Quella sera di sangue in un ricco cuore d’Occidente

Posté par atempodiblog le 26 juillet 2016

Quella sera di sangue in un ricco cuore d’Occidente
Figli lasciati al male. L’odio che si allarga
di Marina Corradi – Avvenire

Quella sera di sangue in un ricco cuore d’Occidente dans Articoli di Giornali e News Ali_Sonboly_Monaco
Ali Sonboly

Quella sera di sangue in un ricco cuore d’Occidente Guardi le immagini del terrore a Monaco, leggi l’età delle giovani e giovanissime vittime, poi vedi la foto dell’assassino: è la faccia ancora quasi infantile di un adolescente sofferente. Diciotto anni, figlio di un tassista e di una commessa, un passato di bambino maltrattato dai compagni, e un libro sul comodino: La follia in testa, perché gli studenti uccidono. Dunque Ali Sonboly capiva che il progetto che andava covando era delirante, e già questo è un segno di lucidità; un altro è di avere cercato di attirare con astuzia gli ex compagni di scuola nel McDonald’s della sparatoria, con un messaggio su Facebook. Un preciso, efficiente disegno maturato in giorni solitari e portato a termine con determinazione.

E però siamo tutti, sui media e fra noi, a parlare semplicemente di ‘follia’. Follia? Sonboly era in cura per depressione, che non è necessariamente un fatto psicotico, e lo era al pari di un gran numero di persone che grazie a Dio non compiono alcuna strage. E c’è qualcosa di autoliberatorio, di assolutorio nel modo in cui, con comprensibile sollievo, esclusi rapporti dell’assassino con il Daesh, ci diciamo: infine, era semplicemente un pazzo. Quasi volendo eclissare un’altra e almeno possibile concorrente causa di una violenza come quella di Monaco: l’odio, razionalmente e meticolosamente coltivato.

La libertà di scegliere il male. Ipotesi che, prima ancora di ogni militanza ideologica, può reggere anche nella storia dell’assassino di Nizza. L’odio covato e alimentato che diventa un mostro interiore, cui poi, quando è maturo, si può anche aggiungere un nome, una sigla; l’odio, che squilibra la persona e la divora. Che si alimenta, nel vedere che altri agiscono nella realtà la violenza a lungo immaginata. Come se una nuova strage avesse il potenziale di generare emulazione, e un altro, sconosciuto, fra i milioni che guardano, quasi da quel sangue si sentisse sfidato, e dicesse: sono capace anche io. La strage di Monaco viene associata con quelle di Utoya per la coincidenza della data, il medesimo giorno di luglio, ed è possibile che per il ragazzo di Monaco il norvegese Breivik fosse un modello, o un dio, da seguire.

Tuttavia a noi questo adolescente vessato, frustrato, ansioso di vendetta, fa venire in mente anche il giovane pilota della Lufthansa che, volendo suicidarsi, precipitò a terra con tutti i passeggeri del suo volo. Andreas Lubitz era infelice perché non sarebbe diventato il pilota di rotte oceaniche che voleva essere, e la frustrazione ha sortito un odio micidiale. Non gli bastava morire, voleva che anche chi gli era attorno morisse con lui. Non si toglieva la vita, come alcuni, chiedendo scusa del proprio fallimento, ma voleva che, attorno a lui, finisse il mondo – almeno quello che gli riusciva di portare con sé.

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Nessuno mai è una cosa

Posté par atempodiblog le 20 mai 2016

Il caso Antinori e le nostre indifferenze
Nessuno mai è una cosa
di Marina Corradi – Avvenire
Tratto da: Radio Maria

Marina Corradi

Dopo l’arresto del ginecologo Severino Antinori e il sequestro della clinica per la infertilità Matris spuntano dalle carte dell’inchiesta di Milano i nomi di 23 ragazze, che si sarebbero prestate alla ovodonazione. Si scopre che vengono dall’Albania, dalla Romania, dal Sudamerica, da Paesi poveri; solo due le italiane – una di Messina e una di Bari, cioè da un Sud con ampie sacche di disoccupazione e povertà. E queste provenienze, incrociate con la nota scarsità di ovodonatrici in Italia, tale che anche degli ospedali pubblici hanno dovuto rivolgersi all’estero, dovrebbero fare pensare. Pare improbabile che una giovane donna rumena o cubana venga da tanto lontano, semplicemente animata dalla altruistica volontà di donare le sue cellule germinali, dietro a un modesto rimborso spese.

Se questa volontà generosa fosse davvero tale, non si capisce perché non dovrebbe aiutare a diventare madri delle sue connazionali, amiche o parenti. Invece gli itinerari di queste donne sono gli stessi, a pensarci, della manodopera meno qualificata, quella di colf e badanti, che convergono verso l’Italia, spesso pagate in nero. La versione divulgata da alcuni media, secondo cui le donatrici sarebbero delle donne straniere dalla mentalità più “libera” e evoluta della nostra, appare dunque contraddetta da quei passaporti: quando non ci sia di mezzo un rapporto di sangue o di amicizia, è il bisogno che spinge a mettere a disposizione il proprio patrimonio biologico.

D’altronde, e senza bisogno di inchieste penali, era abbastanza chiaro che difficilmente una donna si sottopone a esami medici, bombardamenti ormonali e un intervento chirurgico, per pura gratuità. Si inizia a delineare cioè, fra le pieghe dalla fecondazione assistita, l’emergere di una sorta di Lumpenproletariat, un nuovo sottoproletariato femminile disponibile a mettere in vendita una parte del proprio corpo, e non certo una parte irrilevante, giacché da quegli ovuli, quando vengano fecondati, può nascere un bambino. Fa pensare, che trenta o quarant’anni fa il femminismo gridasse nelle strade d’Occidente contro lo sfruttamento delle donne, e ora invece cominci a diventare pensabile vendere la propria fecondità, o perfino a rendersi disponibili a una gestazione per altri, “affittando” il proprio utero. Si registra, è vero, un sussulto di fronte a questa “modernità” nelle fila del femminismo storico o semplicemente fra donne esponenti della cultura e della politica; eppure questo condivisibile rigetto non appare ancora qualcosa di elitario, di riservato alla metà “giusta” del mondo? Poi invece dall’Albania e dal Sudamerica, e perfino dal nostro Sud, arrivano giovani donne disposte a « donare » la loro fecondità, per bisogno.

«Con quel che ho preso dall’intervento mi sono pagata tre mesi di affitto», ha raccontato una ragazza spagnola a un giornale italiano, descrivendo la propria esperienza in una clinica del suo Paese. Il mondo del precariato e della disoccupazione giovanile di massa forse sfocia anche nella disponibilità a cedere qualcosa del proprio corpo. Sarà una vittoria del progresso, della modernità? Ne dubitiamo fortemente. Piuttosto ci pare la ultima declinazione di una certa visione attuale del mondo, secondo cui tutto è mercato, tutto si può vendere. E ci sarà magari anche qualcuno che dirà: che male ci sarebbe, se anche le donne fertili mettessero i loro ovuli a disposizione delle meno fortunate, dietro un ragionevole compenso. Ma sono obiezioni che valgono in linea teorica, finché si discute di estranee. Immaginiamoci invece che una nostra figlia ci annunci che ha firmato il contratto, e che sarà madre biologica di figli che non vedrà mai. Chi di noi resterebbe indifferente? Ci sono cose che attengono alla natura degli esseri umani, e che non possono essere vendute senza che, consenziente o no che sia il venditore, ci sia sfruttamento. La questione sta nel vedere il mondo come un unico grande mercato globale, o nel riconoscere che ci sono cose inalienabili – ciò che sappiamo molto bene, quando parliamo di figli nostri. In fondo, il mondo ridotto a mercato spesso denunciato dal Papa finisce quando si pensa all’altro come a un figlio, e non come a una cosa.

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Noi e le vite da niente

Posté par atempodiblog le 20 mars 2016

Piccole enormi crudeltà rivelatrici
Noi e le vite da niente
di Marina Corradi – Avvenire

crudeltà rivelatrici

La telecamera inquadra una banda di tifosi stranieri a passeggio nel cuore di Roma. In ginocchio sul Ponte Sant’Angelo c’è una vecchia mendicante, vestita di nero; se ne sta china, con la fronte a terra. Dei ragazzi le si fermano accanto. La guardano dall’alto, poi si slacciano i pantaloni e le pisciano addosso. La vecchia, smarrita, si alza: si allontana, gli occhi a terra, fra gente che – forse – non si è accorta di nulla. Il video era ieri sul web. Un altro video, di mercoledì scorso, viene da Madrid: dei tifosi, questa volta olandesi, in città per una partita di Champions League, siedono ai caffè di Plaza Mayor.

Un gruppo di donne rom va chiedendo la carità. I tifosi si divertono a lanciare loro monetine, così come tirerebbero noccioline alle scimmie allo zoo. Le donne saltano e si buttano a terra, a catturare gli spiccioli. I ragazzi ridono. Roma, Madrid: Europa, pensi con malinconia. E certo, gli ultrà in trasferta, ubriachi, protetti dall’essere una banda, possono comportarsi da impuniti. Ma che amarezza profonda lascia il vedere dei ragazzi europei di vent’anni, che giocano a umiliare degli inermi. Passa qualche ora, e sul web si affaccia un altro video.

Questa volta non mostra mendicanti, ma vecchi, disabili malati di Alzheimer, in una casa di riposo vicino a Parma. La telecamera nascosta riprende degli infermieri che danno calci ai ricoverati, li scherniscono, li chiamano « scimmie » e « mummie ». Non rialzano da terra i pazienti che cadono, ma li lasciano lì, gementi; umiliano una malata che si è sporcata, cambiandola sotto agli occhi di tutti. A Parma, cuore di antica solidarietà cristiana e socialista.

E non è che l’ultimo di una serie di casi analoghi, in questi ultimi mesi, in Italia. Tutti freddamente testimoniati da telecamere nascoste, tutti inoppugnabili. Il gusto di umiliare l’indifeso, è questo il filo che unisce in chi sta a guardare episodi tanto diversi, e li coagula in una unica, smarrita amarezza. Come se nella plancia di comando della gran nave su cui insieme tutti viaggiamo si accendessero qui e là, piccole, lampeggianti, delle spie rosse d’allarme. La grande nave procede, in apparenza, regolarmente; eppure, quei segnali non dovrebbero essere ignorati.

Quanto ancora la pietà viene naturalmente tramandata ai figli, nelle nostre case? Sicuramente la grande maggioranza di noi ha ereditato l’imperativo interiore che obbliga a rispettare e aiutare chi è più fragile. Ma è come se, qui e là, si aprissero delle falle sottili. Nell’alcol, o nella sicurezza dell’impunità che viene dal credersi soli con malati incapaci e muti, può sboccare fuori talvolta, da un recesso oscuro, come un liquame di cattiveria vigliacca.

Come il segno del principio di dimenticanza di quella pietas che, nata col cristianesimo, ha plasmato l’Occidente: dal tempo remoto in cui i primi Hotel Dieu, i primi ospedali cristiani, accoglievano i miserabili che morivano per strada. Poi certo, il Novecento ha visto un totalitarismo che ha voluto i « diversi » – handicappati, folli, rom, omosessuali, ebrei – eliminati con organizzazione e rigore industriale; ma è stato il fondo della notte più buia, e, dopo, sembrava tornata la luce. Sembrava un mondo, il nostro, in cui almeno la pietà per i più deboli era cosa condivisa.

Spie rosse invece, piccoli scricchiolii dal grosso corpo della nostra nave. Si è fatto un gran parlare, in questi anni, di « dignità della vita ». Di certi canoni minimi che sarebbe lecito pretendere, perché la vita sia degna di essere vissuta. Sotto a certi parametri, si è insinuato, la vita non vale più niente. Da pensiero, da teoria, l’idea è stata metabolizzata nel comune sentire di molti: ci sono vite degne, e vite da niente. Come quella di una vecchia a Roma, ingobbita dal lungo accattonare. Ma anche, qualche volta, testimonia ultimamente la cronaca, come quella dei nostri, di vecchi – quando noi non vediamo, e loro non sanno più parlare. Chi si accorgerà della vergogna perpetrata sulle « vite da niente »?

Da anni il Papa si prodiga per i clochard di Roma: si preoccupa di dove dormono e di dove si possono lavare, li invita a cena, li manda a concerto e a vedere le meraviglie della Sistina. Li ha, sembrerebbe, più cari di ogni altro. Ci sta dicendo insistentemente qualcosa, Francesco. Di rispettare, e quasi venerare, l’ultimo dei miserabili che incontri.

Di riconoscere in lui il volto di Cristo: lui, sotto agli stracci, sotto all’impotenza della malattia. Solo in questa pietà viscerale per ciascuno, il mondo resta un luogo vivibile. Altrimenti la nostra grande nave si allontana, alla deriva; e, in fondo, naufraghi a quel punto siamo tutti, a bordo, signori e mendicanti, sani e malati e dementi. Orfani di uno sguardo che ci riconosca, sempre, figli, e dunque fratelli.

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Migranti, il risveglio civile e cristiano dell’Europa

Posté par atempodiblog le 8 septembre 2015

Un respiro antico e nuovo
Migranti, il risveglio civile e cristiano dell’Europa
di Marina Corradi – Avvenire

europa

C’è qualcosa che rimane addosso, guardando le foto delle stazioni di Vienna e di Monaco, con i bambini che scendono dai treni e avvolti in coperte azzurre stellate sorridono, ancora increduli di essere in un posto in cui li accolgano, in pace. Quel qualcosa è stupore per la brusca e per una volta benigna svolta che in pochi giorni ha ribaltato le drammatiche cronache dai Balcani; e, insieme, una quasi indicibile commozione, perché è da tanto tempo che quasi avevamo smesso di sperare, nel sentire pronunciare la parola « Europa ».

È da anni ormai che in questa nostra Unione vediamo poco più di una polverosa congerie di norme e vincoli, dimentica degli ideali per cui, dopo una guerra terribile e milioni di morti, era nata. Quasi sola era la voce del Papa che esortava all’accoglienza, come di nuovo, con forza, domenica all’Angelus; esortazione subito abbracciata dalla Chiesa italiana, che già all’emergenza migrazione da anni instancabilmente lavora. E anche l’Italia, e il suo soccorso generoso prima in mare, e poi a terra, era guardato da molti come un vano buonismo.

Oggi la gente in fuga che approda dalla Turchia in Grecia grida « Europa! ». Per la rotta dei Balcani arrivano a Vienna, e alzano due dita nella « v » di vittoria. Hanno perso ogni cosa, gli restano solo i figli: eppure esultano, perché otterranno asilo in Europa. In un mondo, con tutti i suoi affanni, in pace: dove le case sventrate di Aleppo torneranno solo la notte, negli incubi, e poi, al mattino, col sole si dissolveranno.

Certo, dicono, la Germania ha bisogno di braccia, se vuole sostenere la sua crescita, e aprendo ai siriani – i più colti, e i più assimilabili, con i loro tratti occidentali – ha fatto i suoi conti; ma è mai esistita una migrazione che non avesse, per il Paese che spalancava le sue porte, un tornaconto economico? E che cos’altro potrebbe rimediare, in un’Europa sempre più canuta e senza figli, al vuoto demografico, se non l’arrivo di nuove genti, profughe, o migranti? Finora era stata soprattutto l’Italia, con tutti i suoi difetti ma anche la generosità della sua gente, a soccorrere. Ora ciò che vediamo sotto ai nostri occhi, nella brusca svolta impressa da Angela Merkel, è in fondo la riedizione moderna di quei movimenti che nei secoli hanno colmato le regioni d’Europa, quando per carestia, o epidemie, si creavano dei vuoti.

Nuove popolazioni, più o meno pacificamente, subentravano, e si amalgamavano a chi c’era prima. Recavano con sé la voglia di vivere e la tenacia di chi aveva lasciato la sua terra; quella forza, era ciò che portavano in dono alla patria nuova. E non stiamo noi, oggi, a guardare sbalorditi questi siriani che con i bambini in braccio hanno camminato per centinaia di chilometri, superato i muri di filo spinato, dormito per strada, sofferto la fame, eppure ce l’hanno fatta e sono qui, vivi? C’è un frammento di storia remota, in quei treni che arrivano alla Westbahnhof di Vienna, così come nelle preghiere di ringraziamento di quelli che sbarcano a Lampedusa.

Quanto al vuoto che questa gente va a colmare, non è stata carestia, né guerra: solo le culle vuote di un Occidente forse sazio, forse sfibrato. Dove gli ideali ereditati dai padri fondatori hanno lasciato il posto all’abitudine, dove la democrazia è data per scontata, e ciò che tiene forzatamente insieme sembra l’euro, più di ogni altra cosa.

E invece per la gente di Aleppo e Kobane, quella bandiera azzurra con le stelle è bella, anzi, meravigliosa. Ci fasciano i loro figli, perché in Europa potranno diventare grandi. Non come i mille Aylan di cui non sapremo il nome, perduti in fondo al mare, o sotto alle macerie. No, questi figli vivranno; perciò per quei padri e quelle madri l’Europa è una cosa grande. E forse, grazie a loro, potremmo tornare a credere un po’ di più anche noi, in questa Europa. Senza avere paura, come dice qualcuno, di una « invasione », e per di più di islamici: giacché sbarrare le nostre porte a quella gente, come grida il Papa, sarebbe stata la negazione stessa delle nostre radici cristiane.

Perché il cristianesimo non è bandiera su una rocca, ma vive nelle facce di chi lo testimonia: e a Lampedusa, o a Vienna, o nei mille luoghi in cui chi arriva è accolto, si tramanda questa testimonianza. A volte perfino immemore, magari come habitus « naturalmente » cristiano, ereditato in volti laici. In fondo, è questo il fiato dell’Europa che oggi ci commuove, alle stazioni di Vienna e Monaco, o sulle motovedette italiane nel Canale di Sicilia. Come l’eco di un respiro largo, e molto antico.

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Immigrati e propaganda, quei semi cattivi

Posté par atempodiblog le 21 juin 2015

Accoglienza negata
Immigrati e propaganda, quei semi cattivi
Perché le parole sono come semi: circolano, si depositano. Poi affondano le radici.
di Maria Corradi – Avvenire

Immigrati e propaganda, quei semi cattivi dans Articoli di Giornali e News 5wwktc

Girano in questi giorni in Italia certe parole e umori, che appena qualche anno fa avresti giudicato indicibili. Ha cominciato giorni fa Beppe Grillo, evocando una capitale «invasa da topi e clandestini». Infelice espressione che poi Grillo ha corretto, ma si sa, certe frasi forti come schiaffi, sentite alla radio e alla tv, restano nelle orecchie, e, peggio, in testa. “Topi e clandestini”, immaginati insieme, quasi fossero categorie affini, a predare Roma, è una greve suggestione: di quelle che poi senti ripetere nei bar, come refrain di canzoni sgradevoli, ma che si incollano nella memoria. Poi, è stata la volta della lettera della Rsu (Rappresentanza sindacale unitaria) dell’Atm, l’Azienda dei trasporti milanese, in cui si annunciava il rifiuto di trasferire i migranti dalla Stazione Centrale ai centri di accoglienza, per timori legati a ragioni sanitarie. Leggi, per paura della scabbia, diffusa fra chi arriva con i barconi dalle coste sud del Mediterraneo.

Ora, si immagina che un conducente di bus non abbracci i passeggeri e, inoltre, la scabbia, grazie a Dio, non è l’ebola. Il ministero della Salute ripete, anzi, che è un’infezione dermatologica banale, che si contrae solo con un prolungato e stretto contatto, e che è facilmente curabile.  L’Atm, per parte sua, ha precisato che i bus, dopo i trasporti ai centri di accoglienza, vengono igienizzati. Ma le righe di quella lettera restano e colpiscono, anche perché vengono dai lavoratori di un’azienda che è una colonna di Milano, e quasi un simbolo della sua tradizione di solidarietà e tolleranza. I sindacati confederali da quel documento hanno preso le distanze. Ma certe parole, “migranti”, “scabbia”, “bus”, annodate fra loro, rimangono almeno nel retropensiero, si riflettono nell’istintivo tirarsi indietro, sul tram, se sale un passeggero malconcio, che pare uno di “quelli della Stazione”.

A Ventimiglia, invece, al sindaco che chiedeva l’intervento della Protezione civile per i migranti accampati al confine, non è stata data risposta. Per il nuovo governatore, il forzista Giovanni Toti, quei 200 sugli scogli non sono materia di competenza della Regione. Ma che vento mesto, avaro, soffia in certe risposte negate, o nelle parole dette come per sbaglio e subito magari corrette, e però ormai immesse nei media. Vent’anni fa, una rappresentanza di lavoratori che si fosse rifiutata di trasportare profughi sarebbe stata impensabile. Così come il non mandare la Protezione civile in aiuto a uomini, comunque li si voglia qualificare, affamati e senzatetto. Ma, con l’aumento della pressione dei migranti e dei profughi, pare insorgere in più d’uno un istinto atavico, che ricorda quello dei branchi, quando difendono il loro territorio dagli intrusi. Per ora sono solo parole; ma parole come “topi”, “malattia” e “contagio”, che suscitano ripugnanza, voglia di barriere, di muri.

Gli stessi popoli perseguitati da guerre e carestie, che tutti compiangevano finché stavano a casa loro, presentandosi nel nostro “territorio” vengono vissuti come pericolosi e quasi nemici. C’è, poi, naturalmente, chi volentieri soffia su queste paure ataviche.  Ma qualcosa viene meno, si corrompe, anche nelle mezze parole, ed è l’immagine stessa di un popolo, ciò che noi pensiamo di noi stessi, ciò che lasciamo ai figli.

Nella Laudato si’, il Papa accenna al dramma dei migranti, e non solo dei rifugiati, ma anche di quelli che fuggono «la miseria aggravata dal degrado ambientale», che «non sono riconosciuti come rifugiati e portano il peso della propria vita abbandonata senza alcuna tutela». Francesco conclude: «La mancanza di reazioni di fronte a questi drammi dei nostri fratelli e sorelle è un segno della perdita di quel senso di responsabilità per i nostri simili su cui si fonda ogni società civile».  Nemmeno una società “cristiana”, ma, prima ancora, “civile”, questo dobbiamo restare, è il Papa a ricordarcelo. “Civile”, una società civile non è qualcosa in cui dovremmo volerci tutti riconoscere? Ma non bisogna lasciare circolare certe parole, certe irrazionali paure, certe inammissibili ripugnanze. E non bisogna dare dall’alto di uno scranno di governo regionale esempi di ostracismo e di rifiuto. Perché le parole sono come semi: circolano, si depositano. Poi affondano le radici.

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Cosa significa a vent’anni, magari con un diploma, sentirsi dire: «Non servi»

Posté par atempodiblog le 17 mars 2015

Cosa significa a vent’anni, magari con un diploma, sentirsi dire: «Non servi» dans Articoli di Giornali e News 2mq6scn

Milano, marzo. Una di quelle mattine limpide e chiare, che segnano una acerba primavera. Cammino per strada, contenta di quest’aria di marzo. Una di quelle mattine in cui il mondo sembra nuovo, rifatto da capo. Alla fermata dell’autobus ci siamo solo io e un ragazzo sui vent’anni. Parla al cellulare, ad alta voce. Sta spiegando a qualcuno che cosa sa fare: «Ho aiutato in negozio mio padre, che è pasticciere… Ho fatto il barista, e me la cavo anche come cameriere…».

Il ragazzo parla in fretta, come se l’interlocutore gli avesse detto che non ha tempo da perdere. Una pausa, ora l’altro gli sta dicendo qualcosa. Il ragazzo, dopo un istante di silenzio: «Capisco, non sono quello che cerca… Ma ascolti, le lascio il mio cellulare, mi chiamo Davide, se avesse bisogno mi chiami…». E chiude e s’infila in tasca il cellulare, mogio. Poi arriva il suo autobus, e il ragazzo se ne va.

Io resto ad aspettare il mio, in questo sole in cui tutto sembra nuovo. Veramente, così mi pareva cinque minuti fa. Cosa mi ha preso? Non sono più contenta come prima, di questo marzo lucente. Qualcosa in me si è messo di traverso. Qualcosa di dolente. Quel ragazzo, ha l’età dei miei figli. Sì, forse è istinto materno: che pena mi fa, sentire uno di vent’anni domandare e quasi mendicare un lavoro con quell’ansia, elencare affannosamente ciò che sa fare, e poi tacere, mentre l’altro risponde che, no, grazie, non serve. Mi fa pena il modo in cui ha chinato la testa, a quel «no, grazie». Quante telefonate avrà fatto? E quanti no si è già sentito dire? E quanti in Italia come lui, della sua età, stamattina, rispondono ad annunci, bussano a porte che non si apriranno?

D’improvviso le cifre spaventose della disoccupazione giovanile per me hanno una faccia. Davide, so solo il suo nome. E in questo sussulto materno capisco non in teoria, ma nella carne, cosa deve essere, a vent’anni, magari con un diploma, sentirsi dire: non servi. A vent’anni, quando le forze sono piene, e la voglia di vivere trabocca, e c’è la speranza, magari, che con “lei” un giorno si possa vivere assieme, sposarsi, avere un figlio.

Ma: grazie, no, non abbiamo bisogno. Siamo al completo. Stiamo già mandando a casa gente. Non servi, ragazzo. Quello che hai studiato, e le tue mani, e le tue gambe svelte, non servono. E tua madre, a casa, che non aspetta che di sentirti dire che finalmente hai trovato. E tuo padre, che ti incrocia in corridoio e quasi di nascosto ti mette in mano i soldi per le sigarette e la benzina, imbarazzato. Noi, che materialmente ai figli abbiamo dato tutto, manchiamo nella cosa più importante: nel dirgli, venite, presto, abbiamo bisogno di voi.

Poi, arriva il mio autobus. E passano le ore, e le parole e le cose da fare si sovrappongono, ma quel ragazzo mi resta dentro come un retropensiero. La faccia che ha fatto, nel chiudere la telefonata. E allora mi rivolgo a un santo di cui ho personalmente testato l’efficacia, e prepotente gli dico: senti, so solo che si chiama Davide, ma tu di certo lo conosci. Devi pensarci tu. E guarda, aggiungo brusca, che è urgente.

di Marina Corradi – Tempi

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Dove comincia Misericordia

Posté par atempodiblog le 3 mars 2015

Lo sguardo del Papa sul limite umano
Dove comincia Misericordia
di Marina Corradi – Avvenire

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«Vado per la strada, passo davanti al carcere: “Eh, questi se lo meritano”, “Ma tu sai che se non fosse stato per la grazia di Dio tu saresti lì? Hai pensato che tu sei capace di fare le cose che loro hanno fatto, e anche peggio ancora?”».

Ieri il Papa è tornato su un tema che gli è caro, e che anzi, ha ricordato, è il primo passo per un cammino cristiano: il riconoscersi peccatori, e non solo nelle parole che la domenica, all’inizio della Messa, si possono magari distrattamente ripetere. La saggezza del sapere riconoscere in sé anche il male che non si vede. Come l’invidia, ha esemplificato Francesco; che è in effetti quel male che ci sfiora, almeno, quasi tutti, ma può restare nascosto in fondo al cuore. Non è un reato, certo, l’invidia – anche se può essere all’origine delle peggiore violenza. È un ospite che ci abita, indisturbata, come un virus con cui l’organismo convive.

Le parole del Papa interpellano quelli che mai, dicono, ucciderebbero o ruberebbero; e lavorano onestamente, e pagano rigorosamente le tasse. Quelli che passando, qui a Milano, davanti alle mura grigie di San Vittore, pensano con un sentimento di disprezzo e rivalsa: «A quei delinquenti, ben gli sta». O evocano con nostalgia la pena di morte, o dicono, di un assassino: «Che lo chiudano dentro, e buttino via la chiave». Affermando nella stessa durezza del giudizio la certezza di essere “altri”, del tutto altri uomini, rispetto a “quelli là”.

E anche nella quotidianità di questo Paese, da anni, come è cresciuta l’onda di un’“onestà” innalzata come uno stendardo: che divide “noi”, gli onesti, da loro, sempre “loro”, i ladri. Dove per onestà si intende una fedina penale immacolata. Ma, parlando cristiano, quanto male può avere nel cuore un cittadino modello, che paghi fino all’ultimo le tasse, e non violi una virgola del codice della strada. Quanto male c’è in un uomo che induce una donna a buttare via il bambino che aspetta, in un genitore che non perdona, in un figlio che abbandona i suoi vecchi.
Non sono reati, certo. Niente che ti porti in galera. Ma peccati sì, e quali. E allora passando davanti a San Vittore o a Regina Coeli ognuno, insegna il Papa, dovrebbe farsi cosciente del male che ha in sé. Magari, solo per grazia di Dio nella vita nostra non c’è stato quell’incontro, quell’occasione, quell’attimo che precipitano in una voragine la strada di altri. Per grazia di Dio c’è stata invece una madre, un padre, un amico, a fermarci. A quei segreti scambi che disegnano il nostro destino, per grazia di Dio abbiamo preso il binario giusto. Tutto qui.

Perché il rischio, anche maggiore per i credenti che fin da bambini sono stati rispettosi di ogni precetto morale e continuano a esserlo, è di sentirsi “bravi”. Al modo del fariseo del Vangelo, ringraziano di non essere come quel pubblicano. Ma è un grande male, quello che ci ricorda il Papa in questo inizio di Quaresima: «Hai pensato che tu sei capace di fare le cose che quei carcerati hanno fatto, e anche peggio ancora?».
Beh, molti di noi no, non lo pensano. Alcuni ne sono addirittura sicuri. E in certi frangenti di cronaca questo sentimento esplode, violento e oscuro: come quando un arresto avviene tra una folla inferocita e festante, tra cui qualcuno grida minacciosamente: «Datelo a noi!», e si respira odore di linciaggio. Oppure quando l’accusata di un omicidio clamoroso, come la madre del bambino Loris, entra in prigione: e dalle celle i detenuti le urlano, come è avvenuto, insulti e auguri di morte. In un coro d’inferno che per un attimo svela la profondità vertiginosa del male degli uomini, che si credono migliori degli altri.

Ma, in quel riconoscersi peccatori (questa parola desueta, e quasi pubblicamente imbarazzante) sta, dice Francesco, una grande speranza: «Quando uno impara ad accusare se stesso, è misericordioso con gli altri». Misteriosamente, nell’uomo che non va fiero di una fasulla probità ed è conscio della sua capacità di male, accade una metamorfosi. Lo sguardo cambia, e si guarda all’altro come guarderemmo a un figlio; e a nessuno si nega una possibilità di conversione. E se una sera al tg dicono che è morto il camorrista detto “’o animale”, 67 omicidi sulla coscienza, può accadere di pensare con sgomento al suo destino. Ma nemmeno della salvezza di Pasquale Barra possiamo disperare – nella certezza del nostro Dio, che è un Dio di misericordia.

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Sotto quel cappuccio c’è ancora un uomo

Posté par atempodiblog le 27 février 2015

‘Jihadi John’ e la seduzione del nulla
Sotto quel cappuccio c’è ancora un uomo
di Marina Corradi – Avvenire

Sotto quel cappuccio c'è ancora un uomo dans Articoli di Giornali e News 55ryph

Quella sagoma nera senza un  volto, con un  pugnale che luccica nella mano sinistra e accanto, in ginocchio, un prigioniero atterrito, era diventata per noi occidentali una sorta di spettro. Il simbolo di un terrore cieco e di una barbarica violenza. Il boia, peraltro, parlava un inglese perfetto, e anche questo ci smarriva: dunque, in quell’oscuro esercito militano uomini nati e cresciuti fra noi. E ora ‘Jihadi John’, il boia della decapitazione dei giornalisti americani James Foley e Steven Sotloff e di almeno altri quattro ostaggi, ha un nome, ha rivelato la Bbc. Mohamed Emwazi, 27 anni, cittadino britannico originario del Kuwait.

Cresciuto a Londra, in un tranquillo quartiere che niente ha a che fare con le periferie degli emarginati, in una dignitosa casa di mattoni rossi, in una famiglia della classe media. Laureato in informatica alla Università di Westminster. Per il resto, poco è rimasto di lui nel suo quartiere: un ragazzo gentile, dicono, con un debole per i bei vestiti.
Musulmano praticante, andava alla moschea di Greenwich, come migliaia di pacifici islamici londinesi. Fin qui il ritratto del boia della porta accanto. Fino ai vent’anni e oltre, un ragazzo così normale. Poi Emwazi si fa irrequieto: va in Tanzania, lo espellono, va a lavorare in Kuwait e vuole sposarsi, ma, rientrato a Londra, gli viene vietato l’espatrio. I servizi ormai lo tengono d’occhio. Non si sa come, poi, riesca a raggiungere la Siria.

Ma quest’ultima parte della storia è per noi meno misteriosa della prima, di quel ‘prima’ da studente londinese di informatica: la più nuova delle scienze, l’alfabeto del futuro. Uno studia per anni la tecnologia digitale, diventa un maestro della comunicazione virtuale, e poi lo ritroviamo come un unno: con un pugnale in mano, mentre si prepara a sgozzare un uomo inerme.

C’è un salto, fra la storia occidentale di ‘Jihadi John’ e quella violenza barbarica, che non riusciamo a comprendere. Che ci smarrisce, come un beffardo tornare indietro della storia; dove la scienza e la tecnologia compiono meraviglie, e gli uomini, invece, possono restare bestiali come millenni d’anni fa. Un poco, forse, ci conforta che il boia jihadista dall’ottimo accento londinese abbia ora un nome. Con un nome, un passato, una famiglia, è un po’ meno un fantasma. Tuttavia, indecrittabile e sbalorditivo ci resta il suo percorso: gli studi, i vestiti firmati, il metrò mattina e sera, e poi? Poi che succede, in questi ragazzi come gli altri? Potremmo capire un malvivente, e perfino forse un terrorista, ma ammutoliamo di fronte all’odio totale per il nostro mondo che quel boia in nero, cittadino britannico, rappresenta.
Che virus è, quale pestilenza?

Ieri su ‘Le Monde’ un ex militante di un gruppo islamico armato raccontava la sua storia. Un ragazzo di provincia, la madre impiegata, il padre che non c’è, una vita noiosa. L’ex terrorista non spiega chiaramente la sua scelta, ma pronuncia una frase che colpisce. L’idea del ‘martirio’ islamico, racconta, a un certo punto comincia ad affascinarlo: gli succede, dice, di arrivare a desiderare di «dare un senso alla morte, piuttosto che alla vita». Affascinati dalla morte, dunque, una morte spettacolare, sfidata nella guerra, se non addirittura cercata e corteggiata?

Riguardando i video delle decapitazioni si nota che, alle spalle di vittima e carnefice, c’è solo il deserto. Né vegetazione né villaggi né uomini, solo sassi e polvere, soltanto il nulla. Così come la maschera nera nasconde e rinnega ogni fattezza umana. L’adorazione del nulla. Cosicché, saputo il nome del boia dal perfetto accento British, ci resterebbe un desiderio: vederne la faccia. La guarderemmo a lungo, ostinatamente. Certi di trovare, alla fine, un tratto ancora quasi infantile, un segno di espressione, o uno spiraglio nello sguardo ostile: che ci dicano che sotto il cappuccio del boia, nascosto e censurato e negato, tuttavia c’è ancora un uomo.

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Sentirsi irrequieti, desiderare di essere altrove, partire e scoprire che “no, non è nemmeno qui”

Posté par atempodiblog le 10 février 2015

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Da tutta la vita mi prende certe mattine una irrequietezza, come la necessità assoluta di andare in un luogo diverso da quello in cui mi trovo. Si impadronisce di me l’idea che, se fossi in quella data città, o se vedessi il mare, sarei felice: e che quell’accidia, quella malinconia che ho sempre addosso se ne andrebbero, se fossi altrove.

Tante volte, fin da quando ero ragazza, ho ubbidito a questo istinto di partire, da sola, sospinta dall’idea che “laggiù” sarebbe stato diverso, oppure, addirittura, sarei stata diversa io. E sono partita per le Dolomiti, assaporando i chilometri sull’autostrada, e la pianura che da Verona si stringe nella valle del Brennero: e il verde denso dell’Adige mi pareva già promettere quell’altro mondo, in cui sarei stata felice. E il profilarsi delle prime vette, nella foschia dell’orizzonte, con più forza mi assicurava che lassù sarebbe stato diverso, e mi sarei sentita in pace.

Oppure andavo in una città grande come Londra, e nelle prime ore la maestosità severa del Tamigi, la vitalità intensa di Piccadilly Circus mi incantavano, tanto che mi dicevo: ecco, vedi, qui è diverso. Eppure ogni volta, dopo una breve contentezza, mi sono sentita smarrita: “No, non è qui”. E quante volte sono tornata e sono ripartita – il viaggio, in questi pellegrinaggi, era sempre la cosa più bella, carico di speranza com’era – per altre mete, in auto, gustando i paesaggi che cambiavano, nella illusione di stare andando finalmente dove mi sarei liberata della mia irrequietezza. E sempre no, invece, ogni volta, delusa, “no, nemmeno qui”.

Ormai mi rifiuto di dare retta a questa ingannevole sirena, che tuttavia mi tenta ancora. Se vado a prendere un figlio che arriva a Malpensa mi soffermo a leggere il tabellone delle partenze: Londra, Palermo, Istanbul… E di nuovo mi convinco che sì, forse, in un altrove lontano sarebbe diverso, e, finalmente, sarei un’altra io. L’ultima volta che ci sono cascata, sono tornata a Parigi. Ma, passata l’ebbrezza delle prime ore, mi sono accorta che fra i viali superbi e i palazzi sontuosi, no, non ero lieta neanche lì. E allora, rintanandomi anzitempo in una camera d’albergo, non ho potuto non domandarmi quale sia davvero l’altrove che domando.

Forse non è un luogo dello spazio, ma del tempo? La nostalgia di una prima infanzia, di cui non ho il ricordo? O che sia la memoria di una origine, di un “prima” da cui veniamo, di quel pensiero di Dio in cui, prima di venire al mondo, abitavamo? Ma, “instabilitas loci”, così san Tommaso, ho scoperto, chiamava la sindrome che ho addosso, e la considerava segno di un disordine interiore. E della stessa malattia, ho scoperto, parlano gli antichi, Seneca, e Orazio, tutti testimoniando l’illusione di questo continuo partire. Descrivono precisamente ciò che provo, ma non dicono come se ne guarisce. Forse allora, mi dico, questa irrequietezza me la devo tenere: come un compito, come una spina che non mi lascia tranquilla. Come un segreto da decrittare; o come una domanda, da avanzare, mendicante – la mano tesa e vuota.

di Marina Corradi – Tempi
Tratto da: Una casa sulla Roccia

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Il principio della risposta

Posté par atempodiblog le 16 janvier 2015

Il Papa sul volo per Manila
Ciò che Francesco ci sta ricordando
di Marina Corradi – Avvenire

Il principio della risposta dans Articoli di Giornali e News 10gyyc9

Sul volo verso Manila, della domanda di un giornalista francese sulla libertà di espressione il Papa si rallegra: sì, dice, «Parliamo chiaro, andiamo a Parigi…». E chiaro ha parlato davvero. Uccidere in nome di Dio, ha detto per prima cosa, è una aberrazione. E però, la libertà di espressione comporta anche un dovere: «Non si può provocare, non si può insultare, non si può prendere in giro la fede degli altri». E ha fatto il più elementare ed efficace degli esempi: non è giusto reagire violentemente, ma se un mio grande amico offendesse mia madre, saprebbe che può aspettarsi un pugno… Anche se la violenza «è sempre sbagliata», potrebbe aspettarselo. Il più semplice degli esempi, per parlare a tutti; per dire, a una settimana da una strage atroce, dalla giusta corale indignazione della Francia e dell’Occidente, dai milioni di Je suis Charlie universalmente ripetuti, che, tuttavia, c’è qualcosa che non bisogna dimenticare, pure nell’orrore e nella rabbia per quella che pare una dichiarazione di guerra al nostro mondo. E quel qualcosa è che al diritto di espressione c’è un limite, che è: non offendere. Soprattutto quando si parla di ciò che per altri è sacro. Per esempio quando si parla di Dio, o di Allah.

Parrebbe elementare: in una casa, in un luogo di lavoro, si può discutere di tutto, ma non insultare ciò che per l’altro è caro, o fondante. Parrebbe elementare, ma invece, nella emotività della risposta all’attacco di Parigi, forse qualcuno dimentica che una vignetta blasfema, anticristiana o antislamica, di quelle di cui “Charlie Hebdo” si compiace e va orgoglioso in nome della “laicità” pura, non è, in verità, un diritto. Il che non giustifica minimamente degli assassini che – assai più blasfemi – si appropriano del nome di Dio per uccidere. Assassini che, forse, consumati dal fanatismo, avrebbero ucciso prima o poi anche senza bisogno di provocazioni, così come il terrorismo islamico fa nel Terzo Mondo, mietendo a migliaia vittime innocenti, spesso cristiane, là dove nessuno lo offende.

E tuttavia l’osservazione del Papa, benevola, pacata, a una settimana dalla strage, a menti più fredde, è una parola su cui molti dovrebbero soffermarsi. Ha ricordato, Francesco, il discorso di Ratisbona, quando Benedetto XVI parlò, ha sottolineato, di una «mentalità post-positivista che porta a credere che le religioni sono una sorta di sottoculture: tollerate, ma in fondo poca cosa, e non fanno parte della cultura illuminista». Ecco, il laicismo di “Charlie Hebdo”, giornale diventato martire per la ottusità sanguinaria dei terroristi, era ed è la affermazione di un diritto assoluto a dire qualsiasi cosa, su qualsiasi soggetto. La rivendicazione del primato di una libertà totale, che ignora ogni sensibilità altrui.

Sul cristianesimo, “Charlie Hebdo” ha pubblicato vignette pesantissime, dentro a una tradizione sessantottina, libertaria, irridente, di cui porta ancora forte il marchio. Sapevano, i redattori, che i cristiani – oggi – non reagiscono con violenza. Ma forse, come ha suggerito lo scrittore Michel Houellebecq in una intervista, non avevano capito che i tempi sono cambiati. Che l’avversione di molti cittadini francesi e islamici alla loro satira poteva, in qualcuno, farsi violenza. Quasi che al “Charlie Hebdo” fossero rimasti al ’68, e uno tsunami di nuova ferocia li avesse travolti, all’alba del 2015.

Le parole del Papa da Manila fanno bene, fa bene la sua limpida franchezza. Perché ci si deve chiedere, in un mondo abitato da milioni di islamici, come sarà possibile convivere, dentro a una libertà di espressione intesa “laicisticamente”, senza limiti. Ci si dovrà chiedere se la libertà declinata come facoltà assoluta anche di irrisione, di fronte all’islam, fatalmente non generi, in qualcuno almeno, violenza. Ci si dovrà domandare se vogliamo, nelle nostre città, fare la guerra, o cercare una convivenza feconda e in pace, in cui ognuno – cristiano, ebreo, islamico… – possa testimoniare il proprio Dio. E forse il principio della risposta sta proprio in un ritrovato rispetto per l’altrui fede. È vero, per un certo post positivismo, fiorito nel Maggio francese, le religioni erano una trascurabile, polverosa eredità di tempi bui. Un gennaio parigino, sanguinosamente, tragicamente, segna una nuova, drammatica epoca. L’Europa intera, sgomenta, ha gridato “Je suis Charlie”. Sì, eppure no. La speranza di una convivenza in pace comincia dal rispetto di ciò che è sacro per l’altro, ci ha ripetuto il Papa. Noi lo sappiamo, ma dovremmo ricordarcene tutti.

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I bambini arruolati in odio alla vita

Posté par atempodiblog le 15 janvier 2015

L’orrore dei fanciulli usati per uccidere
I bambini arruolati in odio alla vita
di Marina Corradi – Avvenire

I bambini arruolati in odio alla vita dans Articoli di Giornali e News FILMATOneroL_300

Il bambino ha lineamenti asiatici e capelli lunghi  e neri. In mano tiene una calibro 9, ma dimostra dieci anni, e chi lo guarda in un primo istante  pensa che quella sia un’arma giocattolo: un  bambino che gioca alla guerra, con una pistola che sembra vera. Ma poi il ragazzino punta l’arma e spara, e uccide due prigionieri in ginocchio.

Il video spedito dal Califfato al mondo da al-Hayat Media, braccio mediatico dell’Is, finisce con il bambino che promette che crescerà, e ucciderà ancora. Allora anche le bambine kamikaze che Boko Haram in Nigeria ha usato in questi giorni per fare stragi nelle piazze e nei mercati, non sembrano più episodi isolati, ma anelli di una catena in un disegno di orrore.

Perché c’è qualcosa di peggio che massacrare uomini inermi, e questo qualcosa prende forma se a dare la morte sono dei bambini. Bambine usate come serbatoi di esplosivo, con chissà quali parole strappate alle famiglie e poi convinte o minacciate e costrette e spinte al patibolo loro, e altrui. Bambini arruolati in un macabro inganno, nell’età in cui alla guerra si gioca; e, magari, dapprima inorgogliti e fieri di essere presi sul serio dai grandi, dai soldati veri – ignorando il buio di disperazione in cui vengono attratti e sospinti.

Bambini utilizzati in fondo come cose, come carne docile, che ubbidisce e esegue e non sa, in quale laccio è stata presa. Se la strategia del jihad, declinata secondo le diverse latitudini ma in un’unica oscura nota, è di sconvolgere, sgomentare l’Occidente, ribaltandone la stessa visione del mondo, allora le bambine nigeriane, il ragazzino del video di al-Hayat sono i simboli di questa perversione: in cui non basta dare la morte, ma occorre che la diano i bambini, a testimoniarci che nulla davvero di intoccabile resta, in comune, fra i terroristi e noi.

Certo, non è la prima volta che i ragazzini vengono arruolati e combattono, è successo nei secoli passati così come nelle ultime ore del nazismo, è stato fenomeno di massa nella guerra civile ugandese come in altre guerre africane e tribali; ma ciò che è nuovo oggi è l’uso propagandistico, da parte del terrorismo islamico, dei bambini, quasi in un vanto, quasi fosse un primato di onore l’arruolare anche loro, quelli che non capiscono e non sanno, e farne portatori di morte.

Quasi che l’obiettivo di questa crociata di innocenti fosse, più che la lotta contro il nemico, la negazione stessa dell’uomo.

Un annichilimento di cui poi restano, come è accaduto nella guerra civile ugandese, le facce di quelli che furono costretti a sparare e a uccidere; e negli occhi di quegli ex bambini il lascito appunto di un annientamento, di una tenebra che sarà poi terribilmente difficile dissipare. Il passo in più, la soglia traversata da questa nuova guerra del terzo millennio è, oltre all’arruolamento dei fanciulli, il vantarsene, il farne oggetto di propaganda. Come a rivendicare un primato di disumanità; mentre, nella macchina inarrestabile e convulsa che è il web, ci saranno magari coetanei del bambino giustiziere dell’Is che vedranno quella esecuzione, quella promessa di crescere e uccidere, e forse desidereranno di fare altrettanto. La strategia del marketing adattata all’annientamento dell’uomo. Perché che questo nemico voglia in verità, e oltre alle sue affermazioni, solo il nulla e la morte, è il sospetto che è ragionevole coltivare, guardando alle stragi di innocenti, ai massacri di cristiani che compie con spaventevole efficienza in quelle parti del mondo, in cui può allargarsi e dominare indisturbato. E se di questo occorresse ancora una prova, guardate quelle bambine portate al massacro come agnelli, quel ragazzino del video, fiero di essere già ‘grande’.

È la sovversione delle radici della umana convivenza, il non fermarsi davanti alla faccia di un bambino e anzi servirsi proprio della sua debolezza, per farne un mezzo di morte. Negando, oltre alla sua fanciullezza, proprio ciò che è, nella natura degli uomini, un bambino: cucciolo da proteggere, e figlio che continua la nostra storia. Ma forse il senso profondo dell’annientare i bambini è proprio questo: una radicale avversione alla vita che continua, un odio profondo a quella che verrà.

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Ho sognato che avevo una grande famiglia a Mosul. Un incubo naturalmente. E però quanto vero

Posté par atempodiblog le 30 août 2014

Ho sognato che avevo una grande famiglia a Mosul. Un incubo naturalmente. E però quanto vero dans Articoli di Giornali e News 2chovok

Nel sogno avevo una grande famiglia, genitori anziani, fratelli e sorelle, e una nidiata di bambini. Era mattina, e l’ordine era di partire entro la notte. Recuperavamo un vecchio camion scalcinato. Ma non ci saremmo stati insieme, tutti quanti, a bordo. Qualcuno avremmo dovuto lasciarlo lì. Il vecchio padre del sogno era immobile in un letto: lui stesso ci chiedeva di lasciarlo morire in casa sua. Poi c’era un fratello in carrozzella, e la carrozzella proprio sul camion non ci stava. Anche lui, sarebbe rimasto.

Il cielo sopra di noi si faceva sempre più basso e più livido. All’ora della partenza uno dei bambini piccoli non si trovava: sparito – era forse andato a cercare il suo gatto? – e l’ora dell’ultimatum stava per scattare.

Infine eravamo sul camion, che ansimando si metteva in moto. Ma io avevo il cuore tagliato a metà, per quelli che avremmo dovuto lasciare. Degli uomini armati, minacciosi, gridando ci facevano fretta. Partivamo. Il camion sulle buche della strada sobbalzava, e a un urto più forte mi sono svegliata.

Un incubo, naturalmente. E però quanto vero. Come se avessi visto con i miei occhi un giorno di questi, in una casa cristiana, a Mosul.

di Marina Corradi – Tempi

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«Busso, perché quello lassù mi apra». L’ultimo istante di umiltà di un orgoglioso non credente

Posté par atempodiblog le 30 août 2014

Forse tutta una vita, gli studi, le passioni, gli affetti, servono a un uomo perché nella sua ultima ora ceda, e come un mendicante domandi?
di
Marina Corradi

«Busso, perché quello lassù mi apra». L’ultimo istante di umiltà di un orgoglioso non credente dans Marina Corradi 2uzf3ac

Il malato era alle ultime ore. E sapeva ormai, ormai nonostante le pietose bugie aveva capito. Il petto ischeletrito gli sussultava penosamente a ogni respiro. Assistendo, muta, a questa sua battaglia mi accorgevo di quanto mi era infinitamente caro. L’orgoglioso non credente, il materialista convinto. Avevo pregato per lui, impotente però di fronte al muro della sua libertà. «Ma tu non sei capace di farlo, per lui, un miracolo?», avevo chiesto polemicamente a un santo che mi è caro. Come, però, non credendoci davvero.

Finché in quella lunga notte di veglia, nel denso silenzio che precede il nuovo giorno, accanto al letto la moglie mi ha raccontato del giorno prima. Nel dormiveglia il malato faceva con una mano il gesto di chi bussa a una porta. La moglie: «Ma cosa fai?». Lui, indicando il cielo: «Busso, perché quello lassù mi apra».

Forse tutta una vita, gli studi, le passioni, gli affetti, servono a un uomo perché nella sua ultima ora ceda a un istante di umiltà, e come un mendicante domandi? Aveva capito tutto, in pochi giorni, quell’uomo apparentemente per la vita intera in altre cose affaccendato. «Busso, perché quello lassù mi apra». Knocking on heaven’s door, come diceva quella canzone che ascoltava nella sua stanza, a diciott’anni.

Fonte: Tempi
Tratto da: Una casa sulla Roccia

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La scoperta del mare

Posté par atempodiblog le 25 novembre 2013

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Vada (Livorno), giugno 1994 – Ora cammina, e osserva attento ogni cosa. Ha un anno e mezzo. Siamo appena arrivati da Milano e corriamo a salutare il mare. C’è un gran vento oggi, e, in spiaggia, nessuno. Con il bambino in braccio cammino fino a dove arrivano le onde. Lui scalcia: vuole scendere. Il viso verso di me, non ha ancora visto il mare. Si gira e se lo trova davanti, per la prima volta. Resta immobile, sbalordito. Davanti a lui le onde si gonfiano e si acquietano; e non c’è nulla tra noi e l’orizzonte, solo l’immensità del cielo.

Pietro rimane muto, incantato. Poi di corsa torna verso di me, che seduta sulla sabbia lo aspetto; e mi si tuffa addosso, e mi abbraccia, come uno che abbia ricevuto uno straordinario regalo. Lo abbraccio anch’io, un po’ meravigliata. Non crederà, mi dico perplessa, che l’abbia fatto io, il mare?

«Tuo figlio invece ha avuto ragione», mi dice poi un amico sacerdote, «a correre ad abbracciarti, nell’istante in cui per la prima volta ha visto il mare. Non sei tu che lo hai fatto, però mettendo tuo figlio al mondo gli hai permesso di vedere quanto splendido è, il mare». (Vivessi cento anni, conserverei negli occhi l’attimo del voltarsi di mio figlio verso di me, pazzo di gioia; e, dietro, solo lo sterminato blu del cielo).

di Marina Corradi – Avvenire

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Odiare distrugge

Posté par atempodiblog le 17 octobre 2013

Il caso Priebke ce lo dimostra
Odiare distrugge
di Marina Corradi – Avvenire

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Le immagini da Albano di una folla che sputa sul feretro del centenario Priebke, e prende a calci il carro funebre che lo trasporta, lasciano addosso un malessere, un’ombra di sgomento a chi le guarda nei telegiornali. Viviamo in un Paese generato da un tessuto antico, e uno dei fili di questa trama è il virgiliano parce sepulto, pietà per chi è morto. E ben sapendo chi era il capitano delle SS Erich Priebke, e che cosa orribilmente ha fatto, e che 335 furono le vittime innocenti alle Fosse Ardeatine, colpisce che settant’anni dopo la rabbia sia tanto viva e cocente da non fermarsi, incontrollabile, davanti a una bara.

Ma per capire i tafferugli di Albano occorre pensare che Erich Priebke, sì, è morto, ma gli ambienti neonazisti a lui vicini volevano usare il suo funerale per far rumore tra i vivi; e che lo stesso capitano delle SS e primo responsabile della strage delle Fosse Ardeatine, si è lasciato dietro una intervista-testamento in cui in sostanza nega l’Olocausto e afferma di volere restare fedele a ciò che è stato. Allora si intuisce come la richiesta di un pubblico funerale in chiesa cercasse non pietà, ma un palcoscenico per una rivendicazione politica, e perché la Chiesa di Roma non abbia acconsentito a questa richiesta.

Saggiamente, si può dire, guardando la gazzarra attorno a un morto, e i saluti fascisti da una parte, e dall’altra la furia della piazza che gridava: «Fatelo benedire a noi». E tra quelli che alzavano una mano nel saluto romano c’erano facce di ragazzi, così fieri, così certi di aver capito la storia; e tra quelli che sputavano sul carro funebre c’erano uomini con i capelli grigi, da cui ti aspetteresti, davanti alla morte, una frazione di istante almeno di silenzio. Chiunque sia il morto, e qualunque cosa abbia fatto, silenzio. Non tanto per lui, quanto per il mistero che ha varcato; e l’arrestarsi delle parole e delle ingiurie, nella certezza che ora chi è morto è davanti a ben altro giudizio.

Invece, quella piazza di Albano è sembrata il teatro di una parallela amnesia.

Proprio alla vigilia dell’anniversario della deportazione degli ebrei romani, oltre mille dei quali non fecero ritorno, una indecente amnesia del vertiginoso male che è stato il nazismo e dell’immane crimine che è stata la Shoah. Ma, dall’altra parte della piazza, pure smemoratezza: dell’anima cristiana, del parce sepulto, dell’antico imperativo di smettere di ingiuriare, quando il nemico è morto.

Che Erich Priebke, classe 1913, nazista a vent’anni, non fosse pentito e anzi rivendicasse con orgoglio la sua storia, lo dimostra il « testamento » con cui sembra volere vivere, e provocare, anche da morto. Accettabile allora che nell’ultimo viaggio al suo feretro abbiano sputato addosso? No, e forse anche quelli che l’hanno fatto, ripensandoci, ne provano una confusa vergogna. In fondo, è un mondo come se Dio non esistesse, quello che ad Albano è stato rappresentato nell’ora di un funerale.

Con uomini che senza timore di Dio inneggiano al male, e altri che si scagliano contro un morto. Il mondo come sarebbe senza Dio e senza più umanità, proprio secondo il disegno di Hitler, dentro a una storia definita solo da uomini testardi nella ferocia e implacabili nell’odio. Ci è venuta in mente, guardando quella scena, una frase di Etty Hillesum, ebrea olandese morta ad Auschwitz a 29 anni, ricordata da Benedetto XVI in una delle sue ultime udienze.

Per le strade di Amsterdam, mentre già le deportazioni erano iniziate, Etty discuteva appassionatamente con un amico, vecchio militante comunista: «Vedi Klaas – dice Etty – non si combina niente con l’odio. Ognuno deve distruggere in se stesso ciò che vorrebbe distruggere negli altri. (…) Ogni atomo di odio che aggiungiamo al mondo lo rende più inospitale». Quei calci, quegli sputi su una bara, di che capacità di violenza raccontano, in una folla di onesti cittadini. E gli altri, con la mano lugubremente alzata nel saluto romano, settant’anni dopo. In una piazza italiana, il dramma di una smemoratezza parallela.

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