Montecassino, da 1.500 anni testimone della luce di Benedetto

Posté par atempodiblog le 13 juillet 2026

Montecassino, da 1.500 anni testimone della luce di Benedetto
di Igor Traboni – Avvenire

Abbazia di Montecassino

Un anno di luce che, assieme agli altri imperniati su pace, la comunione fraterna e la speranza, apre la strada al Giubileo del 2029, quando Montecassino ricorderà i 1.500 anni della fondazione. Così l’abate dom Luca Fallica, [...] nella celebrazione per la festa di san Benedetto patrono d’Europa, ha prospettato queste tappe di avvicinamento al Giubileo abbaziale:

«Non si tratta di parole o di temi giustapposti l’uno all’altro. Occorre piuttosto comprendere i nessi che li collegano, consentendo loro di integrarsi reciprocamente. La pace non è soltanto assenza di conflitti, ma viene generata da un cuore che dilatandosi diventa capace di armonizzare e unificare, plasmando uno sguardo diverso e trasfigurato sul mondo e sulla storia. Dimorare in questa luce ha come sua condizione, e nello stesso tempo rende possibile il rimanere stabilmente nella comunione fraterna, vivendo nel primato di una carità che impara a non anteporre nulla all’amore di Cristo. Pace, luce, comunione nell’amore diventano allora le colonne portanti a sostegno della speranza».

Luce e speranza, in particolare «è ciò che ogni mattina ci risveglia, come ricorda san Benedetto. Per un monastero, essere luogo di luce può significare anzitutto essere luogo attraente, dove le persone si sentono accolte e ascoltate, secondo i tratti tipici dell’ospitalità benedettina».

Montecassino, con la sua storia millenaria fatta di distruzioni e ricostruzioni, legate soprattutto agli eventi della seconda guerra mondiale, «per la sua struttura architettonica e la sua posizione geografica, collocato come è sulla cima di un colle, sembra essere come la città sul monte di cui parla Gesù nel Discorso della montagna, che non può rimanere nascosta, ma si propone come “luce del mondo”.

Ogni abbazia, ogni monastero per quanto di più ridotte dimensioni, hanno sempre e comunque una luce particolare che colpisce e attrae, e che può essere valorizzata secondo le caratteristiche particolari di ogni edificio monastico e di ogni sua chiesa.

Le nostre abbazie e i nostri monasteri possono e debbono vivere quella particolare forma di evangelizzazione, che avviene tanto per attrazione quanto per irradiazione e contagio», ha aggiunto l’abate Fallica, richiamando anche «ciò che l’abate primate Jeremias Schröder ha suggerito per l’intera Confederazione benedettina, ancorandolo alle quattro città fondamentali nella vicenda biografica e spirituale di Benedetto: Norcia, luogo del risveglio; Roma, luogo dell’ascolto; Subiaco, luogo della crescita; Montecassino, luogo della fioritura».

Si è conclusa così una intensa due giorni di celebrazioni in onore di san Benedetto, che venerdì aveva invece visto, sempre nell’abbazia in provincia di Frosinone, la consegna del premio Pacis Nuntius al cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme. Nome evocativo, quello del premio: “Pacis nuntius, testimone, annunciatore, evangelizzatore di pace”, come Paolo VI ha definito san Benedetto, proclamandolo patrono d’Europa, proprio a Montecassino, il 24 ottobre del 1964. Un riconoscimento conferito a Pizzaballa «per il suo impegno, ma anche un segno di amicizia e di solidarietà rivolto a tutta la Chiesa affidata alla sua cura pastorale, che vive e soffre ai piedi della Croce e davanti al sepolcro aperto».

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Indicarsi a vicenda la strada verso Dio

Posté par atempodiblog le 12 juillet 2026

Indicarsi a vicenda la strada verso Dio
Tratto da: Vocation Ministry

Coniugi Martin

Buona Festa dei Santi Luigi e Zélie Martin!

La prima coppia di sposi nella storia della Chiesa ad essere canonizzata insieme. Una potente testimonianza che la santità non è riservata al convento o al seminario.
Si vive in casa, nei sacrifici quotidiani del matrimonio, nell’amore tra marito e moglie che si indicano a vicenda la strada verso Dio.
E se servisse un’altra prova dei frutti del loro amore sponsale, hanno cresciuto cinque figlie che sono diventate tutte suore, tra cui Santa Teresa di Lisieux: Dottore della Chiesa.

Possano tutte le coppie di sposi guardare a Luigi e Zélie e lasciarsi ispirare a cercare la santità insieme, un giorno alla volta.

Santi Luigi e Zélie Martin, pregate per noi!

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La santità in Spagna

Posté par atempodiblog le 10 juillet 2026

Aggiornamenti sulle cause di beatificazione e canonizzazione nel Paese iberico
La santità in Spagna
di S. Em. Rev.ma il Card. Pref. Marcello Semeraro  L’Osservatore Romano

La santità in Spagna

Recentemente l’Ufficio per le Cause dei santi della Conferenza episcopale spagnola mi ha consegnato il Rapporto Informe Jubileo 2025. Informe sobre las Causas de virtud en España. La raccolta dei dati completa il lavoro che già aveva portato, circa un paio di anni fa, alla pubblicazione dell’Informe Jubileo 2025. Informe sobre las Causas de martirio de la persecución religiosa del siglo XX en España e successivo Anexo. Si tratta della prima opera, pubblicata da una Conferenza episcopale, che offra un quadro sintetico di tutte le cause di beatificazione e canonizzazione di una nazione e del loro relativo stato, senza includere le cause di cittadini spagnoli in altre parti del mondo.

Papa Leone XIV ha recentemente definito la Spagna «culla di grandi santi e ferventi missionari». La storia della Chiesa è stata arricchita dalla vita di uomini e donne nati in Spagna che, proclamati santi, hanno esercitato un’immensa influenza sulla vita ecclesiale e culturale. Basti pensare a nomi come quelli dei fondatori Domenico di Guzmán, Ignazio di Loyola, Antonio Maria Claret; o di grandi riformatori, come Teresa di Gesù, Giovanni d’Avila o Giovanni della Croce, solo per citarne alcuni.

I dati forniti nei rapporti stilati dall’Ufficio delle Cause dei santi della Conferenza episcopale spagnola evidenziano l’attualità della santità in questa nazione. Ad oggi le cause, che raccolgono complessivamente 3.344 candidati, sono: 53 per martirio (48 delle quali relative alla persecuzione religiosa del XX secolo in Spagna); 292 per l’eroicità delle virtù, una per offerta della vita e una canonizzazione equipollente. Le diocesi coinvolte sono 57, su un totale di 70 in Spagna.

Al momento 42 cause si trovano ancora in fase diocesana, mentre tra quelle in fase romana sono state dichiarate eroiche le virtù di 148 servi di Dio, oggi venerabili.

In queste cause è rappresentato l’intero popolo di Dio: vescovi, sacerdoti, diaconi, religiosi, seminaristi, laici, padri e madri di famiglia, giovani e bambini. Significativo è il numero delle 82 cause di fondatori, di cui 71 di istituti religiosi e 11 di istituti secolari.

Il numero dei beati (compresi i decreti di martirio del 2026) è di 2.449, di cui 2.404 sono martiri della persecuzione religiosa del XX secolo in Spagna. Gli altri 45 sono cause per virtù e comprendono 2 cardinali, 1 vescovo diocesano, 7 sacerdoti diocesani, 4 sacerdoti religiosi, 2 religiosi, 22 religiose e 7 laici.

L’Ufficio per le Cause dei santi della Conferenza episcopale spagnola promuove una “pastorale della santità”, trasversale a tutte le realtà pastorali, affinché la chiamata universale alla santità del Concilio Vaticano II risuoni in tutti gli ambiti di vita del cristiano. Mentre segue direttamente il percorso delle cause in essere, promuove numerose altre iniziative. Ultimamente sta preparando anche la pubblicazione di un libro nella collana «Biblioteca de Autores Cristianos», frutto di tutte le ricerche condotte per la stesura delle relazioni, e un nuovo sito web che dia visibilità alla santità nelle Chiese locali su tutto il territorio spagnolo.

Faccio mie le considerazioni della signora Lourdes Grosso García, M. Id., direttrice dell’Ufficio, la quale riconosce che «la pubblicazione dei Rapporti non è un punto di arrivo ma di partenza; ora si tratta di far conoscere la vita e l’esempio di tutti questi uomini e donne che possono aiutare ciascuno di noi nel cammino verso la propria santità».

L’Ufficio per le Cause dei santi della Conferenza episcopale spagnola, nato 25 anni fa come espressione della sollecitudine dei vescovi della Spagna verso il tema della santità e della santità canonizzata, offre quindi non solo un contributo sintetico di alto livello, ma anche un esempio di come le cause di beatificazione e canonizzazione possano vivacizzare la vita pastorale di un’intera nazione. Il messaggio che ne promana è quello di provocare anche altre realtà territoriali, geograficamente più o meno rilevanti, a lavorare allo stesso modo. E questo è pure il mio personale auspicio.

*Cardinale prefetto del Dicastero delle Cause dei santi

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Gli occhi di Maria, i prodigi nell’Italia invasa da Napoleone

Posté par atempodiblog le 9 juillet 2026

Gli occhi di Maria, i prodigi nell’Italia invasa da Napoleone
1796: Napoleone invade l’Italia e più di cento immagini della Madonna e non solo si animano in tutto il Paese. È un prodigio attestato da migliaia di testimoni, sul cui significato storico, culturale e spirituale indagano Rino Cammilleri e Vittorio Messori nel saggio Gli occhi di Maria.
di Fabio Piemonte – La nuova Bussola Quotidiana

Gli occhi di Maria

È il 9 luglio 1796, l’esercito di Napoleone Bonaparte invade lo Stato Pontificio. Più di cento immagini sacre, la maggior parte mariane, si ‘animano’, ovvero muovono gli occhi o cambiano colore ed espressione. Si tratta di una concatenazione di eventi prodigiosi raccontata con dovizia di particolari nell’inchiesta Gli occhi di Maria (Ares 2023, pp. 312) condotta da Rino Cammilleri e Vittorio Messori. Nel saggio, ora ripubblicato in una nuova edizione aggiornata, Cammilleri ricostruisce le tappe più significative di questa vicenda con oggettività e competenza sotto il profilo storico per poi interrogarsi sul suo significato, in dialogo con l’amico Messori.

La Madonna muove gli occhi per la prima volta nel dipinto che la raffigura ad Ancona. Ne è testimone lo stesso Napoleone che ne rimane profondamente scosso e chiede che la stessa venga coperta e portata via. Napoleone arriva ad Ancona perché la città adriatica, a seguito di un armistizio imposto al pontefice, era diventata un porto francese. Subito impone una taglia e la confisca di tutti gli ori e gli argenti delle chiese. La versione ufficiale diffusa dai giacobini locali era quella secondo cui erano i preti a fomentare il fanatismo religioso popolare.

Eppure il fenomeno si protrae per mesi. Prima la Madonna di San Ciriaco ad Ancona, poi quelle dell’Archetto di via San Marcello e di via delle Muratte a Roma. Soltanto nella Città Eterna si animano centouno icone. Marchesi e popolani vedono Maria mentre «abbassa gli occhi sugli astanti per poi riportarli in alto»; non è cosa di un momento, la Vergine dell’Archetto lo fa per mesi, giorno e notte. Lo stesso fenomeno è osservato per cinque, sei mesi, a Frosinone, Veroli, Torrice, Ceprano, Frascati, Urbania, Mercatello, Calcata, Todi, tutte città dello Stato Pontificio. Interessa complessivamente centoventidue icone mariane.

Centinaia di migliaia i testimoni oculari dei prodigi che non riguardano solo gli occhi di Maria, ma anche i colori spesso sbiaditi di tali immagini sacre che prendono le sfumature delicate di una persona viva. Di qui si formano «lunghe fila di migliaia di fedeli, scalzi, ceri in mano, recitano rosari e litanie. I confessionali sono stracolmi; malintenzionati e delinquenti si convertono e fanno voto di cambiar vita». Il papa, tramite il cardinale Giulio della Somaglia, fa istruire un procedimento giuridico teso ad accertare e certificare i fatti. Sono migliaia le testimonianze raccolte, le prime ottantasei concordano a tal punto che diviene superfluo procedere oltre; si trascrivono per scrupolo un altro migliaio di dichiarazioni giurate.

La sentenza del 28 febbraio 1797 conferma la verità dei fatti e il 9 luglio è indetta la festa liturgica dei Prodigi della Vergine a perenne memoria di questo speciale intervento di Maria a protezione dell’indipendenza del Papa e della Città Santa.

Riprendendo le fonti storiche Cammilleri annota nel dettaglio l’immagine mariana interessata, il lasso temporale in cui il movimento degli occhi è stato osservato e il numero di testimoni. Nel merito lo storico De Felice, pur essendo scettico riguardo a tali miracoli, confessa che non poteva trattarsi di una montatura, in quanto vi sono tra questi anche «casi di una tale ingenuità da rendere impensabile che dietro a essi vi fossero dei “registi”, per sprovveduti che fossero». Questa vicenda ha avuto senza dubbio di miracoloso, a suo giudizio, «il clamore suscitato in tutta Italia e in buona parte dell’Europa».

Sono in tanti i testimoni inizialmente scettici, compresi i sacerdoti, che poi però si trovano a dover constatare «il prodigioso moto» arrendendosi all’evidenza di quanto vedono coi propri occhi. Tra le testimonianze illustri spicca quella del celebre architetto Giuseppe Valadier, il quale osserva il prodigio in ben sei immagini, tra cui le icone mariane di via del Corso, di via della Vittoria e quella della Madonna dei Miracoli in Piazza del Popolo. Egli testimonia: «All’improvviso mi avviddi che le pupille di ambedue gli occhi gradatamente, e con moto lento e posato si elevarono e si nascosero sotto le palpebre superiori, in guisa tale però che ancor appariva qualche porzione della luce degli occhi. Confesso il vero, che mi sentii in quell’atto ripieno di una grande dolcezza e tenerezza interna, onde agli occhi mi si affacciarono le lagrime. Fu altresì osservato da mia moglie, da mia sorella, dal servitore e da quante altre persone ivi erano presenti». Quanto osservato, prosegue l’architetto del neoclassicismo, è «un movimento totalmente prodigioso da non attribuirsi a cause naturali ed estrinseche, bensì all’opera di Dio. È successo quando a Dio piacque di manifestare un tanto portento».

Solo per le strade del centro storico di Roma si contano oggi circa seicento Madonnelle. Trastevere è stato il primo rione della Capitale ad accogliere il culto mariano. Perciò i suoi abitanti sono stati tra i più accaniti oppositori degli invasori giacobini, difendendo strenuamente quelle edicole mariane, al punto che molte chiese nascono proprio quali ex voto per accogliere le immagini delle Madonnelle, da Santa Maria in Vallicella al Santuario del Divino Amore. Tra queste rientra anche la Vergine dell’Archetto, la prima a muovere gli occhi a Roma il 9 luglio 1796. Sotto tale edicola una sedicenne storpia dalla nascita viene guarita.

Se la storiografia ufficiale si è occupata di questi eventi liquidandoli quale «psicosi collettiva, illusione di massa, sbocco inevitabile della paura per i giacobini», fa riflettere quanto verbalizza la Chiesa stessa che, dinanzi a tali fenomeni, si premura di vagliarli sempre con occhio critico e attento: «Un’illusione che accomunasse tanta gente e in tanti luoghi diversi non sarebbe un prodigio superiore a quello che codesto Tribunale ha dovuto riconoscere?». E sul significato spirituale di tali fatti prodigiosi Messori afferma: «La Vergine volle far sentire la sua presenza materna proprio all’inizio della via crucis che la modernità avrebbe fatto percorrere alla Chiesa».

Divisore dans San Francesco di Sales

Freccia dans Viaggi & Vacanze  Gli occhi di Maria

Freccia dans Viaggi & Vacanze Immagini della Vergine Maria in Italia che hanno mosso gli occhi

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I giardini di Maria

Posté par atempodiblog le 8 juillet 2026

I giardini di Maria
Tratto da: Venerável Fulton Sheen

I giardini di Maria

La devozione mariana fiorisce anche nei giardini. La tradizione ricorda che san Fiacrio (600–670), patrono dei giardinieri, dedicò la sua vita alla coltivazione di un giardino intorno all’oratorio e al monastero che egli costruì in onore della Santissima Vergine. Per questo è spesso associato al primo “Giardino di Maria”.

I Giardini di Maria sono spazi in cui si coltivano fiori, erbe aromatiche e piante associate dalla tradizione cristiana alla Vergine Maria o al suo Divin Figlio. Ogni fiore richiama una virtù di Nostra Signora: la sua purezza, umiltà, obbedienza e bellezza spirituale, trasformando il giardino in un luogo di preghiera, contemplazione e lode a Dio.

Così, prendersi cura di un Giardino di Maria è più che coltivare piante: è coltivare la fede, ricordando che, come Maria, siamo chiamati a fiorire nella grazia e a dare frutti di santità.

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San Marco Ji Tianxiang, una splendida testimonianza della grazia di Dio

Posté par atempodiblog le 7 juillet 2026

San Marco Ji Tianxiang, una splendida testimonianza della grazia di Dio
Era dipendente dall’oppio e non poteva ricevere i sacramenti. Ora è martire e santo.
di Meg Hunter-Kilmer Aleteia
Traduzione dallinglese a cura di Roberta Sciamplicotti

San Mark Ji Tianxiang

San Marco Ji Tianxiang era dipendente dall’oppio, e lo è stato fino al momento della morte.

Per anni è stato un cristiano rispettabile, cresciuto in una famiglia cristiana del XIX secolo. Era un leader della comunità cristiana e un medico ben avviato che serviva gratuitamente i poveri. Poi, però, si ammalò gravemente allo stomaco e si curò con l’oppio. Era una cosa perfettamente ragionevole, ma presto ne divenne dipendente, e questa dipendenza era considerata vergognosa e fonte di grande scandalo.

Anche se le sue condizioni peggioravano, Ji continuò a lottare contro la sua dipendenza. Si confessava spesso, ma purtroppo il sacerdote con il quale lo faceva (come quasi chiunque nel XIX secolo) non considerava la sua dipendenza una malattia. Visto che Ji continuava a confessare lo stesso peccato, il presbitero pensava che fosse una prova del fatto che non aveva un fermo proposito di emendarsi, di migliorare.

Senza pentimento e senza il proposito di non peccare più la confessione non è valida. Dopo qualche anno, il confessore di Ji gli disse di non tornare più fino a quando non avesse soddisfatto i requisiti della confessione. Per alcuni avrebbe potuto rappresentare un invito ad abbandonare la Chiesa con rabbia o vergogna, ma Ji sapeva di essere amato dal Padre e dalla Chiesa. Sapeva che il Signore voleva il suo cuore, anche se lui non riusciva a modificare il suo stile di vita.

Per 30 anni non poté ricevere i sacramenti, e per 30 anni pregò di morire martire. Gli sembrava che l’unico modo per salvarsi fosse la corona del martirio.

Nel 1900, quando la rivolta dei Boxer iniziò a scatenarsi contro stranieri e cristiani, Ji ebbe la sua occasione. Venne rastrellato con dozzine di altri cristiani, inclusi il figlio, sei nipoti e due nuore. Molti di coloro che vennero imprigionati con lui erano disgustati dalla sua presenza tra loro e pensavano che sarebbe stato sicuramente il primo a rinnegare il Signore.

Ma se Ji non riuscì mai a sconfiggere la sua dipendenza, fu inondato dalla grazia della perseveranza finale. Nessuna minaccia riusciva a scuoterlo, né alcuna tortura lo fece vacillare. Era determinato a seguire il Signore, che non lo aveva mai abbandonato.

Quando Ji e la sua famiglia vennero portati in prigione in attesa dell’esecuzione, suo nipote lo guardò con timore dicendo: “Nonno, dove andiamo?”  “Stiamo tornando a casa”, rispose lui.

Ji pregò i suoi carcerieri di ucciderlo per ultimo perché nessun membro della sua famiglia morisse da solo. Rimase accanto a tutti e nove i suoi cari mentre venivano decapitati. Alla fine morì cantando le Litanie della Beata Vergine Maria, e pur essendo stato lontano dai sacramenti per decenni è stato canonizzato.

San Marco Ji Tianxiang è una splendida testimonianza della grazia di Dio costantemente all’opera nei modi più nascosti, della capacità di Dio di trarre grandi santi dalle persone più improbabili e della grazia effusa su chi rimane fedele quando sembra che anche la Chiesa stessa lo stia allontanando.

Il 7 luglio, festa di San Marco Ji Tianxiang, si chiede la sua intercessione per tutti coloro che non possono ricevere i sacramenti, perché possano avere il coraggio di essere fedeli alla Chiesa e possano sempre crescere nell’amore e nella fiducia nei confronti del Signore.

San Marco Ji Tianxiang, prega per noi!

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L’atto scismatico

Posté par atempodiblog le 7 juillet 2026

L’atto scismatico
di Andrea Tornielli

Sommo Pontefice Leone XIV

Con tutto il rispetto, faccio davvero fatica a comprendere tante argomentazioni che circolano in rete a proposito delle quattro consacrazioni episcopali del 1° luglio scorso a Écône.

Leggo che c’è chi dice: il Papa è stato duro con i lefebvriani ma non lo è altrettanto con chi commette abusi liturgici o fa affermazioni strampalate in campo progressista; vengono scomunicati dei cattolici fedelissimi alla “Messa di sempre” (ma qual è la Messa di sempre?) e alla dottrina tradizionale, mentre si tollera di tutto sul versante opposto etc etc. Fatico a comprendere come persone di buon senso possano dar credito a queste argomentazioni.

Chi ha compiuto l’atto scismatico (scismatico nei fatti, oggettivamente, perché sono stati consacrati nuovi vescovi senza il mandato pontificio, anzi contro l’esplicita volontà del Successore di Pietro) è incorso automaticamente nella scomunica e questa sarebbe scattata per qualsiasi consacrazione illecita di un vescovo.

Dire che i Papi e la Santa Sede hanno usato e usano il pugno di ferro con la Fraternità San Pio X è semplicemente falso! Un falso storico! I Papi hanno tentato di tutto per evitare lo scisma nel 1988, quando Lefebvre aveva controfirmato un accordo dottrinale con Ratzinger e decise in 24 ore di mandare tutto all’aria non perché avesse ripensato rispetto a quanto sottoscritto ma perché non si fidava che gli sarebbe stato dato un successore scelto dal clero della Fraternità.

La scomunica latae sententiae del 1988 (come quella odierna, scattata automaticamente) venne rimessa unilateralmente da Benedetto XVI nel 2009 senza chiedere niente in cambio, nella speranza che con i lefebvriani si arrivasse ad un accordo.
Papa Francesco ha concesso ai preti lefebvriani di celebrare validamente i sacramenti della penitenza e del matrimonio…

Il cardinale Victor Manuel Fernández ha provato in tutti i modi — su mandato del Papa — di evitare questo nuovo atto scismatico e questa nuova scomunica automatica (che in due casi ha colpito vescovi già scomunicati nell’88). Leone XIV ha implorato la Fraternità di non compiere questo passo, ma tutto era stato deciso.

La Fraternità afferma di riconoscere il Papa come legittimo Successore di Pietro ma gli disobbedisce compiendo un atto formale, grave, che lede la comunione e che non può essere paragonato a questo o quell’abuso liturgico… Chi celebrava le consacrazioni sapeva qual è la pena canonica e sapeva che essa sarebbe scattata nel momento in cui venivano imposte le mani sui nuovi vescovi e sapeva che sarebbe scattata immediatamente e innanzitutto sui vescovi consacranti e sui vescovi consacrati.

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L’arte del Medioevo e l’anima cristiana

Posté par atempodiblog le 30 juin 2026

L’arte del Medioevo e l’anima cristiana
Fonte: Venerável Fulton Sheen

Il Beato Angelico pianse mentre dipingeva la Crocifissione

L’arte del Medioevo è l’arte di un’umanità redenta. È radicata nell’anima cristiana, sulla sponda delle acque vive, sotto il Cielo delle virtù teologali, e fra i dolci zefiri dei sette doni dello Spirito Santo.

Perché nel Medioevo non si trattava di fare dell’arte cristiana; si trattava piuttosto di essere cristiani.

Se tu eri cristiano, la tua arte era cristiana. Se credevi nei dogmi eterni, la tua arte avrebbe espresso le verità eterne.

L’artista medioevale diceva: “Se vuoi scolpire le cose del Cristo, devi vivere col Cristo”.

Per l’uomo del Medioevo, l’arte esigeva calma e meditazione piuttosto che euforia e moto febbrile.

La storia ci racconta che il Beato Angelico pianse mentre dipingeva la Crocifissione che oggi si trova nel Convento di San Marco a Firenze.

del venerabile Fulton John Sheen

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Speciale Preziosissimo Sangue. Sin dalle origini

Posté par atempodiblog le 30 juin 2026

Speciale Preziosissimo Sangue. Sin dalle origini
La devozione al Preziosissimo Sangue risale alle origini ovvero, ai primi secoli del Cristianesimo. Un membro dell’aristocratica famiglia romana dei Savelli sarebbe stato presente alla morte del Salvatore. La sua veste fu colpita da alcune stille del Preziosissimo Sangue. Convertitosi, conservò quella veste, che, attraverso i secoli, giunse nel XVII secolo tra le mani del principe Giulio Savelli, il quale la donò alla chiesa di San Nicola in Carcere. Il beato Pio IX, su spinta di san Gaspare del Bufalo, nel 1849 estese tale devozione a tutto il mondo cattolico.
di Veronica Rasponi – Radici Cristiane

Speciale Preziosissimo Sangue Sin dalle origini

Il mese di luglio è tradizionalmente dedicato al Preziosissimo Sangue, una devozione che risale ai primi secoli del Cristianesimo e che il beato Pio IX, sotto la spinta di san Gaspare del Bufalo (1786-1837), estese nel 1849 a tutto il mondo cattolico. Non tutti conoscono però le origini di questa devozione nei tempi moderni.

Fra la riva sinistra del Tevere e le pendici del Campidoglio si estendeva all’inizio dell’Ottocento un vasto quartiere, dove sorgevano molte antiche chiese attorno ad una piazza conosciuta come piazza Montanara. Di questo angolo di Roma, scomparso dopo la creazione della Via del Mare (oggi via Luigi Petroselli), rimane la chiesa di San Nicola in Carcere, così detta perché si pensa che i suoi sotterranei costituissero una continuazione del carcere Tullianum capitolino.

L’abito macchiato
In questa antica Basilica, dedicata a san Nicola di Mira, si conservò sempre con particolare devozione una reliquia del Preziosissimo Sangue. Stando alla tradizione, un membro dell’aristocratica famiglia romana dei Savelli, presente alla morte del Salvatore, ebbe la veste spruzzata da alcune stille del suo Preziosissimo Sangue. Convertitosi al Cristianesimo, staccò dall’abito la parte ancora rossa di Sangue e, tornato Roma, la conservò nella sua nobile dimora, chiusa in un reliquiario di ebano e cristallo, dove restò gelosamente custodita per 1700 anni, fino a quando il principe Giulio Savelli (1626-1712), ultimo del Casato, l’offrì in dono alla chiesa di San Nicola in Carcere, adiacente al suo palazzo (oggi Teatro di Marcello).

La reliquia fu chiusa in una cassetta d’argento e deposta in venerazione all’altare del Santissimo Crocifisso, lo stesso che aveva un giorno parlato a santa Brigida. In occasione del primo centenario del dono, l’8 dicembre 1808, il canonico Francesco Albertini (1770-1819), rettore della chiesa, fondò, con un gruppo di devoti della reliquia, una Pia Associazione in onore del Preziosissimo Sangue e ne assegnò la predicazione al neo sacerdote Gaspare del Bufalo (Roma, 1786 – Roma, 1837), da lui diretto spiritualmente. Intanto, nella notte dal 5 al 6 luglio 1809, Pio VII fu fatto prigioniero e deportato. Gaspare del Bufalo e Francesco Albertini rifiutarono il giuramento di fedeltà a Napoleone e vennero condannati all’esilio e poi al carcere.

Così si introdusse la festa
Dopo la caduta di Napoleone, l’Albertini venne nominato vescovo di Terracina, Sezze e Priverno, mentre Gaspare del Bufalo ricevette dal papa Pio VII l’ordine di dedicarsi alle missioni popolari, per debellare lo spirito di empietà e di irreligione del tempo. Il canonico Albertini è considerato il “Padre Segreto” di tutto il movimento devozionale ottocentesco verso il Sangue di Cristo, colui che plasmò san Gaspare del Bufalo e lo indirizzò alla fondazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue, a cui si ispirò santa Maria De Mattias (1805-1866), fondando le Adoratrici del Sangue di Cristo.

Quando, nel 1849, Pio IX fu costretto a lasciare Roma occupata dai rivoluzionari per rifugiarsi a Gaeta, ebbe un incontro con il venerabile don Giovanni Merlini, successore di san Gaspare del Bufalo e stimatissimo dal Pontefice per la sua santità e saggezza. Al Papa, che gli chiedeva quando sarebbero passati quei terribili momenti per la Chiesa, il santo missionario rispose che se Pio IX avesse introdotto la Festa del Preziosissimo Sangue, sarebbe tornato a Roma liberata.

Dopo averci riflettuto, il 30 giugno il Papa comunicò al Merlini che accettava il suo consiglio. La domenica del 1° luglio di quell’anno i rivoluzionari furono costretti a lasciare Roma e il Papa, con decreto del 10 agosto 1849, estese la festa del Preziosissimo Sangue a tutta la Chiesa, da celebrarsi con rito doppio di seconda classe nella prima domenica di luglio. Pio X la fissò definitivamente al 1° luglio e Pio XI, a ricordo del XIX centenario della redenzione, nell’aprile del 1934, la elevò a rito doppio di prima classe.

Paolo VI, in seguito alla riforma liturgica postconciliare, abbinò la Festa del Preziosissimo Sangue a quella del Corpus Domini, ma la sua decisione provocò un vivo malcontento tra i devoti dell’una e dell’altra devozione. Ricevendo i Missionari del Preziosissimo sangue, il Papa comunicò loro che potevano ugualmente celebrare la Festa nel 1° luglio, con liturgia di solennità.

Partecipazione al Calvario
La Pia associazione del Preziosissimo Sangue, fondata da mons. Albertini, eretta ad Arciconfraternita da papa Pio VII nel 1815, si trasferì poi presso la chiesa di san Giuseppe a Capo le Case, dove, dietro l’altare, ancora si conserva il reliquiario di San Nicola in Carcere.

Il Sangue di Cristo, a cui si deve la nostra redenzione, dà alla vita di ogni cristiano un carattere sacrificale, come partecipazione all’immolazione che Cristo fece di Sé sul Calvario.

Esso è intimamente legato al Santo sacrificio della Messa, che è il rinnovamento incruento del Sacrificio della Croce. Non è forse privo di significato il fatto che la basilica di San Nicola in Carcere e la chiesa di san Giuseppe a Capo le Case, così intimamente legate alla reliquia del Sangue di Cristo, hanno oggi il privilegio di essere tra le poche chiese di Roma, dove si celebra con regolarità la Santa Messa secondo il Rito romano antico.

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La Roccia su cui è edificata la nostra speranza

Posté par atempodiblog le 29 juin 2026

La Roccia

“Nella Chiesa vi è una Roccia
e su questa Roccia è edificata la nostra speranza”.

di Thomas Stearns Eliot
Tratto da: I cori della Roccia

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Il profondo significato spirituale dell’icona di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso posta sopra la tomba di Fulton Sheen

Posté par atempodiblog le 27 juin 2026

Il profondo significato spirituale dell’icona di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso posta sopra la tomba di Fulton Sheen
Fonte: Venerável Fulton Sheen

Il profondo significato spirituale dell icona di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso posta sopra la

La presenza dell’icona di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso posta sopra la tomba di Fulton Sheen ha un profondo significato spirituale.

Che cos’è l’icona?
L’icona, di origine bizantina, raffigura Maria che tiene in braccio il Bambino Gesù. Ai lati si trovano gli arcangeli Michele e Gabriele che mostrano gli strumenti della Passione di Cristo: la croce, i chiodi, la lancia e la spugna.

Un dettaglio celebre è il sandalo slacciato del Bambino Gesù, simbolo dello spavento di fronte alla visione della sua futura sofferenza e della ricerca di protezione tra le braccia di sua Madre.

Fulton Sheen parlava spesso dell’importanza di Maria nella vita cristiana. Nei suoi scritti e nelle sue conferenze insegnava che Maria conduce sempre le persone a Gesù. Sottolineava che la devozione mariana non sostituisce Cristo, ma aiuta i fedeli ad avvicinarsi a Lui.

Per questo, un’icona mariana collocata sopra la sua tomba esprime ciò che ha segnato tutta la sua vita spirituale e il suo ministero.

Perché proprio Nostra Signora del Perpetuo Soccorso?
Questo titolo presenta Maria come aiuto costante dei cristiani. “Perpetuo” significa continuo, permanente. L’icona ricorda che i fedeli possono rivolgersi a Maria in ogni circostanza della vita.

Inoltre, l’icona è molto usata nei santuari e nei luoghi di pellegrinaggio perché invita alla preghiera silenziosa, alla fiducia in Dio e alla contemplazione dei misteri della fede.

Simbolismo dei colori:

- Blu scuro: l’umanità di Maria.
- Rosso: l’amore, la regalità e la partecipazione all’opera della salvezza.
- Oro: la gloria celeste e la presenza divina.
- Stelle sul velo: la verginità e la santità di Maria.

Non una semplice decorazione
L’immagine posta sopra la tomba non è quindi una semplice decorazione. Aiuta i pellegrini a comprendere una delle dimensioni centrali della spiritualità di Sheen: la fiducia nell’intercessione di Maria e la sua missione di condurre i fedeli a Cristo.

“Ho sentito Mia Madre parlare di te”
Fulton Sheen: «Spero che, nel giorno del mio giudizio, io possa udire queste parole da Gesù: “Ho sentito Mia Madre parlare di te”».

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Beata Vergine Maria del Perpetuo Soccorso

Posté par atempodiblog le 26 juin 2026

Beata Vergine Maria del Perpetuo Soccorso
Tratto da: Casa natale di sant’Alfonso de’ Liguori

Beata Vergine Maria del Perpetuo Soccorso

La beata Vergine Maria, Madre di Dio, intimamente partecipe all’economia della salvezza, specialmente nel mistero della Redenzione operata da Cristo, coopera con il Figlio alla salvezza degli uomini. Per conseguenza è per tutti Madre del Perpetuo Soccorso.

Una sua immagine sotto questo titolo fu portata a Roma dall’isola di Creta verso la fine del secolo XV e collocata nella chiesa di San Matteo apostolo in via Merulana durante il pontificato di Alessandro VI.

Ivi fu venerata dai fedeli per circa tre secoli. In seguito, distrutta la chiesa per vicissitudini dei tempi, anche quella Icona scomparve; finché provvidenzialmente ritrovata nel 1866, fu affidata dal Sommo Pontefice Pio IX ai Missionari Redentoristi che la esposero al culto pubblico nella chiesa del Santissimo Redentore dedicata a Sant’Alfonso. Da allora il culto di quest’immagine miracolosa è andato sempre crescendo tra i fedeli, e ora è largamente diffuso in tutto il mondo.

Preghiamo
Signore Gesù Cristo, che hai dato per madre, sempre pronta a soccorrerci, la tua stessa Madre Maria, della quale veneriamo la miracolosa immagine, fa’ che, implorando assiduamente il suo materno soccorso, meritiamo di godere per sempre il frutto della tua redenzione. Tu sei Dio, e vivi e regni con Dio Padre, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

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Lo scettico e la Medaglia Miracolosa

Posté par atempodiblog le 26 juin 2026

Lo scettico e la Medaglia Miracolosa
Come Padre John Hardon scoprì che Dio opera miracoli per mezzo di Maria
Tratto da: Do Rei Pelé ao gênio Neymar

Padre John Hardon e la Medaglia Miracolosa

La Medaglia Miracolosa è all’origine di centinaia di miracoli.

Inizialmente, Padre John Hardon non le attribuiva grande importanza. Sacerdote gesuita, teologo e insegnante, ammise di non esserne rimasto “per nulla colpito” quando gli parlarono per la prima volta delle grazie elargite tramite essa.

Poi, mentre prestava servizio presso il St. Alexis Hospital di Cleveland, visitò un ragazzino che si trovava in stato di incoscienza da dieci giorni a seguito di un incidente con lo slittino. I medici temevano per la sua vita.

Mentre Padre Hardon lasciava la stanza, si ricordò della Medaglia Miracolosa. Chiese a un’infermiera di cercarne una. La medaglia fu trovata; il Padre la benedisse, la pose sul ragazzo e pregò.

Secondo la testimonianza dello stesso Padre Hardon, il ragazzo aprì gli occhi per la prima volta e disse: “Voglio un gelato”.

Gli esami successivi non rilevarono i danni cerebrali temuti e il ragazzo tornò a casa.

Padre Hardon non dimenticò mai l’accaduto: da scettico qual era, divenne, per tutta la vita, un fervente promotore della devozione alla Madonna dei Raggi.

La Medaglia non è un oggetto magico. Solo Dio opera miracoli. Tuttavia, Dio concede miracoli per mezzo di Maria, che li elargisce all’umanità e a ciascuno di noi.

 “O Maria, concepita senza peccato, pregate per noi che ricorriamo a Voi”.

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Il Mondiale della Croazia comincia dalla Messa

Posté par atempodiblog le 14 juin 2026

Il Mondiale della Croazia comincia dalla Messa
Durante il ritiro di preparazione al torneo iridato 2026 la nazionale croata si è raccolta in preghiera partecipando a una Messa nell’arcidiocesi di Fiume
di Antonio Giuliano – Avvenire

Il Mondiale della Croazia comincia dalla Messa

Ci sono tanti modi per prepararsi a un Mondiale. C’è chi punta tutto su sedute mirate di atletica e tattica. E c’è chi, come i giocatori della Croazia, ha scelto anche un’altra strada: quella della preghiera. Un gesto semplice, quasi nascosto, che racconta qualcosa di più profondo dello sport. E tocca le corde della storia e dell’identità di un popolo che, nonostante le vicissitudini del tempo, non ha mai dimenticato le proprie radici cristiane.

La notizia è stata resa pubblica dalla stessa arcidiocesi di Fiume: domenica 31 maggio, mentre la nazionale croata iniziava a Fiume la preparazione al Mondiale 2026, capitan Modric e alcuni giocatori, insieme allo staff tecnico guidato dal commissario tecnico Zlatko Dalic, hanno partecipato alla Messa a Icici, piccolo centro vicino a Abbazia. La squadra è arrivata senza annunci ufficiali, unendosi con discrezione ai fedeli riuniti davanti alla cappella di San Giovanni di Dio.

Il parroco Mato Berišic li ha salutati all’inizio della Messa, mentre al termine i giocatori hanno acconsentito volentieri a foto e autografi per i ragazzi e i parrocchiani presenti. Immagini che colpiscono proprio per la loro normalità: campioni affermati al fianco della “gente comune” in un momento di grande raccoglimento fuori da ogni protocollo. Un incontro fugace prima di tornare in fretta agli allenamenti a testimonianza di una decisione personale e spontanea di uomini che, prima di una sfida sportiva, hanno voluto ritrovarsi in preghiera.

La Croazia arriva al Mondiale 2026 con una storia calcistica ormai di tutto rispetto. Dopo l’indipendenza del Paese in pochi decenni è diventata una delle realtà più rispettate del panorama internazionale.
La prima partecipazione alla Coppa del Mondo fu a Francia 1998, dove si classificò terza rendendo subito evidenti le sue ambizioni. Ha raggiunto la finale del Mondiale 2018 in Russia e il terzo posto nel 2022 in Qatar, risultati straordinari per un Paese che sfiora appena i quattro milioni di abitanti.
La squadra che partecipa a questo torneo iridato unisce esperienza e giovani talenti. Al centro resta ancora una volta Luka Modric, capitano e simbolo di una generazione che ha scritto pagine indimenticabili del calcio croato. Dietro però i successi della Nazionale degli ultimi anni c’è anche la figura di Zlatko Dalic. Un commissario tecnico che non ha mai nascosto l’importanza dell’educazione cattolica nella sua vita.

Una fede cresciuta e mai venuta meno anche negli anni del regime socialista di Tito quando manifestare pubblicamente il proprio credo poteva essere molto pericoloso.

Da piccolo ministrante nella chiesa francescana di Livno è oggi marito e padre felice di due figli: «Tutto quello che ho fatto nella mia vita e nella mia carriera lo devo alla mia fede e sono grato al mio Signore». Ai Mondiali 2018 le telecamere lo inquadrarono con una mano in tasca. Lui ammise: «Il rosario è sempre con me, e quando mi sento un po’ agitato, metto la mano in tasca, stringo il rosario e tutto diventa più semplice».

Un allenatore che cerca di trasmettere disciplina e organizzazione tattica, ma anche valori come unità, sacrificio e appartenenza. La sua Croazia non è soltanto una squadra chiamata a vincere partite: è un gruppo che sente di rappresentare un popolo. E poi, certo, brilla ancora la stella di Modric. Pallone d’Oro nel 2018, nonostante i suoi quasi 41 anni riesce a sciorinare ancora tutta la sua classe come ha dimostrato anche quest’anno in Italia con la maglia del Milan. Nonostante la frattura allo zigomo sarà in campo per la sua quinta Coppa del Mondo.

Un campione infinito che ha vissuto sulla sua pelle anche il dramma della disgregazione dell’ex Jugoslavia negli anni Novanta. Aveva soli sei anni quando suo nonno fu ucciso. Luka, che porta il suo nome e spesso lo accompagnava a pascolare il gregge, non dimentica: «Ero molto legato a mio nonno… Quando l’hanno ucciso è stato un momento davvero duro. Ero piccolo e ancora non capivo certe cose. Andavamo a cercarlo ma non sapevamo che non sarebbe più tornato».

Durante la guerra rifugiato insieme alla sua famiglia nella città di Zara presso l’Hotel Kolovare, fu proprio nel parcheggio di quella struttura, che quel piccolo caschetto biondo cominciò a farsi notare col pallone tra i piedi. «Vivevamo in una stanza d’albergo da 20 metri quadrati. Eravamo in quattro. Stavo con i miei genitori e la mia sorellina. In ogni caso non ho brutti ricordi. Davanti all’hotel c’era una piazza dove giocavamo a calcio. Spesso le bombe cadevano vicino. Noi dovevamo correre al bunker… Non piangevo, sapevo che stava succedendo qualcosa di brutto. Certo ero un po’ spaventato… Ma poi tornavamo a giocare». Oggi vanta una bacheca stellare in cui spiccano tra l’altro sei Champions League. Una scalata di classe e dedizione frutto senz’altro di un’incredibile forza interiore.

Le telecamere qualche anno fa svelarono il motivo per cui prima di una partita baciò i parastinchi: lì infatti da sempre nasconde una foto della sua famiglia e un’immagine del Sacro Cuore di Gesù. Molto riservato nella sua vita privata, non è un mistero però l’amore per la sua famiglia, il legame con sua moglie Vanja Bosnic, dalla quale ha avuto tre figli, e anche la sua fede cattolica unita a un tenace senso del dovere. «La classe innata? Sono molto grato perché Dio mi ha dato un talento, ma poi devi lavorare e dedicarti molto a quello che fai, alla tua professione. Talento senza lavoro non significa molto».

Oggi è pronto a trascinare ancora la Croazia per scrivere un’altra pagina di storia. Per Modric, Dalic e i compagni presenti a Messa, però, il Mondiale non è l’unica partita: ce n’è una più grande che riguarda il senso della vita. «Pensa a ogni volta che ti fai il segno della croce  ha spiegato il parroco nell’omelia . Ricorda che stai ponendo su di te il nome di Dio che è amore, che ci ha creati, ci ha redenti e non smette mai di amarci».

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Il Papa: il mondo crea anestetici per la coscienza, con Dio la vita rinasce sempre

Posté par atempodiblog le 10 juin 2026

Il Papa: il mondo crea anestetici per la coscienza, con Dio la vita rinasce sempre
Rispondendo alle domande di tre giovani, Leone XIV esorta a coltivare l’inquietudine per scendere nelle profondità del cuore. Invita a dare priorità al malessere invisibile dei ragazzi, ricorda che il perdono va invocato con costanza. “E’ un cammino lungo – ammette – si procede a piccoli passi”. Sui femminicidi, una “drammatica realtà” è necessario l’impegno di ognuno e di tutta la società
di Benedetta Capelli – Vatican News

Il Santo Padre Leone XIV

Le parole a volte sono pesi da scaraventare via. E farlo vuol dire aver affrontato una strada tortuosa, perché già chiamare le cose con il proprio nome significa averle riconosciute nella loro ferocia e nel dolore che provocano. Dirle a voce alta è un passaggio in più perché è allora, in quel momento con commozione e davanti a tutti, che si inizia a depotenziarle.
Nelle tre storie che il Papa ascolta, nella veglia di preghiera nello stadio olimpico “Lluís Companys” di Barcellona, si percepisce che in quella strada tortuosa l’incontro con Gesù ha gettato luce nel buio. È “l’acqua”, come dice Leone XIV parlando in catalano e in spagnolo, che disseta completamente, è la mano che aiuta chi è all’angolo della strada mezzo morto.

A contatto con Gesù, anche chi si sente perso ritrova fiducia nella vita, guarisce dalla malattia e può rialzarsi per tornare a vivere.

Gli anestetici
L’acqua torna nella storia del giovane Ferran che nella notte di Pasqua ha ricevuto il Battesimo. Racconta al Papa di aver vissuto cercando di raggiungere obiettivi precisi e di curare la sua immagine per non sentire “un vuoto immenso”. Un vuoto colmato, nella sua vita, dall’incontro con Dio. Chiede al Vescovo di Roma come tenere lo sguardo verso ciò che conta davvero quando tutto rema contro. Come scoprire la vera vocazione?
Il Pontefice si sofferma sull’inquietudine che si avverte, quel desiderio di verità e di felicità che ha bisogno di un orizzonte più ampio. È “un dono di Dio” che ci spinge a cercare, scavando in profondità. La raccomandazione del Pontefice è di “coltivare quella sana inquietudine.

Nelle nostre società, infatti, l’idolatria del profitto e del rendimento, la frenesia di dover sempre produrre ed essere vincitori, così come il culto della propria immagine, non sono altro che anestetici per addormentare la nostra coscienza e adattarla a una certa idea di società.

La paura del Vangelo
Papa Leone sottolinea che quando ci si ferma e si dà priorità alle cose importanti, cambia lo sguardo grazie al Vangelo e si sviluppa “un pensiero critico nei confronti di un sistema sociale che non pone la persona al centro – afferma – e provoca situazioni di ingiustizia e di povertà esistenziali a diversi livelli”.

Ecco perché l’inquietudine fa paura, così come la scoperta dell’interiorità, della spiritualità e ancor più del Vangelo.

Coltivare l’inquietudine
Ribadisce ancora la necessità di coltivare l’inquietudine proprio lì dove si è, con le persone che camminano accanto, nella realtà e nella società – afferma il Papa – in cui si scopre “il valore di una vita più umana, più piena, aperta all’incontro con Dio e alla gioia della fede”.

Dobbiamo coltivare questa inquietudine e farle spazio; come dicevo, «cercare dentro di noi», cercando di non lasciarci sopraffare dai ritmi e dalle seduzioni esterne, coltivando momenti di silenzio, fermandoci magari qualche minuto al giorno per leggere il Vangelo e parlare con Dio, e cercando anche di percorrere questo cammino interiore insieme ad altri, lasciandoci accompagnare negli itinerari ecclesiali e confrontandoci con i sacerdoti, i religiosi, le persone che come noi hanno intrapreso questo cammino.

La malattia silenziosa
Nella seconda storia di Carmina che in alcuni momenti si ferma per la commozione c’è una parola che fa paura: depressione. Una malattia che spesso viene nascosta per vergogna, che porta con sé “oscurità, isolamento e un dolore immenso”. La ragazza ammette di aver provato ad uscire dalla malattia ma senza successo e una sera tenta il suicidio. “Sono qui – racconta – perché Dio mi ha dato una seconda possibilità, e gli sarò eternamente grata”. “Come possiamo avere fiducia in Dio, quando – è la sua domanda – sembra che per nulla, nemmeno per noi stessi, ne valga la pena?”.
Papa Leone resta colpito dal racconto di questa ragazza, la ringrazia per il coraggio avuto nel dire quello che è successo, richiama i tanti personaggi del Vangelo che con Gesù hanno ripreso a vivere. Si sofferma poi sulla “malattia silenziosa” che è la depressione notando quanto la salute mentale sia in pericolo nelle società più avanzate perché si è diffusa una idea di crescita “che sottopone le persone a pressioni, aspettative e tensioni che compromettono equilibri fondamentali”.

Ecco perché è necessario un sistema sanitario che includa tra le sue priorità questo malessere invisibile e generalizzato, che colpisce anche i giovani.

Con Dio la vita rinasce sempre
La società, evidenzia il Papa, mette a tacere il dolore perché molti modelli culturali inneggiano alla perfezione e infatti “per questo, il limite, la fragilità e il dolore devono essere eliminati, confinati nel silenzio assordante”. La croce di Gesù – aggiunge il Pontefice – ci dice che Dio non ci abbandona, che Egli rimane crocifisso con noi nel momento del dolore e della solitudine estrema. Ricorda poi la catechesi di Benedetto XVI sulle ultime ore di Gesù quando la sua sofferenza diventa preghiera e grido. Così bisogna agire, chiedere con insistenza, aprirsi con qualcuno “che ci prenda per mano e ci faccia uscire da quel grido”.

Non dobbiamo spiritualizzare il dolore, riconducendolo superficialmente alla “volontà di Dio” o a qualche suo misterioso progetto, perché questo rischia di minimizzare quella sofferenza, di metterla a tacere, di ferire le persone. Dio non vuole la sofferenza, la porta con noi e ci invita a confidare in Lui con perseveranza. Ricordiamo ciò che diceva Papa Francesco: con Dio, la vita rinasce sempre.

Prigionieri del male
La terza testimonianza di Cecilia è incentrata sul perdono. Una bambina vive il dolore di vedere il padre che cerca di uccidere la madre e invece ferisce a morte un ragazzo intervenuto per difenderla. Il dolore di una madre che si getta nella droga e di una piccola di dieci anni costretta a vivere in un centro di accoglienza minorile. Solo l’amore di una famiglia affidataria riesce ad aprire quel cuore nel quale entra anche Gesù. Oggi però il dolore torna alla sensazione di sentirsi abbandonata da Dio e al perdono di un padre che ha fatto male. Papa Leone invita a guardare da un’altra prospettiva.

Dobbiamo chiederci “dov’era Dio?” o dobbiamo interrogarci sull’uomo e sull’umanità, su come a volte siamo prigionieri del male fino a diventare violenti con gli altri, su come non riusciamo a coltivare l’amore e a rispettare gli altri nella loro dignità e libertà?

Femminicidi, drammatica realtà
“Tante notizie di cronaca nera, ancora oggi, riflettono un clima avvelenato nei rapporti familiari, – spiega il Papa – caratterizzato da abusi e oppressioni, e in particolare dalla violenza contro le donne, che purtroppo spesso sfocia anche in femminicidi”. Necessario, aggiunge Leone, affrontare “questa drammatica realtà” che ha « ragioni antropogiche e culturali » sia in modo personale che come società. “Non possiamo attribuire a Dio ciò che è stato affidato alla nostra responsabilità”.

Se esiste la violenza, se trionfa l’egoismo, se persino l’amore tra familiari si trasforma in odio, dobbiamo porci alcune domande su noi stessi, sulle dinamiche della nostra società, sulla cultura dell’individualismo, sulla tentazione della violenza, e non su Dio.

A piccoli passi
Il perdono, afferma Papa Leone, è un “potente rimedio contro il male che guarisce le nostre ferite interiori, come parte di un processo, di un cammino”, va chiesto al Signore continuamente, “forse per tutta la vita”, perché “allarghi in noi lo spazio dell’amore proprio là dove siamo stati feriti, che ci aiuti a riconciliarci con noi stessi e con quella parte della nostra storia segnata dalla sofferenza, che trasformi lentamente il risentimento in misericordia e compassione”.

È un cammino lungo, è un processo che richiede molta pazienza, è un lavoro che dobbiamo fare su noi stessi, sia personalmente sia attraverso altri percorsi di accompagnamento e di riconciliazione interiore. Ed è necessario non scoraggiarsi: nel perdono si procede a piccoli passi.

Disporre il cuore
C’è una indicazione importante, in conclusione della risposta del Papa, non è detto che con il perdono si torna alla situazione precedente né “vivere un rapporto pieno con chi ci ha ferito, specialmente quando il fatto è stato caratterizzato anche dalla violenza”. Ma qualcosa si può fare.

Si può mantenere una buona disposizione del cuore verso la persona, rifiutare ogni forma di odio o di vendetta, sforzarsi di ricomporre il rapporto per quanto possibile e, magari, pregare per lui o per lei: questo ci aiuta ad entrare sempre più nella dinamica del perdono e a riconciliarci con Dio e con gli altri.

“Siamo peccatori perdonati, – conclude Papa Leone – riconciliati e capaci di perdonare. Capaci di essere portatori di pace”.

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