Mondiali: Argentina-Capo Verde, una figura unisce i due paesi nelle origini della devozione alla Vergine di Luján

Posté par atempodiblog le 1 juillet 2026

Mondiali: Argentina-Capo Verde, una figura unisce i due paesi nelle origini della devozione alla Vergine di Luján
di Julieta Villar  ACI Africa

Argentina Capo Verde Avversarie ai Mondiali unite dalla storia di fede di Negrito Manuel

La Coppa del Mondo FIFA sta proseguendo e questo venerdì l’Argentina affronterà Capo Verde, due paesi geograficamente distanti, ma con una figura che li unisce nelle origini della devozione alla Vergine di Luján, patrona degli argentini.

Con 72 partite disputate nella fase a gironi del torneo mondiale che si sta svolgendo attualmente in tre sedi (Messico, Stati Uniti e Canada), possiamo affermare che nella fede e nel calcio non esistono confini e che, come Dio, il pallone non ha favoriti.

Tanto è vero che venerdì prossimo, negli ottavi di finale, l’Argentina campione in carica difenderà il titolo conquistato in Qatar 2022 contro la nazionale di Capo Verde, all’esordio in un Mondiale. Gli africani hanno superato la fase a gironi con tre pareggi, dietro solo alla Spagna, ed eliminando l’Uruguay.

Più di 6.600 chilometri separano Buenos Aires da Praia, la capitale capoverdiana. Tuttavia, esiste una storia di fede che unisce entrambi i paesi ed è profondamente radicata nel cuore degli argentini: fu Manuel Costa de los Ríos, “Negrito Manuel”, uno schiavo nato in quello che oggi è territorio capoverdiano, a custodire fedelmente l’immagine della Vergine di Luján dopo il miracolo che, 396 anni fa, diede origine alla devozione più popolare del paese.

La storia narra che nel 1630 (quasi 200 anni prima della fondazione dello Stato argentino) due immagini dell’Immacolata Concezione di Maria viaggiavano dal Brasile verso quella che oggi è la provincia di Santiago del Estero. Dopo una sosta lungo il cammino sulle rive del fiume Luján, i trasportatori tentarono di riprendere il viaggio, ma i buoi che tiravano i carri si rifiutarono di muoversi.

Dopo diversi tentativi, gli uomini notarono che, quando rimuovevano una delle casse che il carro trasportava, i buoi cominciavano a muoversi. Quando la aprirono, si accorsero che conteneva un’immagine della Vergine Maria, cosa che interpretarono come un segno: la Madre aveva scelto di rimanere lì.

Questa storia, nota come il miracolo di Luján, sarebbe incompleta senza la partecipazione di Negrito Manuel, uno schiavo che era di proprietà di Bernabé González Filiano, l’amministratore della tenuta dove avvenne il miracolo.

Le indagini condotte da Monsignor Juan Guillermo Durán, postulatore della sua causa di canonizzazione, indicano che Manuel Costa de los Ríos arrivò al Río de la Plata come parte di un gruppo di schiavi provenienti da Pernambuco (Brasile), ma era nato e cresciuto nelle isole di Capo Verde.

Il suo primo padrone fu il capitano che lo portò, Andrea Juan, un navigatore che lo battezzò con il nome cristiano di Manuel. Divenne poi proprietà del commerciante e soldato González Filiano, che affidò al nero Manuel la cura dell’immagine della Vergine rimasta nella tenuta dopo che avvenne il miracolo.

Con profonda fedeltà e servizio disinteressato, Manuel riceveva i credenti che venivano a venerare la Vergine in una piccola cappella di fango e paglia, raccontava loro la storia del miracolo, di cui era stato testimone, e ungeva i malati con il sego delle candele per curare i loro mali.

Anni dopo, la tenuta e la cappella caddero in rovina, così una proprietaria terriera di nome Ana de Matos chiese l’immagine per portarla nella sua tenuta — dove attualmente si trova la Basilica di Luján — pagando anche 250 pesos per Manuel, affinché continuasse a prendersi cura della Vergine.

Nei documenti di quella transazione, Manuel fu registrato come proprietà della Vergine di Luján. Apparteneva interamente alla Madre di Dio, motivo per cui la sua frase più popolare è: “Appartengo solo alla Vergine”.

L’immagine originale della Vergine di Luján, che oggi accoglie ogni anno milioni di fedeli nella Basilica e Santuario Nazionale, fu custodita da Manuel fino al 1686, anno in cui morì, essendo la sua “Padrona” e “Signora”.

Oggi, al Servo di Dio Manuel Costa de los Ríos, popolarmente noto come “Negrito Manuel”, è stata avviata la Causa di beatificazione e canonizzazione, essendo un esempio di amore, fedeltà e venerazione alla Vergine Maria per gli argentini e anche per la comunità afro-discendente del paese.

I suoi resti riposano sotto l’altare maggiore della cappella di Pedro de Montalbo, ai piedi dell’immagine della Vergine, a soli 50 metri dall’attuale Basilica di Luján.

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San Paolo, esposta la reliquia di san Luigi Scrosoppi patrono del calcio

Posté par atempodiblog le 17 juin 2026

San Paolo, esposta la reliquia di san Luigi Scrosoppi patrono del calcio
di ACI Digital

San Paolo esposta la reliquia di san Luigi Scrosoppi patrono del calcio

Il Museo d’Arte Sacra di San Paolo ha inaugurato la mostra: “Calcio: Passione, Devozione e Fede”, visitabile fino al 30 agosto nella Sala Metropolitana Tiradentes. Allestita all’interno della stazione della metropolitana, l’esposizione presenta una reliquia di San Luigi Scrosoppi (1804-1884), patrono del calcio.

“Intorno al 2009, promossa da un imprenditore austriaco e da un gruppo di professori universitari, è stata condotta un’analisi dettagliata della vita di oltre duemila santi, alla ricerca di un profilo che rappresentasse i valori e gli ideali dello sport”, ha affermato José Luís Lira, presidente onorario dell’Accademia Brasiliana di Agiologia, ad ACI Digital.

“Il gruppo cercava un modello di perseveranza, unione, gioia e forte legame con lo sviluppo e l’inclusione dei giovani”, ha dichiarato Lira. “Individuò allora San Luigi Scrosoppi, un sacerdote italiano noto per l’immensa carità, la pazienza e lo spirito allegro, appartenente all’Oratorio di San Filippo Neri”.

San Luigi Scrosoppi si serviva dello sport e dell’attività fisica per evangelizzare i giovani. Il Pontificio Consiglio per i Laici* lo ha proclamato patrono dei calciatori nel 2010.

“Le reliquie sono state prestate per la mostra da un partner del Museo, proprietario di una delle più grandi collezioni di reliquie del Brasile”, ha detto ad ACI Digital Rodolfo Colombo, curatore del Museo d’Arte Sacra di San Paolo, insieme a Davi Moyano.

Lo stesso collezionista ha prestato per l’esposizione anche una reliquia di San Gennaro, primo Vescovo di Napoli, molto venerato tra gli italiani e i loro discendenti e patrono della Società Sportiva Palmeiras e della Juventus.

La maglia blu della nazionale brasiliana del 1958, con cui il Brasile vinse il suo primo titolo mondiale in Svezia, si ispirava alla devozione a Nossa Senhora Aparecida ed è presente all’interno della mostra.

*Dal 1° settembre 2016 il Pontificio Consiglio per i Laici ha cessato la sua attività e le sue competenze e funzioni sono state assunte dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita.

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I Mondiali FIFA sono stati ideati da un cattolico devoto

Posté par atempodiblog le 14 juin 2026

I Mondiali FIFA sono stati ideati da un cattolico devoto
I Mondiali FIFA, l’evento sportivo più seguito al mondo, sono stati ideati da un cattolico devoto

di SacredChad

I Mondiali FIFA sono stati creati da un cattolico devoto

Jules Rimet nacque nel 1873 in un piccolo villaggio francese, da una famiglia profondamente cattolica.
A 17 anni, ispirato dall’Enciclica “Rerum Novarum” di Papa Leone XIII del 1891 sulla dignità dei poveri, iniziò a organizzare opere sociali per i più poveri di Parigi.
Nel 1897 fondò il Red Star Football Club, aperto a giocatori di ogni classe sociale, perché credeva che il calcio, come la Chiesa, fosse per tutti.
Servì come ufficiale nella Prima guerra mondiale e fu decorato con la Croix de Guerre. Dopo aver visto gli orrori delle trincee, sognava un mondo in cui le nazioni si sfidassero sul campo di calcio anziché sul campo di battaglia.
Nel 1921 diventò presidente della FIFA, incarico che mantenne per 33 anni. Nel 1930 lanciò la prima Coppa del Mondo FIFA in Uruguay. Nel 1956 fu candidato al Premio Nobel per la Pace.

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Il Mondiale della Croazia comincia dalla Messa

Posté par atempodiblog le 14 juin 2026

Il Mondiale della Croazia comincia dalla Messa
Durante il ritiro di preparazione al torneo iridato 2026 la nazionale croata si è raccolta in preghiera partecipando a una Messa nell’arcidiocesi di Fiume
di Antonio Giuliano – Avvenire

Il Mondiale della Croazia comincia dalla Messa

Ci sono tanti modi per prepararsi a un Mondiale. C’è chi punta tutto su sedute mirate di atletica e tattica. E c’è chi, come i giocatori della Croazia, ha scelto anche un’altra strada: quella della preghiera. Un gesto semplice, quasi nascosto, che racconta qualcosa di più profondo dello sport. E tocca le corde della storia e dell’identità di un popolo che, nonostante le vicissitudini del tempo, non ha mai dimenticato le proprie radici cristiane.

La notizia è stata resa pubblica dalla stessa arcidiocesi di Fiume: domenica 31 maggio, mentre la nazionale croata iniziava a Fiume la preparazione al Mondiale 2026, capitan Modric e alcuni giocatori, insieme allo staff tecnico guidato dal commissario tecnico Zlatko Dalic, hanno partecipato alla Messa a Icici, piccolo centro vicino a Abbazia. La squadra è arrivata senza annunci ufficiali, unendosi con discrezione ai fedeli riuniti davanti alla cappella di San Giovanni di Dio.

Il parroco Mato Berišic li ha salutati all’inizio della Messa, mentre al termine i giocatori hanno acconsentito volentieri a foto e autografi per i ragazzi e i parrocchiani presenti. Immagini che colpiscono proprio per la loro normalità: campioni affermati al fianco della “gente comune” in un momento di grande raccoglimento fuori da ogni protocollo. Un incontro fugace prima di tornare in fretta agli allenamenti a testimonianza di una decisione personale e spontanea di uomini che, prima di una sfida sportiva, hanno voluto ritrovarsi in preghiera.

La Croazia arriva al Mondiale 2026 con una storia calcistica ormai di tutto rispetto. Dopo l’indipendenza del Paese in pochi decenni è diventata una delle realtà più rispettate del panorama internazionale.
La prima partecipazione alla Coppa del Mondo fu a Francia 1998, dove si classificò terza rendendo subito evidenti le sue ambizioni. Ha raggiunto la finale del Mondiale 2018 in Russia e il terzo posto nel 2022 in Qatar, risultati straordinari per un Paese che sfiora appena i quattro milioni di abitanti.
La squadra che partecipa a questo torneo iridato unisce esperienza e giovani talenti. Al centro resta ancora una volta Luka Modric, capitano e simbolo di una generazione che ha scritto pagine indimenticabili del calcio croato. Dietro però i successi della Nazionale degli ultimi anni c’è anche la figura di Zlatko Dalic. Un commissario tecnico che non ha mai nascosto l’importanza dell’educazione cattolica nella sua vita.

Una fede cresciuta e mai venuta meno anche negli anni del regime socialista di Tito quando manifestare pubblicamente il proprio credo poteva essere molto pericoloso.

Da piccolo ministrante nella chiesa francescana di Livno è oggi marito e padre felice di due figli: «Tutto quello che ho fatto nella mia vita e nella mia carriera lo devo alla mia fede e sono grato al mio Signore». Ai Mondiali 2018 le telecamere lo inquadrarono con una mano in tasca. Lui ammise: «Il rosario è sempre con me, e quando mi sento un po’ agitato, metto la mano in tasca, stringo il rosario e tutto diventa più semplice».

Un allenatore che cerca di trasmettere disciplina e organizzazione tattica, ma anche valori come unità, sacrificio e appartenenza. La sua Croazia non è soltanto una squadra chiamata a vincere partite: è un gruppo che sente di rappresentare un popolo. E poi, certo, brilla ancora la stella di Modric. Pallone d’Oro nel 2018, nonostante i suoi quasi 41 anni riesce a sciorinare ancora tutta la sua classe come ha dimostrato anche quest’anno in Italia con la maglia del Milan. Nonostante la frattura allo zigomo sarà in campo per la sua quinta Coppa del Mondo.

Un campione infinito che ha vissuto sulla sua pelle anche il dramma della disgregazione dell’ex Jugoslavia negli anni Novanta. Aveva soli sei anni quando suo nonno fu ucciso. Luka, che porta il suo nome e spesso lo accompagnava a pascolare il gregge, non dimentica: «Ero molto legato a mio nonno… Quando l’hanno ucciso è stato un momento davvero duro. Ero piccolo e ancora non capivo certe cose. Andavamo a cercarlo ma non sapevamo che non sarebbe più tornato».

Durante la guerra rifugiato insieme alla sua famiglia nella città di Zara presso l’Hotel Kolovare, fu proprio nel parcheggio di quella struttura, che quel piccolo caschetto biondo cominciò a farsi notare col pallone tra i piedi. «Vivevamo in una stanza d’albergo da 20 metri quadrati. Eravamo in quattro. Stavo con i miei genitori e la mia sorellina. In ogni caso non ho brutti ricordi. Davanti all’hotel c’era una piazza dove giocavamo a calcio. Spesso le bombe cadevano vicino. Noi dovevamo correre al bunker… Non piangevo, sapevo che stava succedendo qualcosa di brutto. Certo ero un po’ spaventato… Ma poi tornavamo a giocare». Oggi vanta una bacheca stellare in cui spiccano tra l’altro sei Champions League. Una scalata di classe e dedizione frutto senz’altro di un’incredibile forza interiore.

Le telecamere qualche anno fa svelarono il motivo per cui prima di una partita baciò i parastinchi: lì infatti da sempre nasconde una foto della sua famiglia e un’immagine del Sacro Cuore di Gesù. Molto riservato nella sua vita privata, non è un mistero però l’amore per la sua famiglia, il legame con sua moglie Vanja Bosnic, dalla quale ha avuto tre figli, e anche la sua fede cattolica unita a un tenace senso del dovere. «La classe innata? Sono molto grato perché Dio mi ha dato un talento, ma poi devi lavorare e dedicarti molto a quello che fai, alla tua professione. Talento senza lavoro non significa molto».

Oggi è pronto a trascinare ancora la Croazia per scrivere un’altra pagina di storia. Per Modric, Dalic e i compagni presenti a Messa, però, il Mondiale non è l’unica partita: ce n’è una più grande che riguarda il senso della vita. «Pensa a ogni volta che ti fai il segno della croce  ha spiegato il parroco nell’omelia . Ricorda che stai ponendo su di te il nome di Dio che è amore, che ci ha creati, ci ha redenti e non smette mai di amarci».

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La Vergine Maria ha ispirato la maglia blu della nazionale di calcio brasiliana

Posté par atempodiblog le 13 juin 2026

La Vergine Maria ha ispirato la maglia blu della nazionale di calcio brasiliana
Il blu per la nazionale non è solo un colore: è un segno di fede, protezione e vittoria che nasce dalla fiducia in Dio!
di Cleiton Ramos – ChurchPOP

La Vergine Maria ha ispirato la maglia blu della nazionale di calcio brasiliana

Molte persone conoscono l’iconica maglia gialla della nazionale brasiliana, la famosa canarinha, ma pochi conoscono la storia che c’è dietro la divisa blu, che è diventata un simbolo di fede e vittoria. E sì: questa storia ha molto a che fare con la Vergine di Aparecida, patrona del Brasile…

Un imprevisto in finale… e un atto di fede
Era il 1958. Il Brasile stava per giocare la finale di Coppa del Mondo contro la Svezia, a Stoccolma. Il problema? Entrambe le squadre indossavano maglie di colore giallo. Secondo il regolamento, la squadra di casa aveva la precedenza in merito e gli svedesi hanno deciso di giocare con quel colore.

Quindi il Brasile aveva bisogno di cambiare divisa. L’alternativa più logica sarebbe stata tornare alla maglia bianca, la stessa che aveva indossato nella dolorosa sconfitta contro l’Uruguay nella finale di Coppa del Mondo del 1950 al Maracaná. Il ricordo dello storico “Maracanazo” però era ancora molto presente, e in tanti temevano di rivivere quell’amara esperienza…

Secondo la tradizione, il capo della delegazione brasiliana, Paulo Machado de Carvalho, angosciato, ha deciso di ricorrere a ciò che innumerevoli cattolici fanno in tempi di incertezza: pregare.

Dopo il raccoglimento, ha alzato lo sguardo e ha visto un’immagine di Nostra Signora Aparecida sul muro. È stato allora che ha trovato l’ispirazione: la nuova maglia sarebbe stata blu, come il mantello della Patrona del Brasile.

La Vergine Maria ha ispirato la maglia blu della nazionale di calcio del Brasile

Una soluzione dell’ultimo minuto
Quella stessa notte, i membri della delegazione si sono affrettati a percorrere le strade di Stoccolma per acquistare magliette blu. Non c’era tempo per confezionare nuove uniformi ufficiali, quindi hanno improvvisato: hanno rimosso gli stemmi dalle magliette gialle e li hanno cuciti sulle nuove.

Il 29 giugno 1958, la squadra è entrata in campo con maglia blu e pantaloncini bianchi. Quello che è successo dopo è stato impresso per sempre nella storia del calcio: la nazionale brasiliana ha battuto la Svezia 5-2, vincendo la prima Coppa del Mondo della sua storia.

L’origine del “Manto Sagrado”
A partire da quella storica vittoria, la maglia blu ha acquisito un significato speciale per molti brasiliani. Non era più solo un’uniforme alternativa, ma un simbolo di protezione, speranza e trionfo. Diversi storici del calcio affermano che è stato allora che il termine “manto sagrado” per la maglia della squadra ha iniziato a diventare popolare in Brasile.

L’immagine di una squadra campione del mondo che indossa un’uniforme ispirata al mantello della Patrona del paese ha contribuito a rafforzare il legame tra fede e calcio, una relazione che è ancora viva nella cultura sportiva brasiliana fino ai giorni nostri!

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Grazie all’intercessione del Beato Padre Donizetti, un ragazzo si alzò dalla sedia a rotelle e iniziò subito a giocare a calcio

Posté par atempodiblog le 10 juin 2026

Grazie all’intercessione del Beato Padre Donizetti, un ragazzo si alzò dalla sedia a rotelle e iniziò subito a giocare a calcio
Tratto da: Do Rei Pelé ao gênio Neymar

Il Beato Padre Donizetti Tavares de Lima e Braguinha

Nato a Cássia (Minas Gerais, Brasile), il Beato Padre Donizetti Tavares de Lima fu un grande intercessore presso Dio già in vita. I suoi genitori ebbero sedici figli che battezzarono con nomi illustri: come Rossini (il fratello maggiore), Mozart, Bellini, Mascagni, Verdi, Puccini e Tosti. Il quinto dei loro figli ricevette il nome, appunto, di Donizetti; in omaggio al grande compositore italiano. Lui, però, scelse la musica di Dio e utilizzava la sua voce non per cantare, ma per pregare Nostra Signora Aparecida.

Quando celebrava la Santa Messa, folle di fedeli accorrevano. Aveva ricevuto dei doni soprannaturali: si narra che levitasse, che fosse presente in due luoghi contemporaneamente (bilocazione), che profetizzasse eventi futuri del mondo e della vita dei fedeli che lo visitavano, e che Dio operasse grandi miracoli attraverso la sua intercessione, convertendo innumerevoli persone al Cattolicesimo.

Da bambino, Pelé partecipò a una delle sue Sante Messe e il Sacerdote profetizzò, in quell’occasione e davanti a tutti, che uno dei presenti sarebbe diventato famoso a livello mondiale. A Padre Donizetti fu anche attribuita l’intercessione per la guarigione della balbuzie di Joelmir Beting, che sarebbe poi diventato un giornalista attivo in diverse emittenti nazionali.

Il miracolo del ragazzo José Alexandre Braga, meglio noto come Braguinha (oggi un uomo), fu uno dei più noti. Soffriva di una malattia degenerativa e non riusciva più a camminare senza tutori ortopedici e sedia a rotelle, a causa di una grave patologia ad un’anca: l’osteocondrite. Per i medici dell’epoca non c’era alcuna speranza.

Tuttavia, il giorno prima del miracolo, il ragazzo ricevette dallo Spirito Santo, attraverso una locuzione interiore, la profezia che avrebbe camminato il giorno seguente all’interno di una chiesa. Lo disse a suo padre, che non prese la cosa molto sul serio. Il giorno dopo padre e figlio si trovavano a Muzambinho quando il tutore ortopedico si ruppe. Il padre non aveva altra scelta che andare a San Paolo per prenderne un altro, perché il figlio non riusciva a deambulare senza. Durante il tragitto, il radiatore dell’auto si surriscaldò e furono costretti a fermarsi.

Fu allora che un gruppo di pellegrini, diretti alla parrocchia di Padre Donizetti, passò di lì. Alcuni notarono le condizioni del bambino e dissero al padre che Dio operava miracoli attraverso l’intercessione di Padre Donizetti, ed era noto proprio per i suoi poteri taumaturgici, che lui attribuiva a un dono ricevuto da Nostra Signora di Aparecida a beneficio degli ammalati e dei sofferenti, nel corpo e nello spirito. Braguinha ricordò subito la locuzione del giorno precedente.

Si recarono in chiesa, gremita di pellegrini, e lo portarono dal Sacerdote. Lui lo prese per le braccia, lo adagiò su una panca, distese le braccia e impartì la benedizione, dicendo: “Sei guarito!”.

E grazie all’intercessione di Padre Donizetti, che invocava sempre anche Nostra Signora Aparecida e soleva ripetere: “Solo la Madonna sa intercedere presso il Signore”, il ragazzo si alzò immediatamente, completamente guarito e senza sofferenze. Il Sacerdote lo portò personalmente in una piazza e lì giocò a calcio con lui. Ma non finì lì: Braguinha divenne addirittura calciatore professionista e vinse diversi trofei.

Il miracolo è stato immortalato in una grande vetrata (inaugurata il 10 ottobre 2024) del Santuario di Padre Donizetti, a Tambaú, nello Stato di San Paolo, in Brasile. La Chiesa Cattolica lo ha proclamato beato nel 2019, e il miracolo di Braguinha fece parte integrante del processo. I resti mortali di Padre Donizetti riposano presso la chiesa di Sant’Antonio a Tambaú, città in cui morì il 16 giugno 1961.

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La nuova divisa del Goiás Esporte Clube rende omaggio alla Festa del Divino Padre Eterno

Posté par atempodiblog le 27 mai 2026

La nuova divisa del Goiás Esporte Clube rende omaggio alla Festa del Divino Padre Eterno
Fonte: Fatos e Crenças

Goiás Esporte Clube

Il Goiás Esporte Clube ha presentato ufficialmente la maglia speciale intitolata “Romaria”, realizzata in collaborazione con il fornitore Diadora. La nuova divisa rende omaggio alla Festa del Divino Padre Eterno, tradizionale celebrazione religiosa che attira milioni di fedeli nella città di Trindade e rappresenta un pilastro della cultura e dell’identità goiana.

Caratterizzata da un design beige chiaro con dettagli dorati e i colori dello Stato, la maglietta riporta in filigrana l’immagine del Divino Padre Eterno. Il lancio ha avuto grande risonanza sui social e ha entusiasmato la tifoseria, unendo la passione per il calcio alle tradizioni di fede locali.

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Calcio e miracolo!

Posté par atempodiblog le 22 janvier 2026

Calcio e miracolo!
di Tempos de Futebol

Vetrata del Santuario di Nostra Signora di Aparecida a Tambaú SP che ricorda la guarigione di Brag
Vetrata del Santuario di Nostra Signora Aparecida a Tambaú-SP., che ricorda la guarigione di Braguinha ottenuta grazie all’intecessione del beato Padre Donizetti

José Alexandre Braga, meglio noto come Braguinha, nacque nell’aprile del 1950 a Guaranésia-MG. e dall’età di cinque anni indossava un tutore ortopedico a stivaletto a causa di una grave patologia, l’osteocondrite, ad un’anca. All’epoca, i migliori medici dissero alla sua famiglia che non esisteva nessuna cura.

Braguinha, un giorno, disse a sua madre che a Tambaú c’era un Sacerdote che lo avrebbe fatto tornare a camminare, ma sua mamma non conosceva né la città e né il Prete taumaturgo.

La mattina seguente, un camion che trasportava operai diretti a Tambaù si ruppe davanti a casa sua. I passeggeri del veicolo si fermarono per chiedere aiuto e, vedendo il ragazzo, parlarono con i suoi genitori, che furono d’accordo ad unirsi a loro e così si diressero tutti verso Tambaú.

Padre Donizetti si limitò ad impartire la benedizione a tutti, come era sua consuetudine, e, poi, si avvicinò al ragazzo Braguinha, il quale chiese a sua madre di togliergli lo stivaletto ortopedico e, dopo che gli fu tolto, Braguinha iniziò a camminare normalmente.

Ricevette un pallone da calcio con cui iniziò a giocare, fino a diventare un calciatore professionista. Attualmente Braguinha vive a Guaxupé-MG. Padre Donizetti è stato beatificato nel novembre 2019.

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I cinque campioni dello sport dell’Asia centrale

Posté par atempodiblog le 23 juillet 2025

I cinque campioni dello sport dell’Asia centrale
Un concorso promosso dalle rispettive emittenti ha scelto gli atleti più rappresentativi di ciascuno dei cinque Paesi. Dal judoka rifiutato dai russi e salito sul podio alle olimpiadi per il Tagikistan al calciatore uzbeko che gioca in Premier League e ha trascinato la sua nazionale alla qualificazione mondiale. Fino al kazako scopertosi maratoneta dopo una malattia.
di Vladimir Rozanskij – AsiaNews

I cinque campioni dello sport dell'Asia centrale dans Articoli di Giornali e News Abdukodir-Khusanov

Si è concluso il concorso degli “Eroi dello sport dell’Asia centrale”, sostenuto dalle redazioni di Radio Svoboda di Azattlyk in Kazakistan e Kirghizistan, Azatlyk in Turkmenistan, Ozodlik in Uzbekistan e Ozodi in Tagikistan, iniziato a ottobre del 2024, allo scopo di dare il giusto rilievo agli atleti che hanno ottenuto successi significativi nonostante le tante difficoltà delle attese sociali, dei tabù culturali e delle sfide fisiche e sociali da superare.

I candidati proposti sono stati moltissimi, e le redazioni hanno alla fine presentato i profili di cinque sportivi capaci di superare grandi difficoltà, raggiungendo importanti risultati. I vincitori sono stati scelti secondo i criteri dell’impatto sociale, delle votazioni dei giornalisti sportivi, del parere del pubblico e delle stesse redazioni, scegliendo un rappresentante per ciascuno dei cinque Paesi dell’Asia centrale come esempi di grande forza e decisione per chi cerca di superare le difficoltà della vita.

Campioni-dell-Asia-centrale dans Riflessioni

Per il Kazakistan il vincitore è Dosmukhamed Tulegenov, abitante del villaggio di Arkarly della regione di Žetysu, a cui per 34 anni è stata diagnosticata una malattia neurologica molto grave, dovuta a un tumore al cervello. Per dieci anni è rimasto a letto immobilizzato, nella solitudine, nel dolore e nella disperazione, desiderando solo di morire, ma è rimasto in vita per stare insieme ai suoi tre figli. Con una invalidità di II grado, egli non poteva né leggere, né guardare la televisione, e neppure sedersi, ma dopo dieci anni ha deciso di fare un passo in avanti, riprendendosi a poco a poco. Dalle passeggiate è passato alle corse, “riscoprendo la libertà”, come lui stesso racconta, fino a cimentarsi nelle maratone. Oggi Dosmukhamed ha 62 anni e vive nel suo paese insieme alla moglie, dopo oltre 40 anni di matrimonio, ai figli e ai nipoti che lo seguono e lo accompagnano nelle gare in tutto il Kazakistan, dove viene considerato uno dei migliori corridori sulle lunghe distanze.

La campionessa del Kirghizistan è la 41enne Gulnat Žuzbaeva, che fin da piccola aveva il sogno di vedere Parigi, dove alla fine è arrivata non come turista, ma come atleta paralimpica, raggiungendo una vittoria che ha ispirato tutti gli invalidi kirghisi. Avendo perso la vista fin dagli anni dell’infanzia, è riuscita comunque a finire la scuola e l’università fino a fondare l’Unione dei ciechi del Kirghizistan, addestrando oltre 200 persone non vedenti ad una vita autonoma, anche leggendo e usando liberamente il computer. A Parigi ha corso i 1.500 metri sulla riva della Senna, raggiungendo il 13° posto e stabilendo il record nazionale, dopo aver conquistato medaglie d’argento e bronzo ai Giochi paraolimpici asiatici.

Il 26enne Somon Makhmadbekov è nato nella città russa di Irkutsk in Siberia, ma i russi non gli hanno permesso di gareggiare, in quanto i suoi genitori erano privi della cittadinanza russa. Tornato in Tagikistan, ha preso il passaporto e ha cominciato a rappresentare con orgoglio il Paese nativo della sua famiglia, conquistando molte medaglie nel judo e guadagnandosi la fiducia dei suoi connazionali, fino al bronzo olimpico del 2024 a Parigi.

Il turkmeno Murad Kurbanov ha il 6° dan nell’arte marziale giapponese dell’Aikidō, simbolo della contrapposizione pacifica, e fu costretto nel 2005 a lasciare il Paese per aver criticato alcune ingiustizie, perdendo casa, lavoro e affetti, finendo per lavorare come operaio in un cantiere della Francia. Grazie all’esercizio della lotta non ha perso il controllo e l’armonia della sua persona, ed è riuscito a creare una società di custodia basata su questi principi. Oggi, a 59 anni, egli ritiene che l’Aikidō non lo abbia solo aiutato nei successi, ma gli abbia salvato la vita.

L’uzbeko Abdukodir Khusanov, chiamato “il Treno” per la sua velocità di corsa, è stato il primo calciatore dell’Asia centrale a giocare in Premier League firmando un contratto con il Manchester City nel 2025, acquistato per 41 milioni e diventando una leggenda per l’Uzbekistan e l’intera regione. Dopo essere stato rifiutato dalle squadre più importanti in patria, ha giocato in Bielorussia, poi in Francia nelle leghe minori, fino alla gloria inglese, simbolo nella nuova era del football uzbeko, primo Paese centrasiatico che parteciperà ai campionati del mondo di calcio nel 2026 in America.

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DIOGO JOTA/ Il senso di una morte che non si misura con i criteri del mondo

Posté par atempodiblog le 6 juillet 2025

DIOGO JOTA/ Il senso di una morte che non si misura con i criteri del mondo
Diogo Jota, attaccante portoghese del Liverpool, è morto in un incidente stradale in Spagna insieme al fratello. Tutto nella sua vita parlava di futuro
di Don Federico Pichetto – Il Sussidiario

DIOGO JOTA/ Il senso di una morte che non si misura con i criteri del mondo dans Articoli di Giornali e News Andr-Silva-e-Diogo-Jota

Vi sono eventi che sembrano non appartenere alla cronaca, ma affacciarsi su quella soglia silenziosa che separa il visibile dall’invisibile. La morte improvvisa di Diogo Jota, giovane calciatore del Liverpool, e di suo fratello André, avvenuta mentre facevano ritorno a casa, ci pone dinanzi a uno di questi eventi.

Nulla, in apparenza, faceva presagire una fine così precoce. Una carriera affermata, una recente unione matrimoniale, una famiglia con tre figli piccoli: tutto parlava di vita, di promessa, di futuro.

Tuttavia, proprio quando l’uomo si ritiene al sicuro, quando crede di possedere il tempo, la realtà si incarica di ricordargli la sua condizione creaturale. In un istante, ciò che sembrava stabile si infrange, e ci si ritrova senza appigli, esposti al mistero. Questo non significa che la morte sia priva di senso. Significa piuttosto che il senso non si colloca dove la logica dell’efficienza e della prestazione lo vorrebbe cercare.

Nel mondo contemporaneo, l’idea di felicità si è gradualmente identificata con la realizzazione di sé. Essa viene concepita come il risultato di una vita pianificata, ben costruita, conforme a un’immagine ideale che ciascuno elabora per sé stesso. Ma questa concezione è profondamente fragile. Essa è esposta, per sua natura, all’illusione. L’uomo non è padrone del tempo. Non può garantirsi né la durata né il compimento dei suoi progetti.

La Scrittura, al contrario, propone una concezione diversa del tempo e della felicità. Il tempo non è qualcosa da possedere, ma un dono da accogliere. La felicità non è un risultato, ma una risposta. Non si tratta di riuscire, ma di lasciarsi amare. Il vero compimento dell’uomo non sta nell’essere ciò che si è progettato, ma nell’essere riconosciuto da uno sguardo che lo precede, lo conosce, lo chiama per nome.

Questo sguardo è lo sguardo del Padre. In esso l’uomo si compie, anche se il suo percorso terreno appare interrotto. Anche un solo giorno, vissuto nella luce dell’amore, può contenere l’eternità. Anche un istante, se vissuto nella verità, può diventare definitivo.

La vita di Diogo Jota, nella sua brevità, reca tracce di una bellezza che non si misura con i criteri del mondo. Il legame con il fratello, l’amore per la sposa, la paternità vissuta nei primi anni di tre figli: sono segni di una vocazione all’Altro, di un’apertura che non si lascia chiudere nell’immanenza del successo sportivo o dell’immagine pubblica.

Non conosciamo il suo cuore. Ma possiamo dire che vi è una verità che ci riguarda tutti: l’uomo non è fatto per trattenere, ma per affidare. Non è fatto per dominare il tempo, ma per attraversarlo nella gratitudine e nella speranza.

Solo in questa luce la morte si sottrae all’assurdo. Non perché il dolore venga meno – esso resta, nella carne e nell’anima di chi sopravvive –, ma perché non è più privo di direzione. La speranza cristiana non nega la realtà della morte, ma la interpreta alla luce della risurrezione. Essa annuncia che nulla, nella vita dell’uomo, è perduto se è stato vissuto nell’amore. E che ciò che ci appare come fine, è in realtà un compimento.

Nel tempo che ci è dato, nessuno può sapere quanto durerà il cammino. Ma ciascuno può scegliere come percorrerlo. L’essenziale non è costruire qualcosa che duri, ma vivere in modo che ogni gesto sia già pieno di eternità. In questo senso, la vera felicità non è una conquista, ma una corrispondenza. Non un diritto, ma un incontro.

Per questo, la morte di un uomo giovane non è inutile, se ci richiama alla verità su noi stessi. Se ci invita a lasciare cadere l’illusione di essere i padroni della nostra esistenza. Se ci conduce a riscoprire il senso dell’attesa e della fiducia. E se ci apre, infine, alla preghiera.

Non c’è nulla di più umano – e di più cristiano – che pregare per i morti. Non è un atto rituale. È un atto di fede: fede nel fatto che nessuna vita si perde in Dio, e che ogni amore vissuto nella verità sarà raccolto nella sua misericordia.

Pregare per Diogo e per André significa riconoscere che la loro vita non si è spenta nel nulla, ma è entrata nel silenzio fecondo di un Altro. E che noi, pellegrini nel tempo, possiamo già da ora lasciarci attirare da quella luce che non tramonta.

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La storia incredibile di Nadia Nadim, la dottoressa del calcio che ha segnato a San Siro

Posté par atempodiblog le 11 décembre 2024

La storia incredibile di Nadia Nadim, la dottoressa del calcio che ha segnato a San Siro
Fuggita a 11 anni dall’Afghanistan, con la mamma e le sorelle, dopo l’assassinio del padre per mano dei Talebani, ha scoperto il calcio in un campo profughi in Danimarca e non è finita lì
di Elisa Chiari – Famiglia Cristiana

La storia incredibile di Nadia Nadim, la dottoressa del calcio che ha segnato a San Siro dans Articoli di Giornali e News Nadia-Milan

C’è chi dice che la vita di Nadia Nadim, l’attaccante del Milan che dal 10 dicembre 2024, è la prima calciatrice straniera a segnare una rete a San Siro, sembra un romanzo o un film. Ma chi lo fa dimentica che spesso la realtà ha più fantasia di ogni arte e di ogni letteratura. La storia da 250 reti nel calcio femminile di questa donna tosta, che non disdegna di mostrarsi su Instagram in mille vesti, sportive e da sera, e anche da sposa quando nell’agosto scorso ha sposato in Turchia il fidanzato storico Idrees, è cominciata nel 1988, da secondogenita di una famiglia di cinque figlie femmine.

Nadia aveva sette anni quando i Talebani hanno preso il potere e ristretto la sua vita di bambina. Ne aveva 11, quando il padre, generale dell’esercito considerato espressione dell’esiliato governo di Burhanuddin Rabbani, è stato ucciso dai Talebani. In quel momento la madre ha preso il coraggio della disperazione ha venduto tutti gli averi di casa per partire con cinque bambine alla ricerca di un posto di mondo meno pericoloso in cui vivere, nell’immaginario c’era Londra, dove già c’era un pezzo di famiglia. Il destino ha deciso diversamente: attraverso il Pakistan, con passaporti falsi rimediati a Islamabad, sono arrivate fino all’Europa. Nelle tappe del viaggio anche Milano, quattro giorni in quello che nei suoi racconti di questi anni Nadia ha raccontato come uno scantinato freddo, buio e molto sporco. Di lì in clandestinità dentro un camion che si credeva diretto in Inghilterra e invece è approdato a Renders in Danimarca, dove prima di qualunque altra cosa hanno dovuto chiedere a un passante: “Dove siamo?”. Per poi approdare al primo posto di polizia a fare domanda di asilo. Una domanda accolta in tempi relativamente brevi e cominciata con l’umanità di un agente che a cinque bambine sedute ad aspettare la mamma che esponeva le sue ragioni alla Polizia, ha chiesto a gesti toccandosi la pancia: “avete fame?” e ha rimediato loro qualcosa da mangiare. Un ricordo capace di fissarsi nella mente di una bambina che ancora non aveva un posto nel mondo e di indirizzare in lei un desiderio ancora senza forma di fare qualcosa per aiutare gli altri.

Il calcio a quel tempo non era neanche nei calcoli: nessuna di quelle bambine aveva mai visto una ragazza giocare a pallone. È successo per la prima volta dietro la rete di un campo profughi danese, dove Nadia e la mamma e le sorelle sono state per qualche anno. Quel campo di calcio, in cui Nadia e le due sorelle più grandi sono entrate quasi per caso, è diventato presto l’emblema della libertà: dopo cinque anni in cui era stato loro vietato di uscire, di andare a scuola, di fare sport di fare qualunque cosa, passare la mattina a studiare la lingua del Paese che le aveva accolte e il pomeriggio a giocare, un gioco creduto da maschi, con le altre bambine rifugiate, significava un modo diverso di vedere la vita e cominciare a pensarsi in un mondo nuovo.

Una volta uscita dal campo profughi, e arrivata in una piccola vera casa, Nadia ha cominciato a giocare con una società di Skørping vicino a dove vivevano. Ma presto con la scoperta del talento è arrivata la proposta di una squadra di livello superiore l’Aalborg. Significava bicicletta, treno, autobus, ore di viaggio dopo la scuola. La madre non voleva saperne: dovete studiare, se non studiate vi perderete, il calcio non è un lavoro e poi non abbiamo i soldi. In una parola tutto il campionario di ragionevolezza che metterebbe davanti una madre sola con cinque figlie in un paese straniero. La società si offrì di pagare il viaggio rimuovendo il primo ostacolo, Nadia fece il resto mantenendo la promessa di portare a casa sempre i voti migliori. Era partita da una sequela di “non puoi”, a trasgredire i quali si rischiava la vita, nella sua nuova aveva deciso che avrebbe rimosso da sola gli ostacoli che erano solo questione di organizzazione e di buona volontà.

Questo ha fatto sì che oggi Nadia Nadim sia una stella del calcio femminile, la prima naturalizzata a far parte della Nazionale di calcio danese, che ha giocato nel Paris Saint Germain, nel Machester City e ora nel Milan, mettendo insieme oltre 250 reti.

All’università di Aarhus in Danimarca si è laureata in medicina, utilizzando il periodo in cui ha giocato negli Stati Uniti per studiare durante la stagione di gioco e concentrare i tirocini nella pausa dal campionato, più lunga che in Europa: c’è voluto più tempo del normale: un semestre all’anno invece di due, ma anche in questo Nadia ha mantenuto la promessa fatta alla madre e risposto a chi le diceva: “Non ce la farai mai”. Ripete di aver scelto la medicina in ossequio a quel desiderio di tornare un giorno utile a qualcuno.

La visibilità che ottiene sul campo da calcio le serve anche per promuovere nel mondo l’importanza dello sport e dell’istruzione per le bambine e i bambini dei Paesi più poveri. Quando le chiedono della parità nel calcio risponde: «Non sono femminista, ma umanista, nel senso che mi interessano le persone, e realista: so che non arriveremo facilmente alla parità con i maschi nel calcio ma possiamo crescere molto». E intanto si batte perché nessun bambino e nessuna bambina nel mondo davanti all’aula di una scuola o a un campo di calcio si senta sentire dire: «Non puoi». Al momento la sua residenza è la Danimarca, è lì che ha comprato la prima casa alla sua mamma, scomparsa nel 2022 investita da un camion. Ha detto che se mai tornerà in Afghanistan sarà come chirurga. Vuol dire che il mondo, quel mondo, deve fare ancora un pezzo di strada.

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Hidilyn Diaz e Nostra Signora della Medaglia Miracolosa

Posté par atempodiblog le 11 août 2024

Hidilyn Diaz e Nostra Signora della Medaglia Miracolosa dans Apparizioni mariane e santuari Hidilyn-Diaz-a-Rue-du-Bac-Medaglia-Miracolosa

Hidilyn Diaz, il 6 agosto scorso, ha mantenuto la promessa di visitare Nostra Signora della Medaglia Miracolosa in Rue du Bac, a Parigi.
La visita è avvenuta durante i festeggiamenti per l’anniversario della dedicazione della Cappella consacrata al Sacro Cuore e, successivamente, a Nostra Signora della Medaglia Miracolosa. La Cappella fu solennemente benedetta il 6 agosto del 1815 e dedicata al Sacro Cuore di Gesù.
L’atleta filippina ha conquistato, nel 2021 a Tokyo, la prima medaglia d’oro per il suo paese nella storia dei Giochi Olimpici e, in quell’occasione, aveva espresso il desiderio di recarsi a Rue du Bac nella chiesa in cui la Santa Vergine era apparsa a santa Caterina Labouré.
Ai Giochi di Parigi 2024 il suo connazionale Carlos Yulo, vincitore di due ori in questa edizione, alzando un braccio al Cielo e recitando una preghiera, ha voluto ringraziare il Signore per essere presente nella sua vita.
Hidilyn ci incoraggia ad avere fiducia nella Mamma del Cielo e ci rivolge un invito: «Recitiamo sovente la giaculatoria incisa sulla Medaglia: “O Maria, concepita senza peccato, pregate per noi che ricorriamo a voi”».

Divisore dans San Francesco di Sales

Freccia dans Viaggi & Vacanze Solleva la Medaglia Miracolosa dopo aver vinto l’Oro

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Lacrime di gioia nella sconfitta

Posté par atempodiblog le 30 juillet 2024

Lacrime di gioia nella sconfitta
di don Antonello Iapicca

Lacrime di gioia nella sconfitta dans Don Antonello Iapicca Benedetta-Pilato-Olimpiadi
Foto: la Repubblica

Non c’entra la fede, almeno non c’era nelle parole di Benedetta. C’entra l’autentico restare umani, che di questi tempi è molto più duro di qualsiasi disciplina olimpica. E noi sappiamo che qualunque cosa sia autenticamente umana ha a che fare con Dio che si è fatto uomo.

Restare semplicemente quel che siamo, fragili e impotenti nella maggior parte dei casi, ma restare lì, sbattendo sui limiti e non restarne schiacciati, perché in quei limiti c’è quello che siamo, ma anche il desiderio indomito di superarli, per diventare ciò per cui siamo nati. Che non è solo per una medaglia all’Olimpiade, è per il compimento della vita nell’amore.

Le lacrime di Benedetta hanno lavato, inconsapevolmente forse, la bruttura dell’antiumana e ideologicamente falsa cerimonia di apertura. Lacrime di gioia che incastonano una solo apparente sconfitta nella vittoria più bella, quella di chi, colmo di gratitudine, sa che anche sfiorare una medaglia è bello, perché quest’oggi  lo ha detto Benedetta  è stato bellissimo, di una bellezza impensabile ieri.

C’è infatti una trama spesso nascosta che conduce le nostre vite, un disegno divino che ci conduce al bene attraverso ogni evento. Saperla riconoscere, anche in mezzo alla zizzania che spesso sembra soffocarci, fa piangere lacrime di gioia, anche nella sconfitta.

“Ma dici davvero?”, ha chiesto a Benedetta la cronista della Rai, sorpresa dalle sue lacrime e dalle sue parole. Perché la gioia nella sconfitta è un ossimoro per una società che fa del successo il suo unico obbiettivo.

“Dici davvero” che si può piangere di gioia nella sconfitta? Sì, certo che si può, basta guardare la Croce, identificata dai più come zizzania da estirpare, come la sconfitta più umiliante, con gli occhi purificati dalla Grazia e dall’esperienza del perdono e dell’amore di Dio che essa significa.

Perché ogni Croce, ogni dolore, ogni sconfitta, risplende con i colori dell’unica vittoria capace di cambiare la vita e renderla un prodigio, e ogni suo giorno come il più bello. La vittoria sulla morte e il peccato, il frutto più bello e più buono del Grano che su ogni Croce è stato crocifisso.

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Napoli, finalmente festa: campione d’Italia per la terza volta!

Posté par atempodiblog le 4 mai 2023

Napoli, finalmente festa: campione d’Italia per la terza volta!
Trentatré anni dopo Maradona gli azzurri sono di nuovo campioni d’Italia: la certezza del titolo è arrivata col pareggio di Udine, a cinque giornate dalla fine del campionato
Fonte: La Gazzetta dello Sport

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Adesso è ufficiale: il Napoli è campione d’Italia per la terza volta nella sua storia. Agli azzurri è bastato pareggiare a Udine, perché per la matematica certezza bastava un solo punto contro l’Udinese. E il punto è arrivato grazie al gol di Osimhen col quale gli uomini di Spalletti hanno risposto a quello di Lovric. Il terzo tricolore è finito finalmente in bacheca, dando il via alla festa di un popolo che aspettava una simile gioia da 33 anni, dall’ultimo trionfo ottenuto con in campo Diego Armando Maradona.

Quella della formazione di Luciano Spalletti, grande protagonista grazie alle sue scelte e al gioco che ha dato alla squadra, è stata un’autentica cavalcata: è partita con due vittorie e due pareggi nelle prime quattro giornate, poi ha inanellato una serie di 11 successi consecutivi che alla sosta per il Mondiale avevano fatto pensare a molti che il più fosse fatto. Il ko contro l’Inter, alla prima del 2023, non ha tolto certezze e gli azzurri hanno immediatamente ripreso il loro passo inarrestabile grazie alle reti di Osimhen, alle giocate di Kvaratskhelia, alla regia di Lobotka, alla solidità della difesa guidata da Kim e Di Lorenzo, alle parate di Meret e alle mosse tattiche di Spalletti. Questo Napoli è già nella storia, insieme alla sua gente che adesso giustamente festeggia l’impresa degli azzurri.

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Per sempre invincibili, 74 anni fa la tragedia di Superga. Gravina: “Patrimonio comune”

Posté par atempodiblog le 4 mai 2023

Per sempre invincibili, 74 anni fa la tragedia di Superga. Gravina: “Patrimonio comune”
La cerimonia al cimitero monumentale ha aperto la giornata di commemorazione. Alle 17 la messa. Sarà il granata Buongiorno, per la prima volta, a leggere i nomi delle vittime
Fonte: Tgr Piemonte

Oggi è il giorno della commemorazione del Grande Torino: il programma dei granata dans Articoli di Giornali e News Superga

Come ogni anno il popolo granata e tutta la città di Torino si uniscono il 4 maggio per ricordare i campioni del Grande Torino, rimasti vittima del tragico incidente aereo sulla collina di Superga. Erano le 17.03 esatte quando in un solo istante morirono in 31: diciotto calciatori, tre giornalisti, quattro componenti dell’equipaggio e sei tra dirigenti e allenatori.

Gravina: “Patrimonio comune” – “Solo il Grande Torino – il ricordo del presidente della FIGC, Gabriele Gravina – ha superato il confine tra mito e leggenda, diventando patrimonio comune dell’Italia calcistica e della storia civile del nostro Paese. Il messaggio di bellezza e di unione rappresenta l’eredità più bella di una squadra senza tempo”.

Cairo: “Buongiorno un ragazzo speciale” - Il Presidente del Torino Urbano Cairo ha voluto dedicare un pensiero al vicecapitano, Alessandro Buongiorno, torinese crescito nelle giovanili granata, incaricato oggi pomeriggio di leggere il nome degli Invincibili, un incarico concesso dal suo capitano, Ricardo Rodriguez: “È un ragazzo straordinario dal punto di vista personale, umano, ha fatto le cose giuste, ha studiato pur giocando a calcio, quindi si impegna anche nella vita. Un ragazzo molto speciale, disponibile, buono, che è cresciuto con noi e oggi avere lui che leggerà i nomi del Grande Torino è una cosa molto bella e sarà emozionante”.

Il programma della giornata
La giornata di commemorazione è iniziata alle 10.30 al Cimitero Monumentale del capoluogo piemontese, con ingresso da via Varano 35. Il Circolo soci Torino FC 1906 e la Città di Torino hanno ricordato l’anniversario presso l’arcata della Quinta ampliazione dove si trovano le lapidi in ricordo delle vittime della sciagura.

Oltre a don Riccardo Robella che impartirà la benedizione ai sepolcri, insieme alle Autorità saranno presenti anche le famiglie dei calciatori. Alle Edicole in Settima Ampliazione Campo E, presso il Monumento dedicato agli ‘invincibili’, Luciano Capellari, autore dell’installazione, ha raccontato la storia della realizzazione dell’opera ai visitatori.

Alle 12.15 in piazza Galimberti (a pochi metri dal Filadelfia del Grande Torino) l’intitolazione del parco a Valentino Mazzola. Allo stadio, alle 13.30, la pedalata aperta a tutta la cittadinanza verso Superga.

Il momento più alto della giornata alle 17, allo stesso orario della tragedia, con la messa officiata da don Robella.
Al capitano del Toro Alessandro Buongiorno il compito di leggere i nomi delle vittime. E’ la prima volta per il difensore granata.

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