Medjugorje, 28° Festival internazionale dei giovani: Omelia di S.E. Mons. Henryk Hoser

Posté par atempodiblog le 6 août 2018

Medjugorje, 28° Festival internazionale dei giovani
Testo dell’Omelia di S.E. Mons. Henryk Hoser, Visitatore Apostolico per la Parrocchia di Medjugorje (05/08/2018)
Tratto da: Radio Maria

Medjugorje, 28° Festival internazionale dei giovani: Omelia di S.E. Mons. Henryk Hoser dans Apparizioni mariane e santuari S.E._Mons_Henryk_Hoser

“Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?”

Cari giovani amici,

ecco la domanda che ci poniamo alla fine del nostro Festival, ricco d’esperienze, momenti intensi, vissuti nei vostri moltissimi incontri, nelle conoscenze fortificate anche per il futuro: “Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?”.

Oggi, come in ogni Messa, il Signore ci invita a prendere i Suoi doni esposti su due tavole, cioè sulla tavola della Sua Parola e sulla tavola della Sua Eucaristia. Ambedue sono assolutamente indispensabili per continuare il nostro cammino di vita, la nostra via che conduce all’obiettivo finale.

In Africa la saggezza dice che, “Se hai perso la tua strada e tu non sai più dove andare, ricordati allora da dove tu sei venuto”. Voi siete venuti dal mondo intero, dai differenti continenti e dai molti paesi. Le differenze tra di voi sono enormi.

Il Documento preparatorio del Sinodo dedicato ai giovani, che si svolgerà in Roma in ottobre, dice:

«Le forti disuguaglianze sociali ed economiche che generano un clima di grande violenza e spingono alcuni giovani nelle braccia della malavita e del narcotraffico; un sistema politico dominato dalla corruzione, che mina la fiducia nelle istituzioni e legittima il fatalismo e il disimpegno; situazioni di guerra ed estrema povertà che spingono a emigrare in cerca di un futuro migliore. In alcune regioni pesa il mancato riconoscimento delle libertà fondamentali anche in campo religioso, e delle autonomie personali da parte dello Stato, mentre in altre l’esclusione sociale e l’ansia da prestazione spingono una parte del mondo giovanile nel circuito delle dipendenze (cioè droga e alcool in particolare) e dell’isolamento sociale. In molti luoghi povertà, disoccupazione ed emarginazione fanno aumentare il numero dei giovani che vivono in condizioni di precarietà, tanto materiale quanto sociale e politica».

Dall’altra parte, tutti conosciamo i drammi di tanti profughi ed immigrati che ci sono nel mondo, e il loro numero arriva a milioni. Ci sono i paesi cosiddetti sviluppati, dove si vive la sazietà dei beni materiali, un iperconsumismo, la vera dittatura del mercato, la moda di lusso come ideale di vita egoista ed insensibile verso gli altri. Le famiglie si decompongono e ricompongono facilmente, senza preoccupazione della sorte dei bambini, sottomessi ad uno sconforto ed alla miseria psichica e spirituale. Queste zone divengono purtroppo come il deserto spirituale, dove la solitudine, la perdita di senso e del valore della vita gettano i giovani verso la tristezza, verso la depressione e a volte al suicidio. Una tale vita è proprio pagana. San Paolo non aveva dubbio a proposito di tale comportamento.

Abbiamo sentito oggi le sue parole: «Vi dico, dunque, e vi scongiuro nel Signore: non comportatevi più come pagani con i vani pensieri». E ci esorta: «ad abbandonare, con la sua condotta di prima, l’uomo vecchio che si corrompe seguendo le passioni ingannevoli, a rinnovarvi nello spirito della vostra mente e a rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità».

Cari giovani, Siete arrivati dal mondo, che da una parte vi attira ma dall’altra parte vi ripugna. Attira per tanti suggerimenti, per la pubblicità presente dappertutto, per tante proposte dello stile di vita. Ripugna – i dubbi e le incertezze sono numerose: chi dice la verità e chi mente? Quale proposta ed offerta è buona e quale è pericolosa? A chi credere e di chi aver fiducia? Il tempo della giovinezza è relativamente breve, dopo l’infanzia e prima dell’ età adulta, e poi vi è l’età senile. Il tempo è breve ma forse è il più importante, cioè questo è il periodo presente, il periodo delle scelte e delle decisioni fondamentali, che sono determinanti per tutta la vita futura. In quanto a noi, come cristiani invece scopriamo il nostro Maestro, Gesù Cristo che dice di se stesso, quando uno dei Suoi discepoli Gli pone una domanda fondamentale sulla via da prendere: «Come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Io sono il pane della vita».

La risposta è succinta, ma contiene tutto. Spero dunque che durante questo Festival avete intravisto almeno l’inizio della strada da percorrere. La persona di Cristo è davvero affascinante, ma prima bisogna incontrarlo e conoscerlo.

Ascoltate dunque questo dialogo. Due giovani, sentendo parlare di Lui – di Cristo – seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa Maestro -, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava, e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio. Oggi, alle sette di sera, Gesù si volta verso di noi e ripete la stessa domanda: «Che cosa cercate, chi cercate e perché lo cercate?».

Gesù è un Maestro sicuro. Non tardate ad iscrivervi alla Sua scuola. Alla stessa scuola troverete una Maestra: Maria Madre di Dio, Maria Educatrice e Regina della Pace! Una tale scuola vale di più delle migliori università del mondo! Maria non si stanca di ribadire, a proposito di Suo Figlio «Qualsiasi cosa vi dica, fatela!». Tale è la risposta alla domanda iniziale: “Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?”. Amen.

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La sola rivolta che si tenga in piedi

Posté par atempodiblog le 2 août 2018

La sola rivolta che si tenga in piedi dans Citazioni, frasi e pensieri Georges_Bernanos

“Le collere, figlie della disperazione, si arrampicano e strisciano come vermi. La preghiera è la sola rivolta che si tenga in piedi”.

Georges Bernanos

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Il rispetto cristiano per la persona e per la sua libertà

Posté par atempodiblog le 2 août 2018

Il rispetto cristiano per la persona e per la sua libertà
San Josemaría Escrivá de Balaguer
Tratto da: San Josemaría Escrivá FB

Il rispetto cristiano per la persona e per la sua libertà dans Commenti al Vangelo San_Josemaria_Escriva_de_Balaguer

Abbiamo letto nella Santa Messa un brano del Vangelo secondo Giovanni: l’episodio della guarigione miracolosa del cieco nato. Penso che tutti ci siamo commossi ancora una volta di fronte alla potenza e alla misericordia di Dio che non guarda con indifferenza le disgrazie umane. Adesso però vorrei soffermarmi su altri aspetti, e cioè sul fatto che, quando c’è amor di Dio, anche il cristiano non si sente indifferente alla sorte degli altri e sa trattare tutti con rispetto; viceversa, quando questo amore viene meno, c’è il pericolo di un’invasione fanatica e spietata della coscienza altrui.

Mentre passava — si legge nel santo Vangelo — Gesù vide un uomo cieco dalla nascita (Gv 9, 1). Gesù che passa. Mi sono meravigliato spesso di questo modo semplice di narrare la clemenza divina. Gesù passa e si accorge subito del dolore. Considerate invece quanto fossero diversi in quel momento i pensieri dei suoi discepoli. Gli domandarono infatti: Maestro, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco? (Gv 9, 2).

Non dobbiamo sorprenderci se molti, anche fra quelli che si considerano cristiani, si comportano in modo analogo: la prima cosa che pensano è il male. Senza averne le prove, lo presuppongono. E non solo lo pensano, ma si permettono anche di esprimerlo in pubblico con giudizi avventati.

Il comportamento dei discepoli potrebbe essere considerato benevolmente come leggerezza. Ma in quella società — come del resto in quella di oggi, che in questo è cambiata di poco — c’erano altre persone, i farisei, che facevano di questo atteggiamento una norma di condotta. Ricordate in che modo Gesù Cristo li smaschera. È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e hanno detto: Ha un demonio. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori (Mt11, 18-19).

Attacchi sistematici alla buona fama, denigrazione di una condotta irreprensibile: Gesù Cristo soffrì questa calunnia mordace e tagliente, e non è strano che certuni riservino lo stesso trattamento a coloro che, pur coscienti delle loro comprensibili e naturali miserie e dei loro errori personali — piccoli e inevitabili, aggiungerei, data l’umana debolezza — tuttavia desiderano seguire il Maestro. Ma la costatazione di questa realtà non deve indurci a giustificare siffatti peccati e delitti — che con sospetta comprensione vogliono chiamare chiacchiere — contro il buon nome di qualcuno. Gesù avverte che se hanno chiamato Belzebù il padre di famiglia non è da sperare che si comportino meglio con quelli della sua casa (cfr Mt10, 25): ma chiarisce pure che colui che chiamerà sciocco suo fratello sarà reo del fuoco dell’inferno (Mt 5, 22).

Da dove nasce il giudizio iniquo verso il prossimo? Si direbbe che alcuni hanno sempre davanti agli occhi delle lenti deformanti, che fanno loro vedere tutto storto. Per partito preso, non ammettono che sia possibile l’onestà, o almeno l’impegno costante per comportarsi bene. Tutto in loro è ricevuto — come dice l’antica sentenza — a misura del recipiente, e cioè a misura della loro preconcetta deformazione. Per costoro anche la cosa più onesta nasconde necessariamente una cattiva intenzione rivestita dell’apparenza ipocrita del bene. Quando scoprono chiaramente il bene — scrive san Gregorio — vanno a scrutarlo per vedere se non contiene qualche male occulto (SAN GREGORIO MAGNO, Moralia, 6, 22 [PL 75, 750]).

È difficile far capire a queste persone, nelle quali la deformazione diventa quasi una seconda natura, che è più umano e più giusto pensare bene del prossimo. Sant’Agostino dà questo consiglio: Cercate di acquistare le virtù che secondo voi mancano ai vostri fratelli, e così non vi accorgerete più dei loro difetti, non avendoli voi (SANT’AGOSTINO, Enarrationes in Psalmos, 30, 2, 7 [PL 36, 243]). Per alcuni questo modo di fare sarebbe ingenuità. Essi sarebbero invece più “realisti” e più ragionevoli. Erigendo il pregiudizio a norma di giudizio, offendono chiunque prima ancora di averne ascoltato le ragioni. Poi, con “oggettività” e “benevolenza”, concederanno forse all’offeso la possibilità di difendersi: il che va contro ogni morale e ogni diritto, perché, invece di assumersi l’onere di provare le pretese colpe, « concedono » all’innocente il “privilegio” di dimostrare la propria innocenza. Non sarei sincero se non vi confidassi che tutte queste considerazioni sono qualcosa di più di un’affrettata spigolatura dai trattati di diritto e di morale. Esse si fondano su un’esperienza che non pochi oggi soffrono nella propria carne, analogamente a quanto è accaduto a molti altri, che sono stati oggetto — spesso e per lunghi anni — di esercitazioni di tiro al bersaglio con mormorazioni, diffamazioni e calunnie. La grazia di Dio e un carattere alieno dal risentimento fanno sì che tutto questo non lasci in loro la minima traccia di amarezza. Mihi pro minimo est, ut a vobis iudicer (1Cor 4, 3): a me importa ben poco essere giudicato da voi, potrebbero ripetere con san Paolo. A volte, per dirla nel linguaggio corrente, avranno aggiunto che tutto questo non faceva loro né caldo né freddo. Ed è la pura verità.

D’altra parte non posso negare che a me fa una gran pena l’anima di chi attacca ingiustamente la reputazione altrui, perché l’ingiusto aggressore rovina se stesso. E soffro anche per coloro che, di fronte ad accuse violente e arbitrarie, non sanno dove volgere gli occhi: rimangono sgomenti, non le credono possibili, e magari pensano che si tratti di un incubo.

Qualche giorno fa leggevamo nelle letture della Santa Messa il racconto di Susanna, la donna casta che venne ingiustamente accusata di disonestà da due corrotti anziani. Susanna, piangendo, esclamò: «Sono alle strette da ogni parte. Se cedo, è la morte per me; se rifiuto, non potrò scampare dalle vostre mani» (Dn 13, 22). Quante volte l’insidia degli invidiosi e degli intriganti mette delle persone oneste in questa stessa situazione! Le si pone di fronte a questa alternativa: offendere Dio oppure vedersi rovinata la reputazione. L’unica soluzione nobile e degna è, allo stesso tempo, estremamente dolorosa, dovendo prendere questa decisione: Meglio per me cadere innocente nelle vostre mani che peccare davanti al Signore (Dn 13, 23).

Torniamo all’episodio della guarigione del cieco. Gesù ha replicato ai suoi discepoli che quella disgrazia non è conseguenza del peccato, ma occasione perché si manifesti la potenza di Dio. E con meravigliosa semplicità decide che il cieco riacquisti la vista.

Comincia allora per quell’uomo, assieme alla gioia, la tribolazione. Non lo lasciano più in pace. I primi a cominciare sono i vicini e quelli che lo avevano visto chiedere l’elemosina (Gv 9, 8). Il Vangelo non dice che si rallegrarono, ma che invece stentavano a credergli, benché il cieco insistesse a ripetere che lui, che ora ci vedeva, era la stessa persona che prima non ci vedeva. Invece di lasciargli godere in pace la grazia ricevuta, lo trascinano dinanzi ai farisei, e quelli tornano a domandargli come sono andate le cose. Egli spiega per la seconda volta: Mi ha posto del fango sopra gli occhi, mi sono lavato e ora ci vedo (Gv 9, 15).

I farisei vogliono allora dimostrare che quanto è avvenuto — che è una cosa buona e un grande miracolo — non è avvenuto. Alcuni di loro ricorrono a ragionamenti meschini, ipocriti, tutt’altro che equanimi: ha operato la guarigione in giorno di sabato, e poiché il sabato è proibito lavorare, non può aver fatto il miracolo. Altri avviano quella che oggi si chiamerebbe un’inchiesta. Vanno a trovare i genitori del cieco: È questo il vostro figlio, che voi dite esser nato cieco? Come mai ora ci vede? (Gv9, 19). La paura dei potenti fa sì che quei poveri genitori diano una risposta che raccoglie tutte le garanzie del metodo scientifico: Sappiamo che questo è il nostro figlio e che è nato cieco; come poi ora ci veda, non lo sappiamo, né sappiamo chi gli ha aperto gli occhi; chiedetelo a lui, ha l’età, parlerà lui di se stesso (Gv 9, 20).

I promotori dell’inchiesta non ci possono credere, perché non ci vogliono credere. Chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: (…) Noi sappiamo che quest’uomo — Gesù Cristo — è un peccatore (Gv 9, 24).

In poche parole il testo di san Giovanni ci offre qui un tipico esempio di un tremendo attentato contro il diritto fondamentale, che per natura compete a tutti, di essere trattati con rispetto.

L’argomento continua a essere di attualità. Non costerebbe molto indicare, ai nostri giorni, esempi di questa curiosità aggressiva che porta a indagare morbosamente nella vita privata degli altri. Un minimo senso di giustizia esige che persino nell’investigazione di un presunto delitto si proceda con cautela e moderazione, senza prendere per sicuro ciò che è solo possibile. Si comprende chiaramente che la curiosità malsana, che porta a rovistare in ciò che non solo non costituisce un reato ma può essere addirittura un’azione meritoria, deve considerarsi una vera e propria perversione.

Di fronte ai negoziatori del sospetto, che dànno l’impressione di organizzare una « tratta dell’intimità », è doveroso difendere la dignità di ogni persona, il suo diritto al silenzio, a non replicare. E in questa difesa sono d’accordo tutte le persone oneste, cristiane o non cristiane, perché è in gioco un valore comune: la sacrosanta libertà di essere se stessi, di non esibirsi, di conservare un giusto e delicato riserbo circa le proprie gioie, i propri dolori e le pene di famiglia; e soprattutto la libertà di fare il bene senza ostentazione, di aiutare i bisognosi per puro amore, senza vedersi obbligati a pubblicizzare queste opere di servizio agli altri e tanto meno a offrire l’intimità della propria anima agli sguardi indiscreti e obliqui di persone che della vita spirituale non sanno niente e non vogliono saperne niente, se non per prendersene gioco empiamente.

Ma com’è difficile sentirsi liberi da questa aggressività pettegola! I metodi per non lasciar tranquillo nessuno si sono moltiplicati. Mi riferisco ai mezzi tecnici e anche a quelle diffuse argomentazioni a cui è difficile opporsi se si vuole conservare la buona fama. Per esempio, si parte spesso dal presupposto che tutti si comportino male, e allora, grazie a questo ragionamento assurdo, sembra inevitabile il « meaculpismo », l’autocritica. Se uno non si butta addosso una tonnellata di fango, pensano che non solo è un perfetto mascalzone, ma anche un ipocrita e un presuntuoso.

In altre occasioni il procedimento è diverso. Chi parla o scrive calunniando è disposto ad ammettere che siete persone perbene, ma aggiunge che altri forse non la penseranno allo stesso modo e potrebbero pubblicare che siete dei ladri: come dimostrate che non siete dei ladri? Oppure: lei ha sempre detto che la sua condotta è pulita, nobile, retta; le dispiacerebbe considerarla di nuovo per vedere se non è invece sporca, ignobile e falsa?

Non sono esempi immaginari. Sono convinto che qualsiasi persona o qualsiasi istituzione un po’ conosciuta potrebbe aggiungerne altri simili. Si è creata in alcuni ambienti la falsa persuasione che il pubblico, il popolo, o comunque lo si voglia chiamare, abbia il diritto di conoscere e interpretare i particolari più intimi della vita degli altri.

Permettetemi un accenno a una cosa che è profondamente unita alla mia anima. Da oltre trent’anni ho detto e scritto in mille modi che l’Opus Dei non ha nessun fine temporale, politico, ma cerca soltanto ed esclusivamente di diffondere tra le genti di ogni razza, di ogni condizione sociale e di ogni paese la conoscenza e la pratica della dottrina di salvezza portata da Cristo; cerca soltanto di contribuire a far sì che vi sia più amore di Dio sulla terra, e quindi più pace, più giustizia tra gli uomini, figli di un solo Padre.

Molte migliaia di persone — milioni — hanno capito questo in tutto il mondo. Altri, piuttosto pochi, sembra che non lo abbiano capito, per i motivi che siano. Se il mio cuore è più vicino ai primi, tuttavia rispetto e amo anche i secondi, perché in tutti è da rispettare e stimare la dignità personale e tutti sono chiamati alla gloria dei figli di Dio.

Ma non manca mai una minoranza settaria che, non comprendendo ciò che io e tanti altri amiamo, vorrebbe che glielo spiegassimo d’accordo con la loro mentalità, che è esclusivamente politica, estranea a ogni dimensione soprannaturale, attenta unicamente a equilibri di interessi e di pressioni di gruppi.

Se non ricevono una spiegazione così, falsa e accomodata ai loro gusti, continuano a pensare che ci siano menzogna, occultamento e piani sinistri.

Lasciate che vi dica che di fronte a questi casi non mi affiggo né mi preoccupo. Direi anzi che mi diverto, se non fosse che non posso passar sopra al fatto che offendono il prossimo e commettono un peccato che grida vendetta al cospetto di Dio. Io sono aragonese e anche per naturale disposizione di carattere amo la sincerità, per cui provo una repulsione istintiva per tutto ciò che sa di raggiro. Ho sempre cercato di rispondere con la verità, senza iattanza e senza orgoglio, anche quando i calunniatori erano maleducati, arroganti, prevenuti e privi del più piccolo segno di umanità.

Mi è venuta alla mente più volte la risposta del cieco nato ai farisei che domandavano per l’ennesima volta com’era avvenuto il miracolo: Ve l’ho già detto e non mi avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli? (Gv 9, 27).

Il peccato dei farisei non consisteva nel non vedere Dio in Cristo, bensì nel chiudersi volontariamente in se stessi, perché non tolleravano che Gesù, che è la luce, aprisse loro gli occhi (cfr Gv 9, 34-41). Questa cecità ha un’influenza immediata nei rapporti con i nostri simili. Il fariseo che credendosi luce non permette a Dio di aprirgli gli occhi è lo stesso che tratta con superbia e ingiustamente il prossimo: Io ti ringrazio di non essere come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri; e nemmeno come questo publicano (Lc 18, 11). Così prega. E al cieco nato, che persiste nel raccontare la verità della guarigione miracolosa, vengono rivolti questi insulti: Sei nato tutto nei peccati e vuoi insegnare a noi? E lo cacciarono fuori (Gv 9, 34).

Tra quelli che non conoscono Cristo ci sono molti galantuomini che, per elementare riguardo, sanno comportarsi con delicatezza e sono sinceri, cordiali, educati. Se loro e noi lasciamo che Cristo guarisca quel resto di cecità che ancora ci offusca gli occhi, se permettiamo al Signore di applicarci quel fango che nelle sue mani diventa un incomparabile collirio, allora noi potremo vedere le realtà terrene e intravedere le realtà eterne con una luce nuova, con la luce della fede: avremo acquistato uno sguardo puro.

Questa è la vocazione del cristiano: la pienezza della carità che è paziente, è benigna; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera. tutto sopporta (1 Cor13, 4-7).

La carità di Cristo non è soltanto un buon sentimento verso il prossimo, non si limita al piacere della filantropia. La carità infusa da Dio nell’anima trasforma dal di dentro l’intelligenza e la volontà, fonda soprannaturalmente l’amicizia e la gioia di compiere il bene.

Contemplate l’episodio della guarigione dello storpio, tramandatoci dagli Atti degli Apostoli. Pietro e Giovanni salivano al tempio e, all’entrare, si imbattono in un uomo seduto accanto alla porta; quest’uomo era storpio fin dalla nascita. La scena ricorda quella della guarigione del cieco. Ma in questa occasione i discepoli non pensano che la disgrazia sia dovuta ai peccati personali dell’infermo o a quelli dei suoi genitori. Invece gli dicono: Nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, alzati e cammina (At 3, 6). Prima erano pieni d’incomprensione, adesso di misericordia; prima giudicavano temerariamente, adesso guariscono miracolosamente nel nome del Signore. È sempre Gesù che passa! È Cristo che continua a passare per le strade e le piazze del mondo nella persona dei suoi discepoli, i cristiani: io gli chiedo ardentemente di passare attraverso l’anima di qualcuno di coloro che in questo momento mi ascoltano.

All’inizio ci sorprendeva l’atteggiamento dei discepoli di Gesù di fronte al cieco nato. Si regolavano su quel disgraziato proverbio: a pensar male non si sbaglia mai. Dopo, quando conoscono meglio il Maestro, quando si rendono conto di ciò che significa essere cristiani, le loro opinioni si ispirano alla comprensione.

In qualsiasi uomo — scrive san Tommaso d’Aquino — esiste qualche aspetto per il quale gli altri possono considerarlo come superiore a loro, come dice l’Apostolo: «Mossi dall’umiltà, considerate gli altri superiori a voi» (Fil 2, 3)D’accordo con questo, tutti gli uomini devono rendersi reciprocamente onore (SAN TOMMASO D’AQUINO, S. Th., II-II, q. 103, a. 2-3). Con la virtù dell’umiltà scopriamo che le manifestazioni di rispetto alla persona — al suo onore, alla sua buona fede, alla sua intimità — non sono formalità convenzionali, ma le prime manifestazioni della carità e della giustizia.

La carità cristiana non si limita a dare un soccorso economico ai bisognosi, ma si impegna anzitutto a rispettare e a comprendere ogni persona come tale, nella sua intrinseca dignità di uomo e di figlio del Creatore. Pertanto gli attentati alla dignità della persona, alla sua reputazione, al suo onore, stanno a dimostrare che chi li commette non conosce o non pratica alcune verità della nostra fede cristiana. E che comunque non ha un vero amore di Dio. La carità con cui amiamo Dio e quella con cui amiamo il prossimo sono una sola virtù, perché la ragione di amare il prossimo è appunto Dio, e quando amiamo il prossimo con carità amiamo Dio (SAN TOMMASO D’AQUINO, S. Th., II-II, q. 103, a. 2-3).

Spero che saremo capaci di trarre delle conseguenze precise da questo nostro momento di conversazione alla presenza del Signore. Anzitutto, il proposito di non giudicare gli altri, di non offendere nemmeno con il dubbio, di annegare il male nella sovrabbondanza del bene, diffondendo intorno a noi la convivenza leale, la giustizia e la pace.

E poi la decisione di non rattristarci mai se la nostra condotta retta è capita male da altri; se il bene che cerchiamo di realizzare con l’aiuto continuo del Signore è interpretato in modo distorto; se qualcuno, con un ingiusto processo alle intenzioni, ci attribuisce propositi malvagi, procedimenti dolosi e simulazione. Perdoniamo sempre, col sorriso sulle labbra. Parliamo chiaramente e senza rancore, se in coscienza riteniamo di dover parlare. E lasciamo tutto nelle mani di Dio nostro Padre, con un silenzio divino — Iesus autem tacebat (Mt 26, 63), Gesù rimaneva in silenzio — se si tratta di offese personali, per brutali e indecorose che siano. Preoccupiamoci solo di fare opere buone: sarà Lui a farle risplendere davanti agli uomini (Mt 5, 16).

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Mons. Hoser: in tanti a Medjugorje, anche tra i lontani, per incontrare Cristo

Posté par atempodiblog le 24 juillet 2018

Mons. Hoser: in tanti a Medjugorje, anche tra i lontani, per incontrare Cristo
Nominato da Papa Francesco il 31 maggio scorso visitatore apostolico a Medjugorje, mons. Hoser nella Messa per l’inizio del ministero ha detto che in questo luogo la devozione popolare ha Cristo al centro
di Sergio Centofanti – Vatican News

Mons. Hoser: in tanti a Medjugorje, anche tra i lontani, per incontrare Cristo dans Apparizioni mariane e santuari Medjugorje

L’arcivescovo polacco Henryk Hoser ha presieduto questa domenica una Messa solenne nella Chiesa di San Giacomo, dando inizio al suo ministero di visitatore apostolico a carattere speciale per la parrocchia di Medjugorje. Erano presenti numerosi fedeli e pellegrini, insieme al nunzio in Bosnia ed Erzegovina, mons. Luigi Pezzuto, al vescovo di Alessandria, mons. Guido Gallese, e al provinciale dei francescani, fra Miljenko Steko.

Inviato dal Papa a Medjugorje
Papa Francesco – ha esordito nell’omelia – mi ha inviato a Medjugorje perché “la cura pastorale esige di assicurare un accompagnamento stabile e continuo” di questa comunità parrocchiale “e dei fedeli che vi si recano in pellegrinaggio”.

Prendendo spunto dalla prima lettura di questa XVI domenica del Tempo ordinario, in cui Geremia dice: “Guai ai pastori che fanno perire e disperdono il gregge del mio pascolo”, mons. Hoser ha detto: “Il Santo Padre, pastore universale della Chiesa, prende come sue queste parole del profeta. Ci invia lì, dove esiste e vive la gente, dove i fedeli si radunano cercando la luce di salvezza”. E riferendosi al Vangelo ha sottolineato che “il Signore ci dà un incomparabile esempio e modello missionario“ perché mostra compassione per le tante persone che lo seguivano “come pecore che non hanno pastore”.

Anche “i lontani“ vengono a Medjugorje
Il presule ha quindi commentato le parole di San Paolo: “Voi che un tempo eravate lontani, siete diventati vicini, grazie al sangue di Cristo (…) Egli è venuto ad annunciare pace a voi che eravate lontani, e pace a coloro che erano vicini”. “A Medjugorje – ha ricordato – vengono i pellegrini da lontano, da circa 80 Paesi del mondo”: per percorrere tanti chilometri “bisogna avere una motivazione ferma e decisa”. “Ma la parola ‘lontani’ significa ancora un’altra cosa; significa una situazione esistenziale di tanti che si sono allontanati da Dio, da Cristo, dalla loro Chiesa e dalla luce che dà senso alla vita, per orientarla e darle lo scopo vitale degno, che vale la pena di essere vissuto”.

Fedeli di Medjugorje, testimoni da 37 anni di tanti eventi
“Questa missione – ha proseguito mons. Hoser – concerne ugualmente non soltanto i lontani, ma pure i vicini. Questi anche in un duplice senso: vicini perché abitano da generazioni questo luogo e territorio; vicini perché sono i parrocchiani di Medjugorje; vicini perché sono da trentasette anni i testimoni di tanti eventi di questa regione. In un’altro senso, sono vicini anche tutti quelli che vivono una fede ardente e calorosa, che vogliono essere in contatto intimo e riconoscente con il Signore Risuscitato e Misericordioso”.

A Medjugorje per incontrare Cristo e sua Madre
A questo punto mons. Hoser ha posto “la questione fondamentale: perché tanta gente si reca ogni anno a Medjugorje? La risposta che si impone è questa: vengono per incontrare qualcuno: per incontrare Dio, incontrare Cristo, incontrare Sua Madre. E poi per scoprire la strada che conduce alla felicità di vivere nella casa del Padre e della Madre; infine per scoprire la strada mariana come quella più certa e sicura. È la strada del culto mariano che si celebra da anni qui, cioè ‘quel culto sacro, nel quale vengono a confluire il culmine della sapienza e il vertice della religione e che pertanto è compito primario del Popolo di Dio’ (Dall’Esortazione apostolica di Paolo VI Marialis cultus)”.

A Medjugorje un culto cristocentrico
“Si tratta davvero – ha precisato – di un culto cristocentrico, perché – come diceva Paolo VI – da Cristo trae origine ed efficacia, in Cristo trova compiuta espressione e per mezzo di Cristo, nello Spirito, conduce al Padre”.

Devozione a Medjugorje è secondo la dottrina
Il Concilio Vaticano II – ha osservato – sottolinea con forza che “le varie forme di devozione verso la Madre di Dio, che la Chiesa ha approvato entro i limiti della sana e ortodossa dottrina si sviluppino in armonica subordinazione al culto che si presta a Cristo e intorno ad esso gravitino come a loro naturale e necessario punto di riferimento” (Cfr Conc. Vat. II, Cost. dogm. sulla Chiesa Lumen gentium, 66). “Tale è la devozione popolare a Medjugorje: al centro la Santa Messa, l’adorazione del Santissimo Sacramento, una massiva frequenza del Sacramento della Penitenza, accompagnate dalle altre forme di pietà: il Rosario e la Via Crucis che fanno sì che le pietre, prima ruvide, dei sentieri diventino lisce”.

Momenti speciali di grazia
“I pellegrini – ha affermato mons. Hoser – consacrano il loro tempo per essere presenti nello spazio di Medjugorje. A questo proposito il Santo Papa Giovanni Paolo II diceva ‘che come il tempo può essere scandito dai kairoì, momenti speciali di grazia, in modo analogo lo spazio possa essere segnato da particolari interventi salvifici di Dio. E questa, del resto, un’intuizione presente in tutte le religioni, nelle quali si trovano non solo tempi, ma anche spazi sacri, nei quali l’incontro col divino può essere sperimentato in modo più intenso di quanto non avvenga abitualmente nell’immensità del cosmo” (Lettera sul pellegrinaggio, 30-6-1999).

La Regina della Pace
“Medjugorje – ha detto il visitatore apostolico – ci offre il tempo e lo spazio della grazia divina per intercessione della Beata Vergine Maria, Madre di Dio e Madre della Chiesa, venerata qui con l’appellativo di ‘Regina della Pace’. Questo appellativo è ben conosciuto tramite le Litanie Lauretane”. “È vero – ha concluso mons. Hoser – il mondo ha tanto bisogno di pace: la pace del cuore di ciascuno, la pace nella famiglia, la pace sociale e la pace internazionale, tanto desiderata da tutti, specialmente dai cittadini di questo Paese, così provato dalla guerra dei Balcani. Promuovere la pace significa costruire una civiltà fondata sull’amore, sulla comunione, sulla fraternità, sulla giustizia, e quindi sulla pace e la libertà. La Madonna, Madre del Principe della Pace annunziato dei profeti sia la nostra Protettrice, la nostra Regina la nostra Madre. Amen”.

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Di Bartolomei jr e il post con la pistola: «No all’uso le armi, credetemi»

Posté par atempodiblog le 29 juin 2018

Di Bartolomei jr e il post con la pistola: «No all’uso le armi, credetemi»
Il figlio di Agostino, capitano storico della Roma che si è tolto la vita sparandosi nel 1994, su Facebook si schiera contro i 4 italiani su 10 favorevoli alla detenzione di una pistola in casa (sondaggio Censis): «Non produce alcuna sicurezza»
di Riccardo Bruno – Corriere della Sera

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L’immagine di una pistola postata sui social. E una riflessione che iniziai così: «Questa è una Smith&Wesson 38 special uguale a quella che aveva Agostino. Quando la comprò negli anni 70 lo fece perché credeva che avrebbe così reso più sicura la sua famiglia». Agostino Di Bartolomei, il capitano della Roma colto e introverso, indimenticabile combinazione in campo di intelligenza e forza, la mattina del 30 maggio 1994, a 39 anni, decise di farla finita sparandosi un colpo al petto. Il messaggio sui social, 25 anni dopo, è del figlio Luca. «Ho letto che il 41% degli italiani si sentirebbe più sicuro da una semplificazione della legislazione sul porto d’armi — spiega al Corriere —.

Tutti gli studi dimostrano che una maggiore circolazione delle armi conduce a un numero più elevato di morti, di omicidi, suicidi, incidenti, bambini che meravigliosamente curiosi si fanno del male o lo fanno agli altri».

Statistiche ed emotività
Luca aveva 11 anni quando la tragedia sconvolse la sua famiglia. «Da quella vicenda non dico che possiamo trarre un insegnamento, ma almeno un ammonimento, ricavarne qualcosa di buono».

Da questo nasce una sorta di appello. «Vorrei invitare tutte quelle persone che hanno avuto la devastazione di un lutto per colpa di un’arma da fuoco a parlare con quel 41% di italiani, fargli capire che non si ottiene così più sicurezza, una pistola in casa è sempre un pericolo».

Per Luca Di Bartolomei questa non è solo una battaglia personale per fare i conti con il proprio dolore, è anche un impegno professionale. È stato coordinatore del dipartimento sicurezza e difesa del Pd, adesso è consulente aziendale. Abituato a confrontarsi con dati e numeri.

«Tutte le statistiche del Viminale indicano che gli eventi criminali sono in costante decrescita. Al contrario aumenta la percezione dell’insicurezza e dell’illegalità. Non è solo un fenomeno italiano, è un’ondata sovranazionale che spinge alla chiusura, all’isolamento e quindi all’armamento. Abbiamo il dovere di comprendere i fenomeni sociali, senza abbandonarci all’emotività».

Diffusione e utilizzo
Agostino Di Bartolomei possedeva diverse armi, compresa quella Smith&Wesson. Prima di morire lasciò un biglietto alla moglie: «Mi sento chiuso in un buco… Non vedo l’uscita dal tunnel». Nessuno può dire come sarebbe andata se non avesse trovato quegli oggetti di morte in casa.

Ieri il figlio Luca ha scritto che «alla obiezione che chi vuole suicidarsi lo fa comunque vorrei solo dire che, per andare oltre il burrone che pensiamo di avere davanti, basta un attimo. E in quell’attimo non avere accesso ad un’arma può fare la differenza».

Facendosi forte di cifre e analisi, ricorda che «la diffusione porta inevitabilmente all’utilizzo». E aggiunge che per garantirne la padronanza, «l’uso deve essere costante e continuato. Ovvero una pratica riservata a quei soggetti che si occupano abitualmente di ordine pubblico. Le forze di polizia, non i privati cittadini».

Luca Di Bartolomei chiude il suo messaggio sui social con una richiesta, sincera e accorata. «Pensate ai vostri figli e ai vostri nipoti. Una pistola non produce alcuna sicurezza. Credetemi».

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65 anni della Madonnina di Monte Mario

Posté par atempodiblog le 5 juin 2018

65 anni della Madonnina di Monte Mario
Storia di un voto e di una promessa mantenuta. Incoraggiati da Pio XII, i romani pregano e fanno un voto a Maria Salus Populi Romani perché la città sia risparmiata dallo scontro finale tra tedeschi e alleati
di Emanuela Campanile – Vatican News

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Italia, 1944. Gli alleati sbarcano ad Anzio nel gennaio di quello stesso anno, la Linea Gustav è spezzata, i tedeschi arretrano, gli americani avanzano verso Roma. La capitale è ancora nelle mani dei tedeschi, si teme uno scontro frontale, decisivo, che travolga Roma con tutta la sua realtà umana, storica, archeologica e di fede. Il timore  è grandissimo.

L’appello di Pio XII
In quell’anno la festa titolare del Santuario del Divino Amore cade il 28 maggio, e Papa Pio XII invita tutti i romani a pregare la Madonna, ad affidarsi a Lei perché Roma venga risparmiata da questo scempio fratricida. Tra gli amici e gli ex-allievi di don Orione che accolgono le parole del Pontefice, presente anche Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI: “Ma il voto – domanda e suggerisce – volete farlo voi o volete farlo fare alla città?”. La risposta è unanime, tutta Roma sarà coinvolta.

Il voto di tutta la città
Sguinzagliati per le vie e per le piazze di Roma, i giovani della Congregazione fondata del Santo canonizzato da Giovanni Paolo II nel maggio 2004, riescono a raccogliere un milione e 100 mila firme. Con Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI, come promotore e intermediario, la lunga lista viene fatta recapitare in Vaticano e, in pochissimi giorni, si ha il via libera. Il 4 giugno del 1944, nella chiesa di Sant’ Ignazio, viene pronunciato il voto dal decano dei prefetti di Roma. La capitale è risparmiata così come la sua gente che non dimenticherà di adempiere le promesse fatte alla Vergine ‘Salus Populi Romani’.

Roma è risparmiata, le parole del Papa
La domenica seguente, l’11 giugno, lo stesso Pio XII si reca nella chiesa di Sant’Ignazio, ‘ai piedi di Maria, Madre del Divino Amore’. Con quel “Diletti figli e figlie”, inizia il suo discorso di ringraziamento alla Madonna:

“La nostra Madre Immacolata ancora una volta ha salvato Roma da gravissimi imminenti pericoli (…) siamo stati testimoni di una incolumità, che ci deve empire l’animo di tenera gratitudine verso Dio e la sua purissima Madre”

L’adempimento del voto
La conversione del cuore, un’opera caritativa e un segno di culto. Queste le tre promesse per onorare il Voto fatto e che, con lo sguardo della fede, vennero adempiute con l’aiuto della Provvidenza a partire da una telefonata. A chiamare direttamente la Segreteria di Stato in Vaticano, facendo presente la grave situazione dei numerosi minori soli che vagavano per le strade della città, fu il generale statunitense Mark Clark.
Da qui, il coinvolgimento della Congregazione di don Orione che accettò le due strutture messe a disposizione – ancora oggi Centro dell’Opera e dove sorge appunto la Statua della Madonnina – prendendosi cura di centinaia di orfani e mutilatini.

La costruzione della Madonnina ‘Salus Populi Romani’
Percorsero in lungo e in largo le vie e le piazze della città per trovare quanto più materiale possibile e realizzare una statua dedicata alla Vergine. Ad impegnarsi nella raccolta, ancora i giovani del « Don Orione » dopo che lo scultore Arrigo Minerbi, a cui fu commissionata l’opera, disse: « datemi del rame e vi farò una statua bellissima ». Una grande statua che vegliasse sulla città di Roma era dunque il segno di culto scelto per concludere l’adempimento del voto.

Lo scultore e il volto di Maria
Salvato dal rastrellamento degli ebrei nell’ottobre ’43, grazie alla Piccola Opera di Don Orione, Minerbi accettò con grande entusiasmo l’incarico affidatogli. Ma nel momento di realizzare il volto della Vergine, esitò. Che tratti darle? Pensò allora al detto popolare ‘i primogeniti matrizzano’ (assomigliano alle madri) e decise quindi di procedere ispirandosi al volto della Sacra Sindone. Di rame, ferro e ottone, ricoperta con la tecnica dei fogli d’oro, la statua è alta 9 metri con una mano che indica il cielo e l’altra protesa in avanti. Dal 4 giugno del 1953 è posizionata sulla collina di Monte Mario. E’ bellissima, luminosa per essere vista mentre continua a vegliare sulla città eterna e la sua gente.

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“Colui che mangia di Me, vivrà per Me”

Posté par atempodiblog le 3 juin 2018

“Io penso che la santissima Eucarestia sia il gran mezzo per aspirare alla santa perfezione, ma bisogna riceverla col desiderio e coll’impegno di togliere dal cuore tutto ciò che dispiace a Colui che vogliamo alloggiare”.

San Pio da Pietrelcina (Epistolario III, pag. 282)

“Colui che mangia di Me, vivrà per Me” dans Citazioni, frasi e pensieri Corpus_Domini

“Colui che mangia di Me, vivrà per Me”
Tratto da: Le vie del cuore. Vangelo per la vita quotidiana, di Padre Livio Fanzaga. Ed. PIEMME

In questa festa del Corpus Domini ti propongo di scrivere a caratteri di fuoco sul tuo cuore questa mirabile affermazione di Gesù: “Chi mangia di Me, vivrà per Me”. L’Eucarestia è veramente il centro della vita cristiana. Ricevendo Cristo, veniamo assimilati a Lui. Se Cristo è vivo in noi, Egli compenetrerà gradualmente tutto il nostro essere: I nostri pensieri, i nostri sentimenti, le nostre convinzioni e le nostre azioni. La potenza dell’Eucarestia è grande, se la riceviamo con fede!

Alcuni santi hanno costruito tutta la loro vita spirituale, fino alle più alte vette dell’unione mistica sulla devozione all’Eucarestia. Si tratta di un cammino aperto a tutti i cristiani. Se la santa Messa domenicale è ancor più quella quotidiana fossero al centro della tua vita, faresti dei progressi meravigliosi sulla via della santità. Anche tu potresti arrivare a dire con san Paolo: “Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me”.

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Alfie Evans e Vincent Lambert: non esistono vite senza valore

Posté par atempodiblog le 17 avril 2018

Alfie Evans e Vincent Lambert: non esistono vite senza valore
La medicina può e molte volte deve rinunciare a guarire, ma mai a curare. Al centro della medicina non c’è la malattia da sconfiggere ma il malato da curare. È deludente il pensare e operare di una medicina volta ad assicurare “vite di qualità”, invece di scorgere e promuovere la “qualità della vita” in ogni condizione, decorso e fase del suo essere al mondo
di Mauro Cozzoli – Agenzia SIR

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Vincent Lambert, in Francia, e il piccolo Alfie Evans, in Inghilterra, scuotono le nostre coscienze in presenza delle loro assai precarie condizioni di vita e di due magistrature che ne vogliono decretare la morte per interruzione di idratazione e nutrizione. Questo, malgrado la mamma e il fratello di Vincent e la mamma e il papà di Alfie ne stiano contestando l’esecuzione, adoperandosi in modo ammirevole per l’assistenza e la cura.

Papa Francesco al Regina coeli di questa terza domenica di Pasqua ha volto l’attenzione ad entrambi, estendendola ad “altre persone in diversi Paesi – ha detto – che vivono, a volte da lungo tempo, in stato di grave infermità, assistite medicalmente per i bisogni primari”. Questa sensibilità e premura del Papa è scandita da parole nette, indicative di pensieri e comportamenti da coltivare.

Innanzitutto il Papa non si nasconde le fragilità e precarietà di vita di queste persone: “Sono situazioni delicate, molto dolorose e complesse”. Da non affrontare in modo pregiudizievole e semplicistico, ma avveduto e ponderato. Per cui, ad ovviare l’eutanasia e l’abbandono terapeutico, non bisogna – insegna il magistero bioetico della Chiesa – scivolare in forme di accanimento clinico.

Si può e a volte si deve rinunciare a mezzi straordinari e sproporzionati di cura e consentire così la fine naturale della vita. Non si deve invece rinunziare a mezzi ordinari e proporzionati, men che meno a dar da mangiare e da bere: i “bisogni primari” di cui ha detto il Papa.

Il confine tra i primi e i secondi a volte è evidente. Altre volte, per la complessità dei casi e delle offerte cliniche della medicina oggi, il confine è a contorni sfumati e indistinti. Nel qual caso la morale è per il favor vitae: in dubio pro vita. Tanto più quando ci sono le condizioni umane e ambientali di cura e sostegno, come nel caso di Vincent e di Alfie. Entrambi circondati da un’ampia e intensa sfera di premure e di affetti, che nessuna Alta Corte può disconoscere e contraddire.

Inoltre ed ancor più, il Papa richiama il valore proprio e irriducibile di ogni vita umana e delle premure ad essa dovute in condizioni di infermità e di bisogno. Valore, attenzioni e premure scandite dal trittico dignità, cura e rispetto: “Ogni malato sia sempre rispettato nella sua dignità e curato in modo adatto alla sua condizione, con grande rispetto per la vita”. Parole che mettono in primo piano il malato, nella sua “dignità” singolare e inviolabile di persona. Dignità che suscita “rispetto”: il singolare riguardo e la speciale attenzione dovuti a un essere con valore di soggetto e di fine e mai di oggetto, di cosa o di mezzo. Rispetto che in presenza della malattia, della disabilità, della sofferenza prende forma di “cura”. Nel duplice e complementare significato di assistenza medica (to cure) e di presa in carico (to care). “In modo adatto – precisa il Papa – alla sua condizione” e “con l’apporto concorde dei familiari, dei medici e degli altri operatori sanitari”.

Memori che la medicina può e molte volte deve rinunciare a guarire, ma mai a curare.

Al centro della medicina non c’è la malattia da vincere ma il malato da curare. È deludente il pensare e operare di una medicina volta ad assicurare “vite di qualità”, invece di scorgere e promuovere la “qualità della vita” in ogni condizione, decorso e fase del suo essere al mondo. Non esistono vite senza valore, “inutili” e “futili” come ha sentenziato il giudice dell’Alta Corte di Londra nel caso del piccolo Alfie. Perché ogni vita vale per il suo “esserci”, non per il suo “modo di essere”.

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I 91 anni di Benedetto XVI e il senso della vecchiaia

Posté par atempodiblog le 16 avril 2018

I 91 anni di Benedetto XVI e il senso della vecchiaia
di Marco Mancini – ACI Stampa

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Papa Benedetto compie oggi 91 anni e continua a spendere la sua lunga vita per la Chiesa. In costante preghiera. Sta camminando – ce lo ha detto lui stesso – versa la meta e in questo pellegrinaggio tutta la Chiesa – a cominciare da Papa Francesco - sente la sua presenza rassicurante, silenziosa ed orante. Il Papa Emerito oggi sarà festeggiato dalla sua famiglia nel Monastero Mater Ecclesiae – ci sarà anche un piccolo omaggio musicale offerto da una rappresentanza della Guardia Svizzera.

Ma cosa significa la vecchiaia? Cosa vuole dire essere anziani? Ce lo ha spiegato lo stesso Benedetto XVI, nel novembre 2012, visitando una casa famiglia per anziani a Roma.

“E’ bello essere anziani! In ogni età – raccontava il Papa – bisogna saper scoprire la presenza e la benedizione del Signore e le ricchezze che essa contiene. Non bisogna mai farsi imprigionare dalla tristezza! Abbiamo ricevuto il dono di una vita lunga. Vivere è bello anche alla nostra età, nonostante qualche acciacco e qualche limitazione. Nel nostro volto ci sia sempre la gioia di sentirci amati da Dio, e non la tristezza”.

Con altre parole Benedetto XVI parlava di quella che Papa Francesco chiama la cultura dello scarto. Partendo dal presupposto che “la longevità è considerata una benedizione di Dio”, Papa Benedetto sottolineava che “oggi questa benedizione si è diffusa e deve essere vista come un dono da apprezzare e valorizzare. Eppure spesso la società, dominata dalla logica dell’efficienza e del profitto, non lo accoglie come tale; anzi, spesso lo respinge, considerando gli anziani come non produttivi, inutili. Tante volte si sente la sofferenza di chi è emarginato, vive lontano dalla propria casa o è nella solitudine. Penso che si dovrebbe operare con maggiore impegno, iniziando dalle famiglie e dalle istituzioni pubbliche, per fare in modo che gli anziani possano rimanere nelle proprie case”.

La vecchiaia – ribadiva Papa Benedetto – è portatrice di sapienza che “è una grande ricchezza. La qualità di una società, di una civiltà, si giudica anche da come gli anziani sono trattati e dal posto loro riservato nel vivere comune. Chi fa spazio agli anziani fa spazio alla vita! Chi accoglie gli anziani accoglie la vita! Quando la vita diventa fragile, negli anni della vecchiaia, non perde mai il suo valore e la sua dignità: ognuno di noi, in qualunque tappa dell’esistenza, è voluto, amato da Dio, ognuno è importante e necessario”.

La vecchiaia – concludeva il Papa – “è un dono anche per approfondire il rapporto con Dio” partendo dalla preghiera. L’anziano così diventa intercessore “presso Dio, pregando con fede e con costanza” e pregando l’anziano può “portare in questa nostra società, spesso così individualista ed efficientista un raggio dell’amore di Dio”.

Queste ultime parole di Benedetto XVI sono, in definitiva, ciò che dalla fine del suo pontificato ha fatto, fa e continuerà a fare. Una vita piena, una vita lunga, una vita di preghiera. Per la Chiesa, per il Papa, per ciascuno di noi.

Ad multos annos Santità.

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Perché i sostenitori della laïcité in Francia ce l’hanno con Macron. Ripasso

Posté par atempodiblog le 16 avril 2018

Perché i sostenitori della laïcité in Francia ce l’hanno con Macron. Ripasso
La fede nello stato e la legge del 1905 – Questa prima legge sulla libertà di coscienza aveva come sostrato la comune venerazione del sovrano da parte di cattolici e ugonotti ed è alla base dei successivi tentativi di trasferire il culto nazionale da Dio alla Francia
di Antonio Gurrado – Il Foglio
Tratto da: Radio Maria

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Dopo il discorso di Emmanuel Macron sulla riparazione del legame rovinato fra chiesa cattolica e stato francese, l’indomito Jean-Luc Mélanchon ha commentato che non c’è ragione di rinsaldare un legame rotto un secolo fa. Si riferiva alla legge del 9 dicembre 1905 sulla separazione fra chiesa e stato, che dietro l’alto proclama della libertà di coscienza cela pagine di arrovellamenti da rigattiere sul destino dei beni mobili e immobili della Chiesa, salvo poi spingersi a stabilire il numero minimo di persone necessario a istituire un culto: sette (ma venticinque nelle città sopra i ventimila abitanti). È un ferrovecchio forse non più in grado di cogliere le sfaccettature del rapporto fra religione e politica, in un’epoca in cui la dimensione spirituale dell’uomo ritorna centrale nella definizione della sua identità; infatti, pur essendo in vigore da più di un secolo, è stata aggiornata compulsivamente a partire dal 2000.

Anche Manuel Valls è insorto individuando la legge del 1905 come solo fondamento della laïcité. Semplificazione drastica, in una nazione che ha reso politico proverbiale un cardinale, ha offerto ricetto a cattolici in rotta da oltremanica (da Thomas Becket a Giacomo II Stuart) e ha visto fra i più spietati sostenitori del Terrore un prete, il curérougeJacques Roux. In mille anni di storia ingarbugliata, in Francia lo stato si è sempre definito per mezzo del modello scelto per regolare i rapporti con la chiesa. L’intenzione di Macron nel rivolgersi alla conferenza episcopale sta nel tentativo di mutare questo modello specificando di non voler farsi promotore di una religione civile che innalzi lo stato sugli altari.

Dai Capetingi in poi possiamo individuare tre modelli convenzionali. Il primo è consistito nel costruire la Francia per mezzo di un’alleanza con la chiesa; oltre a San Luigi IX, che in due successive folli crociate ci rimise prima la libertà e poi la vita, i suoi campioni sono stati Filippo II Augusto, che perseguitò gli albigesi per accaparrarsi i territori meridionali all’epoca oltreconfine, e Luigi XIV, che con l’Editto di Fontainebleau intese plasmare la popolazione della Francia con una sistematica cacciata degli ugonotti. Il secondo modello è quello gallicano: nel 1301 Filippo IV il Bello fece arrestare per alto tradimento un vescovo che non aveva pagato tributi. La chiesa gallicana scindeva cittadino e sacerdote fondandosi su una doppia fedeltà, spirituale al Papa e temporale al sovrano; questa ferita mai cicatrizzata (ancora nel 1511 papa Giulio II avrebbe convocato una Lega Santa non contro i turchi ma contro i francesi) mira tuttavia a non porre Stato e Chiesa in competizione. Non a caso di lì a poco un papa francese, Benedetto XII, avrebbe inventato durante la cattività avignonese la formula per cui i pontefici erano “padri dei sovrani”.

La legge del 1905 affonda però le radici nel terzo modello, il più interessante e controverso: la fede nello stato. Affonda le radici nelle tenebre dei re taumaturghi, che guarivano dalla scrofola imponendo le mani; o nel miracoloso intervento di Giovanna d’Arco, che salvò Francia e monarchia durante la Guerra dei Cent’anni; o forse nella conversione di Enrico IV di Navarra che, per prendere Parigi e unificare la nazione, si fece cattolico e nel 1598 emanò l’Editto di Nantes. Questa prima legge sulla libertà di coscienza aveva come sostrato la comune venerazione del sovrano da parte di cattolici e ugonotti ed è alla base dei successivi tentativi di trasferire il culto nazionale da Dio alla Francia. In caso contrario, la costituzione civile del clero adottata durante la Rivoluzione si sarebbe limitata a restaurare il gallicanesimo, anziché rendere i sacerdoti funzionari statali; né Napoleone si sarebbe arrogato il diritto di nominare i vescovi nel concordato con Pio VII del 1801. Curiosamente la legge del 1905 scioglie unilateralmente questo concordato pur collocandosi nel medesimo solco: il culto della laïcité che tanto ha fatto strillare gli oppositori di Macron è un ennesimo tentativo di instillare una santità nazionale nella nicchia lasciata libera dal principio d’indifferenza delle fedi. E’ lo stesso metodo con cui i rivoluzionari avevano associato all’altare della Dea Ragione un calendario di santi civili; per non parlare di Napoleone, che da un lato firmava il concordato e dall’altro sosteneva che bisognava farsi bigotto per governare la Vandea, musulmano per governare l’Egitto, giudeo per governare Gerusalemme. Intanto, per il giorno del proprio compleanno, istituiva una festa nazionale in onore di un martire di Diocleziano, tale san Napoleone.

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Lucien Botovasoa, il martire che morì pregando per i suoi assassini

Posté par atempodiblog le 15 avril 2018

Lucien Botovasoa, il martire che morì pregando per i suoi assassini
di Andrea Gagliarducci – ACI Stampa

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Lucien Botovasoa, martire proveniente dal Madagascar, beatificato il 14 aprile 2018
Foto: ofmcap.it

Era chiamato “maestro cristiano”, e si trovò nel mezzo della lotta tra opposte fazioni che infiammò il Madagascar dopo la Seconda Guerra Mondiale, fino ad essere ucciso con processo sommario, decapitato mentre pregava per i suoi assassini. Lucien Botovasoa viene beatificato oggi (14 aprile) in Madagascar.

Nato nel 1908 a Vohipeno, nel Sud Est del Madagascar, inizia a studiare nella scuola statale nel 1918, ma dal 1920 è nel Collegio San Giuseppe di Ambozontany della Compagnia di Gesù. È lì che si abilita all’insegnamento e comincia a lavorare come insegnante parrocchiale nella sua città natale.

Il motto che sceglie è Ad Maiorem Dei Gloria, quello dei gesuiti. Si sposa, ha otto figli (solo cinque sopravviveranno), Botavasoa insegna e lavora in parrocchia, aiutato dalla sua straordinaria conoscenza delle lingue (parla malgascio, francese, latino, inglese, tedesco, cinese) e dalla sua abilità come musicista e cantore, nonché dalle sue doti sportive.

Un testo sul Terz’Ordine Francescano che legge nel 1940 lo porta a decidere di prendere quella strada, e diventa membro del Terz’Ordine dal 1944, cominciando a vivere una vita povera con il desiderio di diffondere il Vangelo ovunque.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, le cose in Madagascar precipitano: l’isola vuole rendersi indipendente dalla Francia, e la regione dove vive Botovasoa viene scossa da queste voglie indipendentisti dal re Mpanjak, che sale al potere nel 1946.

Il 30 marzo 1947, una domenica delle palme, vengono date alle fiamme le chiese e si dà la caccia ai cristiani.

Botovasoa diventa subito un obiettivo: gode di rispetto, e si pensa di catturarlo e di costringerlo ad obbedire agli ordini, minacciando la famiglia. Così, Botovasoa affida al fratello la sposa e i bambini e poi torna a Vohipieno.

Verso le ore 21 del 17 aprile 1947 suo fratello, André e due cugini, sotto la minaccia di morte, furono incaricati di arrestarlo. Condotto nella casa del re Tsimihoño senza un processo formale fu condannato a morte. Giunto sul luogo dell’esecuzione si inginocchiò e fu decapitato mentre pregava per i suoi assassini. Il corpo fu gettato nel fiume.

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Maria è una madre onnipotente

Posté par atempodiblog le 14 avril 2018

Maria è una madre onnipotente
di Padre Livio Fanzaga – Radio Maria

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Che cosa non farebbero le madri per i propri figli? Tuttavia, per quanto siano combattive e non accettino mai di arrendersi, raramente possono aiutarli come vorrebbero. Quante madri soffrono per l’impossibilità di proteggere le loro creature in balia delle bufere della vita! Il loro amore disperato sarebbe un grido senza risposta se in Cielo non ci fosse una madre che, per i suoi figli, può fare tutto ciò che vuole.

Maria è l’unica madre il cui amore è onnipotente. L’invocazione di aiuto che arriva fino a Lei non rimane mai inascoltata. La sua potenza di intercessione può ottenere dal Cuore del Figlio le più grandi grazie e persino i miracoli più straordinari. “Nulla è impossibile a Dio”, aveva sentito l’Ancella del Signore dalla bocca dell’Arcangelo Gabriele. La Madonna lo sa e il suo Cuore materno è pronto a domandare tutto ciò di cui abbiamo bisogno.

La Madonna chiede secondo la misura del suo amore. Ha forse esitato a domandare al Figlio che tramutasse l’acqua in vino per la gioia di un banchetto di nozze?

Maria è una madre onnipotente. La sua è una onnipotenza di amore e di intercessione. Tutto ciò che chiede, ottiene. Non solo Gesù non nega mai nulla a sua madre, ma prova la più grande gioia nell’ esaudirla. La Chiesa e ogni suo membro, come pure l’intera umanità, sono protetti da questa onnipotenza di amore, la quale non viene mai meno, nonostante le nostre infedeltà. Non ci sarà mai una volta in cui la Madonna non interceda per i suoi figli per stanchezza, per negligenza, per insensibilità o perché non se lo meritano. Tutte le volte che noi la invochiamo, Lei bussa alla porta del Cuore del Figlio. Spesso precede la richiesta di grazie o le concede in misura più sovrabbondante di quanto noi potremmo sperare.

Confidando nell’amore della Madre, che tutto ottiene dal Cuore del Figlio, l’umanità può guardare con serenità al suo futuro. Nessuno dei suoi devoti deve cedere al demone dello scoraggiamento e della disperazione. Per la Madonna non ci sono situazioni senza speranza. Per ogni problema Lei trova una soluzione. Ha solo bisogno della nostra fiducia e della nostra fedeltà. L’amore onnipotente di Maria è la vera sicurezza nella pericolosa navigazione della vita e della storia.

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Senza misericordia non si può vivere

Posté par atempodiblog le 11 avril 2018

Senza misericordia non si può vivere
di Padre Livio Fanzaga – Radio Maria

L'immagine di Gesù Misericordioso dans Misericordia Gesu_Misericordioso

Cari amici,
Senza misericordia non si può vivere.

Ce ne rendiamo conto nella società del nostro tempo, che ha raggiunto livelli mai conosciuti di progresso, ma che si va sempre più indurendo nel male. Il segno del dominio progressivo di satana, in un passaggio storico in cui è stato declassato a simbolo inesistente, è la riduzione dell’uomo a cosa e la negazione della sacralità della persona. Il dominio dell’uomo sull’uomo e la macchina infernale che sfrutta distrugge la vita, non si pongono limiti e abbattono di giorno in giorno ogni barriera morale. Ciò che vi è di più prezioso nell’intero universo, è manipolato, usato e poi gettato via in nome di un progresso spietato il cui fine ultimo è il potere e il denaro.

Chi salverà l’uomo dall’uomo se non una misericordia di cui però non è capace? Chi sottrarrà l’umanità dal drago affamato che, per odio contro Dio, trascina l’umanità alla rovina con la sua forza di seduzione?

Il peccato, con le sue terribili proliferazioni nei cuori e nella società, è una potenza di morte che sta compromettendo lo stesso futuro dell’umanità. La sua espressione primaria, la violenza, ribolle in ogni angolo della terra, seminando cinismo, empietà e disprezzo dei deboli.
La conseguenza è che, nonostante lo sviluppo tecnico, economico e sociale, cresce il livello di sofferenza nel mondo e l’insopportabilità della vita.
La durezza dei cuori fa degradare la società verso gli abissi del male.

La misericordia è la medicina di cui l’umanità non può fare a meno per vivere la vita nella sua bellezza e grandezza. Un modo più fraterno passa però attraverso la decisione di ogni uomo.
E’ necessario che l’amore vinca nei cuori perché trionfi nel mondo. Il tempo della misericordia che il Cielo ha voluto donare ancora una volta è un appello estremo. Beati coloro che lo accoglieranno. Saranno i misericordiosi a trovare misericordia e saranno i miti a possedere la terra.

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Rwanda: dal genocidio ad una speranza per l’Africa

Posté par atempodiblog le 7 avril 2018

Rwanda: dal genocidio ad una speranza per l’Africa
Intervista con Françoise Kankindi, presidente della onlus Bene-Rwanda. Il racconto della barbara uccisione di almeno 800 mila persone, perlopiù tutsi, per mano degli estremisti hutu e la storia della rinascita di un Paese
di Giada Aquilino – Vatican News

Rwanda: dal genocidio ad una speranza per l’Africa dans Articoli di Giornali e News Rwanda
Un’immagine in ricordo delle vittime del genocidio in Rwanda

Il “perdono delle offese” e la “riconciliazione autentica”. E’ l’auspicio che esprimeva Papa Francesco nell’aprile 2014, ricevendo i presuli della Conferenza episcopale del Rwanda, ricordando che vent’anni prima era cominciato il terribile genocidio nel Paese africano. Secondo l’Onu, almeno 800 mila persone, principalmente della comunità tutsi, vennero barbaramente uccise. Con l’abbattimento dell’aereo su cui viaggiava l’allora Presidente hutu Juvénal Habyarimana, il 6 aprile 1994, il massacro perpetrato da milizie hutu, estremisti e gruppi armati si prolungò dal 7 aprile fino alla metà di luglio.

Mancanze della Chiesa hanno “deturpato” il suo volto
L’anno scorso, incontrando in Vaticano Paul Kagame, attuale capo di Stato rwandese, il Pontefice ha rinnovato “l’implorazione di perdono a Dio per i peccati e le mancanze della Chiesa e dei suoi membri” negli anni Novanta, mancanze che “hanno deturpato il volto della Chiesa”. Oggi, 24 anni dopo, “dal genocidio che rase al suolo il nostro Paese è rinato – con molte difficoltà – un Rwanda nuovo, ma ogni 7 aprile riemerge tutto l’orrore che abbiamo vissuto nel 1994. È difficile cancellare quegli eventi dai nostri cuori”, racconta Françoise Kankindi, nata da genitori rwandesi, rifugiati in Burundi, trasferitasi a studiare in Italia nel ’92. È la presidente della onlus Bene-Rwanda.

Nessuna traccia dei parenti
Nei tre mesi del genocidio, 100 giorni, è stato calcolato un omicidio ogni dieci secondi: “i vicini hanno massacrato gli altri vicini, uno sterminio scientifico di una parte della popolazione – i tutsi – sotto gli occhi della comunità internazionale”, aggiunge Françoise. “Avevo la famiglia di mio padre e di mia madre a Butare. Provo una tristezza profonda – dice commossa – perché i corpi dei miei zii sono ancora in qualche latrina sulle colline del Rwanda. Ce li portiamo nella coscienza. Mia madre è ritornata in Rwanda nel 1995, perché eravamo profughi in Burundi: non ha trovato più nessuno su quella collina”.

I tribunali ‘Gacaca’
“Contrariamente a quanto è avvenuto per la Shoa – spiega la presidente della onlus – il genocidio dei tutsi in Rwanda è stato diverso. Il giorno dopo, i carnefici erano presenti davanti agli occhi dei pochi sopravvissuti, con i machete con i quali avevano ucciso tutte le famiglie. Quindi, dal giorno dopo, i tutsi in Rwanda hanno dovuto sopravvivere e convivere con gli assassini delle loro famiglie. Il Paese ha dovuto prendere atto di quanto accaduto e i rwandesi hanno scelto di costruire insieme. Per cui si è insistito molto su una Commissione di riconciliazione nazionale, ci sono stati i ‘Gacaca’, i tribunali che hanno fatto incontrare le persone sui prati. Sulla copertina del libro che ho scritto con Daniele Scaglione: ‘Rwanda, la cattiva memoria’, c’è una seduta di questi tribunali. Da lì, i rwandesi si sono confrontati: coloro che hanno ammazzato, hanno chiesto perdono alle famiglie tutsi sopravvissute. Da questo gesto il Rwanda si è potuto ricostruire”.

Dal sangue sui muri alla rinascita
Si è trattato di una ricostruzione di tutto il tessuto sociale. “Andai a Kigali nel 1995, l’anno dopo il genocidio. I miei – aggiunge Françoise Kankindi – abitavano in una casa: i muri erano pieni di sangue dei vicini che ci avevano vissuto. Ricordo la scena terribile, mi sono sentita così persa: ho toccato con la mia mano la ferocia che ancora si vedeva nella strade. Sono tornata due anni dopo. E poi ogni estate e ogni volta constatavo questa rinascita, questa voglia di riscatto, di buttarsi alle spalle la bruttura del genocidio. Oggi il Rwanda è veramente un Paese che dà speranza a tutta l’Africa”.

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Dylan si svegliò poco prima che staccassero la spina. Oggi è guarito

Posté par atempodiblog le 5 avril 2018

Dylan si svegliò poco prima che staccassero la spina. Oggi è guarito
Dylan Askin si era risvegliato poco prima che gli staccassero la spina. Oggi, dopo due anni, è stato dichiarato completamente guarito
di Francesca Bernasconi – Il Giornale

Dylan si svegliò poco prima che staccassero la spina. Oggi è guarito dans Articoli di Giornali e News Dylan_Askin

Dylan Askin, il bambino che si svegliò dal coma poco prima che i medici gli staccassero la spina, è stato dichiarato guarito.

Dylan era stato ricoverato al Derby Royal Hospital il giorno di Natale del 2015, a causa di problemi respiratori e i medici gli avevano trovato un polmone collassato. Successivi esami avevano portato alla luce un’istiocitosi polmonare, un tipo molto raro di cancro che colpisce solitamente i bambini. Nonostante la situazione sembrò inizialmente migliorare, una polmonite lasciò il bambino con poche speranze di vita, se non quelle che potevano garantirgli le macchine cui era attaccato. Dopo mesi di sofferenza, i genitori, Mike e Kerry, decisero di staccare la spina del piccolo Dylan. Era il 25 marzo del 2016, Venerdì Santo, quando convocarono i parenti per battezzare il bimbo e salutarlo un’ultima volta. Ma Dylan non sembrava essere d’accordo con la decisione presa dai medici e dai genitori e iniziò a dare dei segnali di ripresa, tanto forti da far cambiare idea anche ai medici sulle possibili speranze di sopravvivenza. In pochi giorni il piccolo Askin si riprese completamente e il 16 maggio fu dimesso dall’ospedale.

Due giorni fa, a due anni di distanza, nella domenica di Pasqua, Dylan è stato dichiarato completamente guarito. La madre Kerry ha dichiarato, come riportato da Il Messaggero, “Non sono particolarmente credente, ma credo che mio figlio sia il nostro miracolo pasquale. A mio figlio Bryce ho detto che Dylan ha fatto come Gesù: a Pasqua è tornato a vivere”.

Un ritorno alla vita che non coinvolge solamente il piccolo Dylan, ma la sua famiglia intera.

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