Gesù: “Io mi sono ripetuto i vostri nomi”

Posté par atempodiblog le 25 mars 2016

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15 febbraio 1944
Dice Gesù a Maria Valtorta:

Ecco perché l’angelo del mio dolore mi ha prospettato la speranza di tutti i salvati per il mio sacrificio come medicina al mio morire.

I vostri nomi! Ognuno m’è stato una stilla di farmaco infuso nelle vene per ridare loro tono e funzione, ognuno m’è stato vita che torna, luce che torna, forza che torna. Nelle inumane torture, per non urlare il mio dolore di Uomo, e per non disperare di Dio e dire che Egli era troppo severo e ingiusto verso la sua Vittima, Io mi sono ripetuto i vostri nomi. Io vi ho visti. Io vi ho benedetti da allora. Da allora vi ho portati nel cuore. E quando è per voi venuta la vostra ora di essere sulla Terra, Io mi sono proteso dai Cieli ad accompagnare la vostra venuta, giubilando al pensiero che un nuovo fiore di amore era nato nel mondo e che avrebbe vissuto per Me.

Oh! miei benedetti! Conforto del Cristo morente! La Madre, il Discepolo, le Donne pietose erano intorno al mio morire, ma voi pure c’eravate. I miei occhi morenti vedevano, insieme al volto straziato della Mamma mia, i vostri visi amorosi, e si sono chiusi così, beati di chiudersi perché vi avevano salvati, o voi che meritate il Sacrificio di un Dio.

Tratto da: L’Evangelo come mi è stato rivelato
Opera di Maria Valtorta.

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Mancanza di carità e di sincerità negli accusatori

Posté par atempodiblog le 13 mars 2016

La donna adultera nella visione di Marthe Robin

“Di fronte alle accuse degli scribi e dei farisei contro questa donna Gesù stava in silenzio.
Sembrava ignorarli e teneva lo sguardo fisso a terra. Non guardava neppure la donna, messa ben in vista per sua vergogna. Poi si è messo a scrivere per terra con il dito. Innervositi dal silenzio di Gesù e incuriositi nel vederlo tracciare segni, alcuni si sono fatti coraggio e si sono avvicinati a Lui. Che cosa stava scrivendo? Il primo dei farisei, arrivato vicino a lui, ha scoperto con stupore che Gesù conosceva i suoi peccati più segreti che erano scritti a grandi lettere per terra! Confuso e spaventato ha guardato Gesù che poteva con una sola parola distruggerlo davanti agli altri.

Ma al contrario, con grande bontà e umile maestà, il Salvatore ha cancellato con la mano il peccato dell’uomo. Finito! Sparito! L’uomo ha letto il perdono negli occhi di Gesù ed è ripartito in silenzio. Poi si è avvicinato un altro, che non poteva evidentemente conoscere i torti del primo. Gesù ha scritto allora il peccato del secondo che, dopo aver letto, se ne è andato anche lui sconvolto.

Tutti si sono avvicendati in questo modo presso Gesù. Così gli accusatori della donna confusi fino in fondo all’anima, ma rispettati nella loro intimità, hanno abbandonato la scena uno dopo l’altro. La maldicenza e le intenzioni perverse, sono state lasciate sul posto, insieme alle pietre destinate alla peccatrice”.

Marthe Robin
Fonte: Cristo, Pietre Vive

L'adultera

La donna adultera e l’ipocrisia dei suoi accusatori.
Vari insegnamenti.
Tratto da: L’Evangelo come mi è stato rivelato
Opera di Maria Valtorta.

[...]

Dice Gesù: «Quello che mi feriva era la mancanza di carità e di sincerità negli accusatori. Non che mentissero nell’accusa. La donna era realmente colpevole. Ma erano insinceri facendosi scandalo di cosa da loro commessa le mille volte e che unicamente una maggior astuzia e una maggior fortuna avevano permesso rimanesse occulta. La donna, al suo primo peccato, era stata meno astuta e meno fortunata. Ma nessuno dei suoi accusatori ed accusatrici – perché anche le donne, se non alzavano la loro parola, la accusavano in fondo al cuore – erano scevri di colpa. Adultero è chi trascende all’atto e chi appetisce all’atto e lo desidera con tutte le sue forze. La lussuria è tanto in chi pecca che in chi desidera peccare.

Ricordati, Maria, la prima parola del tuo Maestro, quando ti ho chiamata dall’orlo del precipizio dove eri: “Il male non basta non farlo. Bisogna anche non desiderare di farlo”.

Chi accarezza pensieri di senso, e suscita con letture e spettacoli cercati appositamente e con abitudini malsane sensazioni di senso, è ugualmente impuro come chi commette la colpa materialmente. Oso dire: è maggiormente colpevole. Perché va col pensiero contro natura, oltre che contro morale. Non parlo poi di chi trascende a veri atti contro natura. L’unica attenuante di costui è in una malattia organica o psichica. Chi non ha tale scusante è di dieci gradi inferiore alla bestia più lurida. Per condannare con giustizia occorrerebbe essere immuni da colpa. Vi rimando a dettati passati, quando parlo delle condizioni essenziali per esser giudice.

A Me non erano ignoti i cuori di quei farisei e di quegli scribi, non quelli di coloro che si erano uniti ad essi nell’inveire contro la colpevole. Peccatori contro Dio e contro il prossimo, erano in loro colpe contro il culto, colpe contro i genitori, colpe contro il prossimo, colpe, soprattutto numerose, contro le mogli loro. Se per un miracolo avessi ordinato al loro sangue di scrivere sulla loro fronte il loro peccato, fra le molte accuse avrebbe imperato quella di “adulteri” di fatto o di desiderio. Io ho detto: “È quello che viene dal cuore che contamina l’uomo”. E, tolto il mio cuore, non vi era alcuno fra i giudici che avesse il cuore incontaminato. Senza sincerità e senza carità.

Neppure l’esser simili a lei nella fame concupiscente li induceva a carità. Io ero che avevo carità per l’avvilita. Io, l’Unico che ne avrei dovuto aver schifo. Ma ricordatevi però questo: che quanto più uno è buono e più è pietoso verso i colpevoli. Non indulge alla colpa per se stessa. Questo no. Ma compatisce i deboli che alla colpa non hanno saputo resistere.

L’uomo! Oh! più che canna fragile e vilucchio sottile è facile ad esser piegato dalla tentazione e portato ad avvinghiarsi là dove spera trovare un conforto. Perché molte volte la colpa avviene, specie nel sesso più debole, per questa ricerca di conforto. Perciò Io dico che chi manca di affetto per la sua donna, ed anche per la figlia sua propria, è per novanta parti su cento responsabile della colpa della sua donna o della sua creatura e ne risponderà per esse.

 Tanto l’affetto stolto, che è soltanto stupido schiavismo di un uomo ad una donna o di un genitore ad una figlia, quanto una trascuratezza d’affetti, o peggio una colpa di propria libidine che porta un marito ad altri amori e dei genitori ad altre cure che non siano i figli, sono fornite ad adulterio e prostituzione e, come tali, sono da Me condannati.
Siete esseri dotati di ragione e guidati da una legge divina e da una legge morale. Avvilirsi perciò ad una condotta da selvaggi o da bruti dovrebbe fare orrore alla vostra grande superbia. Ma la superbia, che in questo caso sarebbe anche utile, voi l’avete per ben altre cose.

 Ho guardato Pietro e Giovanni in diversa maniera, perché al primo, uomo, ho voluto dire: “Pietro, non mancare tu pure di carità e di sincerità”, e dirgli pure, come a futuro mio Pontefice: “Ricorda quest’ora e giudica come il tuo Maestro, in avvenire”; mentre al secondo, giovane dall’anima di bambino, ho voluto dire: “Tu puoi giudicare e non giudichi perché hai il mio stesso cuore. Grazie, amato, d’esser tanto mio da essere un secondo Me”.

Ho allontanato i due prima di chiamare la donna per non aumentare la sua mortificazione con la presenza di due testimoni. Imparate, o uomini senza pietà. Per quanto uno sia colpevole, va sempre trattato con rispetto e carità. Non gioire del suo annichilimento, non accanircisi contro neppure con sguardi curiosi. Pietà, pietà per chi cade!

Alla colpevole indico la via da seguirsi per redimersi. Tornare alla sua casa, umilmente chiedere perdono e ottenerlo con una vita retta. Non cedere più alla carne. Non abusare della bontà divina e della bontà umana per non scontare più duramente di ora la duplice o molteplice colpa.

Dio perdona, e perdona perché è la Bontà. Ma l’uomo, per quanto Io abbia detto: “Perdona al fratello tuo settanta volte sette”, non sa perdonare due volte. Non le do pace e benedizione perché non era in lei quella completa recisione dal suo peccato che è richiesta per esser perdonati. Nella sua carne, e purtroppo nel suo cuore, non era la nausea per il peccato. Maria di Magdala, sentito il sapore del mio Verbo, aveva avuto disgusto per il peccato ed era venuta a Me con la volontà totale di essere un’altra. In costei era ancora un ondeggiamento fra le voci della carne e dello spirito. Né ella, nel turbamento dell’ora, aveva ancora potuto mettere la scure contro il ceppo della carne e reciderla per andare mutilata del suo peso bramoso al Regno di Dio. Mutilata di ciò che era rovina, ma accresciuta di ciò che è salvezza.Vuoi sapere se si è poi salvata? Non a tutti fui Salvatore. Per tutti lo volli essere, ma non lo fui perché non tutti ebbero la volontà d’esser salvati. E questo è stato uno dei più penetranti strali della mia agonia del Getsemani.

Va’ in pace tu, Maria di Maria, e non voler più peccare neppure nelle inezie. Sotto il manto di Maria non stanno che cose pure. Ricordalo.

Per approfondire 2e2mot5 dans Diego Manetti La donna adultera e l’ipocrisia dei suoi accusatori

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L’annuncio ai pastori, che diventano i primi adoratori del Verbo fatto Uomo

Posté par atempodiblog le 1 janvier 2016

L’annuncio ai pastori, che diventano i primi adoratori del Verbo fatto Uomo.
Tratto da: L’Evangelo come mi è stato rivelato
Opera di Maria Valtorta.

Adorazione dei pastori

[7 giugno 1944. Vigilia del Corpus Domini]
Più tardi vedo una vasta estensione di campagna. La luna è allo zenit e veleggia placida in un cielo gremito di stelle. Sembrano tante borchie di diamante infisse in un enorme baldacchino di velluto celeste cupo, e la luna vi ride in mezzo col suo faccione bianchissimo, da cui scendono fiumi di luce lattea che fa bianca la terra. Gli alberi spogli sembrano più alti e neri sul suolo così imbiancato, mentre i muretti, che qua e là sorgono a confine, sembrano di latte, e una casina lontana pare un blocco di marmo di Carrara.
Alla mia destra vedo un luogo cintato da una siepe di pruni su due lati e da un muro basso e scabro da altri due. Questo muro sorregge il tetto di una specie di tettoia larga e bassa, che nella parte interna del recinto è costruita parte in muratura e parte in legname, quasi che nell’estate le parti in legno debbano esser tolte e la tettoia mutarsi in porticato. Da questo chiuso esce, di tanto in tanto, un belare intermittente e breve. Devono essere pecorelle che sognano o che forse credono sia prossimo il giorno per il chiarore che dà la luna. Un chiarore persino eccessivo, tanto è intenso, e che cresce, quasi che il pianeta si avvicini alla terra o sfavilli per un misterioso incendio.
Un pastore si affaccia sulla porta e, portandosi un braccio sulla fronte per fare riparo agli occhi, guarda in alto. Pare impossibile che ci si debba riparare dal chiarore della luna. Ma questo è così vivo che abbacina, specie chi esce da un chiuso dove è tenebra. Tutto è calmo. Ma quella luce stupisce.
Il pastore chiama i compagni. Si affacciano sulla porta tutti. Un mucchio d’uomini irsuti, di età diverse. Ve ne sono di appena adolescenti e di già canuti. Commentano il fatto strano e i più giovani hanno paura. Specie uno, un fanciullo sui dodici anni, che si mette a piangere attirandosi le baie dei più vecchi.
«Di che temi, stolto?» gli dice il più vecchio. «Non vedi che aria quieta? Non hai mai visto splendere la luna? Sei sempre stato sotto le vesti della mamma come un pulcino sotto la chioccia, vero? Ma ne vedrai delle cose! Una volta io mi ero spinto verso i monti del Libano, oltre ancora. In alto. Ero giovane e non mi pesava l’andare. Ero anche ricco, allora… Una notte vidi una luce tale che pensai che fosse per tornare Elia sul suo carro di fuoco. Il cielo era tutto un incendio. Un vecchio – allora il vecchio era lui – mi disse: “Grande avventura sta per venire nel mondo“. E per noi fu sventura, perché vennero i soldati di Roma. Oh! ne vedrai, se campi!…»
Ma il pastorello non lo ascolta più. Pare non abbia neppur più paura, perché lascia la soglia e sguscia da dietro le spalle di un nerboruto mandriano, dietro il quale si era rifugiato, ed esce nello stazzo erboso che è davanti alla tettoia. Guarda in alto e cammina come un sonnambulo o come uno ipnotizzato da qualcosa che lo attira totalmente. Ad un certo punto grida: «Oh!» e resta come pietrificato, a braccia un poco aperte.
Gli altri si guardano stupefatti.
«Ma cosa ha quello stolto?» dice uno.

«Domani lo rimando a sua madre. Non voglio pazzi a custodia delle pecore» dice un altro.
E il vecchio che ha parlato poco prima dice: «Andiamo a vedere prima di giudicare. Chiamate anche gli altri che dormono e prendete i bastoni. Che non sia una bestia cattiva o dei malandrini…».
Entrano, chiamando altri pastori, ed escono con torce e randelli. Raggiungono il fanciullo.
«Là, là» egli mormora sorridendo. «Al di sopra dell’albero, guardate quella luce che viene. Pare cammini sul raggio della luna. Ecco che si avvicina. Come è bella!».
«Io vedo solo un più vivo chiarore».
«Io pure».
«Anche io» dicono gli altri.
«No. Io vedo come un corpo» dice uno in cui riconosco il pastore che ha dato il latte a Maria.
«È un… è un angelo!» grida il bambino. «Eccolo che scende e si avvicina… Giù! In ginocchio davanti all’angelo di Dio!».
Un «oh!» lungo e venerabondo si alza dal gruppo dei pastori, che cadono con il volto verso il suolo, e tanto più paiono schiacciati dall’apparizione fulgente quanto più sono anziani. I giovanetti sono in ginocchio, ma guardano l’angelo, che sempre più si avvicina e si ferma sospeso, ventilando le grandi ali, candore di perla nel candore di luna che lo circonda, al disopra del muro del recinto.
«Non temete. Non porto sventura. Io vi reco l’annuncio di una grande allegrezza per il popolo d’Israele e per tutto il popolo della terra». La voce angelica e un armonia d’arpa su cui cantino gole d’usignoli.
«Oggi, nella città di Davide, è nato il Salvatore». L’angelo, nel dire questo, apre più grandi le ali e le muove come per soprassalto di gioia, e una pioggia di faville d’oro e di pietre preziose pare ne sfugga. Un vero arcobaleno che fa un arco di trionfo sul povero stabbio.
«…il Salvatore che è Cristo». L’angelo sfavilla di aumentata luce. Le sue due ali, ora ferme e tese a punta verso il cielo come due vele immobili sullo zaffiro del mare, sembrano due fiamme che salgano ardendo.
«…Cristo, il Signore!». L’angelo raccoglie le sue due fulgide ali e se ne veste come di una sopraveste di diamante sull’abito di perla, si curva come adorasse, con le braccia conserte sul cuore e il volto che scompare, curvato come è sul petto, fra l’ombra dei sommi dell’ali piegate. Non si vede che una oblunga forma luminosa, immobile per lo spazio di un “Gloria »
Ma ecco che si muove. Riapre le ali, alza il volto in cui la luce si fonde al paradisiaco sorriso, e dice: «Lo riconoscerete da questi segni: in una povera stalla, dietro Betlemme, troverete un bambino nelle fasce in una mangiatoia di animali, ché per il Messia non vi fu un tetto nella città di David». L’angelo si fa serio nel dire questo, mesto anzi.
Ma dai Cieli vengono tanti – oh! quanti! – tanti angeli simili a lui, una scala d’angeli che scende esultando e annullando la luna col loro splendore paradisiaco, e si riuniscono intorno all’angelo nunziante in un agitar di ali, in uno sprigionare di profumi, in un arpeggiare di note, in cui tutte le voci più belle del creato trovano un ricordo, ma portato alla perfezione di suono. Se la pittura è lo sforzo della materia per divenire luce, qui la melodia è lo sforzo della musica per fare balenare agli uomini la bellezza di Dio, e udire questa melodia è conoscere il Paradiso, dove tutto è armonia di amore, che da Dio si sprigiona per far lieti i beati e che da questi va a Dio per dirgli: «Ti amiamo!».
Il “Gloria  » angelico si sparge in onde sempre più vaste per la campagna quieta, e la luce con esso. E gli uccelli uniscono un canto che è saluto a questa luce precoce, e le pecore i loro belati per questo anticipato sole. Ma io, come già nella grotta per il bue e l’asino, amo credere che siano gli animali che salutano il loro Creatore, venuto in mezzo ad essi per amarli come Uomo oltre che come Dio.
Il canto si attenua e la luce pure, mentre gli angeli risalgono ai Cieli…
…I pastori tornano in loro.
«Hai udito?».
«Andiamo a vedere?».
«E le bestie?».
«Oh! non succederà loro nulla! Andiamo per ubbidire alla parola di Dio!…»
«Ma dove andiamo?».
«Ha detto che è nato oggi? e che non ha trovato alloggio in Betlemme?». È il pastore che ha dato il latte,
questo che parla ora. «Venite, io so. Ho visto la Donna e mi ha fatto pena. Ho insegnato un luogo per Lei, perché pensavo non trovassero alloggio, e all’uomo ho dato del latte per Lei. È tanto giovane e bella, e deve esser buona come l’angelo che ci ha parlato. Venite, venite. Andiamo a prendere latte, formaggi, agnelli e pelli conciate. Devono esser poveri molto e… chissà che freddo ha Colùi che non oso nominare! E pensare che io ho parlato alla Madre come ad una povera sposa!…»
Vanno nella tettoia e ne escono poco dopo chi con delle fiaschette di latte, chi con delle reticelle di sparto intrecciato con dentro tondi formaggini, chi con delle ceste in cui vi è un agnellino belante, e chi con delle pelli di pecora conciate.
«Io porto una pecora. Ha figliato da un mese. Il latte lo ha buono. Potrà loro servire se la Donna non ha latte. Mi pareva una bambina, e così bianca!… Un viso di gelsomino sotto la luna» dice il pastore del latte. E li guida.
Vanno alla luce della luna e delle torce dopo aver chiuso tettoia e recinto. Vanno per sentieri campestri, fra siepi di pruni spogliati dall’inverno.
Girano dietro Betlemme. Raggiungono la stalla venendo non dalla parte da cui venne Maria, ma dall’opposta, di modo che non passano davanti alle stalle più belle, ma trovano questa per prima. Si accostano al pertugio.
«Entra!».
«Io non oso».
«Entra tu».
«No».
«Guarda, almeno».
«Tu, Levi, che hai visto l’angelo per primo, segno che sei buono più di noi, guarda». Veramente prima gli hanno dato del pazzo… ma ora fa loro comodo che egli osi ciò che loro non osano.
Il fanciullo tituba, ma poi si decide. Si accosta al pertugio, scosta un pochino il mantello, guarda… e resta estatico.
Che vedi?» lo interrogano ansiosi a bassa voce.
«Vedo una donna giovane e bella e un uomo curvi su una mangiatoia e sento…, sento piangere un piccolo bambino, e la donna gli parla con una voce… oh! che voce!».
«Che dice?».
«Dice: “Gesù, piccolino! Gesù, amore della tua Mamma! Non piangere, piccolo figlio!”. Dice: “Oh! potessi dirti: ‘Prendi il latte, piccolino! Ma non ce l’ho ancora!”. Dice: “Hai tanto freddo, amore mio! E ti punge il fieno. Che dolore per la tua Mamma sentirti piangere così e non poterti dare conforto!”. Dice: “Dormi, anima mia! ché mi si spacca il cuore a sentirti piangere e a vederti lacrimare!”, e lo bacia e gli scalda certo i piedini con le sue mani, perché sta curva con le braccia giù nella mangiatoia».
«Chiama! Fatti sentire!».
«Io no. Tu, che ci hai condotti e la conosci».
Il  pastore apre la bocca e poi si limita a fare un mugolio.
Giuseppe si volge e viene alla porta. «Chi siete?».
«Pastori. Vi portiamo cibo e lana. Veniamo ad adorare il Salvatore».
«Entrate».
Entrano e la stalla si fa più chiara per il lume delle torce. I vecchi spingono i bambini davanti a loro.
Maria si volge e sorride. «Venite» dice. «Venite!» e li invita con la mano e col sorriso, e prende quello che ha visto l’angelo e lo attira a sé, fin contro la greppia. E il fanciullo guarda beato.
Gli altri, invitati anche da Giuseppe, si avanzano coi loro doni e li mettono tutti, con brevi, commosse parole, ai piedi di Maria. E poi guardano il Bambinello, che piange piano, e sorridono commossi e beati.
E uno, più ardito, dice: «Prendi, o Madre. È soffice e pulita. L’avevo preparata per il bambino che mi sta per nascere. Ma te la dono. Metti il Figlio tuo fra questa lana, sarà morbida e calda». E offre la pelle di una pecora, una bellissima pelle ricca di lana candida e lunga.
Maria solleva Gesù e ve lo avvolge. E lo mostra ai pastori, che in ginocchio sul fieno del suolo lo guardano estatici.
Si fanno più arditi e uno propone: «Bisognerebbe dargli un sorso di latte, meglio acqua e miele. Ma non abbiamo miele. Si dà ai piccolini. Ho sette figli e so…».
«Qui c’è il latte. Prendi, o Donna».
«Ma è freddo. Caldo ci vuole. Dove è Elia? Egli ha la pecora».
Elia deve essere quello del latte. Ma non c’è. Si è fermato fuori e guarda dalla fessura, e nel buio della notte si perde.
«Chi vi ha guidati?».
«Un angelo ci ha detto di venire, e Elia ci ha guidati qui. Ma dove è ora?».
La pecora lo denuncia con un belato.
«Vieni avanti, ti si vuole».
Entra con la sua pecora, vergognoso di esser il più notato.
«Tu sei?» dice Giuseppe che lo riconosce, e Maria gli sorride dicendo: «Sei buono».
Mungono la pecora e, con la punta di un lino intriso nel latte caldo e spumoso, Maria bagna le labbra del Bambinello, che succhia quel dolciore cremoso. Sorridono tutti e più ancora quando, con l’angolino di tela ancora fra le labbruzze, Gesù si addormenta nel caldo della lana.
«Ma qui non potete rimanere. Fa freddo e vi è umido. E poi… vi è troppo odore di bestie. Non fa bene… e… non sta bene per il Salvatore».
«Lo so» dice Maria con un grande sospiro. «Ma non c’è posto per noi a Betlemme».
«Fa’ cuore, o Donna. Noi ti cercheremo una casa».
«Lo dirò alla padrona mia» dice quello del latte, Elia.
«È buona. Vi accoglierà, dovesse cedervi la sua stanza. Appena è giorno glielo dico. Ha la casa piena di gente. Ma vi darà un posto».
«Per il mio Bambino, almeno. Io e Giuseppe stiamo anche per terra. Ma per il Piccino… »
«Non sospirare, Donna. Ci penso io. E lo diremo a molti ciò che ci è stato detto. Non mancherete di nulla. Per ora prendete ciò che la nostra povertà vi può dare. Siamo pastori…».
«Siamo poveri noi pure. E non vi possiamo compensare» dice Giuseppe.
«Oh! non vogliamo! Anche lo poteste, non vorremmo! Il Signore ce ne ha già compensato. La pace l’ha promessa a tutti. Gli angeli dicevano così: “Pace agli uomini di buona volontà”. Ma a noi ce l’ha già data, perché l’angelo ha detto che questo Bambino è il Salvatore, che è Cristo, il Signore. Siamo poveri e ignoranti, ma sappiamo che i profeti dicono che il Salvatore sarà il Principe della Pace. E a noi ci ha detto di andare ad adorarlo. Perciò ci ha dato la sua pace. Gloria a Dio nei Cieli altissimi e gloria a questo suo Cristo, e benedetta sia tu, Donna, che lo hai generato! Santa sei, perché hai meritato di portarlo! Comandaci come Regina, che saremo contenti di servirti. Che possiamo fare per te?».
«Amare il Figlio mio ed avere sempre in cuore i pensieri di ora».
«Ma per te? Non desideri nulla? Non hai parenti ai quali far sapere che Egli è nato?».
«Si, li avrei. Ma non sono qui vicino. Sono a Ebron… »
«Ci vado io» dice Elia. «Chi sono?».
«Zaccaria il sacerdote ed Elisabetta mia cugina».
«Zaccaria? Oh! lo conosco bene. Nell’estate vado su quei monti, perché i pascoli vi sono ricchi e belli, e sono amico del suo pastore. Quando ti so sistemata vado da Zaccaria».
«Grazie, Elia».
«Niente grazie. Grande onore per me, povero pastore, andare a parlare al sacerdote e dirgli: “È nato il Salvatore”».
«No. Gli dirai: “Ha detto Maria di Nazareth, tua cugina, che Gesù è nato, e di venire a Betlemme”.».
«Così dirò».
«Dio te ne compensi. Mi ricorderò di te, di voi tutti…»
«Dirai al tuo Bambino di noi?».
«Lo dirò».
«Io sono Elia».
«E io Levi».
«Ed io Samuele».
«E io Giona».
«Ed io Isacco».
«Ed io Tobia».
«Ed io Gionata».
«Ed io Daniele».
«E Simeone io».
«E Giovanni mi chiamo io».
«Io Giuseppe e mio fratello Beniamino, siamo gemelli».
«Ricorderò i vostri nomi».
«Dobbiamo andare… Ma torneremo… E ti porteremo altri ad adorare!…».
«Come tornare all’ovile lasciando questo Bambino?».
«Gloria a Dio che ce lo ha mostrato!».
«Facci baciare la sua veste» dice Levi con un sorriso d’angelo.
Maria alza piano Gesù e, seduta sul fieno, offre i piedini, avvolti nel lino, da baciare. E i pastori si chinano
fino al suolo e baciano quei piedini minuscoli, velati di tela. Chi ha la barba se la forbisce prima e quasi tutti piangono e, quando devono andare, escono a ritroso, lasciando il cuore indietro…
La visione mi cessa così, con Maria seduta sulla paglia col Bambino in grembo e Giuseppe che, appoggiato alla greppia con un gomito, guarda e adora.

Dice Gesù:
«Oggi parlo Io. Sei molto stanca, ma abbi pazienza ancora un poco. È la vigilia del Corpus Domini. Potrei parlarti dell’Eucarestia e dei santi che si fecero apostoli del suo culto, così come ti ho parlato dei santi che furono apostoli del Sacro Cuore. (il 2 giugno 1944 ne “I quaderni del 1944) Ma voglio parlarti di un’altra cosa e di una categoria di adoratori del Corpo mio che sono i precursori del culto per Esso. E sono i pastori. I primi adoratori del mio Corpo di Verbo divenuto Uomo.
Una volta ti dissi, e ciò è detto anche dalla mia Chiesa, che i Santi Innocenti sono i protomartiri del Cristo. Ora ti dico che i pastori sono i primi adoratori del Corpo di Dio. E in loro vi sono tutti i requisiti richiesti per essere adoratori del Corpo mio, anime eucaristiche.
Fede sicura: essi credono prontamente e ciecamente all’angelo.
Generosità: essi danno tutta la loro ricchezza al loro Signore.
Umiltà: si accostano a dei più poveri, umanamente, di loro con modestia di atti che non avvilisce, e si professano servi loro.
Desiderio: quanto non possono dare da loro, si industriano a procurare con apostolato e fatica.
Prontezza di ubbidienza: Maria desidera sia avvertito Zaccaria, ed Elia va subito. Non rimanda.
Amore, infine: essi non sanno staccarsi di là, e tu dici: “lasciano là il loro cuore ”. Dici bene.
Ma non bisognerebbe fare così anche col mio Sacramento?
E un’altra cosa, tutta per te, questa: osserva a chi si svela per primo l’angelo e chi merita di sentire le effusioni di Maria. Levi: il fanciullo.
A chi ha l’anima di fanciullo Dio si mostra e mostra i suoi misteri e permette che oda le parole divine e di Maria. E chi ha anima di fanciullo ha anche il santo ardimento di Levi e dice: “Fammi baciare la veste di Gesù”. Lo dice a Maria. Perché è sempre Maria quella che vi dà Gesù. È Lei la Portatrice dell’Eucarestia. È Lei la Pisside viva.
Chi va a Maria trova Me. Chi mi chiede a Lei, da Lei mi riceve. Il sorriso di mia Madre, quando una creatura le dice: “Dammi il tuo Gesù, ché lo ami”, fa trascolorare i Cieli in un più vivo splendore di letizia, tanto è felice.
Dille dunque: “Fammi baciare la veste di Gesù. Fammi baciare le sue piaghe”. E osa di più ancora. Di’ : “Fammi posare il capo sul Cuore del tuo Gesù, perché ne sia beata”.
Vieni. E riposa. Come Gesù nella cuna, fra Gesù e Maria».

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Maria Valtorta: prima del tempo di pace ci sarà la manifestazione dell’Anticristo

Posté par atempodiblog le 24 août 2015

Maria Valtorta: prima del tempo di pace ci sarà la manifestazione dell’Anticristo

Maria Valtorta introduce una novità: da una lettura attenta dei suoi scritti appare che l’Anticristo non si manifesterebbe alla fine del mondo, ma come penultima manifestazione del male dopo la quale seguirebbe un tempo di pace, un tempo in cui gli uomini tornano a Dio, un tempo in cui si può parlare di Regno di Dio su questa terra, ma interpretato in chiave spirituale come un ritorno degli uomini a Dio.

Maria Valtorta ipotizza la manifestazione dell’Anticristo non come atto finale della storia, bensì come atto penultimo e dopo la sconfitta dell’Anticristo segue un tempo di pace, un tempo prolungato di pace, fino a che ci sarà la battaglia finale nella quale ci sarà Satana stesso, l’Anticristo per eccellenza.

Maria Valtorta, contrariamente a Benson e Soloviev che fanno coincidere la sconfitta dell’Anticristo con il ritorno di Cristo e con la fine del mondo, ipotizza un tempo di pace fino alla crisi finale, quando Satana stesso raccoglierà dai quattro venti di ogni parte del mondo gli uomini per l’ultima rivolta e, allora, sarà veramente il  momento della massima prova, sarà il momento della perdita della fede, il raffreddamento della carità e il momento della grande perseveranza, della grande testimonianza e, infine, la conclusione della storia…

di Padre Livio Fanzaga – Trasmissione “Serate d’estate” (1998)

maria valtorta
Tomba di Maria Valtorta – SS. Annunziata (FI)

20 agosto 1943
Dice Gesù:
«Se si osservasse per bene quanto da qualche tempo avviene, e specie dagli inizi di questo secolo che precede il secondo millennio, si dovrebbe pensare che i sette sigilli sono stati aperti. Mai come ora Io mi sono agitato per tornare fra voi con la mia Parola a radunare le schiere dei miei eletti per partire con essi e coi miei angeli a dare battaglia alle forze occulte che lavorano per scavare all’umanità le porte dell’abisso.

Guerra, fame, pestilenze, strumenti di omicidio bellico – che sono più che le bestie feroci menzionate dal Prediletto – terremoti, segni del cielo, eruzioni dalle viscere del suolo e chiamate miracolose a vie mistiche di piccole anime mosse dall’Amore, persecuzioni contro i miei seguaci, altezze d’anime e bassezze di corpi, nulla manca dei segni per cui può parervi prossimo il momento della mia Ira e della mia Giustizia.

Nell’orrore che provate, esclamate: ‘Il tempo è giunto; e più tremendo di così non può divenire!’. E chiamate a gran voce la fine che ve ne liberi. La chiamano i colpevoli, irridendo e maledicendo come sempre; la chiamano i buoni che non possono più oltre vedere il Male trionfare sul Bene.

Pace miei eletti! Ancora un poco e poi verrò.  La somma di sacrificio necessaria a giustificare la creazione dell’uomo e il Sacrificio del Figlio di Dio non è ancora compiuta. Ancora non è terminato lo schieramento delle mie coorti e gli Angeli del Segno non hanno ancora posto il sigillo glorioso su tutte le fronti di coloro che hanno meritato d’essere eletti alla gloria.

L’obbrobrio della terra è tale che il suo fumo, di poco dissimile da quello che scaturisce dalla dimora di Satana, sale sino ai piedi del trono di Dio con sacrilego impeto. Prima della apparizione della mia Gloria occorre che oriente e occidente siano purificati per essere degni dell’apparire del mio Volto.

Incenso che purifica e olio che consacra il grande, sconfinato altare – dove l’ultima Messa sarà celebrata da Me, Pontefice eterno, servito all’altare da tutti i santi che cielo e terra avranno in quell’ora – sono le preghiere dei miei santi, dei diletti al mio Cuore, dei già segnati del mio Segno: della Croce benedetta, prima che gli angeli del Segno li abbiano contrassegnati.

E’ sulla terra che il segno si incide ed è la vostra volontà che lo incide. Poi gli angeli lo empiono di un oro incandescente che non si cancella e che fa splendere come sole la vostra fronte nel mio Paradiso.

Grande è l’orrore di ora, diletti miei; ma quanto, quanto, quanto ha ancora da aumentare per essere l’Orrore dei Tempi ultimi! E se veramente pare che assenzio sia mescolato al pane, al vino, al sonno dell’uomo, molto, molto, molto altro assenzio deve ancora gocciare nelle vostre acque, sulle vostre tavole, sui vostri giacigli prima che abbiate raggiunto l’amarezza totale che sarà la compagnia degli ultimi giorni di questa razza creata dall’Amore, salvata dall’Amore e che si è venduta all’Odio.

Che se Caino andò ramigando sulla terra per avere ucciso un sangue, innocente, ma sempre sangue inquinato dalla colpa d’origine, e non trovò chi lo levasse dal tormento del ricordo perché il segno di Dio era su di lui per suo castigo – e generò nell’amarezza e nell’amarezza visse e vide vivere e nell’amarezza morì – che non deve soffrire la razza dell’uomo che uccise di fatto e uccide, col desiderio, il Sangue innocentissimo che lo ha salvato?

Dunque pensate pure che questi sono i prodromi, ma non è ancora l’ora.

Vi sono i precursori di colui che ho detto potersi chiamare: ‘Negazione’, ‘Male fatto carne’, ‘Orrore’, ‘Sacrilegio’, ‘Figlio di Satana’, ‘Vendetta’, ‘Distruzione’, e potrei continuare a dargli nomi di chiara e paurosa indicazione.

Ma egli non vi è ancora.

Sarà persona molto in alto, in alto come un astro umano che brilli in un cielo umano. Ma un astro di sfera soprannaturale, il quale, cedendo alla lusinga del Nemico, conoscerà la superbia dopo l’umiltà, l’ateismo dopo la fede, la lussuria dopo la castità, la fame dell’oro dopo l’evangelica povertà, la sete degli onori dopo il nascondimento.

Meno pauroso il vedere piombare una stella dal firmamento che non vedere precipitare nelle spire di Satana questa creatura già eletta, la quale del suo padre di elezione copierà il peccato. Lucifero, per superbia, divenne il Maledetto e l’Oscuro. L’Anticristo, per superbia di un‘ora, diverrà il maledetto e l’oscuro dopo essere stato un astro del mio esercito.

A premio della sua abiura, che scrollerà i cieli sotto un brivido di orrore e farà tremare le colonne della mia Chiesa nello sgomento che susciterà il suo precipitare, otterrà l’aiuto completo di Satana, il quale darà ad esso le chiavi del pozzo dell’abisso perché lo apra. Ma lo spalanchi del tutto perché ne escano gli strumenti d’orrore che nei millenni Satana ha fabbricato per portare gli uomini alla totale disperazione, di modo che da loro stessi invochino Satana Re, e corrano al seguito dell’Anticristo, l’unico che potrà spalancare le porte d’abisso per farne uscire il Re dell’abisso, così come il Cristo ha aperto le porte dei Cieli per farne uscire la grazia e il perdono, che fanno degli uomini dei simili a Dio e re di un Regno eterno in cui il Re dei re sono Io.

Come il Padre ha dato a Me ogni potere, così Satana ha dato ad esso ogni potere, e specie ogni potere di seduzione, per trascinare al suo seguito i deboli e i corrosi dalle febbri delle ambizioni come lo è esso, loro capo. Ma nella sua sfrenata ambizione troverà ancora troppo scarsi gli aiuti soprannaturali di Satana e cercherà altri aiuti nei nemici del Cristo, i quali, armati di armi sempre più micidiali, quali la loro libidine verso il Male li poteva indurre a creare per seminare disperazione nelle folle, lo aiuteranno sinché Dio non dirà il suo ‘Basta’ e li incenerirà col fulgore del suo aspetto.

Molto, troppo – e non per sete buona e per onesto desiderio di porre riparo al male incalzante, ma sibbene soltanto per curiosità inutile – molto, troppo si è arzigogolato, nei secoli, su quanto Giovanni dice nel Cap. 10 dell’Apocalisse.

Ma sappi, Maria, che Io permetto si sappia quanto può essere utile sapere e velo quanto trovo utile che voi non sappiate.

Troppo deboli siete, poveri figli miei, per conoscere il nome d’onore dei ‘sette tuoni’ apocalittici. Il mio Angelo ha detto a Giovanni: “Sigilla quello che han detto i sette tuoni e non lo scrivere”. Io dico che ciò che è sigillato non è ancora ora che sia aperto e se Giovanni non lo ha scritto Io non lo dirò.

Del resto non tocca a voi gustare quell’orrore e perciò… Non vi resta che pregare per coloro che lo dovranno subire, perché la forza non naufraghi in essi e non passino a far parte della turba di coloro che sotto la sferza del flagello non conosceranno penitenza e bestemmieranno Iddio in luogo di chiamarlo in loro aiuto. Molti di questi sono già sulla terra e il loro seme sette volte sette più demoniaco di essi.

Io, non il mio angelo, Io stesso giuro che quando sarà finito il tuono della settima tromba e compito l’orrore del settimo flagello, senza che la razza di Adamo riconosca il Cristo Re, Signore, Redentore e Dio, e invocata la sua Misericordia, il suo Nome nel quale è la salvezza, Io, per il mio Nome e per la mia Natura, giuro che fermerò l’attimo dell’eternità. Cesserà il tempo e comincerà il Giudizio. Il Giudizio che divide in eterno il Bene dal Male dopo millenni di convivenza sulla terra. Il Bene tornerà alla sorgente da cui è venuto. Il Male precipiterà dove è già stato precipitato dal momento della ribellione di Lucifero e da dove è uscito per turbare la debolezza di Adamo nella seduzione del senso e dell’orgoglio.

Allora il Mistero di Dio si compirà. Allora conoscerete Iddio. Tutti, tutti gli uomini della terra, da Adamo all’ultimo nato, radunati come granelli di rena sulla duna del lido eterno, vedranno Iddio Signore, Creatore, Giudice, Re.

Sì, lo vedrete questo Dio che avete amato, bestemmiato, seguito, schernito, benedetto, vilipeso, servito, sfuggito. Lo vedrete. Saprete allora quanto Egli meritava il vostro amore e quanto era meritevole il servirlo.

Oh! gioia di coloro che avranno consumato se stessi nell’amarlo e nell’ubbidirlo! Oh! terrore di coloro che sono stati i suoi Giuda, i suoi Caini, di coloro che hanno preferito seguire l’Antagonista e il Seduttore in luogo del Verbo umanato in cui è Redenzione; del Cristo: Via al Padre; di Gesù: Verità santissima; del Verbo: Vita vera».

“I Quaderni del 1943”, 20.8.43. Pagine da 145 a 149

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Sposalizio della Santa Vergine con Giuseppe (23 gennaio)

Posté par atempodiblog le 23 janvier 2015

Sposalizio della Santa Vergine con Giuseppe (23 gennaio) dans Maria Valtorta zjcojk2prebso dans San Giuseppe
Sposalizio di Maria, fontana di Hohen Markt (Vienna), di Antonio Corradini

Dice Gesù a Maria Valtorta (05/09/1944):

«Che dice il libro della Sapienza cantando le lodi di essa? Nella sapienza è infatti lo spirito d’intelligenza, santo, unico, molteplice, sottile”. E continua enumerandone le doti, terminando il periodo con le parole: …che tutto può, tutto prevede, che comprende tutti gli spiriti, intelligente, puro, sottile. La sapienza penetra con la sua purezza, è vapore della virtù di Dio… per questo nulla in lei vi è d’impuro… immagine della bontà di Dio. Pur essendo unica può tutto, immutabile come è rinnovella ogni cosa, si comunica alle anime sante e forma gli amici di Dio e i profeti”. (Sap. 7, 22-27)

Tu hai visto come Giuseppe, non per cultura umana ma per istruzione soprannaturale, sappia leggere nel libro sigillato della Vergine intemerata, e come rasenti le profetiche verità col suo vedere” un mistero soprumano là dove gli altri vedevano unicamente una grande virtù. Impregnato di questa sapienza, che è vapore della virtù di Dio e certa emanazione dell’Onnipotente, si dirige con spirito sicuro nel mare di questo mistero di grazia che è Maria, si intona con Lei con spirituali contatti in cui, più che le labbra, sono i due spiriti che si parlano nel sacro silenzio delle anime, dove ode voci unicamente Dio e le percepiscono coloro che a Dio sono grati, perché servi a Lui fedeli e di Lui pieni.

La sapienza del Giusto, che aumenta per l’unione e vicinanza con la Tutta Grazia, lo prepara a penetrare nei segreti più alti di Dio e a poterli tutelare e difendere da insidie d’uomo e di demone. E intanto lo rinnovella. Del giusto fa un santo, del santo il custode della Sposa e del Figlio di Dio.

Senza sollevare il sigillo di Dio, egli, il casto, che ora porta la sua castità ad eroismo angelico, può leggere la parola di fuoco scritta sul diamante virginale dal dito di Dio, e vi legge quello che la sua prudenza non dice, ma che è ben più grande di quel che lesse Mosè sulle tavole di pietra. E, perché occhio profano non sfiori il Mistero, egli si pone, sigillo sul sigillo, arcangelo di fuoco sulla soglia del Paradiso, entro il quale l’Eterno prende le sue delizie passeggiando al rezzo della sera” e parlando con Quella che è il suo amore, bosco di gigli in fiore, aura profumata di aromi, venticello di freschezza mattutina, vaga stella, delizia di Dio. La nuova Eva è lì, davanti a lui, non osso delle sue ossa né carne della sua carne, ma compagna della sua vita, Arca viva di Dio, che egli riceve in tutela e che a Dio egli deve rendere pura come l’ha ricevuta.

“Sposa a Dio” era scritto in quel libro mistico dalle pagine immacolate… E quando il sospetto, nell’ora della prova, gli fischiò il suo tormento, egli, come uomo e come servo di Dio, soffrì, come nessuno, per il sospettato sacrilegio. Ma questa fu la prova futura. Ora, in questo tempo di grazia, egli vede e mette sé al servizio più vero di Dio. Dopo verrà la bufera della prova, come per tutti i santi, per esser provati e resi coadiutori di Dio.

Cosa si legge nel Levitico (Lev, 16, 2-4)? Dì ad Aronne tuo fratello di non entrare in ogni tempo nel santuario che è dietro al Velo dinanzi al propiziatorio che copre l’Arca, per non morire – ché Io apparirò nella nuvola sopra l’oracolo, se prima non avrà fatto queste cose: offrirà un vitello per il peccato e un montone in olocausto, indosserà la tunica di lino e con brache di lino coprirà la sua nudità”.

E veramente Giuseppe entra, quando Dio vuole e quanto Dio vuole, nel santuario di Dio, oltre il velo che cela l’Arca sulla quale si libra lo Spirito di Dio, e offre sé e offrirà l’Agnello, olocausto per il peccato del mondo e l’espiazione di esso peccato. E questo fa, vestito di lino e con mortificate le membra virili per abolirne il senso, che una volta, al principio dei tempi, ha trionfato ledendo il diritto di Dio sull’uomo, e che ora sarà conculcato nel Figlio, nella Madre e nel padre putativo, per tornare gli uomini alla Grazia e rendere a Dio il suo diritto sull’uomo. Fa questo con la sua castità perpetua.

Non vi era Giuseppe sul Golgota? Vi pare non sia fra i corredentori? In verità vi dico che egli ne fu il primo e che grande è perciò agli occhi di Dio. Grande per il sacrificio, la pazienza, la costanza e la fede. Quale fede più grande di questa, che credette senza aver visto i miracoli del Messia?

Sia lode al mio padre putativo, esempio a voi di ciò che in voi più manca: purezza, fedeltà e perfetto amore. Al magnifico lettore del Libro sigillato, istruito dalla Sapienza a saper comprendere i misteri della Grazia ed eletto a tutelare la Salvezza del mondo contro le insidie di ogni nemico».

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Martirio di Santa Cecilia e di Valeriano

Posté par atempodiblog le 22 novembre 2013

Martirio di Santa Cecilia e di Valeriano
Dalle visioni di Maria Valtorta 22 luglio 1944
Tratto da: L’incontro

Martirio di Santa Cecilia e di Valeriano dans Maria Valtorta 15f6bk5
Guido Reni, S. Cecilia, c. 1616, Gemaldegalerie, Berlino, Germania

        Vedo le catacombe. Per quanto io non sia mai stata nelle catacombe, capisco che sono esse. Quali non so. Vedo oscuri meandri di stretti corridoi scavati nella terra, bassi e umidi, fatti tutti a giravolte come un labirinto. (…)
         Le persone sono numerose e sboccano da tutte le parti, salutandosi con amore, a voce bassa come il luogo santo lo richiede. Vi sono uomini, donne e bambini. Di ogni condizione sociale. Vestiti da poveri e da patrizi. Le donne hanno il capo coperto da una stoffa leggera come una mussola. Non è il velo di tulle, certo, ma è come una garza fitta fitta, più bella nelle ricche, più povera nelle povere, scura per le spose e vedove, bianca per le vergini. Vi sono spose che hanno i bambini in braccio. Forse non avevano a chi lasciarli e se li sono portati seco e, se i più grandicelli camminano al fianco delle mamme loro, i più piccini, certuni infanti, dormono beati sotto il velo materno, cullati dal passo della madre e dai canti lenti e pii che si elevano sotto le volte. Sembrano angioletti scesi dal Cielo e sognanti il Paradiso a cui sorridono nel sonno.
         La gente aumenta e finisce a radunarsi in una vastissima sala semicircolare che ha nel culmine del cerchio l’altare volto verso la folla ed è tutta coperta di pitture o mosaici. Non capisco bene. So che sono figurazioni colorate in cui splendono i toni più vivi o chiari e brillano le raggiere d’oro. Sull’altare molti lumi accesi. Intorno all’altare una corona di vergini bianco-vestite e bianco-velate.
         Entra, benedicente, un vecchio dall’aspetto buono e maestoso. Credo sia il Pontefice, perché tutti si prostrano riverenti. Egli è circondato da preti e diaconi e passa fra la siepe di teste chine con un sorriso di bellezza ineffabile sul volto. Il solo sorriso dice della sua santità. Sale all’altare e si prepara al rito mentre i fedeli cantano.
         La celebrazione ha luogo. È quasi simile alla nostra. Molto più complessa di quella vista nel Tullianum, celebrata dall’apostolo Paolo, e di quella vista celebrare in casa di Petronilla.
        I1 vecchio celebrante, Vescovo di certo se non Pontefice, è aiutato e servito dai diaconi, i quali hanno vesti molto diverse dalle sue perché, mentre questo porta una veste (di celebrazione) che somiglia, tanto per darle un’idea, a quegli accappatoi da toletta che le donne usano per pettinarsi – mantellette tonde che coprono sul davanti e sul dietro e le spalle e braccia sino quasi al polso – i diaconi hanno una veste di celebrazione quasi uguale alle attuali, lunga sino al ginocchio e con maniche larghe e corte.
         La Messa consta di canti, che comprendo essere brani di salmi o dell’Apocalisse, di letture di brani epistolari o biblici e del Vangelo, i quali vengono commentati ai fedeli dai diaconi a turno.
        Finito di leggere il Vangelo – lo legge con voce di canto un giovane diacono – si alza il Pontefice. Lo chiamo così perché sento che così è indicato da una mamma ad un suo bambino piuttosto irrequieto. Il brano scelto era la parabola delle dieci vergini: sagge a stolte (Mt 25,1-13).
         Il Pontefice dice: «Propria delle vergini, questa parabola si rivolge a tutte le anime, poiché i meriti del Sangue del Salvatore e la Grazia riverginizzano le anime e le fanno come fanciulle in attesa dello Sposo.
        Sorridete, o vecchi cadenti; alzate il volto, o patrizi sino a ieri immersi nella fanghiglia del paganesimo corrotto; guardate senza più rimpianto al vostro candido ignorare di fanciulle, o madri e spose. Non siete, nell’anima, dissimili da questi gigli fra cui passeggia l’Agnello e che ora fanno corona al suo altare. L’anima vostra ha bellezze di vergine che nessun bacio ha sfiorata, quando rinascete e permanete in Cristo, Signor nostro. Il suo venire fa più candida di alba su un monte coperto di neve l’anima che prima era sporca e nera dei vizi più abbietti. Il pentimento la deterge, la volontà la depura, ma l’amore, l’amore del nostro santo Salvatore, amore che viene dal suo Sangue che grida con voce d’amore, vi rende la verginità perfetta. Non già quella che aveste all’alba della vostra vita umana, ma quella che era del padre di tutti: Adamo, ma quella che era della madre di tutti: Eva, prima che Satana passasse, traviando, sulla loro innocenza angelica, sull’innocenza: dono divino che li vestiva di grazia agli occhi di Dio e dell’universo.
        O santa verginità della vita cristiana! Bagno di Sangue, di Sangue di un Dio che vi fa nuovi e puri come l’Uomo e la Donna usciti dalle mani dell’Altissimo! O nascita seconda della vostra vita, nella vita cristiana, preludio di quella terza nascita che vi darà il Cielo quando vi salirete al cenno di Dio, candidi per la fede o porpurei per il martirio, belli come angeli e degni di vedere e seguire Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore nostro!
        Ma oggi, più che alle anime riverginizzate dalla Grazia, mi volgo a quelle chiuse in corpo vergine, con volontà di vergine. Alle vergini sagge che hanno compreso l’invito d’amore del Signor nostro e le parole del vergine Giovanni, e vogliono seguire per sempre l’Agnello fra la schiera di coloro che non conobbero contaminazione e che empiranno in eterno i Cieli del cantico che niuno può dire se non coloro che vergini sono per amore di Dio. (Ap 14,49 E parlo alla forte nella fede, nella speranza, nella carità, che si ciba questa notte delle Carni immacolate del Verbo e si corrobora col suo Sangue come di Vino celeste per esser forte nella sua impresa.
         Una fra voi si alzerà da questo altare per andare incontro a un destino il cui nome può essere “morte”. E vi va fidente in Dio, non della fede comune a tutti i cristiani, ma di una ancor più perfetta fede che non si limita a credere per se stessa, a credere nella protezione divina per se stessa. Ma crede anche per gli altri e spera di portare a questo altare colui che domani sarà agli occhi del mondo il suo sposo ma agli occhi di Dio il fratello suo dilettissimo. Doppia, perfetta verginità che si sente sicura della sua forza al punto di non temere violazione, di non temere ira di sposo deluso, di non temere debolezza di senso, di non temere paura di minacce, di non temere delusione di speranze, di non temere paura e quasi certezza di martirio.
         Alzati e sorridi al tuo Sposo vero, casta vergine di Cristo che vai incontro all’uomo guardando a Dio, che ci vai per portare l’uomo a Dio! Dio ti guarda e sorride e ti sorride la Madre che fu Vergine e gli angeli ti fanno corona. Alzati e vieni a dissetarti alla Fonte immacolata prima di andare alla tua croce, alla tua gloria.
         Vieni, sposa di Cristo. Ripeti a Lui il tuo canto d’amore sotto queste volte che ti sono più care della cuna della tua nascita al mondo, e portalo teco sino al momento che l’anima lo canterà nel Cielo mentre il corpo poserà nell’ultimo sonno fra le braccia di questa tua vera Madre: l’apostolica Chiesa».
         Finita l’omelia del Pontefice, vi è un poco di brusio, perché i cristiani sussurrano guardando e accennando la schiera delle vergini. Si fa silenzio e poi vengono fatti uscire i catecumeni e la Messa prosegue. Non c’è il Credo. Almeno io non lo sento dire. Dei diaconi passano fra i fedeli raccogliendo offerte, mentre altri diaconi cantano con la loro voce virile alternando le strofe di un inno alle voci bianche delle vergini. Volute di incenso salgono verso la volta della sala mentre il Pontefice prega all’altare e i diaconi sollevano sulle palme le offerte raccolte in vassoi preziosi e in anfore pure preziose.
        La Messa prosegue ora così come è adesso. Dopo il dialogo che precede il Prefazio, e il Prefazio cantato dai fedeli, si fa un grande silenzio in cui si odono solo le aspirazioni e i sibili del celebrante che prega curvo sull’altare e che poi si solleva e a voce più distinta dice le parole della Consacrazione.
        Bellissimo il Pater intonato da tutti. Quando si inizia la distribuzione delle Specie i diaconi cantano. Vengono comunicate le vergini per prime. Poi cantano esse il canto udito per la sepoltura di Agnese (Ap 14,1): “Vidi supra montem Sion Agnum stantem…”. Il cantico dura sinché dura la distribuzione delle Specie alternandosi al salmo: “Come il cervo sospira alle acque, così l’anima mia anela Te mio Dio” (Sl 42).
         La Messa ha termine. I cristiani si affollano intorno al Pontefice per esserne benedetti anche singolarmente e per accomiatarsi dalla vergine a cui si è rivolto il Pontefice. Questi saluti avvengono però in una sala vicina, una anticamera, direi, della chiesa vera e propria. E avvengono quando la vergine, dopo una preghiera più lunga di tutte degli altri presenti, si alza dal suo posto, si prostra ai piedi dell’altare e ne bacia il bordo. Pare proprio un cervo che non sappia staccarsi dalla sua fonte d’acqua pura.
         Sento che la chiamano: “Cecilia, Cecilia” e la vedo, finalmente, in viso, perché ora è ritta presso il Pontefice e si è un poco sollevato il velo. È bellissima e giovanissima. Alta, formosa con grazia, molto signorile nel tratto, con una bella voce e un sorriso e uno sguardo d’angelo. Dei cristiani la salutano con lacrime, altri con sorrisi. Alcuni le dicono come mai si è potuta decidere a nozze terrene, altri se non teme l’ira del patrizio quando la scoprirà cristiana.
         Una vergine si rammarica che ella rinunci alla verginità. Risponde Cecilia a lei per rispondere a tutti: “Ti sbagli, Balbina. Io non rinuncio a nessuna verginità. A Dio ho sacrato il mio corpo come il mio cuore e a Lui resto fedele. Amo Dio più dei parenti. Ma li amo ancora tanto da non volerli portare a morte prima che Dio li chiami. Amo Gesù, Sposo eterno, più d’ogni uomo. Ma amo gli uomini tanto da ricorrere a questo mezzo per non perdere l’anima di Valeriano. Egli mi ama, ed io castamente lo amo, perfettamente lo amo, tanto da volerlo avere meco nella Luce e nella Verità. Non temo le sue ire. Spero nel Signore per vincere. Spero in Gesù, per cristianizzare lo sposo terreno. Ma se non vincerò in questo, e martirio mi verrà dato, vincerò più presto la mia corona. Ma no!… Io vedo tre corone scendere dal Cielo: due uguali e una fatta di tre ordini di gemme. Le due uguali sono tutte rosse di rubini. La terza è di due fasce di rubini intorno e un grande cordone di perle purissime. Esse ci attendono. Non temete per me. La potenza del Signore mi difenderà. In questa chiesa ci troveremo presto uniti per salutare dei nuovi fratelli. Addio. In Dio”.
        Escono dalle catacombe. Si avvolgono tutti in mantelli scuri e sgattaiolano per le vie ancora semioscure perché l’alba è appena appena al suo inizio.
        Seguo Cecilia che va insieme a un diacono e a delle vergini. Alla porta di un vasto fabbricato si lasciano. Cecilia entra con due vergini sole. Forse due ancelle. Il portinaio però deve essere cristiano perché saluta così: “Pace a te!”.
        Cecilia si ritira nelle sue stanze e insieme alle due prega e poi si fa preparare per le nozze. La pettinano molto bene. Le infilano una finissima veste di lana candidissima, ornata di una greca in ricamo bianco su bianco. Sembra ricamata in argento e perle. Le mettono monili alle orecchie, alle dita, al collo, ai polsi.
        La casa si anima. Entrano matrone e altre ancelle. Un via vai festoso e continuo.
        Poi assisto a quello che credo sia lo sposalizio pagano. Ossia, l’arrivo dello sposo fra musiche e invitati e delle cerimonie di saluti e aspersions e simili storie, e poi la partenza in lettiga verso la casa dello sposo tutta parata a festa. Noto che Cecilia passa sotto archi di bende di lana bianca e di rami che mi paiono mirto e si ferma davanti al larario, credo, dove vi sono nuove cerimonie di aspersioni e di formule. Vedo a odo i due darsi la mano e dire la frase rituale: “Dove tu, Caio, io Caia”.
        Vi è tanta di quella gente e su per giù tutta in vesti uguali: toghe, toghe e toghe, che non capisco quale sia il sacerdote del rito e se c’è. Mi pare di avere il capogiro.
        Poi Cecilia, tenuta per mano dallo sposo, fa il giro dell’atrio (non so se dico bene), insomma della sala a nicchie e colonne dove è il larario, e saluta le statue degli antenati di Valeriano, credo. E poscia passa sotto nuovi archi di mirto ed entra nella vera casa. Sulla soglia le offrono doni e, fra l’altro, una rocca e un fuso. Gliela offre una vecchia matrona. Non so chi sia.
         La festa si inizia col solito banchetto romano e dura fra canti e danze. La sala è ricchissima come tutta la casa. Vi è un cortile – credo si chiami impluvio, ma non ricordo bene i nomi della edilizia romana né so se li applico giusti – che è un gioiello di fontane, statue e aiuole. Il triclinio è fra questo e il giardino folto e fiorito che è oltre la casa. Fra i cespugli, statue di marmo e fontane bellissime.
         Mi sembra passi molto tempo perché la sera scende. (…)
         Cecilia sorride allo sposo che le parla e la guarda con amore. Ma pare un poco svagata. Valeriano le chiede se è stanca e, forse per farle cosa gradita, si alza per licenziare gli ospiti.
        Cecilia si ritira nelle sue nuove stanze. Le sue ancelle cristiane sono con lei. Pregano e, per avere una croce, Cecilia bagna un dito in una coppa che deve servire alla toletta e segna una leggera croce scura sul marmo di una parete. Le ancelle la svestono del ricco abito mettendole una semplice veste di lana, le sciolgono i capelli levandone le forcine preziose e glie li annodano in due trecce. Senza gioielli, senza riccioli, così, con le trecce sulle spalle, Cecilia pare una giovinetta, mentre giudico abbia dai 18 ai 20 anni.
        Un’ultima preghiera e un cenno alle ancelle, che escono per tornare con altre più anziane, certo della casa di Valeriano. In corteo vanno ad una magnifica camera e le più vecchie accompagnano Cecilia al letto che è poco dissimile dai divani alla turca di ora, soltanto la base è di avorio intarsiato e colonne di avorio sono ai quattro lati, sorreggenti un baldacchino di porpora. Anche il letto è coperto di ricchissime stoffe di porpora. La lasciano sola.
        Entra Valeriano e va a mani tese verso Cecilia. Si vede che l’ama molto. Cecilia sorride al suo sorriso. Ma non va verso lui. Resta in piedi al centro della stanza, perché, non appena uscite le vecchie ancelle che l’avevano adagiata sul letto, ella si è rialzata.
        Valeriano se ne stupisce. Crede non l’abbiano servita a dovere ed è già iracondo verso le ancelle. Ma Cecilia lo placa dicendo che fu lei a volerlo attendere in piedi.
         “Vieni, allora, Cecilia mia” dice Valeriano cercando di abbracciarla. “Vieni, ché io ti amo tanto”.
         “Io pure. Ma non mi toccare. Non mi offendere con carezze umane”. “Ma Cecilia!… Sei mia sposa”. “Son di Dio, Valeriano. Son cristiana. Ti amo, ma con l’anima in Cielo. Tu non hai sposato una donna, ma una figlia di Dio cui gli angeli servono. E l’angelo di Dio sta meco a difesa. Non offendere la celeste creatura con atti di triviale amore. Ne avresti castigo”.
        Valeriano è trasecolato. Dapprima lo stupore lo paralizza, ma poi l’ira d’esser beffato lo soverchia ed egli si agita e urla. È un violento, deluso sul più bello. “Tu mi hai tradito! Tu ti sei fatta giuoco di me. Non credo. Non posso, non voglio credere che tu sei cristiana. Sei troppo buona, bella e intelligente per appartenere a questa sozza congrega. Ma no!… È uno scherzo. Tu vuoi giocare come una bambina. È la tua festa. Ma lo scherzo è troppo atroce. Basta. Vieni a me”
        “Sono cristiana. Non scherzo. Mi glorio d’esserlo perché esserlo vuol dire esser grandi in terra e oltre. Ti amo, Valeriano. Ti amo tanto che sono venuta a te per portarti a Dio, per averti con me in Dio”.
         “Maledizione a te, pazza e spergiura! Perché mi hai tradito? Non temi la mia vendetta?…”
         “No, perché so che sei nobile e buono e mi ami. No, perché so che non osi condannare senza prova di colpa. Io non ho colpa…”.
         “Tu menti dicendo di angeli e dèi. Come posso credere a questo? Dovrei vedere e se vedessi… se vedessi ti rispetterei come angelo. Ma per ora sei la mia sposa. Non vedo nulla. Vedo te sola”.
         “Valeriano, puoi credere che io menta? Lo puoi credere, proprio tu che mi conosci? Sono dei vili, Valeriano, le menzogne. Credi a quanto ti dico. Se tu vuoi vedere l’angelo mio, credi in me e lo vedrai. Credi a chi ti ama. Guarda: sono sola con te. Tu potresti uccidermi. Non ho paura. Sono in tua balìa. Mi potresti denunciare al Prefetto. Non ho paura. L’angelo mi ripara delle sue ali. Oh! se tu lo vedessi!…”
         “Come potrei vederlo?”
        “Credendo in ciò che io credo. Guarda: sul mio cuore è un piccolo rotolo. Sai cosa è? È la Parola del mio Dio. Dio non mente, e Dio ha detto di non avere paura, noi che crediamo in Lui, ché aspidi e scorpioni saranno senza veleno per il nostro piede (Mc 16,17-18)”.
         “Ma pure voi morite a migliaia nelle arene…”
         “No. Non moriamo. Viviamo eterni. L’Olimpo non è. Il Paradiso è. In esso non sono gli dèi bugiardi e dalle passioni brutali. Ma solo angeli e santi nella luce e nelle armonie celesti. Io le sento… Io le vedo… O Luce! O Voce! O Paradiso! Scendi! Scendi! Vieni a far tuo questo tuo figlio, questo mio sposo. La tua corona, prima a lui che a me. A me il dolore d’esser senza il suo affetto, ma la gioia di vederlo amato da Te, in Te, prima del mio venire. O gioioso Cielo! O eterne nozze! Valeriano, saremo uniti davanti a Dio, vergini sposi, felici di un amore perfetto…” Cecilia è estatica.
        Valeriano la guarda ammirato, commosso. “Come potrei… come potrei avere ciò? Io sono il patrizio romano. Sino a ieri gozzovigliai e fui crudele. Come posso esser come te, angelo?”
         “Il mio Signore è venuto per dare vita ai morti. Alle anime morte. Rinasci in Lui e sarai simile a me. Leggeremo insieme la sua Parola e la tua sposa sarà felice d’esserti maestra. E poi ti condurrò meco dal Pontefice santo. Egli ti darà la completa luce e la grazia. Come cieco a cui si aprono le pupille tu vedrai. Oh! vieni, Valeriano, e odi la Parola eterna che mi canta in cuore”.
         E Cecilia prende per mano lo sposo, ora tutto umile e calmo come un bambino, e si siede presso a lui su due ampi sedili e legge il I capitolo del Vangelo di S. Giovanni sino al v. 14, poi il cap. 3° nell’episodio di Nicodemo.
         La voce di Cecilia è come musica d’arpa nel leggere quelle pagine e Valeriano le ascolta prima stando seduto col capo appuntellato alle mani, posando i gomiti sui ginocchi, ancora un poco sospettoso e incredulo, poi appoggia il capo sulla spalla della sposa e a occhi chiusi ascolta attentamente e, quando lei smette, supplica: “Ancora, ancora”. Cecilia legge brani di Matteo e Luca, tutti atti a persuadere sempre più lo sposo, e termina tornando a Giovanni del quale legge dalla lavanda in poi Gv. 13.
         Valeriano ora piange. Le lacrime cadono senza sussulti dalle sue palpebre chiuse. Cecilia le vede e sorride, ma non mostra notarle. Letto l’episodio di Tommaso incredulo Gv.20,24-29, ella tace…
         E restano così, assorti l’una in Dio, l’altro in se stesso, sinché Valeriano grida: “Credo. Credo, Cecilia. Solo un Dio vero può aver detto quelle parole e amato in quel modo. Portami dal tuo Pontefice. Voglio amare ciò che tu ami. Voglio ciò che tu vuoi. Non temere più di me, Cecilia. Saremo come tu vuoi: sposi in Dio e qui fratelli. Andiamo, ché non voglio tardare a vedere ciò che tu vedi: l’angelo del tuo candore “.
        E Cecilia raggiante si alza, apre la finestra, scosta le tende perché la luce del nuovo giorno entri, e si segna dicendo il Pater noster: adagio, adagio perché lo sposo possa seguirla, e poi con la sua mano lo segna in fronte e sul cuore e per ultimo gli prende la mano e glie la porta alla fronte, al petto, alle spalle nel segno di croce, e poi esce tenendo lo sposo sempre per mano, guidandolo verso la Luce.
         Non vedo altro.

         Ma Gesù mi dice:
        «Quanto avete da imparare dall’episodio di Cecilia! È un vangelo della Fede. Perché la fede di Cecilia era ancor più grande di quella di tante altre vergini.
        Considerate. Ella va alle nozze fidando in Me che ho detto: “Se avrete tanta fede quanto un granello di senapa, potrete dire a un monte: ritirati, ed esso si sposterà”(Mt 17,20). Vi va sicura del triplo miracolo di esser preservata da ogni violenza, di esser apostola dello sposo pagano, di esser immune per il momento, e da parte di lui, da ogni denuncia. Sicura nella sua fede, ella fa un passo rischioso, agli occhi di tutti, non ai suoi, perché i suoi fissi in Me vedono il mio sorriso. E la sua fede ha ciò che ha sperato.
         Come va al cimento? Corroborata di Me. Si alza da un altare per andare alla prova. Non da un letto. Non parla con uomini. Parla con Dio. Non si appoggia altro che a Me.
         Ella lo amava santamente Valeriano, lo amava oltre la carne. Angelica sposa, vuole continuare ad amare così il consorte per tutta la vera Vita. Non si limita a farlo felice qui. Vuole farlo felice in eterno. Non è egoista. Dà a lui ciò che è il suo bene: la conoscenza di Dio. Affronta il pericolo pur di salvarlo. Come madre, ella non cura pericoli pur di dare alla Vita un’altra creatura.
         La vera Religione non è mai sterile. Dà ardori di paternità e maternità spirituali che empiono i secoli di calori santi. Quanti coloro che in questi venti secoli hanno effuso se stessi, facendosi eunuchi volontari pur di esser liberi di amare non pochi, ma tanti, ma tutti gli infelici!
        Guardate quante vergini fanno da madri agli orfani, quanti vergini da padri ai derelitti. Guardate quanti generosi senza tonaca o divisa fanno olocausto della loro vita per portare a Dio la miseria più grande: le anime che si sono perdute e impazzano nella disperazione e nella solitudine spirituale. Guardate. Voi non li conoscete. Ma Io li conosco uno per uno e li vedo come diletti del Padre.
        Cecilia vi insegna anche una cosa. Che per meritare di vedere Iddio bisogna esser puri. Lo insegna a Valeriano e a voi. Io l’ho detto: “Beati i puri perché vedranno Dio” (Mt 5,8).
         Esser puri non vuol dire esser vergini. Vi sono vergini che sono impuri, e padri e madri che sono puri. La verginità è l’inviolatezza fisica e, dovrebbe essere, spirituale. La purezza è la castità che dura nelle contingenze della vita. In tutte. È puro colui che non pratica e seconda la libidine e gli appetiti della carne. È puro colui che non trova diletto in pensieri e discorsi o spettacoli licenziosi. È puro colui che, convinto della onnipresenza di Dio, si comporta sempre, sia che sia con sé solo che con altri, come fosse in mezzo ad un pubblico.
        Dite: fareste in mezzo ad una piazza ciò che vi permettete di fare nella vostra stanza? Direste ad altri, coi quali volete rimanere in alto concetto, ciò che ruminate dentro? No. Perché su una via incorrereste nelle pene degli uomini e presso gli uomini nel loro disprezzo. E perché allora fate diversamente con Dio? Non vi vergognate di apparire a Lui quali porci, mentre vi vergognate di apparire tali agli occhi degli uomini?
        Valeriano vide l’angelo di Cecilia e ebbe il suo e portò a Dio Tiburzio. Lo vide dopo che la Grazia lo rese degno, e la volontà insieme, di vedere l’angelo di Dio. Eppure Valeriano non era vergine. Non era vergine. Ma quale merito sapersi strappare, per un amore soprannaturale, ogni abitudine inveterata di pagano! Grande merito in Cecilia che seppe tenere l’affetto per lo sposo in sfere tutte spirituali, con una verginità doppiamente eroica; grande merito in Valeriano di saper volere rinascere alla purezza dell’infanzia, per venire con bianca stola nel mio Cielo.
         I puri di cuore! Aiuola profumata e fiorita su cui trasvolano gli angeli. I forti nella fede. Rocca su cui si alza e splende la mia Croce. Rocca di cui ogni pietra è un cuore cementato all’altro nella comune Fede che li lega.
        Nulla Io nego a chi sa credere e vincere la carne e le tentazioni. Come a Cecilia, Io do vittoria a chi crede ed è puro di corpo e di pensiero.
        Il Pontefice Urbano ha parlato sulla riverginizzazione delle anime attraverso la rinascita e la permanenza in Me. Sappiatela raggiungere. Non basta esser battezzati per essere vivi in Me. Bisogna sapervi rimanere.
        Lotta assidua contro il demonio e la carne. Ma non siete soli a combatterla. L’angelo vostro ed Io stesso siamo con voi. E la terra si avvierebbe verso la vera pace quando i primi a far pace fossero i cuori con se stessi e con Dio, con se stessi e i fratelli, non più essendo arsi da ciò che è male e che a sempre maggior male spinge. Come valanga che si inizia da un nulla e diviene massa immane.
         Tanto dovrei dire ai coniugi. Ma a che pro? Già ho detto. Né si volle capire. Nel mondo decaduto non soltanto la verginità pare manìa ma la castità nel coniugio, la continenza, che fa dell’uomo un Uomo e non una bestia, non è più riputata che debolezza e menomazione.
        Siete impuri e trasudate impurità. Non date nomi ai vostri mali morali. Ne hanno tre, i sempre antichi e sempre nuovi: orgoglio, cupidigia e sensualità. Ma ora avete raggiunto la perfezione in queste tre belve che vi sbranano e che andate cercando con pazza bramosia.
        Per i migliori ho dato questo episodio, per gli altri è inutile perché alla loro anima sporca di corruzione non fa che muovere solletico di riso. Ma voi buoni state fedeli. Cantate con cuore puro la vostra fede a Dio. E Dio vi consolerà dandosi a voi come Io ho detto. Ai buoni fra i migliori darò la conoscenza completa della conversione di Valeriano per il merito di una vergine pura e fedele».

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Cantico di Maria. Ella ricordava quanto il suo spirito aveva visto in Dio

Posté par atempodiblog le 21 novembre 2013

Cantico di Maria
Ella ricordava quanto il suo spirito aveva visto in Dio
Fonte: L’Evangelo come mi è stato rivelato
Opera di Maria Valtorta.
Tratto da:
Maria Valtorta …il blog

Cantico di Maria. Ella ricordava quanto il suo spirito aveva visto in Dio dans Maria Valtorta 259ykat

[2 settembre 1944]
Soltanto ieri sera, venerdì, mi si è illuminata la mente a vedere. Non ho visto altro che una ben giovane Maria, una Maria dodicenne al massimo, il cui visetto non ha più quelle rotondità proprie della puerizia, ma già svela i futuri contorni della donna nell’ovale che si allunga. Anche i capelli non sono più sciolti sul collo coi loro boccoli lievi, ma stanno raccolti in due pesanti trecce di un oro pallidissimo – pare mescolato ad argento tanto sono chiari – lungo le spalle e scendono sino ai fianchi. Il viso è più pensoso, più maturo, per quanto sia sempre il viso di una fanciulla, una bella e pura fanciulla che, tutta vestita di bianco, cuce in una stanzetta piccina piccina e tutta bianca, dalla cui finestra spalancata si vede l’edificio imponente e centrale del Tempio e poi tutta la discesa delle gradinate, dei cortili, dei portici e, oltre le mura della cinta, la città colle sue vie e case e giardini e, in fondo, la cima gibbosa e verde del monte Uliveto. Cuce e canta sottovoce. Non so se sia un canto sacro. Dice:

«Come una stella dentro un’acqua chiara
mi splende una luce in fondo al cuore.
Fin dall’infanzia da me non si separa
e soavemente mi guida con amore.

In fondo al cuore è un canto.
Da dove viene mai?
Uomo, tu non lo sai.
Da dove riposa il Santo.

Io guardo la mia stella chiara
né voglio cosa che non sia,
sia pure la cosa più dolce e cara,
che questa dolce luce che è tutta mia.

Mi hai portata dagli alti Cieli,
Stella, dentro ad un sen di madre.
Ora vivi in me, ma oltre ai veli
ti vedo, o volto glorioso del Padre.

Quando alla tua serva Tu darai l’onore
d’esser umile ancella del Salvatore?
Manda, dal Cielo manda a noi il Messia.
Accetta, Padre santo, l’offerta di Maria».

Maria tace, sorride e sospira, e poi si curva a ginocchi in preghiera. Il suo visetto è tutto una luce. Altolevato verso l’azzurro terso di un bel cielo estivo, pare ne aspiri tutta la luminosità e se ne irradi. O, meglio, pare che dal suo interno un nascosto sole irradi le sue luci e accenda la neve appena rosata delle carni di Maria, e si effonda incontro alle cose e al sole che splende sulla terra, benedicendo e promettendo tanto bene.
Mentre Maria sta per rialzarsi dopo la sua amorosa preghiera, e sul volto le permane una luminosità d’estasi, entra la vecchia Anna di Fanuel e si arresta stupita, o per lo meno ammirata dell’atto e dell’aspetto di Maria. Poi la chiama: «Maria», e la Fanciulla si volge con un sorriso, diverso ma sempre tanto bello, e saluta: «Anna, a te pace».
«Pregavi? Non ti basta mai la preghiera?».
«La preghiera mi basterebbe. Ma io parlo con Dio. Anna, tu non puoi sapere come io me lo sento vicino. Più che vicino: in cuore. Dio mi perdoni tale superbia. Ma io non mi sento sola. Tu vedi? Là, in quella casa d’oro e di neve, dietro alla doppia Cortina, è il Santo dei santi. Né mai alcun occhio, che non sia quello del Sommo Sacerdote, può fissarsi sul Propiziatorio, sul quale riposa la gloria del Signore. Ma io non ho bisogno di guardare con tutta l’anima venerabonda quel doppio Velo trapunto, che palpita alle onde dei canti verginali e dei leviti e che odora di preziosi incensi, come per forarne la compagine e veder tralucere la Testimonianza.
Si che la guardo! Non temere che io non la guardi con occhio venerabondo come ogni figlio d’Israele. Non temere che l’orgoglio mi acciechi facendomi pensare ciò che or ti dico. Io la guardo, né vi è umile servo nel popolo di Dio che guardi più umilmente la Casa del suo Signore come io la guardo, convinta d’esser la più meschina di tutti. Ma che vedo? Un velo. Che penso oltre il Velo? Un Tabernacolo. Che, in quello? Ma se mi guardo in cuore, ecco, io vedo Dio splendere nella sua gloria d’amore e dirmi: « T’amo », e io gli dico: « T’amo », e mi liquefo e mi ricreo ad ogni palpito del cuore in questo bacio reciproco…
Sono in mezzo a voi, maestre e compagne care. Ma un cerchio di fiamma mi isola da voi. Entro il cerchio, Dio e io. Ed io vi vedo attraverso al Fuoco di Dio e così vi amo… ma non posso amarvi secondo la carne, né mai alcuno potrò amare secondo la carne. Ma solo Questo che mi ama, e secondo lo spirito. So la mia sorte. La Legge secolare di Israele vuole di ogni fanciulla una sposa e di ogni sposa una madre. Ma io, pur ubbidendo alla Legge, ubbidisco alla Voce che mi dice: « Io ti voglio », e vergine sono e sarò. Come lo potrò fare? Questa dolce, invisibile Presenza che è meco mi aiuterà, poiché Essa vuole tal cosa. Io non temo.
Non ho più padre e madre… e solo l’Eterno sa come in quel dolore si arse quanto io avevo d’umano. Si arse con dolore atroce. Ora non ho che Dio. A Lui dunque ubbidisco ciecamente… Già l’avrei fatto anche contro padre e madre, perché la Voce mi istruisce che chi vuol seguirla deve passare oltre padre e madre, amorose guardie di ronda intorno alle mura del cuore filiale, che vogliono condurre alla gioia secondo le loro vie… e non sanno che vi sono altre vie, la cui gioia è infinita… Avrei loro lasciato vesti e mantello, pur di seguire la Voce che mi dice: « Vieni, o mia diletta, o mia sposa! ». Tutto avrei loro lasciato; e le perle delle lacrime, perché avrei pianto di doverli disubbidire, e i rubini del mio sangue, ché anche la morte avrei sfidato per seguire la Voce che chiama, avrebbero loro detto che vi è qualcosa più grande dell’amore di un padre e una madre, e più dolce, ed è la Voce di Dio. Ma ora la sua volontà m’ha sciolta anche da questo laccio di pietà filiale. Già, laccio non sarebbe stato. Erano due giusti, e Dio certo parlava in loro come a me parla. Avrebbero seguito giustizia e verità. Quando io li penso, li penso nella quiete dell’attesa fra i Patriarchi, e affretto col mio sacrificio l’avvento del Messia per aprire loro le porte del Cielo. Sulla terra sono io che mi reggo, ossia è Dio che regge la sua povera serva dicendole i suoi comandi. Ed io li compio, poiché compierli è la mia gioia. Quando l’ora sarà, io dirò allo sposo il mio segreto… ed egli lo accoglierà».
«Ma, Maria… quali parole troverai per persuaderlo? Avrai contro l’amore di un uomo, la Legge e la vita».
«Avrò con me Iddio… Iddio aprirà alla luce il cuore dello sposo… la vita perderà i suoi aculei di senso divenendo un puro fiore che ha profumo di carità. La Legge… Anna, non dirmi bestemmiatrice. Io penso che la Legge stia per essere mutata. Da chi, tu pensi, se è divina? Dal solo che mutare la può. Da Dio. Il tempo è prossimo più che non pensiate, io ve lo dico. Perché, leggendo Daniele, una gran luce mi si è fatta venendo dal centro del cuore, e la mente ha compreso il senso delle arcane parole. Abbreviate saranno le settanta settimane per le preghiere dei giusti. Mutato il numero degli anni? No. Profezia non mente. Ma non il corso del sole, sibbene quello della luna è la misura del tempo profetico, onde io dico: « Prossima è l’ora che udrà vagire il Nato da una Vergine ».
Oh! volesse, questa Luce che mi ama, dirmi, poiché tante cose mi dice, dove è la felice che partorirà il Figlio a Dio e il Messia al suo popolo! Camminando scalza percorrerei la terra, né freddo e gelo, né polvere e solleone, né fiere e fame mi farebbero ostacolo per giungere a Lei e dirle: « Concedi alla tua serva e alla serva dei servi del Cristo di vivere sotto il tuo tetto. Girerò la macina e lo strettoio, come schiava alla macina mettimi, come mandriana al tuo gregge, come colei che deterge i pannilini al tuo Nato, mettimi nelle tue cucine, mettimi ai tuoi forni… dove tu vuoi, ma accoglimi. Che io lo veda! Ne oda la voce! Ne riceva lo sguardo ». E, se non mi volesse, mendica alla sua porta io vivrei di elemosine e scherni, all’addiaccio e al solleone, pur di udire la voce del Messia bambino e l’eco delle sue risa, e poi vederlo passare… E forse un giorno riceverei da Lui l’obolo di un pane… Oh! se la fame mi straziasse le viscere e mi sentissi mancare dopo tanto digiuno, non mangerei quel pane. Lo terrei come sacchetto di perle contro il cuore e lo bacerei per sentire il profumo della mano del Cristo, e non avrei più fame né freddo, perché il contatto mi darebbe estasi e calore, estasi e cibo…»
«Tu dovresti esser la Madre del Cristo, tu che l’ami così! È per questo che vuoi rimanere vergine?».
«Oh! no. Io sono miseria e polvere. Non oso alzare lo sguardo verso la Gloria. È per questo che più del doppio Velo, oltre il quale so esser l’invisibile Presenza di Jeovà, io amo guardare entro il mio cuore. Là è il Dio terribile del Sinai. Qua, in me, io vedo il Padre nostro, un’amorosa Faccia che mi sorride e benedice, perché sono piccola come un uccellino che il vento sorregge senza sentirne peso, e debole come stelo del mughetto selvaggio che non sa che fiorire e odorare, e al vento non oppone altra forza che quella della sua profumata e pura dolcezza. Dio, il mio vento d’amore! Non per questo. Ma perché al Nato da Dio e da una Vergine, al Santo del Santissimo non può che piacere che ciò che nel Cielo ha scelto per Madre e ciò che sulla terra gli parla del Padre celeste: la Purezza. Se la Legge meditasse questo, se i rabbi, che l’hanno moltiplicata in tutte le sottigliezze del loro insegnamento, volgendo la mente a orizzonti più alti si immergessero nel soprannaturale, lasciando l’umano e l’utile che perseguono dimenticando il Fine supremo, dovrebbero soprattutto volgere il loro insegnare alla Purezza, perché il Re d’Israele la trovi al suo venire. Con l’ulivo del Pacifico, colle palme del Trionfatore spargete gigli, e gigli e gigli…
Quanto Sangue dovrà spargere per redimerci, il Salvatore! Quanto! Dalle mille e mille ferite, che Isaia vide sull’Uomo dei dolori, ecco che cade, come rugiada da un vaso poroso, una pioggia di Sangue. Non cada dove è profanazione e bestemmia, questo Sangue divino, ma in calici di purezza fragrante, che lo accolgano e raccolgano per poi spargerlo ai malati dello spirito, ai lebbrosi dell’anima, ai morti a Dio. Date gigli, gigli date per asciugare, con la candida veste dei petali puri, i sudori e le lacrime del Cristo! Date gigli, gigli date per l’ardore della sua febbre di Martire! Oh! dove sarà quel Giglio che ti porta? Dove quello che ti disseterà l’arsura? Dove quello che si farà rosso del tuo Sangue e morirà per il dolore di vederti morire? Dove quello che piangerà sul tuo Corpo svenato? Oh! Cristo! Cristo! Sospiro mio!…». Maria tace, lacrimante e sopraffatta.
Anna tace per qualche tempo e poi, con la sua voce bianca di vegliarda commossa, dice: «Hai altro da insegnarmi, Maria?».
Maria si scuote. Deve credere, nella sua umiltà, che la sua maestra la rimproveri, e dice: «Oh! perdono! Tu sei maestra, io sono un povero nulla. Ma questa Voce mi sale dal cuore. Io ben la sorveglio, per non parlare. Ma, come fiume che sotto émpito d’onda rompe le dighe, or ecco m’ha presa ed è straripata. Non far conto delle mie parole e mortifica la mia presunzione. Le arcane parole dovrebbero stare nell’arca segreta del cuore, che Dio nella sua bontà benefica. Lo so. Ma è tanto dolce questa invisibile Presenza, che io ne sono ebbra… Anna, perdona alla tua piccola serva!».
Anna la stringe a sé, e tutto il vecchio viso rugoso trema e luccica di pianto. Le lacrime si insinuano fra le rughe come acqua per terreno accidentato che si muta in tremulo acquitrino. Ma la vecchia maestra non suscita riso, anzi il suo pianto eccita la più alta venerazione.
Maria sta fra le sue braccia, il visetto contro il petto della vecchia maestra, e tutto finisce così.

divisore dans Medjugorje

Dice Gesù:

«Maria si ricordava di Dio. Sognava Dio. Credeva sognare. Non faceva che rivedere quanto il suo spirito aveva visto nel fulgore del Cielo di Dio, nell’attimo in cui era stata creata per essere unita alla carne concepita sulla terra. Condivideva con Dio, seppure in maniera molto minore, come giustizia voleva, una delle proprietà di Dio. Quella di ricordare, vedere e prevedere per l’attributo della intelligenza potente e perfetta, perché non lesa dalla Colpa.
L’uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio. Una delle somiglianze è nella possibilità, per lo spirito, di ricordare, vedere e prevedere. Questo spiega la facoltà di leggere nel futuro. Facoltà che viene, per volere di Dio, molte volte e direttamente, altre per ricordo che si alza come sole su un mattino, illuminando un dato punto dell’orizzonte dei secoli già visto dal seno di Dio. Sono misteri che sono troppo alti perché li possiate comprendere in pieno.
Ma riflettete. Quell’Intelligenza suprema, quel Pensiero che tutto sa, quella Vista che tutto vede, che vi crea con un moto del suo volere e con un alito del suo amore infinito, facendovi suoi figli per l’origine e suoi figli per la mèta vostra, può forse darvi cosa che sia diversa da Lui? Ve la dà in parte infinitesimale, perché non potrebbe la creatura contenere il Creatore. Ma quella parte è perfetta e completa nella sua infinitesimalità.
Quale tesoro di intelligenza non ha dato Dio all’uomo, ad Adamo! La colpa l’ha menomato, ma il mio Sacrificio lo reintegra e vi apre i fulgori della Intelligenza, i suoi fiumi, la sua scienza. Oh! sublimità della mente umana, unita per la Grazia a Dio, compartecipe della capacità di Dio di conoscere!… Della mente umana unita per la Grazia a Dio.
Non c’è altro modo. Lo ricordino i curiosi di segreti ultra umani. Ogni cognizione che non venga da anima in grazia – e non è in grazia chi è contrario alla Legge di Dio, che è ben chiara nei suoi ordini – non può che venire da Satana, e difficilmente corrisponde a verità, per quanto si riferisce ad argomenti umani, mai risponde a verità per quanto si riferisce al sopraumano, perché il Demonio è padre di menzogna e seco trascina su sentiero di menzogna.
Non c’è nessun altro metodo, per conoscere il vero, che quello che viene da Dio, il quale parla e dice o richiama a memoria, così come un padre richiama a memoria un figlio sulla casa paterna, e dice: « Ricordi quando con Me facevi questo, vedevi quello, udivi quest’altro? Ricordi quando ricevevi il mio bacio di commiato? Ricordi quando mi vedesti per la prima volta, il folgorante sole del mio volto sulla tua vergine anima testé creata e ancora monda, perché appena da Me uscita, dalla tabe che ti ha poi menomata? Ricordi quando comprendesti in un palpito d’amore cosa è l’Amore? Quale è il mistero del nostro Essere e Procedere? ». E, dove la capacità limitata dell’uomo in grazia non giunge, ecco lo Spirito di scienza che parla e ammaestra.
Ma, per possedere lo Spirito, occorre la Grazia. Ma, per possedere la Verità e Scienza, occorre la Grazia. Ma, per avere seco il Padre, occorre la Grazia. Tenda in cui le Tre Persone fanno dimora, Propiziatorio su cui posa l’Eterno e parla, non da dentro alla nube, ma svelando la sua Faccia al figlio fedele.
I santi si ricordano di Dio. Delle parole udite nella Mente Creatrice e che la Bontà risuscita nel loro cuore per innalzarli come aquile nella contemplazione del Vero, nella conoscenza del Tempo.
Maria era la Piena di Grazia. Tutta la Grazia una e trina era in Lei. Tutta la Grazia una e trina la preparava come sposa alle nozze, come talamo alla prole, come divina alla sua maternità e alla sua missione. Essa è Colei che conclude il ciclo delle profetesse dell’Antico Testamento e apre quello dei « portavoce di Dio » nel Nuovo Testamento.
Arca vera della Parola di Dio, guardando nel suo seno in eterno inviolato, scopriva, tracciate dal dito di Dio sul suo cuore immacolato, le parole di scienza eterna, e ricordava, come tutti i santi, di averle già udite nell’esser generata col suo spirito immortale da Dio Padre creatore di tutto quanto ha vita. E, se non tutto ricordava della sua futura missione, ciò era perché in ogni perfezione umana Dio lascia delle lacune, per legge di una divina prudenza, che è bontà e che è merito per e verso la creatura. Eva seconda, Maria ha dovuto conquistarsi la sua parte di merito nell’esser la Madre del Cristo con una fedele, buona volontà, che Dio ha voluto anche nel suo Cristo per farlo Redentore.
Lo spirito di Maria era nel Cielo. Il suo morale e la sua carne sulla Terra, e dovevano calpestare terra e carne per raggiungere lo spirito e congiungerlo allo Spirito nell’abbraccio fecondo».

Nota mia. Tutto ieri mi ero pensata di vedere l’annuncio della morte dei genitori e, chissà perché, dato da Zaccaria. Così anche mi pensavo a modo mio il come sarebbe stato trattato da Gesù il punto del «ricordo di Dio da parte dei santi». Stamane, quando cominciò la visione, ho detto: «Ecco, ora le diranno che è orfana», e ne avevo già il cuore piccino, perché… era la mia stessa tristezza di questi giorni che avrei sentito e visto. Invece non c’è nulla di quanto avevo pensato vedere e udire. Ma neppure una parola per sbaglio. Questo mi consola, perché mi dice che proprio di mio non c’è nulla, neppure una onesta suggestione verso un dato punto. Tutto viene proprio da altra fonte. La mia paura continua cessa… – fino alla prossima volta, perché mi accompagnerà sempre questa paura d’essere ingannata e di ingannare.

divisore dans Medjugorje

freccetta.jpg Maria accolta nel Tempio

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Maria Valtorta e l’Angelo Custode

Posté par atempodiblog le 2 octobre 2013

Maria Valtorta e l'Angelo Custode dans Maria Valtorta dall

[26 giugno 1944]
L’angelo è in ginocchio al lato destro del letto, in fondo. Sta a capo chino con sommo rispetto e con le braccia congiunte sul seno. Nella stessa posa che aveva ai primi di gennaio, credo, quando vidi il Paradiso e il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo; mentre presso me erano Maria e Giovanni.
L’angelo è uguale. E’ il mio! Come è bello! Il volto di luce condensata, dalle linee perfette, pur stando così curvo, mi sorride. La sua incorporea veste pare uno smeraldo chiaro fatto abito di luce. Alle spalle un breve manto di un rosso chiaro, vivissimo, come di rubino trapassato da un raggio di sole. Le ali sono due bianchi splendori raccolti lungo i lati. E come è adorante!

Non faccio che dire degli “Angele Dei!” per salutarlo e delle “Ave Maria” perché mi ricordo che in gennaio mi insegnava a salutare Maria, presente, con quella preghiera in quella sua composta e venerante attitudine. Forse dovrei dire dei “Gloria”. Ma penso che me lo farebbe capire. Maria è la sua Regina e lodando Maria si loda anche Dio di cui è Figlia, Madre e Sposa. Credo perciò di fare cosa gradita a Dio e al mio custode pregando così.
Ma stammi sempre presente, perché veramente sono alla “tristezza di morte” di cui piangeva Gesù nel Getsemani…

Maria Valtorta - I Quaderni del 1944, Centro Editoriale Valtortiano

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Gesù: “Non temete. Venite. Con fiducia”

Posté par atempodiblog le 15 juin 2013

Gesù: “Non temete. Venite. Con fiducia” dans Commenti al Vangelo q1mz 

Gesù a Maria Valtorta: «Dillo a te stessa, o Maria, mia piccola “voce” , dillo alle anime. Va’, dillo alle anime che non osano venire a Me perché si sentono colpevoli. Molto, molto, molto è perdonato a chi molto ama. A chi molto mi ama. Voi non sapete, povere anime, come vi ama il Salvatore! Non temete di Me. Venite. Con fiducia. Con coraggio. Io vi apro il Cuore e le braccia. Ricordatelo sempre: “Io non faccio differenza fra colui che mi ama con la sua purezza integra e colui che mi ama nella sincera contrizione d’un cuore rinato alla Grazia”. Sono il Salvatore. Ricordatevelo sempre. Va’ in pace. Ti benedico». 

[22 gennaio 1944]
[...]  Parlavo a molti quel giorno, ma in verità parlavo per lei sola. Non vedevo che lei, che s’era accostata portata da un empito d’anima che si rivoltava alla carne che la teneva soggetta. Non vedevo che lei col suo povero volto in tempesta, col suo sforzato sorriso che nascondeva, sotto una veste di sicurezza e gioia mendace che era un sfida al mondo e a se stessa, tanto interno pianto. Non vedevo che lei, ben più avvolta nei rovi della pecorella smarrita della parabola, lei che affogava nel disgusto della sua vita, venuto a galla come quelle ondate profonde che portano seco l’acqua del fondo. 

Non ho detto grandi parole, né ho toccato un argomento indicato per lei, peccatrice ben nota, per non mortificarla e per non costringerla a fuggire, a vergognarsi o a venire. L’ho lasciata in pace. Ho lasciato che la mia parola e il mio sguardo scendessero in lei e vi fermentassero per fare di quell’impulso di un momento il suo glorioso futuro di santa. Ho parlato con una delle più dolci parabole: un raggio di luce e di bontà effuso proprio per lei. 

E quella sera, mentre ponevo piede nella casa del ricco superbo, nel quale la mia parola non poteva fermentare in futura gloria perché uccisa dalla superbia farisaica, già sapevo che ella sarebbe venuta, dopo aver tanto pianto nella sua stanza di vizio e, alla luce di quel pianto, già deciso il suo futuro. Gli uomini, arsi di lussuria, nel vederla entrare hanno trasalito nella carne e insinuato col pensiero. Tutti l’hanno desiderata, meno i due « puri » del convito: Io e Giovanni. Tutti hanno creduto che ella venisse per uno di quei facili capricci che, vera possessione demoniaca, la gettavano in improvvise avventure. Ma Satana era ormai vinto. E tutti hanno, con invidia, pensato, vedendo che ad essi non si volgeva, che venisse per Me. 

L’uomo sporca sempre anche le cose più pure, quando è solo uomo di carne e sangue. Solo i puri vedono giusto, perché il peccato non è in loro a fare turbamento al pensiero. Ma che l’uomo non comprenda, non deve sgomentare, Maria. Dio comprende. E basta per il Cielo. La gloria che viene dagli uomini non aumenta di un grammo la gloria che è sorte degli eletti in Paradiso. Ricordalo sempre. 

La povera Maria di Magdala è sempre stata mal giudicata nei suoi atti buoni. Non lo era stata nelle sue azioni malvagie perché esse erano bocconi di lussuria offerti all’insaziabile fame dei libidinosi. Criticata e mal giudicata a Cafarnao, in casa del fariseo, criticata e rimproverata a Betania, in casa sua. Ma Giovanni, che dice una grande parola, dà la chiave di quest’ultima critica: « Giuda… perché era ladro ». Io dico: « Il fariseo e i suoi amici perché erano lussuriosi ». Ecco, vedi? L’avidità del senso, l’avidità del denaro alzano la voce a critica dell’atto buono. I buoni non criticano. Mai. Comprendono. Ma, ripeto, non importa della critica del mondo. Importa del giudizio di Dio. 

Tratto da: L’Evangelo come mi è stato rivelato
Opera di Maria Valtorta.

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Una legge nuova

Posté par atempodiblog le 5 avril 2013

Una legge nuova dans Maria Valtorta mariavaltorta

«[...] Io do la nuova legge sui rapporti col fratello colpevole e dico: “Se tuo fratello ti offende, non avvilirlo pubblicamente col riprenderlo pubblicamente, ma spingi il tuo amore a coprire la colpa del fratello agli occhi del mondo”. Perché ne avrai gran merito agli occhi di Dio, precludendo per amore ogni soddisfazione al tuo orgoglio.
Oh! come piace all’uomo far sapere che fu offeso e che ne ebbe dolore! Va come un mendico folle, non a chiedere obolo d’oro dal re, ma va da altri stolti e pezzenti come lui a chiedere manciate di cenere e letame e sorsi di tossico bruciante. Il mondo questo dà all’offeso che va rammaricandosi e mendicando conforti. Dio, il Re, dà oro puro a chi, offeso, ma senza rancore, va a piangere solo ai suoi piedi il suo dolore e a chiedere a Lui, all’Amore e Sapienza, conforto d’amore e insegnamento per la contingenza penosa. Perciò, se volete conforto, andate da Dio e agite con amore.
Io vi dico, correggendo la legge antica: “Se tuo fratello ha peccato contro di te, va’, correggilo fra te e lui solo. Se ti ascolta, hai guadagnato di nuovo tuo fratello. E insieme hai guadagnato tante benedizioni da Dio. E se tuo fratello non ti ascolta, ma ti respinge cocciuto nella colpa, tu, acciò non si dica che sei consenziente ad essa o indifferente al bene dello spirito fraterno, prendi con te due o tre testimoni seri, buoni, fidati, e con essi torna dal fratello e benignamente ripeti alla loro presenza le tue osservazioni, affinché i testimoni possano di loro bocca dire che tu hai fatto tutto quanto potevi per correggere con santità tuo fratello. Perché questo è il dovere di un buon fratello, dato che il peccato verso di te, fatto da lui, è lesione alla sua anima, e della sua anima tu ti devi preoccupare. Se anche questo non serve, fallo sapere alla sinagoga, acciò essa lo richiami all’ordine in nome di Dio. Se non si corregge neppure con questo, e respinge la sinagoga o il Tempio, come ha respinto te, tienilo in conto di pubblicano e di gentile”

Questo fate coi fratelli di sangue e con quelli di amore. Perché anche col prossimo vostro più lontano dovete agire con santità, senza avidità, senza inesorabilità, senza odio. E quando sono cause per cui è necessario andare dai giudici e tu ci vai col tuo avversario, Io ti dico, o uomo che sovente ti trovi in mali maggiori per tua colpa, di fare di tutto, mentre sei per la strada, per riconciliarti con lui, sia che tu abbia torto come che tu abbia ragione. Perché la giustizia umana è sempre imperfetta, e generalmente l’astuto la vince sulla giustizia e potrebbe il colpevole passare per innocente e tu, innocente, passare per colpevole. E allora ti avverrebbe non solo di non avere riconosciuto il tuo diritto, ma di perdere anche la causa, e da innocente passare al ruolo di colpevole di diffamazione, e perciò il giudice ti passerebbe all’esecutore di giustizia, il quale non ti lascerebbe andare sino a che tu abbia pagato l’ultimo spicciolo.
Sii conciliante. Il tuo orgoglio ne soffre? Molto bene. La tua borsa si smunge? Meglio ancora. Basta che cresca la tua santità. Non abbiate nostalgia per l’oro. Non siate avidi di lode. Fate che sia Dio colui che vi loda. Fate di farvi una gran borsa in Cielo. E pregate per coloro che vi offendono. Perché si ravvedano. Se ciò avviene, essi stessi vi renderanno onori e beni. Se non lo fanno, ci penserà Iddio.
Andate, ora, ché è l’ora del pasto. Restino solo i mendichi a sedersi alla mensa apostolica. La pace sia con voi».

Tratto da: L’Evangelo come mi è stato rivelato
Opera di Maria Valtorta.

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I precursori dell’Anticristo

Posté par atempodiblog le 22 février 2013

I precursori dell’Anticristo dans Anticristo tabernacolodeilinaioli

E’ possibile ipotizzare la manifestazione dell’Anticristo in una fase anteriore alla fine del mondo, pur confermando la dottrina secondo la quale la massima manifestazione del male precede immediatamente la venuta del Signore? In altre parole che dire di quelle raffigurazioni del futuro, a volte presentate sotto forma di rivelazioni private, secondo le quali i tempi che stiamo vivendo sarebbe quelli della manifestazione dell’Anticristo, mentre l’esplosione finale del male avrebbe come protagonista satana in persona? Questa prospettiva, già ipotizzata da Soloviev, la si può trovare in Maria Valtorta, che colloca l’ascesa e l’affermazione dell’Anticristo alla frontiera del terzo millennio, mentre il secolo precedente, segnato da due guerre mondiali e dall’imperversare delle ideologie del male, sarebbe solo preparatorio.

L’illustre scrittrice ci tiene a presentare la sua opera sotto la forma di una rivelazione privata. In particolare la raccolta degli Scritti contiene molti riferimenti alla tematica dell’Anticristo. In uno dei ‘dettati’ di Gesù si legge: “Ora siamo nel periodo (27 agosto 1943) che Io chiamo dei precursori dell’Anticristo. Poi verrà il periodo dell’Anticristo che è il precursore di satana. Questo sarà aiutato dalle manifestazioni di satana: le due bestie nominate nell’Apocalisse. Sarà un periodo peggiore dell’attuale. Il male cresce sempre più. Vinto l’Anticristo, verrà il periodo di pace per dare tempo agli uomini, percossi dallo stupore delle sette piaghe e della caduta di Babilonia, di raccogliersi sotto il segno mio. L’epoca anticristiana assurgerà alla  massima potenza nella sua terza manifestazione, ossia quando vi sarà l’ultima manifestazione di satana.(I Quaderni del 1943, p. 288, Centro Editoriale Valtortiano).

Per la Valtorta il secolo ventesimo è stato contrassegnato dai precursori dell’Anticristo; quello nel quale siamo ora entrati vedrà invece la sua tremenda manifestazione (cfr. Apocalisse 13); seguirà un tempo di pace prima della ribellione finale del’umanità, guidata da satana in persona (cfr. Apocalisse 20, 7-10) Si tratta di uno schema diverso da quello proposta dal Catechismo della Chiesa Cattolica, secondo il quale l’Anticristo è collocato nel contesto della fine del mondo. Qui invece è posto prima del tempo di pace concesso all’umanità. Tuttavia nella sostanza non sembra un’ipotesi incompatibile con l’insegnamento della fede.

Tratto da: Profezie sull’Anticristo. Verrà nella potenza di satana – di Padre Livio Fanzaga, SugarCo Edizioni

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Sposalizio della Vergine con Giuseppe (23 gennaio)

Posté par atempodiblog le 23 janvier 2013

SPOSALIZIO DI MARIA E GIUSEPPE

La celebrazione liturgica della Festa dello Sposalizio di Maria e Giuseppe risale al XV secolo, come espressione della fede del popolo di Dio, che ha visto in questo matrimonio un evento fondamentale nella storia della salvezza. La festa della santa Famiglia si affianca a questa festa; qui è la celebrazione delle nozze, l’altra, consecutiva, quella della famiglia. Due aspetti interdipendenti, ma distinti e complementari, sia nella vita degli uomini, sia nel progetto di salvezza della Trinità. Uno mette in  risalto l’amore sponsale, l’altro il nucleo
familiare.

Sposalizio della Vergine con Giuseppe (23 gennaio) dans Maria Valtorta mariaegiuseppesposi

PREGHIERA AI SANTI SPOSI

Come Dio Padre,
nella Sua infinita Sapienza e immenso Amore,
affidò qui in terra il Suo Unigenito Figlio Gesù Cristo
a Te, Maria Santissima, e a te, San Giuseppe,
sposi della Santa Famiglia di Nazareth,
così noi, divenuti per il Battesimo figli di Dio,
con umile fede ci affidiamo e consacriamo a Voi.

Abbiate per noi, per i nostri figli, per le nostre famiglie,
le stesse premure e tenerezze avute per Gesù.

Aiutateci a conoscere, amare e servire Gesù
come voi l’avete conosciuto, amato e servito.

Otteneteci di amarVi con lo stesso amore
con il quale Gesù Vi ha amato qui in terra.

Proteggete le nostre persone,
difendeteci da ogni pericolo e da ogni male.

Accrescete la nostra fede,
custoditeci nella fedeltà alla nostra vocazione
e alla nostra missione: fateci santi.

Al termine di questa vita, accoglieteci con voi in cielo,
dove già regnate con Cristo nella Gloria eterna.

Tratto da: preghiereperlafamiglia.it

divisore dans Medjugorje

Cliccare per leggere lo scritto della Valtorta iconarrowti7 Sposalizio della Vergine con Giuseppe, istruito dalla Sapienza ad essere custode del Mistero.

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Maria accolta nel Tempio

Posté par atempodiblog le 21 novembre 2012

Maria accolta nel Tempio. Ella, nella sua umiltà, non sapeva di essere la Piena di Sapienza.

Maria accolta nel Tempio dans Maria Valtorta mariabambinaaltempio

[30 agosto 1944]
Vedo Maria fra mezzo al padre e alla madre camminare per le vie di Gerusalemme. I passanti si fermano a guardare la bella Bambina, tutta vestita di un bianco di neve e avvolta in un leggerissimo tessuto che per i suoi disegni, a rami e fiori, più opachi fra il tenue dello sfondo, mi pare sia lo stesso che aveva Anna il giorno della sua Purificazione. Soltanto che, mentre ad Anna esso non sorpassava la cintura, a Maria, piccolina, scende fin quasi a terra e l’avvolge in una nuvoletta leggera e lucida di una vaghezza rara. Il biondo dei capelli sciolti sulle spalle, meglio, sulla nuca gentile, traspare là dove non vi è damascatura nel velo, ma unicamente il fondo leggerissimo. Il velo è trattenuto sulla fronte da un nastro di un azzurro pallidissimo, su cui, certamente per opera della mamma, sono ricamati in argento dei piccoli gigli. L’abito, come ho detto, candidissimo, scende fino a terra, e i piedini appena si mostrano nel passo, coi loro sandaletti bianchi. Le manine sembrano due petali di magnolia che escano dalla lunga manica. Tolto il cerchio azzurro del nastro, non vi è altro punto di colore. Tutto è bianco. Maria pare vestita di neve. Gioacchino ed Anna sono vestiti, lui con lo stesso abito della Purificazione, e Anna invece di viola scurissimo. Anche il mantello, che le copre anche il capo, è viola scuro. Ella se lo tiene molto calato sugli occhi. Due poveri occhi di mamma, rossi di pianto, che non vorrebbero piangere e non vorrebbero, soprattutto, esser visti piangere, ma che non possono non piangere sotto la protezione del manto. Protezione che serve per i passanti, e anche per Gioacchino, che del resto ha il suo occhio, sempre sereno, oggi arrossato e opaco di lacrime già scese e ancora scendenti, e che va molto curvo sotto il suo velo messo a quasi turbante, con le ali laterali che scendono lungo il viso. Un vecchio affatto, ora, Gioacchino. Chi lo vede deve pensarlo nonno e forse bisnonno della piccolina che egli ha per mano. La pena di perderla dà al povero padre un passo strascicante, una lassezza di tutto il portamento che lo invecchia di un vent’anni, e il viso pare quello di un malato oltre che vecchio, tanto è stanco e triste, con la bocca che ha un lieve tremito fra le due rughe, che sono così marcate oggi, ai lati del naso. Cercano i due di celare il pianto. Ma, se possono farlo per molti, non lo possono per Maria, che per la sua statura li vede dal basso in alto e, alzando il piccolo capo, guarda alternativamente il padre e la madre. Ed essi si sforzano di sorriderle con la bocca che trema, e aumentano la stretta della loro mano sulla manina minuta ogni volta che la loro figliolina li guarda e sorride. Devono pensare: «Ecco. Un’altra volta di meno da vedere questo sorriso». Vanno piano. A rilento. Pare vogliano protrarre il più a lungo il loro cammino. Tutto serve a fermarsi… Ma una strada deve pur finire! E questa sta per finire. Ecco là, in cima a questo ultimo pezzo di strada che sale, le mura di cinta del Tempio. Anna ha un gemito e stringe più forte la manina di Maria. «Anna, cara, io sono con te!» dice una voce, uscendo dall’ombra di un basso arco gettato su un incrocio di strade. E’ Elisabetta, che certo era in attesa, la raggiunge e stringe al cuore. E, posto che Anna piange, le dice: «Vieni, vieni in questa casa amica per un poco. Poi andremo insieme. Vi è anche Zaccaria. Entrano tutti in una stanza bassa e scura, in cui è lume un vasto fuoco. La padrona, certo amica di Elisabetta, ma estranea ad Anna, cortesemente si ritira lasciando liberi i sopraggiunti. «Non credere che io sia pentita, o che dia con mala volontà il mio tesoro al Signore» spiega Anna fra le lacrime… «ma è che il cuore… oh! il mio cuore come duole, il mio vecchio cuore che torna nella sua solitudine di senza figli!… Se sentissi…» «Lo capisco, Anna mia… Ma tu sei buona e Dio ti conforterà nella tua solitudine. Maria pregherà per la pace della sua mamma. Non è vero?». Maria carezza le mani materne e le bacia, se le passa sul viso per esserne carezzata, e Anna serra fra le sue quel visino e lo bacia, lo bacia. Non si sazia di baciare. Entra Zaccaria e saluta: «Ai giusti la pace del Signore». «Sì» dice Gioacchino, «supplicaci pace, perché le nostre viscere tremano nell’offerta come quelle di padre Abramo mentre saliva il monte, e noi non troveremo altra offerta per riscattare questa. Né lo vorremmo fare, perché siamo fedeli a Dio. Ma soffriamo, Zaccaria. Sacerdote di Dio, comprendici e non ti scandalizzare di noi». «Mai. Anzi, il vostro dolore, che sa non soverchiare il lecito e portarvi all’infedeltà, mi è scuola nell’amare l’Altissimo. Ma fatevi cuore. Anna profetessa avrà molta cura di questo fiore di Davide e Aronne. In questo momento è l’unico giglio della sua stirpe santa che Davide abbia nel Tempio, e sarà curato come perla regale. Per quanto i tempi volgano al termine e dovrebbe esser cura delle madri della stirpe di consacrare le figlie al Tempio, poiché da una vergine di Davide uscirà il Messia, pure, per rilassamento di fede, i posti delle vergini sono vuoti. Troppo poche nel Tempio, e di questa stirpe regale nessuna, dopo che ne uscì sposa, or sono tre anni, Sara di Eliseo. Vero che ancora sei lustri mancano al termine, ma… Ebbene, speriamo che Maria sia la prima di molte vergini di Davide davanti al Sacro Velo. E poi… chissà…». Zaccaria non dice altro. Ma guarda pensoso Maria. Poi riprende: «Io pure veglierò su Lei. Sono sacerdote ed ho il mio potere là dentro. Lo userò per quest’angelo. E Elisabetta verrà sovente a trovarla…». «Oh! di certo! Io ho tanto bisogno di Dio e verrò a dirlo a questa Bambina, perché lo dica all’Eterno». Anna si è rinfrancata. Elisabetta, per sollevarla più ancora, chiede: «Non è il tuo velo di sposa questo? Oppure hai filato del nuovo bisso?». «E’ quello. Lo consacro con Essa al Signore. Non ho più occhi… E anche le ricchezze sono molto scemate per tasse e sventure… Non mi era lecito fare gravi spese. Ho provveduto solo ad un ricco corredo per il suo tempo nella Casa di Dio e per poi… perché penso che non sarò io quella che la vestirà per le nozze… e voglio sia sempre la mano di sua mamma, anche se fredda e immota, che la para alle nozze e le fila i lini e le vesti da sposa». Oh! perché pensare così?!». «Sono vecchia, cugina. Mai come sotto questo dolore me lo sento. L’ultime forze della mia vita le ho date a questo fiore, per portarlo e nutrirlo, ed ora… ed ora.. – sulle estreme soffia il dolore di perderlo e le disperde». Non dire così, per Gioacchino». «Hai ragione. Vedrò di vivere per il mio uomo». Gioacchino ha fatto mostra di non sentire, intento ad ascoltare Zaccaria, ma ha udito e sospira forte con gli occhi lucidi di pianto. «Siamo a mezzo fra terza e sesta. Credo sarebbe bene andare» dice Zaccaria. Si alzano tutti per rimettersi i mantelli e andare. Ma, prima di uscire, Maria si inginocchia sulla soglia a braccia aperte: un piccolo cherubino implorante. «Padre! Madre! La vostra benedizione!». Non piange, la piccola forte. Ma le labbruzze tremano e la voce, spezzata da un interno singulto, ha più che mai il trepido gemito della tortorina. Il visetto è più pallido e l’occhio ha quello sguardo di rassegnata angoscia che, più forte sino a divenire inguardabile senza soffrirne profondamente, le vedrò sul Calvario e nel Sepolcro. I genitori la benedicono e la baciano. Una, due, dieci volte. Non se ne sanno saziare… Elisabetta piange silenziosamente e Zaccaria, per quanto voglia non mostrarlo, è commosso. Escono. Maria fra il padre e la madre, come prima. Davanti, Zaccaria e la moglie. Eccoli dentro le mura del Tempio. «Vado dal Sommo Sacerdote. Voi salite sino alla grande terrazza. Valicano tre cortili e tre atri sovrapposti. Eccoli ai piedi del vasto cubo di marmo incoronato d’oro. Ogni cupola, convessa come una mezza arancia enorme, sfolgora al sole che ora, sul mezzodì, cade a perpendicolo sul vasto cortile che circonda il fabbricato solenne, ed empie il vasto piazzale e l’ampia scalinata che conduce al Tempio. Solo il portico che fronteggia la scalinata, lungo la facciata, è in ombra, e la porta altissima di bronzo e oro è ancor più scura e solenne in tanta luce. Maria pare ancor più di neve fra il gran sole. Eccola ai piedi della scalinata. Fra padre e madre. Come deve battere il cuore a quei tre! Elisabetta è a fianco di Anna, ma un poco indietro, di un mezzo passo. Uno squillo di trombe argentine e la porta gira sui cardini, che pare diano suono di cetra nel girare sulle sfere di bronzo. Appare l’interno con le sue lampade nel profondo, ed un corteo viene dall’interno verso l’esterno. Un pomposo corteo fra suoni di trombe argentee, nuvole d’incenso e luci. Eccolo sulla soglia. Davanti, colui che deve essere il Sommo Sacerdote. Un vecchio solenne, vestito di lino finissimo, e sul lino una più corta tunica pure di lino, e su questa una specie di pianeta, qualcosa fra la pianeta e la veste dei diaconi, multicolore: porpora e oro, violaceo e bianco vi si alternano e brillano come gemme al sole; due gemme vere brillano su esso ancor più vivamente al sommo delle spalle. Forse sono fibbie con il loro castone prezioso. Sul petto, una larga placca splendente di gemme, sostenuta da una catena d’oro. E pendagli e ornamenti splendono alla base della tunica corta, e oro splende sulla fronte al disopra del copricapo, che mi ricorda quello dei preti ortodossi, la loro mitra fatta a cupola anziché a punta come quella cattolica. Il solenne personaggio viene avanti, da solo, sino al principio della scalinata, nell’oro del sole che lo fa ancora più splendido. Gli altri attendono stesi a corona fuor dalla porta, sotto il portico ombroso. A sinistra è un gruppo candido di fanciulle con Anna profetessa e altre anziane, certo maestre. Il Sommo Sacerdote guarda la Piccola e sorride. Le deve parere ben piccina ai piedi di quella scalinata degna di un tempio egizio! Alza le braccia al cielo in una preghiera. Tutti curvano il capo, come annichiliti davanti alla maestà sacerdotale in comunione con la Maestà eterna. Poi, ecco. Un cenno a Maria. E Lei si stacca dalla madre e dal padre e sale, come affascinata sale. E sorride. Sorride all’ombra del Tempio, là dove scende il Velo prezioso… E’ in alto della scalinata, ai piedi del Sommo Sacerdote che le impone le mani sul capo. La vittima è accettata. Quale ostia più pura aveva mai avuto il Tempio? Poi si volge e, tenendole la mano sulla spalla come a condurla all’ara, l’Agnellina senza macchia, la conduce presso la porta del Tempio. Prima di farla entrare chiede: «Maria di David, sai il tuo voto?». Al «sì» argentino, che gli risponde, egli grida: «Entra, allora. Cammina in mia presenza e sii perfetta». E Maria entra e l’ombra l’inghiotte, e lo stuolo delle vergini e delle maestre, poi quello dei leviti, sempre più la nascondono, la separano… Non c’è più… Ora anche la porta gira sui suoi cardini armoniosi. Uno spiraglio sempre più stretto permette vedere il corteo che inoltra verso il Santo. Ora è proprio un filo. Ora non è più niente. Chiusa. All’ultimo accordo dei sonori cardini risponde un singhiozzo dei due vecchi e un grido unico: «Maria! Figlia!»; e poi due gemiti che si invocano: «Anna!», «Gioacchino! ; e terminano: «Diamo gloria al Signore, che la riceve nella sua Casa e la conduce sulla sua via». E tutto finisce così. Dice Gesù: «Il Sommo Sacerdote aveva detto: “Cammina in mia presenza e sii perfetta”. Il Sommo Sacerdote non sapeva che parlava alla Donna solo a Dio inferiore in perfezione. Ma parlava in nome di Dio e perciò sacro era il suo ordine. Sempre sacro, ma specie alla Ripiena di Sapienza. Maria aveva meritato che la “Sapienza la prevenisse e le si mostrasse per prima”, perché “dal principio del suo giorno Ella aveva vegliato alla sua porta e, desiderando d’istruirsi, per amore, volle esser pura per conseguire l’amore perfetto e meritare d’averla a maestra. Nella sua umiltà non sapeva di possederla da prima d’esser nata e che l’unione con la Sapienza non era che un continuare i divini palpiti del Paradiso. Non poteva immaginare questo. E quando nel silenzio del cuore Dio le diceva parole sublimi, Ella umilmente pensava fossero pensieri di orgoglio, e levando a Dio un cuore innocente supplicava: “Pietà della tua serva, Signore! Oh! veramente che la vera Sapiente, la eterna Vergine, ha avuto un sol pensiero sin dall’alba del suo giorno: “Rivolgere a Dio il suo cuore sin dal mattino della vita e vegliare per il Signore, pregando davanti all’Altissimo”, chiedendo perdono per la debolezza del suo cuore, come la sua umiltà le suggeriva di credere, e non sapeva di anticipare le richieste di perdono per i peccatori, che avrebbe fatto ai piedi della Croce insieme al Figlio morente. “Quando poi il gran Signore lo vorrà, Ella sarà riempita dello Spirito d’intelligenza” e comprenderà allora la sua sublime missione. Per ora non è che una pargola, che nella pace sacra del Tempio allaccia, “riallaccia” sempre più stretti i suoi conversari, i suoi affetti, i suoi ricordi con Dio. Questo è per tutti. Ma per te, piccola Maria, non ha nulla di particolare da dire il tuo Maestro?. “Cammina in mia presenza, sii perciò perfetta”. Modifico lievemente la sacra frase e te la dò per ordine. Perfetta nell’amore, perfetta nella generosità, perfetta nel soffrire. Guarda una volta di più la Mamma. E medita su quello che tanti ignorano, o vogliono ignorare, perché il dolore è materia troppo ostica al loro palato e al loro spirito. Il dolore. Maria lo ha avuto dalle prime ore della vita. Esser perfetta come Ella era, era possedere anche una perfetta sensibilità. Perciò più acuto doveva esserle il sacrificio. Ma per questo più meritorio. Chi possiede purezza possiede amore, chi possiede amore possiede sapienza, chi possiede sapienza possiede generosità ed eroismo, perché sa il perché per cui si sacrifica. In alto il tuo spirito anche se la croce ti curva, ti spezza, ti uccide. Dio è con te».

Tratto da: L’Evangelo come mi è stato rivelato
Opera di Maria Valtorta.

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Preghiera per i defunti dettata da Gesù a Maria Valtorta

Posté par atempodiblog le 26 octobre 2012

Preghiera per i defunti dettata da Gesù a Maria Valtorta dans Festa dei Santi e dei fedeli defunti mariavaltorta

«O Gesù, che con la tua gloriosa Risurrezione ci hai mostrato quali saranno in eterno “i figli di Dio”, concedi la santa risurrezione ai nostri cari, morti nella tua Grazia, e a noi, nella nostra ora.
Per il Sacrificio del tuo Sangue, per le lacrime di Maria, per i meriti di tutti i santi, apri il tuo Regno ai loro spiriti.
O Madre, il cui strazio ebbe termine nell’alba pasquale davanti al Risorto e la cui attesa di riunirti al tuo Figlio  cessò nel gaudio della tua gloriosa Assunzione, consola il nostro dolore liberando dalle pene coloro che amiamo anche oltre la morte, e prega per noi che attendiamo l’ora di ritrovare l’abbraccio di quelli che perdemmo.
Martiri e Santi che giubilate in Cielo, volgete uno sguardo supplice a Dio, uno fraterno ai defunti che espiano, per pregare l’Eterno per loro e per dire a loro: “Ecco, la pace si apre per voi”.
Diletti a noi cari, non perduti ma separati, le vostre preghiere siano per noi il bacio che rimpiangiamo, e quando per i nostri suffragi sarete liberi nel beato Paradiso coi santi, proteggeteci amandoci nella Perfezione, a noi uniti per la invisibile, attiva, amorosa Comunione dei Santi, anticipo di quella Perfetta riunione dei “benedetti” che ci concederà, oltre che di bearci della vista di Dio, di ritrovare voi quali vi avemmo, ma fatti sublimi dalla gloria del Cielo».

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Giacomo e Giovanni di Zebedeo diventano “i figli del tuono”. Verso Aczib con il pastore Anna.

Posté par atempodiblog le 24 février 2012

Giacomo e Giovanni di Zebedeo diventano “i figli del tuono”. Verso Aczib con il pastore Anna. dans Maria Valtorta mariavaltorta

[14 novembre 1945]
Gesù cammina per una zona molto montagnosa. Non sono monti alti, ma è un continuo salire e scendere di colli e un fluire di torrenti, allegri in questa stagione fresca e nuova, limpidi come il cielo, giovinetti come le prime foglie sempre più numerose sui rami. Ma, per quanto la stagione sia bella, allegra, tale da sollevare il cuore, non sembra che Gesù sia molto sollevato di spirito, e meno di Lui lo sono gli apostoli. Vanno, zitti zitti, per il fondo di una valle. Solo pastori e greggi si presentano ai loro occhi. Ma Gesù neppure pare vederli.
È il sospiro sconfortato di Giacomo di Zebedeo e le sue parole improvvise, frutto di un pensiero cruccioso, quello che richiama Gesù… Giacomo dice: «E sconfitte!… e sconfitte!… Sembra di essere dei maledetti…».
Gesù gli posa la mano sulla spalla: «Non sai che questa è la sorte dei migliori?».
«Eh! lo so da quando sono con Te! Ma ogni tanto ci vorrebbe qualcosa di diverso, e prima lo avevamo, per risollevare cuore e fede…».
«Dubiti di me, Giacomo?». Quanto dolore trema nella voce del Maestro!
«Nooo!…» Il “no” non è molto sicuro, in verità.
«Ma dubitare, dubiti. Di che allora? Non mi ami più come prima? Il vedermi cacciato, o deriso, o anche solo trascurato in questi confini fenici ti ha affievolito l’amore?». Vi è un pianto che trema nelle parole di Gesù, per quanto non vi siano singhiozzi o lacrime. È proprio la sua anima che piange.
«Questo no, Signore mio! Anzi il mio amore per Te cresce più ti vedo non compreso, non voluto, avvilito, afflitto. E per non vederti così, per poter mutare il cuore agli uomini, sarei pronto a dare la mia vita in sacrificio. Mi devi credere. Non mi stritolare il cuore già tanto afflitto, con il dubbio che Tu pensi che io non t’ami… Altrimenti… Altrimenti io andrò in eccessi. Tornerò indietro e farò vendetta di chi ti addolora, per provarti che ti amo, per levarti questo dubbio, e se sarò preso e ucciso non mi importerà nulla. Mi baserà averti dato una prova d’amore.
«Oh! Figlio del tuono! Donde tanta irruenza! Vuoi dunque essere un fulmine sterminatore?». Gesù sorride per la foga e i propositi di Giacomo.
«Oh almeno ti vedo sorridere! Questo è già un frutto di questi miei propositi. Che ne dici, Giovanni? Dobbiamo mettere in pratica il mio pensiero per sollevare il Maestro avvilito da tante ripulse?».
«Oh! sì. Andiamo noi. Torniamo a parlare. E se lo insultano ancora come re di parole, re zimbello, re senza denaro, re pazzo, pestiamo sodo finché si accorgano che il re ha pure un esercito di fedeli e che questi non sono disposti allo scherno. La violenza è utile in certe cose. Andiamo, fratello!» gli risponde Giovanni, e non pare più lui, sempre dolce, così irato come è.
Gesù si pone tra i due, li afferra alle braccia per trattenerli e dice: «Ma uditeli! Ed Io, che ho predicato per tanto tempo? Oh! sorpresa delle sorprese! Anche Giovanni, la mia colomba, mi è divenuto sparviero! Guardatelo, voi, come è brutto, torbo, rabbuffato, svisato dall’odio. Oh! vergogna! E vi stupite se dei fenici restano indifferenti, se degli ebrei sono astiosi, se dei romani mi intimano lo sfratto, quando voi, i primi, non avete ancora capito niente dopo due anni che siete con Me, quando voi siete fatti di fiele per l’astio che avete in cuore, quando voi mettete fuori dai vostri cuori la mia dottrina d’amore e perdono, la sfrattate come cosa stolta e accogliete come buona alleata la violenza! Oh! Padre santo! Questa sì che è una sconfitta! Invece di essere come tanti sparvieri arrotanti rostro e unghioni, non sarebbe meglio foste angeli oranti il Padre di dare conforto al Figlio suo? Quando mai si è visto che un temporale faccia del bene colle sue folgori e le sue grandinate? Ebbene, a ricordo di questo vostro peccato contro la carità, a ricordo di quando ho visto affiorare sul vostro viso l’animale-uomo al posto dell’uomo-angelo che voglio sempre veder in voi, vi soprannominerò “i figli del tuono”».
Gesù è semiserio mentre parla ai due infiammati figli di Zebedeo. Ma il suo rimprovero non dura davanti al loro pentimento, e con viso luminoso di amore se li stringe al cuore dicendo: «E mai più brutti così. E grazie del vostro amore. E anche del vostro, amici» dice rivolto ad Andrea, Matteo ed i due cugini. «Venite qui, che abbracci voi pure. Ma non sapete che, non avessi altro che la gioia di fare la volontà del Padre mio e il vostro amore, sarei sempre felice, anche se tutto il mondo mi schiaffeggiasse? Sono triste, non per Me, per le mie sconfitte, come voi le dite, ma per pietà delle anime che respingono la Vita. Ecco, ora siamo tutti contenti, non è vero, o grandi bambini che siete? Su, allora. Andate da quei pastori che mungono il gregge e chiedete un poco di latte in nome di Dio. Non abbiate paura» dice vedendo lo sguardo desolato degli apostoli. «Ubbidite con fede. Avrete latte e non legnate, anche se l’uomo è fenicio».
E i sei vanno mentre Gesù li attende sulla via. E prega intanto, il mesto Gesù che nessuno vuole…
Tornano gli apostoli con un piccolo secchiello di latte e dicono: «Ha detto l’uomo che Tu vada là, ti deve parlare, ma non può lasciare le capre ghiribizzose ai piccoli pastori».
Gesù dice: «Allora andiamo là a mangiare il loro pane».
E vanno tutti sul greppo dal quale si spenzolano le capre capricciose.
«Io ti ringrazio del latte che mi hai dato. Che vuoi da Me?»
«Tu sei il Nazareno, vero? Quello che fa miracoli?».
«Sono quello che predica la Salute eterna. Sono la Via per andare al Dio vero, la Verità che si dona, la Vita che vi vivifica. Non sono il fattucchiere che fa prodigi. Quelli sono la manifestazione della mia bontà e della vostra debolezza, che ha bisogno di prove per credere. Ma che vuoi da Me?»
«Ecco… Tu eri due giorni sono ad Alessandroscene?».
«Sì. Perché?».
«Io pure c’ero coi miei capretti e quando ho capito che accadeva zuffa me la sono filata, perché è costume suscitarle per rubare ciò che è sui mercati. Sono ladri tutti, i fenici come… gli altri. Io non dovrei dirlo perché sono di padre proselite e di madre siriana, proselite io pure. Ma è verità. Bene. Torniamo al racconto. Mi ero messo in uno stallazzo con le mie bestie, in attesa del carro di mio figlio. E a sera, nell’uscire dalla città, incontrai una donna piangente con una figlioletta fra le braccia. Aveva fatto otto miglia per venire da Te. Perché sta fuori, nelle campagne. Le ho chiesto che avesse. È una proselite. Era venuta per vendere e comprare. Aveva sentito di Te. E la speranza le era venuta in cuore. Era corsa a casa, aveva preso la bambina. Ma con un peso si cammina lenti! Quando fu all’emporio dei fratelli, Tu non c’eri più. Loro, i fratelli, le hanno detto: “Lo hanno cacciato via. Ma ci ha detto ieri sera che rifarà la scala di Tiro”. Io – sono padre anche io – le ho detto: “E allora vai là”. Ma lei mi ha risposto: “E se dopo quanto è accaduto Egli passa da altre vie per tornare in Galilea?” Le ho detto: “Oh! senti. O quella o l’altra dei confini. Io pascolo tra Rohob e Lesemdan, proprio sulla strada che è di confine fra qui e Neftali. Se lo vedo glielo dico, parola di proselite”. E te l’ho detto».
«E Dio te ne remuneri. Io andrò dalla donna. Devo tornare ad Aczib».
«Ad Acziba vai? Allora possiamo fare strada insieme, se non sdegni un pastore».
«Non sdegno nessuno. Perché vai ad Aczib?».
«Perché là ho gli agnelli. A meno che… non li abbia più».
«Perché?».
«Perché c’è il male… Non so se fu stregoneria o che altro. So che la mia bella mandra mi si è ammalata. Per questo ho portato qui le capre, ancora sane, per separarle dalle pecore. Qui staranno con due figli. Ora sono in città, alle spese. Ma torno là… a vederle morire, le mie belle pecore lanute…». L’uomo sospira… Guarda Gesù e si scusa: «Parlare a Te, che sei Chi sei, di queste cose, e affliggerti, Tu già certamente afflitto di come ti trattano, è stoltezza. Ma le pecore sono affetto e denaro, sai?, per noi…».
«Capisco. Ma guariranno. Non le hai fatte vedere a chi se ne intende?».
«Oh! mi hanno detto tutti la stessa cosa: “Uccidile e vendi le pelli. Non c’è altro da fare”, e anche mi hanno minacciato se le faccio girare… Hanno paura della malattia per le loro. Le devo così tenere chiuse… e muoiono di più. Sono cattivi, sai?, quelli  di Acziba…».
Gesù dice semplicemente: «Lo so».
«Io dico che me le hanno stregate…».
«No. Non credere certe storie… Quando verranno i tuoi figli, parti subito?».
«Subito. A momenti saranno qui. Sono i tuoi discepoli questi? Sono questi soli?».
«No. Ne ho altri ancora».
«E perché non vengono qui? Una volta vicino a Meron, incontrai un gruppo di essi. C’era a capo un pastore. Così si diceva. Uno alto, robusto, di nome Elia. Fu in ottobre, mi pare. Prima o dopo i Tabernacoli. Ora ti ha lasciato?».
«Nessun discepolo mi ha lasciato».
«Mi era stato detto che…».
«Che cosa?»
«Che Tu… che i farisei… Insomma che i discepoli ti avevano lasciato per paura, e perché Tu eri un…».
«Demonio. Dillo pure. Lo so. Doppio merito in te che credi lo stesso».
«E per questo merito non potresti… ma forse chiedo cosa sacrilega…».
«Dilla. Se è malvagia te lo dirò».
«Non potresti, passando, benedire il mio gregge?» l’uomo è tutto ansia…
«Benedirò il tuo gregge. Questo…» e alza la mano benedicendo le caprette sperse, «…e quello delle pecore. Credi che la mia benedizione le salvi?».
«Come salvi gli uomini dalle malattie, così potrai salvare le bestie. Dicono che sei il Figlio di Dio. Le pecore le ha create Dio. Perciò sono cose del Padre. Io… non sapevo se era rispetto chiedertelo. Ma, se si può, fallo, Signore, ed io porterò al Tempio grandi offerte di lode. Anzi, no! Darò a Te. Per i poveri. E sarà meglio».
Gesù sorride e tace.
Giungono i figli del pastore e, dopo poco, Gesù coi suoi e il vecchio partono, lasciando i giovanotti a custodia delle capre.
Vanno lesti, volendo giungere presto a Chedes per uscirne subito cercando raggiungere la strada che dal mare viene verso l’interno. Deve essere la stessa che si biforca ai piedi del promontorio, fatta nell’andare ad Alessandroscene. Almeno così comprendo dai discorsi del pastore coi discepoli. Gesù è avanti solo.
«Ma non avremo altre  noie?» chiede Giacomo d’Alfeo.
«Chedes non dipende da quel centurione. È fuori dei confini fenici. I centurioni basta non stuzzicarli che si disinteressano di religione».
«E poi non ci fermiamo…».
«Ce la farete a fare oltre trenta miglia in un giorno?» chiede il pastore.
«Oh! siamo pellegrini perpetui!».
Vanno e vanno… Chedes è raggiunta. Ed è sorpassata senza incidenti. Prendono la strada diretta. Sul cippo è segnalata Acziba. Il pastore lo segnala dicendo: «Domani vi saremo. Questa notte verrete con me. Conosco contadini delle valli, ma molti sono nei confini fenici… Bene! Sconfineremo. E certo non saremo subito scoperti… Oh! la vigilanza! Farebbero meglio a farla per i ladroni!…».
Il sole cade e le valli non giovano certo a mantenere la luce, boscose poi come sono. Ma il pastore è molto pratico e va sicuro.
Giungono ad un villaggetto, proprio un pugnello di case.
«Se ci ospitano qui, sono israeliti. Siamo proprio sui confini. Se non ci vorranno, andremo ad altro paese che è fenicio».
«Non ho prevenzioni, uomo».
Bussano ad una casa.
«Tu, Anna? Con amici? Vieni, vieni, e Dio sia con te» dice una donna molto anziana.
Entrano in una vasta cucina, allegra di fuoco. Una numerosa famiglia di tutte le età è riunita al desco, ma cortesemente fa posto ai sopraggiunti».
«Questo è Giona. Questa è sua moglie e i figli e i nipoti e nuore. Una famiglia di patriarchi fedeli al Signore» dice il pastore Anna a Gesù. E poi, volgendosi al vecchio Giona: «E questi che è con me è il Rabbi d’Israele. Quello che desideravi conoscere».
«Benedico Dio di essere ospitale e di avere poso questa sera. E benedico il Rabbi venuto nella mia casa, chiedendo benedizione».
Anna spiega che la casa di Giona è quasi un albergo per i pellegrini che dal mare vanno nell’interno.
Si siedono tutti nella cucina calda e le donne servono i sopraggiunti. Vi è un rispetto tale che è persino paralizzante. Ma Gesù risolve la situazione prendendosi intorno, subito dopo il pasto, i molti bambini e interessandosi di loro che subito fraternizzano. E dietro a loro, nel breve spazio di tempo che separa la cena dal riposo, si fanno arditi gli uomini della casa, narrando ciò che hanno saputo del Messia, chiedendo nuove cose. E Gesù rettifica, conferma, spiega, benigno, in una pacata conversazione, finché pellegrini e famigliari vanno al riposo, dopo che Gesù ha benedetto tutti.

Tratto da: L’Evangelo come mi è stato rivelato
Opera di Maria Valtorta.

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