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L’Annunciazione secondo la venerabile suor Maria di Gesù de Agreda

Posté par atempodiblog le 4 avril 2016

Il santo arcangelo s’inchinò alla sua Regina e Signora
L’Annunciazione
Tratto da: Mistica città di Dio, della venerabile Suor Maria di Gesù de Agreda

L'Annunciazione secondo la venerabile suor Maria di Gesù de Agreda dans Citazioni, frasi e pensieri 2a960lv

Perché l’Altissimo compisse questo mistero, il santo arcangelo Gabriele entrò nella stanza in cui stava pregando Maria santissima, accompagnato da innumerevoli angeli in forma umana visibile, tutti rifulgenti di bellezza incomparabile. Era il giovedì, alle sette della sera, all’imbrunire.

La Principessa del Cielo lo vide e lo guardò con somma discrezione, non più di quello che bastava a identificarlo come angelo del Signore. Dopo ciò, con la sua solita umiltà, volle onorarlo. Il santo principe non acconsentì, anzi egli stesso s’inchinò profondamente a lei come a sua Regina e Signora, nella quale adorava i divini misteri del suo Creatore, riconoscendo contemporaneamente che da quel giorno mutavano gli antichi tempi e l’usanza che gli uomini si prostrassero davanti agli angeli, come aveva fatto Abramo.

Infatti, venendo la natura umana esaltata alla dignità del medesimo Dio nella persona del Verbo, gli uomini ne risultavano già adottati come figli suoi e compagni o fratelli degli stessi angeli, come uno di essi disse all’evangelista san Giovanni, non permettendogli di adorarlo.

Il santo arcangelo salutò la nostra e sua Regina e le disse: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te; benedetta tu fra le donne».

Udendo questo nuovo saluto, la più umile delle creature rimase turbata. Questo avvenne per due cause. L’una fu la sua profonda umiltà, per la quale le sembrò insolito sentirsi salutare e chiamare benedetta fra tutte le donne, mentre si considerava l’ultima di tutti i mortali. L’altra fu che, mentre andava considerando nel suo cuore tale saluto, il Signore le fece comprendere che la sceglieva per Madre sua. Questo la sconcertò molto di più, per la bassa considerazione che aveva di sé.

Per tranquillizzarla, l’arcangelo proseguì, manifestandole l’ordine del Signore: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un Figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo». Aggiunse, poi, le altre parole che riporta la Scrittura.

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Ricordati: anche tu sei ‘dispensatore’ di benedizioni!

Posté par atempodiblog le 10 mars 2016

Ricordati: anche tu sei ‘dispensatore’ di benedizioni!
Tratto da: Papaboys

benedizione

“Quando un Sacerdote benedice, è il Signore che benedice!” – Un sacerdote anziano disse un giorno: “Per me è una grande consolazione pensare che ho benedetto molto nella mia vita, non solo i miei cari, ma tutti gli uomini, specialmente i malati, i sofferenti, i morenti, gli atei, tutti i peccatori e carcerati, tutte le persone consacrate a Dio, le anime vittime e anche i defunti in purgatorio. Ho benedetto giorno e notte, alle vol­te anche da infermo a letto, stremato di forze, e in­debolito del tutto. Quando benedicevo, sentivo la forza della benedizione anche in me stesso, e ne ero veramente grato a Dio. Chi ha visto Papa Pio XII benedire i pellegrini, non lo potrà mai più dimentica­re: quelle braccia stese, quelle mani alzate verso il cielo come se avesse voluto far scendere tutte le gra­zie sulla terra: quelle benedizioni fatte in tutte le di­rezioni, erano attimi che commuovevano i cuori! Pa­pa Paolo VI benediceva con la stessa interiorità e commozione.

Fratelli, sorelle! La benedizione di un Papa, di un Vescovo o quella di ogni Sacerdote, è qualcosa di grande e di santo.

Le mani di tutti i Sacerdoti sono mani benedicenti, quelle di un semplice Sacerdote non sono meno di quelle del S. Padre. Esse sono sta­te consacrate dalle mani del Vescovo ed unte dallo Spirito Santo: ma esse danno anche la forza dello Spirito Santo e comunicano le grazie e l’aiuto di Dio alle anime. La benedizione libera uomini e cose dal potere di Satana. “Tutta la creazione geme ancora sotto la maledizione del peccato originale”. (Lettera ai Romani). Le mani dei Sacerdoti irradiano benedi­zione sugli uomini, sugli animali e su tutto il creato, in nome di Nostro Signore Gesù Cristo.

“Lo stato sacerdotale è l’amore del Cuore di Gesù”Questa è la frase meravigliosa che disse il S. Cu­rato d’Ars. Il Sacerdozio è nato dal Cuore amorosis­simo di Gesù, e continuerà sempre a nascere dal suo Cuore Amorosissimo. Gesù vive, agisce, prega, prov­vede, benedice ed ama nel Sacerdote. Il Sacerdote è un secondo Cristo.

Un’anima ebbe la fortuna di sentire queste parole stupende:

“Quando un Sacerdote benedice, sono IO che benedico. In questo momento scorrono su di te gra­zie in grande abbondanza dal mio Divin Cuore. IO ho dato un grande potere alla mia benedizione….

“Pensa che succede qualcosa di grande quando tu ricevi la benedizione di un Sacerdote. La benedi­zione è un’irradiazione della mia Santità divina… Con la mia benedizione tu ricevi amore per amare, forza per soffrire, aiuto per l’anima e il corpo. La mia benedizione contiene tutto ciò che serve ai biso­gni degli uomini. E questo deriva dall’amore infinito del mio Cuore. Se essa viene impartita e se viene ri­cevuta con grande devozione, potente è il suo effet­to! La benedizione è più grande, è infinitamente più grande di mille mondi… essa è maggiore di ogni tua aspettativa. Ogni volta che vieni benedetto, vieni di nuovo in contatto con Me, vieni santificato di nuovo, e vieni avvolto nella grazia del mio Cuore, nell’amo­re, della protezione… Cerca di essere un figlio della benedizione, e così anche tu potrai essere ovunque una benedizione per gli altri!”.

“A questo siete chiamati, affinchè abbiate in ere­dità la benedizione! ” (Pietro 3,9).

II Signore ha donato la sua benedizione come un ultimo atto del Suo Amore.

Cristo vuole essere sempre operante nei suoi apo­stoli benedicenti. Certo: vogliamo distinguere bene i Sacramenti dai Sacramentali. I Sacramentali non sono stati istituiti da Cristo e non comunicano la grazia santificante, ma predispongono a riceverla, in virtù della nostra fede, nei meriti infiniti di Gesù Cristo. La benedizione del Sacerdote attinge dalle ricchezze infinite del Cuore di Gesù, e perciò ha una forza sal­vifica e santificante, una potenza esorcizzante e protettiva. Il Sacerdote celebra la S. Messa ogni giorno, amministra i Sacramenti, quando è necessario, ma può benedire continuamente e ovunque. Così pure lo può un Sacerdote malato, perseguitato o incarcerato.

Un Sacerdote incarcerato in un campo di concen­tramento ha fatto questo racconto commovente. Egli ha lavorato tanto tempo a Dachau in una fabbrica delle SS. Un giorno fu pregato da un conta­bile di andare subito in un’abitazione, costruita in una soffitta, e di benedire la sua famiglia: “Io ero vestito come un povero detenuto di un campo di concentramento. Non mi era forse mai capitato di stendere le mie braccia benedicenti con una commozione tale come in quel momento. Malgrado fossi stato marchiato da vari anni come elemento indeside­rato, reietto, di rifiuto, ero tuttavia ancora un Sacer­dote. Mi avevano pregato di dar loro la benedizione, l’unica ed ultima cosa che potevo dare ancora”.

Una contadina molto credente racconta: “In casa mia si ha una grande fede. Quando un Sa­cerdote entra da noi, è come se entrasse il Signore: la sua visita ci rende felici. Non lasciamo mai che un Sacerdote esca dalla no­stra casa, senza chiedergli la benedizione. Nella no­stra famiglia di 12 figli la benedizione è qualcosa di tangibile”.

Un Sacerdote: “È vero: nelle mie mani è stato messo un preziosissimo tesoro immenso. Cristo stesso vuole operare con grande forza mediante la benedizione fatta da me uomo debole. Come un tempo, Egli an­dava benedicendo attraverso la Palestina, così vuole che il Sacerdote continui a benedire. Sì, noi Sacerdo­ti siamo dei milionari non in denaro, ma nella grazia che comunichiamo agli altri.

Noi possiamo e dobbia­mo essere delle trasmittenti di benedizioni. In tutto il mondo ci sono antenne che captano onde di benedi­zioni: malati, carcerati, emarginati, ecc… Inoltre con ogni benedizione che diamo, aumenta la nostra forza benedicente, e cresce il nostro zelo nel benedire. Tutto ciò riempie i Sacerdoti di ottimismo e di gioia! E questi sentimenti crescono con ogni benedizione che diamo con fede”. Anche nei nostri tempi difficili.

Caterina Emmerich parla molto seriamente su que­sto argomento: “È molto triste vedere come ai nostri giorni i Sacerdoti siano trascurati quando si tratta di benedire. Pare che essi non conoscano più il valore della benedizione sacerdotale. Molti non credono più si vergognano della benedizione, come se essa fosse una cerimonia antiquata e superstiziosa.

Molti infine si servono di questa forza e grazia che Gesù Cristo diede loro, senza pensarci e superficialmente. Così perdo spesso benedizioni, ma le ricevo di quando in quando da Dio. Però, dal momento che il Signore ha istituito il Sacerdozio e gli ha conferito la potenza di benedire, spesso mi pare di morire dal desiderio di riceverla! Tutti siam un solo corpo con la Chiesa, e se ne risente la mancanza”.

Un’anima amante di Dio scrive: “Ogni benedizio­ne sacerdotale che io posso ricevere è come una nuo­va forza vitale che mi viene donata. Noi non possia­mo misurare l’effetto di una benedizione sacerdotale. Con la benedizione di Cristo cresce l’amore Suo nei nostri cuori, specialmente l’amore per la purezza… Io me ne sono convinto già da giovane. La benedi­zione di un Sacerdote risplende di luce come i raggi cocenti del sole di mezzogiorno. La benedizione sacerdotale è una grande grazia”. (Maria T. Meyer – Bernhold – fi 29.3.1952).

La benedizione sacerdotale frequente è una neces­sità dei tempi in cui viviamo. La benedizione sacerdo­tale non è mai stata così preziosa come oggi. Un famoso predicatore ha definito il nostro tempo “un’era di demoniocrazia”: effettivamente quanti demoni stanno lavorando ai nostri giorni!

Pensiamo solo a quante disgrazie capitano oggi: essi hanno origine nella potenza di Satana. Il peccato gli dà forza; e così pure le bestemmie e le imprecazioni. Quindi, prima di tutto, è necessario allontanar­si dal Maligno, e, in secondo luogo; proteggersi con la benedizione! – Come le onde della radio incrocia­no l’atmosfera, così le benedizioni devono attraversa­re il mondo. Esse avranno un influsso benefico, ed allontaneranno l’azione malefica dei demoni. I Sacer­doti che benedicono molto, scacciano moltissimi spi­riti maligni.

Un Sacerdote dei nostri giorni scrive in questo modo convincente: “La benedizione è l’arma del mio cuore. Io bene­dico tutti coloro che mi evitano e scansano, tutti co­loro che mi calunniano e che mi odiano. Benedico tutti gli agitatori della mia Parrocchia.
– “Insultati, benediciamo” (1 Corinti 4,12). – Ogni giorno recito l’esorcismo, ed ogni sera bene­dico la mia Parrocchia. Il segno della Croce spazia lontano e raggiunge ogni lembo della terra. Le sue braccia danno amplesso al mondo intero in tutta la sua ampiezza”.

Ci sono Sacerdoti che benedicono ad ogni ora: è un continuo atto d’amore, dell’amore infinito di Cri­sto. È sempre una nuova vittoria sul Maligno. In questo modo i Sacerdoti benedicenti possono essere continuamente delle stazioni spirituali trasmittenti. Al mondo ci sono ovunque delle antenne, cioè dei cuori che hanno bisogno di benedizioni, che deside­rano ricevere delle benedizioni, e che sono fortificati dalla forza della benedizione.

La benedizione ha bisogno di anime ricettive. Il Signore ha detto ai suoi apostoli: “In qualunque casa entrerete, dite prima: Pace a questa casa. E se lì c’è un figlio di pace, la vostra pace poserà sopra di lui: altrimenti ritornerà a voi”. (Luca 10,5). Questo significa: Pace e bene alla casa e alle per­sone che l’abitano, a condizione che queste siano ri­cettive. Gli uomini devono chiedere la benedizione con fede. La ricettività di queste persone dipende so­prattutto dalla loro fede e dalla loro fiducia.

L’imposizione delle mani di un Sacerdote fa mira­coli. La parola di S. Marco: “Imporranno le mani ai malati e guariranno” (Marco 16,18) si è avverata mille volte, e sarà sempre così.

Un’anima vittima dei nostri giorni scrisse: “Mi è accaduto spesso di ricevere la benedizione sacerdota­le quando ero molto ammalata, e fui guarita. Alle volte avevo la febbre alta: improvvisamente essa di­minuiva. Mi sentivo più leggera, sentivo la mano be­nedicente del Sacerdote sulla mia testa, e la febbre era scomparsa” (Mamma M.T. Meyer – Bemhold).
Naturalmente non si esclude il medico, infatti nel­la S. Scrittura si legge: Onora il medico perchè è necessario” (Ecclesiastico 38, I).

II Vescovo Waitz scrive nel suo “Messaggio di Konnersreuth”: “Nella mia vita non ho mai osserva­to la forza della benedizione sacerdotale come in Te­resa Neumann, nei momenti di grandi sofferenze”. – Quanta forza potrebbero dare i Sacerdoti all’umanità sofferente se continuassero a benedire, ad una condizione, però: che, sia colui che dà la benedizione, co­me colui che la riceve abbiano una fede che sposta le montagne!

Un’anima molto provata dal dolore e malata già da molti anni disse: “Durante la mia malattia ricevo spesso la benedizione di un Sacerdote. Ogni volta sento (non posso esprimerlo in altro modo) come una forza che mi viene data per accettare la mia sof­ferenza, per abbandonarmi sempre più alla volontà del Signore, che domanda molto sacrificio. La consa­pevolezza di essere benedetta molte volte da lontano da un Sacerdote, mi dà improvvisamente forza e co­raggio per affrontare le grandi tentazioni, e le ore di profondo abbattimento. Quante volte la benedizione di un Sacerdote mi ha dato pace e tranquillità nelle lotte interiori e nelle grandi burrasche spirituali”.

Ogni segno di croce è come una consacrazione per uomini e cose. Il Sacerdote benedice sempre con la mano che forma il segno di croce. Questo ci ricorda che l’efficacia della benedizione proviene dalla morte in croce di Cristo, cioè dalla Redenzione. Essa si rin­nova sempre durante la S. Messa. Ogni segno di cro­ce irradia la Redenzione. E’ il segno del Suo Sangue, il segno della vittoria. “Consecratio mundi”, la con­sacrazione del mondo, la santificazione del mondo, stava molto a cuore a Sua Santità Papa Pio XII. Il dono della salvezza è sempre dato dalla Croce di Cristo.

Per mezzo del segno della croce, impartito da un Sacerdote, vengono benedetti non solo gli uomini, ma anche le cose, i luoghi e il lavoro. Come sono meravigliose le preghiere usate dalla Chiesa per le bendizioni alle mamme, ai bambini, ai malati, ma anche all’acqua che si benedice, alle case, alle stalle, alle officine, agli attrezzi di lavoro, ai prodotti del la­voro, ai mezzi di trasporto di ogni specie, ai trattori, alle automobili ed agli aeroplani. Noi dobbiamo be­nedire ogni mezzo che ci serve per il nostro lavoro giornaliero, dobbiamo, per così dire, consacrarlo al servizio di Dio. Ogni segno di croce ha efficacia sal­vifica, tanto più se proviene dalla mano consacrata del Sacerdote, in nome della Chiesa.

È una cosa stupenda che un Sacerdote, di giorno e di notte, alzi molto spesso le sue mani consacrate per benedire. Da questa benedizione scorre una for­za esorcizzante contro il Maligno, una forza salutare per i corpi e santificante per le anime! Le mani di un Sacerdote non dovrebbero mai stancarsi di benedire: esse possono sempre benedire in nome della Chiesa. È sempre lo stesso Signore che benedice in loro, be­nedice con le sue Mani trafitte, da cui scorre il San­gue del suo Amore.

L’autore di questo libretto benedice molte volte al giorno i lettori dei suoi scritti.

Anche la Madonna apprezzava la benedizione del Sacerdote. Nel libro: “La mistica città di Dio” di Maria D’Agreda si legge: “La Madonna chiedeva ogni gior­no la benedizione degli Apostoli. All’inizio essi si schermivano dal compiere questo atto verso Maria, che veneravano come la loro Regina e Madre del loro Maestro. Ma la Vergine piena di saggezza face­va loro capire che, come Sacerdoti e servitori del­l’Altissimo, erano in dovere di impartirLe la benedi­zione. Ella spiegava loro la grande dignità e i compiti che spettavano loro. Ora, in questa gara, si trattava di sapere chi fosse il più umile: e si sapeva in parten­za che nessuno poteva essere più umile di Maria. Co­si gli Apostoli si rendevano conto di doverlo fare ed erano ammaestrati dall’esempio della Vergine”.

Tutte le mani dei Cristiani sono mani atte a benedire. Il potere di benedire che hanno i Sacerdoti fa parte del loro ufficio, in nome e per incarico della Chiesa; ma anche i laici possono benedire in nome della loro fede nella Croce ed in nome di Gesù Cri­sto. Essi possono benedire come membri attivi dei Corpo mistico di Cristo (Battesimo), e come tempio dello Spirito Santo (Cresima). Ogni cristiano si segna con il segno di croce. Ogni volta che fanno un segno di croce sopra di sè, benedicono i loro propri pensie­ri, le loro parole e la loro volontà.

I cristiani possono benedire anche gli altri con un segno di croce. S. Francesco d’Assisi dava la sua be­nedizione, che divenne famosa, e fu scritta come un testamento autografo per i secoli futuri:

“Il Signore ti benedica e ti custodisca: ti mostri la sua faccia e abbia misericordia di te;
rivolga a te il suo volto e ti dia pace. Il Signore ti dia la sua santa benedizione”.

I genitori sono chiamati per primi a benedire. Nella S. Scrittura si legge: “La benedizione del pa­dre consolida la case dei figli”. (Ecclesiastico 3,11).
Ciò che è benedetto dai genitori è benedetto da Dio. Inoltre la forza della benedizione dei genitori è parte integrante del mistero della loro missione crea­trice. Essi collaborano con Dio alla creazione, ed hanno non solo la grande responsabilità della crescita fisica dei loro figli, ma anche di quella morale e spi­rituale. La benedizione dei genitori ha origine lonta­ne nel mistero della missione sacerdotale. Infatti S. Paolo, nelle “Lettere agli Efesini” (5,31 – 32) dice: “L’uomo abbandonerà il padre e la madre sua, e sa­rà unito a sua moglie”… “Questo sacramento è grande”. Uomo e donna vengono consacrati come padre e madre nel sacramento del matrimonio.

S. Agostino dice che essi ricevono una forza sa­cerdotale che non verrà loro più tolta. Il potere e la forza di benedire fanno anche parte della dignità del posto che i genitori occupano come rappresentanti di Dio. Dio stesso sta dietro a loro. Egli conferma ed esaudisce i loro desideri, quando benedicono. La be­nedizione dei genitori è come il “sacramentale del focolare domestico”. Dal momento che la benedizio­ne dei genitori è tanto importante, padre e madre devono benedire fin dal primo giorno, già quando la madre sente la nuova vita sotto il suo cuore. Pieni di fede e fiducia, essi devono benedire con l’acqua san­ta i loro figli, facendo un segno di croce e dicendo: “Per l’intercessione di Maria, ti benedico, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen”.

Nelle nostre famiglie cattoliche dovrebbe esserci questa regola: Genitori, benedite ogni giorno!

Una mamma disse: “Se il mio bambino si abitua già da piccolo a ricevere la benedizione dei genitori, ar­rivato a 14 anni gli sembrerà una cosa naturale farsi benedire dal papà e dalla mamma prima di andare a letto”.
Perciò cari genitori, ogni giorno, sia alla mattina che alla sera, benedite i vostri figli. Benediteli in modo speciale il giorno della loro prima Comunione. Quando un vostro figlio parte, beneditelo e non di­menticatevi mai di benedire i vostri figli anche quan­do saranno lontani.
“La benedizione dei genitori ol­trepassa i monti e le valli, raggiunge i vostri figli ovunque si trovino”. Benediteli con l’acqua santa e con un segno di croce anche nel giorno del loro ma­trimonio, e specialmente nell’ora della loro morte. Questa ultima benedizione contiene tutte le altre be­nedizioni impartite durante tutta la vita, ed accompagna i vostri figli nel loro cammino qui sulla terra. Per questo motivo S. Cipriano disse: “Non abbandonate la vostra corona! Non mettete da parte la stola, voi che siete i Re ed i Sacerdoti della famiglia”.

Anche i nonni ed i bisnonni hanno la stessa facol­tà di benedire i loro nipoti, così pure gli educatori e le educatrici, e anche i fidanzati ed i coniugi. I coniugi, per esempio, dovrebbero segnarsi a vicenda sulla fronte. Con questo atto si fortificano, sciolgono delle tensioni burrascose, padroneggiano le loro passioni focose, santificano il corpo e l’anima.

Un’eletta mamma anziana, fa questa commovente testimonianza: “Reverendo, io ho sempre cercato e chiesto di cuore la benedizione del Sacerdote, ma anch’io benedicevo giorno e notte, quando stavo lavo­rando o riposando, se avevo delle preoccupazioni o delle gioie, quando ridevo o piangevo. E lo facevo sempre in nome di Gesù! Alle volte la mia mano de­stra si muoveva, nelle situazioni difficili della vita, senza che io me ne accorgessi, e come di nascosto, unita alla “Sua mano”.
Il segno di croce è sempre stata la mia arma e il mio aiuto. Anni fa rimasi vedo­va improvvisamente. Persi un ottimo marito, con cui avevo vissuto anni veramente felici. Rimasi con un figlio minore di 4 anni, una proprietà di 150 ettari di terreno, 20 operai e le mie mani deboli. Per fortuna, grazie a Dio, avevo una grande fiducia in Dio. Allo­ra, disperata, gridai: “Signore, adesso accompagna­mi, dammi la Tua Mano, e camminiamo insieme. Nessuno può nè deve sapere come noi andiamo in­sieme, e perché ci teniamo per mano. Io non ho altro che la Tua Mano e la Tua volontà; io non cerco di far altro che il mio dovere verso tutti gli altri”.
Così, pregando e benedicendo, amministrai i miei beni. In casa, in cortile, nei campi, nei prati e nei boschi, io continuavo a fare dei segni di croce. Benedicevo il tempo secco, quello umido, la grandine (al­le volte era il 900!) e le deformità. Benedicevo gli operai e le loro abitazioni, benedicevo le stalle nella buona e nell’avversa fortuna, benedicevo i miei cari, i ragazzi, e lo facevo giorno e notte. Più tardi, quan­do andavano a scuola ed arrivavano a casa. 
Quando erano piccoli, di notte facevo loro un segno di croce sulla fronte, anche quando dovettero andare al fronte!

Quanto ho benedetto da quel giorno! Ogni sera andavo nella loro camera e li benedicevo da lontano. E se davo loro la mano, come saluto o come segno di commiato, allora facevo un piccolo segno di croce sulla loro fronte e una nella mano vuota. La sera an­davo davanti ad una cappella della Madonna, pregavo e benedicevo nella direzione dove sapevo che era­no. (Essi erano in un paese nemico).
Bombe e guerra, necessità e saccheggi passarono come un miracolo vicino alla vecchia proprietà pater­na. Io riuscivo ad andare avanti a sopportare tutto, a superare tutto, e a saldare i miei conti. Riuscii a co­struire delle belle abitazioni per gli operai: cercavo pure di far piacere a Dio, facevo varie offerte alla Chiesa. Riuscii a dare un’istruzione ad ogni figlio, e a dar loro lavoro per decenni alle brave famiglie de­gli operai, che erano numerose. Io penso che tutto sia dovuto solo alle benedizioni di Dio che imparti­vo. Dovevo tutto a quella mano nascosta che mi gui­dava notte e giorno, e che benediceva con me. Malgrado tutte le difficoltà che dovetti affrontare in quelli anni, fu una bella vita benedetta, che condivisi con Gesù”.

E alla fine questa signora ha scritto questa frase meravigliosa: “Siccome noi cattolici dobbiamo pensare ed ama­re in senso universale, così da lontano io facevo pure dei segni di croce sul Papa, i Vescovi e Sacerdoti, sui nostri teologi e anche sulle regioni di diaspora. Que­sto è il segreto che conservai nel mio cuore, e che, alla fine della vita, volli confidare ad un Sacerdote”.
Nel frattempo la mano amorosa di Dio ha dato a quest’anima eletta una grave malattia. Ma lei conti­nuava a benedire. Sì, la sua benedizione sarà resa dieci volte maggiore, sarà moltiplicata per cento!

Il segno di croce significa ritornare a Cristo. Con la sua morte in croce per amore dei peccato­ri Cristo ha levato dal mondo la maledizione del peccatore. L’uomo però continua sempre a peccare e la Chiesa deve sempre aiutare ad effettuare la Reden­zione in nome del Signore. E ciò avviene in modo particolare per mezzo della S. Messa e dei Sacramen­ti, ma anche per mezzo dei Sacramentali: benedizioni dei Sacerdoti, acqua santa, ceri benedetti, olio bene­detto, ecc…

Ogni segno di croce fatto con fede è già un segno di benedizione. La croce irradia una corrente di be­nedizione per tutto il mondo, per ogni anima che crede in Dio e nella forza della croce. Ogni uomo unito a Dio può compiere la Redenzione ogni volta che fa un segno di croce.
Il segno di croce è il segno del Sangue di Cristo. La croce è il segno che irradia sempre amore, ri­porta Cristo: si, il segno di croce significa andare a Cristo, e per mezzo suo al Padre. Chi ha la fede di un bambino, lo potrà capire.

Già dall’inizio i cristiani benedicevano se stessi e gli altri con il segno della croce. Anche Tertulliano ne parla. Così pure noi dovremmo fare il segno di croce molto più spesso su di noi e sugli altri, e con molto rispetto, con fede profonda. Esso è il segno dell’amore più sublime, è il segno della vittoria continua: “In questo segno vincerai”.

La benedizione appartiene assolutamente ai cristiani. Il Signore ha detto: “In verità, in verità vi dico: Qualunque cosa domandiate al Padre nel nome mio, ve la concederà” (Giov. 16,23). Dunque: là dove c’è il nome del Signore c’è la benedizione; là dove c’è il segno della sua S. Croce, là si trova aiuto.

“Tu ti lamenti della cattiveria del mondo, o della mancanza di riguardo e dell’incomprensione della gente che ti circonda. La tua pazienza ed i tuoi nervi vengono messi a dura prova e spesso ti scappano, malgrado le migliori intenzioni. Trova una buona volta il mezzo e la ricetta della benedizione giornaliera” (Padre Kieffer O. Cap.)

Prendi ogni mattino un po’ d’acqua santa, fà un segno di croce e dì: “In nome di Gesù benedico tut­ta la mia famiglia, benedico tutti coloro che incontre­rò. Benedico tutti coloro che si raccomandano alle mie preghiere, benedico la nostra casa e tutti coloro che vi entrano ed escono. Ci sono moltissime persone, uomini e donne che lo fanno ogni giorno. Anche se questo atto non si sente sempre, esso ha sempre un effetto positivo. La cosa principale è questa: fare il segno di croce adagio e dire la formula di benedizione con il cuore! Oh, quante, quante persone ho benedetto!”.

Così disse la moglie di un tenente colonello, Maria Teresa Meyer­Bernhold: Io ero la prima che si alzava in casa mia: benedicevo con l’acqua santa mio marito, che stava ancora dormendo, pregavo spesso china su di lui. Poi entravo nella camera dei bambini, svegliavo i piccoli, ed essi recitavano le preghiere del mattino a mani giunte e ad alta voce. Poi facevo loro un segno di croce sulla fronte, li benedivo e dicevo qualcosa sugli Angeli Custodi.
Quando tutti erano usciti di casa, padre e figli, al­lora ricominciavo a benedire. Andavo per lo più in ogni camera, implorando protezione e benedizioni. Dicevo anche: “Mio Dio, proteggi tutti coloro che mi hai affidato: tienili sotto la tua protezione pater­na, con tutto ciò che posseggo e che devo amministrare, poiché tutto appartiene a Te. Tu ci hai dato tante cose: conservale, e fà che esse ci servano, ma che non siano mai occasione di peccato”.

Quando in casa mia ci sono ospiti, io prego pa­recchie volte per loro, prima che entrino in casa mia e mando loro la benedizione. Spesso mi fu detto che da me c’era un qualcosa di speciale, si sentiva una gran pace. Spesso succedeva che delle signore dice­vano: “Maria, ho potuto rimettermi spiritualmente in casa sua, la ringrazio di cuore. Com’è bello poter credere come lei. Noi non ce la facciamo, siamo po­veri. Lei è più felice di noi; noi lo sentiamo quando siamo da Lei. Preghi per noi! Ci benedica!”.

Queste parole le sentii dire da credenti e da non credenti. Tutti lo sentivano e l’esprimevano. Benedi­zione e preghiera: questo è il grande oceano con l’ac­qua salutare, per cui le anime trovano la pace. Che impressione faceva alla mia anima vedere queste po­vere persone davanti a me, che dimenticavano per un istante chi erano, capivano che la ricchezza non diceva loro più nulla. E mi guardavano con un’e­spressione implorante aiuto.
Quanto amavo queste anime che sapevano poco o nulla della vicinanza di Dio! Io avrei voluto abbrac­ciarle nel mio cuore, e promisi di pregare per loro. Ma feci di più: feci dei sacrifici per loro, le benedissi con il cuore che apparteneva tutto a Dio.

Sulla strada, quando uscivo per fare degli acquisti o altro, io benedicevo molte persone che passavano vicino a me. Benedicevo specialmente le donne e gli operai. Se ero fuori città, allora il mio amore anda­va alla natura, a tutto ciò che stava per maturare, ai fiori. Oh, quanto ne ho benedetto! – Anche le Chiese benedicevo volentieri. Quante volte dissi: “Padre, be­nedici la Tua Casa! Proteggila! Fa’ che i cuori raffred­dati delle anime che abitano le metropoli siano irra­diati dalla Tua Luce! Chiama gli uomini a Te!”.

Di notte mi alzo volentieri e benedico dalla fine­stra. Benedico le preoccupazioni degli uomini, i loro dolori. Benedico verso Roma, da cui viene tanta be­nedizione. Io benedico Lei, con i suoi parrocchiani, i seminari. Benedico le anime che mi sono state racco­mandate, le carceri, i morenti, tutti coloro che sono in pericolo. Guardo il firmamento e benedico le stel­le della volta celeste. Così, nel silenzio della notte, io benedico spesso e a lungo. Non è molto quello che le ho detto, ma io ho sentito in me e negli altri che le benedizioni hanno una gran forza viva e, che è sem­pre valido un detto: “Tutto dipende dalla benedi­zione…”. Voglia Dio che la mano di un Sacerdote mi benedica nell’ora della mia morte, poichè io ho amato tanto le benedizioni e nella mia vita ho conti­nuato a benedire”.

Il Signore ha esaudito questo suo desiderio: il 25 marzo 1952 lo stesso S. Padre le mandò una benedi­zione personale. Lo stesso giorno ricevette la visita del Vescovo ausiliare di R.; due Sacerdoti novelli le diedero varie volte la benedizione, e anche il 29 mar­zo, giorno della sua morte, un Sacerdote era al suo capezzale.

La forza della benedizione era tangibile nella baronessa Ancilla von Gebsattel, anima eletta, che morì in Germania, ad Altótting, in odore di santità il 3 novembre 1958, entrò all’età di 60 anni come Suo­ra nella Congregazione di S. Ludovico Maria Gri­gnion. Essa guidò le Suore del suo convento durante gli ultimi cinque anni della sua vita. Una sua conso­rella scrisse commossa: “È ancora come ce fosse og­gi, e non lo dimenticherò mai, quando fui benedetta per la prima volta da Madre Ancilla. Questa benedi­zione penetrò a poco a poco in me. Le poche parole sull’abbandono e l’accettazione della volontà di Dio, che essa mi rivolse, mi diedero molto coraggio e for­za, e mi accompagnarono durante la mia malattia. Fu all’inizio della malattia, ed io non pensavo di dover trascorrere due anni in un sanatorio”. Un’altra Suora scrive: “La sua mano benedicente fu una caratteristica della sua vita. Benediceva con ri­spetto, come sanno fare solo le anime sante. Quando non poteva più parlare e non aveva quasi la forza di ricevere visite, noi potevamo sempre andare giornal­mente da lei per ricevere la sua benedizione”. Quando io le parlai dell’efficacia della sua benedizio­ne, cercò di diminuirne l’importanza, dicendo: “Non ero io: era la Madonna”.

Il nostro tempo ha bisogno di molte, molte benedizioni! Benedizioni di Sacerdoti e di laici. Noi viviamo in un tempo pieno di dolori, oppresso, congestionato e pieno di pericoli? Anche il S. Padre ne ha fatto spesso allusione. Sì oggi gli uomini hanno bisogno di es­sere benedetti spesso, in nome e con il segno di Ge­sù Cristo.
Ci sono diversi Sacerdoti e anche laici che implorano ogni giorno la benedizione di Dio su tuoi gli uomini, sugli affamati ed oppressi, sui persecutori ed i perseguitati, sui deboli ed i peccatori, su tutti i Sacerdoti e religiosi, sulla diaspora, sui missionari e le loro missioni, sulla Chiesa di Dio e su tutti i popo­li della terra. In ultimo poi, essi benedicono tutte le anime del Purgatorio.
Ogni mattina ed ogni sera, essi prendono l’acqua santa e gettano l’acqua verso le quattro parti del mondo, e benedicono con il pollice o con una crocetta, dicendo: “Dio Padre, Dio Figlio e Dio Spirito Santo, benedite tutti gli affamati e gli oppressi, ecc…, per mezzo di Maria, la Mediatrice di tutte le grazie!”. Con il Battesimo e la Cresima Cri­sto ci ha uniti intimamente a sé ed alla Sua missione. Perciò ognuno può benedire, perciò ognuno dovreb­be benedire continuamente!

“L’Unione Mariana di Benedizione”, che fu ap­provato dalle autorità di Paderborn, riunisce Sacer­doti e laici di tutti i distretti della Germania e di altri stati che sotto l’intercessione di Maria, hanno deciso di benedirsi a vicenda da lontano, specialmente ogni sera alle 21. Queste anime benedicono anche tutti i Sacerdoti ed i religiosi di tutto il mondo. Questo è l’apostolato meraviglioso delle benedizioni, da cui scorrono molte grazie e molta forza. Anche tu ne puoi far parte:

In Germania: Segretariato MSK e V. Sede Centrale Untere Bergstrase, 7

D – 5419 LEUTEROD 1 Westerwald

In Austria: Elisabeth Wimmer – Segretario MSK C. Post. 210 – A – 5020 SALZBURG

In Italia: Segretariato U. M. B. C. Post. 1 – I-39012 – MERANO (BZ)

Ci sono quasi 400.000 Sacerdoti su tutto il globo terrestre e ci sono più di 600.000.000 di cattolici. Che forza benedicente c’è in tutte queste anime! Esse po­trebbero diventare un’armata vincente, ma ogni gior­no questa grazia benedicente dovrebbe essere adope­rata da un cuore pieno di amore e di fede. Ti prego: di­venta anche tu un dispensatore di benedizioni!

Signore, dammi delle mani che sappiano benedire, senza macchia e pure, che possano impartire la Tua Benedizione su tutto il mondo!

Formula di benedizione che può essere usata anche dai laici
La direzione della “Unione Mariana di Benedizio­ne” consiglia di prendere una piccola croce, per esem­pio quella del Rosario, e di fare un segno di croce ver­so le quattro parti dei mondo, dicendo: “Per intercessione della Beatissima Vergine Maria e Madre di Dio vi benedica Dio Onnipotente, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Amen”.

Altra formula che la Chiesa usa quando benedice
La benedizione del Padre e l’amore del Figlio e la forza dello Spirito Santo, la protezione materna della Regina del cielo, la paternità di S. Giuseppe, l’assistenza di tutti gli Angeli, l’intercessione di tutti i Santi, il desiderio ardente di vedere Dio, che provano le anime dei defunti in Purgatorio, sia con te e con i tuoi, e ti accompagni ovunque ed in ogni tempo! Amen.

Una formula di esorcismo e benedizione: “Ecco la croce del Signore: fuggite schiere nemi­che, ha vinto il leone della tribù di Giuda, la stirpe di Davide. Alleluja!”.

Oppure: “Per mezzo delle mani di 400.000 Sacerdoti del­l’orbe cattolico giunga la benedizione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo su di voi e su tutti gli uomini della terra”.

Pensiero del mattino
In nome e con la benedizione del Padre e del Fi­glio e dello Spirito Santo comincio la mia giornata di lavoro.
In nome di Gesù benedico ogni persona con cui parlerò oggi, ogni persona che incontrerò.
In nome di Gesù benedico anche tutte le persone che pensano a me. A loro vada la benedizione del Signore.

Alla sera
Gesù, benedici con la Tua potenza divina tutti co­loro a cui ho pensato. Gesù, degnati pure di benedi­re tutti coloro che hanno pensato a me. Sia gloria ed adorazione a Dio Padre, al Figlio ed allo Spirito San­to nei secoli dei secoli. Amen.

Dio ti benedica!
Quando esci di casa, porta con te una mano be­nedicente!
Dì, nel silenzio della tua anima, a coloro che so­no con te e che incontri: Dio ti benedica!
Essi saranno benedetti e porteranno la loro croce con più facilità. (Padre Roche S J)

Giorno e notte benedico tutti i cari lettori di questo libretto e gli eletti propagatori che lo fanno conoscere in questo tempo calamitoso:

l’autore riconoscente don Alfonso maria Weill 8303 Oberroning (Germania)

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Sposalizio della Vergine col santo Giuseppe

Posté par atempodiblog le 23 janvier 2014

Sposalizio della Vergine col santo Giuseppe
Tratto da: Mistica città di Dio, della venerabile Suor Maria di Gesù de Agreda

Sposalizio della Vergine col santo Giuseppe dans Libri wtf5tx
Sposalizio della Vergine – San Nicola alla Carità (Napoli)

Si celebrano le nozze di Maria santissima col santo e castissimo Giuseppe.

752. Nel giorno in cui la nostra principessa Maria compiva quattordici anni, si radunarono gli uomini della tribù di Giuda e della stirpe di Davide, da cui discendeva la celeste Signora, i quali si trovavano allora in Gerusalemme. Fra gli altri fu chiamato Giuseppe nativo di Nazaret, che soggiornava nella stessa città santa, perché era uno di quelli della stirpe regale di Davide. Aveva trentatré anni, una bella figura e un aspetto attraente, ma di incomparabile modestia e serietà; dotato di santissime inclinazioni, era soprattutto castissimo nelle opere e nei pensieri e, fin dal dodicesimo anno d’età, aveva fatto voto di castità. Era parente della vergine Maria; in terzo grado, e di vita purissima, santa ed irreprensibile agli occhi di Dio e degli uomini.

753. Dopo essersi riuniti nel tempio, quegli uomini non sposati pregarono il Signore insieme con i sacerdoti, perché tutti fossero guidati dal suo divino Spirito in ciò che dovevano fare. A quel punto, l’Altissimo ispirò al cuore del sommo sacerdote di far si che a ciascuno dei giovani ivi raccolti si ponesse una verga secca nelle mani e che tutti poi domandassero con viva fede a sua Maestà di rivelare con tale mezzo chi aveva scelto come sposo di Maria. Siccome il buon odore della virtù ed onestà di questa vergine, nonché la fama della sua bellezza, dei suoi beni e della sua condizione sociale, come pure il fatto che fosse la figlia primogenita e unica nella sua casa, era già manifesto a tutti, ciascuno ambiva la buona sorte di averla come sposa. Solo l’umile e rettissimo Giuseppe, tra i presenti, si reputava indegno di un bene così grande; ricordandosi del voto di castità che egli aveva fatto e riproponendosene in cuor suo la perpetua osservanza, si rassegnò alla divina volontà, rimettendosi a ciò che volesse disporre di lui, nutrendo tuttavia venerazione e stima per l’onestissima giovane vergine Maria più di chiunque altro.

754. Mentre facevano questa orazione, tutti quelli là radunati videro fiorire solo la verga in mano a Giuseppe. Nello stesso tempo, una colomba candidissima, scendendo dall’alto circonfusa di ammirabile splendore, si posò sopra il capo del santo. Contemporaneamente Dio gli parlò nell’intimo con queste parole: «Giuseppe, servo mio, Maria sarà la tua sposa: accettala con attenzione e rispetto, perché ella è gradita ai miei occhi, giusta e purissima d’anima e di corpo, e tu farai tutto quello che ti dirà». Essendosi il cielo dichiarato con quel segno, i sacerdoti diedero alla vergine Maria san Giuseppe, come sposo eletto da Dio. Chiamandola per celebrare le nozze, la prescelta uscì fuori come il sole, più bella della luna. Alla presenza di tutti, il suo aspetto apparve superiore a quello di un angelo, di incomparabile bellezza, onestà e grazia, e i sacerdoti la sposarono con il più casto e santo degli uomini, Giuseppe.

755. La divina Principessa, più pura delle stelle del firmamento, in lacrime e seria come una regina, con umiltà ma anche con maestà – poiché Maria riuniva in sé tutte queste perfezioni – prese congedo dai sacerdoti, domandando loro la benedizione, come anche alla maestra, e perdono alle compagne, ringraziando tutti per i benefici ricevuti da loro nel tempio. Fece tutto ciò con la più profonda umiltà, misurando con molta prudenza le parole, perché in tutte le occasioni parlava poco e con molta sapienza. Si allontanò così dal tempio, non senza grande dispiacere di lasciarlo contro la propria intenzione e il proprio desiderio. In compagnia di alcuni dei ministri che tervivano nel tempio nelle cose temporali – laici dei più autorevoli – col suo sposo Giuseppe si avviò a Nazaret città ale della felicissima coppia. Sebbene san Giuseppe fosse nato in quel luogo, seguendo quanto l’Altissimo aveva disposto per mezzo di alcune vicende, era andato a vivere qualche tempo a Gerusalemme, per migliorare la sua condizione come infatti avvenne, divenendo sposo di colei che era stata scelta da Dio stesso per essere sua madre.

756. Arrivati a Nazaret, dove la Principessa del cielo aveva i suoi beni e le case dei suoi fortunati genitori, furono ricevuti e visitati da tutti gli amici e i parenti con grida di giubilo e applausi, come si usa fare in tali occasioni. Avendo santamente adempito all’obbligo naturale dei contatti e delle relazioni, i due santissimi sposi Giuseppe e Maria, liberi da impegni, restarono a casa loro. Secondo l’usanza introdotta fra gli Ebrei, nei primi giorni del matrimonio era previsto che gli sposi si prendessero un po di tempo per verificare, nella convivenza, le abitudini e l’indole di entrambi, in modo da potersi conformare meglio l’uno all’altra.

757. In tali giorni il santo Giuseppe disse alla sua sposa Maria: «Sposa e signora mia, io rendo grazie all’altissimo Dio per il favore di avermi destinato senza merito ad essere vostro sposo, mentre mi giudicavo indegno della vostra compagnia; ma sua Maestà, che quando vuole può sollevare il povero, mi ha usato questa misericordia. Quindi io desidero che voi mi aiutiate, come spero dalla vostra discrezione e virtù, a dargli il contraccambio che gli devo, servendolo con rettitudine di cuore. A tal fine mi riterrete vostro servo, e col vero affetto con cui vi stimo, vi chiedo che vogliate supplire a molta parte del capitale e di altre doti che mi mancano, le quali mi sarebbero utili per essere vostro sposo; ditemi, signora, qual è la vostra volontà perché io l’adempia».

758. La divina sposa ascoltò questo discorso con cuore umile ed affabile severità nel volto, e rispose al santo: «Signor mio, io sono lieta che l’Altissimo, per mettermi in questa condizione, si sia degnato di assegnarmi voi per sposo e signore, e che il servire voi mi sia stato confermato dalla manifestazione della sua divina volontà. Però, se me lo permettete, vi dirò le intenzioni e i pensieri, che a tal fine desidero comunicarvi». L’Altissimo intanto disponeva con la sua grazia il cuore retto e sincero di san Giuseppe e, per mezzo delle parole di Maria santissima, lo infiammò di nuovo di divino amore. Egli così le rispose: «Parlate, signora, il vostro servo vi ascolta». In questa occasione la Signora del mondo era assistita dai mille angeli della sua custodia in forma visibile, come aveva loro richiesto. Ciò era dovuto al fatto che l’Altissimo, affinché la purissima vergine operasse in tutto con maggior grazia e merito, permise che ella sentisse il rispetto e la considerazione con cui doveva parlare al suo sposo, pur lasciandola nella sua naturale ritrosia ed esitazione che sempre aveva avuto a parlare con gli uomini da sola, cosa che fino allora non aveva mai fatto, se non casualmente qualche volta col sommo sacerdote.

759. Gli angeli santi ubbidirono alla loro Regina e l’assistettero, manifestandosi solo alla sua vista. In loro compagnia parlò al suo sposo san Giuseppe, dicendo: «Signore e sposo mio, è giusto che diamo lode e gloria con ogni devozione al nostro Dio e creatore, infinito nella sua bontà e incomprensibile nei suoi giudizi, che con noi poveri ha manifestato la sua grandezza e misericordia, scegliendoci per essere al suo servizio. Io mi considero, fra tutte, la creatura più debitrice a sua Altezza e, anzi, lo sono più di tutte insieme, perché, meritando meno, ho ricevuto dalla sua liberalissima mano più di loro. Nella mia tenera età, costretta dalla forza di questa verità che la luce divina mi comunicò rivelandomi il disinganno di tutto il visibile, mi consacrai a Dio con voto perpetuo d’essere casta nell’anima e nel corpo. Sono sua, e lo riconosco mio sposo e Signore, con volontà immutabile di mantenere la mia promessa di castità. Per adempiere ciò, signor mio, desidero che mi aiutiate, perché nel resto io sarò vostra serva fedele, ed avrò cura della vostra vita quanto durerà la mia. Accettate, signore e sposo mio, questa santa determinazione e confermatela con la vostra, perché come offerta gradita al nostro Dio eterno, egli ci riceva entrambi quale sacrificio di soave odore, e ci conceda di giungere insieme ai beni eterni che speriamo».

L’intimo giubilo di Giuseppe per le parole della sua divina sposa

760. Il castissimo sposo Giuseppe, pieno d’intimo giubilo per le parole della sua divina sposa, le rispose: «Signora mia, dichiarandomi i vostri pensieri e casti propositi, avete aperto e sollevato il mio cuore, che io non volli manifestarvi prima di conoscere il vostro. Anch’io mi considero, fra gli uomini, debitore al Signore più di tutte le altre creature, perché da molto tempo mi ha chiamato con la sua vera luce, affinché l’amassi con rettitudine di cuore. Voglio, signora, che sappiate che a dodici anni anch’io ho fatto promessa di servire l’Altissimo in castità perpetua. Così ora torno a confermare il medesimo voto, per non invalidare il vostro; anzi, alla presenza di sua Altezza, vi prometto di aiutarvi, per quanto dipende da me, perché in tutta purezza lo serviate e lo amiate secondo il vostro desiderio. Io sarò, con il concorso della grazia, vostro fedelissimo servo e compagno, e vi supplico che accettiate il mio casto affetto e mi riteniate vostro fratello, senza mai dar luogo ad altro lecito amore, fuorché quello che dovete a Dio e poi a me». In questo colloquio l’Altissimo riconfermò nel cuore di san Giuseppe la virtù della castità e l’amore santo e puro che doveva alla sua santissima sposa Maria. Così il santo gliene portava in grado eminentissimo, e la stessa Signora con il suo prudentissimo conversare glielo aumentava dolcemente, elevandogli il cuore.

761. Con la virtù divina con cui il braccio dell’Onnipotente operava nei due santissimi e castissimi sposi, sentirono entrambi incomparabile giubilo e consolazione. La divina Principessa offrì a san Giuseppe di corrispondere al suo desiderio, come colei che era signora delle virtù e, senza difficoltà, praticava in tutto ciò che esse hanno di più sublime ed eccellente. Inoltre l’Altissimo diede a san Giuseppe rinnovata castità e padronanza sulla natura e sulle sue passioni, perché, senza ribellione né istigazione ma con ammirabile e nuova grazia, servisse la sua sposa Maria e, in lei, la volontà e il beneplacito del Signore. Subito distribuirono i beni ereditati da san Gioacchino e da sant’Anna, genitori della santissima Signora. Ella ne offrì una parte al tempio dove era stata, l’altra la distribuì ai poveri e la terza l’assegnò al santo sposo Giuseppe, perché l’amministrasse. Per sé la nostra Regina si riservò solo la cura di servirlo e di lavorare in casa, perché, quanto agli scambi con l’esterno e alla gestione dei beni, degli acquisti o delle vendite, la vergine prudentissima se ne esentò sempre.

762. Nei suoi primi anni, san Giuseppe aveva appreso il mestiere di falegname, come il più onesto e adatto per guadagnarsi da vivere, essendo povero di beni di fortuna. Perciò domandò alla sua santissima sposa se aveva piacere che egli esercitasse quel mestiere per servirla e per guadagnare qualcosa per i poveri, poiché era necessario lavorare senza vivere nell’ozio. La Vergine prudentissima diede a san Giuseppe la sua approvazione, avvertendolo che il Signore non li voleva ricchi, bensì poveri e amanti dei poveri, e che fossero loro rifugio fin dove il loro capitale lo permettesse. Fra i due santi sposi nacque presto una santa contesa, riguardo a chi dei due dovesse prestare ubbidienza all’altro come a superiore. Ma Maria santissima, che fra gli umili era umilissima, vinse in umiltà, né consenù che, essendo l’uomo il capo, si pervertisse l’ordine della natura. Così volle ubbidire in tutto al suo sposo Giuseppe, chiedendogli solamente il consenso per fare l’elemosina ai poveri del Signore; e il santo le diede il permesso di farla.

763. In questi giorni il santo Giuseppe, riconoscendo con nuova luce del cielo le doti della sua sposa Maria, la sua rara prudenza, umiltà, purezza e tutte le sue virtù superiori ad ogni suo pensare ed immaginare, ne restò nuovamente stupito e, con gran giubilo del suo spirito, non cessava con ardenti affetti di lodare il Signore, rendendo-gli ancor più grazie per avergli data tale compagnia e tale sposa superiore ad ogni suo merito. Perché poi quest’opera risultasse in tutto perfettissima, l’Altissimo fece si che la Principessa del cielo infondesse con la sua presenza, nel cuore del suo sposo, un timore ed un rispetto così grande che non è assolutamente possibile spiegare a parole. A provocare ciò in Giuseppe era un certo splendore, come raggi di luce divina, che emanava dal volto della nostra Regina, dal quale traspariva anche una maestà ineffabile che sempre la accompagnava. Le succedeva infatti come a Mosè quando scese dal monte, ma con tanta maggiore intensità, perché si intratteneva con Dio più a lungo e più intimamente.

764. Subito Maria santissima ebbe una visione divina dal Signore, in cui sua Maestà le disse: «Sposa mia dilettissima ed eletta, vedi come io sono fedele nelle mie parole con quelli che mi amano e mi temono. Corrispondi dunque ora alla mia fedeltà, osservando la legge come mia sposa, in santità, purezza e in tutta perfezione. In ciò ti aiuterà la compagnia del mio servo Giuseppe che io ti ho dato. Ubbidisci a lui come devi ed attendi alla sua consolazione, perché tale è la mia volontà». Maria santissima rispose: «Altissimo Signore, io vi lodo e magnifico per i vostri ammirabili consigli e per la vostra provvidenza verso di me, indegna e povera creatura. Il mio desiderio è di ubbidirvi e compiacervi come vostra serva più debitrice a voi di ogni altra creatura. Concedetemi dunque, Signor mio, il vostro favore divino, perché in tutto mi assista e mi governi secondo il vostro maggior compiacimento, affinché, come vostra serva, attenda anche agli obblighi dello stato in cui mi ponete, senza mai vagare fuori dai vostri ordini e dal vostro volere. Datemi la vostra approvazione e benedizione; con essa riuscirò a ubbidire al vostro servo Giuseppe e a servirlo come mi comandate voi, mio creatore e mio Signore».

765. Su questi divini appoggi si fondò la casa e il matrimonio di Maria santissima e di Giuseppe. Dall’8 settembre, data delle nozze, fino al 25 marzo dell’anno seguente, giorno in cui avvenne l’incarnazione del Verbo, i due santi sposi vissero nel modo in cui l’Altissimo li andava rispettivamente predisponendo all’opera per cui li aveva scelti. La divina Signora ordinò poi gli oggetti personali e quelli della sua casa come dirò nei capitoli seguenti.

766. A questo punto però, non posso còntenere oltre il mio affetto senza congratularmi per la fortuna del più felice degli uomini, san Giuseppe. Da dove vi è venuta, o uomo di Dio, tanta beatitudine e tale buona sorte che ha fatto sì che solo di voi, tra i figli di Adamo, si potesse dire che Dio stesso fosse vostro e così solamente vostro da essere ritenuto vostro unico figlio? L’eterno Padre vi dona sua figlia; il divin Figlio vi dona la sua vera Madre e lo Spirito Santo vi consegna e vi affida la sua sposa, ponendovi in sua vece. In tal modo tutta la santissima Trinità vi concede e vi dà in custodia per vostra legittima consorte la sua diletta, unica e fulgida come il sole. Conoscete voi, mio santo, la vostra dignità ed eccellenza? Comprendete che la vostra sposa è la Regina e signora del cielo e della terra, e voi siete depositario dei tesori inestimabili di Dio? Considerate, o uomo divino, il vostro impegno e sappiate che, se gli angeli e i serafini non sono invidiosi, sono però meravigliati ed estatici per la vostra sorte e per il mistero racchiuso nel vostro matrimonio. Ricevete dunque le congratulazioni per tanta felicità in nome di tutto il genere umano. In un certo senso, voi siete l’archivio contenente il registro delle divine misericordie, signore e sposo di colei di cui solo Dio è maggiore, per cui vi ritroverete, fra gli uomini e fra gli stessi ricco e nella prosperità. Ricordatevi però della nostra povertà e miseria, e di me, il più vile verme della terra, che desidero essere vostra fedele devota, beneficata e favorita dalla vostra potente intercessione.

Insegnamento della Regina del cielo

767. Figlia mia, dalla mia esemplare condotta nello stato del matrimonio in cui l’Altissimo mi pose, tu vedi condannati i pretesti che adducono, non essendo perfette, le anime che condividono tale condizione nel mondo. Niente è impossibile a Dio, né a chi con viva fede spera in lui e si rimette in tutto alla sua divina disposizione. Io vivevo in casa del mio sposo con la stessa perfezione con cui servivo nel tempio, perché cambiando stato non mutai l’affetto, né il desiderio e la premura di amare e servire Dio, ma anzi l’aumentai, perché niente mi trattenesse dai miei obblighi di sposa. Fu per questo che ebbi maggiore assistenza dal favore divino che, con la sua mano onnipotente, dispose ed aggiustò tutte le cose in sintonia con i miei desideri. Altrettanto farebbe il Signore con tutte le creature, se da parte loro corrispondessero adeguatamente. Esse invece incolpano lo stato del matrimonio ingannando così se stesse, perché l’impedimento a non essere perfette e sante non è dato dallo stato, ma dai pensieri e dalla sollecitudine vana ed eccessiva a cui si abbandonano, non cercando di piacere al Signore, ma preferendo il loro compiacimento.

768. Se nel mondo non vi è scusa per sottrarsi al dovere di attendere alla perfezione delle virtù, meno ve ne sarà nello stato religioso per gli uffici e i servizi che in esso si svolgono. Non ti pensare mai ostacolata dal tuo ufficio di superiora, perché Dio ti ha posto in tale stato per mezzo dell’obbedienza e non devi mai diffidare della sua assistenza e della sua protezione. Infatti quel giorno egli si fece carico di darti forze ed aiuti, perché tu potessi attendere nello stesso tempo all’obbligo di superiora e a quello particolare della perfezione con cui devi amare il tuo Dio e Signore. Fa’ in modo dunque di vincolarlo col sacrificio della tua volontà, umiliandoti con pazienza in tutto ciò che ordina la sua divina Provvidenza. Se non glielo impedirai, io ti assicuro la sua protezione e che, per esperienza, conoscerai sempre la potenza del suo braccio nel guidarti e nel dirigere perfettamente tutte le tue azioni.

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La nascita fortunata di Maria santissima, Signora nostra.

Posté par atempodiblog le 8 septembre 2013

La nascita fortunata di Maria santissima, Signora nostra. I favori che ricevette subito dalla mano dell’Altissimo e come le posero il nome nel cielo e sulla terra.
Tratto da: Mistica città di Dio, della venerabile suor Maria di Gesù de Agreda

La nascita fortunata di Maria santissima, Signora nostra. dans Libri La_nascita_di_Maria_di_Albrecht_Altdorfer_Alte
La nascita di Maria, di Albrecht Altdorfer (Alte Pinakothek, Monaco)

325. Giunse il giorno, lieto per il mondo, del felicissimo parto di sant’Anna e della nascita di colei che veniva alla luce santificata e consacrata per diventare Madre di Dio. Questo parto avvenne l’ottavo giorno del mese di settembre, compiuti nove mesi interi dalla concezione della santissima anima della nostra Regina e signora. Fu preavvertita sua madre Anna da una illuminazione interiore, nella quale il Signore le diede l’avviso che si avvicinava l’ora del parto. Così, piena della gioia dello Spirito divino, era tutta presa ad ascoltare la sua voce e prostratasi in orazione chiese al Signore che l’assistesse con la sua grazia e la sua protezione, per il buon esito del parto. Subito sentì nel suo seno un movimento, che è naturale quando le creature stanno per venire alla luce. Nello stesso tempo, la bambina Maria, più che fortunata, fu rapita, per provvidenza e virtù divina, in un’estasi altissima, nella quale assorta ed astratta da tutte le operazioni sensitive, venne al mondo senza percepirlo con i sensi, come invece avrebbe potuto se assieme all’uso della ragione, che aveva, li avesse lasciati, per natura, operare in quel momento. Il potere dell’Altissimo, però, dispose in questo modo, affinché la Principessa del cielo non avvertisse il naturale evento del parto.

326. Maria nacque pura, bella e tutta piena di grazie, manifestando con esse che era esente dalla legge e dal tributo del peccato. E benché nella sostanza venne al mondo come gli altri figli di Adamo, tuttavia la sua nascita fu accompagnata da circostanze e grazie particolari, che la resero miracolosa ed ammirabile in tutta la natura, nonché lode eterna per il suo Autore. Questa divina stella mattutina spuntò, dunque, al mondo, intorno alla mezzanotte, cominciando così a dividere la notte dell’antica legge e delle prime tenebre dal giorno nuovo della grazia, che stava già per apparire. Colei che aveva la mente fissa nella Divinità fu così, conformemente agli altri bambini, avvolta in panni e posta ed accomodata in una culla; e venne trattata come una bambina quella che, in sapienza, eccedeva tutti i mortali e gli stessi serafini. Sua madre Anna non consentì che in quel momento fosse toccata da altri, ma lei stessa, con le sue mani, l’avvolse in fasce, senza esserne impedita dal parto, poiché fu libera dal doloroso travaglio cui sono soggette, ordinariamente, tutte le altre madri.

327. Sant’Anna ricevette nelle sue mani colei che, essendo figlia sua, era insieme il maggior tesoro del cielo e della terra; semplice creatura sì, ma inferiore solo a Dio e superiore invece ad ogni cosa creata. Con fervore e con lacrime la offrì alla sua divina Màestà, dicendo nel suo intimo: «Signore d’infinita sapienza e potenza, creatore di tutto ciò che esiste, io vi offro il frutto del mio seno, che ho ricevuto dalla vostra bontà, con eterna riconoscenza per avermelo concesso senza che io potessi meritarlo. Fate della figlia e della madre ciò che piace alla vostra santissima volontà e guardate la nostra piccolezza, dall’alto della vostra sede e grandezza. Siate eternamente benedetto, perché avete arricchito il mondo con una creatura così gradita al vostro beneplacito e perché in lei avete preparato la dimora e il tabernacolo in cui viva il Verbo eterno. Io mi congratulo con i miei santi Padri e Profeti, ed in loro con tutto il genere umano per il pegno sicuro, che ad essi donate, della redenzione. Ma come tratterò io quella che mi date per figlia, non meritando nemmeno di essere sua serva? Come toccherò la vera arca dell’alleanza? Concedetemi, o Signore e mio re, la luce necessaria per conoscere la vostra volontà e per eseguirla con il vostro compiacimento ed al servizio di mia figlia».

328. Il Signore rispose alla santa suggerendole nell’intimo l’ispirazione di trattare la bambina come fa qualsiasi madre, senza dimostrarle all’esterno riverenza, e portandogliela, però, nel suo interno: nel crescerla adempisse, quindi, i doveri di una vera madre, avendone cura con sollecitudine ed amore. Così fece appunto la felice madre ed usando questa facoltà, senza venir meno alla riverenza dovuta, si deliziava con la sua santissima figlia, trattandola ed accarezzandola come fanno le altre madri con le loro figlie, sempre però con la stima e con l’attenzione degne di quel mistero così imperscrutabile e divino che si racchiudeva tra madre e figlia. Gli angeli con tanti altri spiriti celesti venerarono devoti la dolce bambina, tra le braccia di sua madre, e le suonarono delle celesti sinfonie, di cui udì qualcosa sant’Anna; i mille angeli, invece, destinati alla custodia, si presentarono davanti alla gran Regina, per dedicarsi al suo servizio. Fu questa la prima volta che la divina signora li vide in forma corporea con i segni e le vesti, di cui parlerò in un altro capitolo; e la bambina li pregò che lodassero l’Altissimo con lei ed in nome suo.

329. Nel momento in cui nacque la nostra principessa Maria, l’Altissimo inviò l’arcangelo san Gabriele a portare ai santi Padri del limbo questa notizia tanto lieta per loro. Subito il messaggero celeste scese ad illuminare quella profonda caverna, rallegrando i giusti che vi si trovavano. Annunciò loro che già cominciava a spuntare il giorno della felicità eterna e della redenzione del genere umano; giorno tanto desiderato ed aspettato dai santi Padri e preannunziato dai Profeti. Era già nata la Madre del Messia promesso, per cui essi avrebbero ben presto visto la salvezza e la gloria dell’Altissimo. Il santo principe inoltre svelò loro le eccellenti virtù di Maria e tutto ciò che la mano dell’Onnipotente aveva cominciato ad operare in lei, affinché conoscessero meglio il felice principio del mistero, che avrebbe posto fine alla loro prolungata prigionia. Di questa notizia, si rallegrarono in spirito i Padri, i Profeti e gli altri giusti che dimoravano nel limbo; e con nuovi cantici lodarono il Signore per tale beneficio.

330. Tutto ciò che ho riferito successe in breve tempo. Intanto, la nostra Regina, appena vide la luce del sole materiale, conobbe con i sensi i suoi naturali genitori ed altre creature; questo fu il primo passo della sua vita nel mondo. Il braccio onnipotente dell’Altissimo ricominciò così ad operare per lei nuove meraviglie, superiori ad ogni pensiero umano. La prima, oltremodo stupenda, fu d’inviare innumerevoli angeli, affinché sollevassero in anima e corpo, al cielo empireo, l’eletta per madre del Verbo eterno, secondo quello che il Signore disponeva. Ubbidirono i santi principi e, prendendo la bambina Maria dalle braccia di sua madre sant’Anna, si ordinarono con pompa solenne in una festosa processione, portando fra cantici d’incomparabile giubilo la vera arca della nuova alleanza, perché dimorasse per un po’ di tempo non nella casa di Obedèdom, ma nel tempio del sommo Re dei re, dove poi sarebbe dovuta rimanere eternamente. Da questo mondo al supremo cielo fu il secondo passo che Maria santissima fece nella sua vita.

331. Chi potrà degnamente esaltare questo stupendo prodigio della destra dell’Onnipotente? Chi potrà descrivere il gaudio e lo stupore degli spiriti celesti, quando guardavano quella meraviglia così nuova tra le opere dell’Altissimo, e con nuovi cantici la celebravano? In Maria riconobbero e riverirono la loro regina e signora, eletta per madre di colui che doveva essere loro capo, e che era causa della grazia e della gloria che possedevano, poiché egli le aveva loro ottenute con i suoi meriti in previsione del divino consenso. Ma quale lingua o pensiero dei mortali potrebbe entrare nel segreto del cuore di quella tenera bambina, e capire o descrivere che cosa sentì durante lo svolgimento di un privilegio così singolare? Lo lascio pensare a coloro che sono animati da sentimenti di vera pietà cattolica e molto più a quelli cui sarà dato conoscerlo nel Signore; noi invece lo vedremo quando per la sua infinita misericordia giungeremo a goderlo faccia a faccia.

332. La bambina Maria fece il suo ingresso nel cielo empireo per mano degli angeli e prostratasi con amore alla presenza del trono dell’Altissimo, si avverò – secondo il nostro modo d’intendere – ciò che prima era accaduto in figura, quando Betsabea si presentò al figlio Salomone, che dal suo trono giudicava il popolo d’Israele; ed egli alzatosi ricevette sua madre e la colmò di onori dandole il posto di regina al suo fianco. Lo stesso fece, ma con maggiore gloria ed in modo ancor più ammirabile la persona del Verbo eterno con la bambina Maria, che si era eletta per madre. Egli la innalzò sul suo trono e le diede, al suo fianco destro, il titolo di madre sua e di regina di ogni cosa creata, benché tutto ciò si operasse senza che ella conoscesse la propria dignità né il fine di misteri e privilegi così ineffabili; ma per ricevere questi le sue deboli forze furono sostenute dalla potenza divina. Le vennero, infatti, elargite grazie e doni nuovi, con i quali furono rispettivamente elevate le sue capacità esteriori; e riguardo alle facoltà interiori, oltre alla nuova grazia ed alla luce con le quali furono preparate, Dio le elevò in modo adeguato a ciò che le doveva essere rivelato. Inoltre, avendole dato il lume necessario, svelò la sua divinità, manifestandosi a lei in modo chiaro e indicibilmente sublime. Fu questa la prima volta che la bambina Maria vide la santissima Trinità.

333. Della gloria che in questa visione ebbe la bambina Maria, dei nuovi misteri che le furono rivelati e degli effetti che ridondarono nella sua purissima anima, furono solo testimoni l’autore di così inaudito miracolo e gli angeli stupefatti, che in Dio stesso conoscevano già qualcosa di questo mistero. Ritrovandosi la Regina alla destra del Signore che doveva divenire suo figlio e vedendolo faccia a faccia, gli chiese, più felicemente di Betsabea, che donasse l’intatta Sunnamita Abisag, cioè la sua inaccessibile divinità, all’umana natura sua propria sorella, e che adempisse la sua parola scendendo dal cielo sulla terra, celebrando così il matrimonio dell’unione ipostatica nella persona del Verbo, poiché tante volte lo aveva promesso agli uomini per mezzo dei Patriarchi e dei Profeti. Lo pregò anche di affrettare la redenzione del genere umano, attesa da tanti secoli, poiché si moltiplicavano i peccati e la rovina delle anime. Ascoltò l’Altissimo questa richiesta a lui tanto gradita, e promise a sua Madre, diversamente da Salomone, che subito si sarebbe disobbligato dalle sue promesse e sarebbe venuto nel mondo, incarnandosi per redimerlo.

334. In quel concistoro e tribunale divino della santissima Trinità si decise di dare il nome alla bambina Regina; e siccome nessun nome è legittimo e proprio se non quello che si pone nell’essere immutabile di Dio, dove con equità, peso, misura ed infinita sapienza si dispensano ed ordinano tutte le cose, allora la divina Maestà volle imporglielo da se stessa, nel cielo. Manifestò così agli spiriti angelici che le tre divine Persone avevano decretato e formulato, sin dall’eternità, i dolcissimi nomi di Gesù e di Maria per il figlio e per la madre; e si erano compiaciute in essi, tenendoli scolpiti nella loro mente eterna, e presenti in tutte le cose a cui avevano dato esistenza, poiché proprio per il loro servizio le avevano create. Mentre i santi angeli venivano a conoscenza di questi e di altri misteri, udirono una voce dal trono, che, nella persona del Padre eterno, diceva: «La nostra eletta sarà chiamata Maria e questo nome deve essere meraviglioso e grande; quelli che lo invocheranno con devoto affetto, riceveranno copiosissime grazie; quelli che lo apprezzeranno e pronunceranno con riverenza, saranno consolati e vivificati; tutti ritroveranno in esso il rimedio dei loro mali, i tesori per arricchirsi e la luce che li guidi verso la vita eterna. Questo nome sarà terribile contro l’inferno, schiaccerà il capo al serpente, ed otterrà insigni vittorie sui principi delle tenebre». Ordinò poi il Signore agli spiriti angelici, che annunziassero questo felice nome a sant’Anna, affinché si operasse sulla terra quello che si era stabilito nel cielo. La divina bambina, prostratasi con affetto dinanzi al trono, rese riconoscenti ed umili grazie all’Essere eterno e con ammirabili e dolcissimi cantici ricevette il suo nome. Se si dovessero descrivere i privilegi e le grazie, che le furono concessi, sarebbe necessaria un’opera a parte, di più volumi. I santi angeli, nel trono dell’Altissimo, venerarono e riconobbero, di nuovo, Maria santissima come futura madre del Verbo e come loro regina e signora; e ne ossequiarono il nome prostrandosi, ogni volta che lo pronunciava la voce dell’eterno Padre. Particolarmente lo venerarono quelli che lo avevano come stemma sul petto; tutti invece intonarono cantici di lode per misteri così grandi ed insondabili. La neonata Regina, però, continuò ad ignorare la causa di tutto ciò che vedeva, perché non le venne manifestata la sua dignità di madre del Verbo sino al tempo dell’incarnazione. Intanto sempre con giubilo e con riverenza i santi angeli la riportarono sulla terra nelle braccia di sant’Anna, alla quale rimase nascosto quanto era accaduto, nonché l’assenza di sua figlia, poiché in vece sua supplì uno degli angeli custodi, prendendo, per questo scopo, un corpo aereo. Oltre a ciò, per molto tempo, mentre la divina fanciulla dimorava nel cielo empireo, sua madre Anna ebbe un’estasi di altissima contemplazione, in cui, benché ignorasse quel che si operava nella sua bambina, le furono manifestati gli ineffabili misteri della dignità di madre di Dio, per la quale era stata eletta la sua figlia santissima. La prudente donna li conservò nascosti nel suo cuore, tenendoli, però, sempre presenti nella mente, per tutto quello che doveva operare con lei.

335. Otto giorni dopo la nascita della grande Regina, scese dall’alto una moltitudine di angeli bellissimi e maestosi, portanti uno scudo sul quale era scolpito, a caratteri brillanti e risplendenti, il nome di Maria. Manifestandosi tutti alla fortunata sant’Anna le dissero che il nome di sua figlia doveva essere quello che essi portavano sullo scudo, e cioè Maria: nome che le aveva dato la divina Provvidenza, ordinando in tal modo che anche lei e Gioacchino glielo imponessero subito. La santa chiamò il marito e gli fece conoscere la volontà di Dio riguardo al nome della loro figlia ed il fortunatissimo padre lo accolse con giubilo e con devoto affetto. Decisero così di chiamare i parenti ed un sacerdote, e con un sontuoso e solenne banchetto posero il nome di Maria alla loro neonata. Gli angeli celebrarono questa festa cantando una dolcissima melodia, sentita solo dalla madre e dalla figlia che restò così col nome che la santissima Trinità le aveva dato nel cielo il giorno in cui era nata e sulla terra l’ottavo giorno dopo l’evento. Fu scritto poi nel registro comune, quando sua madre andò al tempio per adempiere la legge, come si dirà in seguito. Sino allora il mondo non aveva visto un parto simile a questo né un altro sarebbe potuto accadere in una semplice creatura. Questa fu la nascita più fortunata che la natura poté salutare, poiché portò una bambina la cui vita, già dal primo giorno, non solo fu esente dalla macchia del peccato, ma fu più pura e santa di quella dei supremi serafini. La nascita di Mosè fu celebrata per la bellezza e l’avvenenza del bambino; ma questa non era che apparente e corruttibile. Oh, come è bella la nostra grande bambina! Oh, com’è bella! È tutta bella e soavissima nelle sue delizie, perché possiede tutte le grazie e le bellezze, senza alcun difetto. Fu motivo di sorriso e di letizia, per la casa di Abramo, la nascita di Isacco, il figlio promesso da Dio e concepito da madre sterile; ma tale parto non ebbe una grandezza maggiore di quella originata e trasmessa dalla nostra bambina Regina, per cui fu preordinata tutta quella gioia straordinaria. E se quel parto fu ammirabile e di tanto giubilo per la famiglia del patriarca, perché era prefigura e preparazione della natività della dolcissima Maria, così in questo si devono rallegrare il cielo e la terra, perché nasce colei che viene a restaurare le rovine del cielo e a santificare il mondo. Quando nacque Noè, si consolò suo padre Lamech, perché seppe che Dio attraverso suo figlio avrebbe assicurato la continuità del genere umano, per mezzo dell’arca, e avrebbe accordato di nuovo le benedizioni che gli uomini avevano demeritato per i peccati commessi. Tutto questo, però, avvenne affinché nascesse questa bambina, che doveva essere la vera riparatrice, essendo, ancora una volta, l’arca mistica a contenere il nuovo e vero Noè, attirandolo dal cielo, per riempire di benedizioni tutti gli abitanti della terra. Oh, felice parto! Oh, lieta nascita, che in tutti i secoli passati sei stata il compiacimento della santissima Trinità, il gaudio degli angeli, il refrigerio dei peccatori, l’allegrezza dei giusti e la singolare consolazione dei santi che ti stavano aspettando nel limbo!

336. Oh, preziosa e fulgida margherita, che ti dischiudesti alla luce del sole racchiusa nella grezza conchiglia di questo mondo! Oh, grande bambina! Se alla luce materiale gli occhi terreni ti ravvisano appena, dinanzi a quelli del sovrano e della sua corte superi in dignità e bellezza tutto ciò che non è Dio stesso. Tutte le generazioni ti benedicano; tutte le nazioni riconoscano e lodino la tua grazia e la tua bellezza. La terra sia rischiarata da questa nascita; i mortali si rallegrino perché è nata per loro la corredentrice che colmerà il vuoto causato dalla prima colpa; vuoto in cui da essa sono stati lasciati. Sia benedetta ed esaltata la vostra benignità verso di me che sono polvere e cenere, la più abietta. E se mi date il permesso, o mia Signora, di parlare alla vostra presenza, vi esporrò un dubbio, che mi è affiorato su questo mistero della vostra nascita, riguardo a quello che operò l’Altissimo con voi nell’ora in cui vi pose alla luce materiale del sole.

337. Questo è il dubbio: «Come si potrà intendere che per mano dei santi angeli siete stata portata con il corpo fino al cielo empireo ed alla vista della Divinità? Poiché secondo la dottrina della santa Chiesa e dei santi dottori, il cielo fu chiuso e come interdetto per gli uomini fino a che il vostro santissimo Figlio non lo aprì con la sua vita e la sua morte, entrando in esso come redentore e capo, quando, cioè risorto, vi salì nel giorno della sua ammirabile ascensione, essendo egli il primo per il quale furono aperte quelle porte eterne, che erano state chiuse per il peccato».

Risposta ed insegnamento della Regina del cielo

338. Carissima figlia mia, è vero che la divina giustizia, per il primo peccato chiuse il cielo ai mortali fino a quando il mio santissimo Figlio non lo aprì, pagando abbondantemente per gli uomini con la sua vita e la sua morte. Fu così conveniente e giusto che il Redentore, che come capo aveva unito a sé le membra redente, entrasse prima degli altri figli di Adamo nel cielo, aprendolo per loro. E’ vero che se Adamo non avesse peccato, non sarebbe stato necessario osservare questo ordine, per poter gli uomini salire al cielo empireo a godere della Divinità, ma vista la caduta del genere umano, la santissima Trinità stabilì quello che ora si sta eseguendo ed adempiendo. Davide cantò questo grande mistero nel salmo ventitreesimo, quando, parlando con gli spiriti del cielo, disse due volte: «Sollevate, porte, i vostri frontali, alzatevi porte antiche, ed entri il re della gloria». E ripeté agli angeli che le porte erano aperte solo per loro, mentre per gli uomini stavano chiuse. E benché quei cortigiani del cielo non ignorassero che il Verbo incarnato aveva già tolto a quelle porte le sbarre e le serrature della colpa – salendo ricco e glorioso con le spoglie della morte e del peccato e presentando nella gloria dei santi Padri del limbo il frutto della passione che portava su di sé – con tutto ciò, i santi angeli vengono qui descritti come meravigliati e stupiti di questa novità straordinaria, domandandosi tra loro: «Chi è questo re della gloria, essendo uomo e della stessa natura di Adamo che perdette per sé e per tutto il genere umano il diritto di salire al cielo?».

339. Al dubbio rispondono loro stessi, dicendo che il re della gloria è il Signore forte e potente, il Signore potente in battaglia, il Signore degli eserciti. Il che è un mostrarsi consapevoli che quell’uomo, venuto dal mondo per aprire le porte eterne, non era solo uomo, né era sottomesso alla legge del peccato, ma era vero uomo e vero Dio e che, forte e potente in battaglia aveva vinto il forte armato che regnava nel mondo, e lo aveva spogliato del suo regno e delle sue armi. Gli angeli lo chiamano il re della gloria, il signore delle virtù, perché le aveva operate come loro Signore, cioè con autorità e senza gli ostacoli del peccato e delle sue conseguenze. E, come signore delle virtù e re della gloria, veniva ora trionfando e ripartendo virtù e gloria ai suoi redenti, per i quali, in quanto uomo, aveva patito ed era morto; in quanto Dio, invece, li sollevava all’eternità della visione beatifica, avendo spezzato le serrature, ossia gli ostacoli posti dal peccato.

340. O anima, questo fu quello che fece il mio diletto figlio, vero Dio e vero uomo, che, come signore d’ogni virtù e grazia, m’innalzò e mi adornò fin dal primo istante della mia immacolata concezione. Quindi non essendo stata colpita dall’obice del primo peccato, non ebbi l’ostacolo, proprio degli altri mortali, ad entrare per le porte eterne del cielo, anzi, riguardo a questo, il potente braccio di mio figlio si comportò con me, come con la signora delle virtù e regina del cielo. Parimenti, dovendolo rivestire, nel suo farsi uomo, della mia carne e del mio sangue, per la sua benignità volle prevenirmi, facendomi simile a lui in purezza e nella esenzione della colpa come anche in altri doni e privilegi divini. Inoltre, poiché non ero schiava della colpa, non esercitavo affatto le virtù come chi è soggetta ad essa, ma come signora delle mie facoltà, senza conflitto interiore e con pieno dominio; simile non tanto ai figli di Adamo quanto al Figlio di Dio che era anche mio figlio.

341. Per questa ragione gli spiriti celesti mi aprirono le porte eterne che reputavano loro, riconoscendo così che il Signore mi aveva creata più pura di tutti i supremi angeli del cielo, anzi loro Regina e signora di tutte le creature. E comprendi, o carissima, che chi fece la legge, poté senza contraddizione dispensare da essa. In questo modo, operò il supremo Signore e legislatore, stendendo verso di me lo scettro della sua clemenza più nobilmente di quanto non fece Assuero verso Ester, affinché non si intendesse che le leggi circa la colpa, comuni agli altri mortali, fossero fatte per me, che dovevo diventare la Madre dell’autore della grazia. E benché io, come semplice creatura non potessi meritare questi benefici, tuttavia la clemenza e la bontà divina si volsero verso di me liberalmente, rimirandomi come umile serva, affinché lodassi eternamente l’autore di tali opere. E voglio che anche tu, o figlia mia, lo esalti e lo benedica per esse.

342. L’insegnamento che ora ti do è questo: avendoti eletta con liberale pietà, come mia discepola e compagna, quando eri ancora povera e abbandonata, cerca con tutte le tue forze di imitarmi in un esercizio che io ho praticato per tutta la mia vita da quando venni al mondo, senza tralasciarlo nemmeno un giorno, per quanti pensieri e tribolazioni avessi. L’esercizio consisteva nel prostrarmi alla presenza dell’Altissimo, ogni giorno allo spuntare della luce, ringraziandolo e lodandolo per il suo essere immutabile, per le sue infinite perfezioni e per avermi creata dal nulla. Inoltre, riconoscendomi sua creatura e sua fattura, lo benedicevo ed adoravo rendendogli onore e magnificenza come si deve al supremo Signore e al creatore mio e di tutto ciò che esiste. Sollevavo così il mio spirito, mettendolo nelle sue mani, e con fiducia e profonda umiltà mi abbandonavo chiedendogli che, in quel giorno e per tutti gli altri della mia vita, disponesse di me secondo il suo volere e che m’insegnasse tutto ciò che gli fosse di maggiore gradimento, per adempierlo. Nell’espletare i diversi impegni quotidiani replicavo più volte questi atti e nell’interno consultavo prima la divina Maestà chiedendole consigli, licenza e benedizione per tutte le mie azioni.

343. Sii molto devota del mio dolcissimo nome. Sappi intanto che sono stati molti i privilegi e le grazie che l’Onnipotente ha legato al mio nome. Nel rendermene conto alla vista di Dio, mi sentii, in modo sommo, tenuta alla riconoscenza e fui presa da una grande sollecitudine di corrispondere, tanto che tutte le volte che mi veniva alla memoria il mio nome, Maria, ed accadeva molto spesso, e tutte le volte che mi sentivo nominare, provavo un incitamento alla gratitudine e al compimento di ardue imprese per il Signore, che me lo aveva dato. Lo stesso nome hai tu. Perciò voglio che questo nome operi in te i medesimi effetti, in modo che tu mi imiti fedelmente in ciò che hai appreso in questo capitolo, senza venirvi meno da oggi in poi, qualunque cosa accadesse. Qualora, per debolezza, tu cadessi nell’indolenza, rientra subito in te stessa e, alla presenza del Signore e a quella mia, riconosci con dolore la tua colpa. Con sollecitudine e costanza in questo santo esercizio, eviterai molte imperfezioni e ti abituerai piano piano a praticare le virtù nel più alto grado, secondo il volere dell’Altissimo. Egli allora non ti negherà la sua grazia divina se ricercherai davvero la sua luce e ciò che è più gradito e desiderato dal tuo cuore e dal mio, cioè di ascoltare e ubbidire con tutta te stessa al tuo sposo e Signore, il quale vuole per te ciò che è più puro, santo e perfetto e una volontà pronta e disposta ad eseguirlo.

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Tanti si perdono per non aver invocato Maria

Posté par atempodiblog le 13 août 2012

Tanti si perdono per non aver invocato Maria dans Apparizioni mariane e santuari

“Gli uomini sappiano che Io sto in Cielo come loro Madre, Avvocata e Protettrice per difenderli, soccorrerli e incamminarli alla vita eterna. Avendo avuto Io, da Dio, tanti poteri a loro vantaggio, ma tanti si perdono per non avermi invocata”.

La Santa Vergine alla venerabile suor Maria di Gesù de Ágreda

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