La situazione è seria: La Madonna mobilita il suo esercito e chiama i fedeli a fare la novena sul Podbrdo

Posté par atempodiblog le 16 juin 2024

La situazione è seria: La Madonna mobilita il suo esercito e chiama i fedeli a fare la novena sul Podbrdo
di Padre Livio Fanzaga
Tratto da: Blog di p. Livio – Direttore di Radio Maria

IMPORTANTE DA MEDJUGORJE

POCO FA durante L’APPARIZIONE QUOTIDIANA A MARIJA PAVLOVIC veggente, la MADONNA ha invitato tutti AL ROSARIO dal 16 giugno alle 22:00 sulla COLLINA delle APPARIZIONI accanto alla statua della Madonna  APPARIZIONI ogni SERA durante la NOVENA alla REGINA DELLA PACE alle ore 23:30

La Madonna ha detto che in questa novena pregheremo per la pace nel mondo.

Radio Maria alle ore 21:55 si collegherà con il Podbrdo per la trasmissione del Santo Rosario e della apparizione della Madonna: in diretta su Radioblogdpadrelivio.it  Facebook

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La Madonna chiama i fedeli a fare la novena sul Podbrdo

Cari amici,

la notizia, assolutamente inaspettata vista la situazione, è di straordinaria importanza. Non era mai accaduto che la Madonna chiamasse sul Podrbrdo per una seconda apparizione durante una novena intera e nel cuore della notte.

L’iniziativa della Madonna si spiega con la situazione di grande allarme che c’è nel mondo a causa di una guerra che si dilata e che rischia di precipitare l’umanità in un caos generalizzato.

La Madonna chiama la Parrocchia di Medjugorje e tutti quelli che vi appartengono idealmente a partecipare questa straordinaria intercessione.

Uniamoci spiritualmente a questo evento voluto dalla Gospa, che apre una fase nuova alla quale dobbiamo partecipare fervorosamente.

Divisore dans San Francesco di Sales

La situazione è seria: La Madonna mobilita il suo esercito

Cari amici,

che la situazione stesse divenendo sempre più preoccupante ce ne siamo accorto dai messaggi a partire dall’inizio dello scorso anno.

La prima preoccupazione è quella della guerra. “Satana vuole la guerra e l’odio nei cuori e nelle nazioni”, (25/01/2023).

La seconda preoccupazione è la deriva spirituale dell’uomo contemporaneo: “L’uomo moderno non vuole Dio . Perciò l’umanità va verso la perdizione”.

La terza e più grave preoccupazione è la tiepidezza e la mondanità di molti che hanno riposto alla chiamata e che si sono persi per strada: “Il modernismo vuole entrare nei vostri cuori” (25/09 /2023). “La zizzania ha preso molti cuori e sono diventati sterili”, (25/02/2024).

La Madonna ha dato uno scossone il primo Gennaio 2023 invitando tutti sul Podbrdo e mostrando di tenere ben salda nelle sue mani la Parrocchia che Lei stessa ha scelto e ha plasmato.

Ora, proprio in un momento in cui tutto era sepolto sotto una coltre di strano silenzio, ha chiamato la gente per una novena sul Podbrdo, con la relativa apparizione pubblica.

La Madre della Chiesa, è chiaro, non può permettere che satana faccia razzia di anime, porti la fede all’estinzione e il mondo alla distruzione.

Di qui l’importanza che tutti quelli che hanno risposto alla chiamata rinnovino la loro fedeltà perché questi sono tempi in cui chi dorme avrà un brutto risveglio.

Divisore dans San Francesco di Sales

Da questa sera, 16 giugno alle ore 21:55, Radio Maria si collegherà con la collina del Podbrdo per trasmettere la novena con il Rosario seguito dall’apparizione della Madonna: Diretta su Radio – blogdipadrelivio.itFacebook

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Due cuori che battono l’uno nell’altro

Posté par atempodiblog le 8 juin 2024

Due cuori che battono l’uno nell’altro
Si perviene al cuore del Figlio per mezzo del cuore della Madre
Tratto da: L’affidamento a Maria, di Padre Livio Fanzaga – Edizioni Ares

Due cuori che battono l'uno nell'altro dans Fede, morale e teologia Ges-e-Maria

Non si comprende nel suo straordinario valore la devozione al cuore immacolato di Maria (né la consacrazione a Esso richiesta dalla Madonna stessa), se non la si pone in rapporto con la devozione al cuore sacratissimo di Gesù. Queste due devozioni, che non hanno fatto che crescere nella Chiesa in questi ultimi secoli, sono fra loro intimamente connesse, al punto che l’una conduce necessariamente all’altra. Non è, infatti, possibile essere devoti del cuore immacolato di Maria senza approdare al cuore divino del Salvatore, sorgente della grazia e della vita eterna, alla quale anela ogni creatura, prima fra tutte la vergine Maria. Riguardo a questi due cuori vale in modo particolare la felice espressione di san Bernardo “Ad Jesum per Mariam”. Si perviene al cuore del Figlio per mezzo del cuore della Madre.

La consacrazione al cuore immacolato di Maria, che si è particolarmente diffusa in epoca moderna, è uno dei segni che questo è il tempo della Vergine e ha più di un semplice significato devozionale, legato al cammino spirituale mistico delle anime. La richiesta di consacrazione della Russia, che la Madonna ha fatto a Fatima perché questa nazione potesse convertirsi e perché potesse esser evitata la seconda guerra mondiale, sta a indicare il grande valore salvifico che la Divina Sapienza ha posto nella devozione al cuore della Madre della Chiesa e dell’umanità. Tuttavia il cuore di Maria è solo un tramite. In quel mare di infinita purezza e di splendore senza macchia le nostre miserie e ferite vengono sanate e purificate perché noi possiamo essere donati, come nuove creature, al cuore divino del Verbo Incarnato.

Chi ha la grazia di immergersi nel cuore di Maria si troverà ad ardere di amore per il cuore di Gesù. La ragione di questo miracolo risiede nella stessa natura del cuore della Piena di Grazia. Ti sei mai chiesto a chi Maria ha donato tutta sé stessa? Fin dal momento dell’Incarnazione il cuore del Figlio e quello della Madre sono stati una cosa sola. L’amore reciproco li ha fusi insieme; il cuore, come l’amore, esiste per essere donato. Maria ha donato il suo a Gesù e, dal momento in cui il Verbo Incarnato ne ha avuto uno, quello di Maria ha dimorato in esso. Possiamo affermare con certezza che i cuori di Gesù e di Maria battono l’uno nell’altro e che è impossibile separarli.

Questi fiumi di grazia e di amore, che sono le due devozioni ai sacri cuori, in realtà non sono che un unico grande fiume che ha atto fiorire meraviglie di spiritualità nel corso dei secoli. La fonte di ogni grazia è senza dubbio il cuore divino di Gesù Cristo, dal quale attinge anche il cuore immacolato di Maria. L’intento della Madonna, quando raccomanda la consacrazione al suo cuore immacolato, è quella di donarci a Gesù rivestiti della sua purezza e del suo amore. Ella vuole raccoglierci tutti nel suo cuore perché possiamo essere, con lei, una sola cosa nel cuore divino del Salvatore: “Desidero”, afferma la Regina della pace nel messaggio dato a Medjugorje il 25 luglio 1999, “che il mio cuore e il cuore di Gesù e il vostro cuore si fondano in un unico cuore di amore e di pace”.

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Cuore Immacolato di Maria

Posté par atempodiblog le 8 juin 2024

Cuore Immacolato di Maria
La devozione al Cuore Immacolato di Maria ha superato vari ostacoli, radicandosi anche attraverso alcune delle più grandi manifestazioni mariane della storia, con in testa Fatima. Dove la Madonna chiese la Comunione riparatrice nei primi sabati del mese
a cura di Ermes Dovico – La nuova Bussola Quotidiana
Tratto da: Radio Maria

Cuore Immacolato di Maria dans Apparizioni mariane e santuari Sacro-Cuore-di-Maria

Il giorno dopo la solennità del Sacro Cuore di Gesù, la Chiesa celebra la memoria liturgica del Cuore Immacolato di Maria, attendendo con salda speranza il compimento della promessa fatta dalla Madre Celeste ai tre pastorelli di Fatima: “Infine, il mio Cuore Immacolato trionferà”. Sarà questo trionfo il preludio al tempo di pace “per quanti diranno di  a mio Figlio”, prima dell’ultimo combattimento escatologico che si concluderà con il secondo, definitivo e glorioso avvento dell’Agnello, Nostro Signore Gesù Cristo, come profetizzato da san Giovanni Evangelista nell’Apocalisse. La Madre e il Figlio, dunque, i cui Sacri Cuori sono così intrecciati e perfettamente uniti nello stesso mistero di salvezza da non poter essere separati. Lo insegnava già san Giovanni Eudes (1601-1680), fondatore della Congregazione di Gesù e Maria, il quale fu il primo a celebrare con i suoi confratelli le feste del Sacro Cuore e del Cuore Immacolato.

Le rivelazioni di Gesù a santa Margherita Maria Alacoque (1647-1690) furono poi il più potente impulso alla devozione al Sacro Cuore, che si diffuse nonostante l’ostilità dell’eresia giansenista. Il radicamento del culto al Cuore Immacolato di Maria passerà, anch’esso superando vari ostacoli, attraverso alcune delle più grandi manifestazioni mariane della storia. Come l’apparizione del 27 novembre 1830 a santa Caterina Labouré, che dopo aver contemplato la figura radiosa dell’Immacolata vide apparire i Sacri Cuori di Gesù e Maria, il primo coronato di spine, il secondo trafitto da una spada, oltre a una M intersecata dalla I di Iesus e sormontata da una croce, con tutto intorno 12 stelle. È l’immagine divenuta celebre con la diffusione della Medaglia Miracolosa, lo straordinario compendio di simboli disseminati in tutte le Sacre Scritture e che ricordano in particolare la partecipazione di Maria all’opera redentrice del Figlio. Questa mirabile partecipazione, che fa di Maria la Corredentrice, è già implicita nelle parole rivolte da Dio a Satana subito dopo il peccato originale (Gn 3, 15), è espressa poi nella profezia di Simeone (“E anche a te una spada trafiggerà l’anima”; Lc 2, 35) e culmina nel segno grandioso della Donna vestita di sole (Ap 12).

Questo disegno divino, in cui il dolore acquista senso e diventa tutt’uno con l’Amore, è proseguito con Fatima. Qui, il 13 giugno 1917, la Madonna comunicò alla piccola Lucia dos Santos (1907-2008) la sua missione: “Gesù vuole servirsi di te per farmi conoscere e amare. Egli vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato”. Il 10 dicembre di otto anni più tardi, Lucia, già in convento, vide Maria e al suo fianco Gesù Bambino, che le disse: “Abbi compassione del Cuore Immacolato della tua Santissima Madre, ricoperto delle spine che gli uomini ingrati in tutti i momenti vi infiggono, senza che ci sia chi faccia un atto di riparazione per strapparle”. Fu allora che la Vergine fece a Lucia la solenne promessa sulla Comunione riparatrice dei cinque sabati: “A tutti coloro che per cinque mesi, al primo sabato, si confesseranno, riceveranno la santa Comunione, reciteranno il Rosario e mi faranno compagnia per 15 minuti meditando i Misteri, con l’intenzione di offrirmi riparazioni, prometto di assisterli nell’ora della morte con tutte le grazie necessarie alla salvezza”.

Nel 1944 la memoria liturgica venne estesa da Pio XII a tutta la Chiesa, a ricordo della consacrazione del mondo al Cuore Immacolato di Maria, operata due anni prima dallo stesso pontefice su invito della beata Alexandrina Maria da Costa. La celebrazione, inizialmente stabilita al 22 agosto, nell’Ottava dell’Assunta, venne spostata al giorno attuale (il primo sabato dopo il Sacro Cuore di Gesù) dalla riforma del 1969, con il grado di memoria facoltativa, poi resa obbligatoria da san Giovanni Paolo II. La liturgia ci ricorda che Maria, sede della Sapienza, meditava nel silenzio quotidiano la volontà divina e “custodiva tutte queste cose nel suo cuore”. La Madre Celeste ha assecondato ogni ispirazione della Grazia. Proprio per questo è necessario imitarla e combattere al suo fianco contro il male, affinché Lei e il Figlio possano regnare – come diceva san Massimiliano Maria Kolbe – “in ogni cuore che batte sulla terra”. In vista della gloria eterna.

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Sacro Cuore di Gesù

Posté par atempodiblog le 7 juin 2024

Sacro Cuore di Gesù
Attraverso le straordinarie rivelazioni a santa Margherita Maria Alacoque, il Signore stabilì le devozioni dell’Ora Santa e della Comunione riparatrice nei primi venerdì del mese. Quest’ultima pratica è legata alla “Grande Promessa” sulla salvezza eterna
a cura di Ermes Dovico – La nuova Bussola Quotidiana
Tratto da: Radio Maria

Sacro Cuore di Gesù dans Fede, morale e teologia Sacro-Cuore

Il 27 dicembre del 1673, nel giorno della festa di san Giovanni Evangelista (l’apostolo che nell’Ultima Cena aveva reclinato il capo sul petto di Nostro Signore per sapere chi lo tradiva), santa Margherita Maria Alacoque (1647-1690) ebbe la prima grande rivelazione sui segreti del Sacro Cuore di Gesù, che la riempì della sua divina presenza mentre la monaca visitandina era raccolta in adorazione eucaristica. Dopo averla fatta riposare sul suo petto, Gesù le disse: “Il mio Cuore divino è tanto appassionato d’amore per gli uomini e per te in particolare, che non potendo più contenere in sé stesso le fiamme del suo ardente Amore sente il bisogno di diffonderle per mezzo tuo e di manifestarsi agli uomini per arricchirli dei preziosi tesori che ti scoprirò e che contengono le grazie in ordine alla santità e alla salvezza, necessarie per ritirarli dal precipizio della perdizione”.

Il Sacro Cuore le apparve come una fornace incandescente, in cui il cuore di Margherita venne immerso e fatto divampare da Gesù. Il Signore le lasciò un dolore nel costato come segno tangibile che tutto quanto aveva vissuto era reale. In una seconda grande rivelazione le si presentò risplendente di gloria “con le sue cinque piaghe sfolgoranti come cinque soli”, le rivelò fino a quale eccesso era arrivato il suo Amore per gli uomini e il suo dolore nel vedersi ricambiato con ingratitudini e indifferenze. In riparazione alle offese e ai peccati, Gesù domandò a Margherita di comunicarsi ogni volta che il sacerdote glielo avesse consentito e in particolare il primo venerdì di ogni mese; le chiese inoltre di pregare, prostrandosi con la faccia a terra, tutti i giovedì sera dalle undici a mezzanotte, dicendole che a quell’ora le avrebbe partecipato la tristezza mortale provata nel Getsemani.

Attraverso la mistica francese, il Signore stabilì dunque le devozioni dell’Ora Santa e della Comunione riparatrice nei primi venerdì del mese. Quest’ultima pratica è legata alla “Grande Promessa” sulla salvezza eterna: il fedele che per nove mesi consecutivi, ogni primo venerdì, si comunicherà in stato di grazia morirà certamente in grazia di Dio perché, come ha promesso Gesù, “il mio Cuore si renderà asilo sicuro in quel supremo momento”. In un’altra rivelazione Gesù disse a Margherita che tra i tanti sacrilegi e freddezze “ciò che più mi amareggia è che ci siano dei cuori a me consacrati che mi trattano così” e le comunicò il desiderio di una nuova festa: “Ti chiedo che il primo venerdì dopo l’ottava del Santo Sacramento [il Corpus Domini] sia dedicato a una festa particolare per onorare il mio Cuore, ricevendo in quel giorno la santa Comunione e facendo un’ammenda d’onore per riparare tutti gli oltraggi ricevuti durante il periodo in cui è stato esposto sugli altari. Io ti prometto che il mio Cuore si dilaterà per effondere con abbondanza le ricchezze del suo divino Amore su coloro che gli renderanno questo onore e procureranno che gli sia reso da altri”.

Margherita, che da molti non era creduta, riuscì poi a diffondere la devozione al Sacro Cuore grazie all’aiuto del gesuita san Claudio de la Colombière, che divenne la sua guida spirituale. Gesù affidò a santa Margherita anche la missione di chiedere a Luigi XIV di consacrare la Francia al suo Sacro Cuore e di rappresentarlo sugli stendardi del regno: ma il re non assecondò la richiesta, ricevuta nel 1689, esattamente cento anni prima dell’inizio della Rivoluzione francese. Il culto del Sacro Cuore – che rivela il vero volto dell’Amore, pronto al sacrificio e alla morte in croce – incontrò inoltre la forte avversione degli eretici giansenisti, ma nonostante ciò si diffuse da un luogo all’altro della cristianità. Nel 1794, con la bolla Auctorem Fidei, Pio VI confutò una volta per tutte gli oppositori del Sacro Cuore, ribadendo che ad esso si deve il culto di latria (cioè di adorazione, dovuta solo a Dio) perché nell’adorare il Cuore di Gesù, segno della sua sacra umanità, i fedeli adorano “il Verbo Incarnato con la propria Carne di Lui”, nella sua unione perfetta di vero Dio e vero uomo.

Fu infine il beato Pio IX, nel 1856, a estendere la solennità liturgica a tutta la Chiesa. Negli anni seguenti si diffusero gli atti di consacrazione al Sacro Cuore di Gesù per le famiglie e le nazioni. Il primo Paese a essere consacrato fu nel 1874 l’Ecuador, grazie al suo presidente Gabriel Garcia Moreno, poi ucciso dalla massoneria. Gli atti di consacrazione ci ricordano la necessità di riconoscere Cristo sia nei nostri cuori sia nella vita pubblica nostra e degli Stati.

Va fatto almeno un cenno ai principali precursori del culto al Sacro Cuore, come le tre sante e mistiche tedesche che vissero nel XIII secolo nel monastero di Helfta – cioè Matilde di Magdeburgo, Matilde di Hackeborn e Gertrude la Grande – e come san Giovanni Eudes (1601-1680), che potrebbe essere proclamato Dottore della Chiesa per i suoi insegnamenti sull’unità mistica tra il Sacro Cuore di Gesù e il Cuore Immacolato di Maria: “Non devi mai separare ciò che Dio ha così perfettamente unito. Gesù e Maria sono così intimamente legati l’uno con l’altro che chi vede Gesù guarda Maria; chi ama Gesù, ama Maria; chi ha la devozione per Gesù, ha la devozione per Maria”.

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I colori della Visitazione: Pontormo, Raffaello e Tintoretto

Posté par atempodiblog le 31 mai 2024

I colori della Visitazione: Pontormo, Raffaello e Tintoretto
Innumerevoli artisti di ogni epoca si sono confrontati con l’episodio evangelico dell’incontro di Maria con la cugina Elisabetta: due donne e lo Spirito Santo che agisce in loro.
di Antonio Tarallo – La nuova Bussola Quotidiana
Tratto da: Radio Maria

I colori della Visitazione: Pontormo, Raffaello e Tintoretto dans Articoli di Giornali e News Visitazione-di-Tintoretto

Sono tanti, innumerevoli, gli artisti di ogni epoca che si sono confrontati con l’episodio evangelico della Visitazione: «In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo» (Lc 1,39-45).

Ci troviamo di fronte all’incontro di due donne. La descrizione dell’evangelista Luca colpisce per diversi aspetti: c’è un viaggio; l’incontro tra Maria ed Elisabetta; e sullo sfondo, lo Spirito Santo che agisce in loro. E poi un saluto, quello di santa Elisabetta, così diretto e spontaneo, così importante per la salvezza dell’intera umanità, al quale seguirà il saluto della Vergine, un inno alla potenza del Signore: il Magnificat.

La lista degli artisti è varia e oltrepassa lo spazio e il tempo: Giotto; Luca Della Robbia; il Ghirlandaio; il Beato Angelico; Pinturicchio; Perugino; Raffaello Sanzio; il Pontormo; Sebastiano del Piombo; Lorenzo Lotto; Tintoretto; fino ad arrivare alle ottocentesche e novecentesche rappresentazioni di Mary Evelyn Pickering De Morgan e Maurice Denis; di  Pietro Gaudenzi e Achille Funi.

C’è, dunque, un primo dato da evidenziare: l’episodio della Visitazione può essere considerato fra le scene evangeliche più rappresentate nel mondo dell’arte. Questa umanità, sposata alla divinità, colpisce la mente artistica di ogni tempo: si tratta di un incontro di due madri; della loro gioia nell’attendere il proprio figlio. Sono cugine: l’una attende il Precursore, colui che aprirà la strada a Gesù; l’altra, il Salvatore del Mondo. L’episodio, dunque, è carico di una “drammaturgia” tutta da sviluppare attraverso la tela, i colori, le forme. Il soggetto descritto non poteva che suscitare l’immaginazione, la creatività degli artisti. Dalle parole passare all’immagine: è stata, in fondo, questa la sfida di ogni artista che si è cimentato nel descrivere con colori e forme l’episodio della Visitazione di Maria a santa Elisabetta che la Chiesa oggi ricorda nella liturgia.

001 dans Commenti al Vangelo

L’elemento di questa scena che troviamo sottolineato in quasi tutte le rappresentazioni è la gioia. Una gioia condivisa, soprattutto. Così come è la goia ad essere protagonista di uno dei quadri più famosi: La Visitazione del Pontormo, anche conosciuta anche come La Visitazione di Carmignano. L’opera, un olio su tavola, databile intorno al 1528-1530, è conservata nella propositura dei Santi Michele e Francesco a Carmignano, in provincia di Prato. Rappresenta una delle opere maggiormente significative del Manierismo fiorentino e indubbiamente uno dei dipinti più celebri di Jacopo Carucci da Pontorme, meglio conosciuto come il Pontormo. Sono Maria ed Elisabetta ad essere protagoniste della magnifica tavola: dominano la scena con le loro figure allungate, dalle dimensioni maestose e dalle forme tondeggianti, con le vesti dai colori sgargianti. Vesti che hanno dei ringofiamenti ben evidenti nella zona del ventre: si comprende che sono due donne in attesa di partorire. Dietro loro, il Pontormo colloca altre due donne (non presenti nel Vangelo di Luca) che sembrano quasi i loro “doppi” mostrati di fronte anziché di profilo. Su questo elemento pittorico la critica si divide: per alcuni studiosi sono semplicemente delle ancelle; per altri, invece, rappresentano le due protagoniste ritratte in maniera speculare, in un gioco puramente intellettuale. Anche queste due figure catturano l’attenzione del pubblico: il loro sguardo, rivolto a chi guarda l’opera, sembra quasi invitare il pubblico a rimanere in silenzio davanti a questo incontro così speciale.

Altro elemento, non immediatamente evidente, è dato dalla presenza di due uomini che siedono su un pilastro di pietra che si sviluppa lungo la facciata dell’edificio che si erge a sinistra del dipinto: sono davvero minuscoli in confronto alle due immense figure femminili. Anche in questo caso la critica si divide: saranno forse Giuseppe e Zaccaria, sposi di Maria ed Elisabetta? O semplicemente due uomini che da lontano assistono all’incontro? La querelle rimane aperta.

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Maestro indiscusso del Rinascimento italiano è Raffaello Sanzio. Anche lui si è inoltrato nelle pagine del Vangelo di Luca dipigendo una delle opere più significative del ‘500 pittorico europeo: è La Visitazione, dipinto a olio su tavola trasportato su tela databile intorno al 1517,  conservato al Museo del Prado di Madrid. La tavola presenta una committenza particolare: fu commissionata, infatti, da Giovanni Battista Branconio, protonotaro apostolico, per volere di suo padre Marino, che la destinò alla chiesa di San Silvestro all’Aquila. La moglie di Marino Branconio si chiamava Elisabetta. Per questo motivo lui e la moglie hanno dato il nome di Giovanni Battista al loro figlio.

Anche questa volta, al centro del dipinto si ergono le due figure femminili protagoniste: la Vergine Maria e santa Elisabetta. Maria è colta mentre tiene la mano sinistra sul grembo; il suo sguardo, timido, si volge verso il basso: è un saluto quasi discreto quello che compie la Vergine di fronte alla cugina. Elisabetta, con un copricapo bianco, va incontro alla cugina. Dai volti si comprende la differenza di età fra le due.

Un particolare è da evidenziare: i piedi delle due donne sono in movimento. Raffaello sembra cogliere Maria ed Elisabetta proprio nel primo istante dell’incontro. Sullo sfondo, a sinistra, troviamo una sorta di “salto” temporale: è la scena del Battesimo di Gesù compiuto da Giovanni Battista. I due bambini che precedentemente erano nel grembo prendono corpo, figura, nel lato sinistro della tela. In primo piano dell’opera, le madri; sullo sfondo, i loro due figli.

003 dans Riflessioni

Del Tintoretto abbiamo due versioni dello stesso soggetto: uno, realizzato intorno al 1588 e conservato nella Scuola Grande di San Rocco a Venezia; l’altro, del 1550 circa, conservato presso la Pinacoteca Nazionale di Bologna. Quest’ultima opera ci fa assistere all’incontro da una prospettiva più bassa rispetto alle due figure femminili: sia le Vergine Maria che santa Elisabetta, infatti, sono colte presso l’ingresso della casa di Elisabetta. Questa volta, le due donne però non si abbracciano; la Vergine ed Elisabetta sono colte poco prima del vero incontro, dell’abbraccio descritto dagli altri artisti. E poi, evidenti (seppur posizionati in maniera marginale nel quadro pittorico) sono i personaggi maschili: dietro Maria vi è san Giuseppe; vicino a Elisabetta, nel riquadro inferiore, Zaccaria.

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Nostra Signora dei dolori a Kibeho, Rwanda

Posté par atempodiblog le 26 mai 2024

Nostra Signora dei dolori a Kibeho, Rwanda
Tratto da: Radio Maria

Nostra Signora dei dolori a Kibeho, Rwanda dans Apparizioni mariane e santuari Nathalie-Kibeho

La Madonna apparve dal 1981 al 1989 a tre studentesse del Collegio di Kibeho (Rwanda): Alphonsine, Nathalie e Marie-Claire.
A Nathalie La madre del Verbo si mostra con le braccia aperte, come nell’immagine della Medaglia miracolosa. La Madonna le chiede di lasciare gli studi per dedicarsi interamente alla missione da Lei affidatale, riceve l’incarico particolare della preghiera di espiazione per la salvezza e la pace nel mondo.

Ecco la sua testimonianza ai microfoni di Radio Maria con Padre Livio Fanzaga il 15 marzo 2024

Padre Livio: Sono felicissimo di poter parlare con Nathalie, la veggente di Kibeho. Ho seguito fin dall’inizio le apparizioni di Kibeho e mai avrei pensato di poter parlare con te, benvenuta ai microfoni di Radio Maria.
Nathalie: Anche io vi ringrazio per avermi chiamata a parlare con voi a Radio Maria Italia.

Padre Livio: Nathalie, vorrei che ci parlassi della tua esperienza con la Madonna a Kibeho, in modo tale che il pubblico italiano possa comprendere l’importanza mondiale di questa apparizione.
Nathalie: La Vergine Maria ci è apparsa a Kibeho dal 28 novembre 1981. La Madonna è apparsa a me, ad altre cinque ragazze e ad un ragazzo: Alphonsine, Marie-Claire, Stephanie Agnes, Vestine ed Emmanuel.
La prima apparizione avvenuta nel collegio di Kibeho, gestito da suore e frequentato da un centinaio di ragazze della zona, sabato 28 novembre 1981. Alphonsine era con noi nel refettorio quando sentì una voce che la chiamava: recatasi nel corridoio, vide una donna bellissima, vestita di bianco, con le mani giunte; quando le chiese chi fosse, rispose: Io sono la Madre del Verbo.
A me la Vergine Maria è apparsa il 12 gennaio 1982, mi ha chiamata per nome e mi ha detto: <Nathalie, figlia mia, prega molto, prega sempre per il mondo perché sta male. Il giorno i seguente la Madonna mi è apparsa di nuovo e mi ha detto che Lei era la Madre di Dio, la Madre del Verbo, come aveva detto ad Alphonsine.
La Vergine Maria è apparsa alla terza veggente Marie-Claire, il 2 marzo 1982. Si è mostrata a lei con il Rosario dei Sette Dolori tra le mani, le ha insegnato questa preghiera e sua volta la ragazza l’ha insegnata a tutte noi. La Vergine Maria voleva che questo Rosario fosse conosciuto nel mondo intero. Ci ha fatto sapere che il Rosario dei Sette Dolori è importante, ma non sostituisce il Rosario ordinario.
La Madonna si mostrata a noi come una mamma bellissima, buona, semplice. Noi parlavamo con Lei senza paura, senza inquietudine proprio perché ci metteva a nostro agio.
Quando ci è apparsa eravamo delle ragazzine, ma il messaggio che ci ha dato era per gli adulti, per le persone già avanti nelle fede.
Guardandola ci sembrava una donna di circa venti/trent’anni; indossava una veste bianca e blu che la copriva dal capo ai piedi; ci chiedeva di stare attenti a tutto quello che ci diceva e di ascoltare bene il messaggio che ci stava dando.
La Vergine Maria ci ha chiesto di pregare incessantemente anche per quelli che non pregano; ci chiedeva di ascoltarla con fede. Parlava come una mamma parla ai suoi figli. 

Padre Livio: Nathalie, puoi raccontarci la tua esperienza quando la Madonna ti ha portato a vedere il Paradiso, l’inferno e il purgatorio?
Nathalie: La Vergine Maria ci ha portato a visitare questi luoghi per farci capire che la vita non finisce qui sulla Terra, ma continua in diversi modi, a seconda della fede che abbiamo avuto in vita.
Eravamo giovani, non capivamo tutto quello che la Madonna ci diceva ma ci chiedeva di non dimenticarlo, voleva farci capire che la vita continua anche dopo la morte e ci invitava a non essere troppo attaccati alle cose materiali perché sono passeggere.
La Vergine Maria ci diceva di prenderci cura della nostra anima come facciamo con il nostro corpo e che dovevamo prendere le cose di Dio sul serio.
In questo viaggio mistico eravamo con la Vergine Maria e ci sentivamo altrove, vedevamo una luce, eravamo distaccati da tutto. Il viaggio è durato più di dodici ore durante le quali la Madonna ci ha fatto vedere diversi tipi di persone e diversi luoghi.
La prima cosa che abbiamo visto sono stati gli angeli e i santi. Gli angeli avevano vesti bianche e la loro fisionomia era quella delle persone bellissime; la Madonna ci ha spiegato che gli angeli ci aiutano.
Abbiamo visto anche un altro luogo, dove ci sono persone che di tanto in tanto sorridono ma non sono pienamente felici; infine, ci ha portato in un altro luogo molto brutto dove ci sono persone cattive.
La Vergine Maria ha attribuito a questi luoghi dei nomi diversi rispetto a quelli che noi conosciamo dal Catechismo della Chiesa Cattolica, ad esempio, dove vivono le persone cattive il posto delle persone ribelli che non ascoltano; i luogo dove ci sono le persone che sorridono di tanto in tanto il luogo del discernimento. In quello che noi chiamiamo purgatorio ci sono le persone che si purificano; in quello che noi chiamiamo Paradiso ci sono persone felicissime e la Madonna ha detto che il luogo della pienezza della gioia e quelli che vivono là sono i benamati di Dio.
Quando siamo rientrati da questo viaggio la Vergine Maria ha detto di pregare sempre e di seguire tutto quello che Lei avrebbe detto per la salvezza.
A me ha affidato il messaggio particolare per la preghiera delle anime del Purgatorio, inoltre mi ha chiesto un tempo di digiuno della durata di quattordici giorni, durante la Quaresima dell’anno 1983. Durante quel periodo ricevevo solamente la Santa Comunione.
Questo viaggio mistico mi ha aiutato a capire che la nostra vita veramente non finisce sulla Terra.
La Vergine Maria mi ha dato il compito di pregare per le anime del Purgatorio proprio durante quel digiuno prolungato.
La Madonna ci ha parlato della sua sofferenza per coloro che pensano che la vita sia unicamente fatta per mangiare, bere e soddisfare bisogni del corpo.

Padre Livio: Grazie Nathalie per questa bellissima testimonianza. Vorrei che ora facessi un’esortazione agli ascoltatori di Radio Maria affinché seguano sempre la Madonna.
Nathalie: Vorrei dire innanzitutto agli ascoltatori di Radio Maria di dare importanza al messaggio che la Vergine Maria ha dato da Kibeho al mondo intero perché, come Lei stessa ha detto, è indirizzato a tutti.
Sul messaggio della Vergine Maria ci sarebbero tante cose da dire, lo si può trovare in tanti libri, su internet e anche Radio Maria ne parla e lo divulga. Inoltre, la Madonna ha detto che desidera che la gente venga a Kibeho in pellegrinaggio.
La Vergine Maria insiste innanzitutto sulla crescita nell’amore per Dio: bisogna amare Dio al di sopra delle altre cose.
La Madonna ci invita anche a fare passi avanti nella fede e fare attenzione alla miscredenza che si sta diffondendo senza che noi ce ne accorgiamo.
Ci ha chiesto anche di pregare incessantemente e senza ipocrisia; la nostra preghiera deve essere nutrita dal senso di sacrificio e da atti di penitenza per arrivare alla vera conversione.
La Madonna ha detto ad Alphonsine che la sua vocazione era la consacrazione e le ha chiesto di pregare tanto per la Chiesa che negli anni avvenire si sarebbe imbattuta in diversi problemi. Attualmente Alphonsine vive in un Convento nella Comunità di Betlemme, a Gubbio, in Italia.
A Marie-Claire la Madonna ha detto che la sua vocazione era quella di essere una moglie e una mamma e le ha detto di pregare per le famiglie; in particolare le ha chiesto di continuare a insegnare la devozione del Rosario dei Sette Dolori. Marie-Claire e suo marito sono stati uccisi nel 1994, Dio li accolga nel suo Regno.
A me la Vergine Maria ha chiesto di rimanere qui, a Kibeho, e di pregare molto per il mondo perché sta per cadere nell’abisso. Mi ha chiesto anche di accettare la sofferenza come penitenza per ottenere la conversione dei ribelli; la mia missione anche quella di pregare per le anime del Purgatorio.
La Madonna ci ha anche detto di avere fiducia in Lei e di chiederle il suo soccorso. Lei sempre con noi anche se non la vediamo con i nostri occhi.

Chiederei a tutti gli ascoltatori di Radio Maria di amare sinceramente la Madonna e di avere fiducia in Lei, è la Madre di Dio, ci ama tanto e ascolta tutti noi.

Un’altra cosa che vorrei dire che la Madonna quando ci appariva ci mostrava spesso un grande prato fiorito: alcuni di questi fiori erano bellissimi, altri un po’ appassiti, altri proprio secchi.
I fiori rigogliosi rappresentano le persone buone che amano Dio e il prossimo; le persone che cambiano idea spesso sono rappresentate da quei fiori appassiti che stanno perdendo vita; fiori secchi rappresentano le persone cattive che non rispettano né Dio né il prossimo.
La Vergine Maria ci chiedeva ogni volta di essere come quei fiori rigogliosi e profumati che effondono il loro buon profumo dappertutto. La Madonna ha detto di essere persone che amano Dio e il prossimo senza ipocrisia.
Vi ringrazio per questo bella condivisione e per l’opportunità di raccontare qualche aspetto de le apparizioni a Kibeho e del messaggio che la Madonna ci ha dato.
La Vergine Maria ha detto che questo messaggio, preso sul serio, è come una medicina per il nostro mondo malato.

Padre Livio: Grazie Nathalie per questa bellissima testimonianza. Ti chiedo di pregare per tutti noi, affinché Radio Maria possa compiere la sua missione di portare il Vangelo in tutta l’Africa.
Nathalie: Anche io vi ringrazio per questa bella conversazione e per l’impegno che Radio Maria mette nel diffondere l’amore per la Madonna.
Caro Padre Livio, tanti auguri per il tuo anniversario di sacerdozio che hai festeggiato il 19 marzo, San Giuseppe sia sempre con te nel tuo cammino sacerdotale. Preghiamo sempre per voi, pregate per noi. Che Dio ti benedica, caro Padre Livio e renda fruttuoso il tuo apostolato.
A tutti gli ascoltatori di Radio Maria auguro mille benedizioni.

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Il Papa: visitare le catacombe durante il Giubileo rafforza nella fede e nella speranza

Posté par atempodiblog le 18 mai 2024

Il Papa: visitare le catacombe durante il Giubileo rafforza nella fede e nella speranza
Ai partecipanti alla Plenaria della Commissione di Archeologia Sacra Francesco esprime apprezzamento per l’opera di valorizzazione di questi cimiteri che testimoniano l’attesa nella risurrezione. Opportuna la decisione di ampliare il numero dei siti accessibili, afferma il Pontefice. Sostare davanti alle tombe dei martiri “ci fa confrontare con l’esempio coraggioso di questi cristiani, sempre attuale, e ci invita a pregare per tanti fratelli che oggi subiscono persecuzione per la fede in Cristo”
di Antonella Palermo – Vatican News

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Valorizzare, in vista del Giubileo, i pellegrinaggi alle catacombe cristiane, in particolare alle tombe dei martiri, segno di speranza e di vita. È il messaggio di Francesco contenuto nel discorso rivolto stamane ai partecipanti alla riunione plenaria della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra. Questi luoghi, infatti, sono dei cimiteri, precisa il Papa, sono dormitori, sono testimonianza, pertanto, dell’attesa di resurrezione.

Il valore delle Giornate delle Catacombe
Papa Francesco riceve in udienza i membri della Commissione, guidati dal presidente monsignor Pasquale Iacobone, custodi del patrimonio di fede e di arte delle catacombe cristiane d’Italia e mostra di apprezzare l’impegno di coinvolgere soprattutto i giovani studenti nella tutela, nella ricerca, nel restauro di questi siti. In questo senso, elogia, in particolare, l’ideazione delle Giornate delle Catacombe, che hanno favorito il coinvolgimento di famiglie e ragazzi nei laboratori didattici, la tematizzazione sui canali social, l’assegnazione di borse di studio, la collaborazione con università. Vari progetti sono inoltre in corso in diverse regione « che portano a continue interessanti scoperte ». Considerando che durante il Giubileo, proprio le catacombe saranno una delle mete più significative, il Papa si sofferma a evidenziarne il richiamo alla speranza, tanto che ben si allineano al tema dell’Anno Santo. E fa alcuni esempi:

Lì si trovano i tanti segni del pellegrinaggio cristiano delle origini: penso, ad esempio, agli importantissimi graffiti della cosiddetta triclia delle catacombe di San Sebastiano, la Memoria Apostolorum, dove si veneravano insieme le reliquie degli Apostoli Pietro e Paolo. Scopriamo poi, in questi percorsi, i simboli e le raffigurazioni cristiane più antiche, che testimoniano la speranza cristiana. Nelle catacombe tutto parla di speranza: di vita oltre la morte, di liberazione dai pericoli e dalla morte stessa per opera di Dio, che in Cristo, il Pastore buono, ci chiama a partecipare alla beatitudine del Paradiso, evocata con figure di piante rigogliose, fiori, prati verdeggianti, pavoni e colombe, pecorelle al pascolo… Tutto parla di speranza e di vita!

Valorizzare le visite alle tombe dei martiri
Le catacombe sono “cimiteri”, cioè “dormitori”, ricorda il Pontefice, che valuta come « propizia e opportuna » la decisione di ampliare il numero dei siti catacombali accessibili ai pellegrini in virtù del fatto che si tratta di luoghi che parlano a tutti, non solo a coloro che vivono l’esperienza di fede, e si rallegra per la proposta della Commissione di evidenziare, per il Giubileo, le visite alle Tombe dei Martiri:

Testimoniano l’attesa, la speranza del cristiano, che crede nella risurrezione di Cristo e nella risurrezione della carne. Il pellegrinaggio nelle catacombe si configura, pertanto, come un itinerario in cui fare esperienza del senso dell’attesa e della speranza cristiana. [...] Sostare davanti ad esse ci fa confrontare con l’esempio coraggioso di questi cristiani, sempre attuale, e ci invita a pregare per tanti fratelli che oggi subiscono persecuzione per la fede in Cristo.

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Sulle tracce di Maria: la Madonna del Pozzo

Posté par atempodiblog le 15 mai 2024

Sulle tracce di Maria: la Madonna del Pozzo
Il 15 maggio 1616 la Madonna appare e salva la vita a un soldato spagnolo, Martino De Nava, aggredito e gettato in un pozzo, nei pressi di San Salvatore Monferrato. In questa apparizione Maria viene a dirci che è lì, per ridarci la speranza.
di Diego Manetti
Fonte: La nuova Bussola Quotidiana
Tratto da:
Comboni 2000 – Spiritualità e Missione

Sulle tracce di Maria: la Madonna del Pozzo dans Apparizioni mariane e santuari Madonna-del-Pozzo-AL


Continuiamo la pubblicazione delle conversazioni che Diego Manetti tiene ogni primo sabato del mese a Radio Maria, alla scoperta dei santuari più importanti dedicati alla Vergine.

Benritrovati, cari amici, con il consueto appuntamento mensile di “Sulle tracce di Maria” per seguire insieme – passo dopo passo – il cammino di Maria tra gli uomini, ripercorrendo alcune delle più importanti tracce che la Vergine ha lasciato nel mondo, ovvero i santuari a Lei dedicati, intesi come risposta umana all’iniziativa di Maria di rivolgersi all’umanità con apparizioni o messaggi in precisi momenti della storia.

La traccia mariana che andiamo a esaminare questa volta mi è particolarmente cara poiché si trova in una terra cui sono molto legato, avendovi avuto i natali: il Monferrato. E’ lì che vi chiedo di seguirmi in questo ormai consueto pellegrinaggio del cuore e della mente che vuol condurvi a ripercorrere insieme alcuni tra i segni del cammino di Maria nel mondo. Andiamo in Monferrato, dunque, precisamente a San Salvatore. Definito il luogo, possiamo anche meglio indicare la data.

Si tratta del 15 maggio 1616. In quel giorno la Vergine appare nei pressi di San Salvatore Monferrato, originando una devozione popolare radicata e affettuosa, che nei secoli ha segnato la spiritualità locale delle migliaia di pellegrini che, nel tempo, hanno richiesto l’intercessione della B.V. Maria invocandola con il titolo di “Madonna del Pozzo” presso l’omonimo santuario. Bene, prima di illustrare il fatto – cioè l’apparizione – che è all’origine di un titolo così particolare – “la Madonna del pozzo” – conviene spendere qualche parola sul contesto storico in cui tale apparizione accade, offrendo qualche informazione che possa permetterci di meglio comprendere l’evento accaduto in Monferrato in quel 15 maggio 1616.

Occorre partire dalla metà del ‘500, da quando cioè la Spagna, con il re Carlo V, aveva esteso la propria sovranità in Italia, arrivando a controllare i Regni di Napoli e di Sicilia e il Ducato di Milano. Proprio tale ducato comprendeva anche l’alessandrino, tanto che in Valenza – ancora oggi famosa, a dispetto della crisi, come “città dell’oro” per l’abilità e l’industria dei molti maestri orafi che vi si trovano – proprio gli spagnoli si erano dotati di un robusto presidio militare. Per quanto riguarda il Piemonte, questo era all’epoca diviso in Ducato di Savoia e Ducato del Monferrato: quest’ultimo, unitamente a quello di Mantova, era soggetto alla famiglia dei Gonzaga.

Per quanto formalmente indipendenti, occorre precisare che questi piccoli “stati” italiani di fatto rientravano nella sfera di influenza (e di soggezione) dell’una o dell’altra delle due potenze che allora si contendevano il controllo dell’Italia, vale a dire la Spagna, già ricordata, e la Francia.

Per quanto riguarda il Monferrato giova rammentare che, dopo la fondazione del Marchesato da parte di Aleramo, intorno all’anno Mille, la famiglia Aleramica si era estinta all’inizio del XIV secolo; la reggenza era dunque passata ai Paleologi – cui si deve, tra l’altro, la costruzione nel 1414 della torre fortificata di avvistamento che ancora oggi può scorgere chiunque si avvicini proprio a San Salvatore. Estintisi anche i Paleologi, per motivi di parentela matrimoniale con i Gonzaga, il Monferrato passò poi a questi ultimi, Duchi di Mantova.

Gli intrecci familiari, che all’epoca erano spesso il frutto di accorte politiche matrimoniali finalizzate al mantenimento del potere dinastico, sono all’origine dei conflitti per il controllo sul Monferrato che si scatenarono a inizio Seicento, quando alle aspirazioni di reggenza dei duchi di Mantova si opposero le pretese dei Savoia – una figlia delle quali aveva sposato un Gonzaga. Le rivendicazioni di potere sfociarono in aperto conflitto: da una parte Carlo Emanuele I di Savoia, desideroso di espandere nell’alessandrino i propri possedimenti piemontesi; dall’altra Ferdinando Gonzaga, il quale chiese aiuto al re spagnolo Filippo III che cercò, con accorta azione diplomatica, di impedire la guerra tra le due famiglie, per evitare tensioni che avrebbero potuto ripercuotersi pericolosamente sul vicino Ducato di Milano controllato proprio dagli Spagnoli. La guerra ebbe però inizio e gli Spagnoli non poterono che intervenire in soccorso dei Gonzaga, dislocandosi nel Monferrato a partire dal 1613.

Non pensiate, cari amici, che l’intervento degli Spagnoli fosse una benedizione per le terre monferrine. Il conflitto tra le famiglie dei Savoia e dei Gonzaga dava infatti il pretesto ai soldati spagnoli per spadroneggiare su quelle stesse terre ove già le truppe dei Savoia si erano macchiate di crimini e violenze contro la popolazione contadina, indifesa ed estranea a quelle lotte dinastiche che parevano davvero troppo lontane dalla vita, povera e umile, condotta dal popolo della zona.

La guerra proseguì fino al 1618, risolvendosi infine in un nulla di fatto poiché il duca di Savoia restituì le terre sottratte ai Gonzaga e questi restarono duchi del Monferrato fino al definitivo passaggio del territorio alla famiglia dei Savoia, all’inizio del Settecento.

Scuserete, cari amici, questi brevi ma necessari riferimenti storici, senza i quali non si potrebbe avere un’idea precisa della situazione del Monferrato e delle campagne di San Salvatore ai tempi del fatto miracoloso che tra poco andremo a descrivere. Possiamo dunque immaginare come, al tempo di quel 1616, la guerra tra Savoia e Gonzaga avesse ridotto quelle terre, un tempo fertili e ricche, a una landa desolata, dove imperversavano soldati savoiardi e spagnoli, dei soprusi e delle violenze dei quali le popolazioni contadine erano egualmente vittime. Gli storici calcolano che quasi metà della popolazione morì a causa della fame, della malattia e degli scontri bellici. I soldati, poi, ovunque arrivassero si arrogavano il diritto di sequestrare beni e vettovaglie per provvedere al mantenimento della truppa, occupando case e terre sottratte ai legittimi e impotenti proprietari che, unitamente al resto del popolo, covavano dunque un sordo rancore nei confronti dei soldati che imperversavano in quella zona un tempo pacifica e felice.

15 Maggio 1616
Veniamo dunque a quel 15 maggio 1616. Il comandante dell’esercito spagnolo dislocato presso il presidio di Valenza decide di spostare le truppe vicino alla zona di conflitto, dirigendosi verso le colline del Monferrato. Il percorso prevede una tappa presso il piccolo centro abitato di San Salvatore. Tra i soldati, la storia riporta quel Martino De Nava che fu protagonista dell’avvenimento miracoloso di cui trattiamo. Di Martino si dice che fosse uomo buono e particolarmente devoto alla Madonna – cosa non singolare, data la profonda fede cattolica della Spagna dell’epoca – al punto da accogliere con gratitudine quella corona del Santo Rosario che la madre, alla sua partenza per la guerra, gli aveva dato affinché la portasse sempre con sé.

Immaginiamo la scena di quel 15 maggio 1616. La compagnia giunge a San Salvatore, dopo aver marciato per un paio d’ore, provenendo da Valenza, e subito i soldati si accampano alla bell’e meglio, stanchi per il cammino compiuto sotto il sole di una calda giornata primaverile. Sistemati i bagagli delle truppe, ci si divide per cercare qualcosa con cui preparare la cena per la sera. Martino, da solo, si avvia nella campagna circostante alla ricerca di un pozzo dal quale attingere acqua sufficiente per l’intera compagnia, portando con sé un recipiente adatto allo scopo. Dopo un breve cammino, non molto distante dall’accampamento trova un pozzo che pare fare proprio al caso suo: è un tipico pozzo di campagna, abbastanza profondo per sperare di trovarvi acqua fresca e pulita, con un basso parapetto. Probabilmente doveva servire per irrigare le terre di quel fondo agricolo, situato nella zona detta “Pelagallo” e di proprietà di Guglielmo Della Valle.

Appena Martino vede il pozzo, vi si avvicina per attingere acqua e dissetarsi. Assicurato il recipiente a una cordicella, lo cala nel pozzo, ma l’acqua è troppo profonda. Si china allora sul basso parapetto, per riuscire a calare più in basso il contenitore. Finalmente riesce a raggiungere la superficie dell’acqua, e si mette di buona lena per tentare di riempire il secchiello. Tutto intento in tale operazione, non sia accorge di quanto sta accadendo alle sue spalle: un contadino, che in precedenza aveva notato l’arrivo del soldato spagnolo, si era nascosto tra le frasche, per controllarne i movimenti. Appena il soldato si era fermato ad attingere acqua, ecco che il povero contadino si era subito dipinto la scena seguente, immaginando che le cose sarebbero andate come solitamente accadeva durante l’imperversare dei soldati spagnoli nel corso di quegli anni di guerra: non avrebbero soltanto attinto un po’ di acqua dal pozzo, ma avrebbero senz’altro requisito ogni prodotto dei campi circostanti per sfamare le truppe. In preda all’angoscia e al timore di perdere un raccolto che era tanto prezioso in quei tempi di povertà, il contadino esce rapidamente dal proprio nascondiglio, giunge alle spalle di Martino, sdraiato sul bordo del pozzo e, con il falcetto che portava stretto in mano, mena rapidi e violenti fendenti al collo e alle spalle del soldato. Immaginatevi Martino: un po’ perché tutto intento ad attingere acqua in una scomoda e precaria posizione, un po’ perché sorpreso dall’improvviso attacco alle spalle, il poveretto non fa in tempo quasi a capire che cosa stia accadendo, e prima ancora che possa tentare una difesa si ritrova con profonde ferite, privo di sensi.

Non vedendolo più reagire, il contadino si rende conto della gravità dell’azione compiuta e, pensando di poter essere scoperto e temendo le ritorsioni dei soldati compagni di Martino, subito si affretta a buttare nel pozzo quello che ritiene un cadavere comprovante l’orribile delitto appena compiuto. Fatto questo, si allontana rapidamente, per far perdere definitivamente le sue tracce. A questo punto, cari amici, dobbiamo ammettere una sorta di “buco” nel racconto storico, poiché non ci è possibile conoscere l’identità del contadino, in quanto neppure le successive e accurate ricerche da parte del comandante della compagnia riuscirono a risalire al responsabile della brutale aggressione.

Ma torniamo al nostro Martino. Per quanto il contadino se ne sia andato credendolo morto, il giovane soldato è invece ancora vivo, benché gravemente ferito. Caduto nel pozzo, il contatto con l’acqua lo ha portato a riprendere i sensi. Subito cerca di restare a galla nell’angusto spazio delimitato dalle pareti del pozzo. Riavutosi dallo shock dell’aggressione e della caduta, dolorante, indebolito, Martino capisce che è condannato a morte certa. Il pozzo è infatti troppo profondo per pensare di uscirvi da solo; né può sperare, essendosi allontanato dall’accampamento, che qualcuno possa udire le sue grida d’aiuto. E poi, urlare con quale fiato, quando le ferite profonde gli fanno perdere sangue copioso e le forze lo stanno a poco a poco abbandonando?

Appena realizzata la drammatica situazione, il primo, spontaneo pensiero di Martino va subito alla Madonna, cui si rivolge fiducioso affinché lo aiuti in quella circostanza che appare disperata. All’improvviso, l’acqua del pozzo, già arrossata dal sangue fuoriuscito dalle profonde ferite, incomincia a innalzarsi di livello, sollevando a poco a poco Martino. A pochi metri dall’apertura del pozzo, mentre l’acqua continua a salire, ecco che Martino ritrova speranza appena intravede la luce del sole. Ma ecco che la luce diventa ancora più splendente, come un bagliore, e in essa si profila la figura di una bella Signora, con il Bambino in braccio, che gli porge la mano. L’acqua arriva ormai quasi all’orlo del pozzo e la Signora aiuta Martino a uscire, afferrandolo e portandolo finalmente all’asciutto.

La tradizione non riporta le parole – forse stupite, senz’altro riconoscenti – che il giovane soldato avrà rivolto alla Signora, né ci è dato di conoscere quanto Ella avrà forse detto a Martino, mentre si prendeva cura di lui e delle sue ferite con amorevole e materna cura. Riprese un po’ le forze, Martino avrà dunque espresso il desiderio di raggiungere la compagnia e di ricongiungersi ai commilitoni per poter essere opportunamente fasciato e medicato. Immaginiamo in che condizioni potesse trovarsi il poveretto e quanto arduo fosse anche solo il pensiero di fare ritorno, da solo, all’accampamento. Ecco dunque che la bella Signora non lo lascia solo, ma lo accompagna fino al luogo in cui i suoi compagni han posto il bivacco.

Lungo il cammino, la tradizione pone un episodio conosciuto come “l’inchino dell’albero”: Martino, stremato e ormai privo di forze, sconvolto e commosso al tempo stesso per il prodigioso intervento celeste in suo soccorso, si ferma per una sosta nei pressi di una siepe i cui rami protesi non bastavano tuttavia a ripararlo dal sole cocente. In preda al dolore, avrebbe emesso lamenti e sospiri così accorati da toccate il cuore della Signora che lo accompagnava. Ed ecco, subito un vicino albero, alto e frondoso, avrebbe chinato la propria chioma per offrire un riparo dal sole e un po’ di sollievo al giovane soldato. Tale albero, del quale si riportano notizie e testimonianze successive, pare esser rimasto così “inchinato”, segno del celeste privilegio, fino al 1724, quando sarebbe stato abbattuto dal proprietario del campo in cui l’albero stesso era piantato. Un taglio, questo, che ci pare denotare almeno scarsa sensibilità verso quello che era un muto e significativo testimone del miracolo avvenuto oltre un secolo prima.

Torniamo dunque a Martino, ormai prossimo all’accampamento. Appena i commilitoni lo vedono in quelle condizioni, subito gli si fanno intorno, curiosi e preoccupati, mentre qualcuno corre a chiamare il Comandante, per ragguagliarlo sul ritorno di Martino. Il giovane soldato, frattanto, racconta quanto successo: del pozzo, dell’aggressione, della caduta in acqua e della bella Signora con il Bambino in braccio che lo ha tirato fuori dal pozzo, portandolo in salvo, dopo che l’acqua era inspiegabilmente cresciuta di livello, sollevandolo giusto giusto fino all’orlo del pozzo. Il Comandante, accorso nei pressi di Martino per sincerarsi delle sue condizioni, ascoltatone il racconto, decide di ricompensare la Signora per il prezioso gesto compiuto con qualche moneta. Tuttavia, quando lui e i soldati si mettono a cercarla, non la trovano: la bella Signora con il Bambino in braccio se ne è andata, è scomparsa. Passata la sorpresa e la concitazione dei primi momenti, in tutti nasce spontanea la convinzione che Ella fosse la Madonna. Martino, curato e medicato a dovere, racconta ancora e ancora ai suoi compagni quanto accadutogli e, di particolare in particolare, in ognuno si radica la certezza dell’avvenuto miracolo.

“Madonna del pozzo”
Il giorno seguente, la notizia del miracolo incomincia a spargersi presso la popolazione e lo stupore per l’evento prodigioso presto supera il timore dovuto alla presenza dei soldati stanziati a San Salvatore. Sia per curiosità, sia per devozione, in molti cominciano a recarsi nei pressi del pozzo, per vedere il luogo del miracolo. In breve, si comincia a parlare della “Madonna del pozzo”, coniando quel titolo che, forse sulle prime un po’ originale, vi suonerà senz’altro più chiaro e familiare dopo la narrazione dell’apparizione della Vergine che abbiamo appena rivissuto insieme.

L’Arciprete di San Martino – chiesetta sita in San Salvatore – interrogò personalmente il soldato sull’accaduto e decise di stenderne un resoconto scritto per il Vescovo di Pavia, nella cui diocesi rientrava il piccolo centro abitato monferrino.

E Martino? Di lui non sappiamo molto, se non che fu affidato alle cure di una famiglia del posto, per poi morire, probabilmente, appena una decina di giorni dopo il fatto miracoloso, in conseguenza delle gravi ferite riportate, secondo quanto testimoniato da uno scritto dell’Archivio Parrocchiale. Purtroppo i registri parrocchiali riportano gli atti di morte in maniera accurata e rigorosa solo dal 1630. Il corpo dovette essere sepolto sotto il pulpito di San Martino, così almeno riporta la tradizione. Mentre le armi del soldato furono a lungo custodite presso il santuario sorto sul luogo del miracolo, per esser poi sottratte da mano ignota durante gli anni della Seconda Guerra mondiale. Per quanto riguarda Martino, poco o tanto che visse dopo il miracolo (qualcuno pospone la morte alla fine del 1617), certo è che la tradizione gli attribuì una profonda devozione e una santa morte. La scarsità delle notizie relative a Martino può esser un elemento indiretto di verità sulla apparizione, poiché induce a credere che la vera protagonista dell’evento sia anzitutto e solo Lei, la bella Signora che portò aiuto al soldato ferito. E che Martino quasi scompaia dinnanzi al miracolo è segno della grandezza dell’intervento celeste, i cui frutti si videro fin da subito dall’accorrere di pellegrini sempre più numerosi, al punto che il generale spagnolo Bravo De Laguna, profondamente religioso, decise che si dovesse erigere un edificio sacro a memoria dell’accaduto, inviando tramite l’Arciprete di San Martino in San Salvatore apposita richiesta al Vescovo di Pavia in data 31 marzo 1617:

«… dopo che il predetto soldato Martino De Nava fu gettato in un certo pozzo da cui fu, per intercessione della Beatissima Vergine Maria, Madre di Dio, miracolosamente estratto … furono assunte e si continua ad assumere informazioni da trasmettere ai Superiori Ecclesiastici. Così il predetto Illustrissimo Signore, Maestro dei soldati, con la reverenza dovuta a Dio Onnipotente e all’intemerata Beatissima Madre, ha deciso di far costruire una cappella con altare, col nome e il titolo della stessa Beatissima Vergine, nello stesso campo, luogo e sito».

L’autorizzazione ufficiale da parte del Vescovo, mons. Giovanni Battista Biglia, giunse già il successivo 2 aprile 1617. Di lì a poco, il proprietario del fondo, il già ricordato Guglielmo Della Valle, decise di donare il terreno su cui sorgeva il pozzo affinché si potesse erigere l’edificio sacro. Di questo importante gesto si conserva prova tramite l’atto notarile, redatto in lingua latina, risalente al 14 aprile 1617, dunque a meno di un anno di distanza dal miracoloso evento. Tale documento si ritrova oggi nell’Archivio di Stato di Alessandria, nel fondo “Notai del Monferrato”, busta 271. Questo particolare solo per bilanciare il racconto della tradizione con i dovuti richiami alla storia concreta, evidenziando come entrambe – storia e tradizione, appunto – vadano nella stessa direzione del riconoscimento dell’apparizione mariana, in favore della quale pesa anche la prontezza con cui il Vescovo di Pavia concedette l’autorizzazione per l’edificazione della cappella.

Con pari celerità, già il 15 aprile 1617 – dunque all’indomani della donazione del terreno circostante il pozzo – veniva posta la prima pietra della Cappella, presto ornata dal dipinto raffigurante l’intervento miracoloso eseguito già nel 1622 dal pittore Giorgio Alberini.

Negli anni a seguire, la fama delle grazie abbondantemente concesse dalla Vergine fece crescere il numero dei pellegrini, portando alla possibilità, con le offerte da essi devolute, di ampliare la cappella in una vera e propria chiesa. L’aumento dei lasciti e dei fondi in favore della sacra istituzione portò alla richiesta di erigere, accanto alla chiesetta, un edificio che fosse adibito a casa di Esercizi Spirituali per i sacerdoti e anche per i numerosi fedeli. Tale richiesta venne approvata dal Vescovo di Pavia nel 1732 e l’edificio divenne un ulteriore e forte richiamo per il Santuario, offrendo occasioni di esercizi e ritiri spirituali fino al 1940.

Passando gli anni, l’intero complesso si sviluppò e venne sempre più abbellito da dipinti e affreschi, rendendo davvero splendida la cornice artistica che abbracciava – a abbraccia tuttora – il cuore del santuario, ovvero il pozzo posto al centro della cappella, sul sito originario del miracolo.

Alla crescente affluenza dei fedeli fecero riscontro le numerose indulgenze concesse dai Pontefici nel corso dei Settecento e dell’Ottocento, tra le quali ricordiamo “l’indulgenza plenaria perpetua concessa a tutti coloro che, confessati e comunicati, visiteranno nei tra giorni di feste della Pentecoste la suddetta Chiesa o nella Natività di Maria SS.” (concessa da Pio VI nel 1778) e “l’indulgenza plenaria ai reverendi sacerdoti che avranno fatto gli Esercizi Spirituali presso il Santuario” (concessa da Pio VII nel 1816).

Un momento di particolare difficoltà il santuario lo visse in occasione delle emanazioni da parte del Regno Savoiardo delle cosiddette “Leggi Siccardi”, secondo le quali venivano incamerati dal Regno tutti i beni di proprietà di quegli Ordini religiosi che, non dedicandosi espressamente alla assistenza dei malati o all’istruzione, andavano soppressi, secondo il progetto di riduzione della presenza della Chiesa a puro soggetto di azione sociale di ispirazione cavouriana.

Nel 1867 si tentò dunque l’incameramento dell’intera proprietà, che venne evitato al prezzo di una lunga discussione che vedeva schierati a difesa del santuario l’amministrazione e la chiesa locali, unitamente al popolo. Alla fine, nel 1870, si giunse alla restituzione di quanto incamerato, ad eccezione di appezzamenti di terreno e donazioni, che furono probabilmente definitivamente sottratti alla proprietà del santuario.

Resistendo alle avversità della storia, il santuario andava intanto diffondendo la propria fama, al punto che lo stesso Don Bosco, con i ragazzi dell’oratorio, vi si reca in visita nel 1861 (L. Deambrogio, “Le passeggiate autunnali di Don Bosco per i colli monferrini”, Castelnuovo Don Bosco 1975, pp. 275-280), raggiungendo San Salvatore il 17 ottobre 1861 – dopo esser passato per il vicino abitato di Mirabello Monferrato, dove sorgeva il primo collegio salesiano fondato al di fuori di Torino, che ben conosco essendo quello il paese natale dei miei nonni materni. Perché Don Bosco si reca al Santuario della Madonna del pozzo, se non perché ben sapeva che “la SS. Vergine lascia tracce misteriose nel profondo incanto delle anime giovanili”?

Attraversati gli anni della Seconda Guerra, la gestione del Santuario venne affidata ai Padri Benedettini Olivetani nel 1946, mentre parallelamente andava costituendosi una fondazione per gestire il generoso lascito di Giacomo Roncati in favore delle opere di mantenimento e restauro del Santuario. Negli anni Cinquanta la Chiesa venne dunque completamente rinnovata, facendo un corpo solo con la splendida cappella che accoglie il pozzo, vero cuore del santuario. Pure la Casa degli Esercizi venne completamente ristrutturata, mentre del giardino e dell’orto si fece uno splendido chiostro.

Nonostante il proliferare della devozione e delle opere legate al Santuario, per il calo delle vocazioni i padri Benedettini dovettero lasciare la gestione del Santuario alla Diocesi di Casale nel 1977. Dopo alcuni anni di gestione ad opera della associazione dei “Missionari della fede”, la diocesi decise di costituire nel Santuario un’opera di assistenza per anziani, malati, non autosufficienti, affidandone la gestione all’Opera Diocesana di Assistenza, supportati nella gestione del santuario dalle Suore di S. Giovanna Antida Thouret, il cui carisma e missione risiedono proprio nell’assistenza ad anziani e ammalati. L’opera è stata inaugurata il 14 maggio 1988, vigilia della ricorrenza dell’apparizione di Maria a Martino De Nava.

Giunti al termine di questo ampio excursus storico sulle vicende del Santuario, possiamo ora tornare all’apparizione per cercare di metterne in evidenza il significato spirituale che ne rende attuale il contenuto anche per noi, qui e ora. Certo, rispetto ad altre apparizioni che abbiamo esaminato in questa trasmissione, in questo caso ci troviamo nella assenza di un messaggio della Madonna. Ma tale assenza è solo apparente, perché il fatto che la tradizione non riporti le parole che la Santa Vergine ha detto a Martino non significa che la Madonna non abbia comunque lasciato un messaggio in occasione di quella sua venuta miracolosa di quel 15 maggio 1616. Se da quella venuta di Maria tra gli uomini che è stato il miracolo del pozzo di San Salvatore è infatti disceso un fiume di devozione popolare arricchito da numerose grazie, generosamente elargite dal Cielo per intercessione della Vergine ai fedeli recatisi in pellegrinaggio al santuario, tutto questo sta a significare che le gesta umane – l’edificare una cappella, poi una chiesetta, poi il complesso del santuario, e ancora il recarsi là in pellegrinaggio da parte di fedeli, laici, sacerdoti e religiosi – non sono che le risposte a una iniziativa celeste. Che questa iniziativa sia stata silenziosa, beh, questo non significa che essa non abbia molto da dire attraverso quello che la Madonna ha fatto, piuttosto che tramite quello che avrebbe potuto dire.

Maria si fa prossima e tende la mano
Che cosa ha dunque fatto la Madonna? Ha offerto la salvezza a Martino quando questi si vedeva ormai spacciato, quando stava per sprofondare nelle fredde acque del pozzo in cui era stato gettato. Che cosa c’entra questo con noi? Per capirlo, basti pensare a quante volte siamo noi stessi nei panni di Martino, quando ci troviamo sprofondati nel dolore, nella colpa; quando siamo noi a esser gettati dal Nemico, dal Diavolo cioè, nel pozzo del male, del peccato. Come il contadino giunse di sorpresa alle spalle di Martino, così accade con Satana, che può sorprenderci alle spalle quando siamo tutti intenti alle nostre umane attività, ignari del pericolo che sta per sopraggiungere e ferire mortalmente la nostra anima. E quando il peccato ci ha colti, legandoci come una catena alla schiavitù del male, ecco che anche noi siamo gettati nel pozzo, siamo cioè precipitati nell’abisso dell’inganno, della menzogna, dell’errore, quasi come se il Diavolo volesse nascondere la nostra vita alla vista degli amici e di quanti potrebbero venire in nostro soccorso, risollevandoci dalla colpa, ridonandoci la speranza. Sicuro di aver trionfato, il Nemico si allontana, credendoci ormai morti. Ma ecco che proprio in quel momento, se abbiamo l’umiltà di invocarne l’aiuto e l’intercessione, che Maria stessa interviene in nostro aiuto. E allora l’acqua del pozzo cresce, si alza di livello, ci porta verso la salvezza, verso la luce; quella stessa acqua in cui avremmo potuto affogare, ecco che diventa il mezzo per risollevarci. Che cosa significa questo se non che i nostri peccati, che potrebbero essere la caparra della nostra condanna quando ci legassero alla disperazione e alla impenitenza, diventano invece il trampolino di salvezza quando, riconoscendoci umili peccatori bisognosi di perdono e di salvezza, ci spingono ad invocare l’aiuto di Gesù per intercessione di Maria.

Non è un compito facile, direte voi. E avete ragione. Infatti non siamo soli nel tentare questa ascesi a Dio, questo risollevarci dai nostri peccati, ma la Vergine stessa ci appare, nuova luce sul nostro cammino, recando in braccio il Bambino perché è stesso Gesù che ha chiesto a Maria di prendersi cura dell’uomo, fin dall’affidamento dell’umanità da parte di Gesù stesso alla Vergine, estremo gesto d’amore che si è compiuto sotto la croce.

Maria si fa dunque prossima e tende la mano all’uomo: come a dire che Maria è lì per aiutarci, ma tocca a noi afferrare quella mano, affidarci cioè all’aiuto di Maria e alla salvezza per sua intercessione offertaci, rinnovando la nostra vita con la preghiera, la penitenza e la vita sacramentale.

Ecco, Maria viene a dirci, in questa apparizione del 15 maggio 1616, in questo messaggio silenzioso, che Lei ci è veramente Madre, che Lei è lì, sul bordo del pozzo, di quel pozzo che è spesso la nostra vita quando siamo sprofondati nelle tenebre dell’errore e del peccato. Lei è lì, aiuto dei cristiani – come si usa invocarla – per ridare speranza a quanti speranza più non hanno, per salvarci dalla disperazione, per dirci che non c’è errore, colpa, tragedia, sofferenza, dolore che non possa essere riscattato, curato, redento da Gesù per Maria.

Quanto bene fanno al nostro cuore queste parole, per la vita di ogni giorno! E quanto più preziose risuonano ora, quando tra di noi ci sono quanti soffrono per le discordie, le separazioni e gli odi in famiglia; ancora, ci sono quelli che sono tribolati nel corpo e nello spirito e quelli che si disperano perché, in questo tempo di crisi, non riescono a trovare un lavoro; tanti altri sono quelli che si sentono soli, abbandonati, persi, feriti.

A tutti questi, Maria dice, silenziosamente, come a Martino: Dammi la tua mano, adesso ci sono qua io, ti risolleverò, ti ridarò la speranza e la pace vera, quelle che solo l’Amore di Mio Figlio Gesù può donare al cuore di ogni uomo.

Facciamo nostri questi sentimenti, affidando le nostre vite e quelle dei nostri cari a Maria, Regina della Pace e della Speranza.

Madonna-del-Pozzo-Alessandria dans Diego Manetti

Preghiera alla Madonna del Pozzo
Orazione composta da Mons. Ludovico Gavotti, vescovo di Casale, nel 1909.

O Vergine dolcissima,
che avete dato una nuova prova del vostro tenerissimo cuore
nel soccorrere l’infelice soldato Martino De Nava che,
nel profondo del pozzo in cui fu precipitato da mano nemica,
non aveva alcuna umana speranza di salvezza,
volgete pietosa i vostri occhi verso di noi che fidenti invochiamo il vostro soccorso.
Voi vedete i nostri bisogni e quelli delle persone che ci sono care:
ascoltate i desideri dei nostri cuori
che confidano nel vostro, così buono e compassionevole.
Otteneteci la grazia di ben conoscere tutti i nostri doveri
e la forza di adempierli fedelmente,
senza lasciarci abbattere dalle difficoltà o dallo sconforto.
Sollevateci o madre dal profondo della colpa e del dolore in cui spesso ci troviamo,
guarite le nostre piaghe,
e rendeteci quali Voi col vostro Divin Figliolo ci desiderate
Possa la nostra vita, da voi illuminata e protetta, essere quaggiù vita di santi
e un giorno in cielo vita di gloria
Così sia.

Fonte: Annibale Spalla, Il Santuario della Madonna del Pozzo in San Salvatore Monferrato (2000)

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La madre

Posté par atempodiblog le 12 mai 2024

Maria, Madre di Gesù e Madre mia, in questo giorno, io piccolo figlio tuo, mi consacro totalmente a te, per vivere una vita santa, per essere tuo piccolo servo, perché tu, dolce Madre, possa contare sempre su di me; ed io  possa aiutarti a portare a compimento in me il disegno d’amore che il Padre ha su ognuno di noi.
Donami, o Madre di Gesù e Madre mia, la grazia di essere sempre fedele alla Chiesa e al Santo Padre e, unito a Te, amare e adorare il Signore Gesù. Amen.

La madre dans Citazioni, frasi e pensieri Happy-Mothers-Day

“Anzitutto, durante i mesi che precedono immediatamente la nascita del figlio, la madre deve tenersi stretta a Dio, del quale il bambino che porta in sé è l’immagine, l’opera, il dono e il figlio. Ella deve essere per il proprio figlio, in qualche modo, un tempio, un santuario, un altare, un tabernacolo. Insomma la sua vita deve essere, per così dire, la vita di un sacramento vivente, di un sacramento in atto, sommerso nel seno di quel Dio che l’ha tanto veracemente istituito e santificato al fine che ella vi possa attingere quell’energia, quell’illuminazione, quella bellezza naturale e soprannaturale che Egli vuole, e che Egli vuole comunicare al bambino che porta e che da lei nascerà precisamente per mezzo di lei”. 

Zelia Guérin

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L’attualità e la forza della preghiera mariana

Posté par atempodiblog le 4 mai 2024

L’attualità e la forza della preghiera mariana
La preghiera mariana ha origine dalla vicinanza della Vergine ad ogni persona, dalla sua dolcissima maternità che si effonde su ognuno. Questa verità si riscontra nei Vangeli, i quali narrano la premura e la sollecitudine della Madre di Dio. Ciò accade, ad esempio, nell’episodio delle nozze di Cana (Gv 2), nel quale mostra una speciale attenzione verso gli sposi in difficoltà: è pronta a capire il loro disagio e ad intervenire invocando suo Figlio. Questa stessa cura dimostra quando si reca da Elisabetta per sostenerla ed aiutarla nel tempo del parto, secondo la puntuale descrizione “lucana” (Lc 1, 39-56). La ammiriamo al fianco di Gesù, nell’accompagnarlo in ogni evento della sua vita: dalla culla al Calvario. Sul Gòlgota è con Lui nel condividere il momento del dolore e della massima oblazione.
di Raffaele Di Muro – Agenzia SIR

L’attualità e la forza della preghiera mariana dans Commenti al Vangelo Maria-primo-Tabernacolo
(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

La preghiera mariana ha origine dalla vicinanza della Vergine ad ogni persona, dalla sua dolcissima maternità che si effonde su ognuno. Questa verità si riscontra nei Vangeli, i quali narrano la premura e la sollecitudine della Madre di Dio. Ciò accade, ad esempio, nell’episodio delle nozze di Cana (Gv 2), nel quale mostra una speciale attenzione verso gli sposi in difficoltà: è pronta a capire il loro disagio e ad intervenire invocando suo Figlio.

Questa stessa cura dimostra quando si reca da Elisabetta per sostenerla ed aiutarla nel tempo del parto, secondo la puntuale descrizione “lucana” (Lc 1, 39-56). La ammiriamo al fianco di Gesù, nell’accompagnarlo in ogni evento della sua vita: dalla culla al Calvario.

Sul Gòlgota è con Lui nel condividere il momento del dolore e della massima oblazione. Egli si offre per la salvezza di tutti e Maria è pienamente inserita in questo incredibile mistero d’amore. La carità della Vergine verso tutti si manifesta fin dagli albori della Chiesa.

Lo sanno bene i discepoli che, dopo l’Ascensione di Gesù al Cielo, fanno esperienza della sua vicinanza. Lo sanno bene i primi cristiani che si recano in pellegrinaggio nei luoghi mariani di Terra Santa per “celebrare” la sua maternità. La sappiamo bene noi, oggi, che invochiamo il suo aiuto in ogni evento del nostro cammino.

Storicamente, attraverso le sue molteplici apparizioni in ogni parte del mondo, ha dato un segno della sua vicinanza ai fratelli e alle sorelle di ogni popolo. Ovunque ci sono santuari e luoghi significativi che attestano solennemente la sua delicatezza materna pronta a rivelarsi nella storia di ogni persona.

Altro importante fondamento della preghiera mariana è costituito dallo speciale ruolo di Maria nella storia della salvezza. Lei è scelta da Dio per cooperare alla redenzione dell’umanità e per questo entra pienamente nel progetto d’amore da Lui pensato per il bene di ognuno. È l’Immacolata concezione chiamata da Dio perché Gesù si incarni ed entri nella storia dell’umanità.

È la Madre di Dio mediante la quale il Cristo fa il suo ingresso nel mondo per portare a tutti la certezza della vita eterna. Tutta questa meraviglia si realizza grazie alla disponibilità della Vergine, che aderisce in pieno al meraviglioso progetto divino. Per questa ragione è definita mediatrice di grazie e di bene a favore dei fratelli e delle sorelle di ogni latitudine, di ogni tempo.

Ci sono stati santi che sono arrivati ad affidare alla Vergine tutta la loro esistenza. Essi ci fanno comprendere in che modo mirabile Ella agisce in noi e quanti miracoli può realizzare nel nostro cammino di fede. Ricordo l’esempio di S. Massimiliano Kolbe (1894-1941), martire di Auschwitz. Da giovane frate in formazione, con altri sei frati, si “consacra” all’Immacolata e fonda la Milizia dell’Immacolata (Roma 1917).

Il santo dà vita ad un apostolato senza precedenti, fondando nel 1927 una vera e propria Città dell’Immacolata in Polonia. Si tratta di un centro di irradiazione del messaggio cristiano a mezzo stampa e radio. Questi si dona ancora generosamente, affidandosi a Maria, offrendo la propria disponibilità per la missione giapponese (1930-1936).

Ad Auschwitz il santo polacco ha la forza di sostituirsi ad un padre di famiglia nella pena capitale. Tanta forza e tanta determinazione derivano proprio dal fatto di aver posto la propria esistenza nelle mani dell’Immacolata.

Con Lei nel cuore tutto è un miracolo e anche gli intenti pastorali più difficili si realizzano prodigiosamente. La forza che la Vergine dona è un potente baluardo, la luce che da Lei promana è foriera di gesti eroici, come quello del santo polacco nel campo di sterminio. Sperimentando, passo dopo passo, la delicatezza della Vergine, è possibile rendere la propria vita un dono, un’oblazione.

La vita di Massimiliano Kolbe, come quella di tanti santi che si sono affidati alla Madre di Dio, è la conferma che abbandonarsi nelle mani di Maria conduce al porto sicuro della comunione con il Signore e ad un cammino spirituale ed apostolico altamente significativo.

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San Luigi Maria Grignion di Montfort

Posté par atempodiblog le 28 avril 2024

San Luigi Maria Grignion di Montfort
Fu autore di grandi testi di spiritualità come il Trattato della vera devozione alla Santa Vergine. E, due secoli dopo, san Pio X non solo raccomandò di leggere l’opera ma accordò per iscritto la Benedizione Apostolica “a tutti quelli che leggeranno questo Trattato”.
a cura di Ermes Dovico – La nuova Bussola Quotidiana
Tratto da: Radio Maria

22 gennaio 1888: la beatificazione di Luigi Maria di Montfort dans Fede, morale e teologia san-luigi-grignion-de-montfort

San Pio X non solo raccomandò di leggere il Trattato della vera devozione alla Santa Vergine, uno dei capolavori di san Luigi Maria Grignion di Montfort (1673-1716), ma accordò per iscritto la benedizione apostolica “a tutti quelli che leggeranno questo Trattato”. Negli anni Quaranta il giovane Karol Wojtyla, allora operaio nelle cave di pietra della Solvay, portava sempre con sé il libriccino del Montfort, da cui imparò il significato dell’autentica devozione alla Madonna: “Mentre prima mi trattenevo nel timore che la devozione mariana facesse da schermo a Cristo invece di aprirgli la strada – scriverà poi san Giovanni Paolo II – […] compresi che accadeva in realtà ben altrimenti. Il nostro rapporto interiore con la Madre di Dio consegue organicamente dal nostro legame col mistero di Cristo”. Proprio il Trattato ispirò al papa polacco il motto Totus Tuus, le due parole iniziali della consacrazione a Gesù per le mani di Maria.

Secondo di 18 figli, Luigi nacque in Bretagna da una famiglia profondamente cristiana. Dopo gli studi al collegio dei gesuiti di Rennes, nel 1692 si trasferì al seminario parigino di San Sulpizio: nell’occasione il padre gli offrì il cavallo, ma il giovane preferì percorrere a piedi i circa 350 km tra Rennes e Parigi. Nel tragitto donò tutto quello che aveva ai mendicanti. Divenne sacerdote nel 1700. L’anno successivo andò a Poitiers, dove iniziò a operare come cappellano dell’ospedale, che fungeva pure da ospizio per anziani e senzatetto. Più volte fu costretto a lasciare il nosocomio e la città a causa dell’ostilità di alcuni dirigenti. A ciò faceva da contraltare l’affetto dei bisognosi, che arrivarono a scrivere una lettera al superiore del Montfort: “Noi, quattrocento poveri, vi supplichiamo molto umilmente, per il più grande amore e la gloria di Dio, di farci ritornare il nostro venerabile pastore, colui che ama tanto i poveri, il signor Grignion”.

In quella fase conobbe Maria Luisa Trichet, la beata che divenne la prima delle Figlie della Sapienza, il ramo femminile monfortano a cui si affiancò poi quello maschile della Compagnia di Maria. Nel 1703 vide la luce la sua prima opera teologica, L’Amore dell’Eterna Sapienza, dove il Montfort espone la centralità della croce nella vita del cristiano e spiega che Gesù lo si ama poco perché lo si conosce poco: “Conoscere Gesù Cristo, la Sapienza incarnata, è sapere abbastanza. Sapere tutto e non conoscere Lui, è non saper nulla”. Lo scritto è un caposaldo della sua dottrina, perché vi indica già la vera devozione a Maria come “il più meraviglioso dei segreti” e come la via più semplice e diretta “per acquistare la Divina Sapienza”. Questa consiste appunto nell’appartenenza totale a Cristo, approdo necessario per sviluppare tutte le potenze dell’anima.

Andò in pellegrinaggio per consiglio da papa Clemente XI, che lo nominò missionario apostolico e gli disse: “Nelle sue diverse missioni, insegni con forza la dottrina al popolo e ai ragazzi e faccia rinnovare solennemente le promesse battesimali”. Le sue terre di missione furono soprattutto la natìa Bretagna e la Vandea, dove il santo si profuse nell’insegnamento del Catechismo e in grandi manifestazioni pubbliche di culto, che culminavano spesso nell’innalzamento di una croce. Promosse anche riproduzioni del Calvario, come quella monumentale di Pontchateau, terminata dopo 15 mesi di lavoro di centinaia di persone provenienti da ogni parte della Francia e dall’estero, prima che i suoi nemici convincessero re Luigi XIV a farla distruggere con il pretesto della sicurezza nazionale. Verrà per due volte ricostruita, l’ultima dopo la devastazione dei rivoluzionari francesi.

L’apostolato del Montfort si rivelò fondamentale in un’epoca in cui il cattolicesimo si trovava attaccato in Francia da giansenisti e protestanti vari, deisti e razionalisti. Lui affrontò tutti i nemici della Chiesa con carità e vigore, trasmettendo al popolo le verità di fede, anche attraverso canti popolari da lui composti per accendere ancora di più i cuori dell’amore di Dio. E in tutto questo la sua mariologia, chiaramente cristocentrica, è stata decisiva: “È dunque sicuro – scrive nel Trattato – che la conoscenza di Gesù Cristo e la venuta del suo regno nel mondo non saranno che la conseguenza necessaria della conoscenza della santa Vergine e della venuta del regno di Maria, che lo ha messo al mondo la prima volta e che lo farà risplendere la seconda”.

Per saperne di più:

L’Amore dell’Eterna SapienzaTrattato della vera devozione alla Santa Vergine, Il segreto di Maria, Il segreto ammirabile del Santo Rosario.

La consacrazione del Montfort, per affrontare questi tempi

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La potenza della preghiera secondo Guglielmo Marconi

Posté par atempodiblog le 28 avril 2024

La potenza della preghiera secondo Guglielmo Marconi
Lo scienziato italiano inventore della radio e premio Nobel era dichiaratamente credente. Scriveva: «Sarebbe una grande tragedia se gli uomini perdessero la loro fede nella preghiera»
di Luca Peyron – Avvenire
Tratto da: Radio Maria

La potenza della preghiera secondo Guglielmo Marconi dans Articoli di Giornali e News Marconi

Guglielmo Marconi ha donato al mondo il modo di parlarsi a distanze impensate e impensabili. Il paradosso della sua esistenza è che fu uomo di poche parole, a cui preferiva i fatti.

Con l’aprirsi dei festeggiamenti per i 150 anni dalla sua nascita – tema del quale Avvenire in questi giorni ha ampiamente trattato – molto si è scritto e molto si scriverà. Vorrei qui dare un minimo contributo soffermandomi su un tratto particolare della sua esistenza, a partire da una sua espressione quanto mai preziosa in questo tempo di accelerazioni tecnologiche e di ansie macchiniche: «Credo nella potenza della preghiera come cristiano e come scienziato».

Marconi era dichiaratamente credente, ma questo non lo rende immediatamente uno scienziato migliore, così come l’essere un grande scienziato non ne fa un credente migliore secondo una legge di proporzionalità apologetica a cui credo poco. Tuttavia il nostro premio Nobel può essere un testimone luminoso per quanti cercano sentieri promettenti.

Durante il discorso tenuto al primo congresso della Radio Industria italiana a Bologna nel maggio del 1934 disse: «Sono orgoglioso di essere cristiano. Credo non solo come cristiano, ma anche come scienziato. Come un dispositivo senza fili, nella preghiera lo spirito umano è in grado di inviare onde invisibili per l’eternità, onde che raggiungono il loro obiettivo di fronte a Dio».

Tra i suoi scritti troviamo anche queste parole: «Credo che sarebbe una grande tragedia se gli uomini perdessero la loro fede nella preghiera. Senza l’aiuto della preghiera forse avrebbero fallito dove sono invece riusciti. Questo mi ha permesso di raggiungere quello che ho fatto, Dio ha fatto di me un semplice strumento della Sua volontà, per la rivelazione del suo potere divino». L’uomo che ci ha consegnato un nuovo modo di condividere le parole era un uomo dedito a una Parola, la sola che salva, la sola che accorcia quella distanza infinita che nessuna tecnica potrà mai colmare: l’assoluta alterità tra umano e divino che una Parola, fatta carne, ha definitivamente annullato.

Pregare e agire, perdere apparentemente tempo per annullare il tempo. L’invenzione della radio è frutto dello Spirito Santo? Sarebbe una affermazione indimostrabile, storicamente e teologicamente. Ma è invece possibile dire che l’essere umano diventa capace di dare il nome alle cose con pienezza quando fa alleanza con lo Spirito che lo conduce al suo compimento. Le metamorfosi sociali e antropologiche che stiamo vivendo, figlie del web, del digitale e della potenza di calcolo, sono tutte nipoti delle scoperte e delle invenzioni di Marconi. Come orientare al bello, al vero, al giusto quanto viviamo? Marconi mostra ai credenti una strada feconda.

La preghiera è una buona risposta, non da imbelli ma da persone che sanno che il futuro esige parole che non sono immediate, che non possono essere consunte, che debbono essere dense. Fermare il tempo in preghiera significa trovare nell’Eterno quanto ci è necessario nella storia. La preghiera rallenta il battito del nostro cuore e lo rende armonico con l’unico cuore che davvero è capace di un amore che guarisce e orienta, sazia e definisce. La preghiera sconfigge l’orgoglio allergico a limiti che sono custodia ed educa a superare limiti che sono peccato. La preghiera trasforma l’asserzione in dialogo, il silenzio in grembo, la teoria in semenza.

«La scienza – diceva ancora Marconi – da sola non è in grado di spiegare molte cose, e soprattutto il più grande dei misteri: il mistero della nostra esistenza». Quel mistero è svelato da una Parola che possiamo ascoltare, quell’esistenza diventa operosa in un silenzio che sigilla una alleanza.

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Piergiorgio Frassati santo, si guarda al 2025

Posté par atempodiblog le 27 avril 2024

Piergiorgio Frassati santo, si guarda al 2025
Durante la preghiera all’Assemblea nazionale dell’Azione Cattolica, il cardinale Semeraro ha detto che la canonizzazione del giovane «si profila per il prossimo anno giubilare»
di Agnese Palmucci – Avvenire
Tratto da: Azione Cattolica Italiana

Confidiamo nella Provvidenza Divina e nella Sua Misericordia dans Beato Pier Giorgio Frassati Beato-Pier-Giorgio-Frassati

Piergiorgio Frassati, il ragazzo che amava portare i suoi amici in montagna per spingere il loro sguardo «verso l’Alto», sarà dichiarato santo il prossimo anno. Il giovane beato torinese, amante di Dio e degli uomini, sarà canonizzato durante il Giubileo del 2025.

A dare il grande annuncio nel pomeriggio di oggi è stato il prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi, il cardinale Marcello Semeraro, intervenuto durante la XVIII Assemblea nazionale dell’Azione Cattolica Italiana, a Sacrofano. «Vorrei dirvi che la canonizzazione del beato Piergiorgio Frassati è ormai chiara all’orizzonte e si profila per il prossimo anno giubilare», ha detto il cardinale, il cui intervento è stato interrotto da un lungo applauso da parte dei mille soci di Ac presenti.

«Nell’omelia per il rito della sua beatificazione, – ha aggiunto il prefetto, citando Frassati tra le più luminose figure di santi cresciuti nell’Ac – avvenuta il 20 maggio 1990, san Giovanni Paolo II lo chiamò uomo delle Beatitudini; disse pure che “nell’Azione Cattolica egli visse la vocazione cristiana con letizia e fierezza e s’impegnò ad amare Gesù e a scorgere in lui i fratelli che incontrava nel suo sentiero”». Frassati, nato a Torino nel 1901 e morto a soli 24 anni, fu un «meraviglioso modello di vita cristiana», ha sottolineato ancora Semeraro, che visse la sua giovinezza, citando Giovanni Paolo II, «tutta immersa nel mistero di Dio e dedita al costante servizio del prossimo».

Il giovane beato torinese, figlio di Alfredo Frassati, storico direttore de La Stampa di Torino, si impegnò sin da ragazzo nel laicato attivo, e in particolare nell’Azione Cattolica e nella Fuci, crescendo nella fede cristiana e nel desiderio del servizio ai più poveri. È considerato uno dei “santi sociali” torinesi, come don Giovanni Bosco e don Giuseppe Cottolengo, anche senza essere formalmente ancora santo, per la sua vita dedicata ai più fragili e agli emarginati. «Nella santità di Piergiorgio – ha continuato Semeraro – c’è un valore di continuità con la tradizione della sua terra: egli, infatti, si è innestato nel lavoro di difesa della fede, attraverso la carità profusa nel campo dell’emarginazione». A 19 anni Frassati era entrato a far parte delle Conferenze di San Vincenzo de’ Paoli, per l’aiuto ai più bisognosi e a 21 divenne terziario domenicano.

«Siamo felici per una notizia che giunge come un dono prezioso per l’Associazione, mentre celebriamo la nostra Assemblea nazionale – ha dichiarato il presidente dell’Ac, Giuseppe Notarstefano -. L’Azione cattolica italiana è stata storicamente, ed è ancora oggi, una intuizione e una passione dei giovani come Piergiorgio Frassati. Una esperienza di Chiesa dove impastare giorno per giorno la fede con la vita, un luogo dove poter vivere in pienezza l’amicizia con il Signore che non di rado diventa un luminoso esempio per tutti come per Alberto Marvelli, Gino Pistoni, Armida Barelli e appunto Piergiorgio Frassati». Persone come lui, ha aggiunto, «hanno saputo fare della propria vita un dono, un segno per i loro tempi e per tutti i tempi».

Il beato fu un giovane tra i giovani, amico di tutti, amante dello sport, della poesia e dell’alpinismo. «C’è pure, tuttavia, un elemento di novità – ha concluso il prefetto – ed è il fatto di avere cercato di confrontare il valore della fede con tutto l’arco dell’esperienza umana, operando caritatevolmente in ogni ambito: negli ambienti dell’università, del lavoro, della stampa (Pier Giorgio raccoglieva abbonamenti non per il quotidiano di suo padre, ma per quello cattolico), dell’impegno politico e partitico, e dovunque era necessario difendere le libertà sociali, cercando sempre di concepire e fomentare l’associazionismo, come amicizia cristiana destinata alla nascita di un cattolicesimo sociale».

Lo scorso giovedì 25 aprile, nell’udienza in piazza san Pietro con l’Ac, Papa Francesco ha sottolineato, ha aggiunto Semeraro, che «la vita associativa trova il denominatore comune proprio nell’abbraccio della carità». E non è stata così la vita terrena di Piergiorgio?

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Il Papa: il nostro valore non dipende dal successo ma dalla bellezza agli occhi di Dio

Posté par atempodiblog le 21 avril 2024

Il Papa: il nostro valore non dipende dal successo ma dalla bellezza agli occhi di Dio
Nella Domenica dedicata a Gesù Buon Pastore, al Regina Caeli Francesco si sofferma sul senso del “dare la vita” per le proprie pecore. Il Pontefice insiste sul fatto che, per Cristo, ciascuno è insostituibile e non si tratta solo di un modo di dire. “Quante volte si finisce per buttarsi via per cose da poco!”, osserva, invitando a mettersi alla presenza di Gesù e lasciarsi accogliere da Lui
di Antonella Palermo – Vatican News

Il Papa: il nostro valore non dipende dal successo ma dalla bellezza agli occhi di Dio dans Commenti al Vangelo Ges-buon-Pastore

Non determinare la propria autostima sulla base del giudizio altrui o degli obiettivi che si riesce a raggiungere, ma considerando l’amore di Dio per ciascuno, riscoperto ogni giorno mettendosi alla sua presenza. È quanto ricorda Papa Francesco nella catechesi del Regina Caeli della quarta domenica di Pasqua dedicata al Buon Pastore.

Il Buon pastore sacrifica la vita
Per tre volte nel Vangelo di Giovanni al capitolo 10 si ripete che il pastore dà la propria vita per le pecore. “Gesù  spiega il Papa  non è solo un bravo pastore che condivide la vita del gregge; è il Buon Pastore, che per noi ha sacrificato la vita e, risorto, ci ha dato il suo Spirito”. La precisazione riguarda il contesto storico del tempo del Messia:

Essere pastore, specialmente al tempo di Cristo, non era solo un mestiere, era tutta una vita: non si trattava di avere un’occupazione a tempo, ma di condividere le intere giornate, e pure le nottate, con le pecore, di vivere in simbiosi con loro. Gesù infatti spiega di non essere un mercenario, a cui non importa delle pecore (cfr v. 13), ma colui che le conosce (cfr v. 14). Lui conosce le pecore. È così: Lui ci conosce, ognuno di noi, ci chiama per nome e, quando ci smarriamo, ci cerca finché ci ritrova (cfr Lc 15,4-5).

L’amore di Gesù non è uno slogan
Gesù non è solo la guida, dunque, il Capo del gregge, ma soprattutto è chi pensa a ciascuno di noi come all’amore della sua vita. Così precisa ancora Francesco che aggiunge:

Pensiamo a questo: io per Cristo sono importante, lui mi pensa, sono insostituibile, valgo il prezzo infinito della sua vita. Non è un modo di dire: Lui ha dato veramente la vita per me, è morto e risorto per me, perché mi ama e trova in me una bellezza che io spesso non vedo. 

Lasciarsi accogliere dal Padre
La preoccupazione del Papa va a quelle persone, tante, che oggi si ritengono inadeguate o persino sbagliate. “Quante volte si pensa che il nostro valore dipenda dagli obiettivi che riusciamo a raggiungere, dal successo agli occhi del mondo, dai giudizi degli altri!”, esclama il Pontefice. “Quante volte si finisce per buttarsi via per cose da poco!”. E poi l’invito, per riscoprire il segreto della vita, a dedicare ogni giorno un tempo alla preghiera, a lasciarsi guardare con lo sguardo amorevole di Dio, nella raccomandazione a Maria affinché “ci aiuti a trovare in Gesù l’essenziale per vivere”:

Oggi Gesù ci dice che noi per Lui valiamo tanto e sempre. E allora, per ritrovare noi stessi, la prima cosa da fare è metterci alla sua presenza, lasciarci accogliere e sollevare dalle braccia amorevoli del nostro Buon Pastore.

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Pensiero Spirituale sulla partecipazione alla Santa Messa

Posté par atempodiblog le 13 mars 2024

Pensiero Spirituale sulla partecipazione alla Santa Messa
di Padre Livio Fanzaga
Tratto da: Blog di p. Livio – Direttore di Radio Maria

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Cari amici, alla luce di un report recentemente pubblicato sulla partecipazione degli italiani alla Santa Messa festiva, è bene fare una riflessione. In questa statistica è stato evidenziato un netto calo della presenza settimanale alla Santa Messa; certamente la secolarizzazione si estende ovunque, perfino nelle grandi città africane, gli effetti ricadono soprattutto sulla pratica dei Comandamenti e dei Sacramenti.

La secolarizzazione, ovvero la visione della vita mondana che esclude la legge morale che viene da Dio Creatore, in occidente è talmente diffusa e i venti del modernismo soffiano forte mietendo vittime, tanti perdono la fede, infatti, e la pratica religiosa è sempre più abbandonata.

La Regina della pace vede come lavora il demonio e ci avverte prima che i danni causati dal diavolo siano irreversibili.

Diversamente da altre apparizioni, la Madonna a Medjugorje non ha chiesto la costruzione di una chiesa ma, dopo aver scelto i sei veggenti nel 1981, dopo tre anni ha scelto la Parrocchia: «Cari figli, io ho scelto in modo speciale questa parrocchia ed è mio desiderio guidarla. Con amore la proteggo e desidero che tutti siano miei. Grazie per essere venuti qui, questa sera. Desidero che vi troviate sempre più numerosi con me e con mio Figlio. Ogni giovedì darò un messaggio particolare per voi» (1 marzo 1984).

Da allora la Madonna ha agito come se fosse Lei stessa il parroco e da allora i parroci di Medjugorje sono sempre stati molto ligi alle indicazioni della Madonna, perfino il vescovo che inizialmente era un po’ scettico ha dato ascolto alle indicazioni della Gospa.

La Madonna a Medjugorje ha scandito i momenti di preghiera a partire dalla Santa Messa, preceduta da due Rosari che a loro volta precedevano le apparizioni. Le apparizioni e i Rosari erano come un viatico, una preparazione alla Santa Messa quotidiana, alla quale partecipavano in massa tutti i parrocchiani, specialmente nei primi tempi.

La prima volta che sono andato a Medjugorje, il 15 marzo 1985, sono rimasto molto colpito nel trovare la chiesa gremita di parrocchiani, erano le cinque del pomeriggio. Era già buio, pioveva a dirotto ma la chiesa era piena di gente della parrocchia, non c’erano pellegrini.

Per frenare la perdita della fede la Madonna ha chiamato la gente innanzitutto a partecipare alla Santa Messa quotidiana. La Messa della sera, a Medjugorje, è diventata il clou della giornata e non c’è differenza fra Messa feriale e festiva perché la partecipazione è la stessa da parte dei parrocchiani a cui si aggiungono i numerosi pellegrini. La Celebrazione Eucaristica della sera, a Medjugorje, è molto partecipata sia dai parrocchiani, che dai pellegrini, ma anche dai numerosi sacerdoti che concelebrano.

La Madonna ha spiegato questa sua strategia dicendo chiaramente che la Chiesa «è indistruttibile, perché mio Figlio le ha dato un cuore: l’Eucaristia» (2 dicembre 2015). Cristo è realmente presente nell’Eucarestia con corpo, sangue e anima e questo rende la Chiesa indistruttibile.

È tempo di scuotere le anime dal loro sonno stanco nel quale satana le ha imbrigliate, le ha cloroformizzate, le ha avvelenate, le ha rese sterili: «La zizzania ha preso molti cuori e sono diventati sterili» (25 febbraio 2024). Questo messaggio è una sentenza di morte, è una costatazione oltremodo vera alla quale la Madonna ha aggiunto un raggio di luce: «perciò voi, figlioli, siate luce, amore e le mie mani tese in questo mondo che anela a Dio che è amore».

Dobbiamo essere trainanti anche su questo punto fondamentale del Cristianesimo che è l’Eucarestia, cuore della fede, totalità della fede. La Santa Messa è la fonte di grazia per tutti i Sacramenti e per tutte le grazie che vengono diffuse nel mondo. Tutto passa attraverso il sacrificio della Croce e la gloriosa Resurrezione di Cristo il quale, dopo essere risorto, è apparso nel Cenacolo e ha detto: «Ricevete lo Spirito Santo» (Gv 20,19).

Lo Spirito Santo viene dall’Eucarestia. Il dono dello Spirito Santo, che è l’amore di Dio, viene dalla Resurrezione di Cristo. Lo Spirito Santo rimette i peccati, ci trasfigura, ci eleva, ci divinizza, è l’opera della santificazione che ci fa figli di Dio, eredi della vita eterna.

Dopo la Confessione i parroci dovrebbero dare un impegno che il penitente può mantenere, una cosa semplice ma spiritualmente edificante. Nella mia lunga esperienza di confessore, dopo il pentimento e il proposito di vita nuova, ho sempre dato come indicazione concreta di mai mancare alla Messa domenicale. È lì che il fedele trova la fonte della grazia, la Parola di Dio, l’Eucarestia ed è proprio perché per ricevere l’Eucarestia bisogna essere in grazia di Dio che ci si confessa, ci si prepara spiritualmente.

Cari amici, per dirci cristiani e per essere attivi nel coltivare la nostra fede e ravvivarla, dobbiamo tenere vivo l’impegno di partecipare alla Santa Messa festiva. Il nostro proposito a Gesù e a Maria sia di non mancare mai alla Santa Messa, accostandoci alla Comunione sempre in grazia di Dio.

Chi attinge alla fonte della grazia non perde mai la fede e man mano viene introdotto da Dio alla comprensione di questo mistero immenso che è l’Eucarestia, cioè la celebrazione dell’evento della nostra salvezza. Cristo è veramente presente nell’Eucarestia.

Partecipando alla Santa Messa moriamo al peccato e risorgiamo con Cristo a vita nuova, diventiamo sempre più assimilati a Cristo figli nel Figlio, eredi della vita eterna.

Torniamo al fervore della fede vissuta, della partecipazione alla Santa Messa. Dobbiamo essere Cristiani militanti, appassionati, decisi, innamorati di Cristo, veri figli della Madonna e fratelli nell’unica Chiesa Cattolica.

Facciamo dell’Eucarestia il perno della nostra vita e, possibilmente, anche della nostra giornata.

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