Vittorio Messori: «Maria accompagna sempre i miei giorni, sarà lei a venirmi incontro dopo la morte»

Posté par atempodiblog le 21 janvier 2024

Vittorio Messori: «Maria accompagna sempre i miei giorni, sarà lei a venirmi incontro dopo la morte»
L’intensa testimonianza del giornalista e scrittore autore di tanti libri sulla Vergine, raccolta da un amico. «Maria ci attrae per la speranza che la pervade. Se ci affidiamo a lei prima di presentarci al giudizio che ci attende dopo la morte, possiamo ben sperare nella benevolenza di Dio». Quella volta che venne convocato per parlare di lei con i rabbini di Gerusalemme e uno di loro gli diede una risposta che lo lasciò di stucco
Fonte: Famiglia Cristiana

In una lunga intervista – quasi un testamento spirituale – rilasciata in esclusiva al settimanale dei Paolini “Maria con te” lo scrittore cattolico più tradotto al mondo spiega la sua devozione per la Madonna e si racconta al giornalista Riccardo Caniato dopo la morte della moglie: «So che questo distacco sarà solo temporaneo». La pubblichiamo integralmente per concessione dell’editore e della direzione del periodico.

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«La Madonna? Ce l’ho davanti. Ce l’ho sempre davanti». Vittorio distoglie lo sguardo dai miei occhi e lo fissa su uno spazio vuoto come se veramente ci fosse qualcuno, visibile soltanto a lui. «Quanto è presente Maria, nelle tue giornate?», gli avevo chiesto, e questa risposta silenziosa e assorta mi ha restituito la misura e la sostanza di un rapporto. Messori mi ha dato appuntamento all’abbazia di Maguzzano, nei cui terreni ha dedicato alla Madonna degli Olivi un santuario a cielo aperto. A 82 anni, dopo una delicata operazione al cuore da cui è uscito bene, l’ho trovato un po’ affaticato, con la voce fioca ma sereno, con lo spirito proiettato nel futuro, quando, e lo dice con un velo di lacrime sugli occhi, «potrò riabbracciare la mia Rosanna», la moglie mancata lo scorso anno, e vedere finalmente «la piccola Bernadette di Lourdes, Gesù e la Madonna».

L’occasione dell’incontro è stata la ripubblicazione de Il Miracolo a cura delle Edizioni Ares, che stanno riportando in libreria tutte le sue opere maggiori – da Ipotesi su Gesù a Dicono che è risorto, da Patì sotto Ponzio Pilato? a Scommessa sulla morte – dello scrittore cattolico più tradotto al mondo, firma storica della Periodici San Paolo. Il miracolo, in particolare, riporta a galla lo straordinario prodigio che si verificò il 29 marzo 1640, a Calanda, un piccolo villaggio dell’Aragona: a un giovane contadino, devoto alla Vergine del Pilar, fu restituita di colpo la gamba destra, amputata due anni prima. Un evento, oggi quasi caduto nell’oblio, che ebbe all’epoca una grande risonanza e fu subito vagliato e confermato da uno accuratissimo processo, ricostruito con rara precisione documentale da Messori. Ma quello che doveva essere solo uno scambio di battute su un singolo titolo è divenuta una chiacchierata ampia, la testimonianza di un uomo che, per dirla con san Paolo, ha combattuto la buona battaglia e non ha perduto la fede.

Mi hai detto che per la nuova edizione del tuo libro spingevi per un titolo ancora più forte…
«Il Maggiore fra i Miracoli. Il libro indaga la grazia più straordinaria che la Madonna abbia concesso. Si è mai sentito, infatti, che un uomo abbia riavuto attaccata la gamba amputata e sepolta al cimitero, in presenza di numerosissimi testimoni?».

Alla Madonna hai dedicato anche Ipotesi su Maria e la biografia della Soubirous, oltre a centinaia di articoli…
«Per questo mi definiscono «un Madonnaro», della qual cosa oggi vado fiero, ma non è stato sempre così. Nel mio avvicinamento al cristianesimo fui affascinato prima di tutto dalla Parola di Dio, da Gesù, poi dalla sua presenza eucaristica, dalla liturgia. La Madonna rimaneva sullo sfondo. Nel mio approccio razionale si poteva rinvenire un’indole più protestante che cattolica per cui l’enfasi posta sul ruolo della Vergine nell’economia della salvezza viene letta come un eccesso. A sostegno di questa tesi alcuni si richiamano al nascondimento di Maria nelle Scritture o evidenziano come Gesù, nei Vangeli, dopo la Risurrezione, scelga di apparire ad altre donne e ai discepoli. Ma noi sappiamo che dalla croce Gesù ha affidato il suo popolo alla Madonna e da qui si spiegano le sue apparizioni che costellano la storia del cristianesimo dopo l’Ascensione e, in accordo con numerosi mistici, possiamo dirci certi che la prima preoccupazione del Risorto sia stata quella di visitare sua Madre. E che lo abbia fatto in privato, nella più totale e desiderata intimità, mentre in seguito si è reso visibile pubblicamente per dare testimonianza della verità della Risurrezione».

Hai fatto cenno a un percorso di conversione. Non sei nato cattolico?
«Ho avuto un’educazione figlia di quella parte dell’Emilia atea e concreta. In casa si guardava alla Chiesa e ai preti con il fumo negli occhi e se finivano nei discorsi era per parlarne male. All’Università sono stato allievo di un’intellighenzia laica che rifiutava il pensiero religioso. Ero uno studente dotato e mi attirai le simpatie dei professori: Alessandro Galante Garrone e Norberto Bobbio mi volevano avviare alla carriera universitaria. Ma durante la tesi iniziai a leggere la Bibbia, a lasciarmi incuriosire dalla religione, dagli assunti teologici e del magistero».

Com’è maturata questa svolta?
«All’epoca non sapevo perché ciò accadde. Non me lo ero cercato. La religione non mi aveva mai interessato, avevo vissuto benissimo fino ad allora prendendo la vita come veniva, senza farmi domande che mi proiettassero al di fuori della comprensione empirica. Fui come costretto a diventare cattolico, rimasi affascinato dai Sacramenti, presi a frequentare la Messa, inizialmente di nascosto, senza clamori, anche perché quando mia mamma lo scoprì chiamò il dottore preoccupata: “Corra”, gli disse, “che Vittorio sta male”. Solo dopo ho capito di essere stato scelto, proprio per la mia formazione così razionale e antitetica, per dare prova mediante i miei scritti che i Vangeli sono attendibili, che Gesù è realmente esistito e che, se è così, è Dio, vive qui e ora, è il Signore della storia e vale la pena seguirlo».

I tuoi maestri come l’hanno presa?
«Male, come i miei genitori del resto. La conversione è stata un nuovo inizio. Ho dovuto rivedere le mie posizioni, ricominciare da capo, le mie sicurezze sono cambiate. I professori che mi incensavano non volevano crederci: “Ma è vero che sei diventato cattolico?”. Ma, vedendomi irremovibile, mi hanno ripudiato. Bobbio però lo rividi…».

Racconta…
«Ho avuto un incontro profondo nel periodo in cui curavo per la San Paolo una serie di interviste sul senso religioso e della vita con figure anche laiche di grande rinomanza nel contesto culturale di allora. Interviste poi in parte confluite nel volume Inchiesta sul cristianesimo. Bobbio umanamente provava ancora affetto per me, ma durante l’intervista ebbi la sensazione che le mie domande, gli argomenti con cui ribattevo alle sue ferree convinzioni lo infastidissero e che non vedesse l’ora di congedarmi. Ma dopo la sua morte è accaduta una cosa curiosa: mi ha telefonato la moglie per dirmi che suo marito le aveva imposto di distruggere le interviste e gli scambi epistolari intrattenuti con giornalisti e intellettuali, raccomandandole di conservare unicamente quel confronto sulla fede che aveva avuto con me. Non so, forse è stato un modo estremo per ribadire le sue convinzioni, o forse è stata la sua apertura ugualmente definitiva per una lettura altra dell’esistenza».

Torniamo al «Madonnaro»…
«In principio vivevo con disagio certe manifestazioni devozionistiche che accompagnano il culto mariano e che liquidavo alla voce sentimentalismo. Poi finii col capitolare, del resto posso testimoniare che nessuno può rimanere indifferente al fascino di Maria. Se torniamo al mondo protestante, pochi sanno che in Gran Bretagna i luoghi di culto più visitati anche dagli anglicani sono le chiese cattoliche dedicate alla Vergine, come la Santa Casa della Madonna di Walsingham, nel Norfolk. Ma Maria esercita un grande fascino anche fra i musulmani che vedono in lei la Madre buona di un profeta, e lo stesso accade fra gli ebrei».

Gli ebrei…?
«Dopo l’enorme, per me inaspettato successo di Ipotesi su Gesù fui invitato a Gerusalemme. Mi attendeva un comitato di rabbini e professori cui dovetti dare conto di alcuni concetti che avevo espresso nei miei scritti sul popolo ebraico e il suo ruolo nella storia. Lì per lì rimasi spiazzato da questa sorta di esame, ma ne seguì un confronto pacato nel rispetto delle reciproche posizioni. Del resto, ho sempre parlato bene degli ebrei, che Dio ha posto al centro delle vicende umane. In quell’occasione fui introdotto a un rabbino molto influente che mi diede una testimonianza straordinaria che coinvolge Maria di Nazaret. Mi presentò suo figlio e poi mi disse che sia lui, sia quella che sarebbe divenuta la sua sposa erano scampati miracolosamente dai campi di concentramento. La coppia per lungo tempo aveva pensato di non poter avere figli, e di fatto non era riuscita ad averne, perché la futura moglie, durante la detenzione, era stata sottoposta a mutilazioni parziali ai fini di sperimentazioni scientifiche, come era d’uso in quei luoghi dell’orrore».

Ciò nonostante ebbero un figlio e tu l’hai visto!
«Un loro amico, cristiano, di nazionalità austriaca, li invitò a recarsi con fiducia al santuario di Pietralba, assicurandogli che in quel luogo la Madonna ha vinto molti casi di sterilità. I due coniugi ebrei non persero tempo e subito dopo quella visita comparvero i segni della gravidanza. Stupito, domandai: “Ma lei è un ebreo, un capo religioso per giunta, ed è andato a bussare da una Madonna cattolica?”. Mi rispose con un’altra domanda: “Perché la sua Madonna cattolica non è forse prima di tutto un’ebrea? Non poteva deludere la nostra speranza e ci ha fatto un favore, da ebrea a ebrei”».

Che cosa rende Maria così attraente?
«Maria ci attrae per la speranza che la pervade. Fa parte del sensus fidei, ma Lei stessa, talvolta, si è definita la nostra «Avvocata» in Cielo. Se ci affidiamo a lei prima di presentarci al giudizio che ci attende dopo la morte, possiamo ben sperare nella benevolenza di Dio. Quando uno si trova nel bisogno chiama sempre la mamma. Anche quando lei non è più qui. Lo fanno i bambini, lo fanno i soldati sul campo di battaglia, lo fanno gli anziani lasciati soli nei ricoveri. E la Madonna è la Mamma che ci è data da Gesù Crocifisso, la Madre che ci dona la vita nella fede, ci guarda, ci cresce, ci accompagna, ci protegge. E spero che mi venga incontro Lei quando sarà il momento. Così come sono certo abbia fatto con Rosanna».

Vuoi dirci qualcosa di tua moglie?
«Rosanna è morta il 16 aprile 2022 nel Sabato di Maria che in quel giorno ha coinciso col Sabato Santo. Ma è anche la data del mio compleanno che condividevo con Joseph Ratzinger-Benedetto XVI e in cui è passata in Cielo nel 1879 Bernadette Soubirous, la santa che mi è più cara al mondo. Con mia moglie ho vissuto una comunione di vita che misteriosamente perdura tuttora. Recitavamo il Rosario insieme tutte le sere e fra l’altro, in peno accordo, chiedevamo che fossi io il primo a morire. Questo perché sono uomo di studi e mi vedevo impreparato a rimanere da solo: alla gestione pratica della nostra vita pensava Rosanna. Il Cielo ha disposto diversamente, ma grazie a Dio tiro avanti con l’aiuto di Rosy, una persona che è di casa da oltre trent’anni e si è dimostrata come una figlia per noi».

Che cosa hai pensato dopo questo distacco? Come lo hai superato?
«Mi sono chiesto perché sono sopravvissuto a Rosanna e mi conforta pensare che questo distacco sarà solo temporaneo. Non è stato facile, anche perché nel frattempo ho terminato la mia collaborazione col Corriere della sera e ho perso la mia capacità di scrittura. Avevo una memoria ferrea, non ce l’ho più: ora, nel bel mezzo di un discorso, mi dimentico nomi, date, situazioni… Ma sono grato di questo al Signore e alla Madonna perché, togliendo questo e quello, mi fanno sentire precario e mi spronano a confidare di più in loro, a staccarmi dal mio io, dalle mie sicurezze, da ciò che mi ha fatto vivere su questa terra e a desiderare sempre di più il compimento che avverrà dopo la morte. E mi insegnano a vivere i giorni con la stessa pazienza dimostrata da Maria, a rispettare con calma i tempi di Dio, che non sono i nostri. Tuttavia, un poco alla volta ho realizzato che, se sono ancora qui, è perché ho ancora qualcosa da fare. E ho compreso che devo cercare di ultimare il santuario di Maguzzano».

Com’è nata questa impresa?
«Circa vent’anni fa, camminando con l’amico architetto Emilio Cupolo su un sentiero secondario nell’oliveto della basilica, ci siamo imbattuti in una statua della Madonna che giaceva per terra fra le sterpaglie. Era caduta dal piedistallo da chissà quanto tempo perché era in pessime condizioni ed era rotta in frantumi. Rimasi scosso per il fatto che fra quelle sacre mura l’immagine potesse essere rimasta trascurata. Così proposi a Cupolo di aiutarmi a restaurarla e a realizzare per lei un’edicola, che l’architetto ha trasformato in un progetto ambizioso, ricco di simboli cristiani. Un’opera costosa, sostenuta da numerosi donatori che sono intervenuti con puntualità provvidenziale ogni volta che non ho avuto le forze per provvedere da solo. Pochi sanno che, davanti a quella Madonna, quando ancora giaceva a terra, una sera io stesso mi sono ritrovato bocconi, colpito da un principio di infarto».

Che cosa è accaduto? Eri da solo?
«C’era Lei con me. Da terra guardavo il suo viso, in lei ho confidato prima di perdere conoscenza. E Lei è intervenuta: mi ha dato la forza di riprendermi, di guidare fino a casa, da dove mi hanno trasportato con urgenza in ospedale. Esattamente come avvenuto per la mia conversione nemmeno questo santuario avevo cercato, eppure la Vergine ha voluto che mi imbattessi nel suo simulacro, ha permesso che cadessi quasi morto, mi ha rialzato e ora ha fatto di questo luogo lo scopo ultimo della mia vita. Chi viene qui trova un tronco grosso tagliato. Nel 1999 Maguzzano è stata colpita da una tromba d’aria; una vecchia conifera, altissima, si è sradicata e cadendo, secondo la fisica avrebbe dovuto colpire la Madonna degli Olivi ma, inspiegabilmente, ha deviato di qualche centimetro, lasciandola intatta».

Che significato ne hai tratto?
«Il demonio insidia sempre Maria, ma Lei non può essere sconfitta e alla fine schiaccerà la testa del serpente».

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Cent’anni da Fatima e della Vergine non ne abbiamo ancora abbastanza (altro che Rosario “divisivo”)

Posté par atempodiblog le 13 octobre 2017

Cent’anni da Fatima e della Vergine non ne abbiamo ancora abbastanza (altro che Rosario “divisivo”)
Solo grazie a Maria la fede cristiana può calarsi totalmente nella storia. Come dimostrano le apparizioni in Portogallo e, oggi, le preghiere dei polacchi
di Valerio Pece – Tempi

Cent’anni da Fatima e della Vergine non ne abbiamo ancora abbastanza (altro che Rosario “divisivo”) dans Apparizioni mariane e santuari polonia-rosario-confini-2-ansa

«Una volta che pregavo per la Polonia, udii queste parole: “Amo la Polonia in modo particolare e, se ubbidirà al Mio volere, l’innalzerò in potenza e santità. Da essa uscirà la scintilla che preparerà il mondo alla Mia ultima venuta”». Così scriveva santa Faustina Kowalska sul suo Diario della Divina Misericordia. Era il 1938. Nessuno può sapere se l’iniziativa partita dai laici polacchi e prontamente appoggiata dalla locale Conferenza episcopale (parliamo del milione di fedeli che sabato 7 ottobre hanno recitato il Rosario lungo il confine: una catena umana lunga 3.500 chilometri) sia proprio quella “scintilla” di cui parla suor Faustina Kowalska. È molto probabile, però, che la commovente impresa del popolo polacco servirà a chiudere definitivamente i conti con una certa teologia mariana, quella «che negli ultimi Cinquanta anni ha subìto un’amarissima epoca glaciale», per usare l’espressione del noto teologo tedesco George Söll. Il tempo, insomma, avrebbe dato ragione ai fedeli legati alla Tradizione, strappando Maria da un certo “minimalismo teologico”.

La crisi però è durata molto, forse troppo. Grave l’allarme lanciato da padre De la Potterie, biblista belga, secondo cui «è un fatto indiscutibile che la Mariologia non trovi quasi più posto nei programmi di studio teologico», perché, come ammette il teologo spagnolo Ignacio Calaguig, «venne rifiutata dai trattati dei teologi progressisti». Già nel ’79 il francescano Antonio Baslucci parlava della crisi mariologica come di «un vero iconoclastismo teologico ai danni della pietà cristiana», mentre René Laurentin, la più grande autorità mondiale in materia, più recentemente ha riferito di una mariologia «ormai ridotta a uno scheletro, a un ectoplasma». Anche il cardinal Albino Luciani, futuro papa Giovanni Paolo I, parlò di atteggiamento “schifiltoso” da parte di molti teologi, tanto che in una famosa udienza, a chi si mostrava incredulo di fronte alla potenza del Rosario, pur ripiegando sul suo proverbiale umorismo rispose con un significativo riferimento biblico: «Naam siro, grande generale, per guarire dalla lebbra disdegnava il bagno nel Giordano suggerito da Eliseo. Qualcuno fa come Naaman: “Sono un gran teologo, un cristiano maturo, che respira Bibbia a pieni polmoni, e mi si propone il Rosario?”».

Gli allarmi lanciati da molti teologi dicono che la débâcle della mariologia post-conciliare è stata deleteria, al punto che non ne ha risparmiato una certa involuzione nemmeno l’operato di figure di indubbio fascino e carisma. Dopo essersi schierato a favore di divorzio e aborto, il frate servita (e poeta) David Maria Turoldo, sulla piazza del valtellinese santuario mariano di Tirano, con un gesto eclatante, «per indicare che col Concilio tutto si rinnova – così racconta lo scrittore toscano Tito Casini – ha spezzato la corona del Rosario». Proprio quel Rosario («salterio dei poveri e compendio di tutto il vangelo» secondo le parole di Pio XII) che è la preghiera che sta maggiormente a cuore alla Madonna, se è vero che a Lourdes e a Fatima è apparsa con il Rosario in mano chiedendone la recita. Perfino gli scritti di monsignor Tonino Bello, per molti altri versi figura straordinaria, non può dirsi che abbiano aiutato la mariologia a risollevarsi dalla “svolta antropologica” rahneriana, quella che ha portato la teologia a misurare Maria non più alla perfezione di Dio, ma all’imperfezione dell’uomo. Nel suo Maria donna dei nostri giorni (San Paolo, 1993) il vescovo pugliese per anni presidente di Pax Christi scriveva di un’adolescente da immaginare «mentre nei meriggi d’estate risale dalla spiaggia, in bermuda». Di una «donna feriale» che «come tutte le mogli avrà avuto momenti di crisi nel rapporto con suo marito, del quale, taciturno com’era, non sempre avrà capito i silenzi», e che nella casa di Elisabetta «pronunciò il più bel canto della teologia della liberazione». Siamo molto lontani dalla “Donna vestita di sole”, dalla Theotókos, dall’Immacolata, colei che distruggerà ogni eresia schiacciando la testa del serpente.

Sono i frutti a dire che la mariologia moderna – sulla carta più fondata biblicamente, più elevata spiritualmente e più ricca pastoralmente – abbia palesemente fallito. Un voluminoso studio del clarettiano padre Angel Pardilla indica che, tra il 1965 e il 2005, proprio gli istituti più innervati della nuova teologia mariana sono stati pressoché dimezzati: dai Servi di Maria (che hanno perduto il 61 per cento) ai Monfortiani (scesi del 51 per cento). Senza contare i Missionari Oblati di Maria (-40 per cento) e i Marianisti (-54 per cento). Nell’approfondita indagine di padre Pardilla in realtà un’eccezione esisteva: l’unico istituto di impronta mariana in continua crescita, in effetti mantenutosi fedele alla mariologia di sempre, erano i Francescani dell’Immacolata. L’ordine è stato commissariato nel 2013.

De Maria numquam satis, su Maria non si dirà mai abbastanza, tanto che «se vogliamo essere cristiani dobbiamo essere mariani» (Paolo VI). Se i polacchi fedeli a Maria sono addirittura arrivati ad essere sotto attacco, bisognerebbe riflettere non poco su quanto scriveva Henry Newman, che da teologo anglicano qual era confessò di essere stato tenuto lontano dalla Chiesa cattolica per quella che la Riforma protestante chiamava con dispregio “mariolatria”. Nel suo Ipotesi su Maria Vittorio Messori ricorda che il cardinal Newman, da buon inglese empirico, venne convertito al cattolicesimo semplicemente dall’osservazione dei fatti. «Se diamo uno sguardo all’Europa – scriveva il beato Henry Newman – vediamo che hanno smesso di adorare il suo Divin Figlio, per passare ad un banale umanesimo, non i popoli che si sono distinti per la devozione a Maria, ma proprio quelli che l’hanno rifiutata. I cattolici, ingiustamente accusati di adorare una creatura al posto del Creatore, lo adorano ancora. Mentre i loro accusatori, che avevano preteso di adorare Dio con maggior purezza e fedeltà alla scrittura, hanno cessato di adorarLo».

Con l’“evento-Fatima”, di cui oggi, venerdì 13 ottobre 2017, si ricordano solennemente i 100 anni dall’ultima apparizione, siamo spettatori di una religione totalmente calata nella storia, in cui a Covra da Iria oltre 70 mila persone hanno assistito al miracolo del sole, e dove Maria ha mostrato l’Inferno ai tre piccoli pastorelli. Chi nega l’Inferno – che, come affermava Karl Ranher, esiste solo «sulla carta ma non nella realtà» – si appella alla “dottrina della Misericordia”, in forza della quale sussisterebbe un’incompatibilità tra l’infinita bontà di Dio e la possibilità di una dannazione eterna. Paradossalmente, però, a scompaginare le carte è proprio colei che la Chiesa presenta come l’“Apostola della Divina Misericordia”, santa Faustina Kowalska, la suora polacca canonizzata nel 2000 da Giovanni Paolo II. La sua impressionante descrizione dell’Inferno (dove sarebbe stata trasportata da un angelo), esattamente come quella di Lucia di Fatima, a un occhio appena attento, della tanto strattonata Divina Misericordia costituirebbe proprio un segno tangibile. Sarebbe, cioè, l’antidoto contro il veleno somministrato con la negazione di quel dogma di fede (l’Inferno è de fide, piaccia o no a Eugenio Scalfari, che con uno zelo degno di miglior causa su Repubblica ha affermato che il Santo Padre in persona lo avrebbe «abolito»). Il ricordare all’uomo la necessità impellente della sua conversione nonché il suo possibile destino eterno in caso di ostinato rifiuto di Dio – esattamente il cuore del messaggio di Fatima – non può, dunque, non essere considerato “misericordia”, per giunta salvifica.

Nel 1967 la stessa suor Lucia piangeva calde lacrime sul calo della devozione al Cuore Immacolato di Maria. Intrigante, sul punto, è il racconto del vescovo slovacco Paolo Hnilica, colui che si batté per inserire la condanna del comunismo nella Costituzione dogmatica Gaudium et Spes e che nel 1984, secondo la richiesta fatta dalla Vergine a Fatima, si recò sulla Piazza Rossa di Mosca per consacrare segretamente la Russia al Cuore Immacolato di Maria. Così scriveva monsignor Hnilinca: «Nel giorno del 50esimo anniversario delle apparizioni incontrai suor Lucia insieme con il Vescovo di Fatima, il quale ci invitò a visitare le tombe dei due Beati, Francesco e Giacinta. Il vescovo mi tirò la veste e disse: “Guardi Lucia!”. La guardai e vidi che piangeva amaramente. E il vescovo: “Piange perché sua cugina Giacinta sul letto di morte le disse: ‘Lucia, ricordati di quello che ha detto la Madonna: Vengo presto a prendervi, tu rimarrai più a lungo con l’unico scopo di diffondere la devozione al Cuore Immacolato di Maria’”. Il vescovo continuò: “Suor Lucia piange perché si sente fallita”».

I cattolici polacchi – e quelli italiani che su invito dell’Associazione Italiana Accompagnatori Santuari Mariani (Aiasm) il 13 ottobre pregheranno il Rosario in tutta Italia – hanno semplicemente compreso quella verità che Vittorio Messori ha così sintetizzato: «Se dimentichiamo quella radice umana che è Maria, il messaggio di Gesù si degrada in spiritualismo, moralismo, come dimostra la drammatica deriva protestante. Oggi, quando è in gioco la stessa possibilità di credere, è urgente ritrovare la presenza di una Donna che tiene al riparo dall’errore e rafforza le basi della fede». Quella Maria che oggi fa così paura, diventata improvvisamente “divisiva” anche tra gli stessi cattolici, non è il «tumore del cattolicesimo» (secondo la devastante espressione dell’osannato Karl Barth), ma nient’altro che la materna difesa e la precisa conferma della più pura e genuina cristologia. È per questo che su Maria, nemica di tutte le eresie, non si dirà mai abbastanza.

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Galileo Galilei: un po’ di verità

Posté par atempodiblog le 15 février 2014

È il paladino della libertà scientifica e il testimone dell’oscurantismo religioso cattolico. Questo nell’immaginario popolare e sui libri di testo scolastici. Ma la verità storica è un’altra.
di Vittorio Viccardi – Il Timone

Galileo Galilei: un po' di verità dans Articoli di Giornali e News 2mm8ghx
Pisa, 15 febbraio 1564 – Arcetri, 8 gennaio 1642

“Eppur si muove!”. Chi non ricorda questa celebre frase attribuita a Galileo Galilei che volle così rispondere, ci viene detto, con fiero cipiglio, alla lettura della sentenza di quei feroci inquisitori che lo condannavano per le sue scoperte scientifiche?

Gran parte degli studenti ne sono persuasi. Processato, condannato, torturato, incarcerato e, così credono in buona percentuale, anche bruciato sul rogo: questo l’insieme delle cognizioni che la scuola e i mass media ci propinano a proposito dello scienziato pisano.
Solo una minoranza esigua, più preparata, risponderà che Galileo è giustamente famoso per aver applicato per primo il metodo sperimentale, tipico della scienza moderna, per aver perfezionato e utilizzato a fini scientifici il cannocchiale, per aver scoperto il termometro, la legge che regola le oscillazioni del pendolo, la montuosità della luna, la natura stellare della Via Lattea, i 4 satelliti di Giove, le anomalie di Saturno, le macchie solari e le fasi di Venere.
D
iciamo la verità: più che per la sua opera scientifica, Galileo è noto per i due processi subiti dall’Inquisizione nel 1616 e nel 1633, che lo hanno fatto diventare un paladino della scienza moderna e del progresso ed una vittima dell’oscurantismo religioso e conservatore della Chiesa cattolica.
Eccoci dunque di fronte ad una vittima innocente immolata sull’altare di quel cattolicesimo che pretendeva di possedere verità assolute anche in materie scientifiche, ad un martire della scienza, ad un testimone dell’irriducibile contrapposizione tra la Fede religiosa e la scienza.
Senza pretesa di esaurire l’argomento, qualche considerazione ci aiuterà ad avere le idee più chiare. In primo luogo: Galileo non si considerò mai avversario della Chiesa, come tenta di convincerci una delle più grandi menzogne che ci siano mai state propinate. Conservò la fede cattolica fino alla morte, fu amico per lungo tempo di papi e di cardinali (il cardinale Maffeo Barberini, poi eletto Papa con il nome di Urbano VIII, fu suo grande ammiratore) e da molti religiosi fu protetto e incoraggiato nelle sue ricerche.
Quando nel 1611 si recò a Roma fu molto ben accolto dal padre Cristoforo Klaus (Clavio) e dai gesuiti del Collegio Romano. Fu ricevuto persino da Papa Paolo V, con il quale ebbe un lungo e caloroso colloquio.
Qualche mese prima, si era convinto delle fasi di Venere analoghe a quelle della Luna, segno che il pianeta girava intorno al Sole dal quale riceveva la luce. Il sistema tolemaico era così confutato, quello eliocentrico non era certamente dimostrato, e tutto questo non sembrava pregiudicare i suoi rapporti con il mondo ecclesiale.
Anzi, mentre i colleghi scienziati, con in testa il famoso Cremonini, accusavano Galileo di vedere “macchie sulle lenti del telescopio”, non mancava al pisano l’appoggio dei potentissimi astronomi e filosofi della Compagnia di Gesù (gesuiti), capitanati da san Roberto Bellarmino, generale dell’Ordine dei Gesuiti e consultore del Sant’Uffizio.
E ancora: quando padre Cavini attaccherà Galileo a Firenze, nella chiesa di santa Novella, lo scienziato verrà difeso dal padre Benedetto Castelli, suo discepolo e professore di matematica a Pisa e dal maestro Generale dei Domenicani, padre Luigi Maraffi. Sarà poi il cardinale Giustiniano ad ordinare al Cavini di ritrattare pubblicamente le sue accuse.
Senza dimenticare che a Napoli, un altro religioso, il padre Foscarini, pubblicava un elogio di Galileo e del sistema copernicano (che molti gesuiti dotti approvavano) ottenendo l’approvazione ecclesiastica.
E ancora. Anche dopo la sentenza del 1633 che, oltre all’abiura, lo “condannava” a recitare una volta la settimana i sette salmi penitenziali per un periodo di tre anni, fu ospitato nella villa del cardinale di Siena, Ascanio Piccolomini, “uno dei tanti ecclesiastici che gli volevano bene” (Messori). Quindi, si trasferì nella sua villa di Arcetri, detta “il gioiello”, alla periferia di Firenze. Morì con la benedizione del Papa e ricevendo l’indulgenza plenaria, segno che la Chiesa non lo considerava certamente un avversario nélui considerava tale la Chiesa.
Proprio una favola quella dell’inimicizia, della contrapposizione invincibile, dell’insanabile rottura tra Galileo e la Chiesa cattolica. Una favola che per primo contesterebbe proprio lo scienziato pisano. Non va dimenticato, infatti, che al termine della sua vita movimentata, lasciò scritto che “in tutte le opere mie, non sarà chi trovar possa pur minima ombra di cosa che declini dalla pietà e dalla riverenza di Santa Chiesa” .
In secondo luogo: la teoria eliocentrica (la Terra e i pianeti ruotano attorno al sole) non fu inventata da Galileo. Già Aristarco di Samo e la scuola pitagorica, cinque-sei secoli prima di Cristo avevano sostenuto fosse la Terra a ruota re annualmente intorno al sole. Questa teoria venne ripresa da Copernico, sacerdote polacco, morto 21 anni prima della nascita di Galileo.
Se Copernico decise di pubblicare i suoi studi solo l’anno della sua morte fu per timore di essere dileggiato dai colleghi di studi, non certo da uomini di Chiesa i papi Clemente VII e Paolo III, cui l’opera di Copernico era dedicata dai quali ebbe favori e incoraggiamenti. Proprio come accadde a Galileo, che ebbe tra i suoi più fieri avversari i colleghi, irritati dal carattere tutt’altro che facile dello scienziato pisano, non i religiosi.
In terzo luogo: Galileo non portò alcuna prova scientifica che potesse sostenere senza ombra di dubbio la teoria eliocentrica. Per “provare” che la Terra ruotava intorno al sole sosteneva che le maree erano dovute allo “scuotimento” delle acque causato dal movimento terrestre. Ma questo argomento era scientificamente insostenibile. Avevano ragione i suoi “giudici inquisitoriali”, i quali sapevano bene che le maree sono dovute all’attrazione lunare.
Sentiamo Messori: “In quel 1633 del processo a Galileo, sistema tolemaico (Sole e pianeti ruotano attorno alla Terra) e sistema copernicano (Terra e pianeti ruotano attorno al Sole) non erano che due ipotesi quasi in parità, su cui scommettere senza prove decisive. E molti religiosi cattolici stessi stavano pacificamente per il ‘novatore’ Copernico, condannato invece da Lutero”.
Il Cardinale Bellarmino sosteneva che la teoria eliocentrica, considerata come “ipotesi” scientifica (e ipotesi doveva correttamente considerarsi, fino a quando non fosse stata dimostrata vera) non era da scartare a priori, ma bisognava portare le prove. La posizione del Bellarmino è assai più corretta di quella di Galileo, che senza prove la spacciava per tesi inconfutabile. Anzi, in questo specifico caso, proprio il Bellarmino aveva assunto allora una posizione che la fisica moderna, quella dei nostri tempi, dà per scontata.
In quarto luogo: nel processo del 1616 di Galileo non si parla nemmeno. Ma, successivamente convocato al Sant’uffizio, gli fu reso nota la condanna della tesi copernicana e imposto di non insegnarla prima che venisse corretta (quattro anni dopo la teoria fu corretta e qualificata come ipotesi e non come tesi). L’ingiunzione gli venne comunicata privatamente per non esporlo al dileggio dei colleghi. Galileo promise di obbedire (e non lo fece) e venne ricevuto dal Papa in persona. Una “condanna” straordinariamente mite.
Come mite fu la “condanna” subita nel processo del 1633. Galileo non passò nemmeno un minuto in carcere, non venne mai torturato, non gli fu impedito di incontrare colleghi e religiosi (vanno a trovarlo uomini del calibro di Hobbes, Torricelli e Milton), di scrivere, di studiare e di pubblicare, tant’è che il suo capolavoro scientifico – Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze – risale al 1638, cinque anni dopo la condanna.
Ci manca ancora un punto. La famosa frase “Eppur si muove” con la quale abbiamo aperto queste considerazioni. Un altro falso storico. Fu inventata a Londra, nel 1757, dal brillante e spesso inattendibile giornalista Giuseppe Baretti. Come si vede, nel caso Galilei abbiamo bisogno di un po’ di verità. 

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Il Belgio negli anni di Hitler: la Madonna a Beauraing e a Banneux

Posté par atempodiblog le 29 novembre 2013

Il Belgio negli anni di Hitler
Tratto da: A.D. 2012. La Donna, il drago e l’Apocalisse. Di Saverio Gaeta e Andrea Tornielli. Ed. PIEMME

Due delle ultime apparizioni ufficialmente riconosciute in Europa si sono verificate quasi contemporaneamente a Beauraing e a Banneux, due paesi distanti fra loro in linea d’aria una settantina di chilometri, situati nella parte occidentale del Belgio che separa Francia e Germania.

Il Belgio negli anni di Hitler: la Madonna a Beauraing e a Banneux dans Andrea Tornielli Baureing

A Beauraing la Vergine si rivelò per trentatré volte, tra il 29 novembre 1932 e il 3 gennaio 1933, a cinque ragazzi. Quando i veggenti le chiesero il motivo della sua venuta sulla terra, la Madonna – il 30 dicembre 1932 e il successivo 1° gennaio – rispose in maniera coincisa: “Pregate, pregate molto, pregate sempre”. I bambini si sposarono tutti, cercando di restare il più possibile in secondo piano, in quanto si consideravano unicamente uno strumento per la diffusione del messaggio della Madonna. Le apparizioni vennero ufficialmente riconosciute nel 1949.

Banneux dans Apparizioni mariane e santuari

Dopo neanche due settimane da questi avvenimenti, fra il 15 gennaio e il 2 marzo 1933, la Madonna apparve per altre otto volte a Banneux. Alla veggente Mariette indicò una piccola fonte, affermando: “Io sono la Madonna dei poveri. Questa sorgente è riservata a me, per tutte le nazioni”. Nel 1949 il vescovo di Liegi ha dichiarato autentiche le otto apparizioni.

Le due manifestazioni contigue, sia dal punto di vista dello spazio che del tempo, sono state interpretate dai mariologi come un’ulteriore conferma dell’attenzione della Vergine per il destino degli uomini in particolari momenti della storia, con l’obiettivo di segnalare i pericoli e di offrire un aiuto per affrontarli. Donald Anthony Foley, nel suo Libro delle apparizioni mariane, osserva come “nel contesto dell’imminente salita al potere di Hitler, questi messaggi assumono un significato profondo”.

La Madonna invita a “pregare, pregare moltissimo”, “pregare sempre” e “sacrificarsi”. E’ l’urgente necessità di preghiere, aggiunge Foley “per il popolo tedesco e per i suoi politici, affinché non commettessero il tremendo orrore di permettere a Hitler di andare al potere”. Ma le preghiere della gente di Beauraing e altrove in Belgio non avrebbero ottenuto il risultato sperato e Hitler sarebbe divenuto il Cancelliere del Reich il 20 gennaio 1933.

Anche nelle apparizioni di Banneux il tema della preghiera è centrale. Il 15 febbraio, la veggente Mariette riferì queste parole della Madonna: “Credete in me, Io crederò in voi. Pregate molto”. Il 20 febbraio, la Vergine, con aria particolarmente afflitta, si era limitata a dire: “Mia cara figlia, prega molto”, mentre nell’apparizione finale, il 2 marzo 1933, le sue parole per Mariette furono: “Io sono la Madre del Salvatore, Madre di Dio, pregate molto”. Anche le parole con cui la Madonna disse che la fonte era “riservata a tutte le nazioni, per dare sollievo agli ammalati”, erano, spiega Foley “un rifiuto implicito nei confronti delle grossolane teorie razziali naziste; infatti Hitler, anziché dare sollievo agli ammalati e alle persone portatrici di un handicap, stava pianificando di liberarsene”.

“Ma, in ogni caso” osserva “proprio la contemporaneità delle due apparizioni con le vicende relative a Hitler dimostrano che la Vergine non ha trascurato di avvertirci a riguardo della tragedia nazista. Per di più, Beauraing e Banneux si trovano nel territorio delle Ardenne dove, fra dicembre 1944 e gennaio 1945, si sarebbe svolta l’ultima sanguinosa battaglia fra i nazisti e gli eserciti alleati durante la Seconda guerra mondiale”. Uno straordinario tempismo storico che richiama alla mente le apparizioni del 1981 a Medjugorje in Bosnia-Erzegovina, dieci anni prima della guerra in ex Jugoslavia, e a Kibeho in Africa, avvenute anche lì una dozzina d’anni prima delle stragi nella regione dei “Grandi Laghi”.

Il significato profondo e profetico delle due apparizioni di Beauraing e Banneux va dunque colto sotto l’aspetto storico: di fronte alla bufera incombente sull’Europa, la Madonna ha indicato la vera e unica soluzione, l’implorazione a Dio affinché allontani il male dalla faccia della Terra.
“Del resto” aggiunge padre Fanzaga “non è per nulla casuale che, in ben diciannove delle trentatré apparizioni a Beauraong, la Madonna non abbia detto nulla, ma sia venuta soltanto per pregare. Questo desidero sottolinearlo perché, anche riguardo a Medjugorje, ci sono critiche e perplessità per la ripetitività delle apparizioni: se però una sola volta al mese, il giorno 25, viene dato il messaggio, in tutti gli altri giorni la Regina della Pace appare ai veggenti e prega con loro”.

E’ interessante ritornare infine sul fatto che proprio quelle zone sono state teatro di terribili scontri tra le truppe tedesche in ritirata e quelle alleate in avanzata. I tedeschi si sarebbero scatenati in queste terre con le bombe volanti. “Leggiamo nella storia che, nel dicembre 1944” scrive Foley “la controffensiva tedesca era penetrata a sud della linea Liegi-Namur. Inspiegabilmente si arrestò, a qualche chilometro da Beauraing e sul suo fianco nord, a dieci chilometri da Banneux, cioè a Spa, località che nel centro del suo abitato aveva eretto una statua della Madonna dei poveri”.

Anche la città di Liegi non fu più colpita da bombardamenti tedeschi dal giorno in cui il vescovo si era recato a Banneux a implorare dalla Madonna questa grazia. In precedenza, 2141 bombe volanti V1 e V2 avevano distrutto più della metà dell’abitato e provocato la morte di oltre tremila persone. “Banneux stessa” continua Foley “che veniva sorvolata in continuazione da queste bombe, sperimentò uno speciale intervento di protezione. Una bomba volante, un giorno, fu vista mentre stava per colpire in pieno l’Ospizio dei bambini che ne ospitava una cinquantina. E invece, tra lo stupore di chi assisteva al fatto, la bomba fece un quarto di giro e andò a scoppiare sulla strada che costeggia l’edificio. L’impatto fu tremendo: i vetri saltarono tutti, e volarono schegge ovunque; ma, alla fine, si dovette constatare che, eccetto la paura e i danni materiali, non ci fu nessun morto e addirittura nessun ferito”.

Si racconta anche un episodio commovente e anche un po’ divertente. Quando il fumo scatenato dallo scoppio aveva cominciato a dissiparsi, la gente che si trovava nel rifugio vide, con grande meraviglia, scendere la Madonna dei poveri. Non lei in persona, ma la sua statua che si trovava nella cappella, portata in braccio da un giovane ufficiale americano che, pur essendo di religione protestante, aveva pensato bene do non lasciarla fuori dal rifugio, esposta alle bombe.

Nel libro Ipotesi su Maria, lo scrittore Vittorio Messori scrive: “I legami (di Banneux, N.d.A.) con Lourdes sembrano indubbi; e ancor più se si pensa che le precedenti apparizioni di Beauraing hanno inizio e in gran parte si svolgono presso ‘una grotta di Massabielle’ costruita nel giardino delle suore locali. E il cappellano di Banneux è colui che lega, con il suo voto, un evento mariano all’altro. Bernadette e Mariette sono accomunate non solo dall’età giovanissima, dall’ignoranza, dalla miseria, ma anche dal fatto di essere state le sole testimoni: cosa che non avvenne nelle altre apparizioni degli ultimi due secoli, escludendone la prima, quella della Medaglia miracolosa nella Parigi del 1830. C’è un legame anche nel fatto  che, mentre sul gave de Pau (a Lourdes, N.d.A.) fu confermato il dogma mariano dell’Immacolata Concezione, sulle Ardenne (il “Sono la Madre del Salvatore, Madre di Dio” dell’ultima apparizione) fu confermato il più antico dogma della Theotòkos, della maternità divina”.

Messori fa notare anche un’altra coincidenza: “La diocesi di Liegi confina non soltanto con la Germania, ma anche con l’Olanda. A poche decine di chilometri da Banneux c’è Maastricht, che è giusto a ridosso del confine belga. E’ la città dove le nazioni d’Europa hanno completato la fase iniziale del processo unitario. Sarà davvero un caso che, proprio lì accanto, Maria abbia dedicato una sorgente a ‘tutte le nazioni’? E’ una domanda che ci poniamo, a conferma dei molti enigmi che circondano questa tappa belga della moderna epifania mariana. Enigmi tra i quali, non ultimo, quello della presa del potere da parte di Hitler proprio in quel gennaio del 1933. La riproposta dell’umanità, del servizio, della povertà, del nascondimento, mentre iniziava la sanguinosa parabola un regime nato proprio dal rifiuto di questo”.

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Rivoluzione

Posté par atempodiblog le 21 octobre 2013

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Nel giudicare la svolta della storia occidentale nel Settecento, si tenga sempre presente quella differenza radicale di prospettiva che da allora separa noi da tutte le generazioni precedenti. La diremo con le parole di Johan Huizinga: «Per l’uomo dell’Ancien Régime il nocciolo della prospettiva sociale stava nel concetto di eguaglianza totale tra gli uomini, ma riferita all’eternità, non ai pochi anni della vita terrena».

Il che, in fondo, vale non solo per l’égalité ma anche per le altre due Persone della Trinità rivoluzionaria: liberté, fraternité. Non capiremo nulla della storia se non metteremo in conto questa differenza radicale: noi guardiamo alla Terra, i nostri antenati guardavano al Cielo; noi ci aggrappiamo alla vita, loro meditavano sulla morte; noi ci preoccupiamo di far carriera, loro di salvarsi dall’inferno; noi ci confrontiamo con i padroni, loro con il Padre.

Certo, quella prospettiva non impediva che la si tradisse bellamente, col lasciare libero sfogo alle umane passioni di sempre. Ma si trattava pur sempre di “tradimenti” (ampiamente deplorati dalla coscienza pubblica e pagati dagli interessati con segreti o espliciti sensi di colpa) rispetto a un orientamento di pensiero e di vita generalmente e pacificamente accettato.

Le cose si sono talmente rovesciate che, mentre era peccaminoso “tradire” il Cielo per la Terra, a partire da un certo punto diventa peccaminoso (almeno socialmente) il contrario: il pensare all’eternità e non alla storia, anzi alla cronaca. È questo, infatti, il concetto di “alienazione” contro cui, seppure da punti di vista diversi, combattono sia il marxismo “proletario” che la psicoanalisi “borghese”. “Anormale”, un tempo, era chi guardava in basso; nei secoli moderni “anormale” è chi guarda in alto.

È forse questo il motivo per cui il linguaggio politico moderno fece ricorso all’astronomia, e quegli eventi li chiamò “rivoluzionari”: parola dotta che, sino al Settecento, riguardava la fisica e non la politica, indicando il movimento di un corpo astrale attorno al suo asse. Parola ottimamente scelta, per significare questo “rigirarsi” completo, questo mutamento totale di prospettiva.

Possiamo pensarne bene o male: sta di fatto che —nel giudicare la storia che ci ha preceduti— non ci è lecito dimenticare che questa “revolutio” è avvenuta e che, quindi, le “nostre” categorie non sono più le “loro”.

 Tratto da: Vittorio MESSORI, Pensare la storia. Una lettura cattolica dell’avventura umana, Paoline, Milano 1992, p. 225-226.
Fonte: Storia Libera

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Francesco, la misericordia del Papa che accetta il mondo così com’è

Posté par atempodiblog le 23 septembre 2013

Francesco, la misericordia del Papa che accetta il mondo così com’è
di Vittorio Messori – Corriere della Sera
Tratto da: Una casa sulla Roccia

Francesco, la misericordia del Papa che accetta il mondo così com’è dans Papa Francesco I wna5

Credo che stia capitando a molti: la lettura della trentina di pagine della Civiltà Cattolica con l’intervista a Francesco sembra chiarire loro chi sia davvero e che intenda fare colui che ama definirsi «vescovo di Roma». Una Roma che pur confessa di non conoscere, al di là di alcune famose basiliche. Perché nasconderlo?

Molti, nella Chiesa, erano perplessi per uno stile in cui sembrava di avvertire qualcosa di populista, da sudamericano che in gioventù non fu insensibile al carisma demagogico di Peròn.

Gli scarponi ortopedici neri; la croce solo argentata; l’abito papale e i paramenti liturgici talvolta trascurati; l’andare a piedi o in utilitaria, comunque sul sedile anteriore; il rifiuto dell’alloggio pontificio, della villa di Castel Gandolfo, della scorta; i bambini baciati in piazza; le telefonate fatte di persona qua e là; il parlare a braccio, a rischio di equivoci; l’esigere subito il tu dall’interlocutore; certe reazioni emotive, per foto e storie trovate sui giornali. Per quanto mi riguarda (e per quanto poco importi, ovviamente), tutto questo disturbava certo snobismo intellettuale da cui fui contagiato in quasi vent’anni di scuole torinesi, per giunta pre-sessantottarde. Con questo stile «all’argentina», contrastava certa schizzinosa «retorica dell’antiretorica» appresa da quei miei maestri di austerità e di understatement subalpini. Ci sono stati mesi recenti in cui mi rallegravo per il buon momento di sobrietà, di rigore, di profili volutamente bassi: per Papa, un professore emerito bavarese, per presidente del Consiglio, un altro professore emerito della Bocconi, l’equivalente nostrano d’una delle Grandes Écoles parigine. Per completare la Triade, al Quirinale avrei sognato un Luigi Einaudi ma, in mancanza, m’accontentavo della serietà e della discrezione di Giorgio Napolitano, egli pure non sospetto di cedimenti a sentimentalismi e retoriche.

Insomma, io pure ero tra i perplessi. Sia comunque chiaro: come mi è capitato altre volte di ricordare, in una prospettiva cattolica ciò che conta è il Papato, è il ruolo – che gli è attribuito dal Cristo stesso – d’insegnamento e custodia della fede; mentre non ha rilievo teologico il carattere del Papa del momento, cui si chiede solo la salvaguardia dell’ortodossia e la guida della Chiesa tra i marosi della storia. Non vi sono, qui, indici di gradimento personale, il credente segue ed ama ogni pontefice, «simpatico» o meno che gli sia, in quanto successore di quel Pietro cui Gesù affidò la cura del Suo popolo. Ma ecco ora l’intervista al più antico periodico non solo cattolico ma italiano, al quindicinale fondato ben 163 anni fa. Un gesuita, padre Antonio Spadaro, a colloquio – sul giornale dei gesuiti – col primo pontefice gesuita della storia. Un giocare totalmente in casa, dunque. E non a caso. In effetti, leggendo, si comprende come la strategia del Papa che ha voluto chiamarsi Francesco non sia affatto caratteriale ma sia in realtà nella tradizione migliore dei figli non del Poverello, bensì d’Ignazio. Il carisma dei discepoli del guerriero basco fu il comprendere che il mondo va salvato così com’è, ci piaccia o no; che l’utopia cristiana deve sempre confrontarsi con la realtà concreta; che non deve scandalizzare l’amara concretezza di Machiavelli, per il quale gli uomini sono quelli che sono, non quelli che vorremo che fossero. È a quest’uomo, non a uno ideale e inesistente, che va proposta la salvezza portata dal Cristo.

La fortuna dei gesuiti, il loro successo in remote missioni e al contempo alla corte di re e imperatori (un successo che li portò poi alla soppressione del 1773 per mano, guarda caso, di un Papa francescano), quella fortuna fu il frutto di un carisma che lo stesso Bergoglio indica nel «discernimento». Quello che i nemici della Compagnia chiamarono «ipocrisia», «opportunismo», «mimetismo» e i giansenisti «lassismo» e che invece, spiega lo stesso papa Francesco, «è la consapevolezza che i grandi princìpi cristiani vanno incarnati secondo le varie circostanze di luogo, di tempo, di persone». L’evangelizzazione sia flessibile e tenga conto della debolezza umana, «il confessionale non sia una camera di tortura», per usare le parole testuali di Bergoglio. È proprio ciò che ispirò quella casistica che, per i rigorosi, tutto sembrò accettare e giustificare e contro la quale furono scagliate le Lettere provinciali di Blaise Pascal. Lettere che costituiscono un capolavoro letterario ma un infortunio teologico per quel genio, pur straordinario e, ammesso che importi, assai amato da chi qui scrive. Malgrado le esagerazioni (condannate poi dalla stessa Compagnia, prima ancora che dalla Chiesa) avevano ragione i gesuiti: la misericordia, la comprensione, le raffinatezze se non le acrobazie dialettiche per non escludere nessuno dalla comunione ecclesiale, furono e sono mezzi di apostolato ben più efficaci che l’arcigna severità, il legalismo scritturale e canonico, il moralismo implacabile, l’ortodossia usata come un randello. I rigoristi sono ossessionati dall’ aut aut – o questo o quello – mentre i gesuiti tentarono, sempre e dovunque, di praticare un et et – sia questo che quello – che permetta al maggior numero possibile di creature di Dio di raggiungere la salvezza eterna. Fu l’intransigenza di altri ordini che portò alla disastrosa rovina dell’inculturazione del Vangelo tentata dalla Compagnia in Asia, in America, in Africa e che solo il Vaticano II doveva riscoprire e valorizzare.

È da questo desiderio di convertire il mondo intero, usando il miele ben più che l’aceto, che deriva una delle prospettive più convincenti tra quelle confidate dal Papa al confratello: il ritrovare, cioè, la giusta gerarchia cristiana. I decenni postconciliari hanno visto, nella Chiesa, lo scontro sulle conseguenze da trarre dalla fede: politiche, sociali e, soprattutto, morali. Ma della fede stessa, della sua credibilità, del suo annuncio al mondo, ben pochi sembrano essersi preoccupati. Ben venga, dunque, il richiamo del Vescovo di Roma: si ri-evangelizzi, annunciando la misericordia e la speranza del Vangelo. Il resto seguirà. Non vi è, nelle sue parole, alcun cedimento sui cosiddetti «princìpi non negoziabili» in materia etica. Ma vi è, giustamente, l’insistenza sulla doverosa successione: prima la fede e poi la morale. Prima convochiamo, accogliamo e curiamo i feriti dalla vita e poi, dopo che avranno conosciuto e sperimentato l’efficacia della misericordia del Cristo, diamo loro lezioni di teologia, d’esegesi, d’etica. Una sfida, forse un rischio? Papa Francesco fa capire di esserne consapevole ma di essere soprattutto consapevole dell’aiuto, che non potrà mancare, di Chi lo ha scelto, pur lontano com’era dall’attenderlo e dal desiderarlo.

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Léo Moulin: «Date retta a me…».

Posté par atempodiblog le 10 septembre 2013

Léo Moulin: «Date retta a me...». dans Citazioni, frasi e pensieri v9gw

Mi raccomanda, Moulin, di ripetere ai credenti una sua convinzione, maturata in una vita di studio e di esperienza: «Date retta a me, vecchio incredulo che se ne intende: il capolavoro della propaganda anti-cristiana è l’essere riusciti a creare nei cristiani, nei cattolici soprattutto, una cattiva coscienza; a instillargli l’imbarazzo, quando non la vergogna, per la loro storia. A furia di insistere, dalla Riforma sino ad oggi, ce l’hanno fatta a convincervi di essere i responsabili di tutti o quasi i mali del mondo. Vi hanno paralizzati nell’autocritica masochistica, per neutralizzare la critica di ciò che ha preso il vostro posto».

Femministe, omosessuali, terzomondiali e terzomondisti, pacifisti, esponenti di tutte le minoranze, contestatori e scontenti di ogni risma, scienziati, umanisti, filosofi, ecologisti, animalisti, moralisti laici: «Da tutti vi siete lasciati presentare il conto, spesso truccato, senza quasi discutere. Non c’è problema o errore o sofferenza della storia che non vi siano stati addebitati. E voi, così spesso ignoranti del vostro passato, avete finito per crederci, magari per dar loro manforte. Invece io (agnostico, ma storico che cerca di essere oggettivo) vi dico che dovete reagire, in nome della verità. Spesso, infatti, non è vero. E se talvolta del vero c’è, è anche vero che, in un bilancio di venti secoli di cristianesimo, le luci prevalgono di gran lunga sulle ombre. Ma poi: perché non chiedere a vostra volta il conto a chi lo presenta a voi? Sono forse stati migliori i risultati di ciò che è venuto dopo? Da quali pulpiti ascoltate, contriti, certe prediche?». Mi parla di quel Medioevo che da sempre frequenta come studioso: «Quella vergognosa menzogna dei “secoli bui”, perché ispirati dalla fede del Vangelo! Perché, allora, tutto ciò che ci resta di quei tempi è di così fascinosa bellezza e sapienza? Anche nella storia vale la legge di causa ed effetto…».

di Vittorio Messori

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Che cosa c’insegna l’enciclica a quattro mani

Posté par atempodiblog le 17 juin 2013

Che cosa c’insegna l’enciclica a quattro mani
di Vittorio Messori – Corriere della Sera
Tratto da: Vittorio Messori

Che cosa c'insegna l'enciclica a quattro mani dans Papa Francesco I 4ym

I portavoce vaticani avevano cercato di smussare la realtà, avevano parlato di un documento di cui Benedetto XVI aveva abbozzato qualche parte e che Francesco avrebbe ripreso e completato; dicevano di una traccia del papa emerito che il papa regnante avrebbe sviluppato di persona. Invece, sarà proprio «una enciclica a quattro mani»: così, testuale, lo schietto annuncio di Bergoglio in un’occasione ufficiale, il discorso alla Segreteria Generale del Sinodo dei vescovi. Dunque, ecco un’altra “prima volta” del pontefice argentino: un documento dottrinale di primaria importanza, addirittura sulla fede –dunque, sulla base stessa della Chiesa– voluto, pensato e in gran parte scritto da un papa e firmato da un altro. Un altro che ha annunciato nella stessa occasione che non mancherà di dire subito ai destinatari della lettera circolare alla cristianità (tale il significato di enciclica) di «avere ricevuto da Benedetto XVI un grande lavoro e di averlo condiviso, trovandolo un testo forte».
Certo, ogni papa nei documenti a sua firma ha sempre citato i suoi predecessori: ma in nota, come fonti, non certo come coautori. Anzi, viene subito da pensare –con un po’ di ironia amara– che nel caso della rinuncia di Celestino V al pontificato, il suo successore Bonifacio VIII lo fece incarcerare in un luogo nascosto per paura di uno scisma e poi braccare quando fuggì.

Ma cerchiamo di capire come si sia giunti a questa situazione inedita. Preoccupazione primaria di Joseph Ratzinger –come studioso, poi come cardinale e infine come papa– è stata sempre quella di tornare ai fondamenti, di ritrovare le basi del cristianesimo, di riproporre un’apologetica adatta all’uomo contemporaneo. Per questo, aveva progettato una trilogia sulle virtù maggiori, quelle dette “teologali”: così, ecco un’enciclica sulla carità e una sulla speranza. Restava quella sulla fede, che contava di pubblicare entro l’autunno di questo 2013, al termine cioè dell’anno che aveva voluto dedicare proprio alla riscoperta delle ragioni per credere nel Vangelo. Il lavoro era già avanzato, quando ha dovuto constatare che l’avanzare dell’età non gli permetteva più di portare sulle spalle il fardello del pontificato. Forse –libero dagli impegni di vescovo di Roma- le forze gli sarebbero bastate per concludere il testo e pubblicarlo, “declassandolo” da enciclica pontificia a opera di semplice studioso, come già ha fatto con i tre volumi dedicati alla storicità di Gesù. Volumi che non hanno valore magisteriale ma che sono aperti al dibattito degli esperti. E’ probabile che si sia consultato al proposito con Francesco ed è altrettanto probabile che sia stato lui ad assumersi ben volentieri il compito di utilizzare il lavoro già compiuto, portandolo a termine e firmandolo con il suo nome.

In qualche ambiente ecclesiale c’è sconcerto: l’idea di un documento papale di questa importanza e su un tema tanto decisivo redatto insieme lascia perplessi molti . A noi invece, per quanto vale, la cosa piace, la novità ci sembra preziosa perché potrebbe aiutare a ritrovare una prospettiva che anche molti credenti sembrano aver dimenticato. Quella prospettiva di fede , cioè, secondo la quale ciò che importa non è il papa in quanto persona, dunque con un nome, una storia, una cultura, una nazionalità, un carattere. Ciò che importa è il papato, l’istituzione voluta dal Cristo stesso con un compito: quello di condurre il gregge, da buoni pastori, nelle tempeste della storia, senza deviare dal giusto percorso. Il papa (ovviamente sempre per gli occhi del credente) esiste perché sia maestro di fede e di morale, ma non dicendo cose sue, bensì aiutando a comprendere la volontà divina, annunciando la vita eterna che attende ciascuno al termine del cammino terreno, vigilando perché non si cada nel precipizio dell’errore. E per questo gli è assicurata l’assistenza dello Spirito Santo che lo preservi dallo smarrire egli stesso la strada. Nel suo insegnamento , il pontefice romano non è “un autore“, di cui apprezzare le qualità: anzi tradirebbe il suo ruolo se dicesse cose affascinanti e originali ma fuori dalla linea indicata da Scrittura e Tradizione. A lui non è concesso il “secondo me“, che è invece proprio dell’eresia.
Semplificando all’estremo, potremmo dire che “un papa vale l’altro” in quanto alla fine non conta la sua personalità ma la sua docilità e fedeltà come strumento dell’annuncio evangelico. L’aneddotica sui pontefici, sulla loro vita quotidiana, può essere interessante, ma non è influente sulla loro missione. Ciò che importa davvero, lo dicevamo, è il papato come istituzione perenne sino alla Parusia, sino alla fine della storia e al ritorno del Cristo; istituzione, che per il cattolico non è un peso da sopportare ma un dono di cui essere grato. Ci sia o no, il pontefice del momento, “simpatico” a viste umane, amiamo o no il suo carattere e il suo stile, Joseph Ratzinger e Jorge Bergoglio hanno, come ogni uomo, grandi diversità tra loro ma non possono divergere (e il Cielo veglia proprio perché questo non avvenga) allorché parlano del Cristo e del suo insegnamento da maestri di fede e di morale. In quanto strumenti – «semplice e obbediente operaio nella vigna del Signore», disse di sé Benedetto XVI nel suo primo discorso –sono in qualche modo intercambiabili.

Possono approfondire il significato del Vangelo, aiutare a comprenderlo meglio per il loro tempo, ma sempre nel solco di Scrittura e Tradizione: non è loro lecito essere “creativi”. Non sono “scrittori” ma guide, guidate a loro volta da un Altro.

Proprio per questo non ci dispiace affatto, anzi ci sembra preziosa l’occasione offerta ora da una di quelle che Hegel chiamerebbe “le astuzie della storia”: proprio per un documento che riannuncia la fede, cioè la base di tutto, un pontefice emerito e uno regnante mostrano che gli uomini sono diversi ma che la prospettiva di chi è chiamato a condurre la Catholica è eguale, la direzione è la stessa. Ed eguali sono, in fondo, anche le parole per riproporre la scommessa sulla verità del cristianesimo. Dunque, nessuno scandalo per le “quattro mani”.

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Sulle tracce di Maria: Notre Dame du Laus

Posté par atempodiblog le 2 juin 2013

Sulle tracce di Maria: Notre Dame du Laus
di Diego Manetti

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Ogni primo sabato del mese, su Radio Maria, va in onda alle 22.45 un programma condotto da Diego Manetti e titolato “Sulle tracce di Maria”. Si tratta di un cammino che, puntata dopo puntata, porta gli ascoltatori nei tanti santuari dedicati alla Madonna. Per gentile concessione dell’autore, seguiremo anche noi questo cammino, pubblicando la trascrizione di ogni puntata del programma, non appena terminata. Oggi iniziamo con la puntata andata in onda ieri sera che, dopo una introduzione che spiega il senso di questo itinerario, ci porta nel santuario di  Notre Dame du Laus, Nostra Signora del Lago.
Tratto da: La nuova Bussola Quotidiana

SULLE TRACCE DI MARIA

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Vorrei anzitutto provare a rendere ragione del titolo scelto per questa trasmissione che tiene compagnia a tutti gli ascoltatori di Radio Maria il primo sabato di ogni mese dalle ore 22,45 alle 24,00. “Sulle tracce di Maria” allude chiaramente all’intenzione che questa iniziativa si propone, ovvero di seguire – passo dopo passo – il cammino di Maria tra gli uomini, ripercorrendo alcune delle più importanti tracce che la Vergine ha lasciato nel mondo, ovvero i santuari a Lei dedicati.

Perché i santuari mariani sono le “tracce” del cammino della Madonna nel mondo? Perché essi non nascono per libera iniziativa dell’uomo, non sono cioè il frutto dell’inventiva del popolo, ma rappresentano anzitutto una risposta della devozione popolare a una iniziativa che Dio stesso tramite Maria ha assunto rivolgendo un invito, una chiamata, un messaggio a un determinato popolo in un certo momento della storia. E questo è tanto più vero se si considera che moltissimi santuari mariani sono sorti in località dove hanno avuto luogo apparizioni, dove la Vergine Maria ha cioè scelto di presentarsi a uno o più veggenti per consegnare loro un messaggio o un insegnamento da diffondere alla parrocchia, al paese, alla gente.

Basta nominare Lourdes per comprendere quanto ciò sia vero: Lourdes, che oggi è una delle mete di pellegrinaggi religiosi più frequentata al mondo. Lourdes, a cui accorrono milioni di persone ogni anno – malati e non, credenti e non solo – alla ricerca di un segno, di un miracolo – nel corpo, ma ancor più spesso nell’anima. Ebbene, Lourdes è diventato ciò che oggi è a partire dalle apparizioni il cui privilegio Maria Santissima. riservò a una umile e semplice ragazzina di metà Ottocento: Bernadette. Da quell’11 febbraio 1858, quando tutto ebbe inizio, a oggi, dopo oltre 150 anni, la devozione all’Immacolata Concezione si è radicata nella fede e nel cuore delle decine di milioni di pellegrini che a Lourdes si sono recati da tutto il mondo, animati dalla speranza di un conforto e di un incontro personale con la Mamma del Cielo. La splendida basilica dell’Immacolata, dedicata a Notre Dame de Lourdes, è sorta come risposta del popolo a una precisa richiesta della Vergine che aveva fatto sapere per bocca di Bernadette di desiderare che sul luogo delle apparizioni fosse costruita una cappella e che là il popolo si recasse in processione e in preghiera.

Osservare la Basilica di Lourdes oggi non significa solo ammirare uno splendido quanto imponente esempio di architettura religiosa, quanto piuttosto vuol dire scorgere l’immagine concreta della risposta che i fedeli hanno dato a un preciso invito che Maria aveva loro rivolto in quel luogo. Significa dunque scorgere un segno della presenza di Maria nel mondo. Un segno che chiamiamo “traccia” perché è come se fosse uno dei molti passi che hanno segnato il cammino dell’Immacolata per le vie del mondo nel corso dei due millenni intercorsi dalla morte di Cristo al presente.

Ora, se si trattasse di scorgere solamente una traccia del passato, probabilmente non varrebbe la pena di affaticarsi a compiere un simile percorso. Invece, c’è ben di più. Si tratta infatti di scorgere le tracce di una presenza che è viva ancora oggi – prova ne sono i milioni di pellegrini che tuttora vanno a Lourdes o nei diversi santuari mariani sparsi per il mondo – e che soprattutto si collega a messaggi e segni che, affidati a uno o più veggenti particolari, indirizzati a una certa parrocchia o a un determinato paese, hanno però una valenza universale, capace di travalicare i confini della nazione e del tempo d’origine. Così, sempre per restare all’esempio di Lourdes – ben comprensibile per la grande popolarità di cui tale santuario gode presso il popolo dei fedeli – non si può negare che il messaggio della Vergine Maria sulla necessità di fare penitenza e di pregare per i peccatori abbia una attualità e una portata tali da renderlo importante e vero anche per noi, oggi. Ecco perché vale la pena di percorrere le tracce di questo cammino mariano, esplorando i luoghi delle apparizioni – quando queste ci sono state – oppure illustrando i caratteri specifici della devozione a Maria che hanno originato una pietà popolare particolarmente attenta a questo o quell’attributo mariano.

IL CRITERIO DI SCELTA
I santuari mariani sono moltissimi e la scelta non si presenta affatto semplice. Se decidessimo anche solo di privilegiare quelli che sono legati ad apparizione mariane ne avremmo centinaia tra i quali poter spaziare, contando che alle apparizioni mariane già riconosciute dalla Chiesa si aggiungono le molte che ancora sono in attesa di riconoscimento ma che, nei luoghi in cui sarebbero accadute, hanno visto crescere e diffondersi negli anni una profonda devozione mariana. Un esempio in merito può essere ad esempio Ghiaie di Bonate, dove la Madonna si presenta come “Regina della Famiglia”, attraverso una serie di apparizioni avvenute nel 1944, durante la Seconda guerra mondiale, alla piccola Adelaide Roncalli, di appena sette anni. Ebbene, queste apparizioni sono ancora in attesa di riconoscimento, e tuttavia la risposta della gente è stata immediatamente positiva e nel tempo è venuta consolidandosi attraverso le migliaia di pellegrini che ogni anno raggiungono la piccola cappella edificata sul luogo delle apparizioni.

Altro criterio di scelta poteva essere ancora quello cronologico, a partire dai santuari più antichi o alla cui origine sta una apparizione mariana accaduta nei tempi più remoti. Un esempio in tal senso può essere la Basilica di Saragozza, dedicata alla Virgen del Pilar, ovvero alla Vergine che sarebbe apparsa a San Giacomo Apostolo durante una tappa del suo cammino di evangelizzazione per la Spagna, intorno all’anno 40 d.C. Ma l’ordine cronologico rischierebbe forse di risultare un tantino arido, forse addirittura costringente rispetto alla possibilità di spaziare con più libertà verso i santuari e i luoghi di devozione mariana che paiono rivestire maggiore importanza e significatività per noi oggi.

Alla fine, ho dunque scelto un criterio che oserei definire evangelico, ovvero quello del “vieni e vedi”, come disse Gesù ai primi apostoli. Che cosa intendo dire con “vieni e vedi”? Intendo dire che occorre anzitutto stare dinnanzi ai fatti, che occorre fare esperienza di ciò che si desidera testimoniare e condividere con gli altri, con i fratelli nella fede. Ecco perché nella estate ci alcuni anni fa mi sono recato in pellegrinaggio in diversi santuari mariani in Francia, Spagna, Portogallo, proseguendo un cammino che avevo cominciato qualche tempo prima a Medjugorje e poi proseguito in Italia nelle diverse località ove si trovi un santuario o un sito di devozione mariana. Mi sono recato in pellegrinaggio – affrontando la fatica di un viaggio di oltre 5.000 km in macchina in appena una decina di giorni – per andare a vedere di persona quello di cui avevo sentito parlare. A vedere cioè la profonda fede che animava la gente del posto, a verificare con mano lo stato delle cose, a respirare l’aria che avevano respirato certi pellegrini secoli prima, a calpestare le pietre sulle quali avevano camminato alcuni veggenti tempo addietro, alla ricerca – appunto – di quelle tracce che Maria aveva lasciato nella storia.

HO VISTO, E HO CREDUTO
Ho visto, cioè ho incontrato persone, ho messo gli occhi negli sguardi dei fedeli che – da ogni parte del mondo – erano giunti a Lourdes, a Fatima, a Saragozza, a La Salette, a Laus, etc. E ho sperimentato che la fede che aveva accolto nel passato – al tempo delle apparizioni in quel luogo o comunque in un certo momento storico – il messaggio di Maria, era la stessa che si respirava al presente. Sono andato, ho visto, ho creduto.

Ma “vieni e vedi” non è solo il metodo che ho seguito per scegliere le mete di questo grande pellegrinaggio. E’ anche la strada che desidero percorrere nel rivolgermi a quanti, il primo sabato di ogni mese, vorranno seguire questo appuntamento su “Radio Maria”. Vorrei cioè invitare ognuno di voi a seguirmi in quei santuari che io stesso ho visitato, tentando di condividere con voi la mia testimonianza, indagando con ognuno di voi le tracce di quel cammino di Maria che ha anche e senza dubbio attraversato quei posti. Dopo questi santuari – sono parecchi, senz’altro sufficienti per il cammino di almeno un anno di trasmissione – potremo andare a quelli in cui, pur non essendoci stato di persona, si rinvengono segni e testimonianze di quel cammino di Maria di cui abbiamo parlato e la cui importanza è tale che non possono essere tralasciati.

IL PUNTO DI PARTENZA: LAUS

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Il primo santuario di cui vorrei parlare è quello dedicato a Notre Dame du Laus, Nostra Signora del Lago. E’ stata la tappa finale del pellegrinaggio che ho compiuto in quella estate – era il 2008 – eppure forse la più significativa. Perché è stata la provvidenza a guidarmici. Ricordo infatti che mi trovavo – con gli amici che mi accompagnavano – al santuario di La Salette. Nei pressi del santuario, dissetandoci alla fonte della Vergine, ho incontrato alcuni pellegrini provenienti da Bergamo. I quali mi hanno detto che stavano compiendo proprio un pellegrinaggio di un paio di giorni a La Salette dopo esser stati a Notre Dame de Laus. Conoscevo il posto per sentito dire, perché sapevo che si trattava di apparizioni molto particolari – durate oltre 50 anni! – e il cui riconoscimento da parte della Chiesa era così recente (risaliva infatti a maggio 2008) che rappresentava un sicuro motivo di ulteriore interesse.

I due amici – perché quando si incontrano pellegrini che condividono le stesse ragioni di un cammino sui luoghi della fede non si può fare a meno di chiamarli “amici” – mi hanno indicato la strada. Il posto si trovava a circa un’ora da La Salette, mi dissero, prodigandosi anche in spiegazioni e indicazioni per facilitarmi il percorso. Per negligenza mia, non prestai loro molto ascolto pensando che, invece di ritenere le molte e complicate informazioni stradali che mi stavano fornendo, avrei potuto senz’altro affidarmi al navigatore satellitare. Al momento di ripartire con l’automobile ho però avuto l’amara sorpresa: tra le centinaia di località riportate sulle mappe memorizzate nel sistema di navigazione – delle quali moltissime indicate come “Notre Dame de…” – non una corrispondeva a Laus, il cui nome risultava sconosciuto al navigatore. Beh, in fondo non era una tappa prevista, e poi ci si poteva tornare anche un’altra volta.

Però, pensai, il fatto di aver ricevuto questa indicazione dai due amici bergamaschi di passaggio non poteva essere un semplice caso, ma amavo leggerlo come un invito che la Madonna ancora ci rivolgeva per andare a visitarla in un’ultima tappa prima del rientro a casa, nel Monferrato Casalese. Ma come fare a raggiungere il posto? L’alternativa era una: affidare tutto a Maria. Se Lei ci chiamava a Laus, allora ci avrebbe anche indicato la strada. Così, tutto affidando a Dio, siamo partiti per tornare a casa, dicendoci: “Se è destino che si vada a Laus, ci andremo…”. Dopo un’ora di viaggio, improvvisamente, la mia attenzione è colpita da una piccola indicazione fissata a bordo strada “N.D. de Laus”… Ci siamo! Ecco il segnale che cercavamo… appena 9 km, e raggiungeremo anche l’ultima tappa di questo viaggio. Quasi non ci credevo, così lontano, eppure così vicino, proprio sulla strada di casa (eppure le indicazioni che mi avevano dato i due amici incontrati a La Salette mi avevano fatto pensare che fosse molto più complesso il tragitto per giungere a destinazione…). Insomma, sembrava davvero una meta della provvidenza. E questo l’ha resa ancor più speciale di altri santuari che pure hanno una tradizione di devozione mariana molto forte.

Ma un altro è il motivo per cui ho deciso di sceglierlo come santuario di apertura della trasmissione, quasi a inaugurare il nostro cammino. Si tratta del fatto che all’interno della Chiesa che ricorda le apparizioni che ebbero luogo in quella località dal 1664 al 1718 si ritrova un’indicazione tanto semplice quanto significativa: “Questa Chiesa è stata edificata per volontà della Madonna”. Così, senza tanti fronzoli e retorica, si diceva allora – e lo si è potuto leggere fino a oggi – questa grande verità: è Maria che fa, l’uomo poi è chiamato a rispondere. Il santuario – quello di Laus, e assieme a quello ogni altro santuario al mondo – è dunque la risposta dell’uomo a un invito o a una richiesta precisa operata dalla Madonna, in un dato spazio e in un dato momento della storia dell’umanità. Mi è sembrato dunque giusto partire da quella che pareva essere una traccia esplicita di quel cammino di Maria tra gli uomini cui più volte abbiamo accennato.

Infine, ultimo – ma non in ordine di importanza – motivo per privilegiare Laus è il recente riconoscimento delle apparizioni, sulle quali la Chiesa si è ufficialmente pronunciata solo nel maggio del 2008. Ma ben prima di tale riconoscimento, migliaia erano i pellegrini che annualmente si recavano nella piccola località francese. Scegliere Laus significa dunque indicare l’apertura a raccontare anche di quelle realtà il cui giudizio di veridicità la Chiesa deve ancora pronunciare, benché già si vedano frutti di devozione e di conversione che lasciano presumere la bontà del fenomeno nel suo complesso.

A tal proposito credo che possa giovare ricordare quanto il Cardinale Joseph Ratzinger, poi diventato papa col nome di Benedetto XVI, allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, diceva a Vittorio Messori in merito alle apparizioni in “Rapporto sulla fede” (Ed. Paoline 1985): “Nessuna apparizione è indispensabile alla fede, la Rivelazione è terminata con Gesù Cristo, Egli stesso è la rivelazione. Ma non possiamo certo impedire a Dio di parlare a questo nostro tempo, attraverso persone semplici e anche per mezzo di segni straordinari che denunciano l’insufficienza delle culture che ci dominano, marchiate di razionalismo e di positivismo… Uno dei segni del nostro tempo è che le segnalazioni di “apparizioni” mariane si stanno moltiplicando nel mondo…”. Nel corso della trasmissione accadrà dunque di riferirsi anche a santuari sorti in luoghi dove le apparizioni di Maria ancora attendono il riconoscimento della Chiesa. Nella piena obbedienza alla Chiesa e nella totale fedeltà al suo Magistero lo faremo dunque dandone conto in termini di pura testimonianza umana, senza richiedere alcun impegno o riconoscimento di fede né intendendo in alcun modo indirizzare, valutare o prevenire il giudizio della Chiesa stessa in merito, desiderando semplicemente illustrare la devozione e le testimonianze di fede raccolti in tali luoghi. Che, a onor del vero, saranno pochi. Ma almeno, cari ascoltatori, sapete fin d’ora come regolarvi. Da parte mia, avrò la massima cura nel distinguere i diversi casi e nel mettere in luce lo stato di fatto rispetto al riconoscimento delle apparizioni che di volta in volta ci potrà accadere di dover illustrare o riportare.

NOTRE DAME DE LAUS

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Tutto ciò premesso, veniamo ora senza indugio alla prima tappa del nostro percorso. Laus si trova a poche decine di chilometri dal confine con il Piemonte, sulle Alpi Marittime del Delfinato francese. Nel santuario di Notre Dame de Laus – che in lingua occitana significa “Nostra Signora del Lago” – si fa memoria delle apparizioni che per ben 54 anni, dal 1664 al 1718, segnarono la vita di una povera pastorella del luogo, di scarsa cultura e di semplici costumi, che la Madonna stessa – oggi a Laus venerata come “rifugio dei peccatori” e “Madre della riconciliazione” – scelse per farne uno straordinario strumento della grazia divina. Tale fanciulla è Benoît Rencurel, Benedetta, che la Chiesa ha riconosciuto nel 1872 come venerabile per tramite di Pio IX, in attesa di poterla elevare, al pari di altri grandi veggenti mariani, all’onore degli altari. Quello di Laus è un messaggio molto particolare, rivolto a tutta l’umanità, benché annunciato da una piccola località francese per bocca di una umile pastorella.

Vediamo di conoscere meglio la protagonista di questa meravigliosa storia. Benedetta Rencurel era nata il 17 settembre 1647 a Saint Etienne. Rimasta precocemente orfana, come si usava all’epoca venne inviata a servizio presso una benestante famiglia del posto, i Jullien, con l’incarico di occuparsi del gregge. Ragazza dolce e sensibile, crebbe sviluppando in sé una grande operosità unita a profonda bontà d’animo, pur essendo però di carattere fermo e risoluto verso il bene. Amante della preghiera fin dalla tenera età, prediligeva in modo particolare la preghiera del Santo Rosario. Al “Vallon des Fours”, cioè il Vallone dei Forni, una località posta sulle alture prossime al villaggio di St. Etienne, Benedetta era solita condurre il gregge al pascolo. Il posto deve il nome al fatto che le montagne limitrofe erano ricche di una terra gessosa che veniva cotta in enormi forni scavati nella terra al fine di ricavarne una calce di ottima qualità. Proprio nei pressi di tale pascolo, nel maggio del 1664, apparve a Benedetta una bellissima Signora con un Bambino per mano, scomparendo dopo poco, senza dire una parola. A questa prima apparizione – all’epoca Benedetta non aveva ancora 17 anni – ne seguirono altre, sempre “silenziose”, quasi a voler avvicinare con dolcezza e pazienza la ragazza, per farle accogliere con cuore aperto e sicuro quanto la Provvidenza andava preparando.

Un po’ alla volta, passo passo, la bella Signora prese confidenza, se così possiamo dire, con la fanciulla, iniziando a parlarle, intessendo un dialogo fatto di domande e risposte, offrendole conforto e rassicurandola rispetto a quanto desidera da lei, esortandola dolcemente ad aprirsi di più a Dio e agli altri. Pur volendo vivere questo straordinario avvenimento nella più grande umiltà, presto Benedetta non riesce più a mantenere il riserbo su quanto le sta accadendo, confidandosi con i familiari. La notizia inizia a girare per il paese e presto vengono coinvolte anche le autorità le quali, timorose che possano circolare idee foriere di menzogna e causa di disordini, esigono spiegazioni.

A quel punto la bella Signora domanda che si faccia una processione di tutto il popolo del Vallone dei Forni, rivelando finalmente il suo nome – “Mi chiamo Maria”, afferma, ed è il 29 agosto 1664 – e dicendo che non sarebbe più apparsa per un certo tempo. Trascorre infatti un mese prima che la Madonna – che ormai si è rivelata come tale – appaia ancora a Benedetta, in una località poco distante dalle prime apparizioni. Questa volta ha un messaggio preciso per la fanciulla: “Figlia mia, salite la costa del Laus. Là troverete una cappella dove sentirete profumo di violetta”. Il giorno dopo, la giovane veggente, animata di profonda fiducia in quanto Maria le ha detto, si reca alla ricerca di quanto indicatole. Seguendo i profumi di violetta che la Madonna aveva preannunciato, Benedetta scopre una cappellina dedicata a Notre Dame de Bon Rencontre. Aperto con ansia e trepidazione l’ingresso della cappellina, ecco che ad attenderla vi trova la Madonna stessa. La cappella, deserta e abbandonata da tempo, si presenta assai desolante, con l’altare ricoperto di polvere. La Madonna rivela un nuovo messaggio: “Desidero far costruire qui una chiesa più grande in onore del mio adorato Figlio; e questo sarà luogo di conversione per numerosi peccatori, e un luogo dove io vi apparirò molto spesso”.

Dal 19 marzo 1665 (festa di San Giuseppe) accorrono a Laus migliaia di pellegrini da tutta la Francia. Il 18 settembre 1665 avviene il riconoscimento diocesano del fenomeno delle apparizioni, principalmente sulla spinta di una guarigione a dir poco prodigiosa che restituisce il completo uso delle gambe a una signora inferma. Nell’ottobre del 1665 comincia infine la costruzione della chiesa come richiesto dalla Madonna che desiderava un luogo di culto e di preghiera sul sito della cappellina originaria di Notre Dame “de bon rencontre”.

BENEDETTA
Le apparizioni di Laus durarono in tutto 54 anni – un tempo straordinariamente lungo, capace di rispondere alle obiezioni che oggi si levano contro quelle apparizioni mariane che sono giudicate inammissibili da molti proprio per la loro durata (il riferimento, ovvio, è a Medjugorje, come facilmente si comprende)-: dapprima si susseguirono praticamente tutti i giorni, poi con scadenza mensile più o meno regolare. Dopo alcuni anni dalle prime apparizioni, precisamente nel 1672, Benedetta andò ad abitare stabilmente a Laus, in una modesta abitazione che ancora oggi è possibile vedere. In questa misera casetta, la ragazza, istruita da Maria SS. nelle Verità della fede, passava ore in preghiera, alternando momenti di profondo raccoglimento ad altri di pesanti vessazioni diaboliche e di accanita lotta contro il Demonio. Demonio che non tarda a manifestarsi anche fisicamente per svelare il motivo di tanto odio contro Benedetta, poiché ella “è causa per me della perdita di molte anime”. In ciò ricordando le vicende di Santa Faustina Kowalska che, nel `900, analoga ira diabolica susciterà proprio a ragione delle innumerevoli anime strappate al demonio. Benedetta scelse dunque di sottoporsi a severe penitenze corporali, conducendo un’esistenza dallo stile assai rigoroso ed austero. Tutto questo per meglio affrontare le prove spirituali che il Signore permetteva le fossero poste innanzi e per preparare il suo spirito a rendere testimonianza alle molte migliaia di pellegrini che cominciavano ad accorrere da tutta la Francia.

Nel luglio del 1673, durante un momento di preghiera ai piedi di Gesù Crocifisso, ha l’apparizione di Gesù stesso, inchiodato alla Croce, ricoperto di sangue. Da quel momento, molte volte e per molti anni Benedetta avrà il dono di rivivere la Passione di Nostro Signore, soffrendone i dolori nel proprio corpo. Ma le prove non sono finite: nel 1692 le truppe del duca di Savoia invadono la regione francese, costringendo Benedetta – obbediente in questo a quanto richiesto dalla Vergine stessa – a lasciare Laus, rifugiandosi a Marsiglia, per farvi ritorno in seguito e trovare solo distruzione e rovina.

Frattanto, venuto a mancare il suo confessore, incomincia per Benedetta un grave tempo di prova e di solitudine, durante il quale perde molto del sostegno fin lì avuto – da più parti infatti ci si lamenta del fatto che la grande devozione espressa dal popolo a Laus coincide con l’abbandono e la scarsa pratica tipica delle limitrofe realtà parrocchiali, suscitando invidia e malumori -, soprattutto quando giungono al santuario dei preti giansenisti che le negano persino la Comunione e la Messa quotidiana. Addirittura si tenterà di allontanarla da Laus, cercando forse in tal modo di porre fine al fenomeno delle apparizioni, giungendo a progettare di rinchiuderla in un convento. Tali persecuzioni segneranno l’esistenza di Benedetta per circa venti anni.

Nonostante le pressioni esterne, Benedetta non sceglie la strada della consacrazione religiosa, non è infatti chiamata a farsi suora, ma ad assolvere il compito che la Madonna stessa le ha assegnato: incontrare i pellegrini, parlare con loro, offrendo ad ognuno i consigli richiesti e gli aiuti necessari, secondo l’ispirazione che Dio le concedeva. Cosa che non avrebbe potuto fare stando rinchiusa in un convento. Benedetta si prende dunque a cuore la missione ricevuta dalla Santissima Vergine: quella di preparare i peccatori a ricevere il sacramento della Penitenza. Pertanto, incoraggia spesso i sacerdoti addetti al santuario a ricevere i pellegrini con dolcezza, pazienza e carità, dimostrando una bontà particolare per i più grandi peccatori, onde incitarli a pentirsi.

Il Santo Curato d’Ars soleva dire: “Non è il peccatore che torna a Dio per chiederGli perdono, ma è Dio che rincorre il peccatore e lo spinge a tornare da Lui”, aggiungendo: “Per ricevere il sacramento della penitenza, ci vogliono tre cose, aggiungeva lo stesso santo: la Fede che ci rivela Dio presente nel sacerdote, la Speranza che ci fa credere che Dio ci farà la grazia del perdono, la Carità che ci porta ad amare Dio e che ci insinua nel cuore il rimorso di averLo offeso”. Con lo stesso spirito, Benedetta incoraggia i confessori affinché avvertano i penitenti di non avvicinarsi alla Santa Comunione se non dopo una buona confessione, preparata da un esame di coscienza fatto alla luce dei dieci Comandamenti e del Discorso della Montagna. Non è un compito facile quello che la Vergine ha assegnato a Benedetta: ha a che fare con giovani corrotti, fanciulle di facili costumi, nobilotti ingiusti e viziosi, sacerdoti e monaci infedeli ai sacri voti. Ma a tutti Benedetta infonde il desiderio di riconciliarsi con Dio, orientando anche i peccatori più recalcitranti ad affidarsi alla misericordia di Gesù attraverso l’apertura del cuore dinnanzi al confessore. Come ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica al numero 1645: “Celebrando il sacramento della Penitenza, il sacerdote compie il ministero del Buon Pastore che cerca la pecora perduta, quello del Buon Samaritano che medica le ferite, del Padre che attende il figlio prodigo e lo accoglie al suo ritorno, del giusto Giudice che non fa distinzione di persone e il cui giudizio è ad un tempo giusto e misericordioso. Insomma, il sacerdote è il segno e lo strumento dell’amore misericordioso di Dio verso il peccatore.” Benedetta si sacrifica per i peccatori, sostenendo e accompagnando con la sua preghiera la loro confessione, senza risparmiarsi sacrifici e penitenze severe per riparare i loro peccati e ottenere grazie per essi.

Dalla Pentecoste del 1718 la salute di Benedetta peggiorò drasticamente, fino alla morte avvenuta la sera del 28 dicembre, festa dei Santi Innocenti, all’età di 71 anni. Sepolta davanti all’Altare Maggiore del Santuario, le sue spoglie mortali giacciono ancora oggi proprio sotto la lampada il cui olio serve a ungere i molti devoti che, in cerca di sollievo per malattie e sofferenze del corpo e dell’anima, giungono a Laus da ogni parte della Francia e da moltissimi Paesi d’oltre confine.

I PROFUMI E L’OLIO
Morta Benedetta, la devozione alla Vergine di Laus non venne meno e anzi seppe resistere alla furia della Rivoluzione Francese. Molti furono i vescovi a riconoscere la soprannaturalità dell’apparizione, incoraggiando i fedeli a recarsi in pellegrinaggio presso il santuario di Laus, finché, per opera di Pio IX, Benedetta Rencurel venne proclamata Venerabile, nel 1872.

A Benedetta, donna umile e ignorante, la Madonna affidò un messaggio di grande valore spirituale, invitando la gente del posto per suo tramite a recarsi là in pellegrinaggio, chiedendo l’edificazione del santuario, esortandola a guidare, accogliere e confortare i pellegrini. Segno tangibile dell’amorosa presenza di Maria in quel luogo fu il soavissimo profumo che, ancora oggi, si può sentire nel Santuario. Il fenomeno degli effluvi profumati di Laus è stato indagato anche dalla scienza, senza però raggiungere un verdetto incontrovertibile o esaustivo. Da notare la cura che ancora oggi si presta a permettere di fruire di questo fenomeno tutto particolare evitando di mettere fiori e piante profumate nel santuario e nei suoi pressi, in modo che ogni profumo sia immediatamente riconducibile a quella dolce scia che Maria ha lasciato dietro di sé apparendo a Laus.

Il Santuario di Notre Dame de Laus conserva ancora oggi al proprio interno la cappella originaria detta di “Notre Dame de Bon Rencontre”, dove la vergine apparve a Benedetta. Nell’abside della cappella, davanti al Tabernacolo dell’Altare Maggiore, arde la lampada nel cui olio i pellegrini sono soliti intingere le dita della mano destra per farsi il segno della croce. Come la Madonna stessa aveva promesso alla veggente, se questo olio fosse stato utilizzato con profondo spirito di fede nei confronti dell’onnipotenza di Gesù, esso avrebbe procurato numerose guarigioni, fisiche e spirituali, come in effetti avviene ormai da oltre tre secoli. Oggi il santuario è affidato al clero diocesano coadiuvato dai Frati di San Giovanni.

IL MESSAGGIO
Le apparizioni di Laus rappresentano un invito all’umiltà, alla fiducia, e insegnano che Dio sceglie gli umili (Benedetta è una pastorella, come Bernadette, come i pastorelli di Fatima…). E’ Maria stessa che la educa alla fede, ponendo una grande sapienza in un animo intriso di preghiera e sincera devozione. I segni lasciati da Maria sono aiuti per la fede dei pellegrini, e confermano l’amorosa cura con cui Maria segue l’umanità che Cristo le ha affidato fin da quando, in croce, disse: “Ecco tuo figlio”, invitando Maria ad accogliere come tale non solo Giovanni, ma ogni uomo.

In occasione del riconoscimento ufficiale delle apparizioni, domenica 4 maggio 2008, Festa dell’Ascensione, mons. Jean-Michel di Falco-Leandri, vescovo della diocesi di Gap-Embrun, ha sottolineato come il messaggio di Laus sia improntato all’esaltazione della riconciliazione – degli uomini con Dio e tra di loro – e della misericordia divina.

Un riconoscimento che è giunto dopo molti anni, mentre già tanti fedeli accorrevano a Laus, un santuario così significativo da far dire a Jean Guitton che si trattava di “uno dei tesori più nascosti e più potenti della storia d’Europa”. Un tesoro che oggi richiama annualmente circa 130.000 pellegrini.

Giova ancora ricordare le parole di mons. Di Falco-Leandri: “Le apparizioni avvengono perché Cristo, Maria e i santi sono vivi, perché la Comunione dei Santi non è una parola vuota, perché il Cielo si interessa della terra. Ma le apparizioni non sono fotografie del Cielo; noi continuiamo infatti a camminare nella fede, senza vedere Dio faccia a faccia. (…) Il Santuario di Notre Dame du Laus non è dunque una finestra aperta sul Cielo, ma una strada aperta verso una vita quotidiana da vivere secondo lo stile di Benedetta”.

LA PREGHIERA
Venerando a Laus la Vergine Maria come “rifugio dei peccatori” e “Madre della Riconciliazione”, la migliore preghiera per concludere sembra il “Memorare” di San Bernardo.

Ricordati, o piissima Vergine Maria,
che non si è mai inteso al mondo
che alcuno abbia fatto ricorso a te
per implorare il tuo aiuto
e sia stato abbandonato.

Anch’io, animato da tale confidenza,
a Te ricorro, Vergine Madre purissima,
e vengo in ginocchio dinnanzi a Te,
peccatore avvilito e affranto.

Tu, che sei la Madre del Verbo,
non respingere la mia povera voce,
ma ascolta benevola ed esaudisci

Amen

Per eventuali richieste dell’olio, si può contattare:
Recteur Pére Bertrand Gournay
Sanctuaire Notre Dame du Laus
05130 Saint Etienne – Le Laus (France)

Publié dans Apparizioni mariane e santuari, Diego Manetti, Laus, Libri, Venerabile Benedetta Rencurel, Vittorio Messori | Pas de Commentaire »

Il paradosso di Lourdes

Posté par atempodiblog le 11 février 2013

Il paradosso di Lourdes
Intervista con Vittorio Messori
di MiniOftal (Opera Federativa Trasporto Ammalati Lourdes)

Il paradosso di Lourdes dans Apparizioni mariane e santuari

La tesi di fondo del suo libro è che quanto accaduto a Lourdes è vero perché Bernadette risulta assolutamente credibile. E’ così?
Lourdes è paradossale perché è il maggior santuario della cristianità e si regge solo sulle spallucce di un’analfabeta alta un metro e quaranta, socialmente irrilevante ed emarginata. E’ il paradosso del Vangelo: la grandezza è privilegio dei piccoli. Noi abbiamo solo la sua testimonianza: lei sola ha visto e sentito e lei sola ci ha riferito. Se si vuole indagare sulla verità di Lourdes bisogna indagare sulla credibilità di Bernadette.

Questo libro è solo il primo di due volumi: [...] Bernadette non ci ha ingannati si concentra sulla figura della testimone. Ma poi se il Signore mi darà il tempo e la forza ci sarà un altro libro che si chiamerà Attorno alla grotta dove investigherò questioni molto interessanti: perché Lourdes? Perché allora? Lourdes è stata preannunciata? Tutta una serie di domande le quali non fanno altro che confermare quello che Bernadette ci ha detto.
Bernadette non ci ha ingannato? O non si è ingannata? Molti la consideravano una malata di nervi: potrebbe essere un’allucinata. Potrebbe averci ingannato, anche se in buona fede, ingannandosi lei per prima.

Una prospettiva nuova nel panorama della ricca letteratura sul tema.
Ho cercato di raccogliere tutte le obiezioni su quanto ci ha raccontato. I libri di Lourdes sono davvero molti, forse addirittura troppi. Molti mi dicevano: “Ma come ?! Un altro libro su Lourdes?”. Ho cercato di fare un libro che mi pare che ancora non ci fosse. Credo che sia così perché la letteratura su Lourdes l’ho esaminata praticamente tutta. Un libro che raccogliesse in modo ordinato tutte le obiezioni possibili sulla verità di quello che Bernadette ci ha raccontato, che io sappia non esisteva. E io ho cercato di dare delle risposte pacate, ma molto precise. E’ un libro di dati e di fatti, non un libro di spiritualità. Ci vogliono anche quelli, ci mancherebbe! Ma prima di fare della spiritualità su Lourdes bisogna cercare la sua verità.

Quindi il suo atteggiamento è tutt’altro che fideistico. Bisogna cercare delle vere e proprie ragioni per credere?
Questo è un libro scritto esplicitamente da un credente. E soltanto il credente di fronte a Lourdes può essere oggettivo: se un non credente dovesse convincersi che Lourdes è vera, allora dovrebbe rivedere tutta la propria vita; invece un credente può essere oggettivo perché la sua fede si basa sì sulle apparizioni, ma su quelle di Gesù. Se uno storico per assurdo dovesse dimostrare che Bernadette ci ha veramente ingannati, a tutti noi spiacerebbe molto e ci sentiremmo presi in giro, ma la nostra fede non ne sarebbe toccata. La mia ricerca è basata soltanto su dati storici criticamente accertati. Su questo libro si potrà dire quello che si vuole, ma non si potranno confutare le affermazioni che lo sostengono .

D’altronde ci ho messo una ventina d’anni.

Rispetto ad altre apparizioni mariane, Lourdes ha dei caratteri di unicità?
Sul piano storico Lourdes è la più cristallina, la più coerente, la più evidentemente vera.Si prenda ad esempio un’apparizione che l’ha preceduta, quella di La Salette, ed una che l’ha seguita, quella di Fatima. Entrambe apparizioni ufficialmente riconosciute, ma tormentate. A margine di La Salette c’erano stati dibattiti politici, polemiche tra correnti cattoliche. Per Fatima sappiamo bene quello che ha circondato il “terzo segreto”.

A Lourdes tutto è invece limpido, tutto è chiaro, tutto è semplice; si tratta soltanto di esaminare la testimonianza dell’unica testimone, la cui sincerità è evidente.
Se si vuole trovare un punto di appoggio per la fede, è facile trovarlo in Lourdes.
E’ cristallino ed evidente quello che Bernadette ci ha raccontato. Sono smisurati i documenti che bisogna esaminare: la burocrazia francese dell’epoca era molto organizzata. Per cui lo storico da un lato è favorito perché ha un sacco di materiale; dall’altro è sfavorito perché bisogna faticare a consultarlo tutto.

Ci sono altre peculiarità?
A Lourdes la Madonna non piange mai. Qualche volta si rattrista per i peccatori ma sorride per ben due terzi del tempo delle apparizioni. Non esiste un’altra apparizione dove la Madonna sorrida così tanto. Si pensi che addirittura per ben tre volte ride, ride “come una bambina”. Questo fece addirittura scandalo.

Certo se Bernadette si fosse inventata tutto, non l’avrebbe inventato così…
Bernadette ha sempre detto: “era alta come me e aveva la mia età”. Questo i cattolici non lo volevano accettare, perché vedevano la Madonna come una matrona, come una gran signora. Bernadette la descrive come una Petito Damiselo, una piccola signorina. Bernadette era davvero piccola e non dimentichiamo che pur avendo 14 anni, secondo i medici ne dimostrava 12, a causa dei postumi del colera che l’aveva colpita e dell’’asma incipiente. L’idea di una Madonna alta un metro e quaranta con l’aspetto da bambina non era accettata dai cattolici.

Infatti Bernadette non ha mai amato la statua di Fabish (quella posta nella nicchia della grotta, ndr), e ha sempre detto che non rispecchiava in niente ciò che aveva visto. Uno dei motivi di veridicità è proprio questo: se Bernadette avesse inventato tutto o avesse avuto delle allucinazioni, avrebbe visto tutt’altro .

Oltre ad essere motivo di studi ultraventennali, Lourdes cosa ha significato per la sua vita?
Anzitutto ha avuto un significato per la mia nascita: io, come Joseph Ratzinger, sono nato il 16 aprile, il giorno del dies natalis di Bernadette.

Io non sono nato cattolico, sono cresciuto in una famiglia anticlericale, ho fatto a Torino studi laici, se non laicisti. Per molto tempo non ho saputo che il giorno del mio compleanno era lo stesso della morte di Bernadette. Una volta – scherzando – dissi all’allora cardinale Ratzinger : “Il 16 aprile dell’anno in cui è nato lei era un Sabato Santo; il 16 aprile dell’anno in cui sono nato io era un mercoledì dopo Pasqua, come nel 1879 quando è morta Bernadette”. E lui rispose: “è un privilegio di cui deve essere grato!”. Per me Lourdes è stata una scoperta tardiva ma quando è avvenuta ne ho sentito il richiamo irresistibile. Basti pensare che sono stato lì lì per andarci a vivere per dirigere l’ufficio stampa del santuario.

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I nostri corpi risorgeranno

Posté par atempodiblog le 15 août 2012

(Credo… la risurrezione della carne)

I NOSTRI CORPI RISORGERANNO

(Gv. 5, 28 s.)

 

I nostri corpi risorgeranno dans Fede, morale e teologia


Terminò in un fallimento l’esperienza della predicazione di Paolo ad Atene: il suo discorso dinanzi all’areopago quando giunse al punto cruciale della « Risurrezione dei morti, alcuni si misero a deriderlo, altri dissero: su questo argomento ti ascolteremo un’altra volta ». La stessa cosa accadde quando Paolo davanti al Re Agrippa, incatenato, parlò di Cristo Risorto e accennò alla Risurrezione dei morti: « Festo a gran voce disse: sei pazzo, Paolo; la troppa scienza ti ha dato al cervello ».

E’ difficile essere compresi quando si parla della Risurrezione dei morti, ma è una verità sicura e fondamentale. E’ uno dei temi centrali nella predicazione degli apostoli. Quando qualcuno mise in dubbio la Risurrezione dei morti, l’intervento di S. Paolo scattò fulmineo: « Se i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto e se Cristo non è risorto è vana la nostra fede… Ora, Cristo è risorto ».

Il celebre scrittore Vittorio Messori scrive che con la Risurrezione dei morti il cristianesimo raggiunge il vertice dell’umanesimo e supera tutte le altre religioni: « Il cristiano vede nel Vangelo un vertice che non può essere superato: perchè nulla è più alto che vada oltre l’Incarnazione di Dio stesso; nulla è pensabile che vada oltre la Risurrezione dei morti.

Gandhi stesso lo comprese e perciò disse che compito dell’Induismo – se vuol avere un futuro – è assorbire il massimo possibile di cristianesimo ».

Il filosofo Jean Guitton afferma: « Questo mistero è paradossale e sta al centro della fede, è il mistero dei misteri »

S. Agostino esclama: « La nostra speranza è la Risurrezione dei morti; la nostra fede è la Risurrezione dei morti. Tolta questa fede, tutta la dottrina cristiana va in frantumi ».

1. LA RAGIONE ESIGE LA RISURREZIONE DEI MORTI:

a) Dio è sapienza infinita, le sue opere sono fatte bene. Ora, Dio ha creato l’uomo composto di anima e di corpo, cioè di spirito e di materia. La morte li divide: il corpo muore e l’anima non muore; ma questa separazione violenta e contro natura (dovuta al peccato) non può durare in eterno, non può l’uomo rimanere incompleto per l’eternità. Dunque è necessaria la Risurrezione dei corpi.

b) Dio è giustizia infinita e ciò esige che il corpo debba seguire, nel premio o nella pena della vita ultraterrena, la sua anima, poiché esso è stato compagno e strumento di bene o di male sulla terra: dunque deve risorgere.

2. LA SACRA SCRITTURA CI DÀ LA CERTEZZA DELLA RISURREZIONE DEI CORPI.

« E’ certa la Risurrezione dei corpi? – chiedeva il S. Curato d’Ars – E’ certa come è certo che c’è la domenica dopo il sabato? Di più! E’ certa com’è certo che c’è il giorno dopo la notte? Di più!
Perché può darsi che i giorni cessino, ma non può darsi che la Parola di Dio non
si avveri ». Infatti Dio per mezzo dei profeti e del suo stesso Figlio Gesù e di S. Paolo e di S. Giovanni ha parlato chiaramente.

Isaia: « Il Signore distruggerà la morte per sempre e tergerà le lacrime su ogni volto… I tuoi morti rivivranno, i tuoi cadaveri risorgeranno! Si sveglieranno ed esulteranno quelli che giacciono nelle tenebre ».

Daniele: « Quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna. I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre ».

I sette fratelli Maccabei e la loro mamma, davanti al carnefice che per ordine del Re Antioco con orribili torture aveva cercato di costringerli a calpestare le leggi del Signore senza riuscirvi, prima di esalare l’ultimo respiro, affermano la loro fede nella Risurrezione, e uno di loro cui era stata strappata la pelle del capo insieme ai capelli, a nome di tutti dice: « Tu, o scellerato, ci elimini dalla vita presente, ma il Re del mondo, dopo che saremo morti per obbedire alle sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna ».

Cristo Dio con autorità afferma: « Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e Io lo risusciterò nell’ultimo giorno ». « Io sono la Resurrezione e la vita. Chi crede in me, anche
se muore, vivrà ».

Gesù dice di se stesso: « Allora comparirà nel cielo il segno del Figlio dell’uomo e si batteranno il petto tutte le tribù della terra, e vedranno il Figlio dell’uomo venire sopra le nubi del cielo con
forte potenza e gloria. Egli manderà i suoi angeli con grande tromba e raduneranno tutti i suoi eletti dai quattro venti, da un estremo all’altro del cielo ».

S. Paolo con entusiasmo esclama: « Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. Poichè se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà la risurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo ». « Tutti saremo trasformati, in un istante, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba; suonerà infatti la tromba e i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati. E’ necessario infatti che questo corpo corruttibile si rivesta di incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità. Quando poi questo corpo corruttibile si sarà rivestito di incorruttibilità e questo corpo mortale di immortalità, si compirà la parola della Scrittura: Dov’è, o morte, la tua vittoria? ».

Anche S. Giovanni ci parla, nell’Apocalisse, della Risurrezione di tutti i morti e del loro presentarsi al Giudizio di Dio: « Vidi un trono grande, candido, e Uno che vi sedeva: dal suo cospetto fuggì terra e cielo. E vidi i morti, grandi e piccoli, ritti dinnanzi al trono e furono aperti dei libri. E un altro libro fu aperto che è della vita; e furono giudicati i morti da quello che era scritto nei libri, secondo le loro opere. E il mare rese i suoi morti, e la morte e gli inferi resero i morti da loro custoditi e ciascuno fu giudicato secondo le sue opere ».

3. COME SARANNO I CORPI RISORTI?

I corpi dei dannati, dice S. Bonaventura, « saranno carichi di miserie e di difetti », sensibili al dolore, pesanti, oscuri, tenebrosi, orribili e destinati a rimanere per sempre, insieme all’anima, nell’inferno.

Invece i corpi degli eletti saranno
meravigliosi. Rimarranno gli stessi corpi di prima perchè, altrimenti, non si tratterebbe di una Risurrezione, ma di una nuova creazione; conserveranno pure i loro sensi come la vista, l’udito, l’odorato, il tatto, il gusto. Tuttavia i corpi con i loro sensi saranno trasformati, spiritualizzati, pur restando visibili. Infatti lo Spirito Santo ci dice per mezzo di S. Paolo: « Si semina un corpo corruttibile e sorge incorruttibile; si semina ignobile e sorge glorioso; si semina debole e sorge pieno di forza; si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale ».

Questi corpi non saranno mai più soggetti a
sofferenze: « Ecco la dimora di Dio con gli uomini – dice la Bibbia –; e tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non vi sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perchè le cose di prima sono passate ». Saranno corpi perfettissimi, agili come la fantasia, veloci come il pensiero, luminosi e partecipi dello splendore e della gloria dell’anima. « I giusti – dice Gesù – rifulgeranno come il sole nel Regno del Padre loro ».

4. ATTENZIONE: CHI RISORGERA’ PER L’IGNOMINIA, CHI PER LA GLORIA.

Già il profeta Daniele aveva detto: gli uni risorgeranno « alla vita eterna, e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna ».

Gesù esclama: « Non meravigliatevi di questo, perchè viene l’ora in cui tutti quelli che sono nei sepolcri udranno la voce e ne usciranno: quelli che bene operarono per una risurrezione di vita,
quelli che male operarono per un risurrezione di condanna ».

Cammineremo verso la Risurrezione gloriosa, se, risorgendo alla grazia di Dio, perseveremo e cresceremo in grazia.

Le preghiere, i sacrifici, le lotte, le rinunce, le sofferenze aumenteranno, giorno dopo giorno, la nostra gloria futura, come ci assicura lo Spirito Santo: « Il momentaneo e leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria ».

ESEMPIO. Nelle biografie del P. Pio da Pietralcina, incontriamo il celebre attore Carlo Campanini. E’ una delle innumerevoli anime che hanno trovato Dio per merito delle inaudite sofferenze e dell’assiduo apostolato in confessionale del P. Pio. Carlo, dopo la sua conversione, nei teatri e nelle piazze d’Italia, ove parlava ai gruppi di preghiera di P. Pio, andava ripetendo: « Io vivevo come una bestia, senza Messa, senza preghiera, immerso in tanti peccati. Poi ho incontrato un santo Sacerdote che mi ha riportato al Signore. Ho incominciato a partecipare alla Messa ogni giorno. Ma qualche volta cadevo ancora in alcuni peccati di desiderio impuro. Il P. Pio mi disse: Carlo, non avvilirti; pensa che hai una Mamma nel Cielo; invocala ogni giorno con la recita del Rosario. Da quel momento ho sempre recitato ogni giorno tre Rosari, e non sono più caduto in nessun peccato, neppure di desiderio. E nel mio cuore, pur in mezzo a tribolazioni, ho sempre avuto tanta gioia!… ».

Anche noi se vivremo una intensa vita eucaristica e mariana, vinceremo tutte le tentazioni, vivremo in grazia e nella gioia, in attesa del giorno in cui, come dice S. Paolo, « Gesù Cristo trasfigurerà il nostro fragile corpo per renderlo conforme al suo Corpo glorioso ».

PROPOSITO. Chiediamo alla Madonna che il  nostro corpo sia sempre strumento di grande amore a Gesù e al prossimo affinché  possa risorgere per la risurrezione gloriosa ».

Fonte: Con Maria Verso Gesù
Piccola e completa Istruzione religiosa – alla luce di Maria Immacolata – sul Credo, sui Sacramenti e i Comandamenti
di fr.Crispino Lanzi,  Cappuccino

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Sui cristiani massacrati e… Medjugorje

Posté par atempodiblog le 9 août 2012

Sui cristiani massacrati e... Medjugorje dans Antonio Socci

La strage di cristiani perpetrata anche domenica scorsa in una chiesa della Nigeria (circa 19 morti) si aggiunge alle altre che – ormai da mesi – insanguinano le chiese quasi ogni domenica in Nigeria e in altri paesi centroafricani.
Questa tragedia va a sommarsi alla situazione che si fa pesantissima per i cristiani dei paesi musulmani del nord Africa, dove le fantomatiche “primavere arabe” si stanno risolvendo in un disastro per i cristiani.
Infine è in corso la guerra civile in Siria dove la paura e i rischi per le chiese stanno crescendo e tutto fa pensare che alla dittatura di Assad stia per succedere una tirannia islamista che renderà loro la vita impossibile.
Infatti pure in Siria sta cominciando quella fuga dei cristiani che già abbiamo constatato, negli anni passati, in Iraq e in Palestina.
Nel resto dell’Asia – dalla Cina all’India, passando dall’orrendo calvario dei cristiani che è il Pakistan – la situazione resta spaventosa.
I cristiani sono dappertutto gli agnelli sacrificali, inermi e non difesi da nessuno, esposti ad ogni tipo di persecuzione, discriminazione o violenza. Restano pure il gruppo umano più denigrato del pianeta, a tutte le latitudini.
Perché poi – sui mass media dei paesi liberi – la Chiesa, lungi dall’essere riconosciuta come perseguitata (ha avuto decine di milioni di vittime in tutto il Novecento) è invece sempre trascinata sul banco degli imputati, accusata di tutte le colpe possibili e immaginabili.
Proprio in queste ore il papa Benedetto XVI – in un messaggio ai Cavalieri di Colombo – ha parlato di “un’epoca in cui azioni concertate vengono messe in atto per ridefinire e restringere l’esercizio del diritto alla libertà religiosa” e ha chiamato i cattolici a “dare risposta alla gravità senza precedenti di queste nuove minacce alla libertà della Chiesa e alla testimonianza morale pubblica”.
Il rapporto annuale del Dipartimento di Stato americano, proprio la settimana scorsa, confermava che addirittura un miliardo di esseri umani vivono in paesi che reprimono la libertà religiosa e di coscienza.
Tuttavia il fatto preoccupante è che quelle parole allarmate del Papa, rivolte a un’organizzazione cattolica molto presente negli Stati Uniti, con tutta probabilità sono riferite anche agli Stati Uniti stessi dove i vescovi cattolici da tempo sono in dura polemica con Obama proprio sulla libertà religiosa e di coscienza.
In Europa è diffusa una decisa mentalità anticattolica, soprattutto nelle élite al potere, che sembra voler emarginare sempre più – e talvolta bandire – quello che ha a che fare con la Chiesa.
Mentre il Vaticano è tuttora al centro di una tempesta mediatica che certo all’origine ha errori di ecclesiastici, ma che è stata usata anche da chi voleva delegittimare la Chiesa per motivi ideologici. E che ha indebolito ulteriormente la Chiesa, il cui peso politico era già minimo (oltretutto senza avere governi e diplomazie amiche).
Sembrerebbe un quadro estremamente cupo per il gregge di Cristo agli inizi del III millennio della sua storia. Sennonché proprio la sua stessa storia ci insegna a non giudicare mai la situazione con parametri esclusivamente umani, politici, sociali.
Perché puntualmente si verificano rinnovamenti e rinascite della Chiesa e della fede cattolica sorprendenti e impreviste. Se ne vedono i segni pure in questi giorni di cronache dolorose.
Per esempio anche quest’anno attorno al 5 di agosto un mare di pellegrini – circa 70 mila, in gran parte giovani – è affluito a Medjugorje per il cosiddetto “festival dei giovani”.
La data non è casuale perché è il giorno di nascita della Madre di Gesù, come lei stessa ha rivelato durante le apparizioni in quel paesino della Bosnia Erzegovina.
Apparizioni che sono iniziate in uno stato del blocco dell’Est nel 1981 e che hanno accompagnato il crollo dell’impero comunista, a dimostrazione che i persecutori passano e la Chiesa resta.
Quello che impressiona, considerando l’afflusso di persone in questo luogo, non è soltanto il loro grande numero, ma anche il fatto che spesso si tratta di persone che lì hanno ritrovato o ritrovano la fede.
Del resto l’immenso incontro giovanile di agosto, che non ha eguali in Europa e che non è organizzato da nessuno, non è una kermesse mondana a cui si possa partecipare da turisti, ma è spiritualmente molto impegnativo.
Pur essendo improntato a gioiosa fraternità, è infatti costellato di appuntamenti come adorazioni eucaristiche, via crucis, messe, testimonianze, rosari, meditazioni. E’ un evento straordinario.
Vittorio Messori, tanti anni fa, ha definito il fenomeno Medjugorje come “il maggior movimento di masse cattoliche del postconcilio”. Non organizzato e non previsto da nessun ufficio pastorale e da nessun piano pastorale. Forse per questo è così formidabile.
E’ il segno che la barca di Pietro, scossa da tempeste, persecuzioni e ostilità, non è mai lasciata sola, in balia del mondo. Ma dispone di risorse misteriose e sorprendenti che sfuggono agli analisti di cose terrene.
Soprattutto quando “entra in campo” – secondo il suo stile silenzioso e umile – Colei che col suo “sì” ha letteralmente capovolto la storia umana.

di Antonio Socci – Libero

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La conversione di Alfonso Ratisbonne

Posté par atempodiblog le 26 novembre 2011

L’apparizione della Madonna del Miracolo nella Chiesa di Sant’Andrea delle Fratte a Roma (20 gennaio 1842)
di Vittorio Messori
Tratto da Jesus”, XXI [1999], n. 1
Fonte:
Holy Queenvitto

La conversione di Alfonso Ratisbonne dans Alfonso Maria Ratisbonne fm8gg9

Alfonso Ratisbonne appartiene a una delle più ricche e influenti famiglie della numerosa comunità ebraica di Strasburgo. Il figlio maggiore, Théodore, convertitosi al Cristianesimo, era stato ordinato sacerdote nel 1830, l’anno stesso delle apparizioni a Santa Caterina Labourè. Don Thèodore diventerà uno dei principali collaboratori del parroco di Nostra Signora delle Vittorie e, come tale, propagandista entusiasta e instancabile della devozione all’Immacolata della Medaglia miracolosa”, cui raccomanderà ogni giorno il fratello Alphonse.

In effetti, il giovane Alphonse, fedele all’Ebraismo più come riti e tradizioni che come pratica, sente doveroso battersi per l’assistenza e il riscatto dei fratelli nella fede d’Israele. La sua ostilità verso il Cristianesimo in generale, e il Cattolicesimo in particolare, non solo non è nascosta, ma è pubblicamente manifestata. Innamorato di una cugina, Flore, ha fissato con lei la data di un matrimonio vantaggioso anche sul piano sociale, ma voluto dai due soprattutto per amore. Prima di sposarsi, decide di fare un viaggio che lo porti sino a Gerusalemme, per vedere la terra dei suoi padri. Con una imprevista variazione, però, al suo programma, sceglie di visitare anche Roma. Arrivato nel giorno dell’Epifania del 1842, una delle sue prime visite è al Ghetto, dove vivono gli oltre quattromila ebrei romani. Ho capito”, scriverà ai familiari a Strasburgo, quanto sia meglio far parte dei perseguitati piuttosto che dei persecutori”.

A Roma, il Ratisbonne seppure di malavoglia viene in contatto con il gruppo dei ferventi cattolici francesi (molti dei quali convertiti) dei quali fa parte il barone Thèodore de Bussières, venuto dal Protestantesimo e amico del fratello sacerdote. Il de Bussières non solo impegna gli amici perché preghino per quel giovane ebreo, ma quasi come per una sfida lo convince a portare su di sé la Medaglia miracolosa”. Di più: ottiene da lui la promessa (poi mantenuta) di ricopiare il testo della famosa preghiera di san Bernardo che inizia con il Memorare, quel Ricordati, Vergine Maria, che non si è mai sentito al mondo che qualcuno abbia invocato il tuo soccorso e sia stato abbandonato…”.

Malgrado abbia già prenotato la partenza in diligenza per Napoli (per proseguire poi da qui, in bastimento, verso Instambul e da lì in Palestina) Alphonse, spinto da una forza misteriosa, decide di restare ancora qualche giorno a Roma. Nella tarda mattinata del 1842 accompagna il barone de Bussières nella chiesa di Sant’Andrea delle Fratte, dicendo che resterà sulla carrozza mentre quel suo conoscente (più che amico) deve intendersi con i frati per l’organizzazione di un funerale. Malgrado l’intenzione di trattenersi su quel veicolo nobiliare, restato solo con il cocchiere, la curiosità di vedere l’interno della chiesa lo spinge ad entrare. E qui del tutto inaspettato, giungerà il colpo di fulmine” che sconvolgerà radicalmente la sua vita, cambiandola per sempre. Diamo a lui la parola, traducendo il testo che Renè Laurentin (dedicatosi per anni anche alla ricostruzione critica di questo caso) ha ricostruito sulle fonti più sicure.

All’improvviso, mi sentii preso da uno strano turbamento e vidi come scendere un velo davanti a me. La chiesa mi sembrò tutta oscura, eccettuata una cappella, come se la luce si fosse concentrata tutta là. Non posso rendermi conto di come mi sia trovato in ginocchio davanti alla balaustra di quella cappella: in effetti, ero dall’altra parte della chiesa e tra me e la cappella c’erano, a sbarrare il passo, gli arredi che erano stati montati per un funerale. Levai comunque gli occhi verso la luce che tanto risplendeva e vidi, in piedi sull’altare, viva, grande, maestosa, bellissima e dall’aria misericordiosa, la santa vergine Maria, simile nell’atto e nella struttura all’immagine della Medaglia che mi era stata donata perché la portassi. Cercai più volte di alzare gli occhi verso di lei, ma il suo splendore e il rispetto me li fecero abbassare, senza impedirmi però di sentire l’evidenza dell’apparizione. Fissai lo sguardo, allora, sulle sue mani e vidi in esse l’espressione del perdono e della misericordia. Con quelle stesse mani, mi fece segno di restare inginocchiato. Ma una forza irresistibile mi spingeva verso di lei. Alla sua presenza, benché ella non abbia detto alcuna parola, compresi di colpo l’orrore dello stato in cui mi trovavo, la deformità del peccato, la bellezza della religione cattolica: in una parola, compresi tutto, di colpo”.

La sconvolgente testimonianza di Ratisbonne termina con una frase che, per tutta la vita, amò ripetere: Elle ne m’a rien dit, mais j’ai tout compris” (“Lei non mi ha detto nulla, ma ho capito tutto”). Come divorato nel desiderio di ricevere il battesimo (la cui importanza era stata rivelata), undici giorni dopo è ammesso al sacramento, assumendo il semplice nome di Maria”, che non abbandonerà neppure entrando nell’Ordine dei Gesuiti. Ordinato sacerdote nel 1848, resterà nella Compagnia con soddisfazione sua e dei superiori per alcuni anni: l’abbandonerà, in pieno accordo anche con il Papa, per unirsi al fratello Thèdore (prete già dal 1830, come sappiamo) che aveva fondato una congregazione quella di Notre Dame de Sion, ancora esistente per la conversione degli ebrei al Vangelo.

Morirà in Terra Santa, ad Ain Karin, il luogo tradizionale della Visitazione di Maria a Elisabetta. Curiosa l’annotazione che ho trovato nel Diario di Paul Claudel, alla data del 14 marzo 1950: La Provvidenza riservava a un giudeo convertito, padre Alphonse Ratisbonne, l’onore di ritrovare, sotto l’ammasso di rifiuti da lui acquistati a Gerusalemme, il lastricato autentico del Litostroto, il luogo dell’Ecce Homo”. In effetti, è proprio così: il luogo comprato a Gerusalemme dai due fratelli Ratisbonne, nel 1856, si rivelerà uno dei più illustri della storia evangelica, addirittura il posto dove Pilato aveva stabilito il suo tribunale la fatale mattina di quel venerdì che precedeva la Pasqua. In Terra Santa, comunque, il lavoro dei due fratelli convertiti sarà massacrante e sarà posto soprattutto a favore degli orfani e, in genere, dei giovani (musulmani, ebrei, cristiani) privi di mezzi di sussistenza.

Sulla conversione di Alphonse più ancora che su quella di Thèodore si accanirà l’opposizione violenta da parte dei membri della sua numerosa famiglia e dei correligionari sparsi in mezza Europa. Questa conversione, seguita all’esperienza del 20 gennaio 1842 a Sant’Andrea delle Fratte, fu sottoposta a processo davanti al tribunale canonico del Vicario di Roma. Sfilarono molti testi giurati, e dopo mesi di lavoro, il cardinale Costantino Patrizi firmava un decreto (porta la data del 3 giugno 1842) che così si conclude: Consta pienamente la verità dell’insigne miracolo operato da Dio onnipotente per intercessione della Beata Vergine Maria, cioè la istantanea e perfetta conversione di Alfonso Ratisbonne dall’Ebraismo”.

Alle diffamazioni che accompagnarono la vita di padre Maria”, come volle sempre essere chiamato, si sono poi unite le divagazioni psicologiche o psicanalitiche, per ridurre a fenomeno patologico la visione che determinò la conversione. Non è qui il caso di entrare in discussioni di questo tipo. Basti però ricordare quale sia stata la forza dell’evento di quel 20 gennaio 1842: per 42 anni, sino alla morte (sopravvenuta nel mese mariano” di maggio, del 1884), Alphonse Ratisbonne mai mise in dubbio la verità di quanto gli era successo e fu fedele alla sua assistenza di sacrificio, come religioso impegnato al contempo nella preghiera e nell’azione. Poco prima della morte uscì in espressioni come questa: Perché mi tormentate con le vostre cure? La Santissima Vergine mi chiama e io ho bisogno di lei. Desidero solo Maria! Per me è tutto”. All’avvicinarsi della fine, pur ribadendo di sentirsi peccatore, confidò ai suoi che lo assistevano di non temere la morte ma di desiderarla, per vedere finalmente faccia a faccia la Signora che gli era apparsa splendente di luce, per pochissimi minuti, in quel lontano inverno romano. Una illusione” una manifestazione patologica”; i cui effetti vanno così in profondità e durano tanto? Tutti quei decenni di fedeltà al lampo nella cappella di Sant’Andrea sono la migliore smentita.

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Gli occhi di Maria

Posté par atempodiblog le 20 septembre 2010

Gli occhi di Maria dans Fede, morale e teologia Gli-occhi-di-Maria

“Mai, nella storia della Chiesa, era avvenuto qualcosa di simile”. Affermazione impegnativa – ma giustificata – degli storici che si occuparono degli eventi cui questo libro è dedicato. Mentre i feroci saccheggiatori del Bonaparte invadevano lo Stato Pontificio, a Roma, a partire dal 9 luglio 1796, più di cento immagini (in gran parte mariane) si “animarono”. Muovevano, cioè gli occhi, mutavano colore, talvolta cambiavano espressione. Il fenomeno era iniziato poco prima ad Ancona ed avvia avuto per testimone Napoleone stesso. che ne fu scosso. Ma nella capitale si verificò un’autentica “esplosione” che durò mesi, sotto gli occhi dei duecentomila abitanti, anche non cattolici, senza una sola voce di dissenso. Le autorità religiose – pur desiderose di non irritare gli invasori – furono “costrette” ad aprire un rigoroso processo, dove sfilarono decine e decine di testimoni giurati. alcuni dei quali uomini di scienza. Alla fine, la sentenza non poté esitare: davvero Maria aveva voluto testimoniare così la sua protezione per la città minacciata. Nella liturgia fu inserita la “festa dei prodigi della Beata Vergine”. Se la ricorrenza è ancora celebrata, la storia, anche cattolica sembra avere perso memoria di quei fatti sconvolgenti, sbrigati troppo spesso come psicosi collettiva. Rino Cammilleri ha ricostruito. con oggettività e serietà, la catena di eventi misteriosi e inauditi. Dopo il racconto, si è confrontato sulla loro veridicità e sul loro significato con Vittorio Messori, lo scrittore noto anche per le sue ricerche sui “carismi” mariani. Messori abbozza un tentativo di “teologia della storia”: una tale ondata di prodigi proprio mentre la Rivoluzione investiva il centro del cattolicesimo non sembra affatto casuale. Ma pare inscriversi in mi enigmatico “piano” provvidenziale di cui qui – dati e nomi alla mano – si tenta di discernere le linee.

Fonte: et-et.it

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In Bosnia parla una vera cattolica

Posté par atempodiblog le 22 juillet 2010

Per padre Livio, il direttore di Radio Maria, «quei messaggi sono l’ultimo appello alla conversione per un’umanità che va verso l’autodistruzione. E la consonanza con i richiami dell’attuale Pontefice è oggi assoluta»
di Benedetta Frigerio – Tempi

In Bosnia parla una vera cattolica dans Apparizioni mariane e santuari medjugorje

«Il messaggio più coinvolgente di Medjugorje è che il cristianesimo, prima che una dottrina, è un rapporto personale di amore con Dio. “Qui c’è la Madonna”, mi sono detto, dunque il cristianesimo è l’unica religione vera, perché la Madonna è “cattolica”!». Così il teologo Livio Fanzaga conclude il primo pellegrinaggio a Medjugorje, nel 1985. Due anni dopo don Fanzaga è direttore di Radio Maria, che da allora ha come primo scopo diffondere e analizzare i messaggi mariani e gli eventi che riguardano Medjugorje, raggiungendo cinquanta paesi e 1.644.000 ascoltatori al giorno.

Don Fanzaga, il 24 settembre 2009 il Papa annuncia il viaggio a Fatima del maggio successivo. A marzo 2010 istituisce ufficialmente una Commissione di inchiesta sul fenomeno di Medjugorje dopo vent’anni di silenzio. Si può collegare la decisione al viaggio apostolico?
L’ha istituita a marzo ma era già nell’aria. Questo pontificato si sta facendo più mariano. D’altronde, il Papa è stato eletto alle 18.43, nel momento dell’apparizione della Madonna di Medjugorje. Benedetto è stato educato da Giovanni Paolo II all’amore verso Maria, ma la consonanza fra le parole dell’attuale Pontefice e quelle dei messaggi della Regina della Pace è oggi assoluta.

I medici che condussero i primi test sui veggenti si riferivano direttamente all’allora cardinale Ratzinger, che intervistato da Vittorio Messori nel 1984 disse: «Non si può certo impedire a Dio di parlare a questo tempo attraverso persone semplici, anche per mezzo di segni straordinari che denuncino l’insufficienza delle culture che ci dominano». Significa che il Papa crede nelle apparizioni?
Non credo sia un caso che la Commissione sia stata istituita da lui. Poi, dopo vent’anni, il fenomeno va avanti con 5-6 mila pellegrini da 70 nazioni ogni anno, parecchi miracoli e nessuna sbavatura teologica nei messaggi: non si poteva non riprendere in considerazione quanto è avvenuto e avviene. Inoltre non c’è mai stata nella storia un’apparizione di così lunga durata.

Finora il Vaticano ha permesso pellegrinaggi personali. Ma così non si rischia di allontanare i fedeli dal «grande piano che – ha detto la Madonna – Dio porta avanti attraverso Medjugorje»?
Le apparizioni iniziarono quaranta giorni dopo l’elezione Giovanni Paolo II. Come se la Madonna l’avesse voluto usare da portavoce. Il Papa e Maria chiedevano le stesse cose: il digiuno a pane e acqua per fermare le guerre; il richiamo alla conversione; la consacrazione della Russia. Oggi Benedetto XVI sta facendo lo stesso: perfettamente consapevole del bisogno di rinnovamento spirituale, sa che è attraverso le ammonizioni mariane che questo avviene.

Richiami ai sacramenti, a fare penitenza e pregare, a preoccuparsi del proprio peccato, a legare la crisi economica a quella morale, ad “aprire all’Oriente”… Che Benedetto XVI legga i messaggi di Medjugorje per “farsi tramite” in attesa di un riconoscimento ufficiale?
Preferisco credere che Benedetto XVI – come Giovanni Paolo II, stando alle testimonianze rilasciate per il processo di beatificazione – sia ispirato direttamente da Maria che lo usa per arrivare a tutti i fedeli.

Il Papa ha ribadito che i tre segreti di Fatima non sono ancora compiuti. Significa che le rivelazioni di Medjugorje (dieci e tutt’ora segrete) appartengono a un futuro posteriore a quelle di Fatima?
C’è una continuità. Già a Fatima Maria aveva chiesto la consacrazione della Russia al suo cuore. Questa non avvenne e secondo Giovanni Paolo II fu il motivo della venuta del comunismo. La Madonna di Medjugorje annunciò poi nel suo sesto messaggio (30 ottobre 1981) che la Russia si sarebbe convertita: «Il popolo russo è il popolo nel quale Dio sarà maggiormente glorificato. L’Occidente ha incrementato il progresso, ma senza Dio», diceva durante gli anni durissimi del comunismo ateo. Giovanni Paolo II credette e nel 1984 consacrò pubblicamente la Russia. Il 5 agosto del 1991 Maria chiese una novena per realizzare ciò che aveva annunciato a Fatima: «Il mio piano di pace ha cominciato a realizzarsi. Preghiamo perché quello che ho cominciato sia realizzato completamente». Così fu: l’8 dicembre del 1991 si scioglieva l’Unione Sovietica senza spargimenti di sangue. Molti rimasero esterrefatti. Ricordo che il mondo poteva essere distrutto da una guerra nucleare e la Madonna aveva detto un anno prima che se avessimo pregato questo non sarebbe successo.

Tuttavia parte della Chiesa, il vescovo locale in primis, si mostra scettica. Alcuni giornali croati hanno scritto che non si sarebbe mai proceduto a verificare ufficialmente i fenomeni perché Benedetto XVI era contrario alla legittimazione delle apparizioni. Come mai tanta resistenza anche dopo migliaia di esami clinici e miracoli riconosciuti anche da medici atei?
Non a caso questa volta la Commissione sarà diretta dal Vaticano. Io non dico che bisogna credere, ma biasimo chi ostacola. Se non tutto è chiaro, nessuno può spiegare certi fenomeni umanamente incomprensibili. Credere è una grazia speciale. Lei chiama a Medjugorje alcuni per arrivare a tutti. È il suo metodo. Molti sono ancora scettici, ma non bisogna preoccuparsi. Maria li beffa e usa anche degli increduli per costringerci a portare più prove.

La Vergine rivelò ai sei veggenti che li aveva scelti «perché non eravate i migliori». Non è una contraddizione con il suo richiamo continuo alla coerenza?
I veggenti non erano certo cattolici ferventi. Andavano in chiesa la domenica per tradizione, ma dai gruppi di preghiera o dalle attività della parrocchia si tenevano ben lontani. Anche Bernadette di Lourdes non conosceva il catechismo. Ma questo è il metodo della Vergine: prende i semplici per far vedere che la forza che viene da loro è tale che non si può che attribuire a lei. Io li conosco da trent’anni i veggenti e sono fedeli normali, con tutti i difetti annessi.

La Madonna ha detto che l’apparizione di Medjugorje sarà l’ultima. Cosa significa?
Lo spiegò lei nel 1982: «Sono venuta per l’ultima volta a chiamarvi alla conversione». Forse perché siamo al bivio: l’anticristianesimo non è mai stato così forte; per la prima volta l’umanità può distruggersi, con le armi nucleari e la scienza medica. Anche il Papa parla di autodistruzione dell’uomo che si fa Dio. Questo è il peccato peggiore, quello originale. Facendosi Dio l’uomo si sta autodistruggendo. Forse anche per questo Maria sta con noi da tanto tempo. La Madonna ci sta richiamando alla conversione. Intanto sta preparando un gregge che resista a Satana e si abbandoni all’amore di Dio, un popolo di testimoni già presente, tanto che Maria conclude sempre i suoi messaggi così: «Grazie per aver risposto alla mia chiamata». Che ci siano testimoni che arrivino a tutti, è questa la cura!

Ma gli ammonimenti mariani non rischiano di alimentare l’ansia anziché guidare alla conversione, producendo al massimo vani sforzi moralistici per salvarsi?
Tutto il contrario. Maria vuole che ci accorgiamo del nostro male perché ci apriamo all’amore misericordioso di Dio. Ci chiede di accantonare l’orgoglio per cedere al suo abbraccio: figli miei – ci dice – affidatevi a me perché solo io posso superare il male, voi da soli non riuscite. Convertirsi è accettare di avere bisogno e farsi portare. Quando l’uomo si mette al posto di Dio sta male, quando cede è contento, eppure si ribella: è una lotta. E lottare è un atto di umiltà, il contrario di uno sforzo moralistico.

Perché la Madonna vuole svelarci i piani di Dio, a che serve conoscere i Suoi disegni? Non si può vivere bene comunque?
Evidentemente è necessario illuminare. Cristo ha sempre svelato il futuro per preparare i suoi. Oggi c’è il rifiuto totale di Cristo e l’uomo deve esserne cosciente: se non si accorge del male non cerca il bene. L’uomo, inoltre, ha bisogno di capire quale è il suo compito nella storia. Ognuno ha il suo ruolo nel piano divino di salvezza del mondo e Maria desidera illuminarci perché noi lo capiamo e lo attuiamo.

I miracoli studiati durante i primi anni oggi assumono un peso ulteriore?
Che vengano ristudiati è importantissimo. Non c’è ordine nei referti medici e non si conoscono gli sviluppi di molti miracoli. È decisivo, ad esempio, sapere se le guarigioni non hanno avuto ricadute nel tempo. Perché noi, come i veggenti, vogliamo toccare con mano. Anche loro misero alla prova la Madonna: «Se sei tu, diccelo».

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