L’importante nella vita

Posté par atempodiblog le 26 avril 2016

On the Sailing Boat

Ecco l’importante nella vita: aver visto una volta qualcosa, aver sentito una cosa tanto grande, tanto magnifica che ogni altra sia un nulla al suo confronto e anche se si dimenticasse tutto il resto, quella non la si dimenticherebbe mai più!

Søren Kierkegaard

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“Capire che non può capire”

Posté par atempodiblog le 26 février 2016

Kierkegaard

«Finora si è sempre parlato così: “Il dire che non si può capire questa o quella cosa, non soddisfa la scienza che vuol capire”. Ecco lo sbaglio. Si deve dire proprio il contrario: qualora la scienza “umana” non voglia riconoscere che vi è qualcosa che essa non può capire, o — in modo ancor più preciso — qualcosa di cui essa con chiarezza può “capire che non può capire”, allora tutto è sconvolto. È pertanto un compito della conoscenza umana capire che vi sono e quali sono le cose che essa non può capire.».

di Søren Kierkegaard
Tratto da: Le grandi opere filosofiche e teologiche. Ed, BOMPIANI. Pag. 67

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Prender per Cielo il proprio cervello

Posté par atempodiblog le 16 avril 2015

Prender per Cielo il proprio cervello dans Alessandro Manzoni 1zwofis

[...] Era donna Prassede una vecchia gentildonna molto inclinata a far del bene: mestiere certamente il piú degno che l’uomo possa esercitare; ma che purtroppo può anche guastare, come tutti gli altri. Per fare il bene, bisogna conoscerlo; e, al pari d’ogni altra cosa, non possiamo conoscerlo che in mezzo alle nostre passioni, per mezzo de’ nostri giudizi, con le nostre idee; le quali bene spesso stanno come possono. Con l’idee donna Prassede si regolava come dicono che si deve far con gli amici: n’aveva poche; ma a quelle poche era molto affezionata. Tra le poche, ce n’era per disgrazia molte delle storte; e non eran quelle che le fossero men care. Le accadeva quindi, o di proporsi per bene ciò che non lo fosse, o di prender per mezzi, cose che potessero piuttosto far riuscire dalla parte opposta, o di crederne leciti di quelli che non lo fossero punto, per una certa supposizione in confuso, che chi fa piú del suo dovere possa far piú di quel che avrebbe diritto; le accadeva di non vedere nel fatto ciò che c’era di reale, o di vederci ciò che non c’era; e molte altre cose simili, che possono accadere, e che accadono a tutti, senza eccettuarne i migliori; ma a donna Prassede, troppo spesso e, non di rado, tutte in una volta.

Al sentire il gran caso di Lucia, e tutto ciò che, in quell’occasione, si diceva della giovine, le venne la curiosità di vederla; e mandò una carrozza, con un vecchio bracciere, a prender la madre e la figlia. Questa si ristringeva nelle spalle, e pregava il sarto, il quale aveva fatta loro l’imbasciata, che trovasse maniera di scusarla. Finché s’era trattato di gente alla buona che cercava di conoscer la giovine del miracolo, il sarto le aveva reso volentieri un tal servizio; ma in questo caso, il rifiuto gli pareva una specie di ribellione. Fece tanti versi, tant’esclamazioni, disse tante cose: e che non si faceva così, e ch’era una casa grande, e che ai signori non si dice di no, e che poteva esser la loro fortuna, e che la signora donna Prassede, oltre il resto, era anche una santa; tante cose insomma, che Lucia si dovette arrendere: molto piú che Agnese confermava tutte quelle ragioni con altrettanti “sicuro, sicuro”.

Arrivate davanti alla signora, essa fece loro grand’accoglienza, e molte congratulazioni; interrogò, consigliò: il tutto con una certa superiorità quasi innata, ma corretta da tante espressioni umili, temperata da tanta premura, condita di tanta spiritualità, che, Agnese quasi subito, Lucia poco dopo, cominciarono a sentirsi sollevate dal rispetto opprimente che da principio aveva loro incusso quella signorile presenza; anzi ci trovarono una certa attrattiva. E per venire alle corte, donna Prassede, sentendo che il cardinale s’era incaricato di trovare a Lucia un ricovero, punta dal desiderio di secondare e di prevenire a un tratto quella buona intenzione, s’esibì di prender la giovine in casa, dove, senz’essere addetta ad alcun servizio particolare, potrebbe, a piacer suo, aiutar l’altre donne ne’ loro lavori. E soggiunse che penserebbe lei a darne parte a monsignore.

Oltre il bene chiaro e immediato che c’era in un’opera tale, donna Prassede ce ne vedeva, e se ne proponeva un altro, forse piú considerabile, secondo lei; di raddirizzare un cervello, di metter sulla buona strada chi n’aveva gran bisogno. Perché, fin da quando aveva sentito la prima volta parlar di Lucia, s’era subito persuasa che una giovine la quale aveva potuto promettersi a un poco di buono, a un sedizioso, a uno scampaforca insomma, qualche magagna, qualche pecca nascosta la doveva avere. Dimmi chi pratichi, e ti dirò chi sei. La vista di Lucia aveva confermata quella persuasione. Non che, in fondo, come si dice, non le paresse una buona giovine; ma c’era molto da ridire. Quella testina bassa, col mento inchiodato sulla fontanella della gola, quel non rispondere, o risponder secco secco, come per forza, potevano indicar verecondia; ma denotavano sicuramente molta caparbietà: non ci voleva molto a indovinare che quella testina aveva le sue idee. E quell’arrossire ogni momento, e quel rattenere i sospiri… Due occhioni poi, che a donna Prassede non piacevan punto. Teneva essa per certo, come se lo sapesse di buon luogo, che tutte le sciagure di Lucia erano una punizione del cielo per la sua amicizia con quel poco di buono, e un avviso per far che se ne staccasse affatto; e stante questo, si proponeva di cooperare a un così buon fine. Giacché, come diceva spesso agli altri e a se stessa, tutto il suo studio era di secondare i voleri del cielo: ma faceva spesso uno sbaglio grosso, ch’era di prender per cielo il suo cervello. Però, della seconda intenzione che abbiam detto, si guardò bene di darne il minimo indizio. Era una delle sue massime questa, che, per riuscire a far del bene alla gente, la prima cosa, nella maggior parte de’ casi, è di non metterli a parte del disegno. [...]

Tratto dal CAP. XXV de ‘I promessi sposi’ di Alessandro Manzoni

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I pregiudizi: il cielo e il cervello

«Le idee fisse sono come i crampi ai piedi: il rimedio migliore è camminarci sopra». (Soeren Kierkegaard)

La maggior parte delle persone crede di pensare, mentre in realtà organizza semplicemente i propri pregiudizi. «Con le idee donna Prassede si regolava come dicono che si deve far con gli amici: n’aveva poche; ma a quelle poche era molto affezionata. Tra le poche, ce n’era per disgrazia molte delle storte; e non erano quelle che le fossero meno care». Così ironizzava Alessandro Manzoni su un personaggio minore del suo capolavoro, I promessi sposi.

Il profilo di donna Prassede affiora idealmente anche nell’osservazione del filosofo e psicologo statunitense William James (1842-1910) che oggi proponiamo. Egli punta su quella deviazione del pensiero che è il pregiudizio. Se è vero che il concetto elaborato attraverso il pensiero è fondamentale nella ricerca, è altrettanto vero che molto spesso il punto di partenza è un preconcetto e attorno ad esso si elabora un pensare che in realtà si trasforma in un circolo vizioso. In pratica si gira attorno alla propria idea fissa per difenderla, sostenendola con argomentazioni faziose. Dobbiamo riconoscere che un po’ tutti abbiamo «talora inconsapevolmente» i nostri pregiudizi intoccabili, che non verranno mai scalfiti dalle obiezioni altrui.

Lo scrittore francese Anatole France di un suo personaggio, un illustre accademico, notava che «si lusingava di essere un uomo senza pregiudizi; e questa pretesa è già di per sé un grande pregiudizio». Cerchiamo, allora, con coraggio di vagliare le nostre idee, soprattutto quelle più care, confrontandole con quelle ad esse antitetiche per scoprire se resistono alla luce di un vero, spietato, fondato giudizio.

di Mons. Gianfranco Ravasi – Avvenire

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Quando nel romanzo compare donna Prassede, non può non venire in mente qualche nostra vecchia zia un po’ brontolona e saccente, alla quale in fondo vogliamo bene, anche se… preferiamo stare alla larga, se possibile: è il risultato di alcune sapienti pennellate con le quali il Manzoni tratteggia questo indimenticabile personaggio, messo là apposta a… perseguitare la povera Lucia.

L’avvio è come di consueto molto tranquillo e assolutamente non fa presagire questo ulteriore dramma per la nostra protagonista femminile: “Poco distante da quel paesetto, villeggiava una coppia d’alto affare”…ma poi arriva subito la frecciatina: “Era donna Prassede una vecchia gentildonna molto inclinata a far del bene” [naturalmente il Manzoni riporta i giudizi di quel popolo che nella sua semplicità si basava unicamente sulle apparenze… e le cose non sono molto cambiate: tutti i tempi si assomigliano!]. Ma leggiamo subito dopo il giudizio benevolo e anche tagliente dell’autore: “mestiere certamente il più degno che l’uomo possa esercitare; ma che purtroppo può guastare, come tutti gli altri”. Certo che se il far del bene diventa un mestiere part time, può guastare. E vediamo ora l’affondo quasi impietoso, se non fosse in un contesto così pacifico e inoffensivo: “Per fare il bene, bisogna conoscerlo; e, al pari d’ogni altra cosa, non possiamo conoscerlo che in mezzo alle nostre passioni, per mezzo de’ nostri giudizi, con le nostre idee; le quali bene spesso vanno come possono. Con le idee donna Prassede si regolava come dicono che si deve fare con gli amici: n’aveva poche; ma a quelle poche era molto affezionata: Tra le poche, ce n’era per disgrazia molte delle storte; e non eran quelle che le fossero men care…”.

Una gentildonna come lei, dunque, molto inclinata a far del bene, e certamente abbastanza partecipe degli eventi del tempo, appena sa di Lucia e della sua prodigiosa liberazione, decide di avere anche lei la sua piccola parte in questi fatti così inusitati. A dire il vero, il suo proposito non è del tutto gratuito e disinteressato; il suo bravo interesse l’aveva anche se in assoluta buona fede: Oltre il bene chiaro e immediato che c’era in un’opera tale, donna Prassede ce ne vedeva, e se ne proponeva un altro, forse più considerabile, secondo lei; di raddrizzare un cervello, di metter sulla buona strada chi n’aveva bisogno.

Ed ecco la nobile missione di raddrizzare il cervello e mettere sulla buona strada la povera Lucia: fin da quando aveva sentito la prima volta parlar di Lucia, s’era subito persuasa che una giovine che aveva potuto promettersi a un poco di buono (…), qualche magagna, qualche pecca nascosta la doveva avere. Dimmi chi pratichi e ti dirò chi sei: ancora il solito proverbio, che altrove abbiamo definito come espressione della mediocrità di un popolo, e che qui diventa ancor più evanescente perché si basa su delle premesse alquanto labili: il “sentito dire” generico delle notizie sensazionali che via via si arricchiscono di particolari di assoluta fantasia.

Risulta inoltre interessante lo sguardo che donna Prassede ha nei confronti di Lucia; sguardo fortemente condizionato da quelle passioni, quei giudizi, quelle idee, poche ma tenaci, che ormai facevano parte della sua forma mentis. Ed ecco una descrizione di Lucia assolutamente superficiale, ma ritenuta esauriente dalla anziana e testarda nobildonna: non che in fondo non le paresse una buona giovine; ma c’era molto da ridire. Quella testina bassa, col mento inchiodato sulla fontanella della gola, quel non rispondere, o rispondere secco secco, come per forza, potevano indicar verecondia; ma denotavano sicuramente caparbietà: non ci voleva molto a indovinare che quella testina aveva le sue idee.


Dove sta l’errore di donna Prassede? E come evitare un simile errore di valutazione?

Il primo errore consiste nel fatto che la nostra nobildonna parte da un’ipotesi negativa nel giudicare i fatti; e questo è un punto di partenza che chiude il cuore e l’intelligenza alla comprensione della realtà.
Quanto all’errore di valutazione, c’è da rilevare una notevole imprudenza, nonostante l’età avanzata, nel valutare sulla base di pregiudizi non verificati seriamente.

Autore: Pinna, Maria Vittoria  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte:
CulturaCattolica.it ©

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In autunno

Posté par atempodiblog le 3 novembre 2013

La bellezza dell'autunno dans Medjugorje

In autunno tutto ci ricorda il crepuscolo. E tuttavia mi sembra la stagione più bella; volesse il cielo allora, quando io vivrò il mio crepuscolo, che ci fosse qualcuno che mi ami come io ho amato l’autunno”.

Søren Kierkegaard

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Soeren Kierkegaard. Ammiratori di Cristo? No: imitatori

Posté par atempodiblog le 11 octobre 2013

“Il mio pensiero dominante era che nella nostra età è stato dimenticato che cosa significa esistere e che cosa significa interiorità”. (Soeren Kierkegaard)

Soeren Kierkegaard. Ammiratori di Cristo? No: imitatori dans Riflessioni ilsr

Settimo figlio di un agiato commerciante, Soeren Kierkegaard nacque a Copenhagen il 5 maggio 1813: il clima familiare improntato a una religiosità severa, la morte dei genitori e di tre fratelli e la sensazione di essere vittima di una sorta di maledizione contribuirono a rendere la sua personalità estremamente sensibile e drammaticamente attraversata da una costante vena di sofferenza. Non intraprese la carriera di pastore, alla quale si era pure avviato, né coronò con le nozze il fidanzamento con Regina Olsen, ma lo interruppe dopo breve tempo: trascorse tutta la sua breve esistenza – morì l’11 ottobre 1855 – nella meditazione, scrivendo notevoli opere filosofiche, che gli hanno assicurato un posto di primissimo piano nella storia del pensiero occidentale.
La filosofia kierkegaardiana, dominata da una viva e palpitante ansia religiosa, prende le mosse da una decisa critica dell’idealismo, la grande corrente di pensiero sviluppatasi agli inizi del XIX secolo, che ebbe in Hegel il massimo rappresentante. Di essa Kierkegaard contesta il primato attribuito alle realtà sovraindividuali (lo Spirito, la Storia, lo Stato): per il filosofo danese l’unico vero protagonista è “il singolo”, e l’irriducibile individualità di ciascun uomo è la sola categoria filosofica degna di essere presa in considerazione. Di qui un’importante conseguenza: la filosofia non potrà mai diventare una scienza oggettiva, come avrebbe voluto Hegel, bensì rimarrà sempre una riflessione soggettiva nella quale il singolo è direttamente coinvolto (non casualmente, il capolavoro di Kierkegaard resta il Diario) perché non può esistere una riflessione scissa dalla vita concreta, un sapere che non si leghi all’esistenza. Anche per quanto riguarda la condizione dell’uomo, Kierkegaard si differenzia radicalmente da Hegel, che ritiene di poter interpretare e risolvere tutto attraverso la mediazione e la sintesi dei contrasti e delle opposizioni; al contrario, il pensatore danese è convinto che la vita del singolo sia caratterizzata dalla possibilità: l’individuo viene a trovarsi sempre in bilico tra varie opzioni che si escludono a vicenda. Per questo motivo, all’uomo è costantemente richiesto di scegliere, accettando l’inevitabile rischio che è connesso ad ogni scelta: ciascuno sarà ciò che avrà scelto di essere, giocandosi quotidianamente il proprio destino. Tutto ciò fa sì che l’esistenza umana sia drammaticamente segnata dall’angoscia e dalla disperazione: angoscia che deriva proprio dal fatto che l’uomo è completamente libero di operare qualunque scelta, disperazione che è il frutto di quella lacerante tensione che il singolo prova quando si rende conto dell’insufficienza e della finitezza che lo contraddistinguono. Kierkegaard ha individuato tre modi fondamentali di vivere, corrispondenti a tre tipi di scelta che ogni persona può operare: si tratta della vita estetica, di quella etica e di quella religiosa.
Il primo genere di esistenza, simboleggiato dalla figura del Don Giovanni (Kierkegaard dedicò pagine memorabili all’omonima opera mozartiana), è caratterizzato dalla ricerca del piacere momentaneo e di emozioni sempre diverse: esso, tuttavia, conduce ben presto alla noia e all’insoddisfazione, perché dischiude davanti all’uomo il vuoto e il nulla propri della vita dell’esteta. La scelta etica è caratterizzata, a giudizio di Kierkegaard, dall’assunzione da parte di chi la compie di un impegno che richiede serietà e fedeltà: è il caso del buon padre di famiglia, che rimane fedele alla moglie e si assume le responsabilità connesse alla sua condizione di marito, di genitore e di lavoratore. Siamo qui in presenza di una scelta ben più alta di quella dell’esteta, ma non ancora risolutiva del dramma del singolo, che non si sente appagato da essa.
A questo punto, abissalmente differente da tutte le altre, si prospetta la vita religiosa: il singolo, che ha preso sul serio la propria angoscia e la propria disperazione, opta per la fede, aprendosi in modo totale e incondizionato a Dio: non v’è nulla di normale e di tranquillizzante nella vita religiosa, tanto che la figura scelta da Kierkegaard come simbolo di essa è quella di Abramo, l’uomo della speranza impossibile, l’uomo che per obbedire a Dio era pronto, contro qualunque codice etico tradizionale, a uccidere il figlio. La fede cristiana è scandalo e paradosso, e lungi dall’essere riconducibile entro schemi razionali, scompagina i disegni umani; l’Incarnazione di Cristo realizza un’inconcepibile inserzione dell’eterno nel tempo, la sua crocifissione accentua in misura quasi insopportabile l’assurdità della fede che è richiesta al credente: eppure – insiste Kierkegaard – fuori della dimensione della fede, l’esistenza umana è priva di significato. Sembra opportuno sottolineare due fra le numerose caratteristiche della concezione religiosa di Kierkegaard. La prima è costituita dall’evidente carica contestatrice che egli attribuì alla fede cristiana e in nome della quale rivolse aspre critiche alla gerarchia della chiesa protestante danese, colpevole ai suoi occhi di avere annacquato il genuino messaggio evangelico, che, invece, egli desiderava mantenere inalterato nella sua dirompente e provocatoria paradossalità. Infine, Kierkegaard guardò a Gesù Cristo come all’unico salvatore dell’uomo e ricordò a tutti che il Signore non cerca ammiratori, ma imitatori pronti a prendere la croce e a seguirlo.

di Maurizio Schoepflin – Il Timone

 Ricorda
“Kierkegaard afferma ripetutamente la superiorità del cristianesimo cattolico su quello protestante, ma non giunse ad un’accettazione esplicita del cattolicesimo, come fecero molti, spinti dall’ardore e dalla forza dei suoi scritti”.

(Cornelio Fabro, voce Kierkegaard, in Enciclopedìa Cattolica, voi. VII, col. 692).

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Colei che ha capito Dio

Posté par atempodiblog le 29 septembre 2013

“Non abbandonare senza amore un uomo o la speranza in lui, poiché è possibile che anche il figlio più perduto si salvi, che anche il nemico più accanito possa ritornare tuo amico; è possibile che colui che è caduto così in fondo si risollevi; è possibile che l’amore che si è raffreddato torni ad ardere: perciò non abbandonare mai un uomo, neppure nell’ultimo momento, non disperare, no – spera tutto!”. (Soren Kierkegaard)

Colei che ha capito Dio dans Canti 68ty

«Quando nell’ombra cade la sera». Sono le parole che compongono la prima frase dell’omonimo canto popolare ed evocano pensieri che ci rimandano alla sera intesa come fine della giornata o come conclusione di un cammino difficoltoso o ancora come termine del cammino della vita; una sera, però, che si rischiara dall’immagine luminosa di Maria alla quale l’uomo può aprire il suo cuore nella ricerca di conforto, coraggio, aiuto. Il futuro del mondo in cui siamo immersi è incerto: la febbre dell’egoismo ha ormai contaminato tutto ciò che ci circonda, ma la certezza che Maria è speranza è ancora viva e forte.

I valori umani indicati da Maria sono le virtù basilari per guarire dall’incomprensione, dalla rivalità, dall’avidità. A un mondo schiavo del denaro Maria richiama la povertà, a un mondo provocatore e astuto consiglia la semplicità di cuore; a un mondo vecchio e indurito dall’odio porta il sorriso addolcito di giovinezza. L’uomo che affida la sua vita alla maternità di Maria è guidato verso i misteriosi legami dello Spirito che lo portano gradualmente a creare un contatto sempre più intenso con il Dio dell’amore, della misericordia, del perdono.

Nel corso dei secoli la devozione mariana ha trovato numerose espressioni: si sono sviluppati pensieri individuali in armonia con profondi sentimenti di fiducia e di speranza. In questo contesto un ruolo importante va riservato ai canti popolari mariani che hanno arricchito la preghiera della Chiesa e impresso il loro carattere alla cultura dei popoli. Le origini di queste lodi non ci sono note e oggi la maggior parte di esse sono cadute in disuso, ma bisogna riconoscere che le melodie e i testi di questi canti coinvolgono e trascinano.

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T. Grassi, Incoronazione della Vergine (1692), chiesa Madonna del Popolo, Romagnano Sesia (Novara).

«Quando nell’ombra» è un canto semplice, strutturato con strofe e ritornello; la conduzione ritmica si presenta uguale nel corso del brano, creando regolarità e continuità. La melodia delle strofe rispecchia, pur nella sua brevità, un percorso di quattro battute ascendenti, in progressione, a cui corrispondono altrettante battute, sempre in progressione, ma discendenti. È un percorso che richiede delicatezza nell’esecuzione; la graziosità melodica non va disturbata dall’appoggio sulla croma: tutto procede con linearità e spontaneità, privilegiando una sonorità delicata e leggera.

Il ritornello inizia con due battute che, data la scelta ritmica, interrompono l’atmosfera precedente. Le tre semiminime di Fa’ pura introducono una successione melodica più marcata che fa esplicito riferimento a una richiesta di aiuto, a un’invocazione resa ancora più convincente dall’apertura verso l’acuto che può essere accompagnata, anche, da un’intensità sonora maggiore.  È qui il punto che maggiormente si presta alla coralità con la possibilità di aggiungere alla melodia principale altre voci che danno rinforzo e grandiosità al ritornello. Dalla terza battuta del ritornello, poi, si riprende il ritmo iniziale, seppur leggermente variato nell’ultima parte, con un evidente richiamo melodico che conduce a una conclusione dolce e riservata.

Quando nell’ombra…
Quando nell’ombra cade la sera,
è questa, o Madre, la mia preghiera:
fa’ pura e santa l’anima mia.
Ave Maria, Ave.
Di stelle e d’angeli incoronata,
da mille popoli sempre invocata:
ave, divina bianca Regina.
Avvolta in splendida candida veste,
cinta da un serico nastro celeste:
ave, divina bianca Regina.
Nel duol, nel gaudio da mane a sera
s’innalzi unanime una preghiera
alla divina bianca Regina.

di Luisa Tarabra
a cura di Mario Moscatello e Giuseppe Tarabra – Madre di Dio

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Le nostalgie di Kierkegaard

Posté par atempodiblog le 26 juillet 2013

Le nostalgie di Kierkegaard
Il padre e il suo amore malinconico, la ragazzina e le lacrime di un’amabile ottusità. “Devo tutto a loro”
di Maria Grazia Ascoli - Il Foglio

Le nostalgie di Kierkegaard dans Articoli di Giornali e News upvt

L’uomo smilzo dagli occhi blu. L’uomo che ebbe nostalgia dell’eternità. Questa potrebbe essere la sintesi della storia umana di Søren Aabye Kierkegaard. Martin Heidegger, la cui esistenza fu impregnata del suo lavoro e, viceversa, fecondata dal distacco sempre più vertiginoso da essa, nei suoi seminari esaurì la nota biografica di Aristotele in un solo rigo: “Nacque, lavorò e morì”. C’è però tutto un vortice di dettagli, aneddoti, episodi e depositi di vita che nei grandi pensatori non sono solo pretesti – perfino impedimenti che allontanano dal nocciolo – ma un unico grande romanzo. Tutto da raccontare.

Ed è così per tutti, a maggior ragione per Kierkegaard, a cui Joakim Graff, scrittore e ricercatore danese di formazione teologica, ha dedicato “Sak” (edizione italiana Castelvecchi), un’opera di oltre seicento pagine con cui racconta nelle minime minuzie – anche quelle più marginali, perfino di tipo clinico – l’esistenza del danese, ossia uno dei maggiori pensatori dell’Ottocento.

Gli episodi più importanti della vita di Kierkegaard sono ampiamente noti e, nel suo caso, rivelano coerenza con le sue tesi filosofiche antesignane dell’esistenzialismo novecentesco. E’ noto il tormentato rapporto che ebbe con il padre, la drammatica rottura del fidanzamento con Regine Olsen, i molti lutti – cinque tra fratelli e sorelle – ch oppressero la famiglia fino a far pensare a un’oscura maledizione che la perseguitasse. Meno nota è la violenta campagna che lo contrappose alla chiesa danese negli ultimi anni della sua breve vita.

“Un vecchio perduto nei miei pensieri”, il padre Michael. E “una giovane fanciulla innocente”, la fidanzata Regine, sono i riferimenti più significativi ai quali quasi ossessivamente si richiama il pensatore danese.

Ecco il padre. Michael, il quarto di nove figli di un contadino che viveva in grande povertà nella sua fattoria in mezzo alla brughiera dello Jutland. A undici anni, dopo averne già trascorsi alcuni come pastore, si è recato a Copenaghen presso uno zio materno che faceva il merciaio. Il ragazzo è svelto e abile fa il fattorino, poi il commesso, finisce per mettersi in proprio così che alle soglie dei trent’anni può acquistare un immobile e aprirvi la sua attività nel commercio della lana che, in poco tempo, si espande fino a trattare merci di vario genere provenienti della Cina e dalle Indie.

Michael a trentotto anni si sposa con la sorella del suo socio, ma il matrimonio dura solo due anni perché lei muore di polmonite. Un anno dopo Michael deve sposare la sua domestica che ha messo incinta. Ane è una donna semplice e allegra che darà al marito sette figli, l’ultimo è Søren. Questi non la nominerà mai nella sua pur vasta produzione letteraria né nei journaler che redigeva pressoché quotidianamente. Presente è invece il padre, uomo di grande rigore e severità, accanito lettore di cui un giovane Søren fornisce un’accurata descrizione che trascolora la realtà accentuandone i tratti lirici. “Un uomo pensoso, in apparenza arido e prosaico, ma dotato di fervida fantasia, capace di raccontare in modo vivido e preciso, così che il mondo pareva nascere dalle sue parole come se fosse Nostro Signore”.

Questa descrizione di Michael è una sorta di tappa di un percorso all’incontrario che accompagna Kierkegaard nella sua crescita e lo porta a conoscere un uomo che finirà per discostarsi enormemente da quel ritratto. Con il passare degli anni il ricordo del padre sarà sempre più legato al sentimento dell’angoscia, connotato da un’opprimente malinconia che diviene la cifra dell’infanzia di Søren: “Ogni uomo è essenzialmente ciò che è diventato all’età di dieci anni”.

Søren è diventato uno studente di Teologia, mentre denuncia i tratti opprimenti di questa religione “per la quale tutto è peccato, in ogni rappresentazione della vita che verrà vi sono distruzioni, castighi, supplizi e tormenti eterni”. Il filosofo ha dunque bisogno di chiarire a se stesso “cosa Dio vuole veramente che io faccia, la questione è trovare una verità, che sia vera per me, trovar l’idea per la quale io voglia vivere e morire”.

Tra il vivere e il morire, intanto, il filosofo – che è ancora un giovane studente – non esita a spendere con grande prodigalità. I debiti che contrae fanno sussultare di sdegno Michael che in totale contrasto con le sue frugali abitudini deve annotare sul suo quaderno la cifra annuale che il figlio ha dilapidato, “superiore alla paga annuale di un professore!”. Tutto si dissipa in spettacoli teatrali, libri, sigari, abiti, pasticcerie, vini e liquori; senza parlare della frequentazione di locali equivoci, sulla quale – come del resto sulle sue abitudini sessuali – Kierkegaard fu sempre molto riservato. E almeno su questo, da Graff, ci vengono risparmiati dettagli pruriginosi.

Kierkegaard – la cui sagoma è riprodotta volentieri da tutti gli editori che nel mondo hanno pubblicato la sua opera – aveva una figura irregolare, le spalle alte, le gambe magre, una capigliatura disordinata e uno sguardo blu che era solito fissare intensamente sul suo interlocutore.

Non mancava mai di assistere al “Don Giovanni” di Mozart che era stato rappresentato per la prima volta al Teatro Reale di Copenaghen qualche anno prima della sua nascita. “Quest’opera mi ha preso in modo diabolico da non poterla dimenticare”. In una delle sue opere più note, “Enten Eller”, il seduttore mozartiano diviene l’emblema del fluire panico della vita, della sensualità sfrenata, del godimento selvaggio di colui che non conosce regola morale ma agisce inconsapevolmente.

Søren rispecchia in questa celebre metafora i suoi anni giovanili che tanto angustiavano il padre. Questi ha compiuto ottant’anni quando Søren ne ha appena ventiquattro. Il vecchio commerciante sa che non gli resta molto da vivere e ha già dato disposizioni circa l’iscrizione da apporre sulla sua lapide di marmo che deve accomunare i due coniugi, Ana morta nel ’34 e Michael che “l’ha seguita nella vita eterna”. E’ il9 agosto del 1938.

Questa morte genera nel figlio “il grande terremoto”. La convinzione terribile che la veneranda età raggiunta dal vecchio padre fosse una maledizione divina, la punizione per una colpa da lui commessa che andava scontata vivendo a lungo, macerandosi nel rimorso, sopportando la morte prematura dei suoi figli, ma anche delle sue due mogli e perfino di una nuora prima di trovare pace.

Søren, adesso, ha ventisette anni, si è laureato in Teologia, ha ereditato il patrimonio paterno, da spartire con Peter Christian, l’unico altro fratello rimasto in vita. Decide di recarsi nello Jutland, laddove il piccolo Michael aveva trascorso i suoi primi anni pascolando le pecore e scaldandosi i piedi congelati nella cacca di mucca fumante. La brughiera gli appare un luogo dello spirito, la metafora della dura esistenza del padre nella sua fanciullezza.

“Qui tutto è nudo e manifesto davanti a Dio, qui non hanno dimora i molti meandri in cui la coscienza può nascondersi”. Qui può riflettere sulle drammatiche vicende che il padre aveva finito per rivelargli prima di morire, convinto che le colpe dei padri ricadano sempre sui figli. Forse Dio lo aveva così duramente punito perché aveva osato maledirlo laggiù nella brughiera, quando la sua povertà era diventata intollerabile, o perché nella sua giovinezza “si era lasciato condurre a una donna pubblica”.

L’idea che da qualche parte nel mondo esista una creatura che gli debba la vita lo tortura. Così come la paura di aver contratto una malattia contagiosa. Scruta sempre il volto dei suoi figli nel timore di leggere sui loro volti la conferma del suo terribile sospetto. A niente era servito il tentativo di Søren di tranquillizzarlo, le morti dei suoi fratelli nulla avevano a che fare con il suo peccato di gioventù da lui commesso. Eppure anche lui finisce per sentirsi colpevole, quel sentimento diverrà materia di scrittura del “Concetto di angoscia”.

Il magma di ansia e inquietudine in questi avvenimenti sarà decisivo nella vita di Søren, determinerà l’intera sua esistenza, come se quell’uomo colto e smilzo volesse prendere parte alle gioie della vita ma non ne fosse capace o “non gli fosse concesso”.

Regine entrò per la prima volta nella vita di Søren nel maggio del 1837. A casa di amici. Aveva quattordici anni. Lei ricorderà, in seguito, la fortissima impressione che quel giovane affascinante, incontenibile nel suo eloquio le aveva fatto. Il fidanzamento tra i due durò circa un anno dal settembre del 1840 all’ottobre del 1841 quando Soren le scrisse di dimenticarlo e di perdonalo poiché “non è capace di rendere felice una fanciulla”.

Regine non sarà mai menzionata nelle sue opere in modo diretto, ma fatta oggetto di nuemrose allusioni. L’impossibilità di continuare il legame dipende dall’impossibilità di raccontare tutto di sé, esigenza fortissima per Søren ma irrealizzabile: “Se mi fossi spiegato avrei dovuto iniziarla a segreti terribili, il mio rapporto col padre, la sua malinconia, la notte eterna che cova dentro di me, il mio traviamento, i piaceri e gli eccessi, l’angoscia che mi traviava, e dove avrei potuto trovare rifugio se l’unico uomo che aveva ammirato per la sua forza vacillava?”.

Il matrimonio è impossibile senza la confidenza, scrive in “Enten-Eller”. Nel febbraio del ’43 quest’opera verrà pubblicata assicurando al suo autore fama duratura. Viene definito dalla critica un libro stravagante, estetico nella prima parte, etico nella seconda. Contiene il famosissimo “Diario di un seduttore” in cui viene delineata la figura del Don Giovanni che tanto deve all’omonimo capolavoro mozartiano. Questo scritto sarà definito dal più importante esponente dell’establishment danese, Johan Ludvig  Heiberg, un’opera che provoca disgusto, nausea e indignazione. Kierkegaard intraprende allora la sua indomita battaglia contro il potere culturale, pregando di risparmiargli qualsiasi articolo sul libro: “Un recensore mi disgusta come il garzone del barbiere ambulante che accorre con l’acqua per la barba, la stessa per tutti i clienti, e che mi fruga la faccia con le sue dita appiccicose”.

Heiberg era poeta, critico, traduttore, drammaturgo, direttore del Teatro reale. Era “il tribunale supremo dell’estetica, il cui giudizio era sempre inappellabile”.

Kierkegaard si ribella a ogni condanna definitiva: “Che fesseria, chi scrive deve capire ciò che scrive meglio di chi legge, oppure non deve scrivere. O bisogna menare per il naso il pubblico come uno scaltro azzeccagarbugli? Scrivo come dico io, e gli altri facciano come vogliono: si astengano dal comprare, leggere, recensire”.

Prende a prestito da Schopenhauer la sua definizione di “noleggiatori di opinioni” per designare i giornalisti e irride quegli uomini, la maggior parte, che “si vergognerebbe di andare in giro con un cappotto smesso e va invece allegramente in giro con opinioni smesse”. Lancia i suoi strali contro coloro che “strappano sempre più persone dal loro stato di innocenza in cui non si è affatto obbligati ad avere un’opinione propria e le si persuade di tale dovere”. Addirittura con grande lungimiranza sostiene che la stampa “finge di riferire un dato di fatto e intanto lo produce”. Un tema assai calzante, questo, nella pratica di oggi sparsa in consorterie e appartenenze culturali.

Una polemica ancora più furibonda però Kierkegaard la rivolge ai maggiorenti della chiesa protestante di stato e, su tutti, al vescovo Mynster, il confessore reale e cappellano di corte, che pure era un amico del padre, accusato di professare una religione da salotto, accomodante e ipocrita per nulla in sintonia con lo scandalo del Crocifisso: “Un vescovo vestito di velluto che lungi dal testimoniare la fede, è come un istruttore di nuoto che non sa nuotare e che insegna alla gente dal pontile limitandosi a urlare: dovete solo muovere velocemente le braccia!”.

Il vescovo non mostra di averne a male, anzi, continua a riceverlo nella sua casa in nome dell’antica amicizia e a leggere i suoi lavori confidando che Kierkegaard finirà per stancarsi e il filosofo dovrà convenirne. Søren, invece, mastica: “Che ho ragione lo sanno tutti, anche il vescovo Mynster, che non otterrò ragione, lo sappiamo tutti, anch’io”.

Kierkegaard morirà l’11 novembre 1855, a 43 anni. “I medici non capiscono la mia malattia: è di natura psichica e loro vogliono trattarla con metodi clinici”, aveva osservato il filosofo nei suoi ultimi giorni di vita. In una sua opera aveva profetizzato che sarebbe morto di “nostalgia dell’eternità”. Le sue ultime volontà disponevano di lasciare alla fidanzata di un tempo, “colei a cui è dedicata la mia intera attività di scrittore” e che è divenuta intanto signora Regine Schlegl, tutti i suoi averi.

Nel suo ultimo anno di vita, sotto il titolo “Le mie nozioni fondamentali”, ricorda “le due persone che ho amato di più, a cui debbo ciò che posso essere diventato come scrittore: un vecchio, l’errore del suo amore malinconico; una fanciulla giovanissima, poco più che bambina, le lacrime della sua amabile ottusità”. E fu così che Søren Kierkegaard ebbe pienezza di nostalgia. E di eternità. Il suo grande romanzo da raccontare.

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In verità vi dico: viva i peccatori

Posté par atempodiblog le 2 juillet 2013

In verità vi dico: viva i peccatori
Gesù cercava le ferite del peccato e le guariva. Ma ammoniva gli scribi, che chiamava “sepolcri imbiancati”.
di Antonio Socci – Panorama

In verità vi dico: viva i peccatori dans Antonio Socci p2je

Il Cristianesimo, strano a dirsi, entra nel mondo precisamente in polemica dura con i moralisti. A ogni pagina dei Vangeli Gesù appare traboccante di tenerezza verso i peccatori, perfino i più malfamati. Invece è durissimo solo con coloro che si ritenevano “giusti”.

Con loro, per scuoterli, usa parole di fuoco: “Guai a voi, dottori della Legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito” (Lc 11,43-46). “Tutto quello che fanno è per farsi vedere dalla gente… Guai a voi scribi e farisei ipocriti. Voi siete come sepolcri imbiancati: all’esterno sembrano bellissimi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di marciume” (Mt 24,4 e segg).
Gesù non sta alla larga dai peccatori e dai disprezzati, anzi li cerca premurosamente. Come nota il filosofo Soren Kierkegaard: “Non ritenne mai un tetto tanto misero da impedirgli di entrarvi con gioia, mai un uomo tanto insignificante da non voler collocare la sua dimora nel suo cuore”.

Ma soprattutto Gesù rifiuta la presunzione di giudicare gli altri come peccatori, perché peccatori per lui sono tutti gli uomini e nessuno si salva se umilmente non si lascia perdonare. Un altro grande convertito del Novecento, lo scrittore francese Charles Péguy, scriverà: “Le persone morali non si lasciano bagnare dalla grazia. Ciò che si chiama la morale è una crosta che rende l’uomo impermeabile alla grazia. Si spiega così il fatto che la grazia operi sui più grandi criminali e risollevi i più miserabili peccatori”.
Lo si vede, in effetti, sul Calvario, dove il ladrone si converte, mentre i dottori della Legge inveiscono contro Gesù: “E’ per questo che niente è più contrario a ciò che si chiama la religione come ciò che si chiama la morale” estremizzava Péguy “e niente è così idiota che confondere così insieme la morale e la religione”.
Naturalmente Péguy non fa l’elogio del peccato. Gesù ha orrore di ogni peccato, ma condanna il legalismo. Come Paolo e Agostino condannano l’ideologia dell’onesto, il moralismo. Ciò sarà il giacobinismo. Perché non ci si salva con le nostre forze. Gesù dice: “Senza di me non potete fare nulla”. Egli dice infatti di essere venuto per i peccatori, le cui ferite del peccato possono diventare feritoie della grazia. Spiega di essere venuto per salvare, non per condannare. E’ stupefacente. Colui che ha più cambiato il mondo e lo ha umanizzato e santificato non fa mai l’accusatore. Perdona sempre.

E’ ancora Péguy che lo spiega: “C’era la cattiveria dei tempi anche sotto i Romani. Ma Gesù venne. Egli non perse i suoi anni a gemere e interpellare la cattiveria dei tempi. Egli taglia corto. In modo molto semplice. Facendo il Cristianesimo. Egli non si mise a incriminare, ad accusare qualcuno. Egli salvò. Non incriminò il mondo. Egli salvò il mondo”.

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C’è Uno solo che può mettersi fino in fondo al posto tuo

Posté par atempodiblog le 21 mars 2013

C'è Uno solo che può mettersi fino in fondo al posto tuo dans Citazioni, frasi e pensieri abbraccioges

Mio ascoltatore, se tu stesso sei stato,o forse sei, sofferente oppure se hai conosciuto chi soffre, forse con la buona intenzione di dargli conforto, hai senz’altro ascoltato spesso la comune protesta di chi soffre: “Tu non mi capisci, sì , non mi capisci, non ti metti al mio posto. Se ti mettessi al mio posto, se fossi capace di metterti al mio posto, se potessi metterti fino in fondo al mio posto e dunque capirmi fino in fondo, allora parleresti diversamente”. Parleresti diversamente, il che vuol dire, nel linguaggio di chi soffre, anche tu vedresti e capiresti che non esiste conforto. Questa è dunque la protesta, chi soffre protesta quasi sempre che chi lo vuole confortare non si mette al suo posto.
C’è Uno solo che può mettersi fino in fondo al posto tuo e di ciascun sofferente: il Signore Gesù Cristo…
Lui sa avere compassione. E che Lui non possa non avere compassione lo vedi dal fatto che per compassione è stato provato in tutto e al nostro stesso modo: è stata proprio la compassione a fargli decidere di venire al mondo… Cristo si è messo fino in fondo al tuo posto. Era Dio e divenne uomo  così si è messo al tuo posto. Questo desidera infatti la vera compassione: mettersi al posto di chi soffre per poter davvero recare conforto. Ma proprio questo la compassione umana non è capace di farlo: solo la compassione divina lo può.
E Dio divenne uomo. Divenne uomo. E divenne quell’uomo che tra tutti, tutti incondizionatamente, ha sofferto di più; mai è nato e mai nascerà o potrà nascere essere umano capace di soffrire quanto Lui.
Oh, quale sicurezza per la Sua compassione, quale compassione offrire una tal sicurezza!
Comparendo apre le Sue braccia a tutti i sofferenti: venite qui, dice, voi tutti che soffrite e siete oppressi: venite a me!

Sören Kierkegaard

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La freccia dell’arciere

Posté par atempodiblog le 5 avril 2012

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Come la freccia dell’arciere addestrato, quando si allontana dalla corda dell’arco non si dà riposo prima di arrivare al bersaglio, così l’uomo è creato da Dio avendo come obiettivo Dio, e non riesce a trovare riposo se non in Dio.

Sören Kierkegaard

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Quando si è più certi dell’amore di Dio

Posté par atempodiblog le 8 janvier 2012

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“L’amore (cioè il vero amore, non l’amor proprio che ama solamente ciò ch’è egregio, eccellente ecc., quindi in fondo non ama che se stesso) sta in rapporto inverso alla grandezza e all’eccellenza dell’oggetto. Se quindi io sono proprio una nullità: se nella mia miseria mi sento il più miserabile di tutti i miserabili: bene, è certo allora, eternamente certo, che Dio mi ama.
Cristo dice: “Neppure un passero cade in terra, senza la volontà del Padre” (Mt 10,29). Oh, io faccio un’offerta più umile ancora: davanti a Dio io sono meno di un passero: tanto è più certo allora che Dio mi ama, tanto più saldamente si chiude il sillogismo.
Sì, lo Zar delle Russie, di lui si potrebbe forse pensare che Dio lo potrebbe trascurare: Dio ha tante altre cose da ascoltare! E lo Zar delle Russie è una cosa tanto grande. Ma un passero … no, no perché Dio è amore, e l’amore si rapporta inversamente alla grandezza e all’eccellenza dell’oggetto.
Quando ti senti abbandonato nel mondo sofferente, quando nessuno si prende cura di te, tu concludi: « Ecco che Dio non si prende cura di me ». Vergognati, stolto e calunniatore che sei! tu che parli così di Dio. No, proprio chi è più abbandonato sulla terra, egli è più amato da Dio. E se non fosse assolutamente il più abbandonato, se avesse ancora una piccola consolazione, anzi anche se questa gli venisse tolta: nello stesso momento diventerebbe più certo ancora che Iddio lo ama”.

Sören Kierkegaard

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Un riparo sicuro sotto il Suo Amore

Posté par atempodiblog le 26 septembre 2011

Un riparo sicuro sotto il Suo Amore dans Citazioni, frasi e pensieri 5k2f86

Pensa a una persona che si mettete davanti a un’altra e con il suo corpo la copre completamente, così che nessuno possa scorgere chi si nasconde dietro: allo stesso modo Gesù Cristo nasconde il tuo peccato con il suo corpo santo. [...] Li nasconde letteralmente.

Pensa a una chioccia che, preoccupata, nel momento del pericolo raccoglie i pulcini sotto le proprie ali, li copre, ed è pronta a dare la sua vita piuttosto che privarli di quel riparo che ne rende impossibile la vista all’occhio del nemico: allo stesso modo egli nasconde il tuo peccato.

Allo stesso modo: perché anch’egli è preoccupato, infinitamente preoccupato nell’amore; darà la sua stessa vita prima di privarti di questo riparo sicuro sotto il suo amore. Prima darà la sua vita, anzi no, proprio per questo ha dato la sua vita, per assicurarti un riparo sicuro sotto il suo amore.

Sören Kierkegaard

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Il Cristianesimo

Posté par atempodiblog le 25 mai 2011

Il Cristianesimo dans Citazioni, frasi e pensieri cristianesimo

Il Cristianesimo non soltanto ha in sé qualcosa che l’uomo non si è dato da sé, ma contiene cose che mai sarebbero venute in mente all’uomo neppure come desiderio ideale.

Sören Kierkegaard

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Diamo a tutti una possibilità

Posté par atempodiblog le 20 janvier 2011

Diamo a tutti una possibilità dans Citazioni, frasi e pensieri kierkegaard

Diamo a tutti una possibilità. Quando l’uomo rimane senza una possibilità è come se gli mancasse l’aria per respirare. La reale possibilità è la fede… nell’amore per la giustizia, in Dio a cui tutto è possibile.

Sören Kierkegaard

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Ricordare il futuro

Posté par atempodiblog le 1 novembre 2008

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L’esperienza più dolorosa per un uomo è ricordare il futuro, specialmente il futuro che non si potrà mai avere.

Sören Kierkegaard

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