‘Cristo vive’: l’annuncio ai giovani per il bene del mondo

Posté par atempodiblog le 3 avril 2019

‘Cristo vive’: l’annuncio ai giovani per il bene del mondo
L’esortazione apostolica di papa Francesco, seguita al Sinodo dei giovani è stata diffusa oggi. Il mondo dei giovani ha dei nemici che li rendono “schiavi”: pubblicità, la bellezza come apparenza, la divisione col mondo degli adulti, una globalizzazione che “omogenizza”. L’annuncio cristiano è il modo più efficace per mettere le basi ad un rinnovamento profondo della società. Una “pastorale giovanile popolare” che accoglie ed accompagna anche chi non vive la fede.
di padre Bernardo Cervellera – AsiaNews

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L’esortazione apostolica “Cristo vive”, resa pubblica oggi da papa Francesco, a conclusione del Sinodo sui giovani dello scorso ottobre è un annuncio forte e deciso che solo in Gesù Cristo si trova la risposta alle inquietudini, alle contraddizioni e al desiderio di felicità in cui sono immersi i giovani oggi. Ed è anche affermato con chiarezza che essendo i giovani “l’adesso di Dio”, l’attenzione verso di loro è il modo più efficace per mettere le basi ad un rinnovamento profondo della società. Il lunghissimo documento (53 pagine; 299 paragrafi) spazia dalla condizione giovanile nel mondo contemporaneo al modo con cui una Chiesa “vecchia” e “chiusa” li guarda; dal valore che ha l’annuncio di Cristo, ai pericoli a cui i giovani sono sottoposti nel nostro mondo contemporaneo che li sfrutta, li condiziona, li usa, li oppone al mondo degli adulti; fino al risvegliare nella Chiesa l’accompagnamento non solo dei giovani cristiani, ma di ogni giovane, perché scopra la sua vocazione come persona nel lavoro, nel matrimonio fra uomo e donna, nell’impegno sociale, in una speciale consacrazione.

Nel testo si susseguono parti scritte come una lettera rivolta a un “tu”, a parti rivolte a tutti; sezioni piene di lirismo (come quelle sull’amore di Dio e di Cristo per la persona del giovane) ad altre più analitiche (come quelle sul discernimento).

Il cap. IV, “Il grande annuncio per tutti i giovani” mi sembra essere il più importante. Anche il papa dice che in quelle pagine vuole annunciare “la cosa più importante”, quella che “non dovrebbe mai essere taciuta”. Questa verità è l’amore di Dio, paragonato a quello di una madre, di un padre, di un innamorato, e l’amore di Cristo che dando sé stesso per noi, ci fa comprendere che “non abbiamo prezzo”. Insieme alla preghiera allo Spirito Santo, questa parte fa piazza pulita di una certa pastorale giovanile in cui si nasconde l’identità cristiana e per facilitare l’incontro coi giovani riduce e annacqua ogni proposta. Invece – ed è un altro punto molto importante – papa Francesco invita ogni giovane ad essere missionario, ad “andare e portare Cristo in ogni ambiente” (n. 177).

I capitoli 5 e 6 mostrano che il mondo dei giovani ha dei nemici che li rendono “schiavi”: è l’enfasi che nella nostra società si mette sui giovani per usarli come oggetto di desiderio nella pubblicità, nella riduzione della bellezza ad apparenza; nel coltivare una perenne adolescenza senza decisioni e responsabilità; in una globalizzazione che “omogenizza” ogni persona e non la fa essere se stessa; nell’opporre il mondo dei giovani a quello degli adulti. Da questo punto di vista si comprende che questa esortazione apostolica – e il Sinodo correlato – non sono solo un modo perché la Chiesa recuperi il mondo giovanile che sembra aver perduto, ma contribuisca a liberare i giovani da modelli falsi che annientano la capacità di “inquietudine” e di progetto per avvilirli in una filosofia da “divano”: “Non confondete la felicità con un divano e non passate tutta la vostra vita davanti a uno schermo. Non riducetevi nemmeno al triste spettacolo di un veicolo abbandonato. Non siate auto parcheggiate, lasciate piuttosto sbocciare i sogni e prendete decisioni. Rischiate, anche se sbaglierete. Non sopravvivete con l’anima anestetizzata e non guardate il mondo come se foste turisti. Fatevi sentire! Scacciate le paure che vi paralizzano, per non diventare giovani mummificati. Vivete!” (n. 143). In questo modo la fede diventa non un’opzione fra tante, ma l’opzione per risvegliare i veri frutti della giovinezza.

Un ultimo aspetto che trovo fondamentale è la proposta di una “pastorale giovanile popolare” (nn. 230-segg). In essa non si radunano solo i giovani cattolici, già introdotti nella fede, ma si raccolgono e si accompagnano giovani contraddittori, alla ricerca, “con i loro dubbi, traumi, problemi e la loro ricerca di identità, con i loro errori, storie, esperienze del peccato e tutte le loro difficoltà” (n. 234).

Infine, è importante la sottolineatura dell’orizzonte in cui far vivere il discernimento vocazionale: nella ricerca di ciò a cui mi chiama il Signore (come lavoro, nel matrimonio o nella verginità), è messa in luce sempre la dimensione sociale, il fatto che la propria felicità non è staccata dal bene per il mondo: “La tua vocazione ti orienta a tirare fuori il meglio di te stesso per la gloria di Dio e per il bene degli altri” (n. 257). Insomma, essere cristiani non è una carriera, ma è più efficace della carriera.

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Carlo Acutis. Mons. Sorrentino (Assisi): “Un vero maestro della rete del bene”

Posté par atempodiblog le 3 avril 2019

Carlo Acutis. Mons. Sorrentino (Assisi): “Un vero maestro della rete del bene”
Sabato 6 aprile il corpo del ragazzo, morto a 15 anni per una leucemia fulminante, sarà traslato nel santuario della Spogliazione di Assisi. Nell’esortazione apostolica post-sinodale, “Christus vivit”, Papa Francesco lo indica ai giovani come modello per un uso positivo dei nuovi mezzi di comunicazione. Al vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino, che ha scritto il libro “Originali non fotocopie, Carlo Acutis e Francesco d’Assisi”, chiediamo di parlarci di questi due testimoni di santità, di epoche diverse, ma accomunati dall’amore per l’Eucaristia e i poveri e dalla capacità di conquistare i cuori
di Gigliola Alfaro – Agenzia SIR

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“Essere sempre unito a Gesù, ecco il mio programma di vita. Sono contento di morire perché ho vissuto la mia vita senza sciupare neanche un minuto di essa in cose che non piacciono a Dio”. Queste alcune delle frasi più note di Carlo Acutis, il giovane venerabile morto a soli 15 anni per una leucemia fulminante, il cui corpo, sabato 6 aprile, sarà sepolto nel santuario della Spogliazione ad Assisi. Papa Francesco, nell’esortazione apostolica post-sinodale “Christus vivit”, offre ai giovani Carlo Acutis come modello per un uso positivo dei nuovi mezzi di comunicazione. Sul ragazzo e San Francesco mons. Domenico Sorrentino, vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino, ha scritto il libro “Originali non fotocopie, Carlo Acutis e Francesco d’Assisi”. A lui chiediamo di parlarci di questi due testimoni di santità.

Eccellenza, il corpo di Carlo sarà traslato dal cimitero di Assisi al santuario della Spogliazione: come mai questa scelta?
Il santuario della Spogliazione è legato al gesto del giovane Francesco che si spogliò di tutto fino alla nudità per esprimere il suo amore a Cristo e mettersi al servizio ai poveri. Per giungere a quella scelta radicale il giovane assisano non era stato solo. Il suo vescovo Guido lo aveva consigliato e guidato. Davvero una bella esperienza di accompagnamento. Proprio per questo, scrivendomi in occasione dell’erezione del nuovo santuario, Papa Francesco lo qualificò “luogo propizio per il discernimento vocazionale dei giovani”. Mi è sembrato che la presenza delle spoglie mortali di Carlo in questo santuario potesse essere di grande incoraggiamento ai giovani. Li aiuta a porsi l’interrogativo sul senso della vita e ad affrontare coraggiosamente il problema della vocazione.

San Francesco e Carlo Acutis sono due testimoni di epoche molto diverse. Cosa li accomuna?
In realtà, la distanza e la diversità tra San Francesco e Carlo sono notevoli. Non avrei immaginato nemmeno di poterli mettere a confronto, se non me lo avesse suggerito il fatto che il corpo di Carlo giunge in un luogo tanto segnato dalla presenza di Francesco. Ancor più mi ha convinto a parlarne congiuntamente un’esperienza che mi capitò l’estate scorsa a Seattle con alcuni giovani americani. Volendo presentare la bellezza di Gesù e del Vangelo, mi servii di san Francesco, ma anche di Carlo. E mi venne spontaneo cercare il “filo” che li univa. Ricordo l’interesse di quei giovani. È vero, le diversità tra i due sono tante. Ma c’è anche tanto che li accomuna. Li unisce certamente l’amore per l’Eucaristia.

Francesco si estasiava di fronte al mistero del Figlio di Dio che ogni giorno – com’egli diceva – scende dal suo “trono regale” sui nostri poveri altari. Il giovane Carlo faceva di tutto per non mancare alla messa e all’adorazione quotidiana. Ideò una mostra sui “miracoli eucaristici”. Diceva dell’Eucaristia che era la sua “autostrada per il cielo”. Altro elemento è l’amore per i poveri: se Francesco di Assisi li mise al centro del suo cuore, Carlo Acutis, per quanto possibile alla sua età, non si limitò a fare delle elemosine, ma considerò i poveri dei veri amici. Al suo funerale se ne presentarono tanti e la stessa mamma se ne meravigliò. Carlo li aveva amati e serviti senza metterlo in mostra. Un amore sincero, discreto, operoso, come dev’essere l’amore secondo il Vangelo.

San Francesco ci offre un modello di santità radicale, che può sembrare difficile da raggiungere. Carlo, invece, ci mostra “la santità della porta accanto”: secondo Lei è più alla portata dei giovani di oggi questo santo dei “nativi digitali”?
Chi guarda Francesco non può non ammirarlo. Non a caso tanti – talvolta anche non credenti – si inchinano al suo genio, che illumina tanti aspetti dell’esistenza. Magari si dimentica che egli fu innamorato di Cristo, ma lo si ammira per il suo messaggio sulla pace, sulla custodia del creato, sul rispetto degli altri. È il Santo che seppe dialogare con il sultano in tempo di crociate. Una santità davvero straordinaria. Carlo imboccò la strada di una santità del quotidiano, vivendo come un normalissimo giovane del nostro tempo, ma con la limpidezza degli occhi e del cuore, mettendo in tutte le cose il sapore del Vangelo. Nel mio libro, riferendomi al lettore – ma lo dico anche a me stesso! –, rivolgo un invito: se non sai fare come Francesco, almeno fa’ come Carlo!

Papa Francesco, nell’esortazione apostolica post-sinodale dedicata ai giovani “Christus vivit”, porta l’esempio del venerabile Carlo Acutis, che, in modo creativo e geniale, “ha saputo usare le nuove tecniche di comunicazione per trasmettere il Vangelo, per comunicare valori e bellezza”. Quanto Carlo può aiutare a parlare di Gesù ai ragazzi dell’era dei social network?
Carlo è un trascinatore. Specie dei giovani. È incredibile come, in poco tempo, sia ormai conosciuto in tutto il mondo. Proprio il suo essere un “nativo digitale”, con un grande talento per l’informatica, affascina. I giovani abituati a smanettare con i telefonini lo sentono uno di loro. Al tempo stesso, colgono la differenza. Hanno in Carlo un testimone di come si possa vivere nel mondo di internet senza esserne travolti, governando la rete e non subendola. Facendone anzi una rete di bontà, posta ad arginare quell’inondazione di negatività che purtroppo miete tante vittime. Internet, di per sé, è neutrale. Si presta al bene e al male. Carlo è un vero maestro di una rete del bene.

Il Papa, mettendo in guardia dal rischio dell’omologazione, frutto dei meccanismi del consumo e dello stordimento, ricorda una frase di Carlo: “Tutti nascono come originali, ma molti muoiono come fotocopie”. Quanto Carlo, nella sua breve vita, ha saputo, in modo originale, seguire la sua strada verso la santità?
L’originalità di Carlo è nella sua stessa santità. Il suo è un modo semplice, feriale, di fare il bene. Egli spiega così che la santità non è fatta di cose straordinarie. Giustamente mette in guardia dal rischio di arrendersi al “così fanno tutti”.

Il Vangelo non intrappola, non incatena, al contrario lascia che si sprigionino i desideri più profondi, quelli che hanno a che fare non con l’effimero, ma con l’eterno. I desideri che ci portano verso una vera libertà. E, dunque, ci fanno essere profondamente noi stessi, davvero “originali”, capaci di una vita bella, autentica, generosa.

Carlo amava dire: “Non io, ma Dio”. In un mondo che cerca di accantonare Dio e mettere noi, con il nostro smisurato ego, davanti a tutto, quanto un ragazzino morto a soli 15 anni insegna a tutti?
Impressionante la maturità spirituale di Carlo. La sua scelta radicale di Dio riecheggia quella di Francesco d’Assisi nell’atto della spogliazione: “Non più padre Pietro di Bernardone ma Padre nostro che sei nei cieli”. Francesco non aveva più nulla, ma aveva ormai frate sole, sora luna, sora acqua, frate focu… Aveva tutto, perché aveva Dio. Carlo, senza gesti clamorosi, fece altrettanto. Entrambi si spogliarono di sé e si riempirono di Dio. Oggi insieme, nel santuario della Spogliazione, si fanno educatori dei giovani, proponendo Gesù come segreto della vita.

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Cristianesimo

Posté par atempodiblog le 28 mars 2019

Cristianesimo
Senza di esso l’identità europea non è neppure immaginabile, eppure oggi è oggetto di un’infastidita emarginazione. Con gravi conseguenze
di Ernesto Galli della Loggia – Corriere della Sera

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Nella stragrande maggioranza noi europei abbiamo nomi che vengono dalla tradizione giudaico-cristiana; la stessa cosa vale per un grandissimo numero di nomi di luoghi e di centri abitati, specie di quelli più piccoli. Ancora: per secoli, chiese, basiliche, abbazie, monasteri hanno rappresentato — e in più di un caso rappresentano ancora — punti di riferimento essenziali per la vita religiosa, economica, artistica, per l’esperienza civile degli europei. Neppure si contano, infine, le nostre case sia pure abitate da atei militanti dove non vi sia tutt’ora un’immagine, un quadro, un oggetto, un ricordo che si riallacci alla tradizione di cui sopra.

Insomma, nel bene e anche nel male (che esiste sempre in tutte le cose umane) il Cristianesimo ha plasmato come nessun altro fatto la storia del nostro Continente. Senza di esso l’identità europea non è neppure immaginabile. Ciò nonostante da tempo nei suoi confronti le istituzioni dell’Unione Europea, il mainstream politicamente corretto che nei suoi più importanti Paesi caratterizza i media, l’università, gli ambienti della cultura e della politica, in genere il mondo delle élite, mostra un’indifferenza venata di larvata ostilità: ad esempio considerando una violazione del principio di laicità la presenza cristiana nello spazio pubblico a qualsiasi titolo essa sia. Perfino se si tratta di esporre a Natale un presepio nell’atrio di un municipio.

Si verifica così un fenomeno paradossale: il dato religioso, tenuto nella massima considerazione quando si tratta di religioni diverse da quella cristiana, in quest’ ultimo caso, invece, è oggetto perlopiù di un’infastidita rimozione/emarginazione. Con due gravi conseguenze: di non accrescere certo le simpatie per l’Europa in vaste cerchie delle popolazioni del continente che anche se magari lontane dalla pratica religiosa non sono tuttavia disposte a staccarsi dalla tradizione cristiana, e di regalare quindi ai nemici dell’Europa l’ennesimo facile argomento di propaganda.

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L’onore tributato alla Beata Vergine

Posté par atempodiblog le 11 janvier 2019

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Non voglio appartenere a una religione in cui mi è permesso avere un crocifisso. Lo stesso sentimento mi coglie intorno alla questione molto controversa dell’onore tributato alla Beata Vergine. Coloro che non apprezzano quel culto, hanno tutti i diritti di non essere cattolici, ma dai cattolici, o da coloro che si definiscono tali, desidero che l’idea non solo sia gradita ma amata e amata ardentemente, e più di tutto proclamata con orgoglio.

Gilbert Keith Chesterton – Autobiografia

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Maria Santissima Madre di Dio

Posté par atempodiblog le 1 janvier 2019

Maria Santissima Madre di Dio
Desiderio d’infinito. Vangelo per la vita quotidiana, di Padre Livio Fanzaga. Ed. PIEMME

Maria Santissima Madre di Dio dans Citazioni, frasi e pensieri Maria-Madre-di-Dio

L’inizio del nuovo anno è posto sotto la grande luce che emana da Gesù e da Maria. La festività di Maria Santissima Madre di Dio riguarda nel medesimo tempo il Figlio e la Madre. Siamo innanzitutto invitati a guardare a quel Bambino che Maria ci dona.

Egli non è un semplice bambino come gli altri, ma è il Figlio di Dio fatto uomo. Attraverso la maternità di Maria Egli è venuto a noi, vero Dio e vero uomo.

Maria è Madre di Dio non nel senso che ha generato Dio. Anche lei è una creatura come noi che l’Onnipotente ha tratto dal nulla.Di lei però possiamo dire che è Madre di Dio perché quel Bimbo che ha concepito per opera dello Spirito Santo, che ha portato in grembo per nove mesi e poi ha donato al mondo, è il Verbo eterno di Dio uguale al Padre nella divinità, uguale a noi nell’umanità.

Quando i Padri del Concilio di Efeso, fra il tripudio del popolo, proclamarono Maria Theotokos”, cioè Madre di Dio, hanno additato a tutte le generazioni, fino alla fine dei secoli, il cuore stesso della fede cristiana, che è la divinità di Gesù Cristo. Sei cristiano, caro amico, se credi che Gesù, il Figlio di Maria, è Dio.

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Papa: La famiglia di Nazareth è santa perché ‘centrata su Gesù’

Posté par atempodiblog le 31 décembre 2018

Papa: La famiglia di Nazareth è santa perché ‘centrata su Gesù’
All’Angelus, papa Francesco sottolinea “lo stupore e l’angoscia” vissuti da Maria e Giuseppe nella ricerca del loro Figlio. “Stupirsi è il contrario del dare tutto per scontato”. “Dovremmo provare angoscia quando per più di tre giorni ci dimentichiamo di Gesù”. La preghiera per tutte le famiglie del mondo, specie quelle dove “mancano la pace e l’armonia”. Un’Ave Maria per la Repubblica democratica del Congo.
della Redazione di AsiaNews

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“La famiglia di Nazareth è santa: perché era centrata su Gesù, a Lui erano rivolte tutte le attenzioni e le sollecitudini di Maria e di Giuseppe”: così papa Francesco ha riassunto il senso della festa di oggi, della Santa Famiglia, nella domenica fra Natale e Capodanno. Parlando ai numerosi pellegrini in piazza san Pietro, il pontefice ha anzitutto citato il vangelo di oggi (Lc 2,41-52), del ritrovamento di Gesù fra i dottori del tempio, dopo tre giorni di ricerca.

“Alla vista del Figlio – ha spiegato il papa – Maria e Giuseppe «restarono stupiti» (v. 48) e la Madre gli manifestò la loro apprensione dicendo: «Tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo» (ibid.)”.

“Lo stupore e l’angoscia sono i due elementi sui quali vorrei richiamare la vostra attenzione. Nella famiglia di Nazareth non è mai venuto meno lo stupore, neanche in un momento drammatico come lo smarrimento di Gesù: è la capacità di stupirsi di fronte alla graduale manifestazione del Figlio di Dio. È lo stesso stupore che colpisce anche i dottori del tempio, ammirati «per la sua intelligenza e le sue risposte» (v. 47)”.

“Stupirsi e meravigliarsi è il contrario del dare tutto per scontato, è il contrario dell’interpretare la realtà che ci circonda e gli avvenimenti della storia solo secondo i nostri criteri. Stupirsi è aprirsi agli altri, comprendere le ragioni degli altri: questo atteggiamento è importante per sanare i rapporti compromessi tra le persone, ed è indispensabile anche per guarire le ferite aperte nell’ambito familiare”.

“Quando ci sono i problemi nelle famiglie, diamo per scontato che abbiamo ragione noi e chiudiamo la porta agli altri… Quando avete dei problemi con qualcuno in famiglia, pensate alle cose buone che ha la persona con cui avete i problemi e questo aiuterà a guarire le ferite nell’ambito familiare”.

“Il secondo elemento che vorrei cogliere dal Vangelo è l’angoscia che sperimentarono Maria e Giuseppe quando non riuscivano a trovare Gesù. Questa angoscia manifesta la centralità di Gesù nella Santa Famiglia. La Vergine e il suo sposo avevano accolto quel Figlio, lo custodivano e lo vedevano crescere in età, sapienza e grazia in mezzo a loro, ma soprattutto Egli cresceva dentro il loro cuore; e, a poco a poco, aumentavano il loro affetto e la loro comprensione nei suoi confronti. Ecco perché la famiglia di Nazareth è santa: perché era centrata su Gesù, a Lui erano rivolte tutte le attenzioni e le sollecitudini di Maria e di Giuseppe”.

“Quell’angoscia che essi provarono nei tre giorni dello smarrimento di Gesù, dovrebbe essere anche la nostra angoscia quando siamo lontani da Lui. Dovremmo provare angoscia quando per più di tre giorni ci dimentichiamo di Gesù, senza pregare, senza leggere il Vangelo, senza sentire il bisogno della sua presenza e della sua consolante amicizia.

E tante volte passano i giorni senza che io ricordi Gesù… Maria e Giuseppe lo cercarono e lo trovarono nel tempio mentre insegnava: anche noi, è soprattutto nella casa di Dio che possiamo incontrare il divino Maestro e accogliere il suo messaggio di salvezza. Nella celebrazione eucaristica facciamo esperienza viva di Cristo; Egli ci parla, ci offre la sua Parola che illumina il nostro cammino, ci dona il suo Corpo nell’Eucaristia da cui attingiamo vigore per affrontare le difficoltà di ogni giorno”.

“Torniamo a casa – ha ribadito – con queste due parole: stupore e angoscia”.

“Preghiamo per tutte le famiglie del mondo, specialmente quelle in cui, per vari motivi, mancano la pace e l’armonia. E le affidiamo alla protezione della Santa Famiglia di Nazareth”.

Dopo la preghiera dell’Angelus, Francesco ha chiesto a tutti i presenti di recitare un’Ave Maria per la Repubblica democratica del Congo, segnata da violenze prima delle elezioni, che si tengono oggi, e da un’epidemia di ebola, che non permetterà ad alcune zone di votare.

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Santi e Beati del 2018: doni dell’amore di Dio alla Chiesa

Posté par atempodiblog le 31 décembre 2018

Santi e Beati del 2018: doni dell’amore di Dio alla Chiesa
L’anno che sta per chiudersi è stato prodigo dell’amore di Dio che ha donato alla Chiesa molti nuovi Santi e Beati, chiamati con il loro esempio a illuminare le vite di ognuno di noi. Ben 19 le cerimonie di beatificazione nel 2018 e 7 i nuovi Santi canonizzati il 14 ottobre scorso in piazza San Pietro
Roberta Barbi – Vatican News

Santi e Beati del 2018: doni dell’amore di Dio alla Chiesa dans Fede, morale e teologia I-Beati-martiri-di-Algeria
I Beati martiri di Algeria

La fine di un anno è tradizionalmente tempo di bilanci, di riflessione su quello che c’è stato – o non c’è stato – di buono, su quello che si può fare meglio e su quello che si può iniziare a fare. È anche il tempo della raccolta dei doni dell’amore del Signore alla Sua Chiesa, che si è arricchita di nuovi Beati e di 7 Santi: tra loro un Papa, molti sacerdoti e religiose, ma anche tanti laici, a dimostrazione che la santità è davvero alla portata di tutti, come ricorda Papa Francesco nell’esortazione apostolica Gaudete et exsultate:

“Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante. Questa è tante volte la santità “della porta accanto”, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio, o, per usare un’altra espressione, ‘la classe media della santità’”.

Ripercorriamo quindi insieme quest’anno, facendoci guidare dagli insegnamenti di tante splendide figure e dalle immagini delle cerimonie: un modo in più per ringraziare il Signore di quanto ricevuto e facciamoci accompagnare in questo viaggio nella santità dalle parole di Papa Francesco.

I Martiri di guerra, quando dall’odio nasce l’amore
“Santo Stefano fu il primo a seguire le orme del divino Maestro con il martirio; morì come Gesù affidando la propria vita a Dio e perdonando i suoi persecutori. Due atteggiamenti: affidava la propria vita a Dio e perdonava. Mentre veniva lapidato disse: «Signore Gesù, accogli il mio spirito» (At 7,59). Sono parole del tutto simili a quelle pronunciate da Cristo in croce: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito (Lc 23, 46). L’atteggiamento di Stefano che imita fedelmente il gesto di Gesù, è un invito rivolto a ciascuno di noi ad accogliere con fede dalle mani del Signore ciò che la vita ci riserva di positivo e anche di negativo”. (Angelus Solennità Santo Stefano 26 dicembre 2018)

Il 2018 si è aperto con la Beatificazione, il 3 febbraio, di Teresio Olivelli, ucciso “in odium fidei” dai nazisti nel campo di Hersbruck. Durante la Seconda Guerra Mondiale, al fronte si adoperò per soccorrere i commilitoni fisicamente e spiritualmente, scrivendo la preghiera “Facci liberi”. Durante la rivoluzione in Madagascar, invece, venne ucciso Luciano Botovasoa, terziario francescano che durante le persecuzioni alla chiesa volle restare accanto ai missionari francesi. È stato beatificato il 15 aprile nell’isola. Era stato ordinato solo due anni prima, Janos Brenner, il sacerdote ungherese beatificato il 1° maggio, e che fu ucciso dal regime comunista locale in un’imboscata mentre portava l’Eucaristia a un malato. Due le cerimonie di beatificazione collettive: quella del 10 novembre a Barcellona di Teodoro Del Olmo e di 15 compagni - tra sacerdoti della Congregazione di San Pietro in Vincoli e laici solidali – annoverati tra le vittime cristiane della guerra civile spagnola; e quella dell’8 dicembre scorso di Pietro Claverie, vescovo di Oran, e 18 compagni, più noti come i Martiri di Algeria che, negli anni più bui del fondamentalismo islamico nel Paese, scelsero di non abbandonare la propria gente.

I Missionari: come gli apostoli inviati nelle periferie del mondo
“Ambienti umani, culturali e religiosi ancora estranei al Vangelo di Gesù e alla presenza sacramentale della Chiesa rappresentano le estreme periferie, gli “estremi confini della terra”, verso cui, fin dalla Pasqua di Gesù, i suoi discepoli missionari sono inviati, nella certezza di avere il loro Signore sempre con sé (cfr Mt 28,20; At 1,8). In questo consiste ciò che chiamiamo missio ad gentes. La periferia più desolata dell’umanità bisognosa di Cristo è l’indifferenza verso la fede o addirittura l’odio contro la pienezza divina della vita”. (Messaggio Giornata Missionaria mondiale 20 maggio 2018)

Il 26 maggio è stata beatificata una piccola religiosa dal cuore grande: così chiamavano Leonella Sgorbati nella missione di Mogadiscio (Somalia) dove trascorse molti anni. In quella terra martoriata, il tabernacolo nella casa delle suore era l’unica presenza viva di Cristo nel Paese. Morì da martire perdonando il suo assassino. Fu a lungo missionaria in Bolivia anche Santa Nazaria Ignazia March Mesa, fondatrice delle Suore Missionarie Crociate della Chiesa, che dedicò la vita alla preghiera per la perseveranza dei religiosi e per lo spirito apostolico dei sacerdoti. Il 27 ottobre sono diventati Beati Tullio Maruzzo, sacerdote dei Frati minori missionario in Guatemala, e il suo catechista Luis Obdulio. Furono uccisi in un agguato nella foresta nel corso dell’ondata di violenza che colpì il Paese per l’indipendenza dalla Spagna.

La cura dei malati, il vero volto della tenerezza di Dio
“Le cure che sono prestate in famiglia sono una testimonianza straordinaria di amore per la persona umana e vanno sostenute con adeguato riconoscimento e con politiche adeguate. Pertanto, medici e infermieri, sacerdoti, consacrati e volontari, familiari e tutti coloro che si impegnano nella cura dei malati, partecipano a questa missione ecclesiale. È una responsabilità condivisa che arricchisce il valore del servizio quotidiano di ciascuno”. (Messaggio Giornata Mondiale Malato 26 novembre 2017)

Infermiera e scrittrice, inventò per prima nella sua Polonia l’assistenza domiciliare dei malati anche da un punto di vista spirituale: queste le virtù di Anna Chrzanowska, amica di Giovanni Paolo II, beatificata il 28 aprile. Hanno condiviso, invece, l’esperienza della malattia facendone la propria croce da offrire al Signore altri due nuovi Santi e una nuova Beata. Quest’ultima è Carmen Rendíles Martínez, fondatrice delle Suore Ancelle di Gesù, beatificata il 16 giugno. Era nata priva del braccio sinistro ma non di forza e vitalità che la portarono a incarnare il modello della vera santità quotidiana. C’è poi San Francesco Spinelli, toccato dalla grazia di Dio che lo ha guarito miracolosamente da una lesione alla colonna vertebrale mentre era in preghiera. Da allora si occupò nel suo ministero quasi esclusivamente dei malati più sofferenti cui portava la Parola e la carezza del Signore. Infine, San Nunzio Sulprizio, deceduto a 19 anni per un cancro alle ossa. Nella sua breve vita, che trascorse quasi interamente in ospedale, insegnò catechismo ai piccoli ricoverati assieme a lui e pregò molto offrendo il proprio dolore per la conversione dei peccatori.

Le martiri della purezza, gigli bianchi macchiati di sangue
“Tutti noi nella vita siamo passati per momenti in cui questa virtù è molto difficile, ma è proprio la via di un amore genuino, di un amore che sa dare la vita, che non cerca di usare l’altro per il proprio piacere. È un amore che considera sacra la vita dell’altra persona: io ti rispetto, io non voglio usarti, io non voglio usarti”. (Discorso ai giovani durante visita pastorale a Torino 21 giugno 2015)

Ci sono anche due novelle Santa Maria Goretti tra i Beati del 2018. La slovacca Anna Kolesárová, beatificata il Primo settembre, fu uccisa in casa davanti alla sua famiglia da un soldato del regime che avrebbe voluto approfittare di lei; la romena Veronica Antal, beatificata il 22 settembre, fu uccisa da un fanatico che voleva violare una suora: tale, infatti, si considerava lei pur in un Paese in cui erano stati soppressi tutti gli ordini religiosi. Oggi è venerata da cattolici e ortodossi.

I Beati “immagini di Cristo per questo mondo”
“La nostra storia ha bisogno di ‘mistici’: di persone che rifiutano ogni dominio, che aspirano alla carità e alla fraternità. Uomini e donne che vivono accettando anche una porzione di sofferenza, perché si fanno carico della fatica degli altri. Ma senza questi uomini e donne il mondo non avrebbe speranza”. (Udienza generale 21 giugno 2017)

Ci sono poi due nuove Beate che ebbero un contatto particolarmente ravvicinato con il Signore anche durante la vita terrena. Maria Crocifissa del Divino Amore (beatificata il 2 giugno), figlia spirituale di Padre Pio attraverso il quale il Signore le parlò e la portò a fondare la Congregazione delle Suore Apostole del Sacro Cuore. Si occupava, in particolare, dell’insegnamento ai giovani. Alfonsa Maria Eppinger, beatificata il 9 settembre, aveva estasi molto lunghe e prostranti, visioni sulla politica e sul futuro della Chiesa. Fondò le Suore del Santissimo Salvatore. Il religioso lituano Michaľ Giedrojć, vissuto nel 1400, aveva, invece, frequenti attacchi del demonio e visioni del futuro. Papa Francesco ne ha riconosciuto le virtù eroiche e la conferma del culto da tempo immemorabile (Beatificazione equipollente) il 7 novembre.

I sacerdoti, uomini dell’incontro con Gesù
“I consacrati e le consacrate sono chiamati innanzitutto ad essere uomini e donne dell’incontro. La vocazione, infatti, non prende le mosse da un nostro progetto pensato “a tavolino”, ma da una grazia del Signore che ci raggiunge, attraverso un incontro che cambia la vita. Chi incontra davvero Gesù non può rimanere uguale a prima. Egli è la novità che fa nuove tutte le cose”. (Giubileo Vita consacrata 2 febbraio 2016)

C’è un Papa tra i nuovi Santi del 2018: Paolo VI, pontefice sobrio e misurato, grande difensore della vita nascente, che non dimenticava mai di essere “un sacerdote, innanzitutto”. Poi mons. Oscar Arnolfo Romero Galdámez, amico dei poveri e della pace, e per questo inviso al partito nazionalista del Salvador che lo fece uccidere durante la Messa. Ma sono molti i sacerdoti santi, anche meno conosciuti, come San Vincenzo Romano che nella Napoli di primo Ottocento era noto come il “prete faticatore”: andava a caccia dei covi dove si nascondevano i malviventi e predicava per strada con croce e campanello. Oppure Jean-Baptiste Foque, beatificato il 30 settembre, che tanto fece per la sua Marsiglia fondando addirittura l’ospedale di San Giuseppe, ancora oggi fiore all’occhiello della sanità francese. Infine ricordiamo Tiburcio Arnáiz Muñoz (beatificato il 20 ottobre), il gesuita che nelle periferie spagnole proponeva gli esercizi spirituali di Sant’Ignazio anche a poveri e analfabeti.

Le suore, protagoniste della storia unica e originale che Dio scrive
“Alla fine dei Vangeli c’è un altro incontro con Gesù che può ispirare la vita consacrata: quello delle donne al sepolcro. Erano andate a incontrare un morto, il loro cammino sembrava inutile. Anche voi andate nel mondo controcorrente: la vita del mondo facilmente rigetta la povertà, la castità e l’obbedienza. Ma, come quelle donne, andate avanti, nonostante le preoccupazioni per le pesanti pietre da rimuovere (cfr Mc 16,3). E come quelle donne, per primi incontrate il Signore risorto e vivo, lo stringete a voi (cfr Mt 28,9) e lo annunciate subito ai fratelli, con gli occhi che brillano di gioia grande (cfr v. 8). Siete così l’alba perenne della Chiesa”. (Omelia Concelebrazione eucaristica per i consacrati 2 febbraio 2018)

Ricevette in sogno il Bambino Gesù che la chiamava a occuparsi dei poveri, Clara Fey, che a questo apostolato dedicò l’intera vita, fondando ad Aquisgrana, in Germania, anche la Congregazione delle Suore del Povero Bambino Gesù. È stata beatificata il 5 maggio. Fondò, invece, le Figlie di Maria Immacolata – le Marianiste –Maria della Concezione, di origini nobili e di famiglia ricca, si spogliò di tutto fin da piccola portando la Parola di Dio ai contadini con la sua “piccola società”. La sua beatificazione è del 10 giugno. Anche Clelia Merloni, beatificata il 3 novembre, fu una madre superiora che iniziò ad avvicinarsi alla vita monacale con alcune amiche con cui educava i bambini alla gioia. Fondò, poi, l’Istituto delle Suore Apostole del Sacro Cuore di Gesù. Santa Maria Caterina Kasper, fondatrice delle Povere Ancelle di Gesù, invece, aveva il carisma di occuparsi dei poveri perché era stata povera anch’essa, tanto da dover essere aiutata economicamente dai parrocchiani per fondare il nuovo istituto. Continuò a coltivare i campi fino alla morte. Fu una semplice suora dell’Ordine delle Carmelitane Scalze, infine, Maria Felicia di Gesù Sacramentato, beatificata il 23 giugno dopo una vita dedita alla cura di bambini e anziani: il suo “cammino della perfezione”, la sua personale via verso la santità. Quella che anche ognuno di noi è chiamato a trovare e seguire. Magari, possiamo iniziare proprio nel 2019.

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La bella notizia raccontata da uno che era stato ateo e bestemmiatore

Posté par atempodiblog le 26 décembre 2018

La bella notizia raccontata da uno che era stato ateo e bestemmiatore
Scrisse Giovanni Papini il 25 dicembre 1955: “Se nella sventura non ti abbandonerai a lamenti né a bestemmie, esulta perché significa che il Salvatore è nel tuo cuore”
di Antonio Gaspari – Zenit

La bella notizia raccontata da uno che era stato ateo e bestemmiatore dans Articoli di Giornali e News Giovanni-Papini

Stiamo parlando di Giovanni Papini un indomabile polemista, sempre pronto ad azzuffarsi, litigò con Prezzolini e con Benedetto Croce.

Scrisse Prezzolini di Papini: “Sentii subito che era un genio”. Ma bisognava ribellarsi alla sua aggressività “per poterci stare insieme”.

Papini nel frattempo lavorò al Tempo di Roma occupandosi della terza pagina. Aveva già scritto la sua autobiografia spirituale Un uomo finito e  L’uomo Carducci, quando, alla fine della Prima Guerra mondiale soffrì una profonda crisi spirituale.

In quel contesto scrisse di nascosto La Storia di Cristo. Impensabile per uno come lui ateo e bestemmiatore. Neanche la moglie poteva crederci.

Ad aiutarlo nella conversione miracolosa fu l’allora direttore della Civiltà Cattolica e stimato scrittore, padre Giuseppe De Rosa

Nonostante il grande talento venne tenuto fuori  dall’Accademia d’Italia. Suo principale oppositore era il futurista Filippo Tommaso Marinetti.

Nonostante i tanti nemici ottenne la prestigiosa cattedra di Letteratura italiana all’Università di Bologna, già ricoperta da Giosuè Carducci e da Giovanni Pascoli, ma dovette rinunciarvi per una malattia agli occhi.

Si rifiutò di presiedere l’Accademia d’Italia, per protesta contro l’assassinio di Giovanni Gentile.

Divenne terziario francescano con il nome di fra Bonaventura e morì a Firenze cieco e paralizzato, l’8 luglio 1956.

Nel 1955 scrisse una bellissima poesia sul Natale che ci fa piacere riproporre ai lettori:

La bella notizia del 25 dicembre 1955

Anche se Cristo nascesse
mille e diecimila volte
a Betlemme,
a nulla ti gioverà
se non nasce almeno una volta
nel tuo cuore. 

Ma come potrà accadere 
questa nascita interiore? 
Eppure questo miracolo nuovo 
non è impossibile 
purché sia desiderato e aspettato. 

Il giorno nel quale non sentirai 
una punta di amarezza 
e di gelosia dinanzi alla gioia 
del nemico o dell’amico, 
rallegrati perché è segno 
che quella nascita è prossima. 

Il giorno nel quale non sentirai 
una segreta onda di piacere 
dinanzi alla sventura e alla caduta altrui, 
consolati perché la nascita è vicina. 

Il giorno nel quale sentirai il bisogno 
di portare un po’di letizia a chi è triste 
e l’impulso di alleggerire il dolore o la miseria 
anche di una sola creatura, 
sii lieto perché l’arrivo di Dio è imminente. 

E se un giorno sarai percosso 
e perseguitato dalla sventura 
e perderai salute e forza, 
figli e amici 
e dovrai sopportare l’ottusità, 
la malignità e la gelidità 
dei vicini e dei lontani, 
ma nonostante tutto non ti abbandonerai 
a lamenti né a bestemmie 
e accetterai con animo sereno il tuo destino, 
esulta e trionfa perché il portento 
che pareva impossibile 
è avvenuto 
e il Salvatore è già nato nel tuo cuore. 

Non sei più solo, non sarai più solo.
Il buio della notte fiammeggerà
come se mille stelle chiomate
giungessero da ogni punto del cielo
a festeggiare l’incontro
della tua breve giornata umana
con la divina eternità.

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Il mistero del Natale

Posté par atempodiblog le 24 décembre 2018

L’avvenimento centrale della storia
Il mistero del Natale
“Sì, esiste un senso, e il senso non è una protesta impotente contro l’assurdo. Il Senso ha potere: è Dio. Un Dio che si è fatto nostro prossimo e ci è molto vicino. E’ mai possibile una cosa del genere?”
di Benedetto XVI  (Roma, piazza San Pietro, 17 dicembre 2008)
Tratto da: Il Foglio (24 Dicembre 2018)

Incoraggiamo le tradizioni natalizie dans Fede, morale e teologia w06oas

Cari fratelli e sorelle! Iniziano proprio oggi i giorni dell’Avvento che ci preparano immediatamente al Natale del Signore: siamo nella Novena di Natale che in tante comunità cristiane viene celebrata con liturgie ricche di testi biblici, tutti orientati ad alimentare l’attesa per la nascita del Salvatore. La Chiesa intera in effetti concentra il suo sguardo di fede verso questa festa ormai vicina predisponendosi, come ogni anno, ad unirsi al cantico gioioso degli angeli, che nel cuore della notte annunzieranno ai pastori l’evento straordinario della nascita del Redentore, invitandoli a recarsi nella grotta di Betlemme. Là giace l’Emmanuele, il Creatore fattosi creatura, avvolto in fasce e adagiato in una povera mangiatoia (cfr Lc 2,13-14).

Per il clima che lo contraddistingue, il Natale è una festa universale. Anche chi non si professa credente, infatti, può percepire in questa annuale ricorrenza cristiana qualcosa di straordinario e di trascendente, qualcosa di intimo che parla al cuore. E’ la festa che canta il dono della vita. La nascita di un bambino dovrebbe essere sempre un evento che reca gioia; l’abbraccio di un neonato suscita normalmente sentimenti di attenzione e di premura, di commozione e di tenerezza. Il Natale è l’incontro con un neonato che vagisce in una misera grotta. Contemplandolo nel presepe come non pensare ai tanti bambini che ancora oggi vengono alla luce in una grande povertà, in molte regioni del mondo? Come non pensare ai neonati non accolti e rifiutati, a quelli che non riescono a sopravvivere per carenza di cure e di attenzioni? Come non pensare anche alle famiglie che vorrebbero la gioia di un figlio e non vedono colmata questa loro attesa? Sotto la spinta di un consumismo edonista, purtroppo, il Natale rischia di perdere il suo significato spirituale per ridursi a mera occasione commerciale di acquisti e scambi di doni! In verità, però, le difficoltà, le incertezze e la stessa crisi economica che in questi mesi stanno vivendo tantissime famiglie, e che tocca l’intera l’umanità, possono essere uno stimolo a riscoprire il calore della semplicità, dell’amicizia e della solidarietà, valori tipici del Natale. Spogliato delle incrostazioni consumistiche e materialistiche, il Natale può diventare così un’occasione per accogliere, come regalo personale, il messaggio di speranza che promana dal mistero della nascita di Cristo.

Tutto questo però non basta per cogliere nella sua pienezza il valore della festa alla quale ci stiamo preparando. Noi sappiamo che essa celebra l’avvenimento centrale della storia: l’Incarnazione del Verbo divino per la redenzione dell’umanità. San Leone Magno, in una delle sue numerose omelie natalizie, così esclama: “Esultiamo nel Signore, o miei cari, ed apriamo il nostro cuore alla gioia più pura. Perché è spuntato il giorno che per noi significa la nuova redenzione, l’antica preparazione, la felicità eterna. Si rinnova infatti per noi nel ricorrente ciclo annuale l’alto mistero della nostra salvezza, che, promesso, all’inizio e accordato alla fine dei tempi, è destinato a durare senza fine” (Homilia XXII). Su questa verità fondamentale ritorna più volte san Paolo nelle sue lettere. Ai Galati, ad esempio, scrive: “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge…perché ricevessimo l’adozione a figli” (4,4). Nella Lettera ai Romani evidenzia le logiche ed esigenti conseguenze di questo evento salvifico: “Se siamo figli (di Dio), siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria” (8,17). Ma è soprattutto san Giovanni, nel Prologo del quarto Vangelo, a meditare profondamente sul mistero dell’Incarnazione. Ed è per questo che il Prologo fa parte della liturgia del Natale fin dai tempi più antichi: in esso si trova infatti l’espressione più autentica e la sintesi più profonda di questa festa e del fondamento della sua gioia. San Giovanni scrive: “Et Verbum caro factum est et habitavit in nobis / E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14).

A Natale dunque non ci limitiamo a commemorare la nascita di un grande personaggio; non celebriamo semplicemente ed in astratto il mistero della nascita dell’uomo o in generale il mistero della vita; tanto meno festeggiamo solo l’inizio della nuova stagione. A Natale ricordiamo qualcosa di assai concreto ed importante per gli uomini, qualcosa di essenziale per la fede cristiana, una verità che san Giovanni riassume in queste poche parole: “il Verbo si è fatto carne”. Si tratta di un evento storico che l’evangelista Luca si preoccupa di situare in un contesto ben determinato: nei giorni in cui fu emanato il decreto per il primo censimento di Cesare Augusto, quando Quirino era già governatore della Siria (cfr Lc 2,1-7). E’ dunque in una notte storicamente datata che si verificò l’evento di salvezza che Israele attendeva da secoli. Nel buio della notte di Betlemme si accese realmente una grande luce: il Creatore dell’universo si è incarnato unendosi indissolubilmente alla natura umana, sì da essere realmente “Dio da Dio, luce da luce” e al tempo stesso uomo, vero uomo. Quel che Giovanni, chiama in greco “ho logos” – tradotto in latino “Verbum” e in italiano “il Verbo” – significa anche “il Senso”. Quindi potremmo intendere l’espressione di Giovanni così: il “Senso eterno” del mondo si è fatto tangibile ai nostri sensi e alla nostra intelligenza: ora possiamo toccarlo e contemplarlo (cfr 1Gv 1,1). Il “Senso” che si è fatto carne non è semplicemente un’idea generale insita nel mondo; è una “Parola” rivolta a noi. Il Logos ci conosce, ci chiama, ci guida. Non è una legge universale, in seno alla quale noi svolgiamo poi qualche ruolo, ma è una Persona che si interessa di ogni singola persona: è il Figlio del Dio vivo, che si è fatto uomo a Betlemme.

A molti uomini, ed in qualche modo a noi tutti, questo sembra troppo bello per essere vero. In effetti, qui ci viene ribadito: sì, esiste un senso, ed il senso non è una protesta impotente contro l’assurdo. Il Senso ha potere: è Dio. Un Dio buono, che non va confuso con un qualche essere eccelso e lontano, a cui non sarebbe mai dato di arrivare, ma un Dio che si è fatto nostro prossimo e ci è molto vicino, che ha tempo per ciascuno di noi e che è venuto per rimanere con noi. E’ allora spontaneo domandarsi: “E’ mai possibile una cosa del genere? E’ cosa degna di Dio farsi bambino?”. Per cercare di aprire il cuore a questa verità che illumina l’intera esistenza umana, occorre piegare la mente e riconoscere la limitatezza della nostra intelligenza. Nella grotta di Betlemme, Dio si mostra a noi umile “infante” per vincere la nostra superbia. Forse ci saremmo arresi più facilmente di fronte alla potenza, di fronte alla saggezza; ma Lui non vuole la nostra resa; fa piuttosto appello al nostro cuore e alla nostra libera decisione di accettare il suo amore. Si è fatto piccolo per liberarci da quell’umana pretesa di grandezza che scaturisce dalla superbia; si è liberamente incarnato per rendere noi veramente liberi, liberi di amarlo.

Cari fratelli e sorelle, il Natale è un’opportunità privilegiata per meditare sul senso e sul valore della nostra esistenza. L’approssimarsi di questa solennità ci aiuta a riflettere, da una parte, sulla drammaticità della storia nella quale gli uomini, feriti dal peccato, sono perennemente alla ricerca della felicità e di un senso appagante del vivere e del morire; dall’altra, ci esorta a meditare sulla bontà misericordiosa di Dio, che è venuto incontro all’uomo per comunicargli direttamente la Verità che salva, e per renderlo partecipe della sua amicizia e della sua vita. Prepariamoci, pertanto, al Natale con umiltà e semplicità, disponendoci a ricevere in dono la luce, la gioia e la pace, che da questo mistero si irradiano. Accogliamo il Natale di Cristo come un evento capace di rinnovare oggi la nostra esistenza. L’incontro con il Bambino Gesù ci renda persone che non pensano soltanto a se stesse, ma si aprono alle attese e alle necessità dei fratelli. In questa maniera diventeremo anche noi testimoni della luce che il Natale irradia sull’umanità del terzo millennio. Chiediamo a Maria Santissima, tabernacolo del Verbo incarnato, e a san Giuseppe, silenzioso testimone degli eventi della salvezza, di comunicarci i sentimenti che essi nutrivano mentre attendevano la nascita di Gesù, in modo che possiamo prepararci a celebrare santamente il prossimo Natale, nel gaudio della fede e animati dall’impegno di una sincera conversione.

Buon Natale a tutti!

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Il Cardinale Piacenza: Il confessionale è come la grotta di Betlemme

Posté par atempodiblog le 22 décembre 2018

Il Cardinale Piacenza: Il confessionale è come la grotta di Betlemme
di Angela Ambrogetti – ACI Stampa

Il Cardinale Piacenza: Il confessionale è come la grotta di Betlemme dans Cardinale Mauro Piacenza Confessionale

“Il confessionale, che vede la Chiesa generare sempre di nuovo i suoi figli, assume quasi le fattezze della  “grotta di Betlemme”, nella quale Cristo si appresta a nascere e dove tutto e tutti concorrono ad accogliere la Sua venuta”. E’ questa la riflessione del Penitenziere Maggiore il Cardinale Mauro Piacenza per il Natale a tutti i confessori delle Basiliche Papali.

In una lettera il cardinale ricorda che “dalla memoria viva della Natività di Cristo riceve una particolare luce proprio il Sacramento della Riconciliazione” con lo sguardo  “all’Immacolata, alla Tota Pulchra, che ha meritato, per grazia di Dio, di aprire in se stessa l’umanità intera all’Incarnazione del Verbo”.

“Il Divin Bambino, che giace nella mangiatoia, regna nel cuore stesso del Confessore”, San Giuseppe, “splende come maestro di fedeltà al compito ricevuto”, e Maria, “sintetizza in se stessa il mistero della mediazione salvifica della Chiesa, illuminando e plasmando continuamente il cuore del confessore, perché si dilati, con una disponibilità totale e sempre crescente”.

L’auspicio per i Penitenzieri delle Basiliche Romane e a tutti i Confessori che, sono stati chiamati a collaborare sacramentalmente con il Signore che viene per il rinnovamento spirituale del popolo cristiano è di essere strumenti della divina Misericordia: “accogliete in voi la divina misericordia e riversatela con amore ineffabile su quanti si presentano al vostro confessionale!”.

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Il Papa: servono profeti di speranza come La Pira

Posté par atempodiblog le 24 novembre 2018

Il Papa: servono profeti di speranza come La Pira
Francesco ha ricevuto in udienza i membri della Fondazione “Giorgio La Pira”
de La Redazione di Avvenire

Il Papa: servono profeti di speranza come La Pira dans Articoli di Giornali e News Papa-e-Fondazione-La-Pira

L’esempio di Giorgio La Pira «è prezioso specialmente per quanti operano nel settore pubblico, i quali sono chiamati ad essere vigilanti verso quelle situazioni negative che san Giovanni Paolo II ha definito “strutture di peccato”». Lo ha detto papa Francesco stamani ricevendo in udienza i membri della Fondazione “Giorgio La Pira” in occasione del loro quinto convegno nazionale. 2e2mot5 dans Diego Manetti IL TESTO INTEGRALE

Per Francesco, tali strutture di peccato nella vita politica rappresentano «la somma di fattori che agiscono in senso contrario alla realizzazione del bene comune e al rispetto della dignità della persona. Si cede a tali tentazioni quando, ad esempio, si ricerca l’esclusivo profitto personale o di un gruppo piuttosto che l’interesse di tutti; quando il clientelismo prevarica sulla giustizia; quando l’eccessivo attaccamento al potere sbarra di fatto il ricambio generazionale e l’accesso alle nuove leve». In merito il Papa ha citato lo stesso La Pira, il sindaco di Firenze per il quale è in corso il processo di beatificazione, sottolineando che «la politica è un impegno di umanità e di santità».

La politica, ha scandito Francesco indicando l’esempio di La Pira, «è quindi una via esigente di servizio e di responsabilità per i fedeli laici, chiamati ad animare cristianamente le realtà temporali». «Oggi – ha poi aggiunto a braccio – ci vuole una primavera, profeti di speranza, ci vogliono rondini, siate voi».

«La Pira assunse una linea politica aperta alle esigenze del cattolicesimo sociale e sempre schierata dalla parte degli ultimi e delle fasce più fragili della popolazione. Si impegnò altresì in un grande programma di promozione della pace sociale e internazionale, con l’organizzazione di convegni internazionali “per la pace e la civiltà cristiana” e con vibranti appelli contro la guerra nucleare. Per lo stesso motivo compì uno storico viaggio a Mosca nell’agosto 1959. Sempre più incisivo diventava il suo impegno politico-diplomatico: nel 1965 convocò a Firenze un simposio per la pace nel Vietnam, recandosi poi personalmente ad Hanoi, dove poté incontrare Ho Chi Min e Phan Van Dong», ha ricordato Francesco rilevando che La Pira «diede vita a varie opere caritative, quali la Messa del Povero presso San Procolo e la Conferenza di San Vincenzo Beato Angelico». Dal 1936, ha ricostruito il Papa, La Pira «dimorò nel convento di San Marco, dove si diede allo studio della patristica, curando anche la pubblicazione della rivista Principi, in cui non mancavano critiche al fascismo. Ricercato dalla polizia di quel regime si rifugiò in Vaticano, dove per un periodo soggiornò nell’abitazione del Sostituto monsignor Montini, che nutriva per lui grande stima». Un dettaglio poco conosciuto ma importante per capire come i due grandi profeti del cattolicesimo italiano fossero in dialogo tra loro.

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La pace, un dono che viene da Dio

Posté par atempodiblog le 18 novembre 2018

La pace, un dono che viene da Dio
Tratto da: La pace del cuore. Il messaggio di purificazione di Medjugorje, di Padre Livio Fanzaga. Ed. PIEMME

La pace, un dono che viene da Dio dans Citazioni, frasi e pensieri La-Pace

Non basta desiderare la pace per conseguirla. Nessun uomo, per quanto si dia da fare, riesce a farla propria. La pace è un dono che viene da Dio, come una sorgente d’acqua viva, alla quale ogni cuore liberamente può attingere.

Dio è la fonte della pace perché solo da Lui può venire il perdono dei peccati. Ciò che tormenta l’uomo è il peccato, che si è insinuato nel suo intimo e che avvelena la sua vita. È impossibile vivere in pace se si è complici del male.

Il primo passo verso la pace è la decisione di convertirsi e di ritornare al Dio della pace è dell’amore. Solo allora si sperimenta la dolcezza della pace divina, alla quale nulla è paragonabile sulla terra. La pace è un lungo cammino, che esige la purificazione costante del cuore è la vigilanza contro le insidie del nemico. […]

Se desideri conquistare il tesoro della pace, devi sapere dove si trova il campo di battaglia.

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Papa Francesco: Continuate a studiare gli scritti di papa Benedetto XVI

Posté par atempodiblog le 18 novembre 2018

Papa Francesco: Continuate a studiare gli scritti di papa Benedetto XVI
In occasione del conferimento del Premio Ratzinger 2018, papa Francesco esalta il papa emerito e il “dialogo costruttivo con la cultura di oggi”. Premiati Marianne Schlosser, teologa cattolica all’Università di Vienna, e Mario Botta, architetto svizzero, che ha costruito diverse chiese. Apprezzamenti per il contributo femminile nella teologia e per la costruzione di “spazio sacro nella città degli uomini”.
della Redazione di AsiaNews

Papa Francesco: Continuate a studiare gli scritti di papa Benedetto XVI dans Fede, morale e teologia Papa-Francesco-e-Benedetto-XVI

L’incoraggiamento a “continuare a studiare” gli scritti di papa Benedetto XVI, l’apprezzamento per il contributo femminile nella teologia e alle “arti cristianamente ispirate”: sono i temi sottolineati da papa Francesco stamane, ricevendo in udienza i membri della “Fondazione vaticana Joseph Ratzinger-Benedetto XVI”, in occasione del conferimento del Premio Ratzinger 2018, giunto alla sua ottava edizione.

I vincitori di quest’anno sono: Marianne Schlosser, teologa cattolica tedesca, medievista specialista di San Bonaventura, ordinario di Teologia della spiritualità nella Facoltà di teologia cattolica dell’università di Vienna dal 2004; e Mario Botta, architetto svizzero, che ha costruito numerosi edifici sacri e diverse chiese.

Rivolgendo il suo “pensiero affettuoso e grato al papa emerito Benedetto XVI”, Francesco ha detto che “il suo è uno spirito che guarda con consapevolezza e con coraggio ai problemi del nostro tempo, e sa attingere dall’ascolto della Scrittura nella tradizione viva della Chiesa la sapienza necessaria per un dialogo costruttivo con la cultura di oggi”.

A proposito del premio Ratzinger conferito a una donna, egli ha commentato: “è molto importante che venga riconosciuto sempre di più l’apporto femminile nel campo della ricerca teologica scientifica e dell’insegnamento della teologia, a lungo considerati territori quasi esclusivi del clero. È necessario che tale apporto venga incoraggiato e trovi spazio più ampio, coerentemente con il crescere della presenza femminile nei diversi campi di responsabilità della vita della Chiesa, in particolare, e non solo nel campo culturale”.

“L’impegno dell’architetto creatore di spazio sacro nella città degli uomini – ha detto poi riferendosi all’impegno di Mario Botta – è di valore altissimo, e va riconosciuto e incoraggiato dalla Chiesa, in particolare quando si rischia l’oblio della dimensione spirituale e la disumanizzazione degli spazi urbani”.

“Sullo sfondo e nel contesto dei grandi problemi del nostro tempo – ha concluso – la teologia e l’arte devono… continuare ad essere animate ed elevate dalla potenza dello Spirito, sorgente di forza, di gioia e di speranza… Ringrazio i teologi e gli architetti che ci aiutano ad alzare il capo e a rivolgere i nostri pensieri verso Dio. Auguri a tutti voi per il vostro nobile lavoro, perché sia sempre indirizzato a questo fine”.

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Martino, il soldato che in un mantello vide Cristo

Posté par atempodiblog le 11 novembre 2018

Martino, il soldato che in un mantello vide Cristo
Martino fu tra i primi santi non martiri proclamati dalla Chiesa cattolica. Solo in Francia ci sono almeno quattromila chiese a lui intitolate, e migliaia di paesi e villaggi. Altrettante se ne contano tra l’Italia e tutta l’Europa. Nei suoi racconti agiografici ricorre il tema della carità e del dono del mantello, che poi lo portò all’incontro con Cristo.
di Margherita del Castillo  – La nuova Bussola Quotidiana

O Dio, che hai fatto risplendere la tua gloria nella vita e nella morte del vescovo san Martino, rinnova in noi i prodigi della tua grazia, perché né morte né vita ci possano mai separare dal tuo amore. (Dalla liturgia della festa di San Martino di Tours, Vescovo)

Martino, il soldato che in un mantello vide Cristo dans Fede, morale e teologia Simone-Martini-Storie-di-San-Martino-Cappella-di-San-Martino-B
Simone Martini, Storie di San Martino, Cappella di San Martino Basilica Inferiore di San Francesco – Assisi

Martino fu uno dei fondatori del monachesimo in Occidente. Originario della Pannonia, odierna Ungheria, era figlio di un tribuno militare dell’esercito imperiale romano che gli impose il nome in onore di Marte, dio della guerra. Gran parte della sua vita la trascorse da soldato. E da soldato, di ronda nel turno di notte, visse l’esperienza che cambiò, innanzitutto, la sua vita e s’impose, perentoria, nella sua iconografia.

Il racconto agiografico, infatti, riferisce che Martino a cavallo, alle porte di Amiens, incontrò un povero infreddolito cui offrì metà del suo mantello, dopo averlo diviso in due con la spada. La notte seguente sognò Cristo, rivestito di quello stesso indumento: fu allora che il giovane cavaliere decise di farsi battezzare.

La carità di San Martino è il tema della scultura a tutto tondo che già nel XIII secolo fu posta sul lato destro della facciata della cattedrale di Lucca, dedicata proprio al Santo Vescovo (l’originale è stato ormai trasferito all’interno).

Secoli dopo, allo scadere del 1500, fu il turno di un pittore greco, “naturalizzato” spagnolo, noto come El Greco, a immortalare su di una tela destinata alla cappella di San Josè a Toledo un Martino, elegantissimo nella prestigiosa armatura, su uno slanciato cavallo bianco, accanto a un mendicante. Il culto verso il santo, nel quale contemporaneamente si fondevano la generosità del cavaliere, la condotta di una vita ascetica e lo spirito missionario, si era, infatti, diffuso velocemente in tutta Europa.

Tornando in Italia, c’è una cappella, per l’esattezza la prima entrando a sinistra, nella basilica inferiore di San Francesco ad Assisi, sulle cui pareti è possibile ripercorrere gli episodi salienti della vita di Martino, la cui memoria liturgica ricorre l’11 novembre, giorno dei suoi funerali. Il testo pittorico, da leggersi dal basso verso l’alto, cominciando dal primo affresco a sinistra, è frutto del lavoro di Simone Martini, che abbiamo lasciato a Siena solo una settimana fa… Il maestro eseguì questo ciclo, considerato una delle sue opere più significative,  tra il 1313 e il 1318, su commissione di Gentile Partino da Montefiore, l’allora cardinale della basilica dei Santi Silvestro e Martino ai Monti a Roma, che compare sull’arco di ingresso nella scena della dedicazione della stessa cappella.

Sono dieci, in tutto, gli episodi rappresentati che, se si escludono la morte e le esequie, raccontano la vita di Martino prima del 344, anno della conversione, e dopo il 371 quando fu eletto vescovo di Tours. Lo stile di Simone Martini, si sa, è particolarmente raffinato ma non rinuncia a una resa realistica dei personaggi, anche se secondari nell’economia della scena, come si evince dalla loro fisiognomica, dalla gestualità delle mani o dalle loro posture. Lo stesso realismo si riscontra, poi, nella cura con cui sono raffigurati i tessuti piuttosto che gli oggetti o le architetture di chiara ascendenza giottesca, inserite in una precisa ambientazione prospettica. Le fasi della vita di Martino sono, infine, sintetizzate dalle tre schiere di santi, rispettivamente cavalieri, vescovi, o pontefici, ed eremiti che compaiono negli sguanci delle finestre sulla parete di fondo.

Martino fu tra i primi santi non martiri proclamati dalla Chiesa cattolica. Solo in Francia ci sono almeno quattromila chiese a lui intitolate, e migliaia di paesi e villaggi. Altrettante se ne contano tra l’Italia e tutta l’Europa.

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Il mariologo. Così il Rosario è «forza» per vincere il maligno

Posté par atempodiblog le 9 octobre 2018

Il mariologo. Così il Rosario è «forza» per vincere il maligno
Maggioni spiega l’invito del Papa a pregare Maria per proteggere la Chiesa dalle divisioni. «La missione del diavolo è gettare scompiglio»
di Giacomo Gambassi – Avvenire

Il mariologo. Così il Rosario è «forza» per vincere il maligno dans Articoli di Giornali e News Maria_Madre_di_Misericordia
Un’immagine di Maria madre della Misericordia

Il Rosario come “argine” per proteggere la Chiesa dalle divisioni del maligno. Ne è persuaso papa Francesco che lo scorso 29 settembre ha esortato i fedeli di tutto il mondo a pregare per l’intero mese di ottobre con la preghiera mariana che Pio XII aveva definito il “compendio di tutto quanto il Vangelo”. «Da sempre la Chiesa deve misurarsi con divisioni e peccati, anche se oggi assistiamo a modi che suscitano smarrimento poiché uno non se li aspetterebbe. Quando si fanno più evidenti i tentativi diabolici di fare strappi nella veste della Sposa di Cristo, occorre ricorrere alla preghiera, che è sorgente di comunione e di pace. E il Rosario è una forma collaudata di preghiera, sia personale che comunitaria», afferma il monfortano padre Corrado Maggioni. Sottosegretario alla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti – nomina voluta da Francesco –, è docente alla Pontificia Facoltà Teologica Marianum e al Pontificio Istituto Liturgico Sant’Anselmo di Roma. E alla Madonna ha dedicato numerose pubblicazioni.

Ad Avvenire il religioso spiega il senso dell’iniziativa lanciata da Bergoglio. «Che il Papa indichi un’intenzione particolare di preghiera, specie per l’ottobre del Rosario, è una prassi conosciuta. Quest’anno Francesco ha raccomandato di ricorrere all’aiuto della Madre di Dio e di san Michele Arcangelo al fine di non restare intrappolati nei tranelli del diavolo “che sempre mira a dividerci da Dio e tra di noi”. Le divisioni nella Chiesa fanno sempre il gioco del diavolo, parola greca che vuol dire “colui che divide”. La missione del diavolo, infatti, è proprio quella di portare scompiglio, distorcere la visione delle cose, gettare discredito, insinuare l’ombra dove splende la luce».

L’invito del Pontefice si inserisce all’interno del mese del Rosario per eccellenza, ottobre appunto. Infatti il 7 ottobre si celebra la memoria liturgica della “Beata Vergine Maria del Rosario”. «Questo legame ci porta al secolo scorso – chiarisce padre Maggioni –. A seguito delle apparizioni a Lourdes (1858), in cui Maria si mostrò con la corona del Rosario tra le mani, si fece strada l’uso di recitarlo ogni giorno di ottobre a motivo del coincidente ricordo in questo mese della Vergine del Rosario, celebrata oggi il 7 ottobre. Questo uso, lodato dal beato Pio IX che vi annesse delle indulgenze, si diffuse in tutta la Chiesa con Leone XIII, che lo rese obbligatorio nei giorni di ottobre in tutte le chiese, indicando la recita del Rosario quale via sicura per implorare da Dio, con la potente intercessione di Maria, serenità e pace per la Chiesa e per la società. Fu questo il periodo in cui la recita del Rosario, a partire dal mese di ottobre, si estese regolarmente nelle famiglie più ferventi come preghiera serale quotidiana».

E in questo scorcio del 2018 la preghiera, in particolare il Rosario, è proposta da papa Francesco come forza per vincere il “grande accusatore”. «Certo – sottolinea il mariologo della Compagnia di Maria, congregazione conosciuta più comunemente come dei monfortani – , la preghiera è forza poiché permette di ricevere la forza dello Spirito di Cristo, vincitore del maligno. Secondo la parola di Gesù, lo Spirito Santo è il nostro avvocato, il difensore sicuro, colui che impedisce all’accusatore, che è il diavolo appunto, di girare per il mondo mietendo vittime». E padre Maggioni tiene a far sapere: «Oggi le news diaboliche, ossia volte a dividere, fanno il giro del mondo in pochi minuti, avvelenando i cuori. La preghiera è il modo che abbiamo di connetterci con lo Spirito di Dio che lavora per unire, suscitare concordia, creare armonia. Sicuramente, anzitutto la Messa della domenica ci permette di rifornirci dello Spirito di Cristo. Alla sua luce, anche il Rosario, con la ripetizione di “Padre nostro”, “Ave Maria” e “Gloria al Padre”, meditando i misteri della vita di Cristo, aiuta a custodire l’unione con lui e a sfuggire alla presa del “grande accusatore”».

Dal Papa arriva anche un ulteriore suggerimento. Bergoglio chiede, alla fine della recita del Rosario, di rivolgersi alla Vergine con l’invocazione Sub tuum praesidium. «È la più antica preghiera mariana, diffusa in Oriente e Occidente, rinvenuta nel 1927 su un papiro egiziano della fine del secolo III, che dice: “Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, santa Madre di Dio” – osserva il sottosegretario alla Congregazione per il culto divino –. È rilevante il suo valore dottrinale poiché compare il titolo Theotokos, ossia Madre di Dio, prima del suo riconoscimento al Concilio di Efeso nel 431. È evidente anche il valore cultuale, poiché è una supplica rivolta direttamente a Maria. Se ignoriamo quale prova l’abbia ispirata, è chiaro il comune ricorso dei fedeli alla Madre di Dio, certi di essere da lei soccorsi a motivo della sua divina maternità. Ricercare la protezione di Maria non contraddice il rifugiarsi in Dio, anzi, lo facilita. Dove incontrare Dio se non in colei che ce lo ha donato come salvatore e liberatore dal maligno? Maria è la casa in cui Dio stesso ha preso dimora. Si cerca rifugio da lei per non ingannarsi, rischiando di cercare il liberatore dove non si trova. Da qui si leva l’accorata invocazione: “Non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova e liberaci da ogni pericolo”. Si supplica la “Vergine gloriosa e benedetta” sicuri che, per quanto lei conta nella nostra liberazione dal male, non può non esaudire e soccorrere chi la invoca. Il Papa ci chiama dunque a chiedere a Maria di porre la Chiesa sotto il suo manto “per preservarla dagli attacchi del maligno, renderla più consapevole delle colpe, degli errori e degli abusi commessi, e impegnata a combattere senza nessuna esitazione affinché il male non prevalga”».

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