«Vi racconto don Dolindo, mistico conformato a Gesù»

Posté par atempodiblog le 19 novembre 2020

«Vi racconto don Dolindo, mistico conformato a Gesù»
«Don Dolindo venne calunniato, perseguitato, ma rimase sempre fedele alla Chiesa, che chiamava santa e indefettibile. E diceva che “i miei libri riabiliteranno la mia memoria”». «Aveva il dono di scrutare i cuori, lo scambio di dolori e Gesù gli disse che doveva prendere su di sé le sofferenze di tutti». «Fu tormentato dal diavolo per il suo ultimo libro, che volle essere un omaggio alla Madonna». La Bussola intervista Grazia Ruotolo, per il 50° anniversario della morte di don Dolindo.
di Ermes Dovico – La nuova Bussola Quotidiana

L'infinita misericordia di Dio nel ricercare i peccatori e nell'accoglierli, in uno sguardo generale alle parabole di Gesù dans Commenti al Vangelo don_Dolindo_Ruotolo

Cade esattamente oggi il 50° anniversario della morte di don Dolindo Ruotolo (1882-1970), mistico originario di Napoli di cui è in corso la causa di beatificazione. Per la circostanza, come già riferito su questo quotidiano, la Ares ha pubblicato il libro “Gesù, pensaci Tu”, con il racconto in prima persona – affidato al giornalista Luciano Regolo – di Grazia Ruotolo (1928), cugina di secondo grado di don Dolindo. Il Servo di Dio aveva un legame fortissimo con il cugino Umberto, padre di Grazia (che nel riferirsi a don Dolindo lo chiama affettuosamente “zio”), della quale poi – dopo averne accompagnato la crescita nella fede – avrebbe anche celebrato le nozze. La Nuova Bussola l’ha intervistata.

Grazia Ruotolo, per lei don Dolindo è stato non solo un familiare ma anche una guida spirituale. Era una presenza consueta a casa vostra?
Sì, era un’emozione, se si trovava nei paraggi passava di giorno ma di solito veniva verso le 11 di sera, dopo aver fatto il giro di tutti i malati. Quando bussava alla porta, mio padre Umberto diceva: “Andate ad aprire, questo è Dolindo che arriva”. Arrivava con la sua famosa borsa a tracolla piena di pietre, che lui chiamava “perle preziose per il Cielo”. Era una delle tante penitenze e sofferenze che offriva per la salvezza delle anime.

A proposito di sofferenze, don Dolindo, un po’ come padre Pio e altri santi, ha avuto tante incomprensioni all’interno della stessa Chiesa.
Lui e padre Pio sono due giganti della Chiesa. Don Dolindo venne calunniato, perseguitato, ma diceva che “i miei libri riabiliteranno la mia memoria”. A lui interessava solo essere un semplice sacerdote, al servizio di Dio e del prossimo. Fu una delle figure più importanti della Napoli cattolica. A volte lo chiamavano per predicare anche in 8-9 chiese al giorno. Anche se subì persecuzioni da alcuni ecclesiastici, fino a due sospensioni a divinis, guai se qualcuno parlava male della Chiesa con lui: “Tacete, la Chiesa è santa, immacolata, indefettibile”, diceva. Negli anni in cui gli fu proibito di esercitare il ministero sacerdotale, si metteva all’ultimo posto della chiesa e poi, per la Comunione, da umile fedele andava a ricevere l’Eucaristia. Voleva che tutti sapessero che lui rimaneva fedele alla Chiesa. Non se ne allontanò mai.

Della vita di don Dolindo stupisce la capacità di accettare la croce, in ogni situazione.
Gesù aveva detto a padre Dolindo di prendere su di sé le sofferenze di tutti. Lui ebbe il dono mistico dello scambio di dolori. Chiamava i conventi, per esempio le suore di clausura, e diceva: “Datemi le vostre sofferenze”. Tutti i giorni chiedeva a Dio il dono del dolore insieme all’amore, la fede, la mansuetudine, l’umiltà.

Tenne questo atteggiamento anche con i suoi calunniatori?
Lui li amava come un padre, pregava per loro, andava perfino a trovarli a casa per far tornare il sereno nel loro cuore e, naturalmente, i suoi denigratori rimanevano sbigottiti per tanta carità. E se i suoi amici protestavano, replicava: “Tacete, quelli sono miei benefattori”. Perché gli davano la possibilità di offrire delle sofferenze, unendole a quelle di Gesù. E poi riteneva che tutto fosse volontà di Dio. Diceva sempre: “In casa nostra si mangia pane e volontà di Dio”. Questa sua santità convertiva le anime. Pensi che nel periodo in cui fu accusato dal Sant’Uffizio convertì una famiglia di massoni che da più di quarant’anni non si avvicinava ai Sacramenti. Ha vissuto con un solo pensiero, la gloria di Dio. Insegnava che qualunque azione, anche la più piccola, deve essere fatta con questo proposito: “Signore, per la tua gloria”. Questa era la spiritualità di padre Dolindo.

Lei ha definito il Commento alla Sacra Scrittura “il più grande miracolo” di don Dolindo. Perché?
Guardi, nei 33 libri del Commento alla Sacra Scrittura c’è tutto, l’esegesi, la meditazione, la psicologia. Lui spiegava che la Sacra Scrittura è una casa esorcizzata, perché la presenza di Dio allontana il Maligno. Quando finiva uno di questi libri, veniva da noi e diceva a mio padre: “Umbe’, leggi, leggi. Questi libri, un giorno, faranno tanto bene alle anime”. Non sa quante persone mi hanno detto di esserne rimaste conquistate. E solo Dio sa quante conversioni sono nate da quest’opera. Sa come l’ha scritta? Stava in ginocchio a pregare anche fino alle due di notte, si flagellava e poi scriveva sempre in ginocchio, con la Madonna o con Gesù vicino a lui. La quantità dei suoi scritti è impressionante. Alcuni devono ancora essere pubblicati, per esempio ci sono dei bellissimi epistolari inediti.

Don Dolindo è stato anche un grande confessore. Ci può raccontare qualcosa?
Aveva il dono di scrutare i cuori. Quando un penitente si inginocchiava per dirgli i propri peccati, lui li sapeva già… Se gli capitavano dei penitenti con peccati gravi, li ascoltava senza dire una parola, ma intanto piangeva pensando al dolore che questi peccati avevano causato a Gesù e Maria. E poi, finita la Confessione, apriva il confessionale e abbracciava forte il confessato: “Quanto sei buono! Io non so se avrei avuto il coraggio di confessare questi peccati”, gli diceva padre Dolindo. Sa quali effetti! Pure i peccatori più incalliti diventavano delle pecorelle, degli apostoli di Dio, non si allontanavano più dalla Chiesa.

Leggendo la sua vita, in effetti, colpisce la quantità di figli spirituali.
Lui viveva una vita celeste, per questo le folle lo seguivano. Ma sempre a proposito della Confessione le voglio raccontare un episodio che nacque dalla carità di tre sue figlie spirituali (Elena Montella, Nina Scotti, Bice Tavassi), che tra le altre cose – come testimoniarono nel libro Tre signorine in mezzo a una strada - andavano in giro per condurre da don Dolindo persone lontane dalla fede.

Ci dica.
Una volta queste tre signorine videro un tipo per la strada e, senza sapere che stava andando ad ammazzare una persona, iniziarono a tirarlo per la giacca per portarlo a una predica di don Dolindo. “Lasciatemi stare!”, gridava lui, ma loro insistevano: “No, lei deve venire”. Se una persona entrava in chiesa e sentiva predicare don Dolindo, il più era fatto. Ebbene, quest’uomo andò a sentire la predica e alla fine le tre signorine lo presentarono a don Dolindo. “Vieni, angioletto”, gli disse don Dolindo. “Angioletto – lui chiamava tutti così -, ti vuoi confessare?”. Quell’uomo gli rispose di no. Don Dolindo non si arrese. “Ma vi vedo agitato, forse avete litigato con vostra moglie? Forse l’avete fatta dispiacere, avete trattato un po’ di droga?”. Per farla breve, don Dolindo gli disse tutti i peccati e alla fine il peccatore disse: “Padre, ho capito, mi voglio confessare”. Poi quel tizio prese dalla tasca un coltello, lo mise sul tavolo e confessò l’intento omicida.

Che legame aveva don Dolindo con la Madonna?
Lui diceva di essere ‘o vecchiariello d’a Madonna! Era la Mamma sua… l’ultimo slancio d’amore, l’ultimo libro lo scrisse per omaggiarla. Questo mentre si avviava alla morte, con una paralisi che gli aveva bloccato da anni il lato sinistro, le gambe gonfie, l’artrosi che l’aveva piegato in due: bisognava prendergli il braccio per fare la consacrazione perché lui da solo non ce la faceva più. Teneva sull’altare una statua di Maria, che adesso custodisco io, e mentre celebrava la Messa volgeva lo sguardo e diceva: “La Madonna, in questo momento, sta portando tante anime in Paradiso”.

La chiamava Corredentrice?
Sì, Corredentrice e Madre della Chiesa, già diversi decenni prima del Vaticano II. Per l’ultimo libro sulla Madonna, il diavolo lo ha tormentato. Lo percuoteva, lo buttava sotto il letto e la cosa era tanto più dolorosa, per le condizioni fisiche di don Dolindo. Ma lui aveva la sua forza nell’Eucaristia e nel Rosario, teneva la corona sempre tra le mani. E consigliava di invocare continuamente e pregare con il proprio Angelo custode.

Che cosa possiamo dire di certo sulle piaghe di don Dolindo?
Beh, queste sono cose segrete, per così dire. Per me aveva le stimmate nascoste. Ci sono delle bottigliette di sangue di don Dolindo, 12 bottigliette più o meno della grandezza di quelle dello sciroppo per la tosse. Poi, una sua figlia spirituale mi parlò della profonda piaga che don Dolindo aveva sulla spalla destra.

Come la Santa Piaga della Spalla di Gesù?
Non me lo disse esplicitamente, però mi rivelò, commossa, di averla toccata: “Grazia, vi si poteva infilare l’intera mano”, mi spiegò. Comunque, lui per amore di Dio e del prossimo faceva di tutto: digiuni, flagellazioni, preghiere a non finire, pur di ottenere una grazia, una conversione, che chiamava “il miracolo più grande”.

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Il “Santo apostolo di Napoli” e le profezie sulla Chiesa

Posté par atempodiblog le 9 novembre 2020

Servo di Dio don Dolindo Ruotolo
Il “Santo apostolo di Napoli” e le profezie sulla Chiesa
Il mistico don Dolindo Ruotolo ci ha lasciato profezie e molteplici opere teologiche, tra cui un ispiratissimo Commento alla Sacra Scrittura in 33 libri. Padre Pio lo riteneva un gran santo e disse che «niente di quanto è scaturito dalla penna di Don Dolindo deve andar perduto». In vista del 50° anniversario della morte, la Ares ha dato voce a una familiare e testimone diretta del Servo di Dio, Grazia Ruotolo, pubblicando il libro “Gesù, pensaci Tu”.
di Ermes Dovico – La nuova Bussola Quotidiana

Il “Santo apostolo di Napoli” e le profezie sulla Chiesa dans Anticristo Don-Dolindo-Ruotolo-Ges-pensaci-Tu

Il prossimo 19 novembre cade il 50° anniversario della morte di don Dolindo Ruotolo (1882-1970), contemporaneo e amico di Padre Pio, che lo chiamò il «Santo apostolo di Napoli». In vista della ricorrenza, la casa editrice Ares ha pubblicato il libro “Gesù, pensaci Tu”, che richiama l’invocazione centrale dell’Atto di abbandono ispirato dal Signore al mistico napoletano. Il suddetto libro è un prezioso strumento per conoscere la figura di don Dolindo, perché insieme ad ampi estratti delle opere del Servo di Dio registra la dettagliata testimonianza in prima persona di una sua familiare – la novantaduenne, lucidissima, Grazia Ruotolo (una cugina di secondo grado, che per affetto lo chiama “zio”) – che ha affidato il suo racconto al giornalista Luciano Regolo.

Impossibile elencare tutti i miracoli, le opere di carità e i doni soprannaturali di don Dolindo, i cui carismi si erano manifestati già nell’infanzia, specie la sua conformazione a Gesù Crocifisso. Il nome, che sta per “Dolore”, era stato scelto dal padre per devozione alla Madonna Addolorata. Dolindo venne maltrattato dal genitore – senza che questi sapesse perché, come lui stesso gli confidò poi – fin da piccolo. Ma non portò mai rancore al padre, e anzi accettava quella croce dando lode a Dio. La madre andava a Messa ogni mattina alle 5. Lui, quintogenito di 11 figli, si alzava seguendola fino alla porta di casa e, al suo rientro, veniva preso in braccio dalla madre che gli alitava in bocca per trasmettergli l’amore dell’Eucaristia appena ricevuta. A tre-quattro anni le diceva: «Io sarò sacerdote».

LA GRAZIA DI MARIA
Da seminarista, prendendo atto delle sue difficoltà a capire e studiare, s’inginocchiò davanti a un’immagine della Madonna delle Grazie e le disse: «O mia dolce Mamma, se mi vuoi Sacerdote, dammi l’intelligenza, perché lo vedi che sono un cretino». Si assopì all’improvviso e, al risveglio, si ritrovò esaudito: gli si aprì la mente, «ma solo per ciò che glorificava Dio». Il dono dell’intelletto, che si univa a un’ironia tutta napoletana, diventò ancora più grande dopo due Confessioni generali.

Da questa umiltà e dalla fiducia nella Provvidenza, quindi, nasce l’ispiratissimo predicatore (che riempiva le chiese) e scrittore di opere ascetiche, devozionali, dottrinali, mistiche. Qui basti ricordare il monumentale Commento alla Sacra Scrittura, in 33 libri, a cui oggi diversi sacerdoti attingono per le loro omelie e che Grazia Ruotolo definisce «il più grande miracolo» di don Dolindo, per le innumerevoli conversioni che ha già suscitato e, si può credere, susciterà. I testi li scriveva in piena notte, in ginocchio e di getto, dopo aver pregato e offerto penitenze. Contro quest’opera, prima condannata dal Sant’Uffizio e poi riabilitata, si scatenarono i suoi denigratori – modernisti – al tempo della sua seconda sospensione a divinis. Un calvario lunghissimo, che iniziò a seguito delle calunnie di una sua figlia spirituale, mossa da invidia verso le altre pie assistenti di don Dolindo.

Sacerdote-Dolindo-Ruotolo-di-Napoli dans Articoli di Giornali e News

OBBEDIENZA E AMORE ALLA CHIESA
A raccogliere le accuse della donna era stato padre Domenico Fenocchio, che nel 1918 ottenne un’udienza con Benedetto XV. Il Papa, ascoltando la versione di Fenocchio, ordinò un’inchiesta e, nell’attesa, dispose di sospendere da subito la predicazione di don Dolindo. Erano circa le undici e mezza di domenica 15 settembre, giorno dell’Addolorata. In quel preciso momento, a Napoli, don Dolindo stava tenendo l’omelia. Ad un tratto – in obbedienza mistica, si potrebbe dire – smise di predicare, senza minimamente sapere quello che era stato appena deciso su di lui in Vaticano (lo avrebbe saputo solo giorni dopo). «Non potetti raccapezzare una sola idea, Gesù mi aveva chiusa la fonte della sua parola perché, a Roma, il Papa l’aveva chiusa per me! Dovetti interrompere, dissi al popolo: “Non posso proseguire oltre, sono sopraffatto da tenebre, non ho più parole. Preghiamo soltanto che Dio si glorifichi”».

Il 18 ottobre 1921, a conclusione dell’inchiesta, fu sancita la sua sospensione a divinis, durata ben 16 anni e mezzo. Malgrado tutto, in questo tempo, provò un crescente amore per coloro che lo calunniavano, e andava perfino a visitarli (padre Fenocchio, ammalato, gli chiese perdono). Capitò che qualcuno dei suoi figli spirituali non capisse così tanta pietà: «Sono miei benefattori», diceva don Dolindo, pensando alle sofferenze che poteva unire a quelle di Gesù, per santificarsi e liberare anime dal giogo del demonio.

L’ORDINE DI PADRE PIO
L’amore incondizionato per la Chiesa, al cui interno sperimentò sì persecuzioni ma anche la stima di diversi ecclesiastici, lo accomuna strettamente a Padre Pio. Molto ricca e affascinante la documentazione riportata nel libro della Ares sul rapporto tra i due grandi mistici, che va ben oltre il loro unico incontro (di persona) noto, avvenuto nel 1953 a San Giovanni Rotondo. Poi, nel 1967, il frate con le stimmate incaricò padre Pellegrino Funicelli di scrivere una lettera a una figlia spirituale di don Dolindo (Elena Montella, dell’Apostolato Stampa). Questo l’inizio della missiva: «Gentilissima Signorina, Padre Pio ha detto che niente di quanto è scaturito dalla penna di Don Dolindo deve andar perduto».

DOLINDO GESÙ E LE PROFEZIE
Le bilocazioni erano una delle grazie di don Dolindo. Scrutava i cuori e in confessionale trasmetteva mirabilmente la misericordia di Gesù, che pure più volte – su richiesta del proprio fedele ministro – confessò al posto suo, assumendone le sembianze. Del resto, già nel 1910 il Servo di Dio si era sentito dire in una locuzione interiore: «Sono io Gesù, Dolore, e tu sei Dolindo Gesù. […] Perché io sono in te e tu in me. Perché tu vivi, ma non vivi e sono io che vivo in te. Perché tu non scrivi e sono io che scrivo per te». La sua volontà riposava nella Volontà di Dio.

Tra le molte profezie nei suoi scritti c’è quella dettatagli da Maria – con 13 anni di anticipo – sull’elezione a pontefice di Karol Wojtyla, il «nuovo Giovanni» che sarebbe sorto dalla Polonia e avrebbe liberato il mondo dalla «tirannia comunista», come già i 20 mila guidati da (Giovanni) Sobieski «salvarono l’Europa e il mondo dalla tirannia turca» al tempo dell’Assedio di Vienna, nel 1683.

E ancora, in Così ho visto l’Immacolata, si legge un brano in cui la Vergine fa una fotografia dei nostri tempi, in cui il modernismo tanto combattuto da don Dolindo sembra aver preso il sopravvento.

«Solo una grande misericordia può fare superare al mondo il baratro nel quale è caduto […]. Che cosa credete voi che sia la misericordia? Non è solo l’indulgenza, ma è anche il rimedio, la medicina, l’operazione chirurgica. La prima misericordia che deve avere questa povera terra, e la Chiesa per prima, dev’essere purificazione.

Non vi spaventate, non temete, ma è necessario che un uragano terribile passi prima sulla Chiesa e poi sul mondo! La Chiesa sembrerà quasi abbandonata e da ogni parte la diserteranno i suoi ministri… dovranno chiudersi persino le chiese! Il Signore troncherà con la sua potenza tutti i legami che ora l’avvincono alla terra e la paralizzano! Hanno trascurato la gloria di Dio per la gloria umana, per il prestigio terreno, per il fasto esteriore e tutto questo fasto sarà ingoiato da una persecuzione terribile, nuova! Allora si vedrà che cosa giovano gli appannaggi umani e come valeva meglio appoggiarsi a Gesù che è la vita vera della Chiesa. […]».

Ma le tenebre non prevarranno, come si ricorda pure nel 6° giorno della Novena dell’abbandono (che si può iniziare martedì 10 novembre, in vista del 50°): «Gesù all’anima: “Quando crederai il mondo abbandonato ai prepotenti e ai tiranni, e tutto schierato contro la Chiesa, allora sappi che il trono del mostro è minato e che si dissolve in un baleno per una pietruzza dal monte che lo percuote. Lasciami fare perché io armonizzo la libertà e le esigenze della divina gloria, e lascio il corso agli uomini cattivi per poi trarne la divina gloria. Anche nel piccolo lo vedrai, perché certi violenti spariranno dalla sera al mattino e le famiglie riacquisteranno la pace e la prosperità”».

Per saperne di più:
“Gesù, pensaci Tu”, Grazia Ruotolo con Luciano Regolo, Ares, 2020

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I doni soprannaturali del “Padre Pio” di Napoli

Posté par atempodiblog le 25 septembre 2020

I doni soprannaturali del “Padre Pio” di Napoli
Il 19 novembre cadono i 50 anni dalla morte di don Dolindo Ruotolo, sacerdote napoletano di cui è aperta la causa di beatificazione
di Gelsomino Del Guercio – Aleteia

I doni soprannaturali del “Padre Pio” di Napoli dans Articoli di Giornali e News don-dolindo-ruotolo

Il 19 novembre cadono i 50 anni dalla morte di don Dolindo Ruotolo, sacerdote napoletano di cui è aperta la causa di beatificazione. Padre Pio lo chiamava «il santo apostolo di Napoli» e ai pellegrini della sua città che gli si presentavano a Pietrelcina era solito dire: «Che ci venite a fare qui da me, voi che tenete don Dolindo a casa vostra?».

Anche don Dolindo, del resto, era dotato di carismi fuori dal comune: dialogava con il Cielo, leggeva nei cuori della gente, per la sua intercessione gli ammalati guarivano, era soggetto a fenomeni di bilocazione… Studioso colto e sapiente scrisse un Commento ispirato dei testi biblici.

Di quest’uomo di Dio straordinario esce ora per le Edizioni Ares di Milano e, in lingua polacca, per le Edizioni Esprit di Cracovia la prima biografia completa. È scritta dalla nipote Grazia Ruotolo insieme con il giornalista Luciano Regolo e si intitola «Gesù, pensaci tu» (pp. 288). Contiene un prezioso inserto fotografico e la testimonianza eccezionale di mons. Vittorio Formenti della Basilica papale di Santa Maria Maggiore, il quale in Prefazione racconta un miracolo appena capitato nella sua famiglia grazie a don Ruotolo.

Il contatto con Padre Pio
Sacerdote, esorcista, ora servo di Dio, don Dolindo fin da giovane ha intessuto dialoghi con il Cielo, in particolare con il Signore Gesù, la Madonna ma anche l’angelo custode e santa Gemma Galgani. La sua figura è legata a quella di Padre Pio, con cui era in contatto spirituale e con il quale condivise la salute sempre provata, fenomeni mistici come le bilocazioni, gli scontri notturni con il demonio e l’obbedienza serena all’autorità della Chiesa nei tempi del più freddo discernimento.

La profezia
Nel 1965 predisse, con 13 anni di anticipo, l’elezione di Giovanni Paolo II. Questi doni soprannaturali erano il frutto dell’adorazione, della preghiera contemplativa, delle mortificazioni mediante le quali il mistico si preparava all’incontro con i fedeli che lo assediavano per ascoltare le sue prediche, confessarsi, chiedere intercessioni e consigli.

Il Commento alla Sacra Scrittura
Teologo e apologeta, scrisse molte opere fra cui spiccano un Commento alla Sacra Scrittura in 33 volumi, ma anche le migliaia di semplici messaggi, aforismi e le devozioni cristiane che gli venivano dettate nelle locuzioni interiori e che trascriveva sulle immaginette che donava a tutti come sostegno nella fede. Il suo primo insegnamento è stato di vivere guardando sempre a Gesù, nella certezza che in ogni circostanza, anche la più difficile e dolorosa, se ci affidiamo a Lui, la nostra vita volgerà al bene.

Le somiglianze con Natuzza
Luciano Moia, nella prefazione al libro «Gesù, pensaci tu» riscontra «costanti, incredibili analogie anche tra Natuzza e don Ruotolo. Non solo nell’amore-immedesimazione con il Cristo che segnò l’esperienza mistica di entrambi, anime vittime disposte a offrire la propria sofferenza per la salvezza del prossimo o per lo slancio che nutrirono tutte e due per la Vergine Maria: mi ha profondamente emozionato che don Dolindo si definisse “un verme” come Natuzza, e mentre lei parlava dei “merletti” di Gesù, lui descriveva ogni evento della vita come parte del “ricamo” di Dio».

«Per non parlare – prosegue il giornalista – delle straordinarie coincidenze nei loro colloqui mistici col Cristo: a tutti e due Egli riferisce del «sacerdozio d’amore» o della tendenza dell’uomo a sentirsi «medico di se stesso» e quindi a pensare di conoscere da sé la cura necessaria per la propria esistenza, dimenticando che solo il Signore, al quale dovremmo affidarci, conosce il nostro vero bene. Così pure è analogo, in modo sorprendente, il rapporto da loro intessuto con gli angeli, i quali mostrarono a entrambi di cedere il passo davanti ai sacerdoti, in quanto essi sono i ministri di Dio che rinnovano la presenza di Gesù tra noi mediante la Celebrazione eucaristica».

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Non siamo degli abbandonati nel mondo, non siamo dei reietti, siamo figli del Padre celeste

Posté par atempodiblog le 16 août 2020

Dal Vangelo secondo Matteo
(Mt 15,21-28)

Partito di là, Gesù si diresse verso le perti di Tiro e Sidòne.
Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quelle regioni, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio».
Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Allora i discepoli gli si accostarono implorando: «Esaudiscila, vedi come ci grida dietro».
Ma egli rispose: «Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele».
Ma quella venne e si prostrò dinanzi a lui dicendo: «Signore, aiutami!».
Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini».
«È vero, Signore, disse la donna, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».
Allora Gesù le replicò: «Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

Non siamo degli abbandonati nel mondo, non siamo dei reietti, siamo figli del Padre celeste dans Commenti al Vangelo Ges-e-la-Cananea

La Cananea, esempio pratico di una grande virtù sotto umili apparenze
del servo di Dio don Dolindo Ruotolo

Gli scribi e farisei nelle loro opposizioni al Redentore non si contentavano solo di parole, ma tentavano passare ai fatti e ordivano congiure contro di Lui per liberarsene. Gesù Cristo, per impedire una recrudescenza del loro odio, si allontanò dalla pianura di Genesaret, dove si trovava, e passò nelle parti di Tiro e Sidone, cioè tra gente Cananea. Egli annunziava così col fatto che la parola della verità, rigettata dal popolo ebreo, sarebbe passata ai pagani; non andò in quei luoghi per evangelizzarvi il popolo, ma per indicare quello che sarebbe avvenuto in futuro e, conoscendo tutto, vi andò per mostrare con un esempio pratico agli apostoli, disorientati dalla propaganda farisaica, che cosa significasse avere fede. È evidente dal contesto che Egli stesso attrasse a sé la povera Cananea, che andò a supplicarlo per la figlia indemoniata, anzi può dirsi che sia andato esclusivamente per lei in quelle contrade, non avendovi operato altro.

La fama dei suoi miracoli si era sparsa in ogni luogo, e forse la Cananea aveva tante volte desiderato incontrarsi con Lui, per supplicarlo in favore della figlia. Forse aveva pregato con viva fede credendolo il Messia, il fatto si è che, appena saputo della sua presenza, gli corse incontro, chiamandolo Figlio di Davide e Signore, e confessandolo per Colui che doveva venire.

La sua preghiera fu semplicissima: essa espose il suo caso doloroso, e lasciò a Lui la cura di pensarci.

Pregò con fede nel chiamarlo Figlio di Davide, con umiltà nell’implorarne pietà e con fiducia esponendogli il suo caso doloroso tra grida di suppliche. Gesù non le rispose nulla, sembrò insensibile a quell’angoscia materna, Egli che aveva un cuore infinitamente tenero.

La donna non si scoraggiò, continuò a gridare e gli apostoli, presi dalla compassione, lo supplicarono a sbrigarla. Egli rispose che non era stato mandato che alle pecore perdute della casa d’Israele.

Con queste parole non intese dire di non voler esaudire la preghiera di quella donna, ma volle mostrare agli apostoli, in una durezza che li addolorava, quanto era contrario alla carità la durezza di chi s’irrigidiva in una legge esteriore senza tener conto del suo spirito.

Dal suo Cuore però partivano raggi di carità invisibili che colpirono la donna, la fecero più ardita e la fecero avvicinare a Lui implorando aiuto. Gesù rispose che non era bene prendere il pane dei figli e darlo ai cani. Chiamò cani i pagani, non perché l’amor suo li stimasse tali, ma perché così li riguardavano gli scribi e i farisei.

A bella posta volle far sentire agli apostoli, in un contrasto con una madre supplicante, quanto fosse ingiusto il disprezzo che gli Ebrei avevano dei pagani. Essi vedendo quel disprezzo in confronto con Lui, carità per essenza, ne distinguevano di più l’orrore. Egli poi, dicendo una parola così dura alla povera Cananea, le fece sentire contemporaneamente con quale carità la riguardava; il suo Cuore divino la provava e le dava la grazia per resistere alla prova. La Cananea, infatti, rispose con maggiore fede che anche i cagnolini mangiavano le briciole che cadevano dalle mense dei loro padroni. Era indegna del pane dei figli, e come cagnolina voleva raccogliere solo una briciola di quella potenza taumaturga con la quale Egli colmava di benefìzi tanti poveri infelici. Era questa la più grande espressione di una fede umile e sincera, e Gesù, mutando d’un tratto atteggiamento, ed elogiando tanta fede, la esaudì e, in distanza, con una parola di onnipotenza, le sanò la figlia.

La lezione era tutta rivolta agli apostoli titubanti; essi dovettero riconoscere che non avevano quella fede profonda che sa resistere alle prove; dovettero capire quanto superiore agli scribi e farisei era quell’umile donna, che aveva nel cuore un tesoro di fede sul Messia, e si sentirono rinfrancati nello spirito. Gesù poi, partito di là, e andato verso il mare di Galilea, cioè sulla riva orientale del lago di Genesaret, vi operò moltissimi strepitosi miracoli, confermando così la fede dei suoi apostoli.

Muti, ciechi, zoppi, storpi e molti altri infermi sperimentarono la sua potenza e ne furono consolati spiritualmente e corporalmente.

Quante volte, pregando, ci sembra che Gesù Cristo, la Madonna e i santi non ci ascoltino, e l’anima si disorienta a volte fino a sentirsi venir meno la fede! Quante volte, in questi momenti di tenebre, satana ci suggerisce che è vano pregare e ci getta in una cupa disperazione che è forse il tormento maggiore della vita! Eppure in quei momenti di oscurità, proprio allora, dobbiamo intensificare la preghiera, perché la fede esca ingigantita dalla prova ed ottenga grazie maggiori di quelle che ha richieste. Si può dire con assoluta certezza che nessuna preghiera è vana, e che quando non ci vediamo esauditi ci si prepara una consolazione più grande, temporale ed eterna. Non siamo degli abbandonati nel mondo, non siamo dei reietti, siamo figli del Padre celeste, ed Egli ci riserba il suo pane, cioè la ricchezza delle sue misericordie.

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Il parto indolore della Madre di Dio

Posté par atempodiblog le 24 décembre 2016

Il parto indolore della Madre di Dio
del servo di Dio don Dolindo Ruotolo

Il parto indolore della Madre di Dio dans Commenti al Vangelo natale

Ora, la bella aurora della nascita del Re d’Amore era Maria nell’elevazione del suo amore, e la stella tremolante in adorazione era san Giuseppe. Maria era tutta un fulgore di contemplazione e di estasi. Bella nella sua innocenza purissima, circondata da un tenue nembo di luce che la delineava nella notte come placida luna nel firmamento, genuflessa, con le mani congiunte e lo sguardo al cielo, era l’immagine del seno del Padre, e rifletteva da sé qualche barlume dell’eterno mistero.

Contemplava.

Si trovava tra l’eternità senza tempo ed i tempi carichi di secoli; mirava nell’eternità il Verbo, termine dell’eterna generazione del Padre, e mirava nel tempo il percorso dei secoli delle promesse che terminavano in Lei con la generazione temporale del Verbo nell’umana carne.

Era tutta avvolta dalla luce dell’eterna armonia, ed era Essa tutta un’armonia di amore. La grazia rigurgitava per così dire in Lei, tanta ne era l’abbondanza, ed essa vi era immersa in un placidissimo riposo.

Contemplava il cielo, ed un sorriso le sfiorava le labbra nella gioia immensa che vi regnava; contemplava nel suo seno il Verbo eterno che vedeva nel Padre, e la sua vita mortale s’illuminava di splendori eccelsi, poiché essa era Madre di Dio. L’Amore eterno, che l’aveva fecondata, la illuminava tutta ed Essa a poco a poco si trasumanava. Sembrava tutta luce e, come un ferro incandescente nel fùoco, brillava, perché traspariva da Lei il Verbo Incarnato.

Il suo corpo immacolato era come spirito, sembrava trasparente, anzi evanescente nella luce del Verbo. L’eterna vita affiorava dalla piccola creatura umana e la passava come raggio che attraversa un cristallo.

Oh, prodigio di Dio! Le madri sentono dolori immani quando un figlio viene alla luce, e sentono strapparsi quasi la vita dalla piccola vita che irrompe nel mondo; Maria invece sentiva una gioia immensa a misura che il momento della sua maternità s’avanzava. L’amore quasi la liquefaceva ed il suo corpo sembrava fluido come una cascata di fulgori placidissimi.

Fu un momento sublime: tratta a Dio si sentì tutta immersa nella conoscenza dell’infinita sua grandezza, la contemplò amandola, e volle applaudirla con una lode proporzionata che avrebbe voluto trarre dal pieno olocausto di se stessa.

Le ritornò sulle labbra il suo cantico: Magnificat anima mea Dominum e, nell’elevarlo innanzi a Dio con tutto l’impeto del suo amore, non eruppe dal suo cuore una parola ma il Verbo, la lode eterna del Padre, e s’adagiò sul terreno come un raggio di luce, lodando il Padre nell’umana carne. Era l’umiliato per amore e vagì.

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L’infinita misericordia di Dio nel ricercare i peccatori e nell’accoglierli, in uno sguardo generale alle parabole di Gesù

Posté par atempodiblog le 13 septembre 2016

L’infinita misericordia di Dio nel ricercare i peccatori e nell’accoglierli, in uno sguardo generale alle parabole di Gesù
del servo di Dio don Dolindo Ruotolo

L'infinita misericordia di Dio nel ricercare i peccatori e nell'accoglierli, in uno sguardo generale alle parabole di Gesù dans Commenti al Vangelo don_Dolindo_Ruotolo

Si avvicinavano a Gesù i peccatori e i pubblicani per ascoltarlo. Il testo greco dice che gli si avvicinavano tutti i peccatori ed i pubblicani, per far rilevare che tutti erano attratti dalla bontà di Gesù, anche quelli che poi non si convertivano per loro colpa.

C’era, infatti, nel Redentore una potente attrattiva, perché Egli era venuto in terra per rigenerarli ed aveva in sé la delicatezza di una mamma, la premura di un pastore e l’espansione di un affettuosissimo padre. I peccatori, poi, standogli vicino, si sentivano migliori, perché in quell’immensa luce di santità l’anima loro spontaneamente si umiliava.

I farisei e gli scribi non potevano tollerare la bontà di Gesù, perché contrastava troppo con la loro durezza; premurosi com’erano della loro fama e della loro gloria, disprezzavano i peccatori per ostentare anche così la loro pretesa giustizia e riprovavano l’atteggiamento di Gesù, non tanto perché loro dispiacesse, ma per far rimarcare al popolo che Egli non era giusto come loro.

Credevano che la sua familiarità coi peccatori dipendesse per lo meno da superficialità e volevano far rilevare che Egli non sapeva conoscerli, e quindi non era profeta. C’era nel loro rimprovero un insieme di orgoglio, di malignità e di avversione che li rivelava.

Gesù Cristo non rispose smascherandoli, come avrebbe potuto fare, ma rivelò la misericordia di Dio e per conseguenza quella del suo Cuore, aprendo così maggiormente alla fiducia il cuore dei peccatori di tutti i tempi, e manifestando il grande segreto della sua missione divina, Gesù raccontò tre parabole che esprimono la bontà di Dio stesso nel cercare, nell’accogliere i peccatori, e rivelò così che Egli non cercava i traviati né per superficialità di valutazione delle loro colpe, né per semplice compassione naturale, ma perché era Dio e li cercava per usare loro misericordia.

Le tre parabole, poi, manifestavano la valutazione vera che Egli faceva dei peccatori di tutte le nazioni e di tutte le epoche, riguardandoli come pecorelle smarrite dell’ovile di Dio, come valori dell’umanità, perduti con danno comune, e come figli lontani dal cuore paterno. Un pastore cerca la pecorella smarrita per compassione, una donna cerca il valore perduto per interesse, un padre per amore tenerissimo sospira al figlio ribelle, che si è allontanato da lui.

Sono i tre grandi momenti della divina misericordia: il Signore chiama l’umanità peccatrice come pecorella smarrita, la redime pagando il prezzo del suo riscatto, e l’accoglie in un amore paterno immenso che la ridona alla primitiva grandezza. Accolse Israele e lo cercò nel deserto del mondo come pecorella smarrita, portandolo Egli stesso per le vie della vita come un pastore porta sulle spalle la sua pecorella. Venne dal cielo in terra e fece luce per cercare l’umanità perduta e ridonarle il valore perduto col peccato; aspetta al suo Cuore l’umanità traviata ed apostata, immersa nelle sozzure dell’impurità e ridotta ad uno stato di estremo squallore, e l’accoglie con amore paterno riabilitandola.

La misericordia di Dio è sempre ricerca amorosa, valutazione divina di un’anima ed amore immenso nell’accoglierla, ma si può dire che le tre parabole proposte da Gesù riguardassero le tre grandi manifestazioni della misericordia di Dio Uno e Trino: quella fatta al popolo eletto, pecorella sua, il Padre; quella fatta nella redenzione, pagando il prezzo del nostro riscatto, il Figlio, e quella che fa ogni giorno nella Chiesa, e farà in modo meraviglioso alla fine dei tempi, accogliendo al suo Cuore i figli traviati, corrotti ed apostati dal suo paterno amore, lo Spirito Santo.

Gesù parla della gioia del pastore nel ritrovare la pecorella smarrita, della gioia della donna nel rintracciare la dramma perduta, e della gioia del padre nel riabbracciare il figlio traviato, non per dire che Dio ama più i peccatori che i giusti, ma per dire che è così piena e completa la sua misericordia che Egli accoglie i peccatori pentiti come se fossero giusti. Egli parla della festa che si fa nel cielo per un peccatore che si converte, per dirci che è più grande la gioia attuale dei Beati per un’anima che si salva, che per quelle che sono già salve o giuste; anche un padre gode più attualmente della guarigione di un figlio infermo, che della sanità degli altri, il che non significa che egli apprezza più i malati che i sani, ma proprio perché apprezza la salute, gode che il figlio infermo l’abbia recuperata.

Nei peccatori che si convertono c’è poi sempre una ricchezza di umiltà, di riconoscenza e di amore che li rende più cari al Signore, e facilita in loro l’efflusso della grazia.

Il peccato è un male orribile che Dio aborre sempre; ma la vera penitenza può far fiorire il cuore dei peccatori anche più di quello dei giusti, e la tenerezza di Dio riguarda proprio questa fioritura di amore e di virtù.

Si deve notare che Gesù accennò semplicemente le parabole della pecorella smarrita e della dramma sperduta, mentre raccontò con minuti e bellissimi particolari quella del figliol prodigo, per dare maggiore risalto all’amore col quale Dio accoglie come padre i peccatori che vanno a Lui, pentiti.

Il suo Cuore divino non ebbe confini nella tenerezza quando parlò di ciò che l’anima fa per cercare Dio e, nell’esuberanza della parabola, rivelò l’esuberanza dell’amore di Dio. Si direbbe che la delicata sua carità abbia voluto dare più risalto al bisogno che il peccatore sente di Dio che a quello che fa Dio per un peccatore; l’amor suo nel cercarci è infinito, ma l’amor suo nell’accoglierci è tenerissimo, ed è divinamente psicologico che il Redentore si sia trattenuto di più sulla parabola del fìgliol prodigo. L’ampiezza di questa parabola, poi, può anche farci intendere quanto sarà esuberante la misericordia che Dio farà negli ultimi tempi ai figli apostati che ritorneranno al suo Cuore.

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Conquistare le anime con la mansuetudine e la bontà

Posté par atempodiblog le 3 juillet 2016

Conquistare le anime con la mansuetudine e la bontà dans Citazioni, frasi e pensieri Don_Dolindo_Ruotolo

Mandando Gesù i suoi discepoli, fece loro ponderare la difficoltà grande del loro ministero, dicendo: “Andate, io vi mando come agnelli fra i lupi”.

Essi non andavano a fare una raccolta pacifica come chi con la falce taglia i covoni del grano: andavano di fronte ad anime colme di miserie ed agitate da passioni. Essi dovevano vincere le loro resistenze non affrontandole con la violenza ma conquidendole con la mansuetudine e la bontà.

È questo un carattere fondamentale e costante nell’apostolato della Chiesa; qualunque deviazione in questo campo produce solo rovina nelle anime.

È l’esperienza quotidiana che lo conferma, ed è mirabile che la Chiesa vi sia stata sempre fedele nei suoi grandi e santi ministri dell’apostolato e della gerarchia.

del servo di Dio don Dolindo Ruotolo

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La pagliuzza e la trave: suggestioni diaboliche

Posté par atempodiblog le 20 juin 2016

La pagliuzza e la trave: suggestioni diaboliche dans Citazioni, frasi e pensieri La_pagliuzza_e_la_trave

Chi può giudicare mai giustamente, se le azioni dipendono dalle intenzioni, dalla coscienza, dallo stato particolare di responsabilità di ciascuno, e tutto questo ci è nascosto?

Come si può giudicare se spesso siamo soggetti alle allucinazioni della fantasia e dei preconcetti, e vediamo quello che non è, o lo apprezziamo in una falsa luce?

Possiamo dire con assoluta verità che giudicando, sbagliamo sempre, e che viene il tempo nel quale ci accorgiamo con rammarico di avere per lo meno esorbitato.

Giudichiamo o in base di nostre fallaci osservazioni o in base a relazioni fatteci dagli altri, le quali sono anch’esse frutto di giudizi fallaci. Tra queste ombre ingannatrici facilmente vediamo il male dove non c’è, o lo vediamo in una falsa luce ed erriamo.

Tendiamo all’esagerazione nel valutare i difetti altrui, perché l’orgoglio vuol farci credere migliori degli altri e osserviamo con cura anche le minime mancanze, quasi pagliuzze nell’occhio, mentre non guardiamo le nostre che sono grosse come travi.

Gesù condanna perciò la radice stessa dei giudizi, che sta tutta nel voler osservare le debolezze altrui e nel presumere di eliminarle.

Egli parlava dei farisei, censori spietati del prossimo, i quali non vedevano le loro gravi mancanze, ma parlava anche di quelli che in tutti i tempi li avrebbero imitati.

di don Dolindo Ruotolo

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L’amore al prossimo ha qualche cosa di sacro

Posté par atempodiblog le 8 novembre 2015

don dolindo ruotolo

“L’amore al prossimo ha qualche cosa di sacro ed ha il carattere di quella delicatezza che si ha nel trattare le cose sacre, proprio perché appartengono a Dio. È un concetto questo di altissima importanza, che ci fa intendere ancora di più perché Gesù Cristo fa una sola cosa dell’amore verso Dio e verso il prossimo, e perché i santi hanno avuto un’estrema gentilezza nella carità, ed un senso di delicato riguardo anche per le creature irragionevoli od insensibili, come gli animali, i fiori, e tutte le opere del creato”.

di don Dolindo Ruotolo

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Il 6 ottobre 1882 nasceva don Dolindo Ruotolo…

Posté par atempodiblog le 6 octobre 2015

Il 6 ottobre 1882, alla vigilia della solennità della Vergine del SS. Rosario, nasceva don Dolindo…

tomba don dolindo

“Venite a bussare alla mia tomba… io vi risponderò”. (Don Dolindo Ruotolo)

tomba dolindo

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Il sacerdote deve rispettare i fedeli

Posté par atempodiblog le 13 septembre 2015

Il sacerdote deve rispettare i fedeli
del Servo di Dio don Dolindo Ruotolo

don dolindo

Il sacerdote deve mostrare profonda stima e rispetto dei suoi fedeli, pensando che sono creature di Dio, e che saranno innanzi a Lui la sua gloria, rappresentando essi il frutto delle sue fatiche e il titolo della sua eterna ricompensa. Il trattarli con rispetto profondo e soprannaturale li spinge a rispettarlo e ad amarlo come padre delle anime loro, e li induce più facilmente a mettere in pratica i suoi insegnamenti. Anche le persone più umili del popolo s’ingentiliscono quando sono trattate con rispetto, e persino i fanciulli si sentono costretti ad una maggiore educazione innanzi al ministro di Dio.

Il sacerdote deve perciò trattare con lo stesso garbo e rispetto tanto i nobili che il popolo, tanto gli uomini che le donne, tanto i vecchi che i fanciulli. Deve evitare qualunque parola volgare, deve dare a tutti del voi o del lei, deve invitarli a sedere se gli parlano, deve alzarsi nel licenziarli, quando è possibile, per mostrare loro la propria deferenza.

Per la strada deve sempre prevenirli nel saluto, e il suo saluto deve essere sempre profumato da un gesto di bontà, da un sorriso, da un inchino, da una parola santa. Deve conciliarsi la fiducia dei piccoli col mostrare di interessarsi di loro, col mettere magari loro la mano sul capo in segno di benedizione e, quando può, col dispensare loro un’immaginetta sacra, che li richiami all’amore delle cose sante. Quanto bene può fare un sacerdote che si comporta così, e che riguarda i suoi fedeli come anime, anime redente dal Sangue di Gesù Cristo!

Egli, che tante volte porta Gesù vivo e vero sul cuore portandolo agli infermi, deve pensare con gioia che cammina con Gesù per andare con Lui alla ricerca delle anime. «Andiamo, Gesù – deve dire esultando – andiamo insieme alla salvezza delle anime». Ed anche quando non porta Gesù vivo e vero sul cuore, egli lo ha nel cuore per il suo santissimo carattere sacerdotale, e deve riguardarsi come un soldato suo, che in ogni passo deve marciare alla conquista delle anime.

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I Magi: innanzi a Gesù e a Maria, infiammati d’amore

Posté par atempodiblog le 6 janvier 2015

I Magi: innanzi a Gesù e a Maria, infiammati d’amore dans Citazioni, frasi e pensieri n3kk7o

I Magi non videro nulla di straordinario, ma videro ciò che era immensamente straordinario da ferire l’anima d’amore: videro Maria col suo Bambino divino e furono talmente colpiti dalla santità della Madre e dalla maestà del Figlio che si prostrarono e lo adorarono, non a mo’ di saluto, perché non avrebbero potuto salutare un infante, ma lo adorarono come Re e come Dio, e gli offrirono doni, come soleva farsi ai re, e doni particolari che si addicevano al Redentore: l’oro, l’incenso e la mirra. Con l’oro lo riconobbero Re, con l’incenso lo confessarono Dio, con la mirra riconobbero la sua condizione di Vittima.

Innanzi a Gesù Cristo e a Maria Santissima si sentirono infiammati d’amore, provarono una felicità mai sentita nella loro vita e, avvertiti in sogno di non ritornare da Erode, temendo di essere vigilati dal tiranno, se ne ritornarono per un’altra strada, segretamente, al loro paese.

di Don Dolindo Ruotolo

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Un Rosario di piccoli atti di virtù

Posté par atempodiblog le 31 mai 2014

Un Rosario di piccoli atti di virtù dans Don Dolindo Ruotolo 2wg626q

Onorate la Madonna con un Rosario di piccoli atti di virtù, ispirati ai misteri che si contemplano con qualche particolare e più bella mortificazione e con tre atti di amore a Dio.

Ad esempio:

- Un saluto cordiale quando si è nervosi (Primo Gaudioso)

- Un atto di carità, prestando aiuto (Secondo Gaudioso)

- Un atto di semplicità per amore di Gesù Bambino (Terzo Gaudioso)

- Un’offerta di sé nella Messa (Quarto Gaudioso)

- Una preghiera per i peccatori che si smarriscono (Quinto Gaudioso)

Don Dolindo alla Sig.na Celani, 1°. 5. 1966

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Il Santo Rosario è l’arpa dell’anima

Posté par atempodiblog le 1 mai 2014

Il Santo Rosario è l'arpa dell'anima dans Citazioni, frasi e pensieri Santo-Rosario

Gesù all’anima:

Il Santo Rosario è l’arpa dell’anima, i grani della corona sono corde che si toccano e vibrano in toni diversi e melodiosi, secondo il mistero che si contempla.

Tono dolce nei misteri gaudiosi, arpeggi che si snodano sulla tonalità del mistero.

Tono flebile nei misteri dolorosi: accordi in sordina nell’orazione mia nell’orto; accordo di strappi multipli nella flagellazione; accordi pizzicati nella coronazione di spine; accordi striscianti come gemiti nella condanna a morte e nel peso della Croce; accordi tremolanti, nelle corde acute, e cambi di toni, come singulti, nella mia crocifissione e nella mia morte.

Arpeggi di amore, nei misteri gloriosi. Le dita toccano i grani della corona e l’anima esulta nel mio trionfo.

[...] Accordi vibranti come guizzi di fiamme nei toni dell’Infinito Amore che si dona, e toccando le intime fibre dell’anima degli Apostoli, li muta in suoni invitanti alla vita di pace.

Da una lettera di P. Dolindo a E. C., Napoli, 30 luglio 1961
Tratto da: Riflessioni sul Santo Rosario di Maria

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Coltivare la devozione a Maria nella propria famiglia

Posté par atempodiblog le 1 mai 2014

Coltivare la devozione a Maria nella propria famiglia dans Citazioni, frasi e pensieri jkdstv

Gesù all’Anima:

Coltiva la devozione a Maria nella tua famiglia se vuoi che cresca santamente.
Raccogli tu i tuoi figli nella preghiera e nella recita del santo Rosario.
Con affettuoso garbo materno fa loro sentire la bellezza della preghiera comune.
Non essere mai irruente e dura, perché questo non giova, figlia mia, anzi disorienta.
Con la pace e la dolcezza si ottiene assai più che con l’irruenza e gli scatti.
Tu sei facile ad agitarti ed a smarrirti…
No, figlia mia, abbi fiducia in me, ricorri a me e tutto si accomoda.
Ti benedico

Da una immaginetta del 15 novembre 1946 scritta dal Padre Dolindo Ruotolo alla Signora Immacolata Vasaturo

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