• Accueil
  • > Discernimento vocazionale

Papa Francesco: Pastorale vocazionale non un programma, ma incontro con Gesù

Posté par atempodiblog le 21 octobre 2016

Papa Francesco: Pastorale vocazionale non un programma, ma incontro con Gesù
La pastorale vocazionale non è un progetto, ma consiste nell’imparare lo stile di Gesù. Così, in sintesi, il Papa nel discorso ai partecipanti al Convegno Internazionale di Pastorale vocazionale, in corso da mercoledì scorso in Vaticano, promosso dalla Congregazione per il Clero. Ai circa 255 partecipanti, ricevuti stamani in Sala Clementina, Francesco ha chiesto di “essere pastori in mezzo al popolo”, capaci di ascolto e misericordia.
di Debora Donnini – Radio Vaticana

Papa Francesco: Pastorale vocazionale non un programma, ma incontro con Gesù dans Commenti al Vangelo Pastorale_vocazionale

La chiamata di Matteo. E’ l’episodio del Vangelo con cui il Papa spiega la pastorale vocazionale: Gesù esce a predicare, poi vede Levi, il pubblicano, seduto al banco delle imposte, quindi lo chiama. “Uscire, vedere, chiamare” sono i tre verbi che incarnano questo dinamismo. Il motto del suo Pontificato,  Miserando atque eligendo, si riferisce proprio alla chiamata di Matteo e costituisce il tema dello stesso Convegno vocazionale. Un motto che fa memoria degli anni giovanili del Papa, quando sentì la chiamata del Signore: non “a seguito di una conferenza”, ricorda, ma “per aver sperimentato l’amore misericordioso di Gesù »:

“Dunque, è bello che siate venuti qui, da molte parti del mondo, a riflettere su questo tema, ma, per favore, che non finisca tutto con un bel convegno! La pastorale vocazionale è imparare lo stile di Gesù, che passa nei luoghi della vita quotidiana, si ferma senza fretta e, guardando i fratelli con misericordia, li conduce all’incontro con Dio Padre”.

Bisogna uscire e ascoltare i giovani. Non è un compito da ufficio burocratico
Prima di tutto dunque bisogna “uscire”. Serve una Chiesa in movimento, ricorda Francesco, che non resti chiusa “nel comodo criterio pastorale del ‘si è fatto sempre così’”. Bisogna invece essere “audaci e creativi”, uscire dalle rigidità e “dalle formule standardizzate che spesso risultano anacronistiche”:

“Lo chiedo soprattutto ai pastori della Chiesa, ai vescovi e ai sacerdoti: voi siete i principali responsabili delle vocazioni cristiane e sacerdotali, e questo compito non si può relegare a un ufficio burocratico. Anche voi avete vissuto un incontro che ha cambiato la vostra vita, quando un altro prete – il parroco, il confessore, il direttore spirituale – vi ha fatto sperimentare la bellezza dell’amore di Dio”.

Il Papa esorta quindi i pastori a fare lo stesso: uscire, ascoltare i giovani, aiutarli a discernere. “E’ triste – nota – quando un prete vive solo per se stesso, chiudendosi nella fortezza sicura della canonica”:

“Al contrario, siamo chiamati a essere pastori in mezzo al popolo, capaci di animare una pastorale dell’incontro e di spendere tempo per accogliere e ascoltare tutti, specialmente i giovani”.

Il pastore deve avere lo stesso sguardo misericordioso di Gesù, senza fretta e con discernimento
Il secondo asse portante per Francesco è “vedere”: senza farsi prendere dalla fretta o dall’”attivismo organizzato”, bisogna invece trovare il tempo per incontrare le persone.

Il termine miserando infatti esprime proprio un abbracciare con gli occhi e col cuore. Così Gesù ha guardato Matteo: e questo pubblicano finalmente non ha percepito uno sguardo di disprezzo, ma d’amore:

“Gesù ha sfidato i pregiudizi e le etichette della gente; ha creato uno spazio aperto, nel quale Matteo ha potuto rivedere la propria vita e iniziare un nuovo cammino”.

Un pastore deve quindi essere “attento, non frettoloso, capace di fermarsi e leggere in profondità”, senza far sentire l’altro giudicato.

Deve avere uno sguardo “capace di suscitare stupore per il Vangelo”, “uno sguardo di discernimento, che accompagna le persone, senza né impossessarsi della loro coscienza, né pretendere di controllare la grazia di Dio”. Soprattutto Francesco vuole che ci sia discernimento “senza leggerezze o superficialità”:

“Lo dico in particolare ai fratelli vescovi: vigilanza e prudenza. La Chiesa e il mondo hanno bisogno di sacerdoti maturi ed equilibrati, di pastori intrepidi e generosi, capaci di vicinanza, ascolto e misericordia”.

Gesù non presenta un programma ma suscita il fascino di seguirLo
Il terzo punto è “chiamare”, il verbo tipico della vocazione cristiana:

“Gesù non fa lunghi discorsi, non consegna un programma a cui aderire, non fa proselitismo, né offre risposte preconfezionate. Rivolgendosi a Matteo, si limita a dire: ‘Seguimi!’. In questo modo, suscita in lui il fascino di scoprire una nuova mèta, aprendo la sua vita verso un ‘luogo’ che va oltre il piccolo banco dove sta seduto”.

Il Papa esorta quindi a non ridurre la fede “a un libro di ricette o a un insieme di norme”, ma ad aiutare i giovani a “mettersi in cammino e a scoprire la gioia del Vangelo”. Francesco sa che non è un compito facile e che i risultati possono essere scarsi e produrre scoraggiamento, ma il Signore dona il coraggio di “gettare le reti anche quando siamo stanchi e delusi per non aver pescato nulla”, sottolinea.

Ai vescovi e ai sacerdoti Francesco chiede dunque di farsi prossimi, uscire a seminare la Parola con sguardi di misericordia. Chiede di esercitare il discernimento dando impulso alle vocazioni, attraverso l’evangelizzazione. E soprattutto a mostrare, dice, “la vostra testimonianza gioiosa” che è bello donare al Signore la vita per sempre.

Publié dans Commenti al Vangelo, Discernimento vocazionale, Fede, morale e teologia, Papa Francesco I, Riflessioni, Sacramento dell’Ordine, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Papa Francesco: trasmettere misericordia, mondo stanco di preti e vescovi alla moda

Posté par atempodiblog le 16 septembre 2016

Papa Francesco: trasmettere misericordia, mondo stanco di preti e vescovi alla moda
Il mondo è stanco di preti e vescovi “alla moda”: la Chiesa si lasci “destabilizzare” dal Signore e sia vicina alla gente per trasmettere la misericordia di Dio. Così il Papa nel discorso ai partecipanti al Corso di formazione per nuovi vescovi, organizzato per questa settimana a Roma dalla Congregazione per i vescovi in collaborazione con quella per le Chiese Orientali. Presenti in Sala Clementina i cardinali Marc Ouellet e Leonardo Sandri, prefetti dei due dicasteri.
di Giada Aquilino – Radio Vaticana

Papa Francesco: trasmettere misericordia, mondo stanco di preti e vescovi alla moda dans Discernimento vocazionale Papa_Francesco_e_Sacerdoti

Rendere pastorale la misericordia di Dio. Questa la missione dei vescovi, e in particolare dei nuovi presuli, indicata da Papa Francesco. Il compito, “non facile” ha detto il Pontefice nel suo ampio discorso, è dunque renderla “accessibile, tangibile, incontrabile” nelle Chiese loro affidate in modo che siano “case dove albergano santità, verità e amore”. Una misericordia da offrire a questo “mondo mendicante”, ha osservato, senza tuttavia “attrarre a sé stessi”:

“Il mondo è stanco di incantatori bugiardi. E mi permetto di dire: di preti ‘alla moda’ o di vescovi ‘alla moda’.

La gente ‘fiuta’ – il popolo di Dio ha il fiuto di Dio – la gente ‘fiuta’ e si allontana quando riconosce i narcisisti, i manipolatori, i difensori delle cause proprie, i banditori di vane crociate.

Piuttosto, cercate di assecondare Dio, che già si introduce prima ancora del vostro arrivo”.

D’altra parte gli uomini “hanno bisogno della misericordia”: coscienti di essere “feriti e ‘mezzi morti’”, ha osservato, tendono la mano per mendicarla, rimanendo “affascinati” dalla sua capacità di “chinarsi”, anche quando “un certo reumatismo dell’anima” impedisce di piegarsi.

Servono dunque persone che sappiano far emergere dagli “sgrammaticati cuori odierni” la volontà ad ascoltare il Signore, favorendo “il silenzio” che rende ciò possibile.

“Dio non si arrende mai! Siamo noi che, abituati alla resa, spesso ci accomodiamo preferendo lasciarci convincere che veramente hanno potuto eliminarlo e inventiamo discorsi amari per giustificare la pigrizia che ci blocca nel suono immobile delle vane lamentele. Le lamentele di un vescovo sono cose brutte”.

L’esortazione è a lasciarsi “destabilizzare” da Dio: la sua misericordia – ha proseguito Francesco – è la “sola realtà” che consente all’uomo di non perdersi “definitivamente”.

Ciò si traduce allora in “non avere altra prospettiva” da cui guardare i fedeli che quella della loro “unicità”, non lasciando “nulla di intentato” pur di raggiungerli, non risparmiando “alcuno sforzo” per ricuperarli.

La via è “iniziare” ciascuna Chiesa ad un cammino d’amore, quando oggi – ha constatato il Papa – “si è perso il senso dell’iniziazione”:

“Pensate all’emergenza educativa, alla trasmissione sia dei contenuti sia dei valori, pensate all’analfabetismo affettivo, ai percorsi vocazionali, al discernimento nelle famiglie, alla ricerca della pace: tutto ciò richiede iniziazione e percorsi guidati, con perseveranza, pazienza e costanza, che sono i segni che distinguono il buon pastore dal mercenario”.

Le “strutture di iniziazione” delle Chiese locali, ha spiegato, sono i seminari:

“Non lasciatevi tentare dai numeri e dalla quantità delle vocazioni, ma cercate piuttosto la qualità del discepolato.

Né numeri né quantità: soltanto qualità. Non private i seminaristi della vostra ferma e tenera paternità”.

Far dunque crescere i seminaristi “fino al punto di acquisire la libertà di stare in Dio tranquilli e sereni”, non preda “dei propri capricci e succubi delle proprie fragilità”, ma liberi di abbracciare quanto Dio chiede loro.

Poi stare “attenti” a che non si rifugino “nelle rigidità”: sotto – ha affermato – c’è sempre “qualcosa di brutto”. Quindi accompagnare “con paziente sollecitudine” il clero.

“Vi prego pure di agire con grande prudenza e responsabilità nell’accogliere candidati o incardinare sacerdoti nelle vostre Chiese locali. Per favore, prudenza e responsabilità in questo.

Ricordate che sin dagli inizi si è voluto inscindibile il rapporto tra una Chiesa locale e i suoi sacerdoti e non si è mai accettato un clero vagante o in transito da un posto all’altro. E questa è una malattia dei nostri tempi”.

Al contempo, ha raccomandato di accompagnare le famiglie “incoraggiando l’immenso bene che elargiscono” nella società, seguendo “soprattutto quelle più ferite” nel “discernimento” e con “empatia”.

“Non ‘passate oltre’ davanti alle loro fragilità.

Fermatevi per lasciare che il vostro cuore di pastori sia trafitto dalla visione della loro ferita; avvicinatevi con delicatezza e senza paura. Mettete davanti ai loro occhi la gioia dell’amore autentico e della grazia con la quale Dio lo eleva alla partecipazione del proprio Amore”.

Publié dans Discernimento vocazionale, Fede, morale e teologia, Misericordia, Papa Francesco I, Riflessioni, Sacramento dell’Ordine, Stile di vita | Pas de Commentaire »

L’amore giovanile di Ratzinger e quelli degli altri Papi

Posté par atempodiblog le 10 septembre 2016

L’amore giovanile di Ratzinger e quelli degli altri Papi
Il giornalista Peter Seewald rivela a «Die Zeit» che Benedetto XVI visse un «grande amore» che rese difficile la sua scelta per il celibato
di Andrea Tornielli – La Stampa

L'amore giovanile di Ratzinger e quelli degli altri Papi dans Andrea Tornielli Un_giovane_Ratzinger

Non è stato discreto Peter Seewald, giornalista e autore di libri intervista prima con il cardinale Joseph Ratzinger e poi con Benedetto XVI. In un’intervista pubblicata sul settimanale tedesco «Die Zeit» ha raccontato che il Papa emerito ha vissuto negli anni della giovinezza un «grande amore» che avrebbe reso più complicata la scelta per il celibato. Ma questo episodio non è mai comparso nei libri-intervista di Seewald, quelli pubblicati e quelli non ancora pubblicati. Dopo la pubblicazione della breve autobiografia a sua firma edita da San Paolo, fu chiesto all’allora Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede Ratzinger se c’erano stati e, se sì, perché non avesse citato eventuali amori giovanili. Il porporato aveva risposto con un sorriso, dicendo che aveva già superato il numero di cartelle concordate con l’editore.

Questo amore, ha spiegato Seewald, «gli causò molti tormenti interiori. Dopo la guerra, per la prima volta, c’erano delle studentesse. Era davvero un bel giovane, elegante, un esteta che scriveva poesie e leggeva Hermann Hesse». «Uno dei suoi compagni di studio mi ha raccontato – aggiunge il giornalista – che Joseph Ratzinger faceva effetto sulle donne e anche il contrario. Decidersi per il celibato non fu facile per lui».

Anche di altri Pontefici della storia recente sono noti episodi simili. Che Karol Wojtyla, giovane e aitante attore, esercitasse fascino sulle donne è risaputo. Come pure è risaputo che almeno una delle sue compagne di palcoscenico si era innamorata di lui, anche se alla fine non era stata ricambiata.

Un invaghimento giovanile, anzi in questo caso adolescenziale, è attestato anche per Eugenio Pacelli, il futuro Pio XII, il quale, tredicenne, scrisse un componimento intitolato «Santa Marinella 1889», dal quale si evince una simpatia per una ragazza, «verginella, grata, dolce, pietosa, docile, pura», invitata con quei versi a diventare «più vaga d’olezzante fiore», per risplendere «qual fulgente stella, per virtute e per beltà». È piuttosto evidente l’ispirazione dantesca di queste parole. Di quale fanciulla si trattava? Fra le ragazze che frequentavano le sorelle e la cugina Adele, ad Onano, ce n’era una di nome Lucia, per la quale Eugenio doveva essersi invaghito. Molti anni più tardi, la sera della sua elezione al pontificato, avvenuta il 2 marzo 1939, l’allora parroco di Onano, don Matteo Alfonsi, racconterà a un cronista in piazza San Pietro che «se Lucia avesse detto sì, oggi non ci sarebbe un papa Pacelli», lasciando dunque intendere che la ragazza avrebbe rifiutato la dichiarazione di Eugenio. La stessa notizia è confermata nei diari dello scrittore Giovanni Papini che riporta i racconti dei vecchi di Onano. Evidentemente quella simpatia di Eugenio per Lucia era risaputa in paese.

Infine Papa Francesco. Da cardinale, dialogando con l’amico rabbino Abraham Skorka, Bergoglio aveva parlato di essere stato molto colpito da una ragazza. Rispetto agli altri casi qui citati, questo è l’unico raccontato di persona dall’interessato in un libro («Il cielo e la terra»).

«Quando ero seminarista – ha raccontato Bergoglio – mi colpì una ragazza che avevo conosciuto al matrimonio di uno zio. Rimasi sorpreso dalla sua bellezza, dalla sua luce intellettuale… e restai confuso un bel po’, mi girava la testa. Quando tornai in seminario dopo il matrimonio non riuscii a pregare per un’intera settimana perché quando mi disponevo a farlo nella mia testa appariva l’immagine della ragazza. Dovetti ripensare a cosa facevo. Ero ancora libero perché ero seminarista, potevo tornarmene a casa e addio a tutto. Dovetti ripensare alla mia scelta. Scelsi di nuovo – o mi lasciai scegliere di nuovo – il cammino religioso. Sarebbe anormale se non accadessero cose del genere. Quando accadono, bisogna ricollocarsi. Bisogna vedere se si torna a fare la stessa scelta o si dice: “No, questa cosa che sto provando è molto bella, ho paura di non essere in seguito fedele al mio impegno, lascio il seminario”.

Quando succede una cosa del genere a un seminarista, lo aiuto ad andarsene in pace, ad essere un buon cristiano e non un cattivo sacerdote».

Publié dans Andrea Tornielli, Articoli di Giornali e News, Discernimento vocazionale, Fede, morale e teologia, Papa Francesco I, Riflessioni, Sacramento dell’Ordine, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Papa a monache di clausura: “No a tentazione dei numeri. Sì a social network, ma non diventino occasione di evasione”

Posté par atempodiblog le 23 juillet 2016

Papa a monache di clausura: “No a tentazione dei numeri. Sì a social network, ma non diventino occasione di evasione”
Pubblicata oggi la Costituzione apostolica «Vultum Dei quaerere» sulla vita contemplativa femminile
di Salvatore Cernuzio – Zenit

Papa a monache di clausura: “No a tentazione dei numeri. Sì a social network, ma non diventino occasione di evasione” dans Articoli di Giornali e News Attento_discernimento_vocazionale_e_spirituale

“Un valido aiuto per rinnovare la vita e la missione” dei monasteri delle suore contemplative nella Chiesa e nel mondo, affinché possano essere “fari” che “illuminano il cammino degli uomini e delle donne del nostro tempo” e rendano il mondo “più umano ed evangelico”. Si potrebbe sintetizzare così la Costituzione apostolica «Vultum Dei quaerere» (La ricerca del volto di Dio) di Papa Francesco, pubblicata oggi ma firmata lo scorso 29 giugno.

Un documento che – in 38 punti e 14 articoli – abroga norme in materia risalenti ai tempi di Pio XII e mira a configurare meglio il carisma delle consacrate, offrendo indicazioni pratiche su ambiti anche giuridici e amministrativi, nonché spirituali. Il tutto tenendo conto “dell’intenso e fecondo cammino percorso dalla Chiesa stessa negli ultimi decenni” e “alla luce degli insegnamenti del Concilio Ecumenico Vaticano II, sia delle mutate condizioni socio-culturali”.

Il testo del Pontefice abbraccia, quindi, temi come la scelta e la cura delle vocazioni, in un momento in cui nell’attuale contesto socio-culturale e religioso ne rileva la forte “crisi”. Per questo Francesco invita ad un attento “discernimento vocazionale e spirituale” e mette in guardia dalla “tentazione del numero e della efficienza” che porta spesso al “reclutamento di candidate da altri Paesi con l’unico fine di salvaguardare la sopravvivenza del monastero”.

Anzi, il Papa propone “la chiusura” di un istituto “qualora non sussistano i requisiti per una reale autonomia di un monastero”. In alternativa c’è una “rivitalizzazione” dello stesso attraverso un “processo di accompagnamento” posto in essere da una commissione formata ad hoc dalla Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica. “All’autonomia giuridica deve corrispondere una reale autonomia di vita” precisa infatti il Pontefice; ciò “significa: un numero anche minimo di sorelle, purché la maggior parte non sia di età avanzata; la necessaria vitalità nel vivere e trasmettere il carisma; la reale capacità formativa e di governo; la dignità e la qualità della vita liturgica, fraterna e spirituale; la significatività e l’inserimento nella Chiesa locale; la possibilità di sussistenza; un’adeguata struttura dell’edificio monastico”.

Tra le vie da percorrere, Papa Bergoglio indica anche il rafforzamento delle Federazioni. “Inizialmente tutti i monasteri dovranno far parte di una federazione”, stabilisce il documento. “Se per ragioni speciali un monastero non potrà essere federato, con il voto del capitolo, si chieda il permesso alla Santa Sede, alla quale compete fare l’adeguato discernimento, per consentire al monastero di non appartenere ad una federazione”. Lo scopo principale “è promuovere la vita contemplativa nei monasteri che ne fanno parte, secondo le esigenze del proprio carisma, e garantire l’aiuto nella formazione permanente e iniziale, nonché nelle necessità concrete, attraverso lo scambio di monache e la condivisione dei beni materiali”. Tale processo – si legge nel testo – “potrebbe prevedere anche l’affiliazione ad un altro monastero o l’affidamento alla Presidente della federazione, se il monastero è federato, con il suo Consiglio”.

Nella Costituzione apostolica vengono poi messi a fuoco “i dodici temi della vita consacrata in generale e, in particolare, della tradizione monastica”. Quindi: “Formazione, preghiera, Parola di Dio, Eucaristia e Riconciliazione, vita fraterna in comunità, autonomia, federazioni, clausura, lavoro, silenzio, mezzi di comunicazione e ascesi”.

Prima però il Papa fa una premessa che riguarda i nuovi mezzi di comunicazione e i social network che – osserva – “possono essere strumenti utili per la formazione e la comunicazione”, ma rendono necessario “un prudente discernimento affinché siano al servizio della formazione alla vita contemplativa e delle comunicazioni necessarie”. Guai quindi a rendere le nuove tecnologie “occasione di dissipazione o di evasione dalla vita fraterna in comunità” o ancora peggio “danno per la vostra vocazione” o “ostacolo per la vostra vita interamente dedita alla contemplazione”.

Per questo il Santo Padre chiede alle monache di vivere una dimensione ascetica, che, tradotto, significa “liberarsi da tutto quello che è proprio della ‘mondanità’ per vivere la logica del Vangelo che è logica di dono”. Ciò implica “sobrietà, distacco dalle cose, consegna di sé stessi nell’obbedienza, trasparenza nelle relazioni”. “Tutto per voi – scrive Francesco – è reso più radicale ed esigente dalla scelta di rinuncia anche allo spazio, ai contatti, a tanti beni del creato, come modo particolare di donare il ‘corpo’. L’aver scelto una vita di stabilità – prosegue – diventa segno eloquente di fedeltà per il nostro mondo globalizzato e abituato a spostamenti sempre più rapidi e facili, con il rischio di non mettere mai radici”.

In tal senso, la vita claustrale rende “più esigente” anche il campo delle “relazioni fraterne”, imponendo nelle comunità “relazioni continue e ravvicinate”. “Voi potete essere di esempio e aiuto al popolo di Dio e all’umanità di oggi, segnata e a volte lacerata da tante divisioni, a restare accanto al fratello e alla sorella anche là dove vi sono diversità da comporre, tensioni e conflitti da gestire, fragilità da accogliere”, assicura Bergoglio.

“Non è facile – scrive in un altro punto – che questo mondo, per lo meno quella larga parte di esso che obbedisce a logiche di potere, economiche e consumistiche, comprenda la vostra speciale vocazione e la vostra missione nascosta, eppure ne ha immensamente bisogno”. Ne ha bisogno “come il marinaio in alto mare ha bisogno del faro che indichi la rotta per giungere al porto”.

“Siate fari, per i vicini e soprattutto per i lontani” è l’esortazione del Papa argentino, “siate fiaccole che accompagnano il cammino degli uomini e delle donne nella notte oscura del tempo” e “sentinelle del mattino” che non hanno “timore di vivere la gioia della vita evangelica” secondo il proprio carisma.

Su questa scia, il Papa richiama ad un maggior impegno verso poveri e sofferenti e rammenta il valore del lavoro che – dice alle monache – “vi mette in stretta relazione con quanti lavorano con responsabilità per vivere del frutto delle proprie mani; vi fa essere solidali con i poveri che non possono vivere senza lavorare e che spesso, pur lavorando, hanno bisogno del provvidenziale aiuto dei fratelli”.

“Il frutto del lavoro non abbia soltanto lo scopo di assicurare un sostentamento dignitoso ma anche, quando possibile, di sovvenire alle necessità dei poveri e dei monasteri bisognosi”, afferma infatti Papa Francesco. Perciò “anche se alcune comunità monastiche possono avere delle rendite, in accordo con il diritto proprio, non si esimano comunque dal dovere di lavorare”. Il lavoro, tuttavia, non deve estinguere lo spirito di contemplazione, ma va compiuto “con devozione e fedeltà, senza lasciarsi condizionare dalla mentalità efficientistica e dall’attivismo della cultura contemporanea”. Il motto è dunque quello della tradizione benedettina: “Ora et labora”.

Oltre che dal lavoro, il ritmo giornaliero di ogni monastero deve prevedere “opportuni momenti di silenzio, così che venga favorito il clima di preghiera e di contemplazione”, si legge nella Costituzione apostolica. Il silenzio è infatti “spazio necessario di ascolto eruminatio della Parola”; “la vostra vita integralmente contemplativa richiede tempo e capacità di fare silenzio per ascoltare Dio e il grido dell’umanità”, afferma il Papa. “Taccia dunque la lingua della carne e parli quella dello Spirito, mossa dall’amore che ognuna di voi ha per il suo Signore”.

Su un piano più specificamente spirituale, il Papa mette in guardia le contemplative da alcune tentazioni, tra le quali individua come “una delle più insidiose” quella che i Padri del deserto chiamavano “demonio meridiano”. Ovvero “la tentazione che sfocia nell’apatia, nella routine, nella demotivazione, nell’accidia paralizzante”. Questo – dice il Santo Padre cita la Evangelii gaudium – “porta lentamente alla ‘psicologia della tomba’, che poco a poco trasforma i cristiani in mummie da museo. Delusi dalla realtà, dalla Chiesa o da se stessi, vivono la costante tentazione di attaccarsi a una tristezza dolciastra, senza speranza, che si impadronisce del cuore come ‘il più prezioso degli elisir del demonio’”.

Invece la missione delle monache è tutt’altra, e cioè essere “scala” come Maria “attraverso la quale Dio scende per incontrare l’uomo e l’uomo sale per incontrare Dio”. Al documento seguirà una Istruzione che la Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata emanerà prossimamente sugli stessi temi.

Publié dans Articoli di Giornali e News, Discernimento vocazionale, Fede, morale e teologia, Papa Francesco I, Riflessioni, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Vocazione: Rischio ‘inseminazione artificiale’ nelle Congregazioni religiose. Evitare chiacchiere

Posté par atempodiblog le 1 février 2016

Vocazione: Rischio ‘inseminazione artificiale’ nelle Congregazioni religiose. Evitare chiacchiere

Papa e vocazioni come inseminazione artificiale

L’obbedienza forte non è quella “militare”, non è “disciplina”, ma è “donazione del cuore”, come quella del Figlio di Dio “che si è annientato, si è fatto uomo per obbedienza fino alla morte di Croce”. Papa Francesco ancora una volta ha scelto di consegnare il discorso preparato, affidandolo al cardinale Joao Braz de Aviz, prefetto della Congregazione per la Vita Consacrata, e incontrando 5 mila consacrati – in chiusura dell’Anno ad essi dedicato, iniziato il 30 novembre 2014 – ha parlato a braccio di ciò che gli è venuto “dal cuore”.

Siate uomini e donne profeti
Ha riflettuto sui concetti di profezia, prossimità e speranza che costituiscono per loro il mandato del Pontefice. Ha ricordato che Cristo “non è stato anarchico, non ha chiamato i suoi a fare una forza di resistenza contro i suoi nemici”, ha scelto “l’obbedienza” al Padre. Questa è la “profezia” di fronte all’anarchia che, ha spiegato, è “figlia del diavolo”:

“La profezia è dire alla gente che c’è una strada di felicità, di grandezza, una strada che ti riempie di gioia, che è proprio la strada di Gesù. È la strada di essere vicino a Gesù. È un dono, è un carisma la profezia e lo si deve chiedere allo Spirito Santo: che io sappia dire quella parola, in quel momento giusto; che io faccia quella cosa in quel momento giusto; che la mia vita, tutta, sia una profezia. Uomini e donne profeti”.

Avvicinarsi alla gente, cristiani e non cristiani
Soffermandosi poi sulla parola “prossimità”, il Papa ha invitato a essere uomini e donne consacrate non per allontanarsi “dalla gente e avere tutte le comodità”:

“No, per avvicinarmi e capire la vita dei cristiani e dei non cristiani, le sofferenze, i problemi, le tante cose che si capiscono soltanto se un uomo e una donna consacrati diventano prossimo: nella prossimità”.

Essere consacrati non è uno status
Ha invitato a guardare a Santa Teresa del Bambin Gesù, Patrona delle missioni, che “con il suo cuore ardente” e le lettere che riceveva dai missionari era “più prossima alla gente”. Diventare consacrati, ha sottolineato, “non significa salire uno, due, tre scalini nella società”:

“Per i consacrati non è uno status di vita che mi fa guardare gli altri così, con distacco. La vita consacrata mi deve portare alla vicinanza con la gente: vicinanza fisica, spirituale, conoscere la gente”.

Evitare terrorismo delle chiacchiere, sono una ‘bomba’
E l’altro, il “vero prossimo”, può essere colui che si incontra nei “quartieri poveri”, ma anche “il fratello o la sorella della comunità”, anelando alla virtù “forse più difficile” – come diceva l’Apostolo Giacomo – “del dominare la lingua”:

“Un modo di allontanarsi dai fratelli e dalle sorelle della comunità è proprio questo: il terrorismo delle chiacchiere. Sentite bene: non le chiacchiere, il terrorismo delle chiacchiere. Perché chi chiacchiera è un terrorista. È un terrorista dentro la propria comunità, perché butta come una bomba la parola contro questo, contro quello, e poi se va tranquillo. Distrugge! Chi fa questo distrugge, come una bomba”.

Impegno per l’Anno della Misericordia
Perché “la bomba di una chiacchiera” nella comunità non è prossimità, “è fare la guerra”, allontanarsi, “provocare distanze” e anarchia:

“E se, in questo Anno della Misericordia, ognuno di voi riuscisse a non fare mai il terrorista chiacchierone o chiacchierona, sarebbe un successo per la Chiesa, un successo di santità grande! Fatevi coraggio! ».

Il calo delle vocazioni
Passando al concetto di speranza e riallacciandosi alle parole di saluto del cardinale Joao Braz de Aviz, che aveva presentato al Santo Padre i partecipanti all’incontro internazionale dedicato in questi giorni a Roma al tema “Vita Consacrata in comunione”, il Papa si è soffermato sul calo delle vocazioni, sulle comunità che invecchiano, sui monasteri “portati avanti da 4-5 suore vecchiette”…

No all’esperimento della ‘inseminazione artificiale’
“Alcune Congregazioni fanno l’esperimento della ‘inseminazione artificiale’. Che cosa fanno? Accolgono… ‘Ma sì, vieni, vieni, vieni…’. E poi, i problemi che ci sono lì dentro… No. Si deve accogliere con serietà! Si deve discernere bene se questa è una vera vocazione e aiutarla a crescere. E credo che contro la tentazione di perdere la speranza, che ci dà questa sterilità, dobbiamo pregare di più. E pregare senza stancarci”.

Vera speranza solo nel Signore non nei soldi
Il Signore “non mancherà la sua promessa”, ma – ha esortato ancora Francesco – l’invito è a pregare con l’“intensità” con cui lo faceva Anna, madre di Samuele, invocando il dono di un figlio. “Perché c’è un pericolo”:

“Quando una Congregazione religiosa vede che non ha figli e nipoti e incomincia a essere sempre più piccola, si attacca ai soldi. E voi sapete che i soldi sono lo sterco del diavolo. Quando non possono avere la grazia di avere vocazioni e figli, pensano che i soldi salveranno la vita e pensano alla vecchiaia: che non manchi questo, che non manchi quest’altro… E così non c’è speranza! La speranza è solo nel Signore! I soldi non te la daranno mai. Al contrario: ti butteranno giù”.

Il ruolo delle consacrate nella Chiesa
Quindi, un pensiero speciale alle consacrate, a “cosa sarebbe la Chiesa se non ci fossero le suore”, che si trovano negli ospedali, nei collegi, nelle parrocchie, nei quartieri, nelle missioni, ma anche nei cimiteri. Si tratta di donne che assieme a tanti uomini hanno dato la loro vita per il Signore, magari lontani dalle loro terre d’origine:

“Hanno preso le malattie, queste febbri di quei Paesi, hanno bruciato la vita… Tu dici: questi sono santi! Questi sono semi! Dobbiamo dire al Signore che scenda un po’ su questi cimiteri e veda cosa hanno fatto i nostri antenati e ci dia più vocazioni, perché ne abbiamo bisogno”.

di Giada Aquilino – Radio Vaticana

Publié dans Discernimento vocazionale, Fede, morale e teologia, Misericordia, Mormorazione, Papa Francesco I, Riflessioni, Sacramento dell’Ordine, Stile di vita | Pas de Commentaire »

La Farisea

Posté par atempodiblog le 1 décembre 2015

“François Mauriac. Comment ne pas se réjouir de voir l’audience du grand romancier catholique se maintenir vivante et conserver sa force d’attraction?”.

Paolo VI Udienza Generale. Mercoledì, 30 novembre 1977 – Spiritualità dell’Avvento

scandalizzata

La Farisea
del Card. Gianfranco Ravasi – Avvenire

Alla sera della sua vita, Brigida Pian aveva finalmente scoperto che non bisogna assomigliare a un servitore orgoglioso, preoccupato di abbagliare il padrone pagando il suo debito fino all’ultimo obolo, e che il Padre nostro non s’aspetta che si sia i contabili minuziosi dei nostri meriti. Ella sapeva adesso che non importa meritare, bensì amare.

Lo pubblicò nel 1941 e, come accadde per altri suoi romanzi, lo scrittore cattolico francese François Mauriac fu accusato di pessimismo nei confronti della religiosità di allora. In realtà con quest’opera intitolata “La farisea” egli colpiva una malattia costante della spiritualità, quella dell’ipocrisia che fiorisce dalla superbia. La parabola lucana del fariseo e del pubblicano (18, 9-14) ne è la rappresentazione emblematica.

Efficace è, comunque, anche il ritratto che Mauriac delinea di questa donna la quale conosce solo una religione fredda e disumana che si nutre di opere e di giudizi esteriori, che ignora la comprensione e la misericordia e che presume di conoscere i segreti dei cuori.

Piena di sé, Brigida Pian passa in mezzo alle debolezze ma anche alle ricchezze interiori degli altri con altero disprezzo, convinta di essere la perfetta cartina di tornasole della vera fede, e così non s’accorge di precipitare in un baratro oscuro ove Dio è assente ed è invece pieno solo dell’io umano.

Alla fine, però, c’è anche per lei la redenzione sulla via della conversione, la realtà che riteneva del tutto inutile per la sua vita “perfetta”. E la scoperta finale è lapidariamente espressa da Mauriac in quella frase: «Non importa meritare, bensì amare».

Una lezione da meditare sempre, soprattutto quando si è troppo convinti di essere a posto con la religione.

libri

Passi scelti da La Farisea di F. Mauriac:

“Donna stupefacente: un miracolo di deformazione. Ai suoi occhi, le apparenze del male valgono quanto il male, quando vi trova il suo interesse. Una natura profonda, ma come quei vivai, dove l’occhio segue tutti i guizzi dei pesci: così nella signora Brigida appaiono ad occhio nudo i più segreti motivi dei suoi atti.
Come soffrirebbe, se la potenza di giudizio e di condanna che ella rivolge verso gli altri, dovesse un giorno rigirarsi contro lei stessa!
Si scandalizza che io mi faccia difensore di questi due ragazzi e che m’aspetti un grande benefizio per Gianni, da questo primo amore. Ella stringe le labbra, mi dà del vicario savoiardo”.
Ho avuto l’audacia di metterla in guardia contro quella temeraria interpretazione del volere divino di cui abusano troppe persone pie. […]”.

315fyfr dans Fede, morale e teologia

L’abate Calou gli prese la testa fra le mani e la scosse dolcemente, come per svegliarlo.
“Non bisogna voler entrare nella vita degli altri, loro malgrado: ricordati questo insegnamento, piccolo.
Non bisogna aprire la porta di quella seconda né di quella terza vita, che Dio solo conosce.
Non bisogna mai volgere il capo verso la città segreta, la città maledetta degli altri, se non si vuol essere mutati in una statua di sale.”

315fyfr dans Fede, morale e teologia

“Ma via, se fosse stata in convento ne avrebbe avuto la direzione e avrebbe fatto tremare la comunità, dove a lungo si sarebbe scelta le sue vittime. Al contrario, bisogna esser contenti che nessuno le sia stato consegnato anima e corpo in un chiostro! E’ là che una Brigida Pian avrebbe dato tutta la misura di sé.
A noi due almeno resta la libertà di morire di fame senza rivederla più…”.

“Ti concedo che avrebbe concorso alla santificazione delle suore”, disse Ottavia, ancora in lacrime, ma con un pallido sorriso.
“Hai notato che nella vita delle grandi religiose c’è qualche volta una superiora della razza della signora Brigida che le aiuta a guadagnare il Cielo per la strada più penosa, ma nello stesso tempo più corta, perché non invecchiano troppo”, ella aggiunse: “non è bello quel che ho detto… La nostra benefattrice… Oh! Questo è male!”.

315fyfr dans Fede, morale e teologia

Ma davanti al Santo Sacramento esposto, poi vicino alla Vergine dietro al coro… […], ella (Brigida Pian, ndr) rimase sotto l’interiore minaccia di una disapprovazione: “E’ una prova”, ella pensava, “io l’accetto…”. E nel suo pensiero questo voleva dire: “Nota bene, Signore, che l’accetto e non tralascio di riportare questa accettazione sulla colonna dei miei profitti”.

Poiché la pace le sfuggiva sempre, entrò in un confessionale e si accusò di essere stata violenta, non certo ingiustamente (ché la sua collera era giustificata), ma di non aver saputo contenere la sua legittima indignazione nei limiti di una carità ben guidata.

315fyfr dans Fede, morale e teologia

Quella mattina l’abate Calou credette d’aver ricevuto un segno divino. Egli era incline per natura (come Pascal) ad aspettare da Dio un cenno sensibile, una testimonianza materiale.

[…] Preparò la predica della domenica seguente con cura attenta pur lasciandole una portata generale, ne pesò ogni parola, perché la sconosciuta vi potesse scorgere una risposta destinata a lei sola. […] Egli era sempre stato attento agli imprevedibili contraccolpi, ai prolungamenti sconosciuti dei nostri atti, quando, sia pure con le migliori intenzioni, interveniamo nel destino di un altro. 

Publié dans Citazioni, frasi e pensieri, Discernimento vocazionale, Fede, morale e teologia, François Mauriac, Libri, Misericordia, Riflessioni, Stile di vita | Pas de Commentaire »

E’ in noi che Iddio parla

Posté par atempodiblog le 1 décembre 2015

E' in noi che Iddio parla dans Citazioni, frasi e pensieri wwmcm1

“Immagino che la mia matrigna in quel momento dovesse godere in senso assoluto: Ella assaporava quel piacere che non appartiene che a Dio, di conoscere tutto del destino di una persona che crede di svelarcelo, e di sentirsi padrona di poterle far prendere una direzione piuttosto che un’altra. Poiché ella non dubitava del suo potere sulla coscienza ansiosa di Puybaraud e ne ricevette conferma da Ottavia stessa…”.

[...] Durante la prima settimana di soggiorno del signor Puybaraud, Brigida Pian non si annoiò per niente a Larjuzon: le sue giornate erano troppo corte per dar fondo alla sua felicità d’aiutare un uomo a sbrogliare la matassa della sua vita interiore; ella non aveva più la sensazione di buttare via il tempo, né di andar contro la sua vocazione, che era quella di rivelare agli altri i disegni che Dio aveva fatto su di loro, dal fondo dell’eternità.

[…] Ben presto, Brigida Pian dovette riconoscere che aveva a che fare con un agnello più renitente di quanto non apparisse a tutta prima.

“E’ un’anima sfuggente…”, ella si diceva alla seconda settimana. Finì di accusarlo di sottrarsi alla grazia, vale a dire alle sue imposizioni.

[…] Ma Brigida Pian non ignorava che spesso è necessario strappare alle anime la maschera di falsa umiltà di cui essere si rivestono.

Ella affermava, come se ne avesse ricevuto comunicazione da Dio stesso, che il signor Puybaraud si era staccato dal collegio, inquantoché da tutta l’eternità si trovava destinato al chiostro. Assicurava che per lui, il vero dilemma riguardava l’unica questione: a quale porta battere, a che regola assoggettarsi?

[…] Benché Ottavia tenesse in grande considerazione la signora Brigida, a distanza ella trovava il coraggio di resisterle e metteva in guardia il suo amico da un’eccessiva sfiducia nelle proprie facoltà.

Gli assicurava che “anche una persona molto superiore a noi per la virtù, l’esperienza e le ispirazioni, non può supplire a quella personale conoscenza del volere divino che è frutto della virtù dell’abbandono…

Secondo la mia opinione è bene ascoltare i consigli venuti da fuori, purché non ci distolgono dall’obbedienza attenta e sorvegliata di ciò che avviene in noi.

D’altronde è in noi che Iddio parla, non credete, amico mio? […]”.

François Mauriac – La Farisea

Publié dans Citazioni, frasi e pensieri, Discernimento vocazionale, Fede, morale e teologia, François Mauriac, Libri, Riflessioni | Pas de Commentaire »

Il Papa: “Occhio a preti rigidi (mordono!) e ad ammissioni in seminari”. E ai vescovi: “Presenti in diocesi, oppure dimettetevi!”

Posté par atempodiblog le 20 novembre 2015

Il Papa: “Occhio a preti rigidi (mordono!) e ad ammissioni in seminari”. E ai vescovi: “Presenti in diocesi, oppure dimettetevi!”
Colloquio a tutto campo del Papa con i sacerdoti partecipanti al convegno organizzato della Congregazione per il Clero alla Urbaniana
di Salvatore Cernuzio – Zenit

papa parla ai pretiFiori, frutti, funghi e foglie secche. Poi: preti rigidi che “mordono”; seminaristi quasi sadici perché, in fondo, “psichicamente ammalati”; mamme che danno “schiaffi spirituali” e vescovi giramondo che si preoccupano poco dei problemi in diocesi e che forse farebbero meglio a “dimettersi”. Sono le immagini e le metafore che costellano il ‘compendio’ sulla formazione e il ministero dei sacerdoti che Francesco stila oggi durante la lunga udienza ai partecipanti al Convegno alla Pontificia Università Urbaniana, promosso dalla Congregazione per il Clero in occasione del 50° anniversario dei Decreti Conciliari Optatam totius e Presbyterorum ordinis. Due Decreti che – dice il Papa – sono “un seme” gettato dal Concilio “nel campo della vita della Chiesa” e che nel corso di questi cinque decenni “sono cresciuti, sono diventati una pianta rigogliosa, certamente con qualche foglia secca, ma soprattutto con tanti fiori e frutti che abbelliscono la Chiesa di oggi”. Insieme, essi sono “due metà di una realtà unica: la formazione dei sacerdoti, che distinguiamo in iniziale e permanente, ma che costituisce per essi un’unica esperienza di discepolato”.

I preti sono uomini, non formati in laboratorio

“Il cammino di santità di un prete inizia in seminario!”, sottolinea infatti Bergoglio, identificando tre fasi topiche: “Presi fra gli uomini”, “costituiti in favore degli uomini”, presenti “in mezzo agli altri uomini”. “Presi fra gli uomini” nel senso che “il sacerdote è un uomo che nasce in un certo contesto umano; lì apprende i primi valori, assorbe la spiritualità del popolo, si abitua alle relazioni”. “Anche i preti hanno una storia”, mica sono “funghi” che “spuntano improvvisamente in Cattedrale nel giorno della loro ordinazione”, dice Francesco.  È importante, perciò, che i formatori e gli stessi preti tengano conto di tale storia personale lungo il cammino della formazione. “Non si può fare il prete credendo che uno è stato formato in laboratorio”, aggiunge a braccio, “no, incomincia in famiglia con la tradizione della fede e tutte le esperienze della famiglia”. Occorre, pertanto, che tutta la formazione “sia personalizzata, perché è la persona concreta ad essere chiamata al discepolato e al sacerdozio”.

Famiglia primo centro vocazionale. “Non dimenticate mamme e nonne”

Soprattutto bisogna ricordare il fondamentale “centro di pastorale vocazionale” che è la famiglia: “chiesa domestica e primo e fondamentale luogo di formazione umana”, dove può germinare “il desiderio di una vita concepita come cammino vocazionale”. “Non dimenticatevi delle vostre mamme e delle vostre nonne”, esorta Francesco. Poi, elenca gli altri contesti comunitari: “scuola, parrocchia, associazioni, gruppi di amici”, dove – dice – “impariamo a stare in relazione con persone concrete, ci facciamo modellare dal rapporto con loro, e diventiamo ciò che siamo anche grazie a loro”.

“Un buon prete”, dunque, “è prima di tutto un uomo con la sua propria umanità, che conosce la propria storia, con le sue ricchezze e le sue ferite, e che ha imparato a fare pace con essa, raggiungendo la serenità di fondo, propria di un discepolo del Signore”, evidenzia Francesco. Per questo “la formazione umana” è necessaria per i sacerdoti, “perché imparino a non farsi dominare dai loro limiti, ma piuttosto a mettere a frutto i loro talenti”.

“I preti nevrotici? Non va… Vadano dal medico a farsi dare una pastiglia”

Inoltre un prete pacificato con sé stesso e con la sua storia “saprà diffondere serenità intorno a sé, anche nei momenti faticosi, trasmettendo la bellezza del rapporto col Signore”. Non è normale infatti “che un prete sia spesso triste, nervoso o duro di carattere”, osserva Papa Francesco: “Non va bene e non fa bene, né al prete, né al suo popolo. Ma se tu hai una malattia e sei nevrotico, vai dal medico! Dal medico clinico che ti darà una pastiglia che ti fanno bene. Anche due! Ma per favore che i fedeli non parlino delle nevrosi dei preti. E non bastonate i fedeli”.

I sacerdoti sono infatti “apostoli della gioia” e con il loro atteggiamento possono “favorire o ostacolare l’incontro tra il Vangelo e le persone”. “La nostra umanità è il ‘vaso di creta’ in cui custodiamo il tesoro di Dio”; bisogna perciò averne cura “per trasmettere bene il suo prezioso contenuto”. Mai un sacerdote deve “perdere la capacità di gioia, se la perde c’è qualcosa che non va”, raccomanda il Santo Padre.

E ammette “sinceramente” di aver “paura dei rigidi”: “I preti rigidi meglio tenerli lontano, ti mordono”, dice con ironia. “Mi viene in mente quello che disse Sant’Ambrogio nel secolo IV; dove c’è la misericordia c’è lo spirito del Signore. Dove c’è la rigidità, ci sono solo i suoi ministri. E il ministro senza il Signore diviene rigido. E questo è un pericolo per il popolo di Dio”.

“Mai e poi mai perdere le proprie radici!”

Inoltre, un prete – rimarca Francesco – “non può perdere le sue radici, resta sempre un uomo del popolo e della cultura che lo hanno generato”. “Le nostre radici ci aiutano a ricordare chi siamo e dove Cristo ci ha chiamati. Noi sacerdoti non caliamo dall’alto, ma siamo chiamati da Dio, che ci prende ‘fra gli uomini’, per costituirci ‘in favore degli uomini’”.

A tal riguardo, il Papa racconta un aneddoto: “Nella Compagnia, alcuni anni fa, c’era un prete bravo, bravo, giovane, due anni di sacerdozio… È entrato in confusione, ha parlato col padre spirituale, con i superiori, i medici: ‘Io me ne vado, non ne posso più’. Io conoscevo la mamma, gente umile, non una di queste ‘donnacce’… e gli ho detto: ‘Perché non vai dalla tua mamma e le dici tutto questo?’. E lui è andato, ha passato una giornata con la mamma. È tornato così. La mamma gli ha dato due schiaffi spirituali, gli ha detto 3 o 4 verità, lo ha messo al suo posto, è andato avanti. Perché? Perché è tornato alla radice”.

“Prega come hai imparato a pregare da bambino”

Quindi “in seminario – spiega il Papa – tu devi fare la preghiera mentale. Si, si, questo si deve fare, imparare. Ma prima di tutto prega come ti ha insegnato tua mamma, come hai imparato a pregare da bambino. Anche con le stesse parole. Incomincia a pregare così, poi andrai avanti nella preghiera”.

Pastori, non funzionari

Le radici, quindi. “Questo è un punto fondamentale della vita e del ministero dei presbiteri”, afferma Francesco. L’altro è che “si diventa preti per servire i fratelli e le sorelle”. Perché “non siamo sacerdoti per noi stessi e la nostra santificazione è strettamente legata a quella del nostro popolo, la nostra unzione alla sua unzione”. Sapere e ricordare di essere “costituiti per il popolo”, aiuta inoltre i preti “a non pensare a sé, ad essere autorevoli e non autoritari, fermi ma non duri, gioiosi ma non superficiali”. Insomma, “pastori, non funzionari”. Tantomeno il sacerdote è “un professionista della pastorale o dell’evangelizzazione, che arriva e fa ciò che deve – magari bene, ma come fosse un mestiere – e poi se ne va a vivere una vita separata”. No, no, “ciò che dal popolo è nato, col popolo deve rimanere”. Il prete è sempre “in mezzo agli altri uomini” e “si diventa preti per stare in mezzo alla gente”, ribadisce Bergoglio.

Vescovi impegnati e viaggiatori: “Se  non te la senti di rimanere in diocesi, dimettiti!” 

Quindi la “vicinanza” è un requisito fondamentale, che è richiesto anche ai “fratelli vescovi”. “Quante volte – esclama il Papa a braccio – sentiamo le lamentele dei preti: ‘Ma ho chiamato al vescovo perché ho un problema, la segretaria mi ha detto che è molto occupato, che è in giro, che non può attendermi entro tre mesi! Un vescovo sempre è occupato, grazie a Dio. Ma se tu, vescovo, ricevi la chiamata di un prete e non puoi incontrarlo perché hai tanto lavoro, almeno prendi il telefono e chiamalo. E chiedigli ‘ma è urgente, non è urgente?’, in modo che ti sente vicino”.

Purtroppo invece “ci sono vescovi che sembrano allontanarsi dai preti”, laddove “vicinanza” può essere anche una telefonata”, un segno semplice “di amore di padre, di fratellanza”, prioritario rispetto alla “conferenza in tale città” o a “un viaggio in America”. “Ma senti, eh!”, bacchetta Francesco, “il decreto di residenza di Trento è ancora vigente e se tu non te la senti di rimanere in diocesi, dimettiti! E gira il mondo facendo un altro apostolato molto buono… Ma se tu sei vescovo di quella diocesi: residenza”.

Il bene che preti e vescovi possono fare “nasce soprattutto dalla loro vicinanza e da un tenero amore per le persone”. Perché non sono “filantropi o funzionari”, appunto, ma “padri e fratelli” che devono garantire “viscere di misericordia, sguardo amorevole”. “La paternità di un sacerdote fa tanto bene”, nel senso di “far sperimentare la bellezza di una vita vissuta secondo il Vangelo e l’amore di Dio che si fa concreto attraverso i suoi ministri”.

“Se non si può assolvere, si dia una benedizione”

Perché “Dio non rifiuta mai”. E qui un’altra ‘bastonata’ del Papa, tutta a braccio: “Penso ai confessionali – dice -, Sempre si possono trovare strade per dare l’assoluzione. Alcune volte non si può assolvere. Ma ci sono preti che dicono: ‘No, questo non si può fare, vattene via!’. Questa non è la strada… Se tu non puoi dare l’assoluzione spiegagli: ‘Dio ti ama tanto. Per arrivare a Dio ci sono tante vie. Io non ti posso dare l’assoluzione, ti dò la benedizione. Torni, torni sempre qui che io ogni volta le darò la benedizione come segno che Dio la ama. E quell’uomo, quella donna, se ne andrà pieno di gioia perché ha trovato l’icona del Padre che non rifiuta mai”.

Un prete non ha “spazi privati”

Francesco invita quindi ad un “buon esame di coscienza” utile a orientare la propria vita e il proprio ministero a Dio: “Se il Signore tornasse oggi, dove mi troverebbe? Il mio cuore dov’è? In mezzo alla gente, pregando con e per la gente, coinvolto con le loro gioie e sofferenze, o piuttosto in mezzo alle cose del mondo, agli affari terreni, ai miei ‘spazi’ privati?”. Attenzione - dice - perché “un prete non può avere uno spazio privato o è col Signore. Io penso ai preti che ho conosciuto nella mia città, quando non c’era la segreteria telefonica, dormivano col telefono sotto il comodino e quando chiamava la gente, si alzavano e andavano a dare l’unzione. Non moriva nessuno senza sacramenti… Neppure nel riposo avevano uno spazio privato. Questo è essere apostolico”.

“Occhi aperti alle ammissioni ai seminari. Dietro i rigidi ci sono disturbi psichici”

Un’ultima riflessione, prima di concludere, Francesco la affronta – ancora a braccio – sullo spinoso tema del discernimento vocazionale e della ammissione al seminario. Bisogna “cercare la salute di quel ragazzo”, raccomanda, la “salute spirituale, materiale, fisica, psichica”. Un altro aneddoto: “Una volta appena nominato maestro dei novizi, anno ’72, sono andato a portare per la prima volta dalla psichiatra gli esiti del test di personalità che si faceva come uno degli elementi del discernimento. Lei era una brava donna e una buona cristiana, ma in alcuni casi era inflessibile: “‘Questo non può’. ‘Ma dottoressa, è tanto buono questo ragazzo!’. ‘Ma sappia, padre – spiegava la psichiatra al futuro Papa – ci sono giovani che sanno incoscientemente di essere psichicamente ammalati e cercano dalla sua vita strutture forti che li difendano e così poter andare avanti. E vanno bene fino al momento che si sentono ben stabiliti, poi lì cominciano i problemi…’”.

“Lei non ha pensato perché ci sono tanti poliziotti torturatori?”, domandava la donna, “entrano giovani, sembrano sani, ma quando si sentono sicuri la malattia incomincia a uscire”. Polizia, esercito, clero, sono infatti “le istituzioni forti che cercano questi ammalati incoscienti”, osserva Papa Francesco, “e poi tante malattie che tutti noi conosciamo”. “È curioso – aggiunge -: quando un giovane è troppo rigido, troppo fondamentalista, io non ho fiducia. Dietro di quello c’è qualcosa che lui stesso non sa”.

Quindi un monito chiaro: “Occhio alle ammissioni ai seminari, occhi aperti”.

315fyfr dans Fede, morale e teologia

Per approfondire
2e2mot5 dans Diego Manetti Udienza ai partecipanti al Convegno promosso dalla Congregazione per il Clero in occasione del 50.mo anniversario dei Decreti Conciliari “Optatam totius” e “Presbyterorum ordinis”, 20.11.2015 – Bollettino – Sala Stampa della Santa Sede

Publié dans Articoli di Giornali e News, Discernimento vocazionale, Fede, morale e teologia, Misericordia, Papa Francesco I, Predicazione, Riflessioni, Sacramento dell’Ordine, Stile di vita | Pas de Commentaire »

La storia dei “no” e dei “sì” della monaca di Monza

Posté par atempodiblog le 28 août 2015

La storia dei “no” e dei “sì” della monaca di Monza
della prof.ssa Francesca Procaccini (audio) - Radio Maria

monaca e padre

Gertrude è un personaggio storico ed è stata identificata in suor Virginia figlia di Martino de Leyva, feudatario di Monza. Se la figlia è interessante, molto di più lo è il padre, strettamente connesso con lei. Il padre, in ossequio alla legge del maggiorascato, aveva destinato al chiostro tutti i cadetti dell’uno e dell’altro sesso per lasciare l’intero patrimonio familiare al primogenito, chiamato a tenere alto il prestigio del casato.

Si possono già intuire gli elementi che campeggiano nel fosco scenario di questa drammatica storia. Condizionamenti socio-economici e culturali, fondati sull’orgoglio e su uno smodato desiderio di potere, trasformano il padre in un carnefice; sì, una parola forte ma appropriata. Carnefice, freddo e astuto. Egli agisce con una volontà lucida ed inflessibile, seguendo solo la logica del calcolo. Mette in atto le forme più sottili e subdole di violenza psicologica per costringere la figlia, verso la quale non prova alcun sentimento né di affetto né di pietà, a farsi monaca.

Vedremo come la sua strategia sia così demoniaca da far apparire necessarie e ineludibili le decisioni che lui prende contro la volontà della ragazza. Lo stesso Manzoni che è sempre tanto indulgente, sempre pronto a condannare il peccato ma non il peccatore, arriva a dire non ci regge il cuore di dargli il titolo di padre. Sono parole che la dicono lunga, tutto era fuorché un padre. Veramente un tiranno.

La rete tesa con tanto cinismo e spregiudicatezza, con la complicità di tutti, comprese le suore del convento, intrappolerà definitivamente la povera vittima.

[…] Leggiamo il dialogo tra la ragazza e il padre perché è una delle pagine dove l’ipocrisia di quest’ultimo raggiunge l’acme della perfidia, trasformandosi in bieco e palese ricatto.  Ci sono tutti gli estremi del ricatto più subdolo. Ecco, scorriamo qualche riga del testo:

Al legger quella lettera, il principe *** vide subito lo spiraglio aperto alle sue antiche e costanti mire. Mandò a dire a Gertrude che venisse da lui; e aspettandola, si dispose a batter il ferro, mentre era caldo. Gertrude comparve, e, senza alzar gli occhi in viso al padre, gli si buttò in ginocchioni davanti, ed ebbe appena fiato di dire: – perdono! – Egli le fece cenno che s’alzasse; ma, con una voce poco atta a rincorare, le rispose che il perdono non bastava desiderarlo né chiederlo; ch’era cosa troppo agevole e troppo naturale a chiunque sia trovato in colpa, e tema la punizione; che in somma bisognava meritarlo. Gertrude domandò, sommessamente e tremando, che cosa dovesse fare. Il principe (non ci regge il cuore di dargli in questo momento il titolo di padre) non rispose direttamente, ma cominciò a parlare a lungo del fallo di Gertrude: e quelle parole frizzavano sull’animo della poveretta, come lo scorrere d’una mano ruvida sur una ferita. Continuò dicendo che, quand’anche… caso mai… che avesse avuto prima qualche intenzione di collocarla nel secolo, lei stessa ci aveva messo ora un ostacolo insuperabile; giacché a un cavalier d’onore, com’era lui, non sarebbe mai bastato l’animo di regalare a un galantuomo una signorina che aveva dato un tal saggio di sé. La misera ascoltatrice era annichilata: allora il principe, raddolcendo a grado a grado la voce e le parole, proseguì dicendo che però a ogni fallo c’era rimedio e misericordia; che il suo era di quelli per i quali il rimedio è più chiaramente indicato: ch’essa doveva vedere, in questo tristo accidente, come un avviso che la vita del secolo era troppo piena di pericoli per lei…
- Ah sì! – esclamò Gertrude, scossa dal timore, preparata dalla vergogna, e mossa in quel punto da una tenerezza istantanea.
- Ah! lo capite anche voi, – riprese incontanente il principe. – Ebbene, non si parli più del passato: tutto è cancellato. Avete preso il solo partito onorevole, conveniente, che vi rimanesse; ma perché l’avete preso di buona voglia, e con buona maniera, tocca a me a farvelo riuscir gradito in tutto e per tutto: tocca a me a farne tornare tutto il vantaggio e tutto il merito sopra di voi. Ne prendo io la cura -. Così dicendo, scosse un campanello che stava sul tavolino, e al servitore che entrò, disse: – la principessa e il principino subito -. E seguitò poi con Gertrude: – voglio metterli subito a parte della mia consolazione; voglio che tutti comincin subito a trattarvi come si conviene. Avete sperimentato in parte il padre severo; ma da qui innanzi proverete tutto il padre amoroso.

Non ci sono commenti. Gertrude resta così inchiodata ad una decisione che aborrisce e diventerà spettatrice sgomenta di tutti i festeggiamenti preparati per il grande evento. Passiva, svuotata di qualsiasi volontà si reca l’indomani al monastero per chiedervi di essere ammessa, fingerà perfettamente anche con il vicario incaricato di appurare la sua reale vocazione. Oramai le sue resistenze sono tutte quante crollate. Lei non opporrà più nessuna resistenza.

Dopo dodici mesi di noviziato, pieni di pentimenti e di ripentimenti, si trovò al momento della professione, al momento cioè in cui conveniva, o dire un no più strano, più inaspettato, più scandaloso che mai, o ripetere un sì tante volte detto; lo ripetè, e fu monaca per sempre.

[…] Ci saranno altri “sì” della sventurata, ancora più gravi e inconfessabili.

[…] La sua può essere definita la storia di tanti “no” sognati, progettati, rimandati e mai pronunciati; e di tanti “si” detti per debolezza, per paura, per vergogna e per orgoglio. Ogni “sì” rappresenterà un passo in avanti verso il suo totale degrado morale.

Commenta Attilio Momigliano:

La fonte poetica dell’episodio è il senso di pietà diffuso con cui il Manzoni guarda il formarsi di quell’esistenza colpevole e triste e il sorgere della deformità spirituale di Gertrude; mirabile è la commossa imparzialità con cui segue l’intrecciarsi della colpa e della sventura in quella creatura. […] Dal principio alla fine della storia si svolge anello per anello, una catena che sembra fatale e non è, perché la volontà sicura di Gertrude potrebbe spezzarla in qualunque momento ma Gertrude è debole, e tutti i deboli nelle situazioni difficili sono travolti da un processo a catena, da una serie di atti di inerzia che li portano a scegliere l’unica soluzione di cui sia capace un debole: l’accettazione d’un destino aborrito.

Quindi pietà, tanta pietà, per una creatura a cui è stato negato l’amore. Violentata nelle sue aspirazioni più legittime. Abituata solo a fare dell’orgoglio, dell’ambizione e del potere i suoi punti di forza. […] Le colpe di Gertrude sono il difetto nella volontà, mancanza di responsabilità e rinuncia alla propria libertà interiore. Tutti capisaldi della concezione morale del Manzoni, ma anche capisaldi della morale cristiana. Quindi, lei viene ad essere priva di quello che è necessario per poter operare delle scelte responsabili e buone, nel senso di essere in sintonia con la volontà di Dio.

Publié dans Alessandro Manzoni, Discernimento vocazionale, Fede, morale e teologia, Francesca Procaccini, Libri, Riflessioni | Pas de Commentaire »

Le cinque sorelle di York e la necessità del rispetto della libertà personale

Posté par atempodiblog le 8 juillet 2015

“[...] gli educatori hanno la possibilità di far comprendere il valore della vita sacerdotale; se poi sono preti, sarà soprattutto mediante la testimonianza della loro vita che potranno suscitare nei giovani che li avvicinano l’entusiasmo per la vocazione sacerdotale. Ciò tuttavia deve sempre avvenire nel rispetto della libertà personale del giovane, e in un contesto di delicatezza che eviti tutto ciò che potrebbe assumere l’aspetto di una pressione morale”.

di San Giovanni Paolo II

Le cinque sorelle di York e la necessità del rispetto della libertà personale dans Charles Dickens 1oaazo

LE CINQUE SORELLE DI YORK

[…] «Era una splendida e radiosa mattina del bel tempo estivo, e uno di quei monaci neri uscì dal gran portone dell’abbazia, volgendo i passi verso la casa delle belle sorelle. In alto il cielo era azzurro, e in basso la terra era verde; il fiume scintillava nel sole come un viale di diamanti, gli uccelli cantavano nell’ombra degli alberi, l’allodola si librava sui campi ondeggianti di frumento, e l’aria era piena del grave ronzio degl’insetti. Tutto era lieto e sorridente; ma il sant’uomo continuava ad andar triste, con gli occhi volti al suolo. La bellezza della terra non è che un respiro, e l’uomo non è che un’ombra. Che simpatia poteva avere un predicatore per l’una o per l’altra?
[…] «— Eravate molto allegre, figliuole, — disse il monaco.
«— Voi sapete com’è giocondo il dolce cuore di Alice, — rispose la maggiore, insinuando le dita nelle trecce della sorridente fanciulla.
«— E quanta gioia e allegrezza, padre, desta in noi lo spettacolo della natura, radiosa dello splendor del sole, — aggiunse Alice, arrossendo sotto lo sguardo austero del solitario.
«Il monaco non rispose che con un grave cenno del capo, e le sorelle continuarono il loro lavoro in silenzio.
«— Sempre a sciupare un tempo prezioso — disse infine il monaco, volgendosi alla sorella maggiore, — sempre a sciupare un tempo prezioso con codeste inezie. Ahimè, ahimè! Che si debbano così leggermente dissipare le poche bolle sulla superficie dell’eternità… le sole che il Cielo ci concede di vedere di quell’oscuro e profondo fiume!
«— Padre — disse la fanciulla, interrompendo come fecero tutte le altre, il lavoro, — stamattina noi abbiamo pregato, la nostra elemosina quotidiana è stata distribuita alla porta, i contadini malati sono stati curati… tutti i nostri compiti quotidiani li abbiamo eseguiti. Credo che questa nostra occupazione sia innocente.
«— Vedete qui — disse il frate, prendendole il telaietto di mano, — un groviglio intricatissimo di colori vistosi, senza altro oggetto e scopo che di formare un giorno il vano adornamento del vostro sventato e fragile sesso. Giorni e giorni sono stati impiegati in questo folle lavoro, e non è ancora a metà. L’ombra d’ogni giorno che tramonta cade sulle nostre tombe, e i vermi esultano sapendo che noi ci avviciniamo a quella meta. Figliuole, non v’è altro modo di passare le ore che fuggono?
«Le quattro sorelle maggiori abbassarono gli occhi come toccate dal rimprovero di quel sant’uomo; ma Alice levò i suoi, e li posò mitemente sul frate.
«— La nostra cara mamma — disse la fanciulla, — che il Cielo l’abbia in gloria!
«— Amen! — esclamò il frate in tono cupo.
«— La nostra cara mamma — balbettò la bionda Alice, — era ancora viva quando cominciammo questi ricami. Essa ci disse di riprenderli, quando non sarebbe stata più, di continuarli con gioia discreta nelle ore di riposo; ci disse che se avessimo passate insieme queste ore nell’innocente allegria e nelle occupazioni femminili, le avremmo trovate le più felici e tranquille della nostra vita, e che, se, poi, avessimo sperimentato gli affanni e le prove del mondo… se, attratte dalle sue tentazioni e abbagliate dal suo scintillio, avessimo mai dimenticato quell’amore e quel dovere che legava in santo vincolo le figlie d’una diletta madre… un’occhiata all’antico lavoro della nostra comune fanciullezza, avrebbe destato in noi i buoni pensieri dei giorni svaniti e fatto più amorevole e tenero il nostro cuore.
«— Alice dice la verità, padre — osservò la sorella maggiore, con qualche orgoglio. E, così dicendo, ripigliò il lavoro, imitata dalle altre.
«Il ricamo che ciascuna sorella aveva dinanzi a sé era grande e di disegno intricato e complesso; e la trama e i colori di tutti e cinque erano gli stessi. Le sorelle si chinarono leggiadramente sul loro lavoro; il monaco, poggiando il mento sulle mani, guardò dall’una all’altra in silenzio.

«— Quanto starebbe meglio — egli disse, — evitare tali pensieri e occasioni nel tranquillo silenzio della chiesa, consacrando la vostra vita al Cielo! L’infanzia, la fanciullezza, la giovinezza e la vecchiaia svaniscono con la stessa rapidità con cui si susseguono. Pensate che la polvere umana corre verso la tomba, e fissando con occhio fermo quella meta, evitate la nuvola che si leva dai piaceri del mondo, ingannando i sensi dei suoi seguaci. Il velo, figliuole, il velo!

[…] «Le sorelle, unanimi, esclamarono che la loro sorte era comune, e che v’eran dimore di pace e di virtù oltre le mura del convento.
«— Padre — disse la maggiore, levandosi con dignità, — avete udita la nostra risoluzione finale. La stessa pia cura che arricchì l’abbazia di Santa Maria, e ci lasciò, orfane, alla sua santa tutela, ordinò che nessuna costrizione dovesse essere imposta alla nostra inclinazione, ma che saremmo state libere di vivere a nostra scelta. Non ci parlate più d’una cosa simile, per piacere.
Sorelle, è quasi mezzogiorno. Rientriamo, fino a questa sera, in casa. — Con una riverenza al frate, la fanciulla si levò e s’avviò verso l’abitazione tenendo per mano Alice, e le altre sorelle la seguirono.
«Il sant’uomo, che aveva parlato della stessa cosa le altre volte, ma non aveva mai sperimentato un rifiuto così reciso, le seguì a qualche distanza, con gli occhi volti a terra, e con le labbra che si agitavano come pregando. Come le sorelle ebbero raggiunto il portico, affrettò il passo, e gridò loro di fermarsi.
«— Un momento! — disse il monaco, levando in aria la destra e volgendo un’irosa occhiata ad Alice e alla sorella maggiore. — Un momento, e udite da me che cosa sono le memorie che preferite all’eternità, e che si ridestano… se nella grazia furono assopite… per mezzo di futili trastulli. La memoria delle cose mondane è gravata, nell’altra vita, di amare delusioni, di tristezza, di morte; di tristi mutamenti e di mordenti ambasce. Verrà un giorno che un’occhiata a quelle insignificanti futilità aprirà profonde ferite nel cuore di qualcuna di voi, trafiggendola fino in fondo dell’anima. Quando arriva quell’ora… e, badate bene, arriverà… voltate le spalle al mondo a cui vi aggrappate, e cercate il rifugio che avete disprezzato. Trovate la cella più fredda del focolare dei mortali oscurato da tutte le sventure e da tutte le calamità, e piangetevi il sogno della giovinezza. Questa è la volontà del Cielo, non la mia — disse il frate, abbassando la voce e guardando le fanciulle che se ne andavano. — La benedizione della Vergine, figliuole mie, sia sopra di voi.
«Con queste parole scomparve per la porticina; e le fanciulle, rientrate in casa, quel giorno non furono più vedute.
«Ma, benché i monaci possano aggrottar la fronte, la natura continuerà a sorridere, e la mattina dopo, rifulse lo splendore del sole, e ancora la novella mattina, e poi l’altra. E nella luce mattutina, e nella tenera pace della sera, le cinque sorelle continuarono a passeggiare, a lavorare, a passare il tempo in lieti conversari, nel loro tranquillo pometo. [...]

Tratto da: Le avventure di Nicholas Nickleby di Charles Dickens

Publié dans Charles Dickens, Citazioni, frasi e pensieri, Discernimento vocazionale, Fede, morale e teologia, Libri, Riflessioni, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Il 26 aprile 1968 nacque in Cielo “la Signorina Americana”

Posté par atempodiblog le 26 avril 2015

La storia di Maria Pyle
Il 26 aprile 1968 nacque in Cielo “la Signorina Americana”
Padre Pio: “Il convento non è per te”
Tratto da: Padre Pio Blogspot

Il 26 aprile 1968 nacque in Cielo “la Signorina Americana” dans Discernimento vocazionale 123rtdt

Conosciuta a San Giovanni Rotondo come la “Signorina Americana”, nacque nel New Jersey il 17 aprile 1888 da una ricca famiglia di religione protestante e fu battezzata col nome di Adelia. Dotata di fervida intelligenza, fin dall’infanzia ricevette una formazione molto ricca: coltivò con grande profitto la musica, il canto, le lingue estere e la pedagogia. Quando giunse a New York la pedagogista italiana Maria Montessori,  Adelia seguì le sue lezioni con interesse:  tra le due nacque una prima amicizia e in seguito una grande collaborazione che portò la Pyle in Europa.

Nel “Vecchio Mondo”
Fu nel vecchio mondo che Adelia conobbe più da vicino la religione cattolica e, trovando interesse in essa le risposte da sempre cercate,  dopo una formazione curata dei padri Gesuiti  nel 1918 a Barcellona si fece battezzare ricevendo il nome di Maria. Suo vivo desiderio era ora quello di avere un padre spirituale che la guidasse sulla via della perfezione. Nel 1923 giunse a Roma con la Montessori e qui sentì parlare per la prima volta dello stimmatizzato del Gargano.

“Figlia mia, non andare più in giro. Fermati qui”
Il 2 ottobre di quello stesso anno, trovandosi a Capri in vacanza con la Montessori,  partì insieme ad un’amica rumena per San Giovanni Rotondo. Qui, il 4 ottobre, nella chiesetta di Santa Maria delle Grazie, incontrò padre Pio da Pietrelcina: a 35 anni Maria trovò il suo direttore spirituale. Di quel primo incontro Maria ricordava «Ci guardammo soltanto,  poi caddi in ginocchio e dissi “Padre!”. Sul mio capo si poso la mano stimmatizzata del Padre che mi disse: “Figlia mia, non andare più in giro, Fermati qui”».

“Il convento non è per te”
Alla scuola di Padre Pio Maria procedette celermente nella via della perfezione cristiana, vivendo una Fede viva, una Speranza ferma e una Carità ardente. Ma non ancora soddisfatta, chiese a Padre Pio di diventare religiosa in una congregazione francescana.
La risposta del Padre fu subitanea e inequivocabile: “Il convento non è per te: iscriviti al Terz’Ordine!”. Vestì il saio francescano, ricevendolo dalle mani dello stesso padre Pio, il 24 agosto 1924 e il 6 settembre dell’anno seguente fu ammessa alla professione col nome di Suor Pia. Indosso, fino alla morte, sempre e solo un saio francescano ed osservò in maniera perfetta i consigli evangelici.

La casa della carità
Per essere più vicina al suo padre spirituale si fece costruire una casa nei pressi del Convento di Santa Maria delle Grazie. La sua divenne “la casa della carità”, sempre aperta a tutti. Suoi speciali ospiti furono i Genitori del santo frate. Venuti a visitare il figlio nel natale del 1928, Mamma Peppa si ammalò gravemente e morì il 3 gennaio 1929. La permanenza del Zi’ Grazio fu frequente e prolungata; morì nella stessa stanza dove la sua consorte si era spenta circa venti anni prima; assistito giorno e notte dal santo figlio, il papà di padre Pio morì il 7 ottobre 1946.

“Un futuro davvero bello”
Un giorno sorpresa in lacrime, Maria confessò candidamente al Padre di essere preoccupata per la sorte della sua casa dopo la sua morte. Padre Pio le disse “Anche se questa casa dovesse crollare, verrebbe ricostruita pietra su pietra e destinata ad un uso che è bello e buono”.

Nella casa del padre celeste
Per conformarsi più perfettamente al padre San Francesco e al suo Padre Spirituale, Maria rinunziò a tutto nominando erede dei suoi beni materiali la Provincia di Sant’Angelo dei Frati Cappuccini. Maria precedette il Padre Spirituale in Paradiso: morì alle 23:20 del 26 aprile 1968.

La sua casa oggi
La casa è custodita dai Frati Cappuccini responsabili del “Servizio Animazione Vocazionale” e, come promesso da padre Pio, è oggi “destinata ad un uso che è bello e buono”; è un luogo di spiritualità e accoglienze vocazionale. Accoglie i giovani in ricerca vocazionale e piccoli gruppi per giornate di ritiro.

È utile sapere che…
Accoglie i pellegrini che desiderano integrare il loro pellegrinaggio visitando i luoghi dove è vissuta la figlia spirituale prediletta dal Padre e dove i genitori del santo Frate hanno concluso i loro giorni. La casa sorge nei pressi del Santuario “Santa Maria delle Grazie”. È facile da raggiungere: uscendo dal Santuario a destra, verso il Piazzale Forgione; si riconosce facilmente per la caratteristica torretta tonda.

Publié dans Discernimento vocazionale, Padre Pio, Stile di vita | Pas de Commentaire »

La testimonianza dei coniugi Martin: la santità della tenerezza

Posté par atempodiblog le 19 mars 2015

La testimonianza dei coniugi Martin
Zelia e Luigi presto santi: la santità della tenerezza
di Matteo Liut - Avvenire

La testimonianza dei coniugi Martin: la santità della tenerezza dans Discernimento vocazionale 2wp742c
Louis Martin e Zélie Guérin (Basilica Nostra Signora delle Vittorie, Parigi)

Quando si conobbero ad Alençon Luigi Martin (1823-1894) e Zelia Guerin (1931-1877) capirono che il loro progetto di vita andava vissuto assieme, ma non s’immaginavano che avrebbero dovuto quasi “convertirsi” per capire a pieno il senso del matrimonio. Dopo essersi sposati il 13 luglio 1858, infatti, vivevano quasi come due consacrati, proprio perché entrambi, prima di incontrarsi, pensavano alla vita da religiosi. Poi grazie a una guida spirituale capirono il grande valore della chiamata alla generazione della vita e, sempre insieme, si aprirono a questo dono: ebbero nove figli, anche se solo cinque femmine arrivarono all’età adulta. Quattro di queste entrarono nel Carmelo, la quinta scelse un’altra congregazione religiosa. La più piccola, nata nel 1873, morì giovanissima, ma la sua incredibile esperienza spirituale la portò a essere riconosciuta come santa e dottore della Chiesa: si tratta di santa Teresa di Lisieux.

rgxh12 dans Riflessioni
Cappella dei coniugi Martin presso Nostra Signora delle Vittorie di Parigi (inaugurata il 16/01/2012)

Luigi era un orologiaio e Zelia realizzava merletti, quindi la loro situazione economica era buona, ma in casa Martin lo stile era all’insegna dell’essenzialità, della semplicità, ma anche della dolcezza, della delicatezza e della tenerezza. Virtù che santa Teresina raccontò di riconoscere molto bene nel padre. La partecipazione alla vita della parrocchia, ai sacramenti e l’impegno verso gli ultimi erano la “corona” di una quotidianità vissuta nella condivisione di gioie e dolori ma anche nell’entusiasmo di veder crescere il nucleo domestico. Per Zelia non vi era impegno più affascinante ed entusiasmante dello stare accando ai propri figli e la morte di alcuni di loro era stata accolta con serenità pur nella sofferenza. Zelia morì a 45 anni di tumore, Luigi 17 anni dopo, consumato dalla sclerosi ma sempre fedele al progetto che aveva condiviso fin dall’inizio con la moglie.

Il loro messagigo è chiaro: anche fare i genitori è una vocazione che va coltivata, fatta crescere, custodita e sostenuta spiritualmente. Ora, sempre insieme, la Chiesa li riconoscerà santi.

Publié dans Discernimento vocazionale, Riflessioni, Santa Teresa di Lisieux, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Il rispetto totale di don Giussani per la libertà della persona

Posté par atempodiblog le 26 décembre 2014

Il rispetto totale di don Giussani per la libertà della persona dans Discernimento vocazionale 2s67wyc

“Il rispetto totale di don Giussani per la libertà della persona. Era un aspetto che forse si poteva misconoscere a causa della decisione dei suoi modi; ma risaltava splendidamente nel rapporto spirituale, nel colloquio personale per il discernimento della vocazione”.

A tale proposito la badessa di Valserena (madre Monica della Volpe) ricorda: “non era persuaso della mia prima scelta (vita religiosa attiva), ma esitava a palesarmelo. Mi faceva altre proposte, ma, quando io aderivo prontamente in spirito di obbedienza, era poi così preoccupato di aver in questo modo forzato la mia libertà che non aveva più pace, e continuava a interrogarmi per verificare. Quando infine ho deciso per ciò che lui non aveva mai pensato, vedendomi ferma e sostenuta dalla grazia, il suo consenso è stato immediato e senza ritorni. Colpiva, assieme al rispetto totale per la libertà, il suo coinvolgimento affettivo profondo, quasi più profondo del nostro, come di uno che ti ama più di quanto tu ami te stessa”.

Tratto da: Vita di don Giussani, di Alberto Savorana. Ed. Rizzoli

315fyfr dans Fede, morale e teologia

2e2mot5 dans Diego Manetti Vocazione: delicatezza e rispetto della libertà personale (di Giovanni Paolo II)

Publié dans Discernimento vocazionale, Don Luigi Giussani, Fede, morale e teologia, Libri, Riflessioni, Stile di vita | Pas de Commentaire »

Vocazioni, la tentazione di prendere senza discernimento

Posté par atempodiblog le 3 octobre 2014

Vocazioni, la tentazione di prendere senza discernimento  dans Discernimento vocazionale s1ntzc
“Abbiamo bisogno di sacerdoti, mancano le vocazioni. Il Signore chiama, ma non è sufficiente”. Papa Francesco ha guardato con franchezza alla crisi vocazionale per poi rivolgere, a braccio, un ammonimento ai vescovi affinché vincano “la tentazione di prendere senza discernimento i giovani che si presentano”:

“Questo è un male per la Chiesa! Per favore, studiare bene il percorso di una vocazione! Esaminare bene se quello è dal Signore, se quell’uomo è sano, se quell’uomo è equilibrato, se quell’uomo è capace di dare vita, di evangelizzare, se quell’uomo è capace di formare una famiglia e rinunciare a questo per seguire Gesù”.

“Oggi  - ha soggiunto – abbiamo tanti problemi, e in tante diocesi per questo errore di alcuni vescovi di prendere quelli che vengono a volte espulsi dai seminari o dalle case religiose perché hanno bisogno di preti. Per favore! Pensare al bene del popolo di Dio”. La vocazione è come “un tesoro nascosto in un campo”, ha detto ancora Papa Francesco che ha preso spunto dall’immagine del Vangelo di Matteo per sottolineare quanto la chiamata al ministero ordinato sia fondamentale.

Papa Francesco

Publié dans Discernimento vocazionale, Fede, morale e teologia, Papa Francesco I, Riflessioni | Pas de Commentaire »

Vocazione: delicatezza e rispetto della libertà personale

Posté par atempodiblog le 6 août 2014

L’accompagnatore non può né forzare una decisione in qualsiasi maniera, né prenderla al posto del soggetto, fosse pure per liberarlo da esitazioni che egli giudica paralizzanti e infondate.
dell’Ordine Francescano Secolare Abruzzo

Vocazione: delicatezza e rispetto della libertà personale dans Discernimento vocazionale zohker
La monaca di Monza, dipinto di Giuseppe Molteni

In quale misura e con quali mezzi è possibile favorire la nascita e la crescita di queste vocazioni?  È un problema che si pone specialmente ai genitori e agli educatori cristiani, e che merita di essere studiato con cura.

Di fronte ad esso è importante, prima di tutto, ricordare che la vocazione deriva da una iniziativa sovrana di Dio. Occorre rispettare la decisione divina, che non si può forzare e alla quale non si può sostituire una decisione umana. Sono adatti al sacerdozio soltanto coloro che Cristo chiama! Così si spiega perché uno dei mezzi principali per favorire le vocazioni sia la preghiera. Pregando, possiamo ottenere che le chiamate si moltiplichino: “Pregate il padrone della messe che mandi operai nella sua messe”! Una tale preghiera, ordinata da Cristo, non può certamente mancare di efficacia.

Oltre alla preghiera, altre iniziative umane possono rivelarsi utili allo sbocciare di una vocazione. Un episodio evangelico ci offre un esempio suggestivo: Andrea, uno dei primi due discepoli che si misero al seguito di Gesù, raccontò a suo fratello Simone ciò che gli era accaduto, e “lo condusse da Gesù”. Certo, fu Gesù a chiamare Simone e a dargli il nome di Pietro, ma era stata l’iniziativa di Andrea a promuovere l’incontro, nel quale poi Gesù rivolse la sua chiamata al futuro capo della Chiesa.

La conclusione è che ciascuno di noi può divenire strumento della grazia della vocazione. A volte, una parola detta a un giovane, o una semplice domanda, possono svegliare in lui l’idea della vocazione. In particolare gli educatori hanno la possibilità di far comprendere il valore della vita sacerdotale; se poi sono preti, sarà soprattutto mediante la testimonianza della loro vita che potranno suscitare nei giovani che li avvicinano l’entusiasmo per la vocazione sacerdotale. Ciò tuttavia deve sempre avvenire nel rispetto della libertà personale del giovane, e in un contesto di delicatezza che eviti tutto ciò che potrebbe assumere l’aspetto di una pressione morale.

Giovanni Paolo II (Angelus, 4 febbraio 1990)

Publié dans Discernimento vocazionale, Fede, morale e teologia, Riflessioni, Sacramento dell’Ordine | Pas de Commentaire »

12
 

Neturei Karta - נ... |
eternelle jardin |
SOS: Ecoute, partage.... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Cehl Meeah
| le monde selon Darwicha
| La sainte Vierge Marie Livr...