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Il rispetto cristiano per la persona e per la sua libertà

Posté par atempodiblog le 2 août 2018

Il rispetto cristiano per la persona e per la sua libertà
San Josemaría Escrivá de Balaguer
Tratto da: San Josemaría Escrivá FB

Il rispetto cristiano per la persona e per la sua libertà dans Commenti al Vangelo San_Josemaria_Escriva_de_Balaguer

Abbiamo letto nella Santa Messa un brano del Vangelo secondo Giovanni: l’episodio della guarigione miracolosa del cieco nato. Penso che tutti ci siamo commossi ancora una volta di fronte alla potenza e alla misericordia di Dio che non guarda con indifferenza le disgrazie umane. Adesso però vorrei soffermarmi su altri aspetti, e cioè sul fatto che, quando c’è amor di Dio, anche il cristiano non si sente indifferente alla sorte degli altri e sa trattare tutti con rispetto; viceversa, quando questo amore viene meno, c’è il pericolo di un’invasione fanatica e spietata della coscienza altrui.

Mentre passava — si legge nel santo Vangelo — Gesù vide un uomo cieco dalla nascita (Gv 9, 1). Gesù che passa. Mi sono meravigliato spesso di questo modo semplice di narrare la clemenza divina. Gesù passa e si accorge subito del dolore. Considerate invece quanto fossero diversi in quel momento i pensieri dei suoi discepoli. Gli domandarono infatti: Maestro, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco? (Gv 9, 2).

Non dobbiamo sorprenderci se molti, anche fra quelli che si considerano cristiani, si comportano in modo analogo: la prima cosa che pensano è il male. Senza averne le prove, lo presuppongono. E non solo lo pensano, ma si permettono anche di esprimerlo in pubblico con giudizi avventati.

Il comportamento dei discepoli potrebbe essere considerato benevolmente come leggerezza. Ma in quella società — come del resto in quella di oggi, che in questo è cambiata di poco — c’erano altre persone, i farisei, che facevano di questo atteggiamento una norma di condotta. Ricordate in che modo Gesù Cristo li smaschera. È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e hanno detto: Ha un demonio. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori (Mt11, 18-19).

Attacchi sistematici alla buona fama, denigrazione di una condotta irreprensibile: Gesù Cristo soffrì questa calunnia mordace e tagliente, e non è strano che certuni riservino lo stesso trattamento a coloro che, pur coscienti delle loro comprensibili e naturali miserie e dei loro errori personali — piccoli e inevitabili, aggiungerei, data l’umana debolezza — tuttavia desiderano seguire il Maestro. Ma la costatazione di questa realtà non deve indurci a giustificare siffatti peccati e delitti — che con sospetta comprensione vogliono chiamare chiacchiere — contro il buon nome di qualcuno. Gesù avverte che se hanno chiamato Belzebù il padre di famiglia non è da sperare che si comportino meglio con quelli della sua casa (cfr Mt10, 25): ma chiarisce pure che colui che chiamerà sciocco suo fratello sarà reo del fuoco dell’inferno (Mt 5, 22).

Da dove nasce il giudizio iniquo verso il prossimo? Si direbbe che alcuni hanno sempre davanti agli occhi delle lenti deformanti, che fanno loro vedere tutto storto. Per partito preso, non ammettono che sia possibile l’onestà, o almeno l’impegno costante per comportarsi bene. Tutto in loro è ricevuto — come dice l’antica sentenza — a misura del recipiente, e cioè a misura della loro preconcetta deformazione. Per costoro anche la cosa più onesta nasconde necessariamente una cattiva intenzione rivestita dell’apparenza ipocrita del bene. Quando scoprono chiaramente il bene — scrive san Gregorio — vanno a scrutarlo per vedere se non contiene qualche male occulto (SAN GREGORIO MAGNO, Moralia, 6, 22 [PL 75, 750]).

È difficile far capire a queste persone, nelle quali la deformazione diventa quasi una seconda natura, che è più umano e più giusto pensare bene del prossimo. Sant’Agostino dà questo consiglio: Cercate di acquistare le virtù che secondo voi mancano ai vostri fratelli, e così non vi accorgerete più dei loro difetti, non avendoli voi (SANT’AGOSTINO, Enarrationes in Psalmos, 30, 2, 7 [PL 36, 243]). Per alcuni questo modo di fare sarebbe ingenuità. Essi sarebbero invece più “realisti” e più ragionevoli. Erigendo il pregiudizio a norma di giudizio, offendono chiunque prima ancora di averne ascoltato le ragioni. Poi, con “oggettività” e “benevolenza”, concederanno forse all’offeso la possibilità di difendersi: il che va contro ogni morale e ogni diritto, perché, invece di assumersi l’onere di provare le pretese colpe, « concedono » all’innocente il “privilegio” di dimostrare la propria innocenza. Non sarei sincero se non vi confidassi che tutte queste considerazioni sono qualcosa di più di un’affrettata spigolatura dai trattati di diritto e di morale. Esse si fondano su un’esperienza che non pochi oggi soffrono nella propria carne, analogamente a quanto è accaduto a molti altri, che sono stati oggetto — spesso e per lunghi anni — di esercitazioni di tiro al bersaglio con mormorazioni, diffamazioni e calunnie. La grazia di Dio e un carattere alieno dal risentimento fanno sì che tutto questo non lasci in loro la minima traccia di amarezza. Mihi pro minimo est, ut a vobis iudicer (1Cor 4, 3): a me importa ben poco essere giudicato da voi, potrebbero ripetere con san Paolo. A volte, per dirla nel linguaggio corrente, avranno aggiunto che tutto questo non faceva loro né caldo né freddo. Ed è la pura verità.

D’altra parte non posso negare che a me fa una gran pena l’anima di chi attacca ingiustamente la reputazione altrui, perché l’ingiusto aggressore rovina se stesso. E soffro anche per coloro che, di fronte ad accuse violente e arbitrarie, non sanno dove volgere gli occhi: rimangono sgomenti, non le credono possibili, e magari pensano che si tratti di un incubo.

Qualche giorno fa leggevamo nelle letture della Santa Messa il racconto di Susanna, la donna casta che venne ingiustamente accusata di disonestà da due corrotti anziani. Susanna, piangendo, esclamò: «Sono alle strette da ogni parte. Se cedo, è la morte per me; se rifiuto, non potrò scampare dalle vostre mani» (Dn 13, 22). Quante volte l’insidia degli invidiosi e degli intriganti mette delle persone oneste in questa stessa situazione! Le si pone di fronte a questa alternativa: offendere Dio oppure vedersi rovinata la reputazione. L’unica soluzione nobile e degna è, allo stesso tempo, estremamente dolorosa, dovendo prendere questa decisione: Meglio per me cadere innocente nelle vostre mani che peccare davanti al Signore (Dn 13, 23).

Torniamo all’episodio della guarigione del cieco. Gesù ha replicato ai suoi discepoli che quella disgrazia non è conseguenza del peccato, ma occasione perché si manifesti la potenza di Dio. E con meravigliosa semplicità decide che il cieco riacquisti la vista.

Comincia allora per quell’uomo, assieme alla gioia, la tribolazione. Non lo lasciano più in pace. I primi a cominciare sono i vicini e quelli che lo avevano visto chiedere l’elemosina (Gv 9, 8). Il Vangelo non dice che si rallegrarono, ma che invece stentavano a credergli, benché il cieco insistesse a ripetere che lui, che ora ci vedeva, era la stessa persona che prima non ci vedeva. Invece di lasciargli godere in pace la grazia ricevuta, lo trascinano dinanzi ai farisei, e quelli tornano a domandargli come sono andate le cose. Egli spiega per la seconda volta: Mi ha posto del fango sopra gli occhi, mi sono lavato e ora ci vedo (Gv 9, 15).

I farisei vogliono allora dimostrare che quanto è avvenuto — che è una cosa buona e un grande miracolo — non è avvenuto. Alcuni di loro ricorrono a ragionamenti meschini, ipocriti, tutt’altro che equanimi: ha operato la guarigione in giorno di sabato, e poiché il sabato è proibito lavorare, non può aver fatto il miracolo. Altri avviano quella che oggi si chiamerebbe un’inchiesta. Vanno a trovare i genitori del cieco: È questo il vostro figlio, che voi dite esser nato cieco? Come mai ora ci vede? (Gv9, 19). La paura dei potenti fa sì che quei poveri genitori diano una risposta che raccoglie tutte le garanzie del metodo scientifico: Sappiamo che questo è il nostro figlio e che è nato cieco; come poi ora ci veda, non lo sappiamo, né sappiamo chi gli ha aperto gli occhi; chiedetelo a lui, ha l’età, parlerà lui di se stesso (Gv 9, 20).

I promotori dell’inchiesta non ci possono credere, perché non ci vogliono credere. Chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: (…) Noi sappiamo che quest’uomo — Gesù Cristo — è un peccatore (Gv 9, 24).

In poche parole il testo di san Giovanni ci offre qui un tipico esempio di un tremendo attentato contro il diritto fondamentale, che per natura compete a tutti, di essere trattati con rispetto.

L’argomento continua a essere di attualità. Non costerebbe molto indicare, ai nostri giorni, esempi di questa curiosità aggressiva che porta a indagare morbosamente nella vita privata degli altri. Un minimo senso di giustizia esige che persino nell’investigazione di un presunto delitto si proceda con cautela e moderazione, senza prendere per sicuro ciò che è solo possibile. Si comprende chiaramente che la curiosità malsana, che porta a rovistare in ciò che non solo non costituisce un reato ma può essere addirittura un’azione meritoria, deve considerarsi una vera e propria perversione.

Di fronte ai negoziatori del sospetto, che dànno l’impressione di organizzare una « tratta dell’intimità », è doveroso difendere la dignità di ogni persona, il suo diritto al silenzio, a non replicare. E in questa difesa sono d’accordo tutte le persone oneste, cristiane o non cristiane, perché è in gioco un valore comune: la sacrosanta libertà di essere se stessi, di non esibirsi, di conservare un giusto e delicato riserbo circa le proprie gioie, i propri dolori e le pene di famiglia; e soprattutto la libertà di fare il bene senza ostentazione, di aiutare i bisognosi per puro amore, senza vedersi obbligati a pubblicizzare queste opere di servizio agli altri e tanto meno a offrire l’intimità della propria anima agli sguardi indiscreti e obliqui di persone che della vita spirituale non sanno niente e non vogliono saperne niente, se non per prendersene gioco empiamente.

Ma com’è difficile sentirsi liberi da questa aggressività pettegola! I metodi per non lasciar tranquillo nessuno si sono moltiplicati. Mi riferisco ai mezzi tecnici e anche a quelle diffuse argomentazioni a cui è difficile opporsi se si vuole conservare la buona fama. Per esempio, si parte spesso dal presupposto che tutti si comportino male, e allora, grazie a questo ragionamento assurdo, sembra inevitabile il « meaculpismo », l’autocritica. Se uno non si butta addosso una tonnellata di fango, pensano che non solo è un perfetto mascalzone, ma anche un ipocrita e un presuntuoso.

In altre occasioni il procedimento è diverso. Chi parla o scrive calunniando è disposto ad ammettere che siete persone perbene, ma aggiunge che altri forse non la penseranno allo stesso modo e potrebbero pubblicare che siete dei ladri: come dimostrate che non siete dei ladri? Oppure: lei ha sempre detto che la sua condotta è pulita, nobile, retta; le dispiacerebbe considerarla di nuovo per vedere se non è invece sporca, ignobile e falsa?

Non sono esempi immaginari. Sono convinto che qualsiasi persona o qualsiasi istituzione un po’ conosciuta potrebbe aggiungerne altri simili. Si è creata in alcuni ambienti la falsa persuasione che il pubblico, il popolo, o comunque lo si voglia chiamare, abbia il diritto di conoscere e interpretare i particolari più intimi della vita degli altri.

Permettetemi un accenno a una cosa che è profondamente unita alla mia anima. Da oltre trent’anni ho detto e scritto in mille modi che l’Opus Dei non ha nessun fine temporale, politico, ma cerca soltanto ed esclusivamente di diffondere tra le genti di ogni razza, di ogni condizione sociale e di ogni paese la conoscenza e la pratica della dottrina di salvezza portata da Cristo; cerca soltanto di contribuire a far sì che vi sia più amore di Dio sulla terra, e quindi più pace, più giustizia tra gli uomini, figli di un solo Padre.

Molte migliaia di persone — milioni — hanno capito questo in tutto il mondo. Altri, piuttosto pochi, sembra che non lo abbiano capito, per i motivi che siano. Se il mio cuore è più vicino ai primi, tuttavia rispetto e amo anche i secondi, perché in tutti è da rispettare e stimare la dignità personale e tutti sono chiamati alla gloria dei figli di Dio.

Ma non manca mai una minoranza settaria che, non comprendendo ciò che io e tanti altri amiamo, vorrebbe che glielo spiegassimo d’accordo con la loro mentalità, che è esclusivamente politica, estranea a ogni dimensione soprannaturale, attenta unicamente a equilibri di interessi e di pressioni di gruppi.

Se non ricevono una spiegazione così, falsa e accomodata ai loro gusti, continuano a pensare che ci siano menzogna, occultamento e piani sinistri.

Lasciate che vi dica che di fronte a questi casi non mi affiggo né mi preoccupo. Direi anzi che mi diverto, se non fosse che non posso passar sopra al fatto che offendono il prossimo e commettono un peccato che grida vendetta al cospetto di Dio. Io sono aragonese e anche per naturale disposizione di carattere amo la sincerità, per cui provo una repulsione istintiva per tutto ciò che sa di raggiro. Ho sempre cercato di rispondere con la verità, senza iattanza e senza orgoglio, anche quando i calunniatori erano maleducati, arroganti, prevenuti e privi del più piccolo segno di umanità.

Mi è venuta alla mente più volte la risposta del cieco nato ai farisei che domandavano per l’ennesima volta com’era avvenuto il miracolo: Ve l’ho già detto e non mi avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli? (Gv 9, 27).

Il peccato dei farisei non consisteva nel non vedere Dio in Cristo, bensì nel chiudersi volontariamente in se stessi, perché non tolleravano che Gesù, che è la luce, aprisse loro gli occhi (cfr Gv 9, 34-41). Questa cecità ha un’influenza immediata nei rapporti con i nostri simili. Il fariseo che credendosi luce non permette a Dio di aprirgli gli occhi è lo stesso che tratta con superbia e ingiustamente il prossimo: Io ti ringrazio di non essere come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri; e nemmeno come questo publicano (Lc 18, 11). Così prega. E al cieco nato, che persiste nel raccontare la verità della guarigione miracolosa, vengono rivolti questi insulti: Sei nato tutto nei peccati e vuoi insegnare a noi? E lo cacciarono fuori (Gv 9, 34).

Tra quelli che non conoscono Cristo ci sono molti galantuomini che, per elementare riguardo, sanno comportarsi con delicatezza e sono sinceri, cordiali, educati. Se loro e noi lasciamo che Cristo guarisca quel resto di cecità che ancora ci offusca gli occhi, se permettiamo al Signore di applicarci quel fango che nelle sue mani diventa un incomparabile collirio, allora noi potremo vedere le realtà terrene e intravedere le realtà eterne con una luce nuova, con la luce della fede: avremo acquistato uno sguardo puro.

Questa è la vocazione del cristiano: la pienezza della carità che è paziente, è benigna; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera. tutto sopporta (1 Cor13, 4-7).

La carità di Cristo non è soltanto un buon sentimento verso il prossimo, non si limita al piacere della filantropia. La carità infusa da Dio nell’anima trasforma dal di dentro l’intelligenza e la volontà, fonda soprannaturalmente l’amicizia e la gioia di compiere il bene.

Contemplate l’episodio della guarigione dello storpio, tramandatoci dagli Atti degli Apostoli. Pietro e Giovanni salivano al tempio e, all’entrare, si imbattono in un uomo seduto accanto alla porta; quest’uomo era storpio fin dalla nascita. La scena ricorda quella della guarigione del cieco. Ma in questa occasione i discepoli non pensano che la disgrazia sia dovuta ai peccati personali dell’infermo o a quelli dei suoi genitori. Invece gli dicono: Nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, alzati e cammina (At 3, 6). Prima erano pieni d’incomprensione, adesso di misericordia; prima giudicavano temerariamente, adesso guariscono miracolosamente nel nome del Signore. È sempre Gesù che passa! È Cristo che continua a passare per le strade e le piazze del mondo nella persona dei suoi discepoli, i cristiani: io gli chiedo ardentemente di passare attraverso l’anima di qualcuno di coloro che in questo momento mi ascoltano.

All’inizio ci sorprendeva l’atteggiamento dei discepoli di Gesù di fronte al cieco nato. Si regolavano su quel disgraziato proverbio: a pensar male non si sbaglia mai. Dopo, quando conoscono meglio il Maestro, quando si rendono conto di ciò che significa essere cristiani, le loro opinioni si ispirano alla comprensione.

In qualsiasi uomo — scrive san Tommaso d’Aquino — esiste qualche aspetto per il quale gli altri possono considerarlo come superiore a loro, come dice l’Apostolo: «Mossi dall’umiltà, considerate gli altri superiori a voi» (Fil 2, 3)D’accordo con questo, tutti gli uomini devono rendersi reciprocamente onore (SAN TOMMASO D’AQUINO, S. Th., II-II, q. 103, a. 2-3). Con la virtù dell’umiltà scopriamo che le manifestazioni di rispetto alla persona — al suo onore, alla sua buona fede, alla sua intimità — non sono formalità convenzionali, ma le prime manifestazioni della carità e della giustizia.

La carità cristiana non si limita a dare un soccorso economico ai bisognosi, ma si impegna anzitutto a rispettare e a comprendere ogni persona come tale, nella sua intrinseca dignità di uomo e di figlio del Creatore. Pertanto gli attentati alla dignità della persona, alla sua reputazione, al suo onore, stanno a dimostrare che chi li commette non conosce o non pratica alcune verità della nostra fede cristiana. E che comunque non ha un vero amore di Dio. La carità con cui amiamo Dio e quella con cui amiamo il prossimo sono una sola virtù, perché la ragione di amare il prossimo è appunto Dio, e quando amiamo il prossimo con carità amiamo Dio (SAN TOMMASO D’AQUINO, S. Th., II-II, q. 103, a. 2-3).

Spero che saremo capaci di trarre delle conseguenze precise da questo nostro momento di conversazione alla presenza del Signore. Anzitutto, il proposito di non giudicare gli altri, di non offendere nemmeno con il dubbio, di annegare il male nella sovrabbondanza del bene, diffondendo intorno a noi la convivenza leale, la giustizia e la pace.

E poi la decisione di non rattristarci mai se la nostra condotta retta è capita male da altri; se il bene che cerchiamo di realizzare con l’aiuto continuo del Signore è interpretato in modo distorto; se qualcuno, con un ingiusto processo alle intenzioni, ci attribuisce propositi malvagi, procedimenti dolosi e simulazione. Perdoniamo sempre, col sorriso sulle labbra. Parliamo chiaramente e senza rancore, se in coscienza riteniamo di dover parlare. E lasciamo tutto nelle mani di Dio nostro Padre, con un silenzio divino — Iesus autem tacebat (Mt 26, 63), Gesù rimaneva in silenzio — se si tratta di offese personali, per brutali e indecorose che siano. Preoccupiamoci solo di fare opere buone: sarà Lui a farle risplendere davanti agli uomini (Mt 5, 16).

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Nostra Signora di Einsiedeln

Posté par atempodiblog le 26 août 2017

Nostra Signora di Einsiedeln
Tratto da: josemariaescriva.info

Nostra Signora di Einsiedeln dans Apparizioni mariane e santuari Einsiedeln

Il santuario di Einsiedeln si trova nel Cantone di Schwyz, il cui nome ispira quello dell’intera Confederazione Elvetica. Dista circa 40 minuti d’auto da Zurigo. Ha origini antiche, parte della sua storia è giunta fino ai nostri giorni con una carta di Papa Leone VIII dell’anno 948: “Nostro Signore Gesù Cristo ha eretto e consacrato un trono di grazia a Sua Santissima Madre, nel monastero del bosco. Così, Nostro Signore ci ha fatto capire il suo desiderio di onorare questo angolo con la stessa dignità dei Luoghi Santi in cui Egli abitò con sua Santissima Madre. Ci ha fatto capire, di conseguenza, che un pellegrinaggio al Santuario del bosco ombroso, ha tanto valore come quelli che si fanno in Terra Santa. In Suo nome, io oggi annuncio qui un’ indulgenza plenaria per tutti i debiti dovuti ai peccati dei pellegrini”.

Non si hanno dati precisi su quando fu innalzata al trono l’immagine della Vergine nella piccola cappella. La prima fu distrutta da un incendio e immediatamente sostituita da quella che si venera attualmente.

Il santuario divenne presto il centro di attrazione della pietà della Confederazione Elvetica, soprattutto in tempi difficili. San Nicola di Flüe -Bruder Klaus-, patrono della Svizzera, vi si recò spesso dalla solitudine della sua cella a Ranft, per visitare la sua Imperatrice Celeste, come lui la chiamava.

Ugualmente si diffuse anche la consuetudine di renderlo punto di partenza per molti pellegrinaggi in Terra Santa, e anche punto di ritorno per ringraziare la Signora delle grazie ottenute e della protezione durante il viaggio.

Nel 1617 si recuperò la cappella di marmo, conservando, nonostante tutto, la stessa struttura originaria. Si costruirono inoltre un’imponente chiesa barocca e il monastero. Il gioiello più prezioso di tutta quell’opera d’arte è la Gnadenkapelle, la cappella dove si venera la piccola statua di legno nero di Nostra Signora di Einsiedeln. Il 3 maggio 1735, ebbe luogo la Consacrazione della Basilica. Il monastero fu terminato nel 1770.

San Josemaría davanti alla Vergine nera
Nelle sue scorribande per l’Europa San Josemaría si fermò a Einsiedeln molto spesso. Appena si stagliavano le torri del Santuario, dalla macchina recitava già una Salve. Come ricordava Mons. Álvaro del Portillo, che lo accompagnò in quelle visite, “andava solamente a pregare la Santissima Vergine. Era solito trascorrere la notte a Lucerna, e da lì si recava a Einsiedeln, dove ha celebrato la Santa Messa molte volte. In altre occasioni si recava solo per pregare un momento; prima – come sempre – davanti al Santissimo Sacramento; poi andava in quella cappellina dove si venera l’immagine della Vergine. Non so che cosa Le dicesse, ma sono sicuro che era una preghiera molto gradita alla Santissima Vergine, perché procedeva da un figlio buono che amava pazzamente sua Madre. Le esponeva anche le sue intenzioni, perché –lo ripeteva soprattutto nell’ultimo periodo – gli piaceva chiedere tutto quello di cui aveva bisogno ” (Mons. Álvaro del Portillo. Note prese in una riunione familiare, 19-05-1977).

Era solito trattenersi nel famoso caffè delle tre vecchiette, situato nella strada principale del paese. Nella vetrina, un meccanismo di orologeria rappresenta tre anziane, sedute attorno ad un tavolo, che conversano animatamente con armonici movimenti del capo. La proprietaria del locale rimase colpita dalla figura del fondatore dell’Opus Dei. Le era molto simpatico e, dopo la sua salita al Cielo, ebbe per lui una grande devozione.

Uno dei soggiorni di San Josemaría a Einsiedeln ebbe luogo durante nell’estate del 1968. Si trovava nella località di Sant’Ambrogio Olona, al nord d’Italia. Il viaggio durò trentadue ore, comprese l’andata, la sosta e il ritorno. Al rientro, stanco, commentava che il lungo viaggio era valso la pena per vedere la Vergine.

Nel 1969 San Josemaría tornò di nuovo a pregare davanti alla Vergine, chiedendo grazie per la Chiesa e per il Santo Padre, e mettendo nelle mani di Maria tutto quello che portava nel cuore.

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San Josemaría Escrivá: “…siate uomini di orazione…”

Posté par atempodiblog le 25 juin 2017

San Josemaría Escrivá de Balaguer/ Accadde Oggi
25.6.1944

San Josemaría Escrivá: “...siate uomini di orazione...” dans Beato Álvaro del Portillo San_josemaria

Si ordinano sacerdoti i primi tre fedeli dell’Opus Dei: Álvaro del Portillo, José Luis Múzquiz e José María Hernández de Garnica.

Quel giorno commenta: «Vi chiederanno: che cosa vi disse il Padre il giorno dell’ordinazione dei primi tre sacerdoti? Allora voi risponderete: “Ci disse: siate uomini di orazione, uomini di orazione, uomini di orazione”».

Tratto da: josemariaescriva.info

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L’amore si manifesta con i fatti

Posté par atempodiblog le 26 décembre 2016

L'amore si manifesta con i fatti dans Citazioni, frasi e pensieri San_Josemar_a_Escriv_de_Balaguer

Spingiti fino a Betlemme, avvicinati al Bambino, cullalo, digli tante cose ardenti, stringitelo al cuore… — Non parlo di bambinate: parlo di amore! E l’amore si manifesta con i fatti: nell’intimità della tua anima, lo puoi ben abbracciare!

San Josemaría Escrivá de Balaguer

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Perché manca la gioia…

Posté par atempodiblog le 30 novembre 2016

Perché manca la gioia... dans Citazioni, frasi e pensieri Mai_una_gioia_senza_Ges

“Manca la gioia? Pensa: ‘c’è un ostacolo tra Dio e me’; indovinerai quasi sempre”.

San Josemaría Escrivá de Balaguer
Tratto da: Opus Dei Italia Fb

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Non giudicare

Posté par atempodiblog le 12 juillet 2016

San Josemaría Escrivá de Balaguer/ Accadde Oggi
12/07/1932

Non giudicare dans Citazioni, frasi e pensieri San_Josemaria

Scrisse: “Non giudichiamo. —Ognuno vede le cose dal suo punto di vista… e con la sua intelligenza, quasi sempre molto limitata, e con gli occhi accecati o annebbiati dalle tenebre della passione, molto spesso.

Inoltre, la visione di alcune persone è soggettiva e malsana come quella di certi pittori pseudo-moderni che tracciano dei segni arbitrari assicurandoci che sono il nostro ritratto, la nostra condotta…

Quanto poco valgono i giudizi degli uomini!

—Non giudicate senza calibrare il vostro giudizio nell’orazione”.

Tratto da: josemariaescriva.info

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Escrivá e la teologia dell’asinello

Posté par atempodiblog le 5 juillet 2016

Escrivá e la teologia dell’asinello
del Cardinale Julián Herranz  –  Il Sole 24 Ore

Escrivá e la teologia dell'asinello dans Articoli di Giornali e News Balaguer

Ho avuto la fortuna di convivere e lavorare con san Josemaría per più di vent’anni. Dio lo scelse, ha ribadito Benedetto XVI nel benedirne la statua nella basilica di San Pietro, «per annunciare la vocazione universale alla santità e all’apostolato nella Chiesa».

Tutto ciò mi riporta alla memoria e al cuore (al ricordo) un episodio avvenuto nell’udienza privata che Papa Wojtyla mi concesse nel 1984, all’indomani della mia nomina a segretario del Pontificio Consiglio per i Testi legislativi. Dopo avergli parlato, quando stavamo ancora seduti, tolsi dalla borsa un piccolo oggetto – un asinello di ferro con un minuscolo basto di panno verde e rosso – e lo misi sopra il tavolo.

«Questo cos’è?», mi domandò il Papa, alquanto incuriosito. Risposi: «Di per sé è un oggetto di poco valore, ma per me è una reliquia: me lo diede il fondatore dell’Opus Dei quando cominciai a lavorare al servizio della Santa Sede nel 1960, negli anni di preparazione del Concilio. L’ho tenuto sempre sul mio tavolo di lavoro perché mi ricorda la teologia dell’asinello che ho imparato da monsignor Escrivá».

Giovanni Paolo II mi guardò con i suoi occhi azzurri e mi chiese sorpreso: «La teologia dell’asinello?». Gli spiegai quanto il fondatore amasse la figura dell’asinello con la quale ci mostrava il senso della santificazione del lavoro ordinario. Ci faceva notare che Gesù, per entrare a Gerusalemme, non scelse un cavallo o un’altra nobile cavalcatura ma preferì un asinello: un animale umile, obbediente, resistente nel lavoro, che si accontenta di poco e, allo stesso tempo, procede deciso e allegro.

Il Papa mi seguiva con attenzione e voleva che proseguissi. E io: «L’asinello ha le orecchie lunghe e tese verso l’alto». Diceva san Josemaría: «Sono come antenne innalzate verso il cielo per cogliere la voce del suo padrone, di Dio». Ci volle l’entrata del prelato di anticamera per interromperci e dare il segnale che l’udienza era finita. Giovanni Paolo II era rimasto assorto ad ascoltarmi, tanto che mi congedò dicendo: «Dobbiamo continuare il nostro discorso su questo argomento».

L’immagine dell’asinello che tanto piacque al Beato Wojtyla è quella che meglio esprime il modello di cristiano proposto dallo spirito dell’Opus Dei: una persona che non si risparmia, che è al servizio degli altri, che non ha velleità di trionfare ma svolge i suoi compiti con amore e dedizione. [...]

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Consanguinei di Gesù

Posté par atempodiblog le 16 juin 2016

Consanguinei di Gesù
di Pippo Corigliano

Consanguinei di Gesù dans Fede, morale e teologia cuore_di_Ges_e_di_Maria

Il mese di giugno è in singolare sintonia con il tema del Giubileo della Misericordia anche perché le feste del Cuore di Gesù e di Maria ci riportano all’amore misericordioso di Dio.

Sant’Agostino (De sancta virginitate,6) dice che «Maria cooperò col suo amore alla nascita nella Chiesa dei fedeli, membra di quel Capo di cui ella è madre secondo il corpo». E’ un motivo in più per considerarci «consanguinei» di Gesù, come diceva San Josemaría Escrivá: «Figli miei sapete perché vi voglio così bene? Perché vedo scorrere in voi lo stesso sangue di Gesù».

Questa «fisicità» del considerarci figli di Maria e fratelli di Gesù ci aiuta nell’identificazione con Cristo. Lo Spirito Santo è l’ autore di questa identificazione. Quello stesso Spirito che ha inondato l’anima e il corpo di Maria per farci pervenire Gesù. «Lo Spirito come il vento, soffia dove vuole» (Gv. 3,8) vien detto a Nicodemo: a me tocca non frapporre ostacoli e tenere le finestre del mio animo ben aperte a questa benefica corrente.

La lettura quotidiana del Vangelo e di un libro spirituale, la frequente confessione e la santa comunione, l’orazione mentale e la recita del rosario, assieme alle altre pratiche sono le finestre spalancate, sono l’alimento del bambino che sono io che ha bisogno di pasti frequenti. Tanto più frequenti quanto più piccolo è il bambino.

Nella mia corsa forsennata nell’impiegare inutilmente il tempo, queste pratiche sono il rimedio che non me lo fa sprecare e agevolano l’identificazione con Cristo.

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Cortesia sempre

Posté par atempodiblog le 12 juin 2016

Cortesia sempre

Cortesia sempre, con tutti. Ma, specialmente, con quelli che si presentano come avversari — tu non avere nemici —, quando cerchi di trarli fuori dall’errore.

San Josemaría Escrivá de Balaguer
Tratto da: Opus Dei Italia Fb

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La gioia profonda

Posté par atempodiblog le 26 avril 2016

Don Alvaro

Non dimentichiamo mai, figlie e figli miei, che il gaudium cum pace, la gioia e la pace che il Signore ci ha promesso se siamo fedeli, non dipende dal benessere materiale, né dal fatto che le cose vadano nel verso che noi desideriamo. Non si basa su motivi di salute, né sul successo umano. Questo sarebbe, in ogni caso, una felicità effimera, peritura, mentre noi aspiriamo a una beatitudine eterna.

La gioia profonda, che riempie completamente l’anima, trae origine dall’unione con nostro Signore. Ricordate le parole che il nostro amatissimo fondatore (San Josemaría Escrivá de Balaguer) ci ha ripetuto in uno dei suoi ultimi incontri:

“Se vuoi essere felice, sii santo; se vuoi essere più felice, sii più santo; se vuoi essere molto felice – già sulla terra! –, sii molto santo”.

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La ricetta dei crespillos

Posté par atempodiblog le 18 mars 2016

Ogni anno il venerdì prima della Domenica delle Palme, onomastico della signora Dolores, madre di san Josemaría, tutta la famiglia era in attesa del dolce tipico di questo giorno: i crespillos.

I crespillos

INGREDIENTI
(da 6 a 8 persone sono): 

1, 5 dl Latte (150 g)
200 g Farina 
2 Uova (100 g)
1 Cucchiaino di lievito in polvere
10 g Zucchero (un cucchiaio) 
½ Kg Foglie di spinaci freschi
Zucchero da spargere sopra

MODO DI FARLI:

Lavare molto bene gli spinaci e lasciare le foglie con 2 o 3 cm di lunghezza.
Fare una massa mescolando gli ingredienti in quest’ordine: in un recipiente si mette la farina con lo zucchero e il lievito, si aggiungono il latte e le uova e si unisce bene il tutto.
Asciugare l’acqua delle foglie degli spinaci, passarli per questa massa e friggerle in abbondante olio caldo a 170° C. Scolare bene.
Una volta fritti passarli nello zucchero.
Servire al momento, in un piatto da dolce avvolti in un tovagliolo bianco. 

Tratto da: Cocina Inteligente, di Alicia Bustos
Fonte: josemariaescriva.info

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La volontà di Dio è la nostra santificazione

Posté par atempodiblog le 26 novembre 2015

Accadde Oggi
26.11.1967

san josemaria

San Josemaría Escrivá de Balaguer: «Ci sentiamo scossi, e il cuore batte più forte, quando ascoltiamo con attenzione il grido di san Paolo: “Questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione”. Oggi, ancora una volta, lo ripropongo a me stesso, lo ricordo a voi e a tutti gli uomini: questa è la volontà di Dio, che siamo santi. Per dare la pace alle anime, ma una pace vera, per trasformare la terra, per cercare il Signore Dio nostro nel mondo e attraverso le cose del mondo, è indispensabile la santità personale». Così comincia l’omelia che predica oggi.

Tratto da: josemariaescriva.info

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Vivere come ha stabilito il Padre celeste

Posté par atempodiblog le 1 novembre 2015

san josemaria

“Essere santi vuol dire, né più né meno, vivere come ha stabilito il Padre nostro che è nei Cieli. Mi direte che è difficile. E lo è; l’ideale è ben alto. Ma al tempo stesso è facile, perché è a portata di mano. Quando qualcuno cade ammalato, gli può capitare di non trovare la medicina adatta. Sul piano soprannaturale questo non avviene. La medicina è sempre vicina: è Cristo Gesù, presente nella Sacra Eucaristia, che ci dà la sua grazia anche attraverso gli altri sacramenti che ha voluto istituire”.

San Josemaría Escrivá de Balaguer

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Quando i furbetti predicavano contro la Casta

Posté par atempodiblog le 24 octobre 2015

Quando i furbetti predicavano contro la Casta
di Paolo Beltramin – Corriere della Sera

Piove, governo ladro? Peggio: «Io non mi vergogno di essere italiano, mi vergogno solo di essere rappresentato da politici condannati e corrotti che saccheggiano ogni santo giorno uno dei Paesi più belli del mondo». È solo uno dei tanti, generici sfoghi «anti Casta» che si incontrano su Facebook.. C’è chi la prende sul ridere, con battute che sorpassano il limite dell’insulto: «Papà, tu la paghi la tassa sugli animali? Ma certo! – risponde il padre – Con tutti i maiali che mantengo a Roma…».

Frasi e toni a cui siamo abituati: colpisce che ad averle scritte nei loro profili sul social network siano stati alcuni dei 43 dipendenti pubblici assenteisti arrestati a Sanremo per truffa. Perché queste invettive violente quanto superficiali fotografano una pessima abitudine di alcuni italiani: predicare bene e razzolare male. Se piove così tanto, è anche colpa loro.

luce snoopy

“Quale errata concezione dell’obiettività! Mettono a fuoco le persone o le attività con le lenti deformate dei loro personali difetti e, con acida insolenza, criticano o si permettono di vendere consigli.

Proposito concreto: nel correggere o nel consigliare, parlare alla presenza di Dio, applicando le stesse parole alla nostra condotta”.

San Josemaría Escrivá de Balaguer

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Seminatori di pace e di allegria

Posté par atempodiblog le 25 juin 2015

Seminatori di pace e di allegria dans Citazioni, frasi e pensieri 3146rf4

“Seminate la pace e l’allegria ovunque, non abbiate parole offensive per nessuno; sappiate camminare a fianco di coloro che non la pensano come voi. Non vi maltrattate reciprocamente; siate fratelli di tutte le creature, seminatori di pace e di allegria”.

San Josemaría Escrivá de Balaguer

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