Il Papa scrive ai sacerdoti: “Grazie per il vostro servizio”

Posté par atempodiblog le 4 août 2019

Il Papa scrive ai sacerdoti: “Grazie per il vostro servizio”
La lettera di Francesco nel 160° anniversario della morte del Curato d’Ars: sostegno, vicinanza e incoraggiamento a tutti i preti che nonostante fatiche e delusioni ogni giorno celebrano i sacramenti e accompagnano il popolo di Dio
di Sergio Centofanti – Vatican News

Il Papa scrive ai sacerdoti: “Grazie per il vostro servizio” dans Fede, morale e teologia Sacerdoti-durante-la-celebrazione-dell-Eucaristia
Sacerdoti durante la celebrazione dell’Eucaristia

Papa Francesco scrive ai sacerdoti ricordando il 160° anniversario della morte del santo Curato d’Ars, patrono dei parroci del mondo. Una lettera che esprime incoraggiamento e vicinanza ai “fratelli presbiteri, che senza fare rumore” lasciano tutto per impegnarsi nella vita quotidiana delle comunità; a quelli che, lavorano in “trincea”; a quelli che ogni giorno ci mettono la faccia senza darsi troppa importanza, “affinché il popolo di Dio sia curato e accompagnato”. “Mi rivolgo a ciascuno di voi – scrive il Papa – che, in tante occasioni, in maniera inosservata e sacrificata, nella stanchezza o nella fatica, nella malattia o nella desolazione, assumete la missione come un servizio a Dio e al suo popolo e, pur con tutte le difficoltà del cammino, scrivete le pagine più belle della vita sacerdotale”.

Dolore
La lettera papale si apre con uno sguardo allo scandalo degli abusi: “Negli ultimi tempi abbiamo potuto sentire più chiaramente il grido, spesso silenzioso e costretto al silenzio, dei nostri fratelli, vittime di abusi di potere, di coscienza e sessuali da parte di ministri ordinati”. Ma – spiega Francesco – pur senza “misconoscere il danno causato”, sarebbe “ingiusto non riconoscere tanti sacerdoti che in maniera costante e integra offrono tutto ciò che sono e che hanno per il bene degli altri”. Quei preti “che fanno della loro vita un’opera di misericordia in regioni o situazioni spesso inospitali, lontane o abbandonate, anche a rischio della propria vita”. Il Papa li ringrazia “per il coraggioso e costante esempio” e scrive che i “tempi della purificazione ecclesiale che stiamo vivendo ci renderanno più gioiosi e semplici e in un futuro non troppo lontano saranno molto fruttuosi”. Invita a non scoraggiarsi, perché “il Signore sta purificando la sua Sposa e ci sta convertendo tutti a sé. Ci sta facendo sperimentare la prova perché comprendiamo che senza di Lui siamo polvere”.

Gratitudine
La seconda parola chiave è “gratitudine”. Francesco ricorda che la “vocazione, più che una nostra scelta, è risposta a una chiamata gratuita del Signore”. Il Papa esorta a “ritornare a quei momenti luminosi” in cui si è sperimentata la chiamata del Signore a consacrare tutta la vita al suo servizio, a “quel “sì” cresciuto nel seno di una comunità cristiana”. Nei momenti di difficoltà, di fragilità, di debolezza, “quando la peggiore di tutte le tentazioni è quella di restare a rimuginare la desolazione”, è cruciale – afferma – “non perdere la memoria piena di gratitudine per il passaggio del Signore nella nostra vita” che “ci ha invitato a metterci in gioco per Lui e per il suo popolo”. La gratitudine “è sempre un’arma potente. Solo se siamo in grado di contemplare e ringraziare concretamente per tutti i gesti di amore, generosità, solidarietà e fiducia, così come di perdono, pazienza, sopportazione e compassione con cui siamo stati trattati, lasceremo che lo Spirito ci doni quell’aria fresca in grado di rinnovare (e non rattoppare) la nostra vita e missione”.

Francesco ringrazia i fratelli sacerdoti “per la fedeltà agli impegni assunti”. È “veramente significativo” – osserva – che in una società e in una cultura “gassose”, ci siano delle persone che scoprono la gioia di donare la vita. Dice grazie per la celebrazione quotidiana dell’Eucaristia e per il ministero del sacramento della Riconciliazione, vissuto “senza rigorismi né lassismi”, facendosi carico delle persone e “accompagnandole nel cammino della conversione”. Ringrazia per l’annuncio del Vangelo fatto “a tutti, con ardore”. “Grazie per tutte le volte in cui, lasciandovi commuovere nelle viscere, avete accolto quanti erano caduti, curato le loro ferite… Niente è più urgente come queste cose: prossimità, vicinanza, essere vicini alla carne del fratello sofferente”.

Il cuore del pastore – afferma Francesco – è quello che “ha imparato il gusto spirituale di sentirsi uno con il suo popolo, che non dimentica di essere uscito da esso… con stile di vita austero e semplice, senza accettare privilegi che non hanno sapore di Vangelo”. Ma il Papa ringrazia e invita a ringraziare anche “per la santità del popolo fedele di Dio”, espressa “nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere”.

Coraggio
La terza parola è “coraggio”. Il Papa vuole incoraggiare i sacerdoti: “La missione a cui siamo chiamati non implica di essere immuni dalla sofferenza, dal dolore e persino dall’incomprensione, al contrario ci chiede di affrontarli e assumerli per lasciare che il Signore li trasformi e ci configuri di più a Lui”. Un buon test per sapere come si trova il cuore del pastore – scrive Francesco – “è chiedersi come stiamo affrontando il dolore”. A volte infatti può capitare di comportarsi come il levita o il sacerdote della parabola del Buon Samaritano, che ignorano l’uomo che giace a terra, altre volte ci si avvicina al dolore intellettualizzando e rifugiandosi in luoghi comuni (“la vita è così, non si può far nulla”), finendo per dare spazio al fatalismo. “Oppure ci si avvicina con uno sguardo di preferenze selettive generando così solo isolamento ed esclusione”.

Il Papa mette anche in guardia da quello che Bernanos ha definito il “più prezioso elisir del demonio”, cioè “la tristezza dolciastra che i Padri dell’Oriente chiamavano accidia. La tristezza che paralizza il coraggio di proseguire nel lavoro, nella preghiera”, che “rende sterili tutti i tentativi di trasformazione e conversione, propagando risentimento e animosità”. Francesco invita a chiedere “allo Spirito che venga a risvegliarci”, a “dare uno scossone al nostro torpore”, per sfidare l’abitudinarietà e “lasciarci smuovere da ciò che succede intorno a noi e dal grido della Parola viva del Risorto”. “Durante la nostra vita, abbiamo potuto contemplare come con Gesù Cristo sempre rinasce la gioia”. Una gioia – precisa il Pontefice – che “non nasce da sforzi volontaristici o intellettualistici ma dalla fiducia di sapere che le parole di Gesù a Pietro continuano ad agire”.

È nella preghiera – spiega ancora il Papa – che “sperimentiamo la nostra benedetta precarietà che ci ricorda il nostro essere dei discepoli bisognosi dell’aiuto del Signore e ci libera dalla tendenza prometeica di coloro che in definitiva fanno affidamento unicamente sulle proprie forze”. La preghiera del pastore “si nutre e si incarna nel cuore del popolo di Dio. Porta i segni delle ferite e delle gioie della sua gente”. Un affidamento che “ci rende tutti liberi dal cercare o volere risposte facili, veloci o prefabbricate, permettendo al Signore di essere Lui (e non le nostre ricette e priorità) a mostrarci un cammino di speranza”. Dunque “riconosciamo la nostra fragilità, sì; ma permettiamo che Gesù la trasformi e ci proietti in continuazione verso la missione”.

Per mantenere il cuore coraggioso, il Papa osserva che non vanno trascurati due legami costitutivi. Il primo con Gesù. È l’invito a non trascurare “l’accompagnamento spirituale, avendo un fratello con cui parlare, confrontarsi, discutere e discernere il proprio cammino”. Il secondo legame è con il popolo: “Non isolatevi dalla vostra gente e dai presbiteri o dalle comunità. Ancora meno non rinchiudetevi in gruppi chiusi o elitari… un ministro coraggioso è un ministro sempre in uscita”. Il Papa chiede ai sacerdoti di “essere vicini a coloro che soffrono, per stare, senza vergogna, vicini alle miserie umane e, perché no, viverle come proprie per renderle eucaristia”. Di essere “artigiani di relazione e comunione, aperti, fiduciosi e in attesa della novità che il Regno di Dio vuole suscitare oggi”.

Lode
L’ultima parola proposta nella lettera è “lode”. È impossibile parlare di gratitudine e incoraggiamento senza contemplare Maria che “ci insegna la lode capace di aprire lo sguardo al futuro e di restituire speranza al presente”. Perché “guardare Maria è tornare a credere nella forza rivoluzionaria della tenerezza e dell’affetto”. Per questo – conclude il Papa – “se qualche volta ci sentiamo tentati di isolarci e rinchiuderci in noi stessi e nei nostri progetti proteggendoci dalle vie sempre polverose della storia, o se lamenti, proteste, critiche o ironia si impadroniscono del nostro agire senza voglia di combattere, di aspettare e di amare … guardiamo a Maria affinché purifichi i nostri occhi da ogni ‘pagliuzza’ che potrebbe impedirci di essere attenti e svegli per contemplare e celebrare Cristo che vive in mezzo al suo popolo”.

“Fratelli – sono le parole finali della lettera – ancora una volta, continuamente rendo grazie per voi … Lasciamo che sia la gratitudine a suscitare la lode e ci incoraggi ancora una volta alla missione di ungere i nostri fratelli nella speranza. Ad essere uomini che testimoniano con la loro vita la compassione e la misericordia che solo Gesù può donarci”.

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Il santo curato d’Ars

Posté par atempodiblog le 4 août 2019

Il santo curato d’Ars
Tratto da: Pellegrino a quattro ruote — Padre Livio Fanzaga
Fonte: Rivista In Camper, n.154 del 2013

Il santo curato d’Ars dans Fede, morale e teologia Santo-Curato-d-Ars

“IO TI INSEGNERÒ LA STRADA DEL CIELO”
[…] Il Santo Curato è stato proclamato “celeste patrono di tutti i parroci dell’universo” (1929) e un’immersione in quel frammento di cielo che, grazie a lui, è divenuto un anonimo villaggio di campagna, è una medicina corroborante di straordinaria efficacia. In un tempo in cui si discute sull’identità del sacerdote e sul significato della sua missione, che cosa di meglio che vedere questo sublime ideale incarnato nella vita di un parroco il quale, senza inventare nulla di straordinario, ha fatto quello che ogni sacerdote è chiamato a fare (S. Messa, Catechismo, Confessioni) con una tale forza di fede e di convinzione da attirare pellegrini anche dai paesi più lontani; mentre, dispiace dirlo, montava l’insofferenza e l’ostilità nei suoi confronti dei sacerdoti della regione. […]

“SEMBRAVA AVESSE SCELTO LA CHIESA COME DOMICILIO”
[…] Il Santo Curato ha compreso come pochi l’importanza della chiesa parrocchiale come centro propulsore della vita cristiana. Essa è il cuore che batte incessantemente e che tiene viva la fede a coloro che la frequentano, mentre richiama con la sua sola presenza quelli che la disertano. È strano, ma entrando in Ars ho avuto questa grazia di cogliere improvvisamente l’importanza della chiesa come dimora di Dio in mezzo a noi. Questo pensiero non mi era venuto neppure a Medjugorje, dove, per altro, la Madonna al riguardo aveva dato un messaggio particolare, nel quale diceva che “la Chiesa è la casa di Dio… dove Dio, che si è fatto uomo, sta dentro di essa giorno e notte”. S. Giovanni Maria Vianney attribuiva una grande importanza a tutto quello che si riferiva al culto divino e ben presto la piccola chiesa malandata della sua nuova parrocchia diviene l’oggetto di una ricostruzione energica.

[…] Qui si trova il campo di battaglia dove l’uomo di Dio, con una sapiente strategia, ha disposto le postazioni dalle quali lanciare i suoi strali micidiali contro la serpe infernale. Infatti, le cappelle laterali sono per lo più concepite in funzione del sacramento della penitenza che, per lo zelante sacerdote, era il momento della liberazione e della rinascita delle anime. I fedeli si preparavano alla confessione nella cappella dell’”Ecce Homo”, che il Curato aveva fatto ristrutturare nel 1834 per questo scopo, abbellendola con decorazioni che ricordano la passione di Gesù.

[…] Guardo con emozione quelle assi di legno sgualcito, dove un’antica stola color viola è lì ancora a testimoniare la presenza viva di quel guerriero di Dio. Il Cielo solo conosce le grandi battaglie dello spirito che lì sono state combattute e il numero delle anime strappate dalle fauci fameliche del dragone infernale.

Quasi a sostenerlo in questo epico duello ecco la cappella di S. Filomena, la santa che egli prediligeva e che era solito chiamare “la sua incaricata d’affari presso Dio”, e quella dedicata ai Santi Angeli, con le statue degli Arcangeli Michele e Gabriele e dell’Angelo custode che accompagna un’anima rappresentata da un bambino. L’aiuto più efficace egli lo aspetta però dalla Santa Vergine, nella cui cappella si trova il quadro che fece dipingere in occasione della consacrazione della parrocchia alla sua Immacolata Concezione. Successivamente, dopo l’apparizione della Medaglia Miracolosa nel 1830, compera una statua della Vergine di legno dorato e fa cesellare un cuore in argento dorato sul quale sono incisi tutti i nomi dei suoi parrocchiani. La Madonna, afferma il Santo Curato “è la mia più vecchia passione” e “l’ho amata prima ancora di conoscerla”.

Mi rendo conto, mentre mi muovo in quegli spazi ristretti, di leggere un trattato scritto dallo stesso dito di Dio sulla dignità e la missione del sacerdote. In particolare mi colpisce il rilievo dato alla confessione, dove S. Giovanni Maria Vianney vedeva la manifestazione della divina misericordia, che guarisce l’uomo da quel male assoluto che è il peccato.

“Se non fossi stato prete, non avrei mai saputo che cos’è il peccato… Non c’è che Dio che sappia cos’è il peccato”, affermava; poi precisava: “Non è il peccatore che ritorna a Dio per chiedergli perdono, ma è Dio che corre dietro al peccatore e lo fa ritornare a lui”. “Il Buon Dio – soleva ripetere – vuol farci felici e noi non lo vogliamo… Una persona che è nel peccato è sempre triste. Ha un bel darsi da fare, è disgustata, annoiata da tutto. Questi poveri peccatori saranno dunque sempre infelici, in questo mondo e nell’altro”. E tuttavia è l’infinito amore di Dio per le anime che non si stanca di sottolineare: “Quando il prete dà l’assoluzione – spiega – non bisogna pensare che a una sola cosa: che il sangue del Buon Dio scorre sulla nostra anima per lavarla e renderla bella com’era dopo il battesimo… Non si parlerà più di peccati perdonati. Sono cancellati, non esistono più… Non c’è niente che offenda tanto il Buon Dio come la mancanza di speranza nella sua misericordia”.

Mi chiedo se l’uomo d’oggi, apparentemente così evoluto rispetto a quei semplici contadini dell’Ottocento, voglia sentire parole diverse da queste. Il vangelo, quando è autentico, è eterno, dico a me stesso mentre guardo i due modesti ma efficacissimi pulpiti dai quali il Santo Curato si rivolgeva alla gente. Da quello più alto ogni domenica rivolgeva la parola ai fedeli, prendendo lo spunto per l’omelia dal vangelo del giorno. A quella gente che lavorava la campagna, amava parlare della bellezza della natura, invitandola a benedire e ad amare Dio creatore. Usava per i suoi uditori un linguaggio comprensibile, semplice e concreto, con immagini tratte dalla vita quotidiana, come quello delle parabole evangeliche. “Colui che non prega – disse una volta – è come una gallina o un tacchino che non può innalzarsi nell’aria. Se volano un po’, ricadono subito e, razzolando nella terra, vi affondano, vi si coprono e sembrano trarre piacere solo da questo”. Dall’altra parte del pulpito, sotto la nicchia della Vergine col Bambino, vi è la “cattedra del catechismo delle ore 11”, attorno alla quale ogni giorno facevano ressa i bambini della “Provvidenza” e i pellegrini.

Il confessionale e il pulpito dunque, ma soprattutto l’altare e il tabernacolo. È questa la triade entro la quale S. Giovanni Maria spendeva gran parte della sua giornata. Non si stancava di parlare della Santa Eucaristia e ne faceva accenno in tutte le lezioni dicatechismo. “Egli è là e vi ascolta”, diceva mentre si voltava verso il tabernacolo, con un’espressione che era ancora più eloquente delle sue parole. Quando recitava il breviario, di tanto in tanto lo vedevano guardare il tabernacolo col volto inondato di una gioia misteriosa.

“Invece di fare chiasso sui giornali, fatene alla porta del tabernacolo” affermò in un’occasione, e mi chiedo se questa raccomandazione non sia sufficiente a guarire la Chiesa da tutti i mali che la affliggono in questi tempi travagliati. Uno potrebbe sostare anche un giorno intero nello spazio angusto della vecchia chiesa di Ars senza affatto stancarsi e lì apprenderebbe assai più che durante un anno presso una facoltà di teologia. Così, infatti, avviene quando è lo Spirito che istruisce le anime.

LA CANONICA MUSEO
[…] “Oh, figli miei, – diceva ai suoi parrocchiani – com’è triste! Tre quarti dei cristiani lavorano solo per soddisfare questo cadavere che presto marcirà sotto terra. Mancano di spirito e di buon senso!” Filosofia estremamente realistica, che persino un ateo potrebbe sottoscrivere.

È interessante sottolineare al riguardo che il Santo Curato non era affatto un prete ignorante, come a volte si pensa, a causa delle difficoltà incontrate in seminario, soprattutto a causa del latino. Lo dimostra la sua notevole biblioteca ricca di 246 monumentali volumi, per metà ereditati da Don Balley, suo maestro. Egli aveva un grande interesse per la lettura e lo studio, vi dedicava tutto il tempo necessario per la preparazione delle sue omelie e per meditare sugli esempi dei santi.

Dalla camera alla chiesa e viceversa la sua giornata era tutta protesa alla ricerca della comunione con Dio e al suo servizio. In evidenza su un tavolo il breviario e il rosario con i quali alimentava la sua vita spirituale. Oggi le esigenze della vita moderna e la molteplicità degli impegni sembrano dettare ai sacerdoti altri ritmi e una diversa distribuzione del tempo.

In realtà S. Giovanni Maria Vianney ricorda a tutti i sacerdoti del mondo che senza preghiera rischiano di essere dei cembali squillanti. Essa è l’anima di ogni apostolato. “L’anima che smette di pregare muore di fame”, ammoniva. “Se all’inferno si potesse pregare – affermava – l’inferno non esisterebbe più”. Ma questo uomo di preghiera era anche santo dalle iniziative sociali. Lo dimostra, accanto alla canonica, un edificio sulla facciata del quale ancora oggi si legge l’iscrizione “La Providence”.

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Ad Assisi la Solennità del Perdono, la misericordia è l’urgenza di oggi

Posté par atempodiblog le 1 août 2019

Ad Assisi la Solennità del Perdono, la misericordia è l’urgenza di oggi
Giornata intensa ad Assisi dove alle 11 verrà celebrata la Messa con la processione di Apertura del Perdono. Padre Ceccobao, santuarista della Porziuncola, a Vatican News spiega il senso del Perdono ricordando che la misericordia è l’emergenza che alberga nel cuore dell’uomo
di Benedetta Capelli – Vatican News

Ad Assisi la Solennità del Perdono, la misericordia è l’urgenza di oggi dans Fede, morale e teologia La-Solennit-del-Perdono

Un Perdono che riconcilia con la parte più profonda di ogni uomo. Nella Porziuncola, spiegano i frati francescani, si vive ogni giorno questa esperienza intensa che trasforma la vita. E oggi, nel santuario dove il fraticello di Assisi chiese al Signore il Paradiso per tutti, così come nelle altre chiese francescane, si può chiedere l’indulgenza plenaria per riconciliarsi nel cuore e nello Spirito.

Il perdono, il miracolo di ogni giorno in Porziuncola
Domani l’arrivo della 39.ma Marcia Francescana, quest’anno sul tema “Al posto tuo”. Padre Simone Ceccobao, santuarista della Porziuncola, spiega il senso del Perdono di Assisi:

R. – Francesco in quella notte che a me piace chiamare “luminosa” – una notte di cielo – al Signore Gesù che gli era apparso in visione proprio in Porziuncola, rivolge queste parole, una richiesta audace: “Io ti chiedo, Signore Gesù, che qualunque uomo o donna giungerà qui in Porziuncola, pentito delle proprie colpe, possa fare esperienza sovrabbondante della misericordia, del perdono”. Queste sono le parole con le quali Francesco d’Assisi attrae ancora qui, oggi, ogni giorno, ogni anno, milioni di pellegrini. Queste parole di Francesco racchiudono un’urgenza: l’urgenza del perdono, l’urgenza della misericordia. Forse oggi sembra poco attuale parlare di perdono; forse oggi può sembrare più attuale parlare di fermezza, di sicurezza, di confini, perché forse oggi la misericordia e il perdono ci sembrano un amore poco affidabile. Invece Francesco ci suggerisce che la misericordia è l’emergenza che alberga nel cuore di ogni uomo. Credo che la festa del perdono nasca a partire da questa emergenza. Questa richiesta così forte e audace al Signore di Francesco d’Assisi, la compie dopo aver fatto un bagno di spine. Francesco vive due anni di crisi dolorose: le spine del dubbio, le spine della tentazione … Francesco dentro quelle spine vi si getta e vede che quelle spine, bagnate dal suo sacrificio, dal suo sangue, diventano rose. Ed è questo il miracolo che quotidianamente qui si realizza.

La Porziuncola viene anche definita una porta sempre aperta. È un perenne Giubileo della misericordia se vogliamo evocare Papa Francesco …
R. – Quello che si rispira, che si vive quotidianamente qui alla Porziuncola – come hai ben detto – è un perenne Giubileo della misericordia, perché ogni giorno entrano uomini e donne in un bagno di spine. Noi che ogni giorno lavoriamo in Porziuncola ci accorgiamo e viviamo, vediamo con i nostri occhi, un perdono sovrabbondante che esce dal cuore aperto del Padre e si riversa sulla vita dell’uomo e la fa nuova. Una fiducia ritrovata, una speranza ritrovata, come a dire che il peccato per quanto doloroso non ha l’ultima parola sulla vita perché l’ultima parola sulla nostra vita è l’amore, l’amore del Padre.

Papa Francesco queste parole le ripete molto spesso. Avete osservato, voi che siete lì ad accogliere i pellegrini, un cambiamento anche nel cuore dei lontani che si avvicinano incuriositi, spinti pure dall’insistenza di Papa sul perdono?
R. – Papa Francesco è stato il portavoce di questa emergenza di perdono. Ha compreso che le strutture portanti non solo della Chiesa, ma del mondo, sono più fragili senza misericordia, senza perdono. E questo messaggio è arrivato. Credo sia arrivato al cuore di tutti anche dei lontani. Una piccola esperienza che ho fatto qualche tempo fa confessando un pellegrino che non si accostava al sacramento della Riconciliazione da quasi vent’anni: dopo aver ricevuto l’assoluzione dei propri peccati, in lacrime, mi ha detto: “É questo che in tutto questo tempo non sapevo di cercare e qui l’ho trovato”. La misericordia è un linguaggio che parla per tutti. Non esiste cuore umano che non abbia desiderio di perdono. L’uomo è più a casa quando viene perdonato, quando riceve la misericordia e, soprattutto, l’uomo è più umano.

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A Medjugorje al via il Festival dei giovani. La sei giorni per “Seguire Gesù”

Posté par atempodiblog le 1 août 2019

A Medjugorje al via il Festival dei giovani. La sei giorni per “Seguire Gesù”
Oltre 50mila ragazzi da tutto il mondo hanno raggiunto la località della Bosnia per riflettere sul passo evangelico “Seguimi”, tema scelto per la 30esima edizione del Festival. Previsti gli interventi di numerosi vescovi e cardinali.
di Marco Guerra – Vatican News

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Una messa presieduta dal cardinale vicario del Papa per la diocesi di Roma, Angelo De Donatis, darà inizio questa sera al 30esimo “Festival dei giovani » di Medjugorje, in Bosnia-Erzegovina. L’evento si chiuderà martedì 6 agosto con un’altra celebrazione eucaristica celebrata da mons. Rino Fisichella, presidente del Pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione.

“Seguire Gesù” al centro delle catechesi
Le riflessioni di questa edizione del 2019 sono dedicate al passo evangelico “Seguimi” e il programma prevede catechesi, testimonianze, processioni, adorazioni che metteranno il messaggio di Cristo al centro della vita dei ragazzi. Sono attesi 50mila pellegrini guidati da 400 sacerdoti. L’iniziativa sarà trasmessa in streaming in diverse lingue grazie a sei telecamere, due spidercam e un drone. Per tutto il tempo del Festival è assicurata la traduzione simultanea in 18 lingue proprio per assicurare la piena partecipazione dei giovani provenienti da tutto il mondo.

Vescovi e cardinali parlano ai giovani
Il tema del Festival sarà approfondito grazie agli interventi di mons. Jose Rodriguez Carballo, segretario della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica; del nunzio apostolico in Bosnia-Erzegovina mons. Luigi Pezzuto; di mons. Dominique Rey, vescovo di Toulon in Francia; di mons. Giampaolo Crepaldi, vescovo di Trieste; di mons. Vlado Kosic, vescovo di Sisak (Croazia); del cardinale e arcivescovo di Sarajevo Vinko Puljic e del visitatore apostolico per la parrocchia di Medjugorje mons. Henryk Hoser.

Mons. Hoser: a Medjugorje i giovani ritrovano Dio
“Gesù mostra ai giovani la strada verso la verità”, ha detto a Vatican News mons. Henryk Hoser, parlando anche dei numerosi frutti portati dalla devozione per la Madonna di Medjugorje:

R. – Il passo evangelico scelto per questa edizione è un dialogo tra Gesù e un giovane, che gli chiede come vivere. Gesù gli dice di arrivare alla pienezza della comunione con Lui, e alla fine termina dicendo: “Seguimi, seguimi e troverai la vita della santità”.

Nel programma sono previste catechesi, testimonianze, processioni, adorazioni. Tutto questo evento serve a porre la figura di Cristo al centro della vita dei giovani?
R. – Sì, ovviamente. Gesù, che chiama questo giovane, si mostra come centro della vita, come maestro. E allora per i giovani è molto importante vivere in vicinanza con l’autorità, l’autorità assoluta, che mostra anche la strada sicura, la strada verso la verità.

Medjugorje continua a portare grandi frutti in termini di conversioni, vocazioni, e opere di bene. Questo luogo può rappresentare un faro per i giovani europei che si confrontano con l’odierna società dello scarto?
R. – Senza dubbio. Medjugorje è il luogo dove i giovani – ma tutti, non soltanto i giovani – ritrovano la strada che conduce a Dio, ritrovano un legame con Dio che si era perso, era stato dimenticato. E allora la conversione, che è al centro della spiritualità di Medjugorje, fa scoprire che Dio è nostro Padre, e noi siamo suoi figli. E allora questo legame tra padre e figli è costituito per vivere la pienezza dell’immagine di Dio nella nostra vita.

All’evento parteciperanno 50mila pellegrini guidati da 400 sacerdoti. Perché questa località nel cuore dei Balcani richiama tante persone? Perché tutti vogliono salire sulla collina del Podbrdo?
R. – Questo luogo è riconosciuto, perché quest’anno vi si svolge la trentesima edizione del Festival. Mi sembra quindi che questo Festival goda di una certa fama, i giovani vengono con gioia e vivono delle giornate molto intense e belle, molto luminose. Mi sembra che è diventata una sorta di tradizione che viene trasmessa da una generazione all’altra. A Medjugorje sviluppiamo il culto della Madonna, di Maria, soprattutto la sua vocazione di Regina della Pace, la pace del cuore umano, la pace familiare e sociale. E questo è importante soprattutto nei Balcani, che hanno vissuto una guerra terribile, fratricida. Ora, anche il nostro cuore ha bisogno di una pace interiore. E credo che il messaggio di Medjugorje trovi una grande eco nel cuore dei giovani.

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Il Preziosissimo Sangue, sovrabbondanza dell’Amore

Posté par atempodiblog le 2 juillet 2019

Il Preziosissimo Sangue, sovrabbondanza dell’Amore
Fin dall’antichità, Dio ha istruito gli uomini circa il valore del sangue. Il sangue degli animali nell’Antica Alleanza non poteva aprire le porte del Paradiso. A liberarci dalla schiavitù del peccato è stato invece il Sangue di Gesù, prezzo della nostra Redenzione. Dio ha voluto che il Figlio versasse il suo Sangue fino all’ultima goccia, per dimostrarci quanto abbia a cuore la nostra salvezza e suscitare anche in noi l’amore verso di Lui.
di Giorgio Maria Faré – La nuova Bussola Quotidiana

Il Preziosissimo Sangue, sovrabbondanza dell’Amore dans Fede, morale e teologia Corpo-e-Sangue-di-Ges
“Il sangue di Cristo è un formidabile scudo che ci libera dagli assalti del nemico, dalle tentazioni, dai rimorsi, dalle colpe, dal peccato, dal mondo, dalla morte, dall’Inferno” (San Gaspare del Bufalo).

Origine della festa
Le prime celebrazioni della festa del Preziosissimo Sangue si tennero a partire dal XVIII secolo nella chiesa di San Nicola in Carcere a Roma per onorare una reliquia lì custodita. Secondo la tradizione, quando il centurione colpì con la lancia il costato di Cristo, il Sangue e Acqua da esso scaturiti bagnarono un lembo del suo mantello. Il centurione, convertito, tagliò dal mantello il prezioso lembo e lo custodì. Esso fu tramandato di generazione in generazione fino a quando una famiglia nobile di Roma, nel 1708, ne fece dono alla chiesa di San Nicola.

Iniziò così la celebrazione annuale della festa del Preziosissimo Sangue nella prima domenica di giugno, limitatamente alla chiesa di San Nicola in Carcere. Nel 1808, centenario della donazione, il canonico Francesco Albertini fondò una pia associazione in onore del Preziosissimo Sangue. San Gaspare del Bufalo, uno dei suoi più stretti collaboratori, fondò nel 1815 la Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue.

L’istituzione della festa liturgica del Preziosissimo Sangue si deve all’ardore apostolico del Venerabile don Giovanni Merlini, Missionario del Preziosissimo Sangue e discepolo di San Gaspare. La sua saggezza e prudenza erano tanto note che perfino Papa Pio IX lo interpellava per avere consigli. Durante l’esilio di Pio IX a Gaeta fu proprio Merlini a predirgli la fine dell’esilio qualora avesse esteso la festa a tutta la Chiesa. Il Papa ottemperò e, con il decreto Redempti sumus del 10 agosto 1849, estese alla Chiesa universale la festa del Preziosissimo Sangue.

Pio X, successivamente, la fissò al 1° luglio e Pio XI la innalzò al grado di Solennità nel 1939. Paolo VI, con la riforma del Calendario entrata in vigore nel 1969, la unì alla festa del Corpus Domini, che da allora si celebra in tutta la Chiesa come “Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo”. Le congregazioni legate alla spiritualità del Sangue di Cristo celebrano ancora la solennità del Preziosissimo Sangue il 1° luglio e così pure il calendario liturgico della Forma straordinaria del Rito Romano.

Significato
Sebbene la festa liturgica sia relativamente recente, le origini di questa devozione sono molto remote, tanto da potersi dire che tutta la storia della Chiesa è la storia della devozione al Preziosissimo Sangue.

Fin dall’antichità, Dio ha istruito gli uomini circa il valore del sangue. Sono diverse le prescrizioni dell’Antico Testamento che sottolineano la preziosità del sangue a motivo del suo legame con la vita.[1] Nell’Antica Alleanza, i sacrifici di espiazione e di riparazione richiedevano lo spargimento di sangue degli animali immolati. Quando Dio sterminò i primogeniti d’Egitto, chiese di contrassegnare col sangue degli agnelli gli stipiti delle porte degli Israeliti.

Tuttavia, il sangue degli animali non poteva rimettere i peccati e aprire le porte del Regno eterno. Tali sacrifici erano solo prefigurazione del sacrificio pasquale dell’unico vero Agnello ed erano graditi a Dio solo in virtù del suo Preziosissimo Sangue.

Il Sangue di Cristo effuso sulla Croce ha avuto finalmente il potere di cancellare i peccati. “Dopo il sacrificio della Croce la sua espiazione e la nostra redenzione sono cosa acquisita definitivamente per l’eternità. Il suo sangue, veicolo della sua vita, purifica non soltanto il nostro corpo, ma la nostra stessa anima, il centro della nostra vita; distrugge in noi le opere di peccato, espia, riconcilia, sigilla e consacra la nuova alleanza e, una volta purificati, una volta riconciliati, ci fa adorare e servire Dio mediante un culto degno di lui”.[2]

“L’oggetto primario del culto al Preziosissimo Sangue è la persona adorabile di Gesù, l’oggetto secondario è il suo Sangue. Il motivo generale è come per il Sacro Cuore: la dignità divina di Cristo, a cui quel Sangue appartiene; mentre il motivo speciale del culto al Preziosissimo Sangue sta nel fatto che Dio ha voluto che quel Sangue fosse il prezzo della nostra redenzione”.[3]

“Per quanto siano gravi i vostri peccati, tutto dovete sperare dai meriti del Sangue Preziosissimo e dall’intercessione di Maria Santissima!”, predicava San Gaspare del Bufalo. Nelle sue missioni condotte in tutta Italia per restaurare la fede dopo le persecuzioni napoleoniche, san Gaspare insegnava che il Sangue di Cristo non solo ci ha riscattati, ma che è anche il prezzo di ogni grazia divina. Egli affermava che la devozione al Preziosissimo Sangue avrebbe salvato gli uomini dai castighi meritati per i peccati commessi. Celebre è la sua giaculatoria: “Eterno Padre, io vi offro il Sangue Preziosissimo di Gesù Cristo in isconto dei miei peccati, per i bisogni della Santa Chiesa, in suffragio delle anime del Purgatorio”.

Citando le parole dell’Apocalisse, “essi lo hanno vinto per il sangue dell’Agnello” (Ap 12, 11), San Gaspare sottolineava che la devozione al Preziosissimo Sangue è l’arma più potente per vincere le tentazioni del diavolo, perché il Sangue dell’Agnello di Dio ha già vinto il potere di satana. Il Sangue di Cristo è l’armatura della quale ricoprirsi per essere protetti da Dio. “La devozione al sangue di Cristo – scriveva – apre le porte della divina misericordia; se i popoli ritornano nelle braccia della misericordia e si mondano nel sangue di Gesù Cristo, tutto il rimanente facilmente si accomoda”.[4]

La solennità del Preziosissimo Sangue, pur rimandando strettamente al sacrificio del Golgota, non ha carattere penitenziale: in questo giorno non siamo chiamati a unirci con mestizia alla Passione, bensì a celebrare con esultanza il trionfo di Cristo che con l’efficacia del suo Sangue opera la nostra redenzione. Il Sangue sparso non è sinonimo di morte ma di vita, fonte di speranza per ogni peccatore, che abbeverandosi a questa sorgente può purificarsi e tornare a Dio.

La liturgia della Forma straordinaria nella solennità del Preziosissimo Sangue prevede lo stesso Vangelo della solennità del Sacro Cuore; questo perché, come spiega Dom Prosper Guéranger: “C’è un’intima relazione tra il Cuore e il Sangue, non solo perché dal Cuore di Gesù, trafitto dalla lancia, sgorgò acqua e Sangue, ma anche perché il primo calice nel quale quel Sangue Divino fu consacrato e vivificato, fu proprio il Cuore del Verbo incarnato”.[5]

Così come nel giorno del Sacro Cuore siamo nuovamente chiamati a meditare la sovrabbondanza dell’amore di Dio: la Redenzione avrebbe potuto avere luogo anche senza Incarnazione, oppure solo tramite le prime lacrime di Gesù Bambino, o grazie al valore infinito di ciascuna delle gocce di sangue versate all’atto della sua circoncisione. Eppure Dio ha deciso l’immolazione totale del suo Figlio, lo spargimento di tutto il suo Sangue fino all’ultima goccia. Non finiremo mai di meditare l’infinita Bontà di Dio che ha voluto a tal punto dimostrarci quanto abbia a cuore la nostra salvezza per suscitare anche in noi l’amore verso di Lui.


[1] Cfr. ad esempio Dt 12, 23.

[2] Dom Paul Delatte, Epîtres de Saint Paul, II, 388.

[3] Dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico.

[4] San Gaspare del Bufalo, Scritti spirituali.

[5] Dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico.

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Una fatica preziosa

Posté par atempodiblog le 28 juin 2019

Una fatica preziosa
Nella festa del Sacratissimo Cuore di Gesù la Giornata di santificazione sacerdotale
di Nicola Gori – L’Osservatore Romano

A colloquio con il cardinale Stella
Ogni anno, nella solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, si celebra la Giornata di santificazione sacerdotale, legata alla figura di padre Mario Venturini, che dedicò la sua vita e il suo apostolato alla santificazione del clero e fondò, nel 1926, la congregazione di Gesù Sacerdote. Ne parla il cardinale Beniamino Stella, prefetto della Congregazione per il clero, in quest’intervista a «L’Osservatore Romano»

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Eminenza, per la Giornata mondiale di santificazione sacerdotale di quest’anno, la Congregazione per il clero ha pensato di proporre alle diocesi un tempo di riflessione sulle omelie delle messe crismali di Papa Francesco, recentemente pubblicate. Qual è il senso di questa scelta?
La Giornata mondiale di santificazione sacerdotale rappresenta un’importante occasione di approfondimento, di preghiera, ma anche di condivisione fraterna tra i sacerdoti. Quest’anno, durante la messa crismale celebrata in San Pietro, il 18 aprile scorso, Papa Francesco ha desiderato fare dono ai sacerdoti di un libretto intitolato La nostra fatica è preziosa per Gesù, che raccoglie le sette omelie rivolte ai preti durante le messe crismali celebrate dall’inizio del pontificato. Si tratta di messaggi particolarmente intensi, che il Santo Padre ha voluto indirizzare ai preti con affetto e con tenerezza, proprio come un padre fa con i figli, e che si rivolgono alle fatiche apostoliche dei sacerdoti, indicando loro un orizzonte spirituale e pastorale per la missione. Rileggendole oggi, si può cogliere come da questo magistero dedicato ai preti emerga un vero e proprio profilo sacerdotale, che è possibile rinvenire già nell’omelia della prima messa crismale presieduta da Papa Francesco, il 28 marzo 2013: «Il sacerdote celebra caricandosi sulle spalle il popolo a lui affidato e portando i suoi nomi incisi nel cuore».

È una bella immagine, che ritrae il sacerdote come pastore del popolo di Dio. Cosa è richiesto ai preti, oggi, per vivere secondo questo profilo?
Papa Francesco ha spesso insistito sullo specifico della chiamata sacerdotale, che consegna al prete l’impegno di essere un pastore a immagine del Cristo; in particolare, nelle omelie delle messe crismali ha messo in evidenza che il pastore è unto dallo Spirito per ungere, a sua volta, la vita di coloro che gli sono stati affidati, con la gioia del Vangelo e la consolazione dell’amore di Dio. Nella recente omelia per la messa crismale di quest’anno, commentando il vangelo di Luca, Papa Francesco ha evidenziato i quattro gruppi cui era destinata, in modo preferenziale, l’unzione del Signore, cioè i poveri, i prigionieri, i ciechi e gli oppressi; così come Gesù mostrava loro vicinanza e si faceva carico della loro situazione — ha affermato il Santo Padre — così anche noi «non dobbiamo dimenticare che i nostri modelli evangelici sono questa “gente”, questa folla con questi volti concreti, che l’unzione del Signore rialza e vivifica. Essi sono coloro che completano e rendono reale l’unzione dello Spirito in noi, che siamo stati unti per ungere». Si tratta di un’unzione che richiede l’offerta della propria vita, cioè — per riprendere le parole del Papa — «ungiamo distribuendo noi stessi, distribuendo la nostra vocazione e il nostro cuore». In tal senso, con la sobrietà e l’umiltà della loro vita, poi — e riprendo una delle intenzioni dell’Apostolato della preghiera di questo mese — sono chiamati a impegnarsi in un’attiva solidarietà verso i più poveri, diventando così un segno vivo della presenza di Cristo, che offre la vita per il suo popolo. Quando un sacerdote vive così, la bussola del suo cuore punta su questi due amori: Dio e il popolo. Egli non è attaccato a se stesso né alle cose di questo mondo, ma, anzi, attraverso la povertà, la castità e l’obbedienza, in fondo esprime questa libertà interiore che lo fa essere per gli altri, senza legare niente e nessuno a sé. Mi ha colpito, al riguardo, l’omelia che Papa Francesco ha pronunciato sabato 15 giugno, per le esequie del nunzio in Argentina, monsignor Léon Kalenga Badikebele; il Papa ha parlato del «congedo del pastore», cioè del sano distacco «di chi è abituato a non essere attaccato ai beni di questo mondo, a non essere attaccato alla mondanità», di colui che si congeda per affidare ad altri la prosecuzione del cammino «come se dicesse: “vegliate su voi stessi e su tutto il gregge”. Vegliate, lottate; siete adulti, vi lascio soli, andate avanti». Ecco, la vita del sacerdote è un respiro di libertà, nel quale ci si consegna a Dio e ogni giorno si compiono passi di congedo prima dell’incontro finale con il Signore. Certamente, si tratta di una missione non sempre facile, sia a motivo della complessità dei contesti sociali e culturali odierni che per il fatto di esigere una stabile maturità psico-affettiva, una robusta capacità interiore nel fronteggiare le fatiche e le difficoltà, un tratto relazionale di serenità e autenticità e, naturalmente, una solida spiritualità radicata nella relazione personale con Gesù e la sua parola.

Questa base umana e spirituale di partenza viene raccomandata anche nella “Ratio fundamentalis” e appartiene soprattutto alla fase iniziale della formazione. Poi, lungo il cammino, insorgono talvolta numerose difficoltà. Quali sono gli ostacoli più importanti per il prete, oggi?
Direi, anzitutto, che proprio pensando alle contrarietà e agli impedimenti che si affacciano sul percorso di vita sacerdotale, il dicastero ha voluto proporre le omelie delle messe crismali, che si caratterizzano come messaggi aderenti alla realtà e a ciò che i sacerdoti sperimentano nel ministero e nel più profondo del loro cuore. A questo proposito, mi permetterei di dire: leggiamo e meditiamo ciò che il Papa dice e scrive e non ciò che, talvolta, i mezzi di comunicazione lasciano passare, spesso evidenziando aspetti secondari o estraendo dal contesto qualche frase che possa servire a creare un effetto da scoop; se ci si accosta con orecchio attento alla parola dal Papa si coglie un’accorata e sofferta attenzione del pastore verso le fatiche dei sacerdoti e l’amore con cui egli desidera accompagnarli. Per esempio, alla stanchezza del prete Papa Francesco ha dedicato parole davvero preziose, che ristorano il cuore dei sacerdoti i quali incontrano, soprattutto oggi, difficoltà di vario genere. Essi vivono infatti l’affaticamento per le attività apostoliche, ma anche quella che il Santo Padre ha definito «la stanchezza della speranza», che appesantisce il cuore e lo fa diventare — per usare un’immagine biblica — come una cisterna screpolata. Gli ostacoli sono tanti; in certi contesti l’avanzata del secolarismo rende irrilevante la fede e la predicazione del Vangelo; in altri, le comunità cristiane subiscono la violenza della persecuzione; i mutamenti sociali e culturali degli ultimi anni hanno ridimensionato il peso per così dire sociale della Chiesa e, se ciò la spoglia dalla pretesa dell’egemonia e la restituisce alla semplicità del Vangelo, è altrettanto vero che ne rende più difficile la missione, e richiede continui aggiornamenti di pensiero, di linguaggi e di presenza nel mondo. A questi ambiti, diciamo per lo più sociologici, si aggiungono quelli della vita personale e spirituale del sacerdote: le crisi che egli attraversa nei cambiamenti d’età, le incomprensioni, gli scoraggiamenti, talvolta la fatica della relazione col vescovo e con i confratelli, l’aridità nella vita di preghiera. Si tratta di aspetti che possono indebolire il vigore del cammino, su cui vale la pena di soffermarsi insieme, facendoli diventare non solo temi di discussione, ma anche spazi di condivisione all’interno dei presbiterii diocesani.

A proposito delle fatiche dei sacerdoti, Papa Francesco, parlando di recente all’assemblea dei vescovi italiani, ha affermato che «i sacerdoti si sentono continuamente sotto attacco mediatico» oppure «sono condannati a causa di alcuni errori e reati di alcuni loro colleghi».
Naturalmente, la costellazione di fatti che si riferiscono alle miserie di alcuni preti, ripresa e talvolta sottolineata dai media, non può che creare sconcerto nei fedeli e nell’opinione pubblica. Tuttavia, il rischio è che oggi si assolutizzi il dato negativo e lo si generalizzi frettolosamente, associando la figura e lo stesso vocabolo “prete” a un profilo ambiguo, o addirittura oscuro. In realtà, però, nella Chiesa la stragrande maggioranza dei sacerdoti opera offrendo generosamente la propria vita, impiegando le migliori energie per l’annuncio del Vangelo e per la cura del popolo di Dio, e spendendosi accanto alle persone in difficoltà, ai giovani, agli anziani, agli ammalati, ai poveri. Mi ha colpito il video-messaggio che Papa Francesco ha voluto fare qualche giorno fa per lanciare una preghiera — in questo mese di giugno — per i sacerdoti, affermando: «Molti si mettono in gioco fino alla fine offrendosi con umiltà e gioia. Sono sacerdoti vicini disposti a lavorare sodo per tutti. Rendiamo grazie per il loro esempio e la loro testimonianza». Sono preti che lavorano quotidianamente nel silenzio, talvolta nell’incomprensione o chiamati a fare i conti con la solitudine e con l’apparente infruttuosità del loro ministero; come ha raccomandato Papa Francesco, questi sacerdoti hanno bisogno di vicinanza, di ascolto, di accompagnamento, anzitutto da parte del vescovo, ma — vorrei dire — in generale da parte del proprio presbiterio, delle comunità cristiane e delle famiglie.

In che modo la comunità cristiana può accompagnare e sostenere il cammino dei sacerdoti?
Ci sono tanti suggerimenti e diversi consigli e vie da seguire per contrastare gli errori e gli scandali; tuttavia, sento di poter dire che il primo antidoto dovrebbe essere quello di far sentire amati i nostri sacerdoti, di abitare con affetto e discrezione le loro solitudini, di non giudicarli in modo spietato, di non farli sentire sotto pressione esigendo che siano quasi come delle “macchine” distributrici di servizi sacri e, soprattutto, di voler loro un bene sincero. A essi dobbiamo mostrare gratitudine e sostegno, e il primo modo per farlo, probabilmente, è amarli con semplicità e tenerezza. Al riguardo, proprio in questi giorni, inaugurando un’importante struttura terapeutica presso l’ospedale Francesco Miulli di Acquaviva delle Fonti in Puglia, in presenza di autorità e di una bella comunità di laici rappresentativi, ho voluto ricordare — come spesso faccio — l’importanza dell’amore per i sacerdoti, del sostegno spirituale e morale nel loro ministero e della necessità di capirne le fragilità e di perdonare loro qualche momento di oscurità e di scoraggiamento. Assicuro che fa tanto bene ai sacerdoti sentire, per esempio, una parola di lode delle loro omelie o del buon esito di qualche celebrazione particolare come le Prime Comunioni o, ancora, del successo che proprio in questa stagione estiva può avere l’attività con i ragazzi come il Grest. Fa un grande bene ai sacerdoti di sentire che dentro della loro umana debolezza c’è chi li accompagna con la preghiera, con il riconoscimento del loro servizio e con l’incoraggiamento a non desistere nelle prove e nelle difficoltà. Questa Giornata di santificazione del clero, perciò, sia occasione di preghiera perché il Cuore Sacro di Gesù, sorgente e rifugio di ogni esistenza sacerdotale, accompagni i passi dei sacerdoti con la potenza della grazia divina.

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Sacro Cuore di Gesù/ Si celebra oggi 28 giugno l’amore offerto da Dio all’uomo

Posté par atempodiblog le 28 juin 2019

Sacro Cuore di Gesù/ Si celebra oggi 28 giugno l’amore offerto da Dio all’uomo
Sacro Cuore di Gesù, si celebra oggi 28 giugno il grande amore offerto dal figlio di Dio agli uomini per i quali è venuto sulla terra e dai quali è stato crocefisso.
di Matteo Fantozzi – Il Sussidiario

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La storia che è strettamente legata al culto del Sacro Cuore di Gesù è quella che rispecchia un legame indissolubile tra la Chiesa e l’amore incondizionato che Gesù ha offerto agli uomini, offrendosi in sacrificio sulla croce. Un’amore che continua anche dopo tutti i peccati che gli essere umani continuano a compiere nella vita di tutti i giorni. Il culto del Sacro Cuore di Gesù oggi è una realtà che come secoli addietro è strettamente collegato alla possibilità dell’uomo di redimersi attraverso l’amore di Dio. Storicamente vi sono differenti testimonianze che dimostrano che già nel medioevo vi era una forma di adorazione del Sacro Cuore. Ma a darle concretezza e istituzionalizzazione vi furono quattro apparizioni di Gesù alla santa Margherita Alacoque, che iniziarono nella notte del 27 dicembre del 1673. Gesù appare con il mano il cuore, folgorante di luce e con una croce posizionata al centro. La figura del Salvatore presenta i segni delle stigmate che sono a loro volta avvolti nelle fiamme. Le visioni si susseguirono nel 1674 e si conclusero con quella del 16 giugno del 1675 nel quale Gesù non solo espresse il suo dolore per i peccati e i comportamenti empi dei fedeli, ma invitò Margherita Alacoque a istituire una festa in onore del Sacro Cuore, il venerdì dopo l’ottava del Corpus Domini. In questo modo ha origine la festività con le due prime consacrazioni che si ebbero nel 1685 e 1686 presso il Monastero di Paray-le-Monial. In poco tempo il luogo divenne meta di culto e molte congregazioni si svilupparono intorno alla visione della santa Margherita.

Nei secoli la festa inizialmente fu osteggiata da alcuni Papi e considerata per certi aspetti una forma di idolatria. Ma la diffusione del culto e l’aumento dei fedeli che ogni anno si recavano presso il convento, spinse nel 1856 Papa Pio IX a rendere universale la festività per tutta la chiesa cattolica. Fu stabilito così che la ricorrenza sarebbe caduta il terzo venerdì dopo la Pentecoste. L’ufficializzarsi del culto ha portato alla diffusione di cappelle, oratori e chiese in onore del Sacro Cuore di Gesù sparse in tutto il mondo cattolico.

Sacro Cuore di Gesù, come si festeggia l’evento
In base al calendario liturgico, la festa del Sacro Cuore di Gesù nel 2019 cade il 28 giugno. È un momento molto importante per la chiesa dato che nella sua celebrazione si sottolinea quel legame di amore che è il fondamento del mondo cristiano. Inoltre durante la festività viene celebrata anche la Gionata di santificazione sacerdotale. In ogni chiesa nella giornata di venerdì vengono celebrate messe in onore della Sacro Cuore, con le Litanie del Sacro Cuore.

Parigi: la Basilica di Montmartre
Tra i tanti luoghi che ricordano la festività del Sacro Cuore di Gesù vi è Parigi. La capitale francese nei secoli si è sempre caratterizzata tra un connubio di esoterismo e religiosità. Camminando tra gli ampi viali si rimane colpiti dalla bellezza estetica dei palazzi, dall’equilibrio di ogni singola via che si innesta in una ramificazione di strade e vicoli caratterizzati per essere un mondo intriso di cultura. Le chiese dalle guglie sottili e che puntano verso il cielo, simbolo delle prime forme di gotico, risaltano in ogni angolo della città. Ma se si guarda verso la collina di Montmartre si rimase piacevolmente impressionati da una costruzione, per certi aspetti più moderna e con tre cupole che risplendono alla luce del sole. Sulla collina più alta della città sorge infatti la Basilica del Sacro Cuore la cui costruzione iniziò nel 1873. Anche in essa si nota il connubio di una città che ha sempre voluto ricordare la sua storia, ma senza dimenticare la fede. La chiesa infatti fu edificata per rendere omaggio ai caduti francesi durante la guerra franco-prussiana e per questo dedicata al Sacro Cuore di Gesù.

Gli altri Santi di oggi
Il 28 giugno la Chiesa Cattolica ricorda i seguenti Santi e beati: San Giovanni Southwouth; Santa Lucia Wang Cheng; Santa Maria Du Zhaozhi; San Paolo I; Beata Maria Pia Mastena e Beato Eimerardo.

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Benedetto XVI: il Papa è uno, Francesco. L’unità è più forte delle divisioni

Posté par atempodiblog le 28 juin 2019

Benedetto XVI: il Papa è uno, Francesco. L’unità è più forte delle divisioni
Il Papa emerito ricorda, in una intervista, che la storia della Chiesa è sempre stata attraversata da lotte interne e scismi: ma l’unità deve sempre prevalere
Tratto da: Vatican News

Benedetto XVI: il Papa è uno, Francesco. L'unità è più forte delle divisioni dans Articoli di Giornali e News Papa-emerito-Benedetto-XVI-e-Papa-Francesco

“L’unità della Chiesa è sempre in pericolo, da secoli. Lo è stata per tutta la sua storia. Guerre, conflitti interni, spinte centrifughe, minacce di scismi. Ma alla fine ha sempre prevalso la consapevolezza che la Chiesa è e deve restare unita. La sua unità è sempre stata più forte delle lotte e delle guerre interne”. E’ la certezza di Benedetto XVI che a tutti ricorda: “Il Papa è uno, Francesco”.

Il suo assillo per l’unità della Chiesa si fa ancora più forte in questi nostri tempi, in cui i cristiani appaiono spesso divisi sulla pubblica piazza e si confrontano anche con toni accesi, magari utilizzando in modo assolutamente improprio lo stesso nome di Ratzinger. Le parole di Benedetto sono riportate dal Corriere della Sera, che pubblica sul suo settimanale un colloquio col Papa emerito.

Unità nelle diversità
Sono parole che rimandano al grande impegno a rafforzare la comunione ecclesiale che ha caratterizzato tutto il pontificato di Benedetto XVI, fino all’ultimo giorno del suo ministero petrino: “Rimaniamo uniti, cari Fratelli” – aveva detto nel suo ultimo discorso ai cardinali il 28 febbraio 2013 – in “questa unità profonda” dove le diversità – espressione della Chiesa universale – concorrano sempre alla superiore e concorde armonia” e “così serviamo la Chiesa e l’intera umanità”. E aveva assicurato la sua preghiera per l’elezione del suo successore: “Che il Signore vi mostri quello che è voluto da Lui. E tra voi, tra il Collegio Cardinalizio, c’è anche il futuro Papa al quale già oggi prometto la mia incondizionata reverenza ed obbedienza”.

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Giubileo lauretano. Mons. Dal Cin: occasione per rinsaldare l’amore per la Madre del Cielo

Posté par atempodiblog le 24 juin 2019

Giubileo lauretano. Mons. Dal Cin: occasione per rinsaldare l’amore per la Madre del Cielo
bIl delegato pontificio di Loreto: “Riguarderà tutti i viaggiatori in aereo e sarà l’occasione per riscoprire la Santa Casa come simbolo antropologico universale”. Ad aprire la Porta Santa sarà il cardinale Segretario di Stato Vaticano, Pietro Parolin
di Federico Piana – Vatican News

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“Una grande occasione per rinsaldare i vincoli di devozione verso la Madre del Cielo”. Il commento alla notizia della concessione del Giubilo lauretano da parte di Papa Francesco, per i cento anni dalla proclamazione della Madonna di Loreto come patrona dei viaggiatori in aereo, arriva da mons. Fabio Dal Cin, arcivescovo delegato pontificio di Loreto

Giubileo per tutti i viaggiatori in aereo
“E’ una bella notizia perché non riguarda solo gli appartenenti all’Aeronautica Militare ma a tutti i viaggiatori in aereo” precisa. E, guardando alla storia, aggiunge: “I reduci della prima Guerra mondiale chiesero al Pontefice del tempo di ottenere una protezione particolare da Maria. I primi aerei, all’epoca, venivano chiamati ‘chiese volanti’ e allora il pensiero si soffermò sulla Santa Casa di Loreto che secondo la tradizione arrivò qui in volo da Nazareth. Affidare alla Madonna di Loreto quanti salivano su un velivolo fu, dunque, del tutto naturale”. Il Giubileo si svolgerà a partire da domenica 8 dicembre 2019, solennità dell’Immacolata Concezione, e si concluderà il 10 dicembre del 2020.

La Porta Santa sarà aperta dal cardinale Parolin
“L’ 8 dicembre ci sarà l’apertura della Porta Santa presieduta dal Segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin” annuncia mons. Dal Cin. Che anticipa qualche dettaglio sul programma, ancora in costruzione: “In questi giorni, si stanno vagliando una serie d’iniziative coinvolgendo sia l’Aeronautica Militare sia tutti gli altri organismi di viaggiatori aerei. Si seguiranno alcune date significative per l’Aeronautica e le varie feste dell’anno liturgico perché l’anno giubilare è innanzitutto grazia, preghiera e conversione”.

Riscoprire la devozione alla Madonna di Loreto
Il Giubileo lauretano sarà l’occasione per riscoprire la devozione alla Madonna di Loreto. Ma non solo. “Offre anche l’opportunità – dice mons. Dal Cin – per conoscere a fondo l’originalità del santuario. Che ha al suo fondamento non un’apparizione o un’immagine prodigiosa ma una casa. La Santa Casa è elemento religioso, perché è il luogo dove è nata e cresciuta Maria, dove ha abitato la Santa Famiglia. Ma è anche un elemento di forte simbolismo antropologico universale: richiama i valori, le radici, che ogni uomo porta con sé. Simbolicamente, è la grande casa del mondo intero”.

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Nel mosaico il mistero di Gesù, vero Pane di vita

Posté par atempodiblog le 23 juin 2019

Nel mosaico il mistero di Gesù, vero Pane di vita
Tra gli splendidi mosaici della basilica ravennate di Sant’Apollinare Nuovo ce n’è uno che raffigura la moltiplicazione dei pani e dei pesci. La composizione si basa su una precisa simmetria il cui perno è la figura centrale di Cristo, nell’atto di consegnare i pani e i pesci ai discepoli che li distribuiranno alla folla. L’artista sceglie di rappresentare quattro pani nonostante il Vangelo ne citi cinque. Perché è Gesù il vero Pane di vita.
di Margherita del Castillo – La nuova Bussola Quotidiana

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Moltiplicazione dei pani e dei pesci, Ravenna – Basilica di Sant’Apollinare Nuovo

Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla (Lc 9, 16)

Quando Teodorico, re degli Ostrogoti, conquistò Ravenna nel 493 d. C. estromettendo Odoacre, re degli Eruli, dal dominio sull’Italia, tra le varie opere di ristrutturazione che promosse nella capitale del suo regno ci fu l’erezione della cappella palatina ovvero la chiesa destinata alla corte. Consacrata al culto ariano, passò ai cattolici sotto il governo di Giustiniano che l’intitolò a San Martino di Tours, difensore della fede. Solo nel IX secolo, quando vi traslarono  le reliquie del protovescovo Apollinare, assunse il titolo attuale di Sant’Apollinare Nuovo. Come tutte le chiese di Ravenna del periodo imperiale, è decorata con preziosi mosaici che rivestono interamente, su tre fasce distinte, la superficie delle pareti della navata centrale.  

Il registro superiore è occupato da episodi della vita di Cristo, relativi alla Passione sul lato meridionale, dedicati a parabole e miracoli sul fronte opposto. Da questa parte, dopo l’episodio delle Nozze di Cana, al fedele che contempla tanto splendore, è presentata la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Le figure, disegnate con tessere policrome di pasta vitrea, spiccano sul fondo dorato, interrotto, agli estremi del riquadro, da rocce di vegetazione che, insieme alle ombre, intendono conferire realismo al racconto.

Il modello iconografico cui si rifece l’anonimo mosaicista bizantino, o ravennate, furono, sicuramente, analoghe scene riprodotte su sarcofagi paleocristiani. La composizione si basa su una precisa simmetria il cui perno è la figura centrale di Cristo, giovane e imberbe, il capo circondato da un nimbo crucisignato, vestito di una tunica e un manto purpurei, simbolo della Sua gloria futura. È ritratto in posizione perfettamente frontale, nell’atto di stendere le braccia, a destra e a sinistra, per consegnare i pani e i pesci ai discepoli che li distribuiranno alla folla.

Cristo assume la posa che avrà sulla croce, già rappresentando col Suo corpo il cibo che solo può nutrire l’uomo, rivelando il senso ultimo della fame di coloro che lo avevano seguito nel deserto per ascoltarLo. In questo mosaico, l’artista sceglie di rappresentare quattro pani là dove il Vangelo ne cita cinque, perché è Gesù il vero Pane di vita. Non a caso a Ravenna questo episodio evangelico è rappresentato di fronte a quello dell’Ultima Cena, rimandando entrambi all’Eucarestia.

Gli apostoli compaiono a coppie. Due di loro, Pietro e Andrea, alla sinistra di Gesù, sono riconoscibili dalle capigliature: bianca quella di Pietro, con tanto di barba come di consueto, scarmigliata quella di suo fratello. Gesù affida loro i pesci mentre porge i pani a due uomini che, forse, si possono identificare con Giacomo e Giovanni. Tutti hanno le mani velate, assecondando il cerimoniale di corte presso cui nulla si offriva all’imperatore a mani nude.

La presenza dei discepoli non è scontata né secondaria: è attraverso di loro, infatti, che Gesù può raggiungere e soccorrere l’umanità affamata.

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Santa Giuliana di Liegi e l’istituzione della solennità del Corpus Domini

Posté par atempodiblog le 22 juin 2019

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 17 novembre 2010
 

Santa Giuliana di Liegi e l'istituzione della solennità del Corpus Domini dans Fede, morale e teologia Benedetto-XVI

[Video]

 

Santa Giuliana di Cornillon

Santa-Giuliana-di-Liegi dans Misericordia

Cari fratelli e care sorelle,

anche questa mattina vorrei presentarvi una figura femminile, poco nota, a cui la Chiesa però deve una grande riconoscenza, non solo per la sua santità di vita, ma anche perché, con il suo grande fervore, ha contribuito all’istituzione di una delle solennità liturgiche più importanti dell’anno, quella del Corpus Domini. Si tratta di santa Giuliana di Cornillon, nota anche come santa Giuliana di Liegi. Possediamo alcuni dati sulla sua vita soprattutto attraverso una biografia, scritta probabilmente da un ecclesiastico suo contemporaneo, in cui vengono raccolte varie testimonianze di persone che conobbero direttamente la Santa.

Giuliana nacque tra il 1191 e il 1192 nei pressi di Liegi, in Belgio. E’ importante sottolineare questo luogo, perché a quel tempo la Diocesi di Liegi era, per così dire, un vero “cenacolo eucaristico”. Prima di Giuliana, insigni teologi vi avevano illustrato il valore supremo del Sacramento dell’Eucaristia e, sempre a Liegi, c’erano gruppi femminili generosamente dediti al culto eucaristico e alla comunione fervente. Guidate da sacerdoti esemplari, esse vivevano insieme, dedicandosi alla preghiera e alle opere caritative.

Rimasta orfana a 5 anni, Giuliana con la sorella Agnese fu affidata alle cure delle monache agostiniane del convento-lebbrosario di Mont-Cornillon. Fu educata soprattutto da una suora, di nome Sapienza, che ne seguì la maturazione spirituale, fino a quando Giuliana stessa ricevette l’abito religioso e divenne anche lei monaca agostiniana. Acquisì una notevole cultura, al punto che leggeva le opere dei Padri della Chiesa in lingua latina, in particolare sant’Agostino, e san Bernardo. Oltre ad una vivace intelligenza, Giuliana mostrava, fin dall’inizio, una propensione particolare per la contemplazione; aveva un senso profondo della presenza di Cristo, che sperimentava vivendo in modo particolarmente intenso il Sacramento dell’Eucaristia e soffermandosi spesso a meditare sulle parole di Gesù: “Ecco io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).

A sedici anni ebbe una prima visione, che poi si ripeté più volte nelle sue adorazioni eucaristiche. La visione presentava la luna nel suo pieno splendore, con una striscia scura che la attraversava diametralmente. Il Signore le fece comprendere  il significato di ciò che le era apparso. La luna simboleggiava la vita della Chiesa sulla terra, la linea opaca rappresentava invece l’assenza di una festa liturgica, per l’istituzione della quale era chiesto a Giuliana di adoperarsi in modo efficace: una festa, cioè, nella quale i credenti avrebbero potuto adorare l’Eucaristia per aumentare la fede, avanzare nella pratica delle virtù e riparare le offese al Santissimo Sacramento.

Per circa vent’anni Giuliana, che nel frattempo era diventata la priora del convento, conservò nel segreto questa rivelazione, che aveva riempito di gioia il suo cuore. Poi si confidò con altre due ferventi adoratrici dell’Eucaristia, la beata Eva, che conduceva una vita eremitica, e Isabella, che l’aveva raggiunta nel monastero di Mont-Cornillon. Le tre donne stabilirono una specie di “alleanza spirituale”, con il proposito di glorificare il Santissimo Sacramento. Vollero coinvolgere anche un sacerdote molto stimato, Giovanni di Losanna, canonico nella chiesa di San Martino a Liegi, pregandolo di interpellare teologi ed ecclesiastici su quanto stava loro a cuore. Le risposte furono positive e incoraggianti.

Quello che avvenne a Giuliana di Cornillon si ripete frequentemente nella vita dei Santi: per avere la conferma che un’ispirazione viene da Dio, occorre sempre immergersi nella preghiera, saper attendere con pazienza, cercare l’amicizia e il confronto con altre anime buone, e sottomettere tutto al giudizio dei Pastori della Chiesa. Fu proprio il Vescovo di Liegi, Roberto di Thourotte, che, dopo iniziali esitazioni, accolse la proposta di Giuliana e delle sue compagne, e istituì, per la prima volta, la solennità del Corpus Domininella sua Diocesi. Più tardi, altri Vescovi lo imitarono, stabilendo la medesima festa nei territori affidati alle loro cure pastorali.

Ai Santi, tuttavia, il Signore chiede spesso di superare delle prove, perché la loro fede venga incrementata. Accadde anche a Giuliana, che dovette subire la dura opposizione di alcuni membri del clero e dello stesso superiore da cui dipendeva il suo monastero. Allora, di sua volontà, Giuliana lasciò il convento di Mont-Cornillon con alcune compagne, e per dieci anni, dal 1248 al 1258, fu ospite di vari monasteri di suore cistercensi. Edificava tutti con la sua umiltà, non aveva mai parole di critica o di rimprovero per i suoi avversari, ma continuava a diffondere con zelo il culto eucaristico. Si spense nel 1258 a Fosses-La-Ville, in Belgio. Nella cella dove giaceva fu esposto il Santissimo Sacramento e, secondo le parole del biografo, Giuliana morì contemplando con un ultimo slancio d’amore Gesù Eucaristia, che aveva sempre amato, onorato e adorato.

Alla buona causa della festa del Corpus Domini fu conquistato anche Giacomo Pantaléon di Troyes, che aveva conosciuto la Santa durante il suo ministero di arcidiacono a Liegi. Fu proprio lui che, divenuto Papa con il nome di Urbano IV, nel 1264, istituì la solennità del Corpus Domini come festa di precetto per la Chiesa universale, il giovedì successivo alla Pentecoste. Nella Bolla di istituzione, intitolata Transiturus de hoc mundo (11 agosto 1264) Papa Urbano rievoca con discrezione anche le esperienze mistiche di Giuliana, avvalorandone l’autenticità, e scrive: “Sebbene l’Eucaristia ogni giorno venga solennemente celebrata, riteniamo giusto che, almeno una volta l’anno, se ne faccia più onorata e solenne memoria. Le altre cose infatti di cui facciamo memoria, noi le afferriamo con lo spirito e con la mente, ma non otteniamo per questo la loro reale presenza. Invece, in questa sacramentale commemorazione del Cristo, anche se sotto altra forma, Gesù Cristo è presente con noi nella propria sostanza. Mentre stava infatti per ascendere al cielo disse: «Ecco io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo» (Mt 28,20)”.

Il Pontefice stesso volle dare l’esempio, celebrando la solennità del Corpus Domini a Orvieto, città in cui allora dimorava. Proprio per suo ordine nel Duomo della Città si conservava – e si conserva tuttora – il celebre corporale con le tracce del miracolo eucaristico avvenuto l’anno prima, nel 1263, a Bolsena. Un sacerdote, mentre consacrava il pane e il vino, era stato preso da forti dubbi sulla presenza reale del Corpo e del Sangue di Cristo nel Sacramento dell’Eucaristia. Miracolosamente alcune gocce di sangue cominciarono a sgorgare dall’Ostia consacrata, confermando in quel modo ciò che la nostra fede professa. Urbano IV chiese a uno dei più grandi teologi della storia, san Tommaso d’Aquino – che in quel tempo accompagnava il Papa e si trovava a Orvieto –, di comporre i testi dell’ufficio liturgico di questa grande festa. Essi, ancor oggi in uso nella Chiesa, sono dei capolavori, in cui si fondono teologia e poesia. Sono testi che fanno vibrare le corde del cuore per esprimere lode e gratitudine al Santissimo Sacramento, mentre l’intelligenza, addentrandosi con stupore nel mistero, riconosce nell’Eucaristia la presenza viva e vera di Gesù, del suo Sacrificio di amore che ci riconcilia con il Padre, e ci dona la salvezza.

Anche se dopo la morte di Urbano IV la celebrazione della festa del Corpus Domini venne limitata ad alcune regioni della Francia, della Germania, dell’Ungheria e dell’Italia settentrionale, fu ancora un Pontefice, Giovanni XXII, che nel 1317 la ripristinò per tutta la Chiesa. Da allora in poi, la festa conobbe uno sviluppo meraviglioso, ed è ancora molto sentita dal popolo cristiano.

Vorrei affermare con gioia che oggi nella Chiesa c’è una “primavera eucaristica”: quante persone sostano silenziose dinanzi al Tabernacolo, per intrattenersi in colloquio d’amore con Gesù! È consolante sapere che non pochi gruppi di giovani hanno riscoperto la bellezza di pregare in adorazione davanti al Santissimo Sacramento. Penso, ad esempio, alla nostra adorazione eucaristica in Hyde Park, a Londra. Prego perché questa “primavera” eucaristica si diffonda sempre più in tutte le parrocchie, in particolare in Belgio, la patria di santa Giuliana. Il Venerabile Giovanni Paolo II, nell’Enciclica Ecclesia de Eucharistia, constatava che “in tanti luoghi […] l’adorazione del santissimo Sacramento trova ampio spazio quotidiano e diventa sorgente inesauribile di santità. La devota partecipazione dei fedeli alla processione eucaristica nella solennità del Corpo e Sangue di Cristo è una grazia del Signore, che ogni anno riempie di gioia chi vi partecipa. Altri segni positivi di fede e di amore eucaristici si potrebbero menzionare” (n. 10).

Ricordando santa Giuliana di Cornillon rinnoviamo anche noi la fede nella presenza reale di Cristo nell’Eucaristia. Come ci insegna il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, “Gesù Cristo è presente nell’Eucaristia in modo unico e incomparabile. È presente infatti in modo vero, reale, sostanziale: con il suo Corpo e il suo Sangue, con la sua Anima e la sua Divinità. In essa è quindi presente in modo sacramentale, e cioè sotto le specie eucaristiche del pane e del vino, Cristo tutto intero: Dio e uomo” (n. 282).

Cari amici, la fedeltà all’incontro con il Cristo Eucaristico nella Santa Messa domenicale è essenziale per il cammino di fede, ma cerchiamo anche di andare frequentemente a visitare il Signore presente nel Tabernacolo! Guardando in adorazione l’Ostia consacrata, noi incontriamo il dono dell’amore di Dio, incontriamo la Passione e la Croce di Gesù, come pure la sua Risurrezione. Proprio attraverso il nostro guardare in adorazione, il Signore ci attira verso di sé, dentro il suo mistero, per trasformarci come trasforma il pane e il vino. I Santi hanno sempre trovato forza, consolazione e gioia nell’incontro eucaristico. Con le parole dell’Inno eucaristico Adoro te devote ripetiamo davanti al Signore, presente nel Santissimo Sacramento: “Fammi credere sempre più in Te, che in Te io abbia speranza, che io Ti ami!”. Grazie.

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Papa Francesco: dialogo e accoglienza per un Mediterraneo di pace fra i popoli

Posté par atempodiblog le 21 juin 2019

Papa Francesco: dialogo e accoglienza per un Mediterraneo di pace fra i popoli
Da Napoli il Papa lancia un forte appello per una teologia di accoglienza basata sul dialogo e sull’annuncio e che contribuisca a costruire una società fraterna fra i popoli del Mediterraneo, Il suo intervento ha chiuso le giornate di riflessione che si sono tenute alla Pontifica Facoltà di Teologica dell’Italia Meridionale. Dopo il suo discorso, il Papa ha fatto rientro in Vaticano
di Debora Donnini – Vatican News

Papa Francesco: dialogo e accoglienza per un Mediterraneo di pace fra i popoli dans Articoli di Giornali e News Papa-Francesco-Napoli

Annuncio, dialogo, discernimento, misericordia, fare “rete” fra istituzioni, università, religioni: sono i “criteri” che devono ispirare una teologia dell’accoglienza, una teologia rinnovata nel senso di una Chiesa missionaria perché gli uomini possano ascoltare “nella loro lingua” una risposta alla ricerca di vita piena. Nel tracciarne la rotta, Papa Francesco guarda soprattutto al Mediterraneo, da sempre luogo di scambi e talvolta di confitti, che “pone una serie di questioni, spesso drammatiche”. Per affrontarle serve un dialogo autentico e sincero in vista della costruzione di una “convivenza pacifica” fra persone di religioni e culture diverse, che si affacciano sulle sponde di questo “Mare del meticciato”, in particolare nel discorso si fa riferimento a Ebraismo e Islam.  Si tratta di uno spazio che si vede bene dalla collina di Posillipo dove sorge la sezione san Luigi della Pontifica Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, affidata fin dal ‘500 ai gesuiti, che ospita il convegno. Dal palco che incornicia il mare il Papa con il suo discorso a tutto campo offre in qualche modo una risposta alla domanda su come la teologia oggi possa rinnovarsi, domanda che è stata poi il tema al centro del convegno che lui è chiamato a chiudere dopo le riflessioni della mattinata: “La Teologia dopo Veritatis gaudium nel contesto del Mediterraneo. È chiaro il riferimento a questa Costituzione apostolica del 2017, che ha voluto imprimere appunto agli studi teologici ed ecclesiastici un rinnovamento nel senso di una Chiesa in uscita. Centrale, ricorda anche il Papa, è che i teologi siano uomini e donne di compassione, toccati dalle sofferenze di tanti poveri per guerre e violenze. Si tratta quindi di riprendere la strada “in compagnia di tanti naufraghi, incoraggiando le popolazioni del Mediterraneo a rifiutare ogni tentazione di riconquista e di chiusura identitaria”. E specifica che si tratta di avviare processi, non di occupare spazi.

Il sole brilla sul mare di Napoli così come gli occhi dei 650 presenti che lo seguono nel Piazzale che si affaccia sul Golfo, tra studenti, docenti anche di altri Paesi, e le cariche più alte dell’Ateneo tra cui il cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli e Gran Cancelliere della Facoltà, il Decano della Facoltà padre Pino Di Luccio, il vescovo di Nola, mons. Francesco Marino in rappresentanza dei presuli della Campania, e il gesuita padre Joaquin Barrero Diaz, assistente regionale per l’Europa del Sud. Altre 500 persone seguono i lavori del Convegno dalle aule interne attraverso monitor.

La teologia espressione di una Chiesa ospedale da campo
All’inizio del discorso il Papa ricambia il saluto del patriarca Bartolomeo che ha voluto contribuire alla riflessione con un messaggio e lancia un forte invito a “ripartire dal Vangelo della misericordia” perché la teologia nasce in mezzo ad esseri umani concreti, incontrati con lo sguardo di Dio che va in cerca di loro con amore:

Anche fare teologia è un atto di misericordia. Vorrei ripetere qui, da questa città dove non ci sono solo episodi di violenza, ma che conserva tante tradizioni e tanti esempi di santità ― oltre a un capolavoro di Caravaggio sulle opere di misericordia e la testimonianza del santo medico Giuseppe Moscati ― vorrei ripetere quanto ho scritto alla Facoltà di Teologia dell’Università Cattolica Argentina: «Anche i buoni teologi, come i buoni pastori, odorano di popolo e di strada e, con la loro riflessione, versano olio e vino sulle ferite degli uomini. La teologia sia espressione di una Chiesa che è “ospedale da campo”, che vive la sua missione di salvezza e di guarigione nel mondo!».

Dialogo e kerygma
Per rinnovare gli studi nella direzione di “una teologia dell’accoglienza” i pilastri sono il kerygma, cioè l’annuncio di Cristo morto e risorto, e un dialogo autentico, al servizio di una Chiesa che deve mettere al centro l’evangelizzazione, non l’apologetica o i manuali ma l’evangelizzazione “che non vuol dire proselitismo”. Dialogo anche come “un metodo di discernimento” e di annuncio, sottolinea Francesco esortando a praticarlo sia nella posizione dei problemi, sia nella ricerca di soluzioni, per poter contribuire allo sviluppo dei popoli con l’annuncio del Vangelo”. E’ san Francesco d’Assisi a tratteggiare come dialogo e annuncio possano avvenire, cioè vivendo da cristiani, senza liti né dispute, e annunciando come in Gesù si manifesti l’amore di Dio per tutti gli uomini. E in particolare, come già altre volte, il Papa ricorda quello che Francesco diceva ai frati sulla testimonianza: “Predicate il Vangelo; se fosse necessario anche con le parole”.

Pertanto serve docilità allo Spirito, cioè “uno stile di vita e di annuncio senza spirito di conquista, senza volontà di proselitismo e senza un intento aggressivo di confutazione”. Un dialogo con le persone e le loro culture che comprende anche la testimonianza fino al sacrificio della vita come fecero, tra gli altri, Charles de Foucauld, i monaci di Tibhirine, il vescovo di Oran Pierre Claverie. Per Papa Francesco l’orizzonte a cui la teologia deve guardare è anche quello della “nonviolenza” e, in questo senso, sono d’aiuto, le testimoniane di Martin Luther King e Lanza del Vasto e anche il Beato Giustino Russolillo e di Don Peppino Diana, il giovane parroco ucciso dalla camorra, che studiarono qui. E, a braccio, il Papa fa riferimento alla “sindrome di Babele” che non è solo non capire quello che l’altro dice ma – sottolinea – la vera “sindrome di Babele” è quella di “non ascoltare quello che l’altro dice e di credere che io so quello che l’altro pensa e l’altro che dirà. Questa è la peste”.

Dialogo con Ebraismo e Islam
Concretamente questo dialogo si intesse incoraggiando nelle facoltà teologiche e nelle università ecclesiastiche i corsi di lingua e cultura araba ed ebraica. Questo per favorire conoscenza e dialogo con Ebraismo e Islam, comprendendo radici comuni e differenze. Con i musulmani, dice, “siamo chiamati a dialogare per costruire il futuro delle nostre società e delle nostre città”, “a considerarli partner per costruire una convivenza pacifica, anche quando si verificano episodi sconvolgenti ad opera di gruppi fanatici nemici del dialogo, come la tragedia della scorsa Pasqua nello Sri Lanka”.

Ieri il cardinale di Colombo mi ha detto questo: “Dopo che ho fatto quello che dovevo fare, mi sono accorto che un gruppo di gente, cristiani, voleva andare al quartiere dei musulmani per ammazzarli. Ho invitato l’imam con me, in macchina, e ambedue siamo andati lì per convincere i cristiani che noi siamo amici, che questi sono estremisti, che non sono dei nostri”. Questo è un atteggiamento di vicinanza e di dialogo.

Con gli ebrei, per “vivere meglio la nostra relazione sul piano religioso”. Importante è poi considerare il dialogo anche come un metodo di studio, e per “leggere realisticamente” un tempo e un luogo – in questo caso il Mediterraneo all’alba del terzo millennio – come “un ponte” fra l’Europa, l’Africa e l’Asia, uno spazio dove l’assenza di pace ha prodotto squilibri regionali e mondiale e dove sarebbe importante avviare processi di riconciliazione. Come direbbe La Pira, nota il Papa, per la teologia si tratta di contribuire a costruire sul Mediterraneo una “grande tenda di pace” dove possano convivere nel rispetto reciproco i diversi figli del comune padre Abramo. Francesco ricorda anche di aver studiato al tempo della “scolastica” decadente, una teologia di tipo difensivo, apologetico, chiusa in un manuale.

Teologia in rete e con i naufraghi della storia
Si tratta anche di fare una “teologia in rete”, in collaborazione fra istituzioni civili, ecclesiali ed interreligiose, e in solidarietà con tutti i ‘naufraghi’ della storia.

Ora che il cristianesimo occidentale ha imparato da molti errori e criticità del passato, può ritornare alle sue fonti sperando di poter testimoniare la Buona Notizia ai popoli dell’oriente e dell’occidente, del nord e del sud. La teologia ― tenendo la mente e il cuore fissi sul «Dio misericordioso e pietoso» (cfr Gn 4,2) ― può aiutare la Chiesa e la società civile a riprendere la strada in compagnia di tanti naufraghi, incoraggiando le popolazioni del Mediterraneo a rifiutare ogni tentazione di riconquista e di chiusura identitaria. Ambedue nascono, si alimentano e crescono dalla paura. La teologia non si può fare in un ambiente di paura.

Un lavoro nella “rete evangelica” per discernere i segni dei tempi in contesti nuovi.

Una Pentecoste teologica
Il compito della teologia è quindi quello di sintonizzarsi con Gesù Risorto e “raggiungere le periferie”, “anche quelle del pensiero”. In questo senso i teologi devono “favorire l’incontro delle culture con le fonti della Rivelazione e della Tradizione”. “Le grandi sintesi teologiche del passato” sono miniere di sapienza teologica ma “non si possono applicare meccanicamente alle questioni attuali”:

Si tratta di farne tesoro per cercare nuove vie. Grazie a Dio, le fonti prime della teologia, cioè la Parola di Dio e lo Spirito Santo, sono inesauribili e sempre feconde; perciò si può e si deve lavorare nella direzione di una “Pentecoste teologica”, che permetta alle donne e agli uomini del nostro tempo di ascoltare “nella propria lingua” una riflessione cristiana che risponda alla loro ricerca di senso e di vita piena. Perché ciò avvenga sono indispensabili alcuni presupposti.

Centrale nel dialogo rapportato alla teologia, anche “l’ascolto consapevole” del vissuto dei popoli che si affacciano sul Mediterraneo per cogliere le vicende che collegano il passato all’oggi. In particolare di come le comunità cristiane hanno, anche recentemente, incarnato la fede in contesti di conflitto e di minoranza. Per generare speranza servono “narrazioni” condivise, in cui sia possibile riconoscersi. Così si forma la realtà multi culturale e pluri-religiosa di questo spazio. In questo senso è quindi importante ascoltare le persone, i grandi testi delle religioni monoteistiche e soprattutto i giovani. E come Gesù ha annunciato il regno di Dio dialogando con ogni tipo di persona del Giudaismo, così nel discorso si ricorda che l’approfondimento del kerygma si fa con l’esperienza del dialogo. Nel dialogo sempre si guadagna mentre nel monologo si perde tutti, rimarca.

I teologi della compassione
Per una teologia dell’accoglienza, sottolinea poi il Papa, servono teologi che sappiano lavorare insieme e in forma interdisciplinare, con profondo radicamento ecclesiale e, al tempo stesso, “aperti alle inesauribili novità dello Spirito”, teologi che sfuggano alle logiche competitive e accecanti che “spesso esistono anche nelle nostre istituzioni”, rileva Francesco. Ma soprattutto il Papa li esorta alla compassione attinta dal Cuore di Cristo per non essere inghiottiti nella condizione di privilegio di chi “si colloca prudentemente fuori dal mondo”, non condividendo nulla di rischioso:

In questo cammino continuo di uscita da sé e di incontro con l’altro, è importante che i teologi siano uomini e donne di compassione – sottolineo questo: che siano uomini e donne di compassione – toccati dalla vita oppressa di molti, dalle schiavitù di oggi, dalle piaghe sociali, dalle violenze, dalle guerre e dalle enormi ingiustizie subite da tanti poveri che vivono sulle sponde di questo “mare comune”. Senza comunione e senza compassione, costantemente alimentate dalla preghiera – questo è importante; soltanto si può fare teologia in ginocchio -, la teologia non solo perde l’anima, ma perde l’intelligenza e la capacità di interpretare cristianamente la realtà.

Quindi, si fa riferimento alle complesse vicende di “atteggiamenti aggressivi e guerreschi”, di “prassi coloniali” di “giustificazioni di guerre” e “persecuzioni compiute in nome di una religione o di una pretesa purezza razziale o dottrinale”. “Queste persecuzioni anche noi le abbiamo fatte”, aggiunge a braccio richiamandosi alla Chanson de Roland, quando “dopo aver vinto questa battaglia i musulmani erano in fila”, “davanti alla vasca del battesimo” e “c’era uno con la spada, lì”. E li facevano scegliere: “o il battesimo o la morte. Noi lo abbiamo fatto questo”.  Il metodo del dialogo, guidato dalla misericordia, può arricchire una rilettura interdisciplinare di questa dolorosa storia facendo emergere anche “per contrasto, le profezie di pace che lo Spirito non ha mai mancato di suscitare”.

Ricordando, poi, l’importanza di reinterrogare la tradizione, a patto però che sia riletta con una sincera volontà di purificazione della memoria, il Papa ricorda che è una radice che dà vita, non un museo. La tradizione per crescere è come la radice per l’albero.

E’ poi necessaria una “libertà teologica” perché senza la possibilità di sperimentare strade nuove, non si lascia spazio alla novità dello Spirito del Risorto. Sulla libertà di riflessione teologica, Francesco sottolinea che gli studiosi, sono chiamati ad “andare avanti con libertà”, “poi in ultima istanza sarà il magistero a dire qualcosa”, e si raccomanda nella predicazione a “non ferire la fede del Popolo di Dio con questioni disputate. Le questioni disputate soltanto fra i teologi”. Al Popolo di Dio va data infatti sostanza che alimenti la fede e che non la relativizzi.

Servono anche strutture flessibili e leggere, che manifestino la priorità dell’accoglienza. Dagli statuti all’ordinamento degli studi fino agli orari: “tutto deve essere orientato” a “favorire il più possibile la partecipazione di color che desiderano studiare teologia”, oltre ai seminaristi e ai religiosi, anche i laici e le donne, rileva Francesco sottolineando il contributo “indispensabile” che le donne stanno e possono dare alla teologia e quindi bisogna sostenerne la partecipazione come si fa in questa Facoltà.

Sogno Facoltà teologiche dove si viva la convivialità delle differenze, dove pratichi una teologia del dialogo e dell’accoglienza; dove si sperimenti il modello del poliedro del sapere teologico in luogo di una sfera statica e disincarnata. Dove la ricerca teologica sia in grado di promuovere un impegnativo ma avvincente processo di inculturazione.

In conclusione, il Papa aggiunge fra i “criteri” anche “la capacità di essere al limite, per andare avanti” e rilancia il suo appello a fare del Mediterraneo luogo dell’accoglienza praticata con il dialogo e la misericordia di cui – ricorda – questa Facoltà teologica è esempio. Il Santo Padre “è stato felice di poter partecipare al Convegno”, ha fatto sapere al termine il direttore ad interim della Sala Stampa vaticana, Alessandro Gisotti, spiegando che “concluso il Convegno, che era la finalità della visita a Napoli, il Papa non si intrattiene per il pranzo, ma fa ritorno a Roma”.

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Dio dentro Dio è un rapporto di amore

Posté par atempodiblog le 15 juin 2019

Dio dentro Dio è un rapporto di amore
Tratto da: Le vie del cuore. Vangelo per la vita quotidiana. Commento ai vangeli festivi Anno A, di Padre Livio Fanzaga. Ed. PIEMME

Dio dentro Dio è un rapporto di amore dans Commenti al Vangelo Santissima-Trinit

Quando nel Nuovo Testamento si afferma che Dio è “Amore”, si vuole alludere a una realtà assai diversa e molto più profonda. Si intende fare riferimento alla sua vita intima, che è un rapporto di amore da tutta l’eternità, prima ancora che esistessero le creature da amare.

Se Dio fosse infinita solitudine, come potrebbe essere l’“Amore”? L’amore è per sua natura un rapporto fra persone. Ma Dio è amore da sempre, prima ancora che noi fossimo creati. Egli con verità può e deve essere chiamato con il nome sublime di «Amore» perché fin dal principio sono tre persone che si amano nell’ambito dell’unica divinità.

A ben guardare lo sposo e la sposa sono la più bella immagine, anche se povera e limitata, del mistero della Santissima Trinità. Non sono forse essi due persone in un’unica natura umana, che si realizza nello scambio reciproco del loro amore?

Tracciando su di te il segno della croce e pronunciando le parole, pensando con fede al loro significato, entri, nel più semplice dei modi, nel cuore dei due misteri fondamentali del Cristianesimo. Sono i misteri della Santissima Trinità e della redenzione, realizzata dal Verbo incarnato mediante la croce.

Il mistero intimo di Dio ti viene svelato con le parole sublimi, anche se desunte dall’esperienza umana, che corrispondono alle persone divine del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Questi tre nomi stanno ad indicare, per quanto è possibile all’imperfetto linguaggio umano, che Dio è, nel suo intimo, una beatificante comunione di amore fra tre persone che, insieme, costituiscono un’unica natura divina.

Queste tre persone sono uguali nella divinità, che hanno in comune, ma distinte nella loro personalità. Il Padre infatti è colui che eternamente genera il Figlio; il Figlio è colui che è eternamente generato dal Padre; lo Spirito Santo è l’amore che il Padre e il Figlio eternamente si scambiano. Dio è questa circolazione eterna dell’amore fra le tre persone divine.

Forse, dicendo questo, ci rendiamo conto che abbiamo compreso ben poco. Però in questo buio brilla una grande luce che rallegra il nostro povero cuore. All’origine di tutto c’è un mistero di amore! E’ vero che ora siamo ben lontani dal comprenderne l’immensa grandezza ma ci dà una grande gioia il pensiero che un giorno, se per grazia raggiungeremo la meta, non sarà fuori di Dio, ma dentro la sorgente stessa dell’amore trinitario.

Non ci starebbe così a cuore il mistero della Santissima Trinità, se non rischiarasse la nostra origine e il nostro destino. Non è possibile conoscere l’uomo, se non si conosce Dio, sosteneva con la consueta acutezza sant’Agostino. Affermare che le tre persone divine sono all’origine della nostra vita, significa porre l’amore come principio che ci ha generato. Affermare che la Santissima Trinità è la meta per la quale l’uomo è stato creato, significa fare dell’amore l’obbiettivo ultimo, per raggiungere il quale vale la pena lottare, faticare e soffrire. Ti rendi conto, caro amico, che, in questa prospettiva, la nostra vita acquista un valore, una bellezza e una grandezza incomparabili.

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Papa Francesco: udienza, appello per “un minuto per la pace” l’8 giugno alle 13

Posté par atempodiblog le 8 juin 2019

Papa Francesco: udienza, appello per “un minuto per la pace” l’8 giugno alle 13
dell’Agenzia SIR

Papa Francesco: udienza, appello per “un minuto per la pace” l’8 giugno alle 13 dans Articoli di Giornali e News Papa-Francesco

“Dedicare ‘un minuto per la pace’ – di preghiera, per i credenti; di riflessione, per chi non crede -: tutti insieme per un mondo più fraterno”. È l’invito rivolto dal Papa, durante i saluti ai fedeli di lingua italiana, che come di consueto concludono l’udienza del mercoledì. Francesco ha lanciato il suo appello ricordando che “sabato prossimo, 8 giugno, ricorrerà il quinto anniversario dell’incontro, qui in Vaticano, dei Presidenti di Israele e di Palestina con me e il Patriarca Bartolomeo”.

“Alle ore 13 – ha proseguito – siamo invitati a dedicare ‘un minuto per la pace’ – di preghiera, per i credenti; di riflessione, per chi non crede -: tutti insieme per un mondo più fraterno. Grazie all’Azione Cattolica internazionale che promuove questa iniziativa”. Tra i fedeli italiani, il Santo Padre ha salutato la delegazione del Pellegrinaggio a piedi da Macerata a Loreto e l’Associazione professionale Polizia locale d’Italia, presente in piazza con una delegazione di oltre 200 persone.

Nel saluto finale ai giovani, agli anziani, agli ammalati e agli sposi novelli, il Papa ha ricordato la solennità della Pentecoste, che celebreremo domenica prossima: “Il Signore vi trovi tutti pronti ad accogliere l’abbondante effusione dello Spirito Santo. La grazia dei suoi doni infondi in voi nuova vitalità alla fede, rinvigorisca la speranza e dia forza operativa alla carità”. E alla festività di Pentecoste Francesco si è rivolto anche durante i saluti agli altri gruppi linguistici. “Apriamo le nostre menti e i nostri cuori all’azione dello Spirito Santo in noi, affinché ci santifichi e ci faccia testimoni di Cristo davanti al mondo, in cui viviamo”, l’invito rivolto ai fedeli polacchi.

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Il Papa: vita umana inviolabile, no a diagnosi prenatale per abortire

Posté par atempodiblog le 25 mai 2019

Il Papa: vita umana inviolabile, no a diagnosi prenatale per abortire
Ricevendo i partecipanti al convegno “Yes to life! Prendersi cura del prezioso dono della vita nella fragilità”, Francesco esorta ad accompagnare le famiglie sia nell’elaborazione del lutto di un bambino che nella cura di un figlio malato. “Uno sforzo – spiega – volto a portare a compimento l’amore di una famiglia”
di Benedetta Capelli – Vatican News

Il Papa: vita umana inviolabile, no a diagnosi prenatale per abortire dans Aborto Papa-Francesco

“Nessun essere umano può essere incompatibile con la vita”. Le parole del Papa non lasciano dubbi e portano consolazione a chi ha scelto di accogliere la debolezza di un bimbo o semplicemente di accompagnarlo in pochi istanti di vita. Nell’udienza ai partecipanti al convegno “Yes to life! Prendersi cura del prezioso dono della vita nella fragilità”, organizzato dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita e dalla Fondazione “Il Cuore in una Goccia”, Francesco ricorda che ogni bimbo cambia la storia della famiglia in cui nasce, che le tecniche di diagnosi prenatale spesso fanno emergere patologie che possono anche essere curate nel grembo materno. L’invito del Pontefice è poi di diffondere un approccio scientifico e pastorale di accompagnamento, un’esortazione ai medici perché si facciano carico delle vite altrui. “L’aborto – afferma – non è mai la risposta” che si cerca.

Ogni bambino è un dono
La cultura dello scarto impone l’idea che i bimbi fragili siano incompatibili con la vita, “condannati a morte”. Non può essere così per la madre che, spiega Francesco, vive “un senso di mistero profondo” appena si scopre in gravidanza. E’ l’inizio di un dialogo reale, intenso che cresce da una parte e dall’altra: il bimbo diventa figlio “muovendo la donna con tutto il suo essere a protendersi verso di lui”.

Ma nessun essere umano può essere mai incompatibile con la vita, né per la sua età, né per le sue condizioni di salute, né per la qualità della sua esistenza. Ogni bambino che si annuncia nel grembo di una donna è un dono, che cambia la storia di una famiglia: di un padre e di una madre, dei nonni e dei fratellini. E questo bimbo ha bisogno di essere accolto, amato e curato. Sempre!

Il grido silenzioso delle famiglie
Il Papa si fa voce delle paure, delle angosce che agitano i cuori delle madri e dei padri dinanzi ad una diagnosi di malattia dei figli, ma ricorda che ci sono delle strade da percorrere per i “piccoli pazienti” e per scongiurare “l’aborto volontario e l’abbandono assistenziale alla nascita di tanti bambini con gravi patologie”. Ci sono “interventi farmacologici, chirurgici e assistenziali straordinari” – spiega Francesco – “le terapie fetali” e “gli Hospice Perinatali” che ottengono risultati sorprendenti, fornendo supporto alle famiglie.

Oggi, le moderne tecniche di diagnosi prenatale sono in grado di scoprire fin dalle prime settimane la presenza di malformazioni e patologie, che a volte possono mettere in serio pericolo la vita del bambino e la serenità della donna. Il solo sospetto della patologia, ma ancor più la certezza della malattia, cambiano il vissuto della gravidanza, gettando le donne e le coppie in uno sconforto profondo. Il senso di solitudine, di impotenza, e la paura della sofferenza del bambino e della famiglia intera emergono come un grido silenzioso, un richiamo di aiuto nel buio di una malattia, della quale nessuno sa predire l’esito certo.

I medici, alleati della vita
Chiaro l’invito di Francesco ai medici perché non solo abbiano come obiettivo la guarigione, ma anche “il valore sacro della vita” e perché siano sostegno per chi è nella difficoltà e nel dolore. Parla del “confort care perinatale”, una modalità di cura che umanizza la medicina, “perché muove ad una relazione responsabile con il bambino malato, che viene accompagnato dagli operatori e dalla sua famiglia in un percorso assistenziale integrato, che non lo abbandona mai, facendogli sentire calore umano e amore”.

La professione medica è una missione, una vocazione alla vita, ed è importante che i medici siano consapevoli di essere essi stessi un dono per le famiglie che vengono loro affidate: medici capaci di entrare in relazione, di farsi carico delle vite altrui, proattivi di fronte al dolore, capaci di tranquillizzare, di impegnarsi a trovare sempre soluzioni rispettose della dignità di ogni vita umana.

Curare per dare compimento all’amore
La cura non è “inutile impiego di risorse” né ulteriore sofferenza per i genitori ma, sottolinea il Papa, il compimento dell’amore della famiglia.

Prendersi cura di questi bambini aiuta, infatti, i genitori ad elaborare il lutto e a concepirlo non solo come perdita, ma come tappa di un cammino percorso insieme. Quel bambino resterà nella loro vita per sempre. Ed essi lo avranno potuto amare. Tante volte, quelle poche ore in cui una mamma può cullare il suo bambino, lasciano una traccia nel cuore di quella donna, che non lo dimentica mai. E lei si sente – permettetemi la parola – realizzata. Si sente mamma.

L’aborto non è la risposta
Non si può abortire un figlio in condizioni di fragilità come “pratica di prevenzione”. “L’aborto – dice il Papa – non è mai la risposta che le donne e le famiglie cercano. Piuttosto sono la paura della malattia e la solitudine a far esitare i genitori”. Forte l’accento del Pontefice sull’aborto che non è una questione di fede ma umana.

Ma l’insegnamento della Chiesa su questo punto è chiaro: la vita umana è sacra e inviolabile e l’utilizzo della diagnosi prenatale per finalità selettive va scoraggiato con forza, perché espressione di una disumana mentalità eugenetica, che sottrae alle famiglie la possibilità di accogliere, abbracciare e amare i loro bambini più deboli. Delle volte noi sentiamo: “Eh, voi cattolici non accettate l’aborto, è il problema della vostra fede”. No: è un problema pre-religioso. Pre. La fede non c’entra. Poi viene, ma non c’entra: è un problema umano. È un problema pre-religioso. Non carichiamo sulla fede una cosa che non le compete dall’inizio. È un problema umano. Soltanto due frasi ci aiuteranno a capire bene questo: due domande. Prima domanda: è lecito far fuori una vita umana per risolvere un problema? Seconda domanda: è lecito affittare un sicario per risolvere un problema? A voi la risposta. Questo è il punto. Non andare sul religioso su una cosa che riguarda l’umano, eh? Non è lecito. Mai, mai, fare fuori una vita umana né affittare un sicario per risolvere un problema.

Reti d’amore
La raccomandazione del Pontefice è anche quella di fornire “azioni pastorali più incisive” per sostenere coloro che accolgono dei figli malati. ”Bisogna creare spazi, luoghi e reti d’amore ai quali le coppie si possano rivolgere, come pure dedicare tempo all’accompagnamento di queste famiglie”.

Grazie, in particolare, a voi famiglie, mamme e papà, che avete accolto la vita fragile – la parola fragilità sottolineata, eh? – perché le mamme, e anche le donne, sono specialista in fragilità: accogliere la vita fragile e che ora siete di sostegno e aiuto per altre famiglie. La vostra testimonianza d’amore è un dono per il mondo.

Le meraviglie della vita
Il pianto dei bimbi in Chiesa è lode a Dio. E’ il concetto che il Papa sottolinea nel corso dell’udienza quando, a braccio, parla del lamento di un piccolo. “Questa – afferma – è una musica che tutti noi dobbiamo ascoltare… Mai, mai, cacciare via un bambino perché piange”.

Toccante poi la storia raccontata dal Papa riguardante una ragazzina down di 15 anni che i genitori volevano far abortire. Francesco racconta della determinazione di un giudice a saperne di più:

Il giudice, un uomo retto sul serio, ha studiato la cosa e ha detto: “Sì, io voglio interrogare la bambina”. “Ma è down, non capisce…”. “No no, che venga”. È andata la ragazzina quindicenne, si è seduta lì, ha incominciato a parlare con il giudice e gli ha detto:
“Ma tu sai cosa ti succede?”;
“Sì, sono malata…”;
“Ah, e com’è la tua malattia?”;
“Eh, mi hanno detto che ho dentro un animale che mi mangia lo stomaco, e per questo devono fare un intervento”;
“No… tu non hai un verme che ti mangia lo stomaco. Tu sai cos’hai lì? Un bambino!”;
E la ragazza down ha fatto: “Ohhh, che bello!”: così.
Con questo solo, il giudice non ha autorizzato l’aborto. La mamma lo vuole. Sono passati gli anni. È nata una bambina. Ha studiato, è cresciuta, è diventata avvocato. Quella bambina, dal momento che ha capito la sua storia perché gliel’hanno raccontata, ogni giorno di compleanno chiamava il giudice per ringraziarlo per il dono della nascita. Le cose della vita. Questa bambina… Il giudice è morto e adesso lei è diventata promotore di giustizia. Ma guarda che cosa bella!
L’aborto non è mai questa risposta che le donne e le famiglie cercano.

Publié dans Aborto, Articoli di Giornali e News, Fede, morale e teologia, Papa Francesco I, Riflessioni, Stile di vita | Pas de Commentaire »

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