco”, racconta il parroco, che lo ha ascoltato con grande attenzione, aprirsi di fronte a lui, parlare della sua vita, dei suoi affetti, dei suoi genitori. Forse, molto probabilmente, anche dei suoi errori, quelli che hanno spesso costellato la sua vita, dai quali aveva certo difficoltà a starvi lontano. Ma ne aveva anche desiderio.

Il perdono di Maradona per i suoi peccati, e le lacrime agli occhi
Maradona ha chiesto perdono per i peccati commessi, per le vicende lasciate in sospeso, per gli sbagli portati a termine, senza però evitare di pentirsi poco dopo. Si è commosso mentre parlava, con grande ammirazione, dei suoi genitori. Aveva le lacrime agli occhi quando spiegava al sacerdote che sua madre era una donna di grande fede. Ma di fede “semplice semplice”. “Doña Tota ha messo tutto nelle mani di Dio”, confidò Diego al sacerdote.

È quindi la vicenda di un uomo tormentato, ma che cercava il perdono perché cercava il Signore, nella pace che solo Lui può donare. Diego, nato in una famiglia dalla fede “semplice”, come amava ripetere, lo aveva compreso. Ora Maradona si troverà, finalmente, di fronte alla misericordia del Signore.

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26 marzo 1989: il giorno in cui Maradona andò a Lourdes

Posté par atempodiblog le 30 novembre 2020

26 marzo 1989: il giorno in cui Maradona andò a Lourdes
Diego Armando Maradona, la leggenda del calcio nata in Argentina, è morto per una crisi cardio-respiratoria il 25 novembre. Si sa che è sempre rimasto fedele alla patria e al calcio… ma è meno noto che era uomo di parola, e che le sue promesse erano talvolta lontane dall’immagine del genio dannato…
di Louise Alméras – Aleteia
[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

26 marzo 1989: il giorno in cui Maradona andò a Lourdes dans Apparizioni mariane e santuari Diego-Armando-Maradona-a-Lourdes-dalla-Beata-Vergine-Maria-Rifugio-dei-Peccatori

Ragazzo dai piedi d’oro e dalla testa bruciata nei sogni di gloria, Diego Maradona sbarcò a Napoli negli anni ’80 del XX secolo. Vale molto e lo sa. Ogni domenica, tutti i Napoletani andavano allo stadio per assistere alle sue prodezze. Eppure, il 26 marzo 1989 il campione lasciò il suo paese adottivo per andare a onorare una promessa fatta alla moglie Claudia. El Pibe de Oro le aveva promesso di recarsi al santuario di Lourdes per ringraziare la Vergine della nascita della loro figlia, chiamata per l’occasione Dalma-Lourdes.

Era già l’uomo della “mano de Dios” e la sua celebrità era all’apice: tutto il mondo ha pure visto i suoi segni di croce e le sue genuflessioni sui campi di calcio (perché nutriva una fede sincera e una grande devozione per la Vergine Maria, amatissima in America Latina – non ne ha mai fatto mistero). Quando però arrivò a Lourdes i pellegrini si accalcarono attorno a lui per toccarlo, fino a impedirgli di avvicinarsi alla grotta.

Solo la moglie (di nuovo incinta) e la figlia riuscirono ad arrivarvi per fare una preghiera, mentre Maradona indispettito si grattava la rogna della celebrità, da solo, dall’altra parte del Gave. Tornò comunque in aeroporto con due taniche piene di acqua della grotta, che si riportò a Napoli. E se quel giorno non fu bello come il campione l’avrebbe voluto, tutti a Lourdes ancora se ne ricordano… come di un’apparizione!

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